XVII LEGISLATURA

Allegato B

Seduta di Venerdì 5 dicembre 2014

ATTI DI INDIRIZZO

Risoluzione in Commissione:


      La VI Commissione,
          premesso che:
              l'articolo 22, comma 2, del decreto-legge n.  66 del 2014, sostituendo l'articolo 4, comma 5-bis, del decreto-legge n.  16 del 2012, ha previsto a decorrere dall'anno d'imposta 2014 una revisione — da effettuare con apposito decreto di natura non regolamentare del Ministro dell'economia e delle finanze, di concerto con il Ministro delle politiche agricole alimentari e forestali e il Ministro dell'interno — del perimetro dei comuni montani nei quali si applica l'esenzione IMU per i terreni agricoli;
              il suddetto decreto interministeriale, che doveva essere emanato entro novanta giorni dall'entrata in vigore della legge di conversione del decreto-legge n.  66 (la legge 23 giugno 2014, n.  89), e dunque entro il 22 settembre 2014, reca invece la data del 28 novembre 2014 e, al momento della presentazione del presente atto di indirizzo non era stato pubblicato nella Gazzetta Ufficiale, sebbene rimangano solo pochi giorni al 16 dicembre 2014, data di scadenza del pagamento del saldo IMU 2014;
              a seguito della revisione operata dal richiamato decreto interministeriale ai sensi del citato articolo 22, comma 2, l'esenzione IMU dei terreni agricoli viene articolata sulla base dell'altitudine del «centro» del comune, più precisamente:
                  a) per i comuni con altezza del centro fino a 280 metri tutti i terreni agricoli sono soggetti all'IMU secondo le modalità ordinarie (complessivi 3.911 comuni per una popolazione di 44 milioni di abitanti);
                  b) nei comuni con altezza del centro tra 281 e 600 metri sono esenti dall'IMU i terreni agricoli posseduti o anche solamente condotti da agricoltori professionali (2.568 comuni per una popolazione di 10 milioni di abitanti);
                  c) nei comuni con altezza del centro maggiore di 600 metri vige l'esenzione generale dall'IMU dei terreni agricoli (1.578 comuni per una popolazione di 3 milioni di abitanti);
              in forza di tali modifiche i terreni siti in comuni costieri il cui territorio è prevalentemente montano sono, per la gran parte, interamente esclusi dall'agevolazione; inoltre i nuovi criteri di esenzione non tengono in alcun conto della redditività delle colture tipiche delle diverse realtà territoriali, a vantaggio del mero criterio dell'altimetria;
              rispetto al precedente regime di agevolazione IMU, basato su un'apposita classificazione del 1993, oltre 4.000 comuni, per circa 27 milioni di abitanti, vedono ora modificata la tassazione IMU dei rispettivi terreni agricoli;
              si evidenziano gravi preoccupazioni circa l'impatto della revisione del regime fiscale dei terreni montani, che dovrebbe produrre un gettito aggiuntivo netto per i comuni interessati di complessivi 350 milioni di euro a decorrere dal 2014, con corrispondente riduzione del Fondo di solidarietà comunale 2014;
              in particolare, i dati per la determinazione di tale gettito sono molto incerti, in quanto dipendono non solo dalla consistenza complessiva della base imponibile di ciascun comune, ma anche dalle caratteristiche soggettive del possessore e dell'utilizzatore (i coltivatori professionali sono agevolati nella fascia intermedia), nonché dalla dimensione delle proprietà immobiliari (la legge prevede consistenti abbattimenti per i primi scaglioni di valore imponibile nel caso dei possessori-coltivatori professionali);
              l'estrema brevità del termine di pagamento, che scadrebbe il 16 dicembre 2014 — in corrispondenza con il saldo dell'IMU 2014 — e la non definita commisurazione dell'ammontare dell'imposta dovuta, che non è chiaro se debba avvenire applicando l'aliquota standard o l'aliquota stabilita dal Comune per i terreni agricoli, mettono concretamente in discussione l'effettiva riscossione del presunto gettito IMU aggiuntivo, nei termini sopra esposti;
              è necessario ridurre il più possibile l'impatto finanziario sugli enti locali di normative tributarie introdotte in prossimità della chiusura dell'esercizio finanziario e, al contempo, lasciare agli stessi enti spazi di autonomia impositiva e regolamentare,

impegna il Governo:

              a posticipare di almeno 60 giorni, rispetto alla scadenza del 16 dicembre prevista per il versamento del saldo IMU 2014, i termini di pagamento dell'IMU relativa ai terreni agricoli montani interessati dalle predette modifiche normative, in ragione dell'incertezza circa la debenza o meno dell'IMU sui predetti terreni, prevedendo inoltre, ai fini del calcolo dell'imposta dovuta, l'applicazione dell'aliquota di base dell'IMU di cui all'articolo 13 del decreto-legge n.  201 del 2011;
              a consentire ai comuni l'accertamento convenzionale degli importi risultanti dal decreto interministeriale di cui al primo periodo del citato articolo 22, comma 2, del decreto-legge n.  66 del 2014, sul bilancio 2014 a titolo di maggior gettito IMU, a fronte della riduzione corrispondente dell'assegnazione dal Fondo di solidarietà comunale, prevedendo parimenti che i comuni interessati dalla compensazione di cui all'ultimo periodo del suddetto comma 2 dell'articolo 22 accertino la relativa entrata quale integrazione del Fondo di solidarietà nazionale per il medesimo esercizio 2014;
              a valutare ogni possibile iniziativa per mitigare gli effetti della revisione dell'imponibilità IMU dei terreni agricoli, al fine di salvaguardare le zone svantaggiate e quelle a rischio idrogeologico, anche attraverso politiche di agevolazione fiscale mirate a favore delle piccole imprese agricole.
(7-00542) «Fragomeli, Causi, Sanga, Guerra, Capozzolo, Carbone, Carella, De Maria, Marco Di Maio, Fregolent, Ginato, Gitti, Lodolini, Moretto, Pastorino, Pelillo, Petrini, Ribaudo, Zoggia, Giovanna Sanna, Tentori, Casati, Marantelli».

ATTI DI CONTROLLO

PRESIDENZA DEL CONSIGLIO DEI MINISTRI

Interrogazione a risposta in Commissione:


      GRILLO. — Al Presidente del Consiglio dei ministri, al Ministro dell'interno. — Per sapere – premesso che:
          la Repubblica del 7 novembre 2014 a proposito delle corruttele ai danni dell'ENPAM, cosa che ha creato forti apprensioni nel mondo dei medici italiani, così scrive: «dichiara in una nota il deputato Pd Marco Di Stefano coinvolto nell'inchiesta sulla truffa all'Ente di previdenza dei medici. Ero a conoscenza dell'indagine per i fatti risalenti al 2008 rispetto alla quale ho già prodotto negli anni scorsi una dettagliata memoria, supportata da tutta la documentazione necessaria, che spiega e illustra il perché della mia estraneità ai fatti contestati e di cui riporto alcuni elementi»;
          il Corriere della Sera online del 21 novembre 2014 così riporta :«Soldi nascosti in alcune valigette, portati in Svizzera e depositati su due conti presso la Ubs di Ginevra. Centinaia di migliaia di euro occultati da Marco Di Stefano, il deputato del Partito Democratico accusato di aver preso tangenti in cambio di appalti tra il 2008 e il 2009 quando era assessore al Demanio e Patrimonio della Regione Lazio. I magistrati di Roma hanno dunque scoperto la pista che porta al denaro grazie alla collaborazione delle autorità elvetiche. E l'inchiesta sui lavori affidati agli imprenditori Antonio e Daniele Pulcini, ma anche ad altri costruttori capitolini, entra nella fase decisiva. Entro un mese il fascicolo potrebbe essere chiuso con la richiesta di rinvio a giudizio, svelando nuovi e inediti retroscena. Uno è già noto: nei suoi viaggi per arrivare oltreconfine il parlamentare, ex poliziotto, si faceva scortare dai suoi amici delle forze dell'ordine»;
          il Corriere della Sera del 28 novembre 2014 riporta a proposito della vicenda giudiziaria dei deputato Di Stefano che coinvolge trasversalmente anche esponenti di altre formazioni politiche, «l'europarlamentare di Forza Italia Paolo Bartolozzi: Si è vero, Guagnelli mi diede soldi per la mia campagna elettorale in contanti e attraverso una società ha portato denaro, ma era destinato sostenere la mia elezione, semplici contributi elettorali che ho in parte rendicontato. Sia attraverso società sia denaro contante, avrà pagato qualche cena...»;
          il Messaggero del 28 novembre va nella stessa direzione: «Buste piene di soldi bipartisan: all'ex assessore del Pd, oggi deputato, Marco Di Stefano, come all'ex europarlamentare di Forza Italia Paolo Bartolozzi. C’è anche il nome del politico azzurro tra quelli indicati a verbale da Daniele Pisciotta, l'autista di Alfredo Guagnelli sentito la scorsa settimana nell'inchiesta sulla misteriosa scomparsa del faccendiere. Pisciotta ha riferito di borsoni pieni di contanti che Guagnelli avrebbe consegnato personalmente. Erano gli affari e le frequentazioni buone dell'imprenditore che, stando alle indagini, avrebbe avuto rapporti anche con la malavita. Bartolozzi, secondo dei non eletti all'ultima tornata elettorale, non nega di essere stato amico di Guagnelli e conferma di avere ricevuto aiuti in campagna elettorale, ma ci tiene a precisare che i contributi erano regolari. «Nessuna busta – commenta adesso il politico – Guagnelli era un amico e mi ha dato una mano più volte durante la campagna elettorale con contributi anche economici attraverso una sua società, ma ho la ricevuta.». E intanto anche l'inchiesta sulla presunta corruzione di Di Stefano, connessa a quella sulla scomparsa di Guagnelli, va avanti: il parlamentare del Pd, accusato di corruzione e falso, è indagato pure per abuso d'ufficio. L'ipotesi è che abbia pilotato alcune commesse della Regione Lazio»;
          sul fenomeno delle scorte illegittime di forze dell'ordine già nel 2010 erano emersi fatti anomali con Gennaro Mokbel, come riportato dal Corriere della Sera del 7 marzo 2010 con la pubblicazione di uno spezzone di una intercettazione desecretata «Tu calcola che ne pago 80 su Roma, delle forze dell'ordine»... Un mito criminale, Gennaro Mokbel: il faccendiere nel carcere di Regina Coeli, arrestato nell'inchiesta sul riciclaggio che coinvolge Telecom Sparkle e Fastweb, così si vantava con un amico in una conversazione intercettata dai carabinieri del Ros dentro una Smart (...) Mokbel aveva almeno tre poliziotti che arrotondavamo lo stipendio facendogli da autista»;
          d'altronde nelle vicende giudiziarie di indagine su Claudio Scajola è noto che la scorta che aveva a disposizione andava ben al di là delle regole «di ingaggio», come riportato da La Repubblica, pagine di Genova, del 21 ottobre 2014, «Le intercettazioni e le indagini degli investigatori della Dia di Reggio e di Genova avevano permesso di scoprire come gli agenti, oltreché alla sicurezza del politico, si dedicassero anche all'accompagnamento della signora Matacena, in particolare per alcuni suoi spostamenti tra Imperia e Montecarlo, dove ha la residenza. Tanto che per il gip Reggio Calabria gli agenti risulteranno parte attiva e determinante a garantire agevoli spostamenti nel territorio italiano della moglie del Matacena». Sempre secondo il magistrato Scajola ne fece «un uso improprio» di evidente «spregiudicatezza». Il 15 gennaio del 2014 li mandò addirittura oltre confine come spiega alla sua segretaria: «Devono ricordare che se devono arrivare fino a Montecarlo, tanto molto vicini a lì... non gli facciamo dir niente a nessuno e... però non si devono portar dietro... gli attrezzi (le armi, ndr) loro, capito»  –:
          se la notizia della scorta, a giudizio dell'interrogante surrettizia e illegittima, all'onorevole Di Stefano risponda o meno a verità e se la scorta avesse anche funzioni logistiche per altre personalità di rilievo indagate dai PM romani;
          se la notizia fosse veritiera a che titolo all'onorevole Di Stefano avesse la disponibilità di detta scorta;
          se non sia sempre interdetta anche fuori dall'orario di lavoro l'attività di scorta per agenti delle forze dell'ordine;
          se la notizia fosse veritiera, se gli agenti di detta scorta siano stati identificati e se fossero eventualmente retribuiti per le prestazioni svolte;
          quali misure si intendano adottare per prevenire l'uso scorretto delle scorte ovvero l'uso di scorte surrettizie e illegittime, simbolo di una casta che umilia il ruolo delle forze dell'ordine, dato che già nel passato si è conosciuto il fenomeno di dette scorte in altre vicende sotto processo o in istruttoria, cioè le vicende giudiziarie Mokbel e Scajola. (5-04238)

Interrogazioni a risposta scritta:


