Camera dei deputati

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XVII LEGISLATURA

Allegato B

Seduta di Mercoledì 11 febbraio 2015

ATTI DI INDIRIZZO

Mozione (ex articolo 115, comma 3, del regolamento):


   La Camera,
   premesso che:
    pochi giorni fa si è consumata l'ennesima strage al largo di Lampedusa;
    organi di stampa riportano che oltre 330 persone sarebbero decedute nel naufragio, 29 delle quali addirittura morte assiderate dopo il soccorso della Guardia costiera a cento miglia da Lampedusa;
    si tratta, dunque, della tragedia più grave dopo quella del 3 ottobre 2013 in cui morirono 366 persone più altre 20 che risultano ancora disperse;
    questi dati devastanti e tragici sono stati confermati sia dall'Alto commissariato Onu per i rifugiati (UNHCR), sia dall'Organizzazione internazionale per le migrazioni (OIM);
    le normative nonché le politiche migratorie, di accoglienza, identificazione ed assistenza ai migranti, sia europee che italiane, sono state, sino ad ora, del tutto fallimentari;
    in primo luogo, in sede europea, il 29 giugno 2013 sono stati pubblicati sulla Gazzetta Ufficiale dell'Unione europea, gli atti legislativi finalizzati di completamento del processo di «revisione» di tutte le principali norme del Sistema europeo comune di asilo;
    in particolare è stato adottato il regolamento (UE) n. 604/2013, cosiddetto «Dublino III», entrato in vigore il 19 luglio 2013, in sostituzione del regolamento (CE) n. 343/2003, cosiddetto «Dublino II»;
    il regolamento «Dublino III» da un lato si propone di assicurare il pieno rispetto del diritto d'asilo di cui all'articolo 18 della Carta dei diritti fondamentali dell'Unione europea, nonché dei diritti riconosciuti ai sensi degli articoli 1, 4, 7, 24 e 47 della Carta medesima;
    dall'altro lato, il predetto regolamento, stabilisce i criteri e le modalità per individuare lo Stato membro competente utilizzando il principio generale posto già a fondamento della vecchia convenzione di Dublino del 1990 e nonché di «Dublino II»: le domande di asilo devono essere esaminate da un solo Stato membro e la competenza spetta allo Stato che ha svolto il maggior ruolo in relazione all'ingresso e al soggiorno del richiedente nel territorio degli Stati membri, salvo eccezioni;
    proprio per tale ragione la normativa dell'Unione europea è del tutto insufficiente laddove addossa la maggior parte degli oneri e delle responsabilità ai soli stati di prima accoglienza, che in sostanza sono poi quelli maggiormente colpiti dalla crisi economica, come l'Italia, e che, pertanto, non sono in grado di dare una risposta adeguata all'emergenza umanitaria;
    in secondo luogo, per quanto concerne la normativa e le attività di tipo nazionale, l'operazione «Mare Nostrum» – missione militare e umanitaria decisa dal governo Letta il 14 ottobre 2013, volta a rafforzare il dispositivo nazionale per il pattugliamento del Canale di Sicilia al fine di prestare soccorso ai migranti e di affrontare l'aumento del fenomeno migratorio – è risultata del tutto inadeguata ed inefficace, nonostante abbia comunque contribuito a salvare la vita a migliaia di persone;
    ciò soprattutto in considerazione del fatto che la missione non è riuscita ad impedire l'incremento dei flussi migratori illegali, ed ha garantito, in sostanza, l'arrivo in Italia a tutti coloro che si imbarcano sulle coste libiche;
    difatti, durante la missione Mare Nostrum, non solo vi è stata una costante ed incontrollabile crescita dei flussi migratori verso l'Italia, ma, secondo quanto riportato dal Ministro dell'interno durante l'informativa alla Camera dei deputati del 16 ottobre 2014, si è comunque assistito a circa 3000 morti (anche se dai dati dell'Unhcr emergerebbero circa 4.000 morti);
    già alla fine di agosto del 2014, proprio a causa dell'aumento dei flussi, l'Agenzia Frontex (Agenzia europea per la gestione della cooperazione internazionale alle frontiere esterne degli Stati membri dell'Unione europea) aveva promesso di sostenere l'operazione italiana «Mare Nostrum» con un'operazione definita all'inizio «Frontex Plus» e che avrebbe garantito anche la lotta alle mafie sulle coste africane e agli scafisti;
    a partire dal primo novembre 2013 l'operazione «Mare Nostrum» è però cessata e Frontex ha dato vita all'operazione europea «Triton», partita il 1o novembre 2014, che ha sostituito tutte le missioni attive nel Mediterraneo;
    «Triton», secondo stime riportate da organi di stampa, è finanziata dall'Unione europea con 2,9 milioni di euro al mese – circa due terzi in meno di quanti erano destinati a Mare Nostrum – ed a differenza di quest'ultima prevede il controllo delle acque internazionali solamente fino a 30 miglia dalle coste italiane: lo scopo principale è, dunque, quello di controllare la frontiera e non di prestare soccorso;
    anche tale iniziativa europea, come Mare Nostrum, può dirsi del tutto inadeguata ed inefficace come osservato dall'UNCHR secondo cui Triton «non fornisce in modo adeguato la capacità di ricerca e soccorso. Se le operazioni non verranno condotte in modo idoneo, ci si dovranno aspettare altre tragedie di questo genere»;
    anche le organizzazioni non governative Ai.bi., Amnesty International Italia, Caritas, Centro Astalli, Emergency, Fondazione Migrantes, Intersos, Save the Children e Terre des Hommes sostengono che Triton si è rivelata «inadeguata come unica misura per la gestione dei flussi migratori» e «limitata nel portare soccorso ai migranti in mare»;
    si consideri che in una nota il commissario dei diritti umani del Consiglio d'Europa, Nils Muiznieks, si evidenzia che l'operazione «Triton non è all'altezza» dei compiti che deve svolgere e «l'Europa ha bisogno di un sistema di ricerca e salvataggio efficace»;
    tutte le operazioni, nazionali ed europee, finalizzate al soccorso ai migranti nonché al contenimento del fenomeno migratorio illegale sono state fallimentari;
    già nei primi 4 mesi del 2014 si è potuto assistere ad un aumento dell'823 per cento di arrivi di migranti verso l'Italia rispetto allo stesso periodo del 2013, secondo i dati forniti da Frontex;
    inoltre, sempre secondo l'Agenzia Frontex, sono stati i 278 mila i migranti che hanno attraversato «illegalmente» le frontiere Ue nel 2014 – due volte e mezzo rispetto al 2013 (107 mila), e circa il doppio del 2011 (141 mila) anno delle «primavere arabe» – mentre l'Italia ha registrato l'arrivo di 170.757 persone;
    al Ministro dell'interno, Angelino Alfano, è riconducibile la proposta di chiusura di «Mare Nostrum» che, come riportato nella predetta informativa alla Camera del 16 ottobre 2014, «non convivrà con l'operazione di Frontex, ma sarà chiusa. A un prossimo Cdm sarà deliberata la conclusione dell'operazione»;
    le continue e reiterate rassicurazioni del Ministro dell'interno di fare pressione in sede Unione europea al fine di far ottenere un sostegno ed una collaborazione da parte delle istituzioni europee e dagli altri stati membri, non si sono mai tradotte in fatti concreti e non hanno portato al conseguimento di alcun risultato;
    il Ministro dell'interno Alfano non è mai riuscito a far valere le istanze e le richieste italiane neppure in seno al Consiglio dei ministri dell'Unione europea, in formazione giustizia e affari interni (GAI), nonostante il tanto atteso semestre di presidenza italiana;
    il Governo, ed in particolare il Ministro dell'interno, non hanno dato seguito alla mozione numero 1-00605, a prima firma Manlio Di Stefano, approvata dalla Camera dei deputati in data 18 dicembre 2014, con la quale si impegnava il Governo:
     «ad attivarsi in ogni sede dell'Unione europea, soprattutto in occasione del semestre italiano di Presidenza del Consiglio dell'Unione europea, al fine di realizzare il superamento dell'attuale quadro normativo (così detto sistema di “Dublino III”) attraverso una sua revisione per favorire: l'inserimento dei richiedenti asilo già dal momento dell'avvio della procedura di protezione, nei Paesi dell'Unione dove già vivono propri parenti, prima ancora che acquisiscano lo status di apolide; il rispetto e la protezione dei diritti umani dei rifugiati e dei richiedenti asilo, al fine di garantire un ambiente più favorevole a una loro accoglienza, compatibilmente con le possibilità dei Paesi ospitanti e di provvedere efficacemente a una loro identificazione per evitare che finiscano vittime del traffico clandestino, fornendo loro un'adeguata assistenza;
     ad assumere iniziative, in sede di Unione europea, per una più efficace azione nei confronti dei Paesi di origine e di transito, impegnando e incentivando i rispettivi Governi in una seria e solidale politica di gestione dei flussi, soprattutto nella lotta alle organizzazioni criminali che lucrano sul traffico di esseri umani;
     a favorire l'avvio di un sistema europeo di accoglienza che si basi sulla solidarietà tra i Paesi membri e che distribuisca la presenza dei rifugiati per quote definite sulla base degli indici demografici ed economici, favorendo le logiche di ricongiungimento familiare, etnico, religioso e linguistico;
     a promuovere l'adozione di:
   a) un omogeneo sistema europeo che regoli la concessione del diritto di asilo secondo standard e procedure comuni e il coordinamento nella raccolta delle domande dei richiedenti, anche al di fuori del territorio dei Paesi membri e in collaborazione con l'Agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati, per permettere agli aventi diritto di raggiungere i Paesi di accoglienza in modo sicuro e prevenire ogni abuso del sistema con la presentazione di domande di asilo multiple da parte di una sola persona;
   b) un sistema di mutuo riconoscimento tra gli Stati membri della concessione del diritto di asilo, tale da garantire la libertà di stabilimento del beneficiario in ogni Stato membro, per cui il riconoscimento della protezione internazionale a un richiedente asilo all'interno di un determinato Stato sia valido nell'intero territorio dell'Unione europea;
     a favorire l'istituzione di sistemi di screening delle domande di asilo al di fuori del territorio UE di concerto con UNHCR, OIM, EASO e Stati membri;
     a rivedere tutte le note del Ministero dell'interno che concernono i finanziamenti dei bandi interministeriali destinati alla prima accoglienza e alla gestione dei servizi connessi, con particolare riguardo ai criteri di spesa ad essi inerenti;
     a verificare la possibilità di promuovere interventi per assicurare beni e servizi per le famiglie italiane meno abbienti con il fine di evitare tensioni tra italiani e richiedenti asilo all'interno della comunità»;
    nessuno di questi impegni è stato ad oggi mantenuto dal Governo e, nello specifico, dal Ministro dell'interno;
    Frontex e l'Unione europea non si sostituiscono ai singoli Stati membri nella gestione delle loro frontiere;
    la responsabilità della politica migratoria in Italia è esclusivamente riconducibile al Ministro dell'interno, che, quale autorità politica al vertice del dicastero omonimo, è garante e responsabile del controllo dei flussi migratori e della sicurezza nazionale;
    l'articolo 14 del decreto legislativo 30 luglio 1999, n. 300 (rubricato Riforma dell'organizzazione del Governo, a norma dell'articolo 11 della legge 15 marzo 1997, n. 59) stabilisce che «al Ministero dell'interno sono attribuite le funzioni e i compiti spettanti allo Stato in materia di (...) tutela dei diritti civili, cittadinanza, immigrazione, asilo e soccorso pubblico»;
    l'inadeguatezza dimostrata dal Ministro dell'interno nel prevenire ripetute emergenze di tipo umanitario, nell'incapacità ormai manifesta di poter imprimere un cambiamento, a livello delle istituzioni europee, nonché a fronte degli incontrollabili flussi migratori e delle insostenibili condizioni di vita nei centri di accoglienza, non consentono a giudizio dei firmatari del presente atto la permanenza del Ministro dell'Interno in seno alla compagine governativa,

per tali motivi:

   visto l'articolo 94 della Costituzione;
   visto l'articolo 115 del Regolamento della Camera dei deputati;
   esprime la propria sfiducia al Ministro dell'interno, Angelino Alfano, e lo impegna a rassegnare le proprie dimissioni.
(1-00735) «Dadone, Di Battista, Grillo, Sibilia, Fico, Del Grosso, Tofalo, Vallascas, De Rosa, Zolezzi, Busto, Daga, Terzoni, Mannino, L'Abbate, Gagnarli, Gallinella, Fraccaro, Parentela, Nesci, Benedetti, Villarosa, Paolo Nicolò Romano, Spessotto, Brescia, Scagliusi, Spadoni, Della Valle, Battelli, Vignaroli, Carinelli, Petraroli, Simone Valente, Manlio Di Stefano, Cozzolino, Businarolo, Agostinelli, Bonafede, Sarti, Caso, Brugnerotto, D'Incà, Basilio, Corda, Pesco, Cristian Iannuzzi, Luigi Gallo, De Lorenzis, Di Benedetto, Crippa, Liuzzi, Fantinati, Lorefice, Cancelleri, Ciprini, Silvia Giordano, Mantero, Ferraresi, Castelli, Nuti, Vacca, Sorial, Alberti, D'Uva, Rizzo, Frusone, Lombardi, Cominardi, Toninelli».
(Presentata il 12 febbraio 2015)

Mozioni:


   La Camera,
   premesso che:
    la disciplina degli studi di settore è stata introdotta nel nostro ordinamento dall'articolo 62-bis del decreto-legge 30 agosto 1993, n. 331, convertito dalla legge 29 ottobre 1993, n. 427; 
    nello specifico, gli studi di settore, elaborati mediante analisi economiche e tecniche statistico-matematiche, sono uno strumento utilizzato per determinare il ricavo o il compenso che con la massima probabilità può attribuirsi a un contribuente – impresa o professionista – in funzione di dati contabili ed extracontabili che, unitamente ad alcuni fattori esterni quali la territorialità e la congiuntura economica, ne caratterizzano l'attività produttiva;
    tale istituto identifica, dunque, sia una procedura di calcolo che una procedura di ausilio per l'accertamento che l'Agenzia delle entrate utilizza per stimare i ricavi o i compensi presunti dall'attività di ogni singola impresa o professionista;
    l'elaborazione degli studi di settore, al pari del redditometro, si originano, quindi, dal presupposto che se il contribuente sostiene un certo ammontare di costi, deve aver realizzato un conseguente ammontare di ricavi e/o compensi che consentano la possibilità di sostenere quei determinati costi. Tuttavia, è fatto notorio che i sistemi di quantificazione statistica o forfetari dei ricavi o del reddito, quando si applicano ad un insieme generalizzato di soggetti, non possono essere concretamente attendibili;
    ne consegue che l'applicazione dell'istituto in questione ha generato una serie di criticità ed anomalie a discapito del contribuente, poiché risulta una procedura il cui risultato rappresenta una presunzione relativa che può essere posta a base di avvisi di accertamento fiscale, in assenza da parte dell'Agenzia delle entrate di specifiche motivazioni in ordine ai risultati ottenuti;
    addirittura, autorevole dottrina ha evidenziato il rischio di esporre il contribuente a tassazione su un dato reddituale immaginario, soprattutto, nel caso in cui, non sia in grado di fornire adeguata prova contraria alla quantificazione effettuata sulla base delle risultanze regolamentari;
    la forte rigidità applicativa che ha caratterizzato gli studi di settore, determinata dalla convinzione di assoluta coincidenza tra i ricavi risultanti dall'applicazione dello studio e la capacità reddituale del singolo contribuente, ha generato un'accesa controversia tra gli operatori economici e l'Agenzia delle entrate;
    infatti, soprattutto nell'attuale periodo di crisi, la tendenza degli Uffici fiscali a standardizzare il reddito d'impresa, è stata avvertita come indebita in modo particolare laddove la stima dei ricavi risulti effettuata prescindendo dalla reale situazione del mercato in cui i singoli contribuenti operano;
    per la determinazione della «congruità» dei ricavi, agli studi di settore vengono attualmente applicati dei correttivi anticrisi, tuttavia, anch'essi ovviamente si basano su dati statistici. Pertanto, un risultato già da «verificare» viene modificato da correttivi medi di categoria, che dovrebbero tenere conto di una situazione in costante evoluzione e di ulteriori variabili (il settore, la zona territoriale, e altro), difficilmente analizzabili su base statistica. Ciò rende il conteggio ancora meno significativo e attendibile;
    la stessa Corte di Cassazione ha dichiarato che la procedura di accertamento standardizzato mediante l'applicazione degli studi di settore costituisce un sistema di presunzioni semplici, pertanto, è evidente che l'applicazione degli studi di settore si scontra con la necessità di cautela che è funzionale ad evitare il rischio che le procedure di accertamento fiscale si risolvano in un'attività sommaria, i cui risultati siano avulsi dal contesto fattuale;
    in particolare, sull'insufficienza e la non attendibilità degli studi di settore, la Corte di Cassazione si è espressa con la sentenza n. 15633/2014 in cui si mette in rilievo l'illegittimità dell'avviso di accertamento da studi di settore fondato sulla mera difformità tra quanto dichiarato e le medie del settore, poiché necessita del riscontro di ulteriori prove;
    la Corte dei Conti, nella delibera n. 9 del 25 luglio 2012, ha posto l'attenzione sugli effetti negativi degli studi di settore l'evoluzione verso forme di «catastizzazione» dei redditi, nonché sulle difficoltà di applicazione di tale procedura agli studi professionali poiché rispetto agli stessi non è ritenuta efficace l'applicazione di un sistema di accertamento standardizzato;
    ma vi è di più, poiché l'utilizzo di tale strumento ai fini dell'accertamento appare addirittura incostituzionale considerando che l'articolo 53 della Costituzione stabilisce che tutti i cittadini sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva, pertanto, nel quadro dei valori costituzionali risulta evidente come il riferimento sia fatto alla capacità contributiva personale ed effettiva e, non, ad una capacità contributiva ipotetica o presunta per legge;
    sicchè, trattandosi di un mero strumento presuntivo di accertamento e di determinazione dei ricavi, si ritiene necessario adottare urgenti provvedimenti, affinché l'istituto in questione venga regolamentato prevedendone l'utilizzo, esclusivamente, ai fini di selezione dei contribuenti da assoggettare ad attività di controllo fiscale;
    del resto, è la stessa Agenzia delle entrate che nella circolare n. 25/E/2014 sul contrasto all'evasione evidenzia «la necessità che i dati presenti negli studi di settore vengano sempre maggiormente impiegati quale strumento di selezione per l'ulteriore attività di controllo, piuttosto che quale mero strumento accertativo»;
    detto intervento si ritiene necessario per attuare una corretta e seria politica fiscale che consenta l'applicazione del principio di equità nei confronti di tutti i contribuenti, che devono essere sottoposti ad un carico fiscale proporzionato ai propri redditi,

impegna il Governo

ad assumere iniziative volte a regolamentare gli studi di settore, affinché ne venga previsto un utilizzo come mero parametro statistico di analisi per selezionare i contribuenti da assoggettare ad attività di controllo fiscale e, di conseguenza, ne sia esclusa l'applicazione quale strumento per stabilire automaticamente l'adeguatezza delle dichiarazioni dei redditi.
(1-00726) «Rizzetto, Barbanti, Rostellato, Mucci, Baldassarre, Artini, Prodani, Segoni, Turco, Bechis».


   La Camera,
   premesso che:
    l'analfabetismo funzionale consiste nell'incapacità a usare in modo efficace le competenze di base, quali lettura, scrittura e calcolo, per muoversi autonomamente nella società contemporanea. L'analfabeta funzionale è apparentemente autonomo e non è consapevole del problema ma in realtà non è in grado «di comprendere, valutare, usare e farsi coinvolgere con testi scritti per intervenire attivamente nella società, per raggiungere i propri obiettivi e per sviluppare le proprie conoscenze e potenzialità». Un analfabeta funzionale interpreta il mondo basandosi esclusivamente sulle sue esperienze dirette;
    nel 2013 sono stati diffusi i risultati dell'indagine internazionale PIAAC (Programme for the international assessment of adult competencies) sulle competenze degli adulti. La ricerca, promossa da Ocse (Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico), è stata svolta nel periodo 2011-2012 e analizza il livello di competenze fondamentali della popolazione tra i 16 e i 65 anni in 24 Paesi;
    le competenze prese in considerazione dal programma sono quelle fondamentali per la crescita individuale, la partecipazione economica e l'inclusione sociale (literacy) e quelle per affrontare e gestire problemi di natura matematica nelle diverse situazioni della vita adulta (numeracy). Specificatamente, come indicato nel research paper «Le competenze per vivere e lavorare oggi. Principali evidenze dall'Indagine PIAAC», la literacy è definita come «l'interesse, l'attitudine e l'abilità degli individui ad utilizzare in modo appropriato gli strumenti socio-culturali, tra cui la tecnologia digitale e gli strumenti di comunicazione per accedere a, gestire, integrare e valutare informazioni, costruire nuove conoscenze e comunicare con gli altri, al fine di partecipare più efficacemente alla vita sociale»; la numeracy è definita come «l'abilità di accedere a, utilizzare, interpretare e comunicare informazioni e idee matematiche, per affrontare e gestire problemi di natura matematica nelle diverse situazioni della vita adulta»;
    nell'ambito dell'indagine sono stati definiti sei livelli di proficiency, basati su intervalli di punteggi che variano su una scala da 0 a 500 punti. Il livello 1 indica una modestissima competenza, al limite dell'analfabetismo, mentre i livelli 4 e 5 indicano la piena padronanza del dominio di competenza. Il raggiungimento del livello tre è considerato come elemento minimo indispensabile per un positivo inserimento nelle dinamiche sociali, economiche e occupazionali;
    in Italia l'indagine è stata condotta, su incarico del Ministero del lavoro e delle politiche sociali, dall'ISFOL (Istituto per lo sviluppo della formazione professionale dei lavoratori). Dal confronto internazionale, rispetto alla media dei Paesi OCSE, l'Italia si colloca significativamente al di sotto della media e il deficit del Paese è più accentuato al sud e nelle isole. Gli adulti italiani (16-65 anni) si situano per la maggior parte al livello 2 sia nel dominio di literacy (42,3 per cento) che nel dominio di numeracy (39,0 per cento), il livello 3 o superiore è raggiunto dal 29,8 per cento della popolazione in literacy e dal 28,9 per cento in numeracy, mentre i più bassi livelli di performance vengono raggiunti dal 27,9 per cento della popolazione in literacy e dal 31,9 per cento in numeracy;
    Tullio De Mauro, professore emerito di linguistica generale nella facoltà di scienze umanistiche dell'università di Roma La Sapienza, ribadisce che più della metà degli italiani ha difficoltà a comprendere l'informazione scritta e molti anche quella parlata. I dati sopracitati apparentemente sterili indicano una situazione che potrebbe avere conseguenze pericolose poiché si tratta di una larga fetta di popolazione concretamente non in grado di ricevere e valutare in modo oggettivo nuovi fatti e suscettibile d'essere pilotata mediante populismo e mistificazione della realtà;
    fra i fattori che hanno contribuito a determinare questa situazione negativa, e che si sono rivelati al contempo cause e conseguenze dello stesso analfabetismo funzionale, si inseriscono: le falle del sistema scolastico italiano, l'ampliarsi di quella fascia di giovani che non sono né occupati né inseriti in un percorso formativo, il servizio pubblico radiotelevisivo che ha gradualmente perso la sua funzione educativa e culturale e infine l'uso inconsapevole di internet. Quest'ultimo fattore costituisce un'altra forma di analfabetismo, associabile a quella funzionale, ovvero l'analfabetismo digitale inteso come mancanza di competenze digitali e quindi incapacità di saper utilizzare le tecnologie di informazione e comunicazione per reperire, valutare, conservare, produrre, presentare e scambiare informazioni nonché per comunicare e partecipare a reti collaborative tramite internet;
    la situazione dell'istruzione in Italia rivela un livello molto basso in confronto agli standard internazionali. Con la crisi nel nostro Paese vi è stato un vertiginoso calo del tasso di scolarità nelle scuole superiori: dal 2007 al 2011 si è passati dal 94,9 per cento al 91,4 per cento di iscritti, come rivelano i dati del report annuale «Italia in cifre 2014» elaborato dall'Istat. Il 30 per cento dei giovani fra i 25 e 34 anni non ha un diploma di scuola secondaria, contro meno del 10 per cento nella media Ocse, e il numero degli immatricolati nelle università italiane è diminuito di 25.177 unità dall'anno accademico 2011/2012 al 2012/2013 (ultimi dati disponibili). Colmare questo divario nei livelli di scolarizzazione fra Italia e altri Paesi dovrebbe essere un imperativo. Tuttavia, dal 2008 con l'inizio della crisi economica la spesa per istruzione è stata ridotta (e ciò è ancora più grave se si tiene conto che si partiva da livelli di spesa che erano già inferiori a quelli di molti Paesi avanzati) e ad oggi fra gli Stati europei membri dell'Ocse l'Italia è il Paese che, in rapporto al proprio Pil, spende di meno nell'istruzione: 4,6 per cento;
    i dati sulla scuola e l'università non devono essere sottovalutati; come affermava Calamandrei, padre costituente, è con l'istruzione scolastica che si formano le coscienze dei cittadini e si elabora la consapevolezza dei valori morali, «dalla scuola dipende come sarà domani il Parlamento, come funzionerà domani la Magistratura: cioè quale sarà la coscienza e la competenza di quegli uomini che saranno domani i legislatori, i governanti e i giudici del nostro paese»;
    scarse abilità e insufficienti competenze chiave vanno di pari passo con l'inattività, è il caso dei NEET (not in education, employment or training): giovani non più inseriti in un percorso scolastico o formativo ma neppure impegnati in un'attività lavorativa, che disinvestono sulle proprie capacità senza accrescerle e utilizzarle. In questo gruppo di giovani un prolungato allontanamento dal mercato del lavoro e dal sistema formativo può comportare il rischio di una maggiore difficoltà di reinserimento e una sorta di scollegamento dalla realtà. I risultati delle ricerche Istat in proposito non sono confortanti, nell'arco degli ultimi dieci anni (2004-2014) il dato NEET, fra i 18 e 29 anni, in termini percentuali è passato dal 21,9 al 32,5;
    come anticipato, un ruolo determinante lo ricopre anche il sistema di servizio pubblico radiotelevisivo che, come si evince anche dai documenti europei – il Protocollo sul sistema di radiodiffusione pubblica allegato al Trattato di Amsterdam (1997) e le direttive sulla Televisione senza frontiere (1987, poi modificata nel 2007) e sui Servizi di media audiovisivi (2010) –, dovrebbe avere una funzione culturale rispondendo ai bisogni informativi, educativi e di intrattenimento dei cittadini. Tuttavia, questo sistema è sostanzialmente entrato in crisi. In special modo la televisione pubblica sta tendendo sempre più verso una programmazione tipica della televisione privata, per sua natura commerciale, ponendo al primo posto l’auditel a discapito della sua funzione educativa;
    infine, vi è l'uso non consapevole da parte degli analfabeti funzionali dei social network e della rete, laddove il connubio fra mancanza di strumenti cognitivi e la sterminata mole di informazioni non verificate genera un cortocircuito. False notizie, non notizie, preconcetti, decontestualizzazioni e stereotipi producono effetti esplosivi in un Paese in crisi sociale, economica e morale come l'Italia, divengono senso comune e realtà per milioni di persone. In taluni casi ciò determina l'insorgere e il fomentare sentimenti di odio e manifestazioni di violenza, ne sono un esempio i recenti fatti di cronaca che hanno visto l'accanimento mediatico ad avviso dei firmatari del presente atto disumano nei confronti delle due cooperanti italiane, Greta Ramelli e Vanessa Marzullo, rilasciate dopo una prigionia di quasi sette mesi;
    l'attuale tendenza, riscontrabile specialmente nell'ambito politico, ma non solo, alla riduzione della complessità a slogan incrementa questi rischi, si delinea così un meccanismo pericoloso che si nutre di ignoranza, rabbia e disperazione e che orienta i malumori della popolazione senza valutare e tenere conto delle conseguenze nefaste,

impegna il Governo:

   a rivedere il piano dell'istruzione affiancando all'insegnamento dogmatico gli strumenti per decifrare e comprendere, valutare e usare informazioni, di origine scritta o orale, per intervenire attivamente nella società, in tale ambito valorizzando l'insegnamento dell'educazione civica affinché i giovani imparino fin da subito il convivere civile e facciano proprio il senso di responsabilità verso la cosa pubblica;
   ad implementare, promuovere e diffondere il programma nazionale per la cultura, la formazione e le competenze digitali, mettendo in atto interventi di alfabetizzazione digitale e potenziando culture e conoscenze già presenti;
   ad agire senza indugio per invertire il trend dei cosiddetti NEET con piani per l'occupazione giovanile e incentivazione allo studio, coinvolgendo scuola, aziende e parti sociali sull'onda della programmazione europea a favore dei giovani;
   ad operare, per quanto di competenza, affinché il sistema radiotelevisivo italiano sia reinvestito della sua originaria funzione culturale, formativa e educativa.
(1-00727) «Pinna, Labriola, Catalano, Quintarelli, Locatelli, Ciprini, Capelli, Sottanelli, Vecchio, Corda, Marazziti, Fauttilli, La Marca, Galgano, Molea, Pastorelli, Furnari, Artini, Pisicchio, Grande».


   La Camera,
   premesso che:
    la crisi economica generale ha portato al progressivo impoverimento di ampie fasce sociali, in Italia come in altri Paesi. La peculiarità dell'attuale congiuntura negativa sta particolarmente nel suo perdurare, arrivando a colpire non solo le fasce sociali finanziariamente più deboli, ma anche il cosiddetto ceto medio. I dati forniti periodicamente dalla Caritas sono allarmanti: le richieste di assistenza continuano a registrare una crescita senza precedenti da parte di soggetti considerati benestanti fino a poco tempo fa. Si tratta, ad esempio, di quanti hanno perso il lavoro e di quanti un lavoro ce l'hanno ma con uno stipendio non più sufficiente a mantenere la famiglia e talora neppure se stessi;
    molte di queste persone rischiano di perdere anche l'abitazione comprata negli anni in cui le banche erogavano con facilità mutui prima casa per importi spesso a totale copertura del prezzo di acquisto. L'arrivo, poi, della crisi economica ha reso non più possibile per molti piccoli proprietari far fronte al pagamento delle rate di ammortamento del mutuo, con il risultato non solo di perdere la proprietà della casa, pignorata e messa all'asta dalla banca creditrice, ma anche di venire conseguentemente sfrattati. Il fenomeno è in forte aumento: su scala nazionale le esecuzioni immobiliari in essere e con probabile conclusione nei prossimi 5 anni sono stimate in circa 248.000 (Fonte: Ministero della giustizia);
    quel numero significa che, considerando un nucleo familiare di quattro persone, circa un milione di persone, in Italia, rischia potenzialmente di trovarsi tra non molto senza una casa: ciò non significa semplicemente senza la proprietà della casa, ma soprattutto senza ciò che essa rappresenta in termini affettivi e in certo senso identitari. È un fatto notorio: per gli italiani la casa rappresenta tradizionalmente un punto di riferimento; tanto più lo è per chi non ha più un lavoro. Lo sfratto dall'abitazione pagata a rate con sacrificio è incontestabilmente un fatto traumatico per l'individuo e destabilizzante per l'intera famiglia, finendo per diventare anche un problema sociale di cui i politici dovrebbero occuparsi con la massima urgenza e non limitarsi a proclamarsi paladini della famiglia nella facile retorica delle dichiarazioni pubbliche;
    si tratta di un problema complesso, perché ha molte sfaccettature. Innanzitutto, va ad aggravare la già pesante emergenza abitativa, da tempo sfociata nel fenomeno delle occupazioni abusive, diffuso ormai su tutto il territorio nazionale. Ne conseguono spesso manifestazioni di protesta, che portano tensioni sociali e, quindi, problemi di ordine pubblico, con costi che finisce per pagare l'intera collettività: costi, ad esempio, per gli interventi sanitari, per i servizi sociali, per le forze dell'ordine e, in generale, per la sicurezza e la vivibilità di interi quartieri urbani;
    in secondo luogo, l'impressionante numero di esecuzioni immobiliari sopra riportato rivela un rischio serio per un sistema bancario già messo a dura prova dall'ampia mole di impieghi classificati a contenzioso per effetto del fallimento di un numero crescente di imprese. Infatti, le sofferenze bancarie lorde (Not Performing Loans, di seguito anche NPL) lo scorso anno ammontavano a 172 miliardi di euro, quadruplicate rispetto al 2008. Per recuperare il denaro concesso, nel settore retail, a mutuatari ora morosi, gli istituti di credito si rivalgono sugli immobili finanziati, avviando l'esecuzione forzosa per effetto della garanzia ipotecaria. A differenza del passato, però, il mercato immobiliare è letteralmente crollato, soprattutto con riferimento agli immobili di scarso prestigio, e le esecuzioni finiscono per portare le vendite a valori bassissimi che comportano per il debitore moroso la perdita della casa senza che il ricavato della vendita forzosa possa neppure riuscire ad estinguere il proprio debito. Alla luce dei risultati di stress test e asset quality review, gli NPL immobiliari risultano avere in Italia un valore tra i 40 e i 50 miliardi di euro (valore che raddoppia se ci si rapporta ai valori nominali). Le severe regole europee impongono accantonamenti importanti a fronte di crediti deteriorati, con ulteriore appesantimento dei bilanci bancari e una contrazione del credito alle imprese, i cui effetti pesano sulla ripresa economica;
    il problema ha risvolti economici più ampi nel momento in cui va a influire sull'andamento del mercato immobiliare. Il controvalore commerciale degli immobili sottoposti ad asta giudiziaria è, infatti, stimato in circa 60/70 miliardi di euro, se si considerano i collaterali a garanzia delle sofferenze, e in circa 50 miliardi, se si considera il numero delle esecuzioni (stimando un valore medio per ogni unità immobiliare di circa 200.000 euro). A loro volta, gli immobili che rientrano tra quelli pignorati per morosità nel pagamento delle rate di mutuo sono stimati al 5 per cento del mercato complessivo, costituendo una massa di offerta critica comunque rilevante, destinata ad aggravare ulteriormente l'andamento del mercato immobiliare;
    la crescita esponenziale del numero di aste giudiziarie si traduce anche in un sovraccarico di lavoro e di costi per i tribunali, già in forte difficoltà per lo smaltimento ordinario delle cause civili in corso. D'altro canto, le banche non possono che procedere a tutelare nel modo più efficace possibile il recupero dei propri crediti, soprattutto per proteggere la raccolta rappresentata dai cittadini che depositano i propri risparmi, contando sulla possibilità di poterli prelevare in qualsiasi momento;
    se queste sono le dimensioni della questione, la classe politica non può far finta di niente. Non può non intervenire. Per i cittadini prima ancora che per le banche. Non è accettabile, infatti, che gli unici a guadagnare dal contesto sopra descritto siano gli speculatori che frequentano abitualmente le aste giudiziarie;
    la risposta che la politica è chiamata a dare oggi è più complessa, perché va ripensata completamente rispetto al passato. Oggi che le risorse pubbliche sono finanziariamente ridotte è impensabile per la politica ricorrere agli strumenti di sempre, quelli per cui ogni problema non viene risolto, ma solo contenuto, temporaneamente accantonato, scaricandone i costi sullo Stato. Tali strumenti non solo non hanno mai funzionato nel medio periodo, ma adesso non sono più sostenibili. Per questo, la politica, oggi, ha un'occasione importante: dimostrare di saper prendere le distanze da decisioni facili, improntate al consenso immediato, e da gestioni inefficienti e irresponsabili della cosa pubblica. La politica può dimostrare di aver scelto la discontinuità, anche se apparentemente impopolare, e ripensare il proprio ruolo in chiave innovativa;
    dopo lo Stato liberale, è da tempo in via di superamento anche il Welfare State, senza che, tuttavia, sia stato elaborato un nuovo modello di Stato, né è pensabile tornare indietro, ai modelli del passato che hanno esaurito la loro efficacia. La direzione da prendere è quella dell'innovazione anche in campo sociale, economico e istituzionale. La Gran Bretagna e gli Usa hanno già cominciato a farlo, dando avvio a politiche pubbliche in cui lo Stato diventa non più l'unico attore e neppure quello principale, ma uno degli attori in campo, che concorrono a risolvere le criticità riguardanti una comunità. Tornando, infatti, al caso del pignoramento di una casa per morosità nel pagamento delle rate di mutuo, si visto chiaramente che non si tratta di un problema solo del proprietario e della sua famiglia, ma anche delle banche, delle forze dell'ordine, dei tribunali, del mercato immobiliare;
    qualche passo in questa direzione lo ha fatto anche l'Italia, quando, non a caso all'indomani dello scoppio della crisi globale del 2008, vennero sperimentate soluzioni giuridicamente e finanziariamente nuove, quali Fondo Italiano di investimento e i cosiddetti Tremonti-bond. Si ricorda la formula con la quale, insieme ad Andrea Montanino, il primo firmatario del presente atto di indirizzo ha qualificato quelle esperienze innovative: Stato contraente e promotore. Ora si tratta di fare un salto in avanti anche in Italia, applicando il modello di Stato contraente all'ambito sociale con l'obiettivo di stare al passo con una realtà che è sotto gli occhi di tutti: i soldi pubblici diminuiscono a fronte di bisogni che, invece, aumentano;
    la lungimiranza del Governo inglese è stata quella di pensare a strumenti nuovi per scenari nuovi e la risposta è stata quella dei cosiddetti Social impact investment (di seguito SII). Si tratta, in sintesi, di progetti sociali che coinvolgono istituzione pubbliche, investitori privati, intermediari finanziari, soggetti no-profit, senza che siano solo le prime a investire risorse finanziarie. La logica dell'intervento statale cambia completamente: non si tratta di assistenza pubblica, né di filantropia privata, ma di azioni con uno scopo mirato e misurabile in cui i capitali provengono dallo Stato e da chi vuole fare profitto ma, al contempo, anche qualcosa di utile per la propria comunità;
    il primo test di SII nel Regno Unito di Gran Bretagna ha riguardato, nel 2010, il carcere di Peterborough, con un progetto lanciato dal Ministero della giustizia inglese insieme a Social Finance Ltd e Big Society Capital, con uno stanziamento complessivo, tra pubblico e privato, di 5 milioni di sterline per un programma di recupero per detenuti. In Italia il primo test di SII può essere avviato oggi proprio sulla questione delle esecuzioni immobiliari sopra descritta con il Fondo cosiddetto Salvacasa. Esso, nei termini già delineati da un organismo senza scopo di lucro quale Fondazione Etica, si configura come un Social Impact Investment, in quanto viene investito denaro non per tamponare un problema, né, tantomeno, per risolverlo a totale carico dello Stato, bensì per farvi fronte preventivamente ed evitare quanto meno i danni collaterali;
    il Fondo Salvacasa non può impedire che una casa ipotecata venga pignorata dalla banca creditrice al proprietario moroso, ma costituisce un investimento a più mani per evitare che quel problema ne generi altri. Senza entrare qui in dettagli tecnici, è la finanza che questa volta decide di farsi strumento utile non solo a se stessa, ma anche alla soluzione di nodi sociali, con un Fondo che investe capitali nell'acquisto di asset, cioè gli immobili all'asta, per poi riassegnarli in locazione agli ex proprietari. In altre parole, viene consentito al proprietario di una casa pignorata per morosità di diventare inquilino della stessa casa pagando un affitto a canone calmierato, ossia controllato dalla legge affinché non sia eccessivamente esoso, con in più la prospettiva di rientrare in possesso del bene in un lasso di tempo ragionevole;
    in estrema sintesi, il Fondo Salvacasa andrebbe rivolto a investitori istituzionali, in primis la Cassa depositi e prestiti, ma anche, ad esempio, le fondazioni bancarie e le banche di credito cooperativo. Il plafond del Fondo verrebbe destinato all'acquisto in asta giudiziaria di immobili con le caratteristiche sopra dette. Un intermediario finanziario, eventualmente costituito ad hoc (ad esempio una Sgr) avrebbe il compito di contattare i vecchi proprietari, di locare loro gli appartamenti a un canone di affitto ragionevole e di fare sottoscrivere alle parti una doppia opzione, put e call, che darà facoltà a un tempo stabilito di cedere o ricomprare l'appartamento;
    i punti di forza dell'investimento sono, tra gli altri: la trasparenza del processo di acquisto all'asta; l'alta probabilità di ricedere l'immobile all’ex-proprietario e inquilino, la possibilità di mettere subito a reddito l'investimento; l'alleggerimento per le banche dalla gestione onerosa degli immobili pignorati e/o del recupero di importi irrisori dalla vendita degli stessi, al contempo liberando risorse da destinare alla crescita delle imprese; un minor rischio di alterazione del mercato immobiliare con immobili reimmessi in vendita a prezzi molto bassi; la generazione di un forte impatto sociale positivo evitando di alimentare ulteriormente l'emergenza abitativa e i conseguenti problemi di ordine pubblico e di sicurezza nelle città;
    gli immobili da acquisire nel Fondo sarebbero di tipo residenziale e artigianale; i casi umani definiti secondo precisi criteri di eleggibilità, preventivamente verificati; il valore dell'asta minore/uguale al 50 per cento del valore indicato dalla consulenza tecnica d'ufficio; il valore del singolo immobile non superiore a un target definito; l'impegno preliminare dell'esecutato all'affitto dell'immobile;
    il Fondo coinvolgerebbe lo Stato, attraverso gli organismi individuati come i più idonei (si pensi a CDP); gli investitori privati, come le banche e gli organismi di categoria (si pensi all'Ance, all'Abi, all'Anci); le cancellerie dei tribunali e i professionisti da essi delegati, incaricati della correttezza e trasparenza dell'intero procedimento; soggetti no-profit (si pensi, ad esempio, ai patronati, alle organizzazioni sindacali, a onlus sperimentate come Caritas e Comunità di S. Egidio tra le altre), chiamati a gestire il rapporto locativo dell'immobile esecutato attraverso reti territoriali radicate in grado di selezionare le richieste degli ex-proprietari e potenziali inquilini, avendo cura in particolare dei soggetti e delle famiglie più fragili, e di collaborare con le banche nella dismissione coordinata di immobili residenziali in determinata area geografica;
    una siffatta rete di soggetti selezionati con attenzione e trasparenza è la principale garanzia che protegge il progetto Salvacasa da rischi di mire speculative e di truffe. In Italia, come in altri Paesi, infatti, accade che diversi fondi speculativi per acquistare portafogli ipotecari utilizzino non più solo lo strumento della cartolarizzazione, ma anche quello di apposite società immobiliari, che acquistano gli immobili alle aste nel caso in cui i ribassi registrati diventino molto significativi;
    l'obiettivo del Fondo Salvacasa, invece, è realizzare una sorta di ammortizzatore sociale a rendimento. Uno strumento che possa dare, da un lato, una risposta efficiente a un bisogno sociale e, dall'altro, una remunerazione a chi investe parte del proprio capitale;
    chi investe nel Fondo, infatti, non lo fa per filantropia, ma neppure per speculazione: il Fondo Salvacasa è appetibile per: un asset class totalmente decorrelata dai mercati finanziari; un sottostante costituito da un mercato NPL stimato in circa 172 miliardi di euro, in crescita, con asset a garanzia stimati in circa 60/70 miliardi di euro; un rendimento netto ragionevolmente ipotizzabile intorno al 7 per cento senza utilizzo di leva;
    la redditività avrà due fonti: il rendimento base, rappresentato dalla messa a reddito (affitto) dell'immobile acquisito ad asta; il rendimento aggiuntivo, rappresentato dalla rivendita dell'immobile alla famiglia affittuaria;
    il calcolo della redditività dovrà tener conto di un ragionevole tasso di default, rappresentato sia da coloro che non riusciranno ad onorare il contratto di affitto, sia da coloro che non riusciranno ad adempiere all'opzione di riacquisto;
    la Sgr, o altro veicolo finanziario, potrà anche svolgere funzioni di advisory per investitori istituzionali italiani che riterranno opportuno un loro intervento diretto – in analogia agli interventi di housing sociale – condividendo l'urgenza di accompagnare adeguatamente la necessità di dismissione dei portafogli ipotecari residenziali da parte degli istituti di credito,

impegna il Governo:

   a dare piena attuazione al diritto di abitazione come riconosciuto dall'articolo 25 della Dichiarazione Universale dei Diritti dell'Uomo e dalla Costituzione italiana che all'articolo 2 lo annovera tra i diritti inviolabili, secondo quanto sottolineato in più occasioni dalla Corte Costituzionale, la quale ha definito il diritto all'abitazione un diritto sociale inalienabile che «indubbiamente costituisce per la sua fondamentale importanza per la vita dell'individuo un bene primario che deve essere concretamente e adeguatamente tutelato dalla legge» (sentenza Corte Costituzionale n. 404/1998) e all'articolo 47 lo tutela anche in termini di diritto alla proprietà dell'abitazione;
   a occuparsi con la massima urgenza del problema dei Not Performing Loans immobiliari e dell'allarmante crescita delle esecuzioni immobiliari, con la logica non solo di risolvere il problema delle sofferenze bancarie, ma soprattutto di rispondere concretamente all'emergenza abitativa e di sostenere la famiglia, che vede nella casa un punto di riferimento irrinunciabile;
   a promuovere l'istituzione di un Fondo Salvacasa per:
    a) aiutare chi ha perso la proprietà della casa per non essere riuscito più a pagare le rate del mutuo, consentendogli di continuare ad abitarvi, dietro pagamento di un canone di affitto sostenibile e con la possibilità di riscatto finale;
    b) evitare che le banche siano ulteriormente appesantite da Not Performing Loans immobiliari, con conseguente ulteriore acutizzarsi del credit crunch;
    c) non sovraccaricare di ulteriore lavoro e costi i tribunali;
    d) contenere le dimensioni dell'emergenza abitativa aggravatasi in diverse città italiane;
    e) impedire alterazioni del mercato immobiliare a seguito di massicce vendite all'asta di beni immobili soprattutto a carattere residenziale;
    f) prevenire tensioni sociali, problemi di ordine pubblico, interventi sanitari;

   a individuare l'organismo attraverso cui lo Stato partecipa al Fondo, verificando l'opportunità del coinvolgimento diretto in primis di Cassa depositi e prestiti;
   ad assumere le necessarie iniziative per regolare modalità e requisiti per la partecipazione al Fondo di investitori privati e/o istituzionali (quali le stesse banche), in modo da garantire trasparenza e integrità, al contempo garantendo da rischi di mire speculative e truffe;
   a valutare la possibilità di costituire un intermediario finanziario ad hoc sul modello dell'inglese Big Society Capital;
   a fissare i requisiti per la selezione dei soggetti senza scopo di lucro chiamati a collaborare nella gestione delle domande di potenziali locatari degli immobili acquistati all'asta;
   ad assumere iniziative volte a regolare il coordinamento tra banche, associazioni di categoria, no-profit per la vendita di pacchetti immobiliari all'asta che incidono sulla politica del territorio.
(1-00728) «Gitti, Nicoletti, Marazziti, Locatelli, Parrini, Pastorino, Fauttilli, Iacono, Lacquaniti, Pierdomenico Martino, Antezza, Schirò, D'Incecco».


   La Camera,
   premesso che:
    il perdurare della crisi economica e finanziaria a livello globale ha imposto una nuova consapevolezza: i modelli di sviluppo che hanno prevalso sino ad oggi hanno dimostrato i loro limiti. Lo dimostrano l'impoverimento generale, le diseguaglianze sociali, le conseguenti tensioni di ordine pubblico, l'incapacità degli Stati di far fronte ai nuovi bisogni, l'alto livello di inefficienza e corruzione pubblica. È necessario, pertanto, ripensare un modello di sviluppo complessivo, che non consideri più separati, ma interdipendenti, l'ambito sociale, economico e politico;
    in altri Paesi, soprattutto in quelli anglosassoni come Gran Bretagna, Usa, Canada e Australia, già da diversi anni è stato elaborato e importato nelle scelte politiche ed economiche il concetto di innovazione sociale, intesa come la capacità di rispondere a bisogni emergenti con nuove forme di azione e relazione. Per quanto la definizione possa sembrare fumosa, indica la nuova logica con cui in quei Paesi sono state avviate politiche di sviluppo che segnano una netta discontinuità con il passato e dalle quali l'Italia può trarre esempio;
    non si tratta di un esercizio teorico, ma di ricorrere a uno strumento concreto per progettare lo sviluppo di un intero Paese partendo da dati eloquenti che riguardano tutta l'Europa: crescita dei bisogni sociali; diminuzione progressiva delle risorse pubbliche; una grande liquidità privata (alla fine del terzo trimestre del 2013, gli attivi gestiti nel solo mercato dei capitali in Italia ammontavano a circa euro 2,89 trilioni, di cui oltre il 54 per cento, di investitori istituzionali e la restante parte di investitori retail); volatilità sempre maggiore dei rendimenti finanziari. Progettare innovazione sociale significa mettere insieme questi dati per capire dove e come intervenire, con quali priorità in nome di una crescita sostenibile;
    il risultato si chiama Social Impact Investing, cioè politiche innovative per almeno due motivi. Innanzitutto, perché coinvolgono diversi attori, pubblici e privati: non più solo lo Stato, ma anche investitori privati, intermediari finanziari, organizzazioni no-profit. In secondo luogo, perché consentono di realizzare un doppio obiettivo: un forte impatto sociale e un guadagno economico, in tal modo convenendo al singolo investitore come all'intera comunità. Vi è ormai ampia evidenza, infatti, che la crescita sociale stimola la crescita dell'economia reale;
    oggi i tempi sono maturi per questo tipo di approccio in quanto, nel tempo, è venuta sfumandosi la contrapposizione tra beneficenza e profitto: la scarsità di risorse pubbliche orientando una mentalità diversa, quella per cui fare filantropia facendo profitto è non solo possibile, ma anche conveniente;
    lo dimostrano gli strumenti concreti che l'innovazione sociale ha consentito già di testare in Paesi come Gran Bretagna e Usa: gli investimenti ad impatto sociale (Social Impact Investing, in breve SII). Si tratta di un'ampia gamma di investimenti (loan based o equity based) basati sull'assunto che i capitali privati possano intenzionalmente contribuire a creare, anche in combinazione con i fondi pubblici, impatti sociali positivi e, al tempo stesso, rendimenti economici privati. Punti salienti degli SII sono: intenzionalità a produrre un impatto e quindi un cambiamento sociale; obiettivi misurabili; orientamento all’outcome (cambiamento percepito nell'intera comunità) anziché all’output (quantità delle prestazioni erogate); rendimento economico per gli investitori;
    contrariamente a quanto si crede, i SII sono strumenti adatti non solo ai mercati emergenti ma anche a quelli maturi, in quanto riescono a coprire il gap tra domanda di welfare e inadeguatezza delle risorse pubbliche. Un gap pericoloso, che interessa i Paesi del G8: nei prossimi dieci anni, infatti, essi dovranno far fronte a un forte fabbisogno di spesa non coperta per il welfare. Gli investimenti a impatto sociale possono diventare l'ambito di raccordo tra il bisogno di servizi incomprimibili, l'inadeguatezza di risorse del pubblico, la ricerca di profitto degli investitori;
    è evidente che si tratta di un salto in avanti notevole, molto oltre quello compiuto, in passato, con l'introduzione del concetto di responsabilità sociale e di investimenti basati sui criteri SRI e ESG (social responsible investing): questi, infatti, si affidano a sistemi di screening che escludono dall'investimento settori giudicati non socialmente responsabili, quali quello delle armi e del gioco di azzardo (SRI), oppure, con un gradino ancora più avanzato, quelli con impatti ambientali, sociali e di governance negativi o insufficienti (ESG). Gli SII, invece, rappresentano un ulteriore step perché costruiti specificamente con l'intenzione di ottenere un rendimento e un cambiamento sociale;
    è significativo che la formula Impact Investing sia stato coniata, nel 2008, da JP Morgan e Rockfeller Foundation: la finanza oggi comincia ad avere interesse anche per il Social impact principalmente perché riguarda investimenti con alto tasso di decorrelazione (ad esempio, meno soggetti al cosiddetto rischio Paese) e quindi con rendimenti meno immediati e talora – ma non sempre – più bassi di quelli di mercato, ma comunque meno volatili;
    gli SII non sono stati solo teorizzati e progettati, ma anche avviati e testati. Il primo Paese a utilizzarli è stato il Regno Unito, in cui, nel 2010, il Governo ha sviluppato il primo SIB (Social Impact Bond), seguito poi dagli Stati Uniti, in particolare dalla città di New York (2012). Qui, ad esempio, l'investitore principale è stato Goldman Sachs con capitale di debito di oltre nove milioni di dollari, mentre Bloomberg Philanthropies ha messo a disposizione oltre sette milioni di euro a fondo perduto da usare come fondo di garanzia a copertura parziale del prestito di Goldman Sachs;
    non solo. L'attuale premier inglese – esponente di un governo conservatore – ha lavorato per ottenere in sede europea una deroga alla normativa sugli aiuti di Stato ai fini dello stanziamento di un finanziamento di 400 milioni di sterline, finalizzato alla capitalizzazione della Big Society Capital, una sorta di banca pensata per raccogliere risorse ed erogare servizi finanziari alle organizzazioni del settore sociale, la cui copertura finanziaria è stata assicurata dal prelievo dai conti dormienti presso banche e istituti di credito rimasti inattivi per almeno 15 anni;
    i Social impact bond non sono l'unico strumento di investimento ad impatto sociale: ci sono anche i cosiddetti Pay-for-Success (di seguito anche «PfS»), in cui il rendimento finanziario dipende dalla riuscita del progetto. In ogni caso, alla base di questi strumenti vi è la necessità di affrontare un problema sociale con azioni preventive, difficili da realizzare per una pubblica amministrazione senza risorse, utilizzando il conseguente risparmio per le casse pubbliche come fondo di garanzia per gli investimenti privati;
    il Governo inglese è talmente convinto della validità dei SII che, nel 2013, ha promosso la costituzione della Social Impact Investment Task Force established by the G8 con l'obiettivo di promuovere lo sviluppo degli investimenti a impatto sociale e di armonizzarne la crescita nei Paesi G8. La task force è composta da Advisory Board (ADB) nazionali e da Working Group (di seguito anche «WG») tematici, che hanno interagito con l'OCSE per supportare la stesura di uno specifico Rapporto sul tema;
    anche la Commissione europea ha cominciato a muovere i primi passi in questa direzione, istituendo una disciplina regolatoria e un sistema di certificazione e accreditamento per i fondi di Venture Capital sociali europei. Inoltre, la suddetta Commissione ha deciso di istituire un fondo, denominato European social investment and entrepreneurship fund (di seguito anche «ESIEF»), con una dotazione di 90 milioni di euro, che operi come fondo di fondi e consenta pertanto di capitalizzare, con l'intervento anche di investitori privati, più fondi in tutta Europa specializzati in SII;
    nel silenzio generale anche l'Italia ha cominciato a occuparsi di social impact investing, entrando a far parte della Task Force promossa dal Governo inglese con un proprio Advisory Board. In modo marginale se ne occupano anche diverse fondazioni, non solo bancarie, mentre Fondazione Etica ne ha fatto la propria missione dal 2008, prima ancora di Human Foundation, nata nel 2013;
    qualche passo lo hanno compiuto anche le banche, soprattutto nel comparto loan based: la banca che ha osato di più nel social è Ubi Banca, che ha emesso 54 Social Bond Comunità, per un controvalore di oltre 560 milioni di euro, i quali hanno consentito di erogare a titolo di liberalità oltre 2,8 milioni di euro e di stanziare plafond per finanziamenti pari a circa 19,5 milioni di euro. Riguardo, invece, al comparto dell’equity based, è da segnalare principalmente il caso di Oltre Venture Capital, che con il venture philantropy è riuscita a raccogliere oltre 7 milioni di euro da soggetti privati, totalmente investiti in 17 nuove imprese italiane (settore sanitario, microfinanza, housing sociale);
    tuttavia, per quanto qualcosa si sia mosso anche in Italia, non si segnala ad oggi alcuna discontinuità nella programmazione delle politiche sociali nel nostro Paese, improntate ancora allo schema tradizionale secondo cui è lo Stato a provvedere integralmente alla copertura della spesa sociale, mentre gli investitori privati e gli imprenditori pensano a fare business, compensando, poi, con donazioni e altre forme di filantropia. Né può più essere considerata innovativa la delega, talora in bianco, che lo Stato affida da anni a soggetti privati no-profit per lo svolgimento di molti servizi, e questo per più motivi:
     a) innanzitutto, perché lo Stato non ha più risorse sufficienti per garantire i servizi, a prescindere dal fatto che li svolga direttamente o delegandoli;
     b) in secondo luogo, perché quello del no-profit è diventato nel tempo un universo senza confini certi, nel quale, accanto a organizzazioni serie e con esperienza, si sono mescolate altre improvvisate che di no-profit hanno solo il nome, trattandosi, nel migliore dei casi, di soggetti profit a tutti gli effetti e, nel peggiore, di veri e propri truffatori, come ha dimostrato anche la recente indagine giudiziaria nota come «Mafia Capitale»;
     c) in terzo luogo, perché la delega al no-profit da parte delle istituzioni è stata in molti casi sprovvista di qualsiasi vincolo sostanziale in termini di efficienza e di raggiungimento degli obiettivi, con un'assenza allarmante di controllo su come e con quali effetti il denaro pubblico viene di volta in volta utilizzato dalla singola cooperativa o impresa sociale, e con la conseguenza di servizi spesso scadenti per i cittadini;
     d) in quarto luogo, perché così facendo l'Italia rischia di rimanere marginale nella sperimentazione che il mondo anglosassone ha avviato su nuovi modelli di sviluppo sia sociale che economico,

impegna il Governo:

   a programmare sin da ora un piano di azione per reperire le risorse finanziarie necessarie a far fronte alla crescita di spesa sociale non coperta dei prossimi dieci anni, stimata in 30 miliardi di euro al netto della spesa previdenziale, in modo da garantire discontinuità rispetto alle scelte del passato, con azioni improntate alla prevenzione anziché alla gestione emergenziale;
   ad avviare quanto prima politiche sociali innovative, e quindi orientate a:
    a) obiettivi misurabili;
    b) risultati in termini di outcome e non di output;
    c) coinvolgimento di soggetti pubblici e privati, profit e no-profit;
    d) ritorno economico per gli investitori privati;
    e) risparmio per le casse pubbliche;
   a prendere spunto dalle esperienze avviate con successo nel mondo anglosassone sugli investimenti a impatto sociale (come, ad esempio, il social impact bond emesso su iniziativa del Governo inglese per il carcere di Peterborough);
   ad assumere iniziative per regolamentare e semplificare gli investimenti ad impatto sociale in modo da facilitarne lo sviluppo anche in Italia, al contempo garantendone affidabilità per gli investitori, sia istituzionali che privati;
   a prevedere agevolazioni fiscali importanti soprattutto nella fase di decollo dei primi progetti a impatto sociale, in modo da stimolare gli investitori a impiegarvi una quota del proprio portafoglio di investimento;
   a intervenire con coraggio nel mondo del no-profit (come si è cominciato a fare con il disegno di legge sulla riforma del Terzo settore dello scorso agosto) con l'obiettivo di fare chiarezza sulla definizione di no-profit e di sociale, facendo pulizia degli impostori e favorendo le organizzazioni di specchiata serietà e sperimentata capacità;
   a seguire il positivo esempio inglese nella costituzione di una banca (come la Big Society Capital) o altro veicolo societario dedicato agli investimenti ad impatto sociale, coinvolgendo altresì Cassa depositi e prestiti;
   ad assumere iniziative per stanziare parte dei fondi pubblici destinati alle politiche sociali non per la spesa sociale diretta bensì per la costituzione di un Fondo di Garanzia che possa assorbire parte del rischio di chi investe in strumenti finanziari ad impatto sociale, quali Social Impact Bond e Pay for Success;
   a utilizzare pienamente le opportunità che la Commissione europea ha predisposto in termini sia di disciplina dei Social Impact Investing sia di stanziamento di fondi sugli investimenti a impatto sociale;
   a dare massima divulgazione delle opportunità che le politiche di social impact investing offrono, direttamente e indirettamente, a una molteplicità di soggetti: cittadini, investitori corporate e retail, associazioni senza scopo di lucro, banche, assicurazioni, e altri;
   a dare attuazione all'Agenda Impact predisposta dai rappresentanti italiani presso la Social Impact Investment Task Force established by the G8, articolata in 40 punti;
   a implementare la partecipazione italiana alla suddetta Task Force established con progetti di SIB o PfS sviluppati o almeno avviati da presentare agli altri Stati membri;
   a dare maggiore visibilità all’Advisory Board nominata in rappresentanza dell'Italia, e della quale non c’è alcuna traccia significativa sul sito del Governo, nonostante si legga altrove che detto Board è incardinato presso la Presidenza del Consiglio;
   a improntare i lavori dell’Advisory Board e dei relativi Working Groups alla massima trasparenza, integrità e accountability:
    a) nei criteri di selezione dei rispettivi componenti;
    b) nell'individuazione dei soggetti da rappresentare e nel loro coinvolgimento effettivo;
    c) nei compiti assegnati ai suddetti organismi e nel cronoprogramma che devono rispettare;
    d) negli obiettivi che devono perseguire;
   a prendere atto che ad oggi sono pochissimi in Italia coloro che sono a conoscenza dell'esistenza del Social Impact Investing e ancor meno dell’Advisory Board italiano, e di conseguenza a predisporre:
    a) una ricognizione di tutti i soggetti che provatamente si occupano di innovazione a impatto sociale;
    b) una call pubblica, cui dare massima visibilità, per selezionare ulteriori componenti della rappresentanza italiana presso la suddetta Task Force;
    c) un portale dedicato, che trovi spazio all'interno del sito web del Governo italiano, sul modello di quanto già fatto per iniziative quali soldipubblici.gov.it, con un aggiornamento continuo delle attività svolte e la possibilità di accogliere proposte e suggerimenti dagli utenti;
    d) centri di studio e ricerca con le università, che facciano da diffusori della cultura di innovazione sociale e che collaborino attivamente con gli attori del settore, sull'esempio di quanto già realizzato, ad esempio, dalla Georgetown University a Washington;
   a fare tesoro anche nel campo delle politiche sociali delle soluzioni giuridiche che il nostro Paese ha positivamente sperimentato in passato, riservando allo Stato non più il ruolo di gestore, ma di partner al pari degli altri, in iniziative importanti come il Fondo Italiano di Investimento destinato alle piccole e medie imprese (concetto di Stato contraente, secondo la definizione che, è stata coniata da Gregorio Gitti e da Andrea Montanino), e quindi a dare avvio il prima possibile al primo Social Impact Bond che Fondazione Etica ha proposto con il nome di «Fondo Salvacasa» per far fronte all'emergenza abitativa e alle sofferenze bancarie immobiliari (di cui alla mia mozione del gennaio 2015) e a utilizzare lo stesso strumento finanziario per il progetto «Disponibile» lanciato da Cittadinanzattiva per il recupero di beni pubblici in disuso per finalità di interesse generale.
(1-00729) «Gitti, Nicoletti, Marazziti, Fauttilli, Pastorino, Parrini, Lacquaniti, Locatelli, Pierdomenico Martino, Schirò, Iacono, D'Incecco».


   La Camera,
   premesso che:
    l'11 febbraio 2015, si è svolta – dinanzi a palazzo Montecitorio – la manifestazione organizzata dal Comitato Nazionale XXVII Ottobre in favore degli idonei di concorso pubblico, la cui assunzione è messa seriamente a rischio dai recenti interventi normativi del Governo;
    si tratta complessivamente di ben 84.080 persone (dati www.espresso.repubblica.it dell'8 febbraio 2015) che potrebbero vedersi vanificata la possibilità di essere assunti nella pubblica amministrazione;
    in Italia sono tantissimi i vincitori idonei di un concorso pubblico che attendono da tempo di essere assunti, tant’è che nel corso del tempo si è creata una nuova categoria di «disoccupati»: i cosiddetti vincitori di concorsi pubblici non assunti, vale a dire giovani che, pur avendo sostenuto una prova concorsuale e avendola vinta, si trovano oggi a non poter accedere al posto per il quale hanno studiato e sostenuto sacrifici anche economici;
    la situazione è stata resa difficile dal continuo blocco del turn over nella pubblica amministrazione, che i vari Governi hanno adottato e mantenuto nel tempo;
    ciò ha indotto, nel 2013, il Governo pro tempore ad intervenire con misure dettate dalla necessità e urgenza con il duplice obiettivo di favorire l'assunzione prioritaria nella pubblica amministrazione di coloro che sono collocati in posizione utile nelle graduatorie approvate dal 1o gennaio 2007 (che vengono prorogate al 31 dicembre 2016) con una più razionale gestione delle graduatorie di vincitori ed idonei e di favorire l'avvio di nuove procedure concorsuali per l'assunzione a tempo indeterminato di personale non dirigenziale con contratto a tempo determinato che abbia maturato determinati requisiti di durata del servizio alle dipendenze della pubblica amministrazione banditrice: per rispondere a tali esigenze è stato emanato il decreto-legge 31 agosto 2013 n. 101, convertito dalla legge 30 ottobre 2013, n. 125, recante «Disposizioni urgenti per il perseguimento di obiettivi di razionalizzazione nelle pubbliche amministrazioni»;
    l'articolo 4, comma 3, del decreto-legge ha previsto che «Per le amministrazioni dello Stato, anche ad ordinamento autonomo, le agenzie, gli enti pubblici non economici e gli enti di ricerca, l'autorizzazione all'avvio di nuove procedure concorsuali, ai sensi dell'articolo 35, comma 4, del decreto legislativo 30 marzo 2001, n. 165, e successive modificazioni, è subordinata alla verifica: a) dell'avvenuta immissione in servizio, nella stessa amministrazione, di tutti i vincitori collocati nelle proprie graduatorie vigenti di concorsi pubblici per assunzioni a tempo indeterminato per qualsiasi qualifica, salve comprovate non temporanee necessità organizzative adeguatamente motivate; b) dell'assenza, nella stessa amministrazione, di idonei collocati nelle proprie graduatorie vigenti ed approvate a partire dal 1o gennaio 2007, relative alle professionalità necessarie anche secondo un criterio di equivalenza»;
    i commi 3-ter e 3-quater del medesimo articolo del decreto-legge hanno disposto che «Resta ferma per i vincitori e gli idonei delle graduatorie di cui al comma 3 del presente articolo l'applicabilità dell'articolo 3, comma 61, terzo periodo, della legge 24 dicembre 2003, n. 350. L'assunzione dei vincitori e degli idonei, nelle procedure concorsuali, già avviate dai soggetti di cui al comma 3 e non ancora concluse alla data di entrata in vigore della legge di conversione del presente decreto, è subordinata alla verifica del rispetto della condizione di cui alla lettera a) del medesimo comma»;
    l'articolo 4, comma 5, ha previsto infine che «La Presidenza del Consiglio dei ministri-Dipartimento della funzione pubblica, al fine di individuare quantitativamente, tenuto anche conto dei profili professionali di riferimento, i vincitori e gli idonei collocati in graduatorie concorsuali vigenti per assunzioni a tempo indeterminato, coloro che, in virtù di contratti di lavoro a tempo determinato, hanno maturato i requisiti di anzianità previsti dal comma 6, nonché i lavoratori di cui al comma 8, avvia, entro il 30 settembre 2013, apposito monitoraggio telematico...»;
    asse portante della nuova disciplina è dunque il collegamento tra l'obbligo di esaurire le graduatorie vigenti e l'autorizzazione a bandire nuovi concorsi;
    il decreto-legge n. 101 del 2013 precostituisce, così, in caso di decisione di coprire i posti vacanti, un diritto all'assunzione per i vincitori, esteso anche agli idonei collocati nelle graduatorie dell'amministrazione vigenti ed approvate dal 1o gennaio 2007;
    la legge subordina l'autorizzazione a indire nuovi concorsi, all'immissione in servizio di tutti i vincitori collocati nelle proprie graduatorie vigenti e degli idonei inseriti nelle graduatorie vigenti, i quali vantano il preferenziale diritto all'assunzione;
    la ratio del provvedimento è chiara: l'utilizzo delle graduatorie vigenti, in un'epoca in cui le risorse pubbliche risultano complessivamente ridotte, risponde ad esigenze sociali e di equità ed esonera l'amministrazione dalle spese e dai costi e dai tempi di attesa connessi ad un nuovo concorso (e quindi attua il principio costituzionale di buon andamento);
    anche l'ex Ministro per la pubblica amministrazione Giampiero D'Alia ebbe a dichiarare: «Ricordiamo a tutti che abbiamo un debito da saldare: quello verso i tanti giovani vincitori di concorso rimasti fuori dalla porta delle amministrazioni; (Guida al decreto-legge n. 101 del 2013, in www.funzionepubblica.gov.it);
    l'intervento normativo del 2013 rappresenta «un atto di giustizia, un segnale di rispetto per quei tanti italiani, la maggior parte dei quali giovani, che da anni attendono una collocazione nella pubblica amministrazione dopo aver sostenuto e superato un regolare concorso» (guida al decreto-legge n. 101 del 2013, in www.funzionepubblica.gov.it) e ha configurato un vero e proprio diritto all'immissione in servizio in capo non solo ai vincitori collocati nelle graduatorie ma anche agli idonei;
    lo scorrimento delle graduatorie è dunque divenuta modalità ordinaria di provvista del personale, tanto più giustificata in relazione alla finalità primaria di ridurre i costi gravanti sulle amministrazioni per la gestione delle procedure selettive e comunque maggiormente rispettosa anche dei princìpi di trasparenza e di imparzialità;
    dopo anni di blocco e di relative proroghe di graduatorie, i vincitori e gli idonei di concorso si vedono riconoscere il diritto ad essere assunti;
    inoltre, l'assunzione dei vincitori e degli idonei rappresenterebbe l'ingresso di energie giovani, motivate e preparate nella pubblica amministrazione, energie indispensabili se si vuole realmente perseguire l'obiettivo della modernizzazione anche ai sensi dell'articolo 97 della Costituzione;
    l'obiettivo del decreto-legge n. 101 del 2013 si colloca proprio nella direzione della valorizzazione del concorso pubblico e del ritorno ad una logica del reclutamento fondato sul merito valutato comparativamente mediante procedure che garantiscono imparzialità ed eguaglianza nel rispetto dei supremi valori costituzionali;
    tuttavia, la legge n. 190 del 2014 (legge di stabilità per il 2015), ai commi 424 e 425 dell'articolo 1, ha previsto l'obbligo per le regioni ed enti locali di destinare, per gli anni 2015 e 2016, tutte le risorse per le assunzioni a tempo indeterminato, nelle percentuali stabilite dalla normativa vigente, all'immissione nei ruoli dei «vincitori di concorso pubblico collocati nelle proprie graduatorie vigenti o approvate» entro il 1o gennaio 2015;
    esauriti i vincitori, lo spazio assunzionale che rimane deve essere destinato ad assorbire i dipendenti delle province che non hanno trovato posto nell'area vasta o in regione;
    dunque è accaduto che la legge n. 190 del 2014 (legge di stabilità 2015) con le sue previsioni sulla mobilità dei dipendenti delle province non solo impedirà di assumere a tempo indeterminato i precari (di cui all'articolo 4, comma 6 e 8, del decreto-legge n. 101 del 2013), ma di fatto ha bloccato per almeno due anni (anni 2015 e 2016) la possibilità di scorrere le graduatorie dei concorsi inibendo dunque il reclutamento degli idonei così come vorrebbe l'articolo 4, comma 3, del decreto-legge n. 101 del 2013;
    la legge n. 190 del 2014 (comma 426) ha infatti stabilito anche la proroga del termine per la stabilizzazione dei precari (di cui all'articolo 4, commi 4, 6 e 8 del decreto-legge n. 101) portandolo al 31 dicembre 2018 ed infine il decreto-legge n. 192 del 2014 (cosiddetto decreto milleproroghe) con l'articolo 1, comma 6, ha allungato i termini al 31 dicembre 2015 per consentire alle province di prorogare i contratti col personale precario fino alla predetta data;
    è accaduto dunque che la legge n. 190 del 2014 – unitamente alle proroghe previste dal decreto-legge n. 192 del 2014 – ha modificato implicitamente il decreto-legge cosiddetto D'Alia n. 101 del 2013 sottraendo alle amministrazioni pubbliche la possibilità di destinare risorse degli anni 2014 e 2015 non solo alle stabilizzazioni dei precari previste dal decreto-legge n. 101 del 2013 ma anche alle assunzioni degli idonei che vengono completamente esclusi e dimenticati da qualsiasi assunzione per gli anni 2015 e 2016 a dispetto dell'articolo 4, comma 3, del decreto-legge n. 101 del 2013 che prevede l'autorizzazione all'avvio di nuove procedure concorsuali alla previa verifica dell'assenza di idonei collocati nelle graduatorie vigenti ed approvate (la cui efficacia cesserà proprio al 31 dicembre 2016 ex articolo 4, comma 4, del decreto-legge n. 101 del 2013) con l'effetto paradossale che gli idonei si vedranno sottratta qualsiasi possibilità o speranza di essere assunti nonostante la vigenza del decreto-legge n. 101 del 2013;
    il risultato paradossale è che gli idonei saranno «congelati» fino al 2016 e quando verrà il loro turno, le loro graduatorie avranno perso di efficacia ex articolo 4, comma 4, del decreto-legge n. 101 del 2013;
    è necessario un intervento affinché venga eliminata l'iniquità, vengano ripristinati ed assicurati la certezza del diritto e il rispetto delle leggi vigenti, affinché non si apra l'ennesima «guerra tra poveri» tra idonei e dipendenti delle province,

impegna il Governo:

   ad adottare tutte le iniziative urgenti – anche di tipo normativo – per prevedere e/o garantire l'assunzione dei vincitori e degli idonei dei concorsi pubblici, con riferimento alle graduatorie in vigore in conformità a quanto previsto dall'articolo 4, comma 3, del decreto-legge 31 agosto 2013 n. 101, convertito dalla legge 30 ottobre 2013, n. 125, recante «Disposizioni urgenti per il perseguimento di obiettivi di razionalizzazione nelle pubbliche amministrazioni»;
   a porre comunque in essere tutte le iniziative necessarie a tutelare la posizione degli idonei dei concorsi pubblici, le cui graduatorie perderanno di efficacia il 31 dicembre 2016 ex articolo 4, comma 4, del decreto-legge 31 agosto 2013 n. 101, convertito dalla legge 30 ottobre 2013 n. 125.
(1-00730) «Ciprini, Tripiedi, Chimienti, Cominardi, Dieni, Nuti, Lombardi, Fraccaro, Sibilia, Dall'Osso, Lorefice, Crippa».


   La Camera,
   premesso che:
    la tenuta presidenziale di Castelporziano, sita a circa 25 chilometri dal centro di Roma, si estende su una superficie di 5892 ettari, e comprende una spiaggia nonché la porzione di mare sulla stessa insistente, dalla riva fino a 300 metri dalla costa, considerato pertinenza della residenza estiva del Presidente della Repubblica e, pertanto, a lui riservato;
    con decreto del Presidente della Repubblica n. 136/N in data 5 maggio 1999, la tenuta di Castelporziano, facente parte della dotazione del Presidente della Repubblica, in ragione del riconosciuto valore naturalistico e ambientale, è stata assoggettata a specifico regime di tutela e gestione secondo criteri che si richiamano alle disposizioni contenute nella legge 6 dicembre 1991, n. 394, riguardanti le aree naturali protette, al fine di garantire e di promuovere, in forma coordinata, la conservazione e la valorizzazione del patrimonio naturale del Paese;
    con decreto 12 maggio 1999, la tenuta di Castelporziano è stata inserita tra le aree naturali protette;
    l'ingresso alla spiaggia, il transito a piedi sul bagnasciuga e il transito a nuoto in mare a meno di 300 metri dalla costa sono interdetti a chiunque e a presidiare i confini della tenuta vi sono forze dell'ordine appartenenti ai corpi dei carabinieri e della guardia di finanza;
    è del 13 agosto 2014 la notizia, circolata sul web e documentata da un video, che detto tratto di spiaggia sarebbe utilizzato abitualmente e da decenni dai dipendenti del Quirinale e dai loro amici e parenti. Ciò accade non di certo senza regole: coloro che posso usufruire dell'esclusiva spiaggia, infatti, parrebbe abbiano dovuto sottoscrivere una «tessera socio» del costo di euro 60,00 e una «tessera mare» del costo di euro 30,00: certamente prezzi competitivi, tenuto conto dell'esclusività della tenuta;
    questo stato delle cose sembra rappresentare un chiaro ed anacronistico esempio di privilegio di casta che rischia di indisporre i cittadini, già fin troppo sfiduciati dal mondo della politica,

impegna il Governo

ad assumere, analogamente a quanto avvenuto con la tenuta di San Rossore, un'iniziativa normativa diretta a far sì che la tenuta di Castelporziano sia ceduta dalla Presidenza della Repubblica in modo da assoggettarla all'ordinario regime di tutela e da consentirne la fruizione da parte della generalità dei cittadini.
(1-00731) «Sorial, Cominardi, Dadone, Vignaroli, Cozzolino, Nesci, Castelli, D'Incà, Brugnerotto, Colonnese, Nuti».


   La Camera,
   premesso che:
    secondo fonti di stampa, sembra che la riscossione delle tasse costi al Governo un miliardo di euro l'anno perché le tasse vengono incassate dalle banche che le girano alla Banca d'Italia e da questa al Ministero dell'economia e delle finanze;
    le tasse farebbero dunque un tortuoso e costoso giro;
    l'ex-commissario straordinario per la spending review Cottarelli aveva già sollevato il problema in un suo rapporto consegnato al Governo il 18 marzo 2014, spiegando che senza questo passaggio a Bankitalia, si sarebbe potuto risparmiare centinaia di milioni di inutili provvigioni;
    i rapporti con la Banca d'Italia e la Tesoreria sono regolati da apposite convenzioni e questo servizio costa, secondo l'aggio riconosciuto una quindicina di fa alla Banca d'Italia, sugli 800 milioni di euro, a cui si sommerebbero 200 milioni alle Poste Italiane per le riscossioni di carattere erariale;
    sembra paradossale che, mentre per qualunque deposito le banche solitamente pagano degli interessi, seppur minimi, in questo caso, lo Stato è costretto a pagare chi ha in deposito il suo denaro;
    le ultime due convenzioni tra Stato e Banca d'Italia sono state siglate, la prima del 1992, dal Ministro del tesoro Guido Carli, ex governatore, e dal governatore in carica Carlo Azeglio Ciampi, e la seconda del 1998, dal Ministro del tesoro Carlo Azeglio Ciampi, ex governatore, e dal Governatore in carica, Antonio Fazio,

impegna il Governo:

   a valutare, con urgenza, l'opportunità di non rinnovare la convenzione di cui in premessa;
   ad intraprendere una valutazione di tutti i possibili meccanismi alternativi di riscossione dei tributi con il fine di accorciare il viaggio del denaro in un'ottica di spending review e maggiore risparmio per le casse dello Stato, e ad implementare, dunque, un sistema che eviti sprechi di risorse così ingenti e significative per il bene del Paese, che lotta quotidianamente con la crisi economica in atto.
(1-00732) «Sorial, Cominardi, Castelli, Caso, Cozzolino, D'Incà, Colonnese, Nesci, Dadone, Brugnerotto, Vignaroli, Nuti».


   La Camera,
   premesso che:
    a partire dal 4 febbraio 2015, una forte ondata di maltempo ha colpito alcune regioni dell'Italia centrale e meridionale, e in particolare molti territori della regione Marche;
    ancora una volta, in presenza di forti e insistenti piogge, il nostro Paese si trova a dover fare i conti con frane, cedimenti di infrastrutture, argini che non riescono più a trattenere l'impatto con le acque;
    i maggiori problemi hanno riguardato il reticolo idrografico del Foglia, del Metauro e del Misa; fenomeni franosi nel Pesarese, nonché fortissimi danneggiamenti alla costa;
    a ciò si aggiungano i numerosi allagamenti, come confermato dalla Coldiretti soprattutto nella valle del Foglia e in quella del Misa;
    tra Fano ed Ancona, la spiaggia è stata praticamente inghiottita dal mare;
    le mareggiate hanno devastato ampi tratti del litorale e impedito il regolare deflusso delle piene dei fiumi, causando ingenti danni alle infrastrutture pubbliche e private e alle attività produttive localizzate sulla costa;
    oltre alla zona di Senigallia, dove era scattato il preallarme alluvione a seguito all'innalzamento del livello del Misa e tutte le scuole sono state chiuse, allagamenti e danni hanno colpito e allagato anche Pesaro, Fano e l'entroterra pesarese, dove è esondato il Foglia;
    a Casinine, il Foglia è uscito dagli argini allagando alcune abitazioni: i residenti sono stati tratti in salvo dai mezzi anfibi dei vigili del fuoco. Sono stati soccorsi anche alcuni automobilisti in panne. Ci sono stati allagamenti di scantinati e primi piani anche a Fano;
    ad Ancona il mare ha abbattuto un tratto della diga di contenimento della Fincantieri e ha invaso parte dei capannoni;
    una regione e territori in parte già interessati, nei primi giorni di maggio 2014, da eccezionali eventi meteorologici che avevano provocato esondazioni di diversi corsi d'acqua, allagamenti in aree urbane ed extraurbane, frane, interruzioni stradali e ferroviarie e altro;
    il 9 febbraio 2015, il presidente della regione Marche, Gian Mario Spacca, ha chiesto al Governo di dichiarare lo stato di emergenza per i territori colpiti dall'eccezionale ondata di maltempo dei giorni precedenti;
    la deliberazione di stato d'emergenza ai sensi dell'articolo 5 della legge n. 225 del 1992, è necessaria per poter intervenire celermente e avviare le iniziative più utili, anche sotto il profilo fiscale e tributario, per assicurare interventi a favore delle famiglie e delle imprese colpite;
    in una situazione come questa, emerge con ancora più forza la necessità improcrastinabile di spostare l'asse degli interventi di messa in sicurezza dei territori da una logica emergenziale ad una logica di lungo periodo,

impegna il Governo:

   a deliberare quanto prima lo stato di emergenza per le province marchigiane e i territori colpiti dalla forte ondata di maltempo iniziata il 4 e 5 febbraio 2015, e lo stato di calamità naturale per i danni all'agricoltura, stanziando le prime risorse volte al ristoro dei danni subiti dai privati e dalle attività produttive, per la messa in sicurezza delle aree colpite;
   ad implementare in tempi rapidi, con riferimento alle zone colpite di cui in premessa e più in generale per il territorio nazionale, gli investimenti necessari alla messa in sicurezza del territorio e al riassetto idraulico, finanziato con risorse escluse dal saldo finanziario rilevante ai fini della verifica del rispetto del patto di stabilità interno;
   ad assumere conseguentemente iniziative normative al fine di consentire l'esclusione dal patto di stabilità interno delle spese sostenute dagli enti territoriali di cui in premessa, a valere su risorse proprie o su donazioni di terzi, a seguito della deliberazione dello stato di emergenza.
(1-00733) «Ricciatti, Luciano Agostini, Lodolini, Marchetti, Pellegrino, Petrini, Vezzali, Zaratti, Marcon, Kronbichler».


   La Camera,
   premesso che:
    il servizio di continuità assistenziale – ex guardia medica – è una parte integrante del Servizio sanitario nazionale e garantisce la continuità dell'assistenza medica al termine dell'orario di servizio dei medici di famiglia e dei pediatri;
    attraverso l'Accordo collettivo nazionale (ACN) di categoria (atto di intesa Conferenza Stato – regioni rep. 2272 del 23 marzo 2005) sono normate le modalità di erogazione del servizio, i compiti e gli orari di accesso alle strutture;
    tra i vari compiti del medico di guardia la visita domiciliare è quello che espone il professionista delle arti mediche a diversi rischi;
    molti episodi di aggressione a giovani dottoresse si sono registrate nel corso degli anni, il 5 luglio 2003 il Corriere della Sera, a pagina 16, raccontava la storia di una dottoressa uccisa a Solarussa (Oristano). I carabinieri la ritrovano nuda nell'ambulatorio dove prestava servizio, trafitta da 20 coltellate;
    il presidente della Federazione nazionale degli ordini Giuseppe Del Barone protestava per l'insicurezza del servizio criticando apertamente le aziende USL e la regione: «il servizio di guardie giurate che facevano vigilanza negli ambulatori sono state soppresse da anni, le hanno abolite per i tagli alla sanità. Abbiamo chiesto che fossero ripristinate, ma la risposta è stata silenzio e indifferenza»;
    nel 2010, dopo lo stupro avvenuto a Scicli (Ragusa) avvenuto il 18 marzo dello stesso anno, il servizio di guardia medica veniva descritto come «pericoloso e insicuro». La vittima dello stupro, una dottoressa 53enne che svolgeva il turno di lavoro notturno, durante l'aggressione riportò anche la frattura di una tibia;
    questi casi citati in premessa sono solo alcuni casi, moltissimi episodi analoghi si potrebbero raccontare. Nonostante i casi di donne morte o violentate non sono ancora stati presi seri provvedimenti;
    il servizio di guardia medica continua ad essere un lavoro molto pericoloso, diverse sono state le interrogazioni parlamentari su questo tema: dall'interrogazione a risposta scritta 4/12281 depositata il 20 luglio 1995 ai giorni nostri, il problema resta quanto mai attuale,

impegna il Governo:

   ad assicurare, per quanto di competenza, un rafforzato servizio di vigilanza notturna davanti ai presìdi ambulatori di guardia medica, garantendo la giusta sicurezza ai professionisti delle arti mediche in servizio notturno;
   a garantire adeguata protezione alle donne che svolgono l'attività di medico di continuità assistenziale e che prestano servizio in aree isolate.
(1-00734) «Petraroli, Chimienti, Basilio, Corda, Spadoni, Ruocco, Liuzzi, Daga, Nesci, Carinelli, Terzoni».

Risoluzioni in Commissione:


   La VI Commissione,
   premesso che:
    i drammatici eventi meteorologici che hanno colpito le Marche nei giorni scorsi (a partire dal pomeriggio del 4 febbraio 2015), hanno prodotto danni ingentissimi alle imprese ed a tutto il sistema balneare della costa portando la regione a richiedere la dichiarazione dello stato di emergenza;
    in particolare, le forti mareggiate hanno provocato localizzate esondazioni di corsi d'acqua, allagamenti in aree urbane ed extraurbane, frane e interruzioni stradali, soprattutto nella porzione costiera e collinare del territorio;
    il maltempo e l'intensità degli eventi atmosferici hanno determinato gravi disagi alla popolazione, danni consistenti ai beni pubblici e privati, alle attività economiche e produttive, alle infrastrutture;
    le mareggiate hanno devastato ampi tratti del litorale e impedito il regolare deflusso delle piene dei fiumi, causando ingenti danni alle infrastrutture pubbliche e private e alle attività produttive localizzate sulla costa;
    la devastazione di numerosi stabilimenti balneari e di gran parte delle strutture ricettive e commerciali costituisce un durissimo colpo per l'intero comparto turistico in un periodo strategico per la programmazione della fase iniziale della stagione;
    il distruttivo evento meteorologico ha messo in ginocchio l'intera economia locale che si trova ora ad affrontare l'enorme peso della ricostruzione delle opere distrutte;
    occorre agire con tempestività al fine di consentire il ripristino delle attività compromesse,

impegna il Governo

ad assumere le iniziative di competenze affinché sia sospeso il pagamento dei canoni demaniali per i proprietari degli stabilimenti balneari e delle attività commerciali in regime di concessione.
(7-00597) «Lodolini, Petrini, Marchetti, Luciano Agostini, Ricciatti, Vezzali».


   La VI Commissione,
   premesso che:
    i drammatici eventi meteorologici che hanno colpito nei giorni scorsi l'Emilia Romagna, hanno prodotto danni ingentissimi all'agricoltura, alle imprese ed a tutto il sistema balneare della costa, oltre che alle abitazioni private;
    in particolare, le forti mareggiate hanno devastato più di quattrocento stabilimenti balneari, bar, ristoranti ed altre attività commerciali;
    il maltempo e l'intensità degli eventi atmosferici (il mare è penetrato sin dentro le città provocando immensi danni anche al sistema fognario e fluviale) hanno determinato gravi disagi alla popolazione, danni consistenti ai beni pubblici e privati, alle attività economiche e produttive, alle infrastrutture;
    la devastazione di oltre metà degli stabilimenti balneari e di gran parte delle strutture ricettive e commerciali costituisce un durissimo colpo per l'intero comparto turistico in un periodo strategico per la programmazione della fase iniziale della stagione;
    il distruttivo evento meteorologico ha messo in ginocchio l'intera economia locale che si trova ora ad affrontare l'enorme peso della ricostruzione delle opere distrutte;
    occorre agire con tempestività al fine di consentire il ripristino delle attività compromesse,

impegna il Governo

ad assumere iniziative per sospendere il pagamento dei canoni demaniali per i proprietari degli stabilimenti balneari e delle attività commerciali in regime di concessione.
(7-00599) «Pagano, Pizzolante, Arlotti, Ferraresi, Lattuca, Sarti, Tancredi».


