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Resoconti stenografici delle audizioni

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XVII Legislatura

Commissione parlamentare di inchiesta sul rapimento e sulla morte di Aldo Moro

Resoconto stenografico



Seduta n. 18 di Mercoledì 18 febbraio 2015

INDICE

Sulla pubblicità dei lavori:
Fioroni Giuseppe , Presidente ... 3 

Audizione del Procuratore generale facente funzioni presso la Corte di appello di Roma, Antonio Marini:
Fioroni Giuseppe , Presidente ... 3 
Marini Antonio , Procuratore generale facente funzioni presso la Corte di appello di Roma ... 4 
Fioroni Giuseppe , Presidente ... 4 
Marini Antonio , Procuratore generale facente funzioni presso la Corte di appello di Roma ... 4 
Fioroni Giuseppe , Presidente ... 6 
Marini Antonio , Procuratore generale facente funzioni presso la Corte di appello di Roma ... 6 
Fioroni Giuseppe , Presidente ... 6 
Marini Antonio , Procuratore generale facente funzioni presso la Corte di appello di Roma ... 6 
Fioroni Giuseppe , Presidente ... 7 
Marini Antonio , Procuratore generale facente funzioni presso la Corte di appello di Roma ... 7 
Fioroni Giuseppe , Presidente ... 13 
Marini Antonio , Procuratore generale facente funzioni presso la Corte di appello di Roma ... 13 
Fioroni Giuseppe , Presidente ... 13 
Marini Antonio , Procuratore generale facente funzioni presso la Corte di appello di Roma ... 13 
Fioroni Giuseppe , Presidente ... 13 
Gotor Miguel  ... 13 
Marini Antonio , Procuratore generale facente funzioni presso la Corte di appello di Roma ... 13 
Gotor Miguel  ... 13 
Fioroni Giuseppe , Presidente ... 13 

Comunicazioni del presidente:
Fioroni Giuseppe , Presidente ... 13

Testo del resoconto stenografico
Pag. 3

PRESIDENZA DEL PRESIDENTE GIUSEPPE FIORONI

  La seduta comincia alle 14.20.

Sulla pubblicità dei lavori.

  PRESIDENTE. Avverto che, se non vi sono obiezioni, la pubblicità dei lavori sarà assicurata anche mediante l'attivazione dell'impianto audiovisivo a circuito chiuso.

Audizione del Procuratore generale facente funzioni presso la Corte di appello di Roma, Antonio Marini.

  PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca l'audizione del dottor Antonio Marini, Procuratore generale presso la Corte d'appello di Roma, che ringraziamo per la cortese disponibilità con cui ha accolto l'invito a intervenire quest'oggi e per le volte in cui, purtroppo, abbiamo dovuto cambiare data in ragione dei lavori d'aula.
  Il dottor Marini si è occupato per lungo tempo delle inchieste relative al sequestro e all'uccisione di Aldo Moro, essendo stato pubblico ministero nei processi Moro-ter, riguardante le azioni delle Brigate Rosse a Roma tra il 1977 e il 1982, Moro-quater che riguarda alcuni aspetti del caso Moro non risolti da processi precedenti e alcuni episodi stralciati dal Moro-ter, e Moro-quinquies, che si è concluso con la condanna di Germano Maccari e Raimondo Etro.
  Con l'audizione di questo pomeriggio la Commissione intende proseguire l'approfondimento dei risultati delle inchieste condotte dalla magistratura avvalendosi della vasta e dettagliata conoscenza maturata dal dottor Marini nel corso della sua attività professionale.
  Per esigenze di economia procedurale ho provveduto, nei giorni scorsi, ad inviare al dottor Marini alcuni quesiti – vi vengono distribuiti adesso – che prendono spunto dai temi trattati nella seduta della Commissione stragi del 9 marzo 1995, durante la quale si svolse un incontro di lavoro sugli ultimi sviluppi del caso Moro a quella data, al quale presero parte, oltre lo stesso dottor Marini, anche i magistrati Rosario Priore e Franco Ionta; sono temi tuttora meritevoli di approfondimento e di risposta.
  I suddetti quesiti sono in distribuzione unitamente a un elaborato istruttorio predisposto dal colonnello dei Carabinieri Leonardo Pinnelli, che collabora con noi, che mette in evidenza le risposte dei magistrati ai singoli quesiti.
  Per un più ordinato svolgimento dei lavori avverto che, tenuto conto della convocazione dell'assemblea della Camera e della nostra necessità di nostre comunicazioni in seduta segreta, sospenderemo l'audizione del dottor Marini alle 15.20, per poi aggiornarla in sede successiva.
  Se non ci sono obiezioni, do la parola al dottor Marini, tenendo presente – avete già lo schema davanti – sia il testo integrale del resoconto dell'incontro di lavoro del 1995 sia le domande che abbiamo sottoposto nuovamente al dottor Marini e che non hanno trovato risposte dettagliate negli atti a nostra disposizione, ma anche quanto il dottor Marini voglia aggiungere prendendo in considerazione eventuali altri ampliamenti e approfondimenti che non sono stati possibili al momento delle indagini o quando esse si sono fermate.

Pag. 4

  ANTONIO MARINI, Procuratore generale facente funzioni presso la Corte di appello di Roma. Buonasera a tutti. Voglio fare una premessa. Vorrei, se è possibile, parlare soltanto dei fatti a cui io ho partecipato. Ho visto che, tra le domande, ve ne sono tante che riguardano cose che io non ho fatto.

  PRESIDENTE. Questo riguarda anche gli altri due magistrati che parteciparono all'incontro di lavoro del 9 marzo 1995 presso la Commissione stragi.

  ANTONIO MARINI, Procuratore generale facente funzioni presso la Corte di appello di Roma. È inutile dare giudizi, per esempio, sul rullino fotografico, su che cosa è successo. Io non c'ero.
  Inoltre, posso premettere, anche per dare a voi la possibilità di fare domande, che io ho fatto il processo del «7 aprile» (parlo dei processi relativi a Moro), con Toni Negri e molti altri, in cui si è parlato di Moro perché si pensava che Toni Negri addirittura facesse parte dell'organigramma delle Brigate Rosse e avessero organizzato tutto i cosiddetti «cattivi maestri» dell'epoca.
  Inoltre, ho partecipato a un altro processo delicatissimo che si chiama «Metropoli», dove si parla ancora dei «cattivi maestri», ma soprattutto di Piperno, di Pace e di altri.
  Soprattutto, ho partecipato a due processi importanti sotto un certo profilo, in particolare quello dell'agguato mortale di via Fani, che riguarda Lojacono (qui abbiamo sviluppato la dinamica di via Fani), e poi Germano Maccari, quindi l'episodio di via Montalcini.
  Ho qui anche le sentenze, nel caso in cui fosse necessario approfondire qualche aspetto. Parlo di sentenze, quindi di fatti che sono stati verificati nel corso del dibattimento.
  Vorrei fare un'altra precisazione: io non ho quasi mai fatto il pubblico ministero o il giudice istruttore delle indagini; io ho fatto il pubblico ministero del dibattimento, dunque quando, nel caso in cui c'era il vecchio Codice, l'istruzione formale era già stata fatta da un giudice istruttore e io dovevo sostenere l'accusa in dibattimento. Poi quando è intervenuto il nuovo rito, ho svolto il medesimo ruolo nei dibattimenti per esempio di Lojacono e di Maccari.
  Ecco, forse l'unica volta in cui ho sviluppato indagini all'interno della Procura della Repubblica è stata quella di Maccari, dopo essere stato trasferito dal Consiglio superiore alla Procura nazionale antimafia. Mi riferisco alla prima nomina del 1992, insieme ad altri due colleghi della Procura della Repubblica, che sono importanti anche per il processo Moro, Luigi De Ficchy e Nitto Palma. Nitto Palma poi ha fatto il Moro-ter, mentre Luigi De Ficchy ha esaminato tutto l'aspetto riguardante il famoso Guglielmi di via Fani. Ebbene, c’è stato quel momento in cui si parlava di istituire finalmente la Procura nazionale antiterrorismo. Ricordo che, parlandone con Falcone a Ustica, lui mi diceva di fare la domanda e io rispondevo che non avevo mai fatto antimafia, ma criminalità organizzata e soprattutto terrorismo. Mi diceva: «Fai la domanda, perché dopo (dopo aver istituito la Procura nazionale antimafia) si pensa di estendere all'antiterrorismo». Parliamo del 1992, perché noi siamo stati nominati a Roma, i tre della Procura della Repubblica, Nitto Palma, Luigi De Ficchy e Antonio Marini. Poi sappiamo come sono andate le cose. Falcone è stato ucciso e io non avevo più interesse a rimanere alla Procura nazionale antimafia, anche perché mi ero reso conto che quel passo in avanti, in quel momento, almeno, non si sarebbe fatto, come non era stato fatto già nel 1978, cioè dopo la strage di via Fani e dopo il sequestro e l'omicidio dell'onorevole Moro, quando si cominciò a parlare di Procura nazionale antiterrorismo.
  Ricordo che allora ero alla Procura della Repubblica ed ebbi l'incarico dal Procuratore capo De Matteo, con una delega, di fare il giro delle varie Procure della Repubblica per vedere i processi Pag. 5che erano pendenti e i fatti che venivano indagati (imputati o indagati e così via), per fare una sorta di monitoraggio «fatto in casa» per creare un minimo di coordinamento fra le varie Procure della Repubblica che si interessavano di fatti di terrorismo.
  Peraltro, già da allora noi sappiamo che la platea terroristica non era occupata soltanto dalle Brigate Rosse, ma c'erano anche tante altre organizzazioni criminali, come Prima Linea, per esempio, a sinistra, ma poi c'erano anche le organizzazioni terroristiche di destra. Quindi, si tentava all'epoca di fare un minimo di coordinamento fra le varie attività. Siamo nel 1978, ma non se ne fece niente. Se ne riparlò, invece, nel 1992, come dicevo, per quanto riguarda la Procura nazionale antimafia. Dopo la morte di Falcone non si fece più niente. Allora, io che ho speso quasi tutta la mia vita, nella carriera in magistratura, nella lotta contro il terrorismo, ho ritenuto di fare il passo del gambero, cioè ritornare da dove ero venuto, a costo anche di fare un passo indietro nella mia carriera, perché è chiaro che il sostituto procuratore nazionale antimafia è un punto in avanti rispetto al sostituto procuratore della Repubblica di Roma. Ho chiesto al Consiglio superiore di ritornare alla Procura della Repubblica di Roma per continuare proprio il processo Maccari, identificato come il quarto uomo di via Montalcini, e poi il processo per l'attentato al Papa. Apro una parentesi: forse uno dei processi più importanti di cui io mi sono interessato alla Procura della Repubblica, dal 1981, dal momento in cui è avvenuto l'attentato in piazza San Pietro, fino al 1985-86, quando c’è stato il processo con la sentenza, è stato proprio il processo per l'attentato al Papa. Nel frattempo, come dicevo prima, ho fatto questi altri processi, fra cui proprio quello di Maccari.
  Perché era importante Maccari ? Perché in quell'attività che io già avevo svolto per quanto riguarda la strage di via Fani e il sequestro e l'omicidio di Moro, era rimasto uno dei buchi neri più importanti e anche più inquietanti. All'epoca, più che parlare dei due a bordo della moto Honda, si parlava del quarto uomo di via Montalcini. Ciò perché il quarto uomo di via Montalcini era colui che veniva indicato come uno dei carcerieri di Moro, cioè uno che era nella prigione di Moro, con tutte le conseguenze che poi se ne traevano. Tra queste, che egli potesse, per esempio, aver amministrato i documenti di Moro, le lettere che non si trovavano. Si sapeva soltanto che in via Montalcini c'erano stati tre terroristi, fra cui Gallinari, a cui si addebitava ingiustamente il fatto di aver ucciso Moro, unico. L'uccisione di Moro veniva attribuita a Gallinari, perché Moretti non aveva ancora preso posizione né aveva detto in un'intervista di essere stato lui e soltanto lui a uccidere Moro. Gallinari soffrì di questa situazione perché ogni volta che faceva un'istanza per ottenere benefici penitenziari gli veniva puntualmente negata, perché era considerato proprio l'uomo che aveva ucciso Moro in quelle modalità che ormai si erano accertate, all'interno della famosa Renault rossa.
  Quindi, il quarto uomo era una cosa estremamente importante che mi fece determinare a ritornare indietro e che determinò anche il Consiglio superiore, per la prima volta nella storia, a revocare la delibera. Il Consiglio superiore ha revocato sempre le proposte di nomina, ma mai le delibere. Una volta che ha deliberato che qualcuno deve andare alla Procura nazionale antimafia non può revocare la delibera e si deve fare un'altra domanda. Ebbene, all'epoca il Consiglio superiore ritenne opportuno e necessario che io ritornassi alla Procura della Repubblica di Roma per continuare le indagini su Maccari ma soprattutto per fare poi il processo per l'attentato al Papa e così via.
  Quando sono tornato, ho trovato che c'erano delle indicazioni su chi poteva essere il quarto uomo di via Montalcini, che coincidevano sempre con quello che io avevo pensato. Basta leggere il testo di Flamigni, per esempio. Si pensava all'inizio Pag. 6che fosse addirittura uno dei servizi segreti, che fosse, chissà, la mente, l'uomo al di sopra di tutti che aveva interrogato Moro, che quindi aveva i documenti e così via. Poi fu però lo stesso Flamigni che, forse non convinto di ciò, riuscì ad andare in carcere a sentire Azzolini, che gli parlò del quarto uomo come uno di loro, ma naturalmente non volle fare il nome. Allora noi, lasciando tutte le supposizioni, i servizi segreti stranieri, italiani e così via, ci concentrammo sulla individuazione di quella persona, che era uno di loro. E chi poteva essere ?
  Noi avevamo intanto accertato che c'era Moretti; avevamo accertato che c'era la Braghetti; avevamo accertato che c'era Gallinari che, ripeto, veniva indicato come colui che aveva ucciso Moro. Per tutti i quindici anni in cui io ho continuato a fare indagini su Moro, mai una parola da parte di Morucci, della Faranda e degli altri che pure dicevano di essersi dissociati o pentiti o che dir si voglia, su Germano Maccari.
  Quindi, possiamo dire che noi siamo rimasti per quindici anni senza sapere chi fosse il quarto uomo perché non avevamo la possibilità di arrivarci attraverso le semplici indagini di polizia giudiziaria e non ci siamo arrivati nemmeno attraverso le famose dichiarazioni di Morucci e della Faranda. Qui saranno venuti a spiegarvi come Morucci e Faranda, per esempio, insieme con gli altri brigatisti, hanno fatto sempre delle dichiarazioni, come si diceva all'epoca, «a rate».
  Morucci addirittura all'inizio aveva detto che in via Fani c'erano soltanto sette persone; lo aveva scritto anche in un memoriale che aveva mandato a Cossiga. Poi improvvisamente escono fuori anche i nomi di Casimirri e di Lojacono. Allora, le persone diventano nove. E ancora noi non siamo convinti che sono soltanto nove e insistiamo. Alla fine Morucci, pur non parlando con noi ma sempre con la stampa – con Panorama, ricordo – disse: «Sì, c'era anche un'altra persona». Un'altra persona che, guarda caso, doveva fare da staffetta. Morucci non aveva indicato quella persona perché il ruolo non era operativo, nel vero senso militare: era Rita Algranati.
  La circostanza venne fuori perché noi parlavamo di una staffetta ben più importante, ben più incidente, cioè la staffetta fatta dalla moto Honda, non da Rita Algranati che per Morucci, secondo una prima versione, andò in via Fani col motorino, poi secondo un'altra versione stava accanto a Moretti con un mazzo di fiori in mano e doveva attraversare la strada nel momento in cui la staffetta vera, quella rappresentata dalla moto Honda, avvisava che Moro stava arrivando e che stava arrivando proprio in via Fani, perché avrebbe potuto prendere anche un'altra strada. Quindi, secondo lui, la funzione della Algranati sarebbe stata semplicemente quella di attraversare la strada, far rallentare la macchina di Moro, permettere a Moretti, che stava lì con la sua macchina, di immettersi in carreggiata davanti alla macchina di Moro, arrivare allo «stop», lì fermarsi e creare il famoso tamponamento di cui si è parlato per anni e che ha determinato poi l'intervento degli uomini armati che stavano...

