Camera dei deputati

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Resoconto dell'Assemblea

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XVII LEGISLATURA

Allegato B

Seduta di Mercoledì 16 dicembre 2015

ATTI DI INDIRIZZO

Mozione di sfiducia:


   La Camera,
   premesso che:
    il Governo in carica guidato dal Presidente del Consiglio Matteo Renzi si mostra, ora più che mai, inadeguato al suo ruolo di garante dell'interesse pubblico del Paese;
    il conflitto di interessi, a giudizio dei firmatari del presente atto insito all'interno dell'Esecutivo, sembra essere diventato un solco insormontabile per la credibilità dell'Italia, in particolare a livello europeo ed internazionale; le diverse vicende che riguardano il sistema bancario e, più nello specifico, i fatti che hanno interessato la Banca dell'Etruria e del Lazio e la loro collocazione temporale fanno sorgere più di un dubbio su quanto il Governo in carica sia ancora in grado di assolvere al dovere primario di disinteresse personale nell'adempimento di pubbliche funzioni, di imparzialità e di garanzia dei servizi per un ordinato svolgersi delle attività economiche e della vita sociale in generale;
    all'inizio di quest'anno, la Banca dell'Etruria e del Lazio è stata oggetto di un provvedimento molto incisivo sul sistema bancario e creditizio approvato dal Consiglio dei ministri. Si tratta del decreto-legge 24 gennaio 2015, n. 3, recante misure urgenti per il sistema bancario e gli investimenti, ovvero un testo che ha imposto alle banche popolari con attivo superiore a 8 miliardi di euro la trasformazione in società per azioni; una riforma strutturale adottata attraverso lo strumento del decreto-legge, in un contesto assolutamente privo dei requisiti di necessità ed urgenza;
    in questa occasione, l'atteggiamento dell'Esecutivo è risultato a dir poco ambiguo. Una riforma, quella delle banche popolari, che inizialmente doveva essere prevista all'interno del disegno di legge sulla concorrenza, ma che invece, improvvisamente, è sembrata particolarmente «urgente». Il 16 gennaio 2015, alle ore 18, a chiusura dei mercati, un'agenzia di stampa annunciava l'imminente riforma delle banche popolari, inserita nel decreto-legge già messo a punto dal Governo in materia di « Investment compact». Il 20 gennaio 2015, il Consiglio dei ministri dava infatti il via libera al decreto-legge, che, effettivamente, conteneva la norma sulla trasformazione delle banche popolari in società per azioni;
    è di tutta evidenza come l'intervento di riforma approvato dal Consiglio dei ministri sia stato preceduto da una serie di attività anomale e di operazioni di compravendita di titoli azionari di numerose banche popolari, i cui movimenti fanno presumere un sospetto caso di insider trading. Subito dopo il varo del decreto-legge, la borsa di Piazza Affari ha infatti iniziato a prendere posizione, immaginando possibili aggregazioni tra le banche popolari, i cui acquisti si sono concentrati sulle banche di modesta dimensione, come ad esempio il Banco Popolare, che ha registrato a fine settimana un guadagno del 21 per cento, la Banca popolare dell'Emilia, con un +24 per cento o proprio la Banca popolare dell'Etruria e del Lazio, le cui azioni sono aumentate addirittura del 62,1 per cento in quattro giorni, contro un andamento del comparto bancario dell'8,68 per cento. Un'intensa attività di compravendita di titoli di alcune banche popolari italiane quotate in borsa si è verificata, in particolare, in una delle piazze finanziarie più importanti in Europa e nel mondo: il London Stock Exchange;
    l'ulteriore stranezza riguarda il requisito dimensionale individuato nel mese di gennaio 2015, ovvero un attivo di 8 miliardi di euro; è così che sono rientrate nelle norme il Credito Valtellinese, la Popolare di Bari e l'ormai «famosa» Banca popolare dell'Etruria e del Lazio;
    il presidente della Commissione nazionale per la società e la borsa, Giuseppe Vegas, durante l'audizione svoltasi presso le Commissioni riunite della Camera VI e X, nell'ambito dell'esame del disegno di legge di conversione del suddetto decreto-legge, ha infatti denunciato operazioni potenzialmente anomale sui titoli di comparto delle banche popolari prima del 16 gennaio 2015, precedentemente quindi a qualsiasi annuncio sulla riforma delle banche popolari;
    durante l'audizione, Vegas ha dichiarato che gli uffici di vigilanza della Consob avevano rilevato un abuso di informazioni privilegiate riguardo al contenuto del decreto banche popolari, in quanto il 16 gennaio – ha affermato il presidente – si può certamente assumere come data in cui il mercato ha avuto ragionevole contezza dell'intenzione del Governo di adottare un provvedimento sulla riforma delle banche popolari, poiché soltanto in questa giornata, a mercati già chiusi, il Presidente del Consiglio dei ministri ha dato annuncio del futuro decreto-legge. Presumibilmente, però, alcune indiscrezioni erano già cominciate a circolare dal 3 gennaio;
    sulle memorie dell'audizione del presidente della Consob si legge, inoltre, che «all'inizio di gennaio 2015 le PNC sul titolo erano superiori alla media di mercato, attestandosi intorno al 4 per cento del capitale sociale dell'emittente. Dopo l'annuncio della riforma sono diminuite al 3 per cento circa». Inoltre le variazioni dei prezzi delle azioni della stessa Banca, nel periodo tra il 2 gennaio e il 5 febbraio, sono aumentate del 56,69 per cento, con un volume di controvalori medi giornalieri negoziati in borsa pari ad oltre 5 milioni di euro;
    dalle analisi effettuate sull'andamento delle azioni delle banche popolari focalizzate durante i primi giorni dall'anno 2015, la Consob ha osservato come, nella dinamica del mercato, nonostante la performance negativa delle banche popolari, si sia individuata la presenza di alcuni intermediari che hanno eseguito delle operazioni potenzialmente anomale: questi hanno infatti effettuato acquisti prima del 16 gennaio per poi procedere alla vendita nella settimana successiva. Dunque, sia pure in presenza di una flessione dei corsi, questi intermediari hanno ottenuto comunque elevati margini di profitto, stimabili in circa 10 milioni di euro;
    a conferma di ciò si aggiungono le intercettazioni della Guardia di finanza, diffuse in questi giorni dalla stampa, che riportano come un noto imprenditore molto vicino al Presidente del Consiglio e noto finanziatore del Partito democratico abbia letteralmente «ordinato» all'amministratore delegato di una delle principali società di intermediazione finanziaria del mercato italiano di procedere con un'operazione di circa 5 milioni di euro sulle popolari. La telefonata arriva proprio venerdì 16 gennaio e nella conversazione si rileva la supposta certezza della bontà dell'acquisto grazie a fonti vicine alla Banca d'Italia;
    lo stesso giorno dell'audizione del presidente Vegas, si è proceduto anche con il commissariamento della Banca dell'Etruria e del Lazio, per cui il Ministero dell'economia e delle finanze ha predisposto l'amministrazione straordinaria dell'istituto, su proposta della Banca d'Italia, i cui commissari sono arrivati proprio a consiglio di amministrazione in corso, durante la riunione in cui si sarebbero dovuti approvare i risultati del 2014 riportanti perdite per oltre 140 milioni di euro;
    in una nota, la banca aretina ha attribuito tale decisione del Ministero a «gravi perdite nel patrimonio» dovute a «consistenti rettifiche sul portafoglio crediti». In realtà, la banca popolare era già stata oggetto di osservazione da parte dell’authority a causa dell'andamento anomalo di alcune operazioni, con scambi pari a circa 20 milioni di euro corrispondente al 12 per cento del capitale sociale, rilevate nelle contrattazioni successive al fallito tentativo volontario di trasformazione da parte della stessa banca popolare in società per azioni, durante l'estate 2014, nella speranza di facilitare il salvataggio dell'istituto;
    già in passato, la Banca Etruria aveva avuto problemi e nel 2012 e 2013 due ispezioni della Banca d'Italia nell'istituto aretino avevano portato ad una maxi-multa per 18 tra sindaci e amministratori, fra cui anche il padre dell'attuale Ministro per le riforme costituzionali e i rapporti con il Parlamento, multato per 144 mila euro a causa delle sue «violazioni di disposizioni sulla governance, carenze nell'organizzazione, nei controlli interni e nella gestione nel controllo del credito e omesse e inesatte segnalazioni alla vigilanza»;
    in quel periodo il settore crediti era curato dal fratello dello stesso Ministro, coinvolto nell'indagine da parte delle, procure di Arezzo e Firenze per false comunicazioni sociali a danno dei soci e dei creditori, ostacolo alla vigilanza e falso in prospetto;
    neanche un anno dopo la stessa Banca è ancora oggetto di un provvedimento d'urgenza del Consiglio dei ministri: per la prima volta, con il decreto-legge 22 novembre 2015, n. 183 recante disposizioni urgenti per il settore creditizio, vengono applicate in Italia le nuove regole europee per il salvataggio bancario appena recepite con il decreto legislativo 16 novembre 2015, n. 180 e Banca Etruria viene divisa in due, separando, nel bilancio, la parte «buona», a cui sono state conferite le attività in bonis, da quella cattiva (compresi tutti gli asset cattivi), ossia le attività in sofferenza, accumulati in un'unica bad bank;
    la costituzione delle nuove quattro banche previste da questo decreto, denominate rispettivamente Nuova Cariferrara, Nuova Banca Etruria, Nuova Banca Marche e Nuova Carichieti, è posto a carico del sistema bancario italiano grazie alla liquidità garantita al fondo di risoluzione attraverso Intesa-San Paolo, Unicredit e Ubi-Banca, a cui si aggiungono gli altri istituti italiani, chiamati a contribuire con una rata annua di 600 milioni di euro, ma l'onere ricade anche sugli azionisti e titolari delle obbligazioni subordinate delle quattro banche. Ciò ha quindi coinvolto oltre 100 mila persone che hanno visto andare in fumo i risparmi di una vita e in difesa delle quali si sono schierate le principali associazioni a difesa dei consumatori che accusano il Governo di aver messo in campo «un bail-in mascherato per salvare i quattro istituti». Molti risparmiatori affermano, infatti, di non essere stati sufficientemente informati dai loro istituti circa la pericolosità delle azioni e delle obbligazioni che sono stati invitati a sottoscrivere;
    comportamenti speculativi fortemente aleatori e fortemente indirizzati ad attività ad alto rischio sempre più diffusi e, parallelamente, una presunta Mancanza di vigilanza da parte della Banca d'Italia, in qualità di organo di vigilanza, suggeriscono la necessità di accertare la verità dei fatti che hanno portato le quattro banche in oggetto a rischio di default, anche e soprattutto alla luce dell'ultimo tragico atto del risparmiatore di Civitavecchia che ha deciso di togliersi la vita dopo aver scoperto di aver perso i risparmi di tutta una vita;
    un caso, quello del decreto-legge n. 183 del 2015, che si intreccia inevitabilmente con il richiamato decreto-legge n. 3 del 2015, poi convertito dalla legge 24 marzo 2015, n. 33: il Governo, nel corso del 2015, ha quindi varato un decreto per trasformare la Banca dell'Etruria in spa, spingendo i risparmiatori a comprare il titolo tre settimane prima del commissariamento; ed ora, dopo aver azzerato i titoli, protegge gli amministratori, mettendo al riparo da iniziative di responsabilità sia i commissari che i vertici della banca;
    quello che è certo è che i 3,7 miliardi del costo della spericolata operazione sulle quattro banche fallite colpisce tutto il sistema, incluse le banche «sane», indebolendolo di fatto. E questo non potrà che riverberarsi sul credito a famiglie e imprese, che diventerà ancora più caro e più difficile di quanto già non sia, con la connessa fuga degli investitori e l'aumento del rischio sistemico;
    se da un lato l'operazione si è resa necessaria per evitare l'applicazione delle nuove regole europee sul bail in in vigore dal 1o gennaio, dall'altro occorre mettere in luce che la crisi dei quattro istituti di credito avrebbe potuto essere gestita seguendo un percorso diverso. Infatti, le banche avevano proposto di perseguire un piano di salvataggio volontario con fondi versati interamente dal sistema bancario nazionale con meccanismo che non avrebbe pesato in alcun modo su nessuna categoria: correntisti, azionisti e proprietari di bond;
    a questa soluzione, secondo quanto affermano il Ministro Padoan e Bankitalia, si sarebbe opposta la Commissione europea, ravvisando la fattispecie di «aiuti di Stato» malgrado non fosse previsto nessun intervento di capitali pubblici;
    decisione che appare molto discutibile, dal momento che, a partire dal 2008, la crisi finanziaria ha generato un'espansione senza precedenti degli aiuti di Stato a favore delle banche. Tra il 1o ottobre 2008 e il 1o ottobre 2015, la Commissione ha adottato 450 decisioni di autorizzazioni di aiuti pubblici nazionali a favore delle banche. Si tratta di Germania, Francia, Inghilterra, Portogallo, Irlanda e Spagna che hanno beneficiato maggiormente dell'apertura europea agli aiuti di Stato. E appena nello scorso ottobre l'Unione europea ha dato il via libera all'ennesimo salvataggio nazionale di una banca tedesca, la HSH Nordbank di Amburgo;
    stando quindi alla ricostruzione di Banca d'Italia e Governo, non è stato possibile fare ricorso al «Fondo interbancario di tutela dei depositi» per la «preclusione manifestata da uffici della Commissione Ue», che hanno ritenuto di assimilare ad aiuti di Stato gli interventi di tale Fondo;
    ma la versione della Commissione europea è un'altra: «All'Italia sono state prospettate tre possibili strade per salvare le quattro banche in amministrazione controllata: una con fondi privati; una usando il “Fondo Interbancario di Tutela dei Depositi”; una usando “Fondo di risoluzione nazionale”. La decisione di scegliere la terza usando il Fondo di risoluzione nazionale è stata presa dalle autorità italiane»;
    posizione confermata dai presidente e direttore generale dell'Associazione bancaria italiana (Abi), Giovanni Sabatini, in audizione in Commissione finanze alla Camera il 9 dicembre 2015: «Il Fondo Interbancario di Tutela dei Depositi è un fondo distinto, con suoi organi che avevano deliberato già da luglio degli interventi per risolvere la situazione delle quattro banche in amministrazione straordinaria. Ma poi non vi è mai stata per le quattro banche un'istruttoria formalizzata che possa aver portato la Commissione Ue a esprimere una specifica valutazione contraria sull'intervento del Fondo Interbancario di Tutela dei Depositi»;
    ad avviso dei firmatari del presente atto qualcuno mente. O qualche passaggio non è ancora noto. Senza dubbio la proposta del Ministro Padoan di «misure umanitarie volte a tutelare le fasce deboli di cittadini che hanno perso i loro risparmi» è stata a giudizio dei firmatari del presente atto un implicito riconoscimento di responsabilità del Governo, che ha deciso di percorrere la strada del «Fondo di risoluzione nazionale» piuttosto che quella del «Fondo Interbancario di tutela dei Depositi», e di chi doveva vigilare. Tanto più che al «Fondo Interbancario» è tornato il Governo per finanziare il «Fondo di Solidarietà» di 100 milioni di euro istituito per il ristoro degli obbligazionisti subordinati delle banche fallite;
    alla luce delle vicende riportate, l'obiettivo è innanzitutto quello di fare chiarezza su chi ha sbagliato: 1) nelle quattro banche coinvolte, vale a dire amministratori e responsabili di vari livelli, che hanno venduto titoli inadeguati; 2) in Banca d'Italia, che è la responsabile della vigilanza sull'operato degli istituti che hanno emesso i titoli ora privi di valore; 3) in Consob, che è responsabile della correttezza dei prospetti informativi dei prodotti finanziari offerti ai risparmiatori; 4) nel Governo, alla luce degli interessi e dei conflitti di interesse ad avviso dei firmatari del presente atto in esso presenti;
    in particolare per questo ultimo punto, è necessario chiarire le fasi tecniche e i passaggi che hanno anticipato l'approvazione del decreto-legge n. 183 del 2015, i cui rilievi lasciano intravedere ampi margini di opacità che hanno già innescato processi degenerativi;
    in particolare, va rilevato che la legge n. 215 del 2004 (recante «Norme in materia di risoluzione dei conflitti di interessi») è molto chiara in merito agli obblighi di astensione in capo ai membri del Governo. Il riferimento è soltanto per il Ministro per le riforme costituzionali e i rapporti con il Parlamento, il cui padre, come già detto, è stato per anni consigliere, e poi vice presidente (dal 2011 nel consiglio di amministrazione e da maggio 2013, tre mesi dopo che sua figlia entrasse nel Governo, vicepresidente) della Banca Popolare dell'Etruria e del Lazio (di cui lo stesso Ministro è azionista), ma anche al Presidente del Consiglio, in quanto andrebbe chiarita la posizione del padre in merito ai rapporti finanziari intrattenuti con l'ex presidente della medesima Banca;
    secondo quanto disposto dall'articolo 3 della medesima legge, è evidente la sussistenza di un obbligo di astensione da parte del Ministro per le riforme costituzionali e i rapporti con il Parlamento e dello stesso Presidente del Consiglio nell'adozione del decreto-legge n. 183 del 2015, data «l'incidenza specifica e preferenziale sul patrimonio» di «parenti entro il secondo grado»;
    anche volendo ammettere che il legame parentale fra il Ministro per le riforme costituzionali e i rapporti con il Parlamento e il consigliere e vice presidente di Banca Etruria non abbia compromesso la riservatezza di informazioni che dovevano rimanere assolutamente private per non sconvolgere gli equilibri di mercato, non si può negare il coinvolgimento personale di un membro del Governo nella vicende legate alla Banca Etruria;
    notizie riportate nelle ultime ore da alcuni organi di stampa i quali ricostruiscono i legami tra la famiglia del Presidente del Consiglio, e dello stesso Capo del Governo, con l'ex presidente della Banca Etruria, anche attraverso affari gestiti da società di marketing e immobiliari, di consistente valore, grazie anche all'adozione di alcune misure prese dalle amministrazioni renziane dell'ultimo decennio;
    dunque, ad oggi Banca Etruria è attualmente coinvolta in tre filoni di inchiesta allo studio della procura di Arezzo: il primo che ha rilevato l'ostacolo alla vigilanza, che risale al marzo 2014 e trae origine dalla relazione degli ispettori della Banca d'Italia del 2013, e falsa fatturazione, relativamente al 2014;
    il secondo riguardante un possibile conflitto di interessi che avrebbe portato alcuni amministratori e sindaci ad avere vantaggi per 185 milioni di euro, in riferimento al periodo 2009-2014, accumulando 198 posizioni di fido a loro concessi;
    l'ultimo, che dovrebbe arrivare in concomitanza con l'esposto degli obbligazionisti difesi dalle associazioni dei consumatori, riguarda l'ipotesi di truffa ai danni della clientela che potrebbe essere stata ingannata proprio da alcuni funzionari di filiale;
    le ultime operazioni in materia di sistema bancario hanno inoltre investito il disegno di legge di stabilità varato dal Governo, approvato in prima lettura dal Senato della Repubblica e giunto al suo passaggio alla Camera dei deputati, dove l'Esecutivo ha inserito il testo del decreto tramite un suo emendamento, a parere dei firmatari del presente atto garantendosi l'approvazione di una misura così critica e probabilmente poco condivisa all'interno della stessa maggioranza, obbligata nei fatti attraverso la quasi certa apposizione della questione di fiducia a votare in senso favorevole;
    l'inserimento di tali misure conferma un giudizio totalmente negativo nei confronti della manovra di finanza pubblica;
    a latere, infatti, si rileva come il Governo risulti totalmente inadeguato a garantire, oltre alle misure di contenimento del deficit, il risanamento strutturale della finanza pubblica e il sostegno della ripresa economica e dell'occupazione;
    tagliare le tasse in deficit, come previsto nel disegno di legge di stabilità, con conseguente creazione di debito, non ha alcun effetto positivo sull'economia, perché gli operatori, vale a dire famiglie e imprese, non spendono e non investono, consapevoli del fatto che, per ripagare il debito che si crea oggi attraverso il deficit, verranno aumentate le tasse domani;
    se da un lato sarà compito degli organi giudiziari accertare eventuali responsabilità civili e penali che scaturiscono da una gestione viziata del potere per interessi personali, dall'altro lato è ovvio che i cittadini elettori non meritano di essere governati da un Esecutivo la cui autorevolezza viene minata dalle vicende che interessano da vicino il suo più importante membro,
   per tali motivi,
    esprime, ai sensi dell'articolo 94 della Costituzione, la sfiducia nei confronti del Governo.
(1-01084) «Brunetta, Fedriga, Rampelli, Angelucci, Archi, Baldelli, Bergamini, Biancofiore, Biasotti, Brambilla, Calabria, Carfagna, Castiello, Catanoso, Centemero, Luigi Cesaro, Crimi, De Girolamo, Fabrizio Di Stefano, Gregorio Fontana, Riccardo Gallo, Garnero Santanchè, Gelmini, Giacomoni, Giammanco, Alberto Giorgetti, Gullo, Laffranco, Lainati, Longo, Martinelli, Antonio Martino, Milanato, Nizzi, Occhiuto, Palmieri, Palmizio, Petrenga, Picchi, Polidori, Polverini, Prestigiacomo, Ravetto, Romele, Rotondi, Russo, Santelli, Sarro, Elvira Savino, Sandra Savino, Sisto, Squeri, Valentini, Vella, Vito, Allasia, Attaguile, Borghesi, Bossi, Busin, Caparini, Giancarlo Giorgetti, Grimoldi, Guidesi, Invernizzi, Molteni, Gianluca Pini, Rondini, Saltamartini, Simonetti, Cirielli, La Russa, Maietta, Giorgia Meloni, Nastri, Taglialatela, Totaro».

Mozione (ex articolo 115, comma 3, del regolamento):


   La Camera,
   premesso che:
    il decreto-legge 24 gennaio 2015, n. 3, convertito, con modificazioni, dalla legge 24 marzo 2015, n. 33, «Misure urgenti per il sistema bancario e gli investimenti», ha modificato la normativa di riferimento delle banche popolari di cui al Testo unico bancario (decreto legislativo 1o settembre 1993, n. 385). Le disposizioni modificate hanno interessato anche la Banca popolare dell'Etruria e del Lazio di cui il Ministro Boschi, così come indicato nella dichiarazione patrimoniale pubblicata sul sito del Consiglio dei ministri, possedeva circa 1.500 azioni;
    il padre del Ministro, Pier Luigi Boschi, ed il fratello Emanuele Boschi, hanno avuto rapporti professionali e di dipendenza con la suddetta Banca. In particolar modo Pier Luigi Boschi è stato consigliere di amministrazione e, fino al febbraio 2015, anche vice presidente del medesimo consiglio di amministrazione. Nell'esercizio del suo mandato risulterebbe esser stato, inoltre, sanzionato, al pari degli altri vertici dell'istituto, da Banca d'Italia al pagamento di una somma pari a 144 mila euro per sei irregolarità individuate dalla vigilanza: «Violazione delle disposizioni sulla governance», «carenze nell'organizzazione e nei controlli interni», «carenze nella gestione e nel controllo del credito», «carenze nei controlli», «violazioni in materia di trasparenza», «omesse e inesatte segnalazioni agli organi di vigilanza». Emanuele Boschi risulta, invece, esser stato assunto dalla Banca fin dal 2007, giungendo alla posizione di «Program and cost manager»;
    in particolar modo, l'articolo 1 del citato decreto-legge 24 gennaio 2015, n. 3, ha introdotto nuovi limiti dimensionali per le banche popolari disponendone la trasformazione in società per azioni nelle ipotesi di attivi superiori ad 8 miliardi di euro;
    l'approvazione del citato decreto-legge da parte del Consiglio dei ministri è stata preceduta da rilevanti speculazioni finanziarie relative agli istituti di credito interessati dal medesimo provvedimento. In particolar modo, il presidente della Consob, in sede di audizione parlamentare, ha dichiarato che le negoziazioni hanno assunto volumi nell'ordine di 10 milioni di euro;
    da fonti stampa risulterebbe una possibile diffusione di informazioni privilegiate prima del Consiglio dei ministri del 20 gennaio 2015. Altresì, sembrerebbe che il volume delle negoziazioni sia aumentato fin dal 3 gennaio del medesimo anno. Le quotazioni delle azioni hanno registrato incrementi pari ad un minimo dell'8 per cento per Ubi Banca fino a un massimo del 57 per cento proprio per la Banca popolare dell'Etruria e del Lazio;
    agli operatori del mercato è apparso del tutto anomalo un rialzo delle quotazioni della Banca Etruria in considerazione dei gravi problemi finanziari dovuti a sofferenze per un valore complessivo di circa 3 miliardi di euro. Le stesse sofferenze, infatti, hanno indotto il Ministero dell'economia e delle finanze e la Banca d'Italia a commissariare il medesimo istituto di credito;
    l'ipotesi di una possibile speculazione finanziaria di investitori sulle banche popolari, così da fare man bassa di azioni, ha portato anche all'apertura di fascicolo da parte della procura della Repubblica di Roma;
    il Ministro Boschi, durante il Consiglio di ministri che ha approvato il decreto-legge n. 3 del 2015, non era presente, ma ciò non significa che possa essere completamente escluso il suo conflitto di interessi, come si dirà in seguito;
    centro delle operazioni di speculazione sembrerebbe poi essere Londra, dove opera Davide Serra, con il suo fondo Algebris, il quale, come noto, è molto vicino al Presidente del Consiglio Matteo Renzi;
    con il decreto-legge 22 novembre 2015, n. 183, si prevede la costituzione di quattro società per azioni, tra le quali la Nuova Banca dell'Etruria e del Lazio S.p.A., aventi per oggetto lo svolgimento dell'attività di ente-ponte ai sensi dell'articolo 42 del decreto legislativo 16 novembre 2015, n. 180, «con l'obiettivo di mantenere la continuità delle funzioni essenziali precedentemente svolte dalle medesime banche e, quando le condizioni di mercato sono adeguate, cedere a terzi le partecipazioni al capitale o i diritti, le attività o le passività acquistate, in conformità con le disposizioni del medesimo decreto legislativo». Trattasi del «decreto Salva Banche» che, in sostanza, garantisce il salvataggio di 4 banche italiane in dissesto (Banca delle Marche, Banca Popolare dell'Etruria e del Lazio, Cassa di Risparmio di Ferrara, CariChieti) le cui perdite sono state assorbite in parte dagli azionisti e dagli obbligazioni subordinati per un valore complessivo pari a 1 miliardo e 200 milioni di euro;
    la procedura di risoluzione della crisi delle banche è stata predisposta mediante la costituzione di quattro nuovi istituti di credito, di una bad bank e l'avvio della liquidazione coatta amministrativa delle banche in risoluzione. In particolar modo, ai nuovi istituti di credito sono stati trasferiti i diritti, le partecipazioni, le attività e le passività delle banche in risoluzione mentre la bad bank si occuperà della gestione delle sofferenze cedute delle banche in risoluzione;
    la risoluzione della crisi è avvenuta per il tramite della costituzione di un fondo di risoluzione gestito da Intesa-San Paolo, Unicredit e Ubi-Banca. Il costo di tale operazione per il fondo di risoluzione è stato di 3,6 miliardi di euro utilizzati per ricapitalizzare le nuove banche, assorbire le perdite delle banche in risoluzione e dotare le bad bank di un capitale minimo;
    il salvataggio dei quattro istituti di credito ha comportato la perdita del risparmio di 12.500 clienti retail, per un valore complessivo di 431 milioni di euro ed il tragico epilogo di un suicidio. Il pregiudizio subito deriva dalla sottoscrizione di strumenti finanziari rischiosi non adeguati a pensionati, famiglie e piccoli risparmiatori. Tanto è vero che il direttore generale della Banca d'Italia ha dichiarato la necessità di un intervento legislativo per vietare la vendita di strumenti finanziari rischiosi agli sportelli degli istituti bancari;
    la normativa purtroppo vigente nel nostro Paese, di cui alla cosiddetta legge Frattini, non consente di prevenire, far emergere e sanzionare tutti i conflitti di interessi;
    in considerazione delle suddette plausibili operazioni di speculazione finanziaria che hanno preceduto l'emanazione del decreto-legge n. 3 del 2015 ed hanno visto soprattutto Banca Etruria oggetto di acquisto e rivendita di azioni, con rialzi a dir poco eccezionali, dal punto di vista dell'opportunità politica, a giudizio dei firmatari del presente atto anche la mera situazione di pericolo derivante dalla commistione tra l'incarico di Governo e gli interessi economici e finanziari del titolare e dei più prossimi parenti deve essere presa in considerazione;
    per «Il Sole 24 Ore» del 12 febbraio 2015, «le novità del decreto-legge riguardano, soprattutto, l'introduzione dell'obbligo per le banche popolari con un attivo superiore a 8 miliardi di euro, di trasformarsi in società per azioni. Questa informazione, trapelata prima dell'effettiva emanazione del provvedimento, sarebbe filtrata in ambienti finanziari, al punto che intermediari con base a Londra – per conto di altri clienti – avrebbero provveduto all'acquisto di azioni di vari istituti. Tra questi ci sarebbe anche il fondo speculativo Algebris, fondato da Davide Serra, imprenditore vicino al Presidente del Consiglio dei ministri Matteo Renzi, il quale, tuttavia, il 30 gennaio 2015 ha precisato che «investiamo sulle banche popolari da Marzo 2014»;
    si evidenzia che il Ministro Boschi ha dichiarato che i genitori ed i fratelli non hanno prestato il consenso alla pubblicazione sul sito del Governo dei dati inerenti alla loro situazione patrimoniale, ad onta del principio generale di trasparenza;
    i fatti citati e la loro concatenazione temporale, ad avviso dei firmatari del presente atto, gettano un'ombra sul Ministro e la sua funzione istituzionale con riguardo alla cura ed alla salvaguardia degli interessi pubblici, del principio generale di assoluta imparzialità, nonché della necessità di tutelare il risparmio in tutte le sue forme, come espressamente previsto dall'articolo 47 della Costituzione al momento vigente;
    anche il solo sospetto che, attraverso la sua funzione di governo, il Ministro Boschi abbia potuto interagire ovvero influenzare l'intera compagine governativa al fine di perseguire interessi personali e familiari, non ne consente la permanenza nel prosieguo dell'incarico,
   per tali motivi,
    visto l'articolo 94 della Costituzione;
    visto l'articolo 115 del Regolamento della Camera dei deputati;
    esprime la sfiducia al Ministro per le riforme costituzionali e i rapporti con il Parlamento, Maria Elena Boschi, e la impegna a rassegnare immediatamente le dimissioni.
(1-01082) «Crippa, Villarosa, Pesco, Alberti, Di Battista, Agostinelli, Baroni, Basilio, Battelli, Benedetti, Massimiliano Bernini, Paolo Bernini, Nicola Bianchi, Bonafede, Brescia, Brugnerotto, Businarolo, Busto, Cancelleri, Cariello, Carinelli, Caso, Castelli, Cecconi, Chimienti, Ciprini, Colletti, Colonnese, Cominardi, Corda, Cozzolino, Da Villa, Dadone, Daga, Dall'Osso, D'Ambrosio, De Lorenzis, De Rosa, Del Grosso, Della Valle, Dell'Orco, Di Benedetto, Luigi Di Maio, Manlio Di Stefano, Di Vita, Dieni, D'Incà, D'Uva, Fantinati, Ferraresi, Fico, Fraccaro, Frusone, Gagnarli, Gallinella, Luigi Gallo, Silvia Giordano, Grande, Grillo, L'Abbate, Liuzzi, Lombardi, Lorefice, Lupo, Mannino, Mantero, Marzana, Micillo, Nesci, Nuti, Parentela, Petraroli, Pisano, Rizzo, Paolo Nicolò Romano, Ruocco, Sarti, Scagliusi, Sibilia, Sorial, Spadoni, Spessotto, Terzoni, Tofalo, Toninelli, Tripiedi, Vacca, Simone Valente, Vallascas, Vignaroli, Zolezzi».

(Presentata il 14 dicembre 2015).

Mozioni:


   La Camera,
   premesso che:
    il Trattato di non proliferazione nucleare sancisce l'obbligo per l'Italia di non ospitare ordigni nucleari e per gli Stati nucleari, di non dispiegare tali armamenti al di fuori del proprio territorio; nello specifico, l'articolo 1 recita: «Ciascuno degli Stati militarmente nucleari, che sia Parte del Trattato, si impegna a non trasferire a chicchessia armi nucleari o altri congegni nucleari esplosivi, ovvero il controllo su tali armi e congegni esplosivi, direttamente o indirettamente; si impegna inoltre a non assistere, né incoraggiare, né spingere in alcun modo uno Stato militarmente non nucleare a produrre o altrimenti procurarsi armi nucleari o altri congegni nucleari esplosivi, ovvero il controllo su tali armi o congegni esplosivi»;
    secondo quanto affermato dall'Istituto affari internazionali nel documento «Il dibattito sulle armi nucleari tattiche in Italia» nonostante l'esplicito impegno a «creare le condizioni per un mondo senza armi nucleari», il nuovo Concetto strategico della Nato, adottato a Lisbona il 19 novembre 2010, ribadisce che «fintanto che ci sono armi nucleari nel mondo, la Nato rimarrà una Alleanza nucleare». Ultimo caso di dispiegamento avanzato (forward deployment), cinque paesi dell'Alleanza atlantica - Belgio, Germania, Italia, Olanda e Turchia continuano ad ospitare armi nucleari tattiche (Ant) statunitensi all'interno dei propri confini. Il tipo di arma nucleare a disposizione della Nato attualmente ospitata sul territorio europeo è la bomba B-61, che è comunemente classificata come tattica. Attualmente sono in servizio le versioni B61-3, B61-4 e B61-10, costruite tra il 1979 e il 1989, con varie opzioni di potenza da 0.3 a 170 chilotoni. Le bombe possono essere trasportate dagli aerei statunitensi F-15E e F-16C/D e dagli aerei delle forze europee come gli F-16 belgi, olandesi, turchi e i Tornado italiani e tedeschi. Le bombe sono custodite sotto il controllo americano dagli US Munitions Support Squadrons (Munss);
    svariati organi di stampa parlano di atomiche americane presenti in Italia nelle basi di Aviano e Ghedi, di esercitazioni svoltesi nelle stesse per valutare la sicurezza delle armi nucleari e di addestramento specifico rivolto al personale militare per fronteggiare emergenze di carattere nucleare in caso di incidenti con queste stesse armi;
    i siti Internet ufficiali dell'Aeronautica militare statunitense affermano che nella base di Aviano, esistono apparecchiature specifiche per il controllo e la manutenzione di questo genere di armamenti;
    come affermato dalla Corte internazionale di giustizia, mantenere una minaccia nucleare nei confronti di altri Paesi è un illecito e per di più le armi nucleari in territorio italiano rappresentano un pericolo per la salute e la vita di chi vive nei pressi di una installazione nucleare militare;
    in una risposta all'interrogazione n. 4/01188 della deputata Basilio (M5S), il Ministro della difesa pro tempore, Sen. Mauro, affermava che: «Anche l'Alleanza Atlantica ha aggiornato periodicamente la propria politica di difesa, inclusa la componente nucleare. Il processo di revisione è iniziato nel 2010 a Lisbona e ha portato all'approvazione, nel 2012, della Revisione della difesa e della deterrenza dell'Alleanza Atlantica (Defence and deterrence posture review - Ddpr), la quale delinea il mix ottimale (”appropriate mix”) di forze nucleari, convenzionali e di difesa missilistica necessarie per garantire la sicurezza e la difesa dell'Alleanza e per perseguire gli impegni annunciati nel nuovo concetto strategico relativi alla difesa collettiva, alla gestione delle crisi e alla sicurezza cooperativa. La Defence and deterrence posture review, nel ribadire che finché esisteranno armi nucleari la deterrenza nucleare rappresenterà un elemento indispensabile per la sicurezza dell'Alleanza e dei suoi stati membri»;
    nella stessa risposta all'interrogazione il Ministro della difesa pro tempore affermava tra l'altro «Con riferimento alla questione della presenza di armi nucleari in Europa, si fa rilevare che l'Alleanza, pur mantenendo un atteggiamento assolutamente trasparente sulla propria strategia nucleare e sulla natura del proprio dispositivo in Europa, non può agire, tuttavia, a discapito della sicurezza di questo dispositivo e della riservatezza che è indispensabile avere in relazione ai siti, la loro dislocazione, i quantitativi e la tipologia di armamento in essi contenuti. Una riservatezza che non può essere violata unilateralmente da un singolo paese dell'Alleanza, perché la deterrenza nucleare è un bene ed un onere collettivo che lega collegialmente tutti i paesi alleati. La tipologia e la qualità delle informazioni rilasciabili sugli armamenti nucleari è quindi una decisione politica collettiva ed unanime degli alleati, cui nessun Paese può sottrarsi, pena la violazione del patto di alleanza liberamente sottoscritto e del vincolo di riservatezza che da esso ne discende.» Questa affermazione appare, secondo gli interroganti, in contrasto però con il fatto che la presenza di armi nucleari tattiche nelle basi militari di Ghedi ed Aviano è stata resa nota – unilateralmente evidentemente – dal Congresso degli Stati Uniti d'America. Senatori e deputati degli USA, nonché semplici cittadini attraverso il Freedom of Information Act, evidentemente, godono di un potere di conoscenza superiore a quello degli altri Paesi membri;
    la legge 9 luglio 1990, n. 185, vieta espressamente la fabbricazione, l'importazione, di armi biologiche, chimiche e nucleari, nonché la ricerca preordinata alla loro produzione o la cessione della relativa tecnologia;
    il divieto di cui alla legge n. 185 del 9 luglio 1990 si applica anche agli strumenti e alle tecnologie specificamente progettate per la costruzione delle suddette armi;
    l'Italia ha da sempre dichiarato di non far parte del «club atomico» con tutti gli obblighi internazionali che ne derivano;
    per ben due volte il popolo italiano ha rifiutato, con due referendum, l'opzione nucleare, anche solo per fini civili,

impegna il Governo:

   a relazionare al Parlamento sulla presenza in Italia di armi nucleari, sulla loro dislocazione e potenza non facendosi più «paravento» di un vincolo atlantico alla riservatezza inesistente per i cittadini ed i parlamentari USA;
   a dichiarare l'indisponibilità dell'Italia ad utilizzare armi nucleari escludendo l'acquisizione, per i propri sistemi d'arma, di tecnologie in grado di rendere gli stessi atti all'impiego di armi nucleari;
   a non procedere all'ammodernamento degli aerei Tornado attualmente abilitati al trasporto di bombe nucleari per renderli idonei all'impiego delle bombe nucleari B61-12 di prevista prossima introduzione nell'arsenale statunitense;
   a non acquisire le componenti software e hardware necessarie per rendere gli aerei F-35 eventualmente destinati all'Aeronautica militare idonei al trasporto di armi nucleari;
   ad assumere iniziative per prevedere il divieto di attracco in porti e moli nazionali di navi o sommergibili, anche di Paesi alleati, che abbiano a bordo armi nucleari.
(1-01081) «Basilio, Frusone, Corda, Rizzo, Tofalo, Paolo Bernini, D'Incà, Sorial, Cozzolino, Crippa, Del Grosso, Brugnerotto, Pesco, Agostinelli, Alberti, Baroni, Battelli, Benedetti, Massimiliano Bernini, Nicola Bianchi, Bonafede, Brescia, Businarolo, Busto, Cancelleri, Cariello, Carinelli, Caso, Castelli, Cecconi, Chimienti, Ciprini, Colletti, Colonnese, Cominardi, Da Villa, Dadone, Daga, Dall'Osso, D'Ambrosio, De Lorenzis, De Rosa, Della Valle, Dell'Orco, Di Battista, Di Benedetto, Luigi Di Maio, Manlio Di Stefano, Di Vita, Dieni, D'Uva, Fantinati, Ferraresi, Fico, Fraccaro, Gagnarli, Gallinella, Luigi Gallo, Silvia Giordano, Grande, Grillo, L'Abbate, Liuzzi, Lombardi, Lorefice, Lupo, Mannino, Mantero, Marzana, Micillo, Nesci, Nuti, Parentela, Petraroli, Pisano, Paolo Nicolò Romano, Ruocco, Sarti, Scagliusi, Sibilia, Spadoni, Spessotto, Terzoni, Toninelli, Tripiedi, Vacca, Simone Valente, Vallascas, Vignaroli, Villarosa, Zolezzi».


   La Camera,
   premesso che:
    in data 22 novembre 2015, il Governo ha approvato il cosiddetto «salva banche», un decreto tramite il quale sono state salvate dal fallimento alcune piccole banche locali che erano da anni in grave difficoltà: Banca dell'Etruria, Banca Marche e le Casse di Risparmio di Ferrara e di Chieti;
    come detto da tempo le quattro banche salvate erano in grave difficoltà a causa di cattive pratiche di amministrazione: tutte e quattro erano già state commissariate, ovvero poste sotto la gestione di amministratori nominati dal Governo;
    il salvataggio è avvenuto in base alle nuove regole europee che hanno causato perdite agli azionisti e a molti cittadini che avevano investito denaro nelle obbligazioni delle quattro banche;
    la notizia è uscita sulla prime pagine dei giornali solamente negli ultimi giorni, sostanzialmente in seguito al drammatico suicidio di un pensionato a Civitavecchia – attribuito dalla sua famiglia alla perdita dei risparmi seguita al fallimento della sua banca – e al coinvolgimento del Ministro per le riforme costituzionali e i rapporti con il Parlamento, Maria Elena Boschi, il cui padre è stato per anni un membro del consiglio d'amministrazione di Banca dell'Etruria, una delle banche salvate dal decreto;
    sebbene il ministro Boschi fosse assente al Consiglio dei ministri che ha emanato il decreto così detto «salva banche», ciò a giudizio dei firmatari del presente atto di indirizzo non fa venir meno l'evidenza di un conflitto di interessi configurabile in capo alla stessa per l'ovvia motivazione che, nel consiglio di amministrazione di Etruria dal 2011 c'era anche Pierluigi Boschi, padre dell'attuale Ministro per le riforme costituzionali e i rapporti con il Parlamento, Boschi, sanzionato insieme ad altri membri del consiglio di amministrazione per carenze di organizzazione e controlli interni, violazioni in materia di trasparenza e omesse o inesatte segnalazioni, e che poi è diventato vicepresidente, quasi contemporaneamente all'arrivo della figlia al Governo e per otto mesi;
    la situazione configuratasi a seguito del decreto cosiddetto «salva banche», con particolare riferimento alla posizione del Ministro per le riforme costituzionali e i rapporti con il Parlamento, Maria Elena Boschi, non può non apparire gravissima;
    su una vicenda tanto delicata – che vede coinvolto un Ministro della Repubblica in una situazione a giudizio dei firmatari del presente atto di indirizzo di conflitto di interessi – con eco a livello internazionale, oltre che nazionale, non ha fatto peraltro seguito alcun chiarimento dalla stessa Ministra coinvolta;
    è evidente la necessità di un intervento urgente e significativo del Governo atto ad evitare che i componenti del Consiglio dei ministri versino in situazione di conflitto di interessi,

impegna il Governo

a garantire che tutti i componenti del Consiglio dei Ministri non versino in situazioni che possano configurare un conflitto di interessi, assumendo iniziative volte a evitare comportamenti e le condotte che lo possano configurare.
(1-01083) «Scotto, Quaranta, Paglia, Fassina, D'attorre, Costantino, Airaudo, Franco Bordo, Duranti, Daniele Farina, Fava, Ferrara, Folino, Fratoianni, Carlo Galli, Giancarlo Giordano, Gregori, Kronbichler, Marcon, Melilla, Nicchi, Palazzotto, Pannarale, Pellegrino, Piras, Placido, Ricciatti, Sannicandro, Zaratti, Zaccagnini».

Risoluzioni in Commissione:


   La II Commissione,
   premesso che:
    lo straniero perseguitato nel suo Paese di origine può trovare asilo e protezione in Italia a seguito di una specifica domanda di riconoscimento dello status di rifugiato per il timore fondato di essere perseguitato per motivi di razza, religione, nazionalità, appartenenza ad un determinato gruppo sociale o opinione politica;
    il numero dei richiedenti asilo in Italia, per limitarci al primo semestre dell'anno, ammonta a 30.150 (dati Eurostat del 18 settembre 2015);
    nel 2014 le domande presentate sono state 64.886 a fronte delle 26.620 del 2013;
    il forte incremento è collegato alla notevole ripresa dei flussi migratori motivati sempre di più dalla situazione socio-politica dei Paesi di provenienza;
    nel nostro Paese agli oneri connessi all'aumento del numero dei richiedenti asilo si è fatto fronte con numerosi provvedimenti: da ultimo la legge di stabilità 2015 ha incrementato di ulteriori 187,5 milioni di euro il fondo per i richiedenti asilo. È stato aumentato numero delle commissioni territoriali (passate da 10 a 20) per il riconoscimento della protezione internazionale;
    le stesse sono state insediate presso le prefetture, le quali forniscono il necessario supporto organizzativo e logistico. Le commissioni territoriali, in effetti, esaminano le domande di chi arriva in Italia; a seguito dell'istruttoria possono riconoscere lo status di rifugiato e in questo caso rilasciano un provvedimento che consente al richiedente di ritirare in questura il permesso di soggiorno per asilo;
    le commissioni, se ritengono che sussista il rischio effettivo di un grave danno in caso di rientro nel Paese di origine, possono anche non riconoscere lo status di rifugiato ma concedere la protezione sussidiaria. In tal caso il soggetto interessato può ritirare il permesso di soggiorno per protezione sussidiaria negli uffici della questura. Qualora non possa essere riconosciuto lo status di rifugiato, le commissioni, eventualmente ritenendo che sussistano gravi motivi di carattere umanitario chiedono alla questura che venga concesso al richiedente un permesso di soggiorno per motivi umanitari;
    le commissioni, peraltro, possono non riconoscere lo status di rifugiato e rigettare la domanda per manifesta infondatezza. Contro le decisioni della commissione territoriale si può ricorrere al tribunale chiedendo la sospensione quando ricorrano gravi e fondati motivi. Dunque chi riceve il diniego può ricorrere all'autorità giudiziaria naturalmente assistito da un legale messo a disposizione dallo Stato;
    infatti, l'articolo 24 della Costituzione recita che: «Tutti possono agire in giudizio per la tutela dei propri diritti ed interessi legittimi. La difesa è diritto inviolabile in ogni stato e grado del procedimento. Sono assicurati ai meno abbienti, con appositi istituti, i mezzi per agire e difendersi davanti ad ogni giurisdizione. La legge determina le condizioni e i modi di riparazione degli errori giudiziari»;
    lo Stato italiano garantisce, in effetti, ai cittadini in possesso di determinati requisiti di reddito, di avvalersi della tutela legale senza farsi carico delle spese processuali. Il patrocinio a spese dello Stato per tutti, italiani e stranieri, comunitari e non appartenenti all'Unione europea è previsto nei processi penali, civili, amministrativi, contabili e di volontaria giurisdizione innanzi ai tribunali, alle corti d'appello, alla corte di Cassazione, ai magistrati ed ai tribunali di sorveglianza, ai tribunali amministrativi regionali e al Consiglio di Stato;
    durante il complesso procedimento di richiesta dell'asilo, ai migranti è consentito di rimanere negli specifici centri continuando a percepire il contributo previsto dal sistema di accoglienza. Lo Stato deve altresì erogare agli avvocati parcelle per il gratuito patrocinio con relativo esborso di somme consistenti, che può arrivare a somme molto consistenti; più in generale la legge obbliga i giudici ad emettere la sentenza, contro la decisione delle commissioni territoriali, entro un tempo definito tempo che, normalmente supera di gran lunga i termini fissati per legge;
    contro la decisione del giudice si può ricorrere in appello ed anche in Cassazione;
    nel 2015 le statistiche pubblicate dal Ministero dell'interno parlano di un aumento della percentuale di dinieghi che salito al 50 per cento delle domande valutate;
    attualmente il sistema previsto per la concessione del diritto di asilo ha una capacità di esame di circa 50 mila domande all'anno;
    quello dell'asilo è un diritto costituzionalmente riconosciuto, pertanto non vi è una competenza, come negli altri Stati europei di un giudice speciale o di un giudice amministrativo, ma semplicemente la competenza esclusiva del giudice ordinario: con tutte le conseguenze procedurali e temporali che la cosa comporta;
    a seguito degli accordi e dello stesso rispetto delle norme internazionali, il nostro Paese ha obbligo (fino a quando non risulti completata la procedura giudiziaria) di assicurare ai migranti le migliori condizioni di vita e di permanenza nel, nostro Paese. Si ricorda anche che la proposizione del ricorso giurisdizionale sospende automaticamente l'esecutività del diniego, tranne i casi predeterminati dalla legge, in cui è necessaria la convalida da parte del magistrato;
    va anche sottolineato che il percorso per il riconoscimento del diritto di asilo risulta molto complesso, e lo straniero ha il diritto di esercitarlo al momento stesso dell'ingresso nel nostro Paese;
    la richiesta deve essere formalizzata presso la questura competente o in un altro qualsiasi posto di polizia con la presentazione del cosiddetto modello C3 che viene compilato con assistenza linguistica dalle forze di polizia. Questo costituisce il momento di formalizzazione della domanda attraverso la quale la persona fa il suo ingresso nel sistema del diritto di asilo;
    il suo caso, quindi, viene caricato automaticamente nel sistema informatico Vestanet ed attribuito alla commissione territorialmente competente. I tempi medi per l'espletamento della pratica sono, attualmente, di 215 giorni;
    si può comunque rilevare che non esiste un quadro di riferimento omogeneo in tutto il Paese: ci sono zone nelle quali le procedure vengono espletate definitivamente in 60/80 giorni ed altre (ci si riferisce alle grandi aree metropolitane) in cui occorre molto più tempo per pervenire a risultati definitivi;
    si rileva, peraltro, come l'articolo 16 comma 2, del decreto-legislativo n. 25 del 2008 preveda che nel caso di impugnazioni delle decisioni in sede giurisdizionale, il cittadino straniero venga assistito da un avvocato ed ammesso al gratuito patrocinio (articolo 16, comma 2,del decreto legislativo n. 25 del 2008);
    è del tutto evidente come il ricorso contro il diniego da parte delle commissioni territoriali, oltre a provocare (specie in considerazione dell'entità del fenomeno) l’«intasamento» dei tribunali, determini, anche un ulteriore, e preoccupante aumento di costi per la collettività: lo Stato deve, infatti, farsi carico delle parcelle degli avvocati e del mantenimento dei migranti che, in attesa del giudizio definitivo, continuano ovviamente a risiedere nel territorio italiano,

impegna il Governo:

   ad adottare iniziative, eventualmente di natura normativa, al fine di accelerare la definizione dei contenziosi aventi ad oggetto i ricorsi al giudice in caso di diniego della richiesta di asilo;
   ad assumere iniziative per introdurre una specifica disciplina del gratuito patrocinio in relazione, ai contenziosi aventi ad oggetto la richiesta di asilo, al fine di razionalizzare e ridurre, senza pregiudicare il diritto alla difesa di cui all'articolo 24 della Costituzione, le spese a carico dello Stato.
(7-00867) «Pagano».


   La X Commissione,
   premesso che:
    la chimica italiana ha una lunga storia, fatta di numerosi insediamenti industriali sparsi in tutta la penisola oltre che di attività di ricerca e sviluppo ai massimi livelli, basti pensare al premio Nobel Natta che inventò nel 1963 il polipropilene isotattico ed il polietilene ad alta densità;
    a livello mondiale questo comparto rappresenta ancora una realtà industriale alquanto dinamica, con un volume d'affari di oltre 3.000 miliardi di dollari;
    malgrado la forte tradizione del nostro Paese in questo settore, l'industria chimica italiana ha subito una significativa contrazione dovuta ad una serie di fattori, tra cui possiamo citare: a) le distorsioni dagli anni ’70 (dalla scalata di quella che fu, secondo i firmatari del presente atto di indirizzo, l'ambigua figura di Cefis, alla prima avventura parallela dello stesso con Montedison, allo scandalo dei petroli su fino all’affaire Enimont, passando per le mille influenze negative della politica); b) il consistente ritardo nell'innovazione impiantistica e nella riconversione industriale che si sarebbero dovute realizzare negli anni ’80; c) la colpevole disattenzione dei vertici industriali e politici nei confronti di una degradazione irreversibile degli ambienti circostanti e dell'impatto sulla salute di cittadini e lavoratori; d) un programma di dismissioni incontrollate di impianti nei confronti di gestori non interessati a garantire la sicurezza dal rischio chimico e la protezione dall'inquinamento (si veda oltre), poiché attenti solamente al profitto immediato e non a qualificare la produzione; infine, e) la sempre più agguerrita concorrenza estera. A causa di quest'incuria e del sistematico (e a parere di molti, tra cui i firmatari del presente atto di indirizzo, voluto) scadimento che ne è derivato, l'industria chimica ha ormai da tempo un'immagine connotata come più obsoleta, non conveniente, fortemente impattante ed inquinante; si tratta di uno dei più grandi sprechi che ha subito il nostro Paese, ben descritto nel volume «Il declino dell'Italia industriale» di Luciano Gallino;
   nello stesso rapporto di Federchimica del luglio 2015 su «Situazione e prospettive per l'industria chimica», viene evidenziato come «l'intensità della ripresa rimarrà modesta e le conseguenze della crisi continueranno a farsi sentire soprattutto per le piccole e medie imprese chimiche più dipendenti dal mercato interno i cui livelli di attività risultano, nella maggior parte dei casi, ancora decisamente inferiori al pre-crisi»;
    è opportuno ricordare che proprio la petrolchimica ha comportato ingenti danni ambientali e per la salute di lavoratori e abitanti in diverse località italiane, come Porto Marghera, Porto Torres, Gela e Priolo. I territori delle città sopra menzionate hanno fatto registrare una media di mortalità della popolazione per malattie tumorali ben al di sopra di quella nazionale;
    questi siti industriali, molti dei quali dismessi o in dismissione, potrebbero tuttavia essere proficuamente riutilizzati impiegandoli nella green economy, e in particolare nella green chemistry;
    il concetto di chimica sostenibile è supportato a oggi da tutta la chimica italiana, che lo ha concretizzato nell'iniziativa volontaria «Responsible Care», i cui fondamenti sono basati sull'impegno delle industrie chimiche:
     a migliorare continuamente prodotti, processi e comportamenti nelle aree della sicurezza, salute e ambiente, in modo da contribuire in maniera significativa allo sviluppo sostenibile dell'industria, delle comunità locali e della società;
     a potenziare la sicurezza e migliorare la salute dei dipendenti e della popolazione che vive nei pressi dei siti industriali (investimenti in sicurezza e in minor impatto ambientale);
     a incrementare la protezione dell'ambiente limitando il più possibile le emissioni nell'aria (meno gas-serra e sostanze volatili), nell'acqua e nel suolo, per ridurre l'impatto ambientale delle attività industriali sul cambiamento climatico e sulle comunità adiacenti;
    per quanto riguarda la chimica verde, il nostro Paese vanta attualmente eccellenze di valore mondiale che stanno consentendo, ad esempio, di trasformare il vecchio ed inquinante petrolchimico di Porto Torres in una bioraffineria; una specializzazione in tal senso potrebbe contribuire significativamente alla ripresa dell'economia italiana, se il settore potesse avvalersi di una normativa nazionale che razionalizzasse con un piano la realizzazione di nuove bioraffinerie, tenendo conto delle loro esternalità ambientali e sociali, e diffondesse presso l'opinione pubblica la conoscenza delle positive innovazioni connesse;
   in Italia esistono eccellenze industriali nel settore della green chemistry, in particolare nel settore delle bioplastiche e in quello dei biocarburanti di seconda e terza generazione, che andrebbero opportunamente sfruttate. In particolare, ci sono imprese che hanno realizzato investimenti importanti su questo comparto, tra le quali Mossi&Ghisolfi, Novamont ed Eni;
    l'Eni, per bocca dell'attuale amministratore delegato De Scalzi, ha illustrato, nell'audizione del 5 novembre 2014 presso la Commissione attività produttive della Camera dei deputati, il valore strategico della chimica verde, che rappresenta per Versalis una opportunità di business con elevate prospettive di crescita e complementare alla chimica tradizionale, confermando ciò che aveva dichiarato sempre in audizione il suo predecessore Scaroni: «Vogliamo fare della Versalis il leader mondiale del settore della chimica verde». Ad oggi, purtuttavia, il futuro aziendale di Versalis è bloccato, in quanto, all'ultimo tavolo istituzionale del 17 novembre 2015, convocato per discutere sulla situazione aziendale di Mantova dopo le voci di possibili cessioni di quote a un fondo di investimento americano, non hanno partecipato il presidente e l'amministratore delegato di Eni Versalis Spa;
    Versalis ha forti relazioni commerciali con clienti che operano a livello globale, come Pirelli, Bridgestone e Continental e questo le consente di espandere il suo business (e l'importanza della chimica innovativa italiana) a livello mondiale, grazie anche a un eccellente struttura di ricerca e sviluppo: basti pensare che Versalis ha un portafoglio di circa 400 brevetti;
    secondo quanto affermato dai rappresentanti dei lavoratori dell'azienda, l'Eni sarebbe invece intenzionata ad abbandonare progressivamente il settore della chimica, con una retromarcia preoccupante e poco comprensibile rispetto a quello che i suoi massimi responsabili hanno dichiarato fino a oggi. Come evidenziato da ultimo dall'inchiesta giornalistica trasmessa il 13 dicembre 2015 nella trasmissione Report (da cui sono emersi anche taluni aspetti preoccupanti dal punto di vista del reale interesse pubblico e della legalità), appare evidente, secondo i firmatari del presente atto di indirizzo, che l'unica strategia di Eni sembrerebbe quella di dismettere rapidamente tutta una serie di partecipazioni, compresa la chimica, contraddicendo indirizzi precedentemente dichiarati e senza, di fatto, avere elaborato ed esposto una precisa strategia industriale;
    è inoltre opportuno ricordare quanto siano state inconcludenti, per i firmatari del presente atto di indirizzo, le dismissioni incontrollate della chimica avviate negli anni ’90, e come tali passaggi spesso abbiano lasciato scaturire non solo gravissimi rischi per la sicurezza (basta l'esempio dell'incidente Dow Chemical del 2002 a Porto Marghera), accompagnati da un deplorevole susseguirsi di scarichi di responsabilità nella gestione dei danni lasciati negli anni (è il caso della chimica del cloro, che ha lasciato terreni fortemente inquinati a carico del sistema pubblico), ma anche la continua riduzione dei costi di manutenzione, con gravi rischi conseguenti per gli impianti e quindi per i cittadini. E spiace osservare come oggi si stia purtroppo riproponendo, a giudizio dei firmatari del presente atto di indirizzo, un modello similare, nel quale si profilano cessioni nei confronti di un piccolo fondo americano che da una parte non appare in grado di onorare pienamente gli impegni finanziari, dall'altra non sembra poter offrire garanzie circa il mantenimento in sicurezza degli impianti nei confronti del rischio chimico per lavoratori e popolazioni circostanti;
    quanto alla ricerca, come esposto in audizione un rappresentante del Cnr nell'ambito dell'indagine conoscitiva sulla green economy presso le Commissioni ambiente ed attività produttive alla Camera, in tutto il mondo si manifesta una crescita esponenziale delle pubblicazioni scientifiche sulla chimica verde o, più correttamente, sulle biotecnologie bianche, e cioè quella branca delle biotecnologie che ha portato negli ultimi anni fortissimi sviluppi nella degradazione enzimatica della biomassa, passaggio cruciale per l'applicazione all'interno dei processi produttivi: a sostituzione delle materie prime per l'industria petrolchimica, con una materia prima rinnovabile, naturale, che porta quasi a zero il bilancio di CO2; dalla chimica verde, infatti, si ottengono quelli che vengono definiti «bio-based products», cioè prodotti ottenuti in tutto o in parte da materiali di origine biologica, con esclusione delle fonti fossili e minerarie, cioè dei materiali non rinnovabili;
    in relazione al recentissimo accordo di Parigi COP21, è evidente che, per soddisfare le esigenze di una significativa riduzione di CO2 nei processi industriali, saranno necessarie le tecnologie più avanzate; solo un'industria chimica reindirizzata verso obiettivi di vera sostenibilità e in grado di affiancarsi agli altri comparti industriali per conseguire i necessari adattamenti, potrà consentire al nostro Paese di mettere a frutto le proprie competenze tecniche e acquisire un ruolo-guida nei confronti degli ambiziosi obiettivi di riduzione dei consumi e dell'impatto ambientale. A ciò si aggiunge l'esigenza di sostenere in tempi brevi la prevista transizione ai nuovi modelli di sviluppo a basso impatto, in grado di ridurre – anche con nuove tecnologie – le grandi quantità di inquinanti locali presenti nelle aree urbane e in alcune aree del Paese, come la pianura padana;
    la trasformazione delle biomasse di origine agricola, industriale o naturale in sostanze chimiche, sia per impiego energetico, sia per impiego industriale, è un processo chimico; da queste trasformazioni si ottengono sostanze che possono essere utilizzate sia per produrre direttamente energia (biocombustibili), sia per produrre composti chimici intermedi che a loro volta vengono trasformati in ulteriori prodotti, al pari di quanto già succede con le fonti fossili; d'altro canto le biomasse furono la prima fonte di materie prime per la chimica fino agli anni ’20 del secolo scorso, quando la grande disponibilità di petrolio ha spostato l'approvvigionamento sulle fonti fossili;
    nel 2013, quattro soci fondatori, tra i quali Federchimica, hanno dato vita al Cluster tecnologico nazionale «Chimica Verde», su impulso del Ministero dell'istruzione, dell'università e della ricerca e in linea con gli indirizzi della Commissione europea in tema di bioeconomia. Obiettivo del Cluster è quello di incoraggiare lo sviluppo delle bioindustrie in Italia attraverso un approccio interdisciplinare e globale all'innovazione;
    nel 2014, gli aderenti al Cluster hanno poi fondato l'Associazione «SPRING – Sustainable Processes and Resources for Innovation and National Growth». Con lo scopo di gestire le attività inerenti al Cluster, gli oltre 100 soggetti aderenti a SPRING vedono nella costruzione di bioraffinerie avanzate, integrate nel territorio e rivolte principalmente a produzioni innovative ad alto valore aggiunto, un'opportunità per affermare un nuovo modello socio-economico e culturale, prima ancora che industriale, dando una corretta priorità all'uso delle biomasse, nel rispetto della biodiversità locale e delle colture alimentari, e con la creazione di nuovi posti di lavoro. Già ora ci sono potenzialità per più di un miliardo di euro di investimenti privati e per oltre 1.600 addetti;
    il Cnr stesso rileva come in Italia ci siano investimenti importanti, citando l'esempio del lancio di un bando interno presso il medesimo centro di ricerche per partecipare a un progetto premiale per il quale ha ricevuto, con sorpresa degli stessi organizzatori, più di 400 risposte dai ricercatori, i quali hanno chiesto di poter mettere a disposizione le proprie competenze, ritenendo che fossero congrue e ben inquadrate all'interno della chimica verde;
    a marzo del 2015 è stato inoltre firmato l'Accordo di programma tra Consiglio nazionale delle ricerche e Federchimica, grazie al quale sono previste alcune attività per le imprese che possono favorire i contatti con l'istituto di ricerca; l'accordo fissa alcuni passi operativi che permetteranno al Consiglio nazionale delle ricerche di mettersi a disposizione delle imprese chimiche, soprattutto medio-piccole, con oltre 800 i Ricercatori specializzati nelle scienze chimiche. In breve, l'accordo, intende:
     far conoscere alle imprese il potenziale di ricerca che il Consiglio nazionale delle ricerche può mettere a disposizione;
     fornire informazioni sulle competente scientifiche e sulle esperienze di collaborazione industriale dei vari Dipartimenti del Consiglio nazionale delle ricerche che si interessano di chimica;
     elaborare eventuali modelli contrattuali semplificati per favorire la collaborazione tra i ricercatori del Consiglio nazionale delle ricerche e le imprese, anche con nuove formule d'inserimento di risorse umane qualificate;
     avviare alcuni «Progetti Bandiera», come la «Chimica delle Formulazioni»;
    alcune associazioni di settore di Federchimica si sono attivate per i «Progetti Bandiera»: AISPEC (Associazione Nazionale imprese chimica fine e settori specialistici) ha già individuato una dozzina di imprese con le quali il Consiglio nazionale delle ricerche, metterà in atto possibili collaborazioni. AISPEC, inoltre, sta focalizzando i principali trend tecnologici delle imprese sulla «Chimica delle Formulazioni», che intende condividere con il Consiglio nazionale delle ricerche, al fine di indirizzare meglio la sua futura attività di ricerca;
    il Consiglio nazionale delle ricerche ritiene inoltre che una vasta opera di formazione sarebbe importante perché la chimica verde e la green economy in generale, non prevede occupazione solo ai più alti livelli di specializzazione. Bisognerebbe riuscire a ricreare una versione rinnovata di quei poli chimici che ebbero a lungo un ruolo di primo piano in Italia, riconvertendoli in direzione «verde», per inquinare meno e produrre materiali innovativi, tornando così concorrenziali sul mercato in un settore ad alto valore aggiunto;
    nelle bioplastiche, ad esempio, l'Italia è già molto competitiva. Il fatto che una delle nostre aziende abbia vinto la gara per fornire il catering alle Olimpiadi di Londra, con servizio in plastiche biodegradabili, significa che esistono le basi di una presenza competitiva italiana, e che, anche dal punto di vista occupazionale, potremmo sviluppare opportunità vantaggiose. Anche se il saldo occupazionale nelle qualifiche meno elevate non dovesse migliorare significativamente, con uno sviluppo in tal senso si tutelerebbero per lo meno gli impieghi delle maestranze attualmente ancora occupate nella chimica, che invece sarebbero fortemente a rischio se il settore non si rinnovasse, rimanendo attaccato a produzioni non sostenibili che lo condannerebbero a un inesorabile declino;
    il Consiglio nazionale delle ricerche sta spingendo una parte importante della ricerca verso questo approccio green: sicuramente per quanto riguarda la chimica, parte della fisica e gran parte dell'ingegneria, che ovviamente ha un ruolo decisivo anche per i suoi riflessi sul settore dell'edilizia, sull'occupazione e sul governo del territorio;
    quanto all'integrazione territoriale, questa è favorita anche da dimensioni degli impianti tali da consentire un loro inserimento nel contesto locale in sintonia con il territorio, ben accetto dalle comunità limitrofe, grazie anche all'oggettivo valore economico, occupazionale e di sostenibilità ambientale, nonché di innovazione pervasiva su tutta la catena del valore a monte e a valle;
    al di là del valore importante del radicamento e dell'integrazione, le imprese di questo ambito giocano un ruolo estremamente importante nella produzione di materiali con un grado di specializzazione spesso elevato, vitali per settori industriali diversi: l'industria della carta, quella tessile, farmaceutica, della gomma, cosmetica, alimentare, delle materie plastiche, degli adesivi, dei biofertilizzanti e molte altre ancora dipendono già ora da forniture derivate da biomasse, dalle quali traggono a loro volta molteplici prodotti destinati a usi tecnici, e spesso a usi quotidiani. Questo tessuto di imprese, con le loro competenze e il loro radicamento, costituisce la base dell'attuale sistema industriale della bioeconomia e il presupposto per il suo sviluppo ulteriore in termini di innovazione e sostenibilità. Il settore conosce infatti in questo momento profondo processo di rinnovamento che riguarda i tre livelli che lo caratterizzano: tecnologie, bioraffinerie, bioprodotti;
    occorre definire e attuare una strategia nazionale in grado di affrontare tutti questi complessi nodi e che permetta alla green economy di svolgere un ruolo essenziale, partendo dall'individuazione di alcuni obiettivi concreti, attuabili e in grado di delineare la rotta che si vuole perseguire; obiettivi che, se conseguiti, possono contribuire ad un rilancio dell'intero comparto produttivo del settore;
    lo sviluppo sostenibile, chiave di volta del progresso tecnologico nel nuovo secolo, impone infatti alle scienze chimiche di giocare un ruolo primario nella riconversione di vecchie tecnologie in nuovi processi puliti, e nella progettazione di nuovi prodotti e nuovi processi eco-compatibili;
    anche le imprese di assofertilizzanti, ad esempio, hanno da sempre condiviso la necessità di una attenzione sempre maggiore al consumatore, all'ambiente, al prodotto e anche al processo, in quanto convinte che solo con la qualità, nella sua accezione più ampia, si potrà far fronte alla competizione globale, facendo emergere, anche in questo settore, l'eccellenza del made in Italy;
    se la reindustrializzazione dei poli chimici dovesse quindi realizzarsi, tramite investimenti di medio e lungo periodo in direzione di una chimica da fonti rinnovabili, o chimica verde, accompagnandosi a politiche di bonifica del territorio e piani per il riciclaggio di materie prime seconde, ciò potrebbe rappresentare una soluzione alla crisi del settore che non susciterebbe apprensione o diffidenza da parte dei segmenti di opinione pubblica più attenti all'impatto ambientale degli insediamenti industriali e più sensibili alle loro conseguenze sulla salute dei cittadini, anche perché l'obiettivo della chimica verde è ridurre le emissioni di anidride carbonica in atmosfera, grazie all'affrancamento dalle fonti fossili, nonché valorizzare le risorse del territorio, riducendo al contempo il peso dell'importazione di materie prime come il greggio;
    in base a quanto prospettato da Assocostieri, nei prossimi quindici anni la differenza tra i consumi di benzina (inclusi i biocarburanti) e quelli di gasolio (sempre inclusi i biocarburanti) dovrebbe aumentare dagli oltre 15 milioni di tonnellate (10 a 25,3) del 2010, agli oltre 17 previsti per il 2020 e il 2025 (rispettivamente, 8,1 contro 25,5 e 7,9 contro 25,1 milioni di tonnellate);
    in un simile contesto, la previsione della domanda di biocarburanti dovrebbe essere pari a 600 mila tonnellate di bioetanolo e bio-ETBE nel 2020 e leggermente meno nel 2025, a causa della riduzione dei consumi totali di benzina. Per il biodiesel la domanda si prevede pari a circa 2 milioni di tonnellate nel 2020 e 1,9 milioni di tonnellate nel 2025; tuttavia, i dati dei consumi petroliferi registrati nel corso del 2012 impongono una profonda riflessione su tali previsioni;
    con la legge n. 134 del 2012 è stata introdotta una procedura autorizzativa per le importazioni di biocarburanti;
    la chimica verde potrà inoltre inserirsi in maniera importante nelle tecnologie di produzione di materia da vegetali, come l'utilizzo della canapa; potrà altresì consentire il recupero di materia da frazione organica dei rifiuti solidi urbani (FORSU), limitando in particolare il ricorso a fertilizzanti di sintesi;
    in questo contesto di grande fermento innovativo del settore appare strategica la scelta di incentivare la nascita di filiere a ciclo chiuso, indicatori e propulsori di forte competitività in un ambito come quello della chimica verde, nella sua più ampia accezione,

impegna il Governo:

   ad assumere iniziative per salvaguardare i brevetti del settore industriale chimico italiano affinché rimangano patrimonio intellettuale dell'Italia (troppo generico);
   ad istituire un tavolo di confronto con le regioni interessate per individuare soluzioni alternative nel caso dovessero venire meno, sul rispettivo territorio, le attività sulla chimica verde già programmate, promesse o comunque prefigurate, e per non perdere né le conoscenze né le competenze finora acquisite nel settore chimico;
   ad assumere iniziative volte a sostenere la «chimica verde» in coerenza con la strategia della biochimica sostenuta dalla Commissione europea, attivando presso il Ministero dello sviluppo economico un tavolo di alto livello tra stakeholders chiave ed enti di ricerca sul tema della chimica verde, per assistere il Governo nell'elaborazione di una strategia nazionale sulla bioeconomia che:
    a) individui gli interventi più efficaci, in particolare per lo sviluppo di tecnologie semplici a ciclo chiuso e di maggior rendimento;
    b) selezioni in modo mirato precisi ambiti di «green chemistry» e definiti obiettivi di miglioramento dei processi industriali in chiave di sostenibilità;
    c) predisponga progetti organici, fondati su complessive analisi ambientali, tecnico-scientifiche e di prospettiva industriale, volti al superamento della chimica tradizionale altamente inquinante, che puntino anzitutto alla riconversione degli impianti, ove possibile, e che procedano, per il resto, a dismissioni oculate e non casuali di produzioni impattanti o superate, valutando semmai a tal fine la possibilità di stringere accordi di collaborazione e di scambio con altri Paesi europei potenzialmente interessati;
    d) inserisca in una pianificazione sistematica il disegno delle opere di conversione già avviate o programmate, e predisponga un metodo di analisi e gestione delle emergenze in atto che eventualmente non si prestino a nessuna delle soluzioni auspicate;
   a sviluppare una politica di forte sostegno all'innovazione, che ponga la ricerca a proprio cardine fondamentale, anche attraverso la destinazione di fondi e di incentivi ad hoc;
   a favorire piani di utilizzo di vegetali a scopo produttivo, quali la canapa e a stimolare la produzione e l'utilizzo di brevetti nazionali che possano in particolare consentire il recupero di materia dalla FORSU allo scopo di limitare l'utilizzo di fertilizzanti da chimica tradizionale;
   a intraprendere ogni iniziativa per accelerare i processi di bonifica dei siti chimici di interesse nazionale e concludere in tempi certi quelli già avviati, concordando i percorsi con gli enti locali e le regioni;
   a porre in atto, in qualità di azionista di controllo di Eni, ogni azione utile, di competenza, nei confronti del management affinché siano mantenuti gli impegni di investimento in Versalis, con particolare orientamento a una dismissione programmata della chimica tradizionale inquinante a favore del potenziamento della green chemistry sostenibile e alla necessaria salvaguardia dei livelli occupazionali.
(7-00869) «Da Villa, Vallascas, Crippa, Cancelleri, Della Valle, Fantinati, Zolezzi».


   La XIII Commissione,
   premesso che:
    la legge 24 dicembre 2004, n. 313 «Disciplina dell'Apicoltura», all'articolo 1 comma 1, riconosce l'apicoltura come attività di interesse nazionale utile per la conservazione dell'ambiente naturale, dell'ecosistema e dell'agricoltura in generale e finalizzata a garantire l'impollinazione naturale e la biodiversità di specie apistiche, con particolare riferimento alla salvaguardia della razza di ape italiana (Apis mellifera ligustica Spinola) e delle popolazioni di api autoctone tipiche o delle zone di confine;
    all'articolo 2 della suddetta legge, l'apicoltura, ovvero la conduzione zootecnica delle api, è considerata, a tutti gli effetti, attività agricola ai sensi dell'articolo 2135 del codice civile, e sono considerati prodotti agricoli il miele, la cera d'api, la pappa reale o gelatina reale, il polline, il propoli, il veleno d'api, le api e le api regine, l'idromele e l'aceto di miele;
    è apicoltore chiunque detiene e conduce alveari, è imprenditore apistico chiunque detiene e conduce alveari ai sensi dell'articolo 2135 del codice civile ed è apicoltore professionista chiunque esercita l'attività di imprenditore agricolo a titolo principale;
    sempre secondo quanto disposto dalla citata legge, il Ministro delle politiche agricole, alimentari e forestali, previa intesa in sede di Conferenza permanente per i rapporti tra lo Stato, le regioni e le province autonome di Trento e di Bolzano e previa concertazione con le organizzazioni professionali agricole rappresentative a livello nazionale, con le unioni nazionali di associazioni di produttori apistici, riconosciute ai sensi della normativa vigente, con le organizzazioni nazionali degli apicoltori, con le organizzazioni cooperative operanti nel settore apistico a livello nazionale e con le associazioni a tutela dei consumatori, adotta un documento programmatico contenente gli indirizzi e il coordinamento delle attività per il settore apistico (DPA);
     l'unico DPA fino ad ora adottato è quello di cui al decreto ministeriale n. 20026 del 10 gennaio 2007, in base al quale emerge un quadro comunitario caratterizzato da una produzione di miele nettamente insufficiente rispetto al fabbisogno interno, con un grado di autoapprovvigionamento inferiore al 50 per cento, pertanto, con un costante ed elevato ricorso ad importazioni di miele dai paesi terzi, in prevalenza dal Centro e Sud America, seguite da Est-Europa, Asia, Nord e Sud Africa; mentre le importazioni dalla Cina sono state bloccate dal febbraio 2002 all'agosto 2004, a causa del ritrovamento di residui di antibiotici non ammessi. Regno Unito e Germania sono tra i maggiori importatori e in modo particolare quest'ultima che, grazie all'elevato consumo interno, ricorre in misura massiccia alle importazioni di miele, cedendone tuttavia una certa quota, dopo essere stato nazionalizzato, agli altri Paesi della Comunità, in particolare l'Italia;
    nel decreto in parola l'attività apistica italiana è considerata un'attività agricola di antiche e gloriose tradizioni, grazie ad un ambiente naturale favorevole per condizioni climatiche e geografiche e alla presenza della razza di api Apis mellifera ligustica Spin. particolarmente adatta all'allevamento e da tutti considerata vero e proprio patrimonio biologico dell'umanità per le riconosciute doti di produttività, mansuetudine, adattabilità climatica, resistenza alle malattie;
    l'apicoltura organizzata ha avuto in Italia un elevato e perdurante fenomeno di affermazione sociale che non si è arrestato neanche nel corso dei due ultimi conflitti bellici e che, a partire dagli anni ’70, ha assistito, pur nel perdurare di difficoltà d'ordine sanitario, economico, ambientale, ad una costante crescita e ad un avvicinamento inconsueto di giovani all'allevamento delle api e quindi all'agricoltura;
    per le ragioni di cui al punto precedente l'apicoltura assolve anche ad un fondamentale ruolo socio-culturale, visto che il suo esercizio è portatore di valenze storiche e tradizionali che possono rappresentare un importante elemento per mantenere viva l'identità territoriale e rafforzare il tessuto sociale nelle zone rurali o economicamente svantaggiate, e che lo stesso miele, opportunamente valorizzato come prodotto tipico strettamente legato al territorio di produzione, e qualificato in funzione delle sue componenti di interesse nutrizionale, può costituire una valida risorsa economica per tali zone;
    sono note le difficoltà nel delineare, sotto il profilo quantitativo, l'apicoltura italiana visto che il censimento obbligatorio degli alveari è previsto solo da alcune regioni e si realizza in modo estremamente diversificato, e che le informazioni statistiche risultano spesso insufficienti e imprecise, se non contraddittorie, data l'estrema polverizzazione aziendale, l'eterogeneità dei soggetti economici interessati, le profonde differenze esistenti in ambito territoriale, al punto che anche la stessa ISTAT ha difficoltà a determinare la consistenza e la struttura del comparto apicolo nazionale;
    in base ai dati ufficiali, aggiornati al 2007, che il Ministero delle politiche agricole alimentari e forestali ha trasmesso alla Commissione europea, il patrimonio apistico italiano si attesta su 1.100.000 alveari e circa 75.000 apicoltori, di cui il 75 per cento che detengono pochi alveari a finalità prevalente di autoconsumo e di mantenimento di biodiversità, il 15 per cento di imprenditori apistici che vedono nell'apicoltura una forma di integrazione del reddito agricolo e meno del 10 per cento di apicoltori professionisti in possesso di 100 alveari/addetto, mentre la produzione nazionale si attesta intorno a 11.100 tonnellate/anno, pari a circa il 50 per cento del fabbisogno nazionale, con notevoli differenze sia a livello di costi di produzione, sia di mercato del miele, mentre per gli altri prodotti dell'alveare (gelatina o pappa reale, cera, polline, propoli, veleno, famiglie di api ed api regine, proprietà medicinali salutari dei prodotti dell'alveare) non vi sono valutazioni attendibili;
    sempre secondo i dati del 2007 l'Italia è tra i maggiori Paesi importatori di miele, con un flusso dell'ordine delle 15.000 tonnellate annue, che giungono principalmente da Argentina, Ungheria, Germania e Paesi dell'Est europeo, utilizzato in misura del 25 per cento dall'industria come ingrediente, mentre le esportazioni, pur con alti e bassi legati a particolari andamenti di mercato, si sono mantenute in questi ultimi anni intorno alle 2.500 tonnellate (circa il 24 per cento della produzione nazionale), soprattutto verso la Germania (che riceve circa i 3/4 della nostra esportazione) e la Svizzera, a dimostrazione dell'interesse e del potenziale che il miele italiano rappresenta sui mercati internazionali;
    il consumo pro-capite (meno di 500 g), sebbene abbia avuto un certo incremento rispetto al passato, posiziona l'Italia ai livelli più bassi rispetto agli altri Paesi comunitari e in risposta all'accresciuta qualificazione del mercato del miele italiano e alla crescita di consumi che hanno caratterizzato gli ultimi 25 anni, si è avuto un netto incremento produttivo dell'apicoltura italiana, ma soprattutto si è registrata una forte espansione dei flussi di importazione, il cui volume è praticamente decuplicato;
    nel 2007, il valore dell'apicoltura, in termini di produzione lorda vendibile, limitatamente al miele, poteva essere stimato intorno ai 20,6 milioni di euro all'anno, mentre, comprendendo i prodotti minori, il fatturato raggiungeva i 30 milioni di euro, con un indotto complessivo legato al settore apistico dell'ordine dei 57-62 milioni di euro, valore che rappresenta circa il 3 per mille della P.L.V. dell'intera agricoltura italiana;
    l'impollinazione, ai sensi dell'articolo 2135 del codice civile, è considerata a tutti gli effetti un'attività agricola e l'articolo 9 della legge 24 dicembre n. 313 riconosce all'apicoltura quindi alle api, il fondamentale servizio di impollinazione per le colture agrarie e la flora spontanea, quantificata nel 2007 in termini di produzione agricola, tra i 1.500 ai 2.600 milioni di euro, mentre rimane difficilmente quantificabile il valore in termini di salvaguardia dell'ambiente e della biodiversità, coadiuvate dall'azione bottinatrice delle api, che, tra l'altro, garantiscono il successo riproduttivo della flora spontanea nonché di oltre l'80 per cento delle specie botaniche a rischio di estinzione;
    Il decreto ministeriale del 10 gennaio 2007 considera, tra le principali patologie dell'alveare, la varroasi e la peste americana, mentre seguono patologie di minor diffusione e gravità quali la nosemiasi, micosi e virosi e la peste europea che, in taluni distretti e in alcune annate, possono essere causa di perdite economiche rilevanti. Per quanto concerne l'Aethina tumida (piccolo coleottero dell'alveare) veniva considerata come una nuova parassitosi il cui rischio non andava sottovalutato visto che aveva causato ingenti danni all'apicoltura di altri Paesi e, seppure non ancora segnalato sul territorio nazionale, ha già manifestato la sua presenza in Portogallo, rendendo necessaria l'implementazione di un programma nazionale di sensibilizzazione rivolto a tutti gli interessati ai fini di una diagnosi precoce del parassita e della migliore e più tempestiva lotta sanitaria, qualora se ne constati la presenza;
    l'attività apistica rappresenta un modello di sfruttamento agricolo non distruttivo, con un impatto ambientale praticamente nullo, cosa che rende l'apicoltura un'attività agricola di elezione per le aree marginali e le zone protette; inoltre, la presenza stessa delle api è indice di una corretta gestione del territorio, rivelando l'esistenza delle condizioni minime di sopravvivenza anche per altre forme biologiche; per questo l'ape è di fatto un utile indicatore biologico che contribuisce a definire lo stato di salute dell'ambiente, dalla cui stabilità dipende anche il grado di salubrità per l'uomo;
    l'apicoltura italiana non gode di misure strutturali di sostegno comunitarie e, nel mercato globale, si confronta con i costi e le modalità di produzione dei Paesi in via di sviluppo, quindi è enorme l'incidenza nei costi di produzione, rispetto a questi Paesi, dei seguenti fattori: manodopera; qualità delle misure d'igiene della lavorazione; politiche di lotta sanitaria; carburanti;
    nell'elenco dei prodotti DOP, IGP e STG del MIPAAF, aggiornato al 20 ottobre 2015, risultano essere inseriti solo 3 prodotti apistici aventi la seguente denominazione: 131, Miele della Lunigiana DOP (Toscana Massa Carrara); 132, Miele delle Dolomiti Bellunesi DOP (Veneto Belluno) e 133, Miele Varesino DOP (Lombardia Varese);
    è noto sin dall'antichità che il miele insieme agli altri prodotti dell'alveare, ovvero la cera, il propoli, il polline, la pappa reale e il veleno d'api, qualora ottenuti in modo naturale, abbiano degli indubbi effetti benefici per la salute ed il benessere dell'organismo e, per questo, oltre che nell'industria alimentare, trovano largo impiego nel settore nutraceutico, erboristico, parafarmaceutico, cosmetico ed omeopatico, perciò il loro utilizzo andrebbe incentivato rispetto agli altri prodotti di sintesi, in modo che sempre più persone possano usufruirne;
    da decenni oramai assistiamo ad una «crisi mondiale dell'apicoltura» caratterizzata da un'impressionante riduzione delle capacità produttive degli allevamenti apistici, conseguenza diretta di uno sviluppo sregolato e ambientalmente non sostenibile delle attività umane che degradano gli ecosistemi in cui le api insistono; tra i fenomeni di apicidio più eclatanti quelli del 2006 negli USA, quelli del 2007 in Argentina, con la perdita di oltre 1.450.000 alveari (un terzo degli allevamenti nazionali !) e, dal 2000 ad oggi, la sparizione dal 30 al 50 per cento degli alveari nelle varie regioni d'Europa, a causa di un'agricoltura estensiva, basata su un sempre più accentuato utilizzo della chimica e, più recentemente, sulle tecniche di manipolazione genetica;
    l'Italia distribuisce nelle sue campagne ben il 33 per cento della quantità totale di insetticidi utilizzati nell'intero territorio comunitario, a fronte di una SAU nazionale (superficie agricola utilizzata) ampiamente al di sotto del 10 per cento del totale della SAU europea, e per questa ragione è necessario che si promuovano azioni legislative volte a favorire una immediata e consistente riduzione della «chimica» in agricoltura in modo particolare di quella i cui principi attivi sono accusati dalla moria delle api;
    si evidenzia una grave perdita di biodiversità delle popolazioni Apis mellifera ligustica italiane a causa dell'infestazione dell'acaro parassita denominato varroa (Varroa destructor) che a partire dal 1981, anno in cui è entrato in Italia, ha annientato la quasi totalità delle colonie selvatiche che popolavano i nostri ambienti, lasciando la selezione dell'ape non più in mano della natura, ma delegandola all’«uomo» e a causa dell'uso sempre più diffuso in Italia degli ibridi tra sottospecie (provenienti anche dal Medio Oriente) allo scopo di aumentarne la produttività: il rischio è che in pochi anni non solo si rischierà di allevare soltanto pochissime linee genetiche, ma addirittura di vedere la scomparsa di tutta la sottospecie Apis mellifera ligustica,

impegna il Governo:

   in ottemperanza a quanto previsto dall'articolo 5 della legge 24 dicembre 2004, n. 313 e in accordo con tutti i soggetti del «mondo apistico nazionale», ad adottare un nuovo documento programmatico contenente gli indirizzi e il coordinamento delle attività per il settore Apistico (DPA), che tenga conto dell'evoluzione del settore apistico nel nostro Paese degli ultimi 9 anni, anche a seguito dell'emanazione del decreto del Ministero della salute, di concerto col Ministero delle politiche agricole alimentari e forestali «Approvazione del manuale operativo per la gestione dell'anagrafe apistica nazionale, in attuazione dell'articolo 5 del decreto 4 dicembre 2009, recante: “Disposizioni per l'anagrafe apistica nazionale” dell'11 agosto 2014», pubblicato in Gazzetta Ufficiale il 16 dicembre 2014;
   ad intervenire presso le competenti sedi comunitarie al fine di introdurre norme per un'etichettatura di tutti i prodotti apistici che riporti i luoghi di raccolta e di confezionamento, in modo da consentire al consumatore di operare scelte sulla base di criteri qualitativi e di diversa origine botanica e territoriale del prodotto;
   ad assumere iniziative per tutelare il miele ed i prodotti apistici italiani, intensificando i controlli sugli aspetti qualitativi e botanici di tutti i prodotti apistici importati che dovranno necessariamente corrispondere a determinati parametri fissati dal Ministero delle politiche agricole, alimentari e forestali;
   ad adottare misure a tutela dalle produzioni apistiche nazionali, anche attraverso la promozione di campagne di educazione alimentare ed informative di base, coinvolgendo il Ministero dell'istruzione dell'università e della ricerca, nonché altre organizzazioni e istituzioni competenti, per diffondere informazioni sulle caratteristiche del prodotto, sulle differenziazioni delle produzioni, sul valore nutrizionale, sulla tracciabilità del processo, sugli effetti benefici del miele e degli altri prodotti apistici, per la tutela del consumatore da eventuali frodi;
   a promuovere lo sviluppo di programmi di ricerca e sperimentazione apistica, incentrati sulla valutazione dell'efficacia nel medio-lungo termine di nuovi agrofarmaci, sullo studio dei pronubi selvatici come indice di biodiversità, sulla valutazione della tossicità dei prodotti fitosanipri sulle api e sugli altri impollinatori, sul monitoraggio del quadro sanitario degli allevamenti apistici e sull'individuazione e la divulgazione delle azioni di lotta sanitaria;
   ad assumere iniziative, coinvolgendo il mondo della ricerca e le rappresentanze agricole ed apistiche, per incentivare il «servizio d'impollinazione», in particolare nel settore sementiero, ortofrutticolo e della produzione biologica, anche attraverso un'attività di formazione degli apicoltori circa le tecniche di allevamento finalizzate all'espletamento di questo servizio, per favorire l'incremento quantitativo e qualitativo delle produzioni;
   ad assumere iniziative normative per includere l'apicoltura professionale e imprenditoriale tra le attività del settore primario che usufruiscono delle agevolazioni fiscali per l'acquisto di carburante, in modo particolare durante il nomadismo;
   ad assumere iniziative per favorire la semplificazione amministrativa del comparto apistico, prevedendo l'esonero dalla dichiarazione o segnalazione di inizio attività, la vendita diretta dei prodotti senza il cambio di destinazione d'uso dei locali ove questa si svolge, e per l'attività di smielatura/confezionamento del miele per piccole produzioni che possa effettuarsi in locali di uso temporaneo senza che sia necessario il cambio di destinazione d'uso;
   nel quadro della semplificazione amministrativa del comparto apistico, ad assumere iniziative per consentire agli imprenditori apistici e professionali, come già previsto per altri produttori agricoli, la vendita diretta per la cessione al dettaglio di tutti i prodotti apistici presso la sede aziendale (abitazione, laboratorio di smielatura e altro);
   ad assumere iniziative normative per integrare l'elenco delle «attività agricole connesse», di cui l'articolo 32, comma 2, del TUIR (testo unico delle imposte sui redditi) e l'articolo 2135, comma 3, del codice civile, in relazione alla corretta valutazione del reddito ascrivibile ad una azienda apistica, ricomprendendo, oltre alla lavorazione e al confezionamento del miele (già compreso nell'elenco), anche tutti gli altri prodotti dell'apicoltura come elencati nella legge 313 del 2004 all'articolo 2, comma 2;
   ad includere la «pappa reale» o «gelatina reale» al punto 12 e al punto 16 rispettivamente della parte I e della parte III della Tabella A allegata al decreto del Presidente della Repubblica n. 633 del 1972 «Istituzione e disciplina dell'imposta sul valore aggiunto», attribuendo alla stessa, una aliquota di compensazione ai fini IVA;
   a valutare l'opportunità di inserire tutti gli altri prodotti apistici di cui al comma 2 dell'articolo 2 della legge n. 313 del 2004, al punto 12 e 16 rispettivamente della parte I e della parte III della Tabella A allegata al decreto del Presidente della Repubblica n. 633 del 1972 «Istituzione e disciplina dell'imposta sul valore aggiunto», attribuendo agli stessi, una aliquota di compensazione ai fini IVA;
   ad assumere iniziative per incentivare, anche attraverso misure di accesso al credito, la modernizzazione degli impianti apistici, l'acquisto ed il rinnovo delle attrezzature e dei macchinari da destinare ad attività apistica ed alla movimentazione degli alveari e per sviluppo del nomadismo, l'adeguamento agli adempimenti igienico-sanitari delle strutture destinate a lavorazione prodotti apistici, la diversificazione delle produzioni e dei servizi offerti dalle aziende apistiche, come i progetti didattico-culturali sull'apicoltura, e l'insediamento dei giovani apicoltori;
   ad assumere ogni altra utile iniziativa affinché venga esteso al periodo della melata, il divieto di utilizzo di prodotti fitosanitari ed erbicidi tossici per le api;
   al fine di contrastare tutte le patologie che interessano l’<ape, ad assumere iniziative per incentivare la ricerca e la sperimentazione pubblica allo scopo di individuare strategie profilattiche basate sull'impiego di sostanze di origine naturale o a basso impatto e metodi preventivi, nonché per valutare fenomeni di resistenza e la presenza dei residui delle sostanze farmacologiche usate, nei prodotti dell'alveare;
   al fine di contrastare la varroasi d assumere iniziative per incentivare la ricerca e la sperimentazione pubblica affinché vengano da subito individuati ed approvati nuovi presidi sanitari, molti dei quali già autorizzati a livello europeo e di basso impatto ambientale, che siano efficaci e convenienti soprattutto nei confronti dell'apicoltura professionale;
   a dare piena attuazione a quanto previsto dall'articolo 5 della Legge n. 313 del 24 dicembre 2004 «salvaguardia e selezione in purezza dell'ape italiana (Apis mellifera ligustica Spinola) e dell’Apis mellifera sicula Montagano e incentivazione dell'impiego di api regine italiane con provenienza da centri di selezione genetica» e dal decreto ministeriale n. 18354 del 27 novembre 2009 che impone agli apicoltori biologici di «privilegiare le razze autoctone secondo la loro naturale distribuzione geografica: Apis mellifera ligustica, apis mellifera sicula (limitatamente alla Sicilia) e, limitatamente alle zone di confine, gli ibridi risultanti dal libero incrocio con le razze proprie dei paesi confinanti», nonché a valutare l'opportunità di assumere iniziative per vietare in via transitoria nel nostro territorio, l'introduzione e l'utilizzo di api di sottospecie diverse da quelle autoctone, compresi gli ibridi.
(7-00868) «Massimiliano Bernini, Benedetti, Gagnarli, Gallinella, L'Abbate, Lupo, Parentela».


   La XIII Commissione,
   premesso che:
    la Popilia japonica è un coleottero parassita originario del Giappone, lungo circa 12 millimetri, con torace verde dorato, quest'insetto per i gravi danni che può arrecare è inserito tra gli organismi da quarantena compresi nell'allegato A, Parte II, della direttiva del Consiglio dell'8 maggio 2000 n. 2000/29/CE e nella lista A2 dell'EPPO, di cui è vietata l'introduzione e la diffusione nel territorio dell'Unione europea;
   si tratta di un specie estremamente polifaga, segnalata negli Stati Uniti su circa 300 specie vegetali e considerata dannosa su oltre 100 piante, sia spontanee che coltivate, comprendenti alberi da frutto (pomacee, drupacee), vite, nocciolo, piccoli frutti, essenze forestali (tiglio, noce nero, acero, faggio, betulla, ontano), colture di pieno campo (mais, soia, erba medica), ortive (ad esempio, pomodoro, fagiolo, asparago, zucchino) e ornamentali (ad esempio rosa, dalia);
   il danno causato dai soggetti adulti è costituito da erosioni più o meno intense a carico delle foglie (sono risparmiate in genere le nervature), dei fiori e anche dei frutti. Le larve invece, nutrendosi a spese delle radici, preferibilmente di graminacee, in presenza di infestazioni elevate risultano particolarmente nocive ai tappeti erbosi (es. campi da golf, giardini) e ai prati e pascoli, sia per la comparsa di estese aree di vegetazione che ingialliscono per poi seccare, sia per i danni provocati dalle escavazioni di talpe e uccelli che si nutrono delle larve nel terreno;
   nel corso del 2014 la presenza di Popilia japonica è stata accertata per la prima volta in Italia ed in particolare in Lombardia dove è stata rinvenuta e identificata nel mese di luglio lungo il Naviglio Vecchio a Turbigo, nel territorio del Parco del Ticino, e in Piemonte, nel comune di Bellinzago Novarese, lungo la sponda piemontese del Ticino;
   nel corso del 2015 le attività di monitoraggio attivate sia dalla regione Lombardia, che dalla regione Piemonte hanno evidenziato una crescita esponenziale delle popolazioni, infatti le catture nel corso del 2015 hanno riguardato, in Lombardia, circa 1 milione di insetti, in Piemonte circa 10 milioni, inoltre, si è registrata una forte presenza di larve nei terreni campionati in Piemonte. L'area interessata dalla presenza dell'insetto è cresciuta in modo significativo in entrambe le regioni;
   il trend di incremento dell'insetto fa prevedere, per il 2016, una crescita ulteriore della popolazione di Popilia japonica, con prevedibile diffusione dei danni alle coltivazioni e alla flora spontanea e gravi conseguenze per le aziende vivaistiche delle zone infestate, in quanto potrebbero essere soggette a misure di blocco della commercializzazione;
   anche a livello nazionale potrebbero verificarsi ricadute molto negative, malgrado l'impegno finora profuso dai servizi fitosanitari regionali in quanto non è possibile escludere il rischio di diffusione del coleottero nel resto della Unione europea;
   alla già critica situazione determinata dalla presenza della Popilia Japonica, è stata segnalata la comparsa, in un'area compresa tra le province di Reggio Emilia, Modena e Bologna, di un altro insetto di origine asiatica, ovvero la cimice Halyomorpha halys, dalla quale nessuna coltura parrebbe essere immune, originaria dell'Asia orientale che sta diventando l'ennesima emergenza fitosanitaria per l'agricoltura italiana;
   il Piemonte, insieme all'Emilia-Romagna, regioni a fortissima vocazione frutticola, parrebbero essere tra le prime regioni a riscontrare una presenza preoccupante della succitata cimice in quantità tali da rappresentare una grandissima preoccupazione: individuata nell'agosto 2013 in pescheti, in questi ultimi due anni la popolazione non ha fatto che aumentare, estendendosi sul territorio e ampliando i danni a moltissime colture, oltre a frutta fresca e secca, l'insetto colpisce infatti ortaggi e seminativi, dal mais alla soia;
   inizialmente, questa specie aliena non ha provocato problemi particolari ad esclusione del disturbo arrecato alla popolazione per la tendenza degli adulti a riunirsi, per svernare, in gruppi consistenti all'interno di abitazioni e di altri fabbricati;
   tuttavia, dopo soli due anni dalla comparsa di questo fitofago — caratterizzato da una notevole polifagia, dalla mancanza, nel nostro ambiente, di efficaci antagonisti naturali e da una grande resistenza nei confronti dei metodi di lotta attualmente consentiti sono stati riscontrati danni significativi, rappresentati da malformazioni dei frutti provocati dalle punture, su diverse colture ed in particolare sul pero;
   nel corso della campagna frutticola 2015 in alcune aziende emiliano-romagnole l'incidenza di pere malformate, e quindi non commercializzabili sul mercato del fresco, ha raggiunto il 50 per cento della produzione totale;
   la Halyomorpha halys sta inoltre evidenziando una elevatissima capacità di adattamento al nostro ambiente testimoniata anche dalla forte tendenza all'espansione in nuovi territori;
   alla luce di queste evidenze è altamente probabile, entro un periodo di tempo limitato, una diffusione dei danni anche a carico di altre colture di fondamentale importanza per la nostra ortofrutticoltura quali pesco, melo, susino, albicocco, vite, pomodoro da industria, unitamente all'estensione dei danni alle regioni confinanti dove la cimice è già stata segnalata;
   il Comitato fitosanitaria nazionale, nella seduta del 28 settembre 2015; ha preso atto dei livelli di dannosità e di pericolosità dovuti allo sviluppo di questo insetto ed espresso, in modo unanime, il proprio parere favorevole affinché siano rafforzati il coordinamento delle informazioni tra le regioni interessate a questa emergenza fitopatologica e sia dato sostegno e collaborazione ai programmi di studio intrapresi;
   alla luce di queste considerazioni è assolutamente necessario che tutte le componenti del sistema agricolo italiano pongano in essere specifiche iniziative per bloccare la diffusione di queste specie aliene e per individuare e sviluppare sul piano operativo strategie di lotta in grado di contenere entro limiti sostenibili — con riferimento sia alla salvaguardia dell'ambiente, della salute degli agricoltori e dei consumatori sia agli aspetti sociali ed economici — la presenza di Popilia japonica e di Halyomorpha halys nel nostro ecosistema;
   i coltivatori sono molto preoccupati dalla globalizzazione dei parassiti, in quanto si trovano a fare i conti con specie originarie dell'Asia o delle Americhe, per le quali il nostro ambiente non è preparato e non ha predatori naturali;
   è fondamentale trovare un antagonista naturale, così come si è fatto con l'insetto parassitoide Torymus contro il cinipide galligeno del castagno, per tentare di ricostruire un equilibrio ecologico;
   è necessario, inoltre, che la ricerca e la sperimentazione di nuove tecniche di monitoraggio e di prevenzione ad ampio raggio, tutelino i territori da queste nuove specie aggressive di parassiti, in tempi utili ad evitare la propagazione e a preservare raccolti e frutti;
   nella malaugurata ipotesi, infatti, che l'agricoltura italiana debba perdere questa sfida verrebbe ulteriormente compromessa la credibilità del sistema fitosanitario italiano nei confronti della Commissione europea, degli Stati membri e dei Paesi terzi che importano i nostri prodotti vegetali, credibilità già messa a dura prova dalle recenti emergenze fitosanitarie,

impegna il Governo:

   ad avviare tutte le iniziative necessarie per gestire le emergenze fitosanitarie esposte in premessa che, stante il potenziale di crescita manifestato, l'estrema adattabilità dei due insetti agli ambienti infestati e l'elevato numero di specie vegetali attaccabili rischia di provocare gravi danni alle produzioni agricole ed alle attività vivaistiche, ed in particolare:
    ad assumere il coordinamento delle ricerche e delle azioni di monitoraggio per affrontare i rischi ed i potenziali danni a colture e territori provocati dai due aggressivi parassiti, anche valutando i dati raccolti e i risultati fino ad oggi raggiunti dalle regioni colpite;
    ad assumere iniziative per stanziare adeguate risorse finalizzate al potenziamento degli interventi di monitoraggio, di controllo e di lotta fitosanitaria obbligatoria da parte delle regioni interessate, al fine di evitare che l'emergenza si allarghi alle regioni limitrofe e all'intero Paese;
    ad assumere iniziative volte a prevedere un sostegno finanziario per il risarcimento dei danni alle imprese agricole e vivaistiche oggetto di provvedimenti fitosanitari obbligatori da parte delle regioni, avvalendosi degli strumenti ritenuti più opportuni quali forme di credito specializzato, supportati dagli strumenti pubblici a disposizione (ISMEA);
    a raccordarsi con la Commissione europea per prevenire l'adozione di misure di emergenza eccessivamente penalizzanti per i territori coinvolti e per attivare specifici piani di lotta che possano beneficiare del finanziamento comunitario;
    ad assumere iniziative per implementare, sia sotto il profilo finanziario che tecnico — organizzativo, i programmi di ricerca sulla Popilia japonica e sulla Halyomorpha halys, attualmente in corso per approfondire la conoscenza del ciclo biologico di queste specie alloctone e condividere le strategie di lotta disponibili per contenerne la diffusione, anche con l'obiettivo di fornire ai frutticoltori che hanno subito danni nel 2015 le necessarie indicazioni operative per la prossima campagna produttiva;
    ad assumere iniziative per individuare e sperimentare efficaci metodi di controllo alternativi o di integrazione all'utilizzo di prodotti chimici per gestire la fase successiva alla comparsa ed all'insediamento degli insetti, con particolare riferimento alla possibilità di testare — nel completo rispetto di tutte le cautele necessarie per evitare la diffusione di specie aliene difficilmente controllabili e potenzialmente dannose — l'efficacia dell'introduzione anche nel nostro ambiente di antagonisti naturali ai due parassiti, secondo modelli di intervento che, come nel caso della lotta alla vespa cinese del castagno, stanno fornendo risultati particolarmente incoraggianti.
(7-00870) «Taricco, Oliverio, Lavagno, Romanini, Prina, Carra, Dal Moro, Tentori, Zanin».

ATTI DI CONTROLLO

PRESIDENZA DEL CONSIGLIO DEI MINISTRI

Interpellanze urgenti (ex articolo 138-bis del regolamento):


   I sottoscritti chiedono di interpellare il Presidente del Consiglio dei ministri, il Ministro delle politiche agricole alimentari e forestali, il Ministro dello sviluppo economico, per sapere – premesso che:
   a seguito dell'emanazione del decreto-legge n. 83 del 2012, convertito, con modificazioni, dalla legge n. 134 del 2012, che ha introdotto norme di attuazione della legge n. 4 del 2011, recante disposizioni in materia di etichettatura e di qualità dei prodotti alimentari, la Commissione europea ha avviato la procedura EU Pilot 5938/13/SNCO contestando, di fatto, all'Italia, l'incompatibilità della normativa introdotta nel 2011 con quanto disposto dal diritto comunitario in materia di indicazione dell'origine;
   oggetto dei rilievi segnalati da Bruxelles è l'articolo 4 della suddetta legge nella parte in cui dispone che per poter definire « made in Italy» un prodotto è necessaria la sussistenza di due requisiti relativi sia al luogo di coltivazione o allevamento che di trasformazione: la materia prima deve essere coltivata o allevata e trasformata in Italia;
   la suddetta prescrizione è in contrasto con la normativa comunitaria, e segnatamente con il regolamento (UE) n. 450 del 2008, codice doganale aggiornato, al quale rimanda, per la definizione di Paese d'origine, il regolamento (UE) 1169/2011 relativo alla fornitura di informazioni sugli alimenti ai consumatori, che determina l'origine delle merci alla cui produzione hanno contribuito due o più Paesi esclusivamente in funzione del Paese o territorio in cui esse hanno subito l'ultima trasformazione sostanziale;
   a fronte di tale situazione, sono sempre più frequenti le segnalazioni e le contestazioni effettuate dalle autorità preposte ai controlli su prodotti, specie salumi e formaggi, trasformati da aziende italiane con materia prima non nazionale e riportanti, in violazione di quanto disposto dalla legge in parola, simboli dell'Italia e diciture del tipo «prodotto italiano» –:
   come intendano risolvere il caso Eu pilot citato in premessa, evitando l'apertura della procedura di infrazione ed assicurando la corretta applicazione della legge n. 4 del 2011 nella parte in cui, al fine di determinare l'origine italiana di un prodotto trasformato, prescrive che la materia prima sia coltivata o allevata in Italia.
(2-01199) «Gallinella, Benedetti, Massimiliano Bernini, Gagnarli, L'Abbate, Lupo, Parentela, D'Incà».
(Presentata il 15 dicembre 2015)


   I sottoscritti chiedono di interpellare il Presidente del Consiglio dei ministri, il Ministro dell'economia e delle finanze, per sapere – premesso che:
   come previsto dall'articolo 45 del decreto-legge 24 aprile 2014, n. 66, convertito, con modificazioni, dalla legge 23 giugno 2014, n. 89, alcune regioni italiane stanno procedendo al riacquisto dei bond di tipo « bullet» (B.O.R. con rimborso in unica soluzione a scadenza) collocati/emessi a suo tempo per la ristrutturazione dei debiti sottoscritti con le banche e Cassa depositi e prestiti che hanno successivamente generato le note criticità connesse ai contratti derivati ed ai fondi per l'ammortamento del debito (« sinking fund»). Le regioni non dispongono di risorse sufficienti al riacquisto dei suddetti strumenti finanziari e per tal motivo sarà necessario emettere buoni del tesoro poliennale (BTP) con scadenza trentennale. Un'operazione simile è stata già posta in essere, seppur senza successo, nel mese di dicembre 2014; nello steso periodo il Governo nonostante autorevoli pareri contrari riconosceva a favore delle banche strumenti finanziari come collaterale per garantire le medesime per il pesantissimo « mark to market» negativo sui derivati di Stato così come previsto dai commi 387 e seguenti dell'articolo 1 della legge n. 190 del 2014 (legge di stabilità 2015). I collaterali sono stati richiesti dalle banche per garantirsi il pagamento dei crediti da maturati su 160 miliardi di euro di operazioni in essere, pari a circa 40 miliardi di euro;
   da fonti giornalistiche si apprende che alcune regioni hanno chiesto la ristrutturazione del debito;
   il riacquisto dei bond implicherebbe la chiusura dei contratti derivati (di copertura e/o per l'ammortamento del debito) connessi. Alcune regioni così come previsto dall'articolo 41 della legge 28 dicembre 2001, n. 448, stanno procedendo all'ammortamento mediante i cosiddetti fondi per l'ammortamento del debito predisposto con titoli o «sinking fund», che si differenzia dall'ammortamento fatto con il più semplice « swap di ammortamento»;
   questa ulteriore ristrutturazione, oltre a «liberare» risorse finanziarie immediate (altrimenti impegnate) per ripagare i bond, di fatto «cancellerebbe», ad avviso degli interroganti, un passato di operazioni poco trasparenti e di dubbia convenienza economica, così come confermato da numerosi procedimenti giudiziari, sia in sede civile che penale. Infatti, con il decreto legge n. 112 del 2008 (poi convertito dalla legge 203 del 23 dicembre 2008), all'articolo 62, era stato posto un divieto normativo a sottoscrivere nuove operazioni rimasto in vigore e confermato ancora con la legge di stabilità per il 2014 (articolo 1, comma 572);
   dall'analisi dei dati finanziari si evince che i suddetti bond che immediatamente prima dell'offerta venivano quotati a 300 bps sopra il prezzo « mid swap», ora sono richiesti dalle stesse regioni a soli 40/50 bps. In altre parole le regioni stanno pagando anche 250 bps in più rispetto al prezzo giudicato «fair» solo poco prima. Ciò lascerebbe intendere che le regioni considerano il proprio merito creditizio – addirittura – pari o superiore a quello di Repubblica italiana –:

   se il Governo intenda assumere iniziative normative per rafforzare le garanzie di indipendenza delle professionalità deputate a fornire attività di consulenza per la sottoscrizione dei suddetti strumenti finanziari;
   sulla base di quali criteri gli «advisor» abbiano fissato i prezzi di offerta per il riacquisto dei bond;
   quali siano i criteri in base ai quali sono state individuate le stime (pricing) dei contratti derivati e dei relativi fondi per l'ammortamento del debito, nonché per la congruità del prezzo di estinzione anticipata (costo di sostituzione);
   quali siano i costi connessi ed il differenziale rispetto al «fair value» dei contratti derivati e dei relativi fondi per l'ammortamento del debito;
   sulla base di quali criteri e secondo quali modalità sia stata individuata la convenienza economica e finanziaria delle suddette operazioni di ristrutturazione nel rispetto dei principi posti dall'articolo 41, della legge 448 del 2001;
   quale sia l'ammontare del « cost of funding» per finanziare il riacquisto dei suddetti strumenti finanziari e sulla base di quali criteri siano stati stimati i rischi del credito e il relativo impatto a carico della finanza pubblica;
   sulla base delle previsioni del Governo, quanto e quale sarà il maggior vantaggio in termini erariali derivanti dalle suddette operazioni e a quali finalità verrà destinato;
   sulla base delle previsioni del Governo, se sia previsto un costo a carico delle regioni ed, in caso affermativo, quale saranno le modalità di accantonamento nei bilanci regionali per ripagare il nuovo debito ristrutturato.
(2-01201) «Ruocco, Pesco, Alberti, Fico, Pisano, Villarosa, D'Incà».
(Presentata il 15 dicembre 2015)


   I sottoscritti chiedono di interpellare il Presidente del Consiglio dei ministri, il Ministro dell'interno, il Ministro dell'economia e delle finanze, per sapere – premesso che:
   nel corso degli ultimi mesi, una lunga contrapposizione tra amministrazione comunale di Afragola e la ditta concessionaria dei servizi Ambientali, ha determinato due diverse procedure, la prima attivata dalla ditta concessionaria, il consorzio Sieco/Gema, la seconda dal comune di Afragola, che hanno prodotto la risoluzione del vigente contratto dei servizi ambientali;
   dette procedure di risoluzione contrattuale, a parere dell'interrogante, genereranno un contenzioso che potrà vedere soccombente il comune di Afragola che negli anni di vigenza del rapporto contrattuale non avrebbe gestito al meglio le incombenze contrattuali previste;
   il comune di Afragola, con atti prot. n. 34294 del 21 settembre 2015 e prot. n. 34999 del 28 settembre 2015, provvedeva all'avvio del procedimento di risoluzione del contratto rep. 3474/2013, registrato in Casoria (NA) il 01 agosto 2013 al n. 143S-1 tra il comune di Afragola e l'Ati Sieco/Gema;
   con determina dirigenziale n. 1207 del 29 ottobre 2015, si provvedeva alla risoluzione in danno del citato contratto;
   con determinazione n. 1287 del 18 novembre 2015 avente ad oggetto «Servizio di spazzamento, raccolta e trasporto dei Rifiuti Solidi Urbani differenziati e indifferenziati, compresi quelli assimilati, ed altri servizi di Igiene Pubblica»; di fatto, s'indice una procedura di gara del tutto anomala, anche in considerazione del fatto che dal 1o novembre 2015 il comune di Afragola, al pari di tutto il sistema delle autonomie, per gli affidamenti e la gestione delle procedure di gara deve avvalersi, obbligatoriamente, della «stazione unica appaltante»;
   di fatto, a tale determinazione, è allegato lo schema di una lettera d'invito riservata, come si evince dalla lettura della determina, a 17 ditte che sono comprese in un elenco che non viene allegato alla determinazione ma che sarebbe disponibile presso gli uffici comunali. Non si comprende questa riservatezza ed il tener in «ombra» le ditte da invitare a tale anomala procedura;
   dalla lettura della citata determinazione, emergono una serie di circostanze problematiche. In raffronto con gli oneri che in precedenza sosteneva il comune per un appalto che richiedeva una serie di servizi aggiuntivi di notevole entità per la ditta concessionaria, come ad esempio l'utilizzo di un'area di proprietà del comune per l'allestimento del «cantiere operativo», per la quale era richiesto un canone mensile di 10 mila euro, o come la gestione dell'isola ecologica e di tre centri per la raccolta differenziata, l'innaffiamento stradale nei mesi estivi, la raccolta di foglie, il diserbo di tutte le aree scolastiche di competenza comunale ed altro ancora, si scopre che il previsto appalto, per 12 mesi, comporterà un aumento di spesa, rispetto al canone vigente, di oltre il 20 per cento;
   dalla lettura della citata determinazione, si evidenzia a giudizio degli interpellanti un astruso calcolo per determinare la spesa per la fornitura del mezzi occorrenti per il servizio, frutto di un complicato meccanismo che mette insieme, oneri di ammortamenti ed oneri per la manutenzione. Mancando del tutto una indicazione banale come quella di indicare se i mezzi da fornire debbono essere nuovi o meno. La cifra indicata per la fornitura dei mezzi e di gran lunga superiore a quella precedentemente prevista che si basava su un piano di ammortamento di mezzi nuovi e da immatricolare. Sarebbe bastato prevedere «un noto a freddo» per avere parametri chiari ed indiscutibili. Stesso ragionamento vale anche per la spesa prevista per la fornitura di attrezzature per le quali si riconosce la totalità del costo dei mezzi forniti, senza precisare, se al termine della durata del servizio, quelle attrezzature restino o meno di proprietà del comune visto che le ha pagate;
   tale richiamata deliberazione non chiarisce le modalità organizzative del servizio da svolgersi, omettendo di indicare la sede del cantiere o l'obbligo, sempre previsto in passato, per la ditta concessionaria di aver il «cantiere operativo» sul territorio di Afragola, ne conferma l'obbligo, precedentemente previsto, che i mezzi da utilizzare siano dotati di «sistema di rilevazione satellitare (GPS) in modo da fornire, oltre alla posizione istantanea, anche il resoconto dei percorsi giornalieri, settimanali e mensili.» Non è indicato l'obbligo di dotarsi, per la ditta concessionaria, di «un numero verde» a disposizione dell'utenza e, comunque, si registrano notevoli deficienze rispetto allo standard qualitativo dei precedenti appalti, seppur in presenza di un aumento di oltre il 20 per cento degli oneri a carico del comune di Afragola;
   in proposito, la locale prefettura, più volte sollecitata da consiglieri comunali e da atti ispettivi proposti da altri parlamentari, non è mai intervenuta rispetto alla gestione, ad avviso degli interpellanti, illegale ed illegittima del settore che ha determinato, anche, un continuo abbassamento della percentuale di raccolta differenziata, sempre al di sotto delle quote minime richieste per legge, senza che sia intervenuto nessun provvedimento da parte degli organismi prefettizi che devono sovraintendere al rispetto delle quote obbligatorie previste per legge ed ad attivare le sanzioni consequenziali sino alla procedura di scioglimento del consiglio comunale –:
   di quali elementi disponga il Governo in ordine a quanto esposto in premessa e quali iniziative, per quanto di competenza, abbia assunto o intenda assumere, anche tramite la competente prefettura e l'unità tecnica amministrativa di cui all'ordinanza del Presidente del Consiglio dei ministri n. 3920 del 28 gennaio 2011, in relazione alle segnalazioni e alle istanze dei consiglieri comunali di Afragola, con particolare riferimento all'opportunità di promuovere un doveroso monitoraggio della grave situazione nel settore della raccolta e dello smaltimento dei rifiuti nell'area in questione e di evitare eventuali nuove situazioni di emergenza;
   se non si intenda promuovere una verifica dei servizi ispettivi di finanza pubblica della ragioneria generale dello Stato in merito alla regolarità e all'economicità dell'affidamento di cui in premessa, eventualmente in collaborazione con l'Anac in virtù del protocollo di intesa dell'11 febbraio 2015, considerato che sono state seguite procedure, a giudizio degli interpellanti, dubbie sul piano della trasparenza e del rispetto della normativa vigente e che si tratta della gestione di un servizio pubblico per il quale è prevista una spesa annuale di quasi 8 milioni di euro a carico del bilancio dell'ente;
   nell'ambito di tali verifiche, se e quali iniziative si intendano assumere per chiarire come si concili con le procedure di legge l'indizione di una gara con modalità a giudizio degli interpellanti «anomale», posto che è stato acquisito il necessario c.i.g. (codice identificativo gara) n. 64546208EB prima ancora dell'approvazione e della pubblicazione dei relativi atti di gara e prima ancora dell'approvazione e della pubblicazione della determinazione dirigenziale n. 1207 del 29 ottobre 2015, con la quale si approvava la risoluzione in danno del precedente contratto d'appalto.
(2-01202) «Castiello, Brunetta».
(Presentata il 15 dicembre 2015)


   I sottoscritti chiedono di interpellare il Presidente del Consiglio dei ministri, il Ministro dell'economia e delle finanze, per sapere – premesso che:
   in questi giorni, soprattutto a seguito delle vicende che hanno coinvolto i molti risparmiatori danneggiati dalla crisi delle quattro banche sottoposte a procedura di risoluzione (Banca Marche, Banca Popolare dell'Etruria e del Lazio, cassa di Risparmio di Ferrara e Cassa di Risparmio di Chieti), è aumentata la già fragile sfiducia nel sistema finanziario, dovuta all'imperfezione dei mercati e alle condotte azzardate di alcuni intermediari, minando la convinzione che le stesse regole siano in grado di deresponsabilizzare i comportamenti poco virtuosi di molti soggetti operanti nelle sedi finanziarie;
   è fondamentale che il sistema bancario non perda di vista la sua ragion d'essere e il suo ruolo fondamentale di assicurare un'efficiente allocazione del credito al sistema economico e sociale, contribuendo così allo sviluppo e alla distribuzione equa delle risorse come è stato evidenziato ai più alti livelli istituzionali;
   è carente una seria tutela per i titolari di obbligazioni subordinate, dal momento che, nonostante il tentativo del Governo di assumere iniziative dirette a creare una sorta di fondo umanitario ulteriore rispetto al Fondo di risoluzione nazionale, a favore dei sopracitati soggetti, non è tuttavia prevista alcuna sanzione né per il comportamento irresponsabile degli amministratori delle banche sottoposte alla procedura di risoluzione, né nel confronti della Banca d'Italia, che è corresponsabile dal momento che avrebbe dovuto vigilare sulla stabilità delle banche sottoposte a procedura di risoluzione;
   è evidente che i suddetti amministratori possono sottrarsi alle azioni di responsabilità, poiché tra le pieghe delle leggi approvate recentemente sembra che si celi una forma di limitazione indiretta all'esercizio delle azioni di responsabilità. Infatti la normativa generale sui fallimenti delle società prevede che il curatore che, ai sensi dell'articolo 146, comma 2, della legge fallimentare, fa valere la responsabilità verso la società ex articolo 2393 c.c., ha l'onere di dimostrare: l'inadempimento da parte dell'amministratore ai doveri derivanti dalla legge o dall'atto costitutivo; che la società abbia subito un danno e che tale pregiudizio sia la conseguenza diretta ed immediata dell'inadempimento, spettando, invece, all'amministratore la prova che quest'ultimo è stato determinato da impossibilità della prestazione derivante da causa a lui non imputabile o comunque l'assenza di colpa ex articolo 1218 c.c; l'articolo 35 del decreto legislativo n. 180 del 2015 (Effetti della risoluzione) stabilisce, con l'insediamento dei commissari speciali, non soltanto la sospensione dei diritti di voto di coloro che detengono le azioni, ma anche che «L'esercizio dell'azione sociale di responsabilità e di quella dei creditori sociali contro i membri degli organi amministrativi e di controllo e il direttore generale, dell'azione contro il soggetto incaricato della revisione legale dei conti, nonché dell'azione del creditore sociale contro la società o l'ente che esercita l'attività di direzione e coordinamento, spetta ai commissari speciali sentito il comitato di sorveglianza, previa autorizzazione della Banca d'Italia. In mancanza di loro nomina, l'esercizio dell'azione spetta al soggetto a tal fine designato dalla Banca d'Italia;
   il tentativo del Governo di assumere iniziative per prevedere il suddetto fondo ulteriore esclusivamente per l'anno 2016 appresta una tutela insufficiente ai titolari di obbligazioni subordinate e non palesa un impegno, da parte del Governo o del sistema finanziario, diretto ad assicurare una finanza orientata a sostenere la crescita e a rilanciare gli investimenti –:
   quali iniziative di competenza il Governo intenda intraprendere per porre rimedio alla disastrosa situazione finanziaria riguardante i sopramenzionati istituti di credito che ha provocato ingenti danni ai risparmiatori salvando a giudizio degli interpellanti i veri responsabili;
   se il Governo intenda assumere iniziative per prevedere che, a seguito di un accertamento della responsabilità dei soggetti che hanno svolto funzioni di amministrazione, direzione o controllo presso banche soggette alla procedura di risoluzione nei 5 anni precedenti l'avvio della risoluzione, consegua una perdita dei requisiti di professionalità e di onorabilità stabiliti con regolamento del Ministro del tesoro, del bilancio e della programmazione economica di cui al decreto ministeriale 18 marzo 1988, n. 161, almeno per dieci anni successivi alla pubblicazione in Gazzetta Ufficiale del provvedimento di avvio della risoluzione.
(2-01205) «Baldassarre, Artini, Bechis, Matarrelli, Segoni, Turco, Brignone, Civati, Andrea Maestri, Pastorino, Pisicchio».
(Presentata il 15 dicembre 2015)

Interpellanza:


   Il sottoscritto chiede di interpellare il Presidente del Consiglio dei ministri, il Ministro dell'economia e delle finanze, per sapere – premesso che:
   i due uffici speciali che gestiscono la ricostruzione del territorio aquilano colpito dal sisma del 6 aprile 2009, quello dell'Aquila (Usra) e dei comuni del cratere (Usrc), rischiano la paralisi a causa del possibile blocco delle contabilità speciali attraverso le quali confluiscono i miliardi di euro per finanziare i progetti per la ricostruzione pubblica e privata;
   i due conti sono in scadenza il prossimo 31 dicembre 2015 e non risulta, al momento, al Ministero dell'economia e delle finanze alcuna traccia dell'attivazione di un percorso di rinnovo;
   nei mesi scorsi, secondo quanto è stato confermato dai vertici dei due uffici (Usra e Usrc), il monitoraggio ha evidenziato una buona cadenza nella erogazione dei finanziamenti che ha consentito l'attivazione dei cantieri per la ricostruzione;
   l'eventualità negativa del mancato finanziamento dei cantieri coincide con la scadenza del contratto del responsabile dell'ufficio speciale per la ricostruzione dei comuni del cratere (Usrc), Paolo Esposito; il contratto è scaduto e in questo caso la competenza è della Presidenza del Consiglio dei ministri;
   il manager pubblico che ha gestito l'ufficio fin dalla nascita, dal 30 novembre 2015 è in attesa del rinnovo dell'incarico, la proroga appare probabile secondo l'interpellante visto che, ad oggi, una sua sostituzione viene esclusa, ma anche in questo caso il passare del tempo mette a rischio il buon funzionamento del sistema venendo a mancare la firma del responsabile;
   l'Usrc segue i 56 comuni del cratere e i 115 comuni fuori da quell'area ma comunque coinvolti nel sisma;
   l'ufficio speciale per la ricostruzione dell'Aquila ha un titolare, Raniero Fabrizi, nel pieno del suo mandato;
   alla scadenza delle contabilità mancano pochi giorni lavorativi, la deadline è fissata a fine anno; se i termini dovessero decadere, i tempi per la riattivazione sarebbero troppo lunghi e lo stanziamento dei fondi rimarrebbe bloccato fino all'apertura di nuovi conti –:
   come intenda attivarsi il Governo per evitare la scadenza dei conti speciali dell'Usra e dell'Usrc al fine di scongiurare il blocco dei lavori per la ricostruzione delle zone drammaticamente e pesantemente colpite dal sisma nel 2009.
(2-01209) «Melilla».

Interrogazione a risposta orale:


   SANTELLI. — Al Presidente del Consiglio dei ministri, al Ministro della giustizia. — Per sapere – premesso che:
   secondo quanto riportato da vari organi d'informazione il procuratore capo di Arezzo, quello della procura che indaga sul presunto conflitto d'interessi degli ex vertici dell'istituto Banca Etruria sarebbe un consulente del Governo a Palazzo Chigi;
   per come riportato da Il Fatto Quotidiano, nel numero 81 dell'elenco di consulenti e collaboratori della Presidenza del Consiglio ci sarebbe il nome del dottor Roberto Rossi, con curriculum. E nel curriculum si legge, tra l'altro, che l'uomo è «attualmente Procuratore della Repubblica facente funzioni presso la Procura della Repubblica di Arezzo»;
   il dottor Rossi sarebbe stato nominato nel febbraio di quest'anno tra i consulenti di lavoro del Governo ed è a capo della procura che sta indagando sul caso che lambisce Pier Luigi Boschi, padre del Ministro per le riforme Costituzionali e i rapporti con il Parlamento ed ex vicepresidente di Banca Etruria;
   il dottor Rossi sarebbe consulente del Dagl (Dipartimento degli affari giuridici e legislativi), a cui capo c’è Antonella Manzione, l'ex comandante dei vigili urbani di Firenze chiamata dal premier a Palazzo Chigi;
   l'incarico scadrebbe il 31 dicembre 2015, e prevede una retribuzione di 5 mila euro lordi. Il suo compito a Palazzo Chigi viene così descritto: «Attività di consulenza, instruendo e rendendo pareri in materie riguardanti il diritto penale, la procedura penale, sanzioni amministrative, nonché su problemi concernenti l'attività delle amministrazioni della giustizia e dell'interno» –:
   se i fatti narrati in premessa rispetto all'incarico presso la Presidenza del Consiglio del dottor Roberto Rossi trovino conferma, e dunque se ad indagare su Banca Etruria, vicenda in cui sono coinvolti familiari stretti di esponenti di Governo, sia un magistrato allo stato consulente del Governo stesso. (3-01905)

Interrogazioni a risposta in Commissione:


   ROBERTA AGOSTINI, COSTANTINO, GASPARINI e PICCIONE. — Al Presidente del Consiglio dei ministri, al Ministro dell'interno. — Per sapere – premesso che:
   l'astensionismo in Italia non ha mai raggiunto livelli elevati come in altri Paesi europei, ma ha conosciuto negli ultimi 30 anni una crescita continua. Basti pensare che la quota di elettori che non si è recata alle urne è aumentata costantemente a partire dalle elezioni politiche del 1976, dove rappresentava il 6,6 per cento dell'elettorato, fino alle ultime consultazioni del 2001, dove ha rappresentato il 18,6 per cento degli aventi diritto al voto;
   se poi al dato di base (ovverosia la quota di cittadini che non si recano alle urne), si vanno a sommare i dati relativi ai cosiddetti voti inespressi, le schede bianche e le schede nulle, che a rigore vengono annoverate tra le opzioni astensioniste dal momento che non esprimono voti validi per i partiti in competizione, ecco che il fenomeno della crescita del «non voto» assume dimensioni ancora maggiori;
   se, dunque, nei primi tre decenni del dopoguerra l'Italia ha registrato in ogni tipo di elezione una partecipazione al voto estesa e indifferenziata, nei tre decenni successivi questa affluenza di massa ha cominciato a vacillare, riducendosi, elezione dopo elezione, senza soluzione di continuità;
   in Italia, a partire dalle scadenze elettorali degli ultimi dieci anni, il fenomeno ha registrato una crescita costante, si è interrotto soltanto in occasione dei referendum sull'acqua e sul nucleare, per riproporsi successivamente nelle elezioni nazionali, regionali ed europee;
   sul sito del Ministero dell'interno, all'archivio dei dati elettorali, non si reperiscono che pochissimi dati disaggregati, e al più si può trovare un numero relativo all'astensione complessiva, raramente differenziata per genere;
   appare fondamentale, per il futuro e la tenuta democratica del nostro Paese, capire in modo approfondito la composizione di questo vero e proprio popolo che non crede alla politica, che rinuncia ad esercitare un diritto, che ha perso la speranza di poter contribuire a un cambiamento, e riduce la rappresentatività di chi è eletto dal 25 per cento dell'elettorato potenziale;
   un dato certamente importante è quello che riguarda le donne: sarebbe opportuno conoscere quanta parte del vasto popolo dell'astensionismo sia formata da donne, quale sia la loro età, la loro appartenenza geografica dati numerici che permettano poi di indagare sulle ragioni di una non scelta, sui motivi di una sfiducia e della ferma rinuncia a quello che è stato un diritto a lungo negato, e conquistato con enorme difficoltà;
   l'Italia e le donne hanno conosciuto alti, altissimi tassi di partecipazione elettorale: il periodo tra il 1953 e il 1963 può essere definito come il decennio aureo della partecipazione politica delle italiane, essendo ancora il voto investito dal sentimento del dovere e della conquista, ancora recente, di un diritto;
   sul finire degli anni Settanta anche l'Italia però cominciò ad allinearsi ad altre nazioni occidentali e a vedere calare la partecipazione, secondo una dinamica di genere che vide le donne allontanarsi prima dai seggi elettorali. Dal 1979 in poi e almeno fino al 2001 la forbice di genere si è andata divaricando, sull'onda di una più precoce «stanchezza del voto» da parte delle donne, legata alla crisi delle organizzazioni di massa e all'affