Menu di navigazione principale
Vai al menu di sezioneInizio contenuto
Si riprende la discussione.
(Ripresa discussione sulle linee generali - A.C. 22 ed abbinate-A)
PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole Gozi. Ne ha facoltà.
SANDRO GOZI. Signor Presidente, durante il dibattito sulla ratifica del trattato di Lisbona, tutte le forze politiche in questo Parlamento hanno convenuto sulla necessità di rafforzare la democrazia europea. Molti hanno insistito sulla lontananza dell'Europa dai cittadini e sul suo carattere tecnocratico. Ridurre la distanza tra istituzioni europee e cittadini ed avvicinare l'Europa ai territori costituisce, senza alcun dubbio, una vera priorità ed è urgente rafforzare il legame politico e rappresentativo tra elettori e deputati europei. Modificare l'attuale legge elettorale per le elezioni europee è dunque necessario. Lo è anche perché il Parlamento europeo non è più una semplice assemblea consultiva, come al tempo in cui fu adottata la legge elettorale vigente in Italia, ma è diventato, quattro trattati europei dopo, un'assemblea con importanti poteri legislativi. Ebbene, la legge elettorale che voi proponete non risponde a nessuna di queste esigenze. Perché? Avete totalmente ignorato la dimensione europea e avete agito unicamente per soddisfare equilibri ed esigenze interne alla vostra maggioranza. La vostra concezione della politica è leaderistica e questa legge soddisfa la volontà del vostro leader di utilizzare, a suo piacimento, le elezioni europee. Dovete fare una lista comune tra Alleanza nazionale e Forza Italia: l'eliminazione delle preferenze vi permette di garantire i vostri difficili equilibri interni e di mettervi al riparo da «spiacevoli sorprese». Perché tale, una «spiacevole sorpresa», voi considerate la volontà dei cittadini espressa attraverso il voto di preferenza. L'Europa per voi è una variabile secondaria, utile capro espiatorio quando vi impedisce di stravolgere le sue regole comuni, come nel caso dell'immigrazione, del cambiamento climatico e di Alitalia, strumento di propaganda quando prende decisioni importanti, come per la crisi finanziaria a cui, peraltro, non apportate alcun contributo determinante al di là dei vostri proclami sulla stampa nostrana. L'Europa non è stata affatto considerata in questa proposta, concepita tutta in chiave interna e per fini ben diversi. La modifica della legge per l'elezione dei membri del Parlamento europeo dovrebbe essere uno strumento attraverso cui promuovere alcune funzioni fondamentali: in primo luogo, stabilire un rapporto di stretta connessione tra territori, eletti e dimensione europea.
In secondo luogo, quella di contribuire allo sviluppo di una nuova classe politica europea attiva ed influente a Strasburgo, legittimata e riconoscibile agli occhi dei cittadini. Quanto accaduto nelle ultime due elezioni europee prova che l'attuale sistema elettorale contraddice la sostanza di queste finalità ed è per questo che, l'Ulivo nella passata legislatura, e il Partito Democratico ritengono che siano necessarie delle modifiche.
L'ampiezza delle circoscrizioni vigenti non ha mai consentito di sviluppare un sistema di relazione stretta con i territori ed ha reso molto costose le campagne elettorali. La mancanza assoluta di soglia di sbarramento ha riprodotto in sede europea una eccessiva frammentazione del sistema politico che ha ridotto l'influenza del sistema Italia al Parlamento europeo. Dinanzi a tale situazione, per raggiungerePag. 20gli obiettivi che, a parole, tutte le forze presenti in questo Parlamento condividono, sono le due vie che si possono percorrere: o creare delle circoscrizioni di media grandezza (con riduzione quindi dei costi elettorali) mantenendo il voto di preferenza, o creare delle circoscrizioni, molto piccole (regionali e subregionali, in base al principio «almeno uno o due deputati per regione») ed in questo caso - e solo in questo caso - valutare possibili modifiche all'attuale sistema di preferenze multiple. È questo, onorevole Calderisi, lo spirito che aveva caratterizzato la mia proposta nella passata legislatura.
È innegabile, infatti, che l'opinione pubblica considera l'espressione della preferenza nell'attuale contesto politico italiano come un diritto che gli è stato sottratto alimentando sempre di più la concezione della classe politica come casta separata dal corpo sociale. È altresì evidente come solo in collegi piccoli si possa assicurare un forte legame tra eletti e territori.
Entrambe le soluzioni che abbiamo proposto perseguono uno scopo: rispettare e garantire un vero diritto di scelta dei cittadini. Voi invece cosa proponete? Proponete circoscrizioni grandi ed eliminate il voto di preferenza negando, quindi, due volte il diritto degli elettori di scegliere il loro rappresentante al Parlamento europeo e ignorando la necessità di avvicinare Europa e territorio. Altro che diritto di scelta dei cittadini! Vi arrogate il diritto di scegliere per tutti, di scrivere regole del gioco da soli ignorando le proposte delle opposizioni e calpestando le esigenze di partecipazione democratica sempre più sentite nel nostro Paese!
Come se non bastasse, in questo sistema totalmente bloccato che volete imporre agli italiani, non avete voluto neppure vietare le candidature multiple, rendendo ancora meno trasparenti e controllabili le liste e la decisione finale su chi sarà veramente eletto o meno. Vi abbiamo proposto di stabilire il principio della non candidabilità a parlamentare europeo per quei soggetti la cui funzione è oggi soltanto incompatibile e la cui eventuale decisione di optare per la carica di parlamentare europeo, in caso di elezione, comporterebbe l'interruzione, molto improbabile, del mandato di importanti organi istituzionali. Ciò al fine di inibire la presentazione di candidature fittizie finalizzate esclusivamente a sollecitare la partecipazione ed il voto per la lista, ma non sorrette dalla reale volontà dei candidati a svolgere il mandato parlamentare europeo. Ma che importa l'attività parlamentare europea? Con la vostra proposta, al contrario, le prossime elezioni saranno un grande sondaggio nazionale sul vostro leader cui è riservata la possibilità di candidarsi in tutte le circoscrizioni! Saranno elezioni senza passato, perché non si dibatterà certo di ciò che è stato fatto di Europa, e senza futuro, perché non si dibatterà di ciò che si dovrà fare in Europa e neppure in quel contesto di crisi finanziaria che lei, onorevole relatore, giustamente ricordava nella sua introduzione. Saranno elezioni con candidati sconosciuti perché con liste lunghe e bloccate i candidati alle europee cadranno completamente nell'anonimato.
Non avete voluto neppure considerare ipotesi di compromesso come il voto di preferenza ponderato (che ho proposto appunto per trovare una soluzione di compromesso) ispirato al sistema svedese, ed avrebbe dato la possibilità agli elettori di sovvertire, solo se insoddisfatti, l'ordine di lista proposto dal partito. Le soluzioni mediane di compromesso positivo, quindi, erano certamente possibili, ed avrebbero consentito di evitare quegli aspetti negativi degli attuali collegi molto grandi su cui tutti abbiamo convenuto.
Del resto era questo lo spirito anche di quel «Rapporto 2020» che il relatore ed i rappresentanti della maggioranza continuano incessantemente ad invocare.
Era un rapporto di un gruppo di esperti indipendenti che voleva avviare un dibattito in cui si poteva anche riconsiderare l'attuale sistema di preferenze multiple, ma in un contesto che è completamente diverso da quello che è delineato nella vostra proposta. Non c'è che dire, si tratta di un risultato eccellente! Un risultatoPag. 21che, ancora una volta, non tiene in alcun conto delle tendenze all'interno del Parlamento europeo. La Commissione affari costituzionali di Strasburgo, infatti, proprio in questo periodo, si sta orientando verso una possibile generalizzazione del voto di preferenza e verso circoscrizioni territoriali negli Stati membri più popolosi per le elezioni del 2014. L'Italia, nel 2009, va esattamente nella direzione contraria: niente preferenze e grandi collegi.
Per evitare l'eccessiva frammentazione della rappresentanza italiana in seno al Parlamento europeo abbiamo proposto di introdurre una soglia di sbarramento del 3 per cento. Voi, invece, introducete il 5 per cento e lo fate invocando il Regolamento comunitario che prevede il 5 per cento come tetto massimo (massimo, non obbligatorio!); tetto che è concepito per 27 sistemi politici diversi. Se il 5 per cento può andare benissimo - visto il loro sistema politico interno - per Paesi come la Germania o la Francia, è decisamente troppo alto per l'Italia, perché nega la rappresentanza a forze politiche consistenti, e se è vero che il carattere proporzionale dell'elezione europea non va portato alle sue estreme conseguenze, è anche vero che non è accettabile che la maggioranza imponga una soluzione che porti a conseguenze estreme negative opposte per usi strumentali interni.
Cosa dire, poi, delle cosiddette «quote rosa»? Attualmente l'Italia è al ventiduesimo posto in Europa per numero di donne elette al Parlamento europeo, con una percentuale pari al 19,2 per cento, evidenziando una situazione di forte sottorappresentazione politica femminile. Notevole è, quindi, il divario rispetto ad altri Paesi che hanno, invece, una media del 30 per cento. Solo Cipro, Malta e la Polonia fanno peggio di noi. La vostra proposta, 50 per cento di candidature femminili senza indicazione sull'ordine di lista con liste bloccate, è una vera presa in giro. Smettiamola di parlare di donne in politica, allora, perché se ogni volta che abbiamo la possibilità di migliorare la situazione non lo facciamo, noi, tutti noi, tutta la classe politica perde di credibilità agli occhi degli italiani e dell'Europa.
Le nostre proposte avrebbero senz'altro portato alla risoluzione delle principali debolezze del sistema elettorale attuale. Purtroppo, esse hanno trovato, come spesso è accaduto dall'inizio di questa legislatura, una maggioranza assolutamente indisponibile al confronto.
PRESIDENTE. Mi scusi, onorevole Gozi. Non a termini di Regolamento, ma per cortesia, l'avviso che il suo gruppo aveva indicato, per il suo intervento, un termine di dieci minuti. Lei può proseguire poiché, come parlamentare, ha diritto a trenta minuti. Ma, ovviamente, questi minuti verranno sottratti al tempo concesso agli altri deputati del suo gruppo che intendono intervenire nella discussione sulle linee generali.
SANDRO GOZI. Grazie, Presidente. La realtà è che voi della maggioranza continuate a considerare le istituzioni europee come un vincolo e non come un'opportunità. Per questo motivo piegate la legge elettorale europea ad esigenze interne.
Cari colleghi della Lega (non li vedo più in Aula), caro Ministro Calderoli (neanche lui vedo più), ciò che non capisco è perché vi prestiate ad un gioco tutto interno al PdL. Noi, invece, vogliamo che i cittadini tornino ad avere voce e non accettiamo che la composizione dei Parlamenti e dei partiti venga decisa da una decine di persone. Così come contestiamo il vostro modello oligarchico allo stesso modo contestiamo anche i vostri metodi, che mirano ad alterare costantemente le regole del gioco secondo le vostre convenienze, né ci adagiamo sul modello che volete.
Per tale ragione rispondiamo con un duro, fermo e convinto «no» alla vostra proposta in Parlamento, nel Paese e anche in Europa (Applausi dei deputati del gruppo Partito Democratico)!
Signor Presidente, chiedo, infine, che la Presidenza autorizzi la pubblicazione in calce al resoconto della seduta odierna del testo integrale del mio intervento.
PRESIDENTE. Onorevole Gozi, la Presidenza lo consente, sulla base dei criteri costantemente seguiti.
È iscritto a parlare l'onorevole Orsini. Ne ha facoltà.
ANDREA ORSINI. Signor Presidente, credo che ogni posizione e opinione in materia di legge elettorale sia, naturalmente, del tutto legittima e andrebbe rispettata. Sono abituato a rispettare le opinioni anche degli avversari politici e credo che nessuna opinione in materia di legge elettorale debba essere «bollata», così come amano fare alcuni nostri avversari, come nemica della democrazia, della partecipazione, dell'Europa e così via. Ciò detto, credo che sarebbe profondamente auspicabile una coerenza di comportamenti, di idee e di sistemica complessiva in materia di legge elettorale.
L'intervento del collega che mi ha preceduto, onorevole Gozi, mi pare dimostri che questo non è facile o, forse, non è possibile, anche se egli ha cercato di argomentare il perché abbia cambiato idea a centottanta gradi rispetto alle sue stesse proposte di poco tempo fa. Allo stesso modo sembra abbia cambiato idea, complessivamente, il Partito Democratico, il quale si è presentato alle elezioni di quest'anno parlando di un sistema bipolare che evolve verso il bipartitismo, di partiti a vocazione maggioritaria, di necessità di semplificazione del sistema politico ed ha orientato la sua politica delle alleanze, sia pure con una curiosa eccezione, proprio a questo, ed ora contesta una legge elettorale che è coerente con l'auspicata e auspicabile evoluzione del sistema politico italiano verso uno schema di bipolarismo mite, ma forte, europeo e funzionante.
Non sono di quelli che credono siano le leggi elettorali a delineare e a determinare lo scenario politico di un Paese, ma non arrivo neanche a credere l'opposto, cioè che le leggi elettorali possano andare in controtendenza con l'evoluzione della politica e dello scenario politico di un Paese. Credo che il corpo elettorale abbia deciso, seguendo le indicazioni in questo delle maggiori forze politiche, di andare verso un sistema non ancora di bipartitismo, ma certamente di forte bipolarismo. Credo che un sistema elettorale che vada, invece, nella direzione della frammentazione sia assolutamente in controtendenza, sia con le scelte politiche fatte finora dai maggiori partiti, sia con i desideri espressi dal corpo elettorale.