  PRESIDENTE. E che non c’è stato.

  ANTONIO MARINI, Procuratore generale facente funzioni presso la Corte di appello di Roma. Non c’è stato, ma questo l'ho appreso dalla... che non c’è stato.

  PRESIDENTE. È una notizia nostra.

  ANTONIO MARINI, Procuratore generale facente funzioni presso la Corte di appello di Roma. Io non voglio parlare dell'avocazione, perché io non sono stato né informato dell'avocazione né ho partecipato minimamente a un'indagine, né l'ho vista dopo, ma mi sono limitato soltanto a mandare gli atti al giudice per le indagini preliminari, perché poi era stato fatto quel decreto di archiviazione.
  Quindi, su questo io non so se non quello che ho letto sui giornali.Pag. 7
  È tutto da verificare. Io so quello che ho verificato io, so quello che ho fatto io, so quello che hanno verificato per anni, prima Santiapichi e Abbate come presidente e giudice a latere nel primo processo Moro (primo e primo bis), poi il Moro-ter, poi il Moro-quater, poi il Moro-quinquies. Che adesso si venga a dire che il tamponamento non c’è stato in base a delle fotografie tratte da un film, da Ferrara o altro, non lo so. Comunque, io non ne voglio parlare, perché avevo precisato che non voglio parlare delle cose a cui non ho partecipato e che non ho fatto.

  PRESIDENTE. Io non ho fatto una domanda, ho dato una comunicazione.