      ROTTA. — Al Presidente del Consiglio dei ministri, al Ministro dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare. — Per sapere – premesso che:
          nella trasmissione Report del 16 novembre 2014 è emersa una vicenda di grave dissesto idrogeologico nel territorio del comune di Grezzana, dove si sarebbero aperte tra il 2011 e il 2013 profonde voragini. Sarebbe crollata anche la Strada provinciale dove tutte le mattine transitava lo scuolabus con decine di bambini a bordo. Secondo i cittadini e Legambiente, che hanno presentato esposti alla magistratura e richiesto il sequestro dell'area, le responsabilità sarebbero dell'azienda che ha scavato sotto la collina, la Micromarmo, presieduta dal Arturo Alberto presidente dei piccoli imprenditori di Verona;
          la stessa trasmissione denuncia che l'amministrazione provinciale e la giunta della provincia di Verona abbiano non solo effettuato controlli non adeguati alla gravità delle condizioni di dissesto del territorio ma che, alla vigilia dello scioglimento della giunta in attuazione della legge 56 del 2014, la giunta avrebbe deliberato un parere positivo alla richiesta di ampliamento della cava con prescrizioni di impatto ambientale per un aumento di superficie coinvolta di 40 mila metri quadrati;
          la trasmissione denuncia anche i potenziali conflitti di interesse degli amministratori locali — l'ex consigliere provinciale della Lega Nord e consigliere comunale Adelino Brunelli e il sindaco di Grezzana Mauro Fiorentini, che avrebbero vantaggi economici da tale ampliamento in quanto l'uno proprietario di terreni beneficiari di indennizzo per i diritti di scavo, e l'altro consulente della stessa ditta responsabile degli scavi;
          in attesa di espressione del nulla osta da parte della regione Veneto, e nel rispetto pieno dell'operato della magistratura, se il Governo sia a conoscenza della vicenda e se, anche alla luce di quanto previsto dall'accordo di programma tra il Ministro dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare e la regione Vento per la mitigazione del rischio idrogeologico, non si ravvisi pericoli nella stabilità idrogeologica del territorio del comune di Grezzana e quali iniziative, per quanto di competenza, intenda assumere in merito.
(4-07181)


      FRANCO BORDO, PLACIDO e ZACCAGNINI. — Al Presidente del Consiglio dei ministri, al Ministro delle politiche agricole alimentari e forestali, al Ministro del lavoro e delle politiche sociali. — Per sapere – premesso che:
          la Sofiter spa conta 150 dipendenti e da più di vent'anni fornisce servizi e competenze per l'erogazione dei fondi comunitari in agricoltura. Fa parte del raggruppamento temporaneo di imprese (RTI – di cui fanno parte anche AUSELDA e ALMAVIVA che ne è anche il mandatario) che opera con SIN (società partecipata al 51 per cento da AGEA e al 49 per cento da soci privati) e AGEA (Agenzia per le erogazioni in agricoltura) nella gestione dei servizi per l'erogazione dei fondi comunitari per il settore sviluppo rurale e nella realizzazione dei servizi per il portale SIAN (Sistema che raccoglie tutte le informazioni del comparto agricolo e rurale nell'ambito di supporto delle scelte di politica agricola e rurale);
          in particolare i lavoratori svolgono un ruolo fondamentale nella gestione di un servizio complesso è articolato finalizzato, fra l'altro, alla realizzazione di applicazioni informatiche fornendo assistenza e consulenza tecnica specialistica a tutti gli utenti istituzionali del sistema informativo agricolo nazionale (AGEA, regioni, SIN, CAA, Centro assistenza agricola, e altri organismi nazionali);
          le applicazioni informatiche realizzate dai lavoratori Sofiter sono propedeutiche all'attuazione delle disposizioni dell'Unione europea e di quelle integrative adottate a livello nazionale, per le misure a superfici e per quelle ad investimenti, previste dai programmi di sviluppo rurale, PSR. Le stesse consentono, nel contempo, di gestire tutto il flusso amministrativo finalizzato alla erogazione dei pagamenti previsti dalla politica agricola comune, coinvolgendo la maggioranza delle regioni italiane;
          da quasi tre anni, e in coincidenza con l'arrivo di un nuovo management, nonché di nuovi azionisti di maggioranza, l'azienda sembra attraversare una crisi che non trova soluzione. La crisi parrebbe connessa al contratto che lega la Sofiter a SIN e Agea. I lavoratori sono stati sottoposti ad un lungo periodo di contratto di solidarietà e cassa integrazione durante il quale la retribuzione non è stata praticamente mai regolare. Nonostante questo hanno sempre responsabilmente eseguito i loro compiti operandosi per evitare il disimpegno automatico (N+2) dei fondi comunitari, eseguendo le procedure di pagamento e tutte le procedure per la gestione delle domande di aiuto e di pagamento;
          i lavoratori Sofiter hanno indetto a partire da novembre 2014 lo stato di agitazione perché non hanno ricevuto alcuna rassicurazione o comunicazione a fronte delle numerose e reiterate richieste di conoscere i tempi di corresponsione delle mensilità arretrate, e le prospettive future dell'azienda. Ad oggi, né la rappresentanza sindacale unitaria né le organizzazioni sindacali hanno notizie certe e trasparenti sulla situazione finanziaria dell'azienda, a fronte di un contratto che sembra avere potenzialità economiche di portata non indifferente. I lavoratori Sofiter rifiutano l'idea di dover trascorrere per il terzo anno consecutivo situazioni di precarietà, ristrettezze e preoccupazioni, senza che nessuno, né l'azienda né gli utenti istituzionali coinvolti, diano un segnale di interessamento e manifestino la volontà di risolvere il problema sopra evidenziato;
          con lettera datata 1o dicembre 2014 la società Almaviva contestava ai lavoratori della Sofiter la iniziativa dello sciopero, indetto dall'assemblea dei lavoratori, stigmatizzando «i disservizi» che lo sciopero produrrebbe nella rendicontazione relativamente al settore dello sviluppo rurale al 31 dicembre 2014, scadenza improrogabile dei conti dell'organismo pagatore AGEA. Fatto singolare della missiva è che il rappresentante di Almaviva invoca il rispetto degli impegni e delle scadenze dei termini contrattualmente previsti, imputando ai lavoratori la responsabilità di ogni eventuale ritardo e inadempimento, e nello stesso istante «dimentica» a giudizio degli interroganti che è l'azienda ad aver disatteso gli obblighi contrattuali, tant’è che ad oggi, ai dipendenti della Sofiter non sono state corrisposte le mensilità di retribuzione a far data dallo scorso settembre  –:
          quali iniziative urgenti il Governo intenda intraprendere affinché i lavoratori Sofiter percepiscano quanto gli è dovuto contrattualmente, facendo così cessare lo stato di agitazione;
          alla luce di quanto illustrato in premessa, derivante da cause non imputabili ai lavoratori, cosa intenda fare il Governo, per quanto di competenza, per evitare il rischio di disimpegno dei fondi della precedente programmazione 2007-2013 del secondo pilastro della politica agricola comune. (4-07193)

AMBIENTE E TUTELA DEL TERRITORIO E DEL MARE

Interrogazioni a risposta scritta:


      CURRÒ. — Al Ministro dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare, al Ministro della salute. — Per sapere – premesso che:
          con decreto del dirigente generale dell'assessorato regionale territorio ed ambiente n.  15 del 23 gennaio 2014, registrato alla Corte dei Conti in data 7 marzo 2014, è stato finanziato nell'ambito del PIST n.  18 Milazzo — Ganimè — Eolie, il lotto di completamento di euro 5.910.000,00 del progetto pilota per la riduzione del carico inquinante attraverso misure alla rete stradale dei comuni ricadenti nell'area ad elevato rischio di crisi ambientale della provincia di Messina e nello specifico i comuni di Condrò, Gualtieri Sicaminò (Comune capofila), Pace del Mela, San Filippo del Mela, San Pier Niceto, Santa Lucia del Mela e Milazzo;
          il progetto esecutivo – «Progetto pilota per la riduzione del carico inquinante attraverso misure alla rete stradale dei Comuni ricadenti nell'area ad elevato rischio industriale» (II Lotto funzionale a completamento presentato dal Comune di Gualtieri Sicaminò [ME]) – è ammesso a finanziamento, nell'ambito del PO FESR Sicilia 2007/2013 attuazione della linea di Intervento 2.4.4.2 «Azioni di recupero e tutela della qualità dell'area nelle aree ad elevato rischio di crisi ambientale (reti di monitoraggio, ambientalizzazione degli impianti di produzione, incentivazione di processi di separazione/conversione e e/o riutilizzo della CO2 ivi compresi incentivi all'adozione di BAT – Best available technologies)»;
          in questo progetto pilota verranno eseguiti:
              a) interventi di consolidamento della pavimentazione con scarificazione a freddo e successivo rifacimento dello strato di usura;
              b) trattamento del nuovo asfalto, con prodotto foto-catalitico a base di biossido di titanio (Ti02);
          ripristino della segnaletica;
          un recente studio del professore Tschopp Jurg dell'università di Losanna, insinua il dubbio che le nano particelle (TiO2 e SiO2), e le non nano (ZnO), attivano il dominio pyrin NLR contenente 3 inflammasome (Nlrp3), e provocano e causano l'infiammazione polmonare attraverso il rilascio di IL- 1a e IL- 1β;
          secondo un secondo studio, pubblicato recentemente nel Journal of the American Chemistry Society, la TiO2 converte piccole concentrazioni di ammoniaca in ossido di azoto (NOx) utilizzando l'acqua come catalizzatore (la reazione prende velocità a circa il 30 per cento di umidità relativa e rallenta intorno al 50 per cento;
          quindi, un uso diffuso della tecnologia mangia-smog, riferisce Jonathan Raff, uno dei ricercatori, potrebbe comportare lo sprigionarsi di grandi quantità di ossido di azoto dalle superfici rivestite, che sono ormai il 13 per cento in un contesto urbano. Inoltre, i ricercatori puntano il dito anche sul fatto che molte particelle che si depositano sulle superfici anti smog, come alcuni nitrati, rischiano di proliferare se non eliminati attraverso una regolare pulizia;
          infine, anche il Niosh (National Institute for Occupational Safety and Health, Usa) ha classificato TiO2 nanoparticellare, ma non quello sub-microparticellare, come cancerogeno occupazionale e ne ha stabilito valori limite in ambito occupazionale differenti: 0.3 mg/m3 per il primo e 2.4 mg/m3 per il secondo  –:
          se il Governo intenda assumere iniziative urgenti, anche per il tramite dell'Istituto superiore di sanità e delle agenzie ministeriali specializzate, per approfondire le questioni evidenziate in premessa al fine di valutare se l'utilizzo di TiO2 nanoparticellare possa comportare rischi per la salute dei cittadini e, una volta completato questo accertamento, se non intenda comunicarne le risultanze ai comuni ricadenti nell'area ad elevato rischio di crisi ambientale della provincia di Messina;
          quali iniziative, anche di carattere normativo, intendano intraprendere al fine di garantire che l'utilizzo di TiO2 nanoparticellare avvenga nel rispetto di valori limiti idonei a garantire la tutela dell'ambiente e della salute dei cittadini, se del caso, anche escludendo tra le BAT (migliori tecniche disponibili) ogni trattamento con prodotto fotocatalitico a base di biossido di titanio (Tio2). (4-07186)


      SIBILIA, COLONNESE, SCAGLIUSI e TOFALO. — Al Ministro dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare, al Ministro per gli affari regionali e le autonomie. — Per sapere – premesso che:
          come risulta dalla documentazione presentata per la procedura della valutazione di impatto ambientale presso il settore ecosostenibilità della provincia di Avellino e per conoscenza alla direzione regionale per l'ambiente e l'ecosistema della regione Campania, all'autorità di bacino Campania Sud e interregionale del fiume Sele, all'ATO Alto Calore e al comune di Caposele, l'Acquedotto Pugliese spa con nota n.  223005 del 23 febbraio 2011 consegnava agli uffici competenti della regione Campania istanza di rinnovo della concessione per la derivazione e utilizzazione di acqua pubblica dalle sorgenti della Sanità nel comune di Caposele (Avellino) – decreto reale 11 maggio 1942 – medi moduli 3,63 di acqua;
          in seguito alla presentazione di tale istanza, il Ministero dell'ambiente, su richiesta dell'autorità di bacino interregionale del Sele, istituiva un tavolo tecnico interistituzionale con l'obiettivo di effettuare le valutazioni tecniche necessarie alla definizione delle modalità più adeguate per detto rinnovo;
          nel contempo, il settore «Ciclo integrato delle acque della regione Campania, con nota n.  2011 0470879 del 15 giugno 2011, invitava l'autorità di bacino interregionale del Sele a proseguire il procedimento di valutazione di compatibilità del prelievo di 363 l/s;
          dopo aver effettuato l'istruttoria tecnica, avendo tenuto conto di quanto stabilito circa il minimo deflusso vitale dal comitato istituzionale dell'autorità di Bacino, delle valutazioni del Comitato tecnico della stessa Autorità, delle risultanze del progetto MO.RI.CA., il settore «Ciclo integrato delle Acque» della regione Campania rilasciava parere favorevole alla grande derivazione d'acqua ad uso potabile della sorgente sanità del comune di Caposele (Avellino), per una portata massima di 363l/s, con decreto n.  19 dell'11 marzo 2014;
          intanto, l'Acquedotto Pugliese spa inoltrava, con nota n.  152862 del 14 dicembre 2012, alla regione Campania istanza di scoping per la procedura di valutazione di impatto ambientale in risposta a tale istanza, in data 31 gennaio 2013, con nota protocollo 77207, la regione Campania, settore tutela ambiente, indicava i soggetti competenti in materia ambientale e rappresentava la necessità di proseguire con la valutazione di impatto ambientale integrata con la valutazione di incidenza;
          di conseguenza l'Acquedotto Pugliese, con nota acquisita al protocollo regionale n.  282722 del 23 marzo 2014, rappresentava la volontà di chiudere la procedura di scoping e di procedere direttamente con la valutazione di impatto ambientale integrata con la valutazione d'incidenza;
          come risulta dall'albo pretorio on line della Provincia di Avellino, con avviso pubblico registrato in data 30 ottobre 2014, l'Acquedotto Pugliese spa provvedeva a depositare gli elaborati relativi alla «Procedura di valutazione di impatto ambientale» ai sensi dell'articolo 223 del decreto legislativo n.  15 del 2006, e successive modificazioni e integrazioni, per il progetto «Rinnovo della concessione per la derivazione e utilizzazione di acqua pubblica dalle sorgenti della Sanità in Comune di Caposele (Avellino) – Decreto Reale 11 maggio 1942 – medi moduli 3,63 di acqua»;
          il Piano d'ambito, dell'Autorità ambito territoriale ottimale 1 Campania, il cui aggiornamento è stato approvato il 21 dicembre 2012 con deliberazione n.  20, definisce lo stato del servizio a livello di ambito e stabilisce gli obiettivi di servizio su cui tendere, gli standard tecnici ed organizzativi, gli investimenti da realizzare e le risorse disponibili per realizzare quanto pianificato;
          il territorio irpino sta vivendo una fase di estrema difficoltà in ragione di emergenze inerenti alla salubrità delle acque potabili, come a Montoro e Solofra dove, in alcuni pozzi, sono state rilevate tracce di cloroetilene che ne hanno determinato il divieto di approvvigionamento;
          un eventuale rinnovo della concessione a favore dell'Acquedotto Pugliese andrebbe ad influire in modo irreversibile sui dati e sugli obiettivi contenuti nel piano di ambito adottato dall'ATO;
          la costruzione della Pavoncelli-bis, ossia il raddoppio della condotta idrica esistente che trasferisce l'acqua dall'Irpinia alla Puglia, va nella direzione di sottrarre ulteriori risorse idriche;
          lo stato attuale dei corsi d'acqua irpini è di un estremo quanto intollerabile degrado visto che non è garantito nella sostanza il «minimo deflusso vitale»  –:
          quali siano le risultanze del tavolo tecnico interistituzionale di cui in premessa. (4-07188)


