TESTI ALLEGATI ALL'ORDINE DEL GIORNO
della seduta n. 800 di Venerdì 19 maggio 2017

 
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INTERPELLANZE URGENTI

A)

   I sottoscritti chiedono di interpellare il Ministro della difesa e il Ministro dell'economia e delle finanze, per sapere – premesso che:
   la situazione legata alla presenza militare in Sardegna appare molto complessa e caratterizzata da numerose situazioni che preoccupano i cittadini e gli amministratori locali;
   un primo punto riguarda i gravi ritardi con i quali vengono pagati ai comuni interessati gli indennizzi per le servitù militari, con la conseguenza di gravi difficoltà per la situazione finanziaria degli stessi comuni;
   la problematica è stata segnalata dai sindaci degli stessi comuni in una lettera pubblicata su vari giornali il 16 marzo 2017 e indirizzata alla Ministra Pinotti, nella quale si legge che sono quasi 15 i milioni di euro arretrati e che l'ultimo pagamento da parte del Governo risale al 2012 e riguarda il quinquennio 2005-2009;
   nella medesima lettera i sindaci chiedono al Governo di provvedere alla revisione dei metodi e dei tempi di pagamento, in particolare, per quel che riguarda questi ultimi, riducendo il periodo di pagamento da cinque anni, come avviene oggi, ad un anno, liberando, inoltre, le risorse ricevute dai comuni come indennizzo dai vincoli patto di stabilità ed evitando così l'assurda situazione che ad oggi impedisce ai comuni stessi di spendere fondi che pure sono in cassa e che restano inutilizzati;
   legato direttamente al tema precedente è quello del necessario adeguamento del giusto indennizzo previsto per comuni sui cui territori risiedono basi militari. È noto, infatti, che i canoni pagati dal Ministero della difesa sono nettamente inferiori a quelli che i comuni stessi potrebbero ricevere da realtà non militari;
   alla questione della presenza militare in Sardegna, inoltre, fa riferimento anche la vicenda della nuova caserma di Pratosardo a Nuoro;
   rispondendo all'interrogazione n. 3-02347, nella quale si chiedeva conferma dell'arrivo di 250 militari della brigata Sassari nella nuova caserma pronta ma ancora non utilizzata, la Ministra Pinotti, nel giugno 2016, assicurava che la caserma stessa «in tempi brevi sarà occupata e sarà occupata da personale delle Forze armate», fugando, almeno in apparenza, il timore di un uso diverso rispetto a quello militare per la citata caserma di Pratosardo;
   si trattava di una risposta confortante ma, purtroppo a quasi un anno da questa assicurazione, nulla si è ancora mosso e la caserma resta ancora inutilizzata, mentre si ripresentano i timori per l'uso della suddetta caserma;
   infine, non può essere trascurata la questione relativa alla crisi occupazionale in atto per la chiusura, o comunque il ridimensionamento della presenza Nato in Sardegna;
   l'interrogazione n. 3-02912, faceva, tra l'altro, riferimento alle preoccupazioni causate dalla decisione dell'Aeronautica tedesca di ritirarsi dalla base di Decimomannu, tra l'altro uno dei comuni firmatari della lettera sopra citata;
   nonostante le ripetute richieste di concreti interventi volti a salvaguardare l'occupazione di coloro che rischiano di perdere il lavoro a Decimomannu, nessuna risposta si è avuta dal Governo;
   da tutto quanto su esposto appare evidente non solo una situazione estremamente preoccupante e grave, ma anche la necessità di ripensare in modo generale la stessa funzione delle basi militari in Sardegna, prendendo atto della necessità di superare la mera funzione di formazione con esercitazioni a fuoco da sostituire in modo prevalente con altri strumenti utili per la ricerca e la tutela dell'ambiente e dei posti di lavoro –:
   quali iniziative di competenza intendano intraprendere i Ministri interpellati, anche in accordo con la regione Sardegna e gli enti locali interessati, per affrontare le gravi questioni sopra esposte, tutte tra loro collegate e che richiedono interventi concreti per dare sollievo ad una situazione generale complessa e che non può durare ancora a lungo.
(2-01802) «Capelli, Dellai».
(16 maggio 2017)

B)