  ANTONIO MARINI, Procuratore generale facente funzioni presso la Corte di appello di Roma. Ah, era una comunicazione.
  Il problema è che di questo sparatore alla destra se ne sta parlando da quando c’è stato il primo processo Moro, ma – guarda caso – ci sono stati altri cinque o sei processi e nessuno l'ha mai accertato. Ci sono state due, tre o quattro Commissioni d'inchiesta, ma – guarda caso – nessuno l'ha mai accertato. Questo è il problema, così pure, come dicevo prima, il fatto del tamponamento.
  Comunque, ritorniamo a quello che io ho fatto. Come dicevo, io posso anche rammaricarmi di questa cosa, perché essere stato tenuto fuori da questa inchiesta può creare anche... Ho subìto un'offesa, secondo me, grave, perché oltretutto io avrei potuto fornire un contributo veramente concreto all'inchiesta, se fossi stato informato delle cose. Comunque, non voglio entrare nel merito di questo adesso. Vediamo che cosa decide il giudice per le indagini preliminari sul decreto di archiviazione. In base alla sua decisione noi agiremo di conseguenza.
  Ritorniamo a Maccari, che è molto importante, e a uno degli aspetti più inquietanti della vicenda Moro. Ritorneremo sulla moto Honda, ma intanto parliamo di Moro, tenuto prigioniero per cinquantacinque giorni in via Montalcini, con tutto quello che si è scatenato dopo il sequestro.
  Noi dobbiamo tener presente, come è emerso dai processi, che ci sono due fasi dell'operazione Moro. C’è la prima fase, che riguarda l'ideazione, la programmazione, l'esecuzione della strage di via Fani e il rapimento di Moro. Poi c’è una seconda fase, che forse è stata la più importante e che ha più tormentato, perché si è cominciato a parlare di ostaggio, di trattativa, di liberazione, di salvare la vita di Moro, ed è quella dei cinquantacinque giorni.
  Durante tutti quegli anni, prima che noi individuassimo Maccari, si era detto che Moro, molto probabilmente, era lungo il litorale di Ostia, che sarebbe stato portato vicino al Ghetto, che sarebbe stato in un'altra prigione e via discorrendo.
  Perché ? Perché nessuno dei carcerieri di Moro aveva mai parlato di questo. Non aveva parlato la Braghetti, che non aveva mai voluto fare dichiarazioni, pur essendo stata indicata da Morucci come una delle carceriere di Moro, quella che aveva acquistato l'appartamento, quella che doveva fare la moglie dell'ingegner Altobelli, quella che usciva la mattina e rientrava la sera. Non ne aveva parlato Gallinari, che era l'altro carceriere, il quale era fuggito dal carcere e, quindi, non doveva farsi vedere: non poteva fare il marito della Braghetti e, quindi, non poteva esercitare le funzioni del signor Altobelli, come si era detto per anni. Per quindici anni si era detto che il signor Altobelli fosse Gallinari, ma era appena fuggito dal carcere, era conosciuto ed era inseguito da ordini di cattura. Poteva farsi vedere in via Montalcini dai condomini a zappare l'orto ? Non poteva, assolutamente. Ci voleva per forza un'altra persona. Allora su quella, come dicevo, si è scatenata la fantasia.
  Quell'altra persona noi l'abbiamo individuata: era Germano Maccari, il quale ha commesso un unico errore nella sua attività, quello di aver firmato un documento, Pag. 8il contratto dell'ACEA, in cui ha messo il suo nome e cognome. Un documento che noi per anni non riuscivamo più a trovare, era sparito. Adesso voi dite che era sparito il rullino fotografico, ma per anni sembrava sparito anche quel contratto, eppure ci doveva essere. L'abbiamo chiesto a una commissione, la quale ha detto che non c'era, che non ce l'avevano. L'abbiamo chiesto a un'altra, e non ce l'avevano. La terza ce l'aveva.
  Se io non avessi avuto quel documento, molto probabilmente non saremmo riusciti a far condannare Maccari, perché, nonostante le indagini di polizia giudiziaria e nonostante, finalmente, in seguito, l'avesse accusato anche la Faranda, noi della procura della Repubblica eravamo additati... Io conservo ancora il testo del quotidiano il manifesto in cui si dice che noi stavamo perseguitando un innocente, con la firma di professori di università e di altri. Si diceva che noi, dopo quindici anni, volevamo incastrare, chissà perché, Germano Maccari.
  Finalmente inizia il processo e Germano Maccari si rende conto, insieme col suo difensore, dopo che noi avevamo ritrovato quel documento dell'ACEA, che le cose si stavano mettendo male per lui. Quando poi io mi alzai e chiesi alla Corte di fare una perizia grafica, corsero subito ai ripari dicendo che Maccari voleva fare una confessione. Fu una confessione che quel giorno fu accolta bene da tutti, ma che fu dichiarata strumentale dalla Corte, perché, dopo che ormai noi avevamo raggiunto la prova nei suoi confronti, egli si era determinato a confessare.
  Devo confessare una cosa anch'io. Come pubblico ministero, io ho detto al suo difensore che, se Maccari avesse confessato, io non avrei chiesto la pena dell'ergastolo e, infatti, chiesi trent'anni. La Corte, invece, lo condannò all'ergastolo perché ritenne che quella confessione fosse strumentale, non sincera e pentita. Io ho fatto quel che dovevo come pubblico ministero, perché dovevo uscire dall’impasse che si era creata. Avevamo le dichiarazioni della Faranda, la perizia grafica, le indagini di polizia giudiziaria e si continuava a dire che Maccari era innocente. Allora io ho parlato con il difensore e ho detto: «Qui ormai stiamo finendo il processo». È come quello che dicevamo per quanto riguarda la dissociazione, perché c'era una legge che ci imponeva di fare questo: «Se Maccari si dissocia, se si pente, avrà una riduzione della pena. Se Maccari confessa, sarò io stesso a chiedere...» Confessò e io chiesi trent'anni, che poi la Corte gli ha negato, condannandolo all'ergastolo, ma che gli sono stati dati poi in sede di appello, giustamente, secondo me.
  Vedete come si arriva all'individuazione.
  Perché ho raccontato questo su Maccari, che è diventato importante ? Perché, prima di tutto, abbiamo finalmente accertato che Moro è stato in via Montalcini. Noi avevamo una voce in più ormai rispetto a quella di Morucci e Faranda, i quali venivano accusati di fare delle dichiarazioni errate e di nascondere quello che volevano nascondere, cioè di dire non tutta la verità, ma soltanto la verità che a loro poteva interessare. Avevamo, quindi, una voce, questa volta, che ci veniva dall'interno di via Montalcini.
