Cambiamenti climatici e tutela dell’aria

Il Protocollo di Kyoto

Il Protocollo di Kyoto impegna i Paesi industrializzati ed i Paesi con economia in transizione a ridurre le emissioni di gas in grado di alterare l’effetto serra del pianeta entro il 2012.

 

Con il termine “Protocollo di Kyoto” si intende l’accordo internazionale sottoscritto il 7 dicembre 1997 da oltre 160 paesi partecipanti alla terza sessione della Conferenza delle Parti della Convenzione sui cambiamenti climatici (UNFCCC[1]). Oggetto del Protocollo è uno degli aspetti del cambiamento climatico: la riduzione, attraverso un’azione concordata a livello internazionale, delle emissioni di gas serra.

I paesi industrializzati (elencati nell’Annex I del Protocollo) si impegnano a ridurre le proprie emissioni entro il 2012. Il protocollo di Kyoto non prevede vincoli alle emissioni per tutti i paesi firmatari (oltre 160), ma solo per quelli compresi nell’elenco riportato nell’Annex I: una lista di 39 paesi che include i paesi OCSE e quelli con economie in transizione verso il mercato. Tale scelta è stata operata in attuazione del principio di “responsabilità comune ma differenziata” secondo il quale, nel controllo delle emissioni i paesi industrializzati si fanno carico di maggiori responsabilità, in considerazione dei bisogni di sviluppo economico dei PVS.

Obiettivo del Protocollo è la riduzione delle emissioni globali di sei gas, ritenuti responsabili di una delle cause del riscaldamento del pianeta: anidride carbonica (CO2), metano (CH4), ossido di azoto (N2O), esafluoruro di zolfo (SF6), idrofluorocarburi (HFCs) e perfluorocarburi (PFCs).

Gli impegni generali previsti dal Protocollo sono:

-   il miglioramento dell’efficienza energetica

-   la correzione delle imperfezioni del mercato (attraverso incentivi fiscali e sussidi)

-   la promozione dell’agricoltura sostenibile

-   la riduzione delle emissioni nel settore dei trasporti

-   l’informazione a tutte le altre Parti sulle azioni intraprese (cd “comunicazioni nazionali”)

La misura complessiva di riduzione deve essere del 5,2% rispetto ai livelli di emissione del 1990. L’onere, tuttavia, è stato ripartito fra i Paesi dell’Annex I in maniera non uniforme, in considerazione del grado di sviluppo industriale, del reddito, dei livelli di efficienza energetica.

Per garantire un’attuazione flessibile del Protocollo e una riduzione di costi gravanti complessivamente sui sistemi economici dei paesi soggetti al vincolo sono stati introdotti i seguenti meccanismi flessibili:

§       l’emission trading (commercio dei diritti di emissione)[2], in base al quale i paesi soggetti al vincolo che riescano ad ottenere un surplus nella riduzione delle emissioni possono “vendere” tale surplus ad altri paesi soggetti a vincolo che - al contrario - non riescano a raggiungere gli obiettivi assegnati;

§       la joint implementation (attuazione congiunta degli obblighi individuali)[3], secondo cui gruppi di paesi soggetti a vincolo, fra quelli indicati dall’Annex I, possono collaborare per raggiungere gli obiettivi fissati accordandosi su una diversa distribuzione degli obblighi rispetto a quanto sancito dal Protocollo, purchè venga rispettato l'obbligo complessivo. A tal fine essi possono trasferire a, o acquistare da, ogni altro Paese “emission reduction units”(ERUs) realizzate attraverso specifici progetti di riduzione delle emissioni;

§       i clean development mechanisms (meccanismi per lo sviluppo pulito)[4] , il cui fine è quello di fornire assistenza alle Parti non incluse nell’Annex I negli sforzi per la riduzione delle emissioni. I privati o i governi dei paesi dell’Annex I che forniscono tale assistenza possono ottenere, in cambio dei risultati raggiunti nei paesi in via di sviluppo grazie ai progetti, “certified emission reductions” (CERs) il cui ammontare viene calcolato ai fini del raggiungimento del target.

 

In base all’accordo le riduzioni dovranno essere conseguite nelle seguenti misure percentuali:

Protocollo di Kyoto

Impegni assunti[5]

Riduzione (entro il 2008-2012) dei gas serra rispetto ai livelli del 1990

Stati membri UE

8%

USA

7%

Giappone

6%

Canada

6%

Totale paesi Annex I

5,2%[6]

 

Il Protocollo di Kyoto riconosce all’Unione europea (che ha provveduto a ratificarlo in data 31 maggio 2002) la facoltà di ridistribuire tra i suoi Stati membri gli obiettivi ad essa imposti, a condizione che rimanga invariato il risultato finale. Con la decisione politica nota come accordo sulla ripartizione degli oneri (raggiunto nel Consiglio Ambiente del 16-17 giugno 1998) sono state fissate le seguenti percentuali di riduzione:

Austria

-13%

Italia

-6,5%

Belgio

-7,5%

Lussemburgo

-28%

Danimarca

-21%

Paesi Bassi

-6%

Finlandia

0%

Portogallo

+27%

Francia

0%

Regno Unito

-12,5%

Germania

-21%

Spagna

+15%

Grecia

+25%

Svezia

+4%

Irlanda

+13%

 

 

 

Il protocollo è diventato vincolante a livello internazionale il 16 febbraio 2005 in seguito al deposito dello strumento di ratifica da parte della Russia[7].

