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Il segreto di Stato

L’articolo 39 della L. 124/2007 ridefinisce la disciplina del segreto di Stato.

Per quanto riguarda il perimetro della nozione di segreto di Stato, viene ridotto quello in precedenza tracciato dall’art. 12 della L. 801/1977. L’art. 39, infatti, limita il ricorso alla copertura del segreto di Stato soltanto agli atti la cui conoscenza potrebbe danneggiare:

§      l’integrità della Repubblica (l’art. 12 della L. 801/1977 faceva invece riferimento all’integrità dello Stato democratico), anche in relazione ad accordi internazionali;

§      la difesa delle istituzioni poste dalla Costituzione a fondamento della Repubblica;

§      l’indipendenza dello Stato, rispetto ad altri Stati e in relazione con essi;

§      la preparazione e la difesa militare dello Stato.

Rispetto al regime precedentemente vigente, è eliminato dunque il segreto per gli atti la cui diffusione sia idonea a recare danno al “libero esercizio delle funzioni degli organi costituzionali”.

Si specifica che l’obbligo di segretezza deve essere fatto valere nei confronti di chiunque, prevedendo che gli atti coperti dal segreto di Stato possono essere posti a conoscenza esclusivamente di coloro che sono chiamati a svolgere rispetto ad essi funzioni essenziali: in sostanza degli operatori degli organismi di sicurezza e, tra questi, solamente di quelli investiti di un compito specifico che implichi la conoscenza di tali atti (comma 2). Il segreto di Stato si estende anche agli atti la cui conoscenza possa danneggiare in modo grave le finalità in precedenza illustrate (comma 3).

La responsabilità e la competenza per l’apposizione del segreto di Stato spetta al Presidente del Consiglio, il quale, con proprio regolamento, stabilisce i criteri per l’individuazione degli atti suscettibili di essere oggetto di segreto di Stato (comma 5).

 

Il regolamento è stato adottato con il DPCM 8 aprile 2008[1] che reca in allegato un elenco esemplificativo delle materie le cui notizie, documenti, atti, attività luoghi o cose attinenti sono suscettibili di essere oggetto di segreto di Stato, fermo restando che la valutazione in concreto di ogni singolo caso sulla base dei principi generali desumibili dalla legge.

 

Le materie sono le seguenti:

§       la tutela di interessi economici, finanziari, industriali, scientifici, tecnologici, sanitari ed ambientali;

§       la tutela della sovranità popolare, dell'unità ed indivisibilità della Repubblica;

§       la tutela da qualsiasi forma di eversione o di terrorismo, nonché di spionaggio, proveniente dall'esterno o dall'interno del territorio nazionale e le relative misure ed apparati di prevenzione e contrasto, nonché la cooperazione in ambito internazionale ai fini di sicurezza, con particolare riferimento al contrasto del terrorismo, della criminalità organizzata e dello spionaggio;

§       le sedi e gli apparati predisposti per la tutela e la operatività di Organi istituzionali in situazioni di emergenza;

§       le misure di qualsiasi tipo intese a proteggere personalità nazionali ed estere la cui tutela assume rilevanza per gli interessi di cui all'art. 3 del regolamento;

§       i compiti, le attribuzioni, la programmazione, la pianificazione, la costituzione, la dislocazione, l'impiego, gli organici e le strutture del Dipartimento delle informazioni per la sicurezza (DIS), dell'Agenzia informazioni e sicurezza esterna (AISE), dell'Agenzia informazioni e sicurezza interna (AISI) e delle amministrazioni aventi quali compiti istituzionali l'ordine pubblico e la sicurezza pubblica, nonché la difesa civile e la protezione civile, nonché di altre amministrazioni ed enti nei casi in cui le rispettive attività attengono agli interessi di cui all'articolo 3, comma 1, lettere a), b), c) e d) del presente regolamento;

§       i dati di riconoscimento autentici o di copertura, nonché le posizioni documentali degli appartenenti al DIS, all'AISE ed all'AISI e quelli di copertura degli stessi Organismi;

§       l'addestramento e la preparazione professionale di tipo specialistico per lo svolgimento delle attività istituzionali, nonché le aree ed i settori di impiego, le operazioni e le attività informative, le modalità e le tecniche operative del DIS, dell'AISE e dell'AISI, oltre che delle amministrazioni aventi come compito istituzionale l'ordine pubblico e la sicurezza pubblica, la difesa civile e la protezione civile;

§       le relazioni con Organi informativi di altri Stati;