Allo stesso titolo mi chiedo perché qualche altro partito dell'opposizione - oggi mi pare non rappresentato in quest'Aula se non da chi autorevolmente presiede, ma che naturalmente non è qui per rappresentare un partito - l'Unione di Centro, nel 2006, abbia votato senza alcuna difficoltà una legge elettorale, che simpaticamente il Ministro Calderoli ha definito, con l'autoironia che lo contraddistingue, «porcellum», e che da allora tutta l'opposizione definisce «porcellum» con una certa ripetitività di argomenti che non gli fa onore. Evidentemente, quello che andava bene per l'Italia non va bene per l'Europa.
Ricordo, inoltre, a tutti quanti hanno proposto, ipotizzato e chiesto il sistema elettorale tedesco che opporsi a uno sbarramento del cinque per cento significa opporsi al criterio stabilito dal sistema tedesco. L'onorevole collega che mi ha preceduto sostiene che lo sbarramento al cinque per cento in Italia sia inaccettabile perché sopprime forze politiche consistenti. Bisogna intendersi, tuttavia, sul concetto di «consistenti». Infatti, una forza politica è consistente se rappresenta dei numeri e non lo è se non li rappresenta, ciò vale in Italia, come in Germania e negli altri Paesi europei dove esiste uno sbarramento esplicito o implicito ancora più elevato. Quindi, cosa è una forza politica consistente? È una forza politica che raggiunge una determinata soglia di consenso. Se non lo raggiunge, evidentemente, non è così consistente, il che non significa che non sia assolutamente rispettabile (come in democrazia lo è l'espressione di qualunque parere per quanto minoritario e anche individuale), ma la logica del sistema politico non può essere quella di limitarsi a fotografare l'esistente. La logica della rappresentanza è quella diPag. 23fare una sintesi dell'esistente, individuando le correnti di pensiero maggioritarie per consentire il funzionamento di un sistema politico. A ben vedere, in definitiva, la questione delle preferenze va nella stessa direzione.
Le preferenze nascono dalla logica - a mio giudizio sbagliata - che lo scopo di un'elezione sia fotografare quanto più possibile in scala la realtà complessiva del corpo elettorale. Sapete meglio di me - e illustri politologi come l'onorevole Parisi potrebbero insegnarmi - che lo scopo di una consultazione popolare è di tradurre in un sistema parlamentare sostenibile ciò che esiste nel corpo sociale. Non si tratta semplicemente di fotografarlo. Se così non fosse, le antiche battaglie dell'onorevole Parisi a favore del sistema uninominale sarebbero totalmente contraddittorie con questo tipo di approccio.
Sarebbe curioso che questo Parlamento accettasse la logica che un Parlamento eletto senza preferenze non sia rappresentativo del corpo elettorale, perché vorrebbe dire che noi stessi non siamo rappresentativi del corpo elettorale e, quindi, si arriverebbe ad un paradosso, ad un circuito logico, dal quale di fatto non si potrebbe uscire: per trovare una soluzione a questa aporia, sarebbe forse necessaria la sottigliezza filosofica del nostro Presidente!
La questione ovviamente non si pone in questi termini, anche perché tutti sappiamo - ognuno di noi ha una storia nella politica - che le preferenze non sono la fotografia della rappresentatività, ma di chi è in grado di raggiungere in un modo o nell'altro un vasto numero di elettori. Chi sono queste persone? I leader nazionali, naturalmente. Non credo che la preoccupazione dell'opposizione sia di garantire la possibilità, per esempio, all'onorevole Berlusconi di essere eletto, semmai di impedirglielo. Sono le persone che rappresentano le lobby, per quanto legittime, trasparenti ed esplicite e mi riferisco alle associazioni professionali, di categoria, rappresentanze di interessi. Purtroppo, come sapete, ci sono anche rappresentanze di interessi molto meno esplicite che in certe regioni del sud collimano e confinano anche con la criminalità organizzata. Se non mi preoccupa avere dei parlamentari espressi dalla Confindustria, dalla Confcommercio o dal sindacato, mi preoccupa avere parlamentari espressione di associazioni meno lecite e meno nobili. Se leggiamo i verbali, gli scritti e gli atti di diversi processi di criminalità organizzata del sud dovrebbe essere chiaro a che cosa mi riferisco.
PRESIDENTE. Onorevole Orsini, la prego di concludere.
ANDREA ORSINI. Concludo, Presidente. Possono raggiungere tanti elettori coloro che hanno molte risorse economiche e coloro che hanno una forte visibilità personale. Poco fa l'onorevole Parisi parlava di videocrazia. Essa è esattamente lo strumento che consente di farsi conoscere e vedere e, di conseguenza, di prendere tante preferenze. Non si spiegherebbe perché - cosa del tutto legittima - l'onorevole Gruber e l'onorevole Santoro siano stati candidati dallo stesso partito dell'onorevole Parisi al Parlamento europeo dove non mi pare si siano distinti, se non altro per una presenza assidua.
Salto tanti altri argomenti per giungere solo ad una conclusione. Chi ha un minimo di memoria storica sa che al massimo delle preferenze è coinciso il massimo di crisi della rappresentatività della politica. La crisi della Prima Repubblica, il momento in cui la politica è stata più lontana dai cittadini è stato esattamente momento nel quale vi era il massimo delle preferenze, tanto è vero che da allora si sono adottate solo soluzioni che andassero in una direzione opposta. Tale soluzione opposta comunque non prescinde dal consenso perché è del tutto evidente che chi ha la leadership di un partito si assume la responsabilità politica di proporre delle squadre da portare in Parlamento e in Europa e, eventualmente, al Governo se vince. Tuttavia, è altrettanto evidente che nessuna leadership politica sopravvive alla mancanza di consenso. La leadership non è una dittatura.Pag. 24
Credo che nessuno dubiti che Berlusconi goda di una leadership nel Popolo della Libertà; credo, inoltre, che nessuno dubiti che Umberto Bossi abbia una leadership basata sul consenso nella Lega Nord. Anche Veltroni ha provato a farsela dare ieri al Circo Massimo e gli auguro che ci sia riuscito (non sta a noi entrare nelle questioni degli altri partiti). Tuttavia, la leadership senza consenso non esiste mai: la leadership con il consenso è un atto di democrazia.
PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole Vassallo. Ne ha facoltà.
SALVATORE VASSALLO. Signor Presidente, la discussione intorno alla riforma del sistema elettorale europeo avrebbe dovuto essere, e poteva essere, la prima prova di un dialogo di cui si è molto parlato all'inizio di questa legislatura. Fino ad ora, nello svolgimento della discussione nell'ambito della Commissione affari costituzionali, si è dimostrato invece che questo dialogo è impossibile perché la maggioranza è totalmente indisponibile a discutere. Il dialogo è fatto di persone che discutono, trovano argomenti in comune, trovano soluzioni in qualche modo apprezzabili per ciascuno di coloro che partecipa al dialogo. Questo dialogo si è dimostrato impossibile per una ragione molto semplice: la maggioranza ha deciso di sostenere senza alcuna discussione, neppure al suo interno, un'ipotesi che serve solo agli interessi attuali di una parte del Popolo della Libertà, come cercherò di dimostrare. La maggioranza, in particolare nella persona del relatore, si è dimostrata totalmente indisponibile a prendere in considerazione anche emendamenti che entravano nella logica stessa del progetto esposto all'inizio dei nostri lavori.
Su due temi in particolare questo dialogo è stato un dialogo tra sordi. Sui due elementi più qualificanti del provvedimento di cui stiamo discutendo sarebbe stato possibile, perché si partiva, almeno in apparenza, da basi comuni, dal riconoscimento di dover consolidare con questa riforma il contenimento della frammentazione (che è stato in qualche modo ottenuto grazie alle scelte del Partito Democratico nelle scorse elezioni) e perché era espresso, almeno verbalmente, un comune intendimento di qualificare la rappresentanza parlamentare nelle sedi europee.
Le proposte che invece hanno avanzato i colleghi del centrodestra sono per noi inaccettabili per due punti qualificanti: una soglia di sbarramento troppo elevata e la sottrazione agli elettori, in un momento in cui invece sarebbe necessario riconoscerlo, del diritto di scegliere i candidati attraverso le preferenze. Ma in questa sede penso che sia utile essere chiari e dire quali sono le ragioni per le quali il Popolo della Libertà ha fatto queste due scelte assolutamente incomprensibili. La prima è quella di proporre una soglia più elevata del necessario, in un momento di transizione come questo per il sistema politico italiano ed in occasione delle elezioni europee. Si tratta di una soglia troppo elevata in questa circostanza e che ha un'unica giustificazione: quella (nelle intenzioni di chi l'ha proposta) di mettere in difficoltà e di impedire eventualmente la rappresentanza ai potenziali alleati del Partito Democratico, perché ci sono solo tre partiti oggi in Italia che potrebbero forse non superare quella soglia, vale a dire l'Unione di Centro, l'Italia dei Valori e un ricostituito partito della sinistra.
Quanto alla soglia, noi non abbiamo mai proposto, almeno il Partito Democratico nelle sue posizioni ufficiali (devo correggere l'onorevole Orsini) non ha proposto un sistema elettorale con una soglia del cinque per cento; vari esponenti del PD hanno fatto propria questa ipotesi, ma come lei ricorderà, essendo attento ai dettagli, il Partito Democratico, alla fine della scorsa legislatura, ha proposto un sistema elettorale che aveva un disincentivo di peso variabile nei confronti dei partiti di piccole dimensioni che consentiva l'accesso al Parlamento anche a partiti con il 3 per cento, nonostante che in qualche misura li sottorappresentasse. Continuiamo a pensare, io personalmentePag. 25continuo a pensare che sia molto più appropriato, per contenere la frammentazione, un sistema come quello, piuttosto che un sistema con una soglia troppo alta e stupida, cioè fissa, come quella del 5 per cento.
La seconda ragione per la quale la maggioranza ha proposto un'ipotesi largamente inaccettabile per molta parte degli elettori, che in questo momento è uno schiaffo alla sensibilità di molti di essi, è che il Popolo della Libertà ha un problema interno, quello di equilibrare le forze tra esponenti di Alleanza Nazionale ed esponenti di Forza Italia, e naturalmente il Presente del Consiglio preferisce avere mano libera per poter decidere lui quale deve essere l'equilibrio giusto all'interno del suo partito. Ma ciò contraddice largamente le aspettative e la sensibilità di larga parte dell'elettorato, come sanno benissimo gli esponenti della Lega che, non a caso, si sono chiusi in un imbarazzante silenzio nel corso di tutto il lavoro svolto nella Commissione affari costituzionali.
D'altro canto, noi non ci siamo limitati ad opporci con veemenza, con forza a queste due forzature, ma abbiamo anche cercato, nonostante tutto, al contrario di quanto afferma l'onorevole Calderisi, di presentare proposte puntuali, mirate, tese in qualche modo a rendere decente la proposta avanzata dallo stesso centrodestra. Abbiamo preso sul serio quello che loro ci hanno detto, cioè che non volevano riproporre il «Porcellum», contro il quale molti di loro si sono scagliati nel corso degli ultimi mesi, sottoscrivendo anche un referendum, contro quella legge elettorale; ci avevano detto che avrebbero voluto fare una cosa che assomigliasse al sistema elettorale spagnolo.
Ebbene, noi li abbiamo presi sul serio, dicendo loro che, se volevano eliminare le preferenze, avrebbero dovuto presentare liste corte, cioè prevedere circoscrizioni piccole, che le liste dovevano essere composte di candidati veri, non fittizi, non ripetitivi, senza usare il sistema delle candidature multiple che aumenta il potere dei segretari di partito di stabilire chi viene eletto, mettendo i nomi sulla scheda ed introducendo un sistema che avrebbe favorito l'uso delle primarie per la scelta delle candidature. Nessuna di queste proposte puntuali è stata presa in considerazione. Ricordo all'onorevole Calderisi che l'articolo 46, comma 4, della legge elettorale spagnola fa chiaramente divieto della possibilità di candidature multiple e che molti autorevoli esponenti di Alleanza Nazionale contro questa indecente pratica hanno sottoscritto un referendum elettorale.
Nonostante questo, il Popolo della Libertà è andato avanti come se nulla fosse, dimostrando che c'è una totale indisponibilità ad un vero dialogo e che l'unico interesse che si vuole difendere è, ancora una volta, anche in un caso come questo così rilevante per le nostre istituzioni, quello momentaneo del Presidente del Consiglio e di chi gli sta intorno: quello di impostare una campagna elettorale come se fosse un referendum sulla sua persona, con liste elettorali che sono costruite sulla base dei suoi interessi e degli equilibri interni al Popolo della Libertà, anche se questo significa sottrarre alla democrazia un pluralismo che oggi sarebbe necessario e agli elettori quel diritto di scegliere i candidati che essi richiedono con forza da molto tempo (Applausi dei deputati del gruppo Partito Democratico).
PRESIDENTE. È iscritta a parlare l'onorevole Santelli. Ne ha facoltà.
JOLE SANTELLI. Signor Presidente, come affermava prima l'onorevole Vassallo, quello sulla legge elettorale europea poteva essere - potrà ancora essere, speriamo soprattutto dopo che finalmente cesseranno gli echi della manifestazione di piazza - il primo tema di confronto politico fra le forze in campo. Perché ciò non è avvenuto in Commissione? Onorevole Vassallo, capisco che sia legittimo cambiare idea in politica, ma è sbagliato tentare poi di demonizzare l'altra parte, l'avversario, per giustificare questo cambiamento di idee. Noi abbiamo approcciato questo tema con una linea politicaPag. 26che era assolutamente condivisa dai maggiori partiti di questo Parlamento e parlo a nome del PdL, ma gli esponenti del PD, soprattutto nella persona del suo attuale segretario, avevano seguito un'impostazione di questo tipo: una legge elettorale che mirasse a recuperare la frammentazione del sistema politico italiano, non per fotografare l'attuale assetto né per difendere gli attuali bottini elettorali del PdL o del PD, ma perché la frammentazione era il male della politica italiana.