Si ricorda, infatti, che l’art. 24 del Protocollo ne ha previsto l’entrata in vigore 90 giorni dopo la ratifica da parte di almeno 55 paesi firmatari della Convenzione, comprendenti un numero di paesi dell’Annex I a cui sia riferibile almeno il 55% delle emissioni calcolate al 1990.

Il dibattito a livello internazionale

I risultati della Conferenza di Nairobi (COP12/MOP2)

In Kenya, a Nairobi, si è tenuta, dal 6 al 17 novembre 2006, la dodicesima Conferenza delle Parti (COP12[8]) e la Seconda Conferenza, dall'entrata in vigore del Protocollo, delle Parti che lo hanno ratificato (COP/MOP2[9]).

Nella stessa sede hanno avuto luogo anche le seconde sessioni dei cd. gruppi ad hoc per i nuovi impegni che i paesi industrializzati dovranno assumere dopo il 2012 (AWG-COM) e per il dialogo a lungo termine sull'obiettivo ultimo della UNFCCC (AWG-DIAL).

Durante lo svolgimento della COP-12 gli argomenti discussi hanno riguardato essenzialmente la gestione dei meccanismi e delle attività previste nella Convenzione UNFCCC. Sono stati altresì affrontati argomenti quali la lotta alla deforestazione, spesso illegale, nei paesi in via di sviluppo, di cui non si tiene conto nel protocollo di Kyoto; nonché le emissioni di gas serra derivanti dal trasporto aereo e marittimo, attualmente non conteggiate nel Protocollo.

La COP/MOP2 ha invece affrontato alcuni problemi critici per l'attuazione del Protocollo di Kyoto tra cui la definizione delle procedure sanzionatorie per i paesi che al 2012 risulteranno inadempienti nel raggiungimento dei loro obiettivi di riduzione.

Il principale argomento in discussione è stato quello[10] della modifica dell'attuale protocollo di Kyoto (in base all'art. 9 dello stesso protocollo) in una versione emendata che contenga nuovi impegni e nuove modalità di attuazione per il periodo successivo al 2012[11], quando l'attuale protocollo di Kyoto sarà scaduto. Dopo lunghe ed accese discussioni si è tuttavia convenuto di rinviare la questione al 2008, successivamente all’acquisizione del quarto rapporto dell'IPCC (che sarà pubblicato nel corso del 2007) e le prime conclusioni sulle strategie a lungo termine che il gruppo di lavoro ad hoc sul dialogo (AWG-DIAL) avrà raggiunto.

È stato inoltre concordato che il nuovo protocollo che entrerà in vigore successivamente al 2012 dovrà contenere chiari obiettivi per l'adattamento ai cambiamenti climatici comprese le modalità di cooperazione, in questo campo, tra paesi sviluppati ed in via di sviluppo.

Nell’ambito del gruppo relativo al dialogo a lungo termine (AWG-DIAL) la discussione è partita dal recente Rapporto Stern sui possibili danni alle economie nazionali e al prodotto lordo internazionale causati dai cambiamenti del clima. La discussione proseguirà prossimamente su due punti prioritari: le questioni dell'adattamento ai cambiamenti climatici, e le questioni delle nuove tecnologie per combattere i cambiamenti del clima.

 

Il Rapporto Stern

Tale rapporto, coordinato da Nicholas Stern, economista ed attuale consigliere del Governo Britannico, evidenzia come il costo degli effetti del cambiamento climatico possa far supporre una caduta del PIL mondiale tra il 5% ed il 20% e come l’attuazione di misure finalizzate ad evitare un aumento di più di due gradi centigradi della temperatura media, rappresenterebbe appena l’1% del PIL mondiale. Questo Rapporto elenca anche quali potrebbero essere le conseguenze del cambiamento climatico in diverse regioni del mondo, se si arrivasse a superare il suddetto aumento di temperatura, limite che si considera come massimo affinché siano ancora possibili forme di “contenimento”.

 

Si segnala, inoltre, che nel corso del Meeting ad alto livello dei ministri e capi di stato sono state evidenziate alcune priorità, tra cui l’urgenza di procedere dopo il 2012 a riduzioni più drastiche delle emissioni di gas serra.