      ALBERTI, BASILIO, COMINARDI e SORIAL. — Al Ministro dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare, al Ministro della salute. — Per sapere – premesso che:
          il giorno 2 dicembre 2014 si è tenuto a Brescia un convegno, organizzato dal dipartimento provinciale di Brescia dell'Agenzia regionale per la protezione dell'ambiente (di seguito ARPA), recante il titolo «Acciaio e microinquinanti – Un percorso verso la sostenibilità ambientale in provincia di Brescia» (http://ita.arpalombardia.it), durante il quale è stato illustrato uno studio relativo alle «Emissioni di diossine, furani e PCB nel comparto bresciano dell'acciaio»;
          il suddetto studio prende in esame gli impianti di produzione dell'acciaio che sul territorio bresciano effettuano la fusione del rottame mediante un forno ad arco elettrico; in particolare, esso analizza le emissioni in atmosfera degli inquinanti più pericolosi, quali diossine (PCDD), furani (PCDF) e policlorobifenili (PCB) confrontando i momenti precedenti e successivi al dosaggio effettuato mediante carboni attivi;
          con il termine generico di «diossine» si indica un gruppo di 210 composti chimici aromatici policlorurati – ossia costituiti da carbonio, idrogeno, ossigeno e cloro, suddivisi in due famiglie: dibenzo-p-diossine (PCDD, o più propriamente «diossine») e dibenzo-p-furani (PCDF, o «furani»); si tratta di idrocarburi aromatici clorurati, per lo più di origine antropica, particolarmente stabili e persistenti nell'ambiente, tossici per l'uomo, gli animali e l'ambiente stesso;
          l’International Agency for Research on Cancer (di seguito IARC) ha inserito le diossine nel gruppo 1 «Cancerogeni per l'uomo», ovvero la prima delle cinque categorie che individuano agenti, miscele ed esposizioni secondo l'Organizzazione mondiale della sanità; le diossine, classificate come sicuramente cancerogene, sono pertanto da ritenersi tossiche;
          è ormai nota la tossicità di sostanze come i policlorobifenili (PCB) e i bifenili polibromurati (PBB), che nei prossimi mesi saranno ufficialmente classificati dalla IARC come sicuramente cancerogeni e inseriti nel già citato gruppo 1, «Cancerogeni per l'uomo»;
          il predetto studio ARPA ha tenuto in considerazione tutti i congeneri dei PCB (PCB totali) ovvero i PCB «Dioxin-Like» (PCB DL), «PCB Marker» e altri 27 congeneri di PCB, anche in virtù dell'assenza, al momento, di un monitoraggio uniforme dei congeneri, come invece avviene per le diossine;
          a partire dagli anni Trenta del Novecento, i PCB sono stati sintetizzati e ampiamente utilizzati soprattutto nel comparto elettrico (come fluidi dielettrici nei trasformatori e nei condensatori) e, in minor misura, nel settore edile come componenti dei materiali da costruzione; attualmente se ne riscontra la presenza ancora in oli, plastiche e vernici, pertanto in molti rottami trattati;
          lo studio condotto dall'ARPA rivela emissioni di PCB considerevolmente superiori rispetto a diossine e furani, nell'ordine di mille volte (chilogrammi/anno contro grammi/anno); esso stima che le emissioni di diossine e furani senza trattamento variano da 20-75 g/anno – a seconda del numero di ore lavorate – a 4-15 g/anno, a seguito del trattamento dei fumi con i carboni attivi, con un abbattimento medio dell'80 per cento;
          al contrario, stando agli esiti di detto studio, l'impiego dei carboni attivi su PCB non sempre risulta essere efficace, poiché consente un abbattimento medio non superiore al 25 per cento passando da 8-30 kg/anno a 6-22 kg/anno; si specifica, inoltre, che tale dato è probabilmente influenzato dalla possibile formazione di nuovi PCB durante il processo produttivo;
          ad oggi, non esistono limiti specifici di legge ai quali riferirsi per le emissioni di PCB;
          dallo studio promosso da ARPA si evince inoltre che, tra quelli analizzati, gli impianti produttivi che registrano la maggior emissione di PCB in seguito all'impiego dei carboni attivi sono quelli di Calvisano (circa 4 kg/anno), Odolo (circa 3 kg/anno) e Ospitaletto (poco meno di 2 kg/anno);
          l'utilizzo dei carboni attivi per l'abbattimento degli inquinanti è stato introdotto dalle 13 aziende siderurgiche bresciane riunite nel consorzio RAMET solo nel 2012; prima di quella data si ipotizzano emissioni di questi composti persistenti, in quantità decisamente maggiori;
          un ulteriore, e rilevante, aspetto emerso dallo studio è la correlazione tra la concentrazione media di congeneri PCB DL prodotti dalle acciaierie bresciane e la concentrazione media degli stessi congeneri presenti nell'aria di Brescia (Chemosphere. 2013 Mar; 90(9):2352-7): è dimostrato che i due congeneri (PCB-118 e PCB-105) registrano in entrambi i casi i valori massimi;
          la correlazione vale anche per i congeneri PCB marker: anch'essi, in entrambi i casi, presentano una distribuzione di valori pressoché identica;
          tali dati inducono a dedurre la sussistenza di una stretta dipendenza tra la qualità dell'aria e l'attività delle acciaierie;
          studi più recenti di ARPA rilevano correlazioni simili anche per altri impianti e cicli produttivi, come diversi impianti fusori ed inceneritori;
          dei 38 impianti siderurgici che insistono sul territorio nazionale, ben 13 si trovano in provincia di Brescia  –:
          se i Ministri siano a conoscenza dello studio iniziato e sviluppato dal dipartimento di Brescia di ARPA, esposto in premessa;
          quali siano ad oggi i limiti emissivi di PCB e PBB per le varie tipologie di impianti e attività, in vigore nelle normative internazionali;
          se non ritengano doveroso assumere iniziative normative per introdurre dei limiti congrui per le emissioni di PCB e PBB che riducano l'impatto ambientale, anche attraverso le migliori tecnologie disponibili (BAT);
          se non ritengano opportuno assumere iniziative normative per introdurre l'obbligo di un pre-trattamento dei materiali in ingresso, basato sull'analisi della composizione merceologica e chimica degli stessi in relazione alla presenza di diossine e/o PCB, nonché alle emissioni potenzialmente correlate;
          se non ritengano doveroso assumere un'iniziativa normativa per introdurre l'obbligo della rilevazione in continuo delle emissioni dei microinquinanti, con fruizione istantanea e telematica anche da parte degli organi di controllo;
          se non ritengano opportuna l'istituzione di un Osservatorio nazionale contro la produzione di emissioni di PCB;
          se non considerino urgente avviare una seria indagine, volta a valutare con certezza le conseguenze ambientali e sanitarie a cui è stata ed è ancora oggi soggetta la popolazione della provincia di Brescia a causa della eccessiva concentrazione di forni fusori e delle elevate emissioni rilevate per il tramite dell'Istituto superiore di sanità;
          se non ritengano opportuno assumere un'iniziativa normativa per introdurre un limite che regoli la concentrazione, di impianti che emettono microinquinanti, in proporzione alla popolazione soggetta agli effetti di tali emissioni, sia direttamente che indirettamente (ad esempio attraverso l'assunzione di alimenti). (4-07190)

BENI E ATTIVITÀ CULTURALI E TURISMO

Interrogazione a risposta orale:


      ANTIMO CESARO. — Al Ministro dei beni e delle attività culturali e del turismo. — Per sapere – premesso che:
          con decreto dell'allora Ministro dei beni e delle attività culturali e del turismo, Massimo Bray, il 19 luglio 2013 è stata istituita la Commissione per la revisione del codice dei beni culturali e del paesaggio allo scopo di analizzare le principali questioni controverse riguardanti l'applicazione dell'attuale normativa (Codice dei beni culturali e del paesaggio decreto legislativo 42 del 2004) e di proporre soluzioni adeguate alle criticità riscontrate;
          il Codice dei beni culturali e del paesaggio costituisce il principale riferimento legislativo che attribuisce al Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo il compito di «tutelare, conservare e valorizzare il patrimonio culturale del nostro Paese»;
          il lavoro della Commissione sarebbe dovuto essere funzionale alla complessiva riforma del testo normativo, sulla base di una legge di delega del Parlamento che permettesse al Governo di far proprie le conclusioni della Commissione, attribuendovi valore normativo attraverso gli strumenti della legislazione delegata;
          la Commissione (presieduta dal professore Salvatore Settis e composta da Giuseppe Severini, Consigliere di Stato, da Paolo Carpentieri, capo dell'ufficio legislativo del Ministro dei beni e delle attività culturali e del turismo, da Gino Famiglietti, direttore regionale per i beni culturali e paesaggistici del Molise, e da Maria Laura Maddalena, magistrato del Tar) ha svolto regolarmente la propria attività, anche attraverso la partecipazione di rappresentanti del Ministro e dei Sottosegretari, durante la seconda metà dell'anno 2013 (insediandosi, per la precisione, il 9 agosto 2013) e l'inizio del 2014, giungendo ad affrontare tutte le questioni aperte riguardanti gli strumenti della tutela del patrimonio culturale (titolo II del codice) e paesaggistico (titolo III del codice), ed iniziando a discutere della disciplina in materia di valorizzazione dei beni storico-artistici e paesaggistici;
          nel febbraio 2014, a seguito delle dimissioni del Governo Letta ed all'insediamento del nuovo Ministro Dario Franceschini, la Commissione non si è più riunita, ed ha pertanto interrotto il proprio lavoro pur in assenza di qualunque provvedimento, da parte del nuovo rappresentante del Governo, che ne determinasse la caducazione ufficiale, mancando, peraltro, ogni decisione da parte delle Assemblee parlamentari sulla legge di delega che avrebbe dovuto essere alla base del programma di revisione del Codice dei beni culturali  –:
          quali misure intende adottare nei confronti della succitata Commissione per la revisione del Codice dei beni culturali e del Paesaggio. (3-01209)

ECONOMIA E FINANZE

Interpellanza:


      I sottoscritti chiedono di interpellare il Ministro dell'economia e delle finanze, il Ministro delle politiche agricole alimentari e forestali, per sapere – premesso che:
          gli interventi recentemente previsti per il settore agricolo appaiono nel complesso insufficienti, addirittura penalizzanti per sostenere il comparto a livello nazionale; le misure derivanti dalla riduzione delle aliquote agevolative in materia di accise sul gasolio, dal taglio dei fondi per il piano irriguo nazionale e dalla soppressione e ridimensionamento di enti di ricerca agricoli, determineranno gravi effetti in termini di sviluppo e di crescita a partire dal prossimo anno;
          tali disposizioni, a cui si affiancano ulteriori contraccolpi negativi, connessi ai recenti fenomeni alluvionali ed atmosferici, con intense grandinate che hanno devastato vaste aree ad elevata produttività agricola, cui si associano le conseguenze economiche negative sulle esportazioni, dettate dall'embargo della Russia sui prodotti agroalimentari, evidenziano nel complesso un quadro preoccupante in termini previsionali per l'intera filiera;
          le misure introdotte dal Governo Renzi, a partire dal suo insediamento, configurano, nei confronti del sistema imprenditoriale agricolo, un quadro generale insufficiente sul lato della crescita e di svantaggio con riferimento all'ulteriore innalzamento della pressione fiscale, scoraggiando di conseguenza gli investimenti per miglioramenti strutturali e la propensione all'ampliamento delle funzioni produttive;
          il decreto interministeriale del 28 novembre 2014, emanato a seguito delle disposizioni di cui all'articolo 22, comma 2, del decreto-legge 24 aprile 2014, n.  66 convertito, con modificazioni, dalla legge 23 giugno 2014, n.  89, che individua i comuni nei confronti dei quali si applica il regime di esenzione dell'imposta municipale unica — IMU per i terreni agricoli, rappresenta l'ultima di una sequela di misure inadeguate ed inique per l'intero comparto agricolo e agro-silvo-pastorale; il pagamento dell'imposta previsto retroattivamente entro il prossimo 16 dicembre, ed in unica soluzione (dopo circa un ventennio di esenzione di imposte patrimoniali sul comparto agricolo) rischia di interrompere ogni tentativo di aggancio all'auspicata ripresa economica e produttiva in maniera duratura;
          la recente decisione da parte del Governo di intervenire attraverso una modifica delle modalità relative all'applicazione delle misure contenute nel suesposto decreto-legge n.  66 per l'IMU agricola, a seguito della rivolta corale di numerose associazioni di categorie e di operatori agricoli del settore, che hanno indirizzato un urgente appello al fine di una rivisitazione di tali scelte discriminatorie (in particolare, quella riferita alla retroattività della norma), risulta, ad avviso degli interpellanti, ondivaga ed imprecisa nei termini esposti dal sottosegretario onorevole Baretta, con particolare riferimento all'obiettivo del rinvio stabilito del suindicato termine di dicembre;
          l'incoerenza dei criteri di calcolo adottati per il pagamento dell'IMU sui terreni in base all'altitudine in cui è situato il comune (così come risulta dal medesimo comma 2 dell'articolo 22, che rinvia ad un apposito elenco predisposto dall'Istituto nazionale di statistica), delinea un'inspiegabile disparità di trattamento tra campi confinanti appartenenti addirittura allo stesso proprietario, generando tensioni sul territorio che rischiano di attenuare l'importanza della positiva scelta di differenziare l'imposta a favore degli agricoltori professionali, coltivatori diretti e imprenditori agricoli iscritti nella relativa gestione previdenziale, che continuano a godere, in zone montane o di collina, della esenzione di tale imposta di natura patrimoniale;
          gli interpellanti evidenziano, altresì, che i tempi così ravvicinati tra l'emanazione del decreto interministeriale e la scadenza relativa agli adempimenti fiscali, in precedenza indicata nel 16 dicembre 2014 (ove non si intervenisse attraverso la sospensione iniziale del pagamento della tassa) rischiano di determinare gravi complicazioni finanziarie e procedurali per un numero esorbitante di proprietari terrieri in tutto il territorio nazionale, in relazione al considerevole numero dei tributi da versare alla medesima data, tributi che graveranno pesantemente sui bilanci di fine anno delle aziende agricole;
          secondo quanto risulta da un articolo pubblicato dal quotidiano «Il Sole 24Ore», pubblicato il 4 dicembre 2014, il pagamento dell'IMU sui terreni ex montani, sarà prorogato al giugno 2015, al fine di consentire al Governo di utilizzare tale lasso di tempo per rivedere i criteri di esenzione accompagnati da una forma di «accertamento convenzionale» dell'entrata, in quanto i 350 milioni di euro che i proprietari terrieri non più esenti avrebbero dovuto pagar sono già stati spesi nel mosaico delle coperture relative al cosiddetto bonus degli 80 euro e pertanto nel presente mese di dicembre 2014 i conti dei comuni non potranno più essere corretti;
          il medesimo articolo evidenzia inoltre che, all'indicata scadenza del giugno prossimo, in concomitanza con l'acconto della futura «tassa locale», si affianca la difficoltà nella ricerca dei nuovi criteri per l'individuazione dei contribuenti, per evitare un probabile contenzioso;
          a tal fine, per definire la geografia dei pagamenti, il comma 2 dell'articolo 22 del decreto-legge n.  66 ha diviso i comuni in tre fasce sulla base dell'altitudine al centro (misurata nel punto in cui si trova il municipio); l'esenzione totale sarebbe stata limitata ai comuni con altitudine superiore a 600 metri, mentre, tra 281 e 600 metri, il pagamento dell'IMU sarebbe escluso soltanto per i terreni posseduti da coltivatori diretti e imprenditori agricoli professionali, a differenza dei comuni fino a 280 metri, per i quali il pagamento avrebbe invece coinvolto tutti gli enti locali;
          gli interpellanti evidenziano a tale proposito che, essendo i terreni agricoli in genere non situati nelle piazze centrali dei comuni, l'introduzione di criteri così rigorosi, come quelli previsti dal decreto interministeriale, finirebbero per ignorare la geografia di tanti comuni d'Italia: dalle Cinque Terre alla costiera amalfitana, al Monferrato o in Umbria, i cui centri abitati sono situati ad una altitudine inferiore rispetto ad ampie aree del territorio;
          ulteriori profili di criticità che emergono dai criteri previsti del decreto interministeriale in precedenza richiamato (sulla base dell'altitudine riportata nell'elenco dei centri italiani predisposto dall'ISTAT), con effetti altamente penalizzanti nel caso non si intervenisse con provvedimenti sospensivi, si evidenziano in maniera diretta e particolarmente accentuata nei territori regionali della Puglia e la Basilicata;
          tra l'altro le medesime regioni, fino al 2013, erano esentate ai fini dell'IMU per i terreni agricoli, rispettivamente per il 56 per cento i comuni pugliesi e per il 98,5 per cento per quelli lucani; dal 2014 solo il 6 per cento degli enti locali pugliesi potrà godere dell'esenzione in modo automatico, mentre il 15 per cento potrà beneficiare dell'esonero limitatamente ai terreni posseduti da coltivatori diretti e imprenditori agricoli professionali iscritti nella previdenza agricola; mentre per quelli della Basilicata soltanto il 57 per cento potrà godere dell'esenzione in modo automatico, con il 39 per cento che sarà invece dispensato dal pagamento (anch'essi limitatamente ai terreni agricoli posseduti da coltivatori diretti ed imprenditori agricoli professionali iscritti nella previdenza agricola);
          gli interpellanti a tal fine evidenziano come il quadro decisionale previsto dal Governo attraverso il decreto-legge n.  66 relativo all'applicazione dell'IMU agricola, si caratterizzi negativamente per la retroattività del pagamento dell'imposta stabilita a decorrere dal 2014, che viola ancora una volta il principio sancito dallo «statuto del contribuente» secondo il quale le disposizioni tributarie non possono prevedere adempimenti a carico dei contribuenti, la cui scadenza sia fissata prima del sessantesimo giorno dalla data dell'entrata in vigore o dell'adozione dei provvedimenti di attuazione in esse previsti;
          l'eventuale decisione di posticipare il pagamento della tassa regionale sui terreni agricoli nei riguardi dei proprietari terrieri, a giudizio degli interpellanti, ove fosse confermata, rappresenterebbe una decisione politica ed economica inopportuna, che determinerebbe ulteriori effetti negativi per l'agricoltura e l'agroalimentare nazionale, già pesantemente dilaniati da una pluralità di eventi dannosi;
          le ripercussioni negative si estenderebbero, inoltre, anche al sistema imprenditoriale agrituristico, già compromesso da una pressione fiscale e contributiva esorbitante, nonostante il trend positivo, in particolare nelle regioni del Mezzogiorno, di nuove imprese; al numero di figure giovanili imprenditoriali non corrispondono evidentemente adeguate politiche migliorative volte a sostenere il ricambio generazionale, come dimostrato in maniera palese dall'operato del Governo in carica;
          gli interpellanti, in definitiva, in considerazione delle articolate osservazioni in precedenza riportate, rilevano la necessità di prevedere una rapida correzione delle disposizioni relative alla reintroduzione dell'IMU sul terreni agricoli, collegata all'altitudine del comune, procedendo alla soppressione definitiva dell'imposta, al fine di evitare pertanto un'ulteriore appesantimento fiscale sul comparto agricolo e agroalimentare che determinerebbe gravissime ripercussioni sul piano produttivo e occupazionale per l'intera filiera  –:
          quali orientamenti, nell'ambito delle rispettive competenze, intendano esprimere con riferimento a quanto esposto in premessa;
          se non ritengano opportuno chiarire in maniera più specifica quali siano gli intendimenti del Governo, anche a seguito degli atti di indirizzo e controllo presentati sull'introduzione dei nuovi parametri per l'individuazione dei comuni esonerati dall'applicazione dell'IMU agricola, sulla base dell'altitudine riportata nell'elenco predisposto dall'Istituto nazionale di statistica (ISTAT);
          se non convengano che l'impostazione adottata per la composizione dell'elenco medesimo, oltre a modificare retroattivamente la disciplina del pagamento dell'imposta municipale unica — IMU per i terreni agricoli (che rappresenta una reiterata inosservanza dello statuto del contribuente) costituisca una decisione iniqua e penalizzante per l'intero tessuto imprenditoriale agricolo e agrituristico nazionale dettata ancora una volta ad avviso degli interpellanti dall'esigenza di «fare cassa», che non considera, nella politica economica in atto, le più che evidenti difficoltà che persistono in un'economia che ristagna;
          se a tal fine non ritengano opportuno assumere iniziative per prevedere la soppressione definitiva dell'imposta municipale unica sui terreni agricoli, a prescindere dalla collocazione e altitudine geografica e definire misure compensative che non appesantiscano ulteriormente il settore produttivo agricolo, con l'introduzione di ulteriori imposte, considerato che la decisione di rinvio del pagamento del tributo, per i proprietari terrieri al prossimo giugno 2015, come stabilito dal Governo, rischia di accrescere ulteriormente le difficoltà delle attività agricole e agrituristiche specie quelli collinari, che proprio per loro le caratteristiche e peculiarità, non possono essere penalizzate dall'imposizione di una tassa, come quella dell'IMU, che potrebbe definitivamente compromettere alcune particolari realtà nazionali;
          in caso contrario, quali iniziative intendano intraprendere, per quanto di competenza, al fine di prevedere interventi in favore delle imprese agricole e agroalimentari, in grado di equilibrare la decisione di imporre il pagamento dell'IMU sui terreni agricoli e nei confronti di un sistema agricolo e agroalimentare già vessato oltremisura da disposizioni fiscali e contributive particolarmente gravose, che rischiano di pregiudicare gli scenari futuri di tante attività legate al comparto che, al contrario, andrebbero tutelate e valorizzate.
(2-00778) «Brunetta, Palese, Faenzi, Catanoso, Fabrizio Di Stefano, Riccardo Gallo, Russo, Altieri, Chiarelli, Ciracì, Distaso, Fucci, Galati, Latronico, Marti, Occhiuto, Petrenga, Elvira Savino, Sandra Savino, Sisto, Gelmini».

Interrogazione a risposta orale:


      CAUSIN. — Al Ministro dell'economia e delle finanze, al Ministro dello sviluppo economico. — Per sapere – premesso che:
          mentre i prezzi del petrolio continuano a scendere in maniera inesorabile, quelli della benzina rimangono invariati;
          il prezzo del petrolio è sceso ai minimi da 5 anni: i future sul Light crude calano di 2,09 dollari attestandosi a 64,06 dollari, dopo aver toccato un minimo dal luglio 2009 di 63,72 dollari, mentre quelli sul Brent scendono di 2,20 dollari arrivando a 67,96 dollari, dopo aver sfiorato anch'essi un minimo da ottobre 2009 di 67,82 dollari;
          il prezzo della benzina dovrebbe, pertanto, subire un ribasso e comportare un bel risparmio per i cittadini. Ma così non è e il prezzo medio si mantiene stabile a quota 1,7 euro al litro a fronte degli 1,2 euro di 5 anni fa, il 29 per cento in più;
          causa dell'aumento del prezzo della benzina sono l'incremento dell'IVA e delle accise, i costi di raffinazione, l'andamento del cambio;
          sembra che nel 2015 in Italia il costo continuerà a salire a causa dell'aumento delle accise pari ad 8 centesimi al litro, passando da 0,56 cent al litro di 4 anni fa a 0,73 cents al litro di oggi  –:
          quali iniziative il Governo intenda adottare per calmierare i prezzi, evitare un nuovo aumento delle accise, ponendo fine a questa situazione che causa una lentezza nell'adeguamento dei prezzi che avviene al rialzo e mai al ribasso.
(3-01208)

Interrogazioni a risposta scritta:


      CANCELLERI. — Al Ministro dell'economia e delle finanze. — Per sapere – premesso che:
          sono 50 mila le associazioni che beneficiano del cinque per mille e tra queste risultano enti senza scopo di lucro, che forniscono servizi a ristrette categorie professionali come notaio avvocati, o addirittura al mondo della politica, senza impatti sociali;
          molte organizzazioni, pur non avendo finalità di lucro, non producono alcun tipo di valore sociale, rivolgendosi esclusivamente ai soci o iscritti, senza rispondere a criteri di misurabilità dell'utilità sociale prodotta;
          viene preclusa la partecipazione per gli enti di diritto pubblico al finanziamento delle attività di tutela, promozione e valorizzazione dei beni culturali e paesaggistici e tali risorse, invece, vengono dirottate su enti privati spesso non specializzati nel campo del restauro e della conservazione che sviluppano, spesso, progetti assai discutibili e, pertanto, poco interessanti per i contribuenti  –:
          se non si ritenga necessario intraprendere un'attività di audit dell'Agenzia delle entrate sul comportamento degli intermediari in potenziale conflitto di interesse, al fine di tutelare la libera scelta dei contribuenti;
          se si intendano assumere iniziative per dare la possibilità di scegliere direttamente nella scheda l'opzione della destinazione del 5 per mille a favore delle attività di tutela, promozione e valorizzazione dei beni culturali e paesaggistici;
          se non sia il caso di costituire un unico elenco annuale di tutti i beneficiari, con il relativo numero di contribuenti e di importo, in nome del principio di trasparenza e lealtà verso i contribuenti che attivamente decidono di destinare il loro cinque per mille. (4-07184)


      ALTIERI, CIRACÌ, MARTI, CHIARELLI, DISTASO, FUCCI e SISTO. — Al Ministro dell'economia e delle finanze, al Ministro delle politiche agricole alimentari e forestali. — Per sapere – premesso che:
          l'agricoltura del Mezzogiorno, ed in particolare quella della regione Puglia, è interessata oltre che da elementi sfavorevoli, connessi alla persistente crisi economica e finanziaria, anche da fattori naturali di svantaggio, quali la «xylella fastidiosa» (un fenomeno batteriologico di particolare gravità), la peronospora (che rappresenta un genere di funghi microscopici che ha interessato l'80 per cento dei vigneti, con gravissimi danni alle colture olivicole e cerealicole), a cui si aggiungono eventi legati ai numerosi furti di quintali di olive, che hanno determinato non solo danni economici, ma anche rischi per la salute (in considerazione del fatto che l'olio trafugato può essere trattato in qualunque modo, senza controlli sanitari);
          all'elevata tassazione fiscale e contributiva, che grava sulle imprese agricole e agroalimentari, soggette al pagamento di una serie di imposte, che scadono il 16 dicembre 2014, si aggiunge il versamento (dopo circa un ventennio di esenzione di imposte patrimoniali) che le aziende agricole pugliesi dovranno corrispondere al fisco locale, che riguarda l'imposta municipale unica – IMU, peraltro in un'unica soluzione e in maniera retroattiva, come stabilito dal decreto interministeriale del 28 novembre 2014, che segue le disposizioni indicate dall'articolo 22, comma 2, del decreto-legge 24 aprile 2014, n.  66 convertito, con modificazioni, dalla legge 23 giugno del 2014 n.  89;
          la recente decisione del Governo di sospendere il pagamento del tributo previsto nel suindicato termine del 16 dicembre, a seguito della rivolta corale delle associazioni agricole pugliesi e degli operatori economici del medesimo comparto, rinviando la scadenza probabilmente al giugno 2015, ai fini di una revisione dei criteri di esenzione, a giudizio degli interroganti, oltre a rappresentare una decisione insufficiente e inadeguata, conferma nuovamente un disordine organizzativo da parte dello stesso Esecutivo nel disciplinare l'ordinamento tributario relativo agli enti locali;
          secondo quanto emerge dalle risposte del Governo ad alcuni atti di sindacato ispettivo, recentemente presentati, le correzioni che il Governo medesimo si appresta a introdurre, per rivedere i criteri applicativi relativi al pagamento dell'IMU sui terreni in base all'altitudine in cui si trova il comune, in realtà altro non costituiscono che un mero differimento dei termini, la cui scadenza coinciderà con l'acconto della futura «tassa locale» (il cui avvio è previsto proprio il prossimo mese di giugno);
          tale decisione sembra confermata da un articolo pubblicato dal quotidiano «Il Sole 24 Ore» del 4 dicembre, che riporta a tal fine le intenzioni del Governo di sfruttare la proroga del pagamento dell'IMU sui terreni agricoli, per individuare criteri meno sbilanciati rispetto a quelli attuali, criteri che così come formulati evidenziano una inspiegabile disparità di trattamento tra campi confinanti appartenenti addirittura allo stesso proprietario;
          gli interroganti rilevano a tal proposito, che secondo quanto risulta da un articolo pubblicato dal quotidiano «La Gazzetta del Mezzogiorno», il 30 novembre 2014, il citato decreto interministeriale stabilisce (contrariamente a quanto originariamente previsto) che a decorrere dal 2014, continueranno a essere esentati dal pagamento dell'IMU, soltanto i possessori di terreni che si trovano nei comuni situati oltre 600 metri sul livello del mare o in centri aventi un'altitudine compresa fra i 281 e i 600 metri, solo se posseduti da coltivatori diretti o imprenditori agricoli professionali iscritti nella previdenza agricola;
          per tutti gli altri terreni, ricadenti in comuni pugliesi aventi un'altitudine non superiore a 280 metri, il medesimo decreto interministeriale (prosegue il medesimo articolo) dispone invece, l'obbligatorietà del pagamento per l'intero importo del tributo;
          con riferimento ai 258 comuni pugliesi, l'esenzione dell'IMU fino al 2013 prevista per i terreni agricoli situati in ben 145 centri, sarà pertanto confermata per 17 comunità locali (situate all'interno della provincia di Foggia), in quanto aventi un'altitudine superiore ai 600 metri;
          negli altri 39 centri abitativi della Puglia (in quanto aventi un'altitudine compresa fra i 281 e i 600 metri) l'esenzione resterà in vigore, a condizione che i terreni siano posseduti da coltivatori diretti e imprenditori agricoli professionali iscritti nella previdenza agricola;
          gli interroganti evidenziano le misure contenute nel richiamato decreto interministeriale rappresenterebbero, ove non s'intervenisse con un provvedimento sospensivo, un enorme penalizzazione in termini economici e di competitività per l'intera filiera agricola e agroalimentare pugliese;
          a parere degli interroganti, occorre rilevare infatti che se in Puglia, fino al 2013, il 56 per cento dei comuni godeva dell'esenzione ai fini IMU per i terreni agricoli, dal 2014 solo il 6 per cento degli stessi potrà godere dell'esenzione in modo automatico, mentre il 15 per cento potrà beneficiare dell'esonero, limitatamente ai terreni posseduti a coltivatori diretti e imprenditori agricoli professionali iscritti alla previdenza agricola;
          anche le 61 comunità locali della provincia di Lecce, saranno nella loro totalità coinvolte negativamente dai criteri previsti dal decreto interministeriale, in quanto, secondo la verifica del tributarista, saranno assoggettate al pagamento dell'IMU, a differenza dei parametri stabiliti fino al 2013, che consideravano montani e pertanto esentati dal tributo, i comuni salentini soltanto per una questione di centimetri;
          a tal proposito, continua il medesimo studio, è opportuno valutare che l'elenco previsto dall'ISTAT, considera l'altitudine sul livello del mare per ogni comune calcolata in corrispondenza del municipio;
          tale disposizione in realtà, a parere degli interroganti, è quantomeno paradossale, se riferita a tutti quei proprietari di terreni agricoli situati ad un'altitudine superiore ai 600 metri (ovvero a 281 metri), ma ricadenti nel territorio di un centro riportato nel suddetto elenco con un'altitudine inferiore ai 600 metri (ovvero a 281 metri);
          gli interroganti rilevano, in considerazione delle articolate complessità derivanti dalla reintroduzione della citata imposta di natura patrimoniale, il cui pagamento è previsto retroattivamente a decorrere dal 2014, che tale decisione violerebbe ancora una volta, i principi previsti allo «statuto del contribuente», in virtù dei quali le disposizioni tributarie non possono prevedere adempimenti a carico dei contribuenti la cui scadenza sia fissata precedentemente al sessantesimo giorno dalla data dell'entrata in vigore o dell'adozione dei provvedimenti di attuazione in esse previsti;
          i suesposti rilievi critici, a parere degli interroganti, ove non si introducessero misure urgenti volte inizialmente a sospendere il pagamento del tributo e successivamente a sopprimere la norma tributaria, rischiano infatti di determinare gravissime ripercussioni per l'agricoltura pugliese già pesantemente interessata da una pluralità di eventi dannosi;
          l'impatto economico sul tessuto imprenditoriale che coinvolge direttamente anche il sistema agrituristico pugliese (ad alto richiamo turistico nazionale ed internazionale), impatto che si verrebbe a configurare per i comuni a causa dell'impostazione dei nuovi criteri relativi al pagamento dell'IMU sui terreni agricoli, ove fosse confermato il semplice differimento dei termini del pagamento dell'imposta a giugno 2015, non potrà infatti che determinare conseguenze fortemente negative e penalizzanti per l'intera economia pugliese già interessata da una crisi economica e occupazionale senza precedenti;
          la scelta di colpire un settore importante per l'economia nazionale ed in particolare, quella del Mezzogiorno aggravandolo con una nuova tassa, a copertura del bonus degli 80 euro, per reperire 350 milioni di euro, dimostra a parere degli interroganti, la scarsa attenzione del Governo Renzi e un quadro di politiche di sviluppo e di rilancio delle aree sottosviluppate del Paese, che rischia di accrescere fortemente i ritardi del Mezzogiorno con il resto dell'Italia ed in parte dell'Europa;
          a giudizio degli interroganti, occorrono, in considerazione delle criticità in precedenza riportate, politiche migliorative in favore dell'agricoltura del Mezzogiorno, che siano in netta controtendenza, rispetto alle misure introdotte nel corso dell'anno, dai diversi decreti-legge approvati; in particolare necessitano interventi del Governo volti a precisare quale siano gli intendimenti relativi all'applicazione del decreto-legge n.  66 del 2014, in precedenza richiamato, in relazione al pagamento dell'IMU agricola, con l'obiettivo di rinviare il pagamento stabilito per il prossimo 16 dicembre  –:
          quali orientamenti, nell'ambito delle rispettive competenze, intendano esprimere, con riferimento a quanto sposto in premessa;
          se trovi conferma quanto pubblicato dal quotidiano «Il Sole 24 Ore» e riportato nelle premesse, secondo cui, la proroga al giugno 2015, per rivedere i criteri di esenzione, altro non rappresenta se non un differimento dei termini di una imposta sui terreni agricoli che sarà abbinata al pagamento della futura «tassa locale», che comunque dovrà essere corrisposta da parte dei proprietari terrieri;
          in caso affermativo, se non ritengano che tale decisione sia ingiusta e penalizzante per il sistema agricolo e agrituristico nazionale e quello pugliese in particolare, posto che tale impostazione del tributo sui terreni agricoli, in base all'altitudine a cui si trova il palazzo degli enti locali della medesima regione, rappresenta una decisione iniqua e penalizzante, dettata ad avviso degli interroganti ancora una volta dall'esigenza di «fare cassa», che non considera le gravi difficoltà strutturali in cui si trova l'economia agricola pugliese;
          quali iniziative intendano intraprendere, per quanto di competenza, al fine di prevedere misure compensative in favore delle imprese agricole e agroalimentari del Mezzogiorno, ed in particolare quelle pugliesi, già vessate oltremisura da un sistema fiscale e contributivo particolarmente gravoso, che rischia di pregiudicare gli scenari futuri di tante attività legate al comparto. (4-07191)

INFRASTRUTTURE E TRASPORTI

Interrogazioni a risposta scritta:


      DI GIOIA. — Al Ministro delle infrastrutture e dei trasporti, al Ministro dell'economia e delle finanze. — Per sapere – premesso che:
          sui giornali locali è apparsa una notizia che riguarda Aeroporti di Puglia che ha aggiudicato, dopo un primo tentativo andato deserto, la gara per la pubblicità negli scali di Bari, Brindisi, Foggia e Taranto;
          la gara è stata vinta i dall'unico partecipante, rappresentante un raggruppamento di imprese di cui fanno parte una società di pubblicità, la Digitaly di Milano, una azienda di informatica, la Imecon Engineering di Cremona, e la barese Spazio Eventi;
          la Digitaly risulta essere stata fondata, da un manager veronese, tre giorni prima della pubblicazione del bando di gara, ovvero l'11 luglio del 2014;
          il primo bando, scaduto a maggio, prevedeva la subconcessione degli spazi nei quattro aeroporti pugliesi e chiedeva ai concorrenti un'offerta al rialzo sul canone di 700 mila euro l'anno pagato dal precedente concessionario;
          tale bando, stante la cifra troppa elevata, non aveva ricevuto nessuna offerta, con il risultato che si era passati ad un servizio di «consulenza commerciale», passando ad una percentuale;
          con tale decisione si è passati dai precedenti 700 mila euro all'anno ad una cifra che si aggira intorno alla metà;
          nel bando di gara era previsto, tra i requisiti, che figurasse un fatturato per «la realizzazione di manufatti e gestione di spazi pubblicitari e impianti per la comunicazione digitale» pari a 10 milioni di euro;
          l'Aeroporti di Puglia ha chiarito che «il livello di fatturato minimo richiesto può essere determinato in maniera disgiunta anche solo alcune delle attività indicate nel bando»;
          nel raggruppamento vincente, l'unica azienda con il fatturato richiesto è stata la «Imecom» di Cremona, che non si occupa di pubblicità ma di impianti di comunicazione digitale, che poco o nulla hanno a che fare con la pubblicità;
          il direttore generale di Aeroporti di Puglia, Marco Franchini, ha dichiarato che non trova nulla di strano in tutto ciò;
          appare tuttavia, alquanto singolare, il fatto che il 6 novembre scorso, il «Daily Media», un quotidiano di settore, abbia pubblicato un articolo con il seguente titolo «Paolo Casti fonda Digitaly: alla società la gara per la pubblicità all'interno degli Aeroporti di Puglia», esattamente 20 giorni prima della pubblicazione dell'esito del bando di gara, visto che, pur essendo gli unici partecipanti, questo non assicurava loro l'aggiudicazione della gara;
          come è noto, vi è un'inchiesta da parte della Corte dei conti sull'operato di Aeroporti di Puglia, per verificare se le scelte operate da tale ente non abbiano provocato aggravi di spese, soprattutto per quanto riguarda gli affidamenti avvenuti senza gara di appalto ma non solo  –:
          di quali elementi disponga in relazione a quanto esposto in premessa, anche alla luce dei poteri di verifica e di ispezione attribuiti all'Ente nazionale per l'aviazione civile. (4-07183)


      PETRAROLI e DE LORENZIS. — Al Ministro delle infrastrutture e dei trasporti, al Ministro della salute, al Ministro dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare. — Per sapere – premesso che:
          si apprende da un articolo dal titolo «Il rumore di Malpensa ci fa ammalare» pubblicato in data 30 novembre 2014 sulla versione on line del quotidiano locale La Provincia di Varese che dal 1997 ad oggi vi è stato un aumento dei ricoveri, nella zona aeroportuale del CUV (Consorzio urbanistico volontario di Somma Lombardo, Arsago Seprio, Casorate Sempione, Cardano al Campo, Perno, Golasecca, Samarate, Vizzola Ticino), del 10 per cento rispetto al resto della provincia;
          secondo lo studio SERA (studio sugli effetti del rumore aeroportuale), i cui dati sono stati presentati nella tavola rotonda «L'impatto delle attività aeroportuali sulla qualità della vita delle popolazioni residenti» all'Università dell'Insubria (sabato 29 novembre 2014), emergono dati preoccupanti soprattutto sui ricoveri ospedalieri (10 per cento in più rispetto alla media provinciale); aumentano inoltre dell'8 per cento quelli per malattie cardiocircolatorie (+15 per cento per le ipertensioni), mentre in provincia scendono del 10 per cento; vi è un +10 per cento per le complicanze in gravidanza, mentre, per i tumori, la richiesta di ospedalizzazione resta stabile per i residenti nel CUV; per il resto della provincia essa cala, rendendo quindi necessaria una indagine in collaborazione con il registro tumori;
          secondo Salvatore Pisani, responsabile dell'Osservatorio epidemiologico dell'Asl di Varese, «impatto sanitario degli aeroporti è più legato a disturbi da rumore che da inquinamento dell'aria, ad esempio il 21 per cento delle ipertensioni nella popolazione esposta è attribuibile al rumore aeroportuale. I tassi di mortalità nei comuni circostanti a Malpensa, indicano che, rispetto al valore provinciale, in 15 anni il rischio di morte, in buona parte dovuta a malattie cardiovascolari, è più elevato del 3 per cento, mentre il rischio di morte per malattie respiratorie è più basso (del -9 per cento). Tesi confermata anche dalle rilevazioni del progetto Malpensa, studio effettuato da Arpa Lombardia nel periodo ottobre 2011-agosto 2012, che nell'area in questione ha preso in considerazione anche microinquinanti come il benzene non rilevando differenze significative per nessuno degli inquinanti monitorato, rendendo così evidente che l'impatto sanitario dell'aeroporto è legato più a disturbi da rumore che da inquinamento dell'aria  –:
          quali strumenti e quali iniziative intendano assumere i Ministri interrogati, per quanto di competenza, per uno sviluppo dell'aerostazione compatibile con la salute dei cittadini, eventualmente promuovendo un'indagine epidemiologica da parte dell'Istituto superiore di sanità. (4-07189)

INTERNO

Interrogazione a risposta orale:


      GELMINI. — Al Ministro dell'interno. — Per sapere – premesso che:
          il 3 marzo 2014, il dipartimento della pubblica sicurezza del Ministero dell'interno ha inviato a tutti i questori un progetto di razionalizzazione delle risorse e dei presidi della polizia di Stato sul territorio italiano, suscitando polemiche ma soprattutto timori per le conseguenze negative sul controllo del territorio che tale piano presuppone;
          il progetto è stato nuovamente riproposto durante alcuni incontri con le organizzazioni sindacali di categoria, prevedendo la chiusura di 251 presidi della polizia di Stato;
          i tagli in questione, fortemente contestati anche dai sindacati di polizia, che stanno conducendo una campagna di sensibilizzazione in tutto il Paese, sono fortemente penalizzanti soprattutto per gli uffici della polizia postale e delle comunicazioni, in quanto è prevista la chiusura di una settantina di presidi che porterà un serissimo nocumento nella lotta ai reati pedopornografici on line e alle truffe informatiche;
          i tagli e le chiusure interessano in maniera determinante anche la polizia ferroviaria e la polizia stradale, azzerando anche le squadre nautiche e alcuni uffici di frontiera marittima strategici;
          il progetto di razionalizzazione interessa anche numerosi commissariati cittadini di pubblica sicurezza, nell'ottica di una spending review che non riduce sprechi e inefficienze ma colpisce invece l'apparato della sicurezza, tentando di colmare la carenza di organico, che ammonta a circa 18.000 unità, tagliando semplicemente i presidi e facendo ricadere sui cittadini le conseguenze altamente negative che una minor presenza di forze dell'ordine sul territorio comportano;
          il Ministro dell'interno avrebbe dovuto relazionare nello specifico sul piano di razionalizzazione il 17 dicembre 2014 innanzi la Commissione affari costituzionali della Camera dei deputati ma ha rimandato la sua audizione al 14 gennaio 2015 –:
          se il Governo intenda sospendere il prospettato progetto di chiusura degli uffici di polizia al fine di procedere, invece, ad una riforma seria che conduca ad una razionalizzazione ragionevole e condivisa del sistema di sicurezza del nostro Paese. (3-01207)

Interrogazioni a risposta scritta:


      LA RUSSA. — Al Ministro dell'interno. — Per sapere – premesso che:
          nelle statistiche relative agli autori di furti in appartamento, borseggi e scippi, risulta un'elevata incidenza di persone appartenenti all'etnia rom;
          inoltre, sempre in capo ai rom risulta essere ad avviso dell'interrogante la principale responsabilità dei vertiginoso aumento dei furti di rame, che colpisce società operanti nel settore dei trasporti, dell'energia e delle telecomunicazioni, e che oltre a provocare l'interruzione di pubblici servizi essenziali con ripercussioni di natura economica e sociale di particolare rilievo, possono avere conseguenze per quanto riguarda la sicurezza e l'ordine pubblico;
          appena poche settimane fa, il sindaco di un comune della provincia di Torino ha chiesto la realizzazione di due percorsi diversi per una linea d'autobus, raccogliendo l'esasperazione dei cittadini, esposti su quella linea di trasporto pubblico a continui furti ed aggressioni da parte dei rom di un vicino campo nomadi, tanto da far affermare una predisposizione «culturale» al furto e al non rispetto della proprietà altrui di gran parte dei nomadi rom  –:
          se non ritenga opportuno aumentare i presidi di polizia e delle altre forze di sicurezza in prossimità dei centri nomadi e quali iniziative intenda assumere al fine di combattere il continuo aumento dei furti di rame. (4-07192)


      ATTAGUILE. — Al Ministro dell'interno. — Per sapere – premesso che:
          il Consorzio Terra d'accoglienza, attualmente presieduto dal sindaco di Mineo, è l'ente che soprintende alla gestione del Cara di Mineo, il centro di accoglienza più grande d'Europa;
          la gara di appalto da 97 milioni di euro per i servizi al Cara di Mineo vede arrivare, nel luglio 2014, una sola offerta «valida» con un ribasso di appena l'uno per cento;
          ad aggiudicarsi la gara è stato pertanto il Consorzio Casa della solidarietà dietro il quale vi sono gli stessi soggetti che hanno gestito i servizi al Cara di Mineo nell'ultimo triennio a partire dal 2011;
          tra i tre componenti facenti parte la commissione aggiudicatrice dell'appalto compare Luca Odevaine arrestato con l'accusa di corruzione aggravata nell'ambito dell'inchiesta «Mafia Capitale»;
          Luca Odevaine è stato, fino a ieri, consulente e dipendente del Consorzio gestore del centro di accoglienza dei richiedenti asilo a Mineo in qualità di esperto del settore nominato dall'allora presidente della provincia di Catania ed attuale sottosegretario alle politiche agricole alimentari e forestali, Giuseppe Castiglione, riferimento politico in Sicilia dello stesso Ministro interrogato e confermato dal sindaco di Mineo;
          da notizie di stampa sembrerebbe, inoltre, che a Vizzini (Catania) lo stesso Consorzio Terra d'accoglienza abbia l'intenzione di utilizzare il dismesso deposito dell'Aeronautica militare, attualmente non bonificato, come futuro centro SPRAR od addirittura, sempre da fonti giornalistiche, come un nuovo CARA, che dovrebbe compensare quello di Mineo;
          la paventata realizzazione del centro di cui sopra avrebbe conferma dalla costituzione, nei giorni scorsi, di un coordinamento dei consiglieri comunali del Calatino sulle politiche d'accoglienza, con lo scopo di monitorare le modalità di accoglienza dei migranti, richiedenti asilo e minori e di tutto ciò che riguarda il CARA di Mineo e i centri SPRAR sparsi ormai per tutto il territorio del Calatino  –:
          quali iniziative il Ministro interrogato intenda porre in essere per far luce sulle modalità di gestione del Cara di Mineo visto il coinvolgimento di Luca Odevaine nell'inchiesta che ha portato alla luce un intreccio di interessi tra mafie, politica e affari;
          quali iniziative urgenti il Ministro interrogato abbia intenzione di pone in essere al fine di verificare la regolarità delle modalità di assegnazione della gara per i servizi al Cara di Mineo;
          se risulti corrispondente al vero la notizia della realizzazione di un nuovo Cara a Vizzini presso la non bonificata area militare citata. (4-07194)

ISTRUZIONE, UNIVERSITÀ E RICERCA

Interrogazione a risposta scritta:


      CENTEMERO. — Al Ministro dell'istruzione, dell'università e della ricerca, al Ministro per la semplificazione e la pubblica amministrazione. — Per sapere – premesso che:
          la legge 30 dicembre 2010, n.  240, recante «Norme in materia di organizzazione delle università, di personale accademico e reclutamento, nonché delega al Governo per incentivare la qualità e l'efficienza del sistema universitari», ha radicalmente mutato il sistema di governance delle università italiane;
          la cosiddetta «riforma Gelmini» ha previsto la modifica degli assetti di governo delle università italiane, anche al fine di superare aspetti quali il bicameralismo, la logica corporativa e distributiva dei processi decisionali interni, l'incapacità a prendere decisioni strategiche, che erano ritenuti cause del loro cattivo funzionamento e dei loro risultati insoddisfacenti;
          con la predetta riforma si è proceduto a modificare la disciplina, la composizione e la durata degli organi interni dell'organizzazione;
          l'articolo 2 della predetta legge, recante «Organi e articolazione interna delle università», ha previsto l'introduzione di un'organizzazione fondata su due organi monocratici: rettore e direttore generale, e quattro organismi collegiali: senato accademico, consiglio di amministrazione, nucleo di valutazione, collegio dei revisori dei conti;
          disposizioni quali la previsione di limiti alla durata del mandato per il rettore (può essere eletto per un massimo di sei anni); una composizione del consiglio di amministrazione non superiore a undici membri, con un numero minimo di «esterni»;
          una composizione del senato accademico non superiore a trentacinque membri, con una presenza di almeno un terzo di direttori di dipartimento, avrebbero dovuto consentire un governo degli atenei più efficace;
          con la legge n.  240 del 2010 viene introdotta una distinzione tra le funzioni del consiglio di amministrazione e quelle del senato accademico diversa da quella preesistente. In particolare, al consiglio di amministrazione sono ora attribuite funzioni di indirizzo strategico e    funzioni deliberanti in materia di bilancio, programmazione finanziaria, attivazione o    soppressione di corsi e sedi, regolamento di amministrazione e contabilità. Al consiglio, inoltre, spetta la competenza a conferire l'incarico di direttore generale e la responsabilità delle assunzioni dei professori e dei ricercatori e delle relative spese;
          con la sostituzione della carica di direttore generale al posto del direttore amministrativo, che aveva compiti meramente amministrativi, si introduce nel sistema universitario il principio di gestione manageriale degli atenei, con un vertice responsabile delle scelte effettuate;
          il direttore generale, sulla base degli indirizzi forniti dal consiglio di amministrazione, è responsabile della complessiva gestione e organizzazione dei servizi, delle risorse strumentali e del personale tecnico-amministrativo dell'ateneo;
          al direttore generale sono attribuiti, in quanto compatibili, i compiti di cui all'articolo 16 del decreto legislativo 30 marzo 2001, n.  165, relativo alle funzioni dei dirigenti di uffici dirigenziali generali nella pubblica amministrazione;
          le funzioni attribuite dalla legge n.  240 del 2010 al direttore generale e il riferimento alle funzioni previste dal predetto decreto legislativo n.  165 del 2001 hanno consentito, di fatto, di introdurre, nell'ambito dell'organizzazione delle università, il principio di separazione tra attività di indirizzo e attività di gestione;
          la legge non configura un rapporto gerarchico tra gli organi interni delle università, soprattutto per quanto riguarda i rapporti tra il direttore generale, che nell'esercizio della sua funzione gestionale deve godere dell'autonomia necessaria, e il consiglio di amministrazione;
          nel rispetto dei principi di autonomia di cui all'articolo 33 della Costituzione, ciascuna università ha provveduto a modificare il proprio statuto per renderlo coerente con l'assetto organizzativo interno delineato dalla legge n.  240 del 2010;
          il rapporto Unires dello scorso giugno, commissionato dal Ministero per l'istruzione, l'università e la ricerca, sull'attuazione della legge 240 del 2010, ha evidenziato come «Nel complesso, i dati istituzionali e organizzativi che abbiamo raccolto mostrano che il nuovo disegno della governance degli atenei è caratterizzato da una profonda asimmetria nella distribuzione dei poteri tra il rettore, il Cda e il senato»; «il ruolo del rettore in quanto dominus dei processi decisionali (un unicum anche rispetto a quei paesi in cui la governance istituzionale è stata verticalizzata) limita in modo consistente quello che dovrebbe essere il ruolo istituzionale del Cda e riduce la possibilità del senato di assumere, consapevolmente, il suo ruolo di organo di rappresentanza della comunità universitaria»;
          anche il ruolo del direttore generale rischia di essere fortemente limitato, quantunque non condizionato nelle scelte, dalle ingerenze del rettore e del consiglio di amministrazione nelle questioni puramente gestionali dell'ateneo, che dovrebbero essere di prerogativa dello stesso direttore generale;
          a quanto risulta all'interrogante, le conseguenze di questa non netta separazione tra i poteri e distinzione delle funzioni si sono manifestate nelle recente vicenda che ha coinvolto il direttore generale dell'università di Catania;
          secondo quanto noto all'interrogante, il consiglio di amministrazione in esito alla stipula di due proroghe contrattuali, ha avviato un procedimento che ha condotto ad una sospensione cautelare del direttore generale, fino ad arrivare alla delibera della revoca dell'incarico dello stesso;
          la motivazione alla base della delibera di revoca dall'incarico poggiava sulla censura all'attività gestionale del direttore generale non tenendo conto del nuovo assetto normativo che delinea i rapporti tra gli organi dell'università;
          il tribunale del lavoro di Catania, con ordinanza del 18 novembre 2014, ha dichiarato illegittima la revoca, carente dei presupposti necessari, e disposto la reintegra del direttore generale fino alla naturale scadenza del contratto di lavoro di diritto privato che regola i rapporti tra il direttore generale e l'ateneo;
          lo statuto dell'università di Catania, recependo i principi e i criteri indicati dalla legge n.  249 del 2010 prevede all'articolo 11 che «Il direttore generale è l'organo responsabile della complessiva gestione e organizzazione dei servizi, delle risorse strumentali e del personale tecnico-amministrativo dell'Ateneo. Nell'esercizio delle sue funzioni è tenuto al rispetto degli indirizzi forniti dal Consiglio di amministrazione»;
          ai sensi dello statuto, nell'ambito dei compiti di cui all'articolo 16 del decreto legislativo n.  165 del 2001, il direttore generale, tra le altre cose: propone le risorse e i profili professionali necessari allo svolgimento dei compiti dell'ufficio a cui è preposto, anche al fine dell'elaborazione del documento di programmazione triennale del fabbisogno di personale; attribuisce ai dirigenti dell'Ateneo gli incarichi e la responsabilità di specifici progetti e gestioni; definisce gli obiettivi che i dirigenti devono perseguire e attribuisce le conseguenti risorse umane finanziarie e materiali; adotta gli atti relativi all'organizzazione degli uffici di livello dirigenziale non generale; adotta gli atti e i provvedimenti amministrativi ed esercita i poteri di spesa e quelli di acquisizione delle entrate rientranti nella competenza dei propri uffici, salvo quelli delegati ai dirigenti;
          la legge e lo statuto dell'università di Catania, non configurano il consiglio di amministrazione come un organo con poteri gestionali, ma come organo collegiale deliberante con funzioni di indirizzo strategico;
          il potere di vigilanza sulla sostenibilità finanziaria dell'ateneo non configura un preciso potere preventivo di autorizzazione sulle spese per la gestione dello stesso, cosa che, peraltro, sarebbe in contraddizione con le attribuzioni che lo stesso statuto prevede per il direttore generale, ma attribuisce al consiglio di amministrazione, quale organo di indirizzo strategico, una più generica funzione di garanzia;
          la normativa e lo statuto tracciano i limiti entro i quali è consentito sindacare l'operato del direttore generale;
          per procedere alla revoca dell'incarico di direttore generale è alla risoluzione del contratto accessorio, è necessario dimostrare che il direttore generale, nello svolgimento delle proprie attività, abbia compiuto le gravi irregolarità richieste dall'articolo 11, comma 6, dello statuto;
          il tribunale non ha ravvisato la sussistenza dei «gravi motivi» richiesti dallo statuto per procedere alla revoca, intimando il reintegro del direttore generale;
          alla luce della su esposta esperienza, è ragionevole ritenere che la continuità con il passato prevalga sulle istanze di riforma e che l'allineamento tra funzioni di indirizzo e funzioni di gestione sia ancora imperfetto;
          nei fatti, la ratio e lo spirito della riforma vengono disattese, verso una governance in cui il ruolo del rettore non è controbilanciato dai poteri del consiglio di amministrazione e il direttore generale non gode della necessaria autonomia gestionale  –:
          se i Ministri interrogati siano a conoscenza dei fatti espressi in premessa e se abbiano contezza di altri episodi analoghi;
          quali iniziative di competenza intendano intraprendere per ribadire che a ciascuno degli organi individuati dalla legge sono attribuite specifiche funzioni da esercitarsi nel rispetto del principio di autonomia e di responsabilità decisionale e che, pertanto, non spettano al consiglio di amministrazione le decisioni in merito alla revoca di funzioni di altri organi dell'ateneo, come se questo fosse un normale di datore di lavoro;
          quali rimedi intendano proporre, anche sul piano normativo per evitare che venga disattesa la ratio della riforma della governance del sistema universitario e per ristabilire il giusto equilibrio tra i poteri e le funzioni dei diversi organi, evitando ingerenze degli uni verso gli altri, a scapito del corretto funzionamento degli atenei. (4-07182)