Cosa è accaduto nel frattempo, anche perché il Parlamento ovviamente vive di politica contingente? Peraltro, apprezzo fortemente e quasi ammiro la disinvoltura del leader Veltroni con la quale, spesso, riesce a cambiare faccia e parole, senza alcun dovere di coerenza e, soprattutto, apprezzo che egli abbia fatto di tale capacità il suo criterio di vita politica. Alla fine, però, almeno in quest'Aula, le cose vanno chiarite.
Il motivo per il quale il PD oggi non è in grado di sostenere la proposta (di cui, più volte, aveva affermato di condividere la logica, nelle linee generali) è un altro: si è aperto uno scontro interno abbastanza evidente e la linea del leader del PD, che portava alla capacità di gestire da solo l'intero arco di sinistra, purtroppo, è fallita nell'incapacità di trasformare questo obiettivo in consenso. C'è una grande parte dello schieramento di opposizione, interna al PD, che - come giustamente, con molta lealtà e franchezza, ha affermato prima l'onorevole Vassallo - ritiene di dovere recuperare, riecheggiando altre formazioni. Bisogna tentare di salvaguardare l'Italia dei Valori, alleato storico; altro discorso riguarda l'UdC, che mi auguro non abbia problemi di soglie di sbarramento, neanche al 5 per cento. Soprattutto, bisogna cercare di recuperare quella sinistra estrema che sembrava abbandonata a se stessa e che oggi, forse, una parte del PD ritiene di dover fare assolutamente resuscitare, non riuscendo, d'altronde, ad attrarre quei voti. Questo è il tema della politica di oggi. Voi siete stati costretti a capovolgere la vostra discussione e la vostra impostazione, perché diversa è la situazione politica attuale.
Sottolineo che oggi l'onorevole Vassallo ha ammesso con molta franchezza - pur accusando, alla fine, il PdL di cercare di fare una legge elettorale a proprio uso e consumo - che, sostanzialmente, la necessità da parte del PD è quella di recuperare il consenso di Italia dei Valori, ma soprattutto della sinistra radicale, e di dare uno sfogo per prospettare diverse alleanze. È legittimo il cambiamento politico, ma ciò costituisce un fallimento evidente di quella che è stata la linea politica e strategica del leader del Partito Democratico.
Accanto a ciò, però, si apre - questo, forse, è il tema che mi permetto di sottolineare - un tema che va ben oltre la questione politica contingente. Probabilmente, negli ultimi dieci anni, è vero che vi è stato un forte allontanamento non dalla politica, ma dai partiti: ripeto, non dalla politica, onorevole Parisi (perché poi la gente ha votato: abbiamo le percentuali maggiori di partecipazione al voto), ma sicuramente dai partiti.
Qui nasce l'equivoco fondante, ossia immaginare che una legge elettorale possa essere lo strumento immediato per sollevare o cambiare la qualità del personale politico. Questo è stato il leitmotiv che ha portato alle leggi attuali, perché nel 1992, a cominciare dagli allora esponenti del PDS e di altri partiti, si riteneva che lo strumento della preferenza «drogasse» il sistema politico e ci avesse ridotto, in qualche modo, ad avere una qualità di personale politico non adeguata, ma soprattutto a strumenti per attirare il consenso non adeguati a una democrazia occidentale.
Il ritorno indietro da quel sistema oggi sembra impattare con una nuova realtà: qualcuno ha deciso che le preferenze, invece, sono lo strumento di massima democrazia di un Paese. La cosa anomala è che, per sostenere una simile argomentazione, si sceglie in assoluto la competizione elettorale in cui questa argomentazione fa meno presa. Credo che non serva scomodare i grandi sondaggisti, ma se ciascuno di noi chiede alla propria cerchiaPag. 27di amici che, anche se non fanno direttamente politica, la svolgono in maniera molto attiva, chi sono i parlamentari europei, penso che solo uno su cento sarà in grado di esprimere i nomi di chi li rappresenta.
D'altronde, lo stesso scarto fra voti di lista e preferenze attribuite nelle ultime elezioni può dare il segno di quanto lontano sia quel tipo di rappresentanza e del fatto che, quindi, non vi è assolutamente alcun tipo di scelta.
Semmai quelle preferenze servono ad un'altra cosa, scusate il termine, serve all'oligarchia della politica, cioè alle strutture di partito, per gestire la propria guerra interna, magari contro la dirigenza attuale, o per riassettare sistemi di equilibrio diversi all'interno delle proprie aree di appartenenza. È legittimo, ma - non scherziamo - almeno abbiamo il coraggio di chiedere ciò che vogliamo.
Ci sono persone che ovviamente ritengono sia necessario contarsi, per vedere quanto possono valere, ma si tratta di uno strumento diverso, che non si attua con il sistema elettorale.
Probabilmente, tutti i partiti si dovranno interrogare su come ristabilire la propria democrazia interna e la propria capacità di scelta, ma non sarà sicuramente il sistema delle preferenze o la legge elettorale europea la panacea per risolvere il problema della qualità del personale politico.
Infine, credo che ci sia ancora spazio per un'interlocuzione più concreta, se si evitano facili demagogie. Dire che dobbiamo eliminare le candidature multiple dal sistema elettorale europeo oggi è inutile per un semplice motivo: nella scorsa campagna elettorale, alle ultime elezioni nazionali, i partiti sia della maggioranza e sia dell'opposizione, sia il Partito Democratico che il Popolo della Libertà, hanno totalmente evitato le candidature multiple, salvo la testa di lista dei leader. Ma soprattutto, con liste corte, in cui nella media ci sono cinque o sei nomi, spiegatemi come si fa a fare le candidature multiple, salvo poi non trovare nemmeno le persone da potere eleggere. Quindi, si tratta di un sistema già attuato.
Devo dire che in questo ho trovato - mi scuso per la vena che non intende essere polemica - abbastanza particolare il grande richiamo al divieto di candidature multiple fatto proprio dall'UdC, l'unico partito che forse ha usato in maniera massiccia lo strumento delle candidature multiple nelle ultime elezioni nazionali. Quindi, credo che, nel prosieguo della discussione, se si abbandonano i toni demagogici e populisti, soprattutto, se non si ritiene che la discussione sulla legge elettorale europea, da discussione «tecnico-politica» su quale strumento utilizzare possa diventare un attacco diretto alla politica, state attenti colleghi, non alla maggioranza, ma al sistema politico, forse potremmo intraprendere un dialogo che avrà i suoi frutti (Applausi dei deputati del gruppo Popolo della Libertà).
PRESIDENTE. È iscritta a parlare l'onorevole Amici. Ne ha facoltà.
SESA AMICI. Signor Presidente, questa mattina abbiamo ascoltato la relazione del collega Calderisi, che ha molto enfatizzato un suo punto di vista come relatore - anche questo molto legittimo - quasi fossimo di fronte ad un assioma all'interno del quale bisognava argomentare, per portare, quindi, il ragionamento a sostegno dello stesso.
L'assioma da cui partiva il collega Calderisi nella sua relazione presume che noi siamo di fronte ad un obiettivo che egli considera strategico, quello di continuare nell'operazione di ordine politico-istituzionale, nella quale i meccanismi elettorali servono sostanzialmente a determinare una situazione di netta capacità di stare dentro alle questioni relative alla politica nazionale.
In particolare, il collega Calderisi parla della questione della «deframmentazione». Quindi, l'obiettivo della legge nazionale, con la quale si è prodotto il risultato di questa Camera nelle scorse elezioni, è da perseguire nel modificare laPag. 28legge europea, perché a ciò attiene una maggiore capacità di rappresentanza, non solo del Paese. Ma soprattutto occorre che quella rappresentanza abbia addirittura caratteristiche di tipo tecnocratico in maniera assoluta. Ci serve per mandare i migliori in Europa.
Credo che, invece, siamo esattamente di fronte ad un'operazione opposta. Lo diciamo con estrema nettezza e con grande forza, perché questo equivoco sia completamente disvelato e per dire che qui si confrontano due linee politiche, due impostazioni della politica, due idee di come si ridisegna, in questo Paese, l'idea della rappresentanza politica.
Lo dico perché le regole del gioco - onorevole Calderisi e colleghi della maggioranza - sono una di quelle poche cose attorno alle quali un Parlamento dovrebbe avere la forza di fare non un passo, ma dieci passi indietro, perché quelle regole appartengono a tutti. Quando si forzano anche le regole del gioco, come con le leggi elettorali, si è di fronte esattamente all'opposto: il gioco non è più di tutti, ma di un «pezzo», di una parte. Questo è ciò che è avvenuto esattamente nella proposta del testo che viene consegnato alla discussione in questa Aula e che riguarda fondamentalmente i tre ambiti elettorali: la circoscrizione, la preferenza e lo sbarramento.
Noi non vogliamo fare una discussione fittizia, né, tanto meno, una discussione pezzo per pezzo, perché la questione del numero delle circoscrizioni, il mantenimento delle preferenze, la soglia di sbarramento per noi sono un unicum. Sono un unicum, perché, altrimenti, vi sarebbe il rischio di imbatterci in un ragionamento che non tenga conto della fattualità che avviene in politica e che non si può forzare con asserzioni di tipo assiomatico. Questo è l'errore del collega Calderisi, lo stesso errore che l'ha portato in Commissione ad avere, di fronte a proposte di ragionamento anche dialettico, una rigidità tale da testimoniare, anche in queste sede, non la volontà di riaprire un dialogo, ma l'idea di avere una sorte di missione volta a convincere l'opposizione della giustezza della sua analisi politica.
È avvenuto proprio il contrario di ciò che si sarebbe dovuto fare, soprattutto, perché siamo di fronte, in questa democrazia, ad un problema vero dopo la riforma del 2005: il tema delle preferenze non è un tema salvifico, ma è, sicuramente, un tema che attiene alla qualità e alla qualificazione della rappresentanza. La rappresentanza, colleghi della maggioranza, sta dentro il nostro ordine costituzionale, costituito da un triangolo composto da eletti, partiti ed elettori. Noi abbiamo assistito nel corso di questa lunghissima transizione ad un triangolo che si è indebolito, addirittura, dissolvendosi: non esistono più gli elettori, esiste una funzione del «partito elettore», e all'interno dell'idea stessa della rappresentanza, il rappresentato - con un'espressione molto felice del professor Luciani - si trova spaesato, ha perso la coscienza di sé.
In questo triangolo tra eletti, partiti ed elettori, noi vogliamo inserire il tema di come si determina la questione della rappresentanza. Siamo di fronte ad una crisi della politica che induce i partiti, che oggi non sono più solo macchine elettorali, non sono più quelli conosciuti nel Novecento, a chiedere alla politica di ridisegnare la sua missione. La crisi della politica, infatti, induce i partiti a cercare rifugio entro la società, seguendone le pulsioni, gli egoismi, non riuscendo più a indirizzarli, trasformandoli e fornendo ad essi forma politica, venendo così meno a ciò che deve considerarsi l'essenza della rappresentanza politica ovvero la capacità di orientare i comportamenti umani e definire i bisogni generali e produttivi di senso.
Questa del resto era la vera essenza della politica, quella che una grande filosofa, Hannah Arendt, ha chiamato la possibilità dell'agire concreto e dell'agire politico. L'agire politico - qui è il tema vero onorevole Calderisi - non è il fatto che un partito, così debole ma così forte nel decidere la propria rappresentanza, sia conforme intorno al leader. Questa è una tendenza dentro la quale viene meno, nonPag. 29solo l'individualità, la libertà del singolo rispetto allo stesso partito, ma di quel singolo a costruire nel partito un grande orientamento comune. Quello che voi mettete in discussione con questa proposta di legge è esattamente questo: il venir meno di questa libertà individuale, che è la libertà non dell'arbitrio, ma della condivisione di un progetto politico che riguarda non la nazione, ma, addirittura, la forma del Parlamento europeo.
Il collega Gozi, e gli altri colleghi, sono entrati nel merito di alcune questioni ricordando, anche qui, questa volta, un atto di indirizzo che si sta determinando nella Commissione affari costituzionali del Parlamento europeo. Non siamo impazziti; riteniamo che oggi la questione della preferenza stia dentro la dinamica di un rapporto che ridia senso alla politica e ad una democrazia che si confronta.
E ancora una questione: vede collega Calderisi, anche la visione ragionieristica degli sbarramenti non può rappresentare solo una questione numerica. Noi affermiamo che con quello sbarramento così alto e con quella soglia così rigida viene meno l'idea dell'accesso alla rappresentanza. Infatti in questo Paese, per la sua modalità e per la sua storia, esistono grandi schieramenti politici che non raggiungono lo zero ma che vivono quasi alla soglia del 3 e del 4 per cento.
Allora il tema di una politica in grado di rispondere a queste esigenze è proprio il bisogno di cogliere le pulsioni e di trovare, all'interno di quelle pulsioni della società civile, una ricomposizione unitaria che è proprio il compito della politica.
Un'ultima questione: il collega Calderisi nella sua relazione ha fatto un lapsus freudiano, ma non è molto freudiano. Si tratta di un lapsus che riguarda esattamente la modifica al testo apportata in Commissione di merito circa la rappresentanza femminile. Lo ha fatto per una questione sicuramente di tempo. È nella relazione, dentro la quale però vi è un elemento che attiene alla cultura politica, non solo dei partiti, e che fa riferimento a quella prova, non proprio orgogliosa, che il Parlamento ha dato all'indomani della legge elettorale del 2005. La proposta che è stata avanzata è offensiva per le donne, soprattutto perché, evitando intenzionalmente di affrontare il nodo delle candidature plurime, immette la presenza del 50 per cento tenendo conto anche delle candidature plurime. Una rappresentanza che non ha al proprio interno un'alternanza corre il rischio di essere riposta nelle mani di chi decide le liste, dove non c'è nessun tipo di certezza né l'investimento di un'azione positiva.
Il secondo elemento da considerare è una negazione di quell'aspetto che si impone oggi e che richiederebbe atti di coraggio, forzature democratiche - sottolineo quest'ultima espressione - perché il livello della democrazia in questo Paese, come in gran parte dell'Europa, non può oggi non fare i conti con la presenza femminile nelle istituzioni. È un dato non rivendicativo, è un dato che connota e identifica la democrazia e rappresenta anche il riconoscimento ad un talento femminile che ormai nella società è molto più avanti e che, invece, si trova di fronte ancora una volta ai passi indietro della politica, della sua conservazione, e mette nelle mani di una persona sola la decisione di chi deve stare nelle liste, anche per quanto riguarda le donne.
Su questi argomenti noi non solo faremo una battaglia di tipo emendativo ma riusciremo a costruirvi intorno un senso comune che riguardi effettivamente il valore che è dietro questa vostra riforma, alla quale, proprio perché vostra, noi con tutte le nostre forze consentite dai Regolamenti e dalla stessa politica, ci opporremo, ma ci opporremo con argomenti e con contenuti (Applausi dei deputati dei gruppi Partito Democratico e Italia dei Valori).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole Bianconi. Ne ha facoltà.
MAURIZIO BIANCONI. Signor Presidente, le problematiche che hanno infiammato questo dibattito sono soprattutto due: quella del voto di preferenza e quella della soglia di sbarramento. Io parlerò delPag. 30voto di preferenza, anche perché alcuni hanno fatto di tale questione il baluardo delle libertà democratiche conculcate in caso di sua abolizione, e vi sono altri che hanno detto che tale soluzione rappresenta il sistema per moralizzare la vita politica e le sue spese. Io non sono tifoso né dell'una né dall'altra fazione e vorrei, Presidente, cercare di ragionare su questo problema con un minimo di raziocinio.
Intanto incominciamo a vedere di cosa stiamo parlando. Stiamo parlando di uno strumento che è stato usato nelle ultime elezioni europee dal 21,5 per cento degli elettori. In altre parole otto elettori su dieci pur avendo a disposizione il voto di preferenza non lo hanno adoperato. Ciò vuol dire che nel sistema complessivo si tratta di un aspetto numericamente marginale.
Intendo mettere in evidenza un altro aspetto: il diritto elettorale è una materia composita e per specializzati, ma ognuno sa che nel diritto elettorale, nella costruzione di un sistema elettorale, la questione del voto di preferenza rappresenta una questione accessoria e non strutturale; non è centrale in nessun sistema giuridico, ed è una questione di buonsenso (lo dice la letteratura, lo dice la dottrina e lo dice il buonsenso stesso).
Il terzo elemento è che il voto di preferenza è indubbiamente poco diffuso nel mondo, in Europa quasi inesistente. Dunque, se vogliamo dire di cosa parliamo, si tratta di un elemento secondario dei diritti elettorali, pochissimo diffuso in Europa e nel mondo e che, una volta inserito nel diritto elettorale italiano e nella legge per le elezioni europee, hanno usato due elettori su dieci: poca cosa davvero.
Ci sono, poi, i detrattori - e qui veniamo alle due fazioni circa l'uso del voto di preferenza - che portano questo elemento per affermare che il voto di preferenza non va usato per questi motivi. Vorrei dire a questi signori che il diritto elettorale, però, ci insegna un'altra cosa: nessuno dei cinquanta o sessanta Paesi democratici nel mondo (più o meno sono cinquanta o, ad essere generosi, sessanta) ha un sistema elettorale uguale, sono tutti diversi. Quasi tutti questi Paesi hanno più volte cambiato il loro sistema elettorale.
Se poi facciamo uno sforzo, addentrandoci ancora di più nella dottrina del diritto elettorale, e dividiamo i sistemi elettorali, come è d'uso che si distinguano per farsi capire quando scriviamo e quando leggiamo, vi sono i sistemi elettorali proporzionali, maggioritari e quelli misti. Tuttavia all'interno di queste categorie, vi sono infiniti numeri di sistemi elettorali adoperati ed in vigore. Ma se andiamo ancora a vedere, vi è un n numero di sistemi elettorali fruibili. Questo cosa significa? Che il sistema elettorale per sua natura è flessibile, non è rigido. Ed è costruito a seconda della storia di un popolo e delle sue tradizioni, delle sue volontà ma anche delle contingenze storico-politiche che suggeriscono un sistema elettorale piuttosto che un altro, un particolare piuttosto che un altro.
Potremmo dire, senza tema di essere smentiti, che i sistemi elettorali per loro natura sono tendenzialmente flessibili quanto e nella stessa misura nella quale i principi costituzionali sono assolutamente rigidi. I principi costituzionali sono tendenzialmente generali ed universali e i sistemi elettorali sono per loro natura particolari o, meglio, peculiari. Siamo proprio su due fronti diversi: da una norma flessibile sicuramente non si può difendere una norma rigida.
Se questo è vero, è altrettanto vero che se c'è flessibilità, non è possibile portare il diritto elettorale comparato a difesa dell'abolizione del voto di preferenza. Se è secondario, non è possibile portarlo a difesa di quell'argomentazione.
D'altra parte, bisogna anche dire che nell'Italia prefascista unitaria dal 1861 al 1922 il sistema elettorale è stato cambiato, salvo errore, quattro volte. In tutte e quattro le volte, il voto di preferenza non c'era. Nell'Italia postfascista è stato cambiato altre quattro volte, anzi cinque per la verità, perché fu approvata la legge 31 marzo 1953, n. 148, la famosa «legge truffa» che determinava, per la Camera, il premio di maggioranza e le liste apparentate.Pag. 31Allora fu definita «legge truffa» ma da quelle stesse forze politiche, anni dopo, invece, l'apparentamento e il premio di maggioranza fu definito un elemento salvifico dell'efficienza della democrazia. E dico ciò non per criticare le posizioni ma per affermare come nei sistemi elettorali le posizioni siano variate e variabili.
Dunque, se compiamo un'analisi delle peculiarità dello Stato italiano e della nostra storia, si sente dire che il voto di preferenza appartiene alla tradizione del popolo italiano: non è vero. Per l'Italia prefascista abbiamo già visto; per l'Italia postfascista dimostreremo, ora, con molta facilità che il voto di preferenza è stato un'evenienza, un accidente, un particolare. Perché, se il voto di preferenza è il discrimine per il quale gli eletti non sono eletti ma nominati, ci avvediamo che dal 1948 ad oggi i senatori sono stati tutti nominati perché sono stati scelti dalle oligarchie dei partiti che li hanno candidati nel collegio e ci accorgiamo che i consiglieri provinciali, dal 1952 ad oggi, sono stati sempre nominati perché nessuno ha mai goduto di voto di preferenza.
Ci accorgiamo anche che, dal 1994 ad oggi, i deputati sono stati tutti nominati, anche quelli eletti nelle liste proporzionali, e non ho visto scudi levati, quando vi era il «listino» proporzionale senza preferenze: tutti lo hanno votato con tranquillità. I presidenti di provincia e i loro antagonisti, i presidenti di regione e i loro antagonisti, i sindaci e i loro antagonisti, perdenti e vincenti, sono stati tutti scelti dalle oligarchie dei partiti.
E che dire dei «listini» delle elezioni regionali? Anche in quel caso, sono tutti scelti dalle oligarchie dei partiti. Allora vuol dire che il voto di preferenza non appartiene alla storia, nell'ambito di tutti i sistemi elettorali nazionali, ma tanto meno serve per fare il discrimine fra l'elezione e la nomina, fra il vincere l'oligarchia dei partiti e l'esserne invece schiavi, perché troppi sono stati i nominati.
Si è poi detto che questo vulnus della scelta sull'uninominale e via dicendo sarebbe stato vinto dalle primarie: ebbene, le primarie sono state un plebiscito mediatico in alcuni casi; in altri casi, quando contava - a queste elezioni, per esempio - non sono state fatte da chi le voleva fare, perché tutti sono nominati secondo questo criterio, anche tutti i deputati dell'opposizione (che ben si guardarono dal contestare il sistema, quando il partito li chiamò e fece loro firmare la candidatura, e anche questa è una contraddizione che ci si dovrebbe spiegare) e, quando invece dovevano essere fatte per legge, come in Toscana, sono state compiute, ma quando il Partito Democratico (anzi, i Democratici di Sinistra all'epoca) hanno visto che il risultato non era quello gradito, hanno puntualmente cambiato i risultati e hanno messo dove hanno voluto chi hanno voluto. Dico ciò non per condannare queste posizioni, ma per dire che si parla di una cosa veramente del tutto relativa.
Gli avversari del voto di preferenza, avendo questo eccesso di difensori, fanno un'altra operazione, anch'essa non gradevole, facendosi forti di quanto è successo nel 1991-1992, quando un referendum contro la preferenza plurima, ma in realtà contro il voto di preferenza, ebbe il 92,5 per cento dei consensi con il 62 per cento di partecipanti al voto. Allora chi prendeva il voto di preferenza, come il deputato «centomila preferenze», veniva indicato al ludibrio della gente. Vi sono state persone indagate e condannate per il voto di preferenza. Tutti dicevano che il voto di preferenza era quello che aveva massacrato il sistema della democrazia italiana. Forti di questo, si buttò via tutto: quelli che facevano male e quelli che facevano bene e furono tolte di mezzo anche bravissime persone che, nel loro territorio, diuturnamente si conquistavano il consenso. Era diventata quasi un'offesa avere consenso personale. Si finì per travolgere tutto, la credibilità personale delle persone e la fiducia che molti avevano, solo perché si diceva che questo era il modo per salvare il sistema. Forti di questo concetto, oggi si ripropone la stessa cosa.
Mi rifiuto di pensare che si debba demonizzare così il consenso territoriale. L'ho già detto in Commissione e lo ripetoPag. 32qui: se una macchina va forte e ha un motore potente, il difetto non è nella macchina, ma in chi la guida. Se vi è una persona che la sa guidare, la macchina è un buon oggetto, se vi è uno che non la sa guidare, la guida male o la guida da ubriaco, la macchina diventa uno strumento di maleficio. E così in questo caso, il voto di preferenza, di per sé, non è portatore di corruzione, non è portatore di distruzione del sistema democratico. Secondo me, ci vorrebbe un po' di misura. Bisogna dire - e ciò è vero - che per muovere il sistema delle preferenze, specialmente in certe zone del Paese, occorre molta attenzione, bisogna stare molto attenti, ma non per questo dobbiamo condannare il voto di preferenza.
Come vedete, le posizioni sono inutilmente estremistiche su un fatto che invece va valutato soltanto per quello che è. Il voto di preferenza ha un danno obiettivo per il sistema: dilata a dismisura le spese. Le spese sono enormi; specialmente quando vi sono le circoscrizioni grandi, come quelle europee, le spese sono incredibili e ciò bisogna tenerlo presente. Ma possiamo sicuramente dire che il voto di preferenza, lungi dal costituire un baluardo di libertà, offre un'opzione in più nelle mani del cittadino elettore.
Contribuisce però ad una dilatazione certa delle spese elettorali e richiede maggiori presidi di sicurezza sulla tenuta del sistema.
Questa questione così variegata va analizzata soltanto con un unico criterio con cui si può analizzare una norma flessibile: oggi è opportuno mantenere il voto di preferenza o è inopportuno? È conveniente per il sistema democratico italiano o non è conveniente? È utile o è inutile? In relazione a tale discorso, è necessario svolgere un ultimo ragionamento. Stiamo andando verso un sistema semplificato: gli italiani ci chiedono un sistema semplificato. La semplificazione del sistema è un'esigenza programmatica del Partito Democratico che, evidentemente, lo ha dimenticato, perché oggi difende «l'ammucchiata». Oggi ho sentito dire che vi è anche un'alleanza con l'Unione di Centro e non capisco su quali basi programmatiche l'onorevole Vassallo abbia auspicato tale alleanza programmatica. Ne prendo atto; tuttavia, il Partito Democratico è stato il soggetto che ha iniziato questo processo, cioè la semplificazione del sistema.
La semplificazione del sistema si ottiene - come affermava l'onorevole Santelli - con l'innalzamento delle soglie di sbarramento, questo è indubbio. Tuttavia, essa si ottiene anche con l'inizio di un processo di aggregazione e con un suo rinforzamento. Rinforzare il processo di aggregazione - che è stato iniziato dal centrosinistra, ma che ora è portato avanti dal centrodestra - significa non soltanto mettere insieme, ma amalgamare e regolare più culture, più orientamenti, più partiti, più movimenti e più persone in un partito unitario. Si tratta di un processo indispensabile condiviso dalla stragrande maggioranza del popolo italiano; un processo che necessita - questo è il punto - soprattutto nella sua fase iniziale, di momenti di unione e non di divisione; un processo che cresce e si consolida se evita scontri interni, risentimenti, il rinsaldo di vecchie fazioni e la creazione di nuove fazioni all'interno dei grandi partiti. Si tratta di un processo che, dunque, deve accuratamente evitare i momenti di conflittualità interna, capaci spesso di lasciare segni indelebili e provocare sbandamenti pericolosi.
Il voto di preferenza apre, di per sé, una tenace, anche se leale, conflittualità interna. Tifare per il voto di preferenza, in questo momento, per chi vuole il compiersi dei processi di aggregazione come programmaticamente ha dichiarato, sarebbe come decidere di iniettare potenti zolle di zucchero ad un diabetico. È la cosa più sbagliata che si possa fare.
PRESIDENTE. La invito a concludere.
MAURIZIO BIANCONI. Comprendo le ragioni dell'Unione di Centro; tale forza ha sempre dichiarato che il sistema bipolare e bipartitico non le apparteneva. L'Unione di Centro gioca, coerentemente, al «tantoPag. 33peggio, tanto meglio», perché il voto di preferenza sfalda il processo bipolare, sfalda l'unità dei partiti e sfalda il processo di aggregazione. Si tratta, quindi, di una posizione non solo culturalmente sostenibile, ma politicamente legittima, perché opportuna nel disegno politico di tale forza. Quanto non riesco a capire è l'arrampicarsi sugli specchi del Partito Democratico, che ha fatto per primo il passo più coraggioso verso il bipartitismo, ma che oggi, di fronte ad un fallimento clamoroso della sua politica, tenta affannosamente di percorrere i vecchi sentieri, che possono portare ad un'unificazione dei «no», ma che poi possono portare - lo abbiamo visto - ad un'impossibilità di governare questo Paese (Applausi dei deputati del gruppo Popolo della Libertà).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole Commercio. Ne ha facoltà.
ROBERTO MARIO SERGIO COMMERCIO. Signor Presidente, onorevoli colleghi, ci dispiace dover constatare in questa sede che il lavoro svolto in Commissione sulla revisione del sistema elettorale per l'elezione dei rappresentanti italiani al Parlamento europeo non ha prodotto l'esito che inizialmente si sperava. Siamo ben lontani delle larghe intese e, a ben guardare, molte forze politiche, compreso il Movimento per l'Autonomia, non condividono nemmeno i principi basilari cui si è ispirato il testo base oggi in discussione in quest'Aula. È comprensibile che i partiti tendano a mantenersi in vita, tentando di promuovere il sistema elettorale che meglio ne garantisca l'esistenza e la crescita, ma il legislatore deve avere la capacità di porsi anche in un'ottica più generale.
Bisogna guardare al rapporto complessivo tra elettori e forze politiche, tra territori ed espressione politico-parlamentare di questi. Ci piacerebbe capire se questo Parlamento vuole perseguire, anche attraverso il federalismo, l'obiettivo della massima rappresentatività delle diverse realtà territoriali che caratterizzano la nostra penisola, oppure se si vuole puntare a sistemi elettorali che favoriscono esclusivamente partiti nazionali, partiti che per loro natura sono meno sensibili ad esprimere peculiarità delle realtà locali.
Le leggi elettorali - tutte le leggi elettorali - rappresentano una materia delicatissima. Pur non essendo leggi costituzionali, esse incidono sull'aspetto fondamentale del sistema democratico: il meccanismo della rappresentanza. Quando ci si vuole assumere la responsabilità di modificarne una, anche se si tratta di quella per l'elezione dei membri del Parlamento europeo, guai a farsi tentare dall'idea di ottenerne solo un vantaggio politico!
In seguito parleremo del lavoro svolto in Commissione, ma entrando nel merito del testo in discussione vorremmo sgombrare il campo dalla solita obiezione sulla governabilità o eccessiva frammentazione che viene sollevata puntualmente quando si tenta di proporre un ragionamento che guardi oltre l'idea eccessivamente rigida in base alla quale quel che conta è che vi debbono essere soltanto due grandi partiti.
In primo luogo, come molti colleghi hanno già osservato durante il dibattito in Commissione, la legge elettorale per l'elezione dei parlamentari europei non dev'essere condizionata dalle stesse esigenze cui è doverosamente soggetta la legge elettorale per le elezioni politiche. Semmai, proprio per la direzione che ha preso nel corso dei decenni il processo di unificazione europea, sarebbe più utile garantire che le regioni del nostro Paese - e possibilmente non soltanto quelle cui fa riferimento l'articolo 131 della nostra Costituzione - trovassero una rappresentanza in ambito europeo, in modo che i rappresentanti di questi territori possano sempre far valere quelle specificità di cui l'Europa deve sempre tener conto in ogni sua azione e in ogni provvedimento normativo adottato.
In secondo luogo, spesso coloro che fanno un gran parlare di governabilità, dimenticano il fatto che, se in Italia il risultato elettorale delle ultime elezioni politiche è stato netto ed ha comportato una semplificazione del quadro politico, con la conseguente riduzione del numeroPag. 34dei partiti politici oggi presenti in Parlamento, ciò non è stato certamente dovuto alla modifica della legge elettorale. Semmai, se è possibile affermare qualcosa con sicurezza, la legge elettorale non ha inciso in alcun modo sul processo che ha portato ad una svolta storica nel sistema politico italiano. Con la medesima legge elettorale, a distanza di soli due anni, la situazione politica e la rappresentanza parlamentare sono mutate radicalmente e vorremmo osservare per inciso che forse non è un caso che, dei sei partiti rappresentati oggi nei due rami del Parlamento, ben due - la Lega Nord Padania e il Movimento per l'Autonomia - sono espressione dei territori ed hanno accresciuto i loro consensi elettorali.
Quindi, non soltanto la legge per l'elezione dei membri del Parlamento europeo non deve perseguire la governabilità o la deframmentazione, ma né la governabilità, né la semplificazione del quadro politico passano da una modifica della legge elettorale. La posizione del Movimento per l'Autonomia, espressa nella nostra proposta di legge e in Commissione, tendeva a tre risultati: il mantenimento del voto di preferenza, l'aumento delle circoscrizioni elettorali e la previsione di una doppia soglia di sbarramento, circoscrizionale e nazionale. Questi fattori erano rivolti all'elaborazione di un sistema elettorale che fosse quanto più rappresentativo del corpo elettorale.
Ciò che è poco comprensibile non è la scelta della maggioranza di non condividere le soluzioni tecniche da noi prospettate, ma il disconoscimento della valenza politica dei princìpi che stanno dietro le soluzioni concrete da noi individuate.
Entrando nel merito del testo adottato dalla Commissione, se da un lato siamo soddisfatti dell'aumento del numero delle circoscrizioni e del fatto che regioni come la Sardegna, con le sue marcate peculiarità, possono finalmente avere, in sede europea, una loro rappresentanza, non comprendiamo perché si debba negare lo stesso diritto a regioni come le Marche, l'Umbria, l'Abruzzo, il Molise e la Basilicata. Perché gli elettori che risiedono in queste regioni non potranno avere la certezza che, in sede europea, possa sedere almeno un rappresentante espressione di quel territorio? La nostra idea è che il diritto di rappresentanza debba essere non soggetto all'arbitrio dei partiti ma riconosciuto per legge. È questa l'idea che ha ispirato il Movimento per l'Autonomia: fondare, in un'ottica veramente federalista, la rappresentanza su un modello regionale. Perché, al di là del fatto di essere, come Movimento per l'Autonomia, presenti o meno in alcune regioni del nostro Paese, riteniamo che, specialmente in Europa, tutti i territori debbano essere pienamente rappresentati. In realtà, è significativo, in tal senso, che i nostri padri costituenti si siano preoccupati sin dall'inizio di dare piena rappresentanza a tutte le regioni, stabilendo, all'articolo 57, comma 3 della Costituzione che «Nessuna regione può avere un numero di senatori inferiore a sette; il Molise ne ha due, la Valle d'Aosta, uno». Ben prima che si iniziasse a parlare di Senato federale o di Senato delle regioni, il costituente si preoccupava, rispetto al sistema elettorale, di sovrarappresentare i territori meno popolosi e non certamente di negare loro la rappresentanza. Non possiamo nascondere il nostro grande stupore rispetto alla posizione di certe forze politiche fortemente radicate nei territori che hanno, da sempre, contribuito a dare un'accelerazione al percorso che porta al federalismo. Non crediamo che contribuire all'approvazione di una legge elettorale di questa natura sia un motivo di orgoglio di fronte agli elettori. Questa, in verità, ha tutto l'aspetto di essere una legge marcatamente centralista, che non consente ai territori di esprimersi, e che nega la rappresentanza alle forze che sono espressione delle regioni o di certe aree del Paese. Sempre al fine di dare rappresentanza a tutti i territori, avevamo proposto anche una doppia soglia di sbarramento, una nazionale, più bassa, e una regionale, significativamente più alta. Consentire a una forza politica fortemente radicata in un'area o in una regione del nostro Paese di esprimere un proprio rappresentante, è un principio chePag. 35nessuno si sognerebbe di mettere in discussione in altri Paesi: basti ricordare il caso della Spagna.
L'aspetto del testo licenziato dalla Commissione che ci lascia maggiormente perplessi è l'eliminazione del voto di preferenza. Al riguardo, oggi è iniziato un ampio dibattito che apre la strada a un pericoloso meccanismo in cui vengono scelti solamente i preferiti dei leader. Sembra che nel nostro Paese si debba, tutto ad un tratto, dubitare della bontà delle scelte dell'elettore. Si sostiene addirittura, nella relazione, che l'elettore che sceglie un candidato anziché partecipare al processo di selezione della classe dirigente, incentivi i fenomeni peggiori quali il finanziamento illecito ai partiti, gli aumenti dei costi della politica e il sistema clientelare. La preferenza è quindi perversa e va abolita: questa è la filosofia che sta dietro al progetto di modifica della legge elettorale oggi in discussione. Ci verrebbe da chiedere: perché non aboliamo allora anche il voto di preferenza nelle elezioni comunali, provinciali e regionali? Perché non stabilire una lista unica dei sindaci d'Italia? Perché alcuni voti di preferenza sono un diritto indiscutibile e altri, invece, rappresentano cause della degenerazione del sistema politico? Sulla preferenza riteniamo doveroso esprimere una considerazione di natura squisitamente politica: sono veramente sicuri i colleghi della maggioranza che sia utile, per la seconda volta in tre anni, approvare una modifica della legge elettorale che porta all'eliminazione del voto di preferenza? I sondaggi dicono con certezza che gli italiani non hanno nessuna voglia di scegliersi il loro candidato?
È la stessa cosa, onorevole Calderisi, avere un diritto e scegliere di non esercitarlo e, invece, non avere affatto un diritto?
Si è deciso che per gli italiani è meglio lasciar decidere ai segretari di partito, ai leader?
Come Movimento per l'Autonomia, abbiamo sempre sostenuto la necessità del voto di preferenza quale irrinunciabile strumento che esalta la democrazia e che riduce sensibilmente la distanza tra elettori ed eletti. Così è stato nella passata legislatura, quando abbiamo preso posizione sulla possibilità di modifica della legge elettorale per le elezioni politiche nazionali, e ora coerentemente per la legge elettorale per le «europee».
D'altra parte, signor Presidente, onorevoli colleghi, nutriamo qualche perplessità rispetto alle posizioni di alcune forze politiche di opposizione che oggi si ergono a paladini del voto di preferenza.
Non crediamo che certi leader si strappino le vesti perché costretti a dover scegliere gli eletti sostituendosi agli elettori. Non sono poi così contrari al fatto a che la legge elettorale neghi il diritto di esprimere la preferenza, ma davanti agli elettori se ne lavano le mani.
Diciamo francamente che l'attuale maggioranza, approvando questa legge elettorale nella attuale stesura, sta offrendo alle forze politiche di opposizione argomento di propaganda sin troppo ghiotto di fronte agli elettori. Non vorremmo che la battaglia in favore della preferenza possa costituire un collante per l'opposizione ed un boomerang per la maggioranza.
In conclusione, è per queste regioni che non condividiamo la scelta politica fatta dagli altri partiti di maggioranza e sollecitiamo con forza che continui il confronto al fine di giungere all'approvazione di una legge che sia quanto più condivisa.
PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole Ciccanti. Ne ha facoltà.
AMEDEO CICCANTI. Signor Presidente, signor Ministro Calderoli, onorevoli colleghi ed in particolare signor relatore Calderisi, la nostra Carta costituzionale si apre con i principi fondamentali ed il primo articolo di questi principi stabilisce che la sovranità della nostra Repubblica appartiene al popolo.
In questa affermazione solenne è incorniciato il volto della nostra democrazia, questo articolo fu proposto dai costituenti Fanfani, Grassi e Moro.
Durante i lavori della costituente si discusse molto su questo verbo «appartiene».Pag. 36Si proposero altre formulazioni: «emana», «risiede», «è del», «spetta» eccetera. Passò invece questa parola, che evoca il senso della proprietà, del possesso; di qualcosa che è intrinsecamente connesso come parte di un insieme e quindi inalienabile, che non è possibile scindere, staccare, separare.
C'è in questa parola il senso della difesa di una conquista da non disperdere, la conquista della libertà costata lotte, sangue e fatica a chi ha dato la propria vita per noi, per gli italiani, per questo Parlamento, per la democrazia e le sue istituzioni.
Questa premessa è necessaria per dire al relatore e alla sua maggioranza che questa sovranità non è negoziabile, non è amputabile, non è manipolabile, non è conculcabile.
Questa sovranità del popolo deve essere lasciata libera nell'esprimersi, senza limiti, senza condizionamenti, senza parametri, senza calcoli elettorali, senza convenienze di una maggioranza di partito o di cricche.
Il popolo sovrano, secondo l'articolo 1 della nostra Costituzione, decide se frammentare il voto o semplificarlo, se avere due partiti o averne venti; decide con il proprio voto quali e quanti partiti e quali e quanti candidati devo essere degni di rappresentare l'Italia nel Parlamento europeo.
Con il testo di legge di riforma elettorale per le elezioni europee che avete approvato nella Commissione affari costituzionali e presentate oggi al vaglio di quest'Aula potete modificare le circoscrizioni portandole da cinque a dieci perché avvicinate di più le liste agli elettori.
Tuttavia, non potete alzare lo sbarramento al 5 per cento e togliere la preferenza, perché limitate la rappresentanza e restringete la sovranità del popolo. Che diritto avete di cambiare le regole del gioco per le elezioni europee, dal momento che lo fate con una maggioranza parlamentare eletta sulla base di un programma che non prevedeva questo punto?
Gli italiani vi hanno concesso un mandato per le riforme economiche e sociali e per le riforme istituzionali interne, riguardanti il sistema Paese, non per cambiare la rappresentanza parlamentare al Parlamento europeo. Non avete ricevuto questo mandato dagli elettori! Anzi, durante la campagna elettorale anche la base del Popolo della Libertà e della Lega Nord chiesero il ripristino delle preferenze per l'elezione del Parlamento nazionale. Per tutta risposta, togliete il meccanismo delle preferenze anche là dove erano già previste e, per di più, in ordine ad un punto che non fa parte del vostro programma elettorale. Togliete le preferenze per un Parlamento europeo che ha dettato principi a favore di una legge elettorale dei Paesi membri di tipo proporzionale, proprio per favorire la rappresentanza, cioè la più ampia partecipazione popolare. Si badi bene, il sistema proporzionale è adottato anche da Paesi che storicamente adottavano sistemi maggioritari attraverso collegi uninominali. Non solo, togliete la preferenza in un Paese come l'Italia che già la adottava proprio mentre l'Europa consiglia e auspica, a tutti i Paesi membri, tale sistema.
Non sfugge ai colleghi il documento di lavoro dell'onorevole Andrew Duff, del gruppo dell'Alleanza dei Democratici e dei Liberali per l'Europa - noti bene, signor relatore, Liberali per l'Europa - che, per conto della Commissione affari costituzionali del Parlamento europeo, ha presentato il documento alla stessa Commissione, lo scorso 18 gennaio, per porlo in discussione in questi giorni. In tale documento di lavoro, tra le questioni e le opzioni che si evidenziano vi è quella di incoraggiare l'introduzione del voto di preferenza. Allora, perché questa ostinazione sulle liste bloccate? Eppure, ho con me il testo delle risolute e insultanti dichiarazioni dei dirigenti regionali e nazionali di Alleanza Nazionale e di Forza Italia che usarono parole di fuoco per condannare il centrosinistra della Toscana, che aveva eliminato le preferenze alle elezioni regionali del 2005. Se le preferenze dovevano esservi in una regione, nonostante le esigenze di semplificazione per favorire la governabilità di un ente che ha necessità di decisione, a maggior ragione devono esserePag. 37garantite per un Parlamento europeo che ha un tasso di decisione prossimo allo zero.
È consapevolezza di noi tutti che l'organo legislativo europeo è il Consiglio europeo e l'organo esecutivo è la Commissione europea, i cui membri sono di appartenenza degli Stati membri dell'Unione europea. Queste contraddizioni, nella logica dei vostri comportamenti, questa caparbietà con cui vi siete concentrati sulla riforma delle regole elettorali per il Parlamento europeo affermano alcune intuizioni che diventano, via via, sempre di più scomode verità per il Paese e per la vostra credibilità.
La prima intuizione riguarda la necessità di far rispettare gli accordi tra Alleanza Nazionale e Forza Italia per dare vita al Popolo della Libertà. Lo devono sapere i nostri elettori italiani. Infatti, è noto che l'accordo firmato da Fini e Berlusconi dinanzi al notaio ha affidato il 70 per cento della dirigenza del nuovo partito a Forza Italia e il 30 per cento ad Alleanza Nazionale. Se tale accordo si riporta alle liste per le elezioni europee, ad ogni due candidati di Forza Italia dovrebbe seguirne uno di Alleanza Nazionale, al fine di eleggerne due terzi e un terzo di ciascuna appartenenza. Questo schema può essere rispettato solo se vi è una lista bloccata, perché se gli elettori del Popolo della Libertà potessero esprimere una preferenza, potrebbe cambiare non solo l'ordine degli eletti rispetto alle candidature, ma anche il rapporto fra le componenti di Forza Italia e di Alleanza Nazionale, sicuramente a favore di quest'ultima perché più organizzata nelle città d'Italia.
La seconda intuizione è l'interesse di Alleanza Nazionale ad eliminare La Destra di Storace quale concorrente alla sua destra e l'interesse di Forza Italia ad eliminare l'UdC alla sua sinistra quale concorrente dei delusi di Berlusconi in questa prima parte dell'esperienza di Governo che, secondo i dati di Mannheimer di ieri, cominciano già a far pesare in modo rilevante la loro delusione.
La terza intuizione è dettata dalla prevedibile perdita di voti del Popolo della Libertà nelle prossime elezioni europee a causa del depotenziamento del richiamo al voto utile. Il Popolo della Libertà con l'eliminazione de La Destra di Storace, da una parte, e dell'Unione di Centro, dall'altra, potrebbe ottenere un alto numero di eletti, nonostante una flessione elettorale. Ecco perché vi è uno sbarramento del cinque per cento, addirittura superiore al quattro per cento previsto per le elezioni politiche nazionali. Oltre il cinque per cento non potete andare perché è il limite massimo imposto dall'Unione europea. Se non ci fosse stato questo limite lo avreste sicuramente superato.
Avete detto che modificate la legge elettorale per le elezioni al Parlamento europeo al fine di capitalizzare sul piano istituzionale (queste le parole del relatore in Commissione affari costituzionali) la semplificazione del voto dello scorso 14 aprile per il Parlamento nazionale. Dimenticate, ovvero siete in palese contraddizione con i fatti, che la semplificazione l'ha fatta il popolo italiano con il proprio voto, pur in presenza di una legge elettorale che favoriva la frammentazione! Lasciate, pertanto, al popolo sovrano anche per le europee la stessa decisione, se la ritiene opportuna. Ma dimenticate anche che, nonostante la legge proporzionale favorisca la frammentazione in tutti i 27 Stati membri dell'Unione europea, al Parlamento europeo ci sono lo stesso due grandi famiglie politiche: il Partito Popolare europeo e il Partito Socialista europeo.
Quanto detto dimostra che la frammentazione o la semplificazione non dipendono dalle regole elettorali, ma dalla capacità politica degli elettori o della classe dirigente che li rappresenta. La vostra soluzione di costringere gli uni e gli altri a logiche obbligate da regole imposte secondo convenienze di parte (cioè la vostra parte politica, per le ragioni dette) dimostra che non avete fiducia né negli elettori, né nella nostra della vostra capacità politica di fare sintesi.
Noi dell'UdC ci auguriamo che questa battaglia contro lo scippo di un'importante pezzo di libertà del popolo italiano siaPag. 38fatta con convinzione e tenacia da tutta l'opposizione, soprattutto dal Partito Democratico, perché onori l'impegno preso da Veltroni sabato scorso di fronte al suo popolo, al Circo Massimo, e agli italiani che lo hanno ascoltato.
PRESIDENTE. La prego di concludere.
AMEDEO CICCANTI. Spero che un eventuale voto segreto sulle preferenze serva a dare più libertà di coscienza alla destra che ad affermare qualche furbizia a sinistra. Comunque vadano le cose, l'Unione di Centro farà questa battaglia parlamentare con forza e decisione, soprattutto per aprire gli occhi agli italiani perché capiscano chi li usa per fini elettorali e chi li difende per la loro dignità di uomini liberi (Applausi dei deputati del gruppo Unione di Centro).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole Zaccaria. Ne ha facoltà.
ROBERTO ZACCARIA. Signor Presidente, volevo, prima di tutto, rassicurare l'ultimo collega intervenuto, l'onorevole Ciccanti, sul fatto che il Partito Democratico farà, come d'altra parte ha fatto in Commissione e come hanno fatto già in questa sede i primi interventi di esponenti del partito, una opposizione molto determinata su questo punto.
Non si tratta di una questione come le altre. È una questione, senza usare parole enfatiche, che veramente attiene (come è stato detto da più parti) alle regole del gioco; che sia vitale per la democrazia e in quale misura lo sia, ciascuno ha il diritto di ritenerlo nella maniera significativa che ritiene.
Certo è che questo è il primo terreno sul quale il dialogo non si è rivelato possibile. Questo è un dato significativo dal momento che - mi pare che lo abbia spiegato bene l'onorevole Vassallo - è inutile discettare su cosa voglia dire la parola dialogo, anche perché quando si parla di riforme costituzionali e di legge elettorale il parlare serve a trovare dei nuovi punti di incontro. In questo caso, la sensazione (e non solo) è stata molto diversa. Si è entrati con una proposta e si è usciti con quella proposta.
Abbiamo ascoltato sia nelle parole del relatore che di alcuni colleghi della maggioranza il tentativo di fare una sorta di dialogo retrospettivo: ho sentito qui parlare e discutere delle posizioni dell'Unione di Centro in altre circostanze, del Partito Democratico con riferimento alla legge elettorale europea nell'ipotesi che era stata affrontata dal relatore Gozi nella scorsa legislatura. Addirittura si è cercato di misurare la coerenza degli altri. Ma questo cos'è? È un dialogo retrospettivo nel tentativo di cercare le coerenze? Queste tecniche sono molto frequenti che si usano non quando si vuole trovare un punto di incontro ma quando si vuole stare sulle proprie posizioni.
Addirittura l'onorevole Bianconi ha cercato di dimostrare una tesi abbastanza dura, ovvero che nel nostro Paese la preferenza è una specie di accidente capitato per caso in un certo momento, ma non è affatto una tendenza costante. A parte che si potrebbe discutere del fatto che vi sono preferenze a tutti i livelli istituzionali e addirittura del fatto che quando sono state abolite le preferenze è stato sostituito il collegio uninominale e, quindi, un meccanismo che certamente configurava in modo diverso la scelta dell'eletto da parte delle elettori, guardate che su questo piano quello che conta è che se volete affrontare il discorso dovete cercare di dimostrare ai cittadini italiani (il dibattito si fa qui ma, attraverso quelle tribune, nelle televisioni anche nel Paese, dal momento che questi temi interessano i cittadini italiani) che, mentre la legge fino ad oggi prevedeva le preferenze e ora vengono tolte, ciò conferisce all'elettore italiano una maggiore possibilità di scelta.
A questo proposito, se volete discutere realmente degli argomenti, è dura battere la tesi del principio certamente democratico che la rappresentanza si gioca sulla scelta del partito e degli eletti bilanciata a seconda dei vari sistemi elettorali. Il testo che stiamo esaminando, invece, propone di togliere questa scelta e si dice che c'è unaPag. 39maggiore libertà del cittadino italiano elettore. Non posso rivolgermi alle tribune, ma se qualcuno ci ascolta penserà siamo impazziti, dal momento che qui si pensa che questa modifica renda l'elettore più padrone di scegliere gli eletti. Poi qualcuno dice che in alcune circoscrizioni sono quattro e allora si sa chi sono e che cosa fanno, ma non si sa chi li ha scelti!
Per quanto riguarda il secondo problema, debbo dire al sempre meticoloso relatore, onorevole Calderisi, che in tema di sbarramento ho ascoltato con grande attenzione la ricerca di una motivazione solida. Di motivazioni ce ne sono tante, compresa quella anche che sinceramente ritengo fragile (non voglio usare altre espressioni) per cui l'Unione di Centro e Rifondazione Comunista che nella scorsa legislatura per la legge nazionale puntavano al sistema tedesco, oggi non possono essere contrarie allo sbarramento al 5 per cento.
Ma è come prendere un punto di un sistema complessivo, misurato sulla dimensione nazionale, e calarlo come principio generale. Avete fatto, onorevole Calderisi, un'operazione che ritengo patetica, avete detto «abbiamo preso le circoscrizioni del Partito Democratico, abbiamo preso le dieci della proposta Soro». Sì, ma la proposta Soro ne prevede dieci con le preferenze, qui voi le avete prese senza le preferenze.
Ritengo che sia inutile citare i Paesi europei dove c'è lo sbarramento al 5 per cento. Come ha detto l'oratore che mi ha preceduto, quello è lo schema massimo ma noi veniamo - e qui Calderisi lo ha detto - da uno schema nel quale lo sbarramento era allo 0,67. Di colpo si va al 5 per cento. Questa scelta non è motivata! Si poteva anche dire che siccome c'è tutto un dibattito nel nostro Paese introduciamo uno sbarramento, ma non c'è motivazione che tenga nel passare dallo sbarramento minimo possibile a quello massimo; è un'affermazione di principio, una pura tautologia, si dice: è così e quindi credeteci.
Terzo ordine di considerazioni sulle quali vorrei dire qualcosa che mi riguarda perché si tratta di emendamenti ai quali tengo, li ho proposti in Commissione e li riproporrò per l'Aula. Abbiamo sentito dire tante cose sulle preferenze, non lo si dice apertamente ma si insinua che siano possibile fonte di corruzione; si dice che non sono fonte di corruzione, ma secondo alcuni lo sono. Sostanzialmente viene fatta balenare l'idea che fisiologicamente la scelta dei cittadini sia una fonte di corruzione. Il rischio che si accrediti una cosa di questo genere è molto pericoloso. Se ci sono aspetti degenerativi parliamo di quelli, ma in una legge di questo tipo, dove si invocano i principi della trasparenza, delle regole, si intravede un embrione di disciplina dei partiti (mi pare che lo abbia detto in Commissione il collega Pisicchio), d'altronde nelle leggi elettorali è frequente.
Prima di tutto credo che vada detto chiaramente che le elezioni europee sono le uniche nelle quali non ci sono limiti alle spese elettorali; ci sono in tutte le elezioni ma non in quelle europee: il candidato può spendere quello che vuole, i partiti (che è ancora peggio) possono spendere quello che vogliono. Credo che su questo punto mettere, come ci sono in tutte le altre nazioni, dei tetti alla spesa elettorale sia un fatto di moralizzazione evidente, è una lacuna grave da colmare. Il relatore, gli va dato atto, aveva parzialmente accettato l'emendamento che ho presentato e che in Aula ripresenterò con dei limiti un po' più stringenti, perché naturalmente le circoscrizioni sono ampie e se i limiti sono modellati o ampliati su quelle nazionali si arriva a tetti di spesa dell'ordine di 300 mila euro per i candidati e di dieci milioni di euro per i partiti, quindi bisogna ovviamente essere un pochino più prudenti. Ma mi ha colpito, quando il relatore ha parzialmente accettato il mio emendamento in Commissione, che abbia detto: «al Parlamento nazionale hanno fatto le cose seriamente e per chi viola i limiti di spesa, per il limite estremo di violazione, c'è la decadenza; però per il Parlamento europeo non lo possiamo fare perché è un altro Parlamento». Ma guardate che i limiti di spesa o sono seri o non lo sono;Pag. 40se noi poniamo un limite di spesa e poi chi lo viola ha un buffetto sulla guancia ciò è ridicolo.
Allora, credo che si debbano prevedere gli stessi limiti, con le stesse sanzioni. Non voglio essere scortese, ma la teoria per la quale il legislatore italiano non può stabilire delle decadenze mi pare molto debole, perché se il Parlamento nazionale con la legge volesse stabilire delle forme di ineleggibilità, nessuno glielo impedirebbe. Il Parlamento ha stabilito delle forme di incompatibilità che possono arrivare fino alla decadenza, se non esercitate, allora può stabilire che se qualcuno viola la regola di trasparenza vi sia una sanzione. D'altra parte, se leggete bene le regole europee si dice chiaramente che questi criteri li stabilisce il legislatore nazionale.
Quindi, ringrazio il relatore per aver preso in considerazione questo aspetto, però prenderlo in considerazione e poi ridurlo in una cosa puramente simbolica non mi convince.
Svolgo un'ultima considerazione, credo di avere ancora un minuto...
PRESIDENTE. Onorevole Zaccaria, ha due minuti.
ROBERTO ZACCARIA. Allora posso spiegarla bene. Si tratta di una questione che non vorrei che fosse intesa come una battaglia donchisciottesca o da Pierino: io, e credo anche alcuni colleghi che mi stanno ascoltando, mi accorgo che l'eliminazione delle preferenze in un sistema e in un Parlamento di persone di fatto nominate, lo dico in senso non dispregiativo...
PRESIDENTE. Onorevole Zacchera, devo invitarla a concludere. Mi sono sbagliato, lei è già due minuti oltre il tempo a sua disposizione.
ROBERTO ZACCARIA. Signor Presidente, anche se lei si è sbagliato mi deve dare comunque un minuto perché l'errore mi ha tratto in inganno.
PRESIDENTE. Onorevole Zaccaria, le concedo quaranta secondi.
ROBERTO ZACCARIA. Per le elezioni nazionali ci sono delle tariffe di ingresso, i parlamentari pagano, più o meno spontaneamente, cifre che vanno da 50 mila a 150 mila euro per sedere in questo Parlamento. Ho sentito dire che per il Parlamento europeo si introdurrà una fiche di 450 mila euro (qualcuno parla di 500 mila); occorre fare attenzione: noi stiamo andando verso un sistema a liste bloccate in cui i partiti vendono le cariche elettive e questo è un fatto gravissimo! L'emendamento suona così: è illecito qualsiasi obbligo preventivo di versare una quota ai partiti che ti candidano nel Parlamento europeo. Voglio vedere se questo principio banale, costituzionalissimo, avrà qualche difficoltà; mi auguro che possa averla solo nella forma, perché quando ci sarà il voto segreto ciascuno, nel segreto dell'urna, potrà esprimere l'opzione che preferisce. La ringrazio, signor Presidente (Applausi dei deputati dei gruppi Partito Democratico e Italia dei Valori).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole Pisicchio. Ne ha facoltà.
PINO PISICCHIO. Signor Presidente, onorevoli colleghi, onorevole Ministro, una speciale furia iconoclasta sembra voler fare piazza pulita di tutto ciò che nell'ordinamento non è sfiorato dal tocco benefico del Popolo della Libertà. Questa furia si abbatte anche sulla legge elettorale europea; è una furia, in verità, ben poco istintuale, invece, è molto lucida e coerente poiché si propone di produrre un ulteriore slittamento del sistema verso quella sorta di normalizzazione populistica che già ha avvolto il Parlamento e il Paese con le forme della democrazia docile.
La democrazia docile rispetta le procedure formali della democrazia, ma svuotandole dal di dentro, disseccandole, inducendo una torsione che tramuta le istituzioni fondamentali del processo democratico in una pallida ombra, che evoca le regole supreme della Costituzione trasmutandole, però, in regole domestiche. Così, per esempio, risuonerà oggi beffardo il richiamo, che è stato fatto più volte quest'oggi,Pag. 41all'articolo 49 della Costituzione e alla democrazia dei partiti, quando di fronte non abbiamo più partiti, ma solo fievoli simulacri retti da ineffabili oligarchi, costruiti con dosi massicce di carisma. Che grado di parentela hanno questi partiti di oggi con quelli designati da Moro, Mortati, Calamandrei, nella stagione costituente? Nessuna, come non vi è nessuna continuità tra gli ordinamenti elettorali che consegnavano al cittadino il diritto di scegliere i propri rappresentanti e di revocare loro il mandato, e quelli attuali che confiscano al corpo elettorale il diritto di essere mandante di una delega personale ai parlamentari.
Nel corso del dibattito in Commissione, ho compreso quanta strada abbia compiuto il processo di straniamento della rappresentanza parlamentare rispetto al suo popolo. Solo una ventina di deputati in questa Camera (venti su seicentotrenta) hanno conosciuto il privilegio di essere scelti dal popolo con il voto di preferenza. Com'è possibile comprendersi, allora, quando non si capisce la fatica della democrazia, la meravigliosa e appagante consapevolezza di rappresentare il popolo e non solo il suo capo, il senso del radicamento ad un territorio, l'attenzione ai suoi problemi concreti, alle sofferenze, alle gioie e alle aspettative delle comunità?
Comprendo, cari colleghi, l'estraneità di molti rispetto a procedure di elezione sconosciute e la preoccupazione di non compiere gesti sgraditi ai capi, gli unici autori dell'inclusione di ognuno nell'Assemblea parlamentare.
Dunque, la proposta di legge elettorale europea replica in modo coerente la filosofia della legge elettorale oggi vigente alla Camera e al Senato, eliminando il voto di preferenza, innalzando la soglia elettorale al 5 per cento e moltiplicando per due il numero delle circoscrizioni.
Si è argomentato sull'eliminazione del voto di preferenza con il solito armamentario di argomenti giustificativi, ma si tratta di obiezioni fragili, ascoltate senza troppo profitto e ripetute senza troppa consapevolezza, in primo luogo perché le preferenze, in Italia, sono previste - come veniva ricordato - per le regioni e anche per i comuni, e non ci pare che esse abbiano generato particolari problemi inflattivi quanto ad impegni di spesa (non maggiori, almeno, di quelli incontrati nelle liste bloccate con i meccanismi evocati dal collega Zaccaria). In secondo luogo, non ci sembra che il voto di preferenza possa essere considerato in sé criminogeno a motivo della possibile influenza esercitabile da organizzazioni malavitose.
Domandiamoci, allora, che ruolo mafia, camorra, 'ndrangheta e altre società criminali potrebbero svolgere, ad esempio, nei collegi uninominali, dove basta lo spostamento di pochi voti a determinare un'elezione e domandiamoci che cosa potrebbe accadere nel sistema delle liste bloccate, dove la maggior parte dei candidati è sconosciuta e la buona fede di ognuno è garantita solo dalla magnanima e specchiata lungimiranza del capo, considerato infallibile (a questo punto per dogma).
È evidente come ogni formula elettorale possa presentare inconvenienti e zone di fragilità. Di certo, quella che mette alla base il voto di preferenza garantisce quanto meno una scelta consapevole dal basso, revocabile nel turno successivo. Quella a lista bloccata, invece, rappresenta - senza il lenimento della regolazione giuridica del partito politico, capace di spostare in chiave endoassociativa la procedura di selezione delle candidature - soltanto un grave ed intollerabile sopruso ad opera di un sinedrio di capi, collocati dalla legge al di sopra del controllo democratico: una sorta di regime assolutistico.
È il caso colleghi, forse, di domandarci che cosa abbiamo fatto della politica, della democrazia rappresentativa, del rapporto tra candidati e popolo, tramutando le nostre campagne elettorali in orribili spot televisivi in cui si agitano cinque o sei superstar, mentre un folto gruppo di coristi recita parti da primo attore che tutti sanno già negate dalle posizioni in graduatoria. Tutto è virtuale, recitato e finto. Le liste bloccate sono già cariche di nominati. I requisiti per la nomina? CertamentePag. 42non il merito, non la rappresentatività, non la competenza, non il rapporto con il territorio (condimenti essenziali in una democrazia normale), ma solo la fedeltà al capo, una specie di sturmtruppen della politica.
Folgoranti carriere sono state costruite tutte sul filo della nomina. Un grande studioso, il Loewenstein, che non è estraneo all'esperienza culturale del Presidente, racconta come il potere possa degenerare con l'uso della cooptazione, criterio in auge negli antichi regimi autoritari.
La cosa singolare è che per lunghi mesi abbiamo assistito ad una surreale presa di distanze da parte degli stessi autori del cosiddetto «porcellum» dalla loro mostruosa creatura, che aveva come più prossimo ispiratore Benito Mussolini con la legge Acerbo. Solo che la legge Acerbo almeno accettava che si potessero cancellare dalla lista i candidati indesiderati. Ci è capitato di dibattere in pubblico con autorevoli esponenti della destra, che approvarono questo capolavoro di illiberalità: neanche a dirlo, solo qualche mese fa, parlavano di legge da cambiare! Appena cominciata la legislatura, con una fretta degna di ben altre impellenze, il primo provvedimento che incrocia gli ordinamenti elettorali è una replica del «porcellum» formato Europa.
Abbiamo ascoltato parole bislacche dal relatore - ci permetta di dirlo - per motivare la scelta delle liste bloccate. La prima argomentazione riguarda l'adozione del medesimo sistema in nove dei ventisette Paesi dell'Unione europea. È vero, ma non viene aggiunto che in quei Paesi, dove vige la lista bloccata, esiste un sistema di rigorosa regolazione giuridica dei partiti, per cui non sono i sultani a decidere chi mandare in Europa, ma i militanti che scelgono le candidature.
Facciamo prima una legge che regolamenti la democrazia di partito e poi siamo disposti a discuterne. Abbiamo ascoltato parole bislacche: il relatore, ma non solo lui, poiché il medesimo leitmotiv è stato ripetuto da autorevoli esponenti del Popolo della Libertà, ha detto che le liste bloccate garantiscono la scelta dei rappresentanti migliori, perché più competenti, magari perché parlano le lingue. C'è da restare allibiti: è questa una concezione antitetica rispetto alla sensibilità democratica, che trova accoglimento nella nostra Costituzione e nel minimo buon senso comune.
Se non intravedessi in queste incaute parole una mal riproposta considerazione schizzata via dalle teorie del carisma, recuperate dai maestri della scienza politica come Weber, Mosca e Michels, da uno studioso di Ostrogorski come Quagliariello, maître à penser del Popolo della Libertà, ci sarebbe da sentirsi offesi. Ma cos'è questo balzo indietro nella storia, con la consegna di tutta la scena pubblica agli uomini della provvidenza? Siamo disposti certamente a discutere sul piano teorico del nuovo peso del carisma nel processo politico, comprendendo che, dopo il crollo delle ideologie e della fidelizzazione ai partiti per via delle adesioni ideali, l'identità morganatica è spesso data dal capo. La modalità non ci piace affatto, ma siamo disposti a discuterne, per comprendere, però, come limitarne l'attitudine a straripare in ambiti riservati alla democrazia. Ma di qui a fondare l'intero sistema politico, l'intero ordinamento, sul valore assoluto del carisma, costruendone una teorica con precipitati effettuali così rilevanti, francamente è troppo. È un troppo che va ben oltre la cosiddetta presidenzializzazione strisciante, cui tende il nostro sistema, denunciata più volte dal compianto Leopoldo Elia.
Questa proposta formulata dal relatore contiene un altro formidabile vulnus alla rappresentanza democratica. Questa volta non riguarda i singoli mandatari parlamentari europei, ma i partiti per intero. Un robusto sbarramento al 5 per cento, il più alto possibile, senza debordare dal registro degli orientamenti dell'Unione europea. Domandiamoci perché.
Il Parlamento europeo non deve esprimere una maggioranza di Governo, ma solo una rappresentanza, non deve promuovere un Esecutivo, ma solo consentirePag. 43che tutte le voci rilevanti presenti nei singoli Stati membri abbiano una possibile tribuna europea.