Si ricorda, in proposito, che nel corso della Conferenza è stato presentato un documento che afferma che, per essere stabilizzate, le emissioni nella atmosfera debbono essere ridotte di almeno il 50% rispetto al 2000, sebbene non indichi in che data. La Germania ha proposto una riduzione del 30% entro il 2020, mentre la Finlandia a nome della UE ha ribadito la sua proposta di una riduzione fino al 60% entro il 2050. Altri paesi, tra cui gli USA, pur riconoscendo la necessità di raggiungere importanti obiettivi di riduzione non ritengono che la strada dei vincoli e degli obblighi sia percorribile.

I risultati dei Forum dei legislatori dei Paesi del G8+5

Washington, 14-15 febbraio 2007

Il 14 e il 15 febbraio 2007 si è tenuto a Washington il Secondo Forum dei legislatori del Dialogo sul cambiamento climatico dei Paesi G8 (Canada, Francia, Germania, Giappone, Italia, Regno Unito, Russia, Stati Uniti)+ 5 (Cina, India, Messico, Brasile e Sud Africa). Il Dialogo si pone l'obiettivo di discutere un accordo sui cambiamenti climatici «post 2012», ovvero sul periodo successivo alla prima scadenza del Protocollo di Kyoto sulla riduzione delle emissioni dei gas serra, al fine di stabilire la più ampia convergenza sugli obiettivi ambientali a livello mondiale.

Il Forum di Washington aveva l'obiettivo di presentare una piattaforma comune sul cambiamento climatico da sottoporre al successivo G8 di Heiligendamm (Germania).

Il Forum poneva come punto di partenza della discussione le conclusioni della prima parte del quarto “Assessment Report” dell’IPCC[12] pubblicata il 2 febbraio 2007, che ha accertato - con una probabilità del 95% - come siano state le attività dell'uomo condotte dalla rivoluzione industriale ad oggi a determinare il riscaldamento del pianeta.

 

Il Quarto Rapporto dell’IPCC

L’approvazione definitiva del quarto “Assessment Report” (AR4) dell’IPCC è prevista al termine della sessione che si terrà a Valencia, in Spagna, dal 12 al 16 novembre 2007. Una volta completato, tale rapporto costituirà la base scientifica del negoziato che si terrà, nel dicembre 2007, alla Conferenza Onu di Bali, in cui si dovrà decidere il futuro del Protocollo di Kyoto dopo la scadenza del 2012.

Tale rapporto sarà composto principalmente di tre parti, risultato di gruppi di lavoro specifici, che sono già state approvate ed ora consultabili sul sito internet del Comitato[13].

Nella prima parte, intitolata “I principi fisici di base”, viene sottolineato che le concentrazioni atmosferiche attuali di anidride carbonica e degli altri gas serra sono le più alte mai verificatesi negli ultimi 650.000 anni e che l’aumento dell’anidride carbonica atmosferica osservatosi negli ultimi 200 anni (pari ad oltre il 35%) è causato dallo squilibrio complessivo tra emissioni globali di anidride carbonica provenienti dalle attività umane ed assorbimenti globali naturali da parte del suolo degli oceani e degli ecosistemi terrestri e marini. In altre parole, rispetto all’effetto serra naturale è stato introdotto un effetto serra aggiuntivo. Per quanto riguarda l’evoluzione futura, secondo l’IPCC, l’ipotesi più probabile appare quella secondo cui l’aumento della temperatura media globale sarà compreso fra 0,6 e 0,7°C al 2030 e raggiungerà circa 3°C o poco più nel 2100. Tale ultimo innalzamento, se si verificasse, determinerebbe un innalzamento del livello del mare tra i 28 ed i 43 cm, purché, però, non si inneschino fenomeni non lineari o di destabilizzazione del sistema climatico (velocità del riscaldamento medio globale superiore a 0,4° C per decennio). In tal caso, infatti, i ghiacci della Groenlandia e quelli della penisola Antartica, potrebbero collassare e l’innalzamento del livello del mare potrebbe arrivare perfino a 7 metri, anche se ciò avverrà nei secoli successivi al 2100. Si segnala, inoltre, che la calotta polare artica (quella formata dai ghiacci galleggianti) potrebbe, nel 2100, scomparire durante i mesi estivi o comunque ridursi al 10% della attuale estensione e che gli estremi climatici quali le ondate di calore, le precipitazioni intense ed alluvionali delle medie ed alte latitudini, prolungati periodi di siccità alle medie e basse latitudini, diventeranno sempre più frequenti ed intensi.

Nella seconda parte, intitolata “Impatti, adattamento e vulnerabilità”, vengono descritte le conseguenze dell’effetto serra sulle popolazioni e sull’ambiente e viene sottolineato il rischio di spostamenti geografici di specie, perdite totali di biodiversità, riduzione della produttività agricola e delle risorse idriche in vaste aree. Oltre agli effetti fisici, il rapporto dell'IPCC prefigura anche scenari preoccupanti per quanto riguarda la salute soprattutto delle popolazioni dei paesi in via di sviluppo.