  Quella voce, però, ancora non bastava. Dovevamo cercare altre voci all'interno e io ho cercato a tutti i costi la voce della Braghetti, perché si era accertato che fungeva da moglie di Maccari, cioè da moglie di Altobelli. Era una delle donne della colonna romana, peraltro, che stava in via Montalcini, ma che non aveva mai voluto parlare.
  Per collegare i due fatti e, quindi, i due aspetti e anche le indagini, io ho approfittato del fatto che in quel momento si stesse parlando della presenza addirittura di un uomo della ’ndrangheta, un certo Antonio Nirta, in via Fani. Ci era giunta da Milano la dichiarazione di un certo Morabito, il quale aveva detto che in via Fani c'era un uomo della ’ndrangheta che aveva partecipato insieme con i brigatisti all'agguato.Pag. 9
  Naturalmente, è stata una notizia che ha fatto scalpore, anche all'interno della compagine brigatista, soprattutto all'interno di coloro che stavano in carcere. Io sono andato in tutte le carceri, tra cui Opera, e sono andato tre volte da Moretti, il quale mi ha sbeffeggiato, naturalmente. Ha detto che io ero un provocatore e mi ha chiesto come mi permettessi di andare a dire che avevano fatto l'operazione Moro insieme a uno della ’ndrangheta, a un certo Antonio Nirta. Sono andato a sentire la Balzerani e tutti coloro che avevano partecipato all'agguato di via Fani, eccetto naturalmente Casimirri, che ormai si era rifugiato all'estero ed eccetto Lojacono, che non ha mai voluto parlare e che stava in Svizzera.
  Li ho provocati e ho detto: «Voi dite così, ma perché non lo venite a dire in aula ? Perché non lo venite a dire davanti a una Corte d'assise composta da giudici popolari, che emettono le sentenze in nome del popolo italiano ? Perché non venite a dire che voi avete agito da soli, che tra voi non c'erano infiltrazioni, che voi siete “illibati” come dite ?» Ho detto questo alla Balzerani, alla Braghetti, allo stesso Moretti, a Bonisoli.
  Purtroppo, non abbiamo avuto l'adesione di tutti a questo mio «richiamo», però abbiamo avuto quella di due persone importantissime, la Balzerani e la Braghetti. La Balzerani, per la prima volta, nel processo del Moro-quater è venuta in un'aula di giustizia e ha raccontato anche la dinamica dell'agguato di via Fani.
  Voi già sapete che la Balzerani viene messa come «cancelletto» inferiore giù in via Stresa, con un mitra in mano. È l'unica donna che partecipa all'agguato di via Fani. Il «cancelletto» superiore, invece, era formato da Casimirri e da Lojacono, che non avevano mai fatto dichiarazioni. La Balzerani è venuta e qui ci sono tutte le sue dichiarazioni, in cui innanzitutto conferma la dinamica dell'agguato, come era stata ormai accertata attraverso le sentenze.
  Parlo delle sentenze, non degli articoli di giornali, ma delle sentenze, perché la sentenza è il frutto di una verifica dibattimentale, che si ha nel contraddittorio delle parti. Non parla soltanto una persona, non parla soltanto il pubblico ministero, non parla soltanto il difensore in un'intervista. Il dibattimento è la formazione della prova nel contraddittorio delle parti. Quella è la prova. Quello è il fatto di cui io voglio parlare. È quello.
  È stato per me un successo portare la Balzerani e anche la Braghetti, perché finalmente la girandola delle prigioni di Moro è cessata, almeno per un momento. Voi sapete poi che le girandole, le giostre purtroppo, ritornano e sono ritornate.
  La Braghetti è venuta a dire (sono qui, se volete vi leggo le dichiarazioni): «Io dichiaro che Moro, dal giorno in cui è stato rapito fino al giorno in cui è stato rilasciato, è stato in via Montalcini». Poi voi dite e accertate tutto quello che volete, ma lei dichiara questo: «Io dichiaro che ero contraria all'uccisione di Moro. Quando è arrivato il giorno, io ho fatto da battistrada a Maccari e a Moretti che trasportavano Moro dentro una cesta», o dentro una cassa. Si parla di una cesta e di una cassa, ma io sono più orientato a dire una cassa, perché la cassa ha avuto un riscontro. La cesta non ha avuto un riscontro. Vi dico perché la cassa ha avuto il riscontro. Si è parlato tanto e ci si è chiesti: «Ma come, avevano la possibilità di uccidere Moro in una stanza, di sparargli, di metterlo in una cassa e di portarlo giù e, invece, lo portano giù in un garage, lo fanno mettere in un portabagagli e da lì i due che dovevano agire insieme, Moretti e Maccari, sparano ?» Anche se Maccari fino all'ultimo ha tentato di negare, poverino. Questo, però, fa parte della difesa. Voleva assolutamente liberarsi dall'ergastolo fino all'ultimo e, invece, gliel'hanno dato ugualmente. Voleva liberarsene dicendo: «Io non ho sparato, ho solo passato l'arma a Moretti». Non ha accettato nemmeno il ruolo di copertura, quello per cui, se tu non riesci a sparare, c’è sempre un secondo che spara per te, come Pag. 10è stato con quel Raimondo Etro di cui parleremo, che poi è stato importante e che abbiamo individuato anch'esso dopo quindici anni. Addirittura non solo aveva partecipato a tutto, ma aveva partecipato anche ad altri attentati, come, per esempio, l'uccisione del povero Palma. Etro in quell'occasione ebbe paura. Dietro di lui c'era Gallinari, che faceva da copertura, lo scansò e sparò alle spalle del povero Palma. Alle spalle: così erano questi soggetti. Sparavano alle spalle, all'uomo indifeso. L'unica operazione che hanno fatto è quella di via Fani. Ecco perché tutti si meravigliano di come abbiano fatto a rischiare, perché in quel caso si rischiava, non ci si trovava di fronte un uomo indifeso come Palma, o come il mio amico Alessandrini, che è stato ucciso mentre accompagnava il figlio a scuola. Questo non l'hanno fatto le Brigate Rosse, ma Prima Linea, il figlio di Donat Cattin, che io poi ho interrogato.
  Questi erano lor signori, come si possono chiamare. Ammazzavano l'indifeso, anzi quelli fra i più indifesi, come del resto è dimostrato da quanto ci hanno detto i dissociati e i pentiti quando facevano le scelte. Non voglio parlare qui di come sia avvenuta la scelta di Moro rispetto a quella di altri perché tanto si sa. Si è detto e ridetto.
