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Sentenza della Corte (Quarta Sezione) del 4 luglio 2013

Commissione europea contro Repubblica italiana.

Inadempimento di uno Stato - Direttiva 2000/78/CE - Articolo 5 - Istituzione di un quadro

generale per la parità di trattamento in materia di occupazione e di condizioni di lavoro -

Disabili - Provvedimenti di trasposizione insufficienti.

Causa C-312/11
Assegnata in data: 6 Agosto 2013
Commissione: XI Commissione (Lavoro pubblico e privato) - XIV Commissione (Politiche dell'Unione europea)
NOTA DI SINTESI:

La Corte si pronuncia sul ricorso per inadempimento proposto dalla Commissione europea nei confronti dell'Italia per il mancato corretto recepimento dell'articolo 5 della direttiva 2000/78/CE che istituisce un quadro generale per la parità di trattamento in materia di occupazione e condizioni di lavoro dei disabili, recepita nell'ordinamento italiano dal decreto legislativo n. 216/2003.

Ad avviso della Commissione europea, l'Italia, non imponendo a tutti i datori di lavoro di prevedere soluzioni applicabili a tutti i disabili, è venuta meno al suo obbligo di recepire correttamente e completamente l'articolo 5 della direttiva. In particolare, dopo una fase precontenziosa aperta dalla Commissione con una lettera di diffida all'Italia il 15 dicembre 2006, la Commissione europea ha emesso un parere motivato il 29 ottobre 2009 e, dopo la risposta italiana di conferma della propria posizione del 13 gennaio 2010, ha presentato, il 20 giugno 2011, il ricorso in oggetto. In particolare, secondo la Commissione europea, il decreto legislativo n. 216/2003 non contiene tutte le misure di applicazione di tale direttiva e, in particolare, quelle recate dall'articolo 5, posto peraltro che le misure relative al trattamento dei disabili in materia di occupazione sono previste dalla legge n. 68/1999.

In ogni caso, secondo la Commissione, non esiste nell'ordinamento italiano alcuna disposizione che recepisca l'obbligo generale previsto dall'articolo 5 della direttiva. Le garanzie e le agevolazioni disposte dalle norme italiane non riguardano tutti i disabili, non gravano su tutti i datori di lavoro e non riguardano neppure tutti i diversi aspetti del rapporto di lavoro. Infine, l'attuazione delle soluzioni in favore dei disabili previste dalla legislazione italiana, richiedendo l'adozione di ulteriori provvedimenti da parte delle autorità locali o la conclusione di apposite convenzioni, non conferisce ai disabili diritti invocabili direttamente in giudizio.

Nel suo controricorso, l'Italia ribadisce il carattere estremamente avanzato della legislazione nazionale in materia di tutela dei disabili e sottolinea il fatto che essa non è di competenza esclusiva dello Stato. Inoltre, il concetto di disabilità posto alla base dela legge quadro n. 104/1992 è pienamente conforme a quello della normativa europea (anche se la direttiva 2000/78 non definisce la nozione di handicap) così come quello di adeguatezza e di proporzionalità delle misure, che, ad avviso italiano, si ritrova testualmente nell'articolo 5 della direttiva 2000/78. Anche le categorie di disabili, cui si applica la legge n. 68/1999, si basano sulla classificazione internazionale elaborata dalla Organizzazione mondiale della sanità. Quanto all'immediatezza e all'operatività delle misure, ad avviso dell'Italia, la legge n. 104/1992 si applica a tutti i disabili e a tutti i datori di lavoro. La previsione della soglia dimensionale di 15 dipendenti al di sotto della quale non è previsto l'obbligo per le imprese di assumere lavoratori con una certa percentuale di handicap, come disposto dalla legge n. 68/1999, è conforme al principio di proporzionalità e non esclude le medesime imprese dall'applicazione delle norme che prevedono l'eliminazione delle disparità di trattamento collegate alla disabilità, così come non impedisce loro di stipulare convenzioni per l'inserimento lavorativo dei disabili e di beneficiare di taluni incentivi collegati all'assunzione di disabili. Infine, anche le disposizioni recate dalla legge n. 381/1991 e dal decreto legislativo n. 81/2008 sono applicabili a tutti i disabili. Infine, il decreto legislativo n. 216/2003, che recepisce la direttiva, prevede la tutela giurisdizionale, sul piano civile, del principio di parità del trattamento, senza distinzione in funzione della gravità dell'handicap e, sul piano del diritto pubblico, il DPR n. 333/2000 (Regolamento di esecuzione della legge n. 68/1999, recante norme per il diritto al lavoro dei disabili) prevede un sistema sanzionatorio a vari livelli in caso di inottemperanza agli obblighi previsti dalla legge n. 68/1999.

Ad avviso della Commissione, però, le disposizioni citate dall'Italia, peraltro mai richiamate nel corso del procedimento precontenzioso, non possono essere considerate, nemmeno nel loro insieme, sufficienti all'attuazione dell'articolo 5 della direttiva. Infatti, il sistema italiano di promozione dell'integrazione lavorativa dei disabili è essenzialmente fondato su incentivi, agevolazioni e iniziative a carico dell'autorità pubbliche e si basa solo in minima parte su obblighi imposti ai datori di lavoro, contrariamente a quanto previsto dall'articolo 5 della direttiva.

Sulla base dell'articolo 5 della direttiva, in combinato disposto con i considerando 20 e 21, la Corte afferma quindi che gli Stati membri devono stabilire un obbligo per tutti i datori di lavoro di adottare provvedimenti efficaci e pratici in funzione delle esigenze delle situazioni concrete (senza tuttavia imporre ai medesimi un onere sproporzionato), non essendo sufficiente la previsione di misure di incentivo e di sostegno. Con riferimento alla legislazione italiana, ad avviso della Corte, né la legge n. 104/1992 né la legge n. 381/1999 garantiscono che tutti i datori di lavoro siano tenuti ad adottare provvedimenti efficaci e pratici, in funzione delle esigenze delle situazioni concrete; la legge n. 68/1999, avendo lo scopo di favorire l'accesso all'impiego di taluni disabili, non è volta a disciplinare quanto richiesto dall'articolo 5 della direttiva; il decreto legislativo n. 81/2008, infine, disciplina solo l'aspetto dell'adeguamento delle mansioni alla disabilità dell'interessato. Pertanto la legislazione italiana non assicura una trasposizione corretta e completa dell'articolo 5 della direttiva 2000/78.

La Corte, ritenendo fondate le motivazioni del ricorso, dichiara quindi che l'Italia è venuta meno al suo obbligo di recepire correttamente e completamente l'articolo 5 della direttiva 2000/78 e la condanna alle spese.

Da ultimo, si segnala che con l'articolo 9, comma 4-ter, del decreto-legge n. 76/2013 (convertito, con modificazioni, dalla legge n. 99/2013), l'Italia ha provveduto ad adeguare il nostro ordinamento a quanto disposto dall'articolo 5 della direttiva 2000/78, introducendo il principio dell'obbligatorietà a provvedere per i datori di lavoro pubblici e privati

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