TESTI ALLEGATI ALL'ORDINE DEL GIORNO
della seduta n. 41 di Martedì 11 settembre 2018

 
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MOZIONI CONCERNENTI INIZIATIVE VOLTE A FAVORIRE IL RIENTRO DELLE IMPRESE ITALIANE CHE HANNO DELOCALIZZATO LA PRODUZIONE ALL'ESTERO

   La Camera,

   premesso che:

    negli ultimi anni è in crescita e si è imposto all'attenzione degli operatori economici e degli attori politici il fenomeno del ritorno in Italia e nei principali Paesi industrializzati, a livello europeo ed internazionale, di imprese che avevano precedentemente delocalizzato i propri asset organizzativi ed industriali. Il fenomeno è definito dagli studiosi «(back) reshoring», contrapposto alla delocalizzazione (offshoring), e consiste in «una strategia compresa – deliberata e volontaria – orientata alla rilocalizzazione domestica (parziale o totale) di attività svolte all'estero (direttamente o presso fornitori) per fronteggiare la domanda locale, regionale o globale» (gruppo di ricerca inter-Ateneo Uni-Club MoRe Reshoring che raggruppa le Università dell'Aquila, Catania, Udine, Bologna e Reggio Emilia);

    il medesimo gruppo di ricerca ha evidenziato che dal 2000 al 2015, su oltre 700 casi di reshoring osservati, 121 casi riguardano l'Italia, che risulta essere, a quella data, il primo Paese europeo e il secondo al mondo per decisioni di rientro di aziende nel territorio nazionale, dopo gli Stati Uniti, anche se il fenomeno, cresciuto costantemente fino al 2013, si è poi stabilizzato a partire dal 2014;

    la maggior parte delle aziende italiane, che ha fatto rientrare la propria produzione, negli anni passati aveva delocalizzato principalmente in Asia o in Cina (63 per cento). Inoltre, i settori industriali che hanno fatto registrare il numero più alto di casi di reshoring sono quelli del tessile-abbigliamento (24 per cento), della pelletteria (17,4 per cento), dell'elettronica (12,4 per cento) e della fabbricazione di macchine elettriche (12,4 per cento). Il grado di concentrazione dei rientri suddivisi per settore economico (secondo la classificazione statistica delle attività economiche nell'Unione europea o codice Nace) in Italia è assai elevato (66,1 per cento nei primi quattro settori), mentre per il resto dell'Europa e gli Stati Uniti è inferiore al 50 per cento. Tale evidenza può in parte spiegarsi con la maggiore specializzazione produttiva del nostro Paese, dato che oltre il 41,4 per cento del totale delle decisioni è in realtà rappresentato dalla sola filiera del fashion (abbigliamento e lavorazione pelli, codici Nace 14 e 15);

    un ulteriore elemento utile per la caratterizzazione geografica delle decisioni di reshoring riguarda le motivazioni che hanno spinto le imprese a questa decisione. Nella banca dati realizzata dal gruppo di ricerca Uni-Club MoRe reshoring sono state censite 35 differenti motivazioni. Per quanto concerne l'Italia, la motivazione in assoluto più rilevante è quella dell'effetto «made in», indicato dal 34,7 per cento delle imprese rientrate. Questo dato evidenzia un divario con il Nord America (il made in Usa è indicato dal 21 per cento delle imprese rientrate) e una distanza significativa con il resto d'Europa dove il «made in» è indicato solo dal 5,1 per cento delle imprese rientrate (tuttavia l'aggregazione «resto d'Europa» falsa il dato). Seguono come motivazioni il «miglioramento dei rapporti col cliente» e la «scarsa qualità delle produzioni de localizzate». È interessante notare che le motivazioni di maggior peso indicate dagli attori italiani hanno tutte a che fare con il rapporto con il cliente, risultato questo che diverge da quello delle imprese nordamericane, per le quali la motivazione principale è legata, almeno fino all'avvento dell'Amministrazione Trump, ai costi logistici;

    la non omogeneità delle caratteristiche delle decisioni di reshoring manifatturiero implementate dalle imprese italiane rispetto a quelle europee e nordamericane appare foriera di interessanti implicazioni sia per i policy maker che per i manager. Per i primi, si rende necessaria una profonda riflessione circa gli strumenti di politica industriale più idonei per favorire il rimpatrio delle produzioni nel nostro Paese. Peraltro, il dato scientifico che più rileva ai fini del presente atto di indirizzo, consiste nel fatto che la motivazione «incentivi al rimpatrio» è quasi totalmente assente per gli imprenditori italiani rientrati (0,8 per cento), mentre invece è significativamente presente in Usa e in alcuni Paesi europei;

    per quanto riguarda gli Usa, il fenomeno di reshoring è stato oggetto di specifici interventi legislativi, in particolare tramite inclusione nel Blue-print dell'Amministrazione Obama (The White House, 2012), che ha avviato una politica industriale basata sul back to manufacturing, non a caso teorizzato ad Harvard, e alla Reshoring Initiative di Harry Moser (www.reshorenow.org). L'Amministrazione Trump sta utilizzando, in maniera secca ed istantanea, la leva fiscale (i tagli delle aliquote aziendali dal 35 al 21 per cento), affiancata da incentivi al rimpatrio dall'estero di capitali fino a 2.600 miliardi di dollari e da una moral suasion che sconfina quasi nella minaccia. A cagione di ciò nella lista delle imprese intenzionate a tornare ad investire negli Stati Uniti si trovano sia l'America del 1900 sia l'America del 2000: AT&T, Apple, la FCA (un miliardo di dollari in più sulla fabbrica di Warren in Michigan), General Motors e persino aziende straniere come Toyota-Mazda o la cinese Alibaba. Le stime provvisorie degli investimenti annunciati dalle sole multinazionali superano i 70 miliardi di dollari. Gli studi dimostrano il grande potenziale che gli Usa sembrano avere in termini di opportunità di rientro. Basti pensare che dal 2000 al 2017 gli occupati del settore industriale sono scesi da 18,5 milioni a 13,4 milioni. Quanto alle motivazioni, dagli studi emerge che per le imprese americane è prioritaria l'esigenza di assicurare adeguati standard di qualità, mentre a livello di motivazioni aggregate i fattori di costo (del lavoro, di trasporto e totale) sono quelli prominenti. Non si dispone di dati riguardo la motivazione «incentivi al rimpatrio» per l'Amministrazione Trump, ma essa era già al 13,7 per cento con l'Amministrazione Obama;

    in Gran Bretagna (o meglio, nel Regno Unito) la politica di reshoring è stata avviata dall'Amministrazione Cameron dopo l'annuncio fatto al World Economic Forum di Davos nel gennaio 2014. L'obiettivo resta quello di creare 200.000 posti di lavoro nei settori tessile, elettronica e macchinari, con un incremento del prodotto interno lordo da 6 a 12 miliardi di sterline. A partire dal 2014 UK Trade & Investment (UKTIwww.ukyi.gov.uk/investintintheuk) ha unito le forze con il Manufacturing Advisory Service (MAS) per il lancio di Reshore UK – Government advisor Service for a welcoming economy. Sin dal 2011 UK Trade & Investment ha individuato 1.500 produzioni manifatturiere che potenzialmente sarebbero potute tornare nel Regno Unito e un sondaggio del Manufacturing Advisory Service ha evidenziato come le aziende chiedessero in primis la riduzione dei costi per spostare la produzione nel Regno Unito. Le altre principali motivazioni riguardavano la qualità dei prodotti e la riduzione dei tempi di consegna. Di conseguenza, sono stati adottati strumenti di semplificazione legislativa, di flessibilità del mercato del lavoro, di riduzione della tassazione su lavoratori e imprese, di esenzione fiscale per i dividendi realizzati all'estero dalle imprese residenti e di fornitura di energia a basso costo. Manufacturing Advisory Service supporta le imprese che intendono tornare con la consulenza su incentivi ed agevolazioni, con strumenti di supporto per l'approdo sui mercati, con interventi di coordinamento tra imprese rientranti e fornitori locali (supply chains), con la consulenza per la definizione di strategie a breve e lungo termine. Infine, il Dipartimento governativo UK Trade & Investment (una sorta di equivalente di Sace e Simest in Italia), oltre a supportare le imprese del Regno Unito all'estero, si occupa anche di reshoring e degli investimenti di imprese estere nel Regno Unito. I risultati sono che tra il 2014 e il 2017 un sesto delle 300 imprese associate in EEF – The Manufacturers Organisation ha riportato le attività produttive nel Regno Unito, nonostante la «Brexit»;

    la Francia ha una lunga tradizione nell'assistenza attiva agli investitori. Gli obiettivi del Governo sono la creazione di un milione di posti di lavoro nel prossimo decennio per reshoring, rilanciando il «made in» (Origine France Garantie) e ri-orientando la competitività del Paese. La Francia dispone già della migliore detrazione fiscale in Europa per ricerca e innovazione e di un regime fiscale attraente per società finanziarie e per sedi centrali (headquarter) di grandi imprese. Nell'ambito della legge finanziaria 2018 la Francia ha deliberato specifici interventi per l'attrazione delle scelte di rilocalizzazione dei servizi assicurativi e finanziari. L'agenzia AFII (Invest in France agencywww.invest-in-france.org) è collegata con una pluralità capillare di agenzie di promozione e sviluppo a livello regionale, metropolitano e aggregazioni di vario genere (communautè). Tramite il sito «Colbert 2.0» fornisce un piano di azione per la rilocalizzazione, oltre a strumenti di sostegno finanziario e contatti con le realtà locali. Esiste un fondo di rivitalizzazione (Fond de revitalization) per favorire la rilocalizzazione in aree industriali dismesse. La Pipame è un pool interdipartimentale che si occupa di far luce sull'evoluzione dei principali attori e settori economici in un periodo di 5-10 anni, coinvolgendo fortemente gli attori socio-economici;

    in Italia, a livello regionale, si registrano diverse esperienze:

     a) in Piemonte è stato sperimentato il «contratto di insediamento» (legge regionale n. 34 del 2004), dotato di 25,5 milioni di euro e consistente nel favorire l'approdo in Piemonte di investimenti diretti esteri, volti a creare nuovi posti di lavoro, a sviluppare l'indotto e le filiere di fornitura, ad agire da volano per il consolidamento del tessuto imprenditoriale locale. Nel giugno 2017 la regione ha istituito un fondo di attrazione dotato di 33 milioni del POR FESR 2014/2020 e destinato alle piccole e medie imprese non ancora attive e a quelle che hanno delocalizzato la produzione all'estero ma che intendono reinsediarsi, nonché ad aziende già presenti sul territorio regionale che realizzano un nuovo investimento, funzionalmente diverso da quello esistente. È prevista la copertura a tasso zero per ogni progetto fino al 70 per cento della spesa ammissibile, in concorso con finanziamento bancario per la restante quota. Quanto ai risvolti occupazionali sarà possibile ottenere fino a 20.000 euro per ogni nuovo addetto assunto. Esempi di interventi ammissibili riguardano la realizzazione di nuovi impianti, centri direzionali, centri di ricerca e i relativi progetti collegati;

     b) in Lombardia dal 2016 sono operativi gli accordi per l'attrattività – AttrACT, destinati all'attrazione degli investimenti per la crescita dell'economia lombarda. L'iniziativa è rivolta a selezionare 70 comuni lombardi che individueranno opportunità insediative rispetto alle quali assumeranno impegni in termini di semplificazione, incentivazione economica e fiscale. I contributi, a fondo perduto, sono erogati ai comuni nella misura dell'80 per cento delle spese effettivamente sostenute per la realizzazione dei singoli interventi ammessi a finanziamento, nel limite di 100.000 euro per comune;

     c) la regione Emilia-Romagna ha promosso una «Strategia regionale di innovazione per la specializzazione intelligente» (in coerenza con la «Smart Specialization Strategy» della programmazione 2014-2020 della Commissione europea). Tale strategia ha trovato riscontro a livello legislativo nella legge regionale n. 14 del 2014 che – oltre a incentivare l'afflusso di investimenti nazionali e esteri – promuove misure di contrasto delle delocalizzazioni produttive, tra l'altro proponendo alle imprese straniere ed a quelle italiane «di ritorno» la sottoscrizione di un «contratto di localizzazione e sviluppo». Tra gli interventi pro-reshoring sono innanzitutto da ricordare – data la forte rilevanza del comparto fashion e del driver «effetto made in» – gli investimenti che favoriscono il permanere del capitale umano costituito da saperi artigianali tipici di questi business. L'Emilia-Romagna adotta prescrizioni specifiche per non danneggiare le imprese che non hanno delocalizzato;

     d) in Puglia e Veneto è stato adottato il «progetto reshoring» portato avanti dal 2015 da Sistema moda Italia in collaborazione col Ministero dello sviluppo economico, per spingere il reshoring nei distretti di Puglia e Veneto, anche attraverso misure governative e regionali che riducessero il gap di costo tra il «made in Italy» e l’«out of Italy», anch'esso finanziato con risorse comunitarie. Il progetto intende promuovere interventi di assistenza alle imprese e di riqualificazione e formazione del personale attraverso la costituzione di un'accademia. Dal 2008 al 2014 il sistema moda italiano ha perso 97.000 addetti e 8.000 imprese, con un fatturato che è passato da 54,7 a 52,3 miliardi di euro. Le imprese hanno delocalizzato prima in Cina, poi Turchia, Nord Africa ed Est Europa che consentono di avvicinare la produzione all'Italia e ridurre i costi di trasporto. Anche perché il fattore time-to-market sta diventando sempre più determinante per le aziende. Tuttavia dalle rilevazioni di Sistema moda Italia risulta che l'89 per cento delle aziende italiane osservate, se ci fossero le condizioni giuste, sarebbe disponibile a fare rientrare le produzioni in Italia;

     e) nelle Marche grazie all'accordo-quadro firmato nel gennaio 2016 tra Confindustria Marche e Banca Monte dei Paschi di Siena, con l'avallo dell'assessorato regionale all'industria, è stato messo a disposizione un plafond di 200 milioni di euro per riportare in regione le produzioni delocalizzate all'estero e corroborare i primi sintomi di ripresa per occupazione e prodotto interno lordo emersi sul finire del 2015. L'accordo è stato «replicato» anche in Umbria, nonché da tre associazioni Confindustriali venete (Confindustria Padova; Confindustria Vicenza; Unindustria Treviso);

     f) in Abruzzo, la regione ha inserito la decisione di effettuare strategie di rilocalizzazione delle attività produttive tra i criteri abilitanti all'iscrizione delle imprese alla Carta di Pescara, un documento programmatorio che recepisce gli indirizzi delle politiche europee sul tema della sostenibilità ambientale applicata all'industria, approvato con delibera di giunta 21 luglio 2016, n. 502. Tramite l'adesione alla Carta le imprese che perseguono decisioni, atte ad incrementare la sostenibilità ambientale, sociale ed economica, accedono a incentivi specifici;

    le politiche poste in essere dal Governo nel quinquennio 2013-2018 per favorire le imprese italiane o l'insediamento produttivo sul territorio nazionale si sono concentrate sul contrasto alla delocalizzazione, sul sostegno alle imprese, ivi compreso il sostegno all'internazionalizzazione, sulla promozione del made in Italy e sull'attrazione degli investimenti in Italia. Di rilievo, anche se non ha ancora esplicato appieno la sua potenzialità, sono gli effetti sul reshoring che sta avendo e potrà avere piano Industria 4.0, avviato con la legge di bilancio per il 2017;

    quanto alla delocalizzazione, il comma 60 dell'articolo 1 della legge di stabilità per il 2014 ha disposto che le imprese operanti nel territorio nazionale che abbiano beneficiato di contributi pubblici in conto capitale, qualora delocalizzino la propria produzione dal sito incentivato a uno Stato non appartenente all'Unione europea, con conseguente riduzione del personale di almeno il 50 per cento, decadono dal beneficio stesso e hanno l'obbligo di restituire i contributi in conto capitale ricevuti. Diverse regioni hanno ripreso la norma con riferimento ai contributi regionali. Inoltre, nella riunione del 28 febbraio 2018 il Cipe ha approvato ulteriori assegnazioni di risorse finanziarie a valere sul Fondo per lo sviluppo e la coesione (Fsc) 2014-2020, creando il Fondo per la reindustrializzazione, dotato di 200 milioni di euro, con la finalità di contrastare le delocalizzazioni e l'obiettivo di sostenere gli investimenti e l'occupazione di complessi industriali manifatturieri, di rilevanti dimensioni, con particolare riferimento a quelli che fanno parte di multinazionali, caratterizzati da una situazione di crisi. Il Fondo opererà, tramite la società di gestione del risparmio di Invitalia, a condizioni di mercato mediante acquisizione di partecipazioni azionarie, di rami di azienda, finanziamento di asset materiali e immateriali. Altri 850 milioni di euro sono stati appostati per gestire i processi di reindustrializzazione. Si tratta di appostazioni non perfettamente definite, che devono essere pertanto opportunamente orientate dal Governo che sarà in carica nel 2018;