D'altronde, la riduzione del numero complessivo dei rappresentanti italiani è di per sé un significativo sbarramento. E, allora, qual è la ragione per cui viene adottato uno sbarramento al 5 per cento, se non quella di tagliare fuori forze significative nel panorama italiano, come la sinistra arcobaleno, la destra radicale, e, non si sa mai, magari anche qualche forza intermedia, per dividere le spoglie residue?
Credo sia un grande errore cercare di espungere dalle istituzioni europee forze come la sinistra antagonista e la destra radicale, che già sono state espunte dal Parlamento italiano a causa dell'applicazione anticoalizionale del «porcellum».
Vi sono segmenti elettorali di quelle culture che vanno aiutati a stare nelle istituzioni e non a scivolare verso aree extraparlamentari, perché questo va a beneficio della tenuta democratica del Paese.
Illustri colleghi sia chiaro: ben al di là della portata del provvedimento, che pure ha un'importanza decisiva ai fini della qualità della nostra rappresentanza in Europa, la partita della legge elettorale europea mette in gioco valori fondamentali. Dopo la legge del 2005, dopo alcune scellerate leggi regionali, come quella toscana, dopo quella europea, se verrà approvata nella forma proposta dal relatore, non creerà più scandalo la circostanza di vedere abolito il diritto di scelta dei cittadini anche a livello comunale, prevedendo, anche qui, la devoluzione al partito delle liste degli eligendi. Spostamenti progressivi verso la normalizzazione di un sistema che vedrà alla fine solo il capo e i sudditi all'interno di uno schema plebiscitario. È un disegno lucido e coerente che il Governo e la sua maggioranza mitridatizzata stanno perseguendo, cui le opposizioni devono contrapporre un disegno altrettanto consapevole e alternativo. I sistemi elettorali sono parte della costituzione materiale: da essi promana la rappresentanza e scaturisce la politica. Non possiamo, dunque, consentire che un disegno di espropriazione del diritto di scelta del cittadino, che è parte integrante del diritto di cittadinanza, continui a farsi strada, senza che nel Paese nessuno denunci tutto questo. Non possiamo consentire che una maggioranze, in forza soltanto dei sui numeri, cambi la legge elettorale, che è la regola del gioco di tutti e non solo di una parte, a proprio piacimento. Faccia l'opposizione la sua parte e facciano le donne e gli uomini liberi della maggioranza la loro: dimostrino che questo Parlamento rispetta ancora l'articolo 67 della Costituzione e non accetta il mandato imperativo. Questo sì sarebbe un bel gesto controcorrente (Applausi dei deputati dei gruppi Italia dei Valori e Partito Democratico).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare, a titolo personale, l'onorevole Ciocchetti. Ne ha facoltà.
LUCIANO CIOCCHETTI. Signor Presidente, quanti minuti ho a disposizione per svolgere il mio intervento?
PRESIDENTE. Onorevole Ciocchetti, a me risultano 15 minuti.
LUCIANO CIOCCHETTI. Signor Presidente, ritengo che questo sia un argomento particolarmente importante e che ogni singolo deputato debba porsi il problema di riflettere e di ragionare su quali decisioni assumere in merito alla definizione di una nuova legge elettorale per le elezioni europee, che è, chiaramente, strettamente legata ad una filosofia di costruzione della democrazia di un Paese. È chiaro, infatti, che questo argomento non possa avere una valenza soltanto legata alla scadenza specifica delle elezioni europee, ma è un disegno politico che alcuni partiti, alcune realtà, alcuni personaggi importanti di questo Paese portano avanti nella costruzione e nella definizione della democrazia dell'Italia nei prossimi anni.
Credo che questa questione, quindi, tocchi direttamente il ruolo di ogni singolo parlamentare, il ruolo di ogni singola persona, che in qualche modo crede e ha fondato la sua storia, la sua crescita, laPag. 44sua battaglia politica sulla democrazia, sulla difesa delle istituzioni e su un sistema democratico che fosse in grado di rappresentare realmente la volontà dei cittadini, degli elettori certamente all'interno di una cultura legata anche alla presenza e all'esistenza dei partiti, ma anche, e soprattutto, di un collegamento e di una mediazione da parte dei partiti stessi nei rapporti con la gente, con i cittadini, con le classi sociali, con gli ambienti, con il territorio, con tutto quello che, in qualche modo, nella nostra società vive e convive. Parrebbe strano, quindi, che, anche di là degli interventi strutturati di gruppo, dei nostri, dei miei colleghi presenti nelle Commissioni parlamentari, che hanno esaminato direttamente questa proposta di legge, non vi sia anche la voglia e la possibilità di poter discutere, di poter confrontare, di poter esprimere, le proprie opinioni in merito ad un argomento che riguarderà non solo le elezioni europee del prossimo anno, ma anche il futuro di questo Paese.
È chiaro che da parte di qualcuno, in particolare da parte del Presidente del Consiglio e di molti esponenti del Popolo della Libertà, vi è l'idea di andare verso un bipartitismo costruito non con regole scritte, costituzionali e definite in un modello organico (che possa eventualmente andare oltre al fatto se condividiamo o meno questo tipo di scelta, e che dovrebbe però necessariamente costruire un'architettura istituzionale in grado di garantire la democrazia di questo Paese), ma attraverso delle forzature istituzionali, delle forzature elettorali, che hanno chiaramente uno scopo: realizzare tale sistema senza creare i pesi e i contrappesi che normalmente nelle democrazie a prevalenza bipartitica esistono e garantiscono tutto il corpo sociale del Paese, le forze che in quel momento non governano, e in particolare una rappresentanza per gli elettori tramite la quale possono partecipare a forme, come quella delle primarie negli Stati Uniti, garantite dallo Stato che assicurano la democrazia, ovverosia il fatto che non sia un'unica persona a decidere chi sono gli eletti, cioè i benedetti dal leader di turno.
È questo il punto, la costruzione forzosa di un sistema costituzionale e istituzionale di un Paese senza passare attraverso una modifica costituzionale, che almeno avrebbe la dignità di rappresentare una questione confrontata e verificata con un duplice passaggio in Parlamento, come previsto in Costituzione, e anche con un eventuale referendum da parte dei cittadini italiani. Si cerca di prendere una scorciatoia che serve all'interno del costituendo Popolo della Libertà per certificare le quote esistenti all'interno di questo nuovo soggetto politico, e per limitare gli spazi di democrazia e di rappresentanza al di fuori del PdL.
Questo tipo di ragionamento ha pervaso, fino a poco tempo fa, anche il Partito Democratico. Le vicende della legge regionale toscana in qualche modo lo dimostrano, anzi alcuni esponenti e alcune correnti del Partito Democratico sono stati fautori iniziali di un ragionamento di questo genere, e anche il loro leader attuale, Walter Veltroni, fino a qualche tempo fa è stato il pervicace portatore di questo tipo di ragionamento e di concerto politico.
Bisogna fare un ragionamento a trecentosessanta gradi che in qualche modo individui le cause che hanno portato a questa situazione. Se Veltroni nella passata legislatura avesse appoggiato la nostra proposta di riforma elettorale con un sistema alla tedesca - c'erano i numeri per farla passare, se ci fosse stato un accordo tra la precedente maggioranza e chi in molte parti dell'opposizione portava avanti questa proposta - non saremmo in queste condizioni e ci sarebbe stata una legge elettorale più corrispondente alla cultura del nostro Paese. La logica è certamente di semplificare il sistema politico, perché i ventiquattro partiti prima esistenti erano troppi. Ma arrivare addirittura al punto di chiudere gli spazi politici e culturali ai quattro o cinque movimenti o punti di riferimento che hanno una forte identità culturale e diPag. 45presenza istituzionale tra la gente, nella società italiana, credo che sia un fatto profondamente sbagliato, perché noi non siamo un paese anglosassone, siamo un paese latino e, dunque, vi è una serie di differenze che ci distinguono dai Paesi anglosassoni.
Abbiamo la necessità di identificare un sistema politico, elettorale ed istituzionale semplificato, ma tale da garantire che le realtà culturali, politiche e sociali e le identità culturali, sociale e politiche esistenti nel Paese possano avere una rappresentanza parlamentare, in questo caso particolare, all'interno del Parlamento europeo.
Per quale motivo siamo contrari all'abolizione delle preferenze? Sono contrario perché ritengo che sia profondamente ingiusto lasciare ai pochi leader esistenti nel nostro Paese, prima delle elezioni, la scelta di chi viene eletto.
Oggi, il sottoscritto che proviene da un'esperienza politico-sociale sul territorio, partendo dai comitati di quartiere, dai consigli circoscrizionali, dai consigli comunali e che è arrivato sin qui per il fatto che gli elettori hanno creduto a ciò che in qualche modo è stato espresso in questi anni, invece di pensare ai cittadini, invece di pensare a rappresentare la società civile, invece di collegarsi con le istanze, gli ambienti, le associazioni, le realtà, i comitati di quartiere che vivono nel mio collegio, deve stare ogni giorno insieme a Pier Ferdinando Casini, a Lorenzo Cesa, a Rocco Buttiglione, sperando che la prossima volta mi inseriscano di nuovo in lista. E ciò vale per tutti i colleghi seduti in questo emiciclo e per tutti coloro che domani vorranno essere eletti al Parlamento europeo, perché non conta il rapporto con la gente, con le associazioni, con i cittadini, con le associazioni di volontariato, con le parrocchie, con tutto quello che si muove nel proprio collegio e nel proprio territorio ma conta quanto tempo passerò con il mio leader o con i leader che ad un certo punto dovranno decidere le liste elettorali.
Ritengo che sia sbagliato, profondamente sbagliato, antidemocratico un sistema come questo che allontana sempre di più gli eletti dalla gente, dai cittadini, dalle istanze del territorio. Ritengo che sia profondamente sbagliato e profondamente antidemocratico e che il fine ultimo non sia sopprimere le preferenze ma, come abbiamo detto prima, forzare il sistema costituzionale e istituzionale di questo Paese, portarlo allo stress definitivo senza aver creato i pesi e contrappesi che esistono nelle altre grandi democrazie occidentali.
Si è detto molte volte che anche gli altri Paesi non utilizzano il voto di preferenza per le elezioni europee. Ebbene, negli altri Paesi vi sono regole democratiche di vita dei partiti. In Italia negli ultimi anni nessun partito ha regole di vita democratica. Le regole democratiche devono essere riconosciute. Negli Stati Uniti esistono le primarie che sono gestite dallo Stato. Negli altri Paesi vi sono regole, leggi dello Stato che garantiscono la democrazia della vita all'interno dei partiti. Nel nostro Paese i partiti si costituiscono dal notaio anche con le quote di rappresentanza dei singoli soggetti che vi aderiscono. Ritengo che questo non sia un modello: lo può essere per una società per azioni, per una società a responsabilità limitata o per qualsiasi altra società di capitali ma non può esserlo per chi deve rappresentare il Paese e per chi deve rappresentare i cittadini.
Vorrei far notare ai colleghi del Popolo della Libertà che nel consiglio comunale di Roma, dove è notoriamente in maggioranza il Popolo della Libertà, il consiglio comunale di Roma ha votato a larga maggioranza un ordine del giorno in cui si chiede di mantenere le preferenze nel sistema elettorale per le elezioni europee. Cito il consiglio comunale di Roma ma potrei citare migliaia di consigli comunali d'Italia dove in questi giorni si sono votati ordini del giorno, centinaia di consigli provinciali, quasi tutte le regioni, anche quelle dove il Popolo della Libertà è in maggioranza, in cui si è votato a larghissima maggioranza, compresi esponenti del Popolo della Libertà a livello locale, per il mantenimento delle preferenze e anchePag. 46per la reintroduzione delle preferenze nel sistema elettorale della Camera dei deputati.
Credo che questo sia un grande movimento di base e ho citato il consiglio comunale di Roma perché la maggioranza era in grado di poter fare una scelta diversa. Invece, si è dimostrato che quando si lascia libertà di espressione ai singoli esponenti del Popolo della Libertà, prevale il senso comune, il buon senso comune: in quel caso si sono lasciati i consiglieri liberi di esprimersi ed i consiglieri comunali, in maggioranza, anche del Popolo della Libertà, hanno espresso il voto favorevole ad un ordine del giorno che prevedesse il mantenimento delle preferenze per le elezioni europee e anche l'introduzione delle preferenze per l'elezione dei rappresentanti della Camera dei deputati. Credo che sia un segnale importante.
L'appello è che i deputati del Popolo della Libertà possano essere liberi di esprimersi nell'esame di questo provvedimento, perché abbiamo di fronte una grande questione, che riguarda il futuro di questo Paese e della democrazia.
Concludo, signor Presidente: il tema della democrazia non deve essere usato in termini vecchi, come in qualche modo la retorica politica italiana lo rappresenta (fascismo, comunismo e così via); non è questo il ragionamento. Noi siamo scevri, e la nostra storia lo dimostra, siamo liberi da questi condizionamenti, che dopo tanti anni devono essere superati: il tema della democrazia riguarda la questione delle modalità e dell'esercizio delle funzioni di Governo e quale sia la forma per dare la possibilità alla gente e al popolo di esprimere le proprie opinioni, il proprio interesse e quindi di scegliere lo schieramento, il partito, ma anche l'eletto, anche il candidato. È quello che volete togliere e credo che sia una cosa che va contro la democrazia (Applausi dei deputati del gruppo Unione di Centro).
PRESIDENTE. Il prosieguo della discussione sulle linee generali è rinviato alla ripresa pomeridiana della seduta.
Sospendo la seduta che riprenderà alle ore 15.
La seduta, sospesa alle 13,40, è ripresa alle 15.
Indietro