   La VII Commissione,
   premesso che:
    il riordino degli istituti tecnici e professionali, andato a regime nell'anno scolastico 2014/2015, ha generato una notevole riduzione degli organici dei docenti di fascia C, cioè delle discipline che riguardano le attività pratiche di laboratorio;
    conseguentemente al riordino degli istituti tecnici e professionali, si è assistito all'aumento progressivo degli esuberi riguardanti gli insegnanti di laboratorio, figura professionale che rischia concretamente di perdere la possibilità di un reintegro nel sistema scolastico e che va a infoltire la già considerevole lista dei soprannumerari;
    per cercare di ovviare al problema dei docenti di laboratorio in esubero, in data 16 aprile 2012, il Ministero dell'istruzione, dell'università e della ricerca ha emanato il decreto direttoriale generale n. 7 con il quale stabilisce che i docenti in esubero possano partecipare a corsi di formazione per il conseguimento della specializzazione per le attività di sostegno;
    in data 13 novembre 2014 il sottosegretario D'Onghia, rispondendo all'interrogazione n. 5-03590 presentata dall'onorevole Chimienti, rispondeva che i suddetti corsi erano in fase di attivazione a seguito della stipula di una Convenzione, datata 29 ottobre 2013, tra la direzione per il personale scolastico e la Conferenza Universitaria Nazionale di Scienze della Formazione. A ciò aggiungeva che, ai 1.500 posti disponibili per i corsi di riconversione sul sostegno, si era in procinto di aggiungerne ulteriori 3.300;
    per tali corsi, a cui potranno partecipare le classi di concorso A075, A076, C555 e C999, sono state ricevute 5.203 domande e, lo scorso 11 dicembre, il Ministero dell'istruzione, dell'università e della ricerca ha emanato la nota n. 18848 con la quale ha fornito le indicazioni operative propedeutiche all'attivazione dei corsi in questione, il cui avvio è previsto nel mese di gennaio 2015;
    la riconversione degli insegnanti tecnico-pratici sul sostegno risulta essere una misura inadeguata secondo i medesimi docenti i quali difendono l'importanza della loro figura professionale, fondamentale per la formazione tecnica e professionale;
    in data 15 dicembre 2014 viene pubblicato sul sito ufficiale del Ministero dell'istruzione, dell'università e della ricerca il risultato della consultazione su «la Buona Scuola» e viene finalmente riconosciuta la necessità di potenziare gli insegnamenti di attività pratiche nei tecnici e nei professionali, come si evince alle pagine 57 e 58 del rapporto sulla Consultazione;
    la misura di riconversione sul sostegno, oltre ad essere insufficiente in quanto riguarda solo una parte dei docenti degli istituti tecnici e dei professionali in esubero, è fortemente osteggiata dai docenti di sostegno, la cui scelta professionale e il cui percorso formativo hanno comportato costi enormi in termini di impegno, sacrifici ed esborsi economici e che si vedranno loro malgrado inevitabilmente sottrarre posti di lavoro dai docenti degli istituti tecnici e dei professionali;
    gli insegnanti di sostegno hanno a più riprese manifestato la contrarietà alla riconversione sul sostegno dei docenti di laboratorio ponendo, in particolare, l'accento sul possibile peggioramento della qualità della didattica erogata agli alunni affetti da disabilità i quali necessitano di professionisti motivati e adeguatamente formati,

impegna il Governo:

   a ripristinare le ore di laboratorio drasticamente ridotte a seguito della cosiddetta riforma Gelmini, indispensabili per la formazione degli studenti degli istituti tecnici e professionali, anche nella prospettiva di dare attuazione al progetto di alternanza scuola-lavoro contenuto nel dossier de «La Buona Scuola»;
   ad estendere ad altri ordini di scuola secondaria l'inserimento della figura dell'insegnante tecnico pratico, sulla base del proprio campo di specializzazione, ai fini di realizzare un coordinamento tra le attività didattiche e le iniziative atte a potenziare le attività pratiche interdisciplinari, con particolare riferimento all'utilizzo delle nuove tecnologie;
   a valutare la possibilità di far transitare ad altra classe di concorso i docenti ITP che avessero conseguito l'abilitazione in un altro insegnamento;
   a destinare i fondi per i corsi di cui in premessa al potenziamento delle ore di laboratorio.
(7-00598) «Marzana, Chimienti, Luigi Gallo, Vacca, Brescia, Simone Valente, Di Benedetto, D'Uva».


   L'VIII Commissione,
   premesso che:
    Autostrada Regionale Cispadana s.p.a. (ARC) ha sviluppato dal 2008 un progetto per costruire una tratta autostradale di collegamento tra il casello Reggiolo-Rolo dell'A22 e il casello di Ferrara Sud sull'A13, denominata appunto Cispadana e lunga circa 67 chilometri;
    per tale progetto, il 3 ottobre 2012, ARC ha depositato presso il Ministero dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare la domanda per l'avvio della procedura di valutazione di impatto ambientale (VIA) completa del progetto definitivo e dello studio di impatto ambientale. Negli stessi giorni, copia della richiesta e di tutta la documentazione progettuale è stata trasmessa anche al Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo, alla regione Emilia-Romagna e a tutti gli altri enti coinvolti dalla procedura di valutazione;
    il progetto, che attualmente è ancora in attesa di valutazione di impatto ambientale, ha presentato sin da subito parecchie criticità, come dimostrano il parere contrario del Ministro dei beni e delle attività culturali e del turismo datato 25 giugno 2014 e la richiesta di integrazioni del 17 giugno 2013 da parte del Ministero dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare che ha reso necessaria una seconda ripubblicizzazione degli atti dopo una prima fase di istruttoria tecnica durata dal 15 ottobre 2012 al 17 giugno 2013. Il 16 gennaio 2015 sembrerebbe però essere stato emesso parere positivo da parte della commissione tecnica di Via, pur ancora con prescrizioni;
    come già evidenziato anche nell'interrogazione n. 4-00444 depositata alla Camera, il progetto desterebbe particolare preoccupazione nei comitati locali non solo per il suo forte impatto ambientale ma anche per la mancanza di specifiche e adeguate valutazioni, a seguito del terremoto che ha colpito l'Emilia-Romagna il 20 e 29 maggio 2012, considerato che il tracciato autostradale correrebbe proprio lungo la faglia;
    l'allarme dei cittadini è alto anche sulla necessità di adeguate e specifiche valutazioni necessarie a seguito dell'alluvione del 19 gennaio 2014 causato dal cedimento dell'argine del Fiume Secchia che ha interessato in particolare i comuni di Modena, Bastiglia e Bomporto, considerato che soprattutto nei casi di esondazione la realizzazione prevista in rilevato aggrava la situazione di drenaggio naturale introducendo un pericoloso effetto diga;
    come ampiamente illustrato nell'interrogazione n. 4-02217, tutto il percorso amministrativo fatto all'interno del Ministero dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare, a partire dal 3 ottobre 2012, andrebbe vagliato anche alla luce del fatto che, fino all'8 ottobre 2013 (data del decreto ministeriale di sospensione di incarico), prese parte al comitato di coordinamento della commissione tecnica di Via anche il geologo Gualtiero Bellomo, indagato nell'ambito dell'inchiesta sulla Tav Firenze, per uno scambio di favori anche per rapido e positivo esame per la realizzazione dell'autostrada Cispadana. Secondo le accuse della procura di Firenze così come riportate dalla stampa, il Bellomo, in cambio di incarichi nelle ditte di appalto dei lavori non solo si sarebbe messo a disposizione per stilare pareri compiacenti utilizzando documenti forniti dagli stessi interessati, permettendo ad esempio non solo di declassificare il fango di perforazione in terra non inquinata ma rivelava anche informazioni riservate, monitorava posizioni e determinazioni sui altri membri della Via;
    all'interno del comitato di coordinamento della commissione tecnica di Via sedeva anche, fino al decreto di sospensione decreto ministeriale n. 30 del 24 gennaio 2014, l'avvocato Luigi Pelaggi che, da notizie stampa risulterebbe indagato per gli appalti illeciti al Sistri;
    a gettare ombre su possibili indebite pressioni che tutto l’iter amministrativo potrebbe aver avuto sin dall'inizio si deve aggiungere il fatto che anche il modus operandi in materia di appalti e qualità dei lavori di alcune società che compongono la cordata ARC è attualmente sotto la lente della magistratura in vari procedimenti;
    la cooperativa Coopsette è un'azienda che partecipa all'ARC e su cui bisognerebbe fare chiarezza prima di affidarle la costruzione e la gestione per 49 anni di una grande opera pubblica come la Cispadana. La cooperativa infatti, come illustrato nella interrogazione n. 4-02080 (che attende ancora risposta), è indagata con la sua controllata Nodavia nell'ambito del procedimento sulla TAV di Firenze. Risulta inoltre che la Coopsette, direttamente o tramite la sua controllata, molto di sovente abbia affidato lavori in subappalto a ditte che sembrerebbero legate alla criminalità come, ad esempio, nel caso specifico della Tav di Firenze, alla Veca sud di Maddaloni di Lazzaro Ventrone, legata ai clan dei casalesi e alla famiglia dei Caturano; in Liguria invece la Coopsette sembrerebbe aver spesso lavorato con la Eco.Ge dei Mamone (legata al boss Carmelo Gullace) iscritti, già dal 2002, nell'elenco delle famiglie ’ndranghetiste nella relazione semestrale della DIA, direzione investigativa antimafia. In Emilia infine molti lavori per la ricostruzione post-terremoto sono stati affidati alla Bianchini Costruzioni Srl di San Felice sul Panaro (MO), società che risulterebbe avere rapporti con le potenti cosche del crotonese da decenni radicate tra Modena, Reggio Emilia e Parma;
    da tempo infatti la ditta Bianchini era finita al centro di indagini per i residui di amianto che, secondo quanto emerso sulla stampa, a proposito dell'inchiesta Aemilia, pare siano stati intenzionalmente smaltiti nei cantieri avuti in appalto dalla Coopsette, come nel caso della scuola di Reggiolo; la ditta era stata oggetto di attenzione da parte delle prefetture già nel giugno 2013 quando era stata esclusa dalle white list, proprio per i contatti del titolare Augusto Bianchini con il boss Michele Bolognino, referente della cosca Grande Aracri. Nella notte tra il 27 e il 28 gennaio 2015, con l'operazione Aemilia effettuata dall'Arma dei carabinieri coordinata dalla direzione distrettuale antimafia di Bologna sono scattati arresti per oltre 160 persone tra cui anche Augusto Bianchini, il figlio Alessandro e la moglie, con l'accusa di concorso esterno in associazione mafiosa,

impegna il Governo:

   a procedere ad una nuova e più approfondita valutazione sugli aspetti sismici e idrogeologici dell'opera, in via cautelativa e in considerazione anche del grave allarme sociale che si è scatenato a seguito dell'inchiesta Aemilia sui lavori di ricostruzione del terremoto che gettano ombre anche sulla possibilità di influenze in tutti gli iter amministrativi delle opere pubbliche emiliane;
   a sospendere l'emissione del decreto di VIA sull'opera, fino alla chiusura, dei processi in cui sono coinvolti i commissari sospesi dalla commissione, tecnica di Via del Ministero dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare Gualtiero Bellomo e Luigi Pelaggi, processi da cui ci si aspetta chiarezza anche sulle possibili influenze o eventuali indebite pressioni che questi soggetti potrebbero aver avuto nell'indirizzare iter e valutazioni all'interno del comitato tecnico ministeriale, in particolare sull'autostrada Cispadana;
   a sospendere la realizzazione della Cispadana, in via cautelativa e in considerazione anche del grave allarme sociale ché si è scatenato a seguito dell'inchiesta Aemilia, fino alla chiusura dei processi in cui è coinvolta la Coopsette.
(7-00595) «Zolezzi, Dell'Orco, Ferraresi, Spadoni, Sarti, Dall'Osso, Paolo Bernini, Spessotto, Paolo Nicolò Romano, Liuzzi, De Lorenzis, Nicola Bianchi, Carinelli».


   L'VIII Commissione,
   premesso che:
    nel summit sul clima tenutosi a New York lo scorso settembre, che ha visto la partecipazione di 120 leader mondiali, il Governo italiano, attraverso le parole del Presidente del Consiglio, Matteo Renzi, aveva preso una chiara posizione per sostenere la lotta ai cambiamenti climatici;
    in particolare Renzi ha chiesto impegni vincolanti al fine di raggiungere «un accordo capace di dare il segno della volontà politica» dei partecipanti e ha evidenziato la necessità di «seguire un percorso che porti a una riduzione di emissioni» con target precisi: –40 per cento rispetto al 1990 entro il 2030 e –80 per cento sempre sul 1990, entro il 2050; il premier ha anche affermato l'esigenza di investire strategicamente sulle energie rinnovabili;
    nonostante gli impegni assunti da molti Paesi per ridurre la percentuale di energia prodotta da combustibili fossili, molte compagnie petrolifere stanno cercando di investire risorse nella ricerca di nuovi giacimenti di gas e petrolio, sia sulla terraferma, sia in mare;
    l'attività di esplorazione e di coltivazione di idrocarburi liquidi e gassosi in mare o in terraferma comporta inevitabilmente il ricorso ad operazioni invasive e potenziali rischi non eliminabili per l'ambiente e per la salute, così come l'aumento di emissioni climalteranti;
    eventuali attività di ricerca e di estrazione nel mare Mediterraneo, di ridotte dimensioni e semichiuso (con due soli accessi naturali, Gibilterra e i Dardanelli, ed uno artificiale, il Canale di Suez), comporterebbero ulteriori problemi considerata la particolare fragilità dell'ecosistema marino, la cui esigenza di tutela dovrebbe essere condivisa da tutti i paesi che vi si affacciano, come previsto del resto dalla direttiva europea 2013/30/UE e dalla convenzione di Barcellona;
    il Mediterraneo costituisce appena lo 0,7 per cento della superficie marina globale e il ricambio della massa idrica è stimato in circa 80 anni, mentre il suo bacino è attraversato dal 25 per cento dell'intero traffico petrolifero marittimo mondiale;
    all'interno del bacino del mar Mediterraneo, l'Adriatico è il mare che vanta la più alta presenza di piattaforme petrolifere e, allo stesso tempo, il mare che fornisce oltre la metà del pescato in Italia;
    secondo i dati forniti dal Piano d'Azione Mediterranea delle Nazioni Unite, ogni anno il Mediterraneo è oggetto di immissioni di idrocarburi per circa 600 mila tonnellate, mentre, a partire dal 1985, si sono verificati 27 incidenti con un totale di 271.900 tonnellate di petrolio sversate; in sostanza il Mediterraneo è il mare con il più elevato inquinamento da petrolio al mondo il quale, unito ad altre forme di inquinamento (scarichi urbani e industriali non depurati, uso dei sostanze chimiche in agricoltura, e altro) rischia di compromettere gravemente l'equilibrio dei suoi ecosistemi;
    non va dimenticato che le attività di esplorazione e coltivazione di idrocarburi, oltre a mettere a repentaglio l'integrità di aree di particolare pregio paesaggistico e naturalistico e le numerose attività economiche legate al turismo e alla pesca, comportano un aumento del rischio sismico e vulcanico;
    l'Italia, dopo un primo, timido, tentativo di modificare il quadro normativo in materia di coltivazione di idrocarburi al fine di aumentare il livello complessivo di tutela ambientale, ha approvato, con il decreto-legge n. 133 del 2014, denominato «Sblocca Italia», una norma che, di fatto, rappresenta un completo cambio di rotta: da un lato viene attribuito alle attività di prospezione, ricerca ed estrazione di idrocarburi e stoccaggio sotterraneo del gas, carattere di opere di interesse strategico di pubblica utilità, urgenti e indifferibili, dall'altro alle regioni viene tolto ogni ruolo decisionale in merito, espropriandole, di fatto, dei propri poteri;
    secondo gli studi effettuati il petrolio presente nei nostri fondali oltre ad essere esiguo è anche ricco di impurità, e di difficile estrazione; il petrolio estratto nell'Adriatico si presenta dunque come una fanghiglia corrosiva, melmosa e densa che necessita di una lunga lavorazione per l'utilizzo di destinazione, a processo che inizia già sulle piattaforme marine;
    la maggior parte degli sversamenti di idrocarburi in mare, circa l'80 per cento, è imputabile allo svolgimento di attività di routine di manutenzione degli impianti, di estrazione e trasporto degli idrocarburi; una piattaforma in mare nell'arco della sua vita rilascia mediamente 90.000 tonnellate di sostanze inquinanti; il Mediterraneo ha una densità di catrame pelagico di 38 milligrammi per metro quadro, una percentuale altissima ormai assolutamente insostenibile, che rischia di aumentare ancora con l'avvio di nuove attività di coltivazione di idrocarburi;
    in data 6 agosto 2014, le Commissioni riunite VIII ambiente e X attività produttive della Camera hanno approvato una risoluzione (8-00074 risultante dal testo unificato delle risoluzioni 7-00034 Mariastella Bianchi e 7-00086 Cominelli) nella quale, tra l'altro, si impegna il Governo:
     a valutare le linee di base delle acque territoriali lungo l'intero perimetro costiero nazionale ai fini del divieto entro le 12 miglia delle attività di ricerca, di prospezione nonché di coltivazione di idrocarburi liquidi e gassosi in mare;
     a non mettere a rischio e a non pregiudicare, neanche potenzialmente, lo stato delle aree di reperimento di parchi costieri e marini e di aree marine protette così come definite dall'articolo 31 della legge n. 979/82, e dagli articolo 34 e 36 della legge n. 394/91, nonché i beni individuati ai sensi delle leggi n. 184/77, n. 77/2006 e n. 689/1994;
     a prevedere la sospensione delle attività in zone di elevato rischio sismico, vulcanico, tettonico, così come indicato da indagini scientifiche, preventive di supporto effettuate dagli enti di ricerca INGV, ISPRA e CNR, nonché a prevedere il blocco del rilascio di autorizzazioni in zone di particolare ripopolamento ittico, così come opportunamente indicato da indagini scientifiche preventive di supporto effettuate dagli enti di ricerca INGV, ISPRA e CNR, prevedendo altresì adeguate compensazioni economiche nel caso di danni arrecati agli stock ittici esistenti;
     ad adottare le necessarie iniziative volte a una revisione del sistema delle autorizzazioni per le trivellazioni prevedendo il coinvolgimento del Ministero dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare anche redigendo apposite griglie di valutazione in grado di recepire in modo oggettivo specifici punti di criticità quali ad esempio la presenza di falde acquifere o elevati rischi sismici e rilevanti fragilità geologiche dei territori interessati dall'ipotesi di ricerca clorazione e coltivazione di idrocarburi, supportate dal contributo delle analisi di ISPRA,  INGV e CNR, così come il coinvolgimento degli enti locali e una maggiore trasparenza e pubblicizzazione dei risultati;
     a incrementare per le nuove concessioni di coltivazione le aliquote delle royalty fino al 50 per cento rispetto a quelle attualmente vigenti in funzione della produttività degli impianti, anche per individuare misure compensative a favore delle comunità rivierasche o comunque interessate, mutuando schemi quali quello dell'articolo 16 del decreto-legge 24 gennaio 2012, n. 1;
     a verificare la sussistenza dei requisiti economici e tecnici delle società titolari di permessi di ricerca in modo da garantire efficienza tecnica, sicurezza e pieno rispetto di tutte le prescrizioni e dei vincoli stabiliti dalle autorità competenti: non solo degli obblighi – stabiliti dal Ministero dello sviluppo economico – per la gestione degli impianti e la sicurezza mineraria – ma anche, in particolare, dei vincoli disposti da Ministero dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare e dagli enti locali per gli aspetti di compatibilità ambientale nella realizzazione e gestione di impianti e pozzi, tenuto conto delle tecniche e delle conoscenze più avanzate per il «buon governo» dei giacimenti;
    dopo la conversione in legge del decreto-legge «sblocca Italia» sei regioni – Abruzzo, Campania, Lombardia, Marche, Puglia e Veneto – hanno impugnato di fronte alla Corte istituzionale la legge n. 166 del 2014 di conversione del decreto n. 133 del 2014; in sostanza le regioni hanno deciso di contrastare la forzatura dirigistica, voluta dal Ministero dello sviluppo economico, e contraria al Titolo V della Costituzione, che bypassa l'intesa con le regioni e stabilisce corsie preferenziali e poco trasparenti per le valutazioni ambientali e per il rilascio di concessione uniche di ricerca e coltivazione di idrocarburi;
    a rendere ancora più preoccupante il futuro del mare Mediterraneo, in particolare del mare Adriatico, c’è la decisione del governo croato di consentire, come annunciato dal Ministro degli affari esteri Ivan Vrdoliar, le trivellazioni petrolifere nelle proprie acque territoriali;
    nei giorni scorsi il Governo di Zagabria ha comunicato l'esito del bando sulle prime dieci aree (su 29), ognuna delle quali si estende su 1.000-1.600 chilometri quadrati: il consorzio costituito dall'americana Marathon Oil e dall'austriaca Omv ne ha ottenute sette, mentre due licenze sono andate alla società pubblica croata Ina e all'ungherese Mol e una al consorzio tra ENI e l'inglese Medoilgas;
    tra i rischi connessi alle attività estrattive nel mare Adriatico c’è anche la presenza di molti ordigni bellici inesplosi, che potrebbero provocare danni enormi all'ambiente e all'ecosistema;
    la questione è stata affrontata anche nel Parlamento europeo, con un'interrogazione nella quale si è affermato che le coste croate distano 100 chilometri da quelle di Venezia, che la disposizione sottomarina di alcuni giacimenti sconfina in acque territoriali italiane e che l'ecosistema marino dell'Adriatico, caratterizzato anche dal fenomeno della subsidenza, è estremamente fragile e si è chiesto alla Commissione europea come intenda agire sulle possibili conseguenze di nuove attività di estrazione di idrocarburi nell'Adriatico e se intenda fermare lo sfruttamento dei giacimenti di idrocarburi nell'Adriatico ancora non aperti;
    la Commissione, pur nell'ambito di una risposta interlocutoria, ha in ogni caso ribadito che i progetti di prospezione petrolifera e lo svolgimento delle ricerche devono rispettare la direttiva sulla sicurezza delle operazioni in mare, la direttiva sulla valutazione dell'impatto ambientale, la direttiva quadro sulla strategia per l'ambiente marino e, ai sensi del protocollo offshore, la convenzione per la protezione del mare Mediterraneo dall'inquinamento,

impegna il Governo:

   ad attivarsi in tutte le sedi, comunitarie ed internazionali, al fine di tutelare il mare Adriatico da interventi che potrebbero causare danni irrimediabili all'ambiente marino, patrimonio dell'intera umanità, ricorrendo, a all'uopo, a tutti gli strumenti di tutela previsti dal diritto internazionale e comunitario, sia invocando principi di prevenzione e di precauzione, sia facendo ricorso alle convenzioni, alle direttive ed ai trattati internazionali, tra cui la Convenzione di Barcellona del 16 febbraio 1976, relativa specificamente alla salvaguardia del mare Mediterraneo, considerato «area speciale» proprio per la sua particolare valenza ecologica, la Convenzione di Londra del 1954 sulle regole di prevenzione dell'inquinamento da idrocarburi, la Convenzione sul diritto del mare di Montego Bay del 1982, finalizzata alla protezione dell'ambiente marino dall'inquinamento, che impone l'obbligo di proteggere e preservare l'inquinamento marino e la Convenzione di Bruxelles sulla responsabilità civile per l'inquinamento da idrocarburi del 29 novembre 1969;
   a promuovere l'istituzione di una Zona di protezione ecologica nel mare Adriatico, con l'obiettivo di tutelare la biodiversità e gli ecosistemi marini e il patrimonio dei fondali del mare Adriatico, in attuazione delle disposizioni della Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare di Montego Bay del 10 dicembre 1982.
(7-00596) «Terzoni, Benedetti, Da Villa, Micillo, Busto, Daga, De Rosa, Mannino, Zolezzi, Crippa, Lupo, Vallascas, Fantinati, Della Valle, Vignaroli, Spessotto, Villarosa, Businarolo, Sarti, Ferraresi, Colletti, Cozzolino, Agostinelli, Brescia, Paolo Nicolò Romano, Dell'Orco, Parentela, L'Abbate, Cariello».


   L'XI Commissione,
   premesso che:
    l'articolo 47 del decreto legislativo 26 marzo 2001, n. 151, recante il testo unico delle disposizioni legislative in materia di tutela e sostegno della maternità e della paternità, prevede il congedo dal lavoro per malattia del figlio, non retribuito, da usufruire per entrambi i genitori in maniera alternativa;
    in particolare, il testo dispone che in caso di malattia del bambino i genitori naturali hanno diritto ad astenersi dal lavoro, alternativamente e senza limiti di tempo, fino al compimento dei 3 anni di età del bambino, e successivamente, per 5 giorni lavorativi all'anno, per ciascun genitore, per i figli di età compresa tra i 3 e gli 8 anni;
    l'articolo 50 del medesimo decreto estende il congedo per malattia del bambino anche alle adozioni e agli affidamenti, elevando al sesto anno di età del bambino, il limite per cui i genitori possano astenersi dal lavoro alternativamente, senza limiti temporali e senza retribuzione, mentre dai 6 agli 8 anni d'età del bambino, in caso di malattia dello stesso, entrambi i genitori hanno diritto alternativamente a soli 5 giorni di congedo l'anno non retribuiti e coperti da contributi figurativi;
    lo stesso articolo 50, comma 3, infine, precisa che, qualora all'atto dell'adozione o dell'affidamento, il minore abbia un'età compresa fra i 6 e i 12 anni, il congedo per malattia del bambino è fruibile nei primi tre anni dall'ingresso del minore nel nucleo familiare, nel limite di cinque giorni lavorativi all'anno per ciascun genitore;
    i periodi di assenza dal lavoro per la malattia del figlio e quindi i casi testé citati, non danno diritto a retribuzione anche se, nel pubblico impiego, tali permessi, fino al compimento dei 3 anni del bambino, sono retribuiti al 100 per cento per i primi 30 giorni e sono senza retribuzione per i giorni successivi;
    nella realtà delle adozioni nazionali ed internazionali e dell'affidamento accade, tuttavia e purtroppo sempre più spesso, che esse riguardino bambini non piccolissimi, affetti talvolta da varie patologie croniche, spesso non conosciute né dai genitori né dall'Ente incaricato al momento dell'adozione e diagnosticate dopo un notevole lasso di tempo dall'arrivo in Italia;
    soprattutto in questi casi, la presenza del genitore è indispensabile per poter accompagnare il bambino ad effettuare le necessarie terapie, ad eseguire accertamenti clinici continuativi e cicli di riabilitazione, anche perché il bambino adottato o accolto in affidamento, è già portatore di un disagio affettivo che rende ancora più indispensabile la presenza della figura genitoriale in momenti così delicati;
    a compensare questa situazione di già forte disagio, che spesso costringe, nei casi più estremi, il genitore adottivo o affidatario alla rinuncia al posto di lavoro, non è sufficiente quanto già previsto dalla legge 8 marzo 2000, n. 53, che, all'articolo 4, comma 2, riconosce ai dipendenti di datori di lavoro pubblici o privati la possibilità di richiedere fino a due anni di permesso, nell'intera vita lavorativa, «per gravi e documentati motivi familiari», perché trattandosi di un permesso non retribuito e senza contributi le conseguenze negative che ne derivano, anche sul piano economico non sono comunque scongiurate;
    né sembra esaustivo il congedo straordinario fino a due anni, previsto dall'articolo 42, comma 5, del decreto legislativo 26 marzo 2001, n. 151, di cui hanno diritto a fruire anche il padre o la madre anche adottivi, perché accordato solo in casi di grave disabilità,

impegna il Governo:

   a sostenere le coppie nel cammino adottivo, soprattutto considerando l'innalzamento dell'età media dei bambini adottabili, garantendo a chi ha adottato un bambino non più piccolissimo, anche se minore, in condizioni di salute difficili, di usufruire, se necessario, di più ampi periodi di congedo parentale;
   a valutare, come da tempo sostenuto anche dalle organizzazioni familiari adottive o affidatarie attive sul territorio italiano, la possibilità di assumere iniziative per rivedere la normativa del decreto legislativo 26 marzo 2001, n. 151, e in particolare l'articolo 50, al fine di spostare il limite temporale entro il quale i genitori adottivi o affidatari possono fruire del periodo di permessi non retribuiti in caso di malattia del bambino, dai tre anni, attualmente previsti, agli otto anni dall'ingresso in famiglia del bambino e comunque non oltre la maggiore età dello stesso, in modo tale da sostenere con una azione concreta e positiva famiglie che adottano o accolgono in affidamento bambini che presentano patologie.
(7-00594) «Dellai, Santerini».


   L'XI Commissione,
   premesso che:
    l'ENPAF, Ente nazionale di previdenza e di assistenza farmacisti, è un ente pensionistico Integrativo per i farmacisti dipendenti che già per legge pagano l'INPS, mentre per i titolari che non pagano l'INPS è l'unica fonte di pensione (quindi non si capisce perché i dipendenti debbano pagare quando già hanno una pensione); l'ente ha quindi lo scopo di provvedere al trattamento pensionistico Integrativo dei farmacisti ad esso iscritti;
    tutti i farmacisti per poter svolgere la professione, siano essi occupati o disoccupati, devono essere obbligatoriamente iscritti all'Ordine e quindi pagare obbligatoriamente la tassa di iscrizione all'Ordine medesimo pari a 125 euro più contributi ENPAF;
    in caso di occupazione o inoccupazione del farmacista, lo stesso può versare dovuto in forma ridotta dell'85 per cento per i laureati prima del 2004, circa 700 euro, mentre i laureati dopo il 2004 hanno facoltà di pagare il cosiddetto contributo di solidarietà se stanno lavorando; tale contributo non dà diritto assolutamente a niente a livello pensionistico ed è come una sorta di obolo da dare all'ENPAF per poter svolgere la propria professione. Mentre in caso di Disoccupazione involontaria per più di 5 anni nell'arco dei 30 anni obbligatori di versamenti il contributo da versare arriva al 50 per cento, cioè 2500 euro l'anno, per tutti i laureati prima e dopo il 2004;
    la quota dovuta dai farmacisti all'ENPAF siano essi titolari o collaboratori di farmacia o parafarmacia (specialmente per i secondi che già hanno come ente pensionistico l'inps), siano essi occupati o inoccupati è decisamente alta e di difficile onorabilità soprattutto in un periodo di forte crisi economica;
    l'iscritto che non provveda al versamento dei contributi obbligatori entro i termini stabiliti dall'ente, ovvero vi provveda in misura inferiore a quella dovuta, è tenuto a versare all'Ente il contributo evaso aumentato di una somma aggiuntiva determinata applicando, in ragione d'anno, il tasso d'interesse di differimento e di dilazione di cui all'articolo 13 del decreto-legge 29 luglio 1981, n. 402, convertito, con modificazioni, dalla legge 26 settembre 1981, n. 537, e successive modificazioni ed integrazioni, ulteriormente maggiorato di tre punti, ai sensi dell'articolo 1, comma 217 e seguenti, della legge 23 dicembre 1996, n. 662; secondo le norme richiamate la somma aggiuntiva non può essere comunque superiore al 100 per cento dell'importo dei contributi non corrisposti entro la scadenza fissata (motivo per cui molti sono stati costretti a cancellarsi);
    inoltre, per poter usufruire della riduzione si deve lavorare nell'arco dell'anno almeno 6 mesi e un giorno, altrimenti si è costretti a pagare almeno la quota al 50 per cento, motivo per cui un contratto lavorativo sotto i sei mesi non può essere accettato dai laureati prima del 2004, altrimenti lavorerebbero Solo per poter pagare l'ENPAF;
    in caso di evasione connessa alla denuncia obbligatoria, oltre a alla somma aggiuntiva, l'iscritto è tenuto anche al pagamento di una sanzione «una tantum», graduata secondo criteri fissati dal decreto del Ministro del lavoro e della previdenza sociale di concerto con il Ministro del tesoro del 18 marzo 1997; i contributi obbligatori debbono essere corrisposti per tutta la durata dell'iscrizione a norma dell'articolo 3 dello statuto dell'Ente; è fatta temporanea eccezione per l'iscritto colpito da infortunio o da malattia con conseguente inabilità assoluta all'esercizio professionale per la durata superiore a sei mesi e per l'iscritto disoccupato involontariamente; in tali casi, l'iscritto può richiedere che il contributo da lui corrisposto per la sezione previdenza sia rimborsato dalla sezione assistenza per il periodo della malattia o della disoccupazione in relazione alle possibilità della relativa gestione, sempre che sussistano le condizioni previste dal successivo articolo 37;
    infine, per avere la pensione bisogna pagare minimo 30 anni di contributi avendo almeno 20 anni attività, la quale poi sarà del 15 per cento del totale dei contributi versati e tutto ciò non prima dei 68 anni di età e nel caso uno volesse indietro i versamenti fatti negli anni, essi non verrebbero restituiti prima del 68o anno di età e si dovrebbe presentare la domanda al compimento e non oltre il 67o anno di età, pena il mancato rimborso dei contributi versati nell'arco dei 30 anni,

impegna il Governo:

   ad assumere le iniziative di competenza per rivedere in diminuzione la somma dovuta per tutti i farmacisti occupati;
    ad assumere iniziative per sollevare dal versamento della stessa tutti gli inoccupati restituendo anche le quote sinora percepite dall'anno 2008, anno di stima di inizio della crisi economica, all'anno 2014;
    ad assumere iniziative per rendere l'Enpaf un ente a contribuzione volontaria e non obbligatoria.
(7-00600) «Dall'Osso, Mantero, Lorefice, Silvia Giordano, Cecconi, Grillo, Ciprini, Cominardi, Tripiedi, Chimienti, Lombardi».

ATTI DI CONTROLLO

PRESIDENZA DEL CONSIGLIO DEI MINISTRI

Interpellanze:


   Il sottoscritto chiede di interpellare il Presidente del Consiglio dei ministri, il Ministro dell'economia e delle finanze, per sapere – premesso che:
   mentre da un lato diversi paesi dell'Unione europea, tra cui il nostro, versano in condizioni di pesante crisi economica, secondo fonti di stampa la Germania nel 2014 avrebbe registrato un attivo commerciale di 217 miliardi di euro, frutto di una crescita dell'export del 3,7 per cento, che va contro le stesse ben note regole dell'Unione europea, ovvero, se da un lato la Germania sta continuando a pretendere una politica di austerity che sta indebolendo la moneta unica, dall'altra parte si avvantaggia della crisi in atto nell'euro-zona attraverso le sue esportazioni, logicamente favorite dal calo stesso dell'euro;
   l'istituto di statistica Destatis certifica che la Germania ha raggiunto addirittura un record storico con esportazioni per 1.134 miliardi di euro, mentre le importazioni si sono attestate a 916,5 miliardi di euro: rispetto al 2013, l’export tedesco è salito del 3,7 per cento mentre le importazioni hanno aggiunto solo due punti percentuali;
   l'impennata dell’export sarebbe avvenuta proprio di questi ultimi mesi: nel solo mese di dicembre le esportazioni sono salite del 3,4 per cento rispetto a novembre, per un valore di 98,7 miliardi di euro, mentre le importazioni sono scese dello 0,8 per cento a 76,9 miliardi di euro; a dicembre l'avanzo commerciale è salito a 21,8 miliardi di euro dai 17,9 miliardi del mese precedente;
   le regole dell'Unione europea prevedono un comportamento differente: e ciò è stato sottolineato anche dagli Stati Uniti, dove ad esempio il segretario al Tesoro, Jacob Lew, ha ricordato che «politiche per promuovere la domanda interna sarebbero un bene per l'economia tedesca e quella mondiale»: con tutta l'Europa ad arrancare, a trainare la ripresa dovrebbe essere l'economia che cresce, cioè quella tedesca e per farlo, dovrebbe comprare i prodotti degli altri Paesi che non hanno sbocchi sui mercati interni, ma ciò non avviene visto che Berlino, invece di acquistare (import), inonda il mondo dei suoi prodotti (export);
   il comportamento della Germania, che secondo gli interpellanti tiene in considerazione solo il proprio tornaconto, rischia di ampliare lo squilibrio verso gli altri Paesi, e ha già posto Berlino sotto il faro degli economisti internazionali e della Commissione dell'Unione europea;
   nelle tabelle di Destatis si vede bene lo, squilibrio: le esportazioni 2014 verso i Paesi dell'Unione europea hanno registrato 657 miliardi di euro, il 5,4 per cento, in più del 2013 (+9,5 per cento nel solo mese di dicembre). Di contro, l’import si è attestato a 600 miliardi ed è cresciuto del 3,6 per cento (+3 per cento a dicembre). Per di più, secondo gli analisti di Intesa Sanpaolo, «il deprezzamento del cambio ed un recupero del commercio mondiale dovrebbero favorire una crescita più vivace dell'export tedesco nei prossimi mesi, mentre l'import è frenato dal calo dei prezzi degli idrocarburi»;
   la Commissione dell'Unione europea ha posto la regola – nell'ambito del cosiddetto «six pack» che dovrebbe garantire l'equilibrio economico del vecchio continente – di limitare il surplus commerciale sotto il 6 per cento e quindi chi sfora il parametro per tre anni di fila, incorre in possibilità di sanzioni;
   per la Germania, il 2014 dovrebbe esser stato il quinto anno fuori dal tetto e la Commissione ha già aperto una indagine;
   questo grave problema era già stato segnalato in una interpellanza presentata dall'interrogante il 12 settembre 2014 e rimasta ancora senza risposta, quando il semestre di presidenza italiana del Consiglio dell'Unione europea dava anche più opportunità al nostro Governo di incidere sulla politica dell'Unione europea;
   secondo i dati forniti il 9 luglio 2014 dallo Statistisches Bundesamt, l'Ufficio federale di statistica, l’export tedesco aveva già destato preoccupazioni raggiungendo valori che andavano contro alle richieste del Fondo monetario internazionale (Fmi), della Commissione europea e di economisti critici, di importare di più per sostenere i paesi dell'Unione europea con un'economia più debole;
   secondo l'economista Emiliano Brancaccio, intervistato a fine luglio da L'Espresso, «vale tuttora la previsione contenuta nel «monito degli economisti» che abbiamo pubblicato nel settembre scorso sul Financial Times: con le attuali politiche di austerity, la divergenza tra paesi deboli e paesi forti dell'eurozona continuerà ad ampliarsi. La politica monetaria non può affrontare da sola questa divaricazione»;
   ha scritto l’Huffington post «L'euro-zona è sulla rotta del Titanic. La Germania va in controtendenza perché riceve capitali a buon mercato spinti dalle difficoltà dei PIIGS e fa l'opposto di quanto raccomanda agli altri: sostiene la domanda interna di consumi e investimenti e, così, compensa il calo delle esportazioni verso i Paesi europei in stagnazione. [...] La rotta mercantilista della politica economica dettata dai conservatori teutonici e nord-europei e «raccomandata» dalla Commissione di Bruxelles è insostenibile. I dati sono inequivocabili: austerità cieca e svalutazione del lavoro deprimono l'economia reale, distruggono Pil potenziale e gonfiano il debito pubblico. Nell'eurozona, la crisi è, per durata e profondità, peggiore di quella del ’29. Il debito pubblico medio della nostra area monetaria balza dal 65 per cento del 2008 al 95 per cento di oggi. La disoccupazione si impenna e continua a salire anche per l'anno in corso. La piaga della povertà si allarga e l'impoverimento assedia le classi medie. L'inflazione sparisce e i rischi di deflazione diventano sempre più concreti» –:
   se il Governo sia al corrente dei fatti esposti in premessa e se non consideri necessario e urgente attivarsi e in che modo, per chiedere che, da un lato, la Germania renda conto del suo comportamento in sede europea e modifichi al più presto i propri indirizzi e, dall'altro, che le regole dell’austerity vengano rimesse in discussione verso una maggiore flessibilità che dia ossigeno ai Paesi dell'eurozona, gravati da una crisi economica acuita anche da quelle stesse regole che sembra all'interpellante stiano avvantaggiando soltanto la Germania.
(2-00839) «Sorial».


   Il sottoscritto chiede di interpellare il Presidente del Consiglio dei ministri, il Ministro dell'interno, il Ministro dello sviluppo economico, per sapere – premesso che:
   il comma 1 dell'articolo 9 della legge n. 212 del 1956, nel testo modificato dall'articolo 8 della n. 130 del 1975, prevede che «nel giorno precedente ed in quelli stabiliti per le elezioni sono vietati i comizi, le riunioni di propaganda elettorale diretta o indiretta, in luoghi pubblici o aperti al pubblico, la nuova affissione di stampati, giornali murali o altri e manifesti di propaganda»;
   l'articolo 9-bis del decreto-legge n. 807 del 1984, rubricato «Divieto di propaganda elettorale», prevede altresì che «nel giorno precedente ed in quelli stabiliti per le elezioni è fatto divieto anche alle emittenti radiotelevisive private di diffondere propaganda elettorale»;
   da alcuni anni è invalsa la prassi – in palese violazione dello spirito della normativa sopra citata di inviare centinaia di migliaia di SMS ai cittadini italiani il giorno precedente o il giorno stesso dell'apertura dei seggi elettorali;
   in occasione delle ultime elezioni europee sono giunte all'interrogante numerose segnalazioni di SMS inviati dal Partito Democratico;
   alcuni cittadini hanno segnalato all'interrogante un messaggio inviato tra il pomeriggio di sabato 24 e la mattina di domenica 25 maggio 2014 inviato dal mittente «PD Renzi» dal seguente testo «Domenica vota il Partito Democratico. E convinci amici e colleghi unoxuno. Le nostre idee contro i loro insulti perché l'Italia conti in Europa. Matteo Renzi»;
   in particolare all'interrogante si è rivolto un cittadino che ha ricevuto tale SMS, pur non essendo mai stato tesserato del Partito Democratico e il quale dichiara di aver fornito il suo numero telefonico in quanto in occasione delle elezioni primarie nazionali del Partito Democratico del 2012, presso un seggio di Cagliari, si recò a votare, compilando il relativo modulo; tuttavia, ricorda con certezza di aver escluso la casella che richiedeva il consenso per l'invio delle comunicazioni presso le utenze telefoniche ed e-mail;
   tale cittadino ha contattato il contact center dedicato al «silenzio elettorale» dell'Autorità per le garanzie nelle comunicazioni ed ha ricevuto espressa richiesta di effettuare segnalazione per iscritto, come poi il cittadino ha fatto in data 25 maggio 2014;
   il 5 febbraio 2015 l'Autorità per le garanzie nelle comunicazioni ha risposto a tale segnalazione sostenendo che «la questione della competenza dell'Autorità in ordine alla regola generale del cosiddetto silenzio elettorale sancita dall'articolo 9 della legge n. 212/1956 (il cui ambito di applicazione è stato esteso in virtù dell'articolo 9-bis del d.l. n. 807/1984) è stata più volte sollevata ed univocamente risolta nel senso della incompetenza dell'Autorità a verificare l'applicazione dell'articolo 9 della legge 4 aprile 1986, n. 212 (in tal senso delibere nn. 304/00/CSP, 305/00/CSP, 319/00/CSP, 12/04/CSP, 141/05/CSP). Ne consegue che ogni forma di propaganda elettorale realizzata nei giorni successivi alla chiusura della campagna elettorale esula dall'ambito di applicazione della legge n. 28/2000, e dunque dalla competenza dell'Autorità, risultando invece suscettibile di valutazione, ai sensi dell'articolo 9 della legge n. 212/1956, da parte delle autorità prefettizie»;
   tuttavia, tale dichiarazione di incompetenza non appare condivisibile all'interrogante, dal momento che l'Autorità per le garanzie nelle comunicazioni: a) in prossimità delle elezioni dirama comunicati stampa circa la vigenza e l'obbligo di osservare il silenzio elettorale; b) nei giorni delle elezioni gestisce un contact center per ricevere le segnalazioni dei cittadini sulle violazioni del silenzio elettorale (per questa attività, sicuramente l'AGCOM riceve e gestisce dei fondi pubblici, coi quali vengono retribuiti dei dipendenti che nelle giornate delle elezioni presidiano il telefono e ricevono le denunce dei cittadini);
   non è ben chiaro pertanto per quale ragione l'Agenzia ritiene di non disporre di tale competenza –:
   se il Presidente del Consiglio, al di là della lettera delle prescrizioni normative, ritenga dignitoso per sé stesso e per la carica che ricopre svolgere o comunque che sia svolta in suo nome attività di propaganda proprio nelle giornate del cosiddetto silenzio elettorale;
   quali iniziative, anche normative, intendano assumere i Ministri interrogati, per quanto di competenza, al fine di arginare definitivamente questa prassi di propaganda elettorale per via telefonica che si pone in aperta violazione dello spirito della normativa citata in premessa;
   quale sia l'autorità alla quale denunziare, a legislazione vigente, tali comportamenti che violano apertamente il principio della eguaglianza delle opportunità fra i concorrenti nella competizione elettorale, con evidenti ricadute sulla stessa genuinità del voto.
(2-00844) «Luigi Di Maio».

Interrogazioni a risposta in Commissione:


   NESCI, PARENTELA e DIENI. — Al Presidente del Consiglio dei ministri, al Ministro dell'interno, al Ministro della salute, al Ministro dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare, al Ministro per la semplificazione e la pubblica amministrazione. — Per sapere – premesso che:
   Sorical spa, acronimo di «Società Risorse Idriche Calabresi», gestisce, con capitale misto pubblico-privato, l'approvvigionamento e la fornitura all'ingrosso dell'acqua ad uso potabile sul territorio della regione Calabria;
   la stessa spa, di cui l'ente regione detiene il 53,5 per cento delle quote, rifornisce 391 comuni calabresi di 260.000.000 metri cubi/anno di acqua, risultando beneficiario dei contributi pubblici finalizzati all'attuazione degli interventi previsti nella misura 1.1 del POR Calabria, nonché soggetto attuatore degli interventi previsti dal cosiddetto «Accordo di programma quadro ciclo integrale delle acque»;
   gli impegni della suddetta società consistono, per la sintesi pubblica che la medesima ha fornito sul proprio sito Internet, nell’«eseguire tutti i lavori, fornire tutte le prestazioni e tutti i materiali e mezzi d'opera occorrenti per la custodia, la conservazione, la manutenzione ordinaria e straordinaria ed il corretto esercizio delle opere affidate in gestione», nonché nello «svolgere i previsti controlli chimico-fisici e biologici sulle acque potabili prodotte ed erogate alle utenze, da effettuarsi secondo le modalità previste dalla normativa vigente», anche assicurando «la guardiania, il controllo dei manufatti nonché la reperibilità dei responsabili delle diverse funzioni operative nei giorni non lavorativi e festivi, in modo da garantire, un valido servizio continuativo»;
   gli adeguamenti tariffari applicati ai comuni calabresi dalla Sorical spa sono stati determinati dalla regione Calabria sin dal 2005 ed applicati addirittura sulle tariffe a partire dall'anno 2002;
   la sezione regionale di controllo per la Calabria della Corte dei conti, nell'adunanza pubblica del 5 dicembre 2011 circa la gestione delle risorse idriche e dei relativi impianti in Calabria anche con riferimento alla costituzione ed alle attività delle società miste, ha mosso alcuni rilievi riguardanti il metodo tariffario, i valori di tariffa del prezzo iniziale dell'acqua e l'errore di conversione lire/euro, stabilendo che «la esatta conversione del primo valore di tariffa stabilito in lire 286,04 risulta pari a euro 0,147727 e non pari a euro 0,15, la conversione del secondo valore di tariffa stabilito in lire 468,75 risulta pari a euro 0,242089 e non pari a euro 0,25»;
   la stessa sezione della Corte dei conti ha altresì rilevato che la tariffa ha registrato, pertanto, un aumento immediato per l'acqua fornita a gravità dell'1,5386 per cento e per quella fornita per sollevamento del 3,2678 per cento;
   la Corte Costituzionale con diverse sentenze (n. 246 del 24 luglio 2009, n. 29 del 4 febbraio 2010, n. 142 del 23 aprile 2010, n. 67 del 12 aprile 2013) ha ribadito che la competenza dello Stato nella determinazione delle tariffe idriche è esclusiva e che tale attività è preclusa alle regioni (sentenza n. 142 del 2010);
   il Consiglio di Stato (sentenza n. 4301 del 9 settembre 2008) ha ribadito il principio della illegittimità degli atti amministrativi che, nello stabilire nuove tariffe per la fornitura dell'acqua, ne prevedono l'applicazione in via retroattiva;
   la regione Calabria, con proprio decreto (n. 9614 del 1° giugno 2009), aveva stabilito un nuovo adeguamento tariffario che, in ottemperanza a quanto sentenziato dalla Corte Costituzionale, avrebbe dovuto essere ritirato per chiaro vizio di costituzionalità;
   la regione Calabria, con decreto n. 6348 del 24 aprile 2013, ha determinato nuovi adeguamenti alle tariffe per l'erogazione del servizio idrico all'ingrosso per i comuni circa gli anni 2010 e 2011 e dalla tariffa dell'anno 2011 sarebbero stati calcolati i nuovi adeguamenti tariffari del 2012 e del 2013, richiesti di recente ai comuni con una lettera di Sorical spa;
   tali aumenti, che avrebbero decorrenza dal 1° gennaio 2013, sarebbero stati determinati in base alle delibere dell'Autorità per l'energia elettrica e il gas;
   i suddetti adeguamenti (anno 2012 e 2013) devono ancora essere autorizzati dall'Autorità per l'energia elettrica e il gas;
   il comune di Borgia (Catanzaro) ha impugnato il decreto regionale (n. 6348 del 24 aprile 2013) al TAR della Calabria;
   il coordinamento calabrese per l'acqua pubblica «Bruno Arcuri» ha promosso un sit-in presso la sede del consiglio regionale della Calabria mercoledì 8 gennaio 2014 in cui ha invitato Sorical ad adeguarsi alle decisione della Corte Costituzionale, manifestando contro l'illegittimità dell'adeguamento delle tariffe;
   il consigliere regionale della Calabria Giuseppe Giordano ha presentato un'interrogazione a risposta scritta con cui ha chiesto di sapere se «la regione Calabria nella determinazione delle tariffe per le annualità 2010 e 2011 abbia tenuto conto della normativa di settore e delle decisioni dei diversi organi giurisdizionali intervenuti negli anni, se per quanto concerne le tariffe 2012 e 2013 sia intervenuta la formale approvazione da parte dell'AEEG e se debba ritenersi legittima l'applicazione retroattiva delle stesse»;
   il suddetto consigliere regionale ha chiesto, nell'atto succitato, una revoca in autotutela del decreto n. 6348 del 24 aprile 2013 e la rideterminazione, nel rispetto della normativa di settore, delle tariffe applicate, che hanno provocato difficoltà di bilancio ai vari comuni calabresi;
   sempre il consigliere Giordano, ha aggiunto, nella menzionata interrogazione, l'opportunità di avviare un tavolo di confronto fra i vari soggetti istituzionali (regione, Sorical, comuni, province, Comitati per l'acqua pubblica), per una risoluzione definitiva ed equa che ponga fine a contenziosi e disservizi, garantisca alla comunità calabrese un servizio efficiente ed economicamente sostenibile, anche alla luce dei risultati referendari del 2011 con i quali i cittadini italiani si sono espressi per una gestione pubblica dell'acqua fuori dalle logiche di mercato;
   Sorical spa, in una nota stampa del 16 gennaio 2014 apparsa sulla testata elettronica Crotone24news ha dichiarato che «nessun organo giurisdizionale competente ha mai dichiarato l'illegittimità delle tariffe idriche applicate dalla Sorical e della connessa procedura di adeguamento tariffario, dunque i corrispettivi addebitati negli anni dalla Società sono sempre stati calcolati con l'applicazione di tariffe contenute in atti amministrativi regionali definitivi, perché mai impugnati, validi ed efficaci»;
   la riferita spa ha contestualmente asserito che il rilievo «della Corte dei Conti è invece un parere consultivo che guarda al più generale assetto del sistema idrico calabrese», aggiungendo che «per quel che concerne, poi, le tariffe idriche anni 2012/2013 e successive, competerà all'Autorità per l'Energia Elettrica ed il Gas (AEEG) approvare i relativi incrementi», che, «per legge, decorreranno dall'1.01.2013»;
   il procuratore aggiunto di Reggio Calabria Ottavio Sferlazza, nell'ambito dell'operazione «Ceralacca 2» ha disposto la misura cautelare nei confronti di 16 persone tra imprenditori, funzionari e pubblici dipendenti in Calabria, Veneto, Marche e Toscana ed eseguito il sequestro di beni e società per un valore di circa 40 milioni di euro, ipotizzando una vera e propria organizzazione che prevedeva il pagamento di tangenti per truccare gli appalti della Sorical spa;
   con atto ispettivo n. 4-15546 del 29 marzo 2012, la deputata Angela Napoli, richiamando la relazione della magistratura contabile calabrese, ha evidenziato il problema della tariffa del servizio idrico integrato che ha gravato per circa 1,8 milioni di euro all'anno sui comuni e, quindi, sui cittadini, calabresi, nonché il fatto che Sorical non sia mai stata posta sotto il controllo della stazione unica appaltante regionale (SUAR);
   nell'interrogazione parlamentare n. 4-16711, la deputata Napoli considerò che nel marzo del 2012 l'inchiesta giudiziaria «Ceralacca», condotta dalla direzione distrettuale antimafia di Reggio Calabria, determinò arresti anche di funzionari Sorical, con l'ipotesi di reati particolarmente gravi;
   nel suddetto atto, la deputata Napoli ha riportato anche risultanze dell'inchiesta «Acqua sporca», della procura di Vibo Valentia, riguardanti pregiudizi per la salute pubblica in relazione all'invaso artificiale «Alaco», su cui gli interroganti hanno presentato l'interrogazione a risposta scritta n. 4-00244 nella seduta n. 9 della corrente legislatura rivolta al Presidente del Consiglio dei ministri, al Ministro della salute, al Ministro dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare, al Ministro della giustizia, al Ministro per la pubblica amministrazione e la semplificazione;
   nell'anzidetta interrogazione, finora senza risposta, è stato chiesto ai destinatari «se non ritengano necessari interventi per la chiusura dell'invaso, in attesa delle verifiche circa i sedimenti e previa predisposizione, secondo competenze, di un piano per un diverso approvvigionamento idrico dei comuni finora serviti» e «se non intendano acquisire, ogni ulteriore elemento in relazione alla gestione del servizio idrico integrato in Calabria da parte di Sorical e ai protocolli di comunicazione tra questi, le aziende sanitarie provinciali e l'Arpacal»;
   il comune di San Giovanni in Fiore (Cosenza), governato dalla medesima parte politica che sovrintende all'assessorato ai lavori pubblici della regione Calabria, di recente ha corrisposto oltre un milione di euro per le tariffe del servizio idrico di Sorical, indipendentemente dai rilievi generali della Corte dei conti più sopra esposti;
   occorrerebbe avviare una verifica, da parte degli organi di competenza, circa la congruità dell'importo corrisposto a Sorical – qui rammentato – dal comune di San Giovanni in Fiore –:
   se siano a conoscenza dei fatti qui esposti, di quali elementi dispongano in ordine ai richiamati problemi delle tariffe del servizio idrico, e quali iniziative di competenza intendano assumere anche sulla scorta di tutte le sentenze e indicazioni fornite sul punto dalle Corti citate nel presente atto;
   quali iniziative, per le proprie competenze, intendano adottare a garanzia della salute pubblica dei cittadini dei comuni che ricevono acqua potabilizzata dall'invaso dell’«Alaco», anche in considerazione del quadro giudiziario, riportato in premessa, riguardante Sorical. (5-04729)


   VALERIA VALENTE. — Al Presidente del Consiglio dei ministri, al Ministro delle infrastrutture e dei trasporti, al Ministro dell'economia e delle finanze. — Per sapere – premesso che:
   il comma 5 dell'articolo 6 del decreto-legge 31 agosto 2013 n. 102, convertito, con modificazioni, dalla legge 28 ottobre 2013, n. 124, ha istituito, presso il Ministero delle infrastrutture e dei trasporti, un apposito fondo destinato agli inquilini morosi incolpevoli, con una dotazione di 20 milioni di euro per ciascuno degli anni 2014 e 2015;
   le risorse del fondo, secondo le previsioni del decreto-legge 102 del 2013 sopra citate, possono essere erogate ai soli comuni individuati come «ad alta tensione abitativa» e che abbiano avviato, entro la data di entrata in vigore della legge di conversione del decreto-legge 102 del 2013, bandi o altre procedure amministrative per l'erogazione di contributi in favore di inquilini morosi incolpevoli;
   il decreto-legge 28 marzo 2014, n. 47, convertito con modificazioni, dalla legge n. 80 del 2014 ha aggiunto, all'articolo 9 del detto decreto-legge 47 del 2014 il comma 2-ter, con cui è stato previsto che entro trenta giorni dalla data di entrata in vigore della legge di conversione del ripetuto decreto-legge 47 del 2014 il CIPE dovesse aggiornare l'elenco dei comuni ad alta tensione abitativa di cui alla delibera CIPE n. 87 del 13 novembre 2003;
   non essendo stata tempestivamente adottata la prevista deliberazione del CIPE di aggiornamento del relativo elenco, a tutt'oggi, per la individuazione dei comuni ad, alta tensione abitativa, continua a farsi riferimento all'elenco dei comuni di cui all'allegato a) alla risalente deliberazione CIPE n. 87 del 13 novembre 2003 che, peraltro, non ha mai subito, negli anni successivi a sua redazione, i pur previsti aggiornamenti;
   con il decreto ministeriale 14 maggio 2014 n. 75417 i Ministri interrogati, di concerto, hanno già effettuato il riparto delle risorse assegnate al predetto fondo e dettato criteri e priorità da rispettare nei provvedimenti comunali che definiscono le condizioni di morosità incolpevole per l'accesso ai contributi, riferendosi, pertanto, a un elenco dei comuni da ritenersi al alta tensione abitativa di dubbia corrispondenza alla odierna realtà, essendo riferito a dati e rilevazioni risalenti a oltre un decennio e confluiti nella citata deliberazione CIPE 87 del 2003;
   il mancato tempestivo aggiornamento del ripetuto elenco dei comuni ad alta tensione abitativa rischia di tradursi in un impiego irrazionale delle risorse destinate a fronteggiare le accertate emergenze abitative sul territorio nazionale, di fatto depotenziando e snaturando gli interventi legislativi previsti per fronteggiarle;
   in Campania, in particolare, la condizione di disagio abitativo che coinvolge numerose famiglie, dovuta anche alla conclamata carenza di alloggi di edilizia convenzionata o di edilizia pubblica, si presenta particolarmente grave nei comuni dell'area vesuviana (quali Ercolano, Torre del Greco, Torre Annunziata, Boscoreale, Somma Vesuviana, per un totale di oltre 300.000 abitanti), già duramente colpiti dalla crisi economica che ha comportato ulteriori cadute dei livelli occupazionali e impoverimento delle famiglie, in quanto i comuni della detta area non furono a suo tempo ricompresi nell'elenco di cui alla ripetuta deliberazione CIPE 87 del 2003, essendo all'epoca previsti altri, distinti incentivi in favore delle famiglie per l'acquisto della prima casa al di fuori della cosiddetta «zona rossa» e altre premialità legate alla situazione abitativa in area vesuviana;
   i comuni dell'area vesuviana, pertanto, pur presentando odierni livelli di criticità di portata tale da renderne imprescindibile la qualificazione di comuni ad alta tensione abitativa, sono, allo stato, esclusi dal relativo elenco in base a normative superate e a valutazioni inattuali e, dunque, in carenza assoluta di motivazione, sotto il profilo del pubblico interesse perseguito, in particolare dalla normativa in materia di agevolazioni per le morosità incolpevoli –:
   in considerazione di quanto esposto in premessa, quali iniziative intendano adottare, nell'ambito delle rispettive competenze, per dare corretta attuazione alle disposizioni in materia di emergenza abitativa, con particolare riferimento alla individuazione dei comuni da qualificarsi ad alta intensità abitativa e alla conseguente ripartizione del fondo destinato agli inquilini morosi incolpevoli. (5-04733)


   MUCCI e SEGONI. — Al Presidente del Consiglio dei ministri, al Ministro delle infrastrutture e dei trasporti, al Ministro dello sviluppo economico, al Ministro dell'economia e delle finanze. — Per sapere – premesso che:
   il maltempo, che si è abbattuto in data 6 febbraio 2015 e che ha flagellato tutto il territorio dell'Emilia Romagna ha provocato, secondo le prime stime di Coldiretti, perdite per oltre 5 milioni di euro;
   le maggiori difficoltà sembrano essere legate all'interruzione dell'energia elettrica procurata dal maltempo: da Piacenza a Rimini, infatti, il ciclone «big snow», pur annunciato da giorni dai bollettini meteorologici, ha causato oltre a mareggiate, alluvioni e crolli, un blackout che ha lasciato intere aree senza corrente, ospedali compresi, con migliaia di persone al freddo costrette ad abbandonare le proprie case; ha provocato interruzioni della circolazione di auto, treni e aerei;
   è alta la conta dei danni sia in montagna che in pianura – stalle isolate per tre giorni senza acqua e senza elettricità, hangar di rimessaggio attrezzi crollati nelle zone del terremoto, serre cadute sotto il peso della neve, mancate consegne del latte nelle zone montane, ritardo nella preparazione per le semine dei terreni e necessità in molti casi di riseminare i terreni finiti sott'acqua – anche se le aree più colpite sembrano essere quelle costiere: in particolare, la mareggiata di proporzioni anomale che ha colpito il litorale, nei comuni di Comacchio, Ravenna, Cervia, Cesenatico e Gatteo, ha provocato l'allagamento di case, strade e aziende, erodendo al contempo le barriere di protezione che avrebbero dovuto salvaguardare le attività balneari dalle mareggiate; in Romagna, oltre alla neve, i cento millimetri di pioggia caduti solo tra giovedì e venerdì scorso, accompagnati da vento di bora con raffiche tra i 90 e i 100 chilometri orari, hanno causato l'esondazione dei fiumi Uso, Marecchia, Mavone, Marano, Melo, Conca e Ventena;
   la regione Emilia Romagna è prontamente intervenuta aumentando da 2,5 a 5 milioni di euro lo stanziamento per far fronte alle prime emergenze a causa del maltempo dei giorni scorsi;
   anche gli istituti di credito che operano in Emilia Romagna hanno messo a disposizione plafond di 50 milioni di euro per finanziamenti con condizioni agevolate destinati alle imprese, ai piccoli artigiani, agli operatori turistici e alle aziende agricole che hanno subito danni provocati dagli allagamenti e dalle mareggiate che hanno colpito prevalentemente i comuni della costa emiliano romagnola –:
   se il Governo sia a conoscenza di quanto sopra riportato;
   quali iniziative il Governo intenda adottare per fronteggiare gli ingenti danni causati dal maltempo, per sostenere concretamente le realtà produttive e sociali e affinché sia riconosciuto al più presto lo stato di emergenza nazionale per calamità naturali alle zone colpite dal ciclone;
   se il Governo ritenga opportuno accertare, per quanto di competenza, con estrema urgenza le ragioni del prolungato blackout elettrico e le conseguenti responsabilità, nonché la correttezza della mancata erogazione di servizi stradali e ferroviari causata dal maltempo. (5-04734)

Interrogazioni a risposta scritta:


   BRUGNEROTTO, D'INCÀ, FRUSONE, TOFALO, DE LORENZIS, DA VILLA, COZZOLINO e PETRAROLI. — Al Presidente del Consiglio dei ministri, al Ministro dello sviluppo economico, al Ministro per la semplificazione e la pubblica amministrazione. — Per sapere – premesso che:
   si apprende che il servizio di posta elettronica certificata (dominio@postacertificata.gov.it), erogato gratuitamente dal Governo italiano a tutti i cittadini, che permette di colloquiare esclusivamente con la pubblica amministrazione, sarà progressivamente sospeso dopo meno di 5 anni dalla sua erogazione, per far convergere tutta la posta certificata sul sistema Pec;
   dal sito https://www.postacertificata.gov.it/home/sospensione-servizio.dot si evidenziano le tappe e la tempistica che definiscono la progressiva sospensione del servizio suddetto;
   si apprende infatti, che già dal 18 dicembre 2014 non è più possibile attivare nuovi account, dal 18 marzo al 17 luglio 2015, le caselle di posta saranno mantenute attive solamente in modalità di ricezione e sarà consentito agli utenti l'accesso alle stesse solo ai fini della consultazione e del salvataggio dei messaggi ricevuti; a partire dal giorno seguente, le stesse caselle di posta non saranno più abilitate alla ricezione dei messaggi fino alla data del 18 settembre 2015 in cui tutte le caselle di PostaCertificat@ non saranno più utilizzabili;
   infine si specifica che dal 18 marzo 2015, tutti gli utenti CEC-PAC potranno richiedere una casella PEC, gratuita per un anno, inviando un’e-mail all'indirizzo richiestapec@agid.gov.it. Successivamente, dal 16 marzo del prossimo anno, per colloquiare con le pubbliche amministrazioni, gli utenti saranno costretti a migrare verso fornitori di normali indirizzi PEC (non CEC-PAC). Tutto ciò con l'obiettivo di far convergere tutte le comunicazioni di posta certificata su sistemi di PEC standard, abitualmente utilizzati nelle comunicazioni tra cittadini, professionisti e imprese;
   il suddetto servizio, istituito ai sensi dell'articolo, 16-bis del decreto-legge del 29 novembre 2008, n. 185, recante «misure urgenti per il sostegno a famiglie, lavoro, occupazione e impresa e per ridisegnare in funzione anti-crisi il quadro strategico nazionale», nasce anche con lo scopo di aprire un canale di dialogo diretto, semplice e sicuro, tra i cittadini e gli uffici della pubblica amministrazione, nell'ottica di una grande semplificazione e un notevole risparmio di tempo sia per i cittadini, sia per gli uffici pubblici –:
   se il Governo intenda, una volta risolte le problematiche tecniche relative alla migrazione dal sistema CEC-PAC al Sistema PEC, e comunque dopo la data del 16 marzo 2016, continuare ad erogare il servizio in maniera del tutto gratuita per i cittadini che ne faranno richiesta evitando che questi siano costretti a rivolgersi ai vari operatori del mercato, dovendo sopportare i relativi costi richiesti.
(4-07886)


   GARAVINI. — Al Presidente del Consiglio dei ministri, al Ministro dello sviluppo economico, al Ministro degli affari esteri e della cooperazione internazionale. — Per sapere – premesso che:
   l'organizzazione europea dei brevetti (EPO) è, per dimensioni, la seconda Organizzazione Internazionale di cui fa parte l'Italia in Europa. Vi lavorano più di 7000 funzionari, di cui circa 6800 con contratto permanente, di cui poco più di 500 italiani;
   attualmente gli Stati membri sono 38 (ossia i 28 Stati membri dell'Unione europea più altri 10 Stati europei);
   l'EPO si autofinanzia totalmente, con un budget annuale di circa 2 miliardi di euro, attraverso le tasse sulle domande di brevetto pagate dai richiedenti (applicant) dei vari Paesi e una quota del 50 per cento delle tasse di rinnovo sui brevetti rilasciati;
   secondo uno studio del 2010, la filiale dell'EPO a L'Aia, che comprende circa 2700 funzionari, ha un impatto sull'economia olandese di quasi 900 milioni di euro e genera 5800 posti di lavoro;
   secondo un ulteriore studio del 2011, dell'IFO Institut di Monaco, le due sedi di Monaco e Berlino, che comprendono circa 4000 funzionari, hanno un impatto sull'economia tedesca di circa 3 miliardi di euro e generano circa 18000 posti di lavoro;
   a partire dal 2006 l'Italia è al quarto posto tra i Paesi europei per numero di brevetti rilasciati (il 7 per cento dei brevetti rilasciati a richiedenti dei Paesi membri), al quarto posto come Paese designato nei brevetti europei (nella domanda di brevetto il titolare indica gli Stati membri nei quali vuole avere una protezione brevettuale) e al quarto posto per l'ammontare totale delle tasse di rinnovo sui brevetti. In particolare, la quota delle tasse di rinnovo versata dall'Italia è di circa 40 milioni di euro nel 2014, somma che è in crescita e che corrisponde a quasi il 9 per cento del totale delle tasse di rinnovo, circa 430 milioni di euro. Una parte del bilancio dell'OEB viene spesa in progetti di cooperazione europea ed internazionale, nell'ambito della proprietà intellettuale –:
   per sfruttare al meglio le risorse economiche e le risorse umane dell'Italia ed al fine di favorire un ritorno adeguato rispetto ai contributi elargiti all'EPO da parte italiana, se il Governo non ritenga opportuno sondare le seguenti possibilità:
    a) prevedere, possibilmente presso il Ministero degli affari esteri e della cooperazione internazionale oppure presso la Presidenza del Consiglio, un gruppo di lavoro che segua lo sviluppo dei progetti internazionali finanziati dall'Italia e nei quali l'Italia sia coinvolta in quanto Stato membro e delle commesse assegnate dalle organizzazioni internazionali a società esterne, per assicurare un ritorno economico al Paese e per assicurarsi un ruolo chiave a livello internazionale;
    b) assumere iniziative per pervenire alla trasparenza degli stipendi della dirigenza e delle posizioni apicali (inclusi emolumenti straordinari, come i bonus);
    c) costituire un bacino di esperti a costo zero a disposizione dell'amministrazione italiana, composto da funzionari ed ex funzionari italiani dell'EPO, col compito di fornire consulenze sui processi brevettuali a piccole e medie imprese, e tenere presentazioni sulla proprietà intellettuale presso le amministrazioni e le università (una simile iniziativa è stata accolta con molto entusiasmo presso l'Università di Napoli che intende sviluppare la gestione della proprietà intellettuale con un ufficio per il trasferimento tecnologico);
    d) potenziare le iniziative per conseguire funzioni apicali di vertice ed essere quindi nelle condizioni di gestire le organizzazioni internazionali e di intervenire sulle assunzioni, nel caso dell'EPO l'Italia, uno degli Stati membri fondatori, ha avuto il suo ultimo vice-presidente nel lontano 1996 e che una presidenza italiana potrebbe restituire al nostro Paese un ruolo chiave nel campo dello sviluppo economico e industriale e dare un sostegno al processo d'internazionalizzazione delle imprese;
    e) favorire una politica della proprietà intellettuale come pilastro dello sviluppo economico e industriale, assicurando all'Ufficio italiano brevetti e marchi, alla direzione generale per la mondializzazione e le questioni globali del Ministero degli affari esteri e della cooperazione internazionale (che segue per il Ministero degli affari esteri e della cooperazione internazionale la proprietà intellettuale), agli istituti di ricerca e alle camere di commercio risorse adeguate in materia. (4-07897)


   BERRETTA e RACITI. – Al Presidente del Consiglio dei ministri, al Ministro della giustizia, al Ministro per la semplificazione e la pubblica amministrazione. — Per sapere – premesso che:
   in data 5 febbraio il portale di informazione on line «LiveSicilia» ha pubblicato un articolo a firma Salvo Toscano in cui si afferma che l'avvocatura dello Stato ha dato parere negativo alla costituzione di parte civile per la regione Sicilia nel processo contro un funzionario dell'assessorato regionale «Territorio e Ambiente» accusato di corruzione nell'ambito di un'inchiesta riguardante un «presunto giro di mazzette (ammesso dallo stesso funzionario) nell'ambito dello smaltimento rifiuti»;
   stando al menzionato articolo «la corruzione, secondo l'avvocatura dello Stato, non costituisce allarme sociale»;
   tali affermazioni, se confermate, sono di una tale gravità da dovere indurre ad un immediato intervento –:
   quali iniziative normative intenda assumere il Governo per affermare l'obbligo per enti pubblici e istituzionali, in presenza di atti di corruzione dei propri dipendenti o esponenti, di costituirsi parte civile nei processi relativi a fatti di corruzione. (4-07901)


   CATALANO. – Al Presidente del Consiglio dei ministri. — Per sapere – premesso che:
   con numerose interrogazioni si è posta all'attenzione del Governo la conduzione e gestione della struttura di tutela aziendale di Poste Italiane, società interamente posseduta dallo Stato, affidata, sin già da un decennio, a Stefano Grassi che ricopre anche la carica di amministratore delegato della società Poste Tutela spa la cui gestione è stata già, parimenti, sottoposta all'attenzione del Governo;
   risulta all'interrogante che la Presidenza del Consiglio dei ministri abbia già da tempo sollecitato i dicasteri competenti a riscontrare gli atti di sindacato ispettivo presentati dall'interrogante;
   con l'atto parlamentare 02/00696, alcuni deputati sottoposero, già nell'anno 1997, all'attenzione dei Ministri delle finanze, giustizia e difesa pro tempore la vicenda denunciata da un sottufficiale della guardia di finanza alla procura della Repubblica di Treviso: «lo stesso tenente colonnello Stefano Grassi, nella circostanza, ha dimostrato di non saper esercitare la dovuta vigilanza, né tantomeno ha saputo dimostrare di essere all'altezza del delicato ruolo rivestito (comandante provinciale di un reparto della Guardia di finanza) allorquando, forse dimenticandosi di aver curato la pratica relativa all'autorizzazione a contrarre matrimonio dell'ufficiale a lui subalterno (capitano Stefano de Braco), successivamente all'atto della pubblicazione delle graduatorie (pratica che egli stesso “vista”, dando disposizione di affiggerla agli albi dei reparti dipendenti) non si avvede che il punteggio attribuito a quest'ultimo è viziato da un errore palese, avendo questi contratto matrimonio ben tre mesi dopo il trasferimento alla sede di Treviso» – «l'avvio di un procedimento disciplinare sia nei confronti del capitano Stefano de Braco sia nei confronti del tenente colonnello Stefano Grassi, il primo per quel che all'interpellante pare essere, sulla base di quanto esposto, una carenza di qualità morali, il secondo perché avrebbe dimostrato altrettante carenze dal punto di vista professionale (...) se non si intenda provvedere – sempreché risultassero confermate le circostanze riportate dalla stampa all'avvicendamento dei due ufficiali»;
   nonostante tale vicenda, approdata alle cronache nazionali tramite i quotidiani Il Gazzettino e La Tribuna, il 27 dicembre 1999 al nominato Grassi Stefano fu concessa l'onorificenza di Cavaliere al Merito della Repubblica e appena tre anni dopo quella di Ufficiale;
   Stefano Grassi condusse una nota operazione di polizia giudiziaria nell'anno 2003 che riguardò il giornalista Antonello De Gennaro, condannato per diffamazione a mezzo stampa, che ebbe un significativo risalto mediatico sebbene trattavasi di un reato di minore entità;
   con propria circolare dell'8 agosto 2002, la Presidenza del Consiglio dei ministri ha chiarito che non è sufficiente che la proposta di concessione di un'onorificenza sia accompagnata da un generico riferimento a «speciali benemerenze verso la Nazione», ma che è invece necessario che la motivazione illustri in termini precisi i meriti che contraddistinguono la persona da insignire e che per la promozione nei vari gradi è richiesta una permanenza di tre anni nel grado inferiore. In quest'ultimo caso la promozione è comunque subordinata alla sussistenza di benemerenze diverse da quelle che hanno determinato il conferimento dell'onorificenza di classe inferiore;
   apprezzando lo spirito della normativa che disciplina la materia delle onorificenze di Stato, appare singolare come già quella di Cavaliere fu concessa ad un Ufficiale, nei confronti del quale erano emerse quantomeno forti perplessità in ordine ad asserite «carenze di qualità morali» con connessa richiesta di «avvicendamento», in assenza di una chiara indicazione dei meriti dell'Ufficiale stesso, come peraltro segnalato nell'interpellanza già citata;
   la conduzione quantomeno poco trasparente ed efficiente della struttura di tutela aziendale è stata oggetto di numerosi atti di sindacato ispettivo da parte dell'interrogante, in gran parte non riscontrati;
   risulta per di più all'interrogante che recentemente siano state ignorate circostanziate denunce interne, relative a illeciti da parte di dipendenti, omettendo di porre in essere i necessari interventi disciplinari, malgrado i poteri e le responsabilità propri della struttura di tutela aziendale e comunque di coloro che svolgono funzioni di direzione della società al massimo livello –:
   di quali notizie disponga il Governo in ordine alla vicenda nel suo complesso e quali iniziative si intendano intraprendere per valutare l'eventuale revoca delle suddette onorificenze, anche alla luce degli ultimi avvenimenti denunciati con atti di sindacato ispettivo e riguardanti la struttura di tutela aziendale. (4-07903)


   SQUERI. — Al Presidente del Consiglio dei ministri, al Ministro della giustizia. — Per sapere – premesso che:
   nella serata di giovedì 6 febbraio 2015, presso il comune di Padova, un cittadino libico di nome Imed Khannoussi, pregiudicato e senza fissa dimora, veniva colto in flagranza di reato da due carabinieri in borghese nell'atto di spacciare cocaina;
   il suddetto Khannoussi all'intimazione dei due agenti rispondeva con una grave aggressione agli stessi a mezzo di un coltello, per la quale è stato arrestato per resistenza a pubblico ufficiale, lesioni e tentato omicidio;
   nelle ventiquattro ore successive l'aggressore veniva rilasciato: il giudice che è andato in carcere ad interrogarlo ha deciso infatti per la scarcerazione; unico provvedimento a suo carico, il divieto di dimora nel comune di Padova;
   a quanto risulta dai mezzi di informazione, il cittadino libico ha fatto perdere le sue tracce;
   episodi come questo suscitano un forte senso di frustrazione rispetto alla certezza della sanzione, nonché grave preoccupazione per la tutela degli agenti delle Forze dell'ordine impegnati in operazioni di sicurezza per i cittadini;
   chiarire simili meccanismi e correggerli è una risposta doverosa nei confronti dei cittadini –:
   se sussistano i presupposti per un'iniziativa ispettiva ai fini dell'esercizio dei poteri di competenza alla luce di quanto descritto nelle premesse e quali iniziative normative intendano assumere per fare sì che casi come quelli della grave vicenda esposta in premessa non abbiano più a verificarsi. (4-07911)


   PALMIZIO. — Al Presidente del Consiglio dei ministri, al Ministro dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare, al Ministro delle politiche agricole alimentari e forestali. — Per sapere – premesso che:
   nei giorni scorsi una significativa, ma largamente prevista, perturbazione meteorologica ha colpito la regione Emilia Romagna;
   si sono registrati allagamenti dovuti a forti precipitazioni e a mareggiate che hanno interessato addirittura l'entroterra;
   tra l'altro questa perturbazione ha determinato nevicate sull'Appennino e mareggiate e precipitazioni piovose rilevanti, ma comunque compatibili con il periodo invernale in essere;
   appare utile distinguere tra le nevicate registrate in Appennino e i fenomeni piovosi e le mareggiate che hanno afflitto la Romagna;
   per quanto riguarda l'Appennino, larga parte dei disagi risultano essere stati determinati da gravi danni occorsi sulla linea elettrica la quale ha subito cedimenti e interruzioni strutturali tali da interrompere le forniture a diverse decine di migliaia di utenze; a giorni di distanza da questi eventi numerose utenze (riferite ad aziende, artigiani, esercizi commerciali, privati, strutture ospedaliere, e altro) risultano ancora prive di luce, acqua, gas;
   appare evidente non solo il disagio recato, ma anche il grave rischio per l'incolumità di tantissime persone che sono assistite da macchinari, da strumentazioni alimentate da energia elettrica tale da esporre la vita delle persone a concreto rischio;
   intere aziende hanno dovuto fermare le proprie linee di produzioni, registrando gravi danni di natura imprenditoriale;
   le attività commerciali non solo hanno dovuto cessare l'erogazione dei propri servizi, ma con ogni probabilità dovranno gettare beni esposti al deperimento conseguente alla mancata conservazione, riferendosi soprattutto a generi alimentari e di prima necessità;
   migliaia di famiglie e di singoli si sono trovati nell'impossibilità di riscaldarsi, di lavarsi, vivendo al buio per giorni e giorni, con una lesione evidente delle loro posizioni;
   normalmente se un utente non corrisponde quanto dovuto ad ENEL e agli altri gestori e fornitori di energia, immediatamente questi cessano l'erogazione del servizio e pertanto appare congruo, applicare il medesimo principio, ovvero che ENEL non garantendo la propria prestazione, dovrebbe oggi pagare tutti i danni dovuti e risarcire i disagi subiti;
   sulla regione Emilia Romagna grava, ai sensi dell'articolo 117 della Costituzione, anche il trasporto e la distribuzione nazionale dell'energia, e pertanto si ritiene che la medesima fosse onerata dall'obbligo di concordare con i soggetti gestori le modalità di verifica degli impianti e delle modalità di distribuzione dell'energia;
   analogamente le infrastrutture necessarie a garantire il funzionamento delle linee telefoniche sia fisse che mobili, sono risultate non funzionanti per molto tempo sempre a causa di una cattiva gestione manutentiva delle medesime (e in parte ancor oggi non sono funzionanti);
   in ogni caso, i fenomeni metereologici di per se non giustificano questa gravissima situazione, risultando chiaro come essa sia causa di una gestione del sistema di raccolte e scarico delle acque presidiate dalle autorità di bacino e dai consorzi di bonifica che attualmente prestano in tutta evidenza delle criticità tali da non poter garantire la sicurezza del territorio;
   le precipitazioni realizzatesi nell'entroterra sono risultate aggravate da un insufficiente sistema di dispersione a mare delle acque accumulate, con una saturazione dei canali che ha sfogato sul territorio le acque non recepite;
   tale situazione risulta attribuibile ad una pluralità di fattori (l'eccessiva impermeabilizzazione del territorio, l'antropizzazione del medesimo non accompagnata da un adeguato sistema di tutela idrogeologica, e altro) che impedisce di addossare ad una qualche eccezionalità delle precipitazioni o delle mareggiate occorse la responsabilità principale degli avvenimenti;
   al contrario, la regione Emilia Romagna da decenni si fa vanto di essere particolarmente attenta alla tutela del territorio e del suolo, alla sostenibilità degli insediamenti, al rispetto dell'ecosistema: quanto avvenuto dimostra ad avviso dell'interrogante invece che si tratta solo di parole prive di azioni concrete;
   quanto avvenuto, con particolare riguardo alle zone costiere, rischia di compromettere gravemente la stagione turistica, considerato anche che l'erosione delle spiagge non pare rimediabile con azioni di ripascimento ordinarie, dovendo, visti i danni registrati negli ambiti urbani, garantire il ripristino delle battige e delle spiagge;
   per questo appare innegabile l'inadeguatezza delle politiche regionali sino ad oggi perseguite, oltre che l'insufficienza dei presidi teoricamente garantiti da autorità tecniche di bacino e dai consorzi di bonifica, dovendosi necessariamente ripensare l'organizzazione e l'impiantistica di tutto il sistema di tutela idrogeologico (scoli a mare che, non scaricando in mare, hanno largamente favorito le esondazioni e gli allagamenti; incapacità dei canali esistenti di ricevere le acque precipitate; insufficienza delle strutture rispetto all'incremento del carico urbanistico, e altro);
   l'imprenditoria turistica risulta imprescindibile nel sistema economico regionale e pertanto risulta necessario offrire una pronta e immediata risposta per non rischiare di perdere anche solo un giorno di stagione –:
   quali siano le informazioni che il Governo abbia a disposizione in merito agli eventi riportati in premessa;
   quali azioni di propria competenza il Governo intenda intraprendere per ristabilire la piena funzionalità dei territori, e se, in particolare, abbia intenzione di stanziare specifiche risorse in merito;
   se il Governo intenda porre in essere iniziative volte a valutare eventuali responsabilità di strutture dello Stato, affinché non si verifichino più disagi e danni di questa portata;
   se il Governo intenda prevedere iniziative, per quanto di sua competenza, volte alla tutela del territorio e del suolo, alla sostenibilità degli insediamenti e al rispetto dell'ecosistema, per prevenire in futuro tali gravi situazioni. (4-07913)


   RIZZO, BRESCIA, COLONNESE, LOREFICE e CANCELLERI. — Al Presidente del Consiglio dei ministri, al Ministro dell'interno. — Per sapere – premesso che:
   il Centro d'accoglienza per richiedenti asilo (CARA) di Mineo è la più grande struttura in Europa di accoglienza extracomunitari richiedenti asilo, nato a seguito dell'emergenza immigrati decretata dall'allora Presidente del Consiglio dei ministri Silvio Berlusconi il 18 febbraio 2011 e del decreto ministeriale dell'allora Ministro dell'interno Roberto Maroni il 30 marzo 2011;
   il 28 giugno 2011 venne nominato l'allora presidente della provincia di Catania, Giuseppe Castiglione, in qualità di soggetto attuatore a gestire l'emergenza nel centro Cara di Mineo, con decreto del commissario delegato;
   nella stessa data, nasce il consorzio «Catatino Terra d'accoglienza», con atto pubblico notarile, inizialmente composto tra gli altri dai comuni di Mineo, Ramacca, Vizzini, San Michele di Ganzaria e San Cono, che vedeva l’ex presidente della provincia di Catania ed attuale Sottosegretario all'agricoltura Giuseppe Castiglione ricoprire il ruolo di presidente del consiglio di amministrazione sino al 19 luglio 2013, ruolo attualmente ricoperto dal sindaco di Mineo, avvocato Anna Aloisi;
   dal 30 giugno 2014 il Centro d'accoglienza per richiedenti asilo di Mineo è gestito da un consorzio di aziende di cui capofila è la cooperative sociali Casa della Solidarietà insieme alle imprese Senis Hospes, Sol.Calatino, SISIFO, Cascina Global Service, Impresa Pizzarotti e Croce rossa italiana;
   il sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati (SPRAR) è costituito da una rete di enti locali che, per la realizzazione di progetti di accoglienza integrata, accedono, nei limiti delle risorse disponibili, al Fondo nazionale per le politiche e i servizi dell'asilo gestito dal Ministero dell'interno;
   nel territorio del Calatino, da quanto di conoscenza degli interroganti, tre comuni hanno ottenuto finanziamenti per i progetti sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati, Caltagirone, Vizzini e Ramacca;
   il soggetto attuatore dei progetti SPRAR nei comuni di Caltagirone e Vizzini è il Consorzio Sol.Calatino S.C.S., già membro della cordata di imprese che gestiscono il Centro d'accoglienza per richiedenti asilo di Mineo, di cui il rappresentante legale è il signor Paolo Ragusa. Il comune di Ramacca ha, invece, individuato il soggetto attuatore che dovrà occuparsi, nel concreto, della gestione dei richiedenti asilo in una cooperativa di Acireale;
   gli interroganti hanno depositato atti di sindacato ispettivo relativi al Centro d'accoglienza per i richiedenti asilo di Mineo, (interrogazioni a risposta scritta nr.4-03882, 4-04219) e agli Sprar presenti nel territorio del Calatino (interrogazioni a risposta scritta nr. 4-02370, 4-05019) ai quali non hanno ricevuto risposta;
   gli interroganti hanno, altresì, presentato richiesta di accesso agli atti al consorzio «Calatino Terra d'Accoglienza», ai comuni di Caltagirone, Vizzini e Ramacca e alle prefetture di Catania e Siracusa utili a delineare un quadro completo della gestione dell'accoglienza nel territorio siciliano;
   il 3 dicembre 2014 si apprese da organi di stampa, che, a seguito dell'inchiesta della magistratura romana «Mondo di mezzo», venne arrestato il dottor Odevaine che ricopriva incarico di «esperto» del presidente del Consorzio «Calatino Terra d'accoglienza», avvocato Anna Aloisi;
   così come riportato dall'articolo di Palermo.Repubblica.it del 15 gennaio 2015, si apprendeva che le procure di Catania e di Caltagirone aprivano due distinti fascicoli d'inchiesta per far luce sul maxi sistema di tangenti e corruzione già nota come «Mafia Capitale» e che aveva già acceso i riflettori sul centro di accoglienza di Mineo. «Le inchieste, contro ignoti e ancora senza indagati, puntano a far luce su un “Sottosistema” di corruzione, malaffare e appalti truccati che coinvolgerebbe politici, mafiosi e uomini d'affari che del sistema dell'accoglienza dei migranti hanno fatto un business ad alto reddito»;
   il 3 febbraio 2015, sulla testata giornalistica online Sudpress.it, viene pubblicato un articolo, a firma del giornalista Pierluigi Di Rosa, dal titolo «Il sindaco di Ramacca a SUDPRESS: “Ve lo spiego io cos’è il CARA di Mineo”, dal quale emergono una serie di dichiarazioni del sindaco della cittadina del Calatino l'avvocato Franco Zappalà. In merito alla gestione degli SPRAR nel Calatino e del CARA di Mineo il sindaco Zappalà dichiara che da almeno due anni ha depositato in procura documenti che proverebbero quelle che lui stesso definisce “porcherie” commesse da alcuni dei sindaci consorziati. Il sindaco si sofferma, in particolare, su come si sia determinato il totale controllo della gestione del CARA di Mineo e dei progetti Sprar, affidati dal Ministero dell'interno, da parte di una cordata di personaggi siciliani tra cui il signor Paolo Ragusa, rappresentante legale del Consorzio “Sol Calatino soc.coop.sociale” e come a quest'ultimo facciano riferimento tutti gli SPRAR dei comuni consorziati, ad eccezione di quello, appunto, di Ramacca. Proprio per essersi rifiutato di far parte del “Sistema di Paolo Ragusa” il sindaco Zappalà sostiene di aver dovuto pagare un prezzo, molto alto, rimanendo “fuori dal sistema delle assunzioni e forniture”. Sempre nell'intervista a Sudpress, il sindaco Zappalà dichiara: “L'unico elemento che sul Cara ha fatto battaglie sono io, a partire dalla formazione del CdA, come è nato il CARA, sugli Sprar, ma sapete cosa c’è sugli Sprar ? Ci sono i delinquenti che hanno fatto i traccheggi”. Per Zappalà “tutti i comuni del Calatino, tutti i comuni, nessuno escluso, hanno fatto gli SPRAR con Sol Calatino di Paolo Ragusa e con Vizzini (la città) nel mezzo, tutti tranne un solo comune che si è rifiutato, Ramacca, che non si è piegato a questa logica, io mi sono rifiutato di avere a che fare con tutta questa roba qua. CARA è mafia capitale, perché se il male è il Cara ed è Mafia Capitale, io non ho voluto avere rapporti con questi qua, loro mi hanno punito per questo hanno fatto un mare di assunzioni con Pippo Limoli (ex consigliere regionale siciliano nelle file del Pdl) e il Nuovo Centro Destra per punirmi perché non mi sono piegato alla loro logica, quindici sindaci, tutti i comuni del Calatino, tutti, hanno fatto lo Sprar con Paolo Ragusa, Sol Calatino e Vizzini come comune capofila, un solo pazzo si è rifiutato, io, e me l'hanno fatta pagare. Io sono l'unico che è fuori dal sistema del malaffare”. Anche sulle origini del consorzio il sindaco di Ramacca racconta la sua versione, a partire dal delicato momento del passaggio della gestione dal soggetto attuatore nella prima fase di emergenza, Giuseppe Castiglione, alla costituzione del vero e proprio consorzio, con il tentativo da parte di alcuni di mantenerne il controllo. “C'era un disegno criminale – sostiene il sindaco di Ramacca – per escludere tutti i comuni per poi chiudersi un accordo, soprattutto con Vizzini (la città) al centro di questo ragionamento (...).” I momenti più importanti — spiega Zappalà – sono stati la gara e l'assunzione di Odevaine. “Premesso che tutte queste cose sono state trasmesse alla procura della Repubblica non oggi perché avete fatto gli articoli; ma a suo tempo, quando ero solo, sparlato da quelli che non mi facevano fare assunzioni, tutte le forniture, io ero tagliato fuori da tutto perché ero a libro nero.” Per poter garantire i servizi di gestione del CARA del valore di centinaia di milioni di euro, viene chiesto un “parere costato venti mila euro per sapere se potevano fare un affidamento diretto all'ATI precedente, ma gli avvocati non se la sono sentita di avallare questa ‘porcheria’, ad interessarsi a questo parere è personalmente Odevaine...”. “La fretta che loro avevano (nell'assunzione di Odevaine), l'urgenza era di calarlo nella commissione di gara, questo è quello che è emerso, alla fine ha partecipato di fatto una sola ditta quindi non c'era pericolo, ma loro si erano premuniti e guarda caso il funzionario era uno di Vizzini (la città), che faceva parte della commissione di gara, l'altro era Odevaine e l'altro il direttore Ferrera (attuale direttore generale del CARA di Mineo). Tutti questi atti, dall'assunzione di Odevaine alla gara sono stati trasmessi alla Procura a suo tempo, non ora che è scoppiato lo scandalo.” E qui il sindaco di Ramacca mostra dei verbali di CdA in realtà mai pubblicati dal consorzio perché “il presidente (Anna Aloisi) non vuole che si pubblichino, non li approva, fa ostruzionismo”. “Quando si è cominciato a parlare di Sprar io non ho permesso a quest'ATI, a Sol Calatino, a Paolo Ragusa di mettere piede nel mio comune, io faccio patti col diavolo, ma a te non ti faccio entrare perché so chi siete voi, so cosa portate voi di corruzione, di condizionamento politico, eccetera. L'unico Sprar tra 15 comuni che non fa parte della cosca Cara Mafia Capitale è il mio”» –:
   se quanto affermato dal sindaco di Ramacca corrisponda al vero e, in caso affermativo, quali provvedimenti intenda assumere anche tenendo conto del fatto che l'intervista chiama in causa pesantemente un rappresentante del Governo, l'on. Castiglione;
   se non ritenga urgente attivarsi, anche mediante un'ispezione ministeriale, alla luce delle dichiarazioni del sindaco di Ramacca, Avvocato Zappalà, per fare chiarezza sulle modalità di affidamento degli Sprar di Mineo, Vizzini e Caltagirone;
   se non ritenga urgente valutare la sussistenza dei presupposti per recedere dalla convenzione in essere con il consorzio «Calatino Terra d'Accoglienza» alla luce di quanto segnalato in premessa. (4-07918)