Il rapporto precisa che “alcune mosse per l'adattamento sono in corso, ma ancora molto limitate” e che “gli impatti sono destinati a crescere insieme alle temperature. E sebbene i primi impatti del cambiamento climatico possano essere arginati con misure di adattamento, queste avranno un minor impatto e un maggior costo via via che la temperatura aumenta”.

La conclusione della seconda parte è, dunque, che gli impatti negativi saranno inevitabili, che le vulnerabilità saranno aggravate dalla povertà e che le iniziative di adattamento vanno accompagnate da misure di mitigazione, ovvero di contenimento delle emissioni, sullo stile del Protocollo di Kyoto.

Nella terza parte, intitolata “Mitigazione dei cambiamenti climatici” e pubblicata all’inizio di maggio, l’IPCC – sottolinea che l'effetto serra si può contrastare senza costi esorbitanti (circa lo 0,12% nella crescita del PIL mondiale da qui al 2030), ma saranno cruciali i prossimi 20-30 anni e le emissioni dei gas responsabili devono cominciare a calare già dal 2015, per poi ridursi gradualmente e arrivare nel 2050 a un 50-85% in meno rispetto ai livelli del 2000. Un obiettivo giudicato realistico grazie alle innovazioni tecnologiche e che permetterebbe di contenere l'aumento della temperatura tra i 2 e i 2,4 gradi, soglia sopra la quale gli esperti ritengono si corrano gravissimi rischi per l'ambiente.

Nel rapporto viene ricordato, inoltre, che le emissioni di gas serra sono aumentate del 70% dal 1970 e che, senza un cambiamento di rotta sull'impiego dei combustibili fossili, cresceranno del 90% nei prossimi 25 anni. Per attuare tale cambiamento di rotta il rapporto suggerisce, tra l'altro, l'importanza delle energie rinnovabili, di frenare la deforestazione e di migliorare l'efficienza energetica, nonché di far aumentare il costo dei combustibili fossili, anche agendo sulla leva fiscale.

 

 

Il Forum è stato caratterizzato da due aspetti di particolare importanza nella politica relativa al cambiamento climatico.

Il primo è rappresentato dal radicale mutamento nell'orientamento americano rispetto al cambiamento climatico, annunziato dalla maggior parte dei rappresentanti statunitensi. Il tema del cambiamento climatico rappresenterebbe una priorità assoluta per gli USA, rispetto alla quale essi intenderebbero assumere la leadership mondiale.

Il secondo passaggio di particolare rilievo politico è stato rappresentato dalla posizione in merito ai gas serra dell'Europa, secondo la quale la realizzazione di interventi volti a fare in modo che la temperatura mondiale non aumenti più di 2 gradi centigradi rispetto ai livelli preindustriali è il primo risultato da conseguire, e la riduzione delle emissioni di CO2 nei Paesi UE del 20% da qui al 2020 è il primo passo da compiere. Tre sono gli elementi chiave che possono portare al conseguimento di tali risultati: un aumento globale dell'efficienza energetica; un sempre maggiore ricorso alle energie rinnovabili; l'utilizzo di incentivi economici.

Il Commissario europeo per l'ambiente Stravos Dimas, ha richiamato la risoluzione del Parlamento europeo che prevede la riduzione delle emissioni in tutti i paesi industrializzati del 30% in comparazione con il livello di emissioni del 1990 entro il 2020 al fine di conseguire una riduzione tra il 60 ed l'80 per cento entro il 2050. L'obiettivo che si intende perseguire a livello mondiale è quello di conseguire una riduzione dei gas serra del 50% nei paesi in via di sviluppo e tra il 60% e l'80% nei paesi sviluppati. Ovviamente per far ciò vi è la necessità di un accordo mondiale. I paesi industrializzati devono dare l'esempio perché nel 2020 i paesi in via di sviluppo influiranno sulla produzione di gas serra più dei paesi OCSE. I mezzi per conseguire tali obiettivi sono: in primo luogo, l'uso del mercato, attraverso il sistema di scambio di emissioni, che può diventare il nucleo portante; in secondo luogo, lo sviluppo della ricerca; in terzo luogo la lotta alla deforestazione, che contribuisce circa per il 20% all'aumento dei gas serra.

Anche la Cina, l'India ed il Brasile hanno manifestato l'intenzione di puntare quanto più possibile (la priorità per queste economie rimane pur sempre la lotta alla povertà) su forme di energia pulita e di favorire lo sviluppo sostenibile. Inoltre, hanno sostenuto la necessità di azioni congiunte tra i Paesi sviluppati e quelli in via di sviluppo dirette soprattutto al trasferimento di tecnologia.