§       le infrastrutture ed i poli operativi e logistici, l'assetto ed il funzionamento degli impianti, dei sistemi e delle reti di telecomunicazione, radiogoniometriche, radar e cripto nonché di elaborazione dati, appartenenti al DIS, all'AISE ed all'AISI, nonché appartenenti ad altre amministrazioni aventi quali compiti istituzionali l'ordine pubblico e la sicurezza pubblica, la difesa civile e la protezione civile;

§       l'armamento, l'equipaggiamento, i veicoli, i mezzi e i materiali speciali in dotazione al personale appartenente al DIS, all'AISE ed all'AISI, nonché alle amministrazioni aventi quali compiti istituzionali l'ordine pubblico e la sicurezza pubblica, la difesa civile e la protezione civile;

§       il materiale o gli avvenimenti interessanti l'efficienza bellica dello Stato ovvero le operazioni militari in progetto o in atto;

§       l'ordinamento e la dislocazione delle Forze armate, sia in pace sia in guerra;

§       l'efficienza, l'impiego e la preparazione delle Forze armate;

§       i metodi e gli impianti di comunicazione ed i sistemi di ricetrasmissione ed elaborazione dei segnali per le Forze armate;

§       i mezzi e l'organizzazione dei trasporti, nonché le dotazioni, le scorte e le commesse di materiale delle Forze armate;

§       gli stabilimenti civili di produzione bellica e gli impianti civili per produzione di energia ed altre infrastrutture critiche;

§       la mobilitazione militare e civile.

 

Il regolamento contiene, inoltre, altre disposizioni di attuazione della legge 124 tra cui norme in materia di apposizione e conservazione del segreto di Stato e di diritto di accesso.

Il regolamento è stato esaminato dal Comitato parlamentare per la sicurezza che ha reso parere favorevole con diverse condizioni e osservazioni nella seduta del 24 gennaio 2008.

 

Con una significativa innovazione, l’articolo 30 della legge 124 introduce un limite temporale al vincolo di segretezza (che secondo la disciplina previgente non era soggetto ad alcun termine di durata): esso viene a cessare ordinariamente decorsi quindici anni dalla apposizione o dalla opposizione. Il Presidente del Consiglio può, con provvedimento motivato che deve essere trasmesso senza ritardo al Comitato, disporre una o più proroghe del vincolo. La durata complessiva del vincolo del segreto di Stato non può essere superiore a trenta anni. A prescindere dal decorso di tali termini, il Presidente del Consiglio dispone la cessazione anticipata del vincolo, quando sono venute meno le esigenze che ne determinarono l’apposizione (commi 7-9).

Quando, in base ad accordi internazionali, la sussistenza del segreto incide anche su interessi di Stati esteri o di organizzazioni internazionali, il provvedimento con cui è disposta la cessazione del vincolo, salvo che ricorrano ragioni di eccezionale gravità, e a condizioni di reciprocità, è adottato previa intesa con le autorità estere o internazionali competenti (comma 10).

È espressamente escluso che possano essere oggetto di segreto di Stato (oltre ai fatti eversivi dell’ordine costituzionale, come già prevedeva l’art. 12, comma secondo, della L. 801/1977) i fatti di terrorismo, quelli costituenti i reati di strage previsti dagli artt. 285 e 422 c.p. e i reati di mafia di cui agli artt. 416-bis (Associazione di tipo mafioso) e 416-ter (Scambio elettorale politico-mafioso) c.p.

 

L’articolo 40, comma 1, sostituisce l’art. 202 c.p.p. relativo al segreto di Stato opposto dai pubblici ufficiali, dai pubblici impiegati e dagli incaricati di pubblico servizio nel corso di un procedimento penale.

È confermata l’attuale formulazione del comma 1 dell’art. 202 c.p.p., che sancisce l’obbligo per i soggetti citati chiamati a testimoniare di astenersi dal deporre su fatti coperti dal segreto di Stato.

Nel caso di opposizione del segreto di Stato da parte del testimone, nelle more della decisione di conferma o meno di esso da parte del Presidente del Consiglio, il comma 2 dell’art. 202 c.p.p., come sostituito dalla legge 124/2007, stabilisce che l’autorità giudiziaria deve sospendere ogni iniziativa volta ad acquisire elementi relativi all’oggetto del segreto.

È stato dimezzato – da 60 a 30 giorni – il termine a disposizione del Presidente del Consiglio dei ministri per confermare il segreto (comma 4 dell’art. 202 c.p.p. come sostituito).