   RICCIATTI, GIANCARLO GIORDANO, ZACCAGNINI, MELILLA e DURANTI. — Al Presidente del Consiglio dei ministri, al Ministro del lavoro e delle politiche sociali. — Per sapere – premesso che:
   Garanzia Giovani è il piano europeo per la lotta alla disoccupazione giovanile;
   il piano comporta degli investimenti a favore degli Stati membri della Unione europea con tassi di disoccupazione superiori al 25 per cento, da investire in «politiche attive di orientamento, istruzione e formazione e inserimento al lavoro, a sostegno dei giovani che non sono impegnati in un'attività lavorativa, né inseriti in un percorso scolastico o formativo (Neet – Not in Education, Employment or Training)»;
   il programma è rivolto ai giovani trai 15 e i 29 anni, residenti in Italia, siano essi cittadini comunitari o stranieri extra Unione europea regolarmente soggiornanti;
   il programma prevede, in particolare, dei tirocini formativi della durata di sei mesi retribuiti con la somma di 500 euro al mese per tutta la durata del percorso formativo;
   un progetto che ha suscitato grandi speranze per chi è fuori dai circuiti di studio e di lavoro e che tuttavia sta mostrando gravi lacune;
   il Governo, attraverso i canali di comunicazione istituzionali, ha pubblicizzato in modo consistente l'iniziativa, al punto che vi è stato significativo numero di richieste di partecipazione al programma;
   a tal numero di richiedenti è tuttavia seguiti la difficoltà dei centri per l'impiego di attivare i percorsi di formazione;
   nelle Marche sono state presentate circa 3000 richieste solo per i tirocini, delle quali «solo per 300 richiedenti il tirocinio è iniziato all'inizio dello scorso ottobre [2014, n.d.r.], ma non hanno mai ricevuto neppure un mese di indennizzo. Per altri 2700, invece, tutto ancora tace e per qualcuno non si è ancora riusciti ad attivare i promessi tirocini», come riporta Il Corriere Adriatico del 17 gennaio 2015;
   si segnalano gravi ritardi nella corresponsione del, pur esiguo, contributo ai tirocinanti. La CGIL Marche, ad esempio, in un messaggio del 13 gennaio 2015, rivolto ai giovani iscritti al programma Garanzia Giovani, ha ribadito che «il pagamento dei tirocini è ancora in fase di elaborazione ed ha subito un notevole e, ormai, inaccettabile ritardo. Diversamente da quanto ci era stato comunicato in precedenza dalla regione, sta per essere pagato il primo mese di lavoro (500 euro) esclusivamente a chi ha iniziato il tirocinio nel mese di ottobre 2014 (circa 300 persone). Dopo questa prima tranche, si procederà al pagamento del primo mese per i restanti tirocinanti (circa 2700 persone) senza però avere certezze sulle tempistiche. Questo sistema ci consegna, ad oggi, dei giovani lavoratori che hanno iniziato la loro esperienza di tirocinio formativo nei mesi di ottobre/novembre e che non hanno ancora ricevuto nessun tipo di salario e informazione»;
   il messaggio dell'Inps n. 7899 del 22 ottobre 2014, recante l'intestazione «Erogazione dell'indennità tirocinio nell'ambito del Piano Italiano di attuazione della cosiddetta “Garanzia Giovani”. Istruzioni procedurali. Istruzioni contabili. Variazioni al piano dei conti», ha evidenziato come «l'importo dell'indennità di tirocinio è da considerarsi al lordo delle ritenute fiscali. L'indennità corrisposta al tirocinante, infatti è considerata reddito assimilato a quello da lavoro dipendente (articolo 50, comma 1, lettera c), del Tuir), pertanto, è soggetta a regime della tassazione corrente con le aliquote previste all'articolo 11 del Tuir e con il riconoscimento delle detrazioni di cui agli articoli 12 e 13 del Tuir. L'Inps rilascerà la certificazione unica dei redditi». In sostanza ai 500 euro di contributi va sottratto il 23 per cento, per un totale di euro 385 effettivamente percepiti dal tirocinante –:
   quali siano le ragioni alla base dei consistenti ritardi nel pagamento degli indennizzi ai tirocinanti del programma Garanzie Giovani nelle Marche;
   se non si ritenga incoerente l'applicazione dell'aliquota del 23 per cento da applicare sull'indennità dei tirocinanti, assimilandolo a quello dei lavoratori dipendenti, con l'effetto pratico di portare la già esigua indennità di 500 euro a 385 euro;
   quali iniziative intenda adottare il Governo per ovviare alle criticità segnalate in premessa. (4-07957)


   SPADONI, SARTI, DELL'ORCO, DE ROSA, DAGA, TERZONI, GAGNARLI, L'ABBATE, BENEDETTI, DA VILLA, DI BATTISTA, VACCA, NICOLA BIANCHI, CARIELLO, LOREFICE, CRIPPA, MANTERO, FERRARESI, AGOSTINELLI, CARINELLI, PETRAROLI, NESCI, NUTI, FRACCARO, DALL'OSSO, BRUGNEROTTO, LUIGI GALLO, PESCO, ALBERTI, BASILIO, CASTELLI, MANLIO DI STEFANO, SCAGLIUSI, DEL GROSSO, SORIAL, RUOCCO, TOFALO, GALLINELLA, PARENTELA, MASSIMILIANO BERNINI, FANTINATI, DELLA VALLE, DADONE, D'AMBROSIO, SILVIA GIORDANO, BONAFEDE, D'INCÀ, CASO, MARZANA, SIMONE VALENTE, PAOLO BERNINI, CORDA, BARONI, SIBILIA, LIUZZI, VACCARO, BRESCIA, DI BENEDETTO, DE LORENZIS, PAOLO NICOLÒ ROMANO, GRANDE, VIGNAROLI, LOMBARDI, COZZOLINO, BATTELLI, MANNINO, DIENI, CIPRINI, TRIPIEDI, GRILLO, CHIMIENTI, DI VITA e CANCELLERI. — Al Presidente del Consiglio dei ministri, al Ministro della giustizia. — Per sapere – premesso che:
   ad aprile 2009, alla vigilia delle elezioni comunali di Reggio Emilia, Graziano Delrio, Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, partecipava alla processione per il Santissimo Crocifisso, a Cutro in provincia di Crotone, epicentro del noto clan ’ndranghetista Grande Aracri. Insieme a Delrio partecipavano numerose personalità politiche tra cui alcuni candidati sindaco di altri partiti: per il Pdl Fabio Filippi; per lista civica Città Attiva Antonella Spaggiari, Silvano Domenichini al tempo vicesindaco di Casina, Cristina Merusi al tempo sindaco Pd di Sala Baganza, Salvatore Angelo Oppo al tempo sindaco di Borgotaro, Giorgio Penazzi (al tempo sindaco Pd di Viadana), Salvatore Scarpino (già capogruppo del Pd a Reggio Emilia) e Achille Bonardi (al tempo Assessore Pd di Brescello);
   nell'autunno 2012, la direzione distrettuale antimafia di Bologna, nell'ambito delle indagini sulla mafia calabrese presente a Reggio Emilia, audiva come persone informate sui fatti, alcuni politici di Reggio Emilia e provincia, fra cui i citati Delrio, Filippi e Spaggiari;
   un articolo de «L'Espresso» del giornalista d'inchiesta Giovanni Tizian, in data 30 gennaio 2015 trattava le collusioni tra ’ndrangheta e imprenditoria del Nord, citando atti processuali e documenti delle forze di polizia a sostegno della gravità della situazione. Tizian si riferisce a Delrio riportando le dichiarazioni di quest'ultimo secondo cui la sua partecipazione alla processione in coincidenza con il voto sarebbe puramente un caso. Questo però non è piaciuto ai magistrati scrive, poiché «un amministratore pubblico, non può sottovalutare certe azioni dal forte valore simbolico per chi detiene il potere criminale su un territorio». Per Tizian, inoltre, sempre in quell'occasione a Cutro lo stesso giorno, era presente Domenico Olivo, consigliere comunale Pd molto legato all'allora sindaco Delrio che frequentava alcuni uomini di Nicolino Grande Aracri. Ancora. Tra le persone vicine al primo cittadino viene citata Maria Sergio, ex dirigente del settore urbanistico del comune di Reggio Emilia e moglie dell'attuale sindaco democratico Luca Vecchi. I pubblici ministeri l'audivano come teste poiché alcuni rapporti di polizia ipotizzano situazioni di favore verso imprenditori sospettati di vicinanza alla `ndrina emiliana. Infine, l'articolo de «L'Espresso» riporta anche la partecipazione del sindaco leghista di Verona Tosi a cene con uomini del clan Grande Aracri come Antonio Gualtieri, arrestato il 28 gennaio 2015 sempre all'interno dell'operazione «Aemilia»;
   il fratello del boss Nicolino, Francesco Grande Aracri, originario di Cutro, da trent'anni risiedeva però nel Reggiano, a Brescello. Di lui, nella sentenza passata in giudicato il 23 ottobre 2008, di condanna a tre anni e sei mesi di reclusione più due anni di libertà vigilata per associazione a delinquere di stampo mafioso nell'ambito dell'inchiesta «Edilpiovra» i magistrati inquirenti scrivevano: «è un elemento di spicco dell'omonima cosca della `ndrangheta di Cutro capeggiata dal fratello Nicolino». L'operazione «Edilpiovra» risale al febbraio 2003, quando polizia e carabinieri sventavano un'organizzazione `ndranghetista di imprenditori e commercianti arrestando 14 persone; Francesco Grande Aracri, prima della sentenza era già detenuto per un'altra inchiesta in cui veniva definito come «colui che sovraintendeva e dirigeva l'attività mafiosa nel Reggiano». A novembre 2013, i carabinieri di Reggio Emilia sequestravano ad Aracri beni per il valore complessivo di tre milioni di euro; nell'ordinanza che disponeva il sequestro, il magistrato Francesco Maria Caruso, rilevava una sproporzione fra redditi dichiarati e l'incremento patrimoniale, divenuto particolarmente consistente a partire dal 2000, in epoca immediatamente precedente l'accertata attività mafiosa. Si tratta di uno dei primi casi di sequestro patrimoniale preventivo al Nord (Reggia Emilia) nei confronti di una cosca calabrese. Il 28 dicembre 2013, su richiesta della direzione distrettuale antimafia di Bologna, il tribunale di Reggio Emilia lo sottoponeva a regime di sorveglianza speciale;
   a settembre 2014 durante un'intervista, il sindaco Pd di Brescello Marcello Coffrini, riferendosi a Francesco Grande Aracri, lo definiva un uomo «gentilissimo, composto, educato e che ha sempre vissuto a basso livello». Proseguendo nell'intervista, riferendosi alla società «Marmi Nusa Srl» di Brescello, nella cui attività il boss è cointeressato, dichiarava «mi fa piacere che siano ripartiti». Infine, Coffrini negava l'esistenza di infiltrazioni mafiose affermando che «la mafia a Brescello è un leit motiv». Conseguentemente a tali dichiarazioni, il sindaco diveniva oggetto di svariate critiche da parte della stampa e di alcuni sindaci della provincia di Reggio Emilia. Nei giorni successivi, si svolgeva una manifestazione di solidarietà per Coffrini davanti al municipio. All'indomani della manifestazione, il senatore Luigi Gaetti, Vicepresidente della Commissione parlamentare Antimafia dichiarava la gravità della situazione poiché in piazza erano presenti anche familiari del boss. Un gesto che il sindaco di Brescello avrebbe dovuto stigmatizzare, chiedendo loro di allontanarsi. Gaetti concludeva chiedendo l'intervento della Commissione Antimafia;
   l'associazione «Libera» di Reggio Emilia e Parma e parte del consiglio comunale chiedevano le dimissioni di Coffrini, ma la maggioranza del Consiglio però le respingeva. Andrea Costa, segretario provinciale del Pd di Reggio Emilia, in una nota con la quale prendeva, le distanze dalle parole dell'amministratore locale, affermava: «partiamo da quello che deve fare e da quello che non deve fare un sindaco del Pd: i nostri amministratori non stringono la mano ad un condannato per mafia, non lo salutano, non lo frequentano; i sindaci e gli amministratori Pd devono avere un forte senso etico, devono avere ben chiaro che ci sono comportamenti leciti ma non opportuni e, quindi, devono avere sempre molto forti alcuni principi. Noi stringiamo la mano a Ignazio Cutrò, un testimone di giustizia che è venuto a trovarci anche a FestaReggio, non a Grande Aracri»;
   la procura di Reggio Emilia apriva un fascicolo sulla manifestazione di solidarietà organizzata a sostegno del sindaco per verificare se egli avesse contribuito al pagamento del «camion vela» utilizzato per la manifestazione, sul quale era rappresentata la foto dello stesso Coffrini accompagnata dallo slogan «Brescello contro tutte le Mafie con Marcello». Nell'ambito di detta inchiesta, gli accertamenti dei carabinieri del comando di Reggio Emilia rivelano l'esistenza di una mail del sindaco, spedita all'azienda pubblicitaria «Pool 94», contenente le indicazioni tipografiche per la stampa della foto in oggetto;
   il procuratore nazionale antimafia, dottor Franco Roberti, ospite a Reggio Emilia della web-tv Cortocircuito nel mese di ottobre 2014 in occasione della celebrazione del Tricolore, a tal proposito, dichiarava: «Se tu in occasione delle elezioni che si fanno qui in Emilia vai a fare campagna elettorale in Calabria, vuol dire che sai che l'appoggio o il non appoggio alla tua elezione viene dalla Calabria non dall'Emilia [...] Se un candidato vuole rivolgersi ai calabresi, può parlare ai calabresi che vivono in Emilia, non in Calabria. Se vai in Calabria vuol dire sapere che è là che si decide l'elezione [...] Ovunque tu stia nel mondo, se appartieni alla ’ndrangheta prendi ordini dal Crimine di Polsi. E se tu vai in Calabria a chiedere sostegno elettorale vuol dire che è da li che deve arrivare l'ok al tuo sostegno elettorale» –:
   quali sia l'orientamento che il Ministro della giustizia e il Presidente del Consiglio intendano esprimere con riferimento ai fatti oggetto della presente interrogazione e se intendano acquisire ogni e più opportuna informazione, onde chiarire la portata delle circostanze citate e descritte;
   quali siano, altresì, i provvedimenti e/o le iniziative che, nei limiti della propria competenza, il Presidente del Consiglio e il Ministro della giustizia intendano adottare con riguardo alle vicende descritte in premessa. Nella denegata ipotesi di mancata adozione di qualsivoglia provvedimento, quali siano le valutazioni e le ragioni poste a fondamento di detta scelta;
   se non sia utile, vista la dimostrata incapacità, a giudizio degli interroganti, di contrastare il radicamento della criminalità organizzata e la costante sottovalutazione del fenomeno durante il suo mandato in qualità di sindaco della città di Reggio Emilia, assumere le iniziative di competenza per revocare Delrio dall'incarico di sottosegretario alla Presidenza del Consiglio. (4-07975)


   LOMBARDI. — Al Presidente del Consiglio dei ministri, al Ministro del lavoro e delle politiche sociali, al Ministro per la semplificazione e la pubblica amministrazione, al Ministro dell'economia e delle finanze. — Per sapere – premesso che:
   il problema della trasparenza, della semplificazione e dell'accessibilità ai servizi pubblici da parte del cittadino/utente è stato oggetto, dai primi anni ’90 ad oggi, di importanti dibattiti in ambito istituzionale, che hanno dato luogo ad un'evoluzione normativa al riguardo;
   è di tutta evidenza l'importanza ed il ruolo chiave assunto dalla comunicazione interattiva e multicanale della pubblica amministrazione con i cittadini, al fine di veicolare risposte e soluzioni con modalità sempre più facili, celeri, dirette ed esaustive, grazie alle nuove tecnologie disponibili;
   in ambito comunitario è stata la stessa Commissione europea a sancire (nel Libro bianco sui servizi di interesse generale) il diritto dei consumatori/utenti, inteso come garanzia di affidabilità, elevato livello di qualità, trasparenza e continuità delle informazioni fornite;
   sul sito della funzione pubblica, il contact center ChiamaRoma 060606 viene indicato come una delle prime 100 cose di buona pratica amministrativa;
   «Cento storie emblematiche di quel che si potrebbe fare ovunque – si legge nel sito – cento storie realizzate senza rivoluzioni normative ma a leggi vigenti. Cento storie che non esauriscono tutto quanto di meglio è stato fatto, ma rappresentano comunque esempi da valorizzare e, perché no, copiare !»;
   «ChiamaRoma 060606» del comune di Roma nasce nel 2002 come progetto affidato al dipartimento XVII alla semplificazione, comunicazione e pari opportunità ed è un servizio creato al fine di facilitare e accelerare i contatti tra i cittadini e l'amministrazione comunale;
   grazie a questa iniziativa, costruita tecnologicamente con una rete di centrali telefoniche con flussi dedicati che connettono il 90 per cento degli uffici comunali (il restante 10 per cento è collegato con circa 1.500 linee urbane), è possibile raggiungere attraverso il numero unico 060606 qualunque ufficio dell'amministrazione comunale e aziende (ACEA, AMA, ATAC, STA, e altre);
   il servizio è ad oggi strutturato su due livelli di interazione, ove il primo livello svolge le funzioni di centralino e call center, mentre un secondo livello, costituito da personale interno, gestisce richieste di tipo specialistico/complesse trasferite dal primo livello;
   dopo una sperimentazione partita nel 2002, oggi gestisce volumi considerevoli di traffico;
   sono circa 200 mila le chiamate in media al mese, con casi di competenze soprattutto dei dipartimenti comunali e con picchi rilevati in occasioni di particolari eventi (ad esempio 41653 chiamate in occasione delle esequie del Santo Padre 1o aprile 2005);
   ruolo di assoluto rilievo se pensiamo che quasi il 90 per cento degli utilizzatori ha dichiarato di avere ottenuto le informazioni o di aver risolto la problematica segnalata (il 79,5 per cento «del tutto» e il 10,4 per cento «in parte»);
   inoltre, grazie all'utilizzo del servizio, il 58,8 per cento degli utenti afferma di aver evitato spostamenti presso gli uffici comunali e il 76,3 per cento degli intervistati dichiara che grazie allo 060606 hanno risparmiato dai 15 minuti ad oltre le 2 ore di tempo (con oltre 1/4 che ha dichiarato di aver risparmiato oltre due ore); si stima che chi ha beneficiato di un guadagno temporale grazie allo 060606 abbia risparmiato, nel 2008, fra 3 ore e 39 minuti e 4 ore e 43 minuti;
   al riguardo è utile il richiamo ai due studi di settore presentati nel 2009:
    1) Secondo il IV Rapporto di PromoPa, ogni anno le aziende con meno di 50 dipendenti dedicano oltre 30 giornate/uomo agli adempimenti burocratici, mentre la loro incidenza arriva fino a circa il 7 per cento del fatturato;
    2) nel caso dei cittadini, secondo lo studio del Patronato Inac-Cia, sarebbero quasi 190 le ore spese annualmente dal cittadino nel rapporto con la pubblica amministrazione;
   in vista della scadenza del contratto, avvalendosi di un accordo quadro Consip, l'amministrazione capitolina ha indetto una gara pubblica per l'affidamento del servizio nei prossimi ventiquattro mesi; il criterio di aggiudicazione scelto è stato quello dell'offerta economicamente più vantaggiosa;
   sulla base di quanto comunicato, nonostante il riconoscimento della migliore offerta dal punto di vista tecnico/qualitativo, AlmavivA Contact si collocherebbe seconda in graduatoria, con un prezzo offerto, sconto sulla base d'asta dell'11,88 per cento, in linea con gli altri partecipanti, ma non confrontabile con quello del potenziale aggiudicatario, al ribasso del 30,55 per cento;
   il prezzo presentato dal possibile vincitore della gara non raggiunge neanche l'80 per cento del solo costo del lavoro delle persone in servizio presso Almaviva, costo fondato sulla pura applicazione dei minimi previsti dal CCNL di riferimento e sull'opportuno riconoscimento dell'anzianità e dell'esperienza (senza considerare spese logistiche, utenze, investimenti in tecnologia, ...);
   il bando non ha previsto vincolo territoriale, dunque non è dato sapere se il servizio 060606 continuerà ad essere svolto sul territorio capitolino o in altre regioni, ma ciò che preme sottolineare sono le sicure conseguenze per le attività di Almaviva Contact a Roma;
   se l'Amministrazione della Capitale d'Italia, infatti, non è disposta a riconoscere il corretto costo del lavoro di persone con le caratteristiche degli operatori romani — grande esperienza, impiego a tempo indeterminato, 80 per cento donne, età media 44 anni –, non si comprende perché dovrebbero farlo i clienti privati;
   il 17 giugno 2014 con DD n. 146 del 17 giugno 2014 è stata comunicata la prosecuzione del servizio 060606 c/o Almaviva Contact spa con Telecom Italia spa dal 1o luglio al 30 novembre, in attesa che il servizio venisse affidato a uno dei quattro aggiudicatari dell'accordo quadro Consip;
   l'aggiudicatario finale è stato Rti Abramo Customer Care S.p.A e il contratto con Almaviva è stato prorogato al 31 marzo 2015 –:
   per quale motivo Consip avalli la pratica della valorizzazione del criterio del massimo ribasso nell'aggiudicazione degli appalti, determinando così un deterioramento del servizio offerto;
   se non sia il caso di rendere efficace il principio fissato dal codice appalti per in modo da rispettare gli standard minimi contrattuali e retributivi per i lavoratori di modo da rendere inefficaci le offerte al massimo ribasso. (4-07976)

AFFARI ESTERI E COOPERAZIONE INTERNAZIONALE

Interrogazione a risposta scritta:


   RIZZETTO e PRODANI. — Al Ministro degli affari esteri e della cooperazione internazionale. — Per sapere – premesso che:
   l'eredità finanziaria del Trattato di Osimo è stimata per un importo di circa 90 milioni di dollari, al netto degli interessi maturati. Si tratta di un'eredità stabilita dall'accordo di Roma siglato nel 1983 da Italia e Jugoslava che fissava in 110 milioni di dollari la cifra originaria dovuta dall'allora Repubblica federativa a titolo di indennizzo per la cessione della zona B e di tutti i beni un tempo di proprietà degli esuli, e concedeva al Governo del maresciallo Tito sette anni di tempo per corrispondere l'intera somma;
   l'Italia stabilì che tale somma potesse essere versata in 13 rate a partire dall'anno 1990. Soltanto due delle 13 rate in questione, però, sono state effettivamente versate: una dell'importo di circa 12 milioni di dollari, l'altra di circa 11 milioni;
   lo scoppio della guerra e il dissolvimento della Jugoslavia hanno poi di fatto bloccato i pagamenti. In seguito, i Paesi nati dal dissolvimento della Repubblica federale, ossia Slovenia e Croazia, si sono autonomamente divisi il debito nei confronti dell'Italia;
   a quanto è dato sapere, il Governo italiano è finalmente intenzionato ad ottenere i 90 milioni di dollari, oltre interessi ancora da quantificare, maturati dal 1983 a oggi, da Slovenia e Croazia;
   si è così riaperto il tavolo di coordinamento tra Governo e associazioni degli esuli sui fondi per gli indennizzi previsti dall'accordo di Roma del 1983;
   dunque, si potrebbe prospettare la chiusura dei patti stabiliti con Lubiana e Zagabria sulla «eredità economica» lasciata dal Trattato di Osimo;
   tale percorso prevede ovviamente l'intesa con i rappresentanti del mondo dell'esodo, poiché le somme in questione devono finanziare interventi e progetti legati al mondo dell'esodo –:
   quali siano gli orientamenti del Ministro interrogato in merito ai fatti di cui in premessa;
   se e quali iniziative intenda intraprendere il Ministro per ottenere le risorse pattuite;
   per quali iniziative si intendano destinare i fondi, qualora siano ottenuti, in necessario accordo con le associazioni degli esuli. (4-07956)

AMBIENTE E TUTELA DEL TERRITORIO E DEL MARE

Interrogazione a risposta in Commissione:


   DE ROSA, BUSTO, DAGA, MANNINO, MICILLO, SEGONI, TERZONI e ZOLEZZI. — Al Ministro dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare, al Ministro dello sviluppo economico. — Per sapere – premesso che:
   TERNA spa è proprietaria della rete elettrica nazionale e titolare della concessione delle attività di trasmissione e dispacciamento dell'energia elettrica;
   TERNA spa ha progettato la costruzione di un elettrodotto ad altissima tensione da 380 kVt, tra Airolo (Svizzera) e Baggio (Milano), denominato «Interconnector Italia-Svizzera-All'AcquaPallanzeno-Baggio»;
   il progetto, che prevede anche la razionalizzazione della rete di alta tensione nella Val Formazza, è normato dall'articolo 32 della legge n. 99 del 2009 a recepimento della direttiva europea n. 1228 del 2003 in tema di infrastrutture energetiche all'interno dell'Unione europea. Considerata anche l'estraneità del territorio elvetico al mercato interno dell'Unione europea, il procedimento risulta essere successivamente regolato a livello comunitario dai recenti regolamenti della Commissione europa 347/2013 e 1391/2013 che includono la Svizzera nei Paesi titolati alla realizzazione comune di corridoi energetici e che, tra l'altro, prevedono i livelli più elevati possibili di trasparenza e di partecipazione del pubblico per tutte le questioni importanti nel procedimento di rilascio delle autorizzazioni;
   il procedimento di VIA avviato da Terna spa mediante pubblicazione su quotidiani nazionali del relativo avviso a giudizio degli interroganti non assicura adeguamenti i livelli di trasparenza e partecipazione del pubblico previsti dall'allegato VI della direttiva 347/2013;
   il nuovo elettrodotto indurrebbe campi elettrici e magnetici, questi ultimi classificati dall'Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro (IARC) nel gruppo 2B e che costituiscono, pertanto, possibile agente cancerogeno umano, con grado di pericolosità elevata per la salute dell'uomo;
   non è meglio comprensibile la scelta di conversione della corrente alternata in continua – e viceversa – in un tracciato che si sviluppa per poco meno di 100 chilometri elemento questo, che prevede la realizzazione di 2 centrali di trasformazione che andrebbero a sottrarre pregiate aree verdi per complessivi 22 ettari e mezzo nei comuni di Pallanzeno (VB) e Baggio (MI), a pochi chilometri dalla prossima esposizione universale Expo 2015;
   ad oggi, le principali associazioni ambientaliste nazionali, di categoria e la maggioranza dei comuni interessati dall'opera hanno espresso la loro ferma contrarietà;
   la costante riduzione dei consumi elettrici nazionali non rendono coerente il progetto con un piano energetico nazionale che valorizzi la produzione interna di energia elettrica mediante fonti rinnovabili –:
   se il Governo sia al corrente dei fatti indicati in premessa;
   se il Governo non ritenga necessario intervenire con urgenza affinché venga rispettato l'obbligo di garantire massimi livelli di trasparenza, mediante annullamento del procedimento di valutazione di impatto ambientale ed avvio di procedimento di valutazione ambientale strategica che, in linea con quanto previsto dai regolamenti dell'Unione europea, possa assicurare la prevista partecipazione del pubblico, al fine di garantire la tutela della salute dei cittadini e prevenire il consumo di suolo agricolo di particolare pregio, buona parte localizzato nelle immediate vicinanze del sito EXPO 2015, in area parco ed in assoluto contrasto con le finalità della prossima esposizione universale «nutrire il pianeta». (5-04709)

Interrogazioni a risposta scritta:


   COMINELLI e LACQUANITI. — Al Ministro dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare. — Per sapere – premesso che:
   il caso della Selca di Berzo Demo in Valle Camonica (Brescia) con la pesante eredità di 23mila tonnellate di rifiuti avvelenati, provenienti dall'Australia è una piaga del territorio bresciano a tutt'oggi ancora da sanare. Si tratta di un gravissimo caso di inquinamento ambientale con il concreto rischio di contaminazione della falda acquifera, considerando il fatto che a pochi metri sotto il sito abbandonati scorre il fiume Oglio, affluente del Po, terminale delle infiltrazioni;
   come denunciato il 9 febbraio 2015 dalle pagine del Corriere della Sera, in un articolo a firma Claudio De Frate i rifiuti contaminati sono arrivati dall'Australia fino a Berzo Demo, piccolo comune sulle montagne di Brescia perché la Selca avrebbe dovuto renderli inoffensivi. Ma poiché l'azienda è fallita le 23mila tonnellate dal 2011 sono lì esposte alle intemperie e hanno cominciato a contaminare il ciclo dell'acqua;
   nonostante sulla questione si sia chiusa un'inchiesta a dicembre dalla procura di Brescia con la richiesta di rinvio a giudizio di cinque persone per reati fallimentari e ambientali, tutti ex dirigenti ed ex titolari della Selca e sullo stesso caso di Berzo Demo si sia interessata anche la commissione parlamentare antimafia che lo inserisce tra le questioni più scottanti e pericolose, assieme alla «terra dei fuochi». Nel maggio 2011 l'allora comandante dei carabinieri di Brescia Marco Turchi viene ascoltato dalla commissione parlamentare per fare il punto della situazione, anche l'Arpa Lombardia installa apparecchiature per tenere sotto controllo fuoriuscite di sostanze pericolose e purtroppo le previsioni negative si avverano. Secondo le dichiarazione rilasciate al Corriere dal Sindaco di Berzo Demo Giovanni Battista Bernardi «In alcuni pozzetti poco a valle della fabbrica gli strumenti hanno già segnalato la presenza di fluoruri provenienti dalla Selca»;
   sul fronte della bonifica del territorio sempre stando alle dichiarazioni del sindaco «Dalla Regione arriveranno 240 mila euro per la messa in sicurezza dei rifiuti. Ma al massimo si potranno installare dei teloni di copertura; l'intera rimozione costerà milioni di euro. Abbiamo chiesto al curatore fallimentare, che ci risulta abbia già incassato 9 milioni dalla vendita di beni della Selca, di intervenire, ma non abbiamo ottenuto risposta»;
   il caso della Selca, oltre ad essere stato oggetto di servizi televisivi e numerosi articoli giornalistici è stato segnalato in altre interrogazioni parlamentari;
   vista l'urgenza e la gravità della situazione, per scongiurare rischi alla salute dei cittadini e dell'ambiente, anche ai fini di valutare l'effettivo impatto e la rilevanza del possibile inquinamento in atto derivante dall'abbandono degli stabilimenti dell'ex Selca, se non intenda disporre un'ispezione del comando dei carabinieri per la tutela dell'ambiente nell'area interessata. (4-07909)


   DE LORENZIS, SPESSOTTO e LIUZZI. — Al Ministro dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare, al Ministro dello sviluppo economico, al Ministro della salute, al Ministro delle politiche agricole alimentari e forestali. — Per sapere – premesso che:
   la Puglia è una regione nota per le crisi idriche a causa di una scarsa presenza di corpi idrici superficiali di acqua dolce per cui ha necessità di approvvigionamento idrico potabile anche dalla regioni limitrofe;
   il lago di «Pietra del Pertusillo» è un invaso artificiale situato nel territorio dei comuni di Grumento Nova, Montemurro e Spinoso in Basilicata e occupa una superficie di 75 chilometri quadrati, la quota di massimo invaso si trova a 532 metri di altitudine sul livello del mare, la sua capienza massima è di 152 milioni di metri cubi d'acqua;
   la realizzazione dell'invaso del Pertusillo è stata necessaria per rispondere ad un uso plurimo delle risorse idriche, quali lo sfruttamento dell'energia idroelettrica, l'irrigazione di oltre trentacinquemila ettari di terreno tra Basilicata e Puglia e la produzione di acqua potabile per diversi milioni di cittadini lucani e pugliesi. Rappresenta uno dei punti di forza dello schema idrico Jonico-Sinni;
   il lago del Pertusillo è anche un «Sito di interesse comunitario» (S.I.C. IT9210143) della Rete Natura 2000 nata in seguito alla emanazione da parte dell'Unione della «Direttiva 92/43/CEE detta “Habitat” e della direttiva 2009/147/CE detta “Uccelli” (recepite in Italia rispettivamente dal decreto del Presidente della Repubblica n. 357 del 1997, modificato successivamente dal decreto del Presidente della Repubblica n. 120 del 12 marzo 2003, e dalla legge 157 del 1992;
   l'intera superficie del SIC ricade nell'area di “vulnerabilità all'inquinamento da nitrati di origine agricola” della regione Basilicata, infatti l'agricoltura intensiva praticata nei paesi limitrofi al lago, fa uso intensivo di tali fertilizzanti»[Natura 2000 FORMULARIO STANDARD – SIC IT 9210143 LAGO Pertusillo];
   sono circa 650 le sorgenti sotterranee che alimentano l'Agri, un fiume le cui acque attraversano il Parco Nazionale Appennino Lucano Val d'Agri-Lagonegrese, che a sua volta alimenta l'invaso del Pertusillo;
   nel 2010 vi è stato un fenomeno di fioritura algale e di moria dei pesci che hanno interessato il Lago del Pertusillo e per questo motivo l'ARPAB nell'ambito del programma PO FESR BASILICATA 2007/2013 ha presentato un progetto sulla «Valutazione dello stato ecologico del Lago del Pertusillo» che prevedeva una verifica dello stato di qualità dell'ecosistema lacustre per arrivare ad una caratterizzazione chimico-biologica del lago e ad una definizione di qualità, sulla base dei dati disponibili e di appositi accertamenti. Dallo studio effettuato in base ai parametri determinati, si deduce che le acque del lago, evidenziano alcune criticità quali ad esempio la presenza spot di idrocarburi totali, l'aumento delle concentrazioni di BOD, COD e coliformi totali in alcuni mesi di campionamento;
   secondo la perizia del Ctu nominato dalla magistratura di Potenza, la moria di pesci è avvenuta a causa di una tossina prodotta dall'alga cornuta, presente per eutrofizzazione del lago a sua volta dovuta a fosforo, nitrati, idrogeno solforato, formaldeide, diossido di zolfo, metalli pesanti e idrocarburi presenti all'interno e nei fondali del lago artificiale;
   l'invaso del Pertusillo è circondato dai pozzi attivi di estrazione di idrocarburi in Alta Val d'Agri ed è a pochi chilometri in linea d'aria dalla Centrale di raccolta e trattamento denominata «Centro oli di Viggiano», un impianto di desolforizzazione di 18 ettari facente parte della Concessione di coltivazione di idrovarburi liquidi e gassosi conferita nel 2005 a Eni/Shell denominata «Val d'Agri», di un estensione di 660 chilometriquadrati di cui buona parte sono all'interno del SIC e del Parco nazionale e vede la presenza di 26 pozzi in produzione e 11 pozzi produttivi non eroganti da cui si è ottenuto nel 2014 una produzione di 1.179.803.574 di smc di Gas naturale e 3.257.801 tonnellate di olio greggio. Il pozzo reiniettore «Costa Molina 2» appartenente alla medesima concessione, è destinato esclusivamente alla reiniezione in giacimento delle acque di strato, acque estratte associate all'olio e al gas che dopo la separazione dagli idrocarburi, vengono reimmesse nel giacimento di origine;
   si apprende da fonti ENI in merito alla Basilicata che una parte dell'acqua di strato, circa 2.500 m3/giorno, viene reiniettata in giacimento attraverso il pozzo «Costa Molina 2», mentre 1.000 m3/g, sono smaltiti come rifiuto liquido in impianto di smaltimento, dopo il trasporto su strada con autobotti;
   da fonti stampa si apprende che la pubblicazione scientifica dell'Eni sulla rivista di settore «One Petro» dimostra che già nel 1999, in Val d'Agri, era noto che si sperimentavano perforazioni orizzontali non autorizzate, tipo il fracking, ricorrendo all'uso di acido cloridrico, fluoridrico e addensanti chimici vari;
   la delibera numero 71/2014 della Corte dei conti della Basilicata, afferma che «l'attento e costante monitoraggio dei fanghi esausti rappresenta un punto di fondamentale importanza per la tutela ambientale e la tutela della salute pubblica»;
   sempre da fonti stampa si apprende che a seguito delle richieste del senatore Vito Petrocelli, attualmente le società non avrebbero fornito né i piani ingegneristici dei pozzi realizzati nel sottosuolo né gli studi sulla qualità ed effetti delle sostanze chimiche utilizzate per la reiniezione;
   dalle analisi della qualità dell'acqua proveniente dall'invaso del Pertusillo del novembre 2012 pubblicate da Aquedotto Pugliese si apprende che tra i vari elementi riscontrati, si registrano tracce di idrocarburi e metalli pesanti nell'acqua grezza in entrata al potabilizzatore e che anche nell'acqua potabilizzata in uscita, in misura inferiore, rimangono tracce. Tra gli elementi riscontrati, vi è il bario, un metallo pesante di cui non esiste un limite definito per legge dal decreto legislativo del 2 febbraio 2001, n. 31 «Attuazione della direttiva 98/83/CE relativa alla qualità delle acque destinate al consumo umano», in una misura di 49 microgrammi per litro. Il bario assunto in elevate quantità potrebbe diventare tossico e provocare un aumento della pressione arteriosa e anche la paralisi;
   lo studio scientifico pubblicato sul bollettino ambientale «Fresenius», condotto dalla professoressa Albina Colella del dipartimento di scienze dell'università della Basilicata e dalla professoressa Maria Rita D'Orsogna dell'istituto per la sostenibilità, California State University a Northridge, Los Angeles, ha determinato la presenza di idrocarburi nell'acqua del bacino del Pertusillo. Le relatrici affermano nelle conclusioni dello studio che «la nostra analisi, suggerisce che è altamente probabile che la contaminazione da idrocarburi nel Pertusillo sia originato da estrazione di petrolio e sue trasformazioni, stoccaggio e smaltimento. Diversi episodi di inquinamento supportano questa ipotesi: la presenza di alte concentrazioni di manganese, benzene, toluene e solfati, come misurato da ARPAB nel giugno 2011 in terra acqua al Centro Olio Val d'Agri che scorrono verso il Pertusillo»;
   sono 20 le concessioni di coltivazione di idrocarburi in terra ferma rilasciate sul territorio della regione Basilicata –:
   se i Ministri siano a conoscenza dei fatti espressi in premessa e quali iniziative, per quanto di competenza, intendano adottare per accertare lo stato qualitativo dell'acqua dell'invaso del Pertusillo e il suo presunto inquinamento derivante dalle attività di estrazione e lavorazione degli idrocarburi e reiniezione delle acque di strato;
   se i Ministri interrogati al fine precauzionale intendano promuovere una moratoria delle attività di ricerca, prospezione e coltivazione di idrocarburi nella regione Basilicata;
   quali iniziative intenda adottare il Ministro dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare al fine di salvaguardare dall'impatto antropico il «Parco nazionale appennino lucano Val d'Agri-Lagonegrese» e il SIC «lago del Pertusillo», nonché le 605 sorgenti sotterrane richiamate in premessa;
   se il Ministro della salute, in via precauzionale, e per quanto di competenza, intenda assumere iniziative al fine di accertare lo stato di salute delle popolazioni servite dalle acque del Pertusillo;
   se il Ministro delle politiche agricole alimentari e forestali, in via precauzionale, intenda acquisire elementi al fine di conoscere lo stato qualitativo dei campi irrigati con l'acqua proveniente dall'invaso del Pertusillo. (4-07943)


   BENEDETTI, BUSTO, COZZOLINO e SPESSOTTO. — Al Ministro dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare, al Ministro della salute. — Per sapere – premesso che:
   a seguito delle ripetute segnalazioni da parte di un agricoltore del comune di Conselve, nella provincia di Padova, che denunciava la presenza di strane nubi nell'aria e odori acri, che provocavano disturbo alla gola, nel luglio 2011 l'università di Padova posizionò nell'area interessata dei campionatori passivi che rilevarono la presenza di bisfenolo A nell'aria; i risultati dell'analisi furono inviati al sindaco e a seguito di ripetute segnalazioni anche l'Arpav, informata dai carabinieri e dalla polizia locale, analizzò l'aria non rilevando però tracce di inquinamento;
   la stampa locale si interessò del caso soprattutto a seguito delle segnalazioni riguardanti ortaggi deformati, vigneti attaccati dalla mucillagine e volatili morti, ma da parte delle istituzioni locali non fu presa alcuna misura;
   su richiesta di alcuni cittadini nel marzo 2014 lo studio Aesis Srl, nella persona della dottoressa Zavatti, effettuò un primo prelievo di due campioni di terreno in due distinte proprietà rilevando un'alta concentrazione di bisfenolo A sul terreno superficiale nella misura di 1 mg/kg (pari a 1000 microgrammi/kg) e 3,9 mg/kg (pari a 3900 microgrammi/kg), cui seguì la denuncia alle autorità locali ai sensi dell'articolo 245 del decreto legislativo n. 152 del 2006, e una interrogazione al sindaco locale chiedendo di intervenire a tutela della salute dei cittadini;
   a quanto risulta agli interroganti dopo alcuni mesi di silenzio seguì una telefonata da parte della dottoressa Zavatti al direttore dell'Arpav per conoscere le intenzioni e le motivazioni di tale ritardo negli interventi, cui venne risposto chiedendo una ulteriore integrazione di documentazione sulla modalità di prelievo dei campioni, immediatamente inviata;
   finalmente il 25 settembre 2014, a sei mesi dalla denuncia da parte del laboratorio bolognese, l'Arpav prelevò alcuni campioni di terreno, ma ad oggi, febbraio 2015, nessun risultato è stato ufficialmente comunicato;
   a seguito di apposita richiesta, sarebbe stato riferito verbalmente che le analisi dei due campioni davano responso negativo o comunque al di sotto della soglia di rilevabilità analitica. Sullo stesso campione prelevato dall'Arpav il 25 settembre 2014, è stata però effettuata una controanalisi su richiesta di Aesis Srl, facendo emergere nuovamente la presenza di bisfenolo A pari a 0,13 mg./Kg (pari a 130 microgrammi/kg), contraddicendo quindi il risultato «non ufficiale» comunicato oralmente da Arpav;
   non è comprensibile da parte degli interroganti come, in una situazione di rischio per la salute dei cittadini e per l'ambiente, si stia perpetuando un pericoloso e preoccupante contesto di stallo e immobilismo da parte delle istituzioni locali atte a garantire la salute dei cittadini e dell'ambiente;
   le linee guida dell'EPA indicano in 0,05mg/kg (50 microgrammi/kg) il limite tollerabile e i valori rilevati dalle analisi sono da ritenersi molto elevati, in considerazione dell'uso agricolo dei terreni oggetto di indagine e della possibilità di migrazione del bisfenolo A nella vegetazione, anche ad uso alimentare, umano o animale;
   il bisfenolo A non è presente in natura, è correlato in genere alla lavorazione delle plastiche e delle resine epossidiche, è nocivo anche a concentrazioni dell'ordine di pochi microgrammi (milionesimi di grammo) per chilogrammo nell'organismo –:
   di quali elementi disponga in relazione a quanto esposto in premessa e se non ritenga opportuno disporre verifiche e controlli da parte del personale appartenente al comando carabinieri tutela ambiente (CCTA), in relazione all'oggettivo pericolo che si verifichi un danno ambientale, ai sensi dell'articolo 197, comma 4, del decreto legislativo 3 aprile 2006, n. 152. (4-07969)


   COMINARDI, ALBERTI, BASILIO e SORIAL. — Al Ministro dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare. — Per sapere – premesso che:
   in data 17 aprile 2014, in regione Lombardia è stata depositata dal gruppo del Movimento 5 Stelle, l'interpellanza con risposta in aula n. 004021 riguardante la bonifica del sito area ex Selca nel comune di Berzo Demo (BS), dove veniva indicato che dal 1929 al 1994, nello stesso comune, svolse attività industriale con produzione di elettrodi di grafite impiegati nei forni elettrici di acciaierie, la Elettrografite di Forno Allione a cui successe la Union Carbide dal 1966 al 1990, e dal 1990 la Ucar Carbon Italia. In un'area esterna ai capannoni esclusa dalla bonifica, vennero realizzate due discariche abusive dove, per più di 50 anni, la Ucar depositò gli scarti di lavorazione degli elettrodi di grafite composti da pece e metalli pesanti. La Ucar chiuse nel 1994, patteggiando e risarcendo i lavoratori per malattie contratte in fabbrica. Dopo operazioni di bonifica dei terreni, si insediò la Graftech la quale si impegnò a bonificare il sito anzidetto mediante la costruzione, tutt'intorno allo stesso, di un sarcofago con la profondità necessaria al suo completo isolamento e, successiva alla chiusura della Graftech, in ultimo, aprì la ditta Selca, specializzata in smaltimento di rifiuti speciali, collocata su di un terreno già bonificato dalla Ucar Carbon Italia. La Selca, ora fallita, ha lasciato all'interno dei capannoni rifiuti non lavorati e non smaltiti, che avrebbero dovuto essere riciclati, dopo opportuno trattamento, in edilizia e nelle acciaierie. Grazie ad un'inchiesta del nucleo forestale di Brescia, si è scoperto che tali rifiuti tossici, sono giunti in Italia dall'Australia dal 2009, tramite due navi, sino a Porto Marghera e poi trasferiti a Berzo Demo presso la Selca. I rifiuti stivati consistono in ceneri e residui della demolizione di celle elettrolitiche per l'alluminio primario estratto dalle miniere di bauxite australiane, con elevate concentrazioni di cianuri e fluoruri;
   la Union Carbide, multinazionale statunitense produttrice di fitofarmaci, oggi di proprietà della Dow Chemical, si è resa famosa per uno dei più gravi incidenti chimici della storia accaduto a Bophal, in India, il 3 dicembre 1984, nella quale persero la vita, nell'immediato, circa 3.800 persone, ma stime di agenzie governative arrivarono a determinare in circa 15.000 le vittime ufficiali e un successivo affidavit governativo del 2006 asserì che l'incidente ha causato danni rilevabili a 558.125 persone, delle quali circa 3.900 risultano permanentemente invalidate a livello grave;
   in data 12 dicembre 2012, è stato approvato dalla Commissione parlamentare di inchiesta sulle attività illecite connesse al ciclo dei rifiuti, la relazione territoriale sulle attività illecite connesse al ciclo dei rifiuti nella regione Lombardia, istituita con legge 6 febbraio 2009, n. 6. Il documento, a pagina 175, riportava che all'interno dell'azienda era stato rinvenuto un sito di profondità ignota adibito a discarica abusiva, colmo di rifiuti speciali pericolosi, dove dagli anni ’70 vi erano state depositate peci di lavorazione;
   a giudizio dell'interrogante, le parole riportate nella relazione «di profondità ignota» riguardante il sito ove sono stati sversati per anni rifiuti tossici di svariati generi, apre scenari ancor più pericolosi rispetto a quelli conosciuti. Non conoscere con precisione la profondità del sito in questione significa, infatti, non sapere con certezza l'intero contenuto del sito stesso e che, potenzialmente, nel corso dei decenni, potrebbe essere stato seppellito di tutto come, ad esempio, rifiuti provenienti dal disastro datato 3 dicembre 1984 della Union Carbide a Bophal, la stessa azienda che sino al 1990 era proprietaria del sito a Berzo Demo;
   in data 9 febbraio 2015, veniva pubblicato sul quotidiano online «Corriere.it», un articolo dove si indicava che 23.000 tonnellate di rifiuti tossici provenienti dalla multinazionale Tomago, leader mondiale della produzione dell'alluminio, tramite due navi sono state trasportate dall'Australia sino a Porto Marghera e poi trasferiti a Berzo Demo presso la ditta Selca che avrebbe dovuto renderli inerti ma non lo ha fatto. I rifiuti, ad oggi, sono ancora nel sito della Selca e, a detta del sindaco Giovanni Battista Bernardi, in alcuni pozzetti poco a valle della fabbrica gli strumenti hanno già segnalato la presenza di fluoruri provenienti dalla Selca, mettendo a serio rischio anche l'adiacente fiume Oglio. Lo stesso ha dichiarato di aver chiesto al curatore fallimentare, che avrebbe incassato la cifra di 9 milioni di euro dalla vendita di beni della Selca, di intervenire riguardo la bonifica, non ricevendo risposta. Sempre a detta sindaco, il costo complessivo dell'intera bonifica ammonterebbe a svariati milioni di euro;
   i finanziamenti per le bonifiche erogati da regione Lombardia, che in qualità di ente pubblico si è sostituita ai soggetti inadempienti, dal 1992 al 2011 ammontano a 229.540 euro circa. Sono stati stanziati 41 milioni di euro per il triennio 2013-2015 dalla Giunta Regionale lombarda, che saranno assegnati ai comuni, alle province e all'Arpa, per effettuare nuovi interventi di bonifica o integrare quelli già in corso;
   a giudizio dell'interrogante, alla luce delle notizie riportate nell'articolo citato e vista la competenza del Parlamento italiano in merito alla tutela e alla salvaguardia delle emergenze ambientali, a causa dell'inquinamento dei terreni e delle falde acquifere, tale vicenda potrebbe eventualmente avere ripercussioni sulla salute pubblica dei cittadini che vivono nella zona interessata –:
   se il Ministro interrogato sia a conoscenza della vicenda riportata in premessa e, per quanto di sua competenza e di concerto con le amministrazioni preposte, quali misure intenda adottare per la tutela della salute pubblica e per la messa in sicurezza e la relativa bonifica del sito presente nel comune di Berzo Demo citato nell'articolo sopraindicato anche in adempimento di un ordine del giorno accolto dal Governo;
   se non intenda avviare, per quanto di sua competenza, una indagine finalizzata ad accertare l'impatto di tutti gli inquinanti accumulati nella zona citata;
   se il Ministro non intenda incontrare il curatore fallimentare di Selca, allo scopo di definire un contributo economico congruo per la messa in sicurezza del sito, in considerazione dell'incasso di 9 milioni di euro dalla vendita di beni della società in oggetto. (4-07974)


   BENEDETTI, BRUGNEROTTO, BUSINAROLO, COZZOLINO e SPESSOTTO. — Al Ministro dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare, al Ministro dei beni e delle attività culturali e del turismo. — Per sapere – premesso che:
   con delibera n. 2199 del 27 novembre 2014 (Bur n. 122 del 23 dicembre 2014) la regione del Veneto stabilisce lo stanziamento di euro 5.370.000,00 per il progetto «interventi necessari ed urgenti alla piena funzionalità e completamento delle opere intraprese al Complesso monumentale del colle della Rocca di Monselice», prevedendo il restauro e la messa in sicurezza del complesso ma anche il completamento dell'impianto di risalita per l'accesso turistico al colle della rocca, cantiere bloccato nel maggio 2008 dopo il sequestro da parte della magistratura con le accuse di illeciti amministrativi e disastro ambientale. Vicenda giudiziaria durata 6 anni e conclusasi nel febbraio 2014 tra assoluzioni e prescrizioni;
   nella sentenza definitiva del processo gli imputati furono assolti per il reato di abuso d'ufficio, mentre gli altri reati presunti sono decaduti con la prescrizione: «non luogo a procedere per intervenuta prescrizione dai reati di abuso edilizio, alterazione di bellezze naturali, e il reato ambientale per aver eseguito lavori in una zona protetta del Parco»; pertanto tali reati non sono stati smentiti ed esclusi in quanto tali; essendo il colle, il progetto e l'appalto, sempre gli stessi, ci si chiede quali condizioni siano mutate per garantire che non vi sia il rischio di ricorrere nuovamente agli abusi e ai reati prescritti;
   negli anni si sono succeduti una lunga serie di eventi franosi che hanno portato alla chiusura di strade e all'evacuazione di numerose famiglie; a preoccupare attualmente i cittadini e le associazioni ambientaliste sono l'estrema fragilità del colle, lo stravolgimento nella fruizione del patrimonio architettonico, l'insostenibilità economica di gestione per un impianto di risalita di queste dimensioni;
   si ritiene incompatibile la volontà di preservare e valorizzare il colle con un progetto che prevede l'ulteriore perforazione dello stesso. Dopo gli eventi franosi degli anni scorsi la cittadinanza di Monselice non avrebbe ancora avuto i pareri dagli organi competenti sulle reali condizioni geologiche e strutturali del colle, che potrebbero essere ulteriormente compromesse dal tunnel verticale; il timore generale è che la ripresa dell'escavazione verticale del tunnel riattivi le frane verificatesi due anni fa;
   in occasione degli eventi franosi occorsi nella primavera del 2013 il sindaco di Monselice e i tecnici regionali sostenevano a più riprese la necessità d'ingenti interventi di messa in sicurezza e di consolidamento delle pareti del colle; ad oggi, salvo un primo intervento di messa in sicurezza degli abitati, le operazioni più onerose e radicali non sono state eseguite;
   la proposta di spesa dovrà essere valuta in sede di accordo di programma tra il Governo e la regione Veneto, il tavolo di partenariato a livello nazionale –:
   se non ritengano che il completamento dell'impianto di risalita, che prevede ulteriori perforazioni del colle, possa mettere nuovamente a rischio la sicurezza dei residenti e quali iniziative di competenza intendano attuare a salvaguardia del patrimonio ambientale, storico-architettonico e culturale e culturale;
   se non ritengano necessario assumere iniziative, per quanto di competenza, per uno studio sull'assetto geologico del colle nonché un'analisi approfondita e dettagliata dei prerequisiti necessari per la prosecuzione dell'opera, avendo cura di rendere pubblici i dati, mettendoli a disposizione dei cittadini di Monselice. (4-07978)

BENI E ATTIVITÀ CULTURALI E TURISMO

Interpellanza:


   I sottoscritti chiedono di interpellare il Ministro dei beni e delle attività culturali e del turismo, per sapere – premesso che:
   nella seduta del 10 novembre 2010 l'allora capogruppo del Partito Democratico, Dario Franceschini, chiedeva intervenendo nell'aula della Camera dei deputati le dimissioni dell'allora Ministro per i beni e le attività culturali Sandro Bondi alla luce dei crolli strutturali che si erano verificati nei giorni precedenti nel sito archeologico di Pompei;
   il giorno successivo i gruppi di opposizione depositarono una mozione di sfiducia individuale n. 1-00491 nei confronti del Ministro Bondi. Tra i firmatari figura anche l'attuale Ministro per i beni e le attività culturali Dario Franceschini;
   tale mozione fu poi respinta dalla maggioranza dell'Assemblea di Montecitorio il successivo 26 gennaio 2011. L’incipit dell'atto era: «il crollo della Schola Armaturarum di Pompei rappresenta, anche dal punto di vista simbolico, il fallimento della politica in materia di tutela dei beni e delle attività culturali»;
   nei giorni scorsi si sono verificati nuovi importanti crolli presso il sito archeologico di Pompei: nella mattinata del 4 febbraio 2015, nel sito archeologico, il personale di vigilanza ha constatato lo smottamento di una parte del terreno del giardino della Casa di Severus (regio VIII, insula 2, civico 30) lungo il costone roccioso meridionale;
   appare assai difficile comprendere la differenza tra la situazione dell'allora Ministro Bondi, che si sosteneva avrebbe dovuto dimettersi in particolare in considerazione del fatto che il crollo della Schola Armaturarum di Pompei rappresentava il fallimento della politica in materia di tutela dei beni e delle attività culturali, e quella del Ministro interrogato a seguito dello smottamento del terreno nel giardino della Casa di Severus –:
   se anche i recenti avvenimenti non rappresentino una motivazione valida per indurre il Ministro interrogato ad un gesto di responsabilità nei confronti della cultura italiana rassegnando le sue dimissioni.
(2-00843) «Luigi Di Maio, Luigi Gallo, Brescia, Di Benedetto, Simone Valente, Vacca, D'Uva, Marzana».

Interrogazione a risposta in Commissione:


   PRODANI. — Al Ministro dei beni e delle attività culturali e del turismo, al Ministro dello sviluppo economico. — Per sapere – premesso che:

   i dati dell'autorevole società statunitense Smith Travel Research (STR) – specializzata in ricerche sul settore alberghiero – indicano l'anno 2014 tra quelli di maggiore successo per l'industria alberghiera europea con un incremento del fatturato generato per camera disponibile («Revenue per available room»)  pari al 5,8 per cento e un aumento del numero di occupati nel settore con il 2,1 per cento;
   i risultati per il settore alberghiero italiano nello stesso anno non sono stati altrettanto positivi. Il cosiddetto «barometro del turismo», realizzato da Federalberghi e presente sul sito internet dell'associazione, riporta infatti una diminuzione del fatturato dei servizi di alloggio pari al -0.2 per cento nel periodo gennaio-settembre 2014. Ancora più preoccupante risulta il decremento nel terzo trimestre dell'anno – comprendente la stagione estiva – pari al -2,7 per cento;
   i sovracitati dati di Federalberghi – inerenti all'anno 2014 – indicano altresì una flessione del -1,7 per cento de li occupati nel settore alberghiero in Italia;
   il settore alberghiero italiano deve confrontarsi con la concorrenza di strutture ricettive – in molti casi abusive e semi-abusive – con grandi perdite economiche per gli esercizi ricettivi regolari, oltre a danni evidenti per l'intero Paese in materia di fisco, previdenza, lavoro, igiene e sicurezza;
   il decreto-legge n. 83 del 31 maggio 2014 noto come «decreto Cultura», convertito, con modificazioni, dalla legge n. 106 del 2014 e relativo a disposizioni urgenti per la tutela del patrimonio culturale, lo sviluppo della cultura e il rilancio del turismo, all'articolo 10, comma 1, ha previsto delle disposizioni urgenti per riqualificare e migliorare le strutture ricettive turistico-alberghiere e per favorire l'imprenditorialità nel settore turistico;
   il comma 5 del sopracitato articolo 10 prevede, per le stesse finalità del comma 1 del medesimo articolo, nonché per promuovere l'adozione e la diffusione della «progettazione universale» e l'incremento dell'efficienza energetica, l'emanazione da parte del Ministro dei beni e delle attività culturali e del turismo di un decreto, entro tre mesi dalla data di entrata in vigore della legge di conversione, previa intesa in sede di Conferenza unificata, per aggiornare gli standard minimi, uniformi in tutto il territorio nazionale, dei servizi e delle dotazioni per la classificazione delle strutture ricettive e delle imprese turistiche, ivi compresi i condhotel e gli alberghi diffusi, tenendo conto delle specifiche esigenze connesse alle capacità ricettiva e di fruizione dei contesti territoriali e dei sistemi di classificazione alberghiera adottati a livello europeo e internazionale;
   si rende necessario un accordo preventivo con le regioni, sulla norma relativa alla classificazione delle strutture ricettive, vista l'attuale ripartizione di competenze;
   la materia dei controlli e, in generale, della lotta all'abusivismo nel settore turistico-alberghiero è essenzialmente di pertinenza delle autonomie, in particolare di quelle locali –:
   se e quando il Governo intenda mettere in atto delle azioni concrete – in accordo con gli enti locali – per contrastare il fenomeno dell'abusivismo alberghiero al fine di tutelare sia gli operatori che gestiscono in modo corretto le strutture ricettive, sia la clientela, garantendo la conformità e la regolarità delle strutture. (5-04732)

Interrogazioni a risposta scritta:


   PILI. — Al Ministro dei beni e delle attività culturali e del turismo. — Per sapere – premesso che:
   la collina dei Giganti di Mont’ e Prama è uno scandalo nazionale;
   abbandono totale, incuria, degrado totale, scavi allagati, nessuna protezione;
   il sito del ritrovamento più importante e rilevante della storia del Mediterraneo lasciato in balia di ogni genere di pericolo;
   non si riscontra nessun controllo; centinaia di persone continuano a recarsi nel sito dove sono nati i Giganti e si trovano dinanzi ad uno scempio senza precedenti;
   vietato parlare di valorizzazione e di gestione provvisoria del sito, luogo simbolo che dovrebbe essere la culla della nuova rinascita della civiltà nuragica e prenuragica;
   le immagini che si propongono sono la devastazione e il contrasto con i tanti proclami propagandistici nonché il nulla sul campo;
   a questo si aggiunge che dopo sei mesi dal ritrovamento dell'ultimo gigante, lo stesso è ancora segregato in un contenitore improprio di legname da cantiere edile, nascosto e per nulla protetto;
   è chiuso e precluso in una marginale stanzetta del museo di Cabras come se si trattasse di un reperto marginale;
   lasciare gli scavi di Monti Prama senza alcuna protezione e tutela, alla mercé di intemperie e tombaroli, di degrado e abbandono è un fatto di una gravità inaudita proprio per l'imponenza del lavoro che gli archeologi stanno portando avanti in condizioni di assoluta ristrettezza finanziaria e operativa;
   la compromissione di quel sito imputabile allo Stato e alla regione è un atto di cui questo Governo e questa regione sono direttamente responsabili;
   Stato e regione non possono scaricare responsabilità su terzi, la responsabilità è, ad avviso dell'interrogante, solo loro;
   il Ministro Franceschini e tutti i responsabili della regione ad avviso dell'interrogante si dovrebbero dimettere per una condotta che appare non improntata alla necessaria diligenza, considerato che non è mai stata attivata alcuna seria precauzione a tutela della straordinaria campagna di scavi in corso;
   otto mesi fa l'interrogante denunciò la gravissima situazione degli scavi di Monti Prama, senza risorse finanziarie e senza alcuna protezione ma da allora niente di concreto è stato fatto;
   si sono registrati solo comportamenti e decisioni inaccettabili, dai giganti al Quirinale sino all'Expo;
   si tratta di uno Stato strabico e disattento;
   la risposta secondo l'interrogante inefficace a quella denuncia fu un sopralluogo intempestivo e inutile del delegato del Ministro che non solo non affrontò, a giudizio dell'interrogante adeguatamente la questione ma ebbe l'idea del tutto non condivisibile di portare un Gigante al Quirinale;
   si continua a pensare all'esposizione al Quirinale ma si continua colpevolmente ad ignorare la gravissima situazione degli scavi;
   ora è giusto che ci si assuma sino in fondo le conseguenze;
   occorrono interventi urgenti e non «parole al vento»;
   serve coprire l'area degli scavi con strutture rapide ed efficienti, facilmente reperibili, sia attraverso la protezione civile, sia attraverso il genio militare;
   si può fare a costo zero;
   occorre un presidio attivo dell'intera area, a significare prima di tutto la presenza dello Stato e della regione;
   in qualsiasi altra parte del mondo sarebbe stato attivato un servizio h 24 dell'esercito e non solo;
   occorre utilizzare l'esercito per presidiare e tutelare la grande civiltà nuragica della Sardegna;
   quel sito è drammaticamente abbandonato e lo Stato deve assumersi la gravissima responsabilità di aver ignorato le precedenti denunce;
   ora chi dello Stato ha gestito quegli scavi, lesinando risorse, e mostrandosi a giudizio dell'interrogante incapace di comprendere il valore di quegli scavi deve trarne le conseguenze;
   i responsabili dinanzi a questo scempio devono dimettersi per quella che appaiono all'interrogante incapacità e scarsa dirigenza nel dare a questo patrimonio immenso la giusta attenzione e soprattutto le risorse finanziarie;
   lasciare di fatto incustodito quel patrimonio, quegli scavi è di una gravità inaudita;
   mai sarebbe successo a Pompei o al Colosseo;
   i Giganti di Monti Prama sono molto più antichi di qualsiasi altro sito e questo atteggiamento dello Stato è davvero scandaloso e colpevole –:
   se non si intenda intervenire immediatamente per porre rimedio a quella che appare all'interrogante una negligenza;
   se non si intenda proteggere con urgenza gli scavi e l'area medesima;
   se non si intenda attivare la protezione civile e l'esercito per proteggere l'area;
   se non si intenda porre fine alla giacenza dell'ultimo dei Giganti in una cassa secondo l'interrogante maldestra e improvvisata nel museo di Cabras;
   se non si intenda promuovere un serio piano di tutela e valorizzazione dell'immenso patrimonio a partire dall'acquisto dell'intera area interessata agli scavi. (4-07896)


   FORMISANO. — Al Ministro dei beni e delle attività culturali e del turismo, al Ministro dell'economia e delle finanze. — Per sapere – premesso che:
   nel luglio 2007 sono iniziati i processi di riqualificazione del personale del Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo, con l'emanazione di diversi bandi per ciascun profilo professionale ricercato (funzionario amministrativo, funzionario archivista di Stato, funzionario bibliotecario, capo bibliotecario, capo tecnico, funzionario esperto in comunicazione e informazione, funzionario informatico e funzionario restauratore conservatore);
   i posti messi a concorso sono stati in totale 920 ma il Ministero dell'economia e delle finanze, ha accordato la copertura finanziaria solo per la metà, prevedendo espressamente che, per l'altra metà, si sarebbe avuto l'inquadramento solo dopo la concessione al Ministero della prescritta autorizzazione;
   le procedure di riqualificazione sono terminate con la pubblicazione delle graduatorie definitive per ciascun profilo professionale giusto decreto direttoriale del 20 dicembre 2012, a firma del dottor Mario Guarany con firma del relativo contratto di passaggio a gennaio 2013;
   il restante 50 per cento di personale che non ha ancora trovato collocazione lamenta la mancata attivazione dell'organo amministrativo e politico del Ministero per la deroga al cosiddetto «decreto Brunetta» che nel frattempo è intervenuto per bloccare eventuali assunzioni nella pubblica amministrazione;
   da una analisi attenta emergerebbe come questa fattispecie possa essere considerata fuori dal campo di applicazione del cosiddetto decreto Brunetta poiché non si tratterebbe di un concorso che immette nuovo personale, e non produrrebbe aggravio di spesa dal momento che i costi relativi ai maggiori oneri per stipendi sarebbero notevolmente coperti dai pensionamenti intervenuti in questi anni;
   a ciò si aggiunga che il Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo non ha più graduatorie attive e non può assumere personale, sebbene si trovi in carenza di organico, il personale de quo svolge già le mansioni e permette agli uffici di funzionare;
   inoltre, una deroga simile è già stata fatta per il personale delle dogane;
   il comitato «Funzionari Ombra MiBACT», questo l'appellativo datosi dal personale ad oggi non ufficialmente riqualificato, ha attuato, il 9 febbraio 2015, un sit-in di protesta davanti la sede del Ministero competente, in via del Collegio Romano, 27;
   se i Ministri interrogati siano a conoscenza di quanto in premessa sull'annoso problema di tale personale impiegatizio che attende ancora il riconoscimento delle posizioni economiche messe a concorso, con i consequenziali passaggi professionali;
   se i Ministri abbiano già posto in essere azioni atte a risolvere quanto sopra esposto e quali siano i tempi e le forme trovate come soluzione. (4-07902)


   SCOTTO. — Al Ministro dei beni e delle attività culturali e del turismo. — Per sapere – premesso che:
   il 16 dicembre 2014 sul sito ufficiale del Teatro Stabile di Napoli – Mercadante è stato pubblicato un avviso di selezione per l'assunzione a tempo indeterminato di nuovo personale nelle aree di produzione, amministrazione, comunicazione, promozione e tecnica, per un numero complessivo di 15 nuove unità;
   tali assunzioni erano finalizzate all'ottenimento dei requisiti e delle condizioni richiesti dal Ministero per poter far richiesta del riconoscimento di Teatro nazionale;
   tale obiettivo era esplicitamente esposto nel bando di selezione e nelle relazioni pubblicate sul sito ufficiale del Teatro Stabile di Napoli – Mercadante;
   gli interessati dovevano inviare la loro candidatura entro e non oltre le ore 12,00 del 27 dicembre 2014 (solo undici giorni dopo), esclusivamente per posta elettronica ad un indirizzo email indicato nell'avviso di selezione;
   sono state circa 1.400 le domande di partecipazione ai vari profili;
   la prima selezione è stata affidata alla società Adecco, che ha operato sulla base di una tecnica automatica di valutazione dei curricula per giungere ad una lista estremamente più ristretta di 75 candidati suddivisi tra i vari profili ricercati;
   i 75 candidati selezionati sono stati convocati tra il 12 e il 15 gennaio 2015 per i colloqui finali, da cui sono usciti i 15 vincitori, di fronte a una commissione esaminatrice composta da membri interni al Teatro Mercadante e componenti esterni;
   nella commissione vi era anche il direttore del Mercadante, Luca De Fusco, alla guida anche del Napoli Teatro Festival;
   vi sono numerosi profili di ambiguità e mancata trasparenza, nelle modalità in cui si è provveduto a selezionare queste 15 figure professionali;
   innanzitutto la comunicazione ai 75 facenti domanda che avrebbero dovuto sostenere il colloquio è stata fatta solo a mezzo email (non posta certificata, peraltro), col rischio concreto che qualcuno di loro potesse non venire a conoscenza dell'avvenuto passaggio della prima selezione, rischio puntualmente concretizzatasi;
   anche chi aveva inserito nella domanda recapiti telefonici, sia di telefonia fissa che di telefonia mobile, è stato contattato solo via email, senza alcuna certezza sull'avvenuta lettura dei messaggi di convocazione;
   l'elenco dei 75 è stato pubblicato sul sito ufficiale del Mercadante solo il 13 gennaio, e ciò implica il fatto che tutti i convocati per il 12 gennaio non potevano scoprire nemmeno tramite il sito l'eventuale passaggio della prima preselezione;
   coloro i quali non avevano avuto modo di conoscere la convocazione sono stati contattati telefonicamente solo dopo il termine della sessione di colloqui in cui erano stati convocati, quando quindi era divenuto ormai impossibile porre rimedio alla cosa;
   è stato presentato, a riguardo, un esposto alla procura della Repubblica di Napoli da parte di una dei 75 selezionati;
   9 dei 15 assunti a tempo indeterminato fanno capo, in qualche modo, a Campania dei Festival, la Fondazione della regione che organizza il Napoli Teatro Festival, come denunciato dagli esclusi che, stando alle notizie di stampa, stanno preparando una class action contro questi bandi;
   4 dei vincitori del concorso sono passati dal Festival, mentre altri 6 erano già impegnati al Mercadante, pur senza essere stabilizzati;
   la relazione conclusiva della commissione e la sintesi della preselezione affidata all'Adecco, visibile nella selezione «Avvisi e bandi» del sito dal 26 gennaio, non chiariscono, a giudizio dell'interrogante, tutte le incongruenze emerse;
   tali incongruenze sono state contestate inoltre anche dal sindacato dei giornalisti della Campania –:
   se non si ritenga di dover rifiutare il riconoscimento di Teatro Nazionale al Teatro Stabile di Napoli – Mercadante fino a quando non verranno chiarite le questioni sopra esposte e sanate eventuali irregolarità. (4-07906)


   LUIGI GALLO, BRESCIA, NESCI, SIBILIA, DI VITA, DI BENEDETTO, MARZANA, CHIMIENTI, LUIGI DI MAIO, SIMONE VALENTE, MICILLO e COLONNESE. —Al Ministro dei beni e delle attività culturali e del turismo. — Per sapere – premesso che:
   il patrimonio culturale di un territorio viene inteso, oggi, in senso sempre più ampio e comprende risorse culturali sia materiali che immateriali, dato che anche gli asset immateriali delle comunità si riferiscono ad espressioni identitarie ed eredità del passato da trasmettere alle generazioni future. I beni culturali, dunque, sono tutte le testimonianze aventi valore di civiltà ed il nostro Paese ne è una delle espressioni più eloquenti, infatti, secondo l'ultimo aggiornamento effettuato nella riunione del 38o Comitato per il patrimonio dell'umanità a Doha tra il 15 e 25 giugno 2014, il bel Paese è la nazione a detenere il maggior numero di siti inclusi nella lista, ben 50 siti, seguita dalla Cina 47 siti e la Spagna 44 siti;
   la tutela del nostro patrimonio è affidata in esclusiva allo Stato all'articolo 3 del codice dei beni culturali e del paesaggio (decreto legislativo 42 del 2004), come ribadito nel dettato costituzionale ora vigente e viene esercita tramite il Ministero per i beni e le attività culturali. La direzione regionale, svolge, unitamente agli istituti periferici, funzioni di tutela volta all'individuazione, protezione e conservazione dei beni culturali, sia di proprietà pubblica che privata;
   il MIBACT, è azionista unico di ALES, il cui capitale è detenuto per il 100 per cento. Si sottolinea, dunque, che il Ministero, in base all'articolo 19 dello statuto di ALES, detta mediante il Consiglio d'amministrazione o l'amministratore unico le linee guida anche vincolanti da seguire ed effettua tre tipi di controllo: economico, amministrativo ed ispettivo, sulla base di un apposito Regolamento approvato con decreto del direttore generale per la valorizzazione del patrimonio Culturale;
   Ales spa è una società in house in quanto il MIBACT realizza le attività di sua competenza attraverso questo organismo, senza quindi ricorrere al mercato per procurarsi (mediante appalti) i lavori, i servizi e le forniture ad essa necessaria;
   lo statuto di Ales, prevede che tale ente si occupi della tutela del patrimonio storico ed artistico mediante la protezione e la conservazione per fini di pubblico interesse, a preservare la memoria della comunità nazionale e del suo territorio ed a promuovere lo sviluppo della cultura;
   la società «Arte lavoro e servizi – Ales S.p.A.» è stata costituita il 17 dicembre 1998, al fine di dare occupazione ai lavoratori socialmente utili (LSU, oltre 400 unità) di alcune società dismesse nelle regioni Lazio e Campania. Il capitale sociale, cui non possono partecipare soggetti privati, inizialmente sottoscritto da Italia Lavoro spa (70 per cento) e dal MIBACT (30 per cento) è stato successivamente acquisito interamente da quest'ultimo (vedi articolo 28, legge n. 69 del 2009), al fine di realizzare «le norme giurisprudenziali e di legge previste per le società in house providing»;
   nella deliberazione n. 67 del 2011 l'Autorità di vigilanza sui contratti pubblici ha evidenziato come ALES ed ARCUS abbiano le stesse funzioni e che nessuna delle 2 avrebbe i requisiti per operare in house providing, nonostante la partecipazione totalitaria del MIBACT;
   dall'atto costitutivo di ALES, all'articolo 3, si evince che tale società ha, per oggetto sociale, lo scopo di creare le necessarie ed urgenti opportunità occupazionali per i lavoratori già impiegati nei lavori socialmente utili, l'esecuzione di attività uguali, analoghe o connesse a quelle già oggetto dei progetti di lavori socialmente utili svolti presso il Ministero per i beni culturali e ambientali (presso altre amministrazioni pubbliche);
   Italia Lavoro spa, in una sentenza della Corte Costituzionale 363/2003, si legge, è una società totalmente partecipata del Ministero dell'economia e delle finanze che opera per statuto come di seguito descritto: «i compiti svolti da tale società (non liberamente determinati da questa) consistono essenzialmente, nella prestazione di servizi finalizzati alla promozione dell'occupazione, tramite lo strumento LSU. Essa assunse 400 dipendenti e 1000 lavoratori con incarichi a progetto. La società Italia Lavoro Spa è sorta nel 1997 (in base alla direttiva del presidente del consiglio 13 maggio 1997);
   già nel 2011 in una lettera della Federazione lavoratori pubblici e funzioni pubbliche coordinamento nazionale (FLP), si denunciava che Ales spa continuava a modificare e variare i contingenti del personale nelle varie sedi periferiche del Ministero eludendo il confronto con i soggetti istituzionali individuati dal Segretario Generale ed in particolar modo con le direzioni regionali interessate e la Direzione generale per la valorizzazione che, in detta circostanza, sembravano essere venute meno al proprio compito di monitoraggio e coordinamento di tale attività. Si evince, dunque, da quanto detto, l'inadeguatezza delle linee operative del managment della società che nel 2011 appariva guidato da una logica di altra natura e privo di una reale valutazione di impatto delle attività ad essa affidate, non inserendo nell'organico della società i lavoratori socialmente utili che vedevano così «calpestati» i propri diritti;
   Ales spa ancora oggi non sembra avere risolto e abbandonato questa logica e assegna incarichi di consulenze esterne e che potrebbero essere la causa dell'aumento a dismisura dei costi di tale società. Infatti, nella nota integrativa dell'anno 2012, sottoscritta dall'amministratore unico della società Ales, professore Giuseppe Proietti, si evince e si sottolinea la presenza di una perdita fiscale residua di 1.330.605 di euro, nonostante un utile di esercizio di 462.503 di euro;
   il giorno 7 novembre 2014 un articolo apparso sul sito Ansa, sezione cultura, titola quanto segue: «Franceschini: Pompei “chiusa” per assemblea, danno all'Italia»;
   il Ministro su twitter si esprime sul blocco agli scavi causato dalle agitazioni sindacali, basta cancelli chiusi per assemblea a Pompei, «è un danno incalcolabile per l'immagine dell'Italia intera»;
   al secondo giorno di proteste, con 1100 turisti in fila davanti alle porte serrate degli scavi di Pompei che si aggiungono agli oltre 2 mila già delusi il giorno precedente, è direttamente il Ministro della cultura Franceschini ad entrare a gamba tesa nelle contrattazioni sindacali del sito campano, con un tweet che in qualche modo evoca il ricorso alla precettazione ventilato mesi fa di fronte al Colosseo chiuso per sciopero;
   ai lavoratori in agitazione da giorni per i turni di vigilanza ritenuti troppo duri, Franceschini ricorda le assunzioni appena fatte («78 persone per superare le carenze di personale») e quelle che verranno («75 entro dicembre»);
   Ales – Arte Lavoro e Servizi spa (società in house del Ministero per i beni e le attività culturali) ha indetto il 25 giugno 2014 un concorso per selezionare 30 addetti per l'assistenza al pubblico e la vigilanza. Le candidature dovevano pervenire entro il 9 luglio 2014 e ad oggi non è stata effettuata alcuna selezione o meglio non è stato pubblicato alcun esito della selezione;
   Ales – Arte Lavoro e Servizi spa, che già precedentemente aveva già offerto tale servizio per gli scavi di Pompei e quindi dovrebbe avere al suo interno già personale qualificato ed esperto, dimostra quindi di perseverare, nella logica di creare migliaia di elenchi di giovani tirocinanti e precari per far fronte a presunte esigenze «temporanee», in netto contrasto con l'esigenza istituzionale di garantire stabilmente la tutela e la valorizzazione del nostro patrimonio culturale;
   questa selezione non tiene conto quindi di quanto l'AVCP, con la già citata delibera n. 67 del 2011, aveva raccomandato ovvero che «l'affidamento ad Ales della gestione di servizi per il pubblico di siti museali di primaria rilevanza appare travalicare quanto consentito per gli affidamenti in house. Peraltro, affidamenti diretti senza una preventiva verifica della situazione di mercato potrebbe comportare ripercussioni sul grado di concorrenza, sottraendo quote di contratti pubblici al mercato ed escludendone l'accesso ai soggetti economici privati potenzialmente interessati. Infine, si osserva che Ales non può svolgere attività ulteriori rispetto a quelle (già ampie) espressamente previste dallo statuto sociale atteso che, sottraendo le stesse attività al confronto concorrenziale del mercato, si lederebbero i principi di concorrenza, di parità di trattamento e di non discriminazione, di cui all'articolo 2 del Codice dei Contratti Pubblici»;
   il professor Giuseppe Proietti attualmente è amministratore unico di Ales spa e sindaco del comune di Tivoli;
   la legge 6 novembre 2012 n. 190 «disposizioni per la prevenzione e la repressione della corruzione e delle illegalità nella pubblica amministrazione», si muove nella direzione di rafforzare l'efficacia e l'effettività delle misure di contrasto al fenomeno corruttivo, mediante un'Autorità Nazionale Anticorruzione, che analizza anche i comportamenti dei funzionari pubblici e segnala comportamenti non conformi con l'obbligo di trasparenza o tendenti a fenomeni corruttivi ed esercita la vigilanza sulla applicazione di tali norme, mediante controlli ispettivi;
   l'Autorità nazionale anticorruzione interviene anche sull'incompatibilità degli incarichi nelle amministrazioni pubbliche ed estende gli obblighi, anche in trasparenza, alle società partecipate delle pubbliche amministrazioni e alle loro controllate;
   la trasparenza deve essere garantita attraverso la pubblicazione sui siti web istituzionali delle pubbliche amministrazioni delle informazioni riguardanti i procedimenti amministrativi, secondo criteri di facile accessibilità, completezza e semplicità di consultazione. Nei siti web istituzionali delle amministrazioni pubbliche sono pubblicati anche i relativi bilanci e conti consultivi, nonché i costi unitari di realizzazione delle opere pubbliche e di produzione nei servizi erogati ai cittadini;
   la definizione di trasparenza è fornita dall'articolo 11 del decreto legislativo n. 150 del 2009, come «accessibilità totale anche attraverso la pubblicazione sui siti istituzionali delle amministrazioni pubbliche delle informazioni concernenti ogni aspetto dell'organizzazione degli indicatori relativi agli andamenti gestionali e all'utilizzo delle risorse per il perseguimento delle funzioni istituzionali, dei risultati dell'attività di misurazione e valutazione svolta dagli organi competenti allo scopo di favorirne forme diffuse di controllo del rispetto dei principi di buon andamento e di imparzialità “costituisce ora” livello essenziale delle prestazioni concernenti i diritti sociali e civili»;
   sul sito web di Ales – Arte lavoro e servizi spa, non appare attivata conformemente la sezione «Amministrazione Trasparente» dalla quale poter evincere, ad esempio, il personale impiegato e il numero dei dirigenti o gli incarichi o le cariche dell'Amministratore unico e la sua assenza di cause di inconferibilità o di incompatibilità –:
   se e quali controlli e monitoraggio il MIBACT ha effettuato per garantire il rispetto del criterio del controllo analogo disciplinato dalla giurisprudenza comunitaria e nazionale;
   quanti sono i dipendenti di Ales appartenenti o appartenuti alla categoria di LSU in percentuale rispetto al personale complessivo della società e se esista un monitoraggio sui costi delle consulenze esterne e sul personale assunto per le consulenze;
   se non ritenga inopportuni e incompatibili i ruoli politici assunti dall'amministratore unico e quali iniziative intenda assumere in merito;
   se e in che modo il MIBACT intenda intervenire nel garantire la trasparenza e la prevenzione della corruzione di cui alla legge n. 190 del 2012 e suoi decreti delegati (decreto legislativo n. 33 del 2013 e decreto legislativo n. 39 del 2013) con particolare riferimento ad autorizzazioni e concessioni, alla scelta del contraente per l'affidamento di lavori, forniture e servizi, alla concessione ed erogazione di sovvenzioni, contributi, sussidi, ausili finanziari, nonché attribuzioni di vantaggi economici ad enti, ai concorsi e prove selettive per l'assunzione di personale e progressioni di carriera;
   che criteri seguiranno le assunzioni citate per gli scavi di Pompei e come saranno o sono state selezionate le 75 persone che dovevano essere assunte entro dicembre. (4-07944)


   DI LELLO. — Al Ministro dei beni e delle attività culturali e del turismo. — Per sapere – premesso che:
   il Ministero per i beni e le attività culturali ha pubblicato nel corso del 2007 10 bandi mettendo a concorso 920 posti totali per differenti profili di funzionario (ex qualifica funzionale C1 oggi III area prima fascia);
   questi concorsi erano rivolti a riqualificare esclusivamente il personale interno. Fra questi, quello bandito con decreto del 24 luglio 2007 e pubblicato con circolare n. 183/2007, avente ad oggetto «Passaggi tra le aree ex articolo 15 CCNL 1998/2001 — Bando — Informatico». Con decreto direttoriale firmato in data 20 dicembre 2012 dal direttore generale del Ministero, sono state approvate le graduatorie regionali di merito e la nomina dei candidati risultati vincitori;
   delle 920 unità previste, ad oggi, ne sono state assunte solo 460 creando, in tal modo, una notevole disparità di trattamento fra vincitori assunti subito e quelli fino ancora in attesa;
   la materia è stata oggetto di un ordine del giorno, n. 9/2426 — A 13, accolto dal Governo, in sede di conversione del decreto-legge 31 maggio 2014, n. 83. Con riferimento al presente atto parlamentare ed in esecuzione dello stesso, il 24 ottobre scorso il direttore generale del Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo, con nota prot. 38124 si rivolgeva al gabinetto del Ministro con una proposta normativa per l'assunzione del predetto personale in deroga all'articolo 24 del decreto legislativo 27 ottobre 2009, n. 150 e successive modificazioni;
   nella relazione illustrativa, lo stesso, direttore generale osserva che: «L'articolo 24 del decreto legislativo 27 ottobre 2009, n. 150, ha introdotto nuove regole in materia di progressioni di carriera, prevedendo che le amministrazioni pubbliche, a decorrere dal 1o gennaio 2010, coprono i posti disponibili nella dotazione organica attraverso concorsi pubblici, con riserva non superiore al cinquanta per cento a favore del personale interno, nel rispetto delle disposizioni vigenti in materia di assunzioni»;
   al momento dell'entrata in vigore della testè citata disposizione era in corso il procedimento selettivo in oggetto. Il direttore generale continua sottolineando che: «Nel 2012, il Ministero per i beni e le attività culturali, pur in presenza di una specifica autorizzazione ad assumere, prevista da una normativa speciale, ha potuto attingere, ai fini della copertura dei posti vacanti in organico, solo alle graduatorie dei concorsi esterni in corso di validità. Non è stato possibile, invece, assumere gli idonei presenti nelle graduatorie delle procedure selettive interne, in quanto la disposizione di cui all'articolo 24 del decreto legislativo 27 ottobre 2009, n. 150 e successive modificazioni non consente la possibilità di ricorrere allo scorrimento di graduatorie relative ad idonei delle progressioni verticali, già a decorrere dal 1o gennaio 2010»;
   per esigenze specifiche delle amministrazioni il Governo si è, anche di recente, adoperato per attivare le necessarie procedure per lo scorrimento di graduatorie interne. Così, con la legge 23 dicembre 2014 n. 190 «Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato», all'articolo 1, comma 269, ha previsto che: «L'Agenzia delle dogane e dei monopoli, in via straordinaria, per l'anno 2015, ai fini della copertura dei posti vacanti, è autorizzata allo scorrimento delle graduatorie relative alle procedure concorsuali interne già bandite alla data di entrata in vigore della presente legge, nel rispetto dei limiti assunzionali previsti dalla normativa vigente» –:
   quali iniziative urgenti, anche di natura normativa, il Ministro interrogato ha intenzione di assumere al fine di prevedere lo scorrimento delle graduatorie dei vincitori dei concorsi interni, citati in premessa, del Ministero dei beni e delle attività culturali dando così attuazione alle disposizioni inerenti la mobilità del personale della pubblica amministrazione secondo i principi di efficienza, razionalità ed economicità della pubblica amministrazione. (4-07946)


   PETRAROLI. — Al Ministro dei beni e delle attività culturali e del turismo, al Ministro dell'interno, al Ministro dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare. — Per sapere – premesso che:
   l'insediamento protostorico di Torre Castelluccia, situato a Marina di Pulsano (TA), sorge sul promontorio omonimo, con uno dei due costoni a picco sul mare, minacciato dall'erosione della costa. I resti ritrovati testimoniano la presenza di un villaggio di pescatori dell'età del Bronzo finale (XI-X secolo a.C.) con mura difensive sul promontorio e ambienti a pianta rettangolare. L'intera superficie dell'altopiano è di circa 6400 metri quadrati, sul versante est sono stati ritrovati alcuni frammenti di ceramica di epoca romana, mentre sugli altri versanti sono stati trovati resti di lastricati. Il villaggio è sottoposto a vincolo, su proposta della Soprintendenza per i beni archeologici di Taranto, dal 1967 (decreto ministeriale 26 aprile 1967 ex legge 1° giugno 1939) ed è oggetto di ripetuti interventi d'indagine archeologica, l'ultimo condotto nel 2012, i cui esiti sono stati presentati in occasione del LII Convegno di Studi sulla Magna Grecia. Larga parte di questo villaggio ricade all'interno di una proprietà privata;
   il 16 settembre 2014, dopo una campagna di monitoraggio svolta dal servizio subacqueo della soprintendenza e dal reparto operativo aeronavale della guardia di finanza di Bari nell'ambito dell'impegno delle varie istituzioni volto a recuperare e preservare il patrimonio archeologico sommerso, sono state recuperate a una profondità di circa 30 metri, a largo di Torre Castelluccia, tre ceppi di ancore in piombo d'epoca;
   la Torre Castelluccia è situata sul punto più alto dell'altopiano e fu costruita come torre di vedetta costiera, in seguito fu adibita a «torre dei cavallari»; è in stato di abbandono tanto da decretarne il rischio crollo, l'area è recintata da rete metallica ed è divelta in vari punti mentre i cartelli informativi sono sbiaditi e illeggibili. La soprintendenza per i beni archeologici lamenta da diverso tempo l'impossibilità a intervenire a causa della cronica mancanza di fondi;
   il recupero e la valorizzazione di questo sito archeologico garantirebbero un nuovo sviluppo della zona in chiave turistica, messa in ginocchio dall'incendio della pineta di Lido Silvana il 25 giugno del 2001, che ha mandato in fumo quaranta ettari di vegetazione e di Pini D'Aleppo –:
   quali azioni intendano intraprendere i Ministri interrogati, attraverso la direzione regionale per i beni culturali e paesaggistici della Puglia e della soprintendenza per i beni archeologici, per la tutela e la valorizzazione dell'intera area in questione nonché della Torre Castelluccia, in stato di degrado e sottoposta a pericolo di crollo;
   se intendano farsi promotori di un tavolo di concertazione con le istituzioni locali proposte alla tutela dei beni archeologici per la costituzione di un parco storico-archeologico. (4-07951)