LAVORO E POLITICHE SOCIALI

Interrogazione a risposta in Commissione:


      BALDASSARRE. — Al Ministro del lavoro e delle politiche sociali. — Per sapere – premesso che:
          con lettera circolare n.  37/0008367/MA007.A001 emanata il 2 maggio 2012, la direzione generale attività ispettiva del Ministero del lavoro e delle politiche sociali si proponeva di fornire chiarimenti in merito ai requisiti necessari alle Casse edili perché queste fossero competenti a rilasciare validamente il documento unico di regolarità contributiva (DURC);
          in materia di rilascio del documento unico di regolarità contributiva, da parte delle Casse edili, enti privati a struttura paritetica e bilaterale, si è assistito infatti ad una stratificazione normativa ormai consolidata che muove dalla definizione di ente bilaterale di cui all'articolo 2, lettera h), del decreto legislativo n.  276 del 2003, dove sono definiti quali «organismi costituiti a iniziativa di una o più associazioni dei datori e dei prestatori di lavoro comparativamente più rappresentative», sedi privilegiate per la regolazione del mercato del lavoro anche attraverso «la certificazione dei contratti di lavoro e di regolarità o congruità»;
          il decreto ministeriale del 24 ottobre 2007 specifica che sono soggetti tenuti al rilascio del documento unico di regolarità contributiva le Casse edili «costituite da una o più assegnazioni dei datori o dei prestatori di lavoro stipulanti il contratto collettivo nazionale che siano, per ciascuna parte, comparativamente più rappresentative sul piano nazionale»;
          le Casse edili sono tenute ad osservare, oltre al suddetto principio di rappresentatività, il cosiddetto principio di reciprocità, in base al quale al fine di armonizzare le dichiarazioni di regolarità contributiva rilasciate dalle diverse Casse edili operanti sul territorio nazionale, si ha un mutuo riconoscimento degli accantonamenti operati presso ciascuna di queste;
          all'articolo 252, comma 5, del decreto legislativo n.  162 viene affermato che «le casse edili che non applicano la reciprocità con altre casse edili regolarmente costituite non possono rilasciare dichiarazioni liberatorie di regolarità contributiva»;
          tra le casse edili aventi le caratteristiche previste dalla legge, vi è un raggruppamento di Casse edili territoriali aderenti al sistema privato della Commissione nazionale paritetica per le Casse Edili (CNCE) e un'altra Cassa edile territoriale, la Cassa artigiana dell'edilizia della Sardegna;
          sono emerse, nel tempo, alcune criticità nell'applicazione del principio di reciprocità, tutte generate da Casse edili aderenti al Sistema CNCE nei confronti della CAES;
          la direzione generale introduce un elemento di selezione di fatto non previsto da fonte di legge, assumendo con la circolare che il principio di reciprocità sia oggi: «(...) assicurato attraverso la cooperazione telematica con la commissione Nazionale Paritetica per le Casse Edili (CNCE)» e che gli organismi «(...) non in possesso del requisito della reciprocità assicurato dal collegamento con la CNCE non possono definirsi Casse edili ai sensi del decreto legislativo n.  276 del 2003 e, conseguentemente, non possono rilasciare il Documento unico di Regolarità contributiva (...)»;
          le suddette novità, ancora a distanza di anni, continuano a condizionare il mercato, ingenerando incertezze e danneggiando l'attività della Cassa artigiana dell'edilizia della Sardegna, non facente parte della CNCE, che comunque continua ad operare, essendo pienamente in regola con i requisiti di legge e abilitata all'accesso allo sportello unico previdenziale;
          è opportuno ricordare che fino a questo momento, a quanto consta all'interrogante, la Commissione nazionale Casse edili (CNCE) ha negato alla Cassa artigiana dell'edilizia della Sardegna la possibilità di interscambio dei dati  –:
          se il Ministro interrogato sia a conoscenza dei fatti suddetti;
          se e quali iniziative, il Ministro interrogato, intenda porre in essere per riparare alle criticità suddette e altresì quali azioni intenda eventualmente assumere per garantire i principi di legalità, autonomia contrattuale e territoriale a tutela del mercato;
          se il Ministro interrogato possa rassicurare sul fatto che sarà consentito, a tutti i soggetti legittimati dall'attuale quadro normativo ad operare nel mercato dei documento unico di regolarità contributiva di continuare a fornire, nei modi che saranno individuati dai decreti attuativi della legge di semplificazione citata, le informazioni utili a certificare le situazioni contributive soggette ad accertamento. (5-04237)

POLITICHE AGRICOLE ALIMENTARI E FORESTALI

Interpellanza:


      I sottoscritti chiedono di interpellare il Ministro delle politiche agricole alimentari e forestali, il Ministro dell'economia e delle finanze, per sapere – premesso che:
          il contenuto della legge 11 marzo 2014, n.  23, che conferisce una delega al Governo per la realizzazione di un sistema fiscale più equo, trasparente e orientato alla crescita, prevede che, nell'ambito dei principi generali e delle procedure di delega, sia previsto il rilancio del settore ippico attraverso l'istituzione della Lega ippica italiana, avente funzioni di organizzazione degli eventi, controllo sulla regolarità delle corse, nonché la ripartizione e la rendicontazione del fondo per lo sviluppo e la promozione del settore;
          a tal fine, l'adozione dei decreti legislativi è molto attesa e rappresenta un'esigenza particolarmente avvertita dagli operatori del comparto, nella prospettiva di riformarlo, anche a causa della nota e gravissima sofferenza economica divenuta strutturale; occorre determinare un nuovo assetto normativo più organico, in grado di rilanciare in modo definitivo l'ippica italiana;
          nel mese di giugno 2014 il sottosegretario Castiglione, al quale sono state delegate le funzioni relative alle materie dello sviluppo del settore, ha dichiarato che, nel breve periodo, ci sarebbero stati contatti al fine di definire i tempi e i contenuti dei decreti attuativi riguardanti la riforma del comparto e dare pertanto un maggiore impulso alle corse, agli ippodromi e alle scommesse, conferendo in definitiva una nuova immagine all'ippica;
          gli interpellanti a tal fine evidenziano che, sebbene l'articolo 1 della suesposta legge deleghi il Governo ad adottare entro dodici mesi (entro il 27 marzo 2015), con i decreti legislativi di cui al comma 1, un codice delle disposizioni dei giochi, all'interno delle quali rientrano le norme per il rilancio del settore ippico, ad oggi, non risultano indicazioni (a differenza di quanto sostenuto dal responsabile del settore ippica del Ministero), relative all'imminente presentazione di uno schema di decreto legislativo in materia dei giochi, da sottoporre al parere delle Camere ai fini dell'espressione dei pareri come previsto dal comma 5 del suindicato articolo 1;
          ulteriori profili di criticità, che ritardano l'auspicata ripresa del settore ippico, la cui situazione di decadenza com’è noto    è imputabile a una gestione pluriennale, derivano dai ritardi e dalle difficoltà organizzative connesse ai pagamenti di tutte le singole provvidenze e dei compensi riguardanti gli operatori (ippodromi, giudici, veterinari di servizio, proprietari, allenatori, driver e allevatori) svolti all'interno della struttura ufficio premi del Ministero delle politiche agricole alimentari e forestali, i cui mandati di liquidazione si caratterizzano per un notevole rallentamento nelle procedure di rimborso;
          tali limitazioni, segnalate peraltro da numerosi operatori del settore, si riscontrano in particolare sui premi con fattura che rappresentano gli introiti di quelle scuderie strutturate come imprese e che quindi avrebbero necessità di un flusso economico più regolare e calendarizzato, in modo tale da poter gestire i pagamenti dei dipendenti e dei fornitori e gli adempimenti fiscali dovuti mensilmente (IVA, contributi dipendenti e tasse);
          gli interpellanti segnalano, a tal fine, come la lentezza nei tempi dei pagamenti, peraltro abbondantemente oltre i sessanta giorni stabiliti anche dalla normativa europea, sta determinando gravi e dannose conseguenze per i numerosi imprenditori ippici creditori nei confronti dell'amministrazione da diversi anni, impossibilitati a pianificare un programma di investimenti e in alcuni casi in difficoltà nel proseguire la propria attività professionale;
          a giudizio degli interpellanti, in considerazione delle evidenti complessità connesse alle persistenti situazioni di disagio affrontate dal comparto ippico per i ritardi nei pagamenti dei premi connessi alle procedure di rimborso, e tenuto conto dell'assenza di informazioni relative ai tempi di definizione del decreto legislativo contenente le misure di governance del settore ippico, appare evidente come il Governo stia affrontando la crisi sistema del comparto in maniera non adeguata, nonostante le dichiarazioni del Ministro delle politiche agricole alimentari e forestali; fatte a più riprese, circa prossimi interventi volti a rafforzare l'immagine del settore ippico, dichiarazioni alle quali non sembrano seguire risultati concreti  –:
          quali orientamenti intendano esprimere, nell'ambito delle competenze proprie, con riferimento a quanto esposto in premessa;
          quali siano i tempi previsti per la predisposizione del decreto legislativo in materia di giochi, che oltre alla raccolta sistematica della disciplina all'interno di un codice delle disposizioni sui giochi e di quelle erariali sui singoli giochi, contiene le attese misure di rilancio del settore ippico attraverso l'istituzione della Lega ippica italiana, avente fra l'altro, le importanti funzioni organizzative degli eventi, nonché di controllo delle corse e di ripartizione del fondo per lo sviluppo e la promozione del settore;
          se siano a conoscenza delle persistenti difficoltà da parte degli operatori ippici, in particolari quelli «a fattura», con riferimento alle procedure di riscossione dei premi e ai tempi estremamente lenti nell'erogazione dei rimborsi da parte degli uffici del Ministero e, in caso affermativo, quali iniziative in tempi rapidi intendano intraprendere, nell'ambito delle proprie competenze, al fine di accelerare i tempi dei pagamenti, indispensabili peraltro per la prosecuzione delle attività per numerose imprese del comparto;
          se, a tal fine, non si ritenga opportuno migliorare il sistema organizzativo di competenza dell'ufficio amministrazione del Ministero delle politiche agricole alimentari e forestali, affinché:
              a) i pagamenti con fattura siano allineati a quelli al 4 per cento rispettando le tempistiche imposte dalla normativa;
              b) si calendarizzino i programmi e le procedure di rimborso accelerando le tempistiche di pagamento mediante la comunicazione sul sito istituzionale www.unire.gov.it, in virtù di una trasparenza e di un confronto sereno che appare necessario nei confronti degli operatori della filiera;
          quali siano i tempi previsti per la definizione della nuova governance all'interno della quale saranno adottate le decisioni relative agli eventi ippici, al fine di evitare che il riordino non comporti ulteriori rallentamenti nella macchina logistica che gestisce il comparto;
          se non ritengano opportuno, prevedere nelle prossime iniziative normative, compatibilmente con le risorse finanziarie disponibili e i vincoli di bilancio, misure ad hoc, volte a rilanciare il settore dell'ippica italiana, anche attraverso misure di defiscalizzazione di alcuni passaggi che caratterizzano la filiera, al fine di riportare i valori economici degli imprenditori italiani in linea con quelli dei Paesi europei che hanno voluto garantire adeguate condizioni di sviluppo al settore ippico.
(2-00777) «Faenzi, Catanoso, Fabrizio Di Stefano, Russo, Riccardo Gallo».