Il Forum di Washington si segnala anche per alcuni interventi di carattere tecnico di particolare rilievo. Tra questi si richiama, in primo luogo, quello di Sir Nicholas Stern, economista ed attuale consigliere del Governo britannico, coordinatore del già citato rapporto, il quale ha ricordato come in esso si evidenzi chiaramente che i costi dell'inazione saranno di gran lunga superiori a quelli dell'azione. Da qui la necessità di un'azione urgente per ridurre le emissioni, che rappresenta l'unico modo per garantire una crescita a lungo termine di tutte le economie-sviluppate, emergenti e povere.

Lo stesso Presidente della Banca Mondiale, Paul Wolfowitz, si è soffermato sui costi economici dell'inazione a fronte del fenomeno del cambiamento climatico ed ha annunciato che la Banca Mondiale sta studiando misure volte a sostenere le economie dei Paesi in via di sviluppo che coniughino lotta alla povertà ed efficienza energetica.

Si è inoltre prestata attenzione alla questione dell'adeguamento agli inevitabili impatti del cambiamento climatico. La Banca Mondiale calcola, infatti, che questo fenomeno richiederà un'ulteriore somma compresa tra i 10 e i 40 miliardi di dollari l'anno. Si è evidenziato che, se non si interverrà subito per ridurre le emissioni, questa cifra aumenterà in modo impressionante e si determineranno gravi impatti sulla sanità pubblica e sulla disponibilità di risorse, inclusa l'acqua.

A conclusione del Forum è stata approvata una dichiarazione finale nella quale si chiedeva ai Governi dei Paesi del G8+5 di concordare, nel successivo Vertice G8, sugli aspetti chiave di un quadro post 2012 e di richiedere che i negoziati globali su tale quadro includano una serie di indicazioni, tra cui si ricordano: obiettivi a lungo termine per i Paesi sviluppati; obiettivi adeguati per le economie in via di sviluppo; incentivi per misure volte a ridurre la deforestazione; incentivi per politiche e misure di sviluppo sostenibili nei Paesi in via di sviluppo; programmi concentrati sulla formazione di capacità, sull'accesso alle tecnologie e sugli incentivi economici, per aiutare i Paesi in via di sviluppo a investire in tecnologie più efficienti e a basso impiego di carbonio.

Berlino, 3-4 giugno 2007

Nei giorni 3 e 4 giugno 2007 si è tenuto a Berlino il Terzo Forum dei legislatori del Dialogo sui Cambiamenti Climatici del G8+5 (Cina, India, Messico, Brasile e Sud Africa) ed il Primo Forum dei legislatori del Dialogo sul Disboscamento illegale dei Paesi del G8 riuniti assieme ai parlamentari dei Paesi maggiori produttori e consumatori di legname (Cina, India, Brasile, Camerun, Gabon, Ghana, Indonesia, Malesia, Papua Nuova Guinea, Perù, Repubblica Democratica del Congo e Repubblica del Congo).

Il Dialogo, nella prospettiva di discutere un accordo sui cambiamenti climatici «post-2012», intende concludere i propri lavori presentando una piattaforma comune sul cambiamento climatico al vertice dei Capi di Stato del G8 che si terrà in Giappone nel 2008 o, al più tardi, al Vertice G8 del 2009, che si terrà in Italia.

Anche il Dialogo sul Disboscamento illegale si prefigge l'obiettivo di seguire la discussione in ambito G8 e di sottomettere entro il 2008 al Vertice del G8 un «piano d'azione pratico ed analizzato da un punto di vista politico per far fronte al disboscamento illegale».

I lavori svoltisi a Berlino – che prendevano le mosse dai rapporti dell’IPCC e al termine dei quali ed è stata approvata una dichiarazione congiunta – si sono articolati in una prima fase politica, caratterizzata dagli interventi del Cancelliere tedesco Angela Merkel, del Primo Ministro giapponese Shinzo Abe e del Primo ministro britannico Tony Blair  ed in una seconda fase tecnica.

Nei richiamati interventi di carattere politico è stata sottolineata l’importanza di definire obiettivi chiari (perché, come sottolineato da Tony Blair, ciò è necessario per consentire una adeguata programmazione degli investimenti), ma soprattutto di una cornice internazionale vincolante (A. Merkel) ma anche flessibile, che consideri le particolarità di ogni paese e che tenga conto delle compatibilità tra ambiente e crescita economica (S. Abe).

Nell’ambito del Forum sul disboscamento illegale, il Ministro dell'ambiente tedesco S. Gabriel ha ricordato lo stretto collegamento tra il cambiamento climatico e la deforestazione e che, ogni anno, si perde una quantità di foreste per un'estensione pari a tre volte la superficie della Svizzera.

È stato inoltre ricordato che paesi quali il Brasile e il Camerun non hanno ancora ricevuto gli aiuti promessi dai Paesi sviluppati in cambio del blocco della deforestazione e che per combattere il disboscamento occorre innanzi tutto sradicare la povertà.

Per quanto concerne la delegazione italiana, l'onorevole Francescato ha, tra l’altro, ricordato la diffusione dell'illegal logging[14] in Amazzonia ed illustrato l'inventario redatto dal Corpo forestale dello Stato italiano, in base al quale, grazie all'utilizzo delle foreste, si profila per l'Italia un risparmio che va da 750 milioni al miliardo di euro in cinque anni (2008-2010 periodo di impegno del Protocollo di Kyoto - al valore attuale di borsa del carbonio per tonnellata), quantificabile, secondo le stime provvisorie allegate alla relazione presentata all’VIII Commissione (Ambiente) nella seduta del 20 giugno 2007, in 486 milioni di tonnellate di carbonio, corrispondenti a 1.782.068.000 Mg (tonnellate) di CO2.

Il ministro britannico per la biodiversità, B. Gardiner, ha annunciato che dall'aprile 2009 nell'Unione europea si accetterà solo legna prodotta legalmente, mentre fino al 2009 lo strumento di cui avvalersi è il FLEGT (Forest Law Enforcement, Governance and Trade), il piano d'azione europeo che propone misure volte ad accrescere le capacità dei Paesi in via di sviluppo di controllare il disboscamento illegale delle foreste e a ridurre il commercio di legna illegale tra questi paesi e l'UE.

Nell’ambito del dibattito sulla cattura del carbonio, l’on. Mereu ha sollevato alcuni problemi, sottolineando in particolare il problema relativo all'uso del carbone come unica fonte di sviluppo in un territorio, questione che pone anche in Italia problematiche identiche a quelle delle economie emergenti, dove è necessario coniugare sviluppo ed ambiente, con la conseguente necessità di tenere nel dovuto conto l'accettazione da parte delle popolazioni interessate di regole non ancora certe che potrebbero, tuttavia, rallentarne lo sviluppo.

In tema di fonti energetiche rinnovabili, è stata ricordata l'esperienza brasiliana nel campo dei biocombustibili ricavati dalla canna da zucchero, ma anche la necessità di prevedere certificazioni rispetto all'utilizzo di biomasse, volte ad attestare che la loro produzione non significhi un incremento di pesticidi e di fertilizzanti e di evitare che la produzione di biocarburanti (soprattutto mais) avvenga a danno delle grandi foreste pluviali.

Si ricorda, in proposito, che “una recente relazione delle Nazioni Unite ha fatto presente che, se non gestiti nel modo corretto, questi carburanti potrebbero provocare gravi danni all'ambiente e nuocere alla vita di milioni di persone” perché “le colture necessarie per la produzione di carburanti contendono i terreni alle colture alimentari e potrebbero pertanto mettere a repentaglio l'approvvigionamento alimentare. L'utilizzo di terreni destinati alla produzione di biocarburanti ha già comportato la deforestazione su vasta scala in alcune aree del mondo”[15].

Con la dichiarazione finale è stata ribadita la necessità che i leader del G8 sostengano l'avvio di negoziati su un quadro post-2012 alla 13a Conferenza delle Parti alla Convenzione Quadro delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici, che si terrà a Bali nel dicembre 2007, per poter concludere tali negoziati al più tardi entro il 2009. Le richieste indirizzate al G8 hanno invece evidenziato la necessità di:

§         rafforzare e allargare i mercati del carbonio esistenti;

§         sostenere la proposta della Commissione Europea relativa alla sigla di un accordo quadro internazionale sull'efficienza energetica;

§         favorire la cooperazione tra Paesi sviluppati e Paesi in via di sviluppo sul trasferimento di tecnologie pulite;

§         abolire gli incentivi alle tecnologie energetiche dannose per l'ambiente;

§         abolire le barriere tecniche e normative alla diffusione delle energie rinnovabili;

§         intensificare gli sforzi per affrontare il tema dell'adattamento;

§         ridurre la deforestazione sostenendo la creazione di un Partenariato Forest Carbon, mettendo a punto strumenti volti a ridurre le emissioni provenienti dalla deforestazione nei paesi in via di sviluppo, e di continuare a sostenere processi già in corso per la lotta al disboscamento illegale, quali il FLEGT.

Per quanto attiene la cattura e lo stoccaggio di carbonio, il Forum dei legislatori ha avanzato al G8 la richiesta di:

§         incrementare il sostegno ai programmi di ricerca nazionali e internazionali di cattura e stoccaggio del carbonio;

§         realizzare con urgenza un numero crescente di impianti «di dimostrazione su larga scala» a combustibili fossili con emissioni prossime allo zero;

§         assicurare, di concerto con l'industria, che tutte le nuove centrali elettriche a combustibili fossili dispongano anche di sistemi di cattura di CO2 a partire dal 2010 e, nei limiti del possibile, siano collocate vicino a potenziali siti di stoccaggio;

§         effettuare una mappatura geologica completa nei Paesi del G8+5, che consenta di identificare i siti potenzialmente più adatti allo stoccaggio di anidride carbonica nel sottosuolo;

§         accelerare la creazione del quadro giuridico, normativo e finanziario necessario per lo sviluppo del CCS (Carbon Capture and Storage) e di avviare una intensa campagna di informazione.

 

Il vertice G8 di Heiligendamm

Durante il vertice G8 di Heiligendamm, in Germania, tenutosi dal 6 all’8 giugno 2007, uno dei temi centrali è stato proprio il cambiamento climatico, e vi hanno partecipato, nel quadro di un dialogo allargato, anche i cinque maggiori paesi emergenti, Cina, India, Sudafrica, Messico e Brasile (cd. G8+5). Al termine dell’incontro è stato raggiunto un accordo di compromesso consistente:

§         nel riconoscimento della necessità di ridurre in modo sostanziale - ma senza precise indicazioni quantitative - le emissioni di gas serra per arginare il riscaldamento del pianeta;

§         nell’impegno a “considerare seriamente” la proposta di Unione europea, Canada e Giappone di dimezzare le emissioni globali entro il 2050.

 

Il vertice ha inoltre stabilito che entro il 2009 la comunità internazionale dovrà trovare un accordo sul dopo-Kyoto entro la cornice ONU e non, come era stato proposto dal presidente degli Stati Uniti alla vigilia del G8, al di fuori di essa. La prima fase negoziale è prevista nell’ambito della COP di Bali.

Tuttavia in tale contesto occorre sottolineare la posizione dei cd. paesi emergenti (Cina, India, Sudafrica, Messico e Brasile) - che rappresentano il 42% della popolazione mondiale e hanno un ruolo crescente nell’economia e nel commercio planetario - i quali hanno ribadito, in linea di principio, di non voler sacrificare la propria crescita ad un accordo internazionale per loro penalizzante.

Ciò poiché - secondo quanto affermato dal presidente cinese Hu Jintao davanti ai leader del G8 l’8 giugno 2007 e condiviso dal premier indiano Manmohan Singh - i Paesi in via di sviluppo hanno bisogno di consumare energia a sostegno delle proprie esigenze di industrializzazione, urbanizzazione e modernizzazione volte a migliorare la vita delle persone e non possono quindi accettare la fissazione di limiti che richiamino quelli posti dal Protocollo di Kyoto all’emissione di gas serra, anche sulla base del fatto che le emissioni pro-capite in tali Paesi sono sensibilmente inferiori a quelle dei paesi industrializzati.

Tuttavia, la firma del comunicato finale congiunto e l’enfasi in esso contenuta sulla diminuzione del ruolo del carbone, sul trasferimento di tecnologie pulite e sugli investimenti in questo settore, dimostrano una certa disponibilità, anche da parte della Cina, a partecipare comunque al processo in corso.

Probabilmente gli sviluppi futuri del negoziato vedranno il tentativo di raccogliere (in qualche misura) le istanze di Stati Uniti e Cina per dare fondamento - a partire dal 2012 - ad una seconda fase che non veda più esclusi i due Paesi ai quali si deve il maggior carico di emissioni di gas serra del Pianeta.

 

I risultati della Conferenza di Bali (COP13/MOP3)[16]

Come si è già avuto modo di sottolineare, il mandato della 13° Conferenza sulle Parti dell’UNFCCC, tenutasi a Bali dal 3 al 14 dicembre 2007, era di costruire un quadro di negoziazione e una roadmap per un accordo sui cambiamenti climatici volto a sostituire e andare oltre il Protocollo di Kyoto a partire dal 2012.

Dopo nove giorni di incontri a livello scientifico e tecnico, seguiti da quattro giorni di colloqui tra i ministri competenti, la Conferenza ha prodotto una roadmap che però non ha prodotto impegni vincolanti o targets precisi per la riduzione dei gas ad effetto serra, come auspicato invece dall’Unione europea. Decisiva in questo senso, è stata l’iniziale opposizione di alcuni Paesi, tra cui in particolare gli Stati Uniti.

L’iniziale veto statunitense era stato suscitato da una precisa richiesta dell’Europa: includere nella roadmap l’obiettivo per il 2020 di ridurre i gas serra in percentuali variabili tra il 25% e il 40%, cioè stabilire da subito che il futuro accordo climatico dovesse avere le stesse caratteristiche di Kyoto, con l’imposizione di quote precise e vincolanti.

Il compromesso per arrivare al consenso globale sul documento finale ha quindi visto gli europei rinunciare all’inserimento di tagli precisi delle emissioni (invece della forchetta 25-40% entro il 2020 si è parlato di “riduzioni severe delle emissioni globali”) ma ottenere la menzione, osteggiata dagli Usa, di un riferimento specifico al rapporto dell’IPCC come base scientifica cui i negoziati si devono agganciare.