   RAMPELLI. — Al Ministro dei beni e delle attività culturali e del turismo, al Ministro del lavoro e delle politiche sociali. — Per sapere – premesso che:
   la Società italiana degli autori ed editori (SIAE), ente pubblico economico a base associativa, conta oltre centomila iscritti tra autori ed editori;
   in da a 15 novembre 2011 una delibera commissariale della società ha modificato il fondo di solidarietà, in presunta conformità al mandato presidenziale di risanamento economico della società, interrompendo con decorrenza immediata l'erogazione degli assegni di professionalità, e dal 1o marzo 2012 sono state soppresse anche le polizze assicurative;
   fino a quella data gli assegni di professionalità, dell'importo di 615 euro mensili, erano elargiti dalla SIAE a coloro che avevano superato i sessanta anni di età;
   il fondo di solidarietà era alimentato mediante una trattenuta a carico degli associati, il quattro per cento dai diritti degli autori e il due per cento degli editori;
   da decenni gli autori considerano i sussidi erogati dal fondo di solidarietà un diritto acquisito, sul quale contare per compensare in età avanzata la mancanza di regolari entrate da lavoro – comunque precario ad ogni età – o l'assenza di pensione, a volte impossibile da ottenere per la difficoltà di raggiungere i requisiti per l'accesso alle prestazioni previdenziali;
   i soggetti di cui si tratta sono autori di musica, teatro, radio, cinema, televisione, ma anche vedove e orfani di professionisti che hanno fatto la storia della cultura e dello spettacolo italiani, e mentre alcuni sono personaggi ancora sulla cresta dell'onda, tanti sono coloro in prossimità di uscire dal mercato del lavoro o già usciti da molto;
   alla data dell'interruzione dell'erogazione degli assegni la consistenza del fondo ammontava a circa 95 milioni di euro e il Fondo erogava annualmente circa dieci milioni di euro;
   l'affermazione della gestione commissariale che l'erogazione dei sussidi una volta estesa a tutti gli autori professionisti non fosse più sostenibile dal fondo stesso e, dunque, dannosa per la SIAE è, a giudizio dell'interrogante, facilmente contestabile se si considera che al fondo affluivano ogni anno circa 15 milioni di euro, ben più della citata somma erogata;
   dal 2011 ad oggi la SIAE ha sempre negato la possibilità di riattivare i prelievi che alimentavano il fondo di solidarietà, penalizzando gli ex beneficiari dello stesso attraverso la cancellazione improvvisa del loro diritto ad un sostegno economico;
   il nuovo regolamento del fondo di solidarietà vorrebbe trasformare quelli che erano dei diritti certi in un insieme di iniziative di beneficenza, peraltro non necessariamente in favore di coloro i quali avevano corrisposto il contributo nell'arco della loro vita professionale –:
   di quali elementi dispongano in merito ai fatti di cui in premessa e quali iniziative intendano assumere al riguardo. (4-07954)


   PLACIDO, DURANTI, FRATOIANNI, PANNARALE e SANNICANDRO. — Al Ministro dei beni e delle attività culturali e del turismo. — Per sapere – premesso che:
   è stata richiesta dalla società «Teknosolar Italia2 Srl» alla regione Basilicata, alla provincia di Potenza e al comune di Banzi l'autorizzazione alla realizzazione di un impianto solare termodinamico con potenza nominale di 50 megawatt dotato di 8.640 captatori (specchi parabolici) sul territorio di Banzi;
   il progetto presentato è comprensivo di alcune opere connesse come il cavidotto di collegamento dell'impianto con la stazione elettrica di Terna spa e la stazione elettrica di utenza;
   l'area sui cui si chiede l'autorizzazione è un'area di 226,4 ettari, oggi destinato interamente a terreno agricolo, così come da vocazione dell'intero territorio bradanico;
   la Spagna, unico Paese europeo su cui a oggi insistono impianti solari termodinamici con le caratteristiche di quello per cui viene richiesta l'autorizzazione, ha dislocato tali impianti in aree industriali per evitare di compromettere territori a così marcata vocazione agricola;
   l'impianto in questione prevede un'opera di cosiddetta «bonifica» consistente nella impermeabilizzazione del suolo, e collateralmente prevede la realizzazione di una linea ad alta tensione necessaria a collegare l'impianto con una stazione ad altissima tensione che dovrebbe essere realizzata in territorio di Genzano di Lucania;
   l'utilizzo molto ingente – e nemmeno calcolato per intero e in modo chiaro nello studio di impatto ambientale presentato dalla società realizzatrice – di acqua che, al pari del terreno, sarebbe sottratta alle attività agricole;
   ad essere sottoposto a tutela paesaggistica non è solo il Fosso Marascione, interessato dall'attraversamento del cavidotto, ma anche il Torrente Marascione che taglierebbe in due l'area d'impronta dell'impianto;
   il Torrente Marascione è il proseguimento del Vallone Garbitello ed insieme a quest'ultimo sono iscritti al n. 533 dell'elenco delle acque pubbliche della provincia di Potenza; esso interferisce in parte con l'area destinata alla costruzione dell'impianto Teknosolar Italia S.r.l.;
   nella nota prot. n. 0149954/19AC del 30 settembre 2014 dell'ufficio ciclo dell'acqua trasmessa dal comune di Palazzo San Gervasio si precisa che il torrente Marascione fa parte del demanio pubblico dello Stato;
   l'articolo 1 del decreto del Presidente della Repubblica 18 febbraio 1999 dichiara la pubblicità di tutte le acque superficiali ed anche sotterranee affermando che: «appartengono allo Stato e fanno parte del demanio pubblico tutte le acque sotterranee e le acque superficiali»;
   il Marascione è da considerarsi sottoposto a tutela paesaggistica non soltanto per il suo essere torrente, ma anche per il suo essere corso d'acqua iscritto nell'elenco delle acque pubbliche;
   la società utilizzerebbe materiali altamente pericolosi quali i fluidi termovettori, e non meglio specificati gas «necessari per la sua continuità» (gas che contrasterebbero, per ammissione dello stesso studio di impatto ambientale presentato, con la rinnovabilità delle fonti);
   come riportato dalla stampa locale – e denunciato dalle associazioni ambientaliste – alla realizzazione dell'impianto si oppongono, oltre che le popolazioni, anche tutti gli amministratori locali (in particolar modo i sindaci dei comuni di Banzi, di Genzano di Lucania e di Palazzo San Gervasio) –:
   quali iniziative intenda intraprendere tempestivamente per salvaguardare beni di rilevante interesse paesaggistico dal nocumento derivante dall'impatto «solare termodinamico». (4-07966)

DIFESA

Interrogazioni a risposta in Commissione:


   D'ARIENZO e CRIVELLARI. — Al Ministro della difesa. — Per sapere – premesso che:
   verso le 15.35-15.37 del 28 gennaio sono stati avvertiti due forti boati su tutta la provincia di Verona e pare anche altrove;
   il sismografo di San Zeno di Montagna – Verona – ha registrato un movimento di magnitudo 1.8;
   i due boati hanno scosso tutta l'area creando diffusi timori tra i residenti che, a centinaia, si sono rivolti ai vigili del fuoco e ad altri presidi di polizia;
   pare che i boati siano collegati al sorvolo di due aerei militari che avrebbero superato la barriera del suono nell'ambito di un controllo di un velivolo non identificato/in difficoltà;
   anche se di questo si trattasse, gli interroganti ritengono opportuno che la tutela delle aree geografiche abitate e, quindi, i prevedibili allarmismi e le paure in aree così densamente popolate, come la provincia di Verona, siano comunque da affrontare –:
   se il Ministro sia a conoscenza dei fatti esposti;
   se le regolamentazioni in vigore consentano il comportamento segnalato, ancorché avvenuto probabilmente nel corso di operazione di vigilanza;
   se non ritenga utile intervenire, prendendo utile spunto da questo episodio, per impartire direttive che affrontino diversamente episodi simili in zone geografiche popolate i cui esiti conosciuti possono provocare «danni collaterali» indesiderati. (5-04705)


   PAOLO BERNINI. — Al Ministro della difesa. — Per sapere – premesso che:
   con atto camera n. 4-02437 presentato in data 5 febbraio 2007 dall'onorevole Silvana Mura, si chiedeva al Ministro se fosse a conoscenza dello stato di degrado della caserma dei carabinieri Varanini situata a Bologna in via Agucchi. La situazione di degrado era stato portata alla luce da un'inchiesta de Il Resto del Carlino, a firma Lorenzo Sani, in data 2 febbraio 2007. A questa interrogazione non è mai stata data risposta;
   lo stato di degrado che, dopo un'ispezione dei deputati Luca Frusone e Paolo Bernini in data 15 ottobre 2014, e riportata sulle pagine di Repubblica Bologna in un articolo del 16 ottobre a firma Caterina Giusberti, sembra essere rimasta tale e quale alle condizioni descritte nel 2007;
   le attuali condizioni della caserma, che sarebbero, a quanto consta all'interrogante, corrispondenti pressoché a quelle del 2007, vedono – nella Varanini – la presenza di numerose carcasse d'auto dei carabinieri in attesa di demolizione che ha visto il prolificare della presenza di topi; la totale mancanza di manutenzione a porte e tapparelle che risultano ai limiti dell'agibilità; l'impianto elettrico non a norma di legge; le condutture dell'acqua deteriorate con relative infiltrazioni e macchie di umidità sulle pareti;
   nella caserma Varanini operano circa 250 unità, di personale, delle quali 100 sono residenti all'interno della caserma;
   un'analisi della complessiva logistica infrastrutturale delle caserme dell'Arma dei carabinieri nella città di Bologna evidenzia che la caserma Varanini rappresenta solo un tassello di un puzzle di criticità molto più ampio, che concerne scelte estemporanee e senza progetto che hanno privilegiato acquisizioni di grandi infrastrutture di pregio artistico (eccellenti solo per la rappresentatività degli uffici di Comando), o di ripiego (inidonee alle esigenze lavorative dell'Arma per i vincoli architettonici, dislocazione, strutturazione vetustà e gli alti costi di manutenzione), fra queste quattro grandi plessi casermali: le caserme Manara e la Marsili (sedi di ex conventi risalenti al XIV/XV secolo), le caserme D'Azeglio e Varanini (sedi di ex caserme dismesse dell'esercito) che determinano frammentazione e promiscuità dei reparti dell'Arma sottraendo risorse umane che potrebbero essere destinate al controllo del territorio –:
   se il Governo sia al corrente della disorganizzazione infrastrutturale delle caserme dei carabinieri nella città di Bologna ed in particolare dello stato di profondo degrado in cui versa la caserma Varanini;
   se non reputi urgente procedere ad una revisione delle grandi infrastrutture (caserme) assegnate ai Carabinieri nella città di Bologna e alla bonifica e ristabilimento del decoro e delle norme di sicurezza della caserma Varanini. (5-04711)


   OTTOBRE. — Al Ministro della difesa. — Per sapere – premesso che:
   il 3 febbraio 2015, si è celebrato il 17o anniversario della seconda tragedia del Cermis in cui – a causa dell'urto di un caccia americano contro il cavo portante della funivia – persero la vita ben 20 sciatori;
   la suddetta tragedia ha segnato profondamente la vita economica e civile del comune di Cavalese e dell'intera valle di Flemme;
   il comune di Cavalese – ricorso a vie legali per il riconoscimento dei danni subiti – aveva ricevuto parere favorevole da parte della Corte d'Appello di Trento con sentenza depositata già il 13 febbraio 2007 che condannava il Ministero della difesa al risarcimento di 1 milione di euro per i danni morali e all'immagine di Cavalese e di altri 95 mila 489 euro a titolo di danno patrimoniale, oltre al rimborso delle spese di giudizio;
   il Ministero – resistito nella causa fino alla Corte di cassazione di Roma – si è visto confermare l'obbligo al risarcimento nelle stesse misure in capo al Ministero, in favore del comune di Cavalese anche da parte della suprema Corte (con sentenza del 17 dicembre del 2013);
   sul fronte dei risarcimenti dei danni morali e patrimoniali patiti dal suddetto comune si registra ad oggi l'iniziativa del Ministero della difesa italiana, che non ha ancora saldato il conto malgrado la condanna al risarcimento che lo vede coinvolto in prima persona;
   ora a più di un anno di distanza da tale verdetto ancora non si riscontrano gli esiti anzidetti, tanto che altresì la seconda sentenza non ha ricevuto applicazione;
   è attualmente in atto un ulteriore azione ad opera della giunta comunale di Cavalese, la quale ha affidato avvocati Umberto De Luca (del foro di Verona) e a Marco Dalla Fior (del foro di Trento) l'incarico ufficiale per l'assistenza del comune in atto di precetto nei confronti del Ministero della difesa, per ottenere il pagamento delle somme dovute –:
   se il Ministro interrogato ritenga di adottare provvedimenti al fine di promuovere iniziative urgenti per il monitoraggio e la risoluzione del problema sottoposto alla sua attenzione, con tutte le conseguenze che il caso comporta, vista la portata che tali avvenimenti stanno assumendo e per evitare il successivo pignoramento da parte del comune di Cavalese nei confronti del Ministero della difesa italiano, quale naturale conseguenza dei suddetti episodi;
   si chiede in particolare quali misure il Ministro intenda applicare per sollecitare il Ministero della difesa all'adempimento dei propri oneri vista la sentenza che lo vede condannato al risarcimento dei danni subiti dal comune trentino.
   (5-04717)


   CORDA, BASILIO, PAOLO BERNINI, RIZZO, TOFALO e FRUSONE. — Al Ministro della difesa. — Per sapere – premesso che:
   la servitù quinquennale di Santo Stefano a La Maddalena è scaduta il 13 marzo 2014 e la Difesa non ha varato il decreto di rinnovo per il deposito di Guardia del Moro lasciando uno dei più grandi depositi munizioni d'Europa privo della copertura della servitù militare;
   ai sensi dell'articolo 10, ultimo comma, della legge n. 898 del 1976, il sistema di gallerie doveva essere restituito ai proprietari, la famiglia Serra della Maddalena, poiché con la scadenza della servitù, non essendo intervenuto il decreto di conferma, le limitazioni si erano estinte di fatto;
   il 20 ottobre 2014 il Ministro Pinotti ha decretato non il rinnovo ma la reimposizione della servitù, nonostante il parere negativo espresso sia dal Comipa che dal sindaco de La Maddalena che ha già preannunciato ricorso nonché contrastando con quanto deciso dal Tar Sardegna che ha dichiarato improponibile la procedura della reimposizione in quanto lesiva dei princìpi di sussidiarietà e leale collaborazione con gli enti territoriali introdotti dalla modifica del Titolo V della Costituzione, più precisamente contrastando con articoli 114 e 118 della Costituzione;
   a questo proposito sono state emesse due pronunce dal giudice amministrativo (nel 2008 e nel 2012) che hanno cancellato la servitù militare su Guardia del Moro con la motivazione che il Ministero della difesa non poteva adottare un «provvedimento immotivato», ignorando i bisogni della comunità locale, e il generico riferimento alla «difesa nazionale» non è stato considerato sufficiente per giustificare l'imposizione di un vincolo di servitù, giacché l'interesse alla Difesa non è predominante rispetto all'interesse della comunità locale;
   c’è da sottolineare che la Difesa, nonostante invochi generiche ragioni di difesa nazionale, non ha mai ritenuto opportuno espropriare l'area di Santo Stefano, ma ha preferito imporre una servitù a partire dagli anni Settanta che viene rinnovata ogni cinque anni, contro ogni logica di economicità, soprattutto nell'era della spending review –:
   quale sia il motivo che ha indotto il Ministero della difesa a riproporre l'imposizione della servitù di Guardia del Moro ed in particolare le ragioni che hanno impedito il trasferimento delle munizioni in altro luogo di proprietà delle forze armate che avrebbe comportato un importante risparmio di denaro pubblico alle casse dello Stato. (5-04728)

Interrogazioni a risposta scritta:


   GIANCARLO GIORDANO, NICCHI e DURANTI. — Al Ministro della difesa, al Ministro dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare. — Per sapere – premesso che:
   nelle viscere del Monte Petrino, tra i comuni casertani di Carinola e Sessa Aurunca, la NATO realizzò, sul finire degli anni cinquanta, la base militare segreta del «Comando delle forze terrestri alleate del Sud Europa, denominata in codice “Base Proto”»;
   nella base fu realizzato un centro di trasmissioni strategico di controllo che fungeva da «cabina di regia» per le aree del meridione d'Italia in caso di attacco militare nucleare, chimico e batteriologico da parte di forze belliche nemiche;
   la suddetta base venne smobilitata a partire dal 1996 trasferendone le competenze di gestione alla Marina militare italiana che a sua volta, in considerazione del non utilizzo della struttura, ha provveduto ad avviare le procedure per la restituzione all'Agenzia del demanio;
   a seguito del suo completo abbandono sono state realizzate delle occlusioni in materiale cementizio e di eternit/amianto che, tuttavia, non hanno impedito nel tempo la penetrazione di vandali, sciacalli e avventurieri in quanto esistono diverse vie di fuga strumentali ricavate da botole, condotte e imbocchi di tunnel sotterranei;
   al suo interno sono ancora presenti, in un totale stato di abbandono e di pericoloso degrado, computers, impianti e pannelli elettrici ed elettronici, materiale di supporto cinematografico, attrezzature metereologiche, fusti la cui natura è ignota, motori per gli impianti ventilazione, registrando un'alta concentrazione tossica di gas random;
   il suddetto materiale di risulta si trova al primo livello dei diversi bunker interni che, al momento, risultano impenetrabili;
   sull'argomento hanno posto l'attenzione diverse associazioni ambientaliste e culturali della zona le quali hanno realizzato anche un video documentario rintracciabile sulla piattaforma multimediale You Tube, nonché diverse testate giornalistiche come Il Mattino e il sito on line del Corriere della Sera «Corriere.it» che hanno realizzato il 10 aprile 2013 e il 10 febbraio 2015 dei servizi in merito;
   nell'aprile del 2013 i Carabinieri della locale Compagnia, comandata dal capitano Lorenzo Iacobone, in collaborazione con i colleghi del Noe di Caserta, con personale dell'Arpac e sotto la supervisione dell'ingegnere forense Marco Bertone, hanno rinvenuto nell'adiacente cava di marmo «Petrinum» due discariche abusive di rifiuti speciali di circa 30.000 metri cubi tra cui il famigerato «Eternit» –:
   se i Ministri interrogati, per quanto di competenza, intendano chiarire:
    se sia stata formalmente definita la procedura di trasferimento di competenze dalla Marina militare italiana all'Agenzia del demanio;
    se esistano dei referti ufficiali dell'ASL competente, dell'ARPAC di Caserta e del Ministero dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare circa lo stato dei luoghi, con i relativi rischi di inquinamento ambientale relativi all'aria, ai terreni e alle falde acquifere, e in caso contrario se si sia provveduto a realizzare delle analisi aggiornate;
    se siano state realizzate delle bonifiche dell'area non limitate alla sola pulizia periodica, come da dichiarazioni della Marina militare italiana, ma caratterizzate da un più profondo e definitivo intervento di risanamento;
    se nel frattempo si sia provveduto, da parte delle autorità competenti, a garantire una completa impenetrabilità dell'area inquinata, con la sistemazione funzionale di tutti i potenziali punti di accesso per la definitiva messa in sicurezza del sito.
(4-07948)


   DURANTI, PIRAS, PALAZZOTTO, MARCON, FRANCO BORDO, MELILLA e ZACCAGNINI. — Al Ministro della difesa. — Per sapere – premesso che:
   la «Baltic Air Patrol» (BAP) è una operazione NATO di «pattugliamento» e «vigilanza», istituita nel 2004, in occasione dell'ingresso di Estonia, Lettonia e Lituania nella Alleanza Atlantica, per garantire la difesa aerea delle Repubbliche Baltiche (le quali non dispongono di aerei da combattimento);
   tale operazione prevedeva inizialmente l'impiego di un flight di quattro caccia forniti a rotazione dai Paesi alleati;
   nel tempo, e anche per via della crisi nell'area, la missione di pattugliamento è stata allargata, arrivando al dispiegamento attuale di 16 caccia;
   il 27 dicembre 2014 quatto caccia multiruolo Eurofighter «Typhoon» della Aeronautica militare italiana sono giunti nella base lituana di Siauliai per partecipare alla sopra citata operazione BAP. I caccia, gli equipaggi ed il personale impegnati nella missione, che come da previsione dovrebbe durare fino all'aprile del 2015, provengono dal 4o Stormo dell'Aeronautica di Grosseto, dal 36o Stormo di Gioia del Colle (Bari) e dal 37o Stormo di Trapani-Birgi;
   a questa missione Nato partecipano anche quattro caccia Mig-29 delle forze armate polacche schierati anch'essi a Siauliai, quattro «Typhoon» spagnoli di base nell'aeroporto militare di Amari (Estonia), quattro cacciabombardieri belgi F-16 stanziati a Malbork (Polonia) ed altri quattro velivoli d'attacco britannici, che hanno sostituito i 16 velivoli assegnati sino al 31 dicembre dal Comando Nato alla «Baltic Air Patrol» (Eurofighter tedeschi, F-18 canadesi, F-16 olandesi e portoghesi;
   l'Eurofighter «Typhoon» in dotazione alla Aeronautica militare italiana è un caccia di ultima generazione con un ruolo primario di «superiorità aerea» ed intercettatore, dotato e dotabile di strumenti bellici;
   nel 2014 gli aerei della NATO hanno intercettato oltre 400 volte velivoli russi, il quadruplo rispetto al 2013, e più di 150 di queste intercettazioni sono state compiute nell'ambito della operazione BAP;
   la Ministra della difesa ha annunciato, al termine della riunione dei Ministri della NATO del 5 febbraio 2015, che l'Italia prolungherà di altri quattro mesi e quindi fino ad agosto 2015 la partecipazione della missione aerea in Lituania. Testualmente ha riferito alla stampa che: «Abbiamo dato la disponibilità a continuare il lavoro dell'Aeronautica italiana in Lituania. C’è stata la richiesta di prolungare per altri quattro mesi la missione, noi abbiamo dato la nostra disponibilità. È previsto che ci sia una rotazione con un altro paese che doveva sostituirci, ma i lituani si sentono rassicurati dalla continuazione della nostra presenza»;
   con la partecipazione alla Baltic Air Patrol, l'Aeronautica militare vede crescere considerevolmente il proprio ruolo a livello internazionale, e in particolare, nelle attività di pattugliamento dello spazio europeo;
   attualmente i caccia italiani sono impegnati, infatti, anche nel pattugliamento dei cieli dell'Islanda (a rotazione con altri partner Nato), della Slovenia e dell'Albania;
   si tratta di un impegno finanziario assai oneroso, superiore agli impegni assunti dagli altri partner europei della Nato –:
   se non intenda indicare in maniera approfondita le motivazioni che hanno portato al prolungamento della partecipazione italiana alla missione Bap, rompendo la consueta rotazione tra i Paesi Nato;
   se non ritenga opportuno fornire elementi circa i costi che tale prolungamento comporterà per il Paese;
   se non ritenga prematuro e sconsigliato prolungare la suddetta missione, data anche l'instabilità della situazione europea, con particolare riferimento alla crisi Ucraina. (4-07967)

ECONOMIA E FINANZE

Interrogazioni a risposta in Commissione:


   SIBILIA, COLONNESE, SCAGLIUSI, PESCO, NICOLA BIANCHI, TOFALO e DE LORENZIS. — Al Ministro dell'economia e delle finanze. — Per sapere – premesso che:
   il 31 ottobre 2014 il tribunale di Siena ha emesso sentenza di condanna a tre anni e sei mesi di reclusione, con cinque anni di interdizione dai pubblici uffici, per l’ex presidente di Monte Paschi Siena, Giuseppe Mussari, l’ex direttore generale Antonio Vigni e l’ex capo area finanza Gianluca Baldassarri colpevoli del reato di ostacolo in concorso all'esercizio delle funzioni delle pubbliche autorità di vigilanza, cioè della Banca d'Italia, in relazione all'occultamento del contratto stipulato da Mps con la banca giapponese Nomura per la ristrutturazione del derivato Alexandria;
   con questa sentenza si è concluso il primo processo dell'inchiesta sullo scandalo che ha travolto la banca senese e che rappresenta una costola del filone principale d'indagine sull'acquisizione di Banca Antonveneta, trasferita per competenza al tribunale di Milano;
   come riportato dal quotidiano on line ilfattoquotidiano.it nell'articolo pubblicato il 31 ottobre 2014 dal titolo «Derivati Mps, condannati Mussari e gli altri due coimputati», Mussari, Vigni e Baldassarri sono considerati colpevoli per aver nascosto nella cassaforte personale dell’ex direttore generale della Banca a Rocca Salimbeni il contratto (mandate agreement) in modo da evitare di iscrivere nel bilancio 2009 la perdita del derivato. Ufficialmente il documento venne ritrovato solo nell'ottobre 2012 dall'attuale amministratore delegato di Mps, Fabrizio Viola, e fu consegnato ai magistrati senesi;
   nella puntata della trasmissione di Rai3 «Report», andata in onda il 23 novembre 2014 dal titolo «Il monte dei misteri», Giuseppe Bivona, ex manager di Morgan Stanley e Goldman Sachs, ora alla Bluebell Partners di Londra, dichiara: «Montepaschi riporta all'interno del bilancio miliardi di operazioni che vengono rappresentate e contabilizzate come titoli di Stato, mentre io devo dire ho sempre sostenuto che potessero essere derivati e quindi, come tali, avrebbero dovuto essere contabilizzati», in tal modo «sarebbero cambiati i bilanci cioè i risultati del 2011, del 2012 e del 2013 sarebbero cambiati all'incirca rispettivamente di 1 miliardo, 250 milioni e 850 milioni». Inoltre, «tutte e due le controparti di Monte Paschi sulle operazioni, Deutsche Bank e Nomura, hanno pacificamente riconosciuto che queste operazioni fossero derivati»;
   sembra, inoltre, che di tali operazioni la Banca d'Italia e la Consob fossero a conoscenza forse già a partire dal 2010 e sicuramente dal 2012, avendone provveduto ad informarne la banca;
   la Monte Paschi Siena è stata salvata grazie allo Stato italiano, cioè ai 4 miliardi di euro di prestiti (cosiddetto Monti Bond) erogati nel febbraio 2013, ma nonostante l'aumento di capitale di 5 miliardi, il 26 ottobre 2014 la Banca centrale europea ha stabilito che mancano ancora 2 miliardi di capitale per mettersi in regola;
   la Banca centrale europea, sempre nell'ambito della verifica degli attivi i cui risultati sono stati pubblicati il 26 ottobre 2014, ha riclassificato come sofferenze («Non Performing Exposure») il 31 per cento del campione dei prestiti analizzati che la banca contabilizza come crediti in bonis;
   la Monte Paschi Siena, dal 2011 ad oggi (ultimo rendiconto approvato al 30 settembre 2014), ha registrato perdite per oltre dieci miliardi di euro; 
   la Monte Paschi Siena capitalizza oggi circa due miliardi e trecento milioni di euro ovvero meno di quanto capitalizzava prima dell'aumento di capitale di cinque miliardi eseguito nel giugno 2014: questo vuol dire che i piccoli investitori che hanno partecipato all'aumento di capitale hanno visto andare integralmente in fumo i fondi versati per ricapitalizzare la banca;
   l'azionariato della Monte Paschi Siena è ad oggi principalmente costituito da piccoli azionisti, mentre la maggior parte degli investitori istituzionali sono già usciti dal capitale, incluso il principale azionista ovvero il fondo americano York Capital che ha liquidato nel novembre 2014 la propria quota pari a circa il 5 per cento;
   la Monte Paschi Siena sembra contabilizzare tutt'oggi nel proprio bilancio tre miliardi di titoli di Stato relativi ad un'operazione eseguita con la banca giapponese Nomura che la stessa Banca centrale europea nel rapporto reso pubblico il 26 ottobre 2014 ha espressamente affermato di aver trattato «as a derivative» ovvero come derivati;
   la circostanza che la Monte Paschi Siena possa aver contabilizzato – e contabilizzi tutt'oggi – come titoli di Stato tre miliardi, di derivati eseguiti con la banca giapponese Nomura viene pacificamente riconosciuta nel verbale di fine ispezione su MPS redatto da otto ispettori della vigilanza della Banca d'Italia in data 17 aprile 2012 in cui, con riferimento all'operazione suddetta con la banca Nomura, è scritto «lo schema dei flussi di cassa della complessiva struttura... replica quello di una posizione short in un “Credit Default Swap sintetico”» e si riconosce «la sostanziale equiparabilità tra la struttura... e la negoziazione di un Credit Default Swap sul rischio Italia» onde concludere che «la struttura complessiva dell'operazione rientra nella definizione di derivato» precisando poi ulteriormente che «l'operazione nel suo complesso si sostanzia in un derivato creditizio (Credit Default Swap)», non mancando di osservare come «di norma i derivati di credito sono iscritti nel portafoglio... di negoziazione... L'azienda ha invece contabilizzato le diverse componenti... disgiuntamente, allocandole in diversi portafogli»;
   l'amministratore delegato della Monte Paschi Siena (dottor Fabrizio Viola, ha percepito per l'esercizio 2013 — chiuso con oltre 1,4 miliardi di perdite — una remunerazione di 1,7 milioni di euro, con ciò apparentemente disattendendo quanto affermato nel comunicato stampa emesso dalla banca il 7 ottobre 2013 in cui la banca aveva assunto «l'impegno a rispettare il limite massimo di remunerazione (concordato con la Commissione europea per un importo pari a 500.000 euro) fino al completamento dell'aumento di capitale o al rimborso integrale dei Nuovi Strumenti Finanziari»;
   ad oggi sono molti gli istituti, tra banche ed intermediari finanziari, ad essere stati commissariati o sottoposti ad amministrazione controllata da parte della Banca d'Italia in virtù degli articoli 70 e ss. del Testo unico bancario. Tra gli altri ricordiamo: la Banca Padovana di Credito Cooperativo, la Banca Popolare dell'Etna, la Bcc Irpinia, la Cassa di Risparmio di Loreto, la veneta East Capital Sgr, la Commercio e Finanza di Napoli, la Imel.Eu di Bergamo, la Adenium Sgr, la Medioleasing, l'abruzzese Tercas, la Banca Marche, la Carife, la Banca Popolare di Spoleto, la Banca di credito cooperativo di Cascina –:
   se sia mai giunta al Ministro interrogato la proposta di cui agli articoli 70 comma 1 lettere a) e b) e seguenti del Testo unico bancario per gravi irregolarità nell'amministrazione e gravi violazioni normative, nonché per gravi perdite patrimoniali, con il conseguente scioglimento degli organi di controllo e nomina di nuovi amministratori e, se anche alla luce delle notizie emerse su fonti di stampa ed ufficiali, il Governo abbia mai ritenuto di acquisire elementi sulla vicenda. (5-04713)


   NESCI, VACCA, SIMONE VALENTE, DI BENEDETTO, LUIGI GALLO, MARZANA, BRESCIA, PARENTELA e DIENI. — Al Ministro dell'economia e delle finanze, al Ministro dei beni e delle attività culturali e del turismo. — Per sapere – premesso che:
   nell'interrogazione n. 4-01635, presentata nella seduta n. 68 dell'8 agosto 2013, si esponeva in dettaglio l’iter per la realizzazione dell'ospedale nuovo della Piana di Gioia Tauro;
   la suddetta opera dovrebbe sorgere su un suolo ubicato accanto all'istituto scolastico «Galileo Ferraris» di Palmi (Reggio Calabria), se la regione Calabria firma il contratto d'appalto, il che dovrebbe avvenire a breve, stando alla stampa locale;
   i deputati del Movimento cinque stelle Dalila Nesci, Federica Dieni e Paolo Parentela hanno inviato lo scorso 11 febbraio una lettera al nuovo governatore della Calabria, invitandolo a rivalutare atti e fatti legati alla realizzazione del succitato ospedale, per decidere dopo attenta disamina sulla firma del contratto d'appalto da parte della regione;
   la missiva in questione è stata trasmessa anche, per opportuna conoscenza, alle Dda di Milano e Reggio Calabria, alla sezione di competenza della Corte dei conti e alla procura e al prefetto di Reggio Calabria, in considerazione di specifici e gravi dubbi sull'intero dell'opera pubblica;
   la Conferenza dei sindaci del comprensorio ex Asl della Piana di Gioia Tauro aveva scelto, il 3 ottobre 2007 e con 22 voti su 26, il sito per l'edificazione di un ospedale unico ubicato in posizione baricentrica e in possibile suolo della regione Calabria, nella prospettiva di una razionalizzazione della sanità tale da ridurre i costi e aumentare l'efficienza dei servizi;
   ciononostante, la provincia di Reggio Calabria procedeva, con delibera di giunta n. 295 del 23 ottobre 2008, a intestare a se stessa la proprietà dei predetti terreni nel comune di Palmi, richiamando la legge n. 1404 del 1956 in merito all'asserita soppressione dell'ente «Patronato Regina Elena», proprietario dei suoli in parola ricevuti dal Ministero dell'agricoltura;
   detto passaggio amministrativo avveniva per concomitante interpretazione della legge sull'edilizia scolastica, la n. 23 del 1996, sicché la provincia di Reggio Calabria, ritenendo suoi i riferiti terreni, li vendeva alla regione Calabria per 229.500 euro;
   con una conferenza dei servizi convocata dall'azienda sanitaria provinciale di Reggio Calabria, veniva rimosso il vincolo di destinazione d'uso scolastico dei terreni;
   dai registri immobiliari non risultava altro, circa la titolarità dei fondi in argomento, sicché la Corte dei conti – sezione regionale di controllo per la Calabria – con deliberazione n. 364 del 2011 ricusava il visto e la conseguente registrazione in ordine all'ordinanza n. 38 del 5 luglio 2011 del commissario delegato, che aveva disposto l'acquisizione delle particelle di terreno atte alla costruzione del nuovo ospedale;
   i terreni dell'Istituto agrario erano stati ceduti con atto per regio notaio comm. dott. Francesco Guidi (rep. 41.344 del 2 luglio 1917) – e non per «regio-decreto», come si legge nella succitata delibera della giunta provinciale di Reggio Calabria – dal Ministero dell'agricoltura;
   il Ministero dell'agricoltura era divenuto proprietario dei beni in argomento per averli acquisiti definitivamente il 9 luglio 1914, dai Fratelli Abbagnara all'ente «Opera Nazionale di Patronato Regina Elena»;
   l’«Opera Nazionale di Patronato Regina Elena» aveva già ottenuto il possesso dei terreni di cui si tratta, avendo precedentemente versato alla Cassa depositi e prestiti il prezzo di stima, pari a lire 105.925,35 (dovuto per l'esproprio dei fondi disposto dal predetto Ministero nei confronti dei fratelli Abbagnara), per essere destinati a «podere dimostrativo» della colonia agricola per gli orfani dei contadini calabresi e messinesi;
   secondo il Ministero delle finanze, l'ente patronato Regina Elena non è stato soppresso dalla legge n. 1404 del 1956, per quanto scritto dal dottor Giuseppe Cavalluzzo, dirigente ministeriale dell'Ufficio XVI – IGF (minuto 10,57, inchiesta video di cui sopra);
   con nota del 4 giugno 2013, n. 9384/2013, l'Agenzia del demanio di Reggio Calabria comunicava alla provincia di Reggio Calabria, alla regione Calabria e all'Agenzia del demanio direzione nazionale che dalle ricerche eseguite non esiste alcun atto che comprovi «il mutamento del regime proprietario» in ordine ai terreni dell'ente «Opera nazionale di patronato Regina Elena», volturati dalla provincia di Reggio Calabria;
   il 5 giugno 2013, la suddetta nota veniva trasmessa alla procura della Repubblica di Reggio Calabria dall'avvocato Giacomo Saccomanno – difensore del Comitato spontaneo di cittadini per l'ospedale unico della piana di Gioia Tauro, legalmente rappresentato dall'allora sindaco di Gioia Tauro, Renato Bellofiore, e dall'allora vicesindaco, Jacopo Rizzo – quale documentazione integrativa nell'ambito del procedimento n. 1258/12 RGNR affidato al pubblico ministero dottor Mario Centini –:
   se a seguito della mancata soppressione dell'Ente patronato Regina Elena ad opera della legge n. 1404 del 1956 e dell'inesistenza di atti che comprovino «il mutamento del regime proprietario» in ordine ai terreni dell'ente «Opera nazionale di patronato Regina Elena» il Governo intenda assumere iniziative di merito alla avvenuta volturazione dei medesimi da parte dalla provincia di Reggio Calabria. (5-04746)

Interrogazioni a risposta scritta:


   CAPONE. — Al Ministro dell'economia e delle finanze, al Ministro delle infrastrutture e dei trasporti. — Per sapere – premesso che:
   sulla stampa territoriale ampio risalto viene dato ad una notizia che, se confermata, andrebbe ad aggravare drammaticamente la già preoccupante situazione del territorio salentino;
   si apprende infatti di un appello rivolto alle istituzioni territoriali dalle organizzazioni sindacali dei trasporti FiltCgil, FitCisl, Uilt, teso a comprendere lo stato dell'arte di un investimento pari a 43 miliardi di euro previsto, si legge, «nell'area di manutenzione dello Scalo merci di Surbo che Trenitalia avrebbe realizzato entro il 2016». Stando ancora a quanto si apprende, infatti, notizie al momento non confermate «sembrerebbero preannunciare la soppressione di tale investimento con il mantenimento di tale attività nell'impianto di manutenzione di Mestre»;
   si legge ancora: «È un allarme clamoroso perché rivela una volontà di assoluta rilevanza che Trenitalia non ha, di fatto, comunicato al territorio salentino. L'investimento di cui i sindacati parlano sarebbe stato prospettato da Trenitalia a maggio scorso, durante i tavoli di confronto sul piano d'impresa con le organizzazioni sindacali di categoria. I segretari forniscono, adesso, anche i dettagli dell'operazione che, ad oggi, risulterebbe esser stata messa in discussione. L'investimento è stato previsto nell'impianto di Surbo per provvedere alla manutenzione completa del diverso materiale rotabile che effettuerà, nel 2016, per i treni Freccia Bianca che percorrono la dorsale adriatica da Lecce verso Milano, Torino e Venezia»;
   come si comprenderà tale annuncio aveva, di fatto, alimentato una conseguente aspettativa di nuove assunzioni e, più complessivamente, la giustificata sensazione di un rilancio dell'impianto di Surbo. Tanto da spingere le stesse organizzazioni sindacali a dichiarare: «L'introduzione dei nuovi materiali rotabili comporterà, secondo il progetto di cui si sente parlare, l'ampliamento dell'impianto Imc di Surbo attrezzando un'area specifica per lavaggio, tornitura, manutenzione, eccetera al fine di garantire la manutenzione dell'intero treno. Il progetto di ampliamento infrastrutturale, che dovrebbe aggirarsi intorno ai 40 milioni di euro, consentirebbe anche di ottenere un incremento dei livelli occupazionali in un territorio nel quale i livelli di disoccupazione sono notevoli»;
   tale decisione di Trenitalia, peraltro, andrebbe ad avvalorare la sensazione di una politica di investimento e di sostegno alla mobilità ferroviaria scarsamente propensa a rispondere positivamente alle istanze territoriali, con evidenti ricadute sull'economia e sullo sviluppo territoriali –:
   se l'allarme diffuso dalle organizzazioni sindacali sia l'esito di una decisione ufficiale assunta da Trenitalia e, nel qual caso, le ragioni per cui la stessa azienda non ha ritenuto necessario e opportuno informare le stesse organizzazioni sindacali cui, a quanto si apprende, nel maggio 2014 avrebbe invece comunicato un differente progetto di investimenti;
   se i Ministri interrogati non ritengano opportuno chiedere a Trenitalia di ritornare sui suoi passi e di garantire che gli investimenti diretti allo scalo merci di Surbo annunciati e, dunque prevedibilmente già preventivati, vengano attuati così come annunciato. (4-07892)


   PARENTELA. — Al Ministro dell'economia e delle finanze, al Ministro dello sviluppo economico. — Per sapere – premesso che:
   Poste italiane spa è una società con socio unico a partecipazione totalitaria del Ministero dell'economia e delle finanze, presente in maniera capillare su tutto il territorio italiano e con 143 mila dipendenti, che fornisce servizi logistico-postali, di risparmio e pagamento, assicurativi e di comunicazione digitale a oltre 40 milioni di clienti;
   Poste italiane spa in base al contratto di programma stipulato con lo Stato, è tenuta a garantire il servizio universale fino al 2026 attraverso la sua rete di uffici distribuiti su tutto il territorio nazionale;
   tale servizio disciplinato dall'articolo 3, decreto legislativo 22 luglio 1999, n. 261, prevede che «è assicurata la fornitura del servizio universale e delle prestazioni in esso ricomprese, di qualità determinata, da fornire permanentemente in tutto il territorio nazionale, incluse le situazioni particolari delle isole minori e delle zone rurali montane, a prezzi accessibili all'utenza» e che «il servizio universale risponde alla necessità di assicurare alla generalità dei cittadini, su tutto il territorio nazionale, il diritto di fruire dei servizi postali in esso ricompresi, sulla base di determinati standard di qualità e di tariffe orientate ai costi, sottoposti al controllo dell'Autorità di regolamentazione»;
   in molte zone del paese i piccoli uffici postali lavorano a giorni alterni per carenza di organico e Poste italiane non assume personale a tempo indeterminato preferendo utilizzare i lavoratori precari assunti a ciclo continuo allo scopo di non interrompere un servizio essenziale come quello del recapito della corrispondenza;
   giorno 5 febbraio l'azienda, in un incontro sindacale a livello regionale in Calabria, ha illustrato un piano di chiusure programmato per il 2015 che prevede la chiusura di 22 uffici e la razionalizzazione di altri 41 che apriranno solo alcuni giorni della settimana. Una riorganizzazione che mortifica il lavoro e l'impegno profuso dal personale applicato, provocando ulteriori spoliazione di posti di lavoro in una regione già fortemente colpita da innumerevoli crisi aziendali;
   a parere dell'interrogante questo piano aziendale sarà una semplice operazione di riduzione dei costi e prevede solo disinvestimenti in un territorio già carente nell'erogazione di servizi per i lavoratori e cittadini che non possono pagare il prezzo di anni di cattive gestioni e di scelte politiche scellerate. A pagarne il costo di questa operazione sarà l'intera Calabria. Da un lato la chiusura di questi centri comporterà inequivocabilmente una perdita di posti di lavoro, d'altro canto ai cittadini di centri periferici e non solo, non saranno garantiti importanti pubblici servizi;
   Poste italiane spa ha reso noto nel piano industriale l'intenzione di quotarsi in borsa e di procedere alla vendita del 40 per cento del proprio capitale nel corso dell'anno 2015;
   la SLC CGIL CALABRIA come Sindacato lavoratori della comunicazione, ritiene questa riorganizzazione dannosa non solo per i lavoratori, ma anche per i cittadini tutti, e ha intenzione di lanciare delle iniziative territoriali di protesta con il coinvolgimento della Confederazione e del sindacato dei pensionati;
   invece di migliorare il servizio per i cittadini si creano difficoltà in particolare per gli anziani e per gli abitanti dei piccoli comuni che si vedranno tolto l'ufficio postale o il funzionamento a giorni alterni;
   il TAR del Lazio, attraverso sentenza n. 1117 del 29 gennaio 2014, si esprimeva avverso la chiusura dell'ufficio postale della frazione di Redipiano, nel comune di San Pietro in Guarano (Cosenza), evidenziando che «la direttiva comunitaria e il decreto legislativo (in particolare articolo 3, comma 5, lettera c) del decreto legislativo n. 261 del 1999 come modificato dal decreto legislativo n. 58 del 2011), hanno posto un particolare accento anche sulle esigenze degli utenti, in particolare delle zone rurali e di quelle scarsamente popolate; esigenze che non avrebbero rispettato col solo criterio di ragionevolezza basato sull'equilibrio economico come presupposto per la permanenza di uffici postali in territori particolarmente disagiati» e che «è quasi superfluo rilevare come nell'ambito di un servizio pubblico l'equilibrio economico non possa assumere la stessa determinante rilevanza che assume nella gestione di una impresa privata»;
   il giudice amministrativo del TAR Lazio intimava a Poste italiane spa ad operare scelte organizzative che salvaguardino il principio della garanzia del «pubblico servizio» rimarcando che anche in periodi di spending review gli interessi sociali non possono essere sottomessi alla forsennata ricerca dell'utile;
   non risulta che Poste italiane spa abbia effettuato alcun confronto con gli enti locali delle località interessate dalle chiusure di uffici postali;
   a parere dell'interrogante verrà a mancare uno dei pochi servizi pubblici presenti sul territorio, mancanza che non sarà risolta con l'implementazione di servizi digitali via internet tenuto conto dalle note carenze del nostro Paese nello sviluppo delle infrastrutture internet e della banda larga in tutto il territorio nazionale, e del digital divide soprattutto nella regione Calabria, condizione fondamentale per l'accesso ai servizi digitali;
   le chiusure di uffici postali periferici in corso in tutta Italia da parte di Poste italiane spa comportano una notevole limitazione dei diritti dei cittadini di alcune aree del Paese ad avere un servizio efficace ed efficiente e non garantiscono la capacità di mantenere degli standard minimi di qualità per il servizio universale, in evidente contrasto con il contratto di programma sottoscritto da Poste italiane spa con lo Stato –:
   se i Ministri interrogati intendano assumere iniziative presso Poste italiane anche in virtù della citata sentenza del TAR, mantenere lo stato attuale degli uffici nei piccoli comuni calabresi per non creare problemi alla popolazione, in maniera particolare ai cittadini disagiati;
   se i Ministri interrogati abbiano intenzione di chiedere a Poste italiane spa, d'intesa con gli enti locali e con la regione Calabria, di rivedere il piano strutturale per un rilancio del servizio, fondamentale e indispensabile per i cittadini;
   se i Ministri interrogati non ritengano di intervenire affinché la società debba porre maggiore attenzione nella valutazione di scelte rivolte al buon funzionamento delle strutture territoriali presenti in Calabria, in modo tale da evitare che si verifichino situazioni critiche per l'utenza;
   quali interventi i Ministri interrogati ritengano adottare al fine di limitare i disagi ai cittadini ed evitare l'ulteriore impoverimento di servizi in territori che già ne risentono la carenza;
   se i Ministri intendano intervenire per verificare che queste scelte non siano fatte in funzione della prevista quotazione azionaria di Poste italiane. (4-07893)


   ABRIGNANI. — Al Ministro dell'economia e delle finanze. — Per sapere – premesso che:
   nel 1936 è stato costituito l'Ente Eur, Ente autonomo per l'esposizione universale di Roma, con lo scopo di realizzare e gestire numerosi edifici a carattere pubblico e privato che, negli anni trenta e successivi, rese il quartiere un laboratorio creativo in cui si concentrò l'opera di architetti geniali e che, ancora oggi, è considerato un progetto di sviluppo territoriale di grande interesse visitato da studenti delle università di tutto il mondo;
   sin dal primo progetto urbano redatto nel 1937 da Giuseppe Pagano, Marcello Piacentini, Luigi Piccinato, Ettore Rossi e Luigi Vietti l'intero quartiere è stato pensato come una città organica e coerente in tutte le sue parti, che contribuivano a concertare uno straordinario complesso architettonico e paesaggistico realizzato con la partecipazione dei maggiori architetti dell'epoca come Luigi Moretti, Adalberto Libera e il gruppo BBPR;
   tale è l'importanza di quel disegno urbano e architettonico che attualmente sono in fase di studio anche progetti non realizzati come quelli creati dal nostro più importante architetto dell'epoca: Giuseppe Terragni;
   l'analisi di questi ultimi lavori rientra in un progetto di ricerca e valorizzazione portato avanti dall'università La Sapienza, dalla Casa dell'Architettura di Roma e dal CE.S.A.R. (Centro studi architettura razionalista) che segnalano l'importanza di ripensare tutto l'impianto urbano dell'Eur come un grande parco architettonico diffuso e non smembrabile in singoli poli significanti, una città dell'energia sostenibile e della luce, un grande laboratorio espositivo delle principali ricerche e innovazione che il nostro paese è capace di produrre;
   nel 2008, a seguito di espressa volontà da parte di entrambi gli azionisti, Eur SpA ha dato inizio ai lavori di realizzazione della «Nuvola» progettata dall'architetto Massimiliano Fuksas, facendo fronte ai relativi costi prevalentemente con proprie risorse economiche;
   la Società Eur spa ha da sempre chiuso i bilanci in utile, registrando un decremento nei risultati di esercizio proprio contestualmente all'inizio delle opere del Nuovo centro congressi, passando quindi da valori oscillanti tra 20 milioni di euro nel 2006 a 700.000 euro nel 2013;
   nel luglio 2010, conseguentemente ad una attesa e mai concretizzata capitalizzazione da parte dell'azionista di riferimento MEF, Eur spa si è trovata nella condizione di dover sottoscrivere un contratto di finanziamento per un importo di 190 milioni di euro;
   le attuali sofferenze e criticità economiche della Società, che ne hanno determinato significative incertezze in merito alla continuità aziendale e alla salvaguardia degli attuali livelli occupazionali, sono da riferire esclusivamente alla realizzazione del Nuovo centro congressi, la cui paternità non è certo attribuibile alla società;
   in data 12 dicembre 2014, Eur spa in mancanza della ricapitalizzazione da parte dell'azionista, ha avviato una procedura di concordato in bianco ai sensi dell'articolo 161, comma 6 del regio decreto 16 marzo 1942, n. 267 al tribunale di Roma;
   attualmente la SGR INVIMIT, partecipata al 100 per cento dal Ministero dell'economia e delle finanze ed istituita con lo scopo di valorizzare e dismettere il patrimonio pubblico, ha a quanto consta agli interroganti in corso sopralluoghi presso il patrimonio pubblico, ha a quanto consta all'interrogante in corso sopralluoghi presso il patrimonio immobiliare di EUR spa;
   in particolare, a quel che è dato di sapere, sarebbero oggetto di stima da parte della citata società: Palazzo della civiltà italiana, Palazzo delle arti e tradizioni popolari, Palazzo della scienza universale, Palazzo dell'arte moderna, Palazzo dell'agricoltura e delle bonifiche e Palazzo dell'archivio di Stato, gioielli storici e artistici che, maggiormente, attraverso la redditività delle superfici in locazione e lo sviluppo dei servizi connessi, anche oggi nonostante la difficile situazione del mercato delle locazioni, hanno consentito ad Eur spa di mantenere stabile il livello dei valori locativi con i quali si è da sempre autofinanziata –:
   come intenda l'azionista di riferimento Ministero dell'economia e delle finanze garantire il proseguimento delle grandi opere in corso e delle ricerche scientifiche i fini della conservazione di tutto l'impianto urbano dell'Eur quale grande parco architettonico diffuso, scongiurandone lo smembramento in singoli poli significanti, e se sia intendimento del Ministero dell'economia e delle finanze coinvolgere la Invimit nella vendita di una parte del patrimonio immobiliare dell'Eur spa per il solo reperimento delle risorse necessarie al completamento del Nuovo centro congressi, compromettendo sia la gestione unitaria attraverso un modello consolidato quale quello da sempre posto in essere dall'ente Eur, oggi Eur spa, sia l'attuale organico costituito da circa 120 risorse umane che si sono dimostrate capaci nel tempo di mantenere l'azienda sana ed efficace nella gestione e nella manutenzione. (4-07895)


   VARGIU. — Al Ministro dell'economia e delle finanze. — Per sapere – premesso che:
   l'articolo 1, comma 329, lettera b), della legge 23 dicembre 2014, n. 190, inserisce l'articolo 17-ter nel decreto del Presidente della Repubblica 26 ottobre 1972, n. 633, e introduce il sistema del cosiddetto split payment, stabilendo che le pubbliche amministrazioni acquirenti di beni e servizi, quando anche non rivestano la qualità di soggetto passivo dell'IVA, debbano versare direttamente all'erario l'imposta sul valore aggiunto addebitato a loro dai fornitori, trattenendo l'IVA sul pagamento delle forniture da parte di imprese private;
   per effetto di tale norma, i fornitori di beni e servizi alla pubblica amministrazione riceveranno l'importo del corrispettivo al netto dell'IVA che verrà così versata, dai soggetti pubblici cessionari, direttamente all'erario. Il nuovo comma 2 del citato articolo 17-ter prevede inoltre che le disposizioni sullo split payment non si applichino ai compensi per prestazioni di servizi assoggettati a ritenute alla fonte a titolo di imposta sul reddito;
   ulteriore novella è contenuta nella lettera c) del citato articolo 1, in cui si dispone che i soggetti che effettuano prevalentemente operazioni con la pubblica amministrazione e che si possano trovare in frequente eccedenza di credito IVA a causa del mancato introito dell'imposta sulle operazioni attive, potranno richiedere il rimborso dell'eccedenza detraibile, se di importo superiore a 2.585,28 euro;  
   il Governo, il 9 gennaio 2015, ha comunicato l'imminenza del varo del decreto attuativo, relativo alle procedure da seguire per l'attuazione della legge chiarendo la questione relativa all'esigibilità;
   numerose imprese private hanno sottoscritto contratti con istituti di credito per la cessione pro soluto delle fatture certificate dalla pubblica amministrazione che inevitabilmente dovranno subire delle modifiche, a partire dal 1o gennaio, quantomeno nell'individuazione del credito ceduto;
   le imprese private che lavorano per la pubblica amministrazione si troveranno comunque, in seguito all'applicazione della normativa, a dover gestire un gap finanziario derivante dal tempo intercorrente tra il mancato incasso dell'IVA ed il rimborso dell'IVA a credito –:
   quali iniziative di competenza intenda assumere per accertare che le pubbliche amministrazioni recepiscano la nuova norma negli schemi di convenzione esistenti con gli istituti di credito che acquistano i crediti dei fornitori, al fine di scongiurare un potenziale blocco del sistema;
   se il decreto attuativo prevederà una modalità particolare e rapida di riconoscimento dei crediti IVA derivanti dagli acquisti di forniture commerciali, al fine di agevolare una richiesta di rimborso da parte delle aziende private fornitrici della pubblica amministrazione;
   se il decreto attuativo prevederà, nel caso di richiesta di rimborso, una tempistica equivalente (mensile o trimestrale) al regime IVA adottato dal fornitore, in modo che questa possa rappresentare anche una forma di garanzia per un'eventuale cessione pro solvendo del credito. (4-07904)


   RAMPELLI. — Al Ministro dell'economia e delle finanze. — Per sapere – premesso che:
   Eur spa è società detenuta al 90 per cento dal Ministero dell'economia e delle finanze e al 10 per cento da Roma Capitale, che persegue da statuto societario l'obiettivo della tutela e della valorizzazione del patrimonio immobiliare costituito dalle opere realizzate per l'Esposizione Universale del 1942, tutelato ai sensi del Codice dei beni culturali di cui al decreto legislativo 22 gennaio 2004, n. 42, e da un vasto patrimonio costituito da oltre 70 ettari di parchi e giardini di pregio, anch'esso sottoposto a vincolo da parte del Ministero per i beni e le attività culturali e del turismo nel 2010;
   EUR spa è stata chiamata a gestire l'unitarietà di un patrimonio ritenuto di notevole interesse storico, architettonico e paesaggistico e pertanto meritevole di una particolare tutela, in quanto tra i maggiori esempi di architettura razionalista e modello di pianificazione urbanistica e architettonica, per tale ragione oggetto di studi nelle più importanti università internazionali;
   la società, che ha mantenuto stabile il livello dei valori locativi, mantenendo pressoché inalterati i ricavi, ha chiuso i bilanci degli ultimi anni in utile, registrando una performance media su valori oscillanti tra 20 milioni di euro nel 2006 a 700.000 euro nel 2013;
   Eur spa è il soggetto realizzatore del Nuovo Centro Congressi, i cui lavori sono iniziati nel 2008, e per fare fronte con risorse proprie – fatto salvo una piccola quota di finanziamenti a valere sul Fondo per Roma Capitale – alla realizzazione degli stessi, nel luglio 2010 si è trovata nella condizione di dover sottoscrivere un contratto di finanziamento con un pool di istituti di credito per un importo totale di 190 milioni di euro, dovendo prevedere garanzie ipotecarie su immobili di proprietà oltre ad ulteriori garanzie reali (cessione in garanzia di crediti presenti e futuri, pegno sui conti correnti);
   essendosi Eur spa autofinanziata attraverso la redditività delle superfici in locazione e lo sviluppo dei servizi connessi, non avrebbe – in coerenza con gli utili registrati autonomamente potuto sostenere economicamente i costi necessari per la realizzazione dell'opera pubblica Nuovo Centro Congressi, se non attraverso la vendita dell'albergo annesso, non concretizzatasi a causa di mutate condizioni del mercato immobiliare, o mediante una capitalizzazione da parte dell'azionista di riferimento il Ministero dell'economia e delle finanze, attesa e mai giunta;
   proprio le molteplici significative incertezze in merito alla continuità aziendale ed in particolare alla continuità finanziaria della società sono unicamente da riferire alla realizzazione dell'investimento immobiliare del Nuovo Centro Congressi;
   Eur spa, a seguito della assemblea straordinaria degli azionisti convocata per il 9 dicembre 2014, in mancanza della ricapitalizzazione attesa, ha richiesto in data 12 dicembre 2014 l'ammissione allo strumento di legge di concordato preventivo in bianco ai sensi dell'articolo 161, comma 6, del regio decreto 16 marzo 1942, n. 267, al Tribunale di Roma;
   a quanto si apprende da organi di stampa vi sarebbe un coinvolgimento della SGR INVIMIT (partecipata al 100 per cento dal Ministero dell'economia e delle finanze), istituita il 19 marzo del 2013 a seguito del decreto-legge n. 98 del 2011, con lo scopo valorizzare il patrimonio pubblico, anche ai fini della dismissione dello stesso, che allo stato attuale sta effettuando sopralluoghi presso immobili ascritti al patrimonio immobiliare di EUR spa;
   la cessione di una quota di beni patrimoniali della EUR spa a INVIMIT, se confermata, appare all'interrogante avere il solo scopo di garantire il reperimento dei fondi necessari all'ultimazione della singola opera pubblica Nuovo Centro Congressi, senza alcuna considerazione di ciò che comporterebbe, sia in termini di una drastica riduzione dei ricavi generati dalle locazioni, sia in relazione ai livelli occupazionali, che di necessità vedrebbero una conseguente, rilevante contrazione, mettendo a rischio l'organico attuale composto da 120 unità tra personale dipendente e dirigente;
   i ricavi sinora conseguiti hanno consentito dal 1936, anno di istituzione dell'Ente Autonomo Esposizione Universale di Roma, e poi dal 2000 fino ad oggi alla EUR spa di manutenere, conservare e valorizzare l'unitarietà di questo patrimonio storico-artistico e paesaggistico, un unicum di indubbio pregio, che merita di restare tale, scongiurando la frammentazione che una gestione non unitaria comporterebbe;
   negli ambienti immobiliari si è creata grande aspettativa su tale operazione fatto sta che un patrimonio immobiliare monumentale che ha garantito importanti redditi per decenni potrebbe inspiegabilmente implodere a causa dell'errore strategico rappresentato dalla realizzazione del Nuovo Centro Congressi, deciso dal Ministero dell'economia e delle finanze e dal Campidoglio, non certo dalla società;
   il 22 dicembre 2014 il Governo ha accolto in Assemblea un ordine del giorno al disegno di legge di stabilità per il 2015 presentato dall'interrogante che lo impegnava «ad intraprendere tutte le iniziative che si renderanno necessarie per risolvere le problematiche di Eur spa, escludendo che le attuali difficoltà economico-finanziarie possano in alcun modo ricadere sul personale dipendente, e garantendo l'attuale livello occupazionale anche come garanzia di sviluppo di quella capacità produttiva messa a rischio dall'individuazione, da parte dei soci, di progetti altamente complessi e a forte rischio economico finanziario» –:
   quali siano gli, intendimenti relativi alla società EUR spa e, in particolare, rispetto alla eventuale cessione di beni della stessa alla società INVIMIT;
   quali elementi possa in fornire in merito alla pericolosa diffusione di notizie circa l'operazione di cui in premessa. (4-07914)


   GUIDESI, BUSIN, ALLASIA e SIMONETTI. — Al Ministro dell'economia e delle finanze. — Per sapere – premesso che:
   si apprende da fonti di stampa il Ministero dell'economia e delle finanze, su proposta della Banca d'Italia, ha disposto il commissariamento della Banca popolare dell'Etruria e del Lazio. Al momento non sono ancora stati chiariti del tutto i motivi di tale commissariamento;
   una serie di eventi stanno portando ripetutamente, nelle ultime settimane, la medesima banca all'attenzione delle cronache: proprio in data odierna si sarebbe riunito il consiglio di amministrazione di Banca Etruria per definire un piano di ristrutturazione da 410 esuberi, la ristrutturazione della rete degli sportelli, una sorta di bad bank per i crediti. Allo stesso tempo però la banca sarebbe alla disperata ricerca di un partner di «elevato standing» per consolidarne la solidità patrimoniale;
   i punti deboli, stando sempre a indiscrezioni di stampa, riguarderebbero il Tier 1, il coefficiente di patrimonializzazione, il capitale che ogni banca, sulla base degli accordi di Basilea 3, è tenuta ad avere in rapporto all'attività di rischio. Lo stesso consiglio d'amministrazione ha fatto sapere che «sarà faticoso rispettarlo lungo il 2015», primo anno di applicazione delle regole di Basilea 3;
   su Banca Etruria sono accesi anche i fari della Consob: anche l'istituto aretino infatti si annovera tra quelli che secondo l'Autorità sarebbero coinvolti negli impressionanti rialzi avvenuti pochi giorni prima della presentazione del decreto-legge sul riassetto delle banche popolari da parte del Governo;
   il cosiddetto «decreto-banche», che interviene in via d'urgenza snaturando l'istituto delle banche popolari, è stato adottato da un Governo sul quale sono stati sollevati dubbi relativi a possibili conflitti di interesse, che ancora una volta vedono al centro la Banca popolare dell'Etruria e del Lazio: l'istituto, che avrebbe registrato un balzo del 66 per cento delle proprie quotazioni a seguito dell'approvazione del decreto, vede il Ministro Boschi come azionista, mentre il padre è vicepresidente della Popolare, presso la quale lavora il fratello del Ministro per le riforme costituzionali e i rapporti con il Parlamento;
   quali siano le motivazioni che hanno portato al commissariamento della banca popolare dell'Etruria e del Lazio.
(4-07977)

GIUSTIZIA

Interrogazioni a risposta in Commissione:


   ROSTELLATO. — Al Ministro della giustizia. — Per sapere – premesso che:
   a Roma il 21 marzo 2014 è stato firmato il protocollo d'intesa tra Ministero della giustizia, Autorità garante per l'infanzia e l'adolescenza e Bambini senza sbarre ONLUSIL;
   in tale protocollo viene evidenziata l'importanza e la necessità di favorire il mantenimento dei rapporti tra genitori detenuti e i loro figli, salvaguardando sempre l'interesse superiore dei minorenni attraverso una serie di interventi atti a tutelare il diritto dei figli al legame continuativo e affettivo col proprio genitore detenuto, che ha il diritto/dovere di esercitare il proprio ruolo genitoriale;
   in particolare, viene introdotto all'articolo uno, l'invito alle autorità giudiziarie di tenere in considerazione i diritti e le esigenze dei figli di minore età della persona arrestata o fermata che conservi la responsabilità genitoriale, nel momento della decisione dell'eventuale misura cautelare cui sottoporla, dando priorità, laddove possibile, a misure alternative alla custodia cautelare in carcere in modo da non violare il diritto dei minorenni a rimanere in contatto con il genitore allontanato, così come previsto nella Convenzione ONU sui diritti dell'infanzia e ad individuare, nei confronti di genitori con figli di minore età, misure di attuazione della pena che tengano conto anche del superiore interesse di questi ultimi;
   all'articolo 2 vengono dettate le regole in merito alle visite dei minorenni all'interno degli istituti penitenziari richiedendo al Ministero della giustizia, con la collaborazione dell'Autorità garante per l'infanzia e l'adolescenza e dell'associazione Bambinisenzasbarre ONLUS, l'impegno di mettere in campo tutte le azioni necessarie affinché la scelta del luogo di detenzione di un genitore con figli di minore età tenga conto della necessità di garantire la possibilità di contatto diretto tra loro durante la permanenza nell'istituto penitenziario in modo che ogni minorenne possa fare visita al genitore detenuto entro una settimana dall'arresto e, con regolarità, da quel momento in poi e che in tutte le sale d'attesa sia attrezzato uno «spazio bambini», dove i minorenni possano sentirsi accolti e riconosciuti e, ai più piccoli, strumenti tipo giochi o tavoli attrezzati per il disegno, per prepararli all'incontro con il genitore detenuto;
   viene specificato che laddove la struttura lo consenta, sarebbe importante allestire uno spazio separato destinato a ludoteca. Inoltre è previsto che le strutture siano accessibili ai minorenni con disabilità o con altre esigenze di accesso particolari e che i colloqui siano organizzati su sei giorni alla settimana, prevedendo almeno due pomeriggi, in modo da non ostacolare la frequenza scolastica dei minorenni;
   viene prevista inoltre la possibilità di svolgere i colloqui anche nei giorni festivi e che ai minorenni siano fornite informazioni adatte alla loro età circa le procedure e le regole di visita, nonché informazioni su ciò che è consentito portare alle visite e su come vengono condotte le procedure di controllo al loro arrivo in carcere e che tali informazioni siano fornite in più lingue e in più formati, ad esempio attraverso stampe di grandi dimensioni, versioni video e audio di facile comprensione anche per i più piccoli;
   infine con l'articolo 8, viene istituito un tavolo permanente composto da rappresentanti del Ministero della giustizia, dell'Autorità garante per l'infanzia e l'adolescenza e dell'associazione Bambinisenzasbarre Onlus che svolgerà un monitoraggio periodico sull'attuazione del presente protocollo, promuoverà la cooperazione tra i soggetti istituzionali e non, a diverso titolo coinvolti, con particolare attenzione alla fase dell'arresto, così come all'informazione e alla sensibilizzazione del personale scolastico che opera in contatto con minorenni che hanno genitori detenuti e favorirà lo scambio delle buone prassi, delle analisi e delle proposte a livello nazionale ed europeo;
   tale protocollo rappresenta sicuramente un enorme passo avanti in termini di civiltà e di rieducazione del detenuto, e soprattutto evidenzia l'importanza e la necessità di favorire il mantenimento dei rapporti tra genitori detenuti e i loro figli –:
   ad un anno dalla sottoscrizione del protocollo, quali siano stati gli interventi al fine di soddisfare le necessità esposte in premessa;
   quale sia il numero di bambini ed adolescenti direttamente interessati dal presente protocollo e se possibile, suddivisi per distribuzione geografica;
   se il Ministro non ritenga che le case famiglia protette potrebbero essere parte di questo progetto a favore dei bambini per evitare loro l'esperienza del carcere. (5-04706)


   AMODDIO. — Al Ministro della giustizia. — Per sapere – premesso che:
   alla fine di novembre 2014, come esposto nell'interrogazione n. 5-04276, i detenuti di una sezione del carcere di Cavadonna (Siracusa) avevano scatenato una rissa tra loro e per sedare la lite era stato necessario l'impiego di tutto il personale;
   a distanza di due mesi e mezzo, un altro episodio di violenza si è verificato con l'aggressione avvenuta nella mattinata di domenica 8 febbraio 2015 quando, per cause ancora da chiarire, un detenuto si è scagliato dapprima contro un ispettore provocandogli un trauma cranico e la frattura a un braccio ed un altro agente ha riportato contusioni in varie parti del corpo, perché intervenuto per aiutare il collega. Nella precedente interrogazione era stata segnalata la grave situazione di carenza di organico di tutte le carceri della provincia di Siracusa. Nella casa circondariale di Siracusa sono presenti 450 detenuti quando la capienza è di appena 350 ed in servizio si trovano 150 agenti, assegnati anche a compiti amministrativi e non solo di vigilanza, con una carenza di 50 unità. Alla casa circondariale di Cavadonna ad Augusta sono presenti 550 detenuti a fronte di una capienza di 300 unità e sono impiegati 170 agenti, mentre la pianta organica ne prevede 220; anche il carcere di Noto sconta una carenza di personale. La carenza cronica di personale mette a rischio l'incolumità degli agenti di polizia penitenziaria, costretti a lavorare in condizioni di minore sicurezza. L'esiguo numero di agenti sommato al sovraffollamento della popolazione carceraria fotografa una situazione ben oltre il limite che mette a rischio i delicati equilibri del sistema penitenziario e i suoi standard di sicurezza –:
   se il Ministro della giustizia sia a conoscenza di tale ennesimo episodio;
   se il Ministro della giustizia, alla luce di quanto illustrato in premessa, non ritenga di aumentare l'organico della polizia penitenziaria all'interno del carcere Cavadonna di Siracusa. (5-04715)


   TRIPIEDI, FERRARESI, SARTI, COMINARDI, CIPRINI, ALBERTI, CHIMIENTI e PESCO. — Al Ministro della giustizia. — Per sapere – premesso che:
   in data 28 gennaio 2015, sul sito online del quotidiano «Corriere della Sera», veniva pubblicata la notizia della chiusura del tribunale di Monza, per mancanza di personale amministrativo in tutte le giornate di mercoledì, ad esclusione, previa valutazione dei dirigenti, della ricezione di atti indifferibili o di estrema urgenza;
   nei giorni diversi dal mercoledì, lo stesso tribunale, diversamente da quanto fatto sino ad ora, ridurrà gli orari di apertura degli sportelli di accoglienza al pubblico dalle 10 alle 13 e non risponderà più a mail e telefonate;
   il tribunale di Monza è il sesto più grande ufficio giudiziario d'Italia con un bacino d'utenza composto da 1.142.000 cittadini, 83.000 imprese, 62 comuni, 37.000 procedimenti civili e 22.000 procedimenti penali in un anno, quasi 8.000 tra liquidazioni e crediti, 15.350 fascicoli contro noti, 12.400 contro ignoti, 2.480 di competenza del giudice di pace, 3.000 in altri registri;
   lo stesso tribunale conta 107 dipendenti amministrativi invece dei 144 necessari, mentre in procura vi sono 15 pubblici ministeri su 16 in organico a cui, a breve, andranno sottratti 2 trasferiti, e 46 unità di personale amministrativo, di cui 4 a servizio part-time, sui 59 previsti in organico;
   sin dall'autunno 2010, gli ispettori ministeriali avevano riconosciuto un sottodimensionamento del numero del personale del tribunale e della procura di Monza, tematica sulla quale la presidente dello stesso tribunale, Anna Maria Di Oreste e il procuratore della Repubblica Corrado Carnevali, hanno denunciato il fatto di non aver ricevuto le giuste attenzioni da parte del Ministero della giustizia;
   il Ministero della giustizia ha classificato il tribunale di Monza ai vertici degli otto uffici giudiziari italiani catalogati come molto grandi;
   il procuratore di Monza, Corrado Carnevali, e la sua vice, Luisa Zanetti, hanno affermato che a partire dal 2010, in più di un occasione, la grave situazione dell'organico è stata ripetutamente denunciata al Ministero della giustizia, al Csm e al consiglio giudiziario. I dirigenti del tribunale e della procura di Monza hanno sempre svolto la funzione di sopperire alle carenze con frequenti riorganizzazioni nell'attesa dell'invio di rinforzi ma nella erronea convinzione che prima o poi le segnalazioni fossero prese in considerazione dal Ministero;
   il Ministero della giustizia ha recentemente pubblicato un bando per 1.032 posti di lavoro in Italia su circa 9.000 vacanti, ma a Monza lo stesso Ministero non ha riservato alcun posto sui 13 mancanti in procura e solo 2, esclusivamente riservati ai direttori, sui 37 disponibili nello stesso tribunale. La presidente Di Oreste, ha ritenuto assolutamente non accettabile tale situazione, soprattutto in relazione ai molti altri uffici giudiziari con minori requisiti qualitativi di operosità ed ai quali è stata assegnata una quota di posti da coprire superiore a quella di Monza pur avendo meno periodi di ferie come riservati nella regione Toscana, senza contare che vi sono sedi giudiziarie che hanno più personale dei posti di organico come Vasto, Trapani, Termini Imerese, Siracusa, Sciacca Sassari, Nuoro, Mantova, Lanusei, Lamezia Terme, La Spezia, Enna, Ascoli Piceno;
   in data 22 luglio 2014, il primo firmatario del presente atto Davide Tripiedi, ha presentato l'interrogazione a risposta scritta n. 4-05590, nella quale veniva analizzato il problema della chiusura del tribunale e del giudice di pace della città di Desio e successivi accorpamenti di questi nel tribunale di Monza, con tutte le problematiche del caso. Nell'atto parlamentare, all'interrogato Ministro della giustizia veniva chiesto se avesse considerato l'opportunità di riportare il tribunale di Desio, riconosciuto come un'eccellenza per la sua funzionalità, e l'ufficio del giudice di pace nelle originarie o in nuove sedi. A tale interrogazione, non ha ancora fatto seguito risposta del Ministro –:
   se il Ministro interrogato non ritenga inaccettabile la grave condizione di disagio creatasi nel tribunale di Monza e quali misure intenda adottare per poter riportare nel concreto e nel più breve tempo possibile le condizioni di normale funzionalità dello stesso tribunale;
   se non intenda, ai fini di snellire una parte delle problematiche del tribunale di Monza, considerare l'opportunità di riportare gli ora accorpati tribunale di Desio e ufficio del giudice di pace di Desio, nelle originarie o in nuove sedi;
   se il Ministro interrogato non intenda incontrare il presidente del tribunale di Monza e il procuratore di Monza sopracitati, al fine di poter chiarire al meglio la grave situazione di disagio creatasi.
(5-04716)


   SCUVERA, GITTI e MAZZIOTTI DI CELSO. — Al Ministro della giustizia, al Ministro per la semplificazione e la pubblica amministrazione. — Per sapere – premesso che:
   in attuazione della legge delega n. 148 del 2011, con il decreto legislativo n. 155 del 2012, è stata avviata nel nostro Paese la revisione della geografia giudiziaria, rivedendone le circoscrizioni, processo che è stato ultimato nel 2013 e 2014; a seguito di tale revisione il tribunale di Pavia si configura come sede unica accorpante dei soppressi tribunali di Vigevano, Voghera ed ex sezione di Abbiategrasso;
   per rendere l'accorpamento operativo e funzionale alle esigenze di efficienza, di celerità dei procedimenti e di specializzazione dei magistrati, è necessario dotare il tribunale di Pavia di risorse adeguate in termini di personale;
   a seguito dell'accorpamento, il più significativo sul territorio nazionale, i carichi di lavoro sono aumentati ma il personale risulta essere sotto organico del 40 per cento; tale situazione rischia di aggravarsi ulteriormente in conseguenza del fatto che alcuni dipendenti dei tribunali accorpati hanno chiesto e ottenuto il trasferimento presso tribunale diverso da quello di Pavia e altri saranno pensionati a breve;
   questa situazione, che ha già portato a gravi disfunzioni e sta di fatto bloccando l'avvio del processo civile telematico, rischia di paralizzare completamente l'attività del tribunale. Per questo si rendono necessari interventi urgenti;
   la possibilità di ricorrere alle procedure di mobilità previste dalla legislazione vigente per integrare gli organici è resa difficile dalle complessità e incertezze procedurali derivanti in particolare dalle disposizioni che prevedono la prioritaria destinazione dei dipendenti in mobilità delle province agli enti locali e poi allo Stato –:
   se il Ministro della giustizia intenda valutare interventi per evitare che i trasferimenti dai tribunali accorpati svuotino ulteriormente le risorse di personale degli stessi, se non siano in corso o non si intendano attivare procedure di mobilità da altri enti e se, a tal fine, il Ministro per la semplificazione e la pubblica amministrazione non intenda adottare provvedimenti attuativi che chiariscano e risolvano le problematiche descritte in premessa in ordine alla priorità di destinazione dei dipendenti in mobilità. (5-04730)


   TURCO, ROSTELLATO, RIZZETTO, PRODANI, MUCCI, BECHIS, BALDASSARRE e BARBANTI. — Al Ministro della giustizia. — Per sapere – premesso che:
   negli ultimi anni in Italia s’è assistito ad un fenomeno che è degno di essere approfondito;
   secondo dati ufficiali, nell'anno 2010 in totale, in Italia, sono stati oltre 39 mila i bambini tolti alle loro famiglie dai tribunali dei minori, per presunte violenze, per indigenza dei genitori, e per altre cause, di questi circa 30 mila minori, sono stati affidati a case d'affido e comunità protette;
   l'ampiezza del fenomeno desta una certa impressione poiché in altri, grandi, e ben più popolosi, Stati europei quali Germania e Francia, il numero totale degli affidi si ferma a circa 8 mila unità, per ciascuno;
   attenzione ancor più vigile si deve applicare al fenomeno poiché i comuni italiani e le aziende sanitarie locali pagano alle comunità ed alle case protette, per ciascun minorenne affidato, una retta giornaliera minima di almeno 200 euro che però, spesso, supera anche i 400 euro al giorno per ciascun minore affidato, accusa Federcontribuenti, che stima in 2 miliardi di euro la spesa pubblica annua destinata a sostenere gli affidamenti di minorenni;
   per quest'associazione di cittadini, siamo di fronte ad una profonda distorsione del sistema giudiziario-assistenziale degli affidi di minori «nei quali i giudici minorili onorari, in gran parte psicologi, operano nelle case d'affido o compaiono addirittura tra i loro fondatori»; «Abbiamo già scoperto quasi 100 casi» riferisce l'associazione. Vi sarebbe perciò un evidente conflitto d'interessi in capo al soggetto che deve decidere se un bambino debba essere sottratto alla famiglia ogniqualvolta lo stesso rivesta anche un ruolo professionale (chiaramente retribuito) nella struttura destinata ad accogliere il minore;
   tali giudici onorari operano all'interno dei tribunali per i minorenni (costituiti con regio decreto-legge 20 luglio 1934, n. 1404, dapprima solo con competenze in diritto penale, poi anche civile), un organo collegiale specializzato avente composizione mista, formato sia da giudici professionali (togati) sia da cittadini esperti in scienze umane (giudici onorari); attualmente questi tribunali hanno competenza nella maggior parte dei procedimenti giurisdizionali in cui sono coinvolti gli interessi dei minori;
   per essere nominato giudice onorario minorile, l'aspirante deve provare con adeguata documentazione di essere un cittadino «benemerito dell'assistenza sociale» e cultore di biologia, psichiatria, antropologia criminale, pedagogia e psicologia, nonché deve poter vantare una condotta incensurabile;
   l'articolo 42-quater, lettera d), dell'ordinamento giudiziario indica espressamente, tra le situazioni che impediscono l'esercizio delle funzioni di giudice onorario, quella dell'appartenenza ad associazioni, i cui vincoli siano incompatibili con l'esercizio indipendente della funzione giurisdizionale;
   nel maggio scorso, è stata espressamente prevista incompatibilità tra l'attività di giudice onorario e le cariche rappresentative di strutture comunitarie: nell'articolo 7 comma 6 della circolare del CSM del 14 maggio 2010 si dispone che «il giudice onorario minorile, all'atto della nomina, deve impegnarsi a non assumere, per tutta la durata dell'incarico, cariche rappresentative di strutture comunitarie ove siano inseriti i minori dall'autorità giudiziaria e, se già riveste tali cariche, deve rinunciarvi prima di assumere le funzioni»;
   stante pertanto tale causa d'incompatibilità, di carattere funzionale, espressa a chiare lettere, si ritiene che l'incompatibilità sarebbe dovuta essere espressa anche per qualsiasi incarico retribuito assunto dai giudici onorari del tribunale dei minori, inerente gli istituti e le comunità d'accoglienza per minori –:
   se sia a conoscenza della situazione descritta;
   se disponga di o se sia in grado, comunque, di fornire dati statistici in relazione al numero complessivo ed alla durata media, degli affidamenti di minori disposti dall'autorità giudiziaria minorile in Italia e quanti per ciascuna sezione del tribunale dei minori, negli ultimi 5 anni;
   se disponga di o se sia in grado, comunque, di fornire dati statistici relativamente ai casi nei quali sia stata disposta la rimozione-revoca dall'incarico di giudice onorario a soggetti che ricoprivano cariche rappresentative di strutture comunitarie o che svolgevano parimenti attività retribuite presso strutture comunitarie affidatarie di minori, in situazioni d'incompatibilità ovvero di conflitto d'interesse, negli ultimi 5 anni;
   se disponga di o se sia in grado, comunque, di fornire dati statistici concernenti i casi di giudici onorari poi rimossi-revocati per incompatibilità o conflitto d'interesse, se siano state presentate denunce all'autorità giudiziaria per questi fatti, se siano stati radicati procedimenti penali, anche in caso di successiva archiviazione, se siano state irrogate condanne penali e quante in totale, e se, ad oggi, vi siano procedimenti pendenti o sopravvenuti in relazione all'attività operata dai giudici onorari poi rimossi-revocati per incompatibilità;
   se ritenga di poter adottare apposite iniziative normative, volte ad estendere l'incompatibilità di giudice onorario minorile, a qualsiasi incarico e/o mandato retribuito presso strutture comunitarie ove siano inseriti i minori dall'autorità giudiziaria;
   se ritenga di voler assumere le necessarie iniziative di competenza per l'istituzione di un registro unico nazionale degli affidamenti di modo da poter consentire agevolmente la verifica, per ciascun anno, di quali e quanti siano i minori che sono stati affidati ed a quali istituti-comunità, con l'indicazione della composizione del collegio giudicante del tribunale dei minori, territorialmente competente, che ha emesso il provvedimento in forza del quale si dispone l'affidamento dei minori;
   se disponga di o se sia in grado, comunque, di acquisire elementi in merito alla spesa sostenuta annualmente dalle amministrazioni pubbliche anche territoriali, per provvedere al finanziamento degli affidamenti dei minori, per ciascuna sezione del tribunale dei minori e per ciascuna regione, per ciascun anno negli scorsi dieci anni. (5-04735)


   TURCO, ROSTELLATO, RIZZETTO, PRODANI, MUCCI, BECHIS, BALDASSARRE e BARBANTI. — Al Ministro della giustizia. — Per sapere – premesso che:
   più volte gli organi di stampa riportano notizie relative ad alcuni operatori delle forze dell'ordine che sono passati dall'altra parte, chi associandosi con delinquenti, chi diventando un vero e proprio criminali abituali in divisa;
   partendo da un passato non più recente, ricordiamo il caso della «Uno bianca» di Bologna, dove per molti anni alcuni operatori perpetuarono indisturbati atti criminali di estrema gravità, quali omicidi e rapine, connotati da grande violenza ed efferatezza;
   difficili da dimenticare restano anche gli episodi di violenza attuati in occasione del G8 del 2001 a Genova, dove, al di là dell'esito processuale, è stato comunque accertato un diffuso utilizzo di pratiche contrarie a fondamentali diritti dell'essere umano da parte di alcuni componenti delle forze dell'ordine;
   accanto a tali eclatanti episodi degli ultimi decenni, più di recente, si rinvengono altri casi che coinvolgono appartenenti delle forze dell'ordine, accusati di vari reati, soli o in concorso con altri colleghi ovvero con criminali abituali;
   nel giugno 2011, un maresciallo dei carabinieri in servizio presso la compagnia di San Giovanni in Persiceto, nel Bolognese è stato arrestato, con l'accusa di aver consegnato ad alcuni complici 55 chilogrammi di un quantitativo di hashish di 86 chilogrammi, sequestrato dai Carabinieri durante un'operazione contro il traffico di stupefacenti; in questo caso il carabiniere invece di distruggere lo stupefacente, come falsamente attestato, lo avrebbe reimmesso sul mercato dello spaccio;
   ancora, nel marzo 2009 da dieci a venti poliziotti, in servizio presso gli uffici della questura di Genova, intercettati al telefono mentre pattugliano la città in divisa, confessano ai colleghi di aver fatto uso di cocaina solo qualche minuto prima; la procura del capoluogo ligure ha spiegato che tra i clienti dei trafficanti, protagonisti di numerose feste private a base di cocaina vi erano numerosi agenti; le conversazioni rientrano nell'indagine su di un traffico di stupefacenti che ha portato all'esecuzione di undici misure di custodie cautelare, tra cui due poliziotti genovesi che lavorano presso questure della Lombardia e del Piemonte, arrestati con l'accusa di spaccio di sostanze stupefacenti;
   nell'aprile 2013, secondo la procura della Repubblica di Piacenza, sei agenti in servizio alla locale questura, avrebbero commesso una serie di reati gravi (spaccio di sostanze stupefacenti, favoreggiamento della prostituzione e dell'immigrazione clandestina) che hanno portato al loro arresto; l'operazione, condotta dai carabinieri del Nucleo investigativo di Piacenza, dopo un anno d'indagini con intercettazioni telefoniche e pedinamenti, ha portato all'emissione di 13 ordinanze di custodia cautelare in carcere e alla denuncia a piede libero di altre cinque persone; tra i sei agenti arrestati troviamo quattro appartenenti alla sezione narcotici della squadra mobile di Piacenza (un ispettore superiore e tre assistenti capo), un assistente capo in servizio alla Digos di Piacenza e un ispettore dell'ufficio immigrazione;
   quest'ultimo episodio s'inserisce in un momento nel quale, proprio un anno prima, tre ispettori della squadra mobile di Genova, sezioni «narcotici», erano stati ritenuti responsabili di aver venduto grossi quantitativi di stupefacenti sequestrati nel corso di operazioni di polizia, e quindi condannati complessivamente a 30 anni di reclusione (in appello sono stati poi ridotti a diciotto); nell'inchiesta è emerso che da più di dodici anni questi agenti di polizia sequestravano per loro stessi stupefacenti e danaro, si circondavano di confidenti fidati a cui affidavano anche lo spaccio dei loro sequestri, possedevano conti correnti a Montecarlo, dove occultavano i proventi dell'attività delittuosa, e parallelamente effettuavano alcune operazioni con sequestri di sostanze stupefacenti e arresti di qualche piccolo spacciatore;
   nell'ottobre 2013, troviamo 21 carabinieri tra i 49 indagati nell'ambito di un'inchiesta che comprende 96 capi di imputazione, tra cui peculato, truffa, falso, abuso d'ufficio, corruzione e favoreggiamento, oltre a rivelazione ed utilizzo di segreti d'ufficio; sotto accusa ci sono due compagnie di carabinieri, Bergamo e Zogno, dove, a vario titolo, appuntati, brigadieri, marescialli e due ufficiali, in concorso con personale di cliniche e ospedali, avrebbero passato i dati riservati delle persone coinvolte in incidenti stradali ad una società di Bergamo la Consulenza incidenti stradali (Cis), che offre servizi di infortunistica stradale per far ottenere il risarcimento dei danni, in modo che l'azienda potesse presentarsi per prima ed offrire i propri servizi ai cittadini danneggiati;
   al di là della, doverosa, considerazione che la grande parte degli operatori delle forze dell'ordine svolge il proprio lavoro con impegno, dedizione e senso del dovere e dello Stato, tra gli studiosi del fenomeno sociale, un docente di Sociologia della Devianza e del Controllo Sociale – Università di Genova, Salvatore Palidda, nell'articolo su «La Repubblica» afferma che: «l’“ambiente” in cui lavorano, se non è complice, oscilla fra indifferenza (che non è ammissibile) e tolleranza (che è parente della complicità passiva e che può diventare attiva, cioè correità)»;
   si osserva, da quanto descritto, che tra gli operatori delle forze di polizia una certa devianza se non addirittura una criminalità grave, si riproduce da sempre, ma ci sono periodi e luoghi nei quali il fenomeno può accentuarsi, e, nei confronti di tali fatti, successivamente all'immediata condanna delle autorità politiche nazionali, i vertici amministrativi sembrano non aver mai predisposto né il monitoraggio, né un serio studio, né progetti di prevenzione, repressione e risanamento adeguati;
   in tutti i Paesi democratici esistono delle strutture di controllo, previste nella struttura democratica-istituzionale degli stessi, per prevenire, reprimere e risanare la delinquenza nelle forze di polizia;
   in Italia, ad oggi, questo compito di controllo e prevenzione è delegato alle stesse amministrazioni interessate e le abituali e sicuramente necessarie indagini «interne», volte a sradicare questo tipo di malaffare, si sono però, spesso, risolte in ben pochi e banali provvedimenti sanzionatori, lasciando la situazione, paradossalmente, nello stesso medesimo stato –:
   se sia a conoscenza delle situazioni descritte;
   se disponga di o se sia in grado, comunque, di fornire dati statistici relativamente al livello di delittuosità tra gli operatori appartenenti alle forze dell'ordine, in particolare quante denunce siano state presentate nei loro confronti e quanti procedimenti penali siano stati radicati, quanti procedimenti siano stati invece definiti con l'archiviazione, quanti quelli definiti con riti alternativi al dibattimento, quante condanne in totale e per tipo di rito processuale siano state comminate, quanti siano i procedimenti attualmente pendenti e quanti quelli sopravvenuti, quale sia il numero di operatori appartenenti alle forze dell'ordine sospesi dal servizio per tali motivi, anche se non condannati, quanti siano stati destinatari di ordinanze di custodia cautelare, anche domiciliare, quanti siano gli operatori condannati in via definitiva, quanti siano stati incarcerati, e quanti abbiano scontato la propria pena detentiva ovvero con misure alternative alla detenzione carceraria, per ciascun anno negli ultimi 10 anni;
   se disponga di o se sia in grado comunque di fornire dati statistici comparatistici relativamente all'incidenza dei reati commessi da operatori delle forze dell'ordine in Italia, in raffronto ai dati relativi alla delittuosità delle forze di polizia dei paesi dell'Unione europea;
   se e quali provvedimenti ritenga di poter promuovere ovvero assumere, per mezzo di ogni più opportuna iniziativa normativa, al fine di sostenere la creazione di una struttura di controllo, democratico-istituzionale, volta specialmente a studiare, monitorare, prevenire, reprimere e risanare i fenomeni di delinquenza posti in essere dagli operatori delle forze dell'ordine in Italia. (5-04744)

Interrogazioni a risposta scritta:


   FORMISANO. — Al Ministro della giustizia, al Ministro dell'interno. — Per sapere – premesso che:
   sei agenti di polizia penitenziaria e un detenuto sono rimasti feriti nella rivolta scoppiata all'interno del carcere «Due Palazzi» di Padova, tra la sera del 22 gennaio 2015 e la mattina del 23 gennaio 2015;
   i disordini, secondo quanto si è appreso dalla Stampa e dal Sappe, sarebbero scoppiati al quarto piano della casa di reclusione, nella sezione detentiva sottoposta a vigilanza dinamica, dove le celle sono aperte e vi sarebbero circa 60 persone;
   la sezione detentiva regolamentata dalla vigilanza dinamica, permette ai detenuti di girare liberi buona parte del giorno;
   all'atto dell'ingresso nel reparto detentivo di due poliziotti penitenziari questi sarebbero stati aggrediti e feriti senza alcuna giustificazione, solo l'intervento di altri poliziotti penitenziari in servizio in carcere ma anche liberi dal servizio e presenti nella caserma del penitenziario avrebbe consentito di riportare la situazione alla normalità;
   sul luogo della rivolta sarebbero stati rinvenuti bastoni e coltelli artigianali –:
   quali procedure abbiano attivato i Ministri interrogati per ricostruire in maniera precisa il gravissimo episodio avvenuto nella casa di reclusione di Padova e le ragioni che lo hanno scatenato, anche alla luce del rinvenimento di bastoni, coltelli e telefoni cellulari;
   quali provvedimenti intendano intraprendere i Ministri a tutela degli agenti di polizia penitenziaria della casa di reclusione di Padova visto che il «due Palazzi» è oggi in grave carenza di agenti di polizia penitenziaria;
   se i Ministri intendano riconsiderare le modalità di vigilanza dinamica e delle celle aperte (attuata nella sezione dove sarebbe scoppiata la rivolta) e intraprendere provvedimenti volti a ridurre l'impatto del sovraffollamento della struttura carceraria. (4-07885)


   GAGNARLI. — Al Ministro della giustizia. — Per sapere – premesso che:
   la normativa nazionale in materia di pignoramento prevede la possibilità di confiscare, oltre a beni mobili e immobili, anche gli animali domestici, considerati a tutti gli effetti una «res» e quindi un bene pignorabile nel caso di debiti con lo Stato;
   in Italia i pignoramenti di animali domestici ammontano a 5.500 l'anno e in base alle ultime stime, alla fine di dicembre 2014 hanno raggiunto quota 52.606, ovvero l'11,6 per cento in più rispetto al 2013;
   la norma in vigore, ad avviso dell'interrogante, contrasta con quanto portato avanti ed ottenuto in questi anni per il riconoscimento degli animali quali esseri senzienti (Convenzione di Strasburgo e al Trattato sul funzionamento dell'Unione europea), dei loro diritti, nonché per la tutela del loro benessere, inoltre, non tiene neanche in considerazione il legame affettivo che si instaura tra animale e uomo, un legame che va decisamente al di la del valore economico dell'animale;
   nelle scorse settimane è stata lanciata una petizione sul sito Change.org per far sì che la normativa italiana venga modificata e che gli animali domestici siano a tutti gli effetti considerati beni affettivi: l'articolo 514 del codice di procedura civile vieta il pignoramento dei beni che hanno valore affettivo, come la fede nuziale oppure oggetti di culto, il cui sequestro potrebbe causare squilibri psicologici sul possessore, ma lo stesso codice non si esprime riguardo il sequestro di un animale domestico che da anni vive insieme al suo proprietario;
   la stessa legge sugli animali da affezione, n. 281 del 1991, condanna qualsiasi atto di crudeltà contro gli animali da compagnia o di affezione, nonché lesivo del rapporto tra animale e uomo, e il pignoramento di un animale domestico è a tutti gli effetti una violenza, sull'uomo ma anche sullo stesso animale che viene sradicato dal suo ambiente per essere destinato in apposite strutture in attesa di una improbabile vendita all'asta;
   il divieto di sequestro per gli animali domestici non sarebbe un fatto inedito: in Austria e in Germania è già stato stabilito per legge che gli animali non sono cose e quindi non sono pignorabili;
   nel nostro Paese sono circa 25 milioni gli italiani che possiedono una animale domestico e che sono potenzialmente a rischio di pignoramento –:
   se, in base a quanto esposto in premessa ed alle proprie competenze, non ritenga opportuno promuovere una revisione della normativa italiana in materia di pignoramento, considerando gli animali quali beni affettivi per l'uomo e tutelando i diritti degli animali in quanto esseri senzienti. (4-07934)


   VACCA, DEL GROSSO, NICOLA BIANCHI, DE LORENZIS, DELL'ORCO, PAOLO NICOLÒ ROMANO, LIUZZI, SCAGLIUSI, GRANDE, SPADONI, DI BATTISTA, MANLIO DI STEFANO, PETRAROLI, NESCI, CARINELLI, BATTELLI, VIGNAROLI, COZZOLINO, FERRARESI, SIBILIA, SORIAL, BONAFEDE, SARTI e AGOSTINELLI. — Al Ministro della giustizia, al Ministro delle infrastrutture e dei trasporti. — Per sapere – premesso che:
   l'ufficio disciplina della direzione generale del personale del Ministero delle infrastrutture e dei trasporti ha comminato, nel 2013, una sospensione di sei mesi dal servizio del provveditore Donato Carlea interregionale alle opere pubbliche di Lazio Abruzzo Sardegna;
   il provvedimento disciplinare è conseguenza della vicenda riguardante la ristrutturazione, mai avvenuta, di un immobile destinato ai servizi segreti italiani, sede della Guardia di finanza, in cui era coinvolto anche Angelo Balducci, al tempo direttore del servizio integrato infrastrutture e trasporti per il Lazio, l'Abruzzo e la Sardegna. In tale vicenda l'impresa di costruzione Carchella ha incassato 18,3 milioni di euro per una ristrutturazione mai eseguita, in seguito a numerose vicende di ricorsi, lodi, arbitrati e transazioni;
   tale vicenda è stata denunciata dall'ingegner Carlea alla Corte dei conti di Roma e alla procura della Repubblica di Roma;
   in seguito al provvedimento disciplinare l'ingegner Donato Carlea presentava ricorso al giudice del lavoro contro le sanzioni disciplinari e la sospensione di sei mesi dall'incarico decise dal servizio dall'ufficio disciplina della direzione generale del Ministero delle infrastrutture e dei trasporti;
   il giudice del lavoro del tribunale di Roma, Giuseppina Leo, ha accolto il ricorso dell'ex provveditore Donato Carlea in merito alla sospensione, disponendone il reintegro;
   da una notizia di stampa pubblicata su Il Fatto Quotidiano l'11 febbraio 2015, si apprende che il procuratore della Repubblica di Roma Francesco Dall'Olio ha acquisito agli atti dell'inchiesta che faceva capo ad Angelo Balducci, una lettera dell'avvocato Fabio Lorenzoni destinata al suo cliente, Donato Carlea;
   secondo le notizie riportate sul quotidiano, l'avvocato Lorenzoni mette per iscritto che il giudice di Roma Giuseppina Leo gli avrebbe confidato, a margine di un'udienza, che la decisione di reintegro presa secondo coscienza, quindi contro i voleri del Ministero delle infrastrutture e dei trasporti, le avrebbe procurato un pesante intralcio di carriera;
   in seguito, con decreto prot. 449 del 27 ottobre 2014, il Ministro delle infrastrutture e dei trasporti ha disposto la sospensione cautelare dell'ingegner Donato Carlea, dirigente di prima fascia, dal servizio e dall'incarico per un'altra vicenda legata alla attività di provveditore interregionale alle opere pubbliche di Campania e Molise;
   ciò che appare rilevante, a giudizio degli interroganti, è che in un Ministero in cui i reati contestati, di norma, sono dell'ordine della turbativa d'asta e corruzione appare sproporzionata la sospensione per un tempo illimitato per vicende ancora da accertare, in quanto si è di fronte ad un rinvio a giudizio, e di entità molto minori;
   tali circostanze sembrerebbe palesare un eccezionale ed immotivato accanimento sanzionatorio del Ministero delle infrastrutture e dei trasporti nei confronti dell'ingegner Carlea, alla luce di due sospensioni, senza soluzione di continuità, che lo estromettono dal servizio e dalla retribuzione a tempo indeterminato fino alla definizione del procedimento penale –:
   se i Ministri interrogati siano a conoscenza dei fatti riportati e, di conseguenza, intendano verificare, negli ambiti di propria competenza, se all'interno delle strutture ministeriali vi siano state iniziative volte a condizionare l'esito della sentenza del giudice Giuseppina Leo. (4-07935)


   FORMISANO. — Al Ministro della giustizia. — Per sapere – premesso che:
   il 6 agosto 2014 veniva chiesta al Ministro della giustizia, da alcuni consiglieri regionali e dall'Osservatorio nazionale contro la repressione, una ispezione presso il carcere di Campobasso a seguito della segnalazione di gravi irregolarità relative alla gestione complessiva della casa circondariale;
   la visita ispettiva veniva effettuata dal 26 al 28 agosto 2014 dagli ispettori ministeriali del Dap, dipartimento dell'amministrazione penitenziaria, che hanno ripercorso le tappe puntualmente descritte anche nelle relazioni e nel dossier dell'Osapp, incontrando gli operatori, gli esperti di formazione, ma anche ascoltando storie di vita vissuta;
   ad oggi, non sono state rese note le risultanze della visita ispettiva nonostante le richieste in tal senso avanzate anche dal presidente del tribunale di sorveglianza di avere copia delle conclusioni in essa contenute, né sono state rese note le determinazioni che l'amministrazione penitenziaria intende assumere nei confronti del direttore di tale struttura carceraria –:
   se il Ministro sia a conoscenza dell'esito della visita ispettiva di cui sopra e quali azioni intenda intraprendere nei confronti del direttore del carcere di Campobasso qualora le risultanze fossero negative così come porterebbero a ipotizzare le continue segnalazioni di gravi irregolarità relative alla gestione della struttura. (4-07961)


   COLLETTI. — Al Ministro della giustizia. — Per sapere – premesso che:
   nel 2009 il Governo di centrodestra guidato da Silvio Berlusconi rese reato l'ingresso e il soggiorno illegali in Italia di persone straniere non comunitarie, punendolo sia con una pena detentiva (successivamente dichiarata incostituzionale) con un'ammenda da 5 mila a 10 mila euro o l'espulsione;
   tale reato si è rivelato in realtà oltremodo dannoso in quanto ha ingolfato gli uffici giudiziari costringendo le procure della Repubblica a iscrivere nel registro delle notizie di reato migliaia di immigrati;
   più volte autorevoli esponenti hanno criticato il provvedimento ritenendolo inutile e dannoso, il presidente dell'Associazione nazionale magistrati Rodolfo Maria sabelli al riguardo ha commentato: «Non frena l'immigrazione irregolare. Quanto tale approccio sia inutile e sbagliato ne hanno offerto tragica dimostrazione le stragi consumatesi nel mare di Scicli e di Lampedusa. Non serve una demagogica retorica della sicurezza, ma piuttosto una gestione del fenomeno che punti su efficaci strumenti amministrativi piuttosto che su quelli penali»;
   si dovrebbe in questo senso assicurare la qualità dell'accoglienza e delle strutture, tutelare il diritto all'unità familiare, preparare percorsi di inclusione sociale al raggiungimento della maggiore età, superando le rigidità che connotano l'attuale formulazione dell'articolo 32 del decreto legislativo n. 286 del 1998, e attivare un sistema integrato che preveda l'elaborazione di protocolli comuni fra tutte le istituzioni coinvolte –:
   se il Ministro interrogato sia a conoscenza dei fatti esposti in premessa;
   se il Ministro sia a conoscenza del numero di processi per clandestinità iniziati dal 2010 ad oggi divisi per anno;
   se il Ministro sia a conoscenza del numero di sanzioni comminate e di quanti fondi siano stati effettivamente recuperati dal 2010 ad oggi divisi per anno;
   se il Ministro sia a conoscenza del costo dei difensori d'ufficio con il patrocinio a spese dello Stato dal 2010 ad oggi divisi per anno. (4-07964)


   VILLAROSA. — Al Ministro della giustizia. — Per sapere – premesso che:
   presso il Ministero della giustizia, Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria, è istituito il Servizio di vigilanza sull'igiene e la sicurezza dell'amministrazione della giustizia (VISAG) che ha il compito di vigilare sull'applicazione della legislazione che tutela la sicurezza e la salute dei lavoratori nei rispettivi posti di lavoro;
   il Servizio si articola in un ufficio centrale e in nuclei territoriali istituiti presso i provveditorati regionali dell'amministrazione penitenziaria;
   il SiPPe (Sindacato di polizia penitenziaria) ha più volte interpellato il VISAG in merito alla presenza, all'interno di diversi istituti penitenziari della penisola, di materiale in cemento amianto potenzialmente dannoso per la salute umana. Infatti, nel 2013, dopo le denunce del predetto sindacato era stata accertata la presenza del pericoloso materiale nel carcere di Voghera;
   nello stesso anno 2013, il sottoscritto firmatario di questo atto di sindacato ispettivo, durante una visita ispettiva al carcere di Messina Gazzi, ha notato la presenza di un capannone, con una copertura di circa 250 metri quadrati in eternit, in prossimità di uno dei muri esterni della struttura carceraria, quindi, molto vicino anche alle abitazioni dei cittadini residenti nelle vicinanze del carcere;
   la presenza di materiale in cemento amianto è stata riscontrata anche nel carcere di Palermo Ucciardone e, a tal riguardo, il SiPPe e l'Associazione diritti e tutele hanno presentato un esposto alla procura della Repubblica di Palermo;
   nonostante il compito di vigilanza sull'igiene e la sicurezza competa principalmente al VISAG mediante l'attività di monitoraggio ed acquisizione degli elementi di conoscenza in ordine allo stato degli ambienti di lavoro giudiziari e penitenziari, al fine anche di disporre indicazioni utili alla prevenzione e la tutela dei lavoratori, oltre che per garantire il miglioramento dei livelli di sicurezza, nella maggior parte dei casi, è stato possibile rintracciare la presenza di materiale in cemento amianto, all'interno di diversi istituti penitenziari, grazie alla costante vigilanza dei sindacati e delle associazioni dei lavoratori –:
   sulla base delle rilevazioni effettuate dai sindacati ed in riferimento ai compiti specifici che dovrebbe svolgere il VISAG, se detto ufficio abbia mai eseguito una mappatura degli istituti, servizi penitenziari e uffici giudiziari, che ancora oggi sono interessati dalla presenza di materiali in cemento amianto;
   quale sia la quantità di fibre di amianto presenti ed accertate per ciascun istituto;
   quali siano le eventuali misure già adottate per le relative operazioni di bonifica;
   quali siano i tempi previsti per la conclusione delle procedure di bonifica. (4-07965)

INFRASTRUTTURE E TRASPORTI

Interrogazioni a risposta in Commissione:


   NICOLA BIANCHI, DE LORENZIS, LIUZZI, PETRAROLI e PAOLO NICOLÒ ROMANO. — Al Ministro delle infrastrutture e dei trasporti. — Per sapere – premesso che:
   la continuità territoriale è uno strumento che, inserendosi nel quadro generale di garanzia di uguaglianza sostanziale dei cittadini e di coesione di natura economica e sociale, promosso in sede europea, ha lo scopo di garantire a tutti i cittadini la possibilità di spostarsi nel territorio nazionale o comunitario con condizioni economiche e qualitative uniformi;
   la continuità territoriale aerea da e per la Sardegna, per quanto riguarda le rotte maggiori, comprende i voli tra gli aeroporti sardi di Cagliari, Alghero e Olbia e gli scali di Roma Fiumicino e Milano Linate, garantiti a tariffe agevolate;
   secondo il regime di continuità territoriale in vigore dal 27 ottobre 2013, la tariffa onerata agevolata unica per tutti i passeggeri (residenti, categorie equiparate ai residenti e non residenti) prevista durante il periodo invernale, dal 16 settembre al 14 giugno, non può essere superiore, per ciascuna tratta, a 45 euro per i collegamenti con Roma e a 55 euro per i voli per Milano;
   nella stagione estiva, invece, usufruiscono delle tariffe agevolate i residenti e le categorie equiparate, ossia disabili (di qualsiasi nazionalità o residenza), studenti universitari fino al 27mo anno di età (di qualsiasi nazionalità o residenza), bambini e giovani dai 2 ai 21 anni (di qualsiasi nazionalità o residenza) e gli anziani al di sopra dei 70 anni (di qualsiasi nazionalità o residenza). Ai passeggeri non residenti e a quelli non appartenenti alle categorie equiparate, invece, si applicano tariffe ad articolazione libera la cui media non può superare il doppio della tariffa agevolata con un tetto massimo, comunque, non superiore al triplo della tariffa agevolata stessa;
   alle tariffe, per ottenere il prezzo totale, si sommano i costi aeroportuali, che sono diversi a seconda dello scalo, e gli oneri. Il prezzo finale del biglietto pagato dal passeggero, nella maggior parte dei casi, risulta essere pari a circa il doppio della tariffa agevolata o ancora più alto;
   a causa dell'elevatissimo costo totale dei biglietti, pertanto, i benefici derivanti dall'applicazione del regime di continuità territoriale vengono a mancare, ravvisandosi anche, ad avviso degli interroganti, una forte compromissione per i cittadini sardi del diritto alla mobilità sancito dalla Costituzione –:
   se il Ministro interrogato non ritenga di dover adottare iniziative, per quanto di competenza e d'intesa con la regione autonoma della Sardegna, affinché la possibilità per i cittadini sardi di spostarsi sul territorio nazionale con condizioni economiche e qualitative uniformi non sia inficiata dall'imposizione di tasse aeroportuali sempre più alte. (5-04707)


   FRUSONE. — Al Ministro delle infrastrutture e dei trasporti. — Per sapere – premesso che:
   la società Eni Acqua Campania gestisce l'acquedotto della Campania occidentale. Per far fronte ad una grave emergenza idrica della città di Napoli, nel 1993 stipulò una convenzione con il comune di Cassino, sito nella regione Lazio in provincia di Frosinone;
   suddetto comune dispone di uno dei bacini idrici sotterranei più ricchi d'Europa, ossia le sorgenti del Gari;
   secondo l'accordo iniziale, la società doveva captare, attraverso la costruzione di sei impianti, 2700 litri d'acqua al secondo a fronte di opere compensative commisurate, in quanto a valore economico, alle cifre dell'ammanco ufficiale di acqua;
   nel 2005 la procura di Cassino inizia delle verifiche e attraverso dei sopralluoghi effettuati dalla polizia giudiziaria, sezione carabinieri, scopre che in realtà, la capacità di captazione per ciascuna pompa, poteva arrivare sino a 1500 litri al secondo, novemila litri al secondo complessivi;
   da quanto si apprende da un articolo pubblicato su Il Messaggero del 22 ottobre 2005, «la Procura non ha avuto remore nell'aprire un fascicolo penale per furto aggravato. Secondo stime attendibili, dal 1993 ad oggi, invece dei tremila litri al secondo che la città di Cassino avrebbe dovuto fornire, secondo la convenzione, a Eni Acqua Campania, ne sarebbero stati incanalati in condotta più di settemila. Un gap di quattromila litri al secondo che, nell'arco dei dodici anni trascorsi, avrebbe provocato alla città ed alle casse del Comune un danno incalcolabile»;
   da quanto riferito dalla regione Lazio a seguito di un accesso agli atti prot. 15239, la convenzione succitata non è in loro possesso facendo presente che «l'allora Ministero dei Lavori Pubblici, titolare del rilascio delle concessioni di grande derivazione, in attuazione del decreto legislativo n. 112 del 31 marzo 1998 non ha trasferito alla regione Lazio alcuna documentazione riguardante la suddetta derivazione» –:
   se i fatti elencati in premessa corrispondano al vero;
   se il Ministro interrogato intenda rendere disponibile alla regione Lazio e possibilmente anche al comune di Cassino, la convenzione stipulata e tutta la documentazione riguardante la suddetta derivazione, al fine anche di garantire la massima trasparenza su una questione su cui gli stessi cittadini di Cassino, vorrebbero chiarezza. (5-04722)


   VALLASCAS, NICOLA BIANCHI, CRIPPA, FANTINATI, DELLA VALLE e DA VILLA. — Al Ministro delle infrastrutture e dei trasporti, al Ministro dello sviluppo economico, al Ministro dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare. — Per sapere – premesso che:
   con decreto 1o dicembre 2014 del Ministero dello sviluppo economico, di concerto con il Ministero dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare, viene riconosciuta l'ammissibilità della proposta «Realizzazione della nuova flotta di treni Alta Velocità NTV – Italo» al meccanismo dei certificati bianchi come grande progetto, ai sensi dell'articolo 8 del decreto ministeriale 28 dicembre 2012, in quanto, secondo il decreto, si configurerebbe come intervento di efficientamento energetico a carattere infrastrutturale realizzato nel settore dei trasporti;
   secondo quanto anticipato dall'edizione digitale del Corriere della Sera del 17 gennaio 2015, il nuovo treno veloce della Alstom, che già compone la flotta di Nuovo trasporto viaggiatori (Ntv), potrebbe garantire al gruppo ferroviario privato fino a 20 milioni di euro l'anno, grazie agli incentivi erogati a fronte delle migliori prestazioni in fatto di efficienza energetica e di ridotte emissioni;
   il reale introito derivante dall'incentivo ottenuto risulterebbe, però, difficile da definire ex ante in quanto i certificati bianchi vengono negoziati sul mercato e il loro valore è strettamente legato alle oscillazioni derivanti da domanda e offerta;
   i certificati bianchi dovrebbero essere erogati a Italo per almeno quattro anni;
   con la delibera n. 70 del 31 ottobre 2014, pubblicata il successivo 5 novembre, in materia di «Regolazione dell'accesso equo e non discriminatorio alle infrastruttura ferroviarie», l'Autorità di regolazione dei trasporti, nell'accogliere il ricalcolo, secondo le stime per l'anno 2015, del gestore infrastrutturale della rete ferroviaria (GI), ha prescritto al gestore stesso l'adozione del nuovo pedaggio unitario relativo all'accesso alle tratte della rete Alta velocità/Alta capacità (AV/AC) nella misura del 37 per cento in meno rispetto agli anni precedenti (da 12,81 euro/chilometro a 8,2 euro/chilometro);
   Ntv, come riportato dagli organi di stampa in più occasioni, sembrerebbe abbia attraversato un 2014 estremamente difficile dal punto di vista finanziario, in misura tale da dover ricorrere a una ricapitalizzazione per 50 milioni di euro e un piano industriale che prevederebbe un taglio del 25 per cento degli assunti;
   nel luglio 2014, inoltre, il presidente di Ntv, Antonello Perricone, dichiarava all'Adn Kronos, riferendosi al cosiddetto «decreto competitività» (decreto-legge 24 giugno 2014, n. 91, successivamente convertito con modificazioni nella legge 11 agosto 2014, n. 116), che avrebbe apportato dei tagli alle agevolazioni tariffarie sull'energia elettrica acquistata dalla rete ferroviaria: «Caricare su Ntv, così come prevede il decreto – spiega Perricone –, un costo di circa 20 milioni di euro annui per i maggiori oneri della bolletta elettrica, significa cambiare, in corsa e in peggio, le regole del gioco e aprire le porte al ritorno di una situazione di monopolio»;
   il costo del meccanismo dei certificati bianchi o titoli di efficienza energetica, come noto, si ripartisce sulla tariffa elettrica e gas attraverso le voci Uc7 per quella elettrica e Re per il gas e corrisponde a circa 800 milioni di euro l'anno –:
   quali iniziative intenda adottare per evitare che siano i cittadini, attraverso un rincaro delle tariffe elettrica o del gas, a pagare i maggiori oneri derivanti dai progetti di efficienza energetica che non apportano vantaggi all'intera platea dei consumatori;
   se vi siano delle stime sull'incidenza dei certificati bianchi riconosciuti al progetto «Realizzazione della nuova flotta di treni Alta Velocità NTV – Italo» nella determinazione del valore delle tariffe energetiche e del gas;
   se vi sia una correlazione tra il valore della diminuzione delle bollette per le piccole e medie imprese e il valore dell'incasso dalla vendita dei titoli di efficienza energetica, in considerazione del fatto che la qualità economica dei due valori è la medesima;
   se non ritenga che i provvedimenti esposti in premessa possano configurarsi aiuto di Stato nei confronti della società Nuovo trasporto viaggiatori (Ntv).
(5-04741)


   PIAZZONI e LAVAGNO. — Al Ministro delle infrastrutture e dei trasporti. — Per sapere – premesso che:
   l'articolo 29, comma 1-quater, del decreto-legge n. 207 del 2008 ha ampliato, attraverso alcune novelle alla legge n. 21 del 1992, gli obblighi a carico degli esercenti del servizio di noleggio con conducente (NCC) ed ha introdotto alcune limitazioni allo svolgimento del servizio stesso, prevedendo, tra le altre cose, una preventiva autocertificazione per l'accesso nel territorio di altri comuni e nuove modalità per il rilascio delle licenze e delle autorizzazioni, con obbligatoria disponibilità, in base a valido titolo giuridico, di una sede, di una rimessa o di un pontile situati nel territorio del comune che ha rilasciato l'autorizzazione;
   l'operatività della disciplina è stata subito sospesa con l'articolo 7-bis del decreto-legge n. 5 del 2009, in quanto in palese violazione della disciplina costituzionale e comunitaria, ed in dispregio ai principi di ragionevolezza, parità di trattamento e di libertà di esercizio dell'impresa, nonché per la significativa limitazione della libertà di concorrenza nel settore che la sua applicazione avrebbe comportato;
   successivamente l'articolo 2, comma 3 del decreto-legge n. 40 del 2010 ha previsto l'emanazione di un decreto del Ministro delle infrastrutture e dei trasporti, di concerto con il Ministro dello sviluppo economico, previa intesa con la Conferenza unificata, per la rideterminazione dei principi fondamentali di cui alla legge n. 21 del 1992 (relativa alla disciplina dei servizi di autotrasporto pubblico non di linea), allo scopo di contrastare l'esercizio abusivo delle attività di taxi e di noleggio con conducente e di assicurare omogeneità di applicazione di tale disciplina in ambito nazionale; a tale decreto è stato quindi rimessa anche l'attuazione delle disposizioni in materia di noleggio con conducente contenute nel decreto-legge n. 207 del 2008 sopra richiamate;
   il termine per l'emanazione del decreto è stato più volte differito, da ultimo (articolo 8, comma 1 del decreto-legge n. 192 del 2014) al 31 dicembre 2015;
   in attesa dell'emanazione del decreto, si deve ritenere ancora vigente la disciplina in materia di NCC recata dalla legge n. 21 del 1992 precedentemente alle modifiche del decreto-legge n. 207 del 2008 e caratterizzata da minori vincoli per l'esercizio dell'attività;
   nonostante ciò, le amministrazioni pubbliche locali, tra cui quelle di Roma e Milano, periodicamente adottano provvedimenti che introducono barriere all'esercizio dell'attività NCC. Tuttavia, a seguito di ricorso di singoli ed organizzazioni ai tribunali amministrativi, pronunce di questi ultimi sistematicamente annullano i provvedimenti adottati dalle varie amministrazione riferiti a revoche di autorizzazioni NCC fondate sui principi dettati dal suddetto comma 1-quater dell'articolo 29 del decreto-legge n. 207 del 2008;
   rientra nel contesto sopra segnalato la delibera n. 379 del 2014 del comune di Roma che subordina l'accesso nel territorio di Roma Capitale alla previa comunicazione di una serie di dati per ogni singolo servizio solo ai titolari di autorizzazioni NCC rilasciate da altri comuni. La delibera in questione sta creando ingenti danni all'intero settore e soprattutto alle oltre 6000 imprese che insistono nel territorio di Roma;
   la delibera peraltro richiama la legge della regione Lazio n. 58 del 1993, la cui disciplina restrittiva nei confronti degli operatori NCC (i quali non possono svolgere il servizio al di fuori del comune che ha rilasciato l'autorizzazione) non può però essere ritenuta prevalente sulla disciplina nazionale (come stabilito dalla Corte Costituzionale con la sentenza n. 264 del 2013 nei confronti dell'analoga disciplina stabilita dall'articolo 6 della legge regionale del Molise n. 25 del 2012);
   di fatto, la situazione descritta, caratterizzata da forte confusione interpretativa delle norme vigenti e da una perdurante condizione d'incertezza, aggravata dai citati atti restrittivi verso l'attività NCC posti in essere dalle amministrazioni locali, provoca notevoli disagi e pregiudizi per un settore produttivo che vede impegnati su tutto il territorio nazionale migliaia di imprese e lavoratori (oltre 80.000 imprese titolari di autorizzazioni NCC, con circa 200.000 addetti), rischiando altresì di provocare un aggravamento del contenzioso che si è nel frattempo generato tra amministrazioni comunali, gli operatori e le associazioni di categoria. Non si può non considerare come le carenze evidenziate portino inevitabilmente all'insorgere di altre problematiche legate all'applicazione differenziata della normativa da parte delle varie realtà territoriali coinvolte;
   occorre segnalare inoltre come la seconda sezione ter del TAR del Lazio, con ordinanza n. 02113/2011, visto l'articolo 267 del TFUE, abbia disposto la remissione alla Corte di giustizia dell'Unione europea delle questioni d'interpretazione della normativa italiana, ravvisando, nel caso in cui uno Stato renda più sfavorevole la condizione degli operatori di altri Paesi membri rispetto ai propri, la violazione dell'articolo 92 del TFUE;
   il servizio di noleggio con conducente è infatti un servizio pubblico non di linea che ha ad oggetto il trasporto collettivo o individuale di persone, con funzione complementare e integrativa dei trasporti pubblici di linea, e gli Stati membri sono obbligati a perseguire gli obiettivi stabiliti dall'articolo 90 del TFUE, al fine di contribuire alla realizzazione di un mercato interno caratterizzato dall'eliminazione degli ostacoli alla libera circolazione delle merci, delle persone, dei servizi e dei capitali, nonché di un regime che garantisca la concorrenza;
   rilevante appare altresì il procedimento EU Pilot 623/09/TREN, avente ad oggetto «Requisiti posti dalla legislazione della Repubblica italiana per l'esercizio dell'attività di noleggio auto con conducente», con il quale la Commissione europea-direzione generale dell'energia e dei trasporti ha chiesto informazioni alle autorità italiane in ordine all'attuale tenore del citato articolo 29, comma 1-quater, nonché in ordine alle motivazioni sulla base delle quali sono state introdotte le condizioni e le limitazioni all'esercizio dell'attività di cui trattasi, ed in esso contenute, avuto riferimento ai requisiti di non discriminazione, necessità, idoneità e proporzionalità richiesti dalla costante giurisprudenza della Corte di giustizia –:
   quali iniziative di carattere urgente, per quanto di competenza, intenda intraprendere il Ministro interrogato e se non intenda assumere iniziative per rivedere le disposizioni di cui all'articolo 29, comma 1-quater, del decreto-legge n. 207 del 2008, nel quadro di una più complessiva riforma della disciplina dei servizi pubblici non di linea recata dalla legge n. 21 del 1992, anche alla luce delle più recenti evoluzioni tecnologiche. (5-04742)

Interrogazioni a risposta scritta:


   CRISTIAN IANNUZZI, MASSIMILIANO BERNINI, FRUSONE, GRANDE e RIZZO. — Al Ministro delle infrastrutture e dei trasporti. — Per sapere – premesso che:
   l'articolo 36 del codice della strada prescrive che i comuni sopra i trentamila abitanti redigano obbligatoriamente un piano urbano del traffico, e che lo aggiornino poi successivamente ogni due anni, al fine di ottenere il miglioramento delle condizioni di circolazione e della sicurezza stradale, la riduzione degli inquinamenti acustico ed atmosferico ed il risparmio energetico, in accordo con gli strumenti urbanistici vigenti e con i piani di trasporto e nel rispetto dei valori ambientali;
   nell'ambito degli strumenti a disposizione al fine di ottenere i predetti obiettivi, il piano urbano del traffico può prevedere l'istituzione di una zona a traffico limitato, consentendo l'accesso all'interno di tale area solo a determinate categorie di veicoli, per un periodo limitato di tempo e dietro pagamento di una tariffa;
   affinché tale ultima misura (adozione di una tariffa per l'accesso) venga adottata legittimamente, la legge prevede che l'ente locale attesti in un apposito paragrafo della relazione di accompagnamento al piano urbano del traffico che l'adozione di tale provvedimento si renda necessaria ai fini del conseguimento del piano urbano del traffico;
   queste brevi premesse normative sono necessarie al fine di comprendere l'illegittimità dell'adozione da parte del comune di Rieti di una zona a traffico limitato in contrasto con le norme appena richiamate;
   il comune di Rieti ha infatti approvato il piano urbano del traffico nel lontano 1988 (sulla base, peraltro, di un incarico conferito nel 1984 e ultimato nel 1986) e da allora non lo ha più aggiornato;
   ciò nonostante, nel 2002, ha istituito una zona a traffico limitato senza specificare le ragioni che ne giustificassero l'introduzione, atteso il fatto che non è mai stata redatta la relazione tecnica di accompagnamento al piano urbano del traffico, all'interno della quale il comune avrebbe dovuto dar conto di tali motivazioni;
   di tale mancanza se ne è avuta conferma in alcune sentenze del giudice di pace di Rieti (da ultimo, la sentenza n. 279/14 del 27 ottobre 2014), che hanno annullato le sanzioni derivanti dall'accesso nella zona a traffico limitato della città senza il relativo permesso, in ragione dell'assenza della dovuta relazione tecnica di accompagnamento al piano urbano del traffico;
   ad avviso degli interroganti si rende opportuno, in considerazione della perdurante inerzia del comune di Rieti, sanzionata anche dall'autorità giudiziaria, un intervento ministeriale in ossequio ai suoi poteri sostitutivi previsti dall'articolo 36 del codice della strada –:
   se sia a conoscenza dei fatti sopra riportati;
   quali iniziative intenda adottare al fine di porre fine alle irregolarità denunciate in premessa, e in particolare se sussistano i presupposti per aggiornare d'ufficio, ai sensi dell'articolo 36 del codice della strada, il piano urbano del traffico nel comune di Rieti. (4-07889)


   COZZOLINO, LIUZZI, DA VILLA, BENEDETTI, DE LORENZIS, D'INCÀ e BRUGNEROTTO. — Al Ministro delle infrastrutture e dei trasporti. — Per sapere – premesso che:
   le condizioni di maltempo verificatesi nella prima settimana del mese di febbraio e la conseguente alta marea che ha investito la città di Venezia hanno provocato l'allagamento della galleria dei cassoni di Malmocco del Mose, provocando danni ingenti;
   la vicenda ha riportato alla luce tutti i dubbi in merito alla funzionalità e all'efficienza del Mose in condizioni meteorologiche fortemente avverse con forti raffiche di vento e marea al di sopra dei 110 centimetri. Dubbi che erano stati sollevati in uno studio tecnico commissionato nel 2008 dal comune di Venezia alla società Principia, rilievi ai quali non è mai stata data risposta nel merito;
   da ultimo il comitato Ambiente Venezia ha consegnato una lettera ai commissari del Consorzio Venezia Nuova chiedendo un confronto pubblico sulle criticità del Mose al fine di appurare se l'opera sia davvero in grado di proteggere la città di Venezia anche in condizioni meteorologiche fortemente avverse
   quali iniziative intenda adottare il Ministro interrogato, in relazione ai fatti riportati in premessa, al fine di accertare l'efficacia e la funzionalità del Mose anche in condizioni di forte maltempo e di marea estremamente elevata. (4-07894)


   PALAZZOTTO. — Al Ministro delle infrastrutture e dei trasporti. — Per sapere – premesso che:
   da alcuni giornali online siciliani apprendiamo che Ferrovie dello Stato avrebbe deciso di cancellare di fatto i treni che collegano la Sicilia al continente a partire dal prossimo 13 giugno 2015;
   tale decisione sarebbe stata confermata dal management delle Ferrovie dello Stato durante il confronto con le organizzazioni sindacali che si è tenuto a Roma il 2 febbraio 2015, con la comunicazione che il Ministero dal 23 dicembre scorso avrebbe provveduto al taglio del finanziamento di 46 milioni di euro previsto per l'attraversamento dello Stretto;
   inizialmente i treni che collegavano la Sicilia con il resto del Paese erano 14 e con il tempo sono stati ridotti a 5 (tre diurni e due notturni), per arrivare all'ultimo taglio previsto da Ferrovie dello Stato che manterrebbe un solo treno notturno e uno solo traghetto dei due attualmente in servizio sullo Stretto;
   la continuità territoriale della Sicilia con il resto del Paese viene quindi negata e sacrificata per meri calcoli economici, scaricando i costi e i disagi sui cittadini siciliani che saranno costretti a sbarcare dal treno con tutti i bagagli, traghettare a piedi per risalire sul treno a Villa San Giovanni e ripetere il percorso inverso quando dalla Calabria si dovrà raggiungere la Sicilia;
   le organizzazioni sindacali inoltre stimano che con questa compressione del servizio si registrano 102 esuberi soltanto nel settore navigazione e la fine degli imbarchi periodici per circa 70 precari che ruotano nella flotta di Stato con contratto a tempo determinato. Con le ricadute sulla manovra, manutenzione e personale mobile di ferrovie, aggiunte al personale dell'indotto, la perdita dei posti di lavoro si attesterebbe intorno alle 700 unità;
   a parere dell'interrogante se ci fosse realmente un disinvestimento da parte dello Stato e delle Ferrovie sulla continuità territoriale sarebbe un fatto gravissimo –:
   se corrisponda al vero la notizia che il Ministero delle infrastrutture e dei trasporti dal 23 dicembre 2014 ha provveduto al taglio del finanziamento di 46 milioni di euro previsto per l'attraversamento dello stretto;
   se il Ministro non intenda intervenire immediatamente per garantire la continuità territoriale tra la Sicilia e il resto del Paese con un numero adeguato di treni e traghetti per l'attraversamento dello stretto, evitando ulteriori disagi e aumento dei costi ai passeggeri costretti ad attraversare lo stretto con mezzi alternativi;
   se il Ministro non intenda intervenire immediatamente per evitare la pesante ricaduta occupazionale che avrebbe sui lavoratori e le lavoratrici siciliani il piano di riduzione dei treni da e per la Sicilia, stimata dalle organizzazioni sindacali intorno alle 700 unità, indotto incluso. (4-07921)


   VARGIU. — Al Ministro delle infrastrutture e dei trasporti. — Per sapere – premesso che:
   il sito ufficiale di Trenitalia presenta in data 11 febbraio 2015 una sezione «new, ricerca rapida» che rimanda ad una rappresentazione iconografica dell'Italia nella quale sono omesse Sicilia e Sardegna;
   l'assenza delle due isole italiane parrebbe a prima vista giustificata dalla mancata copertura del territorio delle due regioni da parte dell'offerta ferroviaria ad alta velocità;
   tale interpretazione appare tuttavia assai poco convincente, mentre l'assenza fisica delle due isole nella carta del sito dell'azienda che garantisce il servizio ferroviario nel Paese e che rappresenta uno dei maggiori punti di riferimento per il traffico turistico, arreca un immenso danno di immagine sia alla Sicilia che alla Sardegna;
   tale assenza appare del tutto paradigmatica dell'attuale desertificazione del servizio ferroviario in Sardegna ed appare pertanto doveroso quanto meno che Trenitalia abbia il coraggio di dare rappresentazione iconografica a tale sostanziale deficit di copertura;
   l'utilizzo nel sito di Trenitalia di una cartina geografica che elide la Sardegna appare peraltro paradigmatica dell'atteggiamento complessivamente rinunciatario di Trenitalia che non sembra intenzionata a fare nell'Isola gli investimenti indispensabili per affrontare l'attuale, gravissimo ritardo infrastrutturale nei trasporti su rotaia;
   l'atteggiamento di preclusione nei confronti della Sardegna da parte di Trenitalia rischia di essere la cartina di tornasole di un più generale abbandono da parte dello Stato italiano dell'attività di infrastrutturazione della regione Sardegna, indispensabile per consentire all'Isola di superare gli attuali gap, garantendo ai cittadini sardi pari opportunità sociali ed economiche rispetto a tutti gli altri cittadini italiani;
   i cittadini e le istituzioni sarde non chiedono privilegi, né tutele straordinarie, ma rivendicano diritti di cittadinanza pari a quelli del resto d'Italia, che consentano condizioni di sviluppo basate sulla reale capacità di competere, in condizioni paritarie –:
   quali iniziative intenda intraprendere – per quanto di propria competenza – per sollecitare Trenitalia a rettificare tempestivamente sul proprio sito web la cartina geografica dell'Italia monca delle isole ed in generale per garantire un'azione di infrastrutturazione trasportistica ferroviaria in Sardegna, di cui la regione ha urgente bisogno al fine di avere pari opportunità di sviluppo economico rispetto alle altre regioni italiane. (4-07929)


   MELILLA. — Al Ministro delle infrastrutture e dei trasporti. — Per sapere – premesso che:
   i biglietti sulle Frecce Bianche adriatiche costano 0,13 euro per ogni chilometro di percorrenza, lo stesso prezzo pagato dai viaggiatori che utilizzano i molto più prestigiosi servizi offerti dalle Frecce Rosse sull'Alta velocità;
   l'Autorità antitrust ha accolto la segnalazione della Federconsumatori Abruzzo per l'alto costo dei biglietti lungo la direttrice Adriatica e annunciato che andrà a verifica del caso;
   in una nota la Federconsumatori Abruzzo denuncia il comportamento di Trenitalia che costringe i viaggiatori delle Frecce Bianche in circolazione lungo la linea Adriatica a pagare prezzi molto cari per servizi considerati inadeguati;
   a loro avviso Trenitalia costringe i cittadini adriatici a pagare il biglietto come se viaggiassero con l'Alta velocità, quando la velocità delle Frecce Bianche in circolazione sull'Adriatica è meno della metà di quella offerta sulla vera linea ad Alta velocità;
   eppure la direttiva del Presidente del Consiglio dei ministri del 30 dicembre 1998 chiarisce in modo inconfutabile che «i soggetti erogatori – del servizio ferroviario – devono garantire pari trattamento, a parità di condizioni del servizio prestato, fra le diverse aree geografiche di utenza» –:
   se non intenda verificare, anche in qualità di azionista, che Trenitalia, il soggetto erogatore del servizio, rispetti la direttiva del Consiglio dei ministri del 30 dicembre 1998 garantendo parità di trattamento tra le diverse aree geografiche del territorio. (4-07938)


   REALACCI. — Al Ministro delle infrastrutture e dei trasporti, al Ministro dei beni e delle attività culturali e del turismo. — Per sapere – premesso che:
   in data 30 luglio 2014 è stata pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale n. 175 la legge 106 del 29 luglio 2014 di conversione del decreto-legge n. 83 del 31 maggio 2015 recante «Disposizioni urgenti per la tutela del patrimonio culturale, per lo sviluppo della cultura ed il rilancio del turismo».
   all'articolo 11 della legge 106 del 2014 sono previste «Norme urgenti in materia di mobilità, accoglienza e guide turistiche» con la finalità di promuovere un turismo sostenibile capace di coniugare la tutela e fruizione dei beni storici, la valorizzazione del patrimonio pubblico e lo sviluppo sostenibile delle aree interne e del Sud del Paese;
   il comma 1 dell'articolo 11 si prevede che «il Ministero delle infrastrutture e dei trasporti, d'intesa con il Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo e con la Conferenza permanente per i rapporti tra lo Stato, le regioni e le province autonome di Trento e di Bolzano, entro 180 giorni dalla data di entrata in vigore del presente decreto, redige e adotta il piano straordinario della mobilità turistica. Tale piano favorisce la fruibilità del patrimonio culturale con particolare attenzione alle destinazioni minori, al Sud Italia e alle aree interne del Paese»;
   sempre allo stesso articolo 11, il comma 3 chiede di privilegiare «la realizzazione di percorsi pedonali, ciclabili, equestri, mototuristici, fluviali e ferroviari, le case cantoniere, i caselli e le stazioni ferroviarie o marittime, le fortificazioni e i fari, nonché ulteriori immobili di appartenenza pubblica non utilizzati o non utilizzabili a scopi istituzionali, possono essere concessi in uso gratuito, con acquisizione delle eventuali migliorie, senza corresponsione di alcun corrispettivo, al momento della restituzione del bene, mediante procedura ad evidenza pubblica nella quale sia riconosciuta adeguata rilevanza agli elementi di sostenibilità ambientale, efficienza energetica e valutazione dell'opportunità turistica, a imprese, cooperative e associazioni»;
   va sottolineato che anche in Italia sta crescendo un'offerta turistica e sperimentazioni nel campo della mobilità dolce, che privilegia percorsi a piedi, storici e naturalistici, ferrovie turistiche su ferrovie locali, ciclovie ed itinerari in bicicletta, coniugati alla fruizione dei beni storici, del paesaggio e dei prodotti di qualità della tradizione enogastronomica italiana, in particolare nelle aree interne del Paese;
   il piano straordinario per la mobilità turistica, previsto all'articolo 11, comma 1 della legge 106 del 2014 deve essere redatto ed adottato entro 180 giorni dall'entrata in vigore della norma avvenuta il 31 luglio 2014 e quindi con scadenza fissata al 31 gennaio 2015;
   ma alla data odierna, scaduti i termini, il Piano straordinario per la mobilità turistica non è stato adottato e non risulterebbe nemmeno conclusa la sua elaborazione –:
   quale sia lo stato attuale della redazione ed adozione del piano straordinario per la mobilità turistica;
   quali siano i tempi previsti per la conclusione della redazione e della successione adozione del piano, considerata l'importanza di avere uno strumento innovativo a sostegno del rilancio del turismo, della tutela del patrimonio culturale e del paesaggio, in coerenza con spostamenti a basso impatto ambientale.
(4-07939)


   TERZONI, CECCONI, MANNINO, BUSTO, DAGA, ZOLEZZI, MICILLO e DE ROSA. — Al Ministro delle infrastrutture e dei trasporti, al Ministro del lavoro e delle politiche sociali, al Ministro dello sviluppo economico. — Per sapere – premesso che:
   da fonti stampa si apprende che il deposito locomotive della stazione di Fabriano, in provincia di Ancona, è a forte rischio di ridimensionamento;
   questa officina è stata sempre considerata strategica e punto nevralgico delle tratte Ancona–Roma con servizio Fabriano–Civitanova, Fabriano–Pergola e Fabriano–Ancona–Porto d'Ascoli, che da sempre ha svolto diverse attività manutentive, dalle revisioni cicliche dei rotabili alle più sofisticate operazioni riguardanti gli organi più complessi delle locomotive diesel;
   nel deposito locomotive lavorano 20 persone dipendenti di Trenitalia che però diventano una trentina se si tiene conto degli addetti di due ditte appaltatrici che svolgono mansioni di pulizia e di servizi accessori;
   questi lavoratori dell'impianto di manutenzione hanno svolto nel tempo i propri, incarichi con serietà, competenza e responsabilità. Nonostante tutto, l'arrivo di nuovi treni diesel determinerà una riduzione delle ore lavorative previste, cosicché ci sarà una diminuzione notevole degli operatori presenti nell'impianto di appartenenza;
   appare ovvio che alla riduzione di ore seguiranno, come conseguenze, la chiusura definitiva del deposito ferroviario e il trasferimento delle lavorazioni in altri siti di Trenitalia;
   la problematica del sito era emersa già più di un anno fa e nel corso di un incontro svoltosi recentemente presso la direzione del trasporto regionale Marche, alle organizzazioni sindacali di settore è stato prospettato un ulteriore ridimensionamento della struttura a fine anno;
   nei prossimi giorni su richiesta dei sindacati si svolgerà un incontro con l'assessore regionale Viventi il sindaco di Fabriano Sagramola per discutere del futuro del polo manutentivo di Fabriano;
   in ambito di trasporti ferroviari la regione Marche è fortemente penalizzata soprattutto nei collegamenti delle zone interne con i capoluoghi di provincia quali Urbino, Macerata e Ascoli Piceno sedi oltretutto di importanti poli universitari e località fortemente vocate al turismo;
   il piano di ridimensionamento delle officine si affianca ad altri interventi sulle tratte dell'entroterra che hanno provocato una riduzione del numero di convogli sulla tratta Fabriano–Civitanova e l'interruzione della tratta Fabriano–Pergola a causa di eventi calamitosi ormai dal 13 novembre del 2013;
   la situazione delle officine di Trenitalia rischia di attivare un «effetto cascata» che andrebbe ad aggravare la già drammatica condizione occupazionale del territorio fabrianese;
   il territorio fabrianese infatti sta vivendo una situazione di profonda crisi economica e sociale che si sta aggravando di anno in anno. Gli ultimi dati riferiti al 2014 parlano di 5.150 disoccupati contro i 3780 del 2012 e i 4270 del 2013. Il 16 per cento dei fabrianesi è senza occupazione con un dato superiore del 4 per cento alla media nazionale e che diventa del 24 per cento se si prende in considerazione come riferimento la fascia di popolazione in età lavorativa;
   secondo l'elaborazione dei dati fatta dai sindacati sulla base dei monitoraggi del centro per l'impiego un fabrianese su due sarebbe o senza occupazione o in cassa integrazione –:
   se i Ministri interrogati siano a conoscenza di quanto descritto;
   quali iniziative di competenza di carattere ordinario e straordinario il Governo intenda mettere in atto per perseguire un'efficiente politica dei trasporti nella regione Marche, in particolare nella zona interna oggi fortemente penalizzata;
   quali iniziative il Governo intenda adottare al fine di effettuare una puntuale ricognizione sullo stato dei lavori di ammodernamento e adeguamento delle infrastrutture nelle Marche, al fine di ripristinare e potenziare l'offerta attuale di mezzi pubblici;
   quali iniziative di competenza il Governo intenda assumere per scongiurare che i predetti ridimensionamenti vengano effettuati e quali iniziative intenda ad ogni modo intraprendere affinché, per il futuro, non siano programmati ulteriori ridimensionamenti del sistema pubblico marchigiano dei trasporti, già segnato, ad avviso degli interroganti, dall'incapacità del governo regionale di gestire le risorse disponibili e dalla mancata copertura dei contributi di esercizio degli esercenti; conseguentemente, se non intenda promuovere, nell'ambito delle proprie competenze, un tavolo istituzionale di confronto tra azienda Trenitalia e regione Marche per affrontare l'urgente necessità del trasporto ferroviario marchigiano, in risposta alle esigenze della popolazione;
   se il Governo non ritenga opportuno intervenire attivando un tavolo tecnico per definire strategie e iniziative in grado di scongiurare l'ulteriore aggravamento della situazione occupazionale del territorio nel caso in cui l'attività di manutenzione dei convogli diesel dovesse essere trasferita nella sede di Ancona. (4-07952)


   MICHELE BORDO e MONGIELLO. — Al Ministro delle infrastrutture e dei trasporti. — Per sapere – premesso che:
   il Ministero delle infrastrutture e dei trasporti è impegnato nella realizzazione della linea ferroviaria ad alta capacità/alta velocità per il collegamento tra Bari e Napoli, parte integrante del più ampio progetto per il potenziamento e la velocizzazione dei collegamenti Bari-Foggia-Napoli-Roma;
   tale progetto è stato inserito nell'elenco delle opere finanziate e da attivare con le procedure semplificate previste dal cosiddetto decreto «Sblocca Italia» così da rendere disponibili 4 dei 6,7 miliardi di euro stanziati;
   il potenziamento delle direttrici ferroviarie fino alla loro qualificazione in termini di alta velocità/alta capacità, quale tassello fondamentale delle Transeuropean Networks – Transport (TEN-T), per quanto attiene al polo ferroviario di Foggia, attendeva una sua definizione fin dalla sottoscrizione, in data 27 luglio 2006, del «Protocollo d'intesa» per la riqualificazione ed il potenziamento dell'itinerario ferroviario Roma-Napoli-Bari, Bretella di Foggia”;
   il territorio della provincia di Foggia ha sempre espresso la sua contrarietà a soluzioni che by-passassero la stazione ferroviaria di Foggia in Piazza di Vittorio Veneto per il traffico passeggeri;
   tale espressione è stata esplicitamente ribadita nelle deliberazioni del 2010 e del 2012 con cui la giunta comunale di Foggia è stata chiamata ad assentire al progetto e a sottoscrivere la relativa convenzione con Rete ferroviaria italiana spa riguardante la riattivazione di una bretella merci realizzata negli anni ’40 per esigenze militari e, successivamente, dismessa;
   il contratto istituzionale di sviluppo (CIS) per la realizzazione della direttrice ferroviaria «Napoli-Bari-Lecce-Taranto», siglato in data 2 agosto 2012, tra il Ministro per la coesione territoriale, il Ministro delle infrastrutture e dei trasporti, la regione Campania, la regione Puglia, la regione Basilicata, Ferrovie dello Stato Italiane spa e Rete ferroviaria italiana spa, alle pagine 54 e seguenti dell'Allegato 2 «Relazioni tecniche», nella descrizione dell'intervento di «Ripristino itinerario merci Napoli-Bari (a Foggia)», inquadra il predetto intervento nei termini seguenti: «L'intervento »ripristino itinerario merci NA-BA (a Foggia)« consiste nel ripristino della bretella di raccordo fra le linee ferroviarie Foggia-Bari e Foggia-Napoli; tale intervento consentirà di non far transitare, sostare e movimentare, all'interno della stazione di Foggia, i treni merci provenienti da Taranto e diretti verso Battipaglia (omissis)» –:
   se risultino variazioni alla programmazione sopra indicata per consentire il transito di treni passeggeri sulla bretella merci citata e, by-passando la stazione di Foggia, ridurre i tempi di percorrenza della tratta Bari-Napoli;
   se Rete Ferroviaria Italiana abbia comunicato la volontà di utilizzare la medesima bretella merci per una coppia di treni che colleghi direttamente Bari a Napoli con l'orario estivo in vigore a giugno 2015. (4-07953)

INTERNO

Interpellanze:


   Il sottoscritto chiede di interpellare il Ministro dell'interno, il Ministro dell'istruzione, dell'università e della ricerca, per sapere – premesso che:
   il prefetto di Roma, con proprio atto (prot. 9808 2015/URPG del 14 gennaio 2015), ha disposto il commissariamento, ai sensi dell'articolo 25 del codice civile, della Fondazione accademia nazionale di danza (FAND), istituto privato fondato da Eugenia Borissenko (in arte Jia Ruskaja) ed eretto ad ente morale con il 14 gennaio 1963 n. 925, nominando al tempo stesso commissario straordinario la dottoressa Giovanna Cassese, la quale è già commissario straordinario dell'Accademia nazionale di danza (AND);
   il commissariamento è stato disposto sulla base dei seguenti presupposti, esplicitati nel documento prefettizio:
    a) la Fondazione è tenuta a realizzare, in coordinamento con l'Accademia nazionale della danza (AND), concorsi, manifestazioni, rassegne ed altre iniziative di produzione artistica; istituisce borse di studio, di specializzazione e di avviamento all'attività professionale di giovani danzatori, riservandone una parte agli studenti più meritevoli dell'Accademia nazionale della danza. Viceversa nel corso degli ultimi anni la Fondazione accademia nazionale di danza ha adottato iniziative autonome e non più d'intesa con l'Accademia nazionale della danza, tanto che il prefetto provvedeva, in data 3 aprile 2014, ad inoltrare un richiamo formale all'osservanza degli scopi statutari;
    b) il mancato rispetto degli scopi statutari è stato segnalato più volte anche dal commissario straordinario dell'Accademia nazionale della danza, dottor Bruno Cariofi, con diverse note, da ultimo quella del 6 ottobre 2014. Il commissario Carioti ha evidenziato la recente adozione, da parte della fondazione, di (asserite) azioni contrarie allo statuto operate a danno dell'Accademia, concretizzatesi nella esecuzione di una sentenza di sfratto relativa al villino Munoz, di proprietà della Fondazione, ma utilizzato da sempre per svolgere attività didattiche per gli alunni dell'Accademia stessa;
    c) la sussistenza di un rapporto di servizio della Fondazione accademia nazionale di danza nei confronti dell'Accademia nazionale della danza si vuole provata da una sentenza della Corte dei conti, nella quale si dà atto dell'esistenza di «un imprescindibile rapporto di servizio e della sussistenza tra i fini della fondazione di un nesso di strumentalità con il fine pubblico, perseguito dall'Accademia»;
    d) in data 12 settembre 2014 la presidente della Fondazione, ha chiesto alla prefettura di Siracusa l'iscrizione nel relativo registro, dichiarando di aver provveduto ad effettuare uno spostamento della sede a Solarino (SR). Le dichiarazioni rese in ordine al suddetto spostamento di sede sono risultate totalmente false, come accertato dalla questura di Siracusa;
    e) il suddetto trasferimento, che configura di per sé una modifica statutaria, e intervenuto senza l'inoltro della richiesta di previa approvazione della modifica statutaria, ai sensi dell'articolo 2 del decreto del Presidente della Repubblica n. 360 del 2000, ma con l'adozione di un semplice verbale del consiglio di amministrazione in data 11 settembre 2014;
    f) lo spostamento della sede legale a Solarino, veniva giustificato con la sottoscrizione di un accordo con la sovraintendenza ai beni culturali di Siracusa, e di una presunta convenzione di concessione demaniale (peraltro mai sottoscritta) con l'autorità portuale di Augusta, per l'utilizzazione del Forte Vittoria, sito nella rada del porto di Augusta, come sede di un «Polo» di formazione della danza, in «presunta» collaborazione con varie scuole di danza, ma non con l'unica prevista dallo statuto e cioè l'Accademia nazionale della danza;
    g) la più volte lamentata gravissima situazione economica, in cui versa la Fondazione, è aggravata dai costi altissimi di gestione del suddetto forte contribuendo ad impedire la persecuzione delle finalità fissate nello statuto;
    h) non sono mai stati prodotti, altresì, a decorrere dall'anno 2011, i bilanci e le relazioni economico-patrimoniali, sottoscritte dagli organi contabili, dalle quali si potesse evincere la puntuale attuazione delle finalità statutarie oltre che la corretta gestione del patrimonio, la destinazione dello stesso, da parte degli amministratori in carica;
    i) il comportamento del consiglio di amministrazione è stato improntato al mancato rispetto degli obblighi e dei fini statutari oltre che a principi gestionali non cauti, in totale dispregio, anche delle prescrizioni imposte alla Fondazione accademia nazionale di danza con la citata nota prefettizia 18 aprile 2011;
    l) in data 19 dicembre 2014 con nota PROT.PR/141219/ng305, la suddetta Fondazione accademia nazionale di danza ha comunicato le dimissioni dell'intero consiglio d'amministrazione e avviato la procedura per la ricomposizione dello stesso; tale atto e illegittimo in quanto è di straordinaria amministrazione e pertanto non adottabile, avendo il consiglio d'amministrazione perso la rappresentanza legale dell'ente, in considerazione delle dimissioni presentate;
   su quanto riportato nell'atto di commissariamento in linea generale si osserva:
    a) che l'attribuzione dell'incarico di commissario della Fondazione accademia nazionale di danza alla stessa persona che riveste il ruolo di commissario dell'Accademia nazionale della danza, genera ad avviso dell'interpellante un conflitto d'interesse, essendo anche la stessa persona parte agente e parte chiamata in causa nel vasto contenzioso esistente tra le due istituzioni; a meno che non si voglia prefigurare una chiusura dei procedimenti in corso mediante incorporazione della Fondazione accademia nazionale di danza nell'Accademia nazionale di danza (come traspare dal documento prefettizio); un atto nel quale una istituzione pubblica, incorporerebbe una Fondazione privata, che può essere certamente sciolta (ove ne ricorrano i presupposti di legge), ma non certo «assorbita» ad avviso dell'interpellante in contrasto con le volontà testamentarie espresse dalla fondatrice;
    b) il prefetto di Roma, prossimo al pensionamento, commissaria una Fondazione la cui amministrazione è già sciolta da un mese, per essersi dimesso l'intero consiglio di amministrazione. Qualora ci si intendesse opporre all'atto emanato, tra pochi mesi il prefetto sarà sostituito, mentre il consiglio d'amministrazione dimissionario non è nella pienezza dei poteri, tale da poter rispondere adeguatamente all'atto di commissariamento;
   quanto ai singoli «capi d'accusa» riportati dall'atto di commissariamento si osserva quanto segue:
    a) in base al vigente statuto (approvato dallo stesso prefetto di Roma Pecoraro, il 17 dicembre 2013), la Fondazione «promuove lo sviluppo delle discipline coreutiche, contribuisce alla diffusione della cultura della danza in ambito nazionale e internazionale, sostiene l'attività formativa, didattica e di produzione artistica, musicale e coreutica». Tale statuto abilita la Fondazione accademia nazionale di danza (ed i suoi organi) ad operare in piena autonomia dall'Accademia nazionale della danza. Dallo statuto vigente, non risulta che la Fondazione debba agire in accordo e secondo i dettami dell'Accademia; prova ne sono anche le convenzioni tra Accademia nazionale della danza e Fondazione accademia nazionale di danza (da ultimo quella del 29 gennaio 2009), approvate dall'AFAM, nelle quali si prevedono contributi dell'Accademia nazionale della danza alla Fondazione accademia nazionale di danza per il sostegno delle attività dell'Accademia nazionale della danza medesima;
    b) lo statuto vigente non contempla alcun rapporto di servizio della Fondazione accademia nazionale di danza con l'Accademia nazionale della danza la sentenza n. 657 del 2 settembre 2014 della Corte dei conti, sezione giurisdizionale per il Lazio, richiamata dal prefetto Pecoraro afferma secondo l'interpellante esatto contrario; in tale sentenza (pag. 15) si legge testualmente che «Il progressivo distacco del patrimonio dell'ex Opera (oggi Fondazione accademia nazionale di danza) dalle attività delle Accademia di Danza è un fatto che la stessa difesa dei convenuti [id est, degli ex presidente ed ex direttore dell'Accademia nazionale della danza] assume come certo, e che anzi prospetta quale elemento che determinerebbe, ad oggi, l'insussistenza di alcun rapporto di servizio della Fondazione accademia nazionale di danza con la Accademia nazionale della danza, essendo la prima svincolata (nelle proprie finalità, e dunque nella destinazione dei propri proventi ed elargizioni) alle finalità (...) perseguite dall'Accademia»; la medesima sentenza, inoltre, prosegue rilevando che il «nuovo statuto del 2013 [approvato sempre dal prefetto di Roma] addirittura rafforza tale scissione»;
    c) la decisione adottata dal consiglio d'amministrazione della Fondazione accademia nazionale di danza nell'adunanza dell'11 settembre 2014, fa capo all'impossibilità di utilizzare quale sede uno degli immobili di proprietà della Fondazione in quanto detenuti da terzi per effetto di atti di disposizione posti in essere dalla precedente gestione della Fondazione accademia nazionale di danza composta dagli ex vertici dell'Accademia nazionale della danza; l'appartamento della Ruskaja, che doveva divenire il museo e la biblioteca della Fondazione, risulta all'interpellante essere tutt'ora l'appartamento privato dell'ex-direttore dell'Accademia nazionale della danza, Margherita Parrilla, ora pensionata; il villino di via delle Terme Deciane n. 15/a è interamente occupato dall'Accademia, senza che a quanto consta all'interpellante sia corrisposto un canone di locazione. A ciò deve aggiungersi che la sede romana della Fondazione non risulta individuata (né è altrimenti individuabile) persino nel registro delle persone giuridiche della prefettura di Roma, atteso che in tale registro è indicato soltanto l'indirizzo di via delle Terme Deciane n. 15/a, civico al quale corrispondono più immobili e locali e che costituisce anche accesso all'Accademia nazionale della danza. Peraltro l'asserita irregolarità del trasferimento di sede contestata dal prefetto Pecoraro, secondo il quale sarebbe stato disposto con un semplice verbale, è contraddetta dall'articolo 7 dello statuto Fondazione accademia nazionale di danza (approvato sempre dal prefetto di Roma Pecoraro, il 17 dicembre 2013) che abilita il consiglio d'amministrazione con propria deliberazione, a disporre i trasferimenti di sede (si veda la lettera m) del comma 1), nonché dall'articolo 4 del decreto del Presidente della Repubblica n. 361 del 2000, che sottopone il trasferimento di sede delle persone giuridiche private ad una mera comunicazione. Non appartiene secondo l'interpellante al prefetto, inoltre, il potere di sindacare nel merito il trasferimento di sede deliberato dal consiglio d'amministrazione della fondazione nell'esercizio di un potere ad esso attribuito dallo statuto; se poi, come argomenta il prefetto, il trasferimento di sede dovesse dare luogo ad una modifica statuaria soggetta a preventiva autorizzazione prefettizia, quello disposto dal consiglio d'amministrazione della fondazione sarebbe improduttivo di effetti giuridici e, pertanto, esso non può giustificare il commissariamento disposto dallo stesso prefetto;
   il consiglio d'amministrazione della Fondazione ha disposto il trasferimento di sede per la realizzazione di un ampio progetto di valenza internazionale presso il Forte Vittoria, sito nella rada del Porto di Augusta (SR), che ha comportato un articolato percorso preliminare all'avvio del procedimento amministrativo di concessione; il progetto, che è tuttora in tale fase preliminare, è coerente con gli scopi statutari e la Fondazione non ha assunto alcun onere economico per l'utilizzo del predetto bene demaniale; i «costi altissimi di gestione» propalati nell'atto di commissariamento, pertanto, rappresentano una mera congettura; non sembra corretta l'affermazione prefettizia che vorrebbe mai sottoscritti accordi o convenzioni inerenti al Forte Vittoria, laddove la Fondazione in nessun atto ha mai dichiarato di averne sottoscritti; contrariamente a quanto asserito dal prefetto Pecoraro, inoltre, la documentazione agli atti attesta l'esistenza dell’iter amministrativo finalizzato all'avvio della procedura per la realizzazione da parte della Fondazione di un Centro internazionale di danza presso il Forte Vittoria;
    e) per anni, tra il 1996 e il 2009, come evidenziato da innumerevoli atti di sindacato ispettivo distribuiti su più legislature, uno stesso gruppo di persone si è scambiato le cariche tra Accademia nazionale della danza e Fondazione accademia nazionale di danza, disponendo dei beni di quest'ultimo e utilizzando la Fondazione come una sorta di bad company. La gravissima situazione economica della Fondazione è stata determinata dall'Accademia e dai suoi vertici amministrativi, come emerge dalla relazione del collegio ispettivo della prefettura di Roma del 17 febbraio 2011 e dall'atto di conclusione delle indagini preliminari emesso dalla procura della Repubblica di Roma in data 28 ottobre 2014 a carico degli ex presidente ed ex direttore dell'Accademia. Il citato atto della procura della Repubblica dà conto della stipula di un finanziamento di euro 400.000 da parte dell'ex presidente dell'Accademia, i cui oneri economici, sono stati posti a carico della Fondazione; tale situazione è stata ripetutamente rappresentata (e documentata) al prefetto di Roma sin dal 2010 dagli amministratori uscenti della Fondazione e, ciò nonostante, il prefetto Pecoraro nessun atto ha adottato per porvi rimedio;
    g) l'esecuzione di una sentenza dell'autorità giudiziaria non può essere considerato un atto contrario allo statuto. Lo sfratto dell'Accademia nazionale della danza dal villino Munoz, non è un «atto ostile», ma l'applicazione della sentenza 25 settembre-21 ottobre 2014 della Corte d'appello di Roma, con la quale l'Accademia nazionale della danza è stata condannata al rilascio del villino per morosità; semmai è un atto ostile dell'Accademia nazionale della danza, ente pubblico che riceve annualmente una dotazione finanziaria dal bilancio dello Stato non pagare l'affitto ad una Fondazione privata;
    g) né lo statuto, né la legge prevedono il deposito dei bilanci della Fondazione (che non ha scopo di lucro) presso la prefettura, né questi sono mai stati richiesti da essa; i bilanci sono stati depositati presso il Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo al fine di ottenere i finanziamenti destinati alle istituzioni culturali; il richiamo nell'atto di commissariamento della nota prefettizia del 18 aprile 2011 si profila secondo l'interpellante errato e, in quanto in tale nota si dà atto della inefficacia della «revoca» della nomina del presidente della fondazione da parte del consiglio d'amministrazione dell'Accademia nazionale della danza, disposta per iniziativa dei suoi ex vertici amministrativi ora inquisiti; nessuna prescrizione la nota prefettizia del 18 aprile 2011 contiene riguardo al deposito dei bilanci della fondazione;
    h) non appare all'interpellante condivisibile l'affermazione contenuta nell'atto di commissariamento, secondo cui il comportamento del consiglio di amministrazione sarebbe stato improntato «a principi gestionali non cauti», anche considerato che il prefetto Pecoraro dichiara di non conoscere i bilanci della Fondazione e risultando che la Fondazione accademia nazionale di danza non ha assunto alcun onere economico per l'uso del Forte Vittoria di Augusta (SR);
    i) la sentenza n. 657 del 2014 della Corte dei conti citata dal documento di commissariamento, riconosce la validità del debito di cui il giudice contabile era stato chiamato a giudicare, ma si dichiara incompetente all'azione contro gli ex presidente e direttore dell'Accademia nazionale della danza, in quanto la Fondazione Accademia nazionale di danza è un organismo privato; la sentenza stessa costituisce un pesante atto di accusa nei confronti dell'Accademia nazionale di danza ed elenca le innumerevoli irregolarità compiute a danno della Fondazione accademia nazionale di danza ma non di meno viene utilizzata nell'atto di commissariamento per sostenere l'esistenza di un «imprescindibile rapporto di servizio»;
    l) quanto alla ricognizione sul patrimonio e i beni della Fondazione accademia nazionale di danza, basterà l'elenco dei beni mobili e immobili concessi e a quanto consta all'interpellante, ancora nella disponibilità dall'Accademia nazionale della danza nel corso degli anni grazie alla coincidenza dei rispettivi gruppi dirigenti, beni di cui a più riprese la Fondazione Accademia nazionale della danza ha chiesto la restituzione, nonché dei crediti sempre verso l'Accademia nazionale della danza per i quali sono in corso le procedure di recupero. Quanto ai bilanci dal 2011 in poi essi mostrano un progressivo e significativo miglioramento. Gli atti della gestione rivelano una complessiva opera di risanamento intrapresa dalla governance della Fondazione Accademia nazionale della danza che ha operato sino al dicembre 2014, nonché un rinnovato slancio delle attività istituzionali e uno sviluppo di iniziative di livello elevatissimo di caratura internazionale, anche attraverso stabili rapporti con le maggiori istituzioni mondiali del campo della danza. Quanto allo sviluppo delle attività statutarie, nell'interrogazione 3-01236 del 19 dicembre 2014, cui integralmente ci si richiama, si fa presente l'anomalia di un possibile commissariamento di un'istituzione che in quei giorni aveva ricevuto non solo i complimenti del Ministro dei beni e delle attività culturali, unitamente agli auguri per la prosecuzione della sua meritoria attività (che peraltro ha riguardato, come da statuto, gli studenti più meritevoli dell'Accademia nazionale della danza), ma anche insignita di una medaglia al valore per i rapporti con la società civile dal Presidente della Repubblica; istituzione che ha dato significativo lustro al nostro Paese e altro ne può dare;
    m) secondo l'atto di commissariamento l'adozione della procedura di ricostituzione del consiglio di amministrazione della Fondazione da parte del presidente sarebbe illegittima perché attivata dopo le sue dimissioni; a contra si osserva che l'articolo 4 dello statuto vigente (approvato dallo stesso prefetto di Roma Pecoraro, il 17 dicembre 2013), prevede espressamente che, fino all'insediamento del nuovo consiglio d'amministrazione, restano in carica gli organi scaduti per il compimento degli atti dovuti. L'avvio della procedura di ricostituzione degli organi della Fondazione da parte del Presidente del consiglio d'amministrazione uscente non integra «un atto di straordinaria amministrazione», ma costituisce puntuale applicazione dell'articolo 4 dello statuto vigente. In base all'ultimo periodo del comma 1 dell'articolo 25 del codice civile, non può essere disposto lo scioglimento dell'amministrazione della fondazione (e la nomina di un commissario) dopo che l'amministrazione è già sciolta (nella specie, per dimissioni dei componenti dei suoi organi) ed è in corso la procedura statutaria di ricostituzione, procedura che esclude qualsiasi possibilità di influenza da parte del precedente gruppo dirigente, essendo i consiglieri nominati da enti esterni quali l'Accademia nazionale della danza stessa, il Ministero dell'istruzione e dei beni culturali e gli enti territoriali competenti;
    n) il commissariamento sembra ad avviso dell'interpellante evidenziare anomalie ed irregolarità –:
   quali provvedimenti intendano adottare, anche di concerto, i Ministri interpellati in merito al commissariamento della fondazione accademia nazionale di danza;
   se non ritengano di valutare la sussistenza dei presupposti per annullare il provvedimento del prefetto di Roma, ai sensi dell'ultimo periodo del comma 3 dell'articolo 14 del decreto legislativo 30 marzo 2001, n. 165, per la sua evidente illogicità ed illegittimità, o se non intendano sollecitarne la rimozione in via di autotutela da parte dello stesso prefetto di Roma, consentendo la ricostituzione a norma di statuto degli organi di governo della Fondazione, già in corso all'atto del commissariamento.
(2-00840) «Sammarco».


   I sottoscritti chiedono di interpellare il Ministro dell'interno, per sapere – premesso che:
   la Costituzione sancisce all'articolo 19, tra i diritti fondamentali dei cittadini, la libertà di professare «la propria fede religiosa in qualsiasi forma, individuale o associata, di farne propaganda e di esercitarne in privato o in pubblico il culto» e all'articolo 20 stabilisce che le associazioni religiose «non possono essere causa di speciali limitazioni legislative»;
   la Dichiarazione universale dei diritti umani delle Nazioni Unite all'articolo 18 indica come fondamentale la «libertà di religione» e tutela «la libertà di manifestare, isolatamente o in comune, e sia in pubblico che in privato, la propria religione o il proprio credo nell'insegnamento, nelle pratiche, nel culto e nell'osservanza dei riti»;
   il consiglio regionale lombardo, nella seduta del 27 gennaio 2005, ha approvato delle modifiche alla legge regionale 11 marzo 2005, n. 12 (Legge per il governo del territorio) relativamente alla sezione principi per la pianificazione delle attrezzature per servizi religiosi;
   la legge regionale n. 2 del 2015 ha novellato l'articolo 72 della citata legge n. 12 del 2005;
   la nuova formulazione dell'articolo 72, comma 6, lettera d), richiede per la costruzione di un nuovo edificio religioso che esso sia dotato di «uno spazio da destinare a parcheggio pubblico in misura non inferiore al 200 per cento della superficie lorda di pavimento dell'edificio da destinare a luogo di culto», richiesta che non trova alcun riscontro per alcuna altra realtà con analogo richiamo di persone, quali cinema, teatri o grandi strutture commerciali; la norma rende di fatto irrealizzabile la previsione di nuovi luogo di culto in grandi città densamente urbanizzate quali Milano, Brescia, Bergamo, ove più forte si sente la necessità degli stessi; questa richiesta di natura urbanistica si configura chiaramente come un «speciale limitazione legislativa» alla libertà di culto;
   il medesimo articolo 72, al comma 6, lettera e), impone per i nuovi edifici «la realizzazione di un impianto di videosorveglianza esterno all'edificio, con onere a carico dei richiedenti, che ne monitori ogni punto di ingresso, collegato con gli uffici della polizia locale o forze dell'ordine», prescrizione che pare agli interpellanti in apparente contrasto con il dettato costituzionale e profondamente discriminatorio poiché, se fosse veramente necessario, non si comprende come mai non si chieda anche agli attuali edifici di culto di adeguarsi in un tempo congruo;
   la disciplina urbanistica lombarda, come modificata, anziché favorire l'esercizio di un diritto fondamentale dei cittadini, quale la professione pubblica del proprio culto e l'osservanza dei riti, sembra porre delle sostanziali limitazioni allo stesso, ad avviso degli interpellanti senza che se ne ravvisi una reale necessità;
   in Lombardia esiste una forte necessità di nuovi edifici da adibire al culto in quanto molte sono le realtà religiose presenti sul territorio che attualmente celebrano i propri riti in sistemazioni necessariamente precarie, proprio in attesa di poter costruire adeguati luoghi di culto;
   l'amministrazione comunale di Milano ha iniziato un significativo e meritorio percorso di dialogo con le realtà religiose del territorio e, attraverso il confronto, ha istituito un «Albo delle Associazioni e organizzazioni religiose» per permettere alle realtà già presenti e operanti sul territorio, di essere riconosciute e di poter partecipare al successivo bando per la realizzazione di un adeguato luogo di culto, con l'obiettivo di regolamentare e regolarizzare situazioni che attualmente non lo sono, mentre le modifiche approvate dal consiglio regionale Lombardo finiscono per ostacolare questo positivo percorso di dialogo;
   il fanatismo religioso trova terreno fertile proprio nelle divisioni, nella strumentalizzazione, nelle contrapposizioni ideologiche e nelle situazioni irregolari, mentre lo strumento migliore per contrastarlo, a giudizio degli interpellanti, non risiede certamente nel controllo da remoto mediante telecamere, ma nel dialogo, nel confronto e nella convivenza civile;
   la Lombardia, regione più popolosa d'Italia, è caratterizzata da una società fortemente multiculturale e multireligiosa, sia per motivazioni storiche, sia per la forte attrattiva migratoria nonché per le mutate sensibilità della popolazione autoctona –:
   in ragione degli elementi riportati in premessa, se il Governo abbia intenzione di assumere iniziative per impugnare la legge regionale n. 2 del 2015, per salvaguardare concretamente il diritto di libertà di religione e di culto sul territorio lombardo, come sancito dagli articoli 19 e 29 della Costituzione e dalla Dichiarazione Universale dei Diritti Umani dell'ONU;
   quali politiche intenda porre in essere per promuovere il dialogo inter-religioso, unico e vero antidoto ad un fanatico e violento estremismo religioso.
(2-00842) «Lacquaniti, Chaouki, Gadda, Quartapelle Procopio, Marzano, Scuvera, Piazzoni, Giuseppe Guerini, Zan, Laforgia, Malpezzi, Moretto, Ragosta, Cinzia Maria Fontana, Lavagno, Gasparini, Albini, Bergonzi, Romanini, Tidei, Bruno Bossio, Fiano, Tentori, Carnevali, Cominelli, Civati, Carra, Braga, Rampi».

Interrogazioni a risposta scritta:


   STELLA BIANCHI, CARLONI, BLAZINA, TERROSI, FAMIGLIETTI, SBROLLINI, CENNI, BERRETTA, BENI, PATRIARCA, CARRESCIA, ZAPPULLA, VERINI, BARUFFI, AMATO, LUCIANO AGOSTINI, SCHIRÒ, BASSO, BARGERO, MANFREDI, MAGORNO, FREGOLENT, NARDUOLO, FOSSATI, CANI, PREZIOSI, MARIANI, RACITI, IACONO, BORGHI, PICCOLI NARDELLI, GRIBAUDO, TIDEI, GIACHETTI, MIOTTO, AMODDIO, ANTEZZA, REALACCI, ALBINI, COSCIA, CIMBRO, RUBINATO, LA MARCA, CHAOUKI, PORTA, BOSSA, MURA, ALBANELLA, ROMANINI e COCCIA. — Al Ministro dell'interno. — Per sapere – premesso che:
   nella notte tra domenica 8 e lunedì 9 febbraio ventinove persone hanno perso la vita al largo dell'isola di Lampedusa, morte per assideramento; ben ventidue vittime, sul totale di ventinove, sono morte a bordo delle imbarcazioni della guardia costiera italiana inviate per soccorrerli;
   nel pomeriggio di domenica 8 febbraio una chiamata partita dal barcone carico di 105 migranti era arrivata alla guardia costiera di Roma per segnalare la situazione di estrema difficoltà e la posizione; due mercantili presenti nella zona, il Bourbon/Argos e il Saint Rock, erano stati allora dirottati nell'area per soccorrere i migranti. Le operazioni di soccorso sono state difficilissime, a causa delle condizioni proibitive del mare: forza otto e onde alte anche fino a nove metri. Due motovedette della guardia costiera di Lampedusa, arrivate sul luogo alle 22, hanno completato il trasbordo dei migranti in nottata;
   ventidue delle ventinove vittime per ipotermia sono decedute a bordo delle imbarcazioni della guardia costiera che hanno raggiunto l'isola di Lampedusa nella giornata di lunedì 9 febbraio dopo un viaggio estremamente difficile per le condizioni del mare;
   questa è purtroppo l'ennesima tragedia nel Mediterraneo che ha per vittime persone che tentano di fuggire su imbarcazioni di fortuna da guerre, persecuzioni e condizione disperate. Secondo Amnesty International sono almeno 23.000 le persone che, dal 2000, hanno perso la vita nel tentativo di raggiungere l'Europa;
   a seguito del tragico naufragio del 3 ottobre 2013 quando almeno 366 persone morirono al largo di Lampedusa – circa venti i dispersi presunti – il Governo italiano decise di rafforzare il dispositivo nazionale per il pattugliamento del Canale di Sicilia autorizzando l'operazione «Mare nostrum», una missione militare e umanitaria con la finalità di prestare soccorso ai migranti, per evitare il ripetersi di tragici eventi;
   dall'ottobre 2013 al novembre 2014, sono stati circa 150.000, tra uomini, donne e bambini, i migranti assistiti dai mezzi impegnati nel dispositivo Mare Nostrum. Più di 94.000 quelli recuperati dalle navi della marina militare. Insieme a questi sono stati 330 i trafficanti di esseri umani assicurati alla giustizia, grazie anche alla cooperazione con le procure interessate, mentre furono sequestrate cinque «navi madre» utilizzate dagli scafisti;
   a partire da novembre 2014, l'operazione Mare Nostrum è stata sostituita da Triton, un programma dell'Unione europea gestito attraverso l'Agenzia europea di controllo delle frontiere (Frontex), con l'obiettivo di assicurare il controllo delle frontiere nel mar Mediterraneo. La missione prevede il controllo delle acque internazionali solamente fino a 30 miglia dalle coste italiane assicurando la tutela delle coste europee, in un raggio d'azione dunque limitato che non arriva fino alle coste da cui i migranti partono e senza impegnare mezzi in grado di garantire efficaci operazioni di ricerca e salvataggio;
   lo stesso Gil Arias Fernandez, direttore esecutivo di Frontex, ha più volte specificato che l'operazione «Triton» ha come scopo principale il controllo della frontiera e non la ricerca e il soccorso dei migranti in mare sottolineando come le agenzie dell'Unione europea non possono sostituire gli Stati membri ma solo offrire supporto –:
   quali iniziative intenda adottare al fine di evitare il ripetersi di simili tragedie nel canale di Sicilia e se a tal fine sia stata valutata l'ipotesi di intraprendere una missione con caratteristiche e finalità simili a Mare Nostrum, che possa affiancare Triton, e assicurare efficaci operazioni di ricerca e salvataggio dei migranti in alto mare;
   quali iniziative intenda adottare in sede europea al fine di rafforzare le operazioni di ricerca e di soccorso nel Mediterraneo e nel mare Egeo promuovendo uno sforzo congiunto che coinvolga tutti gli Stati membri dell'Unione europea;
   quali iniziative intenda adottare, d'intesa con i partner europei, affinché, nei Paesi di origine o di transito, siano istituiti presidi dell'Unione europea che operino una selezione preventiva delle domande dei richiedenti protezione internazionale anche al fine di fornire percorsi più sicuri per raggiungere l'Europa liberi dagli interessi dei trafficanti di esseri umani.
(4-07888)


   RAMPELLI. — Al Ministro dell'interno. — Per sapere – premesso che:
   il 7 gennaio 2015 nella città di Piazza Armerina ha avuto luogo un consiglio comunale straordinario per la trattazione della problematica dell'accoglienza migranti nel suo territorio;
   la riunione si è resa necessaria a causa delle polemiche in atto tra l'amministrazione comunale da un lato e gruppi di cittadini, dall'altro, in seguito alla decisione relativa all'apertura di un nuovo centro di accoglienza per migranti in pieno centro storico, in un immobile da ristrutturare;
   con l'apertura della nuova struttura di accoglienza i migranti ospitati nel territorio piazzese aumenterebbero da duecentocinquanta a trecento, un numero che da molti viene considerato eccessivo rispetto alla popolazione locale e suscettibile di mettere a rischio l'integrazione;
   l'apertura del centro ha suscitato le proteste dei residenti della zona, a valenza residenziale ed abitata perlopiù da famiglie, e sta destando allarme anche negli operatori turistici e di quelli commerciali, perché la scelta di un centro di accoglienza in pieno centro storico andrebbe a vanificare tutti gli sforzi di investimenti economici e recupero di immobili ai fini turistici da parte di imprenditori che tanto si stanno impegnando per rendere fruibile e visitabile il centro storico e per affermare un'economia turistica che sta decollando a stento;
   il proliferare dei centri d'accoglienza a Piazza Armerina e in altri comuni della zona, impongono di ripensare la logica della distribuzione sul territorio di tali strutture –:
   di quali elementi disponga in merito ai fatti di cui in premessa e quali iniziative, per quanto di competenza, intenda assumere al riguardo. (4-07898)


   PELUFFO. — Al Ministro dell'interno. — Per sapere – premesso che:
   Fabio Bottero, eletto sindaco di Trezzano sul Naviglio (MI) nel mese di giugno 2014, dopo l'elezione annunciava l'inaugurazione di una politica volta a sostenere la legalità a Trezzano, area già oggetto di tentativi di infiltrazione e pressione da parte della criminalità organizzata e di quella che viene definita «zona grigia», composta da personaggi di varia natura ed indirizzata al malaffare, come emerso in particolare da due specifiche inchieste condotte nel 2010 e nel 2013;
   nel mese di agosto 2014 veniva bruciata una casetta in legno di fianco al comune. Verso la fine di settembre, all'indomani di un consiglio comunale sulla legalità, una seconda casetta, dove si tenevano gli orti comunali destinati agli anziani, veniva a sua volta bruciata;
   il comune nel mese di settembre 2014 procedeva non senza difficoltà al licenziamento, avente decorrenza da ottobre, dei tre dipendenti comunali coinvolti nelle anzidette inchieste della magistratura svoltesi nel 2010 e nel 2013;
   tra settembre e ottobre 2014 carabinieri e guardia di finanza, su indicazione del comune, facevano chiudere una sala slot abusiva e una sala scommesse sprovvista dell'apposito permesso;
   all'inizio del mese di dicembre 2014 perveniva al comune una prima lettera anonima dove venivano fatte illazioni sulla condotta del sindaco e, più in generale, sull'amministrazione. Il sindaco presentava denuncia ai carabinieri;
   il 19 dicembre 2014 arrivava un'altra lettera anonima contenente nuove illazioni più circostanziate rispetto alla precedente, riguardanti tutta la giunta comunale. Anche questa seconda missiva diveniva oggetto di una denuncia presentata dall'amministrazione comunale ai carabinieri;
   il sindaco Fabio Bottero dichiarava che si trattava di «chiare intimidazioni volte a bloccare psicologicamente l'attività della Amministrazione comunale», temendo un aumento delle azioni intimidatorie in concomitanza con l'annunciata ristrutturazione degli uffici e con il prosieguo dell'azione amministrativa di rinnovamento e trasparenza nella legalità –:
   se il Ministro interrogato sia informato della grave situazione venutasi a creare e se non ritenga di indirizzare raccomandazioni al prefetto affinché innalzi il livello di allerta relativo alla possibile presenza di criminalità organizzata e della cosiddetta «Area grigia» o «Mondo di mezzo», altrettanto pericoloso, che intende interferire con l'azione amministrativa esercitando pressioni e intimidazioni sul sindaco e sull'amministrazione comunale. (4-07900)


   BRESCIA, SCAGLIUSI, DE LORENZIS, L'ABBATE e CARIELLO. — Al Ministro dell'interno. — Per sapere – premesso che:
   la seguente interrogazione fa seguito alla precedente n. 4-01926 presentata in data martedì 24 settembre 2013 nella quale l'interrogante chiedeva al Ministro dell'interno «se e quando il Ministro interrogato ritenesse di dover corrispondere alla pressante richiesta di adeguamento dell'organico di forze dell'ordine nella città di Bari e su tutto il territorio pugliese così da assicurare il contrasto dei fenomeni criminali e la sicurezza dei cittadini.» alla quale è stata data risposta il 20 febbraio 2014;
   tra il 27 novembre 2014 ed il 18 gennaio 2015, in soli 53 giorni, nella sola città di Bari si sono verificati, tra gli altri, i seguenti gravi atti criminosi (la data è quella di pubblicazione a mezzo stampa):
    27 novembre 2014 Bari, rapinata agenzia SNAI alla via Abate Gimma;
    29 novembre 2014 Bari, verso l'orario di chiusura due uomini armati di pistola e con volto coperto hanno rapinato un MD discount del quartiere Libertà, in via Grandi;
    29 novembre 2014 Bari, rapina nell'agenzia Eurobet sita in strada Castelluccio, al quartiere San Paolo;
    1o dicembre 2014 Bari, rapina alla posta di via Ritelli nel quartiere San Girolamo;
    4 dicembre 2014 Bari, un uomo è stato oggetto di un agguato nei pressi dell'Ipercoop di Santa Caterina;
    10 dicembre 2014 Bari, conducente Amtab, aggredito questo pomeriggio a bordo di un mezzo della linea 19. Il secondo in poche ore dopo il conducente del 2, picchiato la sera precedente;
    11 dicembre 2014 Bari, quartiere San Paolo, un pregiudicato 36enne barese con precedenti per reati contro il patrimonio, è stato raggiunto da un colpo di pistola al polpaccio sinistro;
    11 dicembre 2014 Bari, quartiere San Paolo, due uomini, a bordo di uno scooter e con il volto coperto dal casco, hanno esploso alcuni colpi di pistola contro un balcone al quinto piano di una palazzina al civico 13 sul Prolungamento di viale delle Regioni, nessuno fortunatamente è rimasto ferito. Obiettivo l'abitazione di un pregiudicato;
    20 dicembre 2014 Bari, rapinato supermercato «Sigma» in corso Alcide De Gasperi;
    22 dicembre 2014 Bari, rapina in una gioielleria in via Abate Gimma;
    25 dicembre 2014 Bari, Corso Vittorio Emanuele, un uomo viene picchiato a sangue da un gruppo di balordi ubriachi
    30 dicembre 2014 Bari, Via Cifarelli, una forte esplosione distrugge un bar;
    30 dicembre 2014 Bari, viale della Repubblica, un uomo armato rapina una farmacia;
    1o gennaio 2015 Bari, quartiere San Paolo, il supermercato «Maxi Sidis» di via Francesco Del Core viene divorato dalle fiamme. Sembra che l'atto sia conseguenza di una guerra tra clan;
    2 gennaio 2015 Bari, quartiere San Paolo, ignoti hanno lanciato una bomba carta che è esplosa a pochissima distanza da una ambulanza che stava operando in viale delle Regioni. Il medico della postazione 118 è stato ricoverato;
    2 gennaio 2015 Bari, Via Crisanzio, rapinata tabaccheria;
    3 gennaio 2015 Bari, Viale Europa, rapinato distributore di benzina «Esso»;
    4 gennaio 2015 Bari, via Putignani, bomba sventra tabaccaio, successivamente i responsabili dell'esplosione rapinano il locale;
    11 gennaio 2015 Bari, San Girolamo, ucciso il 59enne Nicola Lorusso in via Van Westerhout. Pare si tratti di un regolamento di conti in una guerra tra clan;
    13 gennaio 2015 Bari, un mezzo pubblico della linea 11 è stato vandalizzato da un gruppo di cinque teppisti baresi mentre nel sottopasso Quintino Sella si dirigeva verso via Capruzzi;
    13 gennaio 2015 Bari, furto al negozio «Oliver Stone» di Corso Cavour;
    18 gennaio 2015 Bari, via Abate Gimma, due uomini armati hanno rapinato il centro SNAI. Uno dei due puntava una pistola alla testa di un cliente –:
   alla luce dei suddetti nuovi gravi atti criminosi, se e quando il Ministro interrogato ritenga di dover corrispondere seriamente alla pressante richiesta di adeguamento dell'organico di forze dell'ordine nella città di Bari e su tutto il territorio pugliese così da assicurare il contrasto dei fenomeni criminali e la sicurezza dei cittadini. (4-07908)


   BERRETTA e RACITI. — Al Ministro dell'interno. — Per sapere – premesso che:
   in data 3 febbraio 2015 il sindaco del comune di Ramacca, provincia di Catania, avvocato Francesco Zappalà ha rilasciato alla testata giornalistica on line Sudpress un'audiointervista, relativamente alla situazione del CARA di Mineo;
   nella menzionata intervista il sindaco Zappalà ha affermato: «L'unico elemento che sul Cara ha fatto battaglie sono io, a partire dalla formazione del CdA, come è nato il CARA, sugli Sprar, ma sapete cosa c’è sugli Sprar ? Ci sono i delinquenti che hanno fatto i traccheggi». E ancora: «sono andato io in commissione antimafia, il nostro presidente (Anna Aloisi, sindaco di Mineo) non c’è voluta andare per due volte, si è rifiutata sistematicamente, ho chiesto io di essere convocato e ho lasciato un faldone di documenti. Il presidente della sottocommissione antimafia è rimasto sorpreso, non pensava ci fosse un sindaco che facesse queste battaglie qua.»;
   nell'intervista il sindaco Zappalà ha raccontato come i comuni della zona del calatino interessati dal Cara Mineo si fossero espressi a stragrande maggioranza (dieci a tre) per la costituzione di un consorzio che avesse come presidente, da statuto, un sindaco. Solo tre comuni, invece, avevano votato a favore di uno statuto per il consorzio che prevedeva come presidente l'ex presidente della provincia di Catania all'epoca candidato alle elezioni politiche per la Camera dei deputati nel collegio Sicilia 2, Giuseppe Castiglione;
   a seguito della bocciatura dello statuto afferma Zappalà: «Paolo Ragusa (presidente di Solco Calatino), la struttura, l'organizzazione si mette in moto subito per garantirsi l'equilibrio e le maggioranze all'interno [del consorzio] e ci riescono»;
   a seguito dei mutati equilibri nel consorzio Zappalà sottolinea: «Al Cara per il comune di Ramacca sono state assunte circa 35 persone, più di 25 le ha fatte tutte Pippo Limoli del Nuovo Centro Destra, 5 o 6 il sindacato, qualche deputato si è fatto qualche nominativo, io che sono esposto in prima fila senza indennità, senza nulla, mi hanno favorito in qualche nominativo e gli equilibri in consiglio comunale vengono fortemente condizionati»;
   uno degli atti che contraddistinguono la nuova gestione del consorzio è l'assunzione di Luca Odevaine, al cui riguardo il sindaco afferma: «La fretta che loro avevano (nell'assunzione di Odevaine, ndr), l'urgenza era di calarlo nella commissione di gara, questo è quello che è emerso, alla fine ha partecipato di fatto una sola ditta quindi non c'era pericolo, ma loro si erano premuniti e guarda caso il funzionario era uno di Vizzini, che faceva parte della commissione di gara, l'altro era Odevaine e l'altro il direttore Ferrera. Tutti questi atti, dall'assunzione di Odevaine alla gara sono stati trasmessi alla Procura a suo tempo, non ora che è scoppiato lo scandalo»;
   il sindaco di Ramacca, nel corso dell'intervista, mostra dei verbali di consiglio di amministrazione in realtà mai pubblicati dal consorzio perché «il presidente (Anna Aloisi) non vuole che si pubblichino, non li approva, fa ostruzionismo» –:
   quali iniziative intenda intraprendere per verificare il rispetto della comunicazione tra il Ministro dell'interno e il consorzio di comuni che gestiscono il Cara di Mineo e quali iniziative intenda mettere in pratica per verificare la regolarità nell'espletamento delle gare di appalto al Cara di Mineo, anche alla luce delle inchieste in corso e delle dichiarazioni rese dal sindaco di Ramacca. (4-07917)


   BRAGA e GUERRA. — Al Ministro dell'interno. — Per sapere – premesso che:
   secondo quanto denunciato dal Sindacato italiano lavoratori polizia (SILP) Cgil di Como, e ampiamente ripreso da organi di stampa locali, il 26 gennaio 2015, dopo le ore 1.30 di notte, nel corso dell'inseguimento di un'autovettura che non aveva rispettato l’«alt» intimato da una pattuglia della Polstrada di Busto Arsizio in provincia di Varese, interveniva anche una volante con equipaggio dell'Ufficio di prevenzione generale e soccorso pubblico della questura di Como; l'auto inseguita giungeva al confine italo-svizzero di Como Brogeda, forzava il valico ed entrava in territorio elvetico;
   secondo quanto riferito dalle fonti sopra citate, gli operanti della Polizia di Stato hanno seguito le procedure previste, contattando telefonicamente il centro di cooperazione (CCDP) di Chiasso, e ottenendo l'autorizzazione a proseguire l'inseguimento in territorio elvetico;
   anche la Polizia cantonale svizzera, informata dei fatti, intercettava l'auto in fuga e si poneva al suo inseguimento poi terminato nelle adiacenze di un'area di servizio autostradale in territorio elvetico a circa 10 chilometri dal confine italiano;
   nonostante l'autorizzazione alla prosecuzione dell'inseguimento in territorio elvetico, gli agenti della Polizia di Stato della volante comasca sono stati sottoposti a privazione della libertà da parte della polizia cantonale, disarmati e portati, dopo aver addirittura sottoposto il poliziotto conducente ad alcoltest, nella sede di Lugano, sottoposti ad interrogatorio ed infine scortati presso il confine italiano, dove venivano rilasciati intorno alle ore 7.00 della mattina successiva;
   da tale episodio, se confermato nei suoi tratti essenziali, emergono disfunzioni di sistema sul fronte istituzionale e organizzativo, che rischiano di compromettere la reciproca collaborazione tra polizia italiana e polizia svizzera a danno della sicurezza pubblica generale, in un territorio di frontiera, particolarmente sensibile; l'episodio inoltre mortifica il lavoro della Polizia di Stato, e di coloro che nel caso concreto hanno professionalmente agito per garantire la sicurezza pubblica e la prevenzione dei reati –:
   se il Ministro interrogato sia venuto a conoscenza dei fatti sopra esposti, se possa confermare il corretto comportamento degli operanti, se sia a conoscenza dell'attivazione immediata, durante l'evento segnalato, di canali diplomatici e di tutela nei confronti degli agenti della polizia di Stato di Como trattenuti in Svizzera; e, in caso negativo, quali siano le motivazioni per le quali ciò non sia avvenuto;
   se il Ministro intenda adottare misure finalizzate ad accertare eventuali responsabilità, ad evitare per il futuro il verificarsi di episodi analoghi, a regolare altrimenti i rapporti di cooperazione transfrontaliera con la Confederazione Elvetica e con il Cantone Ticino. (4-07920)


   RICCIATTI e LUCIANO AGOSTINI. — Al Ministro dell'interno. — Per sapere – premesso che:
   l'agenzia di stampa Ansa del 9 febbraio 2015 riporta la notizia di una operazione di polizia, denominata «Green table», coordinata dalla procura di Fermo e condotta dal nucleo di polizia tributaria della Guardia di finanza di Ascoli;
   nel corso dell'operazione è stato eseguito un blitz in un circolo privato di Porto Sant'Elpidio (Fermo), dove sono state arrestate tre persone accusate di usura; mentre altre 34 sono state denunciate a piede libero, a diverso titolo, per i reati di «esercizio dei giochi d'azzardo» e «partecipazione a giochi d'azzardo»;
   gli inquirenti ritengono che i soggetti arrestati prestassero soldi con interessi usurari del 300-400 per cento;
   nonostante il moltiplicarsi di iniziative volte a contenere la diffusione del gioco d'azzardo – sopratutto dal punto di vista sociale, come sportelli dedicati e campagne volte ad illustrare i rischi del gioco – il fenomeno non pare subire battute di arresto;
   generalmente, ma anche nel caso di specie, attorno al gioco d'azzardo ruotano attività criminali quali usura e riciclaggio di denaro sporco –:
   se il Ministro interrogato abbia predisposto un monitoraggio del fenomeno e – in caso positivo – quale sia la sua diffusione nella regione Marche, indicando quali siano le aree della regione maggiormente a rischio;
   quali iniziative, sul piano delle politiche di prevenzione criminale, si intendano attivare per contrastare le attività di riciclaggio e di usura connesse al gioco d'azzardo illegale. (4-07923)


   PALAZZOTTO. — Al Ministro dell'interno. — Per sapere – premesso che:
   il presidente degli industriali siciliani Antonello Montante, è membro del consiglio direttivo dell'Agenzia dei beni confiscati per mafia dal 20 gennaio scorso;
   da un articolo pubblicato sul sito online glistatigenerali.com; risulterebbe come lo stesso Montante, quattro anni prima della nomina giunta dal Ministro dell'interno Angelino Alfano a membro del consiglio direttivo dell'Agenzia dei beni confiscati per mafia avrebbe costituito un'associazione insieme a quattro fedelissimi chiamata «Tavolo per lo Sviluppo del Centro Sicilia»;
   Montante sarebbe intervenuto come socio fondatore in proprio e nella sua qualità di presidente, e come tale legale rappresentante, di Confindustria Caltanissetta;
   l'associazione, è ancora in attività e ha fra le sue finalità statutarie proprio la gestione dei beni mafiosi confiscati dallo Stato. All'articolo 4 dello statuto, infatti, tale finalità sarebbe espressamente indicata;
   a parere dell'interrogante tale finalità andrebbe a cozzare con l'odierno ruolo ricoperto da Montante presso l'Agenzia dei beni confiscati, rappresentando un enorme e palese conflitto di interessi;
   a questa vicenda si aggiunge la recente inchiesta di Repubblica che il 9 febbraio 2015 ha messo in luce una doppia inchiesta che coinvolge proprio Montante, il quale sarebbe finito al centro di un'indagine ancora tenuta segreta dalla procura di Caltanissetta con l'ipotesi di accusa di concorso esterno in associazione mafiosa –:
   se il Ministro fosse a conoscenza dei fatti esposti in premessa;
   se il Ministro non ritenga quantomeno inopportuno che uno dei membri del consiglio direttivo dell'Agenzia che assegna i beni confiscati alle mafie sia anche uno dei più influenti soci di un ente che ha tra le sue finalità la gestione dei beni confiscati a Cosa Nostra. (4-07927)


   BERRETTA. — Al Ministro dell'interno. — Per sapere – premesso che:
   in data 30 gennaio 2015 la polizia di Catania ha arrestato un cittadino nigeriano, Yunus Mamud, domiciliato presso il CARA di Mineo perché responsabile di violenza sessuale e sequestro di persona nei confronti di una connazionale domiciliata all'interno dello stesso centro;
   tale notizia è stata riportata dai principali quotidiani locali e dai portali di informazioni online, come da articolo del 31 gennaio 2015 riportato dal portale «LiveSicilia»;
   dai rilievi della polizia scientifica presso l'alloggio dei due, è stato accertato che la stanza posta al primo piano dell'immobile, assegnata ed in uso alla vittima e all'arrestato presentava la porta d'ingresso chiusa dall'esterno con un chiavistello assicurato da un piccolo catenaccio;
   al centro CARA di Mineo si sono verificate numerose situazioni di contestazione sfociate in rivolte all'interno del centro e sono state riscontrate notevoli difficoltà nella gestione della sicurezza all'interno del centro –:
   quali iniziative intenda intraprendere per garantire la sicurezza e la tutela all'interno del centro CARA di Mineo per i migranti ospitati e per garantire un corretto e sereno svolgimento delle operazioni di assistenza degli stessi. (4-07928)


   GRILLO, CANCELLERI, LOREFICE, RIZZO, DI BENEDETTO, NUTI, MARZANA, COZZOLINO, DADONE, MANLIO DI STEFANO, D'UVA e DI VITA. — Al Ministro dell'interno. — Per sapere – premesso che:
   l'Agenzia Nazionale per l'amministrazione e la destinazione dei beni sequestrati e confiscati alla criminalità organizzata è stata istituita con decreto-legge 4 febbraio 2010, n. 4, convertito, con modificazioni, dalla legge 31 marzo 2010, n. 50, oggi recepita dal decreto legislativo n. 159 del 6 settembre 2011; l'Agenzia è un ente con personalità giuridica di diritto pubblico, posta sotto la vigilanza del Ministro dell'interno;
   dal sito dell'Agenzia, alla data di questi giorni, non è riscontrabile chi siano i membri del Consiglio direttivo della stessa; è solo indicato che oltre al direttore ne fanno parte altri quattro componenti; in ogni caso sovente i dati riportati sul sito, contrariamente alle disposizioni sulla trasparenza, sono non aggiornati;
   si apprende da la Repubblica del 9 febbraio 2015 «dal 20 gennaio 2015, il Governo — su proposta del Ministero dell'interno — ha designato Montante componente dell'Agenzia dei beni confiscati. Una postazione strategica, lì si decide il destino di patrimoni sporchi per miliardi di euro»;
   si è appreso dai quotidiani e dai media in questi giorni che Antonello Montante, esponente di rilievo di Confindustria Sicilia, noto per sue prese di posizione contro Cosa Nostra, sarebbe piuttosto stato «tirato in ballo» da alcuni pentiti come persona contigua ad ambiente mafiosi;
   in particolare la Repubblica del 9 febbraio ha così scritto «Come si chiuderà questa vicenda — se c’è solo fumo o anche molto arrosto — nessuno ancora lo può dire, di sicuro però Antonello Montante, uno dei cosiddetti paladini delle battaglie antimafia più recenti (troppo recenti, maligna qualcuno) è al momento indagato per reati di mafia alla procura della Repubblica di Caltanissetta. All'anagrafe è registrato come Antonio Calogero Montante, ha 52 anni, è un siciliano di Serradifalco, provincia di Caltanissetta — dove è anche presidente della locale Camera di Commercio — ed è stato nominato Cavaliere del Lavoro nel 2008. È a capo di un impero nato negli anni ’20 del secolo scorso con una fabbrica di biciclette, è fondatore della “Msa”, Mediterr Shock Absorbers spa, azienda di progettazione e produzione di ammortizzatori per veicoli industriali presente in tutto il mondo. Su di lui c’è l'inchiesta di Caltanissetta e poi ce n’è un'altra a Catania, su una denuncia presentata nei mesi scorsi. Indagini blindatissime, sia per il “peso” del personaggio coinvolto sia per gli effetti che le stesse indagini potrebbero provocare. L'inchiesta è nella prima fase e nessuno è nelle condizioni di prevedere dove potrebbe portare, ma fra le pieghe di questa storia ci sono già tutte le incoerenze di un'antimafia di fresca nascita — con patenti rilasciate con assai disinvoltura — e il paradosso tutto italiano di come si possa tranquillamente navigare da una sponda all'altra senza incertezze e contraccolpi. È un po’ il segno dei tempi. A Caltanissetta ci sono tre pentiti — “vecchi e nuovi”, si apprende da ambienti investigativi — che fanno il nome di Antonello Montante e lo trascinano nel gorgo. Uno è Salvatore Dario Di Francesco, mafioso di Serradifalco, lo stesso paese di Montante. Questo Di Francesco, arrestato un anno fa dalla squadra mobile, ha iniziato a raccontare di appalti pilotati nella zona — e in particolare al Consorzio Asi, l'Area di sviluppo industriale — dal 1999 al 2004. Di Francesco, che all'Asi lavorava e ogni pratica di gara passava per le sue mani, è stato definito “il collante fra esponenti di Cosa Nostra e i colletti bianchi della provincia”. Di Francesco è compare del mafioso di Serradifalco Vincenzo Arnone, un figlio di famiglia (suo padre, boss di Cosa Nostra, si chiamava Paolino e, nell'autunno del 1992 dopo una retata si suicidò nel carcere Malaspina di Caltanissetta), che a sua volta è compare di nozze proprio di Antonello Montante. Legami di paese. Legami di paese diventati pubblici con uno scoop della rivista “I Siciliani giovani” nell'aprile dell'anno scorso, che diffuse in rete non solo una foto di Montante insieme a Vincenzo Arnone nella sede dell'Associazione Industriali di Caltanissetta (eravamo a metà Anni Ottanta) ma anche il certificato di matrimonio di un giovanissimo Montante — aveva 17 anni — con i nomi dei padrini di nozze. Quattro. Due erano gli Arnone di Serradifalco, padre e figlio. Anche queste lontane “conoscenze” sono entrate nell'inchiesta dove, comunque, la parte più consistente riguarda le rivelazioni del pentito Di Francesco e degli altri due collaboratori di giustizia»;
   sui componenti dell'Agenzia nazionale per l'amministrazione e la destinazione dei beni sequestrati, visto anche il suo significato simbolico oltre che istituzionale, non può gravare, il sospetto che un membro dei suoi organismi direttivi possa aver avuto dei rapporti con Cosa Nostra –:
   se il Ministro vigilante non intenda attivarsi con urgenza per l'aggiornamento trasparente del sito dell'Agenzia e quali siano le motivazioni dello scarso aggiornamento;
   se il Ministro dell'interno, qualora Antonello Montante non si dimetta spontaneamente, non ritenga opportuna la revoca della nomina dello stesso a componente del consiglio direttivo dell'Agenzia, nelle more che l'indagine penale faccia il suo corso. (4-07933)


   DADONE. — Al Ministro dell'interno. — Per sapere – premesso che:
   nella giornata del 13 gennaio 2015 il Ministro dell'interno a margine di un intervento nel corso dei lavori della Commissione antimafia della Assemblea regionale siciliana ha dichiarato che sul totale di 14.243 registrati presso i centri di accoglienza in Italia sarebbero 3.707 i minori di fatto scomparsi;
   il dato già di per sé preoccupante dimostra una evidente inadeguatezza nell'attuale sistema di accoglienza e di tutela dei minori stranieri non accompagnati;
   sebbene a detta dello stesso Ministro, i minori stranieri «spesso hanno in tasca il numero di un parente o di un amico da raggiungere [...]. Insomma, chi scompare non finisce per forza nei canali dello sfruttamento», questo fenomeno rappresenta comunque un elemento critico per le ovvie implicazioni in termini di sicurezza e salute pubblica. Implicazioni per le quali le autorità competenti, in primo luogo il Ministero dell'interno, sarebbero direttamente responsabili;
   le medesime implicazioni riguarderebbero in prima battuta la potenziale portata criminogena, laddove i minori sarebbero sfruttati per il lavoro nero, accattonaggio, prostituzione e furti. Altresì, in via generale i minori stranieri fuori dalla tutela dello Stato rischiano di andare ad arricchire la già vasta area di disagio sociale ed economico che di fatto rappresenta il substrato da cui la criminalità organizzata e le organizzazioni terroristiche attingono risorse umane –:
   come il Ministro intenda intervenire per ridurre l'emorragia di minori stranieri dai centri di accoglienza contribuendo così alla prevenzione e alla lotta della criminalità organizzata e alle organizzazioni terroristiche. (4-07937)


   TURCO, ROSTELLATO, RIZZETTO, PRODANI, MUCCI, BECHIS, BALDASSARRE e BARBANTI. — Al Ministro dell'interno, al Ministro della giustizia. — Per sapere – premesso che:
   due motovedette della guardia costiera, riporta la stampa nazionale, hanno intercettato e soccorso un'imbarcazione, con 106 persone a bordo, che si trovava a circa 110 miglia da Lampedusa e che aveva dato l'allarme al Centro nazionale di soccorso della guardia costiera di Roma per mezzo di un telefono satellitare nel pomeriggio di domenica 8 febbraio 2015;
   sul barcone, soccorso dalle unità della guardia costiera, CP 302 e la CP 305, partite da Lampedusa, sono state rinvenute anche 7 persone decedute;
   le condizioni metereologiche proibitive, tuttavia, con mare forza 8 e onde alte 9 metri hanno dapprima reso difficoltose le operazioni di soccorso e trasbordo dei migranti, e successivamente hanno impedito un celere rientro verso le coste italiane causando così, unitamente alle temperature particolarmente basse, il decesso per ipotermia, di ulteriori 22 naufraghi, già tratti in salvo sulle motovedette;
   nelle ore successive, i mezzi della guardia costiera, dopo aver appositamente dirottato in zona anche un mercantile, hanno soccorso altre due imbarcazioni ormai alla deriva nel canale di Sicilia;
   questi due gommoni si trovavano al largo della Libia nella stessa zona dove è stato soccorso l'altro barcone, complessivamente sono state salvate nove persone, ma non si può escludere che ci siano dei dispersi in mare, poiché, a quanto dicono i superstiti, le persone presenti sulle imbarcazioni sarebbero state molte di più;
   alcuni dei migranti salvati riferiscono, infatti, che oltre ai due gommoni trovati pressochè vuoti, ce n'erano altri due, dunque quattro in tutto, Secondo i racconti un terzo sarebbe affondato con tutto il suo carico di migranti, ed il quarto sarebbe quello che è stato soccorso per primo; in totale sarebbero partiti circa 420 migranti dalla Libia;
   se complessivamente sono stati soccorsi poco più di un centinaio di migranti, compresi i deceduti di cui si ha certezza, secondo queste testimonianze, ci potrebbero essere oltre 300 morti ulteriori;
   a parere dell'interrogante risulta ormai evidente che sia necessario un intervento normativo volto a modificare in modo sostanziale la legislazione che governa la politica delle migrazioni, di modo da poter garantire ai migranti i diritti primari ed evitare che sempre più spesso si verifichino episodi quale quello descritto;
   le norme contenute nel regolamento Dublino III, n. 604 del 2003, non sono più in grado di affrontare le attuali criticità, dovute alla forte spinta migratoria che si rivolge verso l'Unione europea attraverso le coste meridionali dell'Italia;
   per quanto il condivisibile obiettivo del legislatore europeo fosse quello di evitare che i migranti richiedenti asilo venissero rimbalzati da un Paese europeo all'altro senza definire la loro situazione, il meccanismo contenuto nel regolamento citato impedisce agli immigrati, qualora questi vengano identificati in Italia, di lasciare il nostro Paese;
   tale normativa, se calata nella situazione emergenziale odierna dove si assiste ad un crescendo di profughi provenienti dall'Africa e dal Medio Oriente, finisce per imporre un eccessivo onere a carico esclusivo del primo punto di approdo, l'Italia nella fattispecie;
   potrebbe essere, quindi, risolutivo affrontare su più fronti la questione, attraverso un approccio europeo integrato che coinvolga, da un lato, l'adeguamento normativo dei regolamenti comunitari sul fenomeno migratorio e dall'altro un più ampio impegno di Frontex volto ad incrementare la partecipazione dei Paesi europei al programma di pattugliamento aero-navale del mar Mediterraneo, «Triton», che in assenza di un'azione europea unitaria rischia di rivelarsi, altrimenti, inconcludente –:
   se e quali misure intenda adottare in merito alla necessità di fronteggiare la crescente pressione migratoria di profughi provenienti dall'Africa e dal Medio Oriente diretti verso le coste siciliane e conseguentemente verso l'Italia e l'Europa;
   se ritenga che le operazioni di pattugliamento aero-navale e di soccorso in mare del programma di pattugliamento europeo del mar Mediterraneo, «Triton», siano adeguante in riferimento ai flussi migratori che coinvolgono le coste meridionali italiane;
   se sia intenzionato a sollecitare l'apertura di una più approfondita discussione in seno all'agenzia europea Frontex al fine d'incrementare la partecipazione dei Paesi europei al programma «Triton» tale da configurare un'azione europea unitaria;
   se disponga di o se sia in grado, comunque, di fornire dati statistici aggiornati relativamente sia al numero di migranti che sono stati soccorsi nel mar Mediterraneo, sia di quanti decessi di migranti siano stati registrati nel corso degli ultimi cinque anni;
   se il Governo ritenga opportuno valutare la possibilità di promuovere una revisione del regolamento comunitario Dublino III n. 604 del 2003;
   se disponga di o se sia in grado, comunque, di fornire dati statistici aggiornati in relazione ai procedimenti penali a carico dei componenti delle organizzazioni criminali che gestiscono il traffico di esseri umani dei migranti nel mar Mediterraneo in particolare quante denunce siano state presentate nei loro confronti e quanti procedimenti penali siano stati radicati, quanti procedimenti siano stati invece definiti con l'archiviazione, quanti quelli definiti con riti alternativi al dibattimento, quante condanne in totale siano state comminate, quanti siano i procedimenti attualmente pendenti e quanti quelli sopravvenuti nel corso degli ultimi 5 anni. (4-07959)


   MOLTENI. — Al Ministro dell'interno. — Per sapere – premesso che:
   stando a quanto riporta la stampa, un cittadino italiano residente a Bologna, Giampiero Filangieri, sarebbe stato arrestato il 21 luglio 2014 mentre tentava di entrare in Iraq con visto regolare, dichiarando esplicitamente alle guardie di frontiera irachene di voler diventare un jihadista;
   Giampiero Filangieri sarebbe attualmente detenuto in un carcere curdo ed è considerato a tutti gli effetti un Foreign Fighter;
   originario della Calabria, il Filangieri si sarebbe convertito all'Islam e quindi al jihadismo frequentando ambienti bolognesi contigui al terrorismo di matrice islamista;
   anche dall'estero, il Filangieri avrebbe mantenuto a lungo contatti via web con altri simpatizzanti della causa jihadista residenti nel territorio del nostro Paese;
   la rivelazione della vicenda ha destato vivo allarme nella cittadinanza bolognese –:
   di quali informazioni disponga il Governo in merito al percorso di radicalizzazione attraversato dal Filangieri e gli ambienti che ha frequentato;
   se il caso Filangieri abbia comportato un'intensificazione delle indagini condotte a Bologna e dintorni sugli ambienti teoricamente più prossimi al jihadismo;
   se esista un pericolo specifico di natura jihadista a Bologna e se le risorse disponibili sul suo territorio comunale siano ritenute sufficienti a fronteggiare l'eventuale minaccia;
   quanti siano i circoli islamici, nel senso di luoghi dove si svolgono attività di culto, a Bologna e ove siano ubicati. (4-07960)


   RAMPELLI. — Al Ministro dell'interno. – per sapere – premesso che:
   nella relazione sullo stato della criminalità nel periodo che va dal luglio 2013 al giugno 2014 del procuratore e capo della direzione distrettuale antimafia di Lecce, con riferimento a Gallipoli si rileva: «Da non trascurare anche per Gallipoli l'esistenza di collegamenti dei lodali mafiosi con la pubblica amministrazione e con società partecipate del Comune per ottenere concessioni, autorizzazioni e servizi»;
   secondo il capo della direzione distrettuale antimafia a Gallipoli, inoltre, si sarebbe insediata la criminalità campana che si sarebbe accordata «con gli esponenti locali per una sorta di autorizzazione ad operare sul territorio, non più ostile»;
   l'aumentata penetrazione della malavita campana dipenderebbe anche dalla decimazione del clan della Sacra Corona Unita storicamente più forte e radicato nella zona di Gallipoli dall'operazione «Baia Verde», condotta dal ROS dei carabinieri contro le attività criminali del clan «Padovano», attivo nella fascia costiera jonico-salentina, e le sue infiltrazioni nel tessuto economico dell'area, con ingenti interessi in particolare nel settore turistico-balneare, con accuse di associazione mafiosa, estorsioni aggravate dal metodo mafioso e spaccio di stupefacenti;
   con riferimento all'operazione «Baia verde» l'associazione «Gallipoli 2012» ha presentato un esposto alla procura per denunciare alcune circostanze emerse a seguito della stessa operazione chiedendo «che in ordine alle vicende suindicate venga fatta chiarezza, perché ormai da anni sulla vita amministrativa di questa città (Gallipoli) incombono ombre di favoritismi e collusioni, ancor più gravi se a trarne vantaggio sono personaggi che la Procura indica come i vertici di un clan mafioso e che sono con gli amministratori in rapporto confidenziale, essendone stati anche gli elettori, tanto da poter reclamare ed anche ottenere aiuto e consigli indegni di un amministratore pubblico, come l'episodio del Bar Bellini conferma»;
   a quanto consta all'interrogante nel corso degli ultimi anni nel comune di Gallipoli vi sarebbe stata poca trasparenza nella gestione amministrativa con riferimento, in particolare, a due episodi;
   il primo attiene alla procedura seguita per la variazione urbanistica e l'inserimento nel piano delle alienazioni immobiliari 2013 dell'immobile denominato Casa (o Villaggio) del Fanciullo, mentre il secondo riguarderebbe la procedura di vendita della V Farmacia nel comune di Gallipoli della cui licenza è titolare lo stesso comune –:
   se sia informato dei fatti esposti in premessa e se non ritenga che sussistano i presupposti per l'invio di una commissione d'accesso ai sensi dell'articolo 143 del TUEL presso il comune di Gallipoli anche alla luce della relazione del capo della direzione distrettuale antimafia di Lecce e di quanto emerso nell'ambito dell'operazione «Baia verde»;
   quali iniziative intenda assumere al fine di potenziare il contrasto alla criminalità nel territorio salentino. (4-07962)


   PALMIZIO. — Al Ministro dell'interno, al Ministro dell'economia e delle finanze. — Per sapere – premesso che:
   dalla lettera inviata il 16 gennaio 2015, dalla prefettura di Forlì-Cesena al sindaco del comune di Sogliano al Rubicone situato nella medesima provincia, sono emerse una serie di difficoltà connesse al pagamento del canone di locazione per l'uso da destinare alla caserma della stazione dei carabinieri, a causa dell'indisponibilità del Ministero dell'interno, nella stipula di nuovi negozi, anche in considerazione del fatto che attualmente il comando occupa un bene demaniale;
   secondo informazioni in possesso dell'interrogante, inoltre, l'amministrazione comunale di Sogliano al Rubicone, nel tentativo di giungere ad una soluzione, ha stanziato nel proprio bilancio 300 mila euro, che tuttavia si sono rivelati inutilizzabili, a causa della superficie demaniale in cui si trova il presidio, in quanto la vigente disciplina impedisce d'intervenire (i lavori di ristrutturazione avrebbero dovuto essere realizzati proprio dallo stesso demanio, che notoriamente non dispone importi finanziari di tale entità) in favore di una proprietà demaniale;
   secondo quanto risulta all'interrogante, inoltre, il suesposto comune, nel tentativo di giungere ad una risoluzione del problema, ha tentato il temporaneo spostamento della sede della caserma dei carabinieri presso uno stabile dove attualmente sono situati gli uffici del Corpo forestale dello Stato; tuttavia, non ha potuto portare a termine il trasferimento in quanto (secondo l'ufficio preposto alla logistica della prefettura di Forlì-Cesena) il pagamento di un canone di locazione risulta non percorribile, stante l'indisponibilità, come in precedenza richiamato, del Ministero dell'interno, alla stipula di nuovi contratti onerosi, laddove il comando occupa già un bene demaniale;
   l'interrogante segnala, altresì, che gli stessi uffici comunali hanno escluso la possibilità di stipulare un contratto di comodato gratuito in quanto la recente legislazione in merito, contenuta nelle recenti leggi di stabilità per il 2014 e 2015, impedirebbe tale tipologia di contratto;
   la lettera della prefettura di Forlì-Cesena evidenzia, inoltre, come anche la sezione regionale di controllo della regione Puglia della Corte dei conti, con parere del 15 dicembre 2014, avesse espresso l'avviso secondo cui: «è legittima la concessione in comodato, gratuito a tempo determinato, per l'allocazione di una caserma (...) in un immobile appartenente al patrimonio di un comune in considerazione (...) della presenza di un interesse pubblico, per ragioni di sicurezza, al mantenimento sul territorio di tale caserma»;
   il medesimo documento, firmato dal vice prefetto vicario, rileva infine che in considerazione dei suesposti rilievi, la prefettura di Forlì-Cesena, rimane in attesa da parte dell'amministrazione comunale di Sogliano al Rubicone, di informazioni al riguardo, ritenendo che nelle more non vi siano i presupposti per far luogo al trasferimento del suesposto organo di sicurezza e vigilanza;
   l'interrogante a tal fine evidenzia come la caserma dei carabinieri in precedenza indicata, rappresenti un presidio di sicurezza, per la tutela e l'incolumità della comunità locale interessata, di notevole importanza, in considerazione dei livelli di insicurezza legati all'aumento della criminalità che si sono manifestati negli ultimi tempi;
   a tal fine occorre, a parere dell'interrogante, conoscere quale siano le decisioni da parte del Ministero dell'interno, in merito alle modalità di locazione per l'uso dei locali della suesposta caserma, in considerazione sia della indisponibilità a nuovi contratti di locazione da parte del Ministero, che dei rilievi emersi dalla Corte dei conti della Puglia, in merito ad un caso analogo a quello in precedenza esposto –:
   quali orientamenti intendano esprimere, nell'ambito delle proprie competenze, con riferimento a quanto esposto;
   se trovi conferma l'indisponibilità del Ministero dell'interno a sostenere un canone di locazione per l'allocazione della caserma della stazione dei carabinieri del comune di Sogliano al Rubicone in provincia di Forlì-Cesena;
   in caso affermativo, quali iniziative nell'ambito delle proprie competenze, intendano intraprendere al fine di garantire la funzionalità del presidio di sicurezza in precedenza richiamato, affinché si possano identificare dei contratti di locazione idonei per l'uso dei locali finalizzati alla tutela della sicurezza pubblica della comunità locale di Sogliano al Rubicone;
   se trovi conferma il divieto di stipulare da parte degli enti locali contratti di comodato gratuito riguardo a presidi di sicurezza delle forze dell'ordine, su cui sono situati comandi militari o di polizia, in quanto la legislazione vigente contenuta nelle ultime leggi di stabilità 2014 e 2015 dispone in divieto. (4-07972)

ISTRUZIONE, UNIVERSITÀ E RICERCA

Interrogazioni a risposta in Commissione:


   VEZZALI. — Al Ministro dell'istruzione, dell'università e della ricerca. — Per sapere – premesso che:
   l'azione Classi 2.0 è partita nell'anno scolastico 2009/2010 con 156 classi di scuola secondaria di primo grado. Essa si propone di modificare gli ambienti di apprendimento attraverso un utilizzo costante e diffuso delle tecnologie a supporto della didattica quotidiana;
   con decreto ministeriale n. 781 del 27 settembre 2013, al fine di assicurare la gradualità e l'efficacia del processo d'innovazione didattica e tecnologica della scuola, considerata la necessità di accompagnarlo con iniziative di formazione di docenti e interventi di adeguamento delle infrastrutture necessarie, e a tutela dei diritti patrimoniali dell'autore e dell'editore, il collegio docenti può adottare, limitatamente alle nuove adozioni e non per le conferme di adozione, libri nella versione digitale o mista, come previste dall'articolo 15 del decreto-legge 25 giugno 2008, convertito, con modificazioni, dalla legge 6 agosto 2008, n. 133, così come modificato dall'articolo 11 del decreto-legge 18 ottobre 2012, n. 179, convertito, con modificazioni, dalla legge 17 dicembre 2012, n. 221;
   secondo una ricerca pubblicata alcuni giorni fa da un quotidiano nazionale, le scuole digitali avviate a oggi nel nostro Paese risultano essere 38 su 8.519;
   le scuole digitali hanno come scopo quello di intraprendere nuove tecnologie in favore della didattica: tablet e computer in classe, lavagne elettroniche, videoproiettori, registri elettronici e rete wi-fi, al fine di procedere, con il tempo necessario, anche all'eliminazione parziale o totale dei libri e quaderni;
   i finanziamenti promessi dal Ministero per investire nelle attività tecnologiche e acquisto di strumentazione digitale, risultano essere stati erogati solo in parte;
   nella maggior parte dei casi, se non nella totalità, le scuole che hanno potuto dare il via alla digitalizzazione della scuola, è stato grazie al contributo «volontario» obbligatorio dei genitori degli studenti;
   quasi tutte le scuole, dalle materne alle superiori, sono costrette a richiedere il contributo «volontario» con somme considerevoli che gravano sul bilancio familiare;
   in molte realtà scolastiche, gli insegnanti non frequentano i corsi di aggiornamento a loro dedicati, poiché hanno scarse compete digitali e i presidi devono far leva sui docenti più entusiasti per rinnovare completamente la didattica –:
   quali iniziative intenda mettere in campo per recuperare i ritardi nella digitalizzazione delle scuole;
   se non ritenga opportuno proporre una rete tra gli istituti scolastici per l'organizzazione di formazione degli insegnanti;
   se non si ritenga utile valutare l'aggiornamento e la formazione obbligatoria per i docenti che insegnano nelle cosiddette scuole 2.0 e nelle scuole superiori digitalizzate;
   come intenda procedere per garantire alle scuole la banda larga e la rete wi-fi al fine di rendere possibili le lezioni digitali. (5-04712)


   CHIMIENTI, LUIGI GALLO, D'UVA, VACCA, MARZANA, SIMONE VALENTE, DI BENEDETTO e BRESCIA. — Al Ministro dell'istruzione, dell'università e della ricerca. — Per sapere – premesso che:
   la riforma dell'istruzione secondaria di secondo grado, entrata in vigore il 1o settembre 2010 emanata dal Ministro dell'istruzione, dell'università e della ricerca Mariastella Gelmini ha rimodulato il monte orario di molti corsi di studio con le note conseguenze dei tagli alle risorse economiche scolastiche e di una notevole riduzione di cattedre che hanno dato luogo ad innumerevoli esuberi;
   la riforma è stata fortemente penalizzante per i docenti abilitati all'insegnamento delle cosiddette «materie d'indirizzo» degli istituti tecnici professionali, con particolare riferimento alle discipline economico aziendali (classe di concorso A017) e discipline giuridiche ed economiche (classe di concorso A019) le quali hanno subito una cospicua diminuzione delle cattedre;
   con sentenza n. 3527 dell'8 aprile 2013 il TAR del Lazio si è espresso favorevolmente al ripristino del quadro orario negli istituti tecnici e professionali, accogliendo il ricorso di SNALS-Confsal e annullando la validità dei provvedimenti emanati in seno alla riforma Gelmini sulla riduzione oraria nel triennio degli istituti tecnici professionali;
   il taglio del monte orario ha avuto come diretta conseguenza l'aumento esponenziale del numero di docenti in esubero collocati nella dotazione organica provinciale (DOP);
   come stabilito dal Contratto collettivo nazionale del lavoro sulla mobilità ai docenti collocati nella dotazione organica provinciale viene riconosciuta la precedenza al rientro nella scuola di ex titolarità fino agli 8 anni successivi alla perdita del posto. Tale rientro di titolarità risulta quasi impossibile in quanto annualmente nuovi docenti vengono collocati nella dotazione organica provinciale, sottraendo la possibilità di rientro ai colleghi, con il conseguente azzeramento del punteggio di continuità ottenuto allo scadere degli 8 anni di cui sopra;
   i dati numerici relativi alla consistenza dell'esubero calcolato sull'organico di fatto mettono in evidenza come i docenti in esubero ammontassero, nell'anno scolastico 2013/2014, ad oltre 8.000 unità; tuttavia, relativamente all'anno scolastico 2014/2015 sul sito del Ministero dell'istruzione, dell'università e della ricerca non sono ancora ad oggi disponibili dati ufficiali;
   ad una piccola quota di questi docenti soprannumerari è stata concessa la possibilità, mediante il decreto direttoriale del Ministero dell'istruzione, dell'università e della ricerca n. 7 del 16 aprile 2012, di partecipare a corsi di riconversione su sostegno;
   tutti gli altri docenti in esubero sono costretti a coprire i cosiddetti «spezzoni di cattedra», spesso percorrendo parecchi chilometri dalla provincia di residenza –:
   se si intenda fornire dati ufficiali relativi all'ammontare del personale in esubero nelle scuole di ogni ordine e grado per l'anno scolastico 2014/2015;
   se si intenda prendere in considerazione l'ipotesi di ripristinare il monte orario, come da sentenza in premessa, disciplina utile a riassorbire il personale suddetto;
   se si intenda valutare altre possibilità per dare soluzione al problema dei docenti in soprannumero che di fatto non sono direttamente interessati all'applicazione del decreto ministeriale n. 7 del 16 aprile 2012 di cui in premessa;
   se si intenda abolire o quantomeno allungare oltre agli attuali 8 anni, come specificato in premessa, la precedenza al rientro nella scuola di ex titolarità.
(5-04739)

Interrogazioni a risposta scritta:


   SIMONETTI. — Al Ministro dell'istruzione, dell'università e della ricerca. — Per sapere – premesso che:
   è in atto, da alcuni mesi, una radicale riorganizzazione degli uffici che fanno capo al Ministero dell'istruzione, dell'università e della ricerca, che risponde alla necessità di dare seguito a disposizioni normative il cui fine è quello di ridurre i costi della pubblica amministrazione;
   risulta all'interrogante che l'ufficio scolastico regionale per il Piemonte, attualmente organizzato con un ufficio a livello regionale a Torino e otto uffici scolastici territoriali (in ogni provincia) dovrà subire radicali trasformazioni;
   in occasione della visita del dirigente dell'ufficio scolastico regionale per il Piemonte all'ufficio scolastico territoriale di Asti, avvenuta, il 30 ottobre 2015, era stata illustrata una ipotesi che comprendeva i seguenti accorpamenti: ufficio scolastico territoriale di Torino, ufficio scolastico territoriale di Cuneo, ufficio scolastico territoriale di Alessandria/Asti, ufficio scolastico territoriale di Novara/Vercelli/Biella/Verbano-Cusio-Ossola;
   tali accorpamenti, era stato riferito in quell'occasione, non avrebbero comportato nessun disagio per l'utenza, in quanto sarebbero rimasti attivi gli uffici oggi presenti su tutte le province;
   le ragioni che motivavano i suindicati accorpamenti erano da ricercare nella necessità di rispondere a due esigenze organizzative importanti: la prima, ridurre al minimo i posti dirigenziali, la seconda avviare un massiccio riordino delle funzioni finalizzato a omogeneizzare i comportamenti, oggi spesso diversificati degli uffici provinciali;
   tali orientamenti avevano raccolto l'attenzione di tutto il personale dell'UST di Asti, che da allora era rimasto in attesa di conoscere gli atti operativi che avrebbero dovuto avviare la nuova fase riorganizzativa;
   circolano da alcuni giorni notizie non confermate, ma neppure smentite, che gli accorpamenti previsti non saranno attuati: rimarrebbero tutte le singole sedi, mantenendo così la vecchia organizzazione degli uffici scolastici territoriali, ad eccezione dell'accorpamento Asti-Alessandria che inoltre sembrerebbe dover diventare no più un ufficio sul territorio, ma un ufficio alle dirette dipendenze della direzione regionale con sede a Torino;
   tali notizie non risultano in linea con quanto illustrato in occasione del già citato incontro dei mesi scorsi; è un'incomprensibile incoerenza confermare l'autonomia delle sedi di Novara, Vercelli, Biella e Verbano-Cusio-Ossola e, per contro, mantenere solo l'accorpamento Asti-Alessandria, e, per di più, come parte di un ufficio della direzione regionale;
   quindi gli uffici scolastici territoriali della regione Piemonte, attualmente otto, risulterebbero ridotti a sei e non a quattro, come precedentemente previsto –:
   se la notizia dell’«inglobamento» dell'ufficio scolastico territoriale di Asti nella direzione generale di Torino corrisponda al vero;
   in tal caso se il Ministro ritenga che un'organizzazione siffatta sia in grado di offrire all'utenza un servizio adeguato, soprattutto in vista delle numerose assunzioni di personale docente previste, già dall'anno prossimo, secondo le intenzioni del Governo. (4-07887)


   COPPOLA. — Al Ministro dell'istruzione, dell'università e della ricerca, al Ministro dell'economia e delle finanze. — Per sapere – premesso che:
   il Ministero dell'Istruzione, Università e Ricerca, con il decreto direttoriale prot. n. 391/Ric del 5 luglio 2012, individua nel settore smart cities and Communities una priorità strategica per lo sviluppo nazionale di ricerca e innovazioni;
   assieme all'avviso n. 84/Ric. del 2 marzo 2012, dedicato ai soli territori della convergenza, l'Avviso per la presentazione di Idee progettuali per Smart Cities and Communities and Social Innovation di cui al decreto sopra citato, dedicato alla restante parte del territorio nazionale, ha l'obiettivo di «promuovere l'utilizzo evoluto delle tecnologie da parte di cittadini, imprese e amministrazioni [al fine] di sviluppare soluzioni tecnologiche, servizi, modelli e metodologie che si collocano sulla frontiera della ricerca applicata di origine industriale ed accademica» nel perimetro applicativo delle smart communities (articolo 1 comma 13, decreto dir. n. 391/Ric – 5 luglio 2012);
   l'Avviso individua due differenti modalità di adesione, ovvero la presentazione di idee progettuali, cui faranno seguito i progetti esecutivi, relativi alle proposte aventi ricevuto un punteggio complessivo di almeno 70 punti su 100, presentate dai soggetti individuati come da articolo 2 dell'Avviso stesso, e i Progetti di innovazione sociale, come indicato dall'articolo 7, dedicati al «coinvolgimento diretto delle più giovani generazioni» e intesi come workpackages formativi delle idee progettuali e collegati strutturalmente ai progetti esecutivi;
   gli ambiti di applicazione, sedici, all'interno dei quali sviluppare le idee progettuali e i progetti di innovazione sociale sono individuati dal Ministero dell'istruzione, dell'università e della ricerca coprono uno spettro ampio lasciando molto margine alla possibilità di intervento. Gli ambiti sono i seguenti, come elencati al comma 5 dell'articolo 1 del bando: sicurezza del territorio, invecchiamento della società, tecnologie Welfare ed inclusione, Domotica, giustizia, scuola, waste management, tecnologie del mare, salute, trasporti e mobilità terrestre, logistica Last-Mile, smart grids, architettura sostenibile e materiali, cultural Heritage, gestione risorse idriche, cloud computing technologies per smart government;
   i soggetti titolati a presentare le domande per le idee progettuali sono individuati dall'articolo 5 del decreto ministeriale 8 agosto 2000 n. 593, e le idee da far rientrare in uno dei sedici ambiti sopracitati prevedono come obiettivo lo sviluppo di attività di ricerca industriale, finalizzate a nuovi prodotti, processi servizi e crescita di capitale umano da far ricadere nei territori in cui il progetto insiste;
   il Ministero dell'istruzione, dell'università e della ricerca attraverso il bando, ha messo a disposizione risorse a valere sul Fondo per le agevolazioni alla ricerca (FAR) per 655,5 milioni di euro, di cui 170 in forma di contributo alla spesa e 485,5 nella forma del credito agevolato, per le finalità sopra individuate;
   all'interno di tali risorse una quota pari a 25 milioni di euro è stata destinata ai già citati progetti di innovazione sociale e riservati a giovani di età non superiore ai 30 anni, come da articolo 7 del decreto direttoriale di cui sopra. Progetti contenenti al loro interno proposte tecnologiche all'avanguardia, un crono-programma dettagliato delle attività e un prospetto di auto-sostenibilità nel medio-lungo periodo (articolo 7 comma 6);
   le scadenze previste per la presentazione della domanda erano fissate al 9 novembre 2012 per le idee progettuali di cui all'articolo 1, e al 7 dicembre 2012 per i progetti di innovazione sociale di cui all'articolo 7, con l'approvazione da parte del Ministero stabilita entro e non oltre i 30 giorni in entrambi i casi (articolo 6 comma 3 per quanto riguarda le idee progettuali e articolo 7 comma 9 per i progetti);
   con decreto direttoriale 7 dicembre 2012 n. 924, i termini di valutazione dei progetti vengono prorogati al 31 gennaio 2013 «al fine di assicurare il più completo e corretto esercizio delle attività di valutazione»;
   in data 31 gennaio 2013, con decreto direttoriale n. 186, i termini per l'esito delle valutazioni vengono fissati al 28 febbraio 2013, motivando la proroga con il ritardo di accesso all'Expert Management in the Participant Portal, l'albo degli esperti valutatori, rilasciato dalla Commissione europea agli uffici competenti del Ministero dell'istruzione, dell'università e della ricerca solo in data 23 gennaio 2013;
   nella stessa data, 31 gennaio, viene pubblicata una comunicazione dal Ministero a firma del direttore generale dottor Emanuele Fidora, in cui si riconosce la valenza strategica del bando si promette il «massimo impegno della struttura affinché la valutazione della seconda fase si chiuda in tempi stretti, tali da recuperare, in massima parte, il tempo già trascorso»;
   in data 28 febbraio 2013, con decreto direttoriale n. 370, viene pubblicato l'elenco delle idee progettuali che hanno ottenuto un risultato superiore a 70 punti, con l'invito ai soggetti proponenti di presentare i conseguenti progetti esecutivi entro la data del 5 aprile 2013;
   alla stessa data, con decreto direttoriale n. 371 viene approvata la graduatoria generale finale dei progetti di Innovazione sociale, da collegare ai progetti esecutivi di cui al comma 7 dell'articolo 6 dell'Avviso. Graduatoria poi parzialmente integrata con decreto direttoriale n. 1222 del 24 giugno 2013;
   in data 14 marzo 2013, con decreto direttoriale n. 468, viene annullata la graduatoria pubblicata in allegato al decreto direttoriale n. 370 del 28 febbraio 2013, e sostituita dal nuovo «Allegato 1» con termine ultimo per la presentazione dei progetti esecutivi prorogato alle ore 17.00 del 30 aprile 2013;
   la valutazione tecnico-scientifica dei progetti esecutivi presentati si è conclusa con l'approvazione della graduatoria pubblicata in data 31 ottobre 2013 con decreto direttoriale n. 2057, da cui risultano, con allegato 1, ammessi 71 progetti ripartiti in due fasce (A – Due progetti esecutivi per ciascun ambito che hanno ottenuto il maggior punteggio in base ai criteri indicati all'articolo 6; B – Progetti idonei ai sensi di quanto indicato all'articolo 6), e con Allegato 2 gli abbinamenti dei 48 Progetti di Innovazione Sociale ai progetti esecutivi di cui all'Allegato 1, fascia A;
   l'articolo 2 del decreto direttoriale 2057 impegna il Ministero a procedere con il finanziamento dei progetti successivamente alle visite in loco degli esperti tecnico scientifici;
   infine, l'elenco definitivo dei progetti ammessi al finanziamento, con l'indicazione degli importi assegnati a ciascuno di essi, viene finalmente pubblicato in data 13 febbraio 2014, con decreto dirigenziale n. 428, da cui risulta che la cifra iniziale di 665 milioni è stata ridimensionata a circa 350 milioni, per 80 progetti da finanziare (32 progetti esecutivi e 48 progetti di innovazione sociale);
   a quanto risulta da un articolo dell'11 aprile 2014 pubblicato sul sito www.corrierecomunicazioni.it nessuno degli 80 progetti vincitori, tra progetti esecutivi e progetti di innovazione sociale, ha ancora ottenuto i finanziamenti previsti dal bando, e quindi non ha avuto la possibilità di partire;
   ad oggi, come si evince dalla testimonianza di un vincitore del bando, dall'articolo «Food Hub TO Connect: scopriamo uno dei progetti vincitori del bando Smart Cities and Communities del MIUR» pubblicato il giorno 12 gennaio 2015, sul sito web http://smartinnovation.forumpa.it, a due anni dalla pubblicazione dei progetti di innovazione sociale risultati vincitori (28 febbraio 2013) per l'utilizzo dei 25 milioni di euro messi a disposizione per la realizzazione dei progetti, non si ha ancora alcuna notizia del conferimento delle somme spettanti;
   il termine per il completamento delle attività è fissato al 30 dicembre 2015 (articolo 3 comma 3 dell'Avviso), pena la perdita dei fondi stanziati tramite finanziamenti europei;
   secondo i dati riportati da Cor.Com ai 32 progetti esecutivi prendono parte 399 soggetti, di cui 302 privati (grandi imprese è Pmi) e 97 soggetti pubblici tra università, enti di ricerca e pubbliche amministrazioni;
   essendo progetti costituiti da un alto livello di innovazione e dunque con un alto tasso di obsolescenza e di concorrenza elevata, mancando 10 mesi al termine fissato per la conclusione di progetti premiati con un business-plan organizzato su 3 anni (2013, 2014, 2015) e con il rischio molto probabile di una perdita di 42 milioni di euro di cofinanziamento privato, oltre ai 350 milioni di fondi europei stanziati e non utilizzati, con ricadute non calcolabili a livello di occupazione e di sviluppo del territorio –:
   quali siano i motivi che hanno portato alla situazione fin qui descritta e al continuo reiterare fino al mancato conferimento dei finanziamenti, tuttora in essere, da parte del Ministero dell'istruzione dell'università e della ricerca;
   se esista una valutazione del danno economico arrecato alle imprese, alle pubbliche amministrazioni, agli enti di ricerca vincitori del bando e ai territori su cui i progetti insistono, e nel caso in cui questa fosse assente produrla ai fini di una più completa conoscenza di quanto accaduto;
   chi siano il funzionario e il dirigente responsabili del procedimento amministrativo;
   se ci sia da parte del Ministro l'intenzione di portare a termine il progetto di sviluppo nazionale come previsto dal decreto direttoriale n. 391/Ric., se verrà posticipato il termine per la conclusione dei progetti e se saranno ancora disponibili i fondi fin qui stanziati. (4-07890)


   PARENTELA. — Al Ministro dell'istruzione, dell'università e della ricerca, al Ministro della giustizia. — Per sapere – premesso che:
   con D.D.G. 1o luglio 2008 è stata indetta una procedura di selezione interna, per la copertura di 500 posti, tramite il passaggio del personale del Ministero della pubblica istruzione dall'area B all'area C, posizione economica C1, profilo professionale di funzionario amministrativo/giuridico legale contabile, per gli uffici dell'amministrazione centrale e periferica;
   dopo lo svolgimento della prova preselettiva, delle prove scritte e della prova orale, con DD.DD.GG. del 27 dicembre 2010, è stata approvata e pubblicata la graduatoria definitiva di merito composta da n. 451 progressioni verticali a fronte dei 500 posti messi a concorso;
   dopo l'acquisizione (positiva) dei pareri resi dal Dipartimento della funzione pubblica, in data 5 ottobre 2011 è stato pubblicato in Gazzetta Ufficiale il decreto del Presidente del Consiglio dei ministri del 7 luglio 2011 di «Autorizzazione ad assumere e trattenere in servizio unità di personale per le esigenze di varie amministrazioni dello Stato ai sensi dell'articolo 3, comma 102, della legge 24 dicembre 2007, n. 244, e successive modificazioni e integrazioni e dell'articolo 9, comma 31, del decreto-legge 31 maggio 2010, n. 78, convertito con modificazioni nella legge 30 luglio 2010, n.122»;
   il decreto del Presidente del Consiglio dei ministri del 7 luglio 2011 è passato al vaglio della Corte dei conti ed è stato registrato il 22 settembre 2011 – Registro n. 18 – Foglio n. 22;
   con il suddetto decreto sono state autorizzate per il Ministero dell'istruzione, dell'università e della ricerca un totale di n. 584 assunzioni, tra le quali sono state specificamente inserite le n. 451 progressioni verticali, provenienti dalla procedura di selezione interna;
   inspiegabilmente, con decorrenza 14 novembre 2011 sono state assunte solo 428 unità del concorso di cui in oggetto, rimanendone fuori solo 23 unità – ridotte a 20 a seguito di pensionamenti – nonostante il decreto del Presidente del Consiglio dei ministri contemplasse l'assunzione di tutte le 451 unità –:
   per quale motivo sia stato di fatto negato il diritto soggettivo alla progressione verticale alle venti unità indicate in premessa pur sussistendo la regolarità amministrativa della procedura, le autorizzazioni di legge e la relativa copertura finanziaria e quali iniziative intenda metter in atto al fine di porre rimedio alla sopracitata disparità di trattamento e quindi provvedere all'assunzione di tali risorse nell'area C, con relativo inquadramento nella posizione economica C1.
(4-07899)


   BRUNO BOSSIO, AIELLO, BRUNO, COVELLO e MAGORNO. — Al Ministro dell'istruzione, dell'università e della ricerca. — Per sapere – premesso che:
   in data 18 dicembre 2014 è stata già presentata un'interrogazione a risposta scritta circa la vera e propria campagna di delegittimazione alla quale è sottoposta la dottoressa Michelina Bilotta, dirigente scolastico del liceo scientifico «E. Fermi» di Cosenza;
   la richiamata interrogazione, a tutt'oggi, non ha avuto risposta;
   gli autori di questa ostinata campagna fanno capo ad una minoranza sindacale;
   è stato ampiamente rilevato dagli interroganti di quanta strumentalità e pretestuosità si carica tale campagna;
   nel frattempo, a giudizio degli interroganti, contro la medesima dirigente si sono intensificate iniziative discutibili;
   con provvedimento disciplinare a firma del direttore generale dell'ufficio scolastico regionale della Calabria, del 4 febbraio 2015, è stata comminata la sospensione della dottoressa Michelina Bilotta dal servizio per la durata di giorni 15;
   il consiglio d'istituto del liceo Fermi, all'unanimità dei rappresentanti di tutte le componenti scolastiche, ha ritenuto opportuno condannare e stigmatizzare quanto stava accadendo a tutela della immagine dell'istituzione scolastica in data 16 gennaio 2015, molto tempo prima, dunque, che il provvedimento venisse adottato;
   va rilevato che il dottor Diego Bouchè il 3 febbraio 2015 attestava attraverso una ufficiale comunicazione inviata con posta elettronica certificata, al legale difensore della dottoressa Bilotta, che non era stato emesso alcun provvedimento;
   si contesta alla dirigente Bilotta la responsabilità di un «clima di conflittualità interna», senza mai però esteriorizzare a giudizio degli interroganti un solo fatto determinato. Per supportare tale presunta responsabilità si fa esclusivo riferimento a quelle che appaiono fumose «valutazioni negative» di alcuni docenti;
   il provvedimento disciplinare ad avviso degli interroganti di fatto amplifica e legittima una ostinata campagna di ostilità che fa capo ad una isolata espressione sindacale nei confronti della dirigente scolastica;
   il liceo Fermi è istituzione di rilevante prestigio, è uno degli istituti più importanti della Calabria: con circa 1.500 alunni, 130 tra personale docente e ATA e tre plessi e che sotto la direzione dalla dottoressa Michelina Bilotta, ha accresciuto ed ampliato l'offerta formativa con le certificazioni IC3; con la certificazione internazionale IGCSE rilasciata dall'università di Cambridge (il «Fermi» è tra le 22 istituzioni scolastiche italiane accreditate); con i progetti di autovalutazione CAF e Vales; con i PON e POR, finalizzati all'ampliamento della già avanzata dotazione tecnologica; con il partenariato scolastico Comenius, Erasmus Plus; con gli stage linguistici all'estero (Gran Bretagna, Scozia, Irlanda e Malta); con la partecipazione alle Olimpiadi di matematica, filosofia, fisica, statistica e al Certamen Ars et ingenium; con il Book in progress; con l'attività di orientamento in ingresso e in uscita; con il rapporto con i corsi di lauree scientifiche dell'università della Calabria; con i protocolli d'intesa stilati con le istituzioni pubbliche locali e con l'azienda sanitaria provinciale –:
   quali iniziative il Ministro intenda assumere affinché possa essere garantito lo svolgimento delle attività scolastiche in condizioni di serenità al fine di isolare e depotenziare quello che agli interroganti appare un grave tentativo di turbamento di un contesto ambientale che invece è ampiamente noto per essere caratterizzato da un forte spirito di collaborazione tra le diverse componenti scolastiche;
   quali iniziative intenda adottare anche al fine di tutelare l'esercizio di una qualificata funzione pubblica che è attribuita alla responsabilità di un dirigente scolastico a capo di uno dei più importanti istituti della Calabria. (4-07932)


   TOFALO e SIBILIA. — Al Ministro dell'istruzione, dell'università e della ricerca, al Ministro della salute. — Per sapere – premesso che:
   il decreto del Presidente della Repubblica 10 marzo 1982, n. 162 – recante disposizioni in materia di «Riordinamento delle scuole dirette a fini speciali, delle scuole di specializzazione e dei corsi di perfezionamento» – disciplina l'accesso dei laureati non medici;
   è stato firmato in data 5 febbraio 2015 dal Ministro della salute e dal Ministro dell'istruzione, dell'università e della ricerca il decreto in materia di riorganizzazione delle classi e tipologie di corsi di specializzazione di area sanitaria;
   il decreto del Ministro dell'istruzione, dell'università e della ricerca 1o agosto 2005, pubblicato nel supplemento ordinario alla Gazzetta Ufficiale n. 285 del 5 novembre 2005, regolamenta lo status contrattuale ed economico dei laureati specializzandi non medici che afferiscono alle scuole di specializzazione di area sanitaria;
   la legge n. 401 del 2000 – Norme sull'organizzazione e sul personale del settore sanitario prevede l'equiparazione dei laureati «non medici» a quelli «medici» per quanto riguarda le modalità per stabilire il numero di laureati iscrivibili alle scuole di specializzazione;
   vi è l'obbligo del possesso del diploma di specializzazione per partecipare ai concorsi per il personale dirigenziale del Servizio Sanitario Nazionale (decreto del Presidente della Repubblica 10 dicembre 1997, n. 483 e legge 401 del 2000);
   esiste una disparità di regolamentazione per gli specializzandi medici – decreto legislativo 17 agosto 1999, n. 368, definito in recepimento di specifiche direttive comunitarie inerenti esclusivamente la formazione dei medici – e non medici – decreto del Presidente della Repubblica 10 marzo 1982, n. 162 e decreto ministeriale 1o agosto 2005, n. 285;
   dal Consiglio di Stato, sez. VI, luglio 2002, n. 3934 si evince che: «alla luce della direttiva C.E.E. n.82/76 del 26 gennaio 1982, come attuata nell'ordinamento giuridico italiano dal decreto legislativo n.257/1991, la frequenza delle Scuole di specializzazione, per l'impegno a tempo pieno che comporta e le incompatibilità con ogni altra attività lavorativa, è attività necessariamente retributiva e che, conseguentemente, non possono essere ammessi a frequentare le scuole di specializzazioni laureati che non godono di borse di studio, secondo la previsione del decreto legislativo n. 257 del 1991 (così C.S.I., 18 ottobre 1986, n. 331), e adesso di contratto annuale di formazione – lavoro (cfr., articoli 37 e 38 del decreto legislativo n. 368 del 1999)» –:
   se sia possibile procedere con la massima urgenza alla emanazione del decreto che individui le scuole di specializzazione ad accesso misto;
   se gli specializzandi siano tutelati con adeguata remunerazione, vista l'incompatibilità con ogni altra attività lavorativa;
   quali siano le motivazioni del mancato riordino delle scuole di specializzazione mediche di area Sanitaria con accesso Misto per i laureati Non Medici, eccetto che per farmacia ospedaliera, fisica medica e odontoiatria, decidendo di non integrarle nell'attuale decreto del 2015, ma di regolamentarle con un secondo, decreto ministeriale posto che in questo modo si creano, ad avviso dell'interrogante, forti discriminazioni e divergenze tra gli specializzandi «non medici» – biologi, fisici, chimici, farmacisti, odontoiatri – e soprattutto tra gli specializzandi medici e «non medici» che frequentano le medesime, scuole di specializzazione;
   quale siano le ragioni che hanno spinto i due tavoli tecnici tenutisi al consiglio universitario nazionale. «Proposta di Linee Guida di Riassetto delle Scuole di Specializzazione di Area Sanitaria» il 15 ottobre e il 7 novembre 2014, in completa assenza di rappresentanze di non-medici, a prendere decisioni diverse e contrastanti rispetto al decreto ministeriale del 1o agosto 2005;
   quali siano le ragioni dell'assenza di tale decisione nella SCHEDA 6 della «Proposta di Linee Guida di Riassetto delle Scuole di Specializzazione di Area Sanitaria»;
   quali rappresentanze «non mediche» abbiano supportato ed appoggiato il piano di spostamento dei suddetti specializzandi nel percorso parallelo dal momento che le rappresentanze vengono costantemente ascoltate nelle sedi del consiglio universitario nazionale nonché al Ministero dell'istruzione, dell'università e della ricerca;
   se il C.I.S.A.S. poiché è unica associazione di categoria di tali specializzandi, verrà ammessa come rappresentanza al fine di poter partecipare: ai tavoli tecnici ministeriali e del consiglio universitario nazionale; per la stesura del decreto che riguarda le scuole di specializzazione per non-medici. (4-07945)

LAVORO E POLITICHE SOCIALI

Interrogazioni a risposta orale:


   VEZZALI. — Al Ministro del lavoro e delle politiche sociali. — Per sapere – premesso che:
   non risultano all'interrogante che ,ad oggi, siano state rifinanziate le risorse destinate ai contratti di solidarietà, di cui all'articolo 5, della legge n. 236 del 1993, che avrebbero dovuto essere ampliate sin dalla legge n. 190 del 23 dicembre 2014 (legge di stabilità per il 2015);
   il contratto di solidarietà costituisce uno strumento prioritario per la concessione di misure di sostegno al reddito, in continuità di rapporto di lavoro per le imprese artigiane e per quelle non rientranti nel campo di applicazione degli ammortizzatori sociali ordinari;
   detti contratti rappresentano oggi una tutela del reddito dei lavoratori dipendenti, in quanto consentono al tessuto produttivo costituito dalle imprese non rientranti nel campo di applicazione della cassa integrazione e quindi, prive di tale ammortizzatore sociale, di evitare i licenziamenti, preservando i livelli occupazionali, e proseguire la propria attività produttiva;
   la dotazione di risorse stanziata per l'anno 2014 per il finanziamento dei contratti di solidarietà non sembra essere sufficiente a garantire la copertura delle relative domande già presentate presso gli Uffici competenti, che hanno altresì bloccato anche la presa in carico delle domande per il 2015 in assenza di indicazioni sullo stanziamento –:
   quali urgenti iniziative, anche di carattere normativo, intenda porre in essere, in attesa dell'attuazione della delega legislativa contenuta nella legge n. 183 del 2014, che prevede la messa a regime di tale tipologia di contratti di solidarietà, al fine del rifinanziamento di tale strumento di sostegno al reddito, sia per il 2015 che per la copertura delle domande relative all'anno 2014. (3-01299)


   VEZZALI. — Al Ministro del lavoro e delle politiche sociali. — Per sapere – premesso che:
   la provincia di Ancona ha comunicato i dati relativi all'inserimento lavorativo delle persone con disabilità, dai quali emerge che le aziende private e gli enti pubblici non rispettano i dettami della legge n. 68 del 1999 sull'inserimento mirato dei disabili nel mondo del lavoro;
   la legge obbliga, sia i privati, sia gli enti pubblici, ad assumere un certo numero di persone con disabilità in base al numero dei dipendenti, ma dai dati forniti, risulta che sia le aziende private, sia gli enti pubblici non hanno ottemperato agli obblighi di legge, ai fini del collocamento lavorativo mirato verso le persone con disabilità;
   in considerazione di quanto sopra, appare evidente la situazione di mancanza di rispetto della legge in vigore e di negazione del diritto al lavoro delle persone con disabilità;
   i diritti al lavoro negati alle persone affette da disabilità vanno contro a quanto predisposto dalla legge violando i dettami e i principi della Carta Costituzionale –:
   quali urgenti iniziative intenda porre in essere per porre fine alle ingiustizie sociali che vedono protagonisti i portatori di handicap nel mondo del lavoro, e quali siano le iniziative, anche normative, previste al fine di garantire i diritti dei disabili nel mondo del lavoro;
   se non ritenga opportuno monitorare puntualmente le reali opportunità di integrazione dei disabili nel mondo del lavoro, assumendo iniziative per inasprire, se necessario, le misure sanzionatorie già previste dalla legge n. 68 del 1999, nei confronti di quelle aziende che negano il diritto al lavoro dei portatori di handicap. (3-01300)

Interrogazioni a risposta in Commissione:


   MAESTRI, GNECCHI, ALBANELLA, GIACOBBE, GREGORI e ZAPPULLA. — Al Ministro del lavoro e delle politiche sociali. — Per sapere – premesso che:
   nel marzo 2014 l'INAIL ha elaborato un dossier dedicato alle differenze di genere nel mondo del lavoro lette attraverso i dati sugli infortuni sul lavoro e sulle malattie professionali (dati 2012);
   nel 2012 le lavoratrici rappresentavano il 41,3 per cento del totale degli occupati, in aumento di 110 mila unità rispetto all'anno precedente (+1.2 per cento). Oltre al numero delle occupate è aumentato anche il numero delle donne disposte a lavorare, con un incremento del 16,5 per cento. Tale maggior propensione all'impiego, come segnalato dall'INAIL, è dovuta all'aumento delle lavoratrici straniere, al numero delle lavoratrici ultracinquantenni trattenute al lavoro per effetto della riforma delle pensioni, e all'incremento delle donne indotte a cercare un impiego per compensare eventuali perdite di reddito «maschile» a causa della crisi economica. Nonostante questo fenomeno la quota di donne occupate sul totale della popolazione è rimasto di gran lunga inferiore alla media europea, pari al 47,1 per cento contro il 58,6 per cento;
   nel quinquennio 2008-2012 benché gli infortuni occorsi alle donne siano diminuiti del 12,8 per cento, l'incidenza degli stessi rispetto al totale degli incidenti è aumentata di quasi cinque punti percentuali, passando dal 28,6 per cento al 33,3 per cento. Nello stesso periodo sono significativamente diminuiti gli incidenti con esito mortale, passando da 86 a 66 casi, di questi 36 avvenuti in itinere: un dato particolarmente significativo legato probabilmente al fatto che le donne sono principalmente occupate (per oltre il 50 per cento) in attività domestiche, sanità, servizi sociali e amministrazione pubblica, di per sé meno pericolose ma più soggette a spostamenti casa-lavoro;
   la fascia di età tra i 35 e i 49 anni risulta essere la più colpita con il 44 per cento di infortuni e del 36 per cento di incidenti mortali. La graduatoria dei settori di attività economica con maggior incidenza infortunistica femminile vede al primo posto il personale domestico (88,9 per cento) seguito da sanità e servizi sociali (73,6 per cento) e abbigliamento (71,9 per cento). Oltre il 73 per cento degli infortuni dei dipendenti statali coinvolge le donne, anche per la maggior presenza delle stesse tra i lavoratori delle amministrazioni pubbliche;
   la riduzione degli incidenti femminili, tra il 2008 e il 2012, è stata più rilevante in Agricoltura (-26, 9 per cento) che nell'industria e servizi (-12,9 per cento) e tra i dipendenti dello Stato (-4.5 per cento);
   il rapporto segnala inoltre che il dato relativo alle malattie professionali ha continuato a crescere fino al 2011 e solo nel 2012 si è registrata una battuta d'arresto (-1,5 per cento) –:
   di quali azioni il Ministro interrogato intenda farsi promotore per affrontare, con finalità preventive, il fenomeno degli infortuni sul lavoro considerata l'incidenza particolarmente significativa che lo stesso ha sulle lavoratrici soprattutto nei settori dove la presenza delle donne è più rilevante, a partire dalla pubblica amministrazione. (5-04708)


   TRIPIEDI, COMINARDI, CIPRINI, CHIMIENTI, LOMBARDI, DALL'OSSO, PESCO e ALBERTI. — Al Ministro del lavoro e delle politiche sociali. — Per sapere – premesso che:
   in data 4 febbraio 2015 la Fim-Cisl Monza Brianza Lecco, ha divulgato i dati, ripresi da diversi quotidiani online e TG locali, relativi alle situazioni di crisi del settore metalmeccanico nel territorio di Monza e Brianza, riferiti al periodo luglio – dicembre 2014;
   in Brianza, nel secondo semestre 2014, sono 199 (contro le 244 del semestre precedente) le aziende industriali ed artigiane coinvolte da processi di crisi e/o difficoltà per un totale di 11.030 (erano 10.765) addetti occupati e 7.057 (erano 7.931) addetti coinvolti dall'utilizzo di «ammortizzatori sociali». Nello specifico, i dati relativi al settore metalmeccanico nel territorio della Brianza, vedono 79 aziende (erano 100) con l'utilizzo di cassa integrazione guadagni ordinaria (CIGO) e 1.598 addetti coinvolti (erano 2.055); 26 aziende (erano 25) con l'utilizzo di cassa integrazione guadagni straordinaria (CIGS) e 3.778 addetti coinvolti (erano 2.020); 13 aziende (erano 12) con l'utilizzo di contratti di solidarietà (CdS) e 3.005 addetti coinvolti (erano 2.954); 61 aziende (erano 94) con l'utilizzo di cassa integrazione in deroga con 342 addetti coinvolti (erano 492); 43 aziende (erano 20) che hanno utilizzato la procedura di mobilità (licenziamenti) con 1.339 addetti coinvolti (erano 410). Il dato estremamente allarmante che si evidenzia in quest'ultima proiezione, è quello riguardante il drammatico aumento sia del numero di aziende (+ 53,49 per cento che dei lavoratori (+ 69,38 per cento) coinvolti dalla mobilità. Per i lavoratori rappresenta il numero più alto rilevato dal 2001 ad oggi. Quindici risultano essere le aziende fallite con 928 lavoratori licenziati;
   va evidenziato che nel secondo semestre 2014, in rapporto al primo, vi è stata una diminuzione del numero delle aziende interessate a processi di crisi e anche dei lavoratori coinvolti complessivamente anche se di poche unità; vi è stato un calo delle aziende e dei lavoratori collocati in cassa integrazione ordinaria e delle aziende che utilizzano la cassa in deroga (dato, quest'ultimo, a cui vanno però aggiunte le non rilevate richieste effettuate a dicembre); è aumentato il numero di aziende e dei lavoratori coinvolti dal ricorso alla cassa integrazione straordinaria e ai contratti di solidarietà;
   permangono situazioni di aziende dove vengono utilizzati contemporaneamente cassa integrazione guadagni straordinaria e, per chi ha il contratto di apprendista, cassa integrazione guadagni in deroga oppure cassa integrazione guadagni ordinaria e/o cassa integrazione guadagni straordinaria e mobilità o dalla cassa integrazione guadagni ordinaria alla cassa integrazione guadagni straordinaria oppure dalla cassa integrazione guadagni straordinaria ai CDS;
   dai dati sopra indicati, si evince, che il 23 per cento dei lavoratori e coinvolto dall'utilizzo della cassa integrazione guadagni ordinaria, il 58 per cento alla cassa integrazione guadagni straordinaria, contratti di solidarietà e cassa integrazione guadagni in deroga e infine il 19 per cento dalla mobilità, quest'ultimo dato in drammatico aumento rispetto ai passati semestri di rilevazione;
   l'88 per cento delle aziende interessate dall'utilizzo degli ammortizzatori sono sotto i 100 dipendenti fotografa la dimensione di piccola-media impresa delle aziende metalmeccaniche della Brianza;
   i dati testimoniano la ricerca da parte degli imprenditori brianzoli, di mantenere una tenuta occupazionale dentro le aziende nonostante la crisi iniziata a settembre 2008, con il massiccio ricorso agli ammortizzatori sociali;
   sono sempre poche le realtà in controtendenza con segnali positivi e che hanno effettuato assunzioni, mentre sono in aumento rispetto al primo semestre (+ 11) il numero delle aziende che falliscono, testimonianza diretta e drammatica dell'evidenziarsi delle difficoltà finanziarie dell'imprenditoria della provincia in questione;
   a giudizio dell'interrogante, tutti i dati sopraindicati disegnano un panorama catastrofico del settore metalmeccanico brianzolo, in netta controtendenza con l'ottimismo sulla ripresa occupazionale ripetuto in più occasioni dal Governo e dal Ministro del lavoro e delle politiche sociali;
   se il Ministro interrogato, a seguito dei dati che confermano una forte diminuzione dei posti di lavoro del settore metalmeccanico di una delle zone più produttive del nostro Paese, qual’è la Brianza, non ritenga di assumere iniziative per una migliore programmazione atta a risollevare, nel più breve tempo possibile, il settore stesso;
   quali politiche abbia previsto per la ripresa del settore metalmeccanico brianzolo;
   se intenda attivare un tavolo di lavoro con le parti sociali e le istituzioni competenti per materia, al fine di poter scambiare informazioni per poter contrastare la grave crisi occupazionale del settore metalmeccanico. (5-04724)


   FEDRIGA e PRATAVIERA. — Al Ministro del lavoro e delle politiche sociali. — Per sapere – premesso che:
   la legge n. 147 del 2014 – che definisce i termini della cosiddetta VI salvaguardia – prevede, tra le altre, la deroga ai nuovi requisiti previdenziali introdotti con la riforma Fornero per quei soggetti il cui rapporto di lavoro si sia risolto entro il 31 dicembre 2012 in ragione di accordi individuali di incentivo all'esodo sottoscritti anche ai sensi degli articoli 410, 411 e 412-ter del codice di procedura civile, ovvero in applicazione di accordi collettivi di incentivo all'esodo stipulati dalle organizzazioni sindacali comparativamente più rappresentative a livello nazionale entro il 31 dicembre 2011, anche se hanno svolto, dopo la cessazione, qualsiasi attività non riconducibile a rapporto di lavoro dipendente a tempo indeterminato;
   l'accordo di «incentivo all'esodo» compare nella stragrande maggioranza degli atti di conciliazione che prevedono la non impugnazione del licenziamento da parte del lavoratore in caso di crisi aziendale e della conseguente necessità dell'azienda di procedere alla «messa in mobilità» di un certo numero di lavoratori, e rappresenta la condicio sine qua non affinché il lavoratore accetti il licenziamento e la «messa in mobilità»;
   il rapporto di lavoro viene quindi risolto, nell'ambito dell'ammortizzatore sociale della «mobilità, anche e soprattutto in ragione di tale accordo individuale/collettivo di incentivo all'esodo»;
   tuttavia, la direzione territoriale del lavoro (DTL) di Milano, interpretando in modo estremamente restrittivo una nota della direzione regionale del lavoro (DRL) della Lombardia che recepisce a sua volta una informativa del Ministero in risposta ad una richiesta direzione regionale del lavoro Campana (il quesito, relativo alla 4a salvaguardia e senza alcun riferimento alla VI, verteva sulla possibilità di poter ricomprendere nella casistica dei «licenziati unilaterali» quei lavoratori che hanno terminato la fruizione della mobilità, ha arbitrariamente deciso – in mancanza di ulteriori indicazioni e precisazioni al riguardo da parte del Ministero del lavoro e delle politiche sociali – di considerare non riconducibili ai criteri di ammissibilità alla VI salvaguardia i lavoratori mobilitati sottoscrittori anche di accordi individuali e/o collettivi di incentivi all'esodo;
   di conseguenza la stessa direzione territoriale del lavoro di Milano ha inviato ai predetti ex-lavoratori, che avevano fatto domanda di ammissione secondo i criteri previsti dalla lettera c), comma 1, articolo 2, della legge n. 147 del 2014, un «preavviso di diniego» alle domande da essi formulate;
   la situazione che questi lavoratori vivono da oltre 3 anni (senza lavoro, senza reddito e senza pensione), in attesa di poter vedere riconosciuto il loro diritto di andare in pensione con le norme previgenti la «riforma» Fornero, era già di per sé assurda e foriera di ansia e preoccupazione per il futuro loro e delle loro famiglie, ma ora sta diventando addirittura kafkiana, se si considera che le loro stesse domande fatte per pari posizioni e a pari requisiti per le precedenti salvaguardie (II, III e V) sono state regolarmente «accolte» dalla stessa direzione territoriale del lavoro – Milano che ora le vorrebbe respingere per la VI;
   la questione interpretativa sembra riguardare solo la direzione territoriale del lavoro di Milano, risultando agli interroganti che altre direzioni territoriali del lavoro sparse un po’ in tutto il resto del Paese hanno già inviato lettere d'accoglimento per le domande inoltrate da ex-lavoratori mobilitati ai sensi della citata lettera c) del comma 1 dell'articolo 2 della Legge n. 147 del 2014 –:
   se non ritenga urgente assumere le iniziative necessarie per un'interpretazione autentica delle norme di legge approvate per la VI salvaguardia, la cui «ratio» è unicamente quella di prolungare di un anno gli effetti derogatori di tutte le posizioni previste nella precedente V salvaguardia, affinché venga chiarito alla direzione territoriale del lavoro, di Milano che le domande degli ex-lavoratori che si trovano nella posizione esposta in premessa debbano essere accolte, come già fatto per le precedenti salvaguardie. (5-04719)


   BALDASSARRE, BECHIS, BARBANTI, ROSTELLATO, CRISTIAN IANNUZZI e ARTINI. — Al Ministro del lavoro e delle politiche sociali. — Per sapere – premesso che:
   l'articolo 1-ter del decreto-legge 5 ottobre 2004, n. 249, convertito con modificazioni dalla legge n. 291 del 2004, ha istituito, presso l'INPS, un fondo speciale per il sostegno del reddito e dell'occupazione e della riconversione e riqualificazione professionale del personale del settore del trasporto aereo;
   il decreto-legge 31 gennaio 2005, n. 7, convertito con modificazioni dalla legge n. 43 del 2005, ha introdotto il «cofinanziamento» del suddetto fondo attraverso l'istituzione di una addizionale comunale sui diritti di imbarco di 1 euro sui biglietti emessi in Italia;
   il decreto-legge n. 134 del 2008 convertito con modificazioni dalla legge n. 166 del 2008, ha elevato l'addizionale da 1 euro a 3 euro;
   il decreto-legge 23 dicembre 2013, n. 145, mantiene nel suo assetto attuale, il Fondo speciale per il sostegno del reddito e dell'occupazione nel settore del trasporto aereo, evitando la sua trasformazione in fondo di solidarietà e altresì è prolungata di 3 anni la sua operatività e delle norme che prevedono la devoluzione al Fondo delle maggiori entrate derivanti dall'incremento dell'addizionale sui diritti di imbarco dei passeggeri sugli aeromobili;
   da un articolo del Corriere della sera, pubblicato in data 9 febbraio 2014, dal titolo: «Soldi dall'Inps e lavoro all'estero. I piloti da 25 mila euro al mese», si evince che alcuni piloti ed operatori di volo avrebbero organizzato un sistema per intascare uno stipendio attraverso contratti di lavoro con compagnie estere e contemporaneamente intascando l'assegno mensile erogato da INPS derivante il fondo suddetto;
   dall'articolo suddetto sembrerebbe che la «truffa» sia molto più estesa rispetto ai primi casi accertati e potrebbe arrivare fino a «centinaia di milioni di euro» e altresì, un migliaio di soggetti coinvolti –:
   se il Ministro interrogato non intenda vigilare al fine di accertarsi che i soggetti suddetti – che avrebbero «truffato» le casse dell'Inps – restituiscano le cifre illegittimamente percepite e se altresì il Ministro intenda vigilare affinché tutti gli accertamenti siano urgentemente eseguiti al più ampio numero di casi «dubbi» facilitando il lavoro di verifica e di indagine degli organi competenti;
   se il Ministro interrogato sia a conoscenza delle criticità su esposte e se non ritenga opportuno porre in essere ogni iniziativa di sua competenza al fine di correggere le stesse;
   se il Ministro interrogato ritenga opportuno assumere iniziative per evitare di mantenere attivo il Fondo suddetto – qualificato come «speciale» – attraverso il prelievo di una addizionale posta a carico della fiscalità generale;
   se posto che il Fondo suddetto si è ad avviso degli interroganti, tramutato in una singolare gestione quasi totalmente alimentata da risorse pubbliche, e non sia il caso di verificare se lo stesso possa mantenere lo schema istitutivo iniziale che prevedeva un meccanismo integrale di autofinanziamento;
   se il Ministro interrogato possa fornire e quantificare il livello prestazionale che il suddetto fondo garantisce ai propri iscritti. (5-04736)

Interrogazioni a risposta scritta:


   PETRAROLI. — Al Ministro del lavoro e delle politiche sociali, al Ministro dello sviluppo economico, al Ministro delle infrastrutture e dei trasporti. — Per sapere – premesso che:
   il settore dell'edilizia è in profonda crisi, in particolar modo nella provincia di Varese: la C.I.C. spa (Compagnia italiana costruzioni) di Cassinetta Di Biandronno è un'azienda attiva sin dal 1929 nel campo delle costruzioni e dell'edilizia civile, che, attualmente si trova in concordato liquidatorio con vendita di beni. Dal quotidiano online «la Provincia di Varese.it», articolo del 4 Febbraio 2015 si apprende che a 52 lavoratori di questa azienda è stata concessa la cassa integrazione straordinaria;
   in questa crisi aziendale, che contava oltre 400 dipendenti, si aggiunge la ICS Salini, azienda con più di 200 maestranze operante nel cantiere per la costruzione della linea ferroviaria Arcisate — Stabio, fino alla data di rescissione del contratto con RFI. Oggi l'azienda ha ridotto il numero delle maestranze passando da 200 a solo 20 dipendenti. Queste complessive 72 famiglie si avviano verso un futuro a tinte fosche, che va dalla cassa integrazione straordinaria alla mobilità fino alla disoccupazione;
   a Induno Olona una piccola azienda metalmeccanica, la Avm Angelini Srl, una dinamica azienda attiva nella produzione di torni paralleli, di torni CNC e di centri di lavoro ad alto contenuto tecnologico, situata su una superficie di oltre 12.000 metri quadrati, in una delle zone a maggiore concentrazione industriale della provincia di Varese, ha deciso di mettere in mobilità 5 operai al termine di 2 anni di contratto di solidarietà;
   la camera di commercio di Varese, in data 6 febbraio 2015, ha diffuso gli ultimi dati sulla caduta dell'occupazione nel Varesotto (-6,5 per cento in 5 anni, pari 17.900 posti in meno). I dati sono desolanti è complessivamente la riduzione occupazionale è stata marcata nelle costruzioni (-19 per cento) e nell'industria (-12 per cento); le perdite sono state più elevate nel tessile abbigliamento calzature (-24 per cento, nel legno-mobili e nella lavorazione dei minerali non metalliferi (-19 per cento entrambi i casi) e nell'elettronica (-18 per cento);
   siamo ancora nella fase dell'onda lunga delle crisi che arrivano a maturazione dopo anni di cassa integrazione pertanto sarebbe auspicabile attivare quanto prima politiche volte alla salvaguardia dei posti di lavoro e alla crescita occupazionale, giacché le cosiddette tutele crescenti previste dalla legge 10 dicembre 2014, n. 183, meglio noto come jobs act, sono solo sulla carta: di fatto dopo 3 anni di vantaggi fiscali l'azienda può lasciare a casa i lavoratori e prenderne altri, mantenendo i vantaggi –:
   se i Ministri interrogati intendano porre fine alla crisi economica che ha colpito il varesotto e quali iniziative intendano adottare per porre un freno alla costante perdita occupazionale registrata dalla locale camera di commercio;
   quali azioni intendano mettere in campo i Ministri interrogati, di concerto con gli enti locali, per rilanciare il settore edilizio, in particolare il settore dell'edilizia popolare, senza nuovo consumo di suolo;
   se non intendano assumere iniziative per riconoscere, nei confronti dei comuni interessati dalla costruzione della linea ferroviaria Arcisate – Stabio, una somma a titolo di indennizzo da concedere alle attività economiche che hanno subito la presenza dei cantieri e ai cittadini residenti alle aree limitrofe. (4-07936)


   MINNUCCI. — Al Ministro del lavoro e delle politiche sociali, al Ministro dello sviluppo economico. — Per sapere – premesso che:
   nel dicembre 2014 lo storico marchio romano di acqua minerale, Acqua Claudia, controllato al 100 per cento dalla società Tione Srl con sede ad Orvieto, è stato coinvolto in ben due procedure fallimentari;
   la prima a Terni, il 19 dicembre 2014, dove fallisce la controllante Tione Srl e la seconda a Civitavecchia, dove alla vigilia di tale fallimento, il tribunale fallimentare ha aperto una procedura concorsuale per la controllata Acqua Claudia Srl;
   i lavoratori a questo punto, assistiti dalle sigle sindacali CIGL e CISL, si sono trovati nella surreale situazione di dover scendere a trattative con un amministratore unico, Alessandro Lucrezio, tecnicamente già fallito e interdetto dalla sentenza del tribunale di Terni;
   il dottor Alessandro Lucrezio, in questa fase «fallimentare», si fa coadiuvare dalla società HPB, gestita da Enrico Silva e Stefano Gualdi, già soci della Silva & Co. Società nota alle cronache per aver provato ad inserirsi nei «piani di ristrutturazione» di altre due società produttrici d'acqua in fallimento come la Sangemini e la Tione. Piani respinti dai tribunali di competenza, per mancanza di sostanza e fondamenti;
   immediatamente dopo le festività natalizie, presso il tribunale di Civitavecchia è stato aperto un altro procedimento concorsuale dove la CGIL e CISL, insieme alle rappresentanze interne sono state chiamate a sottoscrivere accordi volti a sbloccare il «piano di rilancio» della Claudia Srl;
   l'offerta della proprietà appare però presto irricevibile dai lavoratori;
   si parla infatti di contratti part-time con interventi su chiamata con un trend produttivo ridotto al minimo, licenziamenti mascherati da «trasferimenti di forza lavoro» da una azienda storica quale l'Acqua Claudia ad una azienda, l'HPB, senza alcun patrimonio che possa tutelare dipendenti che vantano crediti per mensilità non retribuite ormai fermi dall'estate 2014, diritti acquisiti quali l'anzianità di servizio, e altro;
   la situazione degenera ulteriormente il 2 febbraio 2015, quando i lavoratori della società Acqua Claudia srl trovano i cancelli della propria azienda chiusi per volere della proprietà. Cancelli che sono stati aperti dopo che i dipendenti, per tutelarsi, hanno chiamato le forze dell'ordine –:
   se siano a conoscenza dei fatti appena elencati;
   se non ritengano opportuno intervenire istituendo un apposito tavolo di lavoro che coinvolga anche la regione Lazio, i comuni interessati e i sindacati al fine di trovare una soluzione rapida e pianificare una strategia seria e credibile di rilancio dell'azienda e di tutela dei lavoratori coinvolti, chiedendo all'attuale proprietà chiarezza sulla situazione societaria e sui piani aziendali che si stanno attuando. (4-07940)

POLITICHE AGRICOLE ALIMENTARI E FORESTALI

Interrogazione a risposta in Commissione:


   MONGIELLO, GRASSI, VALIANTE, ROMANINI, REALACCI, ANTEZZA, AMATO, MONACO, MAGORNO, MANFREDI, TERROSI, MOSCATT, IACONO, CENNI, D'OTTAVIO, GRECO, D'INCECCO, CAPONE, VILLECCO CALIPARI, PREZIOSI, PORTA e BOSSA. — Al Ministro delle politiche agricole alimentari e forestali. — Per sapere – premesso che:
   il regime di perfezionamento attivo, disciplinato dal regolamento (UE) n. 952/2013 che istituisce il codice doganale dell'Unione, costituisce un regime speciale diretto a favorire l'attività delle imprese di esportazione dell'Unione europea, consentendo di importare, senza corrispondere dazi o prelievi agricoli, né subire l'effetto di alcuna misura di politica commerciale, le merci destinate ad essere perfezionate nell'Unione e, successivamente, riesportate al di fuori di essa;
   l'olio extravergine di oliva può godere di tale regime speciale, essendo ammessa l'importazione di oli di oliva da Paesi terzi per sottoporli a trasformazione all'interno dell'Unione europea e destinarli alla riesportazione con l'indicazione dell'origine relativa al Paese in cui è avvenuta l'ultima trasformazione sostanziale, ai sensi dell'articolo 60, par. 2 del regolamento citato;
   il regolamento (CE) 13 dicembre 2013, n. 1335/2013, regolamento di esecuzione della Commissione che modifica il regolamento di esecuzione (UE) n. 29/2012 relativo alle norme di commercializzazione dell'olio d'oliva, si pone come obiettivo quello di assicurare «ai produttori, ai commercianti e ai consumatori norme di commercializzazione dell'olio d'oliva che garantiscano la qualità dei prodotti e che permettano una lotta efficace contro le frodi»;
   il citato regolamento affida agli Stati membri il compito di effettuare gli opportuni controlli per garantire la veridicità delle indicazioni presenti sull'etichettatura, anche attraverso l'integrazione delle disposizioni contenute nel regolamento (UE) n. 1169/2011;
   a livello nazionale, la legge 14 gennaio 2013, n. 9 Norme sulla qualità e la trasparenza della filiera degli oli di oliva vergini, dispone, all'articolo 9, che al fine di prevenire le frodi nell'applicazione del regime di perfezionamento attivo, l'ammissione al medesimo regime, quando la richiesta abbia per oggetto oli di oliva vergini, è subordinata alla previa autorizzazione del Ministero delle politiche agricole alimentari e forestali, previo parere obbligatorio e vincolante del comitato di coordinamento di cui all'articolo 6 del decreto-legge 18 giugno 1986, n. 282, convertito, con modificazioni, dalla legge 7 agosto 1986, n. 462, recante Misure urgenti in materia di prevenzione e repressione delle sofisticazioni alimentari;
   la campagna olivicola ed olearia del 2014 si è contraddistinta per la drastica riduzione delle produzioni di olive e di olio, con una perdita di produzione superiore al 50 per cento causata principalmente dalle avverse condizioni climatiche verificatesi durante tutto l'anno 2014, con precipitazioni costanti, alluvioni e grandinate che hanno determinato le condizioni per il propagarsi di batteriosi e parassiti nel delicato periodo della fioritura, tanto da decimare le piante di ulivo e rendere il poco olio ricavato di qualità non sufficiente ad essere commercializzato;
   il calo della produzione ha incrementato i rischi di commissione delle frodi a danno dell'olio extravergine made in Italy amplificando la messa in atto di condotte illecite lesive della elevata qualità e della reputazione del vero olio extravergine di origine nazionale, come le adulterazioni e le sofisticazioni;
   i predetti rischi di incremento del fenomeno delle frodi e della contraffazione nel settore dell'olio di oliva italiano a danno della produzione autenticamente made in Italy possono derivare più facilmente dal regime speciale di perfezionamento attivo –:
   se nel 2014 siano state disposte eventuali autorizzazioni di ammissione al regime di perfezionamento attivo durante la campagna olearia relativa alla medesima annata agraria;
   ove tali autorizzazioni siano state accordate, se il Ministro abbia sottoposto l'ammissione al predetto regime, caso per caso, al parere obbligatorio e vincolante del comitato di coordinamento di cui al decreto-legge n. 282 del 1986. (5-04738)

Interrogazioni a risposta scritta:


   PETRAROLI. — Al Ministro delle politiche agricole alimentari e forestali, al Ministro del lavoro e delle politiche sociali. — Per sapere – premesso che:
   la produzione e commercializzazione attuale del latte per scopi alimentari si basa sull'allevamento di animali come ad esempio la vacca, la bufala, la pecora, la capra, l'asina;
   quando si parla di «latte», in Italia per legge s'intende quello vaccino, mentre la specificazione risulta obbligatoria per le altre varianti: latte bufalino, latte pecorino, latte caprino, latte di asina. Questi tipi di latte di origine animale sono chiamati a sostituire quello materno dopo lo svezzamento. Nelle società occidentali e medio orientali, che storicamente o culturalmente hanno ereditato usi e conoscenze di secoli di allevamento, il latte e i suoi derivati occupano una posizione importante. Nella tradizione culturale italiana, il latte ha una sua particolare posizione che attiene agli usi, al lavoro e all'economia delle popolazioni che provengono da una strutturazione sociale agro-pastorale;
   in questi ambiti il latte è, in assenza di intolleranze, alimento utile per tutte le età, dall'infante all'anziano che per vari motivi si trova privo di alternative per alimentarsi, passando per tutte le fasi nelle quali se ne assumono gli importantissimi contenuti di calcio e proteine, vitamine, zuccheri e lipidi;
   dall'ultimo comunicato stampa della Coldiretti di Varese del 6 febbraio 2015 vengono evidenziate le conseguenze della congiuntura che sta strozzando il settore, tra i più colpiti vi sono gli allevatori. In soli dieci anni, le aziende produttrici di latte nel territorio prealpino sono passate da 153 a 105, con una diminuzione del 31 per cento e la perdita di almeno 50 posti di lavoro. Risulta paradossale il dato riguardante il prezzo del latte fresco: si registra un aumento di quattro volte nel passaggio che va dalla stalla fino alla vendita nelle attività commerciali;
   il consumatore paga in media 1,57 euro al litro mentre l'allevatore, che deve sottostare a determinate procedure normative, riceve 0,37 euro al litro. Il prezzo pagato agli allevatori risulta essere estremamente irrisorio tanto da non riuscire a coprire nemmeno i costi per l'alimentazione degli animali. I bassi costi pagati ai produttori inducono gli stessi alla chiusura delle stalle e favoriscono l'ingresso in Italia di prodotti stranieri, che non offrono adeguati standard di sicurezza come i prodotti nazionali;
   va ricordato che il settore agricolo-caseario riveste un ruolo di primaria importanza sotto l'aspetto sociale, economico, di tradizione e di qualità per la provincia di Varese e l'intera Lombardia –:
   quali azioni intendano attuare i Ministri interrogati, per quanto di competenza, per rilanciare il settore agricolo-caseario;
   quali provvedimenti intendano emanare per proteggere i prodotti lattiero-caseari dalle importazioni estere, che non garantiscono la qualità del prodotto e che sono prive di tracciabilità. (4-07919)


   FRANCO BORDO e ZACCAGNINI. — Al Ministro delle politiche agricole alimentari e forestali. — Per sapere – premesso che:
   l'ondata di maltempo ha colpito l'Italia dal Veneto, al Lazio, alla Toscana e alla Campania dove sono stati allagati ettari ed ettari di terreni già seminati che non sopravviveranno a causa dell'asfissia radicale che porta alla conseguente perdita del prossimo raccolto;
   ammontano a decine di milioni di euro i danni provocati all'agricoltura dall'ondata di maltempo che ha distrutto le coltivazioni in campo, divelto serre, allagato campi ed aziende, fatto saltare anche mungiture e frigoriferi a causa dei black out elettrici e provocato frane e smottamenti a macchia di leopardo che vanno dalla Lombardia al Veneto, dall'Emilia alla Marche fino alla Campania. Questo è quanto emerge dal monitoraggio provvisorio fatto dalla Coldiretti, il quale ha anche evidenziato il pericolo delle gelate a causa del brusco abbassamento delle temperature che colpirebbe pesantemente le coltivazioni di verdura ed ortaggi sopravvissute;
   oltre ai campi allagati, alle serre crollate, alle verdure distrutte e al foraggio per l'alimentazione degli animali perduto, questa ennesima ondata di maltempo ha evidenziato sia la fragilità del territorio sia l'impreparazione nel saper affrontare le situazioni emergenziali, tant’è che vi sono state serissime difficoltà di circolazione nelle aree interne per la consegna dei prodotti raccolti a causa delle frane e degli smottamenti;
   forti criticità si sono verificate nel cesenate con smottamenti lungo la vallata del Savio dove alcune aziende agricole state isolate a causa di una frana lungo la provinciale per Saiano (FC) e nelle campagne di Cesenatico (FC) dove sott'acqua sono finite colture specializzate, in particolare molti frutteti;
   anche nelle Marche sono numerosi i campi andati sott'acqua soprattutto nella valle del Foglia e in quella del Misa, mentre in Campania l'intera provincia di Salerno è finita sott'acqua per l'esondazione del Sele. A tal proposito, si rileva che sono circa 200 gli ettari di coltivazioni – soprattutto insalate per la quarta gamma e verdure pronte per l'uso – andati perdute con danni di circa 200 mila euro per ettaro e, a questo, si aggiungono anche i danni che numerosi allevatori hanno subito per la perdita di foraggi, nonché di numerosi capi di bestiame;
   il maltempo e le mareggiate hanno causato danni anche agli impianti di acquacoltura lungo la costa delle Marche, dove la violenza del mare non ha risparmiato le imprese attive nella produzione di cozze;
   in Emilia e, precisamente, nel ferrarese la situazione è molto critica nei campi a causa delle abbondanti piogge e nevicate che hanno alzato il livello di fiumi che faticano nel riversarsi in mare a causa del vento e della marea. Sempre nel ferrarese sono finiti sott'acqua migliaia di ettari di frumento le cui piantine, soprattutto in caso di gelate, rischiano di andare perse mettendo in pericolo la produzione di grano per l'annata 2015;
   a causa delle forti nevicate e del conseguente black out elettrico nelle zone colpite, nelle stalle sono rimaste bloccate le pompe per abbeverare gli animali ma anche le prezzature per la mungitura;
   se in Veneto gli allagamenti hanno provocato danni alle coltivazioni del pregiato radicchio di Chioggia, la bora nel polesine ha abbattuto le serre orticole, ossia: capannoni letteralmente scoperchiati e tettoie sollevate e sbattute contro i pannelli degli impianti fotovoltaici aziendali;
   ulteriore preoccupazione arriva infine dal litorale veneto dove le mareggiate hanno prodotto ingenti danni alle strutture dei pescatori e acquacoltori con il disarcionamento dei pontoni utilizzati per la lavorazione dei molluschi, oltre a diverse imbarcazioni affondate;
   altro problema non secondario è il deflusso delle acque in tempi rapidi perché nel caso in cui ciò non avvenga, sarà impossibile effettuare le prossime semine di orticole stagionali di pregio quali: pomodoro, cocomeri e meloni;
   la provincia di Salerno ha subìto allagamenti di campi e di allevamenti dove molti animali sono annegati –:
   quali iniziative urgenti il Ministro interrogato intenda porre in essere per far fronte ai danni economici che hanno subìto gli agricoltori e gli allevatori a seguito degli eventi climatici descritti in premessa;
   se non si ritenga opportuno verificare l'esistenza delle condizioni per la dichiarazione di stato di calamità naturale nelle zone colpite. (4-07958)


   CATANOSO. — Al Ministro delle politiche agricole alimentari e forestali, al Ministro degli affari esteri e della cooperazione internazionale, al Ministro della difesa. — Per sapere – premesso che:
   il 28 gennaio 2015, il dipartimento delle politiche competitive, della qualità agroalimentare, ippiche e della pesca — direzione generale della pesca marittima e dell'acquacoltura ha inviato alle associazioni professionali dei pescatori italiani, al Comando generale delle capitanerie di porto ed al Ministero degli affari esteri una nota di chiarimento sulla vicenda del sequestro di pescherecci italiani da parte delle autorità egiziane;
   in questa nota, il direttore generale Riccardo Rigillo sostiene che «nel futuro, pertanto, al fine di evitare il ripetersi di situazioni spiacevoli, si ritiene necessario intervenire presso i propri associati perché esercitino l'attività di pesca a distanza di sicurezza rispetto alle linee di demarcazione delle acque sotto giurisdizione di Paesi terzi soprattutto quando vi siano rivendicazioni unilaterali»;
   a giudizio dell'odierno interrogante questa nota deve essere ritirata immediatamente;
   compete ad un Ministero disporre in positivo o in negativo e non di «consigliare» o di «suggerire» comportamenti corretti e cauti;
   se i nostri pescatori dovessero esercitare la pesca in maniera illegale secondo la legislazione internazionale, comunitaria e nazionale vigente, non v’è altra possibilità che le sanzioni previste e conseguenti alle loro azioni;
   se i nostri pescatori, invece, sono soggetti a «rivendicazioni unilaterali» e vengono sottoposti a fermo e a sequestro da parte di marinerie straniere al di là e al di sopra della normativa internazionale, non vi può essere che l'intervento della nostra marina militare allo scopo di liberare i nostri connazionali;
   non è concepibile che il Governo italiano, il suo Ministero delle politiche agricole alimentari e forestali, certifichi la propria subalternità nei rapporti internazionali in una tale maniera così manifesta;
   entrando nel merito di quanto scritto nella nota, poi, l'odierno interrogante si chiede come possono fare i pescatori italiani a comprendere la distanza di sicurezza dalle «linee di demarcazione» delle acque territoriali di Paesi che hanno «rivendicazioni unilaterali». Come possono comprendere, in mare, i nostri pescatori queste fantomatiche «rivendicazioni unilaterali» –:
   quali iniziative intende adottare il Ministro interrogato affinché questa nota venga ritirata e si inizi a coordinare l'attività di tutela della nostra marineria dai soprusi delle Marine militari nord-africane. (4-07979)

SALUTE

Interrogazioni a risposta in Commissione:


   LOSACCO. — Al Ministro della salute, al Ministro dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare. — Per sapere – premesso che:
   il potabilizzatore di Conza della Campania è stato finanziato con le delibere CIPE n. 108 e n. 145, rispettivamente del 29 marzo e 17 novembre 2006, confermative dell'approvazione del progetto, per un importo di 39 milioni di euro, quale parte dell'importo complessivo di 53 milioni di euro poiché i restanti 14 milioni di euro risultavano essere a carico dell'Acquedotto pugliese;
   l'impianto, fu previsto dalla «legge obiettivo», realizzato in tempi relativamente brevi, circa sei anni, essendo stato inaugurato il 6 luglio 2012, ed è dotato di tecnologie all'avanguardia;
   il potabilizzatore ha una capacità di punta di circa 1.500 litri al secondo in grado di soddisfare quasi il fabbisogno dell'intera provincia di Foggia (circa 670 mila abitanti);
   il paradosso è che il gestore, Acquedotto Pugliese, Spa, mantiene in piena funzionalità l'impianto, con gli evidenti costi, per evitare che il mancato esercizio comporti il suo inesorabile deterioramento, in quanto, l'acqua potabilizzata, 1000 litri al secondo, viene rilasciata nel fiume Ofanto e, quindi, termina in mare senza che possa essere utilizzata dalla popolazione perché l'amministrazione campana continua a negare il nulla osta per l'utilizzo dell'acqua trattata nell'impianto;
   è inaccettabile che si continui ad assistere a tale spreco di un bene pubblico prezioso come l'acqua anche in considerazione delle specificità del territorio in questione contraddistinti da lunghi periodi di siccità e razionamento delle risorse idriche nel periodo estivo –:
   se e quali iniziative il Governo intenda assumere con urgenza per sbloccare tale impasse e consentire il pieno utilizzo del potabilizzatore di Conza della Campania in considerazione della importanza che riveste essendo stato classificato come infrastruttura strategica per la Puglia e che è stato inserito nel primo programma delle opere strategiche approvato dal Comitato interministeriale per la programmazione economica. (5-04721)


   GAGNARLI, LOREFICE, BARONI e MANTERO. — Al Ministro della salute. — Per sapere – premesso che:
   da anni nel nostro Paese i medici veterinari denunciano il costo altissimo dei farmaci specifici per gli animali, il cui prezzo, in media e a parità di principio attivo è di 3-4 volte superiore a quello di un farmaco per l'uomo;
   la normativa nazionale che regola l'uso e la prescrizione dei farmaci veterinari è il decreto legislativo 193 del 2006, «Attuazione della direttiva 2004/28/CE recante codice comunitario dei medicinali veterinari», che impone di prescrivere ed usare il farmaco veterinario per la cura degli animali e solo in via eccezionale la «versione umana». In particolare se non esiste nessuna specialità veterinaria autorizzata per una determinata specie e patologia il veterinario può somministrare un farmaco off label, cioè registrato per la cura di un'altra malattia ma altrettanto efficace, o indicato per una famiglia di animali diversa, e solo in ultima istanza può prescrivere un farmaco autorizzato per l'uomo, anche se contiene lo stesso principio attivo, oltre ad essere più economico;
   nello stesso decreto si precisa inoltre, agli articolo 10 e 11 che la deroga all'uso dei farmaci veterinari è consentita solo al fine di evitare «stati evidenti di sofferenza», una condizione, quindi, eccezionale e molto limitante, poiché, ad esempio, non può essere seguita in caso di prevenzione di alcune patologie animali, ma solo per curarle;
   alcuni esempi di questa anomalia sono il furosemide, un diuretico veterinario dal nome commerciale «Diuren», che nella confezione da 30 compresse da 20 milligrammi costa 7,50 euro a fronte dell'analogo per uso umano, il Lasix, che costa 1,72 euro; oppure il tramadolo cloridrato, principio attivo dell'Altadol, un antidolorifico veterinario iniettabile, che costa 9,20 euro a fronte del farmaco per uso umano chiamato «Contramal», che è in vendita a 3,30 euro;
   stesso discorso vale per antidepressivi o antibiotici: la spesa per 16 pastiglie di clindamicina cloridrato, sotto l'etichetta «Antirobe» è di 27, 82 euro, mentre la stessa molecola per uso umano, con un nome diverso, «Dalacin C», può essere acquistata a metà prezzo;
   le aziende farmaceutiche veterinarie rappresentano, secondo quanto riportato da diverse fonti stampa, ogni anno in Italia muovono un fatturato di circa 600 milioni di euro e il 50 per cento di questo imponente giro d'affari si concentra in quattro aziende: Merial, Zoetis Italia, Bayer (divisione veterinaria) e MSD Animal Health;
   un altro problema, infatti, è quello dei farmaci generici per gli animali che non possono essere prescritti in quanto il veterinario sulla ricetta è obbligato ad indicare il nome commerciale del medicinale (non il principio attivo come per i medici di medicina generale) nonostante esistono dei farmaci, già registrati in veterinaria e nello specifico per il cane/gatto, che sono disponibili anche come generici;
   il costo dei farmaci generici veterinari, tuttavia, a differenza di quelli ad uso umano, non si discosta molto da quello degli «originator», un'anomalia che andrebbe comunque sanata poiché individuare fonti di risparmio nella spesa medica veterinaria permetterebbe di tutelare in egual maniera o forse ancora più efficacemente gli animali, in particolare i cani il cui più grande proprietario, è bene sottolinearlo, è lo Stato: sono circa 600 mila i cani rinchiusi nei canili italiani che necessitano di cure come tutti gli animali domestici;
   capita inoltre che gli alti costi dei farmaci veterinari spingano i proprietari degli animali ad agire illegalmente, somministrando ad esempio al proprio cane o gatto farmaci per uso umano ma con dosaggi sbagliati, rischiando così di causare effetti collaterali nell'animale o peggio non curandolo affatto per mancanza di sufficienti risorse economiche (dai 100 ai 400 euro l'anno una spesa media per la gestione e cura di un animale domestico); oppure capita che i veterinari, percependo le difficoltà economiche dei padroni, prescrivano illegalmente farmaci per uso umano, rischiando multe fino a 9 mila euro (articolo 108 del decreto legislativo 193/2006) –:
   se, in base a quanto esposto in premessa, non intenda porre in essere iniziative, anche di carattere normativo, volte a modificare la disciplina prevista dal decreto legislativo 193 del 2006 al fine di rendere possibile da parte dei veterinari, qualora lo ritengano opportuno, la prescrizione di farmaci generici e/o destinati all'uso umano per la prevenzione e la cura delle patologie animali, con il duplice fine di agevolare le famiglie che possiedono animali domestici in Italia, rendere maggiormente liberi i medici nello svolgimento della loro professione e al contempo, tutelare il benessere degli animali;
   quali siano le ragioni del costo elevato dei farmaci generici ad uso veterinario e se non intenda valutare la possibilità di predisporre una regolamentazione specifica per il prezzo di tali medicinali, così come avviene per i generici ad uso umano. (5-04723)


   NESCI, DIENI, COZZOLINO e PARENTELA. — Al Ministro della salute, al Ministro della giustizia. — Per sapere – premesso che:
   la Conferenza dei sindaci del comprensorio ex Asl della Piana di Gioia Tauro aveva scelto, il 3 ottobre 2007 e con 22 voti su 26, il sito per l'edificazione di un ospedale unico ubicato in posizione baricentrica e in possibile suolo della regione Calabria, nella prospettiva di una razionalizzazione della sanità tale da ridurre i costi e aumentare l'efficienza dei servizi;
   in difformità e senza motivazioni di ordine amministrativo – secondo quanto riferito dal sindaco di Gioia Tauro, Renato Bellofiore, in un'intervista inclusa nell'inchiesta video «Carte false» del giornalista Emiliano Morrone, disponibile sul web – la regione Calabria optava per la costruzione del predetto ospedale in altra area, individuata senza consultazione dei sindaci in una porzione di terreno utilizzato dall'istituto agrario Galileo Ferraris di Palmi (Reggio Calabria);
   il predetto spostamento implicava l'acquisizione in proprietà, da parte della regione Calabria, di terreni con vincolo di destinazione scolastica, pare non superabile in base alla normativa vigente;
   ciononostante, la provincia di Reggio Calabria procedeva, con delibera di giunta n. 295 del 23 ottobre 2008, a intestare a se stessa la proprietà dei predetti terreni nel comune di Palmi, richiamando la legge n. 1404 del 1956 in merito all'asserita soppressione dell'ente «Patronato Regina Elena», proprietario dei suoli in parola ricevuti dal Ministero dell'agricoltura;
   detto passaggio amministrativo avveniva per concomitante interpretazione della legge sull'edilizia scolastica, la 23 del 1996, sicché la provincia di Reggio Calabria, ritenendo suoi i riferiti terreni, li vendeva alla regione Calabria per 229.500 euro;
   su tale vendita la Corte dei conti valutava basso l'importo, poi invitando la regione a verificare l'effettiva proprietà dei beni, per quanto raccontato dal sindaco Bellofiore nella succitata fonte giornalistica;
   con una conferenza dei servizi convocata dall'azienda sanitaria provinciale di Reggio Calabria, veniva rimosso il vincolo di destinazione d'uso scolastico dei terreni;
   dai registri immobiliari non risultava altro, circa la titolarità dei fondi in argomento, sicché la Corte dei conti-sezione regionale di controllo per la Calabria, con deliberazione n. 364/2011, ricusava il visto e la conseguente registrazione in ordine all'ordinanza n. 38 del 5 luglio 2011 del commissario delegato, che aveva disposto l'acquisizione delle particelle di terreno atte alla costruzione del nuovo ospedale;
   i terreni dell'Istituto agrario erano stati ceduti con atto per regio notaio comm. dott. Francesco Guidi (rep. 41.344 del 2 luglio 1917) – e non per «Regio Decreto», come si legge nella succitata delibera della giunta provinciale di Reggio Calabria – dal Ministero dell'agricoltura;
   il Ministero dell'agricoltura era divenuto proprietario dei beni in argomento per averli acquisiti definitivamente il 9 luglio 1914 dai Fratelli Abbagnara, all'ente «Opera Nazionale di Patronato Regina Elena»;
   l’«Opera Nazionale di Patronato Regina Elena» aveva già ottenuto il possesso dei terreni di cui si tratta, avendo precedentemente versato alla Cassa depositi e prestiti il prezzo di stima, pari a lire 105.925,35 (dovuto per l'esproprio dei fondi disposto dal predetto Ministero nei confronti dei F.lli Abbagnara), per essere destinati a «podere dimostrativo» della colonia agricola per gli orfani dei contadini calabresi e messinesi;
   secondo il Ministero delle finanze, l'ente patronato Regina Elena non è stato soppresso dalla legge n. 1404 del 1956, per quanto scritto dal dottor Giuseppe Cavalluzzo, dirigente ministeriale dell'Ufficio XVI – I.G.F. (minuto 10,57, inchiesta video di cui sopra);
   con nota del 4 giugno 2013, n. 9384/2013, l'Agenzia del demanio di Reggio Calabria comunicava alla provincia di Reggio Calabria, alla regione Calabria e all'Agenzia del demanio direzione nazionale che dalle ricerche eseguite non esiste alcun atto che comprovi «il mutamento del regime proprietario» in ordine ai terreni dell'ente «Opera nazionale di patronato Regina Elena», volturati dalla provincia di Reggio Calabria;
   il 5 giugno 2013, la suddetta nota veniva trasmessa alla procura della Repubblica di Reggio Calabria dall'avvocato Giacomo Saccomanno difensore del Comitato spontaneo di cittadini per l'ospedale unico della piana di Gioia Tauro, legalmente rappresentato dal sindaco di Gioia Tauro e dal vicesindaco Jacopo Rizzo, quale documentazione integrativa nell'ambito del procedimento n. 1258/12 R.G.N.R. affidato al pubblico ministero dottor Mario Centini;
   l'anzidetto comitato si era precedentemente prodigato per rilevare e segnalare alla giustizia amministrativa e penale gli sprechi di danaro pubblico del caso e delle anomalie procedurali nelle varie fasi dell'iter amministrativo qui riassunto, anche riprendendo risultanze della DDA di Milano su presunti interessi malavitosi intorno all'ubicazione dell'ospedale della Piana di Gioia Tauro –:
   quali urgenti iniziative voglia assumere il commissario per l'attuazione del piano di rientro dal deficit sanitario della regione Calabria per rimediare a quelli che appaiono gravi sprechi di denaro pubblico avvenuti, per far rispettare le decisioni assunte nella ricordata Conferenza dei sindaci del 3 ottobre 2007 e per assicurare nella Piana di Gioia Tauro la più ampia tutela del diritto costituzionale alla salute. (5-04727)


   BATTAGLIA. — Al Ministro della salute. — Per sapere – premesso che:
   nell'anno 2006, con legge della regione Calabria è stato istituito il «Centro Cuore» presso l'azienda ospedaliera «Bianchi-Melacrino-Morelli» di Reggio Calabria;
   l'azienda ospedaliera di Reggio Calabria ha, per tempo, avviato tutte le procedure per la realizzazione della struttura che è stata ultimata e collaudata nell'anno 2011;
   la struttura è dotata di avanzate e costose apparecchiature biomedicali idonee al funzionamento di un centro di eccellenza destinato alla prevenzione ed alla cura delle malattie cardiovascolari per la provincia di Reggio Calabria;
   nelle more della definizione e dell'ultimazione dei lavori, l'azienda ospedaliera aveva anche determinato il piano di fabbisogno del personale necessario per rendere funzionante il centro ed aveva avanzato la richiesta alla regione per le relative autorizzazioni all'espletamento delle procedure di selezione del personale;
   la regione aveva avviato l’iter per consentire il reclutamento del personale specializzato utile all'apertura del Centro al fine di renderlo punto di riferimento non solo per la provincia di Reggio ma per l'intera Calabria ed il Mezzogiorno;
   l'intervenuto Piano di rientro sanitario ha bloccato ogni procedura di assunzione nell'ambito della sanità calabrese non consentendo l'avvio dell'espletamento delle procedure concorsuali per il Centro Cuore;
   in questi anni il Ministero della salute non ha provveduto ad assumere iniziative idonee a sbloccare la paradossale situazione di una struttura all'avanguardia ma non fruibile per assenza di personale;
   l'inerzia del Ministero rispetto ad un centro di eccellenza, agli investimenti effettuati ed alle attese dei cittadini non è più accettabile considerato che il predetto Ministero non ha impedito anzi, forse ha autorizzato, altre realtà sanitarie calabresi a procedere ad assunzioni che non hanno certamente le caratteristiche, in termini di utilità, di quelle previste per il funzionamento del Centro Cuore;
   in particolare, non si capisce come e con quale autorizzazione sia stata possibile l'assunzione di decine di persone effettuata dall'ASL di Cosenza nel mentre il Ministero non consente l'apertura del Centro Cuore di Reggio Calabria –:
   se e quali iniziative il Governo intenda attivare, con urgenza, al fine di verificare quanto riportato in premessa e consentire, per quanto di competenza, lo sblocco per le assunzioni del personale specializzato, in deroga al Piano di Rientro, consentendo finalmente l'apertura per i cittadini del «Centro Cuore» di Reggio Calabria. (5-04737)


   BURTONE e LENZI. — Al Ministro della salute. — Per sapere – premesso che:
   in data 12 febbraio 2015 è deceduta una neonata che, dopo un parto regolare avvenuto in una clinica privata di Catania, avrebbe accusato disturbi respiratori;
   i medici di fronte a tale situazione hanno deciso di trasferirla in altra struttura specializzata, con rianimazione pediatrica, che però a quanto riportato dalle cronache non avevano posti;
   è stato chiesto allora l'intervento del 118, che ha avviato un monitoraggio nei tre ospedali catanesi dove è presente la terapia intensiva pediatrica: il Garibaldi, il Santo Bambino e il Cannizzaro;
   in nessuno dei tre centri è risultato esservi disponibilità di posto e l'unico ospedale della Sicilia orientale con disponibilità è risultato essere quello di Ragusa, distante un'ora abbondante di viaggio;
   durante il trasporto la neonata è deceduta;
   non è, purtroppo, il primo caso in cui, in Sicilia, si è verificato un simile dramma;
   più volte nell'ambito dei lavori della Commissione parlamentare sugli errori sanitari è stata sollevata dal gruppo parlamentare PD la questione relativa al potenziamento dei reparti di rianimazione pediatrica, in particolare, nelle aree metropolitane regionali a fronte di incrementi di altri reparti spesso non giustificati –:
   di quali elementi disponga il Ministro in merito al gravissimo episodio riportato in premessa, quali iniziative, per quanto di competenza, intenda assumere e se non ritenga opportuno approfondire la questione dei punti nascita e dei reparti di rianimazione pediatrica per garantire la massima sicurezza alle partorienti e ai neonati. (5-04740)


   NESCI. — Al Ministro della salute. — Per sapere – premesso che:
   secondo il «Portale dell'epidemiologia per la sanità pubblica» a cura del Centro nazionale di epidemiologia, sorveglianza e promozione della salute, per combattere i tumori esistono due strategie principali: prevenirne la comparsa, adottando uno stile di vita sano (prevenzione primaria), oppure diagnosticare la malattia il più precocemente possibile, prima che si manifesti a livello clinico (prevenzione secondaria);
   un test di screening è un esame che consente di individuare in fase iniziale una certa malattia, nello specifico un tumore, in persone asintomatiche;
   stando a quanto si legge sul portale, «quando una persona è a rischio di sviluppare un certo tipo di tumore, è dovere del medico consigliarle i test raccomandati per la diagnosi precoce della malattia. Rispetto all'incontro tra il medico e il suo assistito, però, è stato dimostrato che si possono ottenere risultati più generalizzati grazie allo screening, di popolazione. In un programma di screening organizzato, l'azienda sanitaria invita direttamente l'intera fascia di popolazione ritenuta a rischio di sviluppare una certa malattia, offrendo gratuitamente il test ed eventuali approfondimenti»;
   i programmi di screening si sono dimostrati efficaci nel cambiare la storia naturale dei tumori della mammella, della cervice uterina e del colon retto. In alcuni casi, «lo screening riesce a evitare l'insorgenza del tumore, in altri può salvare la vita. Quando questo non è possibile, la diagnosi precoce consente comunque di effettuare interventi poco invasivi e non distruttivi. L'attivazione di programmi di screening per questi tre tumori è quindi sostenuta sia a livello nazionale che internazionale»;
   su «Il Quotidiano della Calabria» del 12 febbraio 2015, si legge che «non solo il programma di screening oncologici sta riscontrando disagi e problemi in tutto il territorio, a causa del cattivo funzionamento di un software acquistato dalla regione, ma a ciò si aggiunge il fatto che la Calabria ha già perso le premialità messe a disposizione dal Ministero della salute per tutte le regioni che rispettano i parametri minimi di assistenza medica, in un campo così delicato qual è quello della prevenzione dei tumori al seno, al colon e all'apparato riproduttivo»;
   secondo la giornalista Giulia Veltri il software di cui si servono i cinque centri provinciali di screening oncologici, costato un milione e 200 mila euro e acquistato dalla regione Piemonte, non funzionerebbe adeguatamente perché «tutto dipende da Torino, con macroscopici ritardi nella consultazione della banca dati delle donne da sottoporre a visite preventive e in più ogni referto deve transitare dal Piemonte, per cui i singoli centri non hanno autonomia di gestione delle visite e dei controlli»;
   nel succitato articolo si legge ancora che «se la Calabria non rispetta i parametri minimi ordinati dal ministero, rimarranno bloccati a Roma i fondi che il programma nazionale mette a disposizione per tutte le regioni. Fondi che la Calabria ha già perso l'anno scorso e che – visti i problemi al sistema – rischia concretamente di perdere anche per l'anno in corso»;
   il riferimento è all'articolo 2-bis della legge numero 138 del 26 maggio 2004, tramite cui si stabiliva che «per rimuovere gli squilibri sanitari e sociali connessi alla disomogenea situazione registrabile tra le varie realtà regionali in materia di prevenzione secondaria dei tumori e per attivare il nuovo screening per il cancro del colon retto raccomandato anche dalla Unione europea, lo Stato destina risorse aggiuntive e promuove un intervento speciale, per il triennio 2004-2006, per la diffusione dello screening del cancro del colon retto ed il contestuale consolidamento degli interventi già in atto per lo screening del cancro alla mammella e del collo dell'utero, da realizzarsi in collegamento con l'assistenza sanitaria di base, anche attraverso l'implementazione di linee di ricerca biomedica e organizzativa in grado di incrementare le potenzialità diagnostiche e terapeutiche in campo oncologico»;
   tale impegno è ribadito anche nell'attuale Piano nazionale per la prevenzione per gli anni 2014-2018, in cui, tra le strategie necessarie da adottare, si cita «la diagnosi precoce di tumori e/o delle lesioni pretumorali mediante programmi di screening oncologico», specie per i tumori per i quali c’è evidenza di efficacia degli interventi di popolazione e che sono stati inseriti nei Lea (Decreto del Presidente del Consiglio dei ministri del 29 novembre 2001). «Tali interventi di popolazione – si legge ancora – prevedono un invito attivo periodico della popolazione destinataria e un controllo di tutte le fasi del processo diagnostico e di cura che segue l'esecuzione del test di screening. Si basano quindi sulla organizzazione di «percorsi» e sulla integrazione delle risorse disponibili sul territorio (di ASL e/o regionale)»;
   il rischio, dunque, è che anche per quest'anno la regione Calabria perda l'accesso ai fondi ministeriali messi in palio per la prevenzione oncologica;
   già con nota n.13 del 1 febbraio 2013, l'allora commissario ad acta per l'attuazione del piano di rientro dai disavanzi del settore sanitario della regione Calabria, Giuseppe Scopelliti, scriveva che «allo stato i programmi di screening oncologici nella nostra regione non hanno raggiunto gli obiettivi previsti dal Ministero della salute, in quanto l'estensione non raggiunge il 100 per cento della popolazione bersaglio e l'adesione si attesta al di sotto degli standard nazionali (60 per cento); le liste di attesa comprendono un'alta percentuale di soggetti da coinvolgere nello screening per come attestato dagli operatori; il tavolo tecnico per la verifica degli adempimenti regionali e il Comitato permanente per la verifica dei Lea hanno evidenziato, riguardo ai programmi di screening oncologici una carenza nell'adeguatezza dell'offerta rispetto ai bisogni della popolazione calabrese, tanto che si sono registrati nel 2011 livelli di estensione e adesione ancora più bassi rispetto agli anni precedenti; tale carenza ostacola, fra le altre, lo sblocco, a livello del volo tecnico per la verifica degli adempimenti regionali e il Comitato permanente per la verifica dei Lea, dei finanziamenti propri della Regione»;
   secondo quanto si legge ancora nel succitato articolo de «Il Quotidiano della Calabria», tutte le aziende sanitarie provinciali avrebbero già fornito tutte le problematiche interne ad ognuna di esse. Ciononostante «nessuna contromisura è stata attivata, né è mai scattata alcuna sanzione economica a carico dei manager» –:
   quali ulteriori iniziative di competenza intenda adottare per rimuovere gli squilibri sanitari e sociali connessi alla disomogenea situazione registrabile tra le varie realtà regionali in materia di prevenzione secondaria dei tumori, con particolare riferimento alla riferita situazione della Calabria. (5-04743)

Interrogazioni a risposta scritta:


   LODOLINI. — Al Ministro della salute, al Ministro delle infrastrutture e dei trasporti. — Per sapere – premesso che:
   la raccomandazione del Consiglio dell'Unione europea 98/376/CE ed il conseguente decreto del Presidente della Repubblica n. 151 del 30 luglio 2012, pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale n. 203 del 31 agosto 2012, hanno portato all'introduzione del nuovo «contrassegno unificato disabili europeo» (CUDE) anche in Italia;
   hanno diritto al rilascio del contrassegno le persone con capacità di deambulazione sensibilmente ridotta e le persone non vedenti, oppure per un periodo inferiore ai cinque anni, quindi a tempo determinato, può essere rilasciato anche a persone con temporanea riduzione della capacità di deambulazione a causa di infortunio o per altre cause patologiche e a persone con totale assenza di ogni autonomia funzionale e con necessità di assistenza continua, per recarsi in luoghi di cura;
   gli uffici medico legali delle ASL non riconoscono tale diritto ai bambini, in maniera particolare ai neonati affetti da gravi patologie congenite che devono continuamente recarsi nei luoghi di cura, adducendo a giustificazione il fatto che, pur essendo invalidi civili riconosciuti (ai sensi dell'articolo 4 della legge 5 febbraio 1992, n. 104 «Portatore di handicap in situazione di gravità» comma 3, articolo 3) e con documentate difficoltà persistenti a svolgere i compiti e le funzioni proprie della sua età (leggi n. 118 del 1971 e n. 289 del 1990), essi debbano essere trasportati dai genitori a mezzo passeggini alla stregua degli altri bambini senza diritto di sosta invalidi e ciò fino almeno al compimento dei 3 anni, benché affetti da patologie tali da ridurne e renderne impossibile la deambulazione;
   allo stesso tempo tale diritto, come indicato sopra, viene riconosciuto anche a persone che, pur non essendo invalide e quindi non necessitando di frequenti cure, hanno un temporaneo problema a deambulare –:
   quali siano gli intendimenti del Governo rispetto ad una tale interpretazione restrittiva della normativa per la concessione del contrassegno invalidi che va a colpire bambini e neonati i quali necessitano di frequenti quanto indispensabili cure ed esami presso ospedali e centri fisioterapici, obbligando i genitori a non utilizzare gli stalli di sosta riservati agli invalidi e costringendoli a difficoltosi, lunghi e problematici trasporti dei bambini, spesso non annessi gravi rischi per la loro salute (esposizione alle intemperie, attraversamenti stradali, e altro), viste le ben note difficoltà di parcheggio presso tali centri, considerato che tale restrizione lede, secondo l'interrogante, i diritti di bambini e neonati, di fatto andando contro i principi della Carta Costituzionale italiana (articolo 3);
   quali siano le eventuali iniziative, se del caso normative, che il Governo intende attuare per consentire il rilascio del «contrassegno unificato disabili europeo» anche a bambini e neonati al fine di superare le problematiche descritte in premessa. (4-07912)


   NESCI. — Al Ministro della salute, al Ministro dell'economia e delle finanze, al Ministro dell'interno. — Per sapere – premesso che:
   a pagina 14 dell'edizione vibonese del giornale Il Quotidiano del Sud del 10 febbraio 2015 si legge di una tragedia sfiorata all'ospedale di Locri (Reggio Calabria), in cui la rottura di un cavo d'acciaio ha provocato il crollo di un ascensore e il ferimento di due infermieri, per fortuna senza gravi traumi;
   stando alla riferita cronaca giornalistica, la caduta libera dell'ascensore è avvenuta per l'altezza di due piani dello stabile, esattamente dal primo al seminterrato;
   le conseguenze sarebbero state più serie, se l'ascensore fosse caduto da altezza maggiore;
   l'ospedale di Locri è stato oggetto di inchieste ministeriali, giudiziarie e giornalistiche che hanno evidenziato notorie carenze, incongruenze e responsabilità;
   a pagina 22 della succitata testata, si racconta che all'ospedale di Nicotera (Vibo Valentia) da dieci giorni impiegati e medici — e anche gli ambulatori — sono al freddo, non già per un guasto all'impianto di riscaldamento ma per mancanza di gasolio, che non verrebbe acquistato per risparmiare;
   come già riassunto nell'interrogazione n. 4-07742, presentata alla Camera nella seduta n. 372 di giovedì 5 febbraio 2015, nonché nelle interrogazioni n. 4-07674, n. 4-07660, n. 4-07613 e n. 4-07518, la gestione della sanità calabrese è al momento paralizzata, non avendo il Governo nominato il nuovo commissario per l'attuazione del Piano di rientro dopo la proclamazione del governatore regionale eletto, Mario Oliverio;
   come rappresentato nell'interrogazione n. 4-07613, presentata nella seduta della Camera n. 367 di mercoledì 21 gennaio 2015, innumerevoli, gravi e persistenti disservizi e inadempimenti si sono cumulati in ordine alla sanità calabrese, a motivo del fatto che il Governo centrale sostituì con evidente, colpevole ritardo il commissario deputato al piano di rientro dal debito sanitario, da quell'incarico decaduto per legge Giuseppe Scopelliti, poiché intervenuta nei suoi confronti una sentenza penale di condanna in primo grado;
   la riferita situazione complessiva — come peraltro significato nell'interrogazione a risposta scritta n. 4-07518 — ha di fatto interrotto l'attuazione del piano di rientro dal debito sanitario calabrese, determinando una paralisi generale rispetto alla riorganizzazione dei servizi, con diffuse ripercussioni sulla tutela del diritto alla salute previsto all'articolo 32 della Costituzione;
   l'odierna interrogante ritiene che le disfunzioni, i disservizi e i gravi fatti che stanno verificandosi nella sanità calabrese siano anche dovuti ai persistenti ritardi nella nomina del suddetto commissario, che potrebbe avvenire in ogni momento e che per il Governo dovrebbe essere prioritaria;
   di recente il comitato per l'attivazione del Suem 118 a Nicotera ha incontrato il prefetto di Vibo Valentia, Giovanni Bruno;
   nella citata sede è venuto fuori, per quanto appreso direttamente dall'odierna interrogante, che non ci sarebbe personale paramedico per l'attivazione del suddetto servizio 118 a Nicotera, per varie ragioni tra le quali si segnala il fatto che potrebbero esservi degli «imboscati», cioè dipendenti che utilizzerebbero strumentalmente una serie di diritti in capo ai lavoratori al fine di non erogare, furbamente, prestazioni previste dal contratto –:
   se siano a conoscenza dei fatti esposti;
   di quali elementi disponga il Governo in merito alla situazione dell'ospedale di Nicotera e più in generale rispetto al funzionamento della sanità calabrese, che sta operando in mancanza del Commissario ad acta per il rientro dal debito sanitario regionale, anche con riferimento ai vertici amministrativi delle aziende sanitarie. (4-07915)


   NESCI. — Al Ministro della salute, al Ministro dell'economia e delle finanze, al Ministro dell'interno. — Per sapere – premesso che:
   a pagina sedici dell'edizione crotonese del giornale Il Quotidiano del Sud, in un articolo di Giacinto Carvelli uscito sul numero del 5 febbraio 2015 è raccontata la triste storia di una signora quasi novantenne, di cui vengono riportate le iniziali, corrispondenti a S. M., che ha trascorso – è scritto nella cronaca – una decina di giorni nell'ospedale civile di Crotone, nel tentativo vano di essere ricoverata;
   nel riferito articolo si precisa che, secondo alcune segnalazioni, la donna, ben nota ai servizi sociali del comune di Crotone, avrebbe vagato in ospedale – prima di essere ritrovata da una vicina di casa accorsa a cercarla – fra i reparti di medicina d'urgenza, cardiologia, ginecologia e pronto soccorso, finanche cadendo riportando un trauma ad un occhio, in seguito al quale nessuno – quindi anche del personale sanitario in servizio – si sarebbe attivato per soccorrerla;
   l'anziana signora sarebbe stata ritrovata, stando al citato articolo, in condizioni igieniche critiche e in evidente stato di denutrizione, con un peso di «30 chili», è scritto nella cronaca;
   la suddetta vicina, si legge, l'avrebbe poi portata a casa propria e assistita, consentendole il ricovero presso una rsa;
   i fatti testé esposti sono, a parere dell'interrogante, di una gravità assoluta e necessitano di essere chiariti, risalendo ai comportamenti tenuti dal personale ospedaliero e dei servizi sociali del municipio;
   nelle ultime settimane, in assenza del commissario per l'attuazione del piano di rientro dal debito sanitario della Calabria, la stampa regionale sta riportando una serie di notizie, anche molto contraddittorie, sulla Fondazione Tommaso Campanella di Catanzaro e i suoi dipendenti;
   in particolare, di recente il Ministero del lavoro e delle politiche sociali non ha autorizzato – per mancanza di requisiti di legge – la cassa integrazione del personale per cui è in corso il licenziamento, mentre, stando alle uscite apparse nello scorso gennaio, il problema della suddetta Fondazione era stato risolto dopo un incontro a Roma tra il Governatore regionale, Mario Oliverio, e il Ministro della salute, Beatrice Lorenzin;
   l'interrogante ha già presentato altra interrogazione, la n. 4-07660 dello scorso 23 gennaio, chiedendo conto ai Ministri della salute e dell'economia di un piano di rilancio riguardante la Fondazione Campanella, secondo notizie stampa attribuito al dottor Andrea Urbani, subcommissario per il piano di rientro dal debito sanitario;
   sulla gestione della Fondazione Tommaso Campanella sono in corso indagini giudiziarie che hanno ipotizzato un'alterazione dei bilanci dell'ente, che, secondo la commissione ministeriale cosiddetta «Serra-Riccio», è un mostro, un ibrido per la propria natura giuridica;
   a tale ultimo riguardo va ricordato che, pagata dalla regione Calabria, la Fondazione Campanella, privata, con atto del dirigente generale – dell'epoca – del dipartimento regionale per la salute, Raffaele Faillace, assorbì – come ha scritto la giornalista Teresa Munari in un lungo servizio apparso il 31 gennaio 2015 nell'edizione calabrese del quotidiano Cronache del Garantista – alcuni reparti dell'azienda ospedaliera Mater Domini di Catanzaro, cioè «Anestesia, Rianimazione, Igiene Ospedaliera, Microbiologia, Neuroradiologia» e diversi altri;
   il riferito trasferimento di reparti avvenne nel 2007, si sostanziò nello spostamento di risorse regionali verso le corrispondenti attività, con il che fu snaturata la missione della Campanella, non più oncologica come all'origine, ma a tutti gli effetti ospedaliera, col personale reclutato per chiamata diretta;
   la Fondazione Campanella doveva essere un istituto di ricerca, ma a riguardo si rivelò rovinosa la suddetta operazione politica, cui corrispose l'accennato drenaggio di risorse, che finì anche per assecondare — come ha scritto la giornalista Munari nel citato articolo — «un furbo mondo accademico»;
   in questo momento critico per la sanità della Calabria, in generale la politica si sta’ occupando della sorte della Fondazione Campanella — i cui lavoratori sono stati ad avviso dell'interrogante ingannati per anni a causa di scelte politiche improbe —, mentre sembrano non esserci controlli diffusi sulla gestione amministrativa e finanziaria delle aziende sanitarie e ospedaliere calabresi, e si legge di collocazioni dirigenziali in singole strutture pubbliche disposte dai dirigenti generali;
   attualmente in Calabria manca il commissario per l'attuazione del piano di rientro sanitario e il Governo si sta mostrando assolutamente immobile, in relazione a gravi fatti che con alta frequenza si verificano negli ospedali calabresi, anche imputabili alla mancanza di un soggetto apicale cui rispondere e le interrogazioni presentate sul tema dall'interrogante sono allo stato prive di risposta;
   vale ricordare che i direttori generali facenti funzioni delle aziende sanitarie provinciali furono nominati nello scorso autunno, dopo un lungo braccio di ferro tra i Ministeri della salute e dell'economia e la giunta regionale della Calabria, che, contravvenendo ai richiami ministeriali e a uno specifico parere dell'Avvocatura generale dello Stato, nominò i vertici della sanità regionale anche in assenza del commissario governativo;
   di fatto, i suddetti facenti funzioni oggi non devono rispondere a nessuno, non essendoci il commissario per il rientro dal debito nella sanità regionale;
   come già rappresentato nell'interrogazione n. 4-07613, presentata nella seduta della Camera n. 367 di mercoledì 21 gennaio 2015, innumerevoli, gravi e persistenti disservizi e inadempimenti si sono cumulati in ordine alla sanità calabrese, a motivo del fatto che il Governo centrale sostituì con evidente, colpevole ritardo il commissario deputato al piano di rientro dal debito sanitario, da quell'incarico decaduto per legge Giuseppe Scopelliti, poiché intervenuta nei suoi confronti una sentenza penale di condanna in primo grado;
   la riferita situazione complessiva — come peraltro già significato nell'interrogazione a risposta scritta n. 4-07518 — ha di fatto interrotto l'attuazione del piano di rientro dal debito sanitario calabrese, determinando una paralisi generale rispetto alla riorganizzazione dei servizi, con diffuse ripercussioni sulla tutela del diritto alla salute previsto all'articolo 32 della Costituzione;
   l'odierna interrogante ritiene il Governo politicamente responsabile delle disfunzioni, dei disservizi e dei gravi fatti che stanno verificandosi nella sanità calabrese, dal momento che avrebbe potuto nominare il suddetto commissario in ogni momento e invece, rinvia aggrappandosi alla modificazione della normativa di specie, che secondo l'interrogante è del tutto ininfluente per risolvere la vacanza del responsabile del rientro sanitario –:
   se siano a conoscenza dei fatti esposti;
   quale sia l'attuale stato finanziario della sanità calabrese e come sia stata controllata la spesa sanitaria prima e dopo la nomina dei summenzionati facenti funzioni;
   come i Ministri interrogati, nei limiti di competenza, ritengano di garantire, permanendo la mancanza del commissario per il rientro dal debito sanitario regionale, l'erogazione di livelli essenziali di assistenza in Calabria. (4-07916)


   SORIAL. — Al Ministro della salute. — Per sapere – premesso che:
   l'Italia è tra i primi posti in Europa per quanto riguarda il sovrappeso e l'obesità infantile: i dati del Ministero della salute evidenziano come il fenomeno dell'obesità interessi e inizi soprattutto in età precoce, tra i 6 e i 10 anni, quando la percentuale raggiunge il 35,7 per cento, dimostrando come oltre un bambino su 3 soffra della patologia, e se si prendono in riferimento i più piccoli, tra i 3 e gli 11 anni, le cose non cambiano di molto: il 25,2 per cento dei bambini italiani di quella fascia di età è già in sovrappeso;
   su base nazionale il 26,9 per cento dei giovani dai 6 ai 17 anni ha un peso superiore di quello che dovrebbe avere, con livelli maggiori soprattutto al Sud e nelle isole (oltre il 30 per cento);
   l'obesità causa ai minori problemi di tipo respiratorio, all'apparato muscolo-scheletrico, disturbi di carattere psicologico e precoce sindrome metabolica e inoltre i bambini in sovrappeso rischiano di contrarre precocemente malattie di tipo cardiaco o il diabete in età adolescenziale visto che i fattori di rischio più comuni per lo sviluppo del diabete sono risultati essere l'obesità e la sedentarietà; infatti con l'aumento dell'obesità infantile il diabete di tipo 2, fino a qualche anno fa di pertinenza solo dell'adulto, sta diventando una patologia emergente;
   i bambini obesi hanno un più elevato rischio di esserlo anche da «grandi»: diversi studi, tra cui una ricerca svedese del Karolinska institute di Stoccolma, hanno ormai evidenziato come l'obesità infantile sia strettamente correlato con il rischio di essere adulti obesi e di avere una maggiore difficoltà nel mantenere un peso sano da adulti, questo perché sembra che il numero delle cellule adipose si stabilisca durante l'infanzia e rimanga tale per tutta la vita, con le cellule che muoiono che vengono subito sostituite;
   secondo uno studio pubblicato su «Lancet Oncology» chi è in sovrappeso rischia maggiormente di ammalarsi di cancro a colon, prostata, seno, reni, endometrio; i ricercatori dell'Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro di Lione, in Francia hanno rintracciato questa relazione analizzando tutti gli articoli sull'argomento contenuti nella banca dati Medline fino al 1 gennaio 2014;
   «Un indice di massa corporea pari o superiore a 25 è associato a un aumentato rischio di cancro», e le prove sarebbero evidenti: gli uomini obesi hanno un rischio maggiore di sviluppare un tumore alla prostata più aggressivo, e un maggior rischio di recidiva del tumore del colon retto, mentre le donne obese in menopausa con una diagnosi di tumore alla mammella hanno il 75 per cento di chances in meno di guarire a dieci anni;
   secondo lo studio, solo nel 2012, il numero di tumori attribuibili all'obesità negli adulti con più di trent'anni sarebbe pari a 480 mila, il 3-6 per cento di tutti i nuovi tumori diagnosticati;
   «Sappiamo bene che circa il 20 per cento di tutti i tumori è riconducibile a errate abitudini alimentari», ha dichiarato Nicola Sorrentino, dietologo e professore all'Università di Pavia: «E sappiamo anche che mangiare bene per quantità e qualità, insieme a una dose moderata di attività fisica, è fondamentale non soltanto nella prevenzione del cancro, ma anche dopo una eventuale diagnosi di tumore, durante la terapia e poi in seguito, per ridurre il rischio di recidive»;
   le recenti evidenze scientifiche evidenziano la necessità di intervenire entro i 3 anni, la teoria del nutritional programming, infatti spiega, come esista una finestra fondamentale entro la quale la nutrizione dei lattanti e bambini può influire fortemente sulla salute del futuro adulto, almeno per quello che riguarda le malattie cardiovascolari, le malattie non trasmissibili e il sovrappeso e in generale –:
   se il Ministro interrogato sia al corrente della gravità del problema di cui in premessa, che coinvolge non solo i minori ma, secondo quando esposto, può pregiudicare anche la vita degli adulti che diventeranno, con il rischio maggiore di sviluppare neoplasie, e non consideri dunque urgente attivarsi nei modi che gli sono propri al fin di predisporre apposite iniziative di lunga prospettiva per la prevenzione e la cura dell'obesità infantile;
   se il Ministro interrogato non consideri necessario intervenire per attuare una campagna di informazione e di prevenzione, in linea con gli obiettivi posti dall'Organizzazione mondiale della sanità, tale da coinvolgere le famiglie, adeguata ad arginare questo preoccupante fenomeno nel più breve tempo possibile. (4-07922)


   FUCCI. — Al Ministro della salute, al Ministro dell'istruzione, dell'università e della ricerca. — Per sapere – premesso che:
   una recente sentenza del Consiglio di Stato ha stabilito che gli studenti di medicina immatricolati presso un'università estera nel territorio dell'Unione europea che non prevede i test di ammissione possano effettuare il passaggio a un'università italiana senza dover svolgere i predetti test;
   per quanto stilata sulla base del diritto vigente, la sentenza è a parere dell'interrogante suscettibile di perplessità nel merito;
   si rischia in questo modo di incentivare iscrizioni strumentali in altri Paesi dell'Unione europea, in particolare quelli di più recente adesione che hanno interesse ad attrarre studenti da altri Stati membri, per poi rientrare in Italia saltando i test di ammissione invece sostenuti regolarmente nel nostro Paese;
   sempre a parere dell'interrogante, un tema del genere deve essere motivo di riflessione per i Governi europei, a partire da quello italiano, al fine di avviare un'istruttoria seria e in grado di contemperare il diritto alla libera circolazione degli studenti nell'Unione europea con il rispetto delle regole che vigono in Paesi come l'Italia su un tema della massima importanza quale è quello della formazione dei futuri medici –:
   quale sia la posizione del Governo in merito a quanto esposto in premessa e quali eventuali iniziative di competenza si intenda assumere. (4-07931)


   GAGNARLI e PAOLO BERNINI. — Al Ministro della salute. — Per sapere – premesso che:
   il 23 gennaio 2015 la seconda sezione del tribunale di Brescia ha condannato — nel processo relativo all'allevamento di cani beagle destinati alla sperimentazione scientifica «Green Hill» di Montichiari (Brescia), chiuso nel 2012 — fra gli altri, Renzo Graziosi alla pena di un anno e sei mesi di reclusione oltre al pagamento delle spese processuali, per i reati di maltrattamento e uccisione di animali (articoli 544-bis e 544-ter del Codice penale) nonché la pena accessoria della sospensione dall'attività di allevamento per anni due;
   secondo l'accusa sarebbero stati 6.023 i cani beagle morti all'interno di Green Hill dal 2008 al 2012;
   l'articolo 38 del decreto del Presidente della Repubblica 5 aprile 1950, n. 221 sulla disciplina dell'esercizio delle Professioni sanitarie, prevede che per «i sanitari che si rendano colpevoli di abusi o mancanze nell'esercizio della professione o, comunque, di fatti disdicevoli al decoro professionale (...) il procedimento disciplinare è promosso d'ufficio o su richiesta del Ministero della Salute» che ha sostituito in questa funzione la figura del Prefetto precedentemente citata dalla norma, vista la legge 13 marzo 1958 n. 296;
   Renzo Graziosi è un medico veterinario iscritto all'ordine provinciale dei Medici Veterinari della provincia di Pescara dal 15 aprile 2005 –:
   se non intenda, a decoro e tutela della professione Medico Veterinaria, promuovere l'avvio del procedimento disciplinare al Consiglio dell'Ordine provinciale di Pescara, così come previsto dal decreto del Presidente della Repubblica succitato.
(4-07942)


   GIACHETTI. — Al Ministro della salute. — Per sapere – premesso che:
   l'onorevole Rita Bernardini, segretaria di Radicali italiani, ha ricevuto in data 9 febbraio 2015 la lettera del signor Massimo Quaranta, padre di una bambina di nome Serena affetta fin dalla nascita da una malattia genetica rara che ha comportato e comporta una invalidità di elevato livello;
   nella lettera il signor Quaranta ha rappresentato tutta una serie di gravissime problematiche che la famiglia deve quotidianamente affrontare per lenire le sofferenze e rendere almeno decente la qualità della vita della piccola Serena;
   il signor Quaranta descrive l'odissea che ha dovuto intraprendere solo per arrivare ad una diagnosi della patologia sofferta dalla bambina, denunciando anche il fatto di non avere avuto, a differenza di altri casi, alcun sostegno economico da parte della regione quando fu costretto ad andare negli USA: «sono il papà di Serena, 8 anni, affetta da patologia genetica rara e da altre gravi compromissioni. Da quando è nata Serena insieme alla mia famiglia ho affrontato situazioni che mai avrei potuto immaginare e sono stato costretto a spostarmi nelle migliori U.O. italiane per cercare di avere un inquadramento diagnostico della sintomatologia di Serena. Inenarrabili i nostri viaggi e le spese per visite private in ogni parte d'Italia per cercare di migliorare lo status del nostro angioletto e purtroppo senza avere risposte. Per questo motivo con la mia famiglia e con Serena ridotta ormai in stato di male epilettico sono stato costretto ad andare negli USA per cercare di limitare le sofferenze della mia bambina ed avere la sospirata diagnosi che è arrivata dopo quasi 4 anni dalla sua nascita. All'epoca presentai la documentazione di Serena per le cure all'estero che mi furono rifiutate ed allibito negli USA assistetti a medesime cure pagate dalla regione Calabria ad una bambina che aveva la medesima sintomatologia di mia figlia. Tornati in Italia dopo 4 mesi e con la piccola che era in miglioramento da un punto di vista epilettico ricevemmo un esame che era stato eseguito 2 anni prima con esito negativo e risviluppato su alleli ed esoni più alti del braccio corto X dava esito positivo. Avevamo finalmente composto il difficile puzzle di una patologia genetica rara con mutazione non descritta in letteratura medica ma i riscontri primari e secondari erano crescenti. Considerando le difficoltà e le mancanze in ambito sanitario, insieme ad altre persone coinvolte nella difficile assistenza dei propri cari ho costituito “Vite da colorare associazione Ionica malattie rare e neurologiche gravi onlus”»;
   così espone il signor Quaranta le condizioni attuali di sua figlia: «Serena ora ha 8 anni, (è nata il 13 gennaio 2007) è quindi una bambina “speciale” affetta da CDKL5, malattia genetica rara con mutazione non descritta in letteratura medica, ha inoltre assenza dell'enzima GSTM1 sul cromosoma 1, episodi critici pluriquotidiani di epilessia severa farmacoresistente, cecità corticale, disfagia, ipotonia assiale, spasticità, afasia, problemi respiratori, scoliosi doppia, lussazione all'anca destra, sub lussazione all'anca sinistra, non ha uno stimolo risposta, non ha controllo sfinterico e non evacua spontaneamente. Ovviamente, a seguito di tutta questa situazione Serena è su sedia a rotelle o allettata, non è assolutamente autonoma e deve essere supportata nelle 24 ore dai genitori. Le condizioni generali non sono mai stabili, ci si avvicina allo zero ma non alla sufficienza cioè ad uno stato di salute accettabile. Siamo due genitori lavoratori, entrambi insegnanti ed abbiamo una figlia maggiore, Alessandra di 10 anni alla quale cerchiamo di assicurare una vita vicina alla normalità. Oltre noi genitori nessuno è in grado di gestire in toto le numerose problematiche di Serena»;
   quanto ai complessi controlli periodici che la piccola Serena deve effettuare per monitorare il suo stato di salute, il signor Quaranta scrive: «Eseguiamo il follow up della bambina c/o l'ospedale pediatrico G. Gaslini di Genova in quanto in circa 3-4 giorni riescono a completare tutti gli esami dei quali ha bisogno Serena (esami ematici, EEG, controlli ortopedici, fisiatrici, pneumologici, gastroenterologici, relativi al visus eccetera). Insieme alla mia famiglia sono costretto a spostarmi fino a Genova con tante spese (senza rimborso) ma ho la possibilità di avere responsi da parte di eccellenze in ogni campo e soprattutto di avere la concentrazione di tutti gli esami in un posto e soprattutto un intervento coordinato a 360o»;
   la necessità di recarsi da Grottaglie fino al Gaslini di Genova è dovuta al fatto che in Puglia non esiste, scrive il signor Quaranta «una struttura con eccellenza di carattere multidisciplinare che assicuri una buona organizzazione dei servizi, che riconosca per i malati rari dei percorsi facilitati per esami e ricoveri con contatti efficaci, che non prevedano tempi morti, inoltre, percorsi facilitati anche nei laboratori di analisi eccetera, che prevedano una interazione a 360o di tutti gli interventi, che siano efficaci nell'accoglienza e nella gestione totale delle istanze poste in questo caso del malato raro con pluri patologia rara genetica e con una sintomatologia così complessa. Molto spesso ci troviamo a fare la fila con persone normodotate o disabili non complessi come Serena. Credo che ci dovrebbe essere un percorso agevolato particolare per questi pazienti speciali così complessi evitando inutili attese»;
   la situazione in Puglia, così viene rappresentata dal signor Quaranta: «i controlli periodici di carattere neurologico vengono effettuati dalla bravissima dottoressa Laselva che ha in cura Serena e lavora c/o l'ambulatorio per l'epilessia dell'ospedale Fallacara di Triggiano ma, nonostante la buona volontà della dottoressa i controlli risultano sporadici a causa del carente organico del personale a disposizione con conseguente squilibrio domanda-offerta. Inoltre non abbiamo un riferimento telefonico per le urgenze che puntualmente si presentano; non abbiamo la possibilità di procedere al dosaggio del Taloxa, farmaco anticonvulsivo che assume da circa 5 anni (solo da qualche mese lo fanno al Gaslini); per la gestione delle criticità di carattere respiratorio che sono proprie della patologia di Serena ci rivolgiamo ad un'altra eccellenza del settore costituita dal centro fibrosi cistica del dottor Ratclif dell'ospedale Tatarella di Cerignola che risponde a tutti gli standard che si richiedono quali efficienza, organizzazione prima dell'ingresso – assenza tempi morti – efficienza dell'accoglienza – competenze professionali del personale medico, paramedico ed ausiliario di alto livello, umanità. Per il resto rimaniamo smembrati ed i controlli dovrebbero essere fatti in altre U.O. quali: 1) l'ospedale di Brindisi per la neurologia; 2) il policlinico di Bari per le problematiche gastroenterologiche; 3) controlli strutturali ortopedia e fisiatria in altri centri; 4) controlli immunologici in altre U.O.; 5) inoltre occorre tenere il continuo aggiornamento con i medici per i controlli e per gli ausili da utilizzare vista la crescita della bambina»;
   i motivi suesposti spingono la famiglia di Serena a recarsi al Gaslini di Genova anziché usufruire delle diverse strutture sanitarie sparse sul territorio pugliese: «Affrontare le criticità ed i normali controlli di routine periodici in questo modo sarebbe un incubo. L'inclusione scolastica per le nostre figlie (Alessandra la primogenita ha 10 anni) sarebbe difficile ed i costi ed i tempi sarebbero peggiorativi, quindi, per questi motivi ed in assenza di valide alternative preferiamo effettuare tutti i controlli c/o l'ospedale pediatrico “Giannina Gaslini” di Genova»;
   concludendo la sua missiva all'onorevole Bernardini, il signor Quaranta espone una serie di richieste che possono contribuire a rendere meno problematica la vita dei bambini affetti da malattie rare e delle loro famiglie: « 1) Finanziamenti a fondo perduto per acquisto immobile (in presenza di malato raro grave); 2) Finanziamenti per abbattimento barriere architettoniche – contributi regionali oltre la 13/89; 3) Mutuo a tasso agevolato attraverso convenzione con banche per affetti da malattie rare; 4) Accesso al fondo di solidarietà per le famiglie dei minorenni affetti da patologie gravi rare; 5) Sgravio automatico di multe per spostamento improvviso causa crisi epilettiche severe (semaforo rosso o maggiore velocità per arrivare in sede). Dovrebbe essere previsto, in questo caso, un lasciapassare elettronico soprattutto nelle città con zone a traffico limitato. Quando Serena viene assalita da crisi epilettica bisogna immediatamente fermarsi e soccorrerla ed a volte le piazzole di sosta sono lontane e bisogna aumentare la velocità per raggiungerle subito; inoltre in diverse città italiane ci sono zone a traffico limitato a noi sconosciute e quindi ci si rende conto subito della difficoltà e soprattutto dell'esiguità di tempo per poi chiedere audizione al giudice per i ricorsi con altre spese e tempo impiegato per raggiungere le sedi (Bari); 6) Prevedere un doppio tagliando disabile per consentire l'inclusione scolastica e lavorativa delle bambine e dei genitori che si alternano durante le terapie riabilitative la mattina con incastro di orari; 7) Possibilità di maggiore “frequenza per i controlli” EEG eccetera c/o U.O. di riferimento – Ospedale Fallacara di Triggiano ambulatorio per l'epilessia della dottoressa Laselva attraverso aumento del personale dirigente medico e paramedico; 8) Rimuovere le difficoltà poste dall'ente pubblico o privato per gli orari di riabilitazione che mettono in seria difficoltà l'inclusione lavorativa e scolastica a Serena ed ai propri genitori; 9) L'Autorizzazione ed il rimborso per cura con cannabis terapeutica CBD OIL, Bediol, Epidiolex – l'importazione dall'estero molto costose e con metodo di estrazione della cannabis terapeutica non standardizzata; 10) Efficace controllo per gli ausili speciali, sedie a rotelle, busto correttivo eccetera perché le consegne sono molto tardive e, ad esempio, un busto consegnato dopo 6-8 mesi ad un bambino che cresce è inadatto come misura; 11) L'aggiornamento del nomenclatore che è fermo al 1999; 12) L'erogazione a carico del SSN dei farmaci omeopatici e fitoterapici che attualmente sono in terapia e sono a carico dell'utente; 13) Attivazione dei L.E.A. per le malattie rare; 14) Organizzazione di corsi di vera eccellenza per gli operatori della riabilitazione: Fisioterapia, logopedia, idroterapia, musicoterapia eccetera ne gioverebbero molto i pazienti e le famiglie; 15) Possibilità attraverso un questionario di dare voce alle famiglie per il servizio che viene reso da parte degli operatori (FKT, Logopedia eccetera) dell'ente, privato o pubblico che si occupa della riabilitazione; 16) Individuazione di Aziende che costruiscano passeggini e sediolini per auto “speciali” oltre l'età pediatrica per gli spostamenti rapidi (passeggino) e per la postura dei pazienti ipotonici; 17) Riconoscimento dei benefici di malato raro oltre i 18 anni»;
   il signor Quaranta è il presidente dell'ONLUS «Vite da colorare associazione Ionica malattie rare e neurologiche gravi» –:
   se sia a conoscenza dei fatti esposti in premessa riguardanti i bambini affetti da malattie rare;
   di quali delle proposte avanzate dal padre della piccola Serena sia già possibile usufruire a legislazione vigente;
   quali iniziative si intendano mettere in atto per agevolare l'assistenza e la cura dei bambini affetti da malattie rare;
   se non ritenga di dover assumere le iniziative di competenza, anche in sede di conferenza Stato-Regioni, per migliorare la qualità dei servizi sanitari sul territorio rivolti ai minori affetti da così gravi e invalidanti patologie;
   se non ritenga di dover incontrare il signor Quaranta per l'esperienza maturata sul campo e in virtù della sua posizione di responsabile di un'associazione fra i familiari di bambini affetti da malattie rare. (4-07949)


   COSTANTINO, NICCHI e MATARRELLI. — Al Ministro della salute. — Per sapere – premesso che:
   in data 9 febbraio 2015, presso l'Ospedale Civile di Locri è precipitato, all'altezza del primo piano, un ascensore con all'interno due operatori del personale medico, a causa di un cedimento del cavo di acciaio;
   i due operatori non hanno subito gravi lesioni, ma sono stati ricoverati in stato di shock. Se il cavo si fosse rotto ai piani più alti le conseguenze sarebbero state certamente più gravi e drammatiche;
   già nel 2014 un caso analogo aveva interessato gli ascensori del medesimo ospedale, quando una donna in condizioni critiche è rimasta per ore su una barella al pronto soccorso, in attesa di essere trasferita con urgenza al quinto piano, a causa di un blocco degli ascensori, il terzo blocco in appena un mese;
   attualmente, oltre all'ascensore precipitato, anche l'altro ascensore presente nella struttura è fermo in attesa di una riparazione che si aspetta da mesi, sembra perciò che per raggiungere il quinto e ultimo piano si debbano fare le scale;
   da articoli di giornali locali si apprende che lo stato dell'ospedale di Locri versa in una situazione di degrado anche su altri fronti: mancanza di cotone e siringhe e stato di usura dei macchinari ospedalieri;
   le stesse segreterie Cgil Rc-Locri e Fp Cgil Rc-Locri – come riporta un articolo del Corriere locride del 10 febbraio 2015 – ha denunciato che «quanto accaduto non trova alcuna giustificazione. Si tratta di un incidente che poteva avere ripercussioni ancora più gravi ed è solo la punta di un iceberg: una struttura che sta crollando, che è al collasso tra mancanza di personale, assenza di programmazione e carenza di attrezzature mediche. Un nosocomio, le cui criticità sono state più volte denunciate dalla CGIL, in cui i livelli di Pronto soccorso sono ai minimi storici; in cui lo smantellamento di interi reparti sta proseguendo senza sosta. Un ospedale che non riesce a rispondere ai bisogni di cento mila utenti in un territorio in cui le distanze geografiche tra aree interne e Locri sono un'altra enorme problematica per i cittadini –:
   se il Ministro interrogato sia al corrente degli episodi sopra citati e se l'attuazione del piano di rientro dal disavanzo sanitario possa aver cagionato un ridimensionamento delle risorse tale da mettere a repentaglio l'incolumità dei degenti calabresi. (4-07950)


   FORMISANO. — Al Ministro della salute, al Ministro della difesa. — Per sapere – premesso che:
   in ossequio all'articolo 32 della Costituzione ed in conseguenza del riordino normativo delle professioni sanitarie, nonché delle riforme degli ordinamenti didattici adottate dal Ministero dell'istruzione, dell'università e della ricerca, al fine di adeguare il livello culturale, deontologico e professionale degli esercenti le professioni in ambito sanitario a quello garantito negli Stati membri dell'Unione europea, la legge n. 43 del 2006 ha regolamentato la professione sanitaria infermieristica e, nel rispetto dei diversi iter formativi, ha individuato quali «professionisti specialisti» quelli in possesso del master di primo livello per le funzioni specialistiche rilasciato dalle università riconosciute dal Ministero dell'istruzione, dell'università e della ricerca;
   con decreto legislativo 4 marzo 2014, n. 38, l'Italia ha dato attuazione alla direttiva 2011/24/UE concernente l'applicazione dei diritti dei pazienti relativi all'assistenza sanitaria transfrontaliera, nonché alla direttiva 2012/52/UE comportante misure destinate ad agevolare il riconoscimento delle ricette mediche emesse in un altro Stato membro;
   con il recepimento delle succitate direttive europee l'Italia ha regolamentato la mutua assistenza agli Stati membri dell'Unione europea, compresa la cooperazione in merito agli standard di qualità e sicurezza e lo scambio di informazioni attraverso il Punto di contatto nazionale istituito presso il Ministero della salute, impegnandosi, a garanzia di tutti i cittadini europei, al riconoscimento delle prescrizioni rilasciate da un professionista sanitario abilitato da un altro Stato membro e conferendo al tema della mobilità sanitaria internazionale un impulso senza precedenti, attraverso la definitiva eliminazione degli ostacoli che hanno per lungo tempo impedito il diritto di cura transfrontaliera;
   ai fini del decreto legislativo 4 marzo 2014, n. 38, come statuito all'articolo 3, per «prescrizione» si intende la prescrizione di un medicinale o di un dispositivo medico rilasciata da un membro di una professione del settore sanitario regolamentata ai sensi all'articolo 3, paragrafo 1, lettera a), della direttiva 2005/36/CE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 7 settembre 2005, che è legalmente abilitato in tal senso nello Stato membro dell'Unione europea in cui è rilasciata;
   per «professionista sanitario» si intende il medico, l'infermiere o altro professionista che eserciti delle attività nel settore dell'assistenza sanitaria, l'accesso alle quali sia riservato ad una professione regolamentata secondo la definizione di cui all'articolo 3, paragrafo 1, lettera a), della direttiva 2005/36/CE o una persona considerata professionista sanitario conformemente alla legislazione dello Stato membro di cura;
   nella maggior parte dei Paesi dell'Unione europea, così come nella totalità dei Paesi del Patto Atlantico (NATO), la professione infermieristica, sia in contesti civili che militari, ha ottenuto già da diverso tempo il riconoscimento di competenze specialistiche che in Italia, ancora oggi, risultano di massima disattese;
   tra gli innumerevoli esempi di evoluzione infermieristica, affermatasi a seguito di specifici percorsi di formazione accademica post-base, rientrano i «nurse prescriber» inglesi e gli «enfermeros prescriptores» spagnoli, entrambi esercenti la professione sanitaria infermieristica ed abilitati dal proprio Stato alla prescrizione di farmaci, esami diagnostici, dispositivi medici e presidi terapeutici;
   secondo la vigente normativa, le ricette mediche rilasciate da un professionista sanitario abilitato in un altro Stato membro saranno riconosciute anche in Italia ed i medicinali ivi prescritti (o i dispositivi medici) saranno dispensati solo se autorizzati al commercio  nostro Paese;
   il medicinale prescritto o il dispositivo medico potranno non essere dispensati esclusivamente a causa del legittimo rifiuto del farmacista dovuto a ragioni etiche oppure quando sussistano fondate esigenze di tutela della salute umana, dubbi legittimi e giustificati in merito all'autenticità, il contenuto o la comprensibilità della stessa ricetta;
   al fine di evitare il loro mancato riconoscimento, le prescrizioni dovranno rispettare i requisiti minimi del documento allegato al Decreto legislativo 4 marzo 2014, n. 38 ed il professionista sanitario abilitato ad emetterle dovrà specificare, oltre l'identificazione del prodotto prescritto ed i dati identificativi del paziente, anche i propri dati identificativi, compresa la qualifica professionale;
   con la pubblicazione SMM/IS 143 ed 2005, redatta dall'Ispettorato di sanità della marina militare ed approvata dal Capo di Stato maggiore della marina militare, sono state stabilite le tabelle delle dotazioni sanitarie per le unità navali e per le infermerie di terra della marina militare;
   in essa sono state suddivise le infermerie di bordo, in linea con gli standard assistenziali dei restanti, Paesi del Patto Atlantico (NATO), e, in base alla funzione operativa, nonché alla tipologia di intervento sanitario erogabile, è stato predisposto un esaustivo elenco di farmaci, molti dei quali soggetti solamente in Italia a prescrizione medica, di esclusiva pertinenza delle unità navali sprovviste di personale medico ma nella quale presti servizio almeno un esercente la professione sanitaria infermieristica –:
   se il Ministro della salute sia a conoscenza di quanto sopra e se non ritenga opportuno intervenire per consentire al personale sanitario infermieristico italiano di poter conseguire le competenze specialistiche e prescrittive finora conseguite dagli infermieri europei, peraltro riconosciute dall'Italia, in regime di recepimento del diritto di assistenza sanitaria transfrontaliera e di mutuo riconoscimento delle prescrizioni;
   se il Ministro della difesa sia a conoscenza di quante unità navali della Marina militare italiana sono sprovviste di medico di bordo e se i farmaci ad esse trimestralmente assegnati per garantire i raggiungimento degli standard assistenziali stabiliti dai Paesi del Patto Atlantico (NATO), risultino essere mai stati somministrati autonomamente dal personale infermieristico di bordo, in relazione a contingenti necessità terapeutiche del personale militare imbarcato, o se invece risultino ad oggi non somministrabili in assenza di prescrizione espressamente formulata da personale sanitario formalmente abilitato. (4-07963)


   GRILLO, LOREFICE, CANCELLERI e MANTERO. — Al Ministro della salute. — Per sapere – premesso che:
   in un Paese che voglia dirsi europeo in un distretto sanitario che coinvolge svariate centinaia di migliaia di residenti la situazione dei posti di rianimazione pediatrica deve rispondere a dei requisiti minimi di posti letto perfettamente funzionali e nel caso raro di emergenze di sovraffollamento della rianimazione pediatrica bisogna mettere in atto delle procedure di contenimento della situazione di «desaster» quali l'eventuale spostamento temporaneo di pazienti in altra unità ospedaliera in considerazione della gravità di nuovi ricoverati ovvero altri tipi di allestimento emergenziale in coordinamento con l'assessorato regionale alla sanità;
   si è avuta contezza da La Repubblica online del primo pomeriggio del 12 febbraio 2015 che «Una neonata è morta nell'ambulanza privata che la stava trasferendo da Catania, dove non c'era nessun posto disponibile di Rianimazione pediatrica, a Ragusa. Sul caso ha avviato un'indagine la polizia di Stato di Ragusa. La piccola era venuta alla luce la scorsa notte in un clinica privata di Catania. Dopo un parto regolare, aveva accusato difficoltà respiratorie. I medici avrebbero invano cercato un reparto ospedaliero specializzato dove trasferirla, ma nessuno ha potuto ricevere la neonata. È stato chiesto allora l'intervento del 118, che ha avviato un monitoraggio nei tre ospedali catanesi deve è presente la Terapia intensiva pediatrica: il Garibaldi, il Santo Bambino e il Cannizzaro. Ma in nessuno dei tre centri era disponibile un letto. L'unico ospedale della Sicilia orientale che ha risposto all'appello è stato quello di Ragusa. Ma la piccola è morta durante il trasporto in ambulanza. (..) Secondo una prima ricostruzione, la neonata sarebbe entrata in crisi respiratoria dopo il parto, avvenuto la notte scorsa regolarmente nella casa di cura Gibiino a Catania. Nella sala erano presenti il ginecologo di fiducia della donna, un anestesista, un rianimatore e un neonatologo. I medici si sono accorti subito della gravità del quadro clinico della piccola e hanno contattato le unità di Terapia intensiva neonatale (Utin) di Catania per trasferire d'urgenza la piccola paziente. Ma erano tutte piene, senza disponibilità di posti. È stato così contattato il 118 che ha cercato e trovato una Utin disponibile nell'ospedale Paternò-Arezzo di Ragusa. La clinica ha quindi provveduto, con un'ambulanza privata, al trasporto della neonata a Ragusa, con al seguito i medici specialisti della struttura privata. Dopo Vizzini, e in territorio della provincia di Ragusa, prima dell'alba, la piccola paziente ha avuto una violenta crisi. I medici a bordo dell'ambulanza hanno tentato di rianimarla, ma la neonata è morta. All'ambulanza sarebbero a quel punto giunte le indicazioni di portare il piccolo corpo nell'ospedale di destinazione, a Ragusa» –:
   se, nell'ambito dell'ispezione in essere il Ministro intenda accertare chiaramente i fatti anche acquisendo tutti gli elementi inerti le ragioni che hanno portato al respingimento della neonata in tre ospedali catanesi valutando se tale gravissimo fatto fosse ineluttabile nonché acquisire elementi in merito all'idoneità della clinica convenzionata con riferimento al parto e al servizio post partum reso. (4-07973)

SEMPLIFICAZIONE E PUBBLICA AMMINISTRAZIONE

Interrogazione a risposta in Commissione:


   PRATAVIERA. — Al Ministro per la semplificazione e la pubblica amministrazione. — Per sapere – premesso che:
   è notizia pubblicata su Il Gazzettino di Venezia lo scorso 5 gennaio 2015 quella di una «parentopoli» nel settore della mobilità urbana di Venezia;
   il sindacato autonomo Usb ha denunciato il fenomeno parlando di «meritocrazia ereditaria» e «appartenenza politico/sindacale» che interesserebbero le aziende pubbliche Azienda del consorzio trasporti veneziano, Vela spa e Asm spa;
   secondo l'articolo di stampa i casi più noti sono quello del segretario dei trasporti della Cgil, Mauro Vitturi, che ha la moglie che lavora in Azienda del consorzio trasporti veneziano; quello di Marino De Terlizzi, della segreteria trasporti Cisl, che ha la moglie che lavora in Asm; quello del direttore della navigazione di azienda del consorzio trasporti veneziano, Marino Fontanella, che ha un figlio che lavora in Vela; quello del capo area di Azienda del consorzio trasporti veneziano Gianluca Cuzzolin, che ha la moglie che è diventata capo area di Azienda del consorzio trasporti veneziano; quello del figlio di Maurizio Mandricardo, capo area del cantiere nonché coordinatore del circolo Mobilità e Trasporti del Pd, che è stato assunto da Azienda del consorzio trasporti veneziano come marinaio e quello del figlio del capo area dell'automobilistico di Azienda del consorzio trasporti veneziano Paolo Dalle Carbonare, che è stato assunto in Vela; quello del funzionario della navigazione di Azienda del consorzio trasporti veneziano, Ulisse Famulari, che ha un figlio che fa il marinaio in azienda del consorzio trasporti veneziano; quello del funzionario dell'automobilistico di azienda del consorzio trasporti veneziano, Marco Famulari, fratello di Ulisse, che ha anch'egli un figlio che fa il comandante nella navigazione in azienda del consorzio trasporti veneziano; quello del funzionario dell'automobilistico Armando Rigobianco (ora in pensione, ma ha un incarico temporaneo per il cosiddetto «affiancamento» di chi prenderà il suo posto), che ha il figlio che fa l'autista di Azienda del consorzio trasporti veneziano;
   nel caso dell'assunzione in Vela del figlio del capo area dell'Automobilistico di azienda del consorzio trasporti veneziano Paolo Dalle Carbonare, sembrerebbe che l'azienda che si occupa della commercializzazione dei biglietti del trasporto pubblico abbia fatto ha fatto una selezione interna per due posti e l'ha allargata anche ai contrattisti a termine, dei quali mezza dozzina circa hanno preso parte, ma l'unico tra questi a passare l'esame è stato il figlio di Dalle Carbonare;
   l'articolo prosegue poi indicando l’ex marinaia Angela Montanariello, passata dai vaporetti alla segreteria del direttore auditing Marcello Panettoni, nonché i nomi di parenti ed affini funzionari o consiglieri di amministrazione di Azienda del consorzio trasporti veneziano;
   per quanto i vertici aziendali possano escludere eventuali collegamenti di carriera o precisare l'effettivo espletamento di selezioni e/o bandi pubblici, sorge nell'interrogante il lecito dubbio sulla regolarità e trasparenza nelle procedure assunzionali, alla luce dell'evidente intreccio di dipendenti-parenti nelle tre aziende pubbliche citate –:
   se il Ministro in indirizzo sia a conoscenza di quanto riportato in premessa e se non ritenga opportuno intervenire mediante opportune iniziative normative materia di casi di incompatibilità per vincolo di parentela nell'accesso al pubblico impiego, al fine di perseguire al meglio l'obbiettivo di trasparenza ed integrità della pubblica amministrazione anche alla luce di quanto descritto in premessa. (5-04726)

Interrogazione a risposta scritta:


   TABACCI. — Al Ministro per la semplificazione e la pubblica amministrazione. — Per sapere – premesso che:
   nella «Gazzetta ufficiale» dell'11 febbraio 2015 è stato pubblicato il decreto del Ministro dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare di concerto con il Ministro della salute e il Ministro delle politiche agricole alimentari e forestali in data 16 gennaio 2015, concernente il «Rilascio della licenza di giardino zoologico al centro erpetologico Reptiland della società Bin s.n.c., in Riva del Garda»;
   la procedura e la tempistica puntualmente descritte nelle premesse del decreto costituiscono un esempio emblematico dei tempi lunghi della burocrazia e della necessità di semplificare:
    la domanda per il rilascio della licenza risale infatti a più di otto anni fa (18 novembre 2006); la documentazione allegata alla domanda è stata integrata a seguito di tre successive richieste dell'amministrazione, formulate – a cadenze quasi regolari – nel 2007, nel 2009 e nel 2012, cui la società interessata ha risposto a distanza – rispettivamente – di due mesi e mezzo, quasi tre anni e un mese e nove giorni;
    il concerto del Ministro delle politiche agricole è stato espresso il 20 maggio 2014;
    il concerto del Ministro della salute è stato espresso il 4 luglio 2014;
    dall'espressione dell'ultimo concerto sono trascorsi altri sette mesi, nel corso dei quali è stato acquisito, il 16 ottobre 2014, il parere favorevole della Conferenza unificata –:
   quali iniziative intenda assumere – oltre a quelle opportunamente inserite Nell'Agenda per la semplificazione e a quelle assunte in materia di riorganizzazione delle amministrazioni pubbliche – per ricondurre alla fisiologia procedimenti amministrativi che rischiano di compromettere – per difficoltà e tempistica – le iniziative imprenditoriali e, più in generale, l'attività e la vita dei cittadini. (4-07970)

SVILUPPO ECONOMICO

Interpellanze urgenti (ex articolo 138-bis del regolamento):


   I sottoscritti chiedono di interpellare il Ministro dello sviluppo economico, il Ministro delle infrastrutture e dei trasporti, il Ministro dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare, per sapere – premesso che:
   il 5 e 6 febbraio 2015 l'intero territorio della regione Emilia-Romagna è stato funestato da eccezionali condizioni di maltempo che hanno provocato ingenti danni e numerosi disagi alle persone e alla circolazione di auto, treni ed aerei;
   stante la situazione di emergenza, la giunta regionale dell'Emilia-Romagna, nella giornata di lunedì 9 febbraio ha stanziato 5 milioni di euro per finanziare gli interventi urgenti necessari a far fronte alle emergenze prioritarie e ha comunicato che chiederà al Governo il riconoscimento dello stato di emergenza per le calamità naturali allo scopo di ricevere aiuti per far fronte ai rilevanti danni registrati in tutto il territorio regionale dall'appennino alla costa;
   lungo le aree costiere abitazioni civili, attività commerciali e strade sono state allagate dall'acqua del mare a seguito di violente mareggiate con onde alte fino a 4 metri e interi comprensori sono rimasti senza corrente elettrica, ospedali compresi. Sono state erose al contempo le barriere di protezione che avrebbero dovuto salvaguardare le attività balneari dalle mareggiate stesse;
   le violente mareggiate hanno determinato allagamenti di alcuni centri abitati balneari, tra cui Lido degli Estensi, Porto Garibaldi, Lido di Spina, Lido di Savio, Lido Adriano, Milano Marittima, Cesenatico, Gatteo Mare;
   nei comuni dell'entroterra della Romagna, le criticità sono diffuse. Alla neve si sono aggiunti cento millimetri di pioggia in due giorni, e raffiche di vento tra gli 80 e i 100 chilometri orari;
   le piene dei corsi d'acqua principali e della rete di bonifica nelle province di Forlì-Cesena, Ravenna, Rimini hanno provocato allagamenti diffusi interessando edifici ad uso civile e produttivo: allagamenti dovuti sia a rotture arginali, sia a tracimazioni a causa della difficoltà di deflusso delle acque d'acqua dolce in mare;
   tra le località maggiormente colpite si segnalano in via esemplificativa: San Giovanni in Marignano, Sant'Arcangelo (in provincia di Rimini), Villafranca, Villa Selva, Santa Maria Nuova, Ronco (in provincia di Forlì-Cesena) e Lugo, Bagnacavallo, Massa Lombarda, Rossetta, Mandriole, Sant'Alberto (in provincia di Ravenna), Cesena;
   nel cesenate, nel forlivese e nel bolognese si sono verificati numerosi dissesti idrogeologici, interessando in particolare i Comuni di Roncofreddo, Bertinoro, Castrocaro, Mercato Saraceno, Civitella di Romagna e Sasso Marconi; a Piacenza a Rimini il ciclone denominato «big snow», pur annunciato da giorni dai bollettini meteorologici, ha causato blackout, con decine migliaia di persone al freddo costrette a lasciare le proprie case, interruzioni della circolazione, mareggiate, alluvioni e crolli;
   una grave interruzione della fornitura elettrica si è verificata, in tutte le province della regione (sia in appennino che in pianura) che a seguito dei danni segnalati a circa 300 linee dell'alta e media tensione ha coinvolto, secondo i dati di Enel, circa 200.000 utenze di media tensione (pari a 2,5 clienti ad utenza), circa 500.000 cittadini;
   è pesante il bilancio anche nel Modenese, dove la neve ha causato gravi danni, mandato in tilt i servizi e lasciato al buio e al freddo migliaia di famiglie in diversi comuni, mentre anche nel reggiano il blackout elettrico ha interessato 43 dei 45 comuni della provincia. In regione tra Bologna, Modena e Reggio Emilia sono almeno trenta i centri di accoglienza allestiti per accogliere le persone sole e le famiglie rimaste senza servizi essenziali;
   l'interruzione del servizio energetico, verificatasi già a partire dalle ore 3.00 del mattino di venerdì 6 febbraio, ha determinato lo spegnimento delle centrali di riscaldamento e degli impianti di sollevamento delle acque della rete di bonifica con conseguente interruzione anche dell'erogazione dell'acqua. 70.000 sono state le utenze interessate dal distacco dell'energia elettrica nella sola Provincia di Reggio Emilia, 12.000 nella città e provincia di Parma con particolare riguardo ai Comuni di Fidenza, Fornovo e Traversetolo;
   sette cabine di alta tensione di competenza TERNA risulterebbero essere state danneggiate dalla neve e alla base dell'importante e prolungato blackout;
   sull'Appennino bolognese, reggiano e modenese, i danni alla rete elettrica si è rivelata particolarmente difficile, considerato che a distanza di quattro giorni erano ancora 20.000 le famiglie senza energia elettrica, riscaldamento, acqua, collegamenti telefonici e internet, di cui 7500 nel solo bolognese e 500 nel comune di Valsamoggia;
   il maltempo ha determinato anche il blackout delle linee telefoniche fisse e mobili, solo in parte attribuibile alla mancanza di energia elettrica. La situazione di crisi ha iniziato a rientrare lentamente ben oltre le 12 ore previste dalla carta dei servizi di Enel;
   in regione, nella mattinata del 10 febbraio, a distanza di cinque giorni dall'evento, erano ancora 2000 le utenze senza servizi;
   i sindaci colpiti dal blackout elettrico hanno denunciato con forza l'impossibilità di entrare in contatto con ENEL nelle prime 24 ore dell'emergenza, al fine di segnalare i guasti registrati sul territorio, condividere gli interventi prioritari, avere informazioni circa la consistenza del danno e degli eventuali tempi di ripristino per meglio gestire il rapporto con i cittadini interessati dal disservizio e predisporre interventi di sostegno;
   i call center di Enel non hanno funzionato né verso le amministrazioni e i sindaci che hanno dovuto fronteggiare senza informazioni le numerose richieste e chiamate di famiglie, imprese ed attività commerciali, né direttamente verso i cittadini/utenti/consumatori che sono rimasti in attesa del ripristino del collegamento elettrico per diversi giorni pensando si trattasse di poche ore e senza potersi organizzare per ridurre i disagi e i danni per la propria famiglia o attività economica;
   il flusso informativo è in parte migliorato nel momento in cui le rispettive prefetture a capo dei CCS (centri coordinamento soccorsi), nel frattempo attivati, sono riusciti a convocare ai tavoli tecnici prefettizi i gestori e le aziende di servizio pubblico (Enel, HERA, Telecom, Ires, e altre);
   scarsa efficienza ed informazione all'utenza è stata segnalata da parte di amministrazioni e cittadini anche in riferimento all'azienda Hera per quanto riguarda la fornitura di acqua e gas;
   si segnala inoltre il forte disagio degli allevatori dell'appennino bolognese, modenese e reggiano che senza energia elettrica ed acqua si sono trovati impossibilitati ad abbeverare, accudire e mungere adeguatamente gli animali;
   l'intero territorio regionale ha subito danni enormi per quanto riguarda scuole, case,alberghi e stabilimenti balneari, imprese, pubblici esercizi, per non parlare del comparto agricolo messo, a durissima prova;
   la società Autostrade ha chiuso alcuni tratti autostradali in previsione dell'emergenza neve bloccando di fatto la circolazione e creando enormi disagi al traffico riversatosi al di fuori del percorso autostradale;
   il cosiddetto «Protocollo neve» che prevede l'interdizione dell'accesso all'autostrada con un preavviso di 30/60 minuti e una semplice comunicazione ai sindaci a giudizio degli interpellanti tutela solo autostrade e scarica sulla viabilità locale la gestione dei mezzi pesanti in una situazione già critica per la pulizia delle strade anche per i comuni e senza un supporto aggiuntivo di controllo della polizia stradale;
   nello specifico la società Autostrade ha iniziato ad annunciare il blocco del traffico pesante per disincentivare e precluderne l'accesso al tratto appenninico tosco-emiliano già agli accessi di Modena a partire dall'alba di giovedì 5 febbraio, mettendo in grande difficoltà i comuni a ridosso del tratto appenninico, in particolare Casalecchio di Reno e Sasso Marconi;
   il Ministro delle infrastrutture e dei trasporti, Maurizio Lupi, proprio su questo aspetto ha chiesto una relazione dettagliata alla struttura di vigilanza sulle concessionarie autostradali;
   la regione Emilia-Romagna ha avviato la ricognizione dei disservizi e dei danni verificatisi sul territorio al fine di istruire l'annunciata richiesta di riconoscimento dello Stato di emergenza per calamità naturale –:
   se non si ritenga opportuno verificare la correttezza della chiusura anticipata dei tratti autostradali interessati dal maltempo da parte di società Autostrade e rivedere i termini del cosiddetto «protocollo neve» che consente a società Autostrade in via unilaterale di bloccare l'accesso ai mezzi pesanti, in caso di potenziale emergenza, nel tratto appenninico dell'A1, Bologna-Firenze;
   se non si ritenga di, accertare, con la massima urgenza, le cause dell'interruzione prolungata dell'erogazione dell'energia elettrica e del servizio idrico da parte di Terna, Enel, Hera e Iren nonché dell'assenza di informazioni nelle prime 24 ore e successivamente le ragioni di quella che è apparsa la loro inadeguatezza sia verso i sindaci (responsabili della protezione civile sul territorio) che verso gli utenti/consumatori come richiederebbe da un lato un corretto rapporto con le istituzioni competenti sul territorio della protezione civile, dall'altro una normale policy aziendale in considerazione degli enormi disagi che si stavano arrecando a famiglie e imprese;
   se non si intenda di conseguenza verificare l'esistenza, il rispetto e l'efficacia di un piano per la gestione delle emergenze da parte di Terna ed Enel quali gestori unici della distribuzione rispettivamente dell'energia di alta e media tensione e assumere iniziative per ridefinire le eventuali procedure di prevenzione ed intervento laddove si sono rivelate inadeguate, al fine di evitare che tali disservizi possano ripresentarsi nel Paese in caso di altre avversità atmosferiche o situazioni emergenziali;
   se non si intenda altresì accertare con la massima urgenza l'effettivo stato di manutenzione e il grado di efficienza strutturale della rete dell'alta e media tensione per la distribuzione dell'energia elettrica nella regione nonché il livello di tenuta del territorio nel quale sono ubicati i tralicci e i cavi, includendo, per quanto concerne, in particolare le zone montane, la regolare manutenzione e cura anche delle alberature, ritenute tra le cause principali del blackout stesso.
(2-00838) «Fabbri, De Maria, Bolognesi, Lenzi, Montroni, Baruffi, Pagani, Incerti, Lattuca, Maestri, Carlo Galli, Paola Boldrini, Arlotti, Anzaldi, Bergonzi, Bratti, Marco Di Maio, Gandolfi, Ghizzoni, Iori, Marchi, Richetti, Romanini, Zampa, Benamati, Patriarca, Giuditta Pini, D'Ottavio, Ermini, Fiano, Carbone, Bersani, Epifani, Grassi, Mariani, Zoggia, Cinzia Maria Fontana, Damiano».