   I sottoscritti chiedono di interpellare il Ministro dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare, il Ministro dell'istruzione, dell'università e della ricerca e il Ministro della salute, per sapere – premesso che:
   in data 9 maggio 2017 a seguito dei prelievi effettuati al Traforo del Gran Sasso, l'Arta ha giudicato l'acqua in uscita non conforme; pertanto il Sian dell'azienda sanitaria locale di Teramo ha disposto l'uso per soli fini igienici. Per poco più di 12 ore, 300 mila cittadini della provincia di Teramo non hanno potuto utilizzare l'acqua dei propri rubinetti;
   si è trattato per i cittadini della provincia di Teramo di un incubo interminabile, scandito da allarmi e corse ai supermercati, con i principali organi amministrativi e politici del teramano e della regione mobilitati;
   alle 13,08 del 9 maggio 2017 il dirigente del Sian (Servizio di igiene degli alimenti e della nutrizione) Maddalena Marconi ha emanato l'ordinanza che dichiara non potabile l'acqua che esce dai rubinetti di 32 comuni e che impone a Ruzzo Reti s.p.a., gestore unico del ciclo integrato delle acque nell'ato teramano n. 5, la «messa a scarico» delle sorgenti a destra e sinistra del Traforo del Gran Sasso;
   alle 17,47 del 9 maggio 2017 Ruzzo Reti s.p.a. invia una nota alla stampa, informando della situazione e allegando l'ordinanza;
   all'1,56 della notte fra il 9 e il 10 maggio 2017 il dirigente del Sian (Servizio di igiene degli alimenti e della nutrizione) Maddalena Marconi firma una nuova ordinanza in cui revoca la disposizione precedente; pertanto l'acqua può essere destinata a uso potabile;
   le analisi vengono ripetute quattro volte per sicurezza a distanza di un'ora, confermando che i «parametri erano tutti nella norma». Per questi motivi viene emessa l'ordinanza all'1,56;
   in seguito ai fatti accaduti la magistratura ha aperto un'inchiesta per reati ambientali;
   i fatti accaduti però hanno un precedente importante: la prima denuncia fu fatta dal Wwf sui problemi dell'acqua del Gran Sasso nel 2002: l'incidente più grave infatti si è verificato il 16 agosto 2002 durante il famoso esperimento Borexino;
   il 28 maggio 2003 la Presidenza del Consiglio dei ministri, all'epoca era Presidente del Consiglio dei ministri Silvio Berlusconi, dispone la nomina del commissario delegato per il superamento della fase emergenziale che sarà di durata ultradecennale;
   gli obiettivi del commissario erano chiari: al primo punto figurava la «messa in sicurezza dei sistemi di captazione dei due acquedotti, per poter consentire la ripresa al più presto possibile all'interno dei laboratori di fisica nucleare degli esperimenti»; occorreva assicurare altresì «la messa in sicurezza dei laboratori» che comprendeva, oltre ai sistemi antincendio, quelli di «rilevazione e di controllo» e, soprattutto, la creazione di «un sistema di raccolta delle acque di percolazione e di scarico che prima finivano nelle fogne senza regimentazione»;
   altro obiettivo che il commissario doveva perseguire era quello della sicurezza delle gallerie autostradali;