Il testo della roadmap[17] sancisce che le parti si accorderanno “per azioni o impegni di mitigazione appropriata misurabili, verificabili e quantificabili a livello nazionale, incluse limitazioni quantitative delle emissioni e obiettivi di riduzione, da parte di tutti i paesi sviluppati, assicurando contemporaneamente la corrispondenza degli sforzi tra loro, tenendo conto delle differenze tra i diversi Paesi”. I Paesi in via di sviluppo dovranno adottare “azioni nazionali appropriate di mitigazione”.

Accordi si sono raggiunti anche sul fronte del trasferimento delle tecnologie, di cui si faranno carico i paesi industrializzati garantendo a quelli emergenti mezzi e strumenti per aiutarli a battersi contro il cambiamento climatico; sul fronte dell’adattamento (anche se in molti ritengono che il Fondo istituito per far fronte ai disastri climatici nei Paesi più vulnerabili sia del tutto insufficiente) e sul fronte della lotta alla deforestazione (un accordo per premiare i Paesi che salvaguarderanno le foreste tropicali, strumenti cruciali per ridurre le emissioni, per la loro capacità di “inghiottire” l’anidride carbonica).

Diversi osservatori hanno sottolineato che la natura generica della roadmap fa supporre che le difficoltà legate alle negoziazioni devono ancora arrivare: in particolare l’UE continuerà, molto probabilmente, a premere per dei target vincolanti di riduzioni di emissioni, soprattutto nel 2009 quando negli Stati Uniti ci sarà una nuova amministrazione.

Relativamente agli impegni futuri, la roadmap prevede quattro sessioni di negoziati a partire da marzo-aprile del 2008, che dureranno per due anni (l’ultima sessione si svolgerà nell’ambito della COP14 di Poznan, in Polonia, nel dicembre 2008), fino al Summit sul clima del 2009 fissato a Copenaghen, in cui si dovrà pervenire al nuovo accordo di riduzione dei gas serra.

 



[1] http://unfccc.int

[2] Previsto dall’art. 3 del Protocollo.

[3] Prevista dall’art. 6 del Protocollo.

[4] Previsti dall’art. 12 del Protocollo.

[5] Le percentuali di responsabilità nelle emissioni globali sono le seguenti: gli Stati membri UE sono responsabili del 22,1%, gli USA del 30,3%, il Giappone del 3,7%, il Canada del 2,3%.

[6] La percentuale di riduzione globale che il Protocollo si prefigge quale obiettivo è scesa - dopo l’abbandono del negoziato da parte degli Stati Uniti - dal 5,2% al 3,8%.

[7] Il notevole ritardo con cui si è pervenuti all’entrata in vigore, rispetto alla firma del protocollo medesimo, è stato principalmente causato dall'uscita dal Protocollo degli USA, che rappresentano da soli il 36% delle emissioni dei Paesi industrializzati.

[8]     Costituita da 189 Paesi.

[9]     Costituita da 157 Paesi.

[10] Affrontato nell’ambito dell’AWG-COM.

[11]    Si ricorda che l’impegno di aprire i negoziati per estendere il protocollo di Kyoto anche al periodo successivo al 2012 (in linea con quanto stabilito dall'art. 3.9 del Protocollo stesso) è stato assunto nel corso della COP11 – COP/MOP1 tenutasi a Montreal nel 2005. Nella stessa sede si è deciso di affidare tali negoziati a un gruppo di lavoro creato ad hoc, fra i paesi industrializzati al fine di considerare ulteriori obiettivi di riduzione per il periodo successivo al 2012, ed è stata inoltre sollecitata una conclusione di tali accordi il più veloce possibile, in modo da garantire che non vi sia alcun "buco" tra i due periodi di riferimento (2008/2012 e post 2012), che crei incertezza nel mercato delle emissioni.

[12] Intergovernmental Panel on Climate Change.

[13] http://www.ipcc.ch.

[14] Con tale termine vengono indicate le attività illegali nel campo forestale, che “includono il prelievo, trasporto, vendita e acquisto di legname in violazione di leggi nazionali. Il metodo di prelievo stesso può essere illegale se vengono esercitati atti di corruzione per ottenere l’accesso alle risorse forestali, il prelievo non è stato autorizzato o avviene all’interno di un’area protetta, vengono tagliate specie protette e infine viene effettuato un prelievo superiore ai limiti concessi. L’illegalità può verificarsi durante la fase di trasporto come nel caso di trasformazione ed esportazione illegale, false dichiarazioni doganali e l’evasione di tasse o altri contributi” (Greenpeace, WWF e FERN, Guardare in faccia la realtà - Come fermare l’importazione di prodotti forestali illegali nell’Unione Europea, aprile 2004.

[15]    http://cordis.europa.eu/fetch?CALLER=IT_NEWS&ACTION=D&SESSION=&RCN=28002.

[16] Tutti i documenti prodotti nell’ambito della Conferenza sono consultabili sul sito web dell’UNFCCC, all’indirizzo internet http://unfccc.int/meetings/cop_13/items/4049.php.

[17] http://unfccc.int/files/meetings/cop_13/application/pdf/cp_bali_action.pdf.