   I sottoscritti chiedono di interpellare il Ministro dello sviluppo economico, il Ministro del lavoro e delle politiche sociali, per sapere – premesso che:
   la Nestlè-Perugina è un'azienda che rappresenta la storia industriale della città di Perugia e dell'Umbria e una delle realtà imprenditoriali più significative per la regione, nonché un punto di riferimento per l'occupazione e l'intera economia del territorio;
   Perugina è un marchio storico dei prodotti dolciari italiani: l'azienda alimentare, specializzata nel settore della produzione di cioccolato e nella produzione e vendita di prodotti dolciari, venne fondata a Perugia il 30 novembre 1907 da Francesco Buitoni, Annibale Spagnoli, Leone Ascoli e Francesco Andreani che costituirono la «Società Perugina per la fabbricazione dei confetti». Successivamente, arrivarono i prodotti da raccolta e dall'iniziale laboratorio artigianale si passò, nel 1913, al primo stabilimento situato alla periferia della città;
   la ripresa post-bellica dei consumi seguita dal boom economico accentuò l'idea di trasformare il cioccolato da prodotto da regalo in un vero e proprio prodotto alimentare; tra il 1953 ed il 1962 la produzione nazionale duplicò e quella di Perugina quintuplicò, rendendo inadeguato il vecchio stabilimento. Nel 1963 iniziò l'attività produttiva dell'attuale stabilimento di San Sisto (Perugia);
   la crisi petrolifera del 1973, l'inflazione, il peso degli oneri finanziari incisero sull'evoluzione societaria: alla Ibp (Industrie Buitoni Perugina), una sorta di holding, familiare con un peso preponderante della famiglia Buitoni, successe la CIR di Carlo De Benedetti (1985) con l'obiettivo di creare una global corporation alimentare. Il mondo politico ed industriale ostacolò l'inglobamento della Sme, società che accorpava le partecipazioni pubbliche in campo alimentare, ed impedì al progetto di decollare. Di fronte alla prospettiva di ripiegare su mercati di nicchia, l'industriale preferì nel 1988 cedere la proprietà del gruppo alla Nestlè;
   oggi Perugina costituisce la divisione dolciari della Nestlè Italiana e nello stabilimento di San Sisto si producono importanti marchi quali Baci, Perugina, Nero Perugina, Latte Perugina, Ore Liete, Rossana e Galak esportati in 55 Paesi con circa 300 milioni di pezzi venduti ogni anno;
   attualmente lo stabilimento della Perugina Nestlè di San Sisto impiega circa mille dipendenti (di cui 860 nei livelli produttivi) che dal 1o settembre 2014 sono in contratto di solidarietà della durata di ventiquattro mesi;
   questo contratto di solidarietà è stato ottenuto dai dipendenti dopo un lungo confronto della dirigenza Nestlè con Confindustria ed i sindacati a seguito dell'annuncio dell'azienda di volere la cassa integrazione per 867 unità dello stabilimento dolciario di San Sisto, a causa della forte contrazione dei consumi dovuta all'attuale crisi economica, con conseguente riduzione dei volumi produttivi e delle commesse;
   nello specifico, l'accordo sottoscritto prevede l'apertura del contratto di solidarietà per tutto l'anno per i profili intermedi, impiegati e quadri, con un impiego mensile medio del 25 per cento con un tetto massimo individuale mensile del 50 per cento. Per gli altri profili l'attuazione del contratto di solidarietà è demandato alla stipula del calendario di lavoro che, come tutti gli anni, dovrà circoscrivere il periodo di curva bassa dello stabilimento; anche per questi, nei mesi in cui sarà attuato il contratto di solidarietà vige il tetto massimo individuale del 50 per cento;
   nei mesi scorsi le rappresentanze sindacali unitarie hanno denunciato agli organi di informazione il preoccupante calo della produzione, la dismissione di produzioni perché considerate troppo costose e fuori mercato, la perdita di commesse, i mancati investimenti in nuovi prodotti e tecnologie, la mancata assunzione di lavoratori stagionali anche nei periodi di picco dell'attività produttiva, il ricorso da parte dell'azienda agli ammortizzatori sociali e ai contratti di solidarietà per sopperire al calo della produzione;
   da notizie apparse sulla stampa si apprende che i sindacati definiscono la situazione allo stabilimento di San Sisto della Perugina Nestlè «drammaticamente pesante» e la rappresentanza sindacale unitaria annuncia in una nota di essere stata informata che le previsioni per il 2015 dei volumi produttivi saranno ulteriormente in calo rispetto all'anno precedente e, «per la prima volta nella storia della fabbrica, si assesteranno ben al di sotto delle 25.000 tonnellate». Per il sindacato l'azienda subirà un «forte calo di lavoro», sommato alle «varie perdite avute negli ultimi anni». «Malgrado i tanti impegni presi dall'azienda con la sottoscrizione del contratto di solidarietà – sottolinea la Rsu –, in termini di mantenimento dei volumi e delle produzioni, la realtà dei fatti dice invece che i volumi continueranno a diminuire e che questo comporterà ancora meno ore di lavoro per i lavoratori». La rappresentanza sindacale ribadisce con forza che «esistono tutte le condizioni per un rilancio della Perugina e dei suoi marchi, quello che però manca è l'impegno concreto da parte di Nestlè»;
   rimane forte la preoccupazione tra i lavoratori per il proprio futuro occupazionale, dovuta soprattutto all'incertezza delle future scelte aziendali e all'assenza di chiare strategie industriale di investimento tese al rilancio dell'attività dello stabilimento e della sua competitività sul mercato;
   nei giorni scorsi la presidente della regione Umbria, Catiuscia Marini, ha richiesto un incontro urgente ai vertici della multinazionale svizzera. In una lettera inviata al responsabile delle relazioni industriali di Nestlé Italia, Gianluigi Toja, la presidente Marini ricorda che «lo stabilimento Nestlè di Perugia San Sisto rappresenta un insediamento storico per la città e l'industria regionale. Nel corso degli ultimi mesi la riduzione dei volumi produttivi è stata affrontata attraverso la stipula di contratti di solidarietà. Ritengo pertanto necessaria, stante anche il tempo intercorso dall'attivazione degli ammortizzatori sociali e le preoccupazioni evidenziate dalle organizzazioni sindacali in ordine alle prospettive produttive, la disponibilità ad un incontro da tenersi in tempi molto brevi»;
   esiste il pericolo che la multinazionale Nestlé, proprietaria dello stabilimento di San Sisto, possa procedere in breve tempo allo smantellamento di qualche impianto storico della fabbrica e allo spostamento di alcune produzioni in altri stabilimenti;
   il temuto ridimensionamento dell'attività dello stabilimento perugino avrebbe pesanti ricadute economiche e sociali in termini occupazionali in un territorio quale quello umbro già marcatamente colpito dalla crisi industriale in atto;
   tuttavia, nonostante la situazione critica dell'azienda con i volumi produttivi al minimo, sono in molti a ritenere che disinvestire sul sito produttivo di San Sisto sia un errore, anche per la perdita di immagine della Nestlè, adesso che il cacao e il cioccolato sono protagonisti ad Expo 2015, per il quale sono stati investiti 800 mila euro –:
   se i Ministri interpellati siano a conoscenza della preoccupante situazione economica e produttiva dello stabilimento di San Sisto della Perugina Nestlé e se non ritengano importante monitorare con attenzione l'evolversi della vicenda al fine di scongiurare una crisi devastante per il territorio perugino e l'intera regione umbra;
   quali iniziative di propria competenza intendano adottare per salvaguardare un'azienda vitale per il tessuto produttivo cittadino e regionale, evitando il temuto ridimensionamento dello stabilimento di San Sisto e la delocalizzazione dell'attività produttiva, con conseguenti ricadute economiche, sociali e occupazionali preoccupanti;
   se non si ritenga opportuno aprire un tavolo di confronto a livello nazionale che veda protagonisti le rappresentanze dei lavoratori, l'azienda e le istituzioni locali finalizzato alla individuazione e alla condivisione delle linee guida di un piano industriale che abbia come obiettivi prioritari la salvaguardia dei livelli occupazionali e il potenziamento produttivo dello stabilimento perugino che è un patrimonio industriale storico dell'intera collettività umbra.
(2-00841) «Galgano, Mazziotti Di Celso».

Interrogazione a risposta orale:


   SIMONE VALENTE, BATTELLI, MANTERO, SILVIA GIORDANO, COMINARDI, D'INCÀ, MARZANA, ALBERTI e PAOLO BERNINI. — Al Ministro dello sviluppo economico, al Ministro dell'istruzione, dell'università e della ricerca. — Per sapere – premesso che:
   nel 1998 il gruppo Spinelli acquisisce l'area nota come «Erzelli» per la cifra di 4 milioni di euro dal comune di Genova, comune per cui il patron dell'azienda, Aldo Spinelli, era anche consigliere comunale;
   nel 2002 l'imprenditore Carlo Castellano, presidente di Esaote, azienda di biomedica, ha l'intuizione di costruire una Silicon Valley genovese, proprio sulla spianata degli Erzelli, immaginando il trasferimento della facoltà di ingegneria proprio in quell'area. Il progetto iniziale fu concertato con l'architetto Renzo Piano e prevedeva un campus che si espande in un'area da 450 mila metri quadri (413 mila di superficie edificabile), suddivisi tra la facoltà di ingegneria (90 mila metri quadrati), una serie di aziende hi-tech (208 mila metri quadrati), residenze (passate dagli iniziali 55 mila metri quadrati a 105 mila metriquadrati molto contestati), servizi e spazi commerciali per 113 mila metriquadrati, più 6.800 parcheggi e 200 mila metri quadrati destinati a verde pubblico;
   nell'ottobre 2003 nasce Genova High Tech (GHT), su iniziativa di una serie di imprenditori, tra cui Castellano, aderenti al Dixet (Distretto di Aziende operanti nei settori high tech). Nel 2005, per attrarre maggiori capitali, gli stessi manager si uniscono a banche ed imprese, facendo nascere Leonardo Technology, che diviene proprietaria del 67 per cento di GHT;
   il super progetto degli Erzelli viene avallato dalla politica locale e nel 2006 Spinelli rivende l'area a GHT per 35 milioni di euro, quasi 9 volte rispetto al prezzo d'acquisto;
   l'operazione del 2005 fu spinta da Giuseppe Rasero, ex-AD della SME negli anni ’80, che diede impulso alla nascita della Leonardo Technology. Questa società, è partecipata per quote molto vicine al 25 per cento da Prometeo srl (Gruppo Raseo), Banca Intesa San Paolo ed Euromilano Spa (partecipata proprio da Banca Intesa per il 37,5 per cento), Nuova Erzelli (40 per cento, Carige, poi Coop Liguria e la già citata Prometeo srl). Le restanti quote sono in mano a Castellano e ad una sessantina di imprenditori, anche azionisti diretti di GHT;
   il progetto iniziale sembrerebbe essere stato poco interessate per i nuovi investitori, interessati al ritorno economico, pertanto si giustificherebbe l'allontanamento di Piano per far entrare Mario Bellini, così da ridisegnare il progetto, incrementando a dismisura le cubature;
   nell'aprile 2007 viene siglato il primo accordo di programma, tra comune di Genova, provincia di Genova, regione Liguria, GHT ed università di Genova. Il 70 per cento delle aree sarebbe stato destinato al polo di ingegneria, con l'Esaote di Castellano che si sarebbe dovuta trasferire da Sestri agli Erzelli. Esaote che tra gli azionisti, oltre a Castellano, ha, tra l'altro Carige, Intesa, MPS e un fondo riconducibile ad Ernesto Bertarelli;
   nel maggio 2012 si sigla un successivo accordo di programma, tra gli stessi soggetti, con in aggiunta il Ministero dell'istruzione, dell'università e della ricerca ed il Ministero dello sviluppo economico, in quanto anche Ericsson e Siemens manifestarono l'intenzione di trasferire gli stabilimenti nella nuova area;
   nell'accordo furono stanziati 41,9 milioni di euro da Ministeri e Regione per invogliare Ericsson a trasferirsi. La regione stanziò 11 milioni (5,3 come contributo e 5,7 come credito agevolato), il Ministero dell'istruzione, dell'università e della ricerca 24 milioni (5 come contributo e 19 come credito agevolato) e il Ministro dello sviluppo economico 6,9 milioni (4,6 come contributo e 2,3 come contributo in conto interessi). Nonostante l'enorme cifra, la Ericsson ha già avviato procedure di licenziamento e messa in mobilità per gran parte dei dipendenti trasferiti agli Erzelli;
   l'Università di Genova non ha mai visto di cattivo occhio l'operazione, ma ne ha sempre fatto una questione di opportunità, pesata però rispetto alla disponibilità economica dell'università stessa;
   nel 2012, il rettore Deferrari, per deliberazione del Cda, dichiara che il trasferimento non si può fare per mancanza di fondi, poiché, al netto di alienazioni immobiliari e finanziamenti pubblici in arrivo, sarebbero mancati 42 milioni. L'unico modo sarebbe stato il ricorso ad indebitamento, che però era vietato per via del patto di stabilità;
   a tale dichiarazione, si affiancano le perplessità della preside della facoltà di ingegneria, Paola Girdinio, che riteneva inopportuno il trasferimento non solo per gli elevati costi, ma soprattutto per problemi logistici;
   grazie all'accordo di programma, l'Università di Genova può contare su 110 milioni, di cui 25 dal FAS della Liguria, 10 dal Ministero delle infrastrutture e dei trasporti e 75 dal Ministero dell'istruzione, dell'università e della ricerca. L'alienazione dei fantastici immobili di Albaro, dove oggi risiede ancora ingegneria, fu valutata attorno ai 40 milioni. I restanti 20 milioni necessari al trasferimento, si sarebbero potuti ottenere con il ricorso all'indebitamento, che in questo caso sarebbe rientrato nei limiti del patto di stabilità;
   nel frattempo, a cavallo tra la fine del 2012 e l'inizio del 2014, vengono arrestati una serie di imprenditori e manager per reati negli ambiti dei pagamenti e degli appalti. Oltre alla magistratura ordinaria, entra in gioco quella contabile: la Corte dei conti mette le mani sugli accordi di programma e sulle veridicità delle cifre stanziate;
   la prima bocciatura è la valutazione degli immobili di Albaro, giudicata troppo, bassa, nonché la bocciatura della fidejussione che veniva monetizzata all'interno del Piano economico finanziario;
   l'intervento della Corte dei conti fu richiesto dalla regione, dopo il diniego del trasferimento. L'università invece chiese pareri legali sui contratti di trasferimento a Valerio Onida;
   a fine luglio 2013 arriva un nuovo accordo, dove l'Università di Genova ottiene ulteriori fondi per il trasferimento, per scongiurare così l'accensione del mutuo: 15 milioni dalla regione e 5 milioni da Invitalia con lo scopo di assicurare un incubatore per giovani imprese high-tec;
   a settembre 2013 il Ministro Carrozza visita l'università ed incontra i vertici di GHT per avere notizie sull'avanzamento del progetto. Dopo pochi giorni arriva il nulla osta da parte del Ministero dell'economia e delle finanze per il trasferimento finanziato tramite i fondi già da tempo stanziati, quelli aggiuntivi di luglio e l'alienazione degli immobili di Albaro: la somma sfiora i 152 milioni di euro;
   ad ottobre il Collegio dei revisori dei conti (composto da un magistrato della Corte dei conti e da due membri del Ministero dell'istruzione, dell'università e della ricerca blocca l'operazione. Difatti l'operazione di costruzione dell'area per la facoltà di ingegneria nella collina degli Erzelli sarebbe una «compravendita di cosa futura ..omissis.. per un'opera di pubblica utilità (la sede di Ingegneria)», e per la realizzazione di quest'ultima occorre quindi rispondere alle normative sugli appalti pubblici (decreto legislativo n. 163 del 2006, su tutti), sgretolando l'impianto di compravendita di cosa futura (contratto a due) che di conseguenza occorre una gara d'evidenza pubblica (per esecuzione lavori o contratto di concessione) e che il soggetto attuatore (GHT) deve assumere il ruolo di stazione appaltante per conto dell'università;
   a gennaio entra a gamba tesa pure l'Autorità per la vigilanza sui lavori pubblici, che conferma quanto sancito dai revisori dei conti dell'università: nessuna vendita di cosa futura, gara d'evidenza pubblica di rilievo europeo. Il presidente della regione chiede dunque celerità nella decisione da parte dell'Università di Genova, altrimenti destina i fondi FAS ad altre emergenze;
   sembra essere, ad un punto di rottura tra GHT (che sostiene si possa continuare modificando le clausole) e Università di Genova (con Deferrari che chiede «riflessione sull'opportunità»), ma a febbraio arriva la clamorosa decisione dell'università: acquisto aree e progetti di GHT da parte dell'Università di Genova e gara europea, per un totale di 152 milioni di investimento. Ad oggi, il rettore uscente, a quanto si apprende dalla stampa locale, sembra volere un'accelerazione che consenta al rettore entrante di proseguire su un sentiero già tracciato. Quest'ultimo si è esposto contro il trasferimento;
   nella legge n. 296 del 2006, all'articolo 1, comma 1333, si stanziano 5 milioni all'anno per 15 anni, per favorire «l'insediamento di una sede universitaria permanente per gli studi di ingegneria nell'ambito del polo di ricerca e di attività industriali ad alta tecnologia». Il successivo decreto attuativo individua nell'area degli Erzelli tale polo –:
   a quale punto sia la situazione del trasferimento della sede di ingegneria;
   se, qualora il trasferimento non andasse a buon fine, i Ministri interrogati non intendano assumere iniziative per destinare i fondi stanziati per le finalità di trasferimento sempre all'università di Genova, mantenendo comunque destinazione verso sviluppo, alta tecnologia, start-up, ed innovazione;
   se siano a conoscenza di cosa ne sarà del futuro dell'area, qualora l'università non effettuasse il trasferimento;
   se siano previsti investimenti da parte dello Stato per le opere infrastrutturali e logistiche per permettere l'afflusso di quasi 10.000 persone al giorno, qualora l'Università di Genova decidesse per il trasferimento. (3-01298)

Interrogazioni a risposta in Commissione:


   BURTONE. — Al Ministro dello sviluppo economico. — Per sapere – premesso che:
   in data 3 febbraio 2015 Poste Italiane ha presentato il piano di razionalizzazione degli uffici postali del Lazio;
   suddetto piano prevede la chiusura dell'ufficio postale nel comune di Cretone;
   nel 2012 Poste Italiane aveva già annunciato la chiusura di tale ufficio salvo poi riconsiderare tale decisione in considerazione delle oggettive argomentazioni esposte dalle istituzioni locali nonché dalle organizzazioni sindacali che evidenziavano la piena funzionalità dell'ufficio e la imprescindibilità per il comprensorio;
   l'ufficio postale rappresenta un servizio pubblico fondamentale per una comunità che nel corso del tempo ha subito un forte ridimensionamento della presenza di altri importanti presidi pubblici –:
   quali iniziative il Ministro intenda assumere, per quanto di competenza, in considerazione di quanto previsto dal contratto di servizio, al fine di scongiurare la chiusura dell'ufficio postale di Cretone, assicurandone il prosieguo dell'attività in considerazione della sua rilevanza sociale per i cittadini e il comprensorio. (5-04710)


   SIBILIA, MANLIO DI STEFANO, GRANDE, DI BATTISTA, SPADONI, SCAGLIUSI, DEL GROSSO e CRIPPA. — Al Ministro dello sviluppo economico. — Per sapere – premesso che:
   in data 19 maggio 2010 è stato sottoscritto da Terna e dagli altri undici gestori di rete delle regioni Centro-Sud Europa e Centro-Ovest Europa un Memorandum of Understanding per l'allocazione coordinata della capacità d'interconnessione transfrontaliera per mezzo della società Capacity Allocating Service Company S.A.;
   in data 30 novembre 2010 il Ministro dello sviluppo economico, con lettera prot. 26246, ha riconosciuto alla Repubblica di San Marino il rinnovo della riserva di capacità di trasporto di energia elettrica sulle interconnessioni dell'Italia con l'estero a favore della Repubblica di San Marino per 10 anni a decorrere dal 1o gennaio 2011, per una capacità massima di 54 megawatt e comunque in misura strettamente necessaria a soddisfare i consumi della Repubblica;
   dal 1o aprile 2011 la gestione dell'allocazione esplicita della capacità annuale, mensile e giornaliera sulle interconnessioni tra l'Italia e la Francia, la Svizzera, l'Austria, la Slovenia e la Grecia è stata delegata da Terna alla società CASC-EU, come unico soggetto operativo per la gestione delle aste nelle regioni Centro-Sud e Centro-Ovest Europa. Sono applicate delle modalità di assegnazione dei diritti di utilizzo della capacità di trasporto sulle interconnessioni con i Paesi dell'Unione europea secondo le disposizioni introdotte con il regolamento n. 714/2009, attraverso l'adozione di meccanismi di mercato e metodi di allocazione congiunta della capacità di trasporto;
   il decreto legislativo 1o giugno 2011, n. 93, in materia di «Attuazione delle direttive 2005/72/CE, 2009/73/CE e 2008/92/CE relative a norme comuni per il mercato interno dell'energia elettrica, del gas naturale e ad una procedura comunitaria sulla trasparenza dei prezzi al consumatore finale industriale di gas e di energia elettrica, nonché abrogazione delle direttive 2003/54/CE e 2003/55/CE», all'articolo 37, comma 3, prevede che «il Ministro dello sviluppo economico, sentita l'Autorità per l'energia elettrica e il gas, con proprio decreto individua le modalità e condizioni delle importazioni ed esportazioni di energia elettrica a mezzo della rete di trasmissione nazionale anche al fine di garantire la sicurezza degli approvvigionamenti nonché la gestione unitaria delle importazioni ed esportazioni di energia elettrica sia nei confronti dei Paesi membri che dei Paesi non appartenenti all'Unione europea, nel rispetto degli accordi internazionali assunti e dei progetti comuni definiti con questi ultimi Paesi»;
   con decreto del 20 dicembre 2012, Gazzetta Ufficiale n. 2 del 3 gennaio 2013, il Ministero dello sviluppo economico ha attribuito al Vaticano e a San Marino una capacità di transito annuale rispettivamente di 50 megawatt e 54 megawatt, prevedendo all'articolo 3 (Assegnazione di capacità di trasporto per l'anno 2013 inottemperanza ad accordi internazionali) che «Terna, secondo quanto disciplinato dalla deliberazione ARG/elt 162/11, distinguendo per operatore di sistema in ragione della provenienza dell'energia elettrica sulla frontiera con la Francia o la Svizzera, e sulla base delle richieste della Repubblica di San Marino e dello Stato della Città del Vaticano, assegna, per l'anno 2013, alla Repubblica di San Marino e allo Stato della Città del Vaticano una riserva sulla capacità di interconnessione assegnabile sulla frontiera svizzera, ovvero riconosce ai medesimi Stati quote di ripartizione dei proventi delle assegnazioni dei diritti di utilizzo della capacità di trasporto sulla frontiera francese in modo da garantire effetti economici equivalenti all'assegnazione di una riserva sulla capacità di trasporto. I diritti complessivi, sia in termini di riserva di capacità che di quote di ripartizione, sono riconosciuti a ciascuno Stato nella misura massima di cui alle note ministeriali 30 novembre 2010 e 30 novembre 2012 citate in premessa e salvo l'esito delle verifiche che si svolgeranno ai sensi del comma 2, e comunque nella misura strettamente necessaria a soddisfare esclusivamente i consumi di ciascuno Stato» (comma 1) e che «L'energia immessa nel sistema elettrico italiano in utilizzo della capacità di trasporto di cui al comma 1 può essere utilizzata, pena la decadenza del diritto, esclusivamente all'interno degli Stati cui è stata assegnata la predetta capacità di trasporto. Terna verifica, sulla base di criteri definiti dall'Autorità per l'energia elettrica e il gas, con cadenza mensile, il rispetto di detta condizione, anche avvalendosi delle imprese distributrici stabilite sul territorio nazionale, e ne trasmette gli esiti al Ministero dello sviluppo economico e all'Autorità» (comma 2);
   nel 2013 il Ministero dello sviluppo economico, sentita l'Autorità per l'energia elettrica, il gas e il sistema idrico, ha provveduto, attraverso l'adozione di meccanismi di mercato e metodi di allocazione congiunta, ad assegnare i diritti per il 2014, escludendo il Vaticano, la cui richiesta di utilizzo della riserva era relativa al solo anno 2013;
   mettendo all'asta tali diritti (annuale mensile e giornaliero), si ottengono dei proventi che da quanto si legge all'articolo 1 del decreto 19 dicembre 2013, con cui si stabiliscono modalità e criteri per le importazioni di energia elettrica per il 2014, sono utilizzati, nel rispetto di quanto disposto dal regolamento (CE) n. 714/2009, a salvaguardia dell'economicità delle forniture per i clienti finali attraverso la riduzione dei corrispettivi di accesso alla rete;
   con nota del 27 gennaio 2014 il Governatorato dello Stato della Città del Vaticano ha richiesto per un arco di tempo pluriennale una riserva di transito di 50 megawatt;
   con nota del 6 agosto 2014 (prot. 19224) il Ministero dello sviluppo economico ha disposto, sulla base della richiesta avanzata, relativamente all'anno 2014 una riserva di 50 megawatt della capacità di transito dell'Italia con l'estero a favore dello Stato della Città del Vaticano, secondo modalità analoghe a quelle adottate per l'anno 2013, rinviando ad ulteriori accordi la definizione per gli anni successivi delle modalità di importazione di energia elettrica;
   con parere 18 settembre 2014 445/2014/I/EEL l'Autorità per l'energia elettrica, il gas e il sistema idrico si è espressa favorevolmente sullo schema di decreto del Ministro dello sviluppo economico recante integrazione al decreto 19 dicembre 2013, proponendo di riconoscere, per i mesi pregressi dell'anno, allo Stato Città del Vaticano una quota di ripartizione dei proventi delle assegnazioni dei diritti di utilizzo esclusivamente sulla capacità di trasporto della frontiera francese, per evitare una eccessiva riduzione della capacità nelle assegnazioni ancora da svolgere per gli ultimi mesi dell'anno sulle frontiere disponibili;
   con decreto ministeriale del 15 ottobre 2014 il Ministero dello sviluppo economico ha previsto all'articolo 1 (assegnazione di capacità di trasporto per l'anno 2014 allo Stato Città del Vaticano) che «Terna Spa riconosce, per l'anno 2014, allo Stato Città del Vaticano una riserva di 50 MW sulla capacità di transito dell'Italia con l'estero, attraverso una quota di ripartizione dei proventi delle assegnazioni dei diritti di utilizzo della capacità di trasporto sulla frontiera francese, in modo da garantire effetti economici equivalenti all'assegnazione di una riserva sulla capacità di trasporto» –:
   per quali anni prima del 2010 e in virtù di quali disposizioni normative la Repubblica di San Marino e lo Stato di Città del Vaticano abbiano goduto di una riserva di capacità di trasporto dell'energia elettrica;
   se siano state effettuate e con quali esiti le verifiche che, ex articolo 3, comma 2, del decreto ministeriale del Ministero dello sviluppo economico del 19 dicembre 2013, Terna spa deve porre in essere, sulla base dei criteri definiti dall'Autorità per l'energia elettrica, il gas e il sistema idrico, con cadenza mensile, tra la capacità di energia elettrica riconosciuta dall'Italia e il soddisfacimento dei consumi all'interno degli Stati beneficiari;
   se sia mai stato calcolato il costo sostenuto dal sistema elettrico per i mancati proventi d'asta della capacità riservata alla Repubblica di San Marino e allo Stato di Città del Vaticano;
   quali siano gli enti o gli organi a cui fa riferimento la nota del 6 agosto 2014 (prot. 19224) del Ministero dello sviluppo economico e che dovrebbero concludere ulteriori accordi per la definizione per gli inni successivi delle modalità di importazione di energia elettrica;
   se ritenga opportuno che due Stati esteri, pur non avendo partecipato ai costi di investimento, godano dei proventi derivanti dall'utilizzo delle opere di connessione o possano acquistare energia elettrica ad un prezzo più basso rispetto a quello che si determina sul mercato italiano. (5-04714)


   FEDRIGA. — Al Ministro dello sviluppo economico, al Ministro del lavoro e delle politiche sociali. — Per sapere – premesso che:
   secondo notizie di stampa la Fincantieri di Riva Trigoso – Muggiano starebbe firmando con il Governo il rinnovo della flotta della Marina militare, commessa che occuperebbe le maestranze fino al 2020 ma non risulta una reale volontà di potenziare il settore meccanico dell'azienda;
   la legge metterebbe a disposizione 5,4 miliardi di euro per la sostituzione di 51 unità della marina, che progressivamente usciranno dalla flotta, prevedendo la costruzione di 14 nuove navi iper-tecnologiche;
   tale reparto, addetto anche all'assistenza post-vendita, utilizza spesso personale appartenente a ditte esterne, a volte proprio ex tecnici Fincantieri andati in pensione, e frequentemente accade che alcuni dipendenti in forza alla meccanica siano in cassa integrazione;
   nonostante la bella notizia sulle commesse e quindi il buon carico di lavoro, non pochi allarmismi aleggiano tra i lavoratori, per via del piano di ristrutturazione preannunciato dall'azienda in nome della competitività, definito dai sindacati «un piano lacrime e sangue» e la ventilata ipotesi della creazione di una holding per il settore della meccanica;
   secondo i sindacati, infatti, l'azienda ha garantito che costruirà le navi negli stabilimenti italiani ma ricordando che comunque detiene 21 cantieri nel resto del mondo dove il costo del lavoro è di gran lunga più basso ha chiesto la rinuncia alle 104 ore annuali di festività e riduzione dell'orario di lavoro, l'estensione massima della flessibilità a discrezione dell'azienda e la ridefinizione dei premi di programma;
   il cantiere di Riva Trigoso — si ricorda — occupa 650 dipendenti e circa 300 ditte appaltatrici provenienti da tutta l'Italia e dall'estero –:
   se sia possibile conoscere nel dettaglio il piano di ristrutturazione di Fincantieri preannunciato dall'azienda ai sindacati;
   se il Governo non ritenga doveroso attivarsi, per quanto di competenza, al fine di garantire il massimo utilizzo — nella costruzione delle nuove navi — del personale in cassa integrazione e il raggiungimento di un accordo con le ditte appaltatrici per impiegare, il più possibile, giovani disoccupati residenti nel territorio ligure. (5-04718)


   PREZIOSI, MARCHETTI, LODOLINI, MANZI e MORANI. — Al Ministro dello sviluppo economico. — Per sapere – premesso che:
   in relazione all'annunciato piano di riorganizzazione aziendale annunciato da Poste italiane su tutto il territorio nazionale questo rischia di percuotersi pesantemente in una regione come le Marche già pesantemente penalizzata nel corso degli ultimi anni;
   nelle Marche rischiano la chiusura circa 10 uffici postali e per altri 23 si parla di rimodulazione di orari e giorni di apertura;
   le organizzazioni sindacali hanno già dichiarato «irricevibile» tale piano e chiedono l'apertura di un confronto con l'azienda;
   Poste italiane rappresenta un presidio pubblico fondamentale in molti comprensori che non possono essere condannati da meccanismi statistici che non hanno nella giusta considerazione le peculiarità e le specificità territoriali e demografiche soprattutto per un territorio orograficamente particolare come quello delle Marche;
   suddetti tagli andrebbero ad essere operati nei settori del recapito e degli uffici decentrati, quindi a danno evidentemente delle zone più complesse sia socialmente che economicamente;
   gli interventi pesano per il 36 per cento sulla provincia di Pesaro (9 razionalizzazioni, 3 chiusure), per il 24 per cento su quella di Macerata (6 razionalizzazioni, 2 chiusure), per il 21 per cento su Ascoli Piceno (3 chiusure razionalizzazioni), per il 12 per cento su Ancona (1 chiusura, 3 razionalizzazioni) e per il 6 per cento su Fermo (1 chiusura, 1 razionalizzazione) –:
   quali iniziative il Ministro intenda assumere nell'ambito delle prerogative previste, anche in considerazione di quanto previsto dal contratto di servizio, al fine di indurre Poste italiane a rivedere il piano di tagli previsto per il territorio marchigiano e avviando un confronto con organizzazioni sindacali ed enti locali al fine di assicurare la permanenza di un servizio pubblico essenziale in considerazione della sua rilevanza sociale i per i cittadini e il comprensorio. (5-04720)


   CIMBRO, CARNEVALI, GADDA, GIAMPAOLO GALLI, GASPARINI, MARANTELLI, MAURI, MONACO, PELUFFO e SENALDI. — Al Ministro dello sviluppo economico. — Per sapere – premesso che:
   fondata nel 1881, la Franco Tosi Meccanica spa è un'azienda leader a livello internazionale per l'ingegnerizzazione, produzione e vendita di turbine a vapore e turbine idrauliche, inserita in un mercato che prevede per il futuro una forte e continua crescita soprattutto nei Paesi emergenti; negli anni passati, però, una malaccorta gestione della società ha messo a repentaglio l'esistenza stessa di quella che è stata una delle più gloriose imprese del Paese;
   le recenti vicende della Franco Tosi Meccanica spa venivano poste all'attenzione del Governo Letta con interpellanza del 21 novembre 2013, nella quale gli interpellanti sottolineavano la necessità di prevedere interventi d'urgenza al fine di garantire i livelli occupazionali e produttivi dell'azienda;
   il Governo, nella figura del Sottosegretario De Vincenti, rispondeva prontamente sottolineando l'attenzione del Ministero dello sviluppo economico alla vicenda Franco Tosi e l'impegno a «garantire la cassa integrazione ai dipendenti, quindi mettere in sicurezza i lavoratori e, contemporaneamente, procedere con il commissario alle verifiche necessarie per accelerare al massimo le operazioni di cessione dell'azienda»;
   in data 7 febbraio 2014 veniva presentata un'interrogazione a risposta scritta nella quale gli interroganti sottolineavano la loro preoccupazione rispetto alle tempistiche incerte degli interventi disposti dall'amministrazione straordinaria, con i conseguenti rischi di depauperamento del patrimonio industriale e di dispersione del know-how tecnologico dell'azienda;
   a tali preoccupazioni, il Sottosegretario De Vincenti rispondeva rassicurando gli interroganti circa la condivisione delle «scelte operate dal commissario volte ad assicurare il perseguimento delle finalità della procedura di amministrazione straordinaria attraverso la vendita dell'azienda secondo le procedure previste dalla legge» e «in tale contesto proprio al fine di corrispondere alle esigenze di celerità da più parti rappresentate e comunque connesse all'utile esperimento del tentativo conservativo, il Ministro dello sviluppo economico ha condiviso le valutazioni del commissario ed ha invitato lo stesso a predisporre gli atti necessari al più rapido avvio della procedura di vendita»;
   il 5 agosto 2014, venivano posti all'attenzione del Governo, attraverso un'altra interrogazione, gli ultimi sviluppi della vicenda, in particolare per quel che concerneva le continue proroghe del bando per l'acquisto dell'azienda, e la gestione della cassa integrazione straordinaria. A riguardo, forte preoccupazione è stata suscitata dalla relazione del commissario dottor Lolli sull'esito deludente del bando di gara per la vendita del ramo industriale; la preoccupazione è dovuta al prospettato taglio immediato dei posti di lavoro e alla esiguità degli investimenti annunciati;
   il recentissimo decreto-legge del 24 gennaio 2015 («Misure urgenti per il sistema bancario e gli investimenti») prevede, all'articolo 7, la creazione di una Società di servizio per imprese «che, nonostante temporanei squilibri patrimoniali o finanziari, siano caratterizzate da adeguate prospettive industriali e di mercato, ma necessitino di ridefinizione della struttura finanziaria o di adeguata patrimonializzazione o comunque ristrutturazione»;
   il 3 febbraio 2015, è stata votata all'unanimità dal Consiglio regionale della Lombardia una mozione, nella quale si chiede con urgenza al inserire la Franco Tosi in questo progetto governativo di sostegno alle realtà aziendali in crisi operanti in settori di mercato ad elevato valore strategico;
   il 7 febbraio, analoga mozione è stata approvata nel partecipatissimo Consiglio Comunale aperto di Legnano, tenutosi negli stessi stabilimenti dell'azienda –:
   se il Governo intenda valutare, allorché si costituirà l'annunciata Società dei servizi menzionata, se la Franco Tosi Meccanica spa abbia i requisiti per essere interessata dal decreto-legge sopra citato.
(5-04725)


   RIZZETTO. — Al Ministro dello sviluppo economico. — Per sapere – premesso che:
   si apprende dalla stampa che Poste Italiane spa vuole procedere alla chiusura di 13 uffici in Friuli Venezia Giulia a partire dal mese di aprile 2015;
   le chiusure sono state disposte in tutta la provincia di Udine per contenere i costi. A quanto è dato sapere gli uffici saranno dismessi a: Campeglio di Faedis, Carpacco di Dignano, Ciconicco, Cisterna di Coseano, Goricizza e Pozzo (Codroipo), Ipplis, Lavariano, Ospedaletto di Gemona, Percoto, Perteole, Rodeano Basso, Terzo di Tolmezzo e Torreano di Martignacco;
   dunque, è la provincia di Udine ad essere più penalizzata con il 70 per cento delle chiusure regionali a Pordenone, Trieste e Gorizia;
   a essere danneggiati sono i piccoli uffici, indispensabili soprattutto alle persone anziane sprovviste di mezzi per spostarsi. Già qualche anno fa è stata stabilita la prima tornata di chiusure che ha decimato soprattutto le zone di montagna. Se è vero che non tutti gli uffici raggiungono la produttività ricercata dal management centrale, non può non tenersi conto che per un adeguato servizio dovrebbe essere presente almeno una sede per ciascun comune;
   rispetto alla chiusura della sede di Ospedaletto, il sindaco di Gemona, ha dato la disponibilità dell'amministrazione comunale a offrire gratuitamente la sede per l'ufficio, purché venisse riconsiderata la scelta con un contenimento dei costi. Ma a quanto è dato sapere la società difficilmente non procederà alla chiusura dell'ufficio. Attualmente la sede di Ospedaletto è aperta a giorni alterni, ma è un presidio indispensabile per le persone anziane e le fasce più deboli della popolazione, soprattutto considerando che la provincia ha soppresso il servizio di trasporto urbano;
   anche il sindaco di Tolmezzo, cercherà un confronto con Poste Italiane spa, evidenziando il disagio per la chiusura del servizio che coinvolge tutta la Carnia –:
   se il Ministro sia a conoscenza dei fatti premessi e quali siano i suoi orientamenti in merito;
   se e quali iniziative intenda adottare il Ministro affinché Poste Italiane spa non disponga unilateralmente la chiusura di uffici in zone svantaggiate con conseguente danno ai cittadini che vengono ingiustamente privati di un adeguato servizio pubblico;
   se e quali iniziative intenda promuovere il Ministro affinché Poste Italiane spa non disponga la chiusura di uffici, se non dopo una preventiva e necessaria concertazione con gli enti locali interessati. (5-04731)


   NARDI. — Al Ministro dello sviluppo economico. — Per sapere – premesso che:
   in data 10 dicembre 2014 in occasione della riunione relativa alla società Nuovi Cantieri Apuani presso la sede del Ministero dello sviluppo economico non fu consentito a deputati e senatori di partecipare all'incontro;
   motivazione di tale diniego sarebbe prevista in una circolare, sconosciuta all'interrogante, che non permette la partecipazione ai tavoli istituzionali dei deputati e dei senatori;
   da più parti e da tempo ormai, viene invocata l'apertura immediata di un tavolo di concertazione e confronto presso il Ministero dello sviluppo economico, per stipulare un accordo di programma per l'area di Massa-Carrara, in modo da realizzare un progetto di riconversione e riqualificazione industriale, come previsto dalla legge per le zone di crisi industriale complessa a rilevanza nazionale;
   le istituzioni locali hanno intrapreso un percorso con la regione Toscana per tentare di far fronte alla drammatica situazione produttiva ed occupazionale dell'area industriale di Massa-Carrara che risulta interessata da una crisi di particolare complessità che coinvolge molti degli stabilimenti manifatturieri esistenti a partire dai casi più conosciuti come quello della multinazionale Eaton;
   la crisi ha posto la provincia di Massa-Carrara al vertice di tutte le statistiche negative relative al fenomeno della disoccupazione in ambito toscano e nelle aree del centro nord. Al 31 dicembre 2013 erano, infatti, stimati in più di 10.688 i disoccupati nell'intera provincia, ossia oltre l'8 per cento dei disoccupati totali toscani, e il tasso di occupazione era pari al 59,2 per cento contro il 63,9 per cento della media toscana;
   nella provincia di Massa Carrara vi è la più alta emergenza occupazionale di tutta la regione Toscana e di tutte le aree del centro nord d'Italia. Le aree produttive dei comuni di Massa e Carrara hanno perso oltre 75 occupati stabili su 1.000 residenti in età lavorativa nel periodo cruciale della crisi (luglio 2008-giugno 2013);
   considerato che le nuove attività che hanno interessato la zona industriale apuana non sono riuscite a contenere le incessanti perdite sul fronte produttivo ed occupazionale si rendono necessari interventi concreti dentro un progetto di riconversione e riqualificazione industriale che costituirebbe una svolta per il sistema industriale e produttivo di Massa e Carrara;
   sabato 7 febbraio 2015 è stato convocato un tavolo istituzionale provinciale per condividere e dare ancora più forza alle tematiche che fanno parte dell'accordo di programma, coinvolgendo consiglieri regionali e parlamentari. Il 19 febbraio, a Roma, è convocato il primo incontro con il Ministero dello sviluppo economico proprio per affrontare il tema dell'accordo –:
   se il ministro interrogato sia a conoscenza di quanto descritto in premessa, quale sia la circolare in questione, se sia corretto che i deputati e i senatori referenti per il territorio di appartenenza non possano partecipare ai tavoli istituzionali. (5-04745)

Interrogazioni a risposta scritta:


   FEDRIGA. — Al Ministro dello sviluppo economico. — Per sapere – premesso che:
   la Costa Crociere è una delle aziende leader nel settore della navigazione crocieristica e rappresenta un punto di riferimento importante per la città di Genova e la Liguria, sia dal punto di vista economico che occupazionale;
   la decisione annunciata dal gruppo di voler trasferire da Genova ad Amburgo quattro dipartimenti aziendali, in cui operano 161 dipendenti, suscita grande preoccupazione, anche perché potrebbe aprire la strada ad un lento e progressivo smantellamento del presidio della Costa Crociere in Liguria;
   la storica presenza del gruppo in Liguria ha fatto si che si realizzasse nel tempo un rapporto molto stretto tra l'azienda ed il territorio nel quale la stessa è cresciuta e si è sviluppata, permettendo la nascita di un brand che è espressione del lavoro e della professionalità di migliaia di individui;
   la Liguria non può permettersi di perdere un presidio così importante e strategico per il territorio che conta professionalità di eccellenza;
   il momento drammatico del disastro della Costa Concordia, se pure ha inferto un duro colpo al gruppo, non ha tuttavia intaccato la solidità dell'azienda che si presenta sana e capace di profitti;
   esistono tutti i presupposti per cui i vertici aziendali possano riconsiderare la decisione annunciata e fra questi vi è senza dubbio quello del ruolo strategico che la Costa Crociere ha in Italia, avendo costruito nel territorio italiano una parte importante della sua storia e della sua identità –:
   se il Ministro interrogato intenda convocare al più presto un tavolo di concertazione tra tutti i soggetti coinvolti, al fine di arrivare ad una soluzione il più possibile condivisa che garantisca i posti di lavoro e il mantenimento nel territorio dello storico presidio di Costa Crociere. (4-07891)


   BARGERO e BARUFFI. — Al Ministro dello sviluppo economico, al Ministro del lavoro e delle politiche sociali. — Per sapere – premesso che:
   la Ariflex di Spinetta Marengo Alessandria, che faceva parte fino a due anni or sono del gruppo COMITAL di Volpiano, è stata ceduta alla società Lamp di San Prospero Modena;
   la nuova proprietà stabilisce la conversione della lavorazione, cioè da alimentare a farmaceutico, e tale processo avviene in parte; poi nonostante si siano ottenute tutte le certificazioni, improvvisamente nel sito non si lavora più il prodotto farmaceutico, ma si continua per l'alimentare, fino a quando l'azienda non dichiara la chiusura di un reparto, cioè 16 unità (le unità complessive dello stabilimento sono 57);
   al ritorno della chiusura estiva, nonostante non manchino le commesse, viene siglato un contratto di solidarietà, in quanto vi è un calo di lavoro, legato alla mancanza di materie prime, connesse a problemi con i fornitori;
   nel frattempo l'azienda deposita la richiesta di concordato con riserva e si prospetta l'interesse di affitto del ramo di azienda da parte di una società del settore –:
   quali iniziative il Governo intenda intraprendere per garantire il mantenimento dell'occupazione, se non intenda attivare un tavolo per facilitare i processi di riorganizzazione aziendale legati al concordato con riserva e quali ammortizzatori sociali siano attivabili nell'immediato a tutela dei lavoratori. (4-07905)


   FORMISANO. — Al Ministro dello sviluppo economico. — Per sapere – premesso che:
   il Ministero dello sviluppo economico ha ritenuto di dare continuità all'attuazione della disciplina relativa ai Contratti di sviluppo, come riformata dal decreto 14 febbraio 2014, adeguando e integrando i regimi di aiuti ivi previsti alle disposizioni stabilite dal regolamento n. 651 del 2014, valide per il periodo 2014-2020 con il decreto ministeriale del 9 dicembre 2014, pubblicato in Gazzetta Ufficiale Serie Generale n. 23 del 29 gennaio 2015;
   il contratto di sviluppo favorisce la realizzazione di investimenti di rilevanti dimensioni, proposti da imprese italiane ed estere finanziando programmi di sviluppo nel settore industriale, turistico oppure per la tutela ambientale;
   il programma di sviluppo è composto da uno o più progetti di investimento ed eventuali progetti di ricerca sviluppo e innovazione inoltre può comprendere la realizzazione di infrastrutture di interesse pubblico, richiedendo un investimento minimo compreso tra 7,5 e 20 milioni di euro, in base al settore di attività;
   il contratto di sviluppo si applica nelle aree previste dalla Carta degli Aiuti di Stato a finalità regionale e nel resto del territorio nazionale nel caso di investimenti proposti da piccole e medie imprese o di programmi per la tutela ambientale e prevede agevolazioni sotto forma di contributo a fondo perduto in conto impianti, contributo a fondo perduto alla spesa, finanziamento agevolato e contributo in conto interessi;
   la domanda delle imprese deve essere presentata a Invitalia, Agenzia preposta e controllata dal Ministero stesso, che valuta i progetti ed eroga le agevolazioni e deve essere presentata, a pena di invalidità, secondo le modalità indicate a partire dalla data di apertura dei termini di presentazione che sarà fissata con decreto del direttore generale per gli incentivi alle imprese;
   al comma 1 dell'articolo 34 (Disposizioni transitorie) del succitato decreto ministeriale, è previsto che alla data di pubblicazione del decreto nella Gazzetta Ufficiale, tutte le istanze ricevute dall'Agenzia decadono ad eccezione delle istanze: alle quali risulta applicabile il decreto interministeriale 24 settembre 2010, pubblicato nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica italiana del 24 dicembre 2010, n. 300 e per le quali al soggetto proponente sia stato richiesto dall'Agenzia l'invio della proposta definitiva di contratto di sviluppo di cui all'articolo 8 dello stesso decreto o alle quali risulta applicabile il decreto ministeriale 14 febbraio 2014 citato nelle premesse e per le quali l'Agenzia abbia già comunicato al soggetto proponente gli esiti positivi dell'attività istruttoria di cui all'articolo 9, commi 4 e 6, dello stesso decreto, oppure che prevedono investimenti integralmente ricadenti in territori oggetto di accordi, stipulati dal Ministero, per lo sviluppo e la riconversione di aree interessate dalla crisi di specifici comparti produttivi o di rilevanti complessi aziendali;
   per le istanze non decadute ai sensi del comma 1 dell'articolo 34, si applicano le disposizioni di cui al predetto decreto ad eccezione di quelle di cui all'articolo 9, comma 6, e fermo restando le ulteriori attività istruttorie che si rendessero necessarie per valutare la compatibilità del programmi con le disposizioni di cui al succitato decreto;
   le lettere a) e b) del comma 6 dell'articolo 9 del decreto ministeriale del 9 dicembre 2014, prevedono che la conclusione dell'attività istruttoria con esito positivo è subordinata al riscontro da parte dell'Agenzia, anche attraverso la fase di negoziazione, della sussistenza di almeno una delle seguenti condizioni:
    a) per i programmi di cui agli articoli 5 e 7:
     1) ubicazione del programma in un'area in cui il Sistema locale del lavoro (SLL) registra, alla data di presentazione della domanda di agevolazioni, un tasso di disoccupazione superiore a quello medio della macro area di riferimento costituita, a seconda della suddetta ubicazione, dalle regioni del Mezzogiorno o dalle restanti regioni del Paese;
     2) previsione di recupero e riqualificazione di strutture dismesse o sottoutilizzate nell'ambito del programma;
     3) idoneità del programma di realizzare/consolidare sistemi di filiera diretta ed allargata;
    b) per i programmi di cui all'articolo 5:
     1) rilevante presenza dell'impresa sui mercati esteri;
     2) presenza di investimenti che determinano rilevanti innovazioni di prodotto, del processo produttivo, dell'organizzazione aziendale e/o nelle modalità di commercializzazione dei prodotti, con particolare riferimento a quelli conformi agli ambiti tematici dell'Agenda digitale italiana;
   fino ad oggi il processo attuativo dei contratti di sviluppo ha risentito, oltre che della lentezza della definizione del quadro normativo, anche della tardiva e frammentata assegnazione delle risorse riconducibili a più linee di finanziamento, con la conseguenza di una gestione che di fatto si è articolata in tante sub-gestioni, diverse per localizzazione, tipologia di programmi ammissibili e criteri di valutazione;
   infatti, a più di 6 anni di distanza dalla comparsa nell'ordinamento giuridico di questi tipi di contratti, è stato possibile solo valutare le procedure poste in essere per concedere agevolazioni finanziarie, e non anche, i risultati conseguiti in termini di attrazione degli investimenti e realizzazione di progetti di sviluppo di impresa rilevanti per il rafforzamento della struttura produttiva del Paese, dal momento che nel 2013 sono stati sottoscritti solo 5 contratti e 10 nel 2014;
   risulterebbe all'interrogante che le risorse attualmente disponibili a copertura finanziaria per i Contratti di sviluppo ammontino ad euro 1.611.760.000, di cui euro 546.660.000 afferenti alla programmazione comunitaria e euro 1.065.000.000 di risorse nazionali aggiuntive, e di questi risultano ammessi finanziamenti complessivamente pari a 685 milioni, di cui solo 17 sono pervenuti nella disponibilità dei beneficiari riferiti a 3 iniziative;
   con deliberazione n. 24/2014/G, la Corte dei Conti, sezione centrale di controllo, ha approvato la relazione concernente «La gestione dei contratti di sviluppo» e nelle conclusioni e raccomandazioni ha osservato: «Pur considerando, dunque, che le politiche di sviluppo del Paese meritano un'impostazione diversa da quella che ha fatto da sfondo allo strumento in esame – la cui attuazione non è stata supportata né da un adeguato impianto organizzativo, né dall'esatta valutazione del quadro finanziario – è indubbio che sussistano margini di miglioramento per un recupero delle opportunità offerte dalle risorse attualmente disponibili»;
   le indicazioni di miglioramento pervenute dalla relazione della Corte dei conti si sono concentrate su tre assi di criticità: il primo in riferimento alla generalizzata possibilità di presentare domande di finanziamento pur in assenza di una copertura finanziaria certa, il secondo relativo alla lentezza dell'azione del Ministero e del soggetto gestore una volta resesi disponibile le risorse, il terzo attinente le procedure che, nonostante i segnali positivi introdotti dal decreto ministeriale 14 febbraio 2014, evidenzia al Ministero la necessità di metodologie che garantiscano sempre più la razionalizzazione della materia in oggetto;
   un esempio delle zone ad alta criticità in merito ai contratti di sviluppo è senz'altro la zona della provincia di Frosinone, Anagni e Fiuggi, per la quale, in data 2 agosto 2013 era stato siglato un accordo di programma per il rilancio del sistema locale del lavoro, finalizzato alla salvaguardia e consolidamento delle imprese del territorio e all'attrazione di nuove iniziative imprenditoriali, la poca comunicazione tra Ministero, regione Lazio e organizzazioni sindacali ha esacerbato gli animi e distrutto economie potenzialmente appetibili per investitori stranieri e non –:
   se il Ministro interrogato non intenda attuare tutte le politiche possibili affinché i tempi previsti per il decreto del direttore generale siano i più brevi pronosticabili;
   se il Ministro interrogato non intenda porre in essere atti affinché Invitalia (l'Agenzia) rispetti i tempi previsti dal succitato decreto nella verifica e attuazione delle istanze che perverranno, dando modo agli investitori esteri e non, di poter ottimizzare eventuali investimenti in Italia.
   (4-07907)


   BRAGA, GUERRA e MOLTENI. — Al Ministro dello sviluppo economico, al Ministro del lavoro e delle politiche sociali. — Per sapere – premesso che:
   Mercatone Business srl, azienda storica della distribuzione organizzata del mobile, complementi di arredo e casalinghi appartenente, insieme alle società Tre Stelle srl, Mercatone Uno Servixes spa, M.Uno Trading srl, M.Estate spa, Mercatone Uno Finance srl, M.@srl, Mercatone Uno Logistics srl, tutte con sede legale in Imola, al Gruppo Mercatone Uno e conta oggi 79 punti vendita collocati in quasi tutte le regioni italiane con una forte concentrazione in Emilia Romagna (19 punti vendita), Piemonte (12 punti vendita), Lombardia (9 punti vendita), Veneto (7 punti vendita), Puglia (7 punti vendita), Toscana (5 punti vendita). Ogni unità di vendita impiega in media una forza lavoro variabile tra le 40 e le 70 unità per un totale di circa 3.700 dipendenti in tutta Italia;
   il gruppo Mercatone Uno da tempo sta attraversando una grave situazione di crisi economico-finanziaria e operativa dovuta sia alla negativa e perdurante congiuntura economica e di mercato che interessa il settore di riferimento del largo consumo, sia al continuo e costante calo delle vendite e dei ricavi fatto registrare negli ultimi anni protrattosi anche per tutto il corso del 2014;
   a decorrere dall'anno 2010, per fronteggiare la grave situazione economica, finanziaria e di mercato, il Gruppo Mercatone Uno beneficia dell'attivazione di diversi tipi di ammortizzatori sociali: dai contratti di solidarietà che in alcune realtà, come per il territorio lombardo, andranno in scadenza il prossimo 31 maggio 2015, alla cassa integrazione salariale, e altro;
   lo scorso 19 gennaio 2015 il consiglio di amministrazione della Mercatone Business srl ha comunicato ai sindacati di categoria Fisascat-Cisl, Filcams-Cgil e Uiltucs-Uil, sia a livello nazionale che regionale, la decisione di depositare presso il tribunale di Bologna istanza di ammissione alla procedura per accedere al concordato preventivo «in bianco»;
   l'azienda in una nota ufficiale rilasciata qualche giorno fa ha parlato di «una scelta imposta dal perdurare della crisi e dal continuo calo dei consumi particolarmente grave nel settore dei beni durevoli, che ha determinato, a partire dalla ripresa autunnale dell'attività, una costante riduzione del fatturato, il tutto aggravato dal contesto deflazionistico a cui conseguono prezzi di vendita sempre più bassi e perdita di marginalità». La perdurante situazione di crisi avrebbe così «ostacolato l'originario piano di rilancio del Gruppo che negli ultimi 24 mesi aveva comportato il rinnovamento di 26 punti vendita»;
   il piano industriale e gli ammortizzatori sociali non sarebbero stati sufficienti ad evitare il tracollo del Gruppo che sembrerebbe aver accumulato perdite per 425 milioni di euro a fronte di un fatturato che nel 2014 è sceso a poco più di 500 milioni di euro;
   la presentazione da parte del Gruppo Mercatone Uno, dell'istanza di concordato preventivo ha sollevato un forte allarme sociale fra i lavoratori, i rappresentanti sindacali, imprenditoriali e istituzionali di tutti i territori coinvolti, preoccupati per il futuro lavorativo dei 3.700 dipendenti del Gruppo e di salvaguardare al meglio gli asset aziendali dell'impresa presente da più di 30 anni sul mercato italiano con circa 11 milioni di clienti ora in crisi;
   secondo notizie informali, non confermate, sarebbero circa 30/35 le unità produttive della Mercatone Business srl in procinto di essere definitivamente dismesse. Tra queste figurerebbe una delle 9 unità collocate in Lombardia e precisamente il punto vendita di Tavernerio in provincia di Como con 40 lavoratori dipendenti;
   fonti giornalistiche, non confermate dall'azienda, hanno fatto intendere che siano in corso trattative, da parte del Gruppo Mercatone Uno con potenziali investitori interessati al marchio storico dell'azienda con cui si starebbe discutendo il nuovo piano industriale elaborato da una società leader mondiale in restructuring;
   nell'attesa di valutare le possibili ed eventuali modalità affinché il Gruppo Mercatone Uno possa superare questo grave periodo i lavoratori rischiano di essere lasciati sempre più soli nel gestire una situazione in cui si fanno sempre più frequenti le lamentele dei fornitori per i mancati pagamenti dovuti e dei clienti per le mancate consegne aggravando così le condizioni già critiche dell'impresa –:
   se i Ministri siano al corrente della grave situazione di crisi economica e finanziaria in cui versa il gruppo Mercatone Uno;
   quali iniziative i Ministri intendano porre in essere al fine tutelare i 3.700 lavoratori dipendenti e l'attività di impresa del Gruppo Mercatone Uno;
   se trovi fondamento la notizia dell'intenzione del gruppo Mercatone Uno di dismettere definitivamente 30/35 unità produttive;
   se siano confermate le indiscrezioni sull'esistenza di possibili investitori e di un piano industriale che possano rilanciare e valorizzare gli asset del Gruppo della storica impresa italiana Mercatone Uno e al contempo salvaguardarne i posti di lavoro. (4-07910)


   LAVAGNO. — Al Ministro dello sviluppo economico. — Per sapere – premesso che:
   l'ILVA è la principale azienda in Italia che si occupa prevalentemente della produzione e trasformazione dell'acciaio. Il più importante stabilimento italiano è situato a Taranto, da cui per filiera produttiva dipendono gli altri stabilimenti di Genova, Novi Ligure (AL), Racconigi (CN), Marghera (VE), Patrica (FR). A seguito delle vicende industriali e giudiziarie che hanno coinvolto l'azienda nel 2013 viene approvato il decreto con il quale il Governo ha stabilito il commissariamento della società;
   da quanto si apprende svariate ditte locali che trasportano i prodotti in uscita dai siti di Novi Ligure e Genova, vantano ingenti crediti nei confronti dell'azienda per mancati pagamenti. Il perdurare della situazione mette a serio rischio il futuro di molti dipendenti;
   il 7 febbraio 2015, decine di tir si sono messi in moto per un corteo di protesta che dallo stabilimento di Novi Ligure ha raggiunto in tarda mattinata la località di Serravalle Scrivia. Una nuova protesta degli autotrasportatori dell'Ilva si è svolta il 10 febbraio ad Alessandria per sollecitare un intervento immediato del Governo;
   da quanto si apprende da organi sindacali, non solo non tutte le imprese che hanno lavorato per l'Ilva sarebbero state pagate, ma ci sarebbe stata anche una situazione di ingiusta e grave disparità di trattamento tra i vari fornitori, con evidenti ripercussioni sui dipendenti delle stesse;
   i responsabili di Anita, Fai Conftrasporto, Cna Fita, Fisi Confetra, Confartigianato trasporti e Sna Casartigiani hanno inviato una comunicazione al Presidente del Consiglio dei ministri, al Ministro dello sviluppo economico, al Ministro delle infrastrutture e dei trasporti, ribadendo le «forti preoccupazioni per le pesanti ripercussioni sulle imprese di autotrasporto coinvolte nella vicenda Ilva», chiedendo l'immediato sostegno del Governo «per il riconoscimento della natura prededucibile dei crediti vantati dalle imprese di autotrasporto per le prestazioni rese all'Ilva prima del deposito della domanda di accertamento dello stato di insolvenza e misure urgenti di natura finanziaria e fiscale che consentano di recuperare quel minimo di liquidità necessaria per la prosecuzione dell'attività». Richieste che, se non soddisfatte, e considerato lo stato di estrema difficoltà in cui si trovano gli operatori, avvertono i responsabili delle associazioni, «potrebbero dare vita a iniziative di protesta difficilmente gestibili e che metterebbero in seria difficoltà lo stesso tentativo del Governo di rimettere in esercizio l'attività dell'Ilva» –:
   se il Governo sia a conoscenza di quanto esposto in premessa e quali iniziative intenda attuare per imprimere una svolta sulla problematica dei mancati pagamenti anche attraverso l'interlocuzione con il commissario straordinario. (4-07924)


   ZARATTI. — Al Ministro dello sviluppo economico. — Per sapere – premesso che:
   380 lavoratori dello stabilimento industriale Marangoni Tyre spa di Anagni, ex leader nella produzione di pneumatici per auto chiuso per crisi nell'estate del 2013, attualmente in mobilità rischiano nei prossimi mesi il licenziamento;
   i dipendenti dello stabilimento appartengono per la maggioranza al territorio Nord della provincia di Frosinone e della provincia di Roma, con una particolare incidenza che riguarda i comuni di Anagni, Ferentino, Piglio, Acuto, Fiuggi, Paliano, Serrone, Sgurgola, Morolo, Supino, Monte San Giovanni Campano, Ceccano, Colleferro, Allena, Segni, Carpineto Romano, Alatri, Trevi nel Lazio, Subiaco, Vallepietra e Frosinone;
   su espressa richiesta delle organizzazioni sindacali i vertici aziendali avrebbero più volte riferito di trattative aperte dalla proprietà con possibili acquirenti stranieri unica soluzione secondo la Marangoni Tyre per poter riavviare la produzione; la stessa proprietà si era più volte impegnata a promuovere un apposito tavolo tecnico interistituzionale per la ricerca di ogni possibile soluzione alla crisi aziendale e per il rilancio economico e produttivo del sito industriale;
   la grave situazione economica ed occupazionale che riguarda lo stabilimento Marangoni Tyre di Anagni ed il fallimento di una ipotesi di rilancio economico e produttivo del sito industriale, impone una particolare attenzione istituzionale sulla problematica, nella ricerca di ogni possibile soluzione –:
   se sia attivo presso il Ministero dello sviluppo economico un tavolo tecnico nel quale è stata affrontata la crisi dello stabilimento Marangoni Tyre di Anagni;
   se risultino al Ministro trattative o accordi in corso tra la proprietà e gruppi industriali nazionali od esteri interessati all'acquisto della fabbrica e alla ripresa della produzione;
   quali azioni intenda assumere in relazione alla situazione economica ed occupazionale che riguarda il sito industriale dell'azienda Marangoni Tyre spa con particolare riguardo alla crisi dell'impresa e alla situazione occupazionale del personale dipendente, attualmente circa 380 persone in mobilità e 200 ulteriori lavoratori dell'indotto. (4-07925)


   PIRAS. — Al Ministro dello sviluppo economico. — Per sapere – premesso che:
   nei giorni scorsi i vertici di Poste italiane hanno annunciato la volontà di procedere a un piano di riorganizzazione, con la chiusura di circa 450 uffici su tutto il territorio nazionale e la riduzione dell'orario di lavoro (razionalizzazione) in circa 600 agenzie;
   il progetto in questione riguarderebbe anche la Sardegna, dove le chiusure o le razionalizzazioni interesserebbero uffici presenti nei comuni di Cagliari, Cortoghiana, Turri, Genuri, Tuili, Pauli Arbarei, Nurallao, Ballao, Modolo, Borutta, Esporlatu, Ozieri, Nughedu San Nicolò, Cheremule, Ardara e Romana;
   tenuto conto che le chiusure «tout court» sarebbero relative soltanto a due casi, mentre per le altre agenzie si procederebbe a razionalizzazioni, ossia alla riduzione dell'orario di lavoro previsto, ipotizzando di conseguenza un'apertura di soli tre giorni la settimana o soluzioni similari, con conseguenti gravi disagi agli utenti;
   sportelli che erogano servizi pubblici, in comunità già disagiate, concentrati in soli pochi giorni la settimana, compromettono il regolare svolgimento del servizio postale universale che dovrebbe essere assicurato a tutti i cittadini, ancor più a coloro che vivono in zone svantaggiate del territorio, colpite ormai da anni da un irreversibile fenomeno di spopolamento e, proprio per questo, già fortemente penalizzate;
   gran parte dei comuni succitati, presentano forti criticità, tra le quali l'inefficiente sistema di trasporto pubblico locale, l'isolamento e l'insufficiente copertura della rete «wifi» che consentirebbe di usufruire dei servizi postali online;
   l'erogazione di un servizio pubblico – in un processo di razionalizzazione pure necessario – non può essere caratterizzato da logiche ragionieristiche e dalla negazione di fatto di un diritto –:
   se non ritenga opportuno intervenire con la massima urgenza presso i vertici di Poste italiane, affinché avvii un'azione di sensibilizzazione, perché venga riesaminato il nuovo piano di chiusura e razionalizzazione del servizio, tenendo conto delle particolari condizioni in cui versano i comuni interessati e le specificità del contesto sociale, economico e dell'insediamento abitativo che caratterizza la Sardegna. (4-07926)


   ROTTA, ZARDINI, DAL MORO e D'ARIENZO. — Al Ministro dello sviluppo economico, al Ministro del lavoro e delle politiche sociali. — Per sapere – premesso che:
   si apprende che lo stato di crisi del gruppo Ferroli di San Bonifiacio, realtà leader nel settore termomeccanico, ha raggiunto livelli molto gravi in relazione alle retribuzioni dei lavoratori;
   in particolare i dipendenti del gruppo hanno manifestato, unitamente ad altri lavoratori delle aziende Sime, Riello, altre realtà veronesi del settore per protestare contro la decisione unilaterale di disdetta dei contratti integrativi delle tre aziende, che occupano complessivamente 2.000 lavoratori, raggiunti dopo un periodo di negoziazione anche di 45 anni;
   secondo i lavoratori e le organizzazioni sindacali la decisione della Ferroli, maturata a causa della crisi pesantissima che ha investito il mercato, si trasformerebbe in una perdita stipendiale per i lavoratori, di circa 8 mila euro in meno all'anno;
   la questione ha anche sollevato le preoccupazioni dei vertici nazionali delle organizzazioni sindacali che hanno sollecitato l'apertura di un tavolo di confronto sul rilancio del settore, idea che è stata rilanciata anche da rappresentanti dell'opposizione in consiglio regionale. Il rilancio deve e può avvenire attraverso la ricerca e l'innovazione industriale –:
   se il Governo sia informato della disdetta unilaterale del contratto integrativo nelle aziende del settore termomeccanico del veronese e quali azioni intenda intraprendere ai fini tanto del rilancio del settore quanto della tutela dei livelli occupazionali e delle condizioni retributive dei lavoratori coinvolti. (4-07930)


   FABRIZIO DI STEFANO. — Al Ministro dello sviluppo economico, al Ministro dell'istruzione, dell'università e della ricerca. — Per sapere – premesso che:
   il settore meccanica-automotive rappresenta circa il 19-20 per cento del prodotto interno lordo dell'industria e in termini economici interessa circa 25-30.000 addetti con un fatturato tra 7-8 miliardi di euro; i dati 2011 evidenziano che l'automotive-meccanica esprime comunque il 48 per cento delle esportazioni abruzzesi. Per l'Abruzzo l'automotive è un settore vitale e strategico in termini di prodotto interno lordo e occupazione; in provincia di Chieti circa il 20-25 per cento delle famiglie è direttamente interessato; il sistema automotive abruzzese è particolarmente specializzato nella produzione di veicoli commerciali e professionali leggeri (due/quattro ruote trasporto persone e merci). È opportuno segnalare che in Abruzzo è presente lo stabilimento più grande d'Europa per la produzione di veicoli commerciali leggeri (SEVEL con una capacita produttiva di 300.000 furgoni/anno e circa 6.200-6.500 addetti diretti e altri 4.500 nell'indotto in Abruzzo) e uno tra i più gradi stabilimenti d'Europa;
   alla luce delle attività realizzate dai tavoli tecnici multi-regionali, istituiti dal Ministero dello sviluppo economico per la predisposizione delle prime ipotesi progettuali, la regione Abruzzo ha proposto la realizzazione dell'azione connessa nel settore «mobilita sostenibile», Campus Automotive ed altre iniziative afferenti al settore, che è stata ampiamente condivisa dalle regioni e dal Governo centrale;
   nella programmazione 2007-13 la regione Abruzzo ha ritenuto indispensabile stimolare una maggiore competitività delle imprese sui mercati interni ed internazionali aumentando il contenuto tecnologico delle produzioni e promuovendo l'economia della conoscenza;
   tra i settori; prioritari vi è l'automotive che costituisce «azione cardine» del PAR-FSC 2007/2013, Linea di azione I.1.1.a, e, per concentrazione di risorse, è l'azione più qualificante e identitaria dei fondi Fas; la realizzazione del CAMPUS nella zona industriale della Val di Sangro rappresenta un'iniziativa fortemente innovativa. L'iniziativa ha previsto la partecipazione di enti locali, imprese, parti sociali, sindacati e università;
   con delibera n. 45 dell'8 febbraio 2010 la giunta regionale Abruzzo ha approvato il Master Plan degli interventi diretti alla ripresa produttiva della regione Abruzzo che prevede espressamente il finanziamento del programma Automotive tra le azioni connesse e le risorse totali destinate alla linea ammontano a 33.265.000 euro, a valere su risorse FAS;
   in data 2 agosto 2013 è stato sottoscritto l'accordo di programma quadro (APQ) tra il Ministero dello sviluppo economico, il Ministero dell'istruzione, dell'università e della ricerca e la regione Abruzzo;
   dalla data 31 ottobre 2013 il progetto è soggetto a monitoraggio bimestrale dal dipartimento per lo sviluppo e la coesione economica del Ministero dello sviluppo economico;
   nel documento «Strategia per le Specializzazioni Intelligenti» FESR 2014-2020 allegato alla D.G. n. 473 del 15 luglio 2014 e trasmesso alla Commissione europea si ribadisce come il polo industriale automotive di Val di Sangro si candidava ad essere capofila a livello nazionale;
   nella D.G. n. 67 del 3 febbraio 2015 si ravvede la «necessità di modificare l'Accordo di Programma Quadro» l'azione connessa automotive e in particolare nel dispositivo si propone una rimodulazione delle risorse, senza aver interessato le parti sociali, per bandi per sviluppo locale rinviando l'attuazione del Campus alla prossima programmazione;
   alla D.G. n. 67 del 3 febbraio 2015 sono allegati verbali di riunioni ufficiali in nessuna delle quali risultano essere presenti rappresentanze ministeriali –:
   se la rimodulazione dell'accordo di programma quadro per l'attuazione della linea di azione I.1.1. sia stata concordata con i Ministeri interessati e quali siano gli eventuali termini della rimodulazione che non trovano nessuna definizione nella delibera di giunta. (4-07941)


   DI LELLO. — Al Ministro dello sviluppo economico, al Ministro dell'economia e delle finanze. — Per sapere – premesso che:
   in un'intervista, dello scorso 6 febbraio 2015 l'amministratore delegato di Finmeccamica, Mauro Moretti, ha affermato che: nel giro di un paio d'anni Finmeccanica nel processo che la porterà a focalizzarsi sui settori core ridurrà almeno 3000 dei suoi 54 mila dipendenti. Che il gruppo versasse da anni in una situazione di grave difficoltà era cosa nota ma, sino allo scorso anno era sembrato che il progetto di risanamento del gruppo si incentrasse, sostanzialmente, su un piano di dismissioni e di cessioni di interi comparti produttivi, quali Ansaldo Breda, Ansaldo STS e Ansaldo Energia, orientando gli interventi al rafforzamento del settore difesa, privilegiandolo rispetto a quello civile;
   il progetto di risanamento del gruppo Finmeccanica, di indubbio rilievo su scala nazionale, ha però un impatto di enorme portata per l'intero meridione e per la regione Campania in particolare, ove risultano situate importanti aziende del gruppo: tra queste la Selex ES, con gli stabilimenti di Giugliano e Bacoli-Fusaro operanti nei settori dell'alta tecnologia delle comunicazioni satellitari e nell'elettronica per la difesa delle telecomunicazioni. Le parole dell'amministratore delegato di Finmeccanica hanno destato forti preoccupazioni, tra i dipendenti e nell'opinione pubblica in merito al presente e al futuro delle aziende. Lo stesso Moretti, inoltre, illustrando il suo piano, ha affermato la necessità di eliminare «i rami secchi» riducendo lo spreco in denaro interno alle industrie nazionali paventando la possibile chiusura dell'azienda di Giugliano con trasferimento della produttività nella sede di Fusaro il cui stabilimento si trova nei pressi di Bacoli;
   nelle strategie, dunque, rese note dal «management» del gruppo, non solo non risultano progetti di valorizzazione delle pur pregevoli realtà industriali esistenti in Campania, né tanto meno risulta previsto il rilancio di quelle attività che, pur in attuale crisi, potrebbero fattivamente concorrere al superamento della crisi dell'intero gruppo Finmeccanica anzi, addirittura, se ne paventa la chiusura;
   infatti, con riferimento alla Selex ES-Selex Electronic Systems, le attività della società hanno visto un progressiva crescita, fra il 2000 e il 2013, tanto che all'atto della fusione, nel 2013, tra le società Selex ES, Elsag e Galileo, lo stabilimento campano di Giugliano, per quanto riguarda il settore logistica risultava coinvolto in tutte le attività industriali di Selex-SI, con un ruolo di «prime contractor» con tutti i clienti istituzionali (Esercito, Aeronautica e Marina);
   l'impianto industriale di Fusaro, le cui attività spaziano dall'industrializzazione al collaudo di sistemi radar, alla progettazione software e sistemistica per integrazione, ha già subito gravi perdite a seguito del piano di riassetto del 2013 con un forte ridimensionato l'organico che ha fatto perdere, in termini di occupazione, oltre un quarto della forza lavoro e che oramai è vicino alla soglia critica per il corretto funzionamento dei processi;
   infine, in entrambi gli stabilimenti risulta presente una qualificata componente ingegneristica, impegnata, fra l'altro in attività di ricerca sulle nuove tecnologie applicate, in collaborazione con il mondo universitario e con il settore del controllo del traffico aereo;
   le scelte, dunque, del gruppo Finmeccanica, se confermate penalizzeranno irrimediabilmente territori già strutturalmente deficitari di realtà produttive, inoltre, si andrebbe a compromettere ulteriormente la già fragile sostenibilità economica della regione a favore del crimine organizzato che, nelle pieghe della crisi economica e sociale, allarga sempre di più i suoi tentacoli;
   considerato il ruolo centrale della soluzione degli squilibri economico-sociali, tutt'ora esistenti tra il Sud e il resto del Paese, nel quadro della ripresa economica nazionale nonché del superamento del forte tasso di disoccupazione, della crescita delle produzioni e degli scambi nazionali e internazionali, sembra che le affermazioni dell'amministratore delegato di Finmeccanica vadano in una direzione completamente opposta e negativa –:
   quali notizie, in merito a quanto esposto in premessa con riferimento alla paventata chiusura delle aziende campane risultino ai Ministri interrogati;
   se e quali azioni concrete il Ministro dell'economia e delle finanze in qualità di azionista di riferimento di Finmeccanica, nell'ambito delle proprie competenze, intenda porre in essere affinché, nell'ambito delle nuove strategie industriali si vada nella direzione dello sviluppo e del rilancio produttivo dei settori e degli stabilimenti esistenti in Campania i quali costituiscono una risorsa strategica irrinunciabile per il Mezzogiorno e per l'intero Paese;
   quali iniziative i Ministri interrogati intendono adottare al fine di salvaguardare i livelli occupazionali delle società del gruppo presenti in Campania valorizzandone al contempo la professionalità, la capacità di innovazione e la ricerca che fanno di queste aziende delle realtà produttive all'avanguardia nel campo dell'innovazione tecnologica. (4-07947)


   NICCHI. — Al Ministro dello sviluppo economico. — Per sapere – premesso che:
   Poste italiane spa è una società per azioni il cui capitale è posseduto al 100 per cento dal Ministero dello sviluppo economico;
   Poste Italiane spa ha reso noto nel dicembre 2014 il proprio piano industriale che prevede la chiusura di 450 uffici postali e riduzioni di orari e giorni di apertura per altri 600 uffici postali sull'intero territorio nazionale;
   Poste italiane spa è una azienda pubblica con un bilancio che nel 2013 faceva registrare utili poco superiori ad 1 miliardo di euro;
   Poste italiane spa ha reso noto nel piano industriale l'intenzione di quotarsi in borsa e di procedere alla vendita del 40 per cento del proprio capitale nel corso dell'anno 2015; si apprende da fonti giornalistiche (La Nazione del 5 febbraio 2015) che la Toscana è una delle regioni più colpite dai tagli annunciati a Poste Italiane sull'intero territorio nazionale;
   il piano regionale di Poste Italiane spa prevede la chiusura di 63 uffici e la riduzione di orario (settimanale o, in alcuni casi, per alcuni mesi dell'anno) di altri 37 sportelli;
   a Grosseto dovrebbero chiudere 10 uffici e 6 ad aperture ridotte, a Lucca rispettivamente 9 e 6, a Pisa 11 e 4, a Firenze 8 e 6;
   le chiusure interesseranno anche gli uffici di molti piccoli centri della Maremma dove abitano la maggior parte di anziani: Pereta, Santa Caterina, Selva, Montorgiali, Ravi nel comune di Gavorrano (in cui la percentuale degli abitanti anziani è dell'85 per cento); mentre si avrà una riduzione dell'orario a Montiano, Pontieri, Roccalbegna, Vallerona, Valpiana, Punta Ala;
   le chiusure dovrebbero entrare a regime entro 60 giorni;
   la diminuzione degli orari di tutti questi uffici, comporterà un notevole disagio per i cittadini residenti, in modo particolare per la popolazione anziana, disabile, con problemi motori e priva di automezzi;
   verrà a mancare uno dei pochi servizi pubblici presenti sul territorio, mancanza che non sarà risolta con l'implementazione di servizi digitali via internet, tenuto conto dalle note carenze del nostro Paese nello sviluppo delle infrastrutture internet e della banda larga in tutto il territorio nazionale, condizione fondamentale per l'accesso ai servizi digitali;
   non risulta che Poste italiane spa abbia effettuato alcun confronto con gli enti locali delle località interessate dalle chiusure di uffici postali –:
   se tale piano industriale sia stato condiviso dal Governo e se abbia una correlazione diretta con quanto disposto nella legge di stabilità per il 2015;
   se il Ministro abbia intenzione di aprire un confronto con Poste Italiane spa per indurre l'azienda erogatrice del «servizio universale» a cessare quella che appare all'interrogante una politica di gestione unilaterale degli uffici postali, erogatori di servizi pubblici, senza il coinvolgimento degli enti locali;
   quali interventi il Ministro ritenga di adottare al fine di limitare i disagi ai cittadini ed evitare l'ulteriore impoverimento di servizi in territori che già ne risentono la carenza;
   se il Ministro intenda verificare che queste scelte non siano fatte in funzione della prevista quotazione azionaria di Poste italiane. (4-07955)


   PANNARALE, FRATOIANNI, DURANTI, MATARRELLI, SANNICANDRO, RICCIATTI, FERRARA, AIRAUDO, PLACIDO, SCOTTO e PAGLIA. — Al Ministro dello sviluppo economico, al Ministro del lavoro e delle politiche sociali. — Per sapere – premesso che:
   la società Ansaldo Caldaie spa con sede legale in via Conservatorio n. 17, Milano, ha avviato, procedura per il licenziamento collettivo di numero 197 dipendenti su 357 complessivi distribuiti nelle unità produttive di Gallarate (Milano) e Gioia del Colle (Bari), per cessazione dell'attività dell'unità produttiva sita in Gioia del Colle, Bari;
   la società in questione, che si occupa della progettazione, costruzione ed installazione di caldaie di grande taglia per impianti e produzione di energia elettrica, a carbone, olio e gas, generatori di vapore a recupero a valle di turbine e gas per impianti a ciclo combinato, per caldaie a biomasse e per termovalorizzazione di rifiuti, opera in una fetta di mercato quasi interamente centrata su Paesi extra europei;
   tra il 2008 e il 2013 il fatturato si è progressivamente ridotto da 250 milioni di euro a 88 milioni di euro nel 2013 così come gli ordini acquisiti sono scesi da 340 milioni di euro nel 2008 a 58 milioni di euro nel 2013;
   detta situazione ha portato Ansaldo Caldaie a ricorrere ai contratti di solidarietà per la sede di unità operativa di Gallarate e alla cassa integrazione ordinaria per l'unità produttiva di Gioia del Colle di Bari;
   secondo quanto si apprende dalla stampa nazionale e locale a decorrere dal 10 aprile 2015 la Ansaldo caldaie spa darà inizio ad una nuova e diversa strategia produttiva avvalendosi di forme di delocalizzazione che porteranno inesorabilmente alla chiusura della attività produttiva di Gioia del Colle, con l'avvio della procedura di licenziamento di 197 persone;
   le motivazioni, secondo quanto risulta, partono dal crollo degli ordini determinato dalla competizione di Ansaldo caldaie spa del gruppo Sofinter con aziende a livello globale che producono in Paesi low cost. Tale azienda ha, infatti, evidenziato in una comunicazione inviata a sindacati e Confindustria che, mentre il costo medio orario dell'unità produttiva di Gioia del Colle che si occupa esclusivamente della fabbricazione di boiler è di 38 euro, nei Paesi low cost a basso costo di produzione (Romania in Europa, ma anche Corea e Cina) esso corrisponde a 10 euro. In buona sostanza, quindi, con un costo del lavoro quattro volte superiore, Ansaldo Caldaie s.p.a. ha deciso di cessare la propria attività;
   tale decisione ha provocato l'immediata mobilitazione dei sindacati che hanno appreso con stupore la scelta dell'azienda, come si è detto, di cessare l'attività produttiva del sito di Gioia del Colle con la collocazione in mobilità di tutta la forza lavoro di 197 addetti. E questo, nonostante l'aggiudicazione di diverse commesse che si attendevano da tempo e che avrebbero assicurato la saturazione delle maestranze, mettendo in crisi il tessuto produttivo del territorio pugliese in nome del mero profitto e contravvenendo ai principi basilari della responsabilità sociale dell'azienda;
   per quanto risulta agli interroganti il Ministero dello sviluppo economico, nell'ambito di un tavolo di crisi ad hoc convocato presso il dicastero, ha rigettato con fermezza il piano di chiusura di Ansaldo Caldaie a Gioia del Colle ed invitato l'azienda a presentare una proposta alternativa;
   in particolare, ad