   dalla documentazione e dalle descrizioni fornite nel report finale del commissario Balducci la cosa chiara che emerge è che i lavori da 84 milioni di euro servivano ad evitare che le acque, in qualche modo contaminate all'interno del laboratorio, poi, non potessero finire dentro le falde acquifere e dentro l'acquedotto gestito da Ruzzo Reti s.p.a.;
   è da tenere in considerazione che sono state anche apportate modifiche ai progetti definitivi ed effettuate molteplici e costose varianti proprio per migliorare ulteriormente quanto ipotizzato inizialmente prima di mettere mano al «sistema Gran Sasso»;
   il funzionamento dell'ufficio del commissario è costato poco più di 2 milioni di euro, gli studi e le progettazioni sono costate 3,4 milioni di euro e le consulenze oltre un milione di euro;
   per quanto riguarda le somme erogate a enti terzi: a Ruzzo Reti spa sono andati 132.000 euro, a Telecom 609.000 euro e a Strada dei Parchi 3,2 milioni di euro;
   le opere più costose sono quelle per complessivi 22,3 milioni di euro, che hanno riguardato gli interventi di carattere idraulico e ambientale delle gallerie, le opere di drenaggio e l'impermeabilizzazione. L'adeguamento delle reti impiantistiche elettriche è costato oltre 5 milioni di euro; le reti per la ventilazione quasi 10 milioni di euro; la pavimentazione 7 milioni di euro; il sistema antincendio quasi 5 milioni di euro, per un totale di 84 milioni di euro;
   il decreto legislativo 3 aprile 2006, n. 152, all'articolo 94, prevede che, per conservare le caratteristiche qualitative delle acque destinate al consumo umano, le regioni individuino le aree di salvaguardia all'interno dei bacini imbriferi e delle aree di ricarica della falda. Ossia tre zone specifiche:
    a) la zona di tutela assoluta è costituita dall'area adiacente le captazioni o derivazioni; deve avere un'estensione di almeno dieci metri di raggio dal punto di captazione, deve essere adeguatamente protetta e adibita esclusivamente a opere di captazione e infrastrutture di servizio;
    b) la zona di rispetto costituita dalla porzione di territorio circostante la zona di tutela assoluta da sottoporre a vincoli e destinazioni d'uso tali da tutelare qualitativamente e quantitativamente la risorsa idrica captata;
    c) le zone di protezione delimitate dalle regioni per assicurare la protezione del patrimonio idrico; esse individuano e disciplinano, all'interno delle zone di protezione, le seguenti aree: 1) di ricarica della falda; 2) emergenze naturali e artificiali della falda; 3) zone di riserva;
   è gravissimo che dopo tutti questi anni e le ingenti risorse investite accadano fatti del genere che lasciano molte ombre sulla bontà del lavoro svolto dal commissario e sulla tutela effettiva della salute dei cittadini che attingono a tale bacino idrico –:
   se sia stata valutata la compatibilità della captazione di acque ad uso umano dal bacino idrico di cui sopra con l'attività di ricerca dell'Istituto nazionale di fisica nucleare;
   quale sia lo stato dei lavori per assicurare la messa in sicurezza e la conformità dei locali e delle installazioni dei laboratori e per quali motivi, dopo un decennio di commissariamento e 84 milioni di euro spesi, si siano verificate situazioni come quelle descritte in premessa.
(2-01801) «Pellegrino, Marcon».
(15 maggio 2017)

C)

   I sottoscritti chiedono di interpellare il Ministro dell'interno, per sapere – premesso che:
   il comune di Cinto Caomaggiore (Venezia) possiede da tempo tutti i requisiti prescritti dalla legge come richiesto dall'articolo 132, secondo comma, della Costituzione e dall'articolo 46, terzo comma, della legge n. 352 del 1970 per il passaggio di regione, tra i quali:
    a) il doppio quorum favorevole richiesto e raggiunto con il referendum popolare del 26-27 marzo 2006, avete quale quesito «Volete che il territorio del comune di Cinto Caomaggiore sia separato dalla regione Veneto per entrare a far parte integrante della regione Friuli Venezia Giulia?»; tale consultazione ebbe un evidente risultato, con 1.956 elettori su 2.994 aventi diritto (pari al 65,3 per cento) e con 1.790 «sì», pari al 91,5 per cento dei votanti;
    b) il parere favorevole delle regioni interessate per il distacco di Cinto Caomaggiore e per la sua aggregazione ad altra regione. In particolare, il Friuli Venezia Giulia ha ribadito negli ordini del giorno n. 34 del 18 dicembre 2014 e n. 33 del 17 dicembre 2015 il parere favorevole già espresso nel 2006, mentre il Veneto ha approvato, con delibera n. 91 del 28 giugno 2012, una risoluzione finalizzata all'attivazione del consiglio regionale presso il Parlamento per procedere al passaggio di Cinto Caomaggiore alla provincia di Pordenone;
    c) altri benestare accessori sono stati espressi dalle province di Pordenone, Venezia e Udine; si segnala inoltre che con deliberazione del consiglio comunale in carica è stata rinnovata la volontà per il passaggio al Friuli Venezia Giulia attraverso la non adesione alla città metropolitana di Venezia;
   la comunicazione del risultato referendario venne data nella Gazzetta ufficiale n. 93 del 21 aprile 2006, da cui iniziavano a decorrere i sessanta giorni - ex articolo 45, quarto comma, legge n. 352 del 1970 - entro cui il Ministro dell'interno, come «atto dovuto», avrebbe dovuto presentare al Parlamento il disegno di legge ordinario contenente la modifica dei confini delle regioni coinvolte;
   sono trascorsi undici anni da tale espressione popolare non «ratificata» come dovuto da Governo e Parlamento, nonostante la storia degli atti parlamentari volti al passaggio amministrativo di Cinto Caomaggiore sia nutrita come dimostra il seguente elenco:
    a) Atto Senato n. 1145/2006, a firma del senatore Saro, «Distacco del comune di Cinto Caomaggiore dalla regione Veneto e relativa aggregazione alla regione Friuli Venezia Giulia»;
    b) proposta di legge costituzionale n. 2526 presentata alla Camera dei deputati dall'allora Ministro dell'interno Amato il 17 aprile 2007;
    c) Atto Senato n. 758/2008, a firma del senatore Saro, il cui esame in Commissione affari costituzionali al Senato è iniziato a luglio 2012;
    d) Atto Camera 2331, presentato il 29 aprile 2014 a firma Zanin e Moretto, «Distacco del comune di Cinto Caomaggiore dalla regione Veneto e sua aggregazione alla regione Friuli Venezia Giulia, ai sensi dell'articolo 132, secondo comma, della Costituzione»;
    e) Atto Senato 2278, a firma del senatore Pegorer, presentato in data 9 marzo 2016;
   è perciò evidente, tra l'altro, la volontà del Governo e del Parlamento di dare corso ai diritti dei cittadini come previsto dalle leggi, come avvenuto nella XVI legislatura con la legge n. 117 del 2009 relativa al passaggio di regione dalle Marche all'Emilia-Romagna dei sette comuni della Valmarecchia e come attestato anche nel corso della XVII legislatura dall'esame in corso della proposta di legge n. 1202 e abbinata – Distacco dei comuni di Montecopiolo e Sassofeltrio dalla regione Marche e loro aggregazione alla regione Emilia-Romagna, nell'ambito della provincia di Rimini, ai sensi dell'articolo 132, secondo comma, della Costituzione: è dunque sottesa in tali atti, oltre all'importante ritardo, la possibile discriminazione dei cittadini italiani di Cinto Caomaggiore che hanno conseguito in precedenza tale diritto;
   la disciplina per i passaggi di regione prevede la sola legge ordinaria, dal momento che l'articolo 132, secondo comma, della Costituzione, utilizzando le parole «legge della Repubblica», non distingue le regioni ordinarie da quelle speciali, ma detta una comune disciplina come ribadito nella sentenza della Corte costituzionale n. 66 del 2007, in cui si afferma l'applicabilità a tutte le autonomie regionali sia ordinarie che differenziate. Inoltre, nella sentenza n. 246 del 2010, la Corte costituzionale ha asserito che «La norma costituzionale infatti, l'unica che possa porre dei vincoli di carattere procedimentale all'operato degli organi legislativi, non prescrive che, esauritasi la prima delle due fasi in cui si articola lo speciale procedimento di cui all'articolo 132, secondo comma, della Costituzione (cioè quella avente ad oggetto la consultazione referendaria e l'espressione del parere dei Consigli regionali interessati), la seconda fase (quella cioè che ha inizio con la presentazione del disegno di legge) si svolga secondo forme sostanzialmente diverse rispetto a quelle legislative ordinarie» –:
   se non si ritenga necessario, per quanto di competenza, dare corso con urgenza a tutte le procedure per il completamento del passaggio amministrativo del comune di Cinto Caomaggiore dalla regione Veneto alla regione Friuli Venezia Giulia, nel rispetto della volontà popolare dei cittadini espressa chiaramente con il referendum del 26-27 marzo 2006.
(2-01799)
«Zanin, Senaldi, Salvatore Piccolo, Paolo Rossi, Nicoletti, Prina, Piccione, Falcone, Paola Boldrini, Bergonzi, Terrosi, Venittelli, Pinna, Tinagli, Patriarca, Gitti, Pelillo, Moretto, Impegno, Cova, Becattini, Brandolin, Taranto, Bazoli, Ferrari, Di Lello, Fusilli, Mariani, Fragomeli, Dallai, Berlinghieri, Antezza».
(11 maggio 2017)

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