  Dicevo che la Braghetti finalmente ci ha fornito una prova, secondo me una prova certa, che Moro sia stato in via Montalcini e che sia uscito da via Montalcini. Secondo me, è uscito anche vivo dall'appartamento di via Montalcini. Perché, che cosa gli hanno detto ? Gli hanno detto che l'avrebbero liberato. Allora perché aspettarsi da Moro l'urlo, perché aspettarsi da Moro la tensione dentro quella cassa, o quella cesta, quando gli si era detto: «Ti stiamo liberando. Ti portiamo giù, perché abbiamo deciso di liberarti» ? Gli hanno dato addirittura le monetine per fare la telefonata. Perché io devo continuare a leggere sui giornali: «Ma come è possibile, ma come possono sperare che Moro non avesse avuto un attimo di... ?». A parte il fatto che Moro non era il tipo, ma poteva accadere che lo facesse in un attimo di tensione estrema.
  Il fatto è che il riscontro – parliamo sempre di prove di dibattimento e di verifica – alla dichiarazione della Braghetti noi ce l'abbiamo, perché, guarda caso, quella mattina, davanti a quel box, con quella bascula mezzo alzata e mezzo no, dove già era stato portato Moro, che ancora non era stato ucciso, passa una professoressa, Graziana Ciccotti.
  La Ciccotti parla con la Braghetti e chiede: «Che sta facendo ?» «Sto aspettando». «Io devo scappare, perché devo andare subito a scuola. Sono in ritardo». Intanto, però, sbircia dentro e vede una macchina diversa da quella che aveva sempre visto, cioè dall'Ami 8 della Braghetti. Era una macchina che poi lei, guarda caso, ha rivisto la sera dopo in televisione, ed era la Renault rossa.
  Che cosa fa questa brava cittadina ? Va dai Carabinieri, dalla Polizia, dal magistrato a raccontare quel che per caso ha visto e che, quindi, si poneva a disposizione ? Voi sapete come sono andate le cose. Ne ha parlato al marito, e il marito ha detto: «Per carità !». Ne ha parlato con Martignetti, e Martignetti ha detto: «Per carità !». Dopo, Martignetti si sente in dovere di dare un bigliettino a Gaspari, che, dopo un po’ di tempo, lo dà al nuovo Ministro dell'interno, Virginio Rognoni.
  Intanto la Braghetti, Moretti e Gallinari stanno sempre lì a via Montalcini, perché l'appartamento viene sgombrato in luglio, quando finalmente la Braghetti si rende conto di essere stata individuata perché viene seguita da un'auto che, purtroppo, non ha una targa normale, come avrebbe dovuto avere, ma una targa di copertura. Pertanto, ai brigatisti basta andare all'ACI per rendersi conto che quell'automobile è della Polizia e che devono entrare in clandestinità. Allora sbaraccano subito tutto, anche se lasciano poi quella traccia che noi abbiamo trovato. Sbaraccano via tutto e vanno via per settimane.
  La Braghetti è stata seguita. Purtroppo, non si è riusciti, non si sa perché, a Pag. 11intervenire per verificare e fermare, e si è arrivati troppo tardi. Sul fatto che Moro sia stato lì, però, non c’è dubbio.
  Io non ho elementi – se voi volete farmi questa domanda o avete in mente di farla – certi e sicuri per accertare il contrario, ossia per accertare che Moro, per esempio, sia stato altrove o che sia stato anche altrove, in un altro posto. Allo stato, fino a prova contraria, io credo a quello che ha detto la Braghetti, perché le sue dichiarazioni hanno trovato conforto – o, come diciamo noi, riscontro – in altre risultanze processuali e, quindi, danno la prova della sua attendibilità.
  Se poi vengono fuori altri accertamenti, allora noi siamo pronti, naturalmente, ad accertare la verità, tutta la verità, anche una verità diversa da quella che è stata già accertata. Questa è stata sempre la nostra tensione. Io e Ionta abbiamo poi sentito Cossiga per sette ore al bunker del Foro Italico per il piano Victor e il piano Mike. Cossiga mi telefonò alle cinque e mezza del mattino, dicendo: «Devo fare delle dichiarazioni». «Presidente, dove vuole che venga ?» «No, vengo io da lei». Allora ho capito che le dichiarazioni non le doveva fare a me, ma le doveva fare coram populo. Infatti, è venuto al bunker del Foro Italico, già pieno di giornalisti, perché stavano venendo fuori il piano Victor e il piano Mike, che erano stati escogitati a seconda che Moro fosse stato liberato oppure no: Victor se fosse stato liberato.
  Poi si dice che l'abbia fatto insieme – non so se Infelisi ve l'ha detto – a lui oppure insieme alla Procura, ma comunque queste sono cose che non riguardano l'attività che io a quell'epoca volevo svolgere. La mia attività di quell'epoca era individuare a tutti i costi i responsabili, naturalmente nel rispetto delle norme della legge. Nessuno doveva rimanere impunito.
  Ancora oggi il mio grande rammarico è che ci sono ancora due persone che, secondo me, restano impunite, quelle a bordo della moto Honda. C’è anche, secondo me, una terza persona ancora impunita, quella che stava a bordo del furgone in cui era stata portata la cassa. Morucci mi vuol far credere, dopo ore e ore di interrogatorio, dopo giorni e anni di interrogatorio, che avevano messo in quel furgone la cassa dove poi hanno messo Moro, lasciando il furgone incustodito. La prova logica in un processo però ha un'importanza. Tu non puoi lasciare incustodito un furgone in cui c’è la cassa e in cui devi mettere l'ostaggio, perché da un momento dall'altro il furgone lo possono rubare. Allora che fai ? Dopo tutto quello che è successo in via Fani, tu arrivi e non trovi il furgone e la cassa ? Ancor di più mi arrabbiavo con lui quando diceva che non c'era. C’è anche la signora Stocco, la quale dice che, quando è arrivato un uomo con la macchina e ha buttato le borse di Moro nel furgone, lei ha visto un altro scendere dal furgone. Eppure di fronte a tutte queste contestazioni... Sono state giornate intere di interrogatorio, mesi, anni. Ogni tanto ritornavamo. Sono processi che si sono fatti nell'arco non di un mese, di due mesi o di un anno, ma nell'arco degli anni.
  Io mi ricordo la Faranda piangente a Piazzale Clodio, perché non voleva fare il nome di Maccari. Ci sono state anche forti tensioni. Noi capivamo benissimo che per loro era una cosa drammatica fare il nome di un compagno che rischiava l'ergastolo, però, a un certo momento, noi li abbiamo posti di fronte a delle responsabilità precise, anche perché stavano usufruendo dei vantaggi che offriva loro la legge. Non dimentichiamo che sono stati in carcere dieci anni, invece dell'ergastolo.