Inoltre, recependo un principio affermato dalla giurisprudenza costituzionale, si stabilisce che l’opposizione del segreto, motivatamente confermata dal Presidente del Consiglio, impedisce al giudice di acquisire ed utilizzare gli elementi di conoscenza e di prova coperti dal segreto (comma 5 dell’art. 202 c.p.p. come sostituito), ma non preclude all’autorità giudiziaria di procedere in base a elementi autonomi e indipendenti dagli atti, documenti e cose coperte dal segreto (comma 6 dell’art. 202 c.p.p. come sostituito)[2].

Viene esplicitato che l’autorità giudiziaria di fronte al provvedimento di conferma dell’opposizione del segreto di Stato può sollevare conflitto di attribuzione tra i poteri dello Stato. L’eventuale risoluzione del conflitto in favore dell’autorità giudiziaria preclude l’opposizione del segreto nel corso del procedimento per il medesimo oggetto (comma 7 dell’art. 202 c.p.p. come sostituito). Viceversa, qualora il conflitto sia risolto nel senso della sussistenza del segreto di Stato, l’autorità giudiziaria non può né acquisire né utilizzare, direttamente o indirettamente, atti o documenti sui quali è stato opposto il segreto di Stato.

Il comma 1 dell’art. 40 ha introdotto infine un rilevante elemento di novità sancendo il principio secondo cui in nessun caso il segreto di Stato è opponibile alla Corte costituzionale: la Corte ha dunque pieno accesso a tutta la documentazione coperta dal segreto. Essa deve peraltro dettare disposizioni interne volte a garantire la segretezza degli atti (comma 8 dell’art. 202 c.p.p. come sostituito).

 

A proposito del conflitto di attribuzioni, si ricorda che la legge riconosce la facoltà di sollevare conflitto di attribuzione tra poteri dello Stato a tutti gli “organi competenti a dichiarare definitivamente la volontà dei poteri cui appartengono e per la delimitazione della sfera di attribuzioni determinata” (legge 87/1953, art. 37, comma primo).

Gli organi giurisdizionali rientrano pienamente tra quelli legittimati ad essere parte – attiva e passiva – nei conflitti di attribuzione. Tra questi organi la Corte costituzionale per costante giurisprudenza ha compreso il pubblico ministero, in quanto titolare diretto ed esclusivo dell’attività di indagine finalizzata all’esercizio obbligatorio dell’azione penale, come previsto dall’art. 112 (sent. 110/1998).

Per quanto riguarda la materia del segreto di Stato, viene riconosciuta la legittimazione ad agire non soltanto del Presidente del Consiglio – “in quanto organo competente a dichiarare definitivamente la volontà del potere cui appartiene in ordine alla tutela, apposizione, opposizione e conferma del segreto di Stato” (ord. 404/2005, sent. 410 e 110/1998, ord. 426/97, sent. 86/1977) – ma anche al Procuratore della Repubblica (ord. 404/2005).

 

Il comma 2 dell’art. 40 modifica l’art. 204 (Esclusione del segreto), primo comma, primo periodo, c.p.p., secondo cui non possono essere oggetto del segreto previsto dagli artt. 201, 202 e 203 c.p.p. fatti, notizie o documenti concernenti reati diretti all’eversione dell’ordinamento costituzionale (come già ricordato, una disposizione analoga era contenuta nell’art. 12 della L. 801/1977).

In armonia con quanto disposto dall’art. 39, co. 11, della legge, la modifica introdotta dal comma 2 estende la preclusione dell’opposizione del segreto di Stato anche alle seguenti ulteriori ipotesi:

§         reati di strage previsti dagli artt. 285 e 422 c.p.;

§         associazione di tipo mafioso di cui all’art. 416-bis c.p.

§         scambio elettorale politico-mafioso di cui all’art. 416-ter.

 

Il comma 3 dell’art. 40 inserisce quattro nuovi commi dopo il comma 1 dell’art. 204 c.p.p..

Il comma 1-bis esclude dal vincolo di segretezza gli atti connessi ad operazioni effettuate dal personale dei servizi di informazione per la sicurezza per le quali non sia stata riscontrata la sussistenza della speciale causa di giustificazione di cui all’art. 18 della legge (che comporta l’autorizzazione a compiere legittimamente condotte astrattamente configurabili come reati).

Inoltre, il segreto di Stato non può essere opposto o confermato a esclusiva tutela della classifica di segretezza o in ragione esclusiva della natura del documento, atto o cosa oggetto della classifica.

Si stabilisce anche in questa sede che in nessun caso il segreto di Stato è opponibile alla Corte costituzionale.

Per quanto riguarda la tutela della classifica, si dispone che il Presidente del Consiglio dei ministri, qualora non confermi il segreto, provvede a declassificare, i documenti prima di metterli a disposizione dell’autorità giudiziaria competente (comma 1-quinquies dell’art. 204 c.p.p.).

 

L’art. 40, comma 4, ha apportato due modifiche all’art. 66 delle norme di attuazione del c.p.p.[3].

In primo luogo, è stato sostituito il secondo comma, il quale attualmente:

§      prevede che l’atto del Presidente del Consiglio dei ministri debba essere motivato;

§      in conseguenza delle modifiche all’art. 204 c.p.p. apportate dall’art. 40, comma 3, c.p.p. prevede che la valutazione del Presidente del Consiglio debba investire la sussistenza dei presupposti di cui all’art. 204, commi 1, 1-bis e 1-ter;

§      dimezza – da 60 a 30 giorni – il termine a disposizione del Presidente del Consiglio per l’eventuale conferma del segreto.

 

Il testo dell’art. 66, secondo comma, delle norme di attuazione del c.p.p. prevedeva che, quando gli perveniva comunicazione del provvedimento dell’autorità giudiziaria che aveva rigettato l’eccezione di segretezza, il Presidente del Consiglio dei ministri confermava il segreto se riteneva che non ricorressero i presupposti di cui all’art. 204, comma 1, c.p.p. perché il fatto, la notizia o il documento coperto da segreto di Stato non concerneva il reato per cui si procedeva. In mancanza, decorsi sessanta giorni dalla notificazione della comunicazione, il giudice disponeva il sequestro del documento o l’esame del soggetto interessato.

 

In secondo luogo, è stato abrogato il terzo comma, il quale, per il caso di conferma dell’opposizione da parte del Presidente del Consiglio ai sensi del comma 2, rinviava alla procedura di cui all’art. 16 della L. 801/1977.

 

Quest’ultima disposizione prevedeva la comunicazione motivata al Comitato parlamentare che, qualora ritenesse, a maggioranza assoluta dei suoi componenti, infondata la opposizione del segreto, ne riferiva a ciascuna delle Camere per le conseguenti valutazioni politiche).

 

L’abrogazione del terzo comma dell’art. 66 delle norme di attuazione del c.p.p è conseguenza dell’abrogazione dell’intera L. 801/1977 disposta dalla legge 124/2007 (in caso contrario, sarebbe rimasto in piedi un rinvio ad un articolo di legge non più esistente). Tuttavia, da un punto di vista sostanziale, la disciplina non cambia, in quanto la procedura in precedenza contenuta nell’abrogato art. 16 della L. 801/1977 è stata trasfusa nell’art. 40, comma 5, della legge 124/2007. Quest’ultimo contiene due piccole modifiche, laddove non prevede più che le motivazioni che il Presidente del Consiglio trasmette al Comitato parlamentare possano essere sintetiche e laddove non richiede più che la delibera con la quale il Comitato parlamentare dichiara l’infondatezza dell’opposizione del segreto da parte del Presidente del Consiglio debba essere adottata a maggioranza assoluta dei componenti.

 

L’articolo 41 introduce una norma di carattere generale che prevede la possibilità di eccepire nel processo penale il segreto di Stato da parte di soggetti diversi dai testimoni (indagati, imputati, parti che sono esaminate ma non in qualità di testimoni, parti civili, ecc.).

Con tale disposizione, dunque, il legislatore verrebbe a disciplinare una fattispecie che, al momento, non è espressamente contemplata da alcuna disposizione di legge (si ricorda, infatti, che l’art. 202 c.p.p. si riferisce esclusivamente al segreto di Stato opposto dal testimone).

 

Secondo parte degli interpreti, sussisterebbe sul punto una vera e propria lacuna, che può arrecare un danno a tutti quegli indagati o imputati la cui innocenza potrebbe essere provata solo sulla base di atti, documenti o informazioni coperti dal segreto di Stato. Tali soggetti si troverebbero nella scomoda situazione di dover scegliere tra il non esercitare il proprio diritto alla difesa o esercitarlo, violando però l’obbligo del segreto.

Secondo la giurisprudenza, invece, non vi sarebbe sul punto alcuna lacuna. Ed infatti, la Corte di cassazione ha affermato in passato che “Il contenuto dell’art. 352 c.p.p. [attualmente art. 202 c.p.p.] è diretto a tutelare il teste che, interrogato su fatti rispetto ai quali abbia obbligo di astenersi in quanto coperti dal segreto di Stato, è suscettibile di essere incriminato per il delitto di cui all’art. 372 c.p. [che, sotto la rubrica ‘Falsa testimonianza’ sanziona anche il fatto di chi tace ciò che sa intorno ai fatti sui quali è interrogato] sotto il profilo della reticenza: in tal senso, infatti, nel presupposto della necessità di tutelare il segreto, è prevista la possibilità di interpello del Presidente del Consiglio dei Ministri e, nel caso di conferma della fondatezza della dichiarazione, la declaratoria di non doversi procedere nell’azione penale per il suddetto motivo.

Tale previsione, pertanto, non è applicabile nei confronti di colui che sia interrogato formalmente e sostanzialmente in qualità di imputato, avendo questi ampia libertà di articolare la propria difesa, anche rifiutandosi di rispondere, senza con ciò incorrere nel rischio di incriminazione alcuna – ai sensi dell’art. 372 c.p. – essendogli solo vietato di commettere il delitto di calunnia. L’art. 24 Cost. definisce inviolabile il diritto di difesa: lo stesso, di conseguenza, non può essere limitato non solo sotto il profilo processuale formale, ma neppure sotto quello sostanziale. Di conseguenza, l’imputato ha il diritto di rendere tutte le dichiarazioni idonee a provare la propria innocenza, dovendosi in tale direzione ritenere compresi eventuali altri doveri quali quello eventualmente derivante dall’esistenza del segreto di Stato. Non esiste contrasto tra i principi di cui agli art. 24 e 54 cost., sotto il profilo enunciato, essendo espressamente prevista – art. 51 comma 1 c.p. – la non punibilità di chi abbia eventualmente posto in essere una condotta illecita nell’esercizio di un diritto” (Cass. pen., sez. VI, 10 marzo 1987, in Cass. pen. 1988, 1897).

 

L’art. 41 esprime un bilanciamento degli interessi in gioco che è analogo a quello codificato nell’art. 202 c.p.p. (come modificato dall’art. 40).

L’autorità giudiziaria, se è stato opposto il segreto di Stato, ne informa il Presidente del Consiglio, nella sua qualità di Autorità nazionale per la sicurezza, per le eventuali deliberazioni di sua competenza (comma 1). Qualora ritenga essenziale per la definizione del processo la conoscenza degli atti sui quali è stato opposto il segreto, l’autorità giudiziaria chiede al Presidente del Consiglio la conferma dell’esistenza del segreto di Stato, sospendendo ogni iniziativa volta ad acquisire la notizia oggetto del segreto (comma 2).

I commi da 3 a 8 dell’art. 41 riproducono i commi da 3 a 8 dell’art. 202 c.p.p. come sostituito dall’art. 40, comma 1, della legge.

L’autorità giudiziaria, a fronte della conferma del segreto di Stato da parte del Presidente del Consiglio, può sollevare conflitto di attribuzione tra i poteri dello Stato innanzi alla Corte costituzionale, alla quale tale segreto non può essere opposto.

Analogamente a quanto disposto dall’art. 40, comma 5, il Presidente del Consiglio dei ministri è tenuto a dare comunicazione di ogni caso di conferma dell’opposizione del segreto di Stato al Comitato parlamentare, indicandone le ragioni essenziali. Il Comitato, se ritiene infondata l’opposizione del segreto di Stato, ne riferisce a ciascuna delle Camere per le conseguenti valutazioni (comma 9).

 

L’articolo 42 reca un’articolata disciplina delle classifiche di segretezza, comprendente i livelli e i criteri di classificazione, le relative competenze e modalità procedurali, i termini e le procedure per la revisione e la declassificazione.

Si è ritenuto opportuno disciplinare legislativamente il sistema delle classifiche di segretezza, finora affidato a un sistema di norme secondarie[4]. Tra le novità di maggior rilievo si segnala la previsione di un sistema di declassificazione automatica: in assenza di provvedimenti limitativi, quando sono trascorsi cinque anni, si passa dalla classifica superiore alla inferiore; decorsi altri cinque anni, viene comunque meno il vincolo di segretezza.

Con provvedimento motivato, l’autorità che ha posto la classifica può disporre la proroga della durata. Qualora la proroga sia ultraquindicennale, è necessario un provvedimento del Presidente del Consiglio.

La responsabilità dell’apposizione della classifica di segretezza (e della sua eventuale elevazione) dipende dalla natura dell’oggetto da secretare: se si tratta di un documento, la classifica è apposta dall’autorità che lo ha formato; nel caso di una notizia, dall’autorità che l’ha acquisita per prima; nel caso di una cosa, dall’autorità che ne è responsabile; per i documenti, atti, notizie o cose acquisiti dall’estero, dall’autorità che li ha acquisiti. Le classifiche sono effettuate comunque sulla base dei criteri ordinariamente seguiti nelle relazioni internazionali.

In ogni caso, l’individuazione dei soggetti abilitati alla classificazione di segretezza spetta al Presidente del Consiglio che vi provvede con un regolamento nel quale sono definite anche le modalità di accesso nei luoghi militari e negli altri luoghi di interesse per la sicurezza della Repubblica e gli uffici della pubblica amministrazione collegati all’esercizio delle funzioni di informazione per la sicurezza.

Il Presidente del Consiglio, inoltre, verifica il rispetto delle norme in materia di classifica di segretezza.

L’art. 42 mantiene le quattro classifiche di sicurezza già previste (riservato, riservatissimo, segreto e segretissimo[5]), demandando ad un regolamento del Presidente del Consiglio (vedi supra) la definizione dell’ambito dei singoli livelli di segretezza e i criteri per l’individuazione delle materie oggetto di classifica.

L’autorità giudiziaria dispone, su richiesta, dei documenti classificati per i quali non sia opposto il segreto di Stato. Gli atti sono conservati nel rispetto delle esigenze di tutela della riservatezza, garantendo il diritto delle parti nel procedimento a prenderne visione senza estrarne copia.

Ai sensi del comma 9, chiunque illegittimamente distrugge documenti del DIS o dei servizi, in ogni stadio della declassificazione, nonché quelli privi di ogni vincolo per decorso dei termini, è punito con la reclusione da uno a cinque anni.

 

Il segreto di Stato nella legge n. 801 del 1997

Ai sensi dell’art. 12 della L. 801/1977, erano coperti dal segreto di Stato gli atti, i documenti, le notizie, le attività e ogni altra cosa la cui diffusione fosse idonea a recar danno alla integrità dello Stato democratico, anche in relazione ad accordi internazionali, alla difesa delle istituzioni poste dalla Costituzione a suo fondamento, al libero esercizio delle funzioni degli organi costituzionali, alla indipendenza dello Stato rispetto agli altri Stati e alle relazioni con essi, alla preparazione e alla difesa militare dello Stato.

La legge escludeva categoricamente la possibilità che fatti eversivi dell’ordine costituzionale potessero essere oggetto di segreto di Stato (art. 12, comma 2, L. 801/1977). Tale previsione era confermata dall’art. 204 c.p.p. nella formulazione previgente: “Non possono essere oggetto del segreto previsto dagli articoli 201, 202 e 203 fatti, notizie o documenti concernenti reati diretti all’eversione dell’ordinamento costituzionale. Se viene opposto il segreto, la natura del reato è definita dal giudice. Prima dell’esercizio dell’azione penale provvede il giudice per le indagini preliminari su richiesta di parte” [6].

La tutela della sicurezza mediante il ricorso al segreto di Stato si esercita essenzialmente nelle seguenti forme:

§       l’apposizione formale del segreto di Stato sugli atti, i documenti, le notizie ecc. riservati;

§       l’opposizione di tale segreto in sede processuale, da parte degli appartenenti ai servizi;

§       le sanzioni penali per le violazioni del segreto di Stato.

Nei primi due casi, un ruolo centrale è affidato al Presidente del Consiglio che, in quanto responsabile della politica generale relativa alla sicurezza, è anche la massima autorità in materia di segreto di Stato (egli “esercita la tutela del segreto di Stato”, art. 1, comma 2, L. 801/1977).

 

L’apposizione del segreto consiste nell’atto di individuazione pratica dei documenti, dei fatti, delle notizie od altro che, se conosciuti, possono compromettere la sicurezza dello Stato e quindi devono rimanere segreti. L’apposizione del segreto è disciplinata da fonti secondarie quali il D.P.C.M. 3 febbraio 2006[7] e il D.P.C.M. 11 aprile 2003[8].

Relativamente all’attuazione della tutela del segreto di Stato, attraverso, tra l’altro, l’emanazione degli atti di segretazione, si sottolinea che ciascun ministro è responsabile della tutela del segreto nell’ambito della propria amministrazione, sulla base delle direttive impartite dal Presidente del Consiglio[9].

La L. 801/1977 (art. 1, comma 1) attribuiva al Presidente del Consiglio il “controllo della applicazione dei criteri relativi alla apposizione del segreto di Stato e alla individuazione degli organi a ciò competenti”. Non veniva specificato a chi spettasse la definizione dei criteri stessi. Tuttavia, si può desumere che tale compito rientrasse nell’ambito della potestà regolamentare del Presidente del Consiglio su tutte le attività attinenti alla politica informativa e di sicurezza, come stabilito dallo stesso art. 1, L. 801/1977, e, più in generale, gli spettasse quale massima autorità in materia di tutela del segreto di Stato.

L’apposizione del segreto di Stato nei casi in cui ricorrevano le condizioni non era soggetta ad alcun termine di durata: l’atto restava coperto dal segreto di Stato fino a quando questo non veniva rimosso.

 

L’atto di opposizione è il provvedimento, spettante in ultima istanza al Presidente del Consiglio, che attesta nei confronti dell’autorità giudiziaria l’apposizione del segreto di Stato su un documento.

L’opposizione del segreto di Stato è disciplinata dagli artt. 202 e 256 c.p.p..

In particolare, per quanto riguarda la testimonianza, ai sensi dell’art. 202 (già art. 352) c.p.p. (Segreto di Stato), nel testo previgente, i pubblici ufficiali, i pubblici impiegati e gli incaricati di un pubblico servizio avevano l’obbligo di astenersi dal deporre su fatti coperti dal segreto di Stato (comma 1, mantenuto nella medesima formulazione dalla L. 124/2007). Se il testimone opponeva un segreto di Stato, il giudice ne informava il Presidente del Consiglio dei Ministri[10], chiedendo che ne fosse data conferma (comma 2), e a questo punto si davano due ipotesi:

§       il Presidente del Consiglio confermava il segreto: da ciò derivava che se la prova era reputata essenziale per la definizione del processo, il giudice dichiarava non doversi procedere per la esistenza di un segreto di Stato (comma 3)[11];

§       il Presidente del Consiglio non confermava, entro 60 giorni dalla richiesta, l’opposizione del segreto: da ciò derivava che il giudice ordinava al testimone di deporre (comma 4).

Nel caso di conferma del segreto di Stato da parte del Presidente del Consiglio, la L. 801/1977 prevedeva un ulteriore obbligo da parte di quest’ultimo che ne doveva dare comunicazione, con indicazione delle motivazioni, alle Camere (art. 17). Come è già stato ricordato, analoga comunicazione veniva fatta al Comitato parlamentare di controllo (art. 16). Se il Comitato riteneva, a maggioranza assoluta dei suoi membri, che l’opposizione del segreto fosse infondata, ne riferiva a ciascuna delle Camere. In ogni caso, le conseguenze di tale atto erano esclusivamente politiche e non rilevavano in ordine al procedimento che aveva originato l’opposizione del segreto.

Il Presidente del Consiglio, inoltre, poteva opporre motivatamente il segreto di Stato direttamente nei confronti del Comitato, in occasione di richieste di informazioni da parte del Comitato stesso. Anche in questo caso, il Comitato poteva decidere di riferire in proposito alle Camere (art. 11, L. 801/1977).

Nel ridisciplinare il segreto di Stato, il legislatore aveva tenuto conto di alcune indicazioni contenute nella sentenza della Corte costituzionale 86/1977. La pronuncia della Corte dichiarò l’illegittimità costituzionale degli artt. 342 e 352 c.p.p. allora vigenti nella parte in cui prevedevano che l’autorità giudiziaria informasse il Ministro di grazia e giustizia e non il Presidente del Consiglio dell’opposizione del segreto di Stato e nella parte in cui non prevedono che il Presidente del Consiglio debba fornire, entro un termine ragionevole, una risposta fondata sulle ragioni essenziali dell’eventuale conferma del segreto.

Oltre alla individuazione nella massima autorità politica dell’organo deputato ad adottare le decisioni definitive in materia di sicurezza e, quindi, anche in materia di segreto di Stato, la Corte fissò altri princìpi fondamentali, quali la necessità di circoscrivere rigorosamente le materie suscettibili di essere secretate, l’esclusione da queste dei fatti eversivi dell’ordine pubblico, l’obbligo di motivazione dell’opposizione del segreto, la responsabilità dell’esecutivo nei confronti del Parlamento che deve essere in grado di controllare le attività relative alla sicurezza[12].

 

Per quanto riguarda la tutela penale del segreto di Stato rilevano gli artt. 255-263 c.p.. In particolare, è previsto il reato di procacciamento di notizie concernenti la sicurezza dello Stato, punito con la reclusione da tre a dieci anni (art. 256 c.p.). Se il reato avviene a scopo di spionaggio politico o militare la pena minima è elevata a quindici anni di carcere (art. 257 c.p.).

La rivelazione di segreti di Stato è punita con la reclusione non inferiore a cinque anni (art. 261 c.p.).