    quanto alle politiche di sostegno all'internazionalizzazione, esse sono gestite da un insieme di Ministeri e di agenzie tecniche specializzate nei diversi tipi di intervento, che operano all'interno della cabina di regia per l'Italia internazionale, nella quale vengono elaborate le strategie programmatiche, attraverso un processo di consultazione delle organizzazioni imprenditoriali e di coordinamento tra i diversi soggetti. Per sostenere l'internazionalizzazione delle imprese italiane è stato poi adottato il piano di promozione straordinaria del made in Italy e per l'attrazione degli investimenti in Italia (decreto-legge n. 133 del 2014). Il piano, inizialmente previsto per il triennio 2015-2017, è finalizzato ad ampliare il numero delle imprese, in particolare piccole e medie imprese che operano nel mercato globale, ad espandere le quote italiane del commercio internazionale, a valorizzare l'immagine del made in Italy nel mondo e a sostenere le iniziative di attrazione degli investimenti esteri in Italia. Per tale piano, la legge di stabilità per il 2015 ha inizialmente stanziato complessivi 130 milioni di euro per il 2015, 50 milioni per il 2016 e 40 milioni per il 2017. Le risorse sono state successivamente implementate con 110 milioni di euro per l'anno 2017, nonché dalla legge di bilancio di quest'anno con 130 milioni per il 2018 e 50 milioni per ciascuno degli anni 2019-2020;

    negli anni 2013-2018 gli interventi adottati a sostegno delle imprese sono stati prevalentemente orientati alla ripresa degli investimenti e allo sviluppo della produttività del sistema imprenditoriale o a garantire la funzionalità degli strumenti di accesso al credito, in particolare attraverso il fondo di garanzia per le piccole e medie imprese, oggetto di riforma e di rifinanziamento. La legge di bilancio per il 2018 ha disposto inoltre il rifinanziamento (330 milioni di euro nel periodo 2018-2023) della cosiddetta «nuova Sabatini», misura di sostegno volta alla concessione alle micro, piccole e medie imprese di finanziamenti agevolati per investimenti in nuovi macchinari, impianti e attrezzature, compresi i cosiddetti investimenti «Industria 4.0»;

    la riduzione del carico fiscale sull'attività d'impresa, in particolare quella orientata alla ricerca, all'innovazione tecnologica e alla digitalizzazione dei processi, ha visto un suo programma organico di sviluppo con il piano Industria 4.0, avviato a partire dalla legge di bilancio per il 2017, che ha assunto poi la denominazione «piano nazionale Impresa 4.0» nell'ottica di includere tra i destinatari non più soltanto il settore manifatturiero, ma anche agli altri settori dell'economia. Industria 4.0 identifica un'organizzazione dei processi produttivi basata sull'automazione e sulla digitalizzazione di tutte le fasi degli stessi: un modello di «smart factory» (fabbrica intelligente) nel quale l'utilizzo delle tecnologie digitali permette di monitorare i processi fisici e assumere decisioni decentralizzate, che generano fruttuose sinergie tra produzione e servizi, orientate alla gestione efficiente delle risorse, alla flessibilità, alla produttività e alla competitività del prodotto;

    sono di rilievo, per le finalità del presente atto di indirizzo, il finanziamento previsto dal piano di un credito d'imposta per le spese di formazione 4.0 del personale dipendente nel settore delle tecnologie previste dal piano nazionale Impresa 4.0, dotato di 250 milioni di euro, nonché le risorse destinate al rafforzamento delle competenze digitali degli istituti tecnici superiori (10 milioni di euro nel 2018, 35 milioni nel 2019, 50 milioni nel 2020 e 35 milioni a decorrere dal 2021). Tuttavia, va chiarito che il credito per la formazione 4.0 è limitato al solo 2018 e divenuto operativo solo nel mese di luglio 2018 (decreto del Ministero dello sviluppo economico e del Ministro dell'economia e delle finanze del 4 maggio 2018, Gazzetta ufficiale n. 143 del 22 giugno 2018);

    il piano nazionale Impresa 4.0 è dotato di 9,8 miliardi di euro per il periodo 2018-2028 (di cui 7,8 per iperammortamento e superammortamento), tuttavia la gran parte delle risorse sono destinate a misure che si esauriscono tra il 2018 e 2019 con effetti di cassa negli anni successivi. Le associazioni imprenditoriali hanno fatto presente che la legge di bilancio per il 2019, in considerazione delle elevate richieste di accesso, dovrebbe rifinanziare sia iperammortamento che superammortamento, se non si vuole rischiare una frenata degli investimenti all'inizio del 2019, nonché la «nuova Sabatini» per 500 milioni di euro e il fondo di garanzia per le piccole e medie imprese per ulteriori 500 milioni. Inoltre, si dovrebbe rendere permanente il credito per la formazione 4.0;

    nel documento di Verona redatto al termine delle assise generali di Confindustria il 6 febbraio 2018, si rileva che la metà delle imprese industriali ha utilizzato il superammortamento per i beni strumentali, mentre una su tre ha beneficiato dell'iperammortamento per i beni digitali. Le misure messe in campo tra Industria 4.0 e «nuova Sabatini» hanno favorito investimenti fissi lordi per 80 miliardi di euro, di questi il 53 per cento sulla meccanica, ma l'impatto sulla manifattura è stato generale. In forte crescita le start up (+11,3 per cento). Tuttavia si rileva che la quota di imprese manifatturiere attive nell'esportazione è solo il 23 per cento del totale (rispetto al 34 per cento della Germania) e che ancora un 60 per cento di imprese attendono di fare il salto di qualità sui mercati internazionali. Pertanto il documento rileva quindi che occorre stabilizzare le misure del «Piano nazionale Impresa 4.0», ampliandone la portata nel senso di prevedere:

     a) l'accesso semplificato ad una serie di agevolazioni per le imprese che cambiano il proprio modello di business in chiave 4.0;

     b) l'accelerazione del piano banda ultralarga, avviando la diffusione della fibra ottica anche nelle «aree grigie» a più alta densità industriale;

     c) un apprendistato riservato ai giovani assunti da imprese impegnate nella conversione digitale (i profili tecnici di difficile reperibilità sono tra i 60.000 e i 70.000), nel quadro di una filiera formativa che parte dall'alternanza scuola lavoro nella quale sono azzerati gli oneri fiscali e contributivi;

     d) la trasformazione degli istituti tecnici superiori (che hanno già un indice di occupabilità dell'80 per cento) in «smart academy», adeguando la loro offerta formativa alle possibilità offerte delle nuove tecnologie;

     e) la trasformazione 4.0 della pubblica amministrazione mediante l'avvio di un processo di semplificazione burocratica ed un cambio generazionale negli uffici pubblici, che preveda l'assunzione di giovani specialisti in informatica ed ingegneria;

     f) la riduzione del costo dell'energia, in considerazione del fatto che il gap tra Italia e media dell'Unione europea è del 25 per cento;

    se si insiste in particolare sulla trasformazione 4.0 dell'economia italiana è perché i motivi che hanno portato al ritorno in patria di un numero significativo di produzioni sono oggi amplificati esponenzialmente dall'avvento della fabbrica 4.0. Il consumatore odierno, sempre più «consum-attore» che interagisce con la produzione, richiede un prodotto su misura, di alta qualità e con consegna immediata. Ciò impone lavorazioni di prossimità, con flessibilità estrema e lotti minimi. Sono sempre dinamiche competitive complesse a determinare le decisioni di localizzare le lavorazioni dentro o fuori i confini, più che le politiche protezionistiche e le incertezze geopolitiche mondiali. Saranno le esigenze della produzione 4.0 a dare una forte accelerazione al fenomeno reshoring nei prossimi anni;

    tra gli esperti di settore si sta affermando l'assioma che «il “cloud” rottama la delocalizzazione». Lo stesso vale per l'introduzione dei robot. I processi digitali rendono meno conveniente trasferire funzioni all'estero. Col rientro di alcune attività nasceranno nel nostro Paese posti di lavoro per chi sviluppa ed amministra software intelligenti. In realtà il 4.0 non è solo una questione di ammodernamento dell'azienda. È pervasivo e supera i confini dell'impresa: da internet delle cose si passa a «internet del tutto». Un'azienda non è fatta solo di macchine che devono essere connesse. È fatta soprattutto di persone, di processi di business, di contatti e di servizi. Un sistema complesso che deve essere connesso in maniera fluida, orizzontale e pervasiva, attraverso una condivisione consapevole delle informazioni. Il corretto uso dei dati e delle informazioni può diventare un fattore differenziale di competitività. Dalla delocalizzazione si passa al reshoring 4.0. Le tecnologie digitali hanno sostanzialmente un costo omogeneo in tutto il mondo. La loro adozione può consentire alle imprese italiane di ridurre lo svantaggio competitivo;

    tuttavia occorre tener conto che i posti di lavoro che ritornano sono diversi da quelli persi in precedenza: le passate decisioni di delocalizzazione hanno portato alla riduzione di occupati manuali, ma le attuali scelte di reshoring, fatta eccezione per i saperi artigianali tipici del fashion, creano spesso posti ad elevato contenuto tecnico-tecnologico. Va evidenziato che bisogna anche ricostruire un'idea non negativa del lavoro in fabbrica: i posti che si creano con Industria 4.0 sono ad altissimo livello di tecnologia e nulla hanno a che vedere con l'operatore alla catena di montaggio di fordiana memoria. Ovviamente tutto questo impone anche un ripensamento della formazione – professionale ed universitaria – ed un rilancio della cultura industriale delle nuove generazioni. Ecco perché si ritiene basilare insistere sul tema «formazione 4.0», sull'apprendistato e sulla trasformazione degli istituti tecnici superiori in «smart academy»;

    nel 2016, peraltro, è stato sottoscritto il primo contratto collettivo nazionale di lavoro in cui si fa esplicito riferimento al reshoring manifatturiero. Si tratta dell'accordo tra Confapi Federtessile e le sigle sindacali Ugl, Cisl, Uil e Cgil. In tale accordo specifica attenzione viene data ai processi di riqualificazione del personale ed alla possibilità di adottare forme di flessibilizzazione dell'organizzazione del lavoro (ad esempio, turni lavorativi in più) senza necessità di ulteriori trattative con le rappresentanze sindacali;

    l'industria manifatturiera dell'Unione europea contribuisce al 16,15 per cento del prodotto interno lordo dell'Unione europea, assicura 32 milioni di posti di lavoro diretti e 20 milioni indiretti e rappresenta il 68 per cento delle esportazioni europee (dati 2016 della Commissione europea). Nell'Unione europea l'attività manifatturiera, il cui valore aggiunto complessivo nel 2016 è stato di 2.383 miliardi di dollari, è concentrata prevalentemente in Germania, Italia e Francia. Nel 2016 il contributo dell'industria manifatturiera al prodotto interno lordo è stato del 22,9 per cento, in Germania del 16,2 per cento in Italia e dell'11,3 per cento in Francia (fonte Banca mondiale e Ocse). Tuttavia, negli ultimi decenni l'economia europea ha perso circa un terzo della sua base industriale e dal 2008 al 2013 ha perso circa 3,8 milioni di posti di lavoro, solo parzialmente rimpiazzati negli ultimi anni da oltre 1,5 milioni di nuovi posti di lavoro;

    nel settembre 2017 la Commissione europea ha presentato la nuova Strategia di politica industriale dell'Unione europea (COM(2017)479) che mira a rafforzare la competitività del settore manifatturiero europeo, ribadendo l'obiettivo, già fissato nel 2012, di riportare il contributo dall'industria manifatturiera al prodotto interno lordo dell'Unione europea al 20 per cento entro il 2020, attraverso la trasformazione e la modernizzazione dell'industria europea. In tale ambito la Commissione europea ha confermato l'impegno per la digitalizzazione dell'industria europea (COM(2016)180). Peraltro, la Commissione europea ha attenzionato il tema del reshoring fondando un osservatorio sul fenomeno (https://reshoring.eurofound.europa.eu/) che raccoglie informazioni sulle decisioni di rimpatrio in Europa non solo delle attività produttive ma anche di altre attività (ad esempio, centri di ricerca e sviluppo, call center e altro);

    né infine va sottovalutata la sostenibilità ambientale e sociale delle politiche che favoriscono il reshoring. Quanto al primo aspetto, il rientro delle produzioni nei Paesi occidentali ha un impatto anche in termini di anidride carbonica risparmiata, dato che si riducono gli spostamenti di materiali a livello mondiale. Con riferimento alla sostenibilità sociale, va tenuto conto che spesso le produzioni delocalizzate sono svolte in ambienti di lavoro degradati se non addirittura pericolosi. In tal senso, è opportuno promuovere un'attività di monitoraggio delle produzioni rientrate per evitare che le stesse favoriscano il ricorso all’«economia grigia» (come nel caso dei laboratori cinesi in alcuni distretti industriali italiani), essendo non accettabile l'idea che il rientro sia basato sulla ricostituzione di condizioni di lavoro illegali sul territorio nazionale;

    infine, occorre tener presente che le politiche industriali pro-reshoring non devono costituire una fonte di discriminazione per le imprese che non hanno mai delocalizzato e che hanno continuato a produrre solamente in Italia. In quest'ottica, secondo gli esperti, il fenomeno del reshoring dovrebbe godere di un trattamento identico a quello riservato all'attrazione di investimenti da parte di imprese estere. In altri termini, alle aziende italiane che – dopo aver delocalizzato – decidono di rientrare delle fasi produttive nel nostro Paese dovrebbero essere offerti gli stessi incentivi e servizi che vengono messi a disposizione di realtà imprenditoriali straniere desiderose di investire in Italia. Va tuttavia sottolineato come qualsiasi intervento di politica industriale che favorisca il «doing business», cioè la «facilità di fare impresa» (secondo la Banca mondiale l'Italia occupa nel 2018 la 46^ posizione in questa classifica, in salita rispetto alla precedente edizione, ma ancora in posizione arretrata rispetto ai benchmark europei) nel nostro Paese (dalla riduzione del cuneo fiscale all'incremento dell'efficienza della pubblica amministrazione) avrà effetti positivi sia per le imprese che hanno mantenuto la produzione nel Paese, sia quelle che intendono tornare. Lo stesso dicasi per gli investimenti che favoriscano il permanere del capitale umano (cosiddetti skill produttivi) costituito dalle competenze industriali dei distretti, ivi compresi i saperi artigianali tipici del fashion,

impegna il Governo:

1) nel quadro della nuova Strategia di politica industriale dell'Unione europea (COM(2017)479) e tenendo conto delle esperienze maturate in altri Stati europei, ad adottare ogni iniziativa, anche normativa, volta a favorire il rientro (reshoring) delle imprese italiane che hanno delocalizzato la produzione al di fuori dei confini nazionali, coordinando tali attività nell'ambito di una cabina di regia cui partecipino una molteplicità di soggetti istituzionali e del mondo produttivo cui sia affidato, in particolare, il compito di promuovere l'attrazione degli investimenti esteri in Italia;

2) a sviluppare le predette attività alla luce delle esperienze regionali in corso, favorendo in tale ambito l'utilizzo dello strumento dei contratti di sviluppo, di cui all'articolo 43 del decreto-legge n. 112 del 2008, sottoscritti nella forma di accordo di programma ovvero di accordo di sviluppo ai sensi del decreto del Ministero dello sviluppo economico del 9 dicembre 2014;

3) ad adottare ogni iniziativa normativa finalizzata all'istituzione di un apposito fondo presso la Cassa depositi e prestiti s.p.a. che permetta ai comuni e agli enti locali di accedere a finanziamenti di lunga durata per realizzare o riqualificare siti idonei alla localizzazione industriale, a fronte di un preciso progetto imprenditoriale finalizzato al reinsediamento di imprese che rientrano in Italia;

4) ad assumere iniziative per prevedere il rifinanziamento, nell'ambito del disegno di legge di bilancio per il 2019, delle agevolazioni previste dal Piano nazionale impresa 4.0, che devono considerarsi strumento fondamentale per ridurre il gap competitivo delle imprese italiane, nonché del credito d'imposta per le spese di formazione 4.0 del personale dipendente nel settore delle tecnologie previste dal medesimo Piano;

5) a rafforzare il ruolo degli istituti tecnici superiori, adeguando la loro offerta formativa alle possibilità offerte delle nuove tecnologie e coordinando la loro attività con le esigenze delle imprese operanti nell'ambito delle finalità del piano nazionale Impresa 4.0;

6) ad implementare la trasformazione 4.0 della pubblica amministrazione mediante il rafforzamento del processo di digitalizzazione, da attuare attraverso un cambio generazionale che preveda l'assunzione di personale con competenze specifiche, al fine di realizzare gli obiettivi di semplificazione burocratica e di riduzione degli adempimenti a carico delle imprese e dei cittadini;

7) a valutare la possibilità di utilizzare quota parte delle risorse destinate alla promozione del made in Italy per la promozione del reshoring o di «esperienze di successo», ovvero di aziende che sono tornate a produrre in Italia e che ne hanno avuto benefìci, al fine di favorire processi «imitativi» che inducano altre imprese all'assunzione di strategie volte a consentire il ritorno della produzione in Italia.
(1-00010) «Gelmini, Porchietto, Occhiuto, Bagnasco, Baratto, Barelli, Battilocchio, Benigni, Biancofiore, Bignami, Carrara, Cattaneo, Cassinelli, Cristina, D'Attis, D'Ettore, Della Frera, Fatuzzo, Fiorini, Gagliardi, Germanà, Giacometto, Giacomoni, Labriola, Marrocco, Mazzetti, Minardo, Mulè, Fitzgerald Nissoli, Novelli, Orsini, Palmieri, Pella, Pettarin, Pittalis, Polidori, Rosso, Ruffino, Paolo Russo, Rotondi, Ruggieri, Santelli, Scoma, Silli, Sozzani, Squeri, Tartaglione, Vietina, Zangrillo, Musella, Lupi, Versace».