  Noi, a un certo momento, eravamo tesi verso questa verità ad ogni costo, ma dovevamo usare i sistemi della legge, naturalmente. A quelli che non volevano parlare per niente, come Moretti e Gallinari, io mi sono presentato in carcere tante volte, dicendo: «Lei ha la facoltà di non rispondere. Vuole rispondere ?» Rispondevano: «No», e io me ne andavo.
  Quando, invece, volevano collaborare, sia da dissociati... Morucci e la Faranda dicevano sempre: «Noi siamo dissociati – facevano una differenza fra dissociazione e pentitismo, con riferimento al pentito, al collaboratore di giustizia – e, quindi, ti Pag. 12sveliamo il nome. Sei tu che devi scoprire il nome. Capisci ? Sei tu che lo devi scoprire».
  Io poi con Maccari dicevo: «Io l'ho scoperto il nome, ma adesso dammi la conferma, almeno. Io non te l'ho chiesto, l'ho scoperto. Dammi la conferma.» «Perché ?» «Perché ci stanno attaccando da tutte le parti. Oltretutto, stanno dicendo che voi avevate degli infiltrati. Stanno dicendo che in via Fani c'era uno della ’ndrangheta e che in via Montalcini c'era un altro dei servizi segreti. Se voi non dite la verità, allora dovete accettare anche queste cose». Questo li ha spinti, soprattutto le donne, la Balzerani, la Braghetti e la Faranda, più che gli uomini.
  Io mi ricordo la Balzerani. Era una vipera. La spinta fu più l'orgoglio ferito che la pena scontata. Qui abbiamo giocato sulla presunta presenza di Nirta. Che significa che ci abbiamo «giocato», usiamo fra virgolette questa parola ? La presenza di Nirta sarebbe stato un fatto gravissimo. Se si fosse accertato quello che aveva detto Morabito al nostro collega Nobili a Milano, sarebbe stato... Noi, però, non l'abbiamo accertato. Abbiamo indagato, abbiamo forse approfittato di questa situazione per costringere i brigatisti a fare un passo avanti e a dire qualcosa in più di quello che avevano detto, ma non l'abbiamo mai accertato.
  Allo stesso modo, noi non abbiamo mai accertato che a bordo della moto Honda ci fossero due della ’ndrangheta o due dei servizi segreti. Noi ritenevamo, in base a quello che era emerso negli anni – che ci faceva vedere come i brigatisti, cominciando da Morucci e Faranda e dagli altri, volessero salvare i loro compagni – che molto probabilmente a bordo di quella moto Honda ci fossero due loro compagni di cui non volevano fare i nomi.
  Questa è stata una diatriba veramente illimitata, perché dicevano: «Ma scusa, se io ti dico che c'erano due di noi e poi non ti faccio i nomi, non è la stessa cosa ?». Così diceva Morucci. «No, non è la stessa cosa, perché tu non me l'hai detto, per esempio, che c'era uno di voi a fare il quarto uomo di via Montalcini. Perché non me l'hai detto ? Perché adesso devo credere che la moto Honda non c’è ? Allora dovevo credere che il quarto uomo di via Montalcini non c'era. Perché hai scritto al Presidente Cossiga che eravate in sette e non gli hai scritto che eravate in nove ? Perché gli hai taciuto nel tuo memoriale – non in una dichiarazione di tensione durante un interrogatorio, ma proprio a tavolino – e gli hai escluso che ci fossero Casimirri e Lojacono ? E adesso vuoi convincere me che i due a bordo della moto Honda non ci sono, dopo che c’è una sentenza passata in giudicato che afferma che il fatto esiste ?».
  Mi riferivo alla presenza della moto Honda e anche al tentato omicidio nei confronti di Marini. I brigatisti, forse voi già lo sapete, sono stati condannati, oltre che per la strage di via Fani, anche per il tentato omicidio nei confronti di Alessandro Marini. Questa è stata una sentenza passata in giudicato.
  Io dicevo: «Il fatto è stato accertato. Noi, come pubblici ministeri, dobbiamo soltanto individuare chi c'era, gli autori del fatto, in questo caso chi c'era a bordo della moto Honda. Non puoi dire, quindi, che la moto Honda non c’è o che non fa parte della dinamica operativa delle Brigate Rosse, quando io ho tre testimoni che l'hanno vista e soprattutto ho un testimone».
  Tanto per parlare, Morucci diceva: «Forse saranno passati i soliti due.». Poi arriviamo a Peppo e Peppa e a come è venuto fuori il discorso. «Saranno passati, ma non facevano parte certamente dell'organigramma dell'operazione». E io rispondevo: «No, perché c’è un medico che la mattina passa in via Stresa e sta andando in ospedale, che vede due vestiti con la divisa di avieri vicino al bar, con accanto una moto Honda con a cavallo una persona».
  La moto Honda, quindi, non interviene dopo, ad aiutare. Ecco perché è importante se si accerta, naturalmente, che ci fossero persone degli apparati dello Stato a bordo di quella moto, perché allora stava lì per fare l'attentato, non soltanto per coprire, o nel caso in cui si fossero Pag. 13verificati degli imprevisti. È lì la moto Honda. Questo è un fatto fondamentale, che è stato accertato. Non abbiamo alcuna remora nel negare che questo medico si sia sbagliato, tant’è vero che lui è ritornato a dire sempre...
  Morucci ha ricostruito. È incredibile. Se volete sapere come Morucci si è comportato, leggete il processo Moro-ter, come vengono svolti i suoi interrogatori e come risponde alle domande, come lui riesce a dare la risposta affermativa anche se apparentemente è negativa, con una tecnica tutta particolare.
  Morucci ha detto: «Chi erano ?» perché noi ci stavamo avvicinando a due irregolari, come Casimirri e Lojacono. Morucci dice: «Questo medico ha visto; ma erano due soltanto ?» «Sì, due soltanto». «Io non ero sicuramente fra i due». «Perché ?» «Perché io ero andato quel giorno a vedere il furgone e se la cassa stava a posto, perché la cassa l'aveva fatta Maccari».
  Maccari ha svolto un ruolo importantissimo nell'operazione Moro e se la stava cavando, anche a causa di questi due, di Faranda e Morucci, che avevano sempre negato la loro presenza all'interno di questa operazione.
  Maccari è quello che ha fatto la cassa, che porta Moro su, che spara e dà il colpo finale a Moro e così via.
  Morucci dice: «No, io ero andato a vedere la cassa». «Allora chi sono ?», perché con lui c'era Bonisoli. «Allora sono altri due». Allontana così il sospetto, perché intravede già che noi stiamo pensando che si tratti di due della colonna romana e, quindi, di due irregolari.
  Voi sapete che fra i quattro nella colonna romana ce ne sono soltanto due. Gli altri due vengono da fuori, Fiore e Bonisoli. Mi riferisco ai quattro avieri, quelli che poi sparano e uccidono Ricci, Leonardi e la scorta di Moro.