SALUTE

Interrogazioni a risposta scritta:


      RAMPI. — Al Ministro della salute. — Per sapere – premesso che:
          nelle farmacie italiane sono reperibili le seguenti varietà di cannabis terapeutica: Bedrocan, Bediol, Sativex; i galenici bedrocan e bediol vengono importati dall'Olanda;
          il ricorso al Sativex è fortemente limitato dal costo ed eterogeneità legislativa regionale;
          il ricorso al Sativex non è percorribile per alcune categorie di pazienti;
          sulla base di segnalazioni di numerosi operatori:
              le esportazioni di Bediol sono state sono state sospese da e per alcuni mesi;
              alla data di presentazione di questo atto di sindacato ispettivo il Bediol non è reperibile sul mercato italiano;
              i quantitativi previsti in arrivo di circa 60 grammi sono ritenuti insufficienti per l'accessibilità e la prescrivibilità in nuovi casi;
          il persistere dell'assenza di Bediol comporta il concreto rischio di dover interrompere i trattamenti per i pazienti attualmente in terapia  –:
          quali siano le motivazioni o le problematiche che hanno bloccato le importazioni dall'Olanda del Bediol;
          quali misure il Ministero della salute intenda adottare affinché sia garantita la continuità terapeutica per i pazienti attualmente in trattamento con detta medicina;
          quali misure il Governo intenda adottare affinché venga garantita con continuità la accessibilità da parte dei pazienti del Bediol, o ad analoghi prodotti, per le nuove terapie, in considerazione del fatto che per alcune patologie o pazienti, quali quelli pediatrici, esso rappresenta l'unico tipo di cannabinoide prescrivibile.
(4-07179)


      SCOTTO. — Al Ministro della salute. — Per sapere – premesso che:
          la terapia adronica è una forma di radioterapia a fasci esterni che utilizza fasci di protoni, neutroni o ioni positivi per il trattamento dei tumori;
          tale terapia funziona bersagliando il tumore con particelle ionizzanti che danneggiano il DNA delle cellule dei tessuti, provocando la loro morte;
          a causa della loro ridotta capacità di riparare il DNA danneggiato, le cellule cancerose sono particolarmente vulnerabili a questi attacchi;
          il vantaggio offerto da questa metodica è che meno energia si deposita nel tessuto sano circostante al tessuto bersaglio, risparmiandolo da danni inutili;
          questo metodo è stato usato all'inizio per tumori infantili, al cervelletto e alle fosse nasali, ma è stato poi allargato a prostata, intestino e fegato con ottimi risultati;
          infatti le sedute durano solo mezz'ora, ed il paziente può poi tornare a casa senza soffrire gli effetti collaterali della chemioterapia o della radioterapia, che, peraltro, tendono maggiormente a danneggiare i tessuti alla massa tumorale aggredita;
          i centri di adroterapia nel mondo sono una trentina, e di questi tre sono in Italia: uno a Catania (che si occupa solo di tumori dell'occhio), uno a Trento ed infine uno a Pavia;
          quello di Pavia è il Centro nazionale di adroterapia oncologica (CNAO), fondazione privata senza scopo di lucro istituita dal Ministero della salute nel 2001 e convenzionata con il Servizio sanitario nazionale;
          oggi, a causa dei tagli ai finanziamenti, il CNAO si trova in grande difficoltà e rischia di chiudere, con grave danno per le diverse migliaia di pazienti oncologici che ogni anno in Italia avrebbero bisogno di un trattamento di adroterapia;
          nel corso degli ultimi due anni finanziamenti per circa 35 milioni di euro sono sistematicamente stati annunciati dai diversi Governi che si sono succeduti e poi mai realmente stanziati, e adesso, se questi fondi non verranno stanziati rapidamente, il Centro nazionale di adroterapia oncologica rischia di chiudere entro fine anno, lasciando migliaia di pazienti senza speranza e 110 dipendenti altamente qualificati (tra cui molti fisici e ingegneri) senza lavoro;
          il Centro nazionale di adroterapia oncologica è l'unico centro italiano in grado di usare sia protoni che ioni carbonio per trattare le focene di tumori non operabili e resistenti alla radioterapia tradizionale;
          ad oggi sono già 380 i pazienti già trattati;
          nel mondo esistono solo altri tre centri simili, e si trovano rispettivamente in Germania, Giappone e Cina;
          la costruzione del Centro nazionale di adroterapia oncologica ha richiesto un investimento totale di 135 milioni di euro, addirittura il 50 per cento in meno di quanto richiesto dagli altri centri all'estero, ed i 35 milioni che mancano all'appello dovrebbero coprire l'ultima parte di quell'investimento;
          allo stato attuale solo un fido bancario di 4,9 milioni di euro sta sostenendo l'operatività della Fondazione, e il suo esaurimento è previsto per la fine del 2014;
          la chiusura del centro comporterebbe lo sperpero indecente di finanziamenti pubblici per oltre 100 milioni di euro, con il conseguente carico dei debiti in essere e una clamorosa perdita di immagine a livello internazionale;
          sul tema è già stato lanciato tra gli altri un appello al Presidente del Consiglio Renzi dal mondo scientifico italiano, con le firme (tra gli altri) di Fabiola Gianotti, Carlo Rubbia e di Umberto Veronesi;
          tra le firme vi sono anche altri esponenti di primo piano della comunità scientifica e della divulgazione, come il fisico Luciano Maiani, il direttore scientifico del CERN Sergio Bertolucci, il Presidente dell'Istituto nazionale di fisica nucleare Fernando Ferroni ed il direttore dell'istituto Mario Negri Silvio Garattini;
          i fatti narrati sono riportati, tra l'altro, nell'articolo pubblicato dall'edizione lombarda dell'Ansa il 29 novembre 2014 con il titolo «Centro adroterapia tumori di Pavia rischia chiusura, appello degli scienziati»  –:
          se non ritenga doveroso assumere urgentemente iniziative, anche normative, per stanziare i fondi necessari al mantenimento di una struttura d'eccellenza così importante per il nostro Paese come il Centro nazionale di adroterapia oncologica. (4-07180)


      SPADONI, PETRAROLI, CECCONI e TOFALO. — Al Ministro della salute. — Per sapere – premesso che:
          lo statuto dell'Istituto zooprofilattico della Lombardia e dell'Emilia Romagna prevedeva la nomina di un consiglio di amministrazione di 7 membri per una durata in carica quinquennale, oggi ridefinito in 5 membri in ottemperanza degli obiettivi del decreto-legge 78 del 2010;
          la designazione dei 5 membri al prossimo rinnovo vedrà una designazione da parte del Ministro della salute, di due nomine della regione Lombardia e due della regione Emilia Romagna;
          l'organo ha importanti compiti tra i quali adottare il regolamento per l'ordinamento interno dei servizi dell'Istituto e le relative dotazioni organiche su proposta del direttore generale, definire sulla base delle programmazioni regionali gli indirizzi generali per la programmazione pluriennale, proporre alle giunte regionali per l'approvazione il tariffario delle prestazioni a pagamento e le eventuali variazioni e aggiornamenti, esprimere parere preventivo sulla proposta del direttore generale in ordine all'istituzione o alla soppressione di sezioni provinciali;
          sono ineleggibili, come consiglieri di amministrazione ai sensi dell'articolo 8 dello statuto, «coloro che hanno rapporti commerciali, di servizio e comunque di utenza con l'Istituto»;
          accanto a generali competenze in campo amministrativo e contabile sono necessarie specifiche competenze nel settore zootecnico ed in generale del settore agroalimentare;
          il principio di indipendenza da interessi economici di vario genere, come contenuto nello stesso statuto, è assolutamente necessario per garantire il primario interesse dell'istituto e va inteso come assenza di interessi commerciali derivanti da inquadramenti lavorativi specifici, ad esempio alle dipendenze di importanti aziende fornitici del settore zootecnico che potrebbero beneficiare del ruolo di un loro dipendente nominato come consigliere di amministrazione  –:
          quali criteri e valutazioni saranno alla base della designazione del membro del consiglio di amministrazione dell'Istituto Zooprofilattico della Lombardia e dell'Emilia Romagna. (4-07185)

SVILUPPO ECONOMICO

Interrogazione a risposta scritta:


      RIZZETTO. — Al Ministro dello sviluppo economico. — Per sapere – premesso che:
          con il decreto legislativo 16 marzo 1999, n.  79 ed il decreto legislativo 23 maggio 2000, n.  164, di recepimento di norme europee, il nostro paese ha previsto per i settori dell'energia elettrica e del gas naturale la liberalizzazione delle fasi a monte (importazione e produzione) e a valle (vendita) della filiera, mantenendo invece in regime concessorio, ossia di monopolio, le attività intermedie (quali ad esempio il trasporto e la gestione delle reti);
          nonostante la liberalizzazione di due settori energetici, non si è effettivamente creata nel mercato una reale concorrenza tra le imprese. Gli operatori che operano in regime di monopolio tecnico (ad esempio, nella distribuzione) si trovano infatti ad operare anche nell'ambito delle attività liberalizzate, come la vendita. Tali imprese, generalmente di grandi dimensioni, si trovano de facto ad esercitare una posizione dominante, anche grazie all'utilizzo dei dati informativi già in loro possesso a causa dell'attività da loro svolta in regime di monopolio, funzionali alla conquista di quanti più clienti possibili nei settori liberalizzati a valle della filiera energetica. Ciò premesso, è evidente che imprese di più piccole dimensioni – piccole e medie imprese ed imprese artigiane in particolare – non riescono ad entrare nel mercato dei servizi energetici liberalizzati, restando duramente penalizzate;
          nel caso dei servizi post contatore, va rilevato inoltre che le grandi imprese distributrici di energia offrono all'utenza un «pacchetto completo», vendendo non solo la fornitura elettrica o del gas, ma anche la possibilità di assistenza post contatore, il cui costo viene «spalmato» sulla bolletta. Si tratta evidentemente di una possibilità non alla portata delle piccole imprese, che inficia la loro capacità di operare nel mercato;
          il divieto, per le imprese operanti in concessione o in affidamento nell'ambito dei servizi pubblici locali ovvero della gestione delle reti, degli impianti e delle altre dotazioni infrastrutturali, di esercitare attività in regime di concorrenza nel territorio cui la concessione o l'affidamento si riferiscono e per la loro durata, è stato successivamente abrogato dal decreto-legge n.  10 del 2007, convertito con legge n.  46 2007, attuativo di obblighi comunitari ed internazionali, perché ritenuto in contrasto con il principio della libera concorrenza;
          risulta evidente che l'obbligo vigente di separazione amministrativa e contabile tra chi opera in regime concessorio e chi opera in concorrenza, non è sufficiente a rendere indipendenti le diverse attività;
          sulla base del rispetto della tutela della concorrenza, tutte le successive azioni esperite dai soggetti interessati per modificare la normativa generale o per adire l'Autorità garante della concorrenza e del mercato o l'Autorità per l'energia, sono state respinte –:
          quali iniziative di competenza intenda adottare per implementare la concorrenza nel settore dei servizi energetici, ed in particolare in quello dei servizi post contatore, ove, a giudizio dell'interrogante, sono state di fatto estromesse all'accesso le piccole e medie imprese e le imprese artigiane, con grave danno per l'utenza e per il sistema economico in generale.
(4-07187)

Apposizione di firme ad interrogazioni.

      L'interrogazione a risposta in Commissione Oliverio e altri n.  5-04170, pubblicata nell'allegato B ai resoconti della seduta del 29 novembre 2014, deve intendersi sottoscritta anche dal deputato Fabbri.

      L'interrogazione a risposta in Commissione Ginefra n.  5-04183, pubblicata nell'allegato B ai resoconti della seduta del 30 novembre 2014, deve intendersi sottoscritta anche dal deputato Ventricelli.