(4 luglio 2018)

   La Camera,

   premesso che:

    il fenomeno della delocalizzazione delle imprese italiane è sempre più allarmante. Infatti, il numero delle partecipazioni all'estero delle aziende è aumentato dal 2009 al 2015 del 12,7 per cento. Quando un'azienda delocalizza porta oltre frontiera non solo gli impianti ed il proprio mercato, ma anche il «know-how», tutto il «sapere come» accumulato negli anni con il concorso determinante delle maestranze italiane che appartiene non solo all'imprenditore proprietario dell'azienda, ma anche a coloro che hanno dato il loro determinante contributo a realizzarlo: tutto questo «sapere come» viene offerto e imposto alle nuove maestranze del Paese ricevente, che pertanto crescono professionalmente senza doverne sostenere né i costi né la fatica;

    il Governo attuale è in prima linea per combattere fenomeni di delocalizzazione incontrollata tant'è vero che è intervenuto recentemente con il decreto-legge «Misure urgenti per la dignità dei lavoratori e delle imprese», prevedendo una norma che contrasta la delocalizzazione delle aziende che abbiano ottenuto aiuti dallo Stato per impiantare, ampliare e sostenere le proprie attività economiche in Italia;

    il fenomeno delocalizzazioni è ancora a livelli allarmanti e va fermato attraverso misure che migliorano la qualità della vita delle imprese esistenti, sia in termini di riduzione della pressione fiscale sia in termini di semplificazione e riduzione degli oneri;

    da qualche anno ci sono aziende che riportano in Italia la produzione e si inizia a parlare di «fenomeno reshoring». Tra le principali motivazioni che sostengono il reshoring in Italia, prima fra tutti, è l’«effetto Made in Italy», insieme a «difesa dei brevetti», «leggi chiare e norme», «qualità del prodotto», «capitale umano competente», «flessibilità produttiva», «defiscalizzazioni e incentivi pubblici», «innovazione/automazione» e infine «riduzione del gap nel costo del lavoro»;

    il fenomeno è in parte figlio della crisi economico-finanziaria che è esplosa nel 2008 e che ha imposto alle imprese una revisione del modello di distribuzione e produzione globale, nel rispetto di un attento controllo sul fronte dei costi. È proprio in questo contesto che diversi Governi hanno iniziato a mettere a punto formule per incentivare le grandi industrie locali a riportare le produzioni in patria, nella speranza di accrescere l'indotto e, di riflesso, contribuire a mitigare l'annoso e diffuso problema di tassi di disoccupazione a doppia cifra;

    i Paesi da cui le imprese hanno assunto la decisione di ritornare sono in netta prevalenza quelli asiatici (Cina in primo luogo) seguiti da quelli dell'Est Europa, che tuttavia risultano privilegiati per l'approdo in caso di nearshoring. Per quanto riguarda i settori d'attività delle aziende che scelgono di rimpatriare le filiere di produzione, spiccano fashion, automotive e arredamento: da soli rappresentano i due terzi del totale delle operazioni;

    a incidere sulla decisione di rimpatriare i centri di produzione ha inciso soprattutto la voce dei costi di trasporto e stoccaggio logistico delle merci, che finiscono per gravare in maniera sensibile sul costo di produzione dei manufatti con riverberi negativi, anche in questo caso, sui margini. In particolare, il costo del petrolio è triplicato dal 2010;

    inoltre, i tempi di trasporto delle merci sono piuttosto lunghi e rischiano quindi di non riuscire a tenere sempre il passo di mode passeggere; restando al caso della Cina, per esempio, occorre mettere in conto cinque settimane di navigazione veloce se si sceglie un trasporto via mare. In alternativa, servono circa sedici giorni se i manufatti viaggiano su rotaia, mentre il trasporto aereo risulta decisamente più oneroso;

    i costi di trasporto sono stati determinanti per la decisione di rimpatriare i centri di produzione, voce che finisce per gravare in maniera sensibile sul costo di produzione dei manufatti con riverberi negativi, anche in questo caso, sui margini. Ad esempio, il costo del petrolio è fortemente aumentato negli ultimi periodi;

    l'Europa sta via via riscoprendo la propria vocazione manifatturiera e va prendendo coscienza del fatto che non di rado i benefici economici attesi dalla delocalizzazione delle filiere produttive si sono rivelati inferiori rispetto al premio che i consumatori sono disposti a riconoscere per produzioni «made in»;

    il settore della moda italiana è certamente quello che più di ogni altro ha accelerato negli ultimi anni la strada del ritorno in patria delle filiere di produzione, fenomeno che si è intensificato a partire dal 2009 e che ha conosciuto un picco nel 2013. Il motivo principale è legato alla costante crescita dei clienti internazionali che – anche durante gli anni in cui i morsi della crisi sono stati particolarmente pungenti – non hanno mai smesso di richiedere prodotti made in Italy e, in cambio di eccellenza della lavorazione artigianale e di un know-how difficile da reperire fuori dallo stivale, si sono mostrati disposti a riconoscere un premio anche consistente sul prezzo di vendita al dettaglio. Questo ha portato un numero crescente di imprenditori a ripensare alla strategia di delocalizzazione messa in atto dagli anni novanta, innescando così il fenomeno del reshoring;

    le varie formule in cui il reshoring prende piede sono da anni oggetto di studio da parte del consorzio interuniversitario Uni-Club MoRe Back-Reshoring, che raduna numerosi studiosi degli atenei di Modena-Reggio Emilia, L'Aquila, Udine, Catania e Bologna;

    il reshoring può portare diversi benefici al sistema economico nazionale. In primo luogo, la rilocalizzazione in Italia di produzioni (svolte direttamente dall'azienda rientrante o affidate a fornitori nazionali) contribuisce alla crescita del prodotto interno lordo, obiettivo fondamentale per il nostro Paese, data la profonda crisi degli ultimi sei anni e la precedente limitata crescita. Un aumento del prodotto interno lordo, come è noto, permetterebbe anche di avere maggiori risorse da investire;

    va inoltre tenuto presente che – a parità di pressione fiscale – un aumento del prodotto interno lordo genera maggiori entrate tributarie o, in alternativa, la possibilità di ridurre le aliquote fiscali. Con riferimento all'aumento del prodotto interno lordo, esiste anche un fenomeno similare a quello del reshoring, il cosiddetto near-shoring, ovvero il fatto che un'impresa (per esempio francese) che aveva delocalizzato delle produzioni in un altro Paese (ad esempio, l'India) decida di rilocalizzarle in un Paese geograficamente meno distante (esempio la Tunisia). In tal senso, l'Italia può rappresentare – in alcuni settori specifici (fashion e meccanica di precisione in primis) – un'interessante piattaforma produttiva per quei paesi europei che desiderano riavvicinare le produzioni in precedenza delocalizzate;

    questo a motivo delle competenze (spesso uniche) che il nostro Paese – e in particolare alcune aree geografiche in cui sono presenti aggregazioni imprenditoriali di tipo distrettuale – posseggono e possono mettere a disposizione di aziende straniere;

    al riguardo è intervenuta anche l'Unione europea attraverso il parere del Comitato economico e sociale europeo sul tema «Riportare le industrie nell'UE nel quadro del processo di reindustrializzazione»;

    in questo parere sottolinea che non si può continuare a consentire alla nostra industria di lasciare l'Europa. L'industria europea può sviluppare crescita e creare lavoro e ci sono le condizioni per una reindustrializzazione sostenibile dell'Europa, per sviluppare investimenti necessari in nuove tecnologie e per ricostruire un clima di fiducia e di imprenditorialità. Lavorando insieme e recuperando fiducia, si può riportare l'industria indietro in Europa;

    in Italia si produce uno scenario differente dagli USA, il «reshoring» è partito senza particolari incentivi. Grazie ai forti cluster italiani non sono serviti l'appoggio fiscale e la riduzione dei prezzi per alimentarlo. Probabilmente oggi se le politiche economiche fossero concilianti come lo sono nel «nuovo continente», il «reshoring» avrebbe statistiche ancora più elevate e sarebbe un fenomeno ancora più radicato nel panorama industriale italiano;

    per quanto concerne gli incentivi al reshoring bisogna stare particolarmente attenti a non creare competizione tra le aziende che decidono di tornare e quelle che – nonostante la crisi di questi anni – hanno deciso di continuare a rimanere legate alla produzione locale. In altri termini, qualsiasi incentivo deve facilitare la possibilità di fare business sia per le imprese da sempre presenti nel nostro Paese sia per le aziende che intendono tornare. Ogni intervento, quindi, deve essere organico, strutturale e non settoriale. In questo senso l'aver tolto la componente costo del lavoro dall'Irap o aver effettuato interventi in tema di contratto di lavoro sono sicuramente degli sforzi importanti ma non incisivi. Molto si può – e si deve – ancora fare, specialmente in tema di: semplificazione amministrativa – la Francia in questo rappresenta un esempio da imitare, dato che per le aziende che intendono ritornare mette a disposizione un interlocutore unico della pubblica amministrazione –; certezza delle regole e riduzione della tassazione sulle imprese;

    i costi di trasporto sono stati determinanti per la decisione di rimpatriare i centri di produzione, voce che finisce per gravare in maniera sensibile sul costo di produzione dei manufatti con riverberi negativi, anche in questo caso, sui margini. Ad esempio, il costo del petrolio è fortemente aumentato negli ultimi periodi;

    in Italia il costo dell'energia per le piccole e medie imprese risulta troppo alto nonostante la crescente produzione di energia da fonti rinnovabili. Ciò rende meno appetibile il rientro delle aziende, oltre a essere un problema per le aziende già presenti sul territorio. Eppure il cambiamento del «mix produttivo e della sua distribuzione territoriale ha inciso sensibilmente non soltanto sui mercati all'ingrosso, ma anche sul finanziamento del servizio di dispacciamento nonché sullo sviluppo e sulla gestione delle reti» (Autorità per l'energia elettrica, il gas e il sistema idrico, 2014). Ci sono dunque tutte le premesse per intervenire sui costi dell'energia per favorire il reshoring;

    l'Italia è uno dei principali Paesi manifatturieri d'Europa, dove si va prendendo coscienza del fatto che il premio che i consumatori sono disposti a riconoscere per produzioni «made in» supera i benefici economici attesi dalla delocalizzazione delle filiere produttive;

    se l'Italia risulta il primo Paese europeo per «reshoring», questo suo primato lo deve quasi esclusivamente ad il fenomeno «made in Italy». Si tratta quindi di un meccanismo che è generato dagli stessi consumi del mercato e rafforzato dalla percezione che un prodotto «made in Italy» produce sui potenziali consumatori;

    l'effetto «made in» è un connubio di fattori che rendono fondamentale l'origine geografica di un bene. Si tratta di un valore aggiunto che ne stimola l’«appeal». Sicuramente una Ferrari prodotta in Pakistan non produrrebbe la stessa attrazione ed il medesimo desiderio di acquisto;

    quelli targati «made in» sono beni che non hanno conosciuto flessioni nella domanda, nonostante la crisi finanziaria e nonostante l'indebolimento del potere di acquisto. Si tratta di prodotti che appartengono anche alla sfera del lusso, come macchine sportive e gioielleria; al fashion e anche alla produzione alimentare, basti pensare alle certificazioni «D.o.c.» e «D.o.c.g.»;

    in questo caso è il territorio geografico di provenienza che costituisce il vero sinonimo di qualità, con la sua lunga tradizione ed il radicato know-how produttivo. Ovviamente, conta molto la percezione che il consumatore ha nei confronti del Paese da cui trae origine il bene. Non si può negare quindi che l'esodo di ritorno sia compiuto da aziende di qualità. Come sostengono molti economisti, la rilocalizzazione è vincente se il trasferimento della produzione bilancia i costi con il ritorno di immagine;

    bisogna lavorare anche sull'innovazione che si fa su sistemi aperti coinvolgendo fornitori, clienti, centri di ricerca e università. Innovare non significa, quindi, solo adottare un approccio digitale, ma necessita un cambiamento radicale della cultura d'impresa, per essere in grado di seguire la società e il mercato. Per attuarlo, e per reggere la velocità e l'intensità d'impatto moltiplicate dalla tecnologia, servono competenze elevate, da sviluppare e sostenere attraverso nuovi modelli educativi, percorsi formativi basati sullo scambio e interazione. Il nuovo scenario economico-sociale si regge sul capitale umano e sulle competenze. Nessun'azienda può sopravvivere se non lavora non solo sulla riqualificazione del personale ma anche sullo sviluppo di nuove competenze,

impegna il Governo:

1) ad individuare strumenti legislativi atti a salvaguardare l'etichettatura e la tracciabilità dei prodotti italiani al fine di promuovere le produzioni interamente realizzate in Italia, ossia il vero made in Italy, che rappresenta la qualità, la creatività e l'originalità caratteristica dell'Italia e dei suoi artigiani, ed è uno degli elementi fondanti dell'identità culturale italiana;

2) ad adottare ogni iniziativa utile al fine di:

   a) migliorare la semplificazione amministrativa e fiscale a beneficio delle imprese offrendo un quadro normativo stabile, ponendo in atto con decisione strumenti a sostegno dell'imprenditoria, dell'innovazione e delle competenze professionali, anche attraverso iniziative di sviluppo regionale;

   b) incentivare la detassazione e gli investimenti per ricerca e sviluppo e sostenere la formazione e la riqualificazione del personale per migliorare le competenze richieste dal mercato del lavoro in evoluzione;

   c) rivitalizzare, su livelli tecnologici aggiornati, distretti industriali ed aziende che hanno ridotto la loro attività, a causa dell’offshoring, favorire l'insediamento di nuove iniziative imprenditoriali in aree depresse, in particolare con interventi di riqualificazione industriale, o intervenire sui territori nei quali era presente un'impresa cessata, così da valorizzare i lavoratori che già hanno un'esperienza acquisita;

   d) creare una rete di informazioni a servizio di coloro che vogliono attivare processi di rilocalizzazione e rimpatrio, coinvolgendo le realtà pubbliche e private già presenti sul territorio e formando il personale già presente nella pubblica amministrazione;

   e) favorire, nelle modalità più opportune, l'accesso ai finanziamenti bancari, anche con strumenti innovativi, al fine di sostenere e accelerare gli investimenti richiesti;

   f) favorire la riduzione dei costi di approvvigionamento energetico per le imprese, sostenendo una politica basata sull'efficientamento e sull'utilizzo delle rinnovabili;

   g) adottare ogni politica utile al fine di sostenere il made in Italy in ogni possibile declinazione, essendo punto di forza attrattivo sul mercato mondiale.
(1-00017) «D'Uva, Molinari, Saltamartini, Masi, Andreuzza, Orrico, Bazzaro, Vallascas, Binelli, Alemanno, Colla, Berardini, Dara, Cappellani, Patassini, Carabetta, Pettazzi, Cassese, Piastra, De Toma, Giarrizzo, Papiro, Paxia, Rizzone, Scanu, Rachele Silvestri, Sut».

(16 luglio 2018)

   La Camera,

   premesso che:

    con l'approvazione del decreto-legge recante «Disposizioni urgenti per la dignità dei lavoratori e delle imprese», cosiddetto «decreto dignità» il Governo ha inteso adottare nuove misure per il contrasto alla delocalizzazione delle imprese italiane all'estero, al fine di salvaguardare i livelli occupazionali nel Paese;

    diverse sono le motivazioni che possono portare un'impresa a scegliere la delocalizzazione della propria attività produttiva, come diversi possono essere i vantaggi (riduzione dei costi di produzione, manodopera a basso costo, agevolazioni fiscali e altro) e i rischi (aumento dei costi logistici, perdita di controllo della qualità, difficoltà nel trasferimento del know-how, danni di immagine e altro);

    la delocalizzazione delle imprese all'estero non è un fenomeno nuovo, fino a pochi anni fa sono state le imprese statunitensi a ricorrere maggiormente a questa pratica, ma negli ultimi due decenni la delocalizzazione della produzione ha preso piede anche in Europa. Industrie di Paesi come Francia, Italia e Germania si sono rivolte principalmente ai Paesi dell'Europa orientale e balcanica;

    la frettolosa azione di allargamento ad Est dell'Unione europea, coinvolgendo Stati con un sistema socio-economico e fiscale non paragonabile a quello degli Stati più sviluppati dell'Europa occidentale e poggiando sul sistema della moneta unica che impedisce le svalutazioni competitive, ha generato fenomeni di dumping sociale all'interno dell'Unione incompatibili con l'idea di uno spazio economico comune;

    a seguito di questi fenomeni, spesso alimentati dalla cospicua mole di fondi strutturali europei utilizzati dagli Stati membri dell'Est Europa per attirare investimenti esteri, si sono moltiplicate negli anni le delocalizzazioni in tali Stati di aziende (o di loro parti) italiane o operanti in Italia;

    i dati dell'Eurostat, relativi al 2015, dicono che oltre il 79 per cento dell’export italiano è realizzato dall'industria in senso stretto, 326 miliardi di euro su 412 miliardi complessivi. In Germania l'industria contribuisce all’export totale tedesco per il 70 per cento, in Francia per il 66 per cento, in Spagna per il 61 e nei Paesi Bassi addirittura solo per il 28 per cento;

    si può affermare che gran parte dell’export italiano sia ancora made in Italy ma comunque la quota di export derivante dalle sole attività commerciali, portuali e logistiche tocca il 21 per cento del totale, dimostrando come siano necessaria politiche attive per contrastare la delocalizzazione delle imprese e promuovere anzi la rilocalizzazione sul territorio nazionale;

    secondo uno studio di Confartigianato del giugno 2018, sulla base degli ultimi dati disponibili all'anno 2015, nel manifatturiero si rilevano 6.532 imprese a controllo nazionale localizzate all'estero che impiegano 846.665 addetti, con una dimensione media di 130 dipendenti;

    nei grandi gruppi manifatturieri italiani predomina il fatturato generato da filiali delocalizzate all'estero, secondo un'analisi di Mediobanca sui dati cumulativi di 2060 imprese italiane, i maggiori gruppi manifatturieri italiani con organizzazione multinazionale nel 2016 hanno realizzato ricavi domestici pari all'11 per cento del giro d'affari complessivo. La quota estera (89 per cento) è derivata per il 25 per cento da attività di export e per il 64 per cento dalle vendite di insediamenti ubicati oltre frontiera («estero su estero»). Nell'ultimo anno preso in esame il fenomeno è in calo (68 per cento nel 2015), ma rimane più accentuato rispetto al 61 per cento del 2011;

    secondo la Cgia di Mestre, il numero delle partecipazioni all'estero delle aziende italiane è aumentato del 12,7 per cento all'arco temporale 2009-2015, da 31.672, nel 2015 sono salite fino a raggiungere quota 35.684. Questi consentono di misurare la dimensione economica di un evento che rappresenta una forma di delocalizzazione;

    le regioni italiane più interessate agli investimenti all'estero sono la Lombardia (11.637 partecipazioni), il Veneto (5.070), l'Emilia Romagna (4.989) e il Piemonte (3.244). Quasi il 78 per cento del totale delle partecipazioni sono riconducibili a imprese italiane ubicate nelle regioni del Nord Italia;

    il made in Italy rappresenta il terzo marchio commerciale al mondo e quindi una politica di contrasto alla delocalizzazione delle imprese italiane e di promozione della rilocalizzazione non può che procedere di pari passo alle politiche di sostegno al made in Italy. Il rilancio del mondo del «marchio Italia», inteso come identificativo di ciò che viene effettivamente prodotto in Italia in tutte le fasi di lavorazione, può rappresentare un'opportunità per le imprese che producono sul nostro territorio, un elemento competitivo di marketing e di immagine capace di colmare il gap dovuto ai maggiori costi di produzione;

    all'interno del Def 2018 (Sezione III – programma nazionale di riforma) si può leggere che «le esportazioni italiane hanno continuato la loro dinamica positiva sia in termini di fatturato (448,1 miliardi nel 2017 dai 398,9 del 2014) sia di attivo della bilancia commerciale (+47,5 miliardi nel 2017 che fanno seguito ai +49,6 del 2016) ma anche che il sistema dell’export italiano rimane troppo concentrato rispetto al potenziale di imprese che avrebbero tutte le caratteristiche necessarie ad affermarsi sui mercati esteri»;

    al piano straordinario per il made in Italy nel triennio 2015-2017 sono stati complessivamente destinati 525 milioni, il piano è stato confermato anche per il 2018 con lo stanziamento di 193 milioni per nuove iniziative e strategie, che saranno sostanzialmente in linea con quelle attuate nel 2017;

    la Corte costituzionale, con sentenza n. 61 del 2018, ha sancito l'illegittimità del comma 202 dell'articolo 1 della legge n. 190 del 2014 relativamente al piano straordinario per il made in Italy «nella parte in cui non prevede l'intesa con la Conferenza permanente per i rapporti tra lo Stato, le Regioni e le Province autonome di Trento e Bolzano per determinare progetti e concreta ripartizione dei finanziamenti a carico del Fondo per le politiche per la valorizzazione, la promozione e la tutela, in Italia e all'estero, delle imprese e dei prodotti agricoli e agroalimentari»;

    sulla possibilità per le imprese italiane di aumentare le esportazioni pesano due macigni: il fenomeno dell’italian sounding e la mancata diffusione delle competenze per competere sui mercati internazionali per le piccole e medie imprese;

    il fenomeno dell’italian sounding costa all'industria agroalimentare italiana, secondo le stime di Coldiretti, sessanta miliardi di fatturato annuo: sarebbero infatti sei sui dieci i prodotti alimentari di tipo italiano in vendita all'estero frutto di agropirateria. Grazie alla lotta a questo fenomeno e al conseguente aumento delle esportazioni potrebbero essere recuperati, secondo le stime di Coldiretti, fino a trecentomila posti di lavoro;

    sono vari gli esperimenti messi in campo per tentare di sostenere le imprese italiane sul mercato estero, dai voucher per le piccole e medie imprese in sostegno all'apprendimento di competenze necessarie all'internazionalizzazione, passando per il ruolo di garante sui rischi non di mercato affidato a Invitalia s.p.a., fino ai finanziamenti erogati dal polo per l’export della Cassa depositi e prestiti tramite Sace e Simest. Misure che avrebbero bisogno di essere stabilizzate nel tempo per poter raggiungere gli obiettivi prefissati;

    per le ragioni suesposte sono necessari interventi rivolti in più direzioni: tutela e rilancio del made in Italy, contrasto all’italian sounding, politiche rivolte al contrasto alle delocalizzazioni e alla promozione delle rilocalizzazioni, sull'esempio di quanto fatto da molte regioni negli ultimi anni;

    il conflitto tra capitale e lavoro è un paradigma ideologico superato, tanto più in un sistema economico come quello italiano fondato prevalentemente su piccole e medie imprese in cui il destino dell'azienda si sposa con quello dei suoi addetti;

    in questo contesto, l'adozione di modelli partecipativi adeguatamente incentivati che consentano ai lavoratori di partecipare agli utili dell'impresa e alla condivisione dei suoi indirizzi, ha già dimostrato in altre economie europee di poter rappresentare un valido elemento di sostegno alla produttività aziendale, di legame con il territorio in cui l'azienda è insediata e di conseguenza di contrasto alla delocalizzazione,

impegna il Governo:

1) ad assumere iniziative per implementare le norme volte a contrastare la delocalizzazione dell'attività produttiva di aziende italiane in Paesi stranieri;

2) ad assumere tutte le iniziative in sede di Unione europea per porre fine al dumping sociale intra-Unione europea, segnatamente intervenendo presso quegli Stati membri che utilizzano fondi comunitari per attuare aggressive politiche di attrazione degli investimenti di aziende basate in altri Stati dell'Unione;

3) ad assumere iniziative per creare condizioni di sistema favorevoli alla cultura d'impresa, agendo in maniera strutturale su regime fiscale, snellimento della burocrazia, riduzione del costo dell'energia, certezza del diritto e tempi della giustizia civile, riduzione del gap infrastrutturale e del digital divide, sistema bancario, pagamento dei debiti della pubblica amministrazione e in generale su tutte quelle voci che minano la competitività delle imprese italiane incentivando così i processi di delocalizzazione;

4) a varare – in accordo con le regioni – un piano straordinario per la rilocalizzazione in Italia delle imprese che negli ultimi anni hanno abbandonato il nostro Paese;

5) a far sì che in fase di attuazione tale piano abbia una durata massima di tre anni, preveda una gradualità crescente degli incentivi nel corso dei tre anni in modo da verificare la bontà del progetto di reinsediamento industriale fino alla chiusura dei siti produttivi esteri, sia vincolato a quote prestabilite annuali di addetti da assumere in Italia pena il venire meno dell'incentivo;

6) a proporre una revisione delle norme istitutive del piano straordinario per il made in Italy in modo da rispondere ai rilievi della Corte costituzionale senza inficiarne il funzionamento e a farsi promotore di una stabilizzazione della legislazione in materia;

7) a contrastare il fenomeno dell’italian sounding tramite iniziative atte a rafforzare tracciabilità dei prodotti italiani e la promozione di norme più stringenti sull'etichettatura dei prodotti realizzati in Italia;

8) ad assumere iniziative per adottare misure fiscali che incentivino l'adozione da parte delle aziende di «statuti partecipativi» che favoriscano la partecipazione dei lavoratori agli utili e all'indirizzo dell'impresa;

9) ad assumere iniziative per prevedere il rifinanziamento, nell'ambito del disegno di legge di bilancio 2019, delle agevolazioni previste dal piano nazionale impresa 4.0, che devono considerarsi strumento fondamentale per ridurre il gap competitivo delle imprese italiane, nonché del credito d'imposta per le spese di formazione 4.0 del personale dipendente nel settore delle tecnologie previste dal medesimo piano.
(1-00019) «Lucaselli, Lollobrigida, Acquaroli, Bucalo, Bellucci, Butti, Caretta, Ciaburro, Cirielli, Crosetto, Luca De Carlo, Deidda, Delmastro Delle Vedove, Donzelli, Ferro, Fidanza, Foti, Frassinetti, Gemmato, Maschio, Meloni, Mollicone, Montaruli, Osnato, Prisco, Rampelli, Rizzetto, Rotelli, Silvestroni, Trancassini, Varchi, Zucconi».

(16 luglio 2018)

   La Camera,

   premesso che:

    negli ultimi anni si è assistito a un'inversione di tendenza rispetto alla delocalizzazione delle attività produttive e delle attività nelle catene globali del valore, testimoniata dalla crescita, sia in Italia che nei principali Paesi industrializzati a livello europeo ed internazionale, del fenomeno del (back) reshoring, ossia il ritorno delle imprese che avevano precedentemente delocalizzato i propri asset organizzativi ed industriali, attraverso la rilocalizzazione domestica (parziale o totale) di attività svolte all'estero (direttamente o presso fornitori);

    secondo l’Annual report 2017 dell'Osservatorio sulla ristrutturazione in Europa – European Reshoring Monitor (ERM) – il progetto pilota affidato dalla Commissione europea all'agenzia dell'Unione europea per il miglioramento delle condizioni di vita e di lavoro – Eurofound, che raccoglie in un database on line informazioni sui singoli casi di reshoring al fine di analizzarne l'impatto sull'occupazione in Europa – sia il numero dei casi di delocalizzazione che quello delle perdite di posti di lavoro a essi associate si sono sensibilmente ridotti nell'ultimo decennio e continuano a diminuire;

    secondo le analisi del gruppo di ricerca inter-ateneo Uni-Club MoRe Reshoring che raggruppa le Università dell'Aquila, Catania, Udine, Bologna e Reggio Emilia, nel periodo dal 2000 al 2015 l'Italia è risultata il primo Paese europeo e il secondo al mondo per decisioni di rientro di aziende nel territorio nazionale, con 121 casi su oltre 700 casi osservati;

    alla base dell'incremento del fenomeno della rilocalizzazione delle attività produttive precedentemente delocalizzate vi è una pluralità di fattori, che vanno dalle necessità del time-to-market alla logica del made in e al rapporto di «prossimità al cliente», ma che tuttavia pesano in maniera differente nelle varie aree geografiche;

    in particolare, spingono al reshoring le incertezze globali e le preoccupazioni legate alle interruzioni della catena di approvvigionamento (supply chain) che possono ancora rallentare gli investimenti per la delocalizzazione, l'aumento del costo della manodopera anche nei Paesi in via di sviluppo, i costi di trasporto e i tempi di consegna, la sempre maggiore digitalizzazione delle attività stesse, la possibilità di garantire qualità, ricerca, innovazione, controllo, autenticità e vicinanza al cliente, grazie a filiere e distretti che concentrano competenze e flessibilità che non si possono assicurare demandando i processi a stabilimenti lontani;

    per quanto riguarda l'Italia, secondo le analisi più recenti, tra i fattori alla base del reshoring della produzione dai Paesi in via di sviluppo, quelli più frequentemente riportati sono i vantaggi derivanti dalla possibilità di inserire il marchio "made in Italy" sui prodotti, seguiti dalla bassa qualità della produzione nei Paesi interessati, dalla necessità di prestare maggiore attenzione alle esigenze dei clienti, e poi da altri fattori quali la pressione sociale a produrre e fornire lavoro in Italia, il livello di competenze più elevato dei lavoratori italiani rispetto a quelli dei Paesi in via di sviluppo, la disponibilità di capacità produttiva non utilizzata a livello nazionale a seguito della crisi economica, la riduzione della differenza di costo del lavoro tra produzione nazionale ed estera e infine l'aumento dei costi di trasporto;

    non da ultimo nell'attrarre i più consistenti flussi di rilocalizzazione produttiva rileva il peso della digitalizzazione e della capacità di offrire maggior vantaggi sotto il profilo delle competenze, della vicinanza ai centri di ricerca, ai servizi e alla consulenza relativi alle tecnologie 4.0;

    per quanto riguarda i settori maggiormente interessati dal reshoring, il manifatturiero è quello più coinvolto;

    in particolare, in Italia, secondo i dati raccolti, i casi di ritorno in patria, totale o parziale, di produzioni che negli anni passati erano state esternalizzate, si concentrano nei settori economici riconducibili alla filiera del fashion, per lo più in ragione della crescente necessità per le aziende di produrre prodotti su misura, di alta qualità e, al contempo, consegnabili in tempi molto brevi;

    sul piano degli effetti, la rilocalizzazione si traduce direttamente nella creazione di nuovi posti di lavoro soprattutto nei casi di costruzione di nuovi impianti produttivi, ma comporta anche un aumento dell'occupazione creata con l'indotto, nei settori a monte (ad esempio, materiali e sostanze chimiche, nuove macchine per le lavorazioni ed altro) e nei settori a valle (ad esempio, legale, contabile e marketing);

    dai dati e dalle analisi effettuate emerge con chiarezza che il fulcro di qualunque azione volta ad attrarre consistenti flussi di rilocalizzazione produttiva e favorire lo sviluppo industriale del Paese e la creazione di posti di lavoro, è rappresentato dalle tecnologie 4.0 e dalle competenze e dai servizi ad esse collegati, che incrementano la qualità dei processi produttivi e il valore dei prodotti;

    nel quinquennio 2013-2018 i Governi a guida del Partito Democratico hanno adottato numerose misure volte a creare un ambiente favorevole allo sviluppo della produttività e del sistema imprenditoriale in Italia, sia nel quadro delle politiche per la ripresa e l'incentivazione degli investimenti, l'innovazione tecnologica e la digitalizzazione delle imprese italiane, sia nel quadro delle politiche per la promozione del made in Italy e dell'attrazione degli investimenti in Italia;

    in particolare con il «Piano nazionale Impresa 4.0» (originariamente «Industria 4.0»), presentato nel 2016 e avviato nel 2017, sono state adottate misure per promuovere lo sviluppo tecnologico, l'innovazione e la digitalizzazione delle imprese italiane, la modernizzazione dei processi produttivi, nonché la formazione tecnologica e il rafforzamento delle competenze digitali, principalmente mediante la riduzione del carico fiscale sull'attività d'impresa;

    tale piano è stato ulteriormente rafforzato per il 2018 con uno stanziamento di circa 10 miliardi di euro finalizzato a: la proroga del superammortamento al 140 per cento per i beni strumentali già introdotto nel 2016 (130 per cento dal 1° gennaio 2018); l'iperammortamento al 250 per cento per gli investimenti in beni strumentali nuovi funzionali alla trasformazione in chiave 4.0; un superammortamento al 140 per cento per gli investimenti in software connessi agli investimenti 4.0; il rafforzamento del credito d'imposta per le attività in ricerca e sviluppo, con un'aliquota del 50 per cento e una spesa massima incentivabile di 20 milioni di euro per contribuente; il miglioramento della policy delle startup e delle piccole e medie imprese innovative; la costituzione di Digital innovation hub e competence center per sensibilizzare le imprese e fornire adeguata formazione; l'introduzione del programma «Formazione 4.0», grazie al quale le imprese possono godere di un credito d'imposta del 40 per cento sulle spese di formazione del personale in attività 4.0;

    la legge di bilancio per il 2018, legge n. 205 del 2017, ai commi da 40 a 42, ha disposto inoltre il rifinanziamento della cosiddetta «nuova Sabatini», misura di sostegno volta alla concessione alle micro, piccole e medie imprese di finanziamenti agevolati per investimenti in nuovi macchinari, impianti e attrezzature, compresi i cosiddetti investimenti «Industria 4.0»;

    il decreto-legge n. 193 del 2016 (decreto cosiddetto «fiscale»), convertito, con modificazioni, dalla legge n. 225 del 2016, ha previsto il rifinanziamento del fondo di garanzia per le piccole e medie imprese, con un focus sulla copertura degli investimenti per il piano Industria 4.0;

    nel quinquennio 2013-2018, sono state adottate anche una serie di misure che stimolano lo sviluppo del sistema produttivo sul territorio nazionale nel quadro delle politiche per la promozione del made in Italy e dell'attrazione degli investimenti in Italia: in particolare, il piano straordinario, adottato nel 2015 per il triennio successivo e da ultimo prorogato e rifinanziato con la legge di bilancio per il 2018 per il periodo 2018-2020, ha definito azioni specifiche per la valorizzazione delle produzioni di eccellenza, dei marchi e delle certificazioni di qualità e origine delle imprese e dei prodotti, nonché per la promozione delle opportunità di investimento e l'assistenza degli investitori esteri in Italia;

    nell'ambito del piano operativo «Imprese e competitività» del fondo di sviluppo e coesione 2014-2020, il Cipe ha recentemente destinato 200 milioni di euro alla costituzione di un fondo di investimento mobiliare di tipo chiuso riservato, da parte dell'Agenzia nazionale per l'attrazione degli investimenti e lo sviluppo d'impresa s.p.a. – Invitalia, avente la finalità di prevenire fenomeni di cessazione delle attività e di delocalizzazione produttiva, attraverso interventi di sostegno agli investimenti e all'occupazione che favoriscano la transizione di grandi imprese e complessi industriali di rilevante dimensione caratterizzati da gravi crisi finanziarie e produttive;

    a livello europeo, coerentemente con «Europa 2020 – Una strategia per una crescita intelligente, sostenibile e inclusiva», che è il quadro di riferimento per il decennio in corso per le attività a livello dell'Unione europea, nazionale e regionale, e che ha posto l'accento sulla necessità di un'economia europea non solo più competitiva, ma anche in grado di assicurare alti livelli di occupazione e coesione sociale e territoriale, sono state adottate politiche finalizzate alla reindustrializzazione dell'Unione europea e, in particolare, del settore manifatturiero, come da ultimo ribadito nella nuova «Strategia di politica industriale dell'Unione europea (COM(2017)479)», attraverso un'azione multilivello e l'utilizzo sia a livello nazionale che regionale dei fondi strutturali e di investimento europei e di altri programmi di finanziamento (come «Horizon 2020», il programma quadro dell'Unione europea per la ricerca e l'innovazione relativo al periodo 2014-2020),

impegna il Governo:

1) a favorire la rilocalizzazione delle imprese attraverso politiche di sistema che operino per creare un sistema-Paese sempre più favorevole alla nascita e allo sviluppo di impresa, innovativa e di qualità, e al ritorno di quella delocalizzata, in maniera da consentire all'Italia di continuare ad essere un elemento forte e importante nel quadro mondiale delle economie di produzione;

2) a proseguire e rafforzare il percorso già tracciato con il piano «Impresa 4.0», in particolare assumendo iniziative per rifinanziare l'iperammortamento e il superammortamento, la «nuova Sabatini», il fondo di garanzia per le piccole e medie imprese per non bloccare gli investimenti e per rendere permanente il credito per la formazione 4.0, con il piano made in Italy e con il fondo per la reindustrializzazione, anziché limitarsi a contrastare le delocalizzazioni tout court attraverso strumenti che rischiano di rivelarsi inefficaci e anacronistici;

3) a promuovere, nel solco delle strategie e dei programmi europei per la reindustrializzazione, iniziative a livello europeo volte a favorire la rilocalizzazione delle imprese, per assicurare una crescita inclusiva;

4) ad adottare, nel quadro delle politiche di coesione, azioni finalizzate alla crescita del tessuto produttivo e delle opportunità occupazionali in tutto il territorio nazionale;

5) a proseguire nell'azione di rafforzamento del tessuto imprenditoriale operante sul territorio italiano delineata dal piano straordinario per la promozione del made in Italy e dell'attrazione degli investimenti in Italia;

6) ad adottare iniziative per implementare la digitalizzazione e la semplificazione della pubblica amministrazione, riducendo gli adempimenti a carico delle imprese e dei cittadini e accelerando le procedure burocratiche.
(1-00025) «Moretto, De Luca, Benamati, Bonomo, Gavino Manca, Mor, Nardi, Noja, Zardini, Berlinghieri».

(24 luglio 2018)

MOZIONI CONCERNENTI INIZIATIVE VOLTE AD IMPLEMENTARE
IL REDDITO DI INCLUSIONE

   La Camera,

   premesso che:

    negli ultimi anni, i Governi a guida del Partito Democratico hanno perseguito politiche di sviluppo improntate, congiuntamente, alla crescita e all'inclusione sociale, secondo un approccio sistemico e non meramente emergenziale, che ha segnato un cambiamento di paradigma nelle politiche sociali di contrasto alla povertà;

    in particolare, con l'approvazione della legge 15 marzo 2017, n. 33 (legge delega recante norme relative al contrasto della povertà, al riordino delle prestazioni e al sistema degli interventi e dei servizi sociali) e della sua disciplina attuativa (decreto legislativo 15 settembre 2017, n. 147, recante disposizioni per l'introduzione di una misura nazionale di contrasto alla povertà), l'Italia si è dotata strutturalmente – per la prima volta nella sua storia – di una misura unica nazionale di contrasto alla povertà, intesa come impossibilità di disporre dell'insieme dei beni e dei servizi necessari a condurre un livello di vita dignitoso;

    la nuova misura unica di contrasto alla povertà è il reddito di inclusione, individuato dalla nuova disciplina come livello essenziale delle prestazioni da garantire uniformemente su tutto il territorio nazionale: una misura che non è solo uno strumento di sostegno al reddito, ma un progetto per l'autonomia, dato che il nucleo familiare, affiancato dai servizi territoriali, è tenuto a condividere un percorso finalizzato all'inclusione sociale e lavorativa, che prevede non solo l'attivazione di specifici sostegni, sulla base dei bisogni manifestati complessivamente dalla famiglia, ma anche l'impegno a svolgere specifiche attività, alle quali è condizionata l'erogazione del beneficio;

    il reddito di inclusione si articola in due componenti: un beneficio economico erogato mensilmente, come da indirizzi europei, e una componente di servizi alla persona, attivata sulla base di un progetto personalizzato di inclusione sociale e lavorativa volto al superamento della condizione di povertà;

    i servizi sociali territoriali sono componente fondamentale della lotta alla povertà, in quanto portatori di competenza e conoscenza sulla tematica, di buone pratiche e servizi innovativi, ma storicamente scontavano gravi carenze in termini di numero di risorse umane ed economiche e la gradualità dell'estensione del reddito di inclusione è derivata dalla necessità del loro rafforzamento, tramite l'utilizzo dei fondi del PON inclusione, dei Fondi sociali europei e una percentuale del Fondo nazionale per il contrasto alla povertà;

    pienamente operativo dal 1° gennaio 2018, dopo appena tre mesi, il reddito di inclusione aveva già raggiunto oltre 110 mila famiglie (317 mila persone), cui si devono aggiungere le 119 mila famiglie ancora coperte dal sostegno per l'inclusione attiva (la misura vigente fino al 2017, destinata ad essere progressivamente sostituita dal reddito di inclusione): in totale – secondo i dati dell'Osservatorio statistico sul reddito di inclusione (Inps e Ministero del lavoro e delle politiche sociali) pubblicati il 29 marzo 2018 – nel primo trimestre 2018 sono risultati coperti dalla misura unica nazionale contro la povertà oltre 230 mila nuclei familiari e circa 870 mila persone;

    dal 1° luglio 2018, grazie alle risorse stanziate nella XVII legislatura, il reddito di inclusione diventerà una misura pienamente universale, raggiungendo la sua vocazione originaria e superando ogni limitazione categoriale del beneficio: in virtù di questo allargamento già previsto della platea, entro la fine del 2018, i nuclei familiari beneficiari del reddito di inclusione arriveranno fino a 700 mila, corrispondenti a quasi 2,5 milioni di persone;

    sul tema del contrasto alla povertà, il contratto (rectius programma) di Governo dedica molto spazio al cosiddetto reddito di cittadinanza, ovvero un sostegno al reddito per i cittadini italiani che versano in condizione di bisogno, per un ammontare fissato in 780 euro mensili per persona, attraverso meccanismi e coperture poche chiare, tanto che in una prima bozza del documento programmatico se ne stimavano gli oneri in 17 miliardi di euro, importo poi scomparso nel testo definitivo. Tuttavia, secondo diversi osservatori ed esperti i costi ammonterebbero a circa 30 miliardi di euro;

    per di più, l'ipotesi che tale istituto possa essere riservato esclusivamente ai «cittadini italiani», si scontrerebbe con l'obbligo di rispettare la normativa europea che obbliga alla parità di trattamento nella fruizione delle prestazioni sociali anche per i cittadini comunitari e quelli extracomunitari in possesso del permesso di soggiorno di lunga durata;

    il reddito di cittadinanza proposto prevede il solo obbligo di iscrizione ai centri per l'impiego – strutture per le quali si propone una significativa e propedeutica implementazione finanziaria ed organizzativa, spostando temporalmente in avanti la reale praticabilità del nuovo strumento di contrasto della povertà – facendo così derivare la condizione di povertà esclusivamente dalla situazione lavorativa, a differenza di quanto invece prevede il reddito di inclusione, il quale appropriatamente considera come fattori determinanti anche la condizione di disagio sociale e la povertà educativa;

    la forte aspettativa che si è diffusa, soprattutto in alcune aree del Paese, vista l'entità della misura economica proposta, potrebbe tradursi in una altrettanto forte frustrazione, stante i tanti profili problematici, soprattutto per quanto concerne la sua praticabilità finanziaria;

    sembrerebbe molto più proficuo indirizzare le risorse per aumentare la platea e il beneficio economico previsto dal reddito di inclusione, un istituto appena partito, introdotto dal Governo pro tempore a guida Partito Democratico e costruito con progettazione partecipata insieme all'Alleanza contro la povertà, di cui fanno parte realtà associative, rappresentanze dei comuni e delle regioni, enti di rappresentanza del terzo settore, sindacati;

    in coerenza con tale impostazione e con le citate novità intervenute a decorrere dal 1° luglio 2018, è stata depositata un'apposita proposta di legge finalizzata a:

     a) incrementare l'ammontare del beneficio economico, prevedendo una serie di interventi il cui combinato disposto porterà l'importo massimo del beneficio per una famiglia di 5 componenti a un ammontare pari a 750 euro;

     b) allargare la platea dei beneficiari al fine di portare il numero di famiglie beneficiarie a circa 1 milione e 400 mila, per poi arrivare a raggiungere tutte le famiglie che secondo le stime Istat si trovano in condizioni di povertà nel nostro Paese, rendendo il reddito di inclusione compiutamente universale non solo nel disegno, ma anche nei suoi effetti generali;

     c) favorire l'occupabilità dei beneficiari del reddito di inclusione, prevedendo che i suoi beneficiari possano accedere all'assegno di ricollocazione previsto dal «Jobs Act», anche in deroga alle condizionalità previste in via ordinaria per l'accesso a quell'istituto (permanenza in Naspi e stato di disoccupazione di durata non inferiore a quattro mesi): inoltre, a titolo di riconoscimento della peculiare condizione di svantaggio dei beneficiari del reddito di inclusione, si dispone che in caso di successo occupazionale, l'importo dell'assegno di ricollocazione per questi soggetti sia riconosciuto in misura raddoppiata, a parità di altre condizioni;

     d) innalzare la quota del Fondo povertà destinata al rafforzamento degli interventi e dei servizi sociali in ossequio al carattere peculiare del reddito di inclusione: una misura che non è solo uno strumento di sostegno al reddito, ma un progetto per l'autonomia, dato che il nucleo familiare, affiancato dai servizi territoriali, è tenuto a condividere un percorso finalizzato all'inclusione sociale e lavorativa, che prevede non solo l'attivazione di specifici sostegni, sulla base dei bisogni manifestati complessivamente dalla famiglia, ma anche l'impegno a svolgere specifiche attività, alle quali è condizionata l'erogazione del beneficio,

impegna il Governo:

1) a dare continuità all'applicazione del reddito di inclusione, potenziandone anziché minandone l'architettura, stante la sua immediata praticabilità ed efficacia, nonché la dichiarata volontà di tutte le forze politiche di contrastare la povertà e l'esclusione sociale;

2) a non disperdere e a non vanificare i risultati richiamati in premessa, sopprimendo una misura che funziona e introducendone un'altra che non è definita nei tempi, nei modi, nei costi, né tantomeno nelle coperture finanziarie;

3) ad assumere le iniziative di competenza per non interrompere ed anzi rafforzare il potenziamento dei servizi sociali territoriali, assicurando stanziamenti adeguati e non sottraendo parte delle risorse ai fondi europei messi a disposizione per tale fine;

4) ad assumere iniziative, per quanto di competenza, per potenziare, anche a tali fini, i centri per l'impiego e la rete nazionale delle politiche attive del lavoro, incrementandone la presenza, l'efficienza e la qualità dei servizi su tutto il territorio nazionale.
(1-00009) (Nuova formulazione) «Carnevali, Gribaudo, Lepri, Viscomi, De Filippo, Serracchiani, Carla Cantone, Lacarra, Romina Mura, Zan, Campana, Ubaldo Pagano, Pini, Rizzo Nervo, Schirò, Siani, Bruno Bossio, Cenni».

(27 giugno 2018)

   La Camera,

   premesso che:

    le persone che vivono in povertà assoluta in Italia hanno superato nel 2017 il numero di 5 milioni: si tratta del valore più alto registrato dall'Istat dal 2005;

    le famiglie in povertà assoluta sono stimate in 1 milione e 778 mila, ovvero 5 milioni e 58 mila individui. L'incidenza della povertà assoluta è del 6,9 per cento per le famiglie (era il 6,3 per cento nel 2016) e dell'8,4 per cento per gli individui (dal 7,9 per cento nel 2016). Si tratta dei valori più alti dal 2005. In particolare, la situazione più drammatica si registra al Sud, dove 1 abitante su 10 vive in indigenza. Sono 1,2 milioni i bambini e ragazzi in povertà;

    si registra anche un aumento della povertà relativa, con un'incidenza al 15,5 per cento, ovvero 9 milioni e 368 mila persone; in tale categoria rientra chi vive nelle famiglie, stimate in 3 milioni 171 mila, che hanno una spesa al di sotto della soglia di 1.085 euro e 22 centesimi al mese per due persone: una condizione che riguarda 1 italiano su 6;

    l'incidenza di povertà relativa si mantiene elevata per le famiglie di operai e assimilati (19,5 per cento) e per quelle con persona di riferimento in cerca di occupazione (37 per cento): queste ultime in peggioramento rispetto al 31 per cento del 2016. L'Istat conferma le difficoltà per le famiglie di soli stranieri, tra le quali l'incidenza della povertà relativa raggiunge il 34,5 per cento, con forti differenziazioni sul territorio, il 29,3 per cento al Centro, il 59,6 per cento nel Mezzogiorno;

    l'Inps ha diffuso il 28 marzo 2018 i dati relativi al primo trimestre di funzionamento del reddito di inclusione. Dal rapporto dell'Osservatorio statistico si evince che nel primo trimestre 2018 sono stati erogati benefici economici a 110 mila nuclei familiari, raggiungendo 317 mila persone: se a queste si aggiungono le circa 120.000 famiglie beneficiarie del sostegno per l'inclusione attiva si arriva ad un totale di circa 500.000 persone interessate;

    la maggior parte dei benefici vengono erogati nelle regioni del Sud (il 72 per cento): Campania, Calabria e Sicilia sono le regioni con maggiore numero assoluto di nuclei beneficiari; insieme rappresentano il 60 per cento del totale dei nuclei e il 64 per cento del totale delle persone coinvolte;

    l'importo medio mensile del reddito di inclusione risulta variabile a livello territoriale, dai 225 euro per i beneficiari della Valle d'Aosta a 328 euro per la Campania;

    dalla composizione dei nuclei famigliari che hanno percepito il reddito di inclusione, risulta che sono 57 mila i nuclei con minori, che rappresentano il 52 per cento dei nuclei beneficiari; questi coprono il 69 per cento delle persone interessate; sono 21,5 mila i nuclei con disabili, che rappresentano il 20 per cento dei nuclei beneficiari e coprono il 20 per cento delle persone interessate;

    dal 1° giugno 2018 sono stati estesi i requisiti per ottenere il reddito di inclusione; questo consentirà a circa 200 mila famiglie in più di ottenere il beneficio del reddito di inclusione; non sarà, quindi, più necessario che il nucleo familiare abbia al suo interno un minore, un disabile, una donna in stato di gravidanza o un disoccupato over 55. L'eliminazione di questi requisiti consentirà l'allargamento della platea di beneficiari a circa 700 mila famiglie, circa 2,5 milioni di persone, rispetto alle 500.000 famiglie attuali ovvero circa 1,8 milioni di persone coinvolte;

    si afferma da più parti che l'estensione dei requisiti consentirebbe al reddito di inclusione di diventare beneficio universale, ma questo non corrisponde al vero, in quanto oggi, come affermato dall'Istat, le persone in povertà assoluta sono oltre 5 milioni e le persone in povertà relativa sono altre 9 milioni; il reddito di inclusione continua ad essere una misura parziale che si rivolge solo ad una parte delle famiglie in povertà assoluta, a causa delle insufficienti risorse assegnate al fondo nazionale per la lotta e l'esclusione sociale, di cui all'articolo 1, comma 386, della legge 28 dicembre 2015, n. 208;

    l'importo mensile del reddito di inclusione è di 187 euro per famiglie composte da una singola persona, 294 euro per due persone, 382 euro per tre e 461 euro per quattro; questi importi con tutta evidenza non possono rappresentare un efficace affrancamento dalla povertà nel periodo in attesa del progetto personalizzato di attivazione e di inclusione sociale e lavorativa finalizzato proprio al definitivo affrancamento della povertà;

    si è in attesa della proposta del reddito di cittadinanza, che il Governo intende avanzare, presente anche nel contratto di Governo, non ancora definita né con riferimento alle modalità, né con riferimento alle risorse disponibili a sostenerlo; ad oggi il reddito di inclusione è l'unico intervento posto in essere e sul quale è necessario intervenire, sia implementando ulteriormente le risorse, sia attivando i percorsi di inclusione sociale e lavorativa indicati chiaramente dalla legge 15 marzo 2017, n. 33, nonché dal decreto legislativo 15 settembre 2017, n. 147;

    la legge 15 marzo 2017, n. 33, e il decreto legislativo 15 settembre 2017, n. 147, prevedono, tra l'altro, che: l'introduzione della misura nazionale di contrasto alla povertà, denominata reddito di inclusione, è individuata come livello essenziale delle prestazioni da garantire uniformemente su tutto il territorio nazionale; è rafforzato il coordinamento degli interventi in materia di servizi sociali nell'ambito dei principi della legge n. 328 del 2000; la misura unica ha carattere universale; sono attivati progetti personalizzati di inclusione sociale e lavorativa; la misura unica è articolata in un beneficio economico e in una componente di servizi alla persona;

    la lettera c) del comma 2 dell'articolo 1 della legge 15 marzo 2017, n. 33, dispone che la definizione dei beneficiari avvenga nei limiti delle risorse del fondo per la lotta alla povertà e all'esclusione sociale; la lettera d) del medesimo comma del citato articolo prevede la graduale estensione dei beneficiari;