  PRESIDENTE. Siamo prossimi alla sospensione dell'audizione.

  ANTONIO MARINI, Procuratore generale facente funzioni presso la Corte di appello di Roma. Siamo prossimi ? Allora dobbiamo rinviare ?

  PRESIDENTE. Dobbiamo rinviare ad altra seduta. La pregherei, completando la sua esposizione, di rispondere ad alcune domande che riguardano il suo periodo. Pertanto, la prossima volta, quando lei ha finito questa esposizione, le chiedo di entrare nel merito di questi punti che le ho inviato.

  ANTONIO MARINI, Procuratore generale facente funzioni presso la Corte di appello di Roma. D'accordo.

  PRESIDENTE. Noi la ringraziamo.

  MIGUEL GOTOR. La prossima volta ci può portare quel foglio del quotidiano il manifesto ?

  ANTONIO MARINI, Procuratore generale facente funzioni presso la Corte di appello di Roma. Se lo trovo sì.

  MIGUEL GOTOR. Se lo trova, ci facilita il lavoro.

  PRESIDENTE. Ringraziamo il dottor Marini. Appena sapremo l'orario della settimana prossima, ci riconvocheremo in base alle sue disponibilità per il seguito dell'audizione.

Comunicazioni del presidente.

  PRESIDENTE. Comunico che il 2 febbraio scorso è pervenuta dal Consiglio superiore della magistratura l'autorizzazione alla collaborazione a tempo pieno con la Commissione del dottor Gianfranco Donadio. Il successivo 3 febbraio il magistrato ha prestato il prescritto giuramento e ha, quindi, formalmente assunto l'incarico, che sarà svolto secondo gli indirizzi già comunicati nella scorsa riunione dell'Ufficio di Presidenza. Lo scorso 4 febbraio il dottor Donadio ha presentato una Pag. 14prima relazione concernente possibili adempimenti istruttori riguardanti la strage di via Fani.
  Comunico, inoltre, che l'Ufficio di presidenza, integrato dai rappresentanti dei gruppi, nella riunione odierna ha incaricato il dottor Donadio di effettuare due missioni, rispettivamente, a Trieste e a Reggio Calabria, per svolgere attività ricognitiva di documentazione e di risultanze di indagini.
  Sempre nella medesima riunione si è convenuto di acquisire tre note della DIGOS concernenti gli accertamenti espletati in merito alla lettera anonima recante notizie e indicazioni relative all'eccidio di Via Fani, recapitata al quotidiano La Stampa nel novembre 2010.
  In vista delle prossime audizioni, l'Ufficio di presidenza, integrato dai rappresentanti dei gruppi, ha convenuto, inoltre, sull'opportunità di acquisire i seguenti documenti, conservati tra gli atti della Commissione stragi e custoditi presso l'Archivio storico del Senato: la relazione finale della Commissione ministeriale presieduta dall'avvocato Ignazio Caramazza, istituita nel 1996 presso il Ministero dell'interno a seguito del rinvenimento dell'archivio-deposito del Viminale sito in circonvallazione Appia; la perizia del dottor Aldo Giannuli, con elenco allegato, e la perizia della dottoressa Paola Carucci, con elenco allegato, entrambe relative allo stesso archivio-deposito. Come ho già avuto occasione di sottolineare, ci atteniamo alla regola di chiedere soltanto documentazione che ha un collegamento certo, diretto ed evidente con il caso Moro.
  Segnalo, inoltre, che il Presidente del Senato, con lettera del 13 gennaio, ha comunicato di aver autorizzato l'estrazione e la trasmissione di copia di una serie di documenti presenti nell'archivio della Commissione Mitrokhin e ha trasmesso copia di una lettera inviatagli dal direttore del DIS il 31 dicembre 2014 concernente l'istruttoria che il Dipartimento sta svolgendo in merito all'attualità della classificazione originariamente apposta agli atti acquisiti dalla Commissione Mitrokhin.
  Con nota del 20 gennaio, il Sottosegretario Minniti ha trasmesso copia della documentazione che DIS, AISE e AISI hanno versato all'archivio centrale dello Stato in ottemperanza alla cosiddetta. «direttiva Prodi». La documentazione è trasmessa sia in versione integrale, sia nella versione recante alcuni «omissis»; una parte residua di materiale verrà versata all'archivio centrale dello Stato entro febbraio e quindi verrà trasmessa alla Commissione in copia nelle prossime settimane. Segnala, tuttavia, che è stato riscontrato che i DVD contenenti i documenti dell'AISE non sono leggibili. Si richiederà, pertanto, l'invio di una nuova copia.
  Il Sottosegretario ha, altresì, trasmesso copia della lettera inviata il 2 dicembre 2014 dal Presidente del Consiglio a tutti i ministri, con la quale – in accoglimento dell'invito rivolto dalla Commissione – la cosiddetta «direttiva Renzi» in materia di declassificazione della documentazione concernente le stragi viene estesa al caso Moro.
  Sempre in materia di versamento degli atti all'archivio centrale dello Stato, con lettera del 23 gennaio, il Ministro degli affari esteri, onorevole Paolo Gentiloni, informa che le strutture del Ministero stanno integrando le attività a suo tempo intraprese a seguito della cosiddetta «direttiva Prodi».
  Con lettera del 20 gennaio, il Capo della Polizia, prefetto Alessandro Pansa, in risposta alla richiesta di assistenza formulata dalla Commissione con riferimento allo svolgimento di taluni adempimenti istruttori relativi alla strage di via Fani, ha assicurato la massima disponibilità da parte della Polizia scientifica. Colgo l'occasione per ringraziare, anche a nome della Commissione, il Capo della Polizia, la Polizia scientifica e le altre strutture della Polizia di Stato per la collaborazione e la disponibilità che stanno fornendo.
  Il Procuratore generale presso la Corte di appello di Roma, dottor Antonio Marini, con lettera del 21 gennaio ha trasmesso la requisitoria conclusiva delle indagini svolte in seguito alle dichiarazioni Pag. 15rese da Enrico Rossi, con alcuni atti allegati. Il documento è liberamente consultabile.
  Il colonnello Paolo Occhipinti – che collabora con la Commissione in qualità di ufficiale di collegamento con la Guardia di finanza – ha depositato la documentazione da lui acquisita a Firenze il 20 gennaio e l'11 febbraio nell'esecuzione degli adempimenti istruttori concernenti il filone fiorentino dell'inchiesta. Tutta la suddetta documentazione, ad eccezione degli articoli di stampa, è da ritenersi «riservata».
  Con nota del 14 febbraio, pervenuta il successivo 17 febbraio, il Comandante generale dell'Arma dei carabinieri ha comunicato di aver chiesto al Ministro della difesa il benestare per la collaborazione a tempo parziale del tenente colonnello Massimo Giraudo.
  In data 16 febbraio l'Archivio storico della Camera ha trasmesso copia del resoconto (di libera consultazione) della seduta del 13 maggio 1987 della Commissione parlamentare d'inchiesta sui risultati della lotta al terrorismo e sulle cause che hanno impedito l'individuazione dei responsabili delle stragi, costituita nella IX legislatura e presieduta dall'onorevole Gerardo Bianco, relativa all'audizione di Stefano Delle Chiaie.
  Il 17 febbraio la dottoressa Tintisona – ufficiale di collegamento con la Polizia di Stato – ha presentato quattro note, classificate segrete, concernenti, rispettivamente, l'autorizzazione richiesta dalla polizia scientifica per l'esecuzione di alcuni accertamenti sull'Alfetta della scorta di Aldo Moro, la demolizione delle autovetture rinvenute in via Licinio Calvo, alcuni verbali e relazioni relative a dichiarazioni rese da persone presenti in via Fani al momento dell'eccidio, l'acquisizione degli elenchi dei reperti relativi al caso Moro. Con riferimento alla prima delle suddette note, nel corso della riunione odierna l'Ufficio di Presidenza, integrato dai rappresentanti dei gruppi, ha autorizzato la polizia scientifica ad effettuare gli accertamenti riguardanti l'Alfetta della scorta di Aldo Moro.
  In data odierna è pervenuta dall'Archivio storico del Senato copia di un documento della Commissione parlamentare d'inchiesta sul terrorismo in Italia e sulle cause della mancata individuazione dei responsabili delle stragi della X legislatura. Si tratta di otto DVD (di libera consultazione) nei quali sono state riversate altrettante videocassette risalenti all'ottobre del 1990 e relative al covo di via Monte Nevoso.
  Quanto al calendario delle audizioni, segnalo che l'audizione del Ministro della Giustizia, Andrea Orlando, già prevista per lo scorso 21 gennaio, è in fase di nuova programmazione per il mese di marzo, in data e orario ancora da definire.
  Il dottor Giovanni Salvi, che svolse indagini sul rinvenimento nel 1996 dell'archivio-deposito del Ministero dell'interno in circonvallazione Appia, ha dato la propria disponibilità ad intervenire in audizione martedì 24 febbraio, in orario da definire.
  Il Procuratore della Repubblica aggiunto presso il Tribunale di Roma, dottor Franco Ionta, ha assicurato la disponibilità ad intervenire in audizione mercoledì 25 febbraio, alle ore 14.
  Nella giornata di venerdì 6 marzo o di lunedì 9 marzo avrà luogo l'audizione di monsignor Antonio Mennini, nunzio apostolico in Gran Bretagna.
  Sono in corso contatti con il Ministro degli affari esteri, Paolo Gentiloni, per definire la data della sua audizione. Il Ministro ha chiesto di poter attendere il completamento delle operazioni di versamento all'archivio centrale dello Stato dei documenti riguardanti il caso Moro in possesso del Ministero.
  Il senatore Ferdinando Imposimato ha chiesto di programmare la sua audizione successivamente alla decisione del GIP in ordine all'opposizione che, in qualità di legale della signora Maria Fida Moro, ha presentato alla richiesta di archiviazione formulata dalla Procura generale di Roma con riferimento al fascicolo riguardante gli occupanti della moto Honda presente a via Fani al momento della strage.Pag. 16
  Il Procuratore generale della Repubblica presso la Corte d'appello di Firenze, dottor Tindari Baglione, si è dichiarato disponibile ad intervenire in audizione a partire dal mese di marzo.
  Tra marzo e aprile saranno, infine, completate le audizioni dei magistrati che si sono interessati al caso Moro. Si tratta, in particolare, di Francesco Monastero, Ferdinando Pomarici, Gian Carlo Caselli, Armando Spataro, Luca Palamara, Giancarlo Capaldo, Giuseppe Pignatone e Carlo Mastelloni.
  A tali audizioni l'Ufficio di presidenza, integrato dai rappresentanti dei gruppi, nella riunione odierna ha deliberato di aggiungere anche quelle di Niccolò Amato e di Luigi De Ficchy, che pure si occuparono di alcuni filoni dell'inchiesta sul caso Moro.
  Propongo che la Commissione prosegua i lavori in seduta segreta.

  (I lavori proseguono in seduta segreta, indi riprendono in seduta pubblica).

  Dichiaro conclusa la seduta.

  La seduta termina alle 15.50.