 



[1]     D.P.C.M. 8 aprile 2008, Criteri per l'individuazione delle notizie, delle informazioni, dei documenti, degli atti, delle attività, delle cose e dei luoghi suscettibili di essere oggetto di segreto di Stato.

[2]     Tale disposizione recepisce un principio consolidato nella giurisprudenza costituzionale: “l’opposizione del segreto di Stato da parte del Presidente del Consiglio dei ministri non ha l’effetto di impedire che il pubblico ministero indaghi sui fatti di reato cui si riferisce la notitia criminis in suo possesso, ed eserciti se del caso l’azione penale, ma ha l’effetto di inibire all’autorità giudiziaria di acquisire e conseguentemente di utilizzare gli elementi di conoscenza e di prova coperti dal segreto. Tale divieto riguarda l’utilizzazione degli atti e documenti coperti da segreto sia in via diretta, ai fini cioè di fondare su di essi l’esercizio dell’azione penale, sia in via indiretta, per trarne spunto ai fini di ulteriori atti di indagine, le cui eventuali risultanze sarebbero a loro volta viziate dall’illegittimità della loro origine” (sent. 110/1998).

[3]     D.Lgs. 28 luglio 1989, n. 271.

[4]     Tale motivazione emerge dalla relazione illustrativa che accompagna la p.d.l. presentata da componenti del COPACO (A.C. 2070).

[5]     D.P.C.M. 3 febbraio 2006, Norme unificate per la protezione e la tutela delle informazioni classificate, art. 5.

[6]     Per i reati aventi come scopo l’eversione dell’ordinamento costituzionale si vedano gli artt. 270, 270-bis, 272, 280, 283, 284, 289-bis c.p. (reati di associazione sovversiva, terrorismo etc.). Un altro caso di non opponibilità del segreto di Stato è stato introdotto relativamente alle informazioni riguardanti l’uso delle mine antipersona, dalla legge 29 ottobre 1997 n. 374, Norme per la messa al bando delle mine antipersona (art. 10). Si ricorda peraltro che l’art. 3, co. 2, della legge 30 giugno 1994, n. 430, istitutiva della Commissione parlamentare di inchiesta sulla mafia ha previsto che “in nessun caso per i fatti di mafia, camorra e di altre associazioni criminali similari, costituendo essi fatti eversivi dell’ordine costituzionale, può essere opposto il segreto di Stato”.

[7]     Norme unificate per la protezione e la tutela delle informazioni classificate.

[8]     Norme di sicurezza per la tutela delle informazioni UE classificate, di attuazione della Dec. 29 novembre 2001 della Commissione delle Comunità europee.

[9]     Si veda in proposito la Relazione sulla politica informativa e della sicurezza e sui risultati ottenuti (semestre 22 novembre 1977 – 22 maggio 1978).

[10]    Si osserva che l’art. 202 c.p.p. (già art. 352) nella formulazione introdotta in origine dalla L. 801/1977 (art. 15) prevedeva che il giudice interpellasse il Presidente del Consiglio solamente nel caso ritenesse infondata la dichiarazione di segretezza. Alla formulazione illustrata si è giunti a seguito della riforma del c.p.p. operata con il D.P.R. 22 settembre 1988, n. 447.

[11]    Con la sentenza 110/1998, la Corte costituzionale ha stabilito che l’apposizione del segreto di Stato non inibisce in modo assoluto all’autorità giudiziaria la conoscenza dei fatti ai quali il segreto si riferisce, precludendo qualsiasi indagine anche se fondata su elementi di conoscenza altrimenti acquisiti, ma ha solo l’effetto di impedire l’acquisizione e l’utilizzazione di elementi di conoscenza e di prova coperti da segreto. Il divieto riguarda l’utilizzazione di atti e documenti coperti da segreto, sia in via diretta, al fine di fondare su di essi l’esercizio dell’azione penale, sia in via indiretta, per trarne spunto ai fini di ulteriori atti di indagine. Inoltre, ha aggiunto la Corte, i rapporti tra potere esecutivo e autorità giudiziaria devono essere improntati al principio di legalità e devono essere ispirati a correttezza e lealtà, nel senso dell’effettivo rispetto delle attribuzioni a ciascuno spettanti.

[12]    Tra le sentenze della Corte costituzionale in materia di segreto di Stato possono dunque ricordarsi le seguenti: 82/1976, 86/1977, 110/1998 (preceduta dall’ordinanza 426/1997), 410/1998 (preceduta dall’ordinanza 266/1998), 344/2000, 487/2000 (preceduta dalle ordinanze 320 e 321/1999), 295/2002. Si vedano anche le ordinanze 209/2003 e 404/2005.