    è fondamentale procedere al rafforzamento dei centri per l'impiego, sia in termini di presenza territoriale che di risorse e di riqualificazione del personale, e a un numero adeguato di nuove assunzioni; i centri per l'impiego, oggi, constano di 550 sportelli, contano meno di 9 mila dipendenti, dei quali 1.300 a tempo determinato (mentre in Germania sono 110 mila), con un sistema di banche dati unificato insufficiente,

impegna il Governo:

1) ad attuare tutti i percorsi sociali e lavorativi recati dalla legge 15 marzo 2017, n. 33, e dal decreto legislativo 15 settembre 2017, n. 147, effettivamente ed uniformemente su tutto il territorio nazionale, al fine di attivare concretamente tutti i progetti personalizzati di affrancamento dalla povertà sia lavorativi che di offerta di servizi sociali alla persona, di cui alla legge n. 328 del 2000;

2) ad assumere iniziative per rendere effettivamente universale la misura unica nazionale di contrasto alla povertà e all'esclusione sociale, implementando le risorse al fine di renderla esigibile almeno a tutte le persone in povertà assoluta, anche prevedendo un aumento degli importi mensili del reddito di inclusione sociale;

3) a garantire, per quanto di competenza, il rafforzamento, il coordinamento e l'attuazione degli interventi in materia di servizi sociali nell'ambito dei principi della legge n. 328 del 2000, come richiamati dalla legge 15 marzo 2017, n. 33, e dal decreto legislativo 15 settembre 2017, n. 147;

4) ad assumere le iniziative di competenza finalizzate al contrasto efficace alla povertà, attraverso il rafforzamento dei centri per l'impiego, prevedendo, tra l'altro: risorse adeguate; un numero congruo di nuove assunzioni; una gestione integrata dei centri per l'impiego; l'adozione uniforme di modelli standard che offrano sul territorio nazionale servizi uguali per tutti; la riqualificazione e la formazione del personale; l'attuazione del sistema informatizzato unico sul lavoro in tempi certi.
(1-00012) «Rostan, Fornaro, Bersani, Boldrini, Conte, Epifani, Fassina, Fratoianni, Muroni, Occhionero, Palazzotto, Pastorino, Speranza, Stumpo».

(11 luglio 2018)

   La Camera,

   premesso che:

    l'Istat ha lanciato l'allarme sulle condizioni socio-economiche della popolazione, affermando che sono cinque milioni gli italiani che vivono in condizioni di povertà assoluta, ossia quelli che non riescono a far fronte a spese essenziali per il mantenimento di livelli di vita minimamente accettabili;

    il fenomeno ha raggiunto una soglia limite e il numero non fa che aumentare: nel 2017 si conta un aumento di 261 mila persone che vivono in condizioni di povertà rispetto al 2016, e il confronto è ancora più implacabile guardando al periodo precedente la crisi economica;

    oggi l'8,3 per cento della popolazione italiana vive in difficoltà estrema, contro appena il 3,9 per cento del 2008, anno di inizio della recessione, e le famiglie in povertà assoluta sono 1,8 milioni, con un'incidenza del 6,9 per cento sul totale dei nuclei, in crescita di sei decimi rispetto al 6,3 per cento del 2016 – pari a 154 mila famiglie in più – e di quasi tre punti rispetto al 4 per cento del 2008;

    i drammatici dati relativi a povertà ed esclusione sociale colpiscono maggiormente le famiglie numerose e i bambini e si riflettono anche negli alti tassi di dispersione scolastica e di prematuro abbandono dei percorsi di formazione universitaria;

    il nostro Paese risulta essere in Europa quello con il maggior numero di famiglie e cittadini che non possono permettersi una vita dignitosa e l'avanzo della disoccupazione, soprattutto giovanile, fa prevedere un peggioramento di questo già tragico scenario;

    non è più procrastinabile l'adozione di incisive politiche di inclusione sociale per contrastare la povertà, potenziando gli strumenti a sostegno delle famiglie e degli individui che versano in condizioni di bisogno, ma, soprattutto, introducendo idonei provvedimenti di inserimento attivo nel mondo del lavoro, da associarsi ad una retribuzione minima garantita, nella convinzione che il lavoro, tutelato sotto ogni profilo, rappresenti la più grande opportunità di inclusione sociale che possa attribuire reale dignità agli individui;

    innanzitutto, un'efficace ed efficiente politica di contrasto all'impoverimento e alle disuguaglianze sociali, richiede dei provvedimenti specifici per rafforzare le politiche di sostegno delle famiglie che vivono in condizioni disagiate, con particolare attenzione ai figli minori e a carico. Ciò attraverso l'implementazione delle strutture sul territorio e l'introduzione di misure economiche di sostegno al reddito, che consentano l'acquisto di beni e di servizi e/o agevolazioni fiscali;

    al medesimo fine, bisogna intervenire sul cosiddetto reddito d'inclusione (Rei) introdotto con il decreto legislativo n. 147 del 15 settembre 2017. Tale strumento di contrasto alla povertà e all'esclusione sociale si è dimostrato una misura insufficiente a causa dei modesti importi previsti e della ristretta platea di aventi diritto a cui si rivolge, che non copre nemmeno quella che individua la povertà assoluta e tale inadeguatezza non è stata superata neanche con l'estensione dei requisiti in vigore dal 1° giugno 2018, che permetterà a circa 200 mila famiglie di accedere al beneficio rispetto alle 500 mila famiglie attualmente coinvolte;

    sicché, è necessario aumentare le risorse del fondo nazionale per la lotta alla povertà e all'esclusione sociale di cui all'articolo 1, comma 386, della legge 28 dicembre 2015, n. 208, affinché siano raggiunte tutte le famiglie che secondo le stime dell'Istat si trovano in condizioni di povertà nel nostro Paese, nonché avviare concretamente i percorsi di inclusione sociale e lavorativa individuati dalla legge delega, 15 marzo 2017, n. 33, e dal citato decreto legislativo, poiché una virtuosa politica di contrasto alla povertà deve sempre condizionare il sostegno economica all'adesione a un progetto personalizzato di attivazione e di inclusione sociale e lavorativa;

    il potenziamento del reddito di inclusione deve essere seguito dalla promozione di idonee politiche attive in materia di lavoro che necessitano, innanzitutto, di una seria riforma dei centri per l'impiego, notoriamente inidonei a rispondere all'esigenza occupazionale e la cui inefficienza, non agevolando l'incontro tra l'offerta e la domanda di lavoro, lascia scoperti migliaia di posti di lavoro;

    al riguardo, gli insufficienti risultati delle politiche attive sono dovuti proprio alla tradizionale inadeguatezza di questi enti pubblici a cui non si è riusciti a riparare neanche con la disciplina prevista dal decreto legislativo 14 settembre 2015, n. 150, intervenuto sulla governance delle politiche attive del lavoro. Sono circa 500 sul territorio nazionale i servizi per l'impiego pubblici, per un totale di 9 mila addetti, tuttavia, solo il 3,1 per cento degli occupati dichiara di aver trovato un posto attraverso tali strutture. Una percentuale ben diversa rispetto alla media europea che è del 9,4 per cento e lontana da quanto succede in Francia e in Germania dove trovano lavoro con successo il 6,7 per cento e il 10,5 per cento di chi cerca lavoro;

    le criticità rilevate nelle procedure dei centri per l'impiego dipendono, in particolare, dall'assenza di idonei standard minimi di prestazione dei servizi, nonché dalla mancanza di una chiara definizione delle competenze che il personale deve possedere per erogare servizi orientati alla persona, che deve essere sostenuta nelle difficili e diverse fasi di transizione del proprio percorso professionale e lavorativo. In tale scenario, all'esigenza di garantire che i servizi dei centri per l'impiego siano erogati da personale competente, si aggiunge la necessità di definire procedure idonee al raccordo con gli altri operatori pubblici e privati del tessuto territoriale in cui opera il singolo centro;

    ed ancora, è necessario attuare un forte coordinamento tra le attività svolte dai centri per l'impiego nell'incontro domanda-offerta di lavoro sul territorio e le attività svolte dall'Inps nel sostegno al reddito dei disoccupati e delle persone in cerca di occupazione;

    le politiche attive del lavoro rappresentano uno strumento fondamentale per ridurre la disoccupazione strutturale e per condizionare gli interventi a sostegno del reddito ad una ricerca attiva del lavoro. In Italia, però, lo scarso investimento nelle politiche attive non consente lo sviluppo delle stesse e, di conseguenza, di tenere sotto controllo la disoccupazione di lunga durata e la spesa per le politiche passive;

    nel momento in cui una misura di politica attiva favorisce il reinserimento occupazionale di un disoccupato il risultato è duplice, in quanto si incrementa l'occupazione e si consente di risparmiare sul costo delle politiche passive;

    non è accettabile che in Italia la complessiva spesa per le politiche del lavoro è per il 74 per cento (17 miliardi di euro nel 2016, inclusi i contributi figurativi) destinata alle politiche passive;

    pertanto, le tendenze in atto nel mercato del lavoro italiano, periodicamente registrate dai dati di Istat e Inps, richiedono la messa in campo di strumenti maggiormente diffusi e stabili di supporto alla riqualificazione e ricollocazione dei lavoratori disoccupati o a rischio di disoccupazione;

    per garantire concretamente dignità e inclusione sociale, è indubbio che il diritto al lavoro va salvaguardato sotto ogni profilo; pertanto, è necessario assicurare a chi ha un'occupazione una giusta e proporzionata retribuzione. Al riguardo, infatti, si ricorda che l'articolo 36 della Costituzione stabilisce espressamente che «il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un'esistenza libera e dignitosa (...)». Eppure, l'allarmante numero di lavoratori che in Italia viene sottopagato o, addirittura, svolge prestazioni gratuite, pone di fronte al dato di fatto che quello che dovrebbe essere un principio inviolabile, viene spesso del tutto disatteso. Pertanto, predisporre misure di contrasto alla piaga dei lavoro sottopagato dovrebbe rappresentare un'emergenza prioritaria per il Governo, anche considerando che il suo continuo diffondersi, oltre a negare un basilare diritto per il lavoratore, ostacola i consumi e impedisce all'Italia di crescere e di uscire dall'attuale stato di crisi;

    è evidente che l'istituzione di una «retribuzione minima garantita» rappresenterebbe un efficace strumento per attuare una maggiore equità e tutela della posizione di debolezza del lavoratore nel rapporto di lavoro, conferendogli maggiore potere contrattuale. Difatti, un corrispettivo minimo fissato per legge, su base oraria, è attualmente applicato in molti Paesi europei, mentre in Italia esso vige solo per alcune categorie di lavoratori, in virtù dei contratti collettivi negoziati a livello nazionale;

    il riconoscimento di una «retribuzione minima» escluderebbe fenomeni di sfruttamento che, ad oggi, non sono evitati dai minimi salariali stabiliti nei contratti nazionali, poiché, come è noto, lasciano scoperti il 30-40 per cento del mercato del lavoro italiano, dalle imprese di modeste dimensioni ai lavoratori atipici. Al riguardo, non si ritiene condivisibile la tesi espressa da alcuni sindacati, i quali affermano che l'istituzionalizzazione di una «retribuzione minima» a livello nazionale avrebbe degli effetti negativi, poiché porrebbe le basi per una diminuzione dei salari nel medio termine. Riconoscere un importo minimo del corrispettivo, invece, è un provvedimento necessario per conferire maggiore potere contrattuale ai lavoratori più marginali e riconoscere il lavoro come strumento di dignità, in coerenza con i fondamenti della Repubblica;

    l'importo fissato deve costituire una soglia minima, in qualità di garanzia stipendiale che ha lo scopo di evitare situazioni di sfruttamento. Del pari, mediante la contrattazione collettiva o un accordo individuale con il datore di lavoro, dovranno essere previste retribuzioni minime di un ammontare maggiore a quello previsto su base nazionale, qualora lo richiedano le specificità dei diversi comparti occupazionali. Sicché, la contrattazione collettiva avrebbe un ruolo fondamentale proprio per escludere una diminuzione dei salari nel medio termine in quei settori le cui caratteristiche richiedono l'individuazione di corrispettivi superiori, rispetto al minimo previsto su base nazionale,

impegna il Governo:

1) ad adottare iniziative specifiche per il sostegno delle famiglie che si trovano in condizione di povertà e tutelare i minori che ne fanno parte, anche mediante l'implementazione delle strutture sul territorio e l'introduzione di misure economiche di sostegno al reddito o di agevolazioni fiscali, in favore delle famiglie con figli a carico;

2) a porre in essere iniziative per aumentare le risorse affinché il reddito d'inclusione comprenda, quanto meno, la platea di persone che risultano in base ai dati dell'Istat in povertà assoluta, anche implementando l'importo degli assegni ivi previsti;

3) ad avviare i percorsi di inclusione sociale e lavorativa collegati al reddito di inclusione, come individuati dalla legge delega, 15 marzo 2017, n. 33, e dal decreto legislativo n. 147 del 15 settembre 2017;

4) ad adottare, per quanto di competenza, iniziative di riforma che agiscano sulla qualità dei servizi offerti dai centri per l'impiego, nell'ambito dei quali il personale deve possedere le competenze adeguate per svolgere ricerca e la selezione del personale e favorire efficacemente l'incontro tra offerta e domanda di lavoro – anche attraverso la costituzione di una rete di contatti con le imprese, le società, i consorzi, le cooperative, gli studi associati, gli studi professionali, le fondazioni e le associazioni – garantendo standard minimi di prestazioni nonché il raggiungimento di obiettivi, anche attraverso misure incentivanti;

5) ad assumere iniziative per attuare un forte coordinamento tra le politiche attive svolte sul territorio attraverso i centri per l'impiego e le politiche passive, di sostegno del reddito dei disoccupati e delle persone in difficoltà economica, svolte, a livello nazionale, dall'Inps, al fine di rendere effettivo il cosiddetto principio di condizionalità, che deve governare gli interventi di welfare nel mondo del lavoro;

6) ad assumere iniziative per garantire un incremento delle risorse per il Fondo per le politiche attive del lavoro, con l'obiettivo di aumentare e rendere l'offerta di tali politiche coerente con la platea potenziale dei beneficiari e, conseguentemente, diminuire gli esorbitanti costi che vengono sostenuti in Italia in politiche passive del lavoro;

7) ad assumere iniziative volte a istituzionalizzare una «retribuzione minima oraria» su base nazionale per attuare una maggiore tutela della posizione di debolezza del lavoratore nel rapporto di lavoro, garantendogli un'equa retribuzione, in conformità all'articolo 36 della Costituzione, prevedendo adeguati sistemi di controllo per verificarne la concreta applicazione e, in caso di violazione, prevedere la responsabilità penale per i datori di lavoro, in modo da scoraggiare concretamente l'applicazione di retribuzioni che non consentono al lavoratore un'esistenza dignitosa;

8) ad assumere iniziative per prevedere una totale decontribuzione previdenziale e fiscale per un periodo di almeno 5 anni, al fine di dare maggiore possibilità di inserimento lavorativo ai soggetti destinatari del reddito di inclusione, rendendo vantaggiosa la loro assunzione da parte delle aziende.
(1-00016) «Rizzetto, Lollobrigida, Bucalo, Acquaroli, Bellucci, Butti, Caretta, Ciaburro, Cirielli, Crosetto, Luca De Carlo, Deidda, Delmastro Delle Vedove, Donzelli, Ferro, Fidanza, Foti, Frassinetti, Gemmato, Lucaselli, Maschio, Meloni, Mollicone, Montaruli, Osnato, Prisco, Silvestroni, Trancassini, Varchi, Zucconi».

(16 luglio 2018)

   La Camera,

   premesso che:

    con l'approvazione della legge 15 marzo 2017, n. 33 (legge delega recante norme relative al contrasto della povertà, al riordino delle prestazioni e al sistema degli interventi e dei servizi sociali) e della sua disciplina attuativa (decreto legislativo 15 settembre 2017, n. 147, recante disposizioni per l'introduzione di una misura nazionale di contrasto alla povertà), il Governo Renzi ha istituito una misura unica nazionale di contrasto alla povertà, il reddito d'inclusione (Rei), individuato come livello essenziale delle prestazioni da garantire uniformemente su tutto il territorio nazionale. Lo strumento, secondo un'impostazione selettiva, opera in modo da raggiungere sostanzialmente le famiglie (110.000 famiglie, ovvero 317.000 persone) che risultano in condizione di povertà assoluta, con un importo medio del beneficio mensile pari a poco meno di 300 euro per la generalità della platea, che sale a 430 euro per le famiglie con minori;

    con riferimento all'anno 2017, i dati dell'Istat hanno stimato in povertà assoluta 1 milione e 778 mila famiglie residenti in cui vivono 5 milioni e 58 mila individui; anche la povertà relativa è cresciuta, riguardando 3 milioni 171 mila famiglie residenti (12,3 per cento, contro 10,6 per cento nel 2016), e 9 milioni 368 mila individui (15,6 per cento contro 14,0 per cento dell'anno precedente);

    l'incidenza di povertà relativa si mantiene elevata per le famiglie di operai e assimilati (19,5 per cento) e per quelle con persona di riferimento in cerca di occupazione (37,0 per cento), queste ultime in peggioramento nel suddetto anno di riferimento;

    i dati sulla povertà sono peggiori del previsto: la popolazione esposta a rischio di povertà o esclusione sociale – precisamente pari a 18.136.663 individui – risulta infatti superiore di 5.255.000 unità rispetto al target previsto da Europa 2020;

    l'Italia, peraltro, presenta una disuguaglianza dei redditi maggiore rispetto alla media dei Paesi europei. Con un indice di Gini – tra i principali indicatori utilizzati per misurare questo fenomeno – pari a 0,331, l'Italia occupa la ventesima posizione tra i Paesi della Ue (esclusa l'Irlanda, per la quale il dato non è disponibile), che a sua volta presenta una media dello 0,307. Distribuzioni del reddito più diseguali rispetto all'Italia si rilevano in altri Paesi dell'area mediterranea quali Portogallo (0,339), Grecia (0,343) e Spagna (0,345);

    secondo l'Istituto di statistica, è cresciuta nell'anno in corso la percentuale di under 25 senza un posto di lavoro, con il tasso di disoccupazione giovanile che è salito al 32,8 per cento, in aumento di 0,3 punti percentuali;

    in ambito pensionistico si rileva che su 7,2 milioni di pensionati, il 17 per cento può contare su un reddito sotto i 500 euro, il 35 per cento ha una pensione tra 500 e 1.000 euro e solo il 2,9 per cento ha una pensione che va oltre i 3.000 euro;

    dal punto di vista teorico la scelta tra selettività e universalismo riflette una diversa concezione circa il ruolo dello Stato. Nel caso del cosiddetto Rei, il modello di riferimento è quello di uno stato sociale con compiti residuali, in cui la fornitura delle prestazioni non può che essere subordinata alla prova dei mezzi e il livello dei benefici deve essere appena sufficiente a garantire un livello minimo di risorse;

    i presentatori del presente atto di indirizzo ritengono invece, che uno stato sociale debba avere compiti redistributivi, erogando, in moneta o in natura, prestazioni sociali volte a garantire alla generalità dei propri cittadini un tenore di vita adeguato, comunque commisurato anche a uno standard di povertà relativa;

    una delle principali motivazioni addotte a favore del ricorso a criteri selettivi, ovvero del cosiddetto Rei, è da ricercarsi nella presunta minore onerosità per il bilancio statale unita ad una maggiore efficacia in termini di equità;

    la misura del Rei avvantaggia esclusivamente coloro che si collocano nelle posizioni reddituali inferiori della distribuzione. Viceversa, l'erogazione di un beneficio universale comporta benefici anche per le classi medie;

    il Rei attua misure tradizionali allo scopo di garantire un livello minimo di sussistenza nel caso i singoli individui non dispongano di fonti alternative di reddito. In particolare, tale misura agisce come una sorta di protezione contro il rischio di non lavorare e si configura sostanzialmente come misura redistributiva per combattere esclusivamente la povertà di reddito;

    da un punto di vista legislativo, il diritto soggettivo ad un reddito minimo è evidenziato anche nella Costituzione Italiana. Più precisamente all'articolo 36, primo comma, che recita: «Il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia una esistenza libera e dignitosa». Il concetto di «esistenza dignitosa» è ripreso dalla Carta dei diritti fondamentali dell'Unione europea, all'articolo 34, terzo comma. Emerge quindi che la Costituzione Italiana, l'Onu e l'Unione europea concepiscono come fondamentali, gli strumenti in grado di garantire libertà e dignità a tutti coloro che non hanno i mezzi sufficienti per poter avere tali diritti;

    l'Italia, è dotata di un welfare caratterizzato da un ritardo strutturale in relazione ai mutamenti che stanno avvenendo nel mercato del lavoro; il welfare italiano non ha preso, fino ad ora, in considerazione le trasformazioni che riguardano il tradizionale lavoro basato su occupazione a tempo pieno, mansioni per lo più univoche e una carriera definita sul ciclo di vita;

    l'Agenda Europea del 2020, continua ad affermare come obiettivo non ancora realizzato, la piena occupazione nel mercato del lavoro per favorire la coesione economica, sociale e territoriale;

    il reddito di cittadinanza non ha – come ribadito dal Presidente del Consiglio Conte nelle sue comunicazioni in occasione del voto sulla fiducia al Governo – mera natura assistenziale, bensì di reinserimento dei cittadini italiani momentaneamente disoccupati;

    un reddito di cittadinanza avente un importo più elevato rispetto al sussidio economico che il Governo Renzi ha introdotto, potrà determinare persino, nel prossimo futuro, una riduzione degli ammortizzatori sociali presenti nel sistema, andando così a sgravare il bilancio dell'Inps da una serie di costi e, in aggiunta, verrebbe garantita una riduzione dei contributi sociali a vantaggio sia dei salari, sia dei redditi da lavoro;

    in un mercato del lavoro sempre più flessibile, dove diventa sempre più facile perdere e trovare un nuovo lavoro, il reddito di cittadinanza consentirebbe di avere una continuità economica per i periodi in cui non c'è occupazione, e ciò, è positivo innanzitutto per i lavoratori, ma anche per il mercato stesso in un'ottica di flexsecurity connotata dalla flessibilità per chi assume da una parte e da uno Stato in grado di formare, riqualificare e reinserire il lavoratore, incrociando la domanda con l'offerta di lavoro dall'altra;

    sempre per quanto concerne il livello sociale, attraverso una misura, qual è il reddito di cittadinanza, è sicuramente possibile prevenire l'esclusione sociale degli individui con un reddito non continuo ed esiguo;

    con degli strumenti di controllo all'accesso al beneficio economico sarà possibile erogare il reddito di cittadinanza soltanto a quelle persone con cittadinanza italiana che ne hanno davvero diritto in una piena logica di efficientamento delle risorse pubbliche e di giustizia sociale;

    con la presenza del reddito di cittadinanza sarà possibile combattere il lavoro nero, in quanto, dotandosi di un minimo vitale, nel momento in cui si compie il reato, vi sarebbe la sospensione della misura in parola;

    il reddito di cittadinanza permetterebbe di sviluppare riforme e politiche innovative e sostenibili, determinando un possibile cambiamento storico, o comunque divenendo un importante punto di partenza;

    sostenere il reddito di cittadinanza significa superare il concetto di reddito minimo garantito sottoposto ad un elevato livello di condizioni, compresa la prova di eventuali mezzi di sussistenza ed agire contro la povertà e l'esclusione sociale;

    peraltro, il Governo è già al lavoro sulla determinazione di un «salario minimo» finalizzato ad innalzare il livello complessivo di reddito minimo delle famiglie italiane;

    pertanto, vanno adottate alcune iniziative in conformità al contratto per il Governo del cambiamento,

impegna il Governo:

1) ad assumere iniziative per istituire il reddito di cittadinanza, quale misura per il contrasto alla povertà, alla diseguaglianza e all'esclusione sociale nonché a favorire la promozione delle condizioni che rendano effettivo il diritto al lavoro e alla formazione, attraverso politiche volte al sostegno economico e all'inserimento sociale di tutti i cittadini italiani in pericolo di marginalità, nella società e nel mondo del lavoro;

2) a tal fine, a valutare l'opportunità di assumere iniziative per fissare un ammontare, parametrato alla soglia di rischio di povertà, calcolata sia per il reddito che per il patrimonio, alla base della scala Ocse per nuclei familiari italiani più numerosi;

3) ad adoperarsi, per quanto di competenza, per consentire il reinserimento del fruitore del reddito di cittadinanza, nell'ambito del lavoro, attraverso l'adesione a offerte di lavoro, provenienti dai centri dell'impiego, pena la decadenza dal beneficio, in caso di rifiuto allo svolgimento dell'attività lavorativa richiesta;

4) a valutare, da un lato, la tipologia di professionalità del lavoratore in questione, dall'altro lato la sinergia con la strategia di sviluppo economico, mirato all'obiettivo della piena occupazione, innescata dalle politiche industriali, volte a riconvertire i settori produttivi, così da sviluppare la necessaria innovazione per raggiungere uno sviluppo di qualità;

5) ad assumere iniziative per prevedere delle condizioni di accesso al beneficio e dei sistemi di monitoraggio, per i fruitori della misura, tese a garantire l'erogazione del reddito di cittadinanza soltanto ai cittadini italiani che ne hanno davvero diritto;

6) al fine di poter realizzare tale percorso nonché di potenziare le politiche attive del lavoro, ad assumere le iniziative di competenza per investire in primis nella riorganizzazione e nel potenziamento dei centri per l'impiego, anche attraverso l'adeguamento dei livelli formativi del personale ivi operante al fine di garantire il possesso delle competenze e delle esperienze necessarie per l'efficacia dell'azione di ricollocamento nel mercato del lavoro;

7) nelle opportune sedi europee, ad adottare iniziative per potenziare, estendere e rendere più efficace ed efficiente la gestione dei fondi che incidono sulle politiche di welfare, finalizzati ad uno sviluppo equo e condiviso sostenibile e che supportino gli Stati membri nei settori ove sono più necessari, prevedendo appositi stanziamenti destinati alla lotta alla povertà e all'inclusione sociale;

8) a valutare l'opportunità di assumere iniziative per assegnare una pensione di cittadinanza ai cittadini italiani che vivono sotto la soglia minima di povertà, attraverso l'integrazione dell'assegno pensionistico, inferiore a 780 euro mensili, secondo i medesimi parametri previsti per il reddito di cittadinanza.
(1-00018) «D'Uva, Molinari, Tripiedi, Panizzut, Ciprini, Giaccone, Pallini, Murelli, Davide Aiello, Ziello, Amitrano, Locatelli, Licatini, Segnana, Costanzo, Boldi, Cubeddu, Caffaratto, De Lorenzo, Caparvi, Giannone, De Martini, Invidia, Foscolo, Perconti, Lazzarini, Segneri, Legnaioli, Siragusa, Gabriele Lorenzoni, Tucci, Moschioni, Vizzini, Lorefice, Tiramani, Massimo Enrico Baroni, Bologna, Chiazzese, D'Arrando, Lapia, Mammì, Nappi, Nesci, Provenza, Sapia, Sarli, Sportiello, Trizzino, Troiano, Leda Volpi».

(16 luglio 2018)

   La Camera,

   premesso che:

    l'Istat ha documentato come in Italia si siano aggravate le diseguaglianze sociali. Infatti, nel nostro Paese (statistiche relative al 2016) soltanto il 19 per cento del reddito complessivo disponibile è a vantaggio del 40 per cento della popolazione, dato che pone l'Italia al di sotto della media dei Paesi europei;

    nei dieci anni che decorrono dalla grave crisi finanziaria ed economica del 2008 si è determinato un forte aumento della povertà. In particolare, negli anni dal 2008 al 2016 si sono registrati gravi problemi per le imprese e forti ripercussioni negative sull'occupazione soprattutto nel Mezzogiorno d'Italia con le inevitabili conseguenze sulle famiglie e sulla marginalità sociale. Nel 2017, in crescita sul 2016, si stimano in povertà assoluta 1 milione e 778 mila famiglie, in cui vivono 5 milioni e 58 mila individui; rispetto al 2016 la povertà assoluta cresce in termini sia di famiglie sia di individui;

    anche la povertà relativa è cresciuta rispetto al 2016. Nel 2017 riguarda 3 milioni 171 mila famiglie e 9 milioni e 368 mila individui. L'incidenza di povertà relativa si mantiene elevata per le famiglie di operai;

    nel 2016 è stato varato il reddito di inclusione (Rei) come misura di contrasto della povertà. Il reddito di inclusione consiste in un beneficio economico erogato mensilmente tramite una carta di pagamento elettronica e un progetto personalizzato di attivazione e di inclusione sociale e lavorativo per superare la condizione di povertà e di marginalità sociale;

    si ritiene necessario, visto l'incremento delle condizioni di povertà riscontrate dall'Istat, implementare le risorse del reddito di inclusione compatibilmente con le risorse economiche disponibili. Introdurre altri strumenti normativi senza un'adeguata copertura dei costi, provocherebbe, se non in linea con il rispetto dei vincoli di finanza pubblica, gravi ricadute negative sul bilancio dello Stato;

    pare opportuno, inoltre, considerato il ruolo fondamentale che la famiglia ha avuto come principale ammortizzatore sociale, una riforma fiscale che la sostenga e che comporti un più favorevole trattamento fiscale per quelle con figli a carico e quelle che accudiscono persone anziane o disabili, apportando le necessarie modifiche al sistema normativo vigente e privilegiando i nuclei più numerosi e con reddito complessivo più basso, in modo da garantire a questi ultimi il superamento delle condizioni di marginalità sociale e di povertà;

    appare inoltre indispensabile creare le condizioni per attivare una politica che possa conciliare in modo pieno lavoro e vita familiare;

    è necessario sostenere le giovani coppie con bassi livelli di reddito al fine di facilitare loro l'accesso all'abitazione (proprietà o locazione),

impegna il Governo:

1) ad assumere iniziative per incrementare, compatibilmente con le risorse economiche disponibili, il reddito di inclusione;

2) ad assumere iniziative per attivare un sistema fiscale che introduca misure più favorevoli per le famiglie con più figli a carico e che si trovano in stato di marginalità sociale in modo da coniugare l'incremento del reddito di inclusione e una riforma fiscale che abbia al centro la famiglia;

3) ad assumere le iniziative di competenza per riformare i servizi per l'impiego nella prospettiva di una rete integrata pubblico-privato volta ad assicurare una efficiente ed efficace azione su tutto il territorio nazionale.
(1-00020) «Lupi, Schullian».

(18 luglio 2018)

   La Camera,

   premesso che:

    l'Istat nel suo rapporto pubblicato nel giugno 2018, sulla povertà in Italia relativo all'anno 2017, riporta dati drammatici: le persone che vivono in povertà assoluta hanno superato quota 5 milioni. È il valore più alto registrato dall'istituto dall'inizio delle serie storiche, nel 2005. Di questi, i minori italiani in povertà assoluta sono 1 milione e 208 mila, con un'incidenza del 12,1 per cento;

    il rischio di povertà cresce all'aumentare dei figli minori presenti in famiglia: l'incidenza si attesta al 10,5 per cento tra le famiglie con almeno un figlio e raggiunge il 20,9 per cento tra quelle con tre o più figli. Tra gli individui più a rischio anche le donne, stimate in 2 milioni 472 mila. I giovani tra i 18 e i 34 anni sarebbero, invece, un milione e 112 mila (il 10,4 per cento, è il valore più elevato dal 2005);

    a soffrire maggiormente è il Mezzogiorno dove l'incidenza della povertà assoluta aumenta sia per le famiglie, sia per gli individui, ma la povertà aumenta anche nelle aree metropolitane del Nord – sia nei centri che nelle periferie;

    vale la pena rammentare che la povertà assoluta è calcolata sulla base di una soglia corrispondente alla spesa mensile minima necessaria per acquisire un paniere di beni e servizi che, nel contesto italiano e per una famiglia con determinate caratteristiche, è considerato essenziale a uno standard di vita minimamente accettabile. Sono classificate come assolutamente povere le famiglie con una spesa mensile pari o inferiore al valore della suddetta soglia e quindi non in grado di acquistare quel minimo di beni e servizi considerati necessari;

    in Italia, più che in altri Paesi, le disuguaglianze continuano ad aumentare, e se prima erano gli anziani ad essere quelli più a rischio povertà, in questi ultimi anni sono sempre di più gli adulti e gli stessi giovani;

    un recente studio di Unimpresa ha contato in circa 9,3 milioni gli italiani che non ce la fanno e sono a rischio povertà: è sempre più estesa l'area di disagio sociale che non accenna a restringersi. Dal 2016 al 2017 altre 128 mila persone sono entrate nel bacino dei deboli in Italia: complessivamente, adesso, si tratta di 9 milioni e 293 mila soggetti in difficoltà;

    si è di fronte a numeri drammatici, che mostrano come la crisi economica iniziata dieci anni fa non sia ancora superata, e questo anche a conferma di come le misure varate dai Governi di questi ultimi anni non siano state minimamente in grado di contrastare realmente l'impoverimento delle famiglie e sostenere i redditi e il potere d'acquisto dei cittadini;

    riguardo alle misure e alle iniziative volte al contrasto della povertà, il «contratto di governo» sottoscritto per la campagna elettorale dall'attuale maggioranza, prevede l'istituzione di un «reddito di cittadinanza», quale strumento di sostegno al reddito per i cittadini italiani che versano in condizione di bisogno. L'ammontare è fissato in 780 euro mensili per persona singola. Una misura che – qualora attuata dal Governo – avrà un costo di 17 miliardi di euro (come quantificato dal M5S) o 38 miliardi di euro (fonte Inps) e che, a detta dei proponenti, dovrebbe essere finanziato in buona parte con il fondo sociale europeo (Fse);

    il Presidente del Parlamento europeo, Tajani, ha fin dal primo momento informato dell'impossibilità di finanziarie il reddito di cittadinanza con i fondi europei;

    il Ministro per gli affari europei, Paolo Savona, rispondendo l'11 luglio 2018 all'interrogazione a risposta immediata in Assemblea n. 3-00068 a prima firma D'Attis, ha dovuto correggere il tiro precisando che il Governo, sta «lavorando ad un intervento volto a strutturare un modello di reddito di cittadinanza rispetto al quale talune risorse del Fondo strutturale europeo potranno essere utilizzate». E questo ad ulteriore conferma che se non sono utilizzabili i fondi europei, o lo sono solamente in minima e trascurabile parte, è praticamente impossibile finanziare il «reddito di cittadinanza» con i fondi nazionali, vista la pesante situazione del bilancio dello Stato, e che quindi detto strumento non vedrà mai la luce;

    attualmente nel nostro Paese, con la legge delega n. 33 del 2017, e quindi con il decreto legislativo n. 147 del 2017, è stata approvata una misura finalizzata al contrasto alla povertà denominata reddito di inclusione (Rei). Una misura che si articola in un beneficio economico in una componente di servizi alla persona;

    per il primo anno di applicazione della misura, l'importo carta Rei 2018, va da un minimo di 190 euro, ad un importo fino a 530 euro mensili per le famiglie con 5 o più componenti;

    peraltro dal 1° luglio 2018, dopo una prima fase transitoria, sono stati aboliti alcuni dei requisiti che inizialmente doveva avere il nucleo familiare per beneficiare del Rei: quello di avere al proprio interno un figlio minore, o una donna in gravidanza, o un figlio con disabilità, o un ultra 55enne disoccupato. Da detta data i requisiti per beneficiare della carta Rei 2018, sono solo requisiti economici, di reddito e patrimoniali, sulla base dell'Isee e dell'Isre;

    tra gennaio e maggio 2018, primi cinque mesi di operatività, sono circa 380 mila i nuclei familiari che hanno fatto domanda di accesso alla misura nazionale di reddito minimo, ma quasi la metà delle richieste è stata respinta dall'Inps, perché priva dei requisiti di legge, in particolare, quello relativo al limite reddituale;

    i circa 2 miliardi di euro di risorse complessivamente assegnate al Rei, si confermano insufficienti e rappresentano solo una parte di quelle che sarebbero necessarie per far uscire le tante famiglie italiane dalla situazione di estrema povertà in cui purtroppo versano;

    con queste cifre si riesce forse a far uscire dalla situazione di povertà assoluta meno della metà della platea effettiva. Si stima infatti che il Rei raggiungerà a regime 1,8-2 milioni di persone in povertà assoluta sui circa 5 milioni stimati;

    l'Alleanza contro la povertà, ossia il soggetto che raccoglie 35 organizzazioni attive nel favorire la costruzione di politiche pubbliche contro la povertà assoluta, ha quantificato in 7 miliardi di euro strutturali le risorse a regime che effettivamente servirebbero per far uscire dalla povertà assoluta chi oggi si trova in questa situazione;

    una delle condizioni necessarie per avere e mantenere il reddito di inclusione sociale, è la sottoscrizione obbligatoria da parte dei beneficiari Rei, di un progetto personalizzato che dovrebbe essere volto al superamento della condizione di povertà;

    detto progetto di inclusione personalizzato per i nuclei familiari, così come gli interventi e servizi di contrasto alla povertà, è condiviso con i servizi territoriali (servizi sociali, centri per l'impiego, agenzie formative e altro), ed assegna un ruolo centrale agli enti locali. Questo comporta che debbano essere destinatari di ulteriori e maggiori risorse, al fine di rendere realmente efficienti ed efficaci detti servizi, a cominciare dai centri per l'impiego, prevedendo a tal fine anche una riqualificazione e un incremento del personale impiegato ben oltre a quello previsto dalla normativa vigente;

    dai recenti dati dell'Istat sopra esposti colpisce fortemente, e più di ogni altro, quel 12,1 per cento di minori in condizione di povertà assoluta;

    questi bambini sono in gran parte figli di genitori disoccupati (+8,5 per cento il tasso di povertà assoluta nelle famiglie senza occupati), oppure monoreddito, o ancora bambini i cui genitori hanno un livello d'istruzione basso. Famiglie che non sono in grado di spendere ogni mese quello che serve ad acquistare i beni e i servizi essenziali per mantenere uno standard di vita accettabile. I loro bambini sono esposti a forme gravi di privazioni materiali. Questa condizione mette a repentaglio il loro futuro, che è anche quello del nostro Paese. Oltre la metà di loro non legge un libro, quasi uno su tre non usa Internet e più del 40 per cento non pratica sport;

    in termini di deprivazione economica e di povertà, i minori sono sicuramente quelli che stanno pagando il prezzo più alto di questa lunga crisi, laddove invece hanno il diritto di ottenere dalla collettività cura, protezione sociale;

    è indispensabile che il Governo dia una risposta immediata a questa condizione insopportabile nella quale si trovano a vivere nel nostro Paese gli oltre 1 milione e 200 mila minori in povertà assoluta, attraverso un sostegno mirato a chi ne ha veramente bisogno. E questo è ancora più urgente anche alla luce del fatto che, come già detto, dal 1° luglio 2018 è stato abolito uno tra i requisiti obbligatori che – nella prima fase di avvio della legge – doveva avere il nucleo familiare per beneficiare del Rei, ossia quello di avere al proprio interno un figlio minore, oppure un disabile, o un disoccupato ultra 50enne, o una donna in gravidanza;

    a ciò si aggiunga che un reale sostegno al reddito e al potere d'acquisto dei nuclei familiari più in difficoltà e a maggior rischio povertà ed esclusione sociale, non può non prevedere una efficace politica di sostegno alla famiglia quale, per esempio, l'implementazione degli asili nido e delle strutture per l'infanzia, laddove attualmente si conferma troppo spesso insufficiente e con una distribuzione sul territorio nazionale fortemente squilibrata;

    giova peraltro rammentare che in Lombardia già dal 2015 è stata attivata una misura di contrasto alla povertà legata al sistema delle politiche attive del lavoro della Dote unica lavoro. Nello specifico, è stata definita una specifica fascia di intensità di aiuto, la fascia 3 plus a cui accedono le persone in condizione di particolare svantaggio (sono disoccupati da più di 36 mesi; non percepiscono alcuna integrazione al reddito; hanno un Isee non superiore a 18.000 euro) per i quali è possibile attivare un progetto di inserimento lavorativo – (Pil) che prevede dei servizi personalizzati di inserimento lavorativo cui si associa una politica di sostegno al reddito nella forma di indennità di partecipazione alle attività (600 euro al mese per massimo 6 mesi);

    la predetta misura è finanziata dalle risorse comunitarie del Fse assegnate alla regione in quanto perfettamente coerente con i vincoli associati all'utilizzo di tali risorse che, come ricordato dallo stesso Ministro Savona in risposta alla citata interrogazione in Aula n. 3-00068 a prima firma D'Attis, non possono finanziare esclusivamente politiche passive nella forma di sussidi;

    in Lombardia, il successo del reddito di autonomia è garantito dalla presenza di una rete di operatori diffusa sul territorio composta da operatori pubblici e privati accreditati, che erogano servizi finalizzati all'inserimento lavorativo dei disoccupati. Il modello di riferimento internazionale è maggiormente l'Olanda, dove l'agenzia nazionale per il lavoro è un'agenzia snella che coinvolge in modo sussidiario anche gli operatori privati;

    i risultati raggiunti in Lombardia con il citato reddito di autonomia, sono di 11.000 doti con «progetto di inserimento lavorativo» attivate dal 2015, e circa 20 milioni di risorse erogate come sostegno al reddito,

impegna il Governo:

1) ad adottare iniziative per mettere al primo punto della propria agenda l'attività di contrasto alla povertà, e alla deprivazione dei minori, prevedendo l'erogazione di un assegno universale per tutti i bambini e i minori appartenenti a nuclei familiari in condizioni di povertà assoluta, a integrazione del reddito di inclusione;

2) a considerare, ai fini del sensibile miglioramento delle politiche di contrasto alla povertà, la positiva esperienza avviata in Lombardia, con il «progetto di inserimento lavorativo» di cui in premessa, valutando in particolare, la possibilità di attivare reti di partenariato miste pubblico-privato per una effettiva presa in carico multidimensionale da parte dei diversi soggetti;

3) a implementare e promuovere opportune politiche fiscali, incentivi mirati alle imprese ed efficaci politiche attive del lavoro che favoriscano realmente l'occupazione, contribuendo conseguentemente a sostenere il potere d'acquisto delle famiglie e la riduzione del disagio sociale per molti cittadini;

4) ai fini di un'efficace politica di contrasto alla povertà, ad assumere le opportune iniziative affinché ad alcune mirate misure di trasferimento monetario vengano affiancate tutte quelle iniziative che favoriscano l'uscita di una larga fetta della popolazione dal disagio sociale, a tal fine sostenendo i nuclei familiari più esposti e tutelando i loro redditi anche attraverso politiche di welfare, quali l'incremento delle strutture e dei servizi socio-educativi per l'infanzia, anche al fine di superare le attuali forti disomogeneità territoriali nell'offerta di detti servizi;

5) ad attivarsi affinché sia garantito a tutti i possibili beneficiari del reddito di inclusione di poter usufruire di detta misura, e questo anche attraverso efficaci e capillari campagne informative mirate verso i potenziali percettori, superando quelle criticità che hanno finora limitato il numero degli effettivi potenziali beneficiari e che non hanno consentito di andare oltre il mero contributo economico, con l'attivazione di servizi efficaci per l'uscita dallo stato di bisogno, nell'ottica della realizzazione dell'inclusione sociale e non del solo riconoscimento di un sussidio;

6) ad adottare iniziative per prevedere un incremento delle risorse per il reddito di inclusione al fine di ampliare notevolmente la platea dei beneficiari consentendo loro di uscire da una condizione di povertà estrema e rafforzando la parte dei servizi destinati alla persona, anche con una regia nazionale di coordinamento degli interventi;

7) ad assumere le iniziative di competenza per incrementare le risorse a favore degli enti locali e dei servizi territoriali, servizi sociali, centri per l'impiego, agenzie formative, prevedendo per detti servizi, una riqualificazione ed un sensibile incremento del personale ivi impiegato.
(1-00023) «Aprea, Carfagna, Pedrazzini, Bagnasco, Bond, Brambilla, Minardo, Mugnai, Novelli, Versace, Siracusano».

(18 luglio 2018)

   La Camera,

   premesso che:

    secondo l'Istat, nel 2017 le persone in povertà assoluta erano oltre 5 milioni (l'8,4 per cento della popolazione, in crescita rispetto al 7,9 per cento del 2016 e al 7,6 del 2015), mentre quelle in povertà relativa erano quasi 9,4 milioni (il 15,6 per cento della popolazione, contro il 14 per cento del 2016 e il 13,7 per cento del 2015);

    ai fenomeni «classici» di povertà, associati a condizioni di disagio sociale e di disoccupazione, si sono aggiunti nuovi fenomeni determinati dalla crescita di lavoratori autonomi, intermittenti e sottoccupati, soprattutto giovani, che operano nella sharing economy e che spesso ricevono retribuzioni al di sotto della soglia di povertà;

    la quarta rivoluzione industriale metterà sempre più a rischio percentuali elevate di professioni a basso contenuto tecnologico non più richieste dal mercato del lavoro, determinando fenomeni di disoccupazione di lunghissima durata che non potranno essere ammortizzati dai tradizionali sostegni al reddito delle persone che hanno perso involontariamente il lavoro, che hanno normalmente una durata non superiore a due anni;

    con il reddito d'inclusione è attualmente possibile raggiungere solo 900 mila persone in condizioni di povertà assoluta su un totale di oltre 5 milioni;

    il «reddito di cittadinanza» e la «pensione di cittadinanza», previsti nel «contratto per il governo del cambiamento» sottoscritto dall'attuale maggioranza, determinerebbero un costo aggiuntivo annuo superiore a 20 miliardi di euro (oltre 40 secondo l'Inps), insostenibile per le finanze pubbliche e per i vincoli di bilancio, anche comunitari, aggravati dal debito;

    l'insostenibilità della spesa aggiuntiva per i due redditi di cittadinanza è stata confermata dal Ministro dell'economia e delle finanze, Giovanni Tria, che, in audizione nella Commissione finanze e tesoro del Senato della Repubblica, ha affermato che il costo della misura non può essere considerato addizionale, ma in parte sostitutivo di altre misure. Il Ministro ha aggiunto che si deve quindi parlare di «costo differenziale», che dipenderà dal disegno specifico della norma che introdurrà il reddito di cittadinanza, che dovrà sostituire e trasformare strumenti di protezione sociale già esistenti;

    appare sempre più evidente, al netto della propaganda elettorale, che una misura capace di eliminare sostanzialmente la povertà assoluta attraverso l'introduzione di una misura universale e strutturale di reddito minimo d'inserimento rivolta a tutte le famiglie, anche se costituite da persone ritirate dal lavoro, è sostenibile solo attraverso una riforma complessiva di numerose misure di welfare che preveda l'eliminazione o la rimodulazione di alcune prestazioni esistenti e la loro sostituzione con nuove prestazioni fondate su principi di maggiore equità sociale, di corrispondenza ai bisogni reali e di migliore utilizzo delle risorse esistenti;

    la proposta di legge n. 671, contenente disposizioni per il contrasto della povertà e per la riforma delle prestazioni sociali, presentata il 29 maggio 2018, potrebbe essere la strada di avvio per un percorso di riforma per l'abolizione della povertà assoluta attraverso la sostituzione o l'eliminazione di prestazioni esistenti: di conseguenza, si autofinanzia sostanzialmente con le risorse esistenti, redistribuendole a favore delle fasce più povere e riducendo quelle rivolte alle fasce più abbienti;

    qualsiasi misura di sostegno al reddito per l'eliminazione della povertà assoluta è destinata a fallire, a costare oltre ogni ragionevole stima e a incentivare comportamenti di azzardo morale da parte dei beneficiari idonei al lavoro e non occupati, in assenza di un sistema di servizi per l'impiego pubblici e privati efficace, efficiente e con il personale adeguato, che sappia realizzare il progetto d'inclusione personalizzato, predisposto dall'ambito territoriale sociale, finalizzato al superamento della condizione di povertà, al reinserimento lavorativo e all'inclusione sociale del nucleo familiare beneficiario. In assenza di queste condizioni strutturali e pregiudiziali, la previsione di sanzioni, come la revoca del beneficio per il mancato rispetto degli obblighi previsti dal progetto d'inclusione personalizzato, è puramente teorica e non realizzabile. Ogni riforma unitaria dei servizi per l'impiego che determini livelli essenziali delle prestazioni e dei servizi uniformi nel territorio, al fine di attuare il reddito minimo d'inserimento e più in generale un efficace ricollocamento dei disoccupati attraverso politiche attive, è resa impraticabile dalla competenza concorrente in questa materia tra Stato e regioni, determinata dal titolo V della Costituzione,

impegna il Governo:

1) ad adottare iniziative per l'eliminazione della povertà assoluta attraverso l'istituzione di un reddito minimo d'inserimento universale pari alla differenza tra il valore della soglia di povertà assoluta relativo al nucleo familiare beneficiario e quello dell'indicatore della situazione reddituale ai fini Isee dello stesso nucleo familiare, non sostitutivo degli attuali sostegni al reddito delle persone che hanno perso involontariamente il lavoro, procedendo contemporaneamente a una completa revisione di altre prestazioni di welfare e prevedendo, in particolare, l'eliminazione di attuali misure che siano da ritenersi assorbite nel reddito minimo;

2) ad assumere le iniziative di competenza, con il coinvolgimento di tutte le forze parlamentari, per promuovere una riforma costituzionale limitata esclusivamente al titolo V della parte II della Costituzione, al fine di restituire allo Stato le competenze esclusive in materia di servizi per il lavoro, ferme restando le competenze attribuite alle regioni a statuto speciale e alle province autonome.
(1-00029) «Magi, Schullian, Fusacchia, Tabacci».

(30 luglio 2018)

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