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Si riprende la discussione.
(Ripresa della discussione sulle linee generali - A.C. 1442)
PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole Ciriello. Ne ha facoltà.
PASQUALE CIRIELLO. Signor Presidente, naturalmente mi unisco all'auspicio che lei ha rivolto ai nostri militari feriti. In apertura del mio intervento mi lasci dire che la pagina, che temo stiamo per scrivere, segnerà un punto molto basso nelle vicende dell'Assemblea e contribuirà in modo sostanziale ad estendere sempre più all'area delle nostre istituzioni la crisi di credibilità della politica che, da tempo, attanaglia il nostro Paese.
A spingermi a svolgere tale osservazione sono considerazioni di metodo e di merito: inizio da quelle di metodo. La legislatura si era avviata (ricordo il discorso di insediamento del Presidente del Consiglio) con grandi aperture di credito verso un dialogo e un rapporto di collaborazione tra maggioranza e opposizione, soprattutto in ordine alla riscrittura delle regole del gioco di cui, per unanime consenso, il Paese ha enorme bisogno. Questo era l'impegno, ma la realtà purtroppo è ben diversa.
In sede di Commissioni riunite affari costituzionali e giustizia, mentre eravamo impegnati nella discussione del decreto-legge in materia di sicurezza, siamo stati informati, lunedì sera intorno alle ore 20,30, che quella discussione doveva intendersi sospesa per dare spazio al disegno di legge recante il cosiddetto lodo Alfano. Lascio ad ognuno giudicare quanta congruenza vi sia in un provvedimento urgente che cede il passo ad uno ordinario. Abbiamo avuto poche ore per la presentazione e la discussione degli emendamenti e, oggi, siamo già in Aula per la discussione e l'approvazione del provvedimento. Non ho bisogno di aggiungere altro in ordine al rispetto delle prerogative della minoranza che, pure, è un caposaldo di tutte le democrazie liberali.
Francamente l'aver appreso che vi sono stati dei precedenti in cui si è riusciti a fare ancora di peggio non mi conforta affatto. Se sono accusato di un reato assai grave, venire a conoscenza che altri si è macchiato di altro reato ancora più odioso in nulla lenisce la mia posizione.
Comunque, se questi sono i termini di contesto che la maggioranza aveva in mente, quando ha parlato di collaborazione e di dialogo, non possiamo che prenderne atto. Forse, però, è il caso di suggerire una modesta correzione lessicale: sarà più opportuno d'ora in poi, anziché di dialogo, parlare di monologo.
In ordine al merito, sono soprattutto due i profili che vorrei toccare tra i tanti che pure suscitano perplessità. Il primo attiene allo strumento giuridico prescelto per intervenire, l'altro all'ambito delle figure istituzionali che la disciplina sottoposta al nostro esame ricomprende.Pag. 57
In Commissione, sono stati spesi inutilmente tanti argomenti per dimostrare che un intervento nella materia in questione abbisognasse del ricorso alla legge costituzionale. Si è fatto notare, traendo spunto dalla relazione che accompagna il disegno di legge, che è vero che non vi è bisogno di annoverare tra i destinatari di queste norme il Presidente della Corte costituzionale, giacché lo stesso è già coperto da immunità, ma egli è immune sulla base di una legge costituzionale, la n. 1 del 1948.
Allo stesso modo, l'istituto, già ricordato in quest'Aula, dell'autorizzazione a procedere, che come sappiamo copriva tutti parlamentari, era previsto nel testo stesso della Carta costituzionale, il che costituisce, se mi si passa l'espressione, una sorta di interpretazione autentica del testo.
Chi ha scritto la Costituzione, quando ha inteso difendere le prerogative dei membri del Parlamento, lo ha fatto con un comma inserito nel corpo stesso della Costituzione, in quell'articolo 68, poi modificato attraverso la legge costituzionale n. 3 del 1993.
Ebbene, che cosa è cambiato perché oggi si debba inopinatamente mutare registro e intraprendere la strada della legislazione ordinaria? C'è una sola risposta logica e plausibile: l'urgenza di proteggere qualcuno, attraverso l'introduzione di uno scudo modellato ad hoc.
Attenzione, però, perché l'urgenza non è una buona consigliera in materie così delicate e potrebbe anche rivolgersi come un boomerang contro chi vi fa ricorso, essendo praticamente scontato che la norma, non appena introdotta, sarà oggetto di impugnativa dinanzi alla Corte costituzionale. Non oso pensare a quale scenario si aprirebbe se la Corte, una volta adita, dovesse emanare una sentenza di accoglimento.
Inoltre, in questi giorni abbiamo sentito evocare a più riprese gli esempi di legislazione di altri Paesi che prevedrebbero discipline consimili. Ebbene, non è vero! Vi sono solo le Costituzioni di Grecia, Portogallo, Israele e Francia (lo ripeto: le Costituzioni), che prevedono immunità temporanee per reati comuni, ma sempre e solo con riferimento alla figura del Capo dello Stato.
Che cosa ha di diverso il nostro Paese per andare in tutt'altra direzione? Si dice che vi è da tempo un rapporto patologico tra giustizia e politica. Ebbene, se così è, si abbia il coraggio di affrontare la questione alla radice, ridisegnando con nettezza i reciproci perimetri di azione, ma non si inizi dalla fine, sottraendo qualcuno al suo giudice naturale.
D'altronde, sul filo dello stesso ragionamento, se si teme che vi sia una parte della magistratura desiderosa di capovolgere, attraverso la via giudiziaria, gli equilibri politici sanciti dalle urne, cosa c'entrano con questo i Presidenti di Assemblea? Non c'è anche qui un forte sospetto di violazione del principio costituzionale di eguaglianza rispetto a tutti gli altri componenti il collegio? Insomma, signor Presidente, è un gran pasticcio, con un unico obiettivo, su cui non mi attardo a ritornare.
Concludo, rivolgendo all'Aula, ancorché quasi vuota, il medesimo invito che ho indirizzato ai componenti delle Commissioni riunite. Colleghi, possiamo anche intervenire per coprire le responsabilità del Premier o di chi per lui, ma quello che non possiamo permetterci, per rispetto all'istituzione di cui siamo parte e per il rispetto che dobbiamo anzitutto a noi stessi, è di farlo in violazione dei principi costituzionali, su cui si regge il nostro ordinamento e la nostra stessa convivenza civile (Applausi dei deputati del gruppo Partito Democratico).
PRESIDENTE. È iscritta a parlare l'onorevole Santelli. Ne ha facoltà, per quindici minuti.
JOLE SANTELLI. Signor Presidente, anche in questo dibattito - come nei tanti altri che si sono svolti in questa Aula, da ormai oltre un quindicennio, in cui sono stati trattati argomenti che in qualche modo afferiscono al rapporto tra politica e magistratura - si finisce per trovare toniPag. 58alcune volte esagitati, che non sono giusti o, comunque, certamente non utili per la risoluzione di un problema.
L'impressione è che, a volte, ciascuna parte politica, per proprio interesse, finisca per vestire la maschera che è abituata a indossare, più per piacere al proprio pubblico che per dire quello che realmente pensa. Troppe volte, le discussioni tra colleghi, discussioni in sedi più informali, hanno contenuti molto diversi da quanto si dice in questa Aula.
Abbiamo avuto sinora, e lo abbiamo visto nella discussione, interventi di ben diversa natura. Al di là del giudizio su ciascun intervento, siamo passati attraverso toni e interventi piuttosto spiacevoli come quelli che sono stati utilizzati, ad esempio, nei confronti del Ministro Alfano a cui non è stato dato atto di un fatto: non ricordo, a memoria, un Ministro presente in un dibattito in un'Aula semivuota che ascolta tutti (Applausi dei deputati dei gruppi Popolo della Libertà e Lega Nord Padania); dovrebbe essere la normalità ma non lo è stata in questi anni.
Vi sono stati interventi abbastanza offensivi anche all'indirizzo dello stesso Presidente della Repubblica. Lasciamo ai propri compiti la Presidenza della Repubblica ed evitiamo di spiegare qui quello che deve fare - non dovrebbe, ma deve fare - se non vuole avere la scomunica non tanto dell'Assemblea ma della piazza come, è avvenuto ieri. Il giacobinismo anche di quest'Aula e i toni esagerati, portano, infatti, a manifestazioni come quella di ieri, dove gli stessi organizzatori devono salire su un palco a sconfessare la piazza. Non sono scene belle da vedersi da parte di una politica ormai matura.
Vi sono stati, però, interventi importanti, alti, anche da parte della stessa opposizione. Non voglio far torto a nessuno, ma credo che interventi come quelli dell'onorevole Tassone o il pudore con cui ha trattato la materia l'onorevole Mannino, allorché ha rammentato con estremo stile vecchie vicende personali, dovrebbero farci riflettere.
Dobbiamo discutere di questo provvedimento, ma qualcuno nel dibattito ha riecheggiato anche precedenti questioni. Se mi consentite, vorrei leggere una dichiarazione che risale al 12 novembre 1993; si direbbe giornalisticamente, che stiamo parlando di un'altra Repubblica, mentre i tempi sembrano gli stessi. L'agenzia Ansa pubblicava la dichiarazione dell'allora procuratore di Roma, Vittorio Mele, in cui lo stesso procuratore precisava che, su una nota indagine relativa ai cosiddetti fondi neri del SISDE non compariva nell'atto di invio del fascicolo al tribunale dei ministri il nome del Presidente della Repubblica in quanto nei suoi confronti non esiste la possibilità, per disposizioni costituzionali, di avviare un'indagine.
Ovviamente non ci interessa commentare quella scelta così come è stato fatto dalla dottrina, dalla giurisprudenza e da vari opinionisti, ma vi è un dato da rilevare: l'esigenza in cui si è trovata allora la procura della Repubblica, purtroppo ancora esiste nel Paese e si tratta della possibilità di mettere in gioco, come accadeva nel 1993, in momento in cui tutto sembrava andare nel baratro, anche la Presidenza della Repubblica. Sappiamo come è andata a finire quella vicenda, ma da quindici anni non si può continuare solo ad affermare «io non ci sto». Qualcuno deve prendersi la responsabilità di assumere delle decisioni.
Tornando al punto, allo scoglio che divide la politica e la magistratura, il collega che mi ha proceduto dichiarava di voler capire come si risolvono i problemi. Io vorrei capire, invece, come il Partito Democratico decide di risolvere il problema tra politica e magistratura.
Ho ascoltato, nell'arco di questi quindici anni, un passaggio lento da posizioni estremamente giustizialiste, con poche voci dissonanti, a posizioni che avevano sempre più voci che condividevano l'analisi di una ferita della democrazia di questo Paese. Da tutto questo dibattito, che rimane ancora all'interno di un partito, non abbiamo visto tracce in Parlamento. Ancora ascoltiamo soltanto frasi come: «non va bene nel merito, non va bene il metodo, saremmo d'accordo sul principio, ma...».Pag. 59Vedete, non mi aspetto un grosso contributo al dialogo su questi temi da partiti che, legittimamente, hanno scelto un'altra strada.
Hanno scelto sostanzialmente di rappresentare qui delle istanze, se volete diverse, ma in qualche modo rappresentative di una parte di una magistratura che vorrebbe avanzare e che ha sempre ragione in questo Parlamento, ma dal partito più importante dell'opposizione mi aspetto una parola chiara, che non è arrivata, e una proposta chiara, messa sulla carta. È questa la sfida che mi auguro sia raccolta in questo dibattito. Non si può dire: siamo d'accordo sul principio del lodo. Il collega afferma «non lo diciamo», ma lo hanno affermato autorevoli esponenti del PD: siamo d'accordo sulla sospensione dei processi nei confronti delle alte cariche dello Stato come principio democratico, ma la vogliamo realizzare attraverso una norma costituzionale - oppure - lo vogliamo fare nella prossima legislatura - oppure - lo vogliamo fare quando probabilmente alcuni giornali non ci staranno addosso, e quando probabilmente anche alcune componenti del nostro partito decideranno di offrire argomenti diversi su questo tema.
Almeno qui - colleghi - cerchiamo di non ripararci dietro la tecnica e gli artifici, e parliamo di politica, almeno in questa sede. All'interno del dibattito la voce è distonica. Abbiamo sentito due voci da parte del Partito Democratico: una voce ricorda tempi andati, con la quale si negava l'esistenza del problema del rapporto tra politica e magistratura, e con la quale si negava che ci potesse essere una discussione, e si parlava addirittura di violazione palese dell'articolo 3 in generale, perché le alte cariche o chi svolge una certa funzione doveva essere parificato a tutti i cittadini. Poi abbiamo sentito un'altra voce, con la quale si riconoscevano dei problemi, e la stessa esprimeva - scusate se lo dico in gergo e tra virgolette - un «vorrei ma non posso»: capiamo e condividiamo il problema, ma forse se lo facessimo nella prossima legislatura nessuno ci accuserebbe di dialogare troppo con l'attuale maggioranza; siamo d'accordo sul principio ma se lo facciamo dalla prossima legislatura nessuno in piazza ci potrebbe dire che stiamo aiutando l'attuale Presidente del Consiglio: siamo d'accordo sul principio, siamo d'accordo su alcune cose, ma vi sono alcune virgole che non vanno bene, però condividiamo l'esigenza di risolvere il problema.
Allora, data questa premessa politica, per non sottrarci anche al dato tecnico, mi riferisco ad un aspetto. Abbiamo sentito vari colleghi dire che serve una riforma costituzionale per questa materia. Chiaramente non abbiamo la controprova, ma probabilmente se avessimo presentato un progetto di riforma costituzionale ci sarebbe stato detto che non si può discutere soltanto della sospensione dei processi alle alte cariche ma bisogna discutere di altro, o poi di altro ancora, per non assumere mai una decisione. Oggi assumiamo delle decisioni serie, ma questo punto determinante, da spiegare anche a coloro i quali ci ascoltano al di fuori di questa Aula, ovverosia il problema della scelta tra un disegno di legge costituzionale e un disegno di legge ordinaria, è stato già definito e lo ha fatto la Corte Costituzionale. Infatti tale Corte, esaminando la legge, che poi è stata dichiarata incostituzionale, il cosiddetto lodo Schifani per adottare una terminologia in uso, ha affermato che era assolutamente costituzionale utilizzare la legge ordinaria, perché non si tratta di immunità bensì di condizione sospensiva del processo. Non siamo noi a dire queste cose ma una sentenza della Corte.
Abbiamo anche ascoltato alcuni colleghi dire di non condividere quella sentenza, oppure che vi sono altri costituzionalisti che la pensano in modo diverso. Ma colleghi, almeno su questo punto, cerchiamo di essere chiari. Il dato oggettivo è una sentenza. Leggiamola e commentiamola pure, ma il dato oggettivo è quello. Non possiamo presupporre il pregiudizio che nella sentenza, in fondo, la Corte ha sbagliato perché non vi era stato abbastanza coraggio. Lo strumento ordinario è uno strumento puramente legittimo. Credo che, proprio perché questo provvedimentoPag. 60viene esaminato quasi all'inizio della legislatura, non è utile e non serve nascondersi dietro un dito, argomentando sul tipo di strumento. Parliamo del contenuto. Va bene o non va bene? Occorre una parola chiara. È necessario prevedere questo? Possiamo difendere almeno le alte cariche dello Stato da quella che potrebbe essere un'influenza, al di là della patologia, anche a regime?
Lo possiamo fare o no? Altri colleghi hanno detto che sì, è vero, ma stiamo manomettendo la Costituzione. Colleghi, se la Costituzione va difesa per intero o, comunque, se riteniamo che quell'architrave, quell'architettura costruita era perfetta, in essa, costruita sulla base di un bilanciamento di poteri, era presente una norma centrale determinata dall'articolo 68 che costituiva, appunto, quel bilanciamento. Noi oggi discutiamo di un assetto di poteri che, con una legge forse frettolosa, è stato profondamente mutato. Non è più quello dei costituenti. Dovremmo discutere di altro ma, per il momento, dateci una risposta su questo punto. Aggiungo che le argomentazioni della Corte costituzionale, quindi, non noti costituzionalisti a noi vicini o la mente di alcuni deputati, dal momento che non ci arrischiamo a commentare la Costituzione, ma la sentenza della Corte costituzionale afferma che le alte cariche dello Stato, per propria prerogativa e funzione, sono sottoposte ad una differenza di ruolo che giustifica un trattamento differenziato, di fronte alla giurisdizione, rispetto agli altri cittadini.
Almeno questo punto è chiaro: l'articolo 3 della Costituzione, che recita che siamo tutti uguali di fronte alla legge, non afferma: «tutti con lo stesso trattamento indipendentemente da chi siamo», ma obbliga a trattare in maniera uguale situazioni uguali e in maniera diseguale situazioni diseguali. Così l'articolo 3 e non un malinteso giacobinismo per il quale è stato annullato tutto il sistema. Infatti, a questo proposito, non stiamo parlando o non dovremmo parlare, almeno esclusivamente, di persone ma anche di funzioni. Questa è la sfida di domani.
In conclusione, sperando di non avervi tediato troppo, mi auguro che almeno si utilizzi quest'occasione nel confronto e nello scontro delle idee ma la si utilizzi per chiarirci le idee e perché, forse, tra qualche mese in un dibattito sulla giustizia, possiamo discutere di proposte operative ma sgombrando il campo e riconoscendo che in questo Paese esiste un problema di democrazia, di rapporti squilibrati, un problema istituzionale che dobbiamo risolvere.
Non è un atteggiamento rivolto contro qualcuno, non è contro i magistrati o contro una parte di magistrati ma è dovuto al fatto che il sistema così non funziona, perché i poteri non sono ben equilibrati tra loro. Di questo dobbiamo parlare, almeno me lo auguro sperando di non essere sconfessata e che, anzi, pur nella dialettica naturale tra maggioranza e opposizione, negli interventi almeno questo dato emerga in maniera chiara (Applausi dei deputati dei gruppi Popolo della Libertà e Lega Nord Padania).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole Tidei. Ne ha facoltà.
PIETRO TIDEI. Signor Presidente, onorevoli colleghi, voglio qui ripetere solo per un attimo, come ho già fatto in Commissione, lo stralcio di un famoso discorso pronunciato qualche anno fa ad Atene. «Qui ad Atene» - diceva un famoso statista - «noi facciamo così: il nostro Governo favorisce i molti invece dei pochi, per questo è detto democrazia. Un cittadino ateniese non trascura i pubblici affari quando attende alle proprie faccende private ma, in nessun caso, si avvale delle pubbliche cariche per risolvere le sue questioni private. Qui ad Atene noi facciamo così». Queste parole, come ho già detto, furono pronunciate da Pericle nel lontano 461 avanti Cristo in un celebre discorso agli Ateniesi. Vedete, in poche parole, il celebre statista greco è riuscito con incredibile preveggenza a disegnare la situazione politica che stiamo vivendo in Italia da quando il Presidente Berlusconi e il centrodestra sono tornati a guidare ilPag. 61Paese, dopo una campagna elettorale trascorsa a disegnare scenari rassicuranti per i cittadini, che sarebbero stati posti al centro delle attenzioni del Governo per risolvere, una ad uno, tutti i problemi che affliggevano il Paese.
Ma, sino ad oggi, i problemi, che si stanno risolvendo sono soltanto quelli di pochi eletti o, più semplicemente, quelli del Presidente del Consiglio, tornato a gestire la cosa pubblica nel suo esclusivo interesse al fine di sistemare le sue faccende private. Questo spiega perché, di fronte a milioni di famiglie italiane che stentano ad arrivare ormai anche alla terza settimana del mese, di fronte a salari inadeguati, all'inflazione galoppante, ai costi insostenibili delle case, le priorità del Governo sono state nell'ordine: il decreto-legge «salva Retequattro», il minacciato decreto-legge contro le intercettazioni, il decreto-legge sulla sicurezza e l'odioso attuale disegno di legge per garantire l'immunità processuale alle alte cariche dello Stato, ovvero a Berlusconi.
Ciò che conta ormai è solo il parere dei suoi avvocati, i quali sanno bene che per il loro facoltoso cliente è meglio evitare un processo per corruzione, così com'è stato consigliabile in passato depenalizzare il reato di falso in bilancio, per trasformare da illegale a trasparente la gestione amministrativa delle reti Mediaset. Se oggi Pericle fosse tra noi, sarebbe davvero arduo spiegargli che ci troviamo in una democrazia e che al Premier di questa democrazia piace fare così. Ma signor Presidente, veniamo al cuore del provvedimento in questione: un articolo unico, otto semplici commi, che da soli sono sufficienti a sconquassare il nostro complesso e tutt'oggi valido e prezioso sistema costituzionale.
Soltanto col provvedimento in esame quegli equilibri fra gli organi costituzionali, che da sempre hanno costituito la garanzia certa per il corretto funzionamento del nostro sistema democratico, saltano. Prendiamo ad esempio il comma 7, ovvero la retroattiva immunità: questa è una vera perla. Il Governo ormai ha abbandonato quel velo di pudore che aveva utilizzato per coprire la vergogna della «bloccaprocessi» - provvedimento che avrebbe bloccato centomila processi per salvarne uno - rinunciando allo strumento del decreto-legge ed optando, non senza una malcelata fatica, per il disegno di legge.
Il Governo ha fretta, è evidente che ha una fretta spasmodica, e con frettolosa puntigliosità il Ministro, in un telegramma di 274 parole - signor Ministro, 274 parole -, precisa, con quel comma 7, che le quattro più alte cariche della Repubblica non solo saranno immuni, ma lo saranno da ancor prima che la norma entri in vigore. Siamo in presenza dell'esatta identificazione del beneficiario. Se vi fosse ancora qualche dubbio, con il comma 7 diventa chiarissimo che l'unico beneficiario è l'onorevole Presidente del Consiglio. Senza volerlo, con il comma 7 il Ministro Alfano mette il dito sulla piaga. Già, perché al di là di tutto, il problema nasce a monte, e cioè sta nell'avere eletto un plurindagato Presidente del Consiglio: qui è il vero problema.
Senza questo irrilevante particolare, al Ministro Alfano - e il signor Ministro dovrebbe avere almeno la correttezza di confessarlo - il disegno di legge in esame non sarebbe mai venuto in mente. Allora, con coraggio qui evidentemente ci dovrebbe dire se senza l'elezione del Presidente del Consiglio lei sarebbe venuto qui a presentare il disegno di legge in esame.
Non si tratta, come si vede, di proteggere strumentalmente, in armonia con i principi fondamentali del diritto, l'assetto dello Stato, la continuità e la regolarità del suo operato, come indicato dalla Corte costituzionale nella sentenza che ha bloccato il lodo Schifani, ma esclusivamente gli interessi del Capo del Governo. E la retroattività, a questo punto, non è affatto funzionale al dichiarato spirito della norma, ma necessaria e contingente, e in aperta violazione all'articolo 3 della Costituzione, secondo cui tutti i cittadini sono uguali di fronte alla legge.
Concludo, signor Presidente: dunque, denuncio la disinvoltura di un disegno di legge di 274 parole, che prima scavalca ilPag. 62limite dei reati funzionali, poi estende questo limite anche nel tempo. Vorrei solo citare, in trenta secondi, se mi è concesso, signor Presidente, il fatto degli Stati Uniti d'America: nel caso Watergate i reati contestati al Presidente degli Stati Uniti, l'uomo più potente del mondo, risalivano a prima della sua elezione. Erano reati contro la democrazia, commessi attraverso l'abuso di intercettazioni. Il comma 7 avrebbe sanato anche il Watergate, perché sospende anche i reati eventualmente commessi in campagna elettorali, compresi eventuali brogli.
Concludo, onorevole Presidente, riferendomi al Presidente Fini, non ovviamente a lei. Se veramente il Presidente Fini avesse a cuore le sorti della democrazia e la salvaguardia del nostro sistema costituzionale, con l'autorevolezza che gli deriva dal ruolo che ha l'onore di ricoprire, gli chiedevo e gli chiedo ancora per interposta persona: intervenga sul Governo, tenti di impedire questo sfregio alla Costituzione e questo danno al democrazia, questa offesa al Parlamento e questa umiliazione al nostro Paese, al cospetto del mondo civile. Ci riprovi almeno, signor Presidente.
PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole Bianconi. Ne ha facoltà.
MAURIZIO BIANCONI. Signor Presidente, Ministro, colleghi, è vero, esiste un problema di fondo ed è un problema di fondo e di sistema che, tuttavia, colleghi, non consiste nella sin troppo discussa questione personale in sé e per sé, e non consiste neppure in tutta quella serie di questioni importanti in materia giuridica e costituzionale di cui abbiamo parlato e ascoltato in Commissione.
Il problema di fondo consiste nel fatto che ci troviamo di fronte ad un problema di democrazia. E non è un problema di democrazia che possa aspettare discussioni infinite, che possa trovare la sua soluzione in un contesto avulso da valutazioni temporali. È un problema di democrazia che si pone qui e subito e che, qui e subito, deve avere una soluzione. Esso richiede una soluzione hic et immediate, non perché il fato o il destino cinico e baro - come diceva un vecchio deputato - o qualche diverso accidente imputabile alla politica in sé abbia fatto sì che questo problema di democrazia diventasse così concreto e pressante. Il problema di democrazia è così concreto e pressante perché un fatto, un fattore che per sua natura dovrebbe essere esogeno, esterno ed extrapolitico, è diventato, per precisa scelta operativa di qualcuno, endogeno, interno ed invasivo. E questo fatto - che poi, come tutti sanno, è un processo - è diventato endogeno, interno ed invasivo in quanto è il frutto di un esercizio della funzione giurisdizionale praticata secondo un metodo, o meglio secondo un'interpretazione che voglio definire, nel modo meno polemico possibile, quantomeno singolare. Infatti, ripartendo da un principio, o meglio da una precisa impostazione culturale, si è proceduto secondo un preciso percorso ad personam sicuramente non casuale. Non siamo qui al «pensar male si fa peccato, ma ci si indovina»; siamo - tanto per venire a percorsi più noti e più cari ad altri - ad una serie di fatti e comportamenti univoci, precisi e concordanti, i quali non possono lasciare dubbi sulle reali intenzioni di questo percorso.
Abbiamo diversi elementi. I lunghi anni in cui costantemente questo percorso si è riprodotto, la reiterazione continuata del comportamento, i numeri impressionanti che segnano questo percorso ad personam: su settemila-ottomila magistrati in servizio, mille magistrati si sono occupati di questa persona; il numero dei precedenti iniziati è enorme; il numero delle udienze, dei processi, delle assoluzioni e dei proscioglimenti è da primato mondiale. È difficile, se non impossibile, pensare che tutto questo continuo e costante lavorio sia mosso da una puntuale ansia di esercitare la giustizia e di applicare la legge. È più normale pensare e convincersi, in base ai fatti oggettivi, che questo percorso ad personam sia piuttosto l'applicazione pratica di una cultura secondo la quale l'esercizio della funzione giurisdizionale è, o può essere, un sistema di correzione degliPag. 63effetti dei risultati elettorali democraticamente conseguiti, ma ritenuti sbagliati o dannosi. Si tratta di una cultura, per la quale la giustizia è per definizione sovraordinata: gerarchicamente essa ha tutto, è regina, è strumento correttore e calmieratore della democrazia, dei suoi valori e delle sue scelte, è sovrana in politica più del popolo, dei cittadini e dei risultati elettorali.
Dunque, il problema di democrazia è concreto ed immanente. Il quesito non è, colleghi, se sia giusto o no processare il Premier, il quesito è se sia giusto o no determinare il destino della vita democratica, condizionare l'efficacia dei risultati elettorali, far fuori uomini, scelte politiche, Governi, credibilità interna ed esterna delle istituzioni utilizzando la leva giurisdizionale. Non è quindi tanto questione tecnica o tecnico-giuridica, come par di capire da quanti si sono attardati a discutere di tutto questo. Non è lecito far finta che tutto questo non sia, né è lecito ripararsi fittiziamente dietro l'usbergo della «dura lex, sed lex», strumentalmente applicata nel fare le vergini stupefatte che non sapevano dov'erano e cosa facevano! È doveroso, dunque, risolvere il problema di democrazia qui e immediatamente.
È nostro dovere consentire alla volontà popolare di governare il Paese nella serenità, che non è un elemento bucolico, non è che stiamo cogliendo fiori nei prati! La serenità è un dato costituzionale. È la Corte costituzionale ad affermare che chi esercita una determinata funzione deve poterlo fare con la dovuta serenità, e non con la spada di Damocle di centinaia di processi per quindici anni, pretendendo poi la serenità di sottoporsi a giudizi persecutori che seguono un filone culturale. Come la Corte costituzionale ci insegna, occorre avere la serenità necessaria per il corretto espletamento del mandato, serenità che è dovuta a chi vinse, fece promesse e intende applicare un programma politico esposto chiaramente agli italiani.
È una buona soluzione, un'ottima soluzione, è una brutta o una pessima soluzione quella che va sotto il nome di «lodo Alfano»? Lo vedremo. Se ne potevano trovare di migliori o di peggiori, non sto qui a compiere una tale analisi, ma è una soluzione che è stata ricercata anche nell'interesse di un sistema democratico che oggi paga una cambiale antica, una cambiale che va sempre allo sportello, nonostante sia scaduta: è la cambiale di quando si cambiò lo stato delle cose ed ebbe inizio la seconda Repubblica, quando, anziché farlo con un voto popolare, come la democrazia richiedeva, ricorremmo alla scorciatoia delle manette e dei mandati di cattura (Applausi dei deputati dei gruppi Popolo della Libertà e Lega Nord Padania).
PRESIDENTE. È iscritta a parlare l'onorevole Capano, per sette minuti. Ne ha facoltà.
CINZIA CAPANO. Signor Presidente, onorevoli colleghi, vorrei partire dal dato del diritto alla serenità. Non credo che nella nostra Costituzione esista un tale diritto, è in quella americana che si pensa ad un diritto alla felicità. La serenità in Italia viene costituita da un sistema di contrappesi previsto dalla Costituzione e il diritto alla serenità non è assolutamente scritto nella citata sentenza della Corte costituzionale.
La mia sensazione, che deriva sia della relazione, sia dai molti interventi che si sono succeduti, è quella che, in realtà, il senso della sentenza della Corte, ma anche il dato letterale, sia stato più volte travisato. Si ritiene che su tutte le questioni che presentava il «lodo Schifani» e che sono riproposte oggi nel provvedimento al nostro esame, su tutte le questioni sulle quali la Corte non ha pronunziato nulla essa si sia voluta sostanzialmente pronunziare favorevolmente, come se esistesse nell'ordinamento giuridico italiano una specie di silenzio-assenso della Corte costituzionale. Questo mi pare un elemento del tutto infondato nel nostro ordinamento giuridico, perché la Corte, in realtà, si pronunzia sul primo profilo di costituzionalità, quello che riguarda l'articolo 3, e su tutti gli altri profili dichiara esplicitamentePag. 64che restano assorbiti, pertanto non si pronunzia perché non può farlo.
Occorre chiarire quali sono problemi che abbiamo davanti, ed essi sono sostanzialmente due: uno riguarda la necessità di intervenire con una norma costituzionale, e non con una legge ordinaria come si pretende di fare; l'altro riguarda il contenuto di tale norma, affinché possa essere costituzionalmente legittima. Sul primo aspetto sono già intervenuti i colleghi, in particolare l'onorevole Zaccaria e l'onorevole Tabacci, io vorrei aggiungere un elemento. Le norme al nostro esame modificano l'impianto della disciplina delle immunità politiche contemplate dalla nostra Costituzione, perché tutte, nonostante i diversi destinatari, condividono un principio generale: l'immunità è volta a tutelare l'autonomia di un organo, non già la persona. Per tale motivo, essa si riferisce ai reati compiuti nell'esercizio delle funzioni.
Con questa norma, invece, non solo modifichiamo quell'impianto costituzionale, ma eliminiamo proprio questo principio generale di tutela dell'organo, sostituendolo con la tutela della persona, qualunque sia quella persona. Questa apparentemente semplice modifica ci sposta dal terreno delle prerogative di un'istituzione a quello del privilegio di una persona; questo è un dato incontestabile. Questo privilegio può davvero essere considerato compatibile con il nostro ordinamento solo perché riporterebbe un clima di serenità (esigenza che, secondo tanti interventi e la stessa relazione, sarebbe stata avvertita dalla stessa Corte costituzionale, nella sentenza n. 24 del 2004)?
Non è così, perché, quando parla della serenità, la Corte lo fa indicando il valore che nel «lodo Schifani» si assume come prevalente, ma a quel valore affianca, o forse, direi meglio, oppone, un altro valore, che così testualmente definisce: il principio della parità di trattamento rispetto alla giurisdizione, che sta alle origini della formazione dello Stato di diritto e che nel nostro ordinamento, sotto più profili, è regolato da precetti costituzionali.
Sul problema della diversa parità rispetto alla giurisdizione, la Corte afferma esplicitamente la violazione dell'articolo 3, perché, per la prima volta, si distinguono, sotto il profilo della parità riguardo ai principi fondamentali della giurisdizione, i Presidenti rispetto agli altri componenti degli organi da loro presieduti. Questo provvedimento ripropone testualmente tale dato, che è già stato esplicitamente dichiarato incostituzionale dalla Corte, con la sentenza n. 24 del 2004.
È evidente, quindi, che ci troviamo - e concludo - davanti a un paradosso: o facciamo nascere una legge che già porta dentro, incorporata, questa sanzione di illegittimità, o, per renderla, paradossalmente, compatibile con l'articolo 3, dovremmo estendere la sospensione dei processi a tutti i parlamentari. Dovremmo aggiungere un elemento a quella che viene comunemente definita la «casta». Il segnale che mandiamo arriverà a quella piazza di ieri, a quei brutti toni, ma anche a quel tentativo di sultanato di cui oggi, sul Corriere della Sera, ci ha parlato Pizzorusso (Applausi dei deputati del gruppo Partito Democratico).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole Cuperlo. Ne ha facoltà, per sette minuti.
GIOVANNI CUPERLO. Signor Presidente, esattamente 48 ore fa ci siamo trovati davanti ad una novità rilevante sotto il profilo del metodo, ma anche ad una continuità sostanziale sotto il profilo del merito. Naturalmente, giudichiamo come un successo del buonsenso, e in parte anche dell'opposizione, la scelta di congelare la norma «bloccaprocessi», ma questo non esaurisce il tema che quella norma aveva ispirato e vorrei provare, in questi minuti, a dirne la ragione.
Dopo che per settimane la maggioranza ha motivato l'urgenza di quella norma per un contrasto adeguato dell'emergenza sicurezza, si è prodotto un cambio di scenario improvviso, anche se, forse, non imprevisto: via quella norma, derubricata in poche ore da soluzione principale aPag. 65subordinata, e, al suo posto, l'accelerazione del «lodo» che stiamo discutendo oggi in quest'Aula.
Rimane la sostanza, e cioè che il Parlamento è stato chiamato a discutere in successione due provvedimenti che rispondono, con procedure diverse, all'esclusivo venire in campo di un'emergenza personale che ha come protagonista il capo del Governo. Cambiano in corso d'opera i provvedimenti: prima un decreto-legge sulla sicurezza, nel quale surrettiziamente è stato inserito l'emendamento sulla sospensione dei processi, e ora il «lodo» sulle alte cariche dello Stato. Ma la sostanza, viene da dire, è la stessa: il Presidente del Consiglio ha un problema; di conseguenza, il Governo ha un problema e la sua maggioranza parlamentare ha un problema. Insomma, avete un problema.
Ma il Parlamento, e soprattutto il Paese, non hanno lo stesso problema: ne hanno altri, e radicalmente diversi. Hanno il problema di una giustizia che non funziona per tutti i cittadini normali, quelli senza potere: come ha detto il Presidente della Cassazione, se lo Stato italiano dovesse risarcire tutti i danneggiati dalla irragionevole durata dei processi non basterebbero tre leggi finanziarie. Questo è il problema della giustizia: quattro milioni e mezzo di procedimenti civili e cinque milioni di fascicoli penali arretrati; senza dire dell'impatto che ha una geografia giudiziaria profondamente diseguale: 500 giorni per una sentenza di primo grado a Trento, il triplo a Messina.
Ecco di cosa dovrebbero occuparsi il Governo e il Parlamento: dei mali antichi e profondi della giustizia italiana. Non del modo per risolvere il contenzioso di un solo cittadino, anche se si tratta del più potente tra tutti i cittadini. E però è proprio questo atteggiamento che noi abbiamo contestato, perché lo consideriamo lesivo del principio dell'uguaglianza delle persone, dei cittadini dinanzi alla legge, ma soprattutto perché lo riteniamo sbagliato sotto il profilo dell'impatto che una percezione di irresponsabilità del potere è destinato ad avere su un Paese già prostrato da una crisi di fiducia verso i luoghi della decisione e del potere.
Non saremmo sinceri se negassimo prima di tutto a noi stessi la crisi di autorevolezza che la politica nel suo insieme soffre oggi nel nostro Paese. Nel suo insieme: quelli che stanno da quella parte dell'Aula e quelli che stanno da questa parte dell'Aula. Per molte ragioni, che non posso neppure accennare, ma che mettono a ciascuno di noi, parlamentari dell'opposizione e della maggioranza, dinanzi a una responsabilità in più, che è questa: come contrastare questo sentimento, come invertire quella percezione di distacco, di irresponsabilità appunto delle classi dirigenti, e di una loro componente specifica, che è la classe politica, cioè noi. Ma proprio da questo punto di vista è apparsa grave la scelta di utilizzare ogni vagone utile pur di arrivare alla stazione finale: c'era un obiettivo da raggiungere, e per farlo andava bene manomettere la struttura della giustizia. Poi, anche di fronte alle reazioni che quella soluzione ha indotto, la decisione di cambiare tattica e di accelerare la norma che oggi discutiamo. Insomma, il messaggio che giunge al Paese è chiaro: chiediamo al Parlamento una norma che ci serve, e che ci serve subito, in un modo o nell'altro. Noi rispondiamo che nel contesto che si è venuto a determinare per volontà della maggioranza, entrambe le soluzioni, quella di prima e quella di adesso, non vanno bene: ci paiono sbagliate, perché in entrambi i casi le modalità e le finalità che le ispirano poco hanno a che vedere con l'affermazione di un principio, mentre molto hanno a che vedere con l'incalzare di uno specifico atto giudiziario, scomodo certo, e magari sgradevole ma in democrazia legittimo.
Concludo il mio intervento. Dico tutto questo consapevole della mia posizione di parte, ma lo dico anche con il rispetto dovuto a quest'Aula e con grande rispetto verso i colleghi della maggioranza: noi tutti compiremmo un errore drammatico se non vedessimo il pericolo di uno strappo ancora più grave di quello che giàPag. 66esiste tra una parte larga dell'opinione pubblica e la dimensione della rappresentanza politica e istituzionale. E sbaglieremmo, sbagliereste ad accettare l'idea di una corsia preferenziale per alcuni, mentre si fa più acuta la percezione di una sfiducia motivata nei confronti della classe dirigente tutta. Per parte nostra non abbiamo dubbi che sia doveroso anteporre l'interesse dei cittadini a quelli di parte, e per questo la nostra posizione sarà ferma, pacata ma coerente. Lo faremo per rispetto del Parlamento e per quel senso di responsabilità verso il Paese che dovrebbe ispirare sempre l'azione dei legislatori, indipendentemente dai banchi dove si trovano a sedere.
Per questo a voi colleghi della maggioranza mi permetto di dire, con grande rispetto: ripensateci!
PRESIDENTE. La invito a concludere.
GIOVANNI CUPERLO. Ho concluso. Se potete, ripensate al passo che state per compiere. Se davvero, come dite, avete a cuore il principio che scegliete di affermare siate coerenti e noi lo apprezzeremo. Dubito che accadrà, ma sarebbe una scelta saggia, condotta anche nel vostro interesse, perché le elezioni si possono vincere o perdere; voi le avete vinte, noi le abbiamo perse, ma la qualità della democrazia non dovrebbe mai dipendere dai voti che si sono raccolti: dovrebbe venire prima di ogni altro interesse.
Sarebbe giusto poter dire che sulla difesa di questo principio fra di noi non vi sono differenze. Ma ho detto sarebbe, ed è un condizionale che è d'obbligo in questi tempi. L'unica certezza è che, infine, come sempre, a giudicarci e a giudicarvi sarà il Paese: e ognuno, come è giusto che sia, risponderà delle proprie scelte (Applausi dei deputati dei gruppi Partito Democratico e Italia dei Valori - Congratulazioni).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole Papa. Ne ha facoltà, per cinque minuti.
ALFONSO PAPA. Signor Presidente, onorevoli colleghi, il dibattito cui abbiamo partecipato in questi giorni - che si è contraddistinto per il vero per imprecisioni, riferimenti impropri e collegamenti strumentali - ci riporta necessariamente alla pronuncia della Corte costituzionale del 2004, molti aspetti della quale evidentemente non si è saputo o non si è voluto mettere in chiaro. Nel 2004, la Corte costituzionale, evidenziando la valenza costituzionale - per la verità pacifica, poiché contenuta fin dalle origini della Costituzione - di una tutela delle posizioni di maggiore rilievo legate al mandato parlamentare e rappresentativo, evidenziava come tale tutela dovesse essere legata alla durata del mandato e dovesse rispettare comunque una serie di aspetti. Rispetto a quella statuizione, il provvedimento che ha formato oggetto di analisi in questi giorni potremmo dire che si pone in una linea di diretta consequenzialità. Chi infatti ha potuto o voluto leggere i contenuti di questo provvedimento ha potuto constatare che la sospensione viene calibrata in relazione alla durata politica del mandato rappresentativo; che i processi, ove esistenti, non vengono in alcun modo cancellati; che, con una deroga alle disposizioni generali, si prevede la permanenza delle posizioni del processo civile se legate a quello penale; che sono fatte salve le posizioni delle parti civili. Tutte queste sono scelte che partono - lo si capisce se si legge quella pronuncia - esattamente dai limiti e dalle richieste che all'epoca la Corte pose come necessari in eventuali provvedimenti normativi in materia.
La stessa posizione assunta all'epoca dal Presidente della Repubblica, e ribadita poi della Corte, confermava inoltre come il rango che veniva richiesto ad un tale provvedimento fosse pacificamente quello della legge primaria, che è quello che viene scelto in questa sede, di talché persone responsabili e di buona fede non potrebbero che rilevare oggi che questo provvedimento, di fatto, pone in esecuzione i precetti indicati dal Giudice costituzionale nel 2004.
Tutto ciò, purtroppo, si è manifestato nell'ambito di un dibattito a tratti sciatto, caratterizzato da interventi estranei a quest'AulaPag. 67e ricchi di volgarità, di invocazioni facilmente plebiscitarie ad una folla e ad una massa che, in certo senso, devo dire che da liberali ci spaventa. Ecco perché siamo oggi di fronte alla necessità - e potrei dire all'urgenza - di un provvedimento che viene oggi ad essere accolto da un clima polemico che cerca quasi di trascinare come una bandiera quell'indipendenza e quell'autonomia della magistratura rispetto alle quali in più occasioni - sono recenti gli interventi anche dell'Associazione nazionale magistrati - si è evidenziato come questo tema (che si collega a quello più generale dell'immunità) è conseguente e non contrapposto.
È per questo che noi oggi riteniamo che questo provvedimento sia necessario, e ricordiamo che esso diventa ancora più necessario dopo che un giudice, a Napoli, ha evidenziato l'assoluta illegittimità - per motivi di competenza territoriale - di un anno di indagini fatte all'epoca a carico del capo dell'opposizione, che oggi potrebbero travisarsi nei confronti del capo della maggioranza, del Presidente del Consiglio o di una qualunque altra carica istituzionale. È una regola di responsabilità e di rispetto della Costituzione, per la quale auspichiamo che questo Parlamento eviti di incorrere in altri equivoci (Applausi dei deputati del gruppo Popolo della Libertà).
PRESIDENTE. È iscritta a parlare l'onorevole Rossomando. Ne ha facoltà, per sette minuti.
ANNA ROSSOMANDO. Signor Presidente, onorevoli colleghi, signor Ministro, vorrei concentrarmi su due aspetti per esprimere la contrarietà, mia e del Partito Democratico, alla norma del cosiddetto lodo Alfano. Il primo riguarda il perché fosse necessario intervenire con legge costituzionale, il secondo concerne invece il merito del provvedimento. Perché era necessario intervenire con legge costituzionale è già stato detto dai molti che mi hanno preceduto, ed il motivo deriva dal fatto che viene introdotta una norma che va a comprimere uno dei principi fondamentali - tra i tanti - della Costituzione, ossia il principio di uguaglianza, e che il bilanciamento di questi beni di rango costituzionale non può che avvenire attraverso una norma costituzionale.
È già stata menzionata la questione dell'omogeneità degli interventi, ed infine ricordo anch'io che non è corretto appellarsi al tenore della sentenza della Corte costituzionale n. 24 del 2004 sul «lodo Schifani», in quanto quella sentenza ha riaffermato - e oggi può essere interpretata in questo senso - che si potrebbe intervenire anche con una norma non costituzionale, ma rimanendo esattamente nell'alveo, nel sentiero e nei limiti che la Costituzione prevede.
Il secondo aspetto che mi interessa sottolineare è, però, un altro, e cioè che la procedura prevista per l'approvazione di una norma di rango costituzionale vede il Parlamento particolarmente coinvolto non solo per l'importanza della materia, ma anche per poter meglio meditare e soppesare, soprattutto attraverso un confronto ricco e un dibattito. Esprimendo la nostra contrarietà, intendiamo oggi riaffermare anche le prerogative del Parlamento, e quindi difendere tutto il Parlamento, e non soltanto le prerogative ed i diritti dell'opposizione.
Si è ritenuto non soltanto di procedere con una norma non costituzionale, ma addirittura contingentando i tempi ed impedendo quindi il confronto e il dibattito (un confronto ed un dibattito su questioni molto rilevanti che avrebbero sicuramente avuto il pregio di coinvolgere anche diverse opinioni della maggioranza, la cui importanza e pregevolezza mi è confermata dagli interventi che oggi ho ascoltato in Aula).
Più volte è stata invocata l'investitura popolare, di cui naturalmente non discutiamo assolutamente la legittimità, che addirittura coinvolgerebbe il merito e l'approvazione ab origine di questo tipo di provvedimento. Vorrei ricordare che quello stesso popolo - che noi preferiamo chiamare cittadini, non a caso - ha votato bocciando un referendum che appunto tendeva a comprimere e a sopprimere le prerogative del Parlamento, e che sopratPag. 68tutto avrebbe impresso una svolta autoritaria alla concezione delle istituzioni. Non bisogna confondere il consenso espresso con il voto alla persona o all'eletto con un consenso che svincola dal controllo di legalità. La seconda questione, che è già stata affrontata, riguarda la differenza tra prerogativa e privilegio.
Riteniamo che con questa norma siamo nell'ambito del privilegio, per l'indeterminatezza dei reati cui fa riferimento, per l'indeterminatezza dei tempi, per il mancato collegamento alla questione funzionale, ma soprattutto perché si fa riferimento ad un profilo soggettivo della carica, la semplice assunzione della carica. Per parlare con chiarezza ai cittadini e non correre il rischio di rimanere su un tecnicismo pur interessante, la differenza è che se stiamo ad una concezione che guarda il bene comune può essere affrontata e discussa un'immunità eventualmente condivisa quando è riferita ad una motivazione concernente il bene comune. Quindi, in questo caso è una prerogativa. Viceversa, quando si deborda e si scade sul privilegio, allora andiamo a tutelare una posizione soggettiva. Ma è soltanto il bene comune che può legittimare, con le dovute cautele, quella compressione del principio fondamentale di uguaglianza tutelato dalla nostra Costituzione.
Noto che avere evitato un dibattito più approfondito è stata una grave ferita, e ho rilevato negli interventi di alcuni esponenti della maggioranza un imbarazzo nell'affrontare questo tema che viene tradito proprio nel menzionare l'importanza - alla quale non ci sottraiamo - di un serio confronto sul rapporto tra politica e potere giudiziario (con buona pace dell'onorevole Brigandì, nella dottrina costituzionale della divisione dei poteri - ahimè - si chiama proprio «potere giudiziario»).
PRESIDENTE. Onorevole Rossomando, la prego di concludere.
ANNA ROSSOMANDO. Mi avvio alla conclusione. L'aver affrontato questo tema con questa velocità e con questa approssimazione e prepotenza tradisce una cultura secondo la quale chi assume il potere comanda e non deve, quindi, essere disturbato mentre esercita questo ruolo di comando.
Noi, invece, riteniamo di poterci appellare ad una democrazia liberale e, quindi, la differenza sta proprio tra una concezione della democrazia liberale e una concezione autoritaria del potere assolutamente populista. Quindi, con questa nostra contrarietà intendiamo difendere i poteri e le prerogative del Parlamento, che sono le colonne portanti del costituzionalismo democratico che è parte essenziale della storia repubblicana di questo Parlamento (Applausi dei deputati del gruppo Partito Democratico - Congratulazioni).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole Sisto. Ne ha facoltà, per cinque minuti.
FRANCESCO PAOLO SISTO. Signor Presidente, gentili ed illustri colleghi, credo che in questo dibattito non si è tenuto conto di un dato assolutamente fondamentale. Ci si è limitati a personalizzare, con una sorta di reductio ad unum, il significato di questo intervento, che vede una norma giuridica complessa affacciarsi nell'ambito del nostro ordinamento. Diceva bene il presidente Bongiorno, quando sosteneva che è un problema di metodo più che di merito. Sui problemi di merito dobbiamo confrontarci, chiedendoci se il flusso giuridico che motiva l'accesso a questa fattispecie sia fisiologico, ortodosso e corretto.
Prendo le mosse da quella che è stata, secondo me, una sorta di omissione, ovviamente colposa e involontaria, da parte di chi ha sostenuto, con scarsa conoscenza della sentenza della Corte costituzionale, che il bene giuridico «sereno svolgimento» sia non presente nella scelta della Consulta.
Leggerò soltanto il seguente passaggio della sentenza n. 24 del 2004 della Corte costituzionale: «La situazione cui si riconnette la sospensione disposta dalla norma censurata è costituita dalla coincidenza delle condizioni di imputato e di titolare diPag. 69una delle cinque più alte cariche dello Stato ed il bene che la misura in esame vuol tutelare deve essere ravvisato nell'assicurazione del sereno svolgimento delle rilevanti funzioni che ineriscono a quelle cariche. Si tratta - udite udite - di un interesse apprezzabile che può essere tutelato in armonia con i principi fondamentali dello Stato di diritto, rispetto al cui migliore assetto la protezione è strumentale». Quindi, se questo dice la sentenza dalla Corte costituzionale, noi prendiamo le mosse da un passed - se vogliamo utilizzare questo termine - che dalla Consulta viene su un bene giuridico assolutamente presente nell'ordinamento e cristallizzato. Questa norma si adegua e adempie alle scelte della Corte costituzionale, eseguendole.
Verifichiamo il secondo passaggio, ossia se, partendo da un principio costituzionalmente e letteralmente protetto per specifica indicazione della Consulta, la tecnica normativa utilizzata, che è complessa, sia una tecnica ortodossa. La stessa Corte costituzionale chiarisce che garantire la serenità, senza neutralizzare i principi costituzionali che regolano il processo penale, può essere ben perseguito con la sospensione del processo, e nella seconda parte la sentenza della Corte ratifica che la sospensione utilizzata è del tutto conforme all'ordinamento. Inoltre, si introduce l'istituto della rinuncia, che è noto al diritto di difesa (si pensi, ad esempio, alla rinuncia alla prescrizione e alle cause estintive del reato). Siamo dunque di fronte ad atteggiamenti del tutto conformi, presenti e storicizzati nell'ambito del sistema. Ciò non sfuggirà all'attento lettore che abbia un minimo di dimestichezza con il diritto, che è indispensabile, perché non ci si può tuffare in osservazioni di tipo giuridico partendo da un presupposto di obliterazione dei profili giuridici che vanno considerati puntualmente, in una norma che è solida e storicamente strutturata secondo i principi del nostro ordinamento. Si pensi, ad esempio, all'assunzione delle prove non rinviabili con l'incidente probatorio, che esclude qualsivoglia intempestività o poca chiarezza sulla fase di applicazione, e all'articolo 467 del codice di procedura penale. Siamo perciò di fronte ad uno strumento complesso, articolato e flessibile, che può utilmente intervenire nel sistema.
Riguardo alla sospensione della prescrizione - sulla quale non mi soffermerò - osservo che questo impedisce di pensare che il congelamento possa essere influente; si tratta, infatti, di un congelamento ininfluente, noto anche questo al sistema, senza andare alle scelte di ciascuna procura. Soprattutto, il sistema che condivido e che mi piace è quello che favorisce gli interessi della parte civile: la deroga all'articolo 75, comma 3, del codice di procedura penale, i termini di cui all'articolo 163-bis del codice di procedura civile che vengono dimezzati, ma soprattutto la priorità di trattamento di questi processi.
PRESIDENTE. La prego di concludere.
FRANCESCO PAOLO SISTO. Signor Presidente, le segnalo che questa priorità di trattamento la ritroveremo nel decreto-legge sulla sicurezza, ove si prevede di poter favorire i processi, ad esempio, che riguardano gli infortuni sul lavoro. La scelta del legislatore di dare prevalenza agli interessi delle persone offese è un altro leitmotiv del nostro sistema assolutamente prioritario. Dunque, questa è una giustizia che mira a dare serenità. A tal proposito, è singolare che si debba ricorrere alla categoria della serenità rispetto ad un fenomeno quale quello dell'attività giudiziaria, e vi invito a riflettere sul fatto che la Corte costituzionale ha ritenuto che tutelare la serenità delle più alte cariche dello Stato possa significare tutelarle dall'attività giudiziaria: che si rifletta su questo punto.
Si tratta, quindi, di una giustizia che è efficiente e coerente e credo, signor Presidente, perfettamente sovrapponibile a qualsiasi appartenente a qualsivoglia partito o forza politica che ricopra la più alta carica dello Stato. Noi dobbiamo avere il coraggio di astrarci, di leggere questa norma e di dirci che è perfettamente ePag. 70correttamente applicabile a qualunque tipo di scelta politica.
Credo che pertanto queste valutazioni di tipo giuridico, tecnico, ma soprattutto la matrice fortemente costituzionale di questa scelta, impediscano ogni tipo di digressione verso lidi che sono strumentali, direi ad effetto mediatico, ma che in quest'Aula, a mio avviso, non devono avere ospitalità (Applausi dei deputati dei gruppi Popolo della Libertà e Lega Nord Padania).
PRESIDENTE. È iscritta a parlare l'onorevole Pollastrini. Ne ha facoltà, per sette minuti.
BARBARA POLLASTRINI. Signora Presidente, colleghi e colleghe, intervengo in quest'Aula, a quest'ora tarda, con un sentimento di tristezza, ma non certo di rassegnazione. Vedo ripiombare questo Paese nella nebbia della sfiducia e del disincanto. Sono molte - voi lo sapete - le inquietudini e le preoccupazioni di tante persone perbene, che non reggono il peso economico della crisi e che si sentono umiliate nella dignità del proprio lavoro e dei propri diritti, ma voi, il Governo, con passo pesante e accelerato producete una torsione nei principi, nei valori e nell'interpretare la funzione stessa di una classe dirigente. Sto parlando di qualcosa che dovrebbe stare a cuore a tutti, tanto più quando siamo richiamati, costantemente, ad una realtà evidente, ad una domanda di riferimenti anche morali che urta, purtroppo, con la fragilità di élite - mi riferisco ad élite della politica, ma anche a quelle dell'economia, dell'informazione e della giustizia - incapaci di ispirare autorevolezza. Si tratta di qualcosa che per me viene prima della politica e degli schieramenti, perché investe il senso di responsabilità di ciascuno di noi.
La vicenda è conosciuta: avete sottoposto al Parlamento un disegno di legge che di fatto crea un'immunità, o meglio una condizione di impunità per le quattro più alte cariche dello Stato, con un provvedimento che non ha uguali in altre democrazie parlamentari. È una proposta che tocca il principio essenziale dell'uguaglianza dei cittadini dinanzi alla legge, che state impacchettando frettolosamente con l'umiliazione della funzione del Parlamento e che rappresenta uno sfregio alla Costituzione.
In queste ore, nelle Commissioni riunite, vi abbiamo chiesto di fermarvi e di riflettere, e vi abbiamo indicato un'altra via, quella della valorizzazione del confronto parlamentare. È offensivo, inoltre, quel nascondersi del Presidente Fini (che ora non mi ascolta) dietro il Regolamento, tanto più che la sua figura istituzionale è direttamente interessata e coinvolta nel merito del provvedimento. Prestigio e autorevolezza delle istituzioni non possono passare dalla copertura dell'ossessione, o meglio, credo, della paura di un uomo potente che è ancora in grado di illudere, irretire e condizionare il mondo che lo circonda.
Vi abbiamo detto nelle Commissioni di non sfuggire al punto a cui vi richiamano costituzionalisti e studiosi anche di diverso orientamento: un provvedimento di questo rango non può che procedere attraverso una legge costituzionale. Tuttavia, voi avete respinto con nettezza persino una riduzione del danno, ed ecco che noi oggi siamo contrari all'introduzione della norma per ragioni di merito, di forma e di principio.
Alle spalle abbiamo giornate, lo confesso, che mi hanno dato angoscia per come ho potuto misurare, con questo procedere, i rischi di una vera e propria recessione democratica, fino alla sera dell'altro ieri, quando, usando e alimentando le paure dei cittadini, difendevate una norma blocca-processi che avete introdotto con un emendamento al Senato, stravolgendo l'impianto e il profilo del decreto-legge sulla sicurezza che il Presidente Napolitano aveva emanato in base a criteri di correttezza che ne contraddistinguono da sempre l'azione.
Alla fine della giornata il contrordine: forse quella norma blocca-processi può saltare e può cambiare in alcune parti. Ne temevate, infatti, con tutta evidenza le conseguenze drammatiche: una sorta di indulto discrezionale e mascherato, chePag. 71abbiamo rivelato anche noi. Avete deciso uno scambio, ma tutto al vostro interno, e quel salvacondotto e quella grazia tanto agognata arrivano infine al Premier, anche se per altra via.
Vi chiedo di non scomodare in Aula parole impegnative, perché vi è un'etica anche nelle parole. Io sono favorevole ad un bilanciamento tra tutti i poteri (politica, giustizia e informazione), e credo di conoscere l'urgenza di una riforma della giustizia in termini di garanzie, celerità e certezza della pena. Ma se sbilanciamento tra poteri vi è stato, a partire dagli anni di cui ha parlato in Aula l'onorevole Tabacci, e nel nome della giustizia si sono commessi anche soprusi, ciò è avvenuto perché la politica e le sue classi dirigenti non hanno saputo per tempo essere un passo in avanti nelle soluzioni, nell'autorevolezza e, fatemelo dire, nell'etica.
Oggi state commettendo un errore di miopia anche peggiore: per il salvacondotto di un uomo solo proponente una scorciatoia irricevibile. State usando male il vostro consenso che avete nei numeri del Parlamento, perché scegliete di offuscare l'etica pubblica - che è un bene indisponibile per le singole maggioranze - e anche perché allontanate la possibilità di una riflessione seria, di riforme che avrebbero preteso ascolto e di un pensiero che anteponesse lungimiranza e responsabilità ad un autistico e, a mio avviso, indecoroso interesse personale.
In questi giorni, ho ascoltato interventi di colleghe e colleghi del centrodestra. Li ho ascoltati con attenzione e con rispetto. Anche per voi, così come per ognuno di noi, la scelta ogni giorno è tra essere una classe dirigente, avere questa ambizione, che è innanzitutto morale, o ridursi, invece, a essere un ceto politico che costruisce l'ennesima scialuppa di salvataggio, in questo caso per un uomo solo.
Fatemi chiudere così, come un grande, molti secoli fa, rispose alla figlia, quando il coraggio costava molto più di ora. «Com'è la notte?» chiedeva la figlia. Oggi per molti aspetti, dal mio punto di vista, è una notte. Egli rispose: «È chiara». Alla fine, infatti, anche i vuoti dell'etica e del dovere si colmano e le speranze non muoiono.
Noi, con molta modestia, cerchiamo di esserci anche per questo. Perciò, siamo intervenuti nelle Commissioni e continueremo a farlo, nella speranza che le cose possano migliorare (Applausi dei deputati del gruppo Partito Democratico).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole Beltrandi. Ne ha facoltà, per sette minuti.
MARCO BELTRANDI. Signor Presidente, onorevoli colleghe e colleghi, neppure in questa concitata occasione noi deputati radicali del Partito Democratico rinunciamo a uno sforzo di valutazione oggettiva del provvedimento in esame, alla luce dell'interesse generale del Paese e, quindi, indipendentemente dalle ragioni vere o supposte e dagli interessi contingenti dei presentatori.
Sappiamo che nell'ordinamento giudiziario italiano, anzi - mi correggo - nell'ordinamento italiano, esiste uno squilibrio tra poteri. I pesi notevolissimi dell'ordine giudiziario non sono bilanciati dai contrappesi della democrazia liberale. Da questo punto di vista, l'Italia è un caso unico tra i Paesi di democrazia consolidata, anche e soprattutto per la denegata giustizia al cittadino ignoto, per la quale viene continuamente condannata dalla Corte di giustizia europea.
Questa è la vera e più importante emergenza giudiziaria del Paese: l'assenza di fatto dello Stato di diritto e della possibilità di far valere il diritto. Questa emergenza non lo è per caso, ma per una serie di ragioni, fra cui l'anomalo assetto dell'ordinamento giudiziario, che richiederebbe urgenti riforme di struttura, oltre a risorse economiche, che incredibilmente vengono pesantemente ed ulteriormente tagliate dal Governo in questa manovra finanziaria. Quindi, è proprio la gravità di tale situazione a richiedere soluzioni adeguate e strutturali, non escamotage dell'ultima ora.
Sono proprio quelle soluzioni, che il Governo oggi non propone, come non lePag. 72ha proposte nei cinque anni del precedente Governo Berlusconi, mostrando urgenza e volontà di intervento solo ed esclusivamente per salvare temporaneamente il Premier da una possibile sentenza. Ben diversa sarebbe stata la valutazione se il Governo avesse presentato un pacchetto complessivo di riforme per tutti, affinché la giustizia fosse assicurata a tutti cittadini, anziché un'immunità per poche e determinate cariche, un pacchetto contenente misure come l'abolizione dell'obbligatorietà dell'azione penale, la responsabilità civile ed effettiva dei magistrati, l'effettiva separazione delle carriere, la riforma del CSM, le depenalizzazioni e aggiungo persino l'amnistia (perché l'indulto andava accompagnato da un provvedimento di amnistia) per liberare i tribunali da migliaia di cause destinate con certezza alla prescrizione, una prescrizione che non occorre a caso, ma soprattutto a coloro che possono pagare i difensori che consentono di allungare i tempi.
Invece, la maggioranza propone un'immunità temporanea per le quattro più alte cariche dello Stato e, contestualmente, misure repressive ai limiti estremi di tutela dei diritti e della libertà delle persone per i reati comuni, aggravando la condizione già esplosiva delle carceri, con la rinuncia anche ai benefici carcerari, prevedendo lunghe detenzioni, fino a diciotto mesi, nei centri, significativamente ribattezzati centri di identificazione ed espulsione per i clandestini.
Ulteriori sono le responsabilità negative della maggioranza sulla giustizia. Ricordavo prima l'esistenza di «pesi senza contrappesi» dell'ordine giudiziario in rapporto al potere politico. Si tratta dei pesi dell'ordine giudiziario che il Presidente del Consiglio Berlusconi ha addirittura rafforzato in questi giorni, facendo strame del precetto costituzionale della presunzione di innocenza fino a sentenza definitiva. Berlusconi, infatti, a fronte del rischio di subire una condanna in primo grado ha fatto trapelare, e non ha mai smentito, di doversi, nel caso, dimettere. Ecco, ancora prima del salvacondotto per pochi, Berlusconi avrebbe potuto difendersi nel processo e invocare le tutele previste dalla nostra Costituzione per tutti fino a sentenza definitiva e, invece, ha preferito scatenare l'ennesimo conflitto, non per le riforme liberali, ma per sottrarre momentaneamente se stesso dal giudice.
Al tempo stesso, però, il Governo si dimostra disponibilissimo alle richieste corporative dei magistrati. Quando nel decreto-legge n. 112 è stata prevista una riduzione del 30 per cento degli scatti degli stipendi di anzianità di servizio dei magistrati, subito l'Associazione nazionale magistrati ha ventilato lo sciopero e immediatamente il Governo si è detto pronto a ridiscutere la norma in nome di quel neocorporativismo che ampi settori della maggioranza, non tutti fortunatamente, incluso il Ministro dell'economia e delle finanze, amano, teorizzano e praticano appena possibile.
Non è di questo che il nostro Paese ha bisogno, non sono queste le emergenze vissute dai cittadini e nemmeno è questo ciò di cui ha bisogno la giustizia italiana denegata, la democrazia italiana sempre più oligarchica, lo Stato di non diritto italiano, ma questo e solo questo ci propone oggi la maggioranza.
Spero di essere smentito nella previsione che allorquando il lodo Alfano divenisse legge, approvato da entrambi i rami del Parlamento, Berlusconi e la sua non maggioranza si dimenticheranno dell'emergenza ingiustizia per tutti gli italiani, per i detenuti e per coloro che sono soprattutto più svantaggiati. Per tutto questo, esprimiamo con la massima forza il nostro più completo dissenso nei confronti di questo provvedimento (Applausi dei deputati del gruppo Partito Democratico).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole Lo Presti. Ne ha facoltà per dieci minuti.
ANTONINO LO PRESTI. Signor Presidente, onorevole Ministro, cari colleghi, è tanto l'interesse e il pathos che l'opposizione ha sviluppato attorno a questo provvedimento che l'Aula a quest'ora è ancora piena. Mi complimento per la massicciaPag. 73presenza dei colleghi dell'opposizione che sono qui a testimoniare proprio il grande interesse che hanno manifestato verso questo provvedimento, in realtà, solo all'esterno; siete tantissimi. Veramente, per chi ci ascolta solamente e non ha la possibilità di vederci, la realtà è che l'Aula è desolatamente vuota. Ciò dimostra come, evidentemente, avete articolato un'opposizione a questo provvedimento meramente strumentale e di facciata con argomentazioni che non sto qui a riepilogare ma che sono tutte francamente risibili.
Eppure non è la prima volta, signor Presidente, onorevole Ministro, cari colleghi, che il Parlamento, dopo la stagione di Tangentopoli, affronta il tema dei rapporti tra i poteri dello Stato e, in particolare, il delicatissimo argomento dei rapporti tra potere giudiziario ed Esecutivo, tra giustizia e politica e non sarà neanche l'ultima.
L'articolo unico del disegno di legge che stiamo per approvare, che nella sua ratio intende ricostituire parzialmente l'argine da tempo demolito che separava i poteri testé citati, non risolve definitivamente e complessivamente l'articolata questione dell'immunità parlamentare e delle frequenti incursioni che una parte minoritaria e politicamente schierata della magistratura italiana ha effettuato nel corso di questi anni nel terreno proprio dell'azione politica mettendo in discussione la stessa legittimità della rappresentanza popolare. La norma che ci accingiamo ad approvare è sicuramente un'ottima soluzione che copre il vuoto legislativo determinato dalle modifiche all'articolo 68 della Costituzione avvenuto sull'onda del disdoro che la politica negli anni Novanta determinò nell'opinione pubblica italiana ma non è la soluzione o la soluzione definitiva.
Mettere oggi al riparo le quattro più alte cariche dello Stato da un eventuale processo penale che possa alterare la serenità dello svolgimento di delicate funzioni politiche e amministrative significa anzitutto garantire il valore della stabilità politica (valore politico, condiviso dalla stragrande maggioranza degli italiani, non negoziabile). In questo devo rendere omaggio al Ministro, alla sua determinazione, al suo coraggio nell'essere stato intransigente nel difendere la posizione su questo provvedimento, perché la stabilità politica e la separazione dei poteri rappresentano un valore non negoziabile, ed è grazie alla determinazione del Ministro Alfano se oggi finalmente possiamo mettere un punto fermo su tale aspetto.
Però, questo provvedimento significa anche restituire alla politica il ruolo centrale che deve avere in un sistema democratico, dove la separazione dei poteri esclude categoricamente la subordinazione o dipendenza di un potere da un altro, ma non la derivazione necessaria che ciascun potere ha dalla legge, dalla Costituzione e, per la politica, direttamente dal popolo, con la conseguenza proprio della primazia della politica.
In questi anni abbiamo assistito al sovvertimento di questo principio. Non c'è stata vittoria del centrodestra cui non è seguita, puntuale, la controffensiva della magistratura contro esponenti del centrodestra, Presidente del Consiglio in testa. Sono innumerevoli, infatti, gli esempi nei quali il potere giudiziario, il suo strumento, la magistratura, ha tentato di imporre all'Esecutivo, e a volte anche al Parlamento, autentici diktat, oppure di sovvertire il dato elettorale, a partire dalle rivolte dei PM di Milano del 1994. Le ricorderete tutti, mi riferisco a quando i pubblici ministeri si riunirono, guidati da Di Pietro e da Davigo, e imposero il ritiro del decreto Biondi; mi riferisco all'avviso di garanzia al Presidente del Consiglio durante il G8 del 1994, oppure, nella storia più recente, al tentativo del CSM, per fortuna impedito dall'autorevole intervento del Presidente Napolitano, di bocciare con un parere non richiesto la legittimità costituzionale della norma che sospende alcuni processi; mi riferisco altresì al modo più surrettizio, e perciò stesso ancora più pericoloso, attivando e accelerando processi a carico del Presidente del Consiglio con il nemmeno malcelato scopo di arrivare per via giudiziaria al sovvertimento del risultato elettorale.
Ecco perché è stato necessario intervenire immediatamente: per garantire stabilitàPag. 74e serenità. Non occorre alcuna legge costituzionale, come da più parti sostenuto, per intervenire nella materia oggetto di questo disegno di legge. Lo sapete benissimo - cari colleghi - che le cose stanno in questo modo. Perché non stiamo intervenendo sul sistema delle immunità che necessiterebbe sicuramente di un intervento costituzionale, ma più semplicemente su un riflesso processuale meritevole di tutela, che è quello che riguarda un principio: il principio del sereno svolgimento delle funzioni delle più alte cariche dello Stato. È come se si volesse intervenire con legge costituzionale per regolare la tutela del diritto di proprietà.
Allora, al di fuori di queste metafore, ovviamente va detto - cari colleghi del PD - che voi ci avete chiesto di seguire la strada dell'intervento costituzionale, ma sulla base di quali coordinate? Non lo dite, perché non avete il coraggio di ammettere che le uniche coordinate costituzionali da seguire per regolare questa delicatissima materia sono quelle per cui occorre ricostruire un sistema di immunità legato all'autorizzazione a procedere, che non sia privilegio di casta ma garanzia di indipendenza della politica secondo principi universalmente riconosciuti e codificati nelle democrazie moderne.
A questo proposito mi sorprende la posizione ondivaga e contraddittoria che ha sostenuto l'UdC attraverso tre suoi qualificanti esponenti in quest'Aula, perché non si capisce bene da che parte l'UdC vuole andare. Io ho condiviso e ho apprezzato molto l'intervento dell'onorevole Mannino, che richiamava la necessità di una rivisitazione complessiva dell'articolo 68 della Costituzione, ma voglio ricordare all'onorevole Mannino e all'onorevole Tabacci (il cui livore non si capisce bene da cosa tragga alimento, un livore che dura ormai da decenni nei confronti del PdL, di questa maggioranza e del Presidente del Consiglio) che il loro partito politico da cui orgogliosamente affermano di provenire, la Democrazia Cristiana, ebbe in quella grande stagione una colpa storica.
Tale colpa fu di avere appunto consentito la modifica dell'articolo 68 della Costituzione sull'onda del disdoro popolare, non intuendo quello che sarebbe accaduto di lì a qualche tempo.
In conclusione, oggi abbiamo consumato un primo importante passaggio, superato il quale sarà necessario riannodare le fila di un confronto sereno e stabile tra maggioranza e opposizione, per garantire al Paese - che non ne può più, comprese le migliaia di magistrati che ci stanno ascoltando e che vogliono lavorare in pace e amministrare giustizia senza tentare rappresaglie o sovvertimenti del dato elettorale - e a tutti cittadini quella stagione di riforme che tutti desideriamo e sappiamo essere necessaria: noi sereni e liberi di governare senza ricatti e voi affrancati dalla mai sopita speranza di arrivare al potere attraverso la via giudiziaria, secondo gli insegnamenti dei cattivi maestri di una sinistra pseudorivoluzionaria che ancora resiste nelle vostre coscienze.
Concludendo, signor Presidente, prendetene atto: è questo l'invito che rivolgo ai colleghi del Partito Democratico. Senza infingimenti preparatevi a confrontarvi con noi sul futuro del nostro Paese e dei nostri giovani e a meritarvi sul campo della politica il diritto a sostituirci per governare, se ne sarete veramente capaci, quando gli elettori decideranno che sarà venuto il vostro turno (Applausi dei deputati dei gruppi Popolo della Libertà e Lega Nord Padania).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole Bachelet. Ne ha facoltà per tre minuti.
GIOVANNI BATTISTA BACHELET. Signor Presidente, anzitutto in qualità di partecipante alla manifestazione di ieri a Piazza Navona, vorrei esprimere anche a nome degli altri partecipanti, che per questo stesso motivo hanno abbandonato la piazza, la mia espressione di gratitudine e stima al Capo dello Stato, al Presidente Napolitano, e la mia condanna di qualsiasi offesa a lui, al Papa, al Ministro Carfagna e a chiunque altro sia stato gravemente insultato dopo il mio abbandono della piazza, come ho appreso dai giornali.Pag. 75
Rivendico, però, il diritto di esprimere qui in Parlamento e anche in piazza, tutta la mia contrarietà a provvedimenti che hanno come unico scopo quello di garantire l'impunità al Presidente del Consiglio, come hanno fatto ieri, a piazza Navona, Moni Ovadia, Rita Borsellino e la stragrande maggioranza degli altri oratori che questo stesso concetto hanno espresso in modo civile e sobrio.
Nel dibattito di ieri e oggi, qualcuno ha richiamato i terribili anni di Tangentopoli. Qualcuno è andato anche più indietro ricordando Moro, Ruffilli e mio padre come martiri della democrazia. Anch'io e anche la mia famiglia pensavamo a questi martiri quando le banconote del Pio Albergo Trivulzio volavano giù dai balconi di Milano, quando si parlava di «conto protezione» e dai divani di ministri e sottosegretari emergevano a sorpresa banconote al posto delle piume. Pensavamo a questi martiri e ci chiedevamo: era questa la Repubblica per la quale poliziotti, carabinieri, magistrati, giornalisti, sindacalisti e anche i nostri erano morti? Anche in quegli anni alcuni vedevano il problema nei magistrati: si domandavano sgomenti come uscire da Tangentopoli ma un politico di primo piano, Mino Martinazzoli, che allora aveva una grande responsabilità disse: «Da Tangentopoli si esce smettendo di rubare» e, ad alcuni di noi, questo semplice concetto piacque molto, parve molto convincente. Ma comprendiamo che ad altri - lo abbiamo sentito più volte anche oggi - questo concetto non pare altrettanto convincente.
Sembrava che l'Italia crollasse. La politica economica del CAF ci aveva portato fuori dal serpente monetario europeo, quando nella penombra televisiva di un lontanissimo capodanno ascoltavamo con la mia famiglia un uomo già allora anziano che diceva: «L'Italia risorgerà». Quell'uomo compie 90 anni a settembre di quest'anno ma ha ancora il cuore di un ventenne, con il quale ha guidato alla vittoria il comitato del referendum costituzionale del 2006 e anche il comitato Veltroni delle primarie. Con lo stesso cuore ha sopportato due anni di insulti al Senato e sopporterà bene - credo - anche gli insulti che ho sentito al suo riguardo nel dibattito di questi giorni. Insulti del resto risibili, perché chi ricorda Tangentopoli sa bene chi fu in quegli anni a portare il Paese vicino alla rovina e chi, invece, candidato alla Presidenza della Repubblica, non dal suo partito ma da Marco Pannella, proprio perché aveva le mani pulite e l'animo libero e forte, aiutò il Paese a risorgere. Grazie Presidente Scalfaro, altri cento anni come questi. Se tutti fossero come lei non ci troveremmo a discutere dei provvedimenti di cui discutiamo oggi e ci occuperemmo, forse, dei veri problemi dell'Italia.
PRESIDENTE. È iscritta a parlare l'onorevole Concia. Ne ha facoltà, per un minuto.
ANNA PAOLA CONCIA. Signor Presidente, l'emergenza del nostro Paese non è quella che voi mettete al primo posto. A voi interessa solo garantire impunità al Presidente del Consiglio. Con una decisione illiberale e senza precedenti, avete espropriato il Parlamento per assicurare al Capo del Governo la sospensione dei suoi processi passati e futuri. Avete scritto una brutta pagina per la storia della nostra Repubblica. Perché non destinate tutte le vostre energie per aumentare gli stipendi e le pensioni, che sono la vera emergenza delle famiglie italiane? Perché ciò che vi preme è l'immunità e gli interessi personali dell'onorevole Berlusconi, che vengono prima dei problemi reali del nostro Paese. L'articolo 3 della Costituzione italiana recita: tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali. L'emergenza nel nostro Paese non è quella che voi mettete al primo posto. A voi interessa solo garantire al primo posto l'impunità del vostro Presidente del Consiglio.
PRESIDENTE. È iscritta a parlare l'onorevole Braga. Ne ha facoltà, per un minuto.
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CHIARA BRAGA. Signor Presidente, mi rivolgo agli sparuti colleghi della maggioranza per ribadire che l'emergenza nel nostro Paese non è quella che voi mettete al primo posto. A voi interessa solo garantire impunità al Presidente del Consiglio. Con una decisione illiberale e senza precedenti, avete espropriato il Parlamento per assicurare al Capo del Governo la sospensione dei suoi processi passati e futuri. Avete scritto un'altra brutta pagina per la nostra Repubblica. Perché non destinate tutte le vostre energie per aumentare gli stipendi e le pensioni, che sono la vera emergenza per le famiglie italiane? Perché ciò che vi preme è l'immunità e gli interessi personali dell'onorevole Berlusconi, che vengono prima dei problemi reali del Paese.
Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali: questo è scritto nella nostra Costituzione, che è e rimane la nostra bussola. L'emergenza nel nostro Paese non è quella che voi mettete al primo posto. A voi interessa solo garantire impunità al Presidente del Consiglio.
PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole Losacco. Ne ha facoltà, per un minuto.
ALBERTO LOSACCO. Signor Presidente, l'emergenza nel nostro Paese non è quella che voi mettete al primo posto. A voi interessa solo garantire impunità al Presidente del Consiglio. Con una decisione illiberale e senza precedenti, avete espropriato il Parlamento per assicurare al Capo del Governo la sospensione dei suoi processi passati e futuri. Avete scritto un'altra brutta pagina per la nostra Repubblica. Perché non destinate tutte le vostre energie per aumentare gli stipendi e le pensioni, che sono la vera emergenza per le famiglie italiane? Perché ciò che vi preme è l'immunità e gli interessi personali dell'onorevole Berlusconi, che vengono prima dei problemi reali del Paese. Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali: questo è scritto nella nostra Costituzione, che è e rimane la nostra bussola. L'emergenza del nostro Paese non è quella che voi mettete al primo posto. A voi interessa solo garantire impunità al Presidente del Consiglio.
PRESIDENTE. È iscritta a parlare l'onorevole Miotto. Ne ha facoltà, per un minuto.
ANNA MARGHERITA MIOTTO. Signor Presidente, l'emergenza del nostro Paese non è quella che voi mettete al primo posto (Commenti). Così la imparate a memoria, che è utile.
A voi interessa solo garantire impunità al Presidente del Consiglio. Con una decisione illiberale e senza precedenti, avete espropriato il Parlamento per assicurare al Capo del Governo la sospensione dei suoi processi passati e futuri. Avete scritto un'altra brutta pagina per la nostra Repubblica. Perché non destinate tutte le vostre energie per aumentare gli stipendi e le pensioni, che sono la vera emergenza per le famiglie italiane? Perché ciò che vi preme è l'immunità e gli interessi personali dell'onorevole Berlusconi, che vengono prima dei problemi reali del Paese. Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali di fronte alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali: questo sta scritto nella nostra Costituzione, che è e rimane la nostra bussola. L'emergenza del nostro Paese non è quella che voi mettete al primo posto. A voi interessa solo garantire impunità al Presidente del Consiglio.
PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole Sarubbi. Ne ha facoltà, per un minuto.
ANDREA SARUBBI. Signor Presidente, poco fa l'onorevole Lo Presti denunciava la linea ondivaga e contraddittoria dell'UdCPag. 77in merito a questo provvedimento. La posizione del Partito Democratico è invece piuttosto chiara, quindi la ripeto. La ripeterei volentieri anche all'onorevole Lo Presti se fosse ancora in Aula, ma visto che se ne è andato, la ripeterò agli altri otto deputati della maggioranza che sono presenti e al signor Ministro della giustizia, Angelino Alfano, che passerà alla storia della Repubblica per aver messo il nome su questo provvedimento.
L'emergenza nel nostro Paese non è quella che voi mettete al primo posto. A voi interessa solo garantire impunità al Presidente del Consiglio. Con una decisione illiberale, senza precedenti, avete espropriato il Parlamento, per assicurare al Capo del Governo la sospensione dei suoi processi passati e futuri. Avete scritto un'altra brutta pagina per la nostra Repubblica. Perché non destinate tutte le vostre energie per aumentare gli stipendi e le pensioni, che sono la vera emergenza per le famiglie italiane? Perché ciò che vi preme è l'immunità e gli interessi personali dell'onorevole Berlusconi, che vengono prima dei problemi reali del Paese. Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzioni di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali. Questo è scritto nella nostra Costituzione, che è e rimane la nostra bussola.
L'emergenza nel nostro Paese, non è quella che voi mettete al primo posto. A voi interessa solo garantire impunità al Presidente del Consiglio (Applausi polemici del deputato Paolini).
PRESIDENTE. È iscritta a parlare l'onorevole Zampa. Ne ha facoltà, per un minuto.
SANDRA ZAMPA. Mi rivolgo alla maggioranza e al signor Ministro, per ricordar loro che l'emergenza del nostro Paese non è quella che voi mettete al primo posto (Commenti)... Può essere utile che lo ascoltiate...
MAURIZIO DEL TENNO. Ma l'avete imparata a memoria?
SANDRA ZAMPA. Bene, spero che domani la possiate ripetere a memoria. Questo era l'obiettivo. A voi interessa solo garantire impunità al Presidente del Consiglio. Con una decisione illiberale, senza precedenti, avete espropriato il Parlamento, per assicurare al Capo del Governo la sospensione dei suoi processi passati e futuri. Avete scritto un'altra brutta pagina per la nostra Repubblica. Perché non destinate tutte le vostre energie per aumentare gli stipendi e le pensioni, che sono la vera emergenza per le famiglie italiane? Perché ciò che vi preme è l'immunità e gli interessi personali dell'onorevole Berlusconi, che vengono prima dei problemi reali del Paese. Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono uguali davanti alla legge, senza distinzioni di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali. Questo è scritto nella nostra Costituzione, che è e rimane la nostra bussola.
L'emergenza nel nostro Paese, non è quella che voi mettete al primo posto. A voi interessa solo garantire impunità al Presidente del Consiglio.
PRESIDENTE. Non vi sono altri iscritti a parlare e pertanto dichiaro chiusa la discussione...
ANTONIO LA FORGIA. Presidente, chiedo di parlare.
PRESIDENTE. Onorevole La Forgia, credo di non poterle dare la parola, se non la chiede per un altro motivo, dato che lei non è iscritto a parlare (Commenti)... Un minuto?
ANNA MARGHERITA MIOTTO. Presidente, per cortesia, lo lasci parlare.
LUCA RODOLFO PAOLINI. Ma sì, lo faccia parlare!
PRESIDENTE. Sta bene, può parlare. È una decisione democratica, non del Presidente ma dell'Assemblea! Prego, ne ha facoltà.
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ANTONIO LA FORGIA. La ringrazio comunque signora Presidente e soprattutto ringrazio i colleghi che consentono anche a me di rammentare che l'emergenza nel nostro Paese non è quella che voi stessi mettete al primo posto. Sembra che a voi interessi garantire prima di tutto impunità al Presidente del Consiglio. Con una decisione illiberale, senza precedenti, avete espropriato il Parlamento, per assicurare al Capo del Governo la sospensione dei suoi processi passati e futuri. Avete scritto così un'altra brutta pagina per la nostra Repubblica. Perché non destinate tutte le vostre energie ad aumentare gli stipendi e le pensioni, che sono la vera emergenza delle famiglie italiane? Perché ciò che vi preme è l'immunità e gli interessi personali dell'onorevole Berlusconi, che vengono prima dei problemi reali del Paese. Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono uguali davanti alla legge, senza distinzioni di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali. Questo è scritto nella nostra Costituzione che è e rimane la nostra bussola.
L'emergenza nel nostro Paese, non è quella che voi mettete al primo posto. A voi interessa solo garantire impunità al Presidente del Consiglio.
PRESIDENTE. Davvero adesso, non vi sono altri iscritti a parlare e pertanto dichiaro chiusa la discussione sulle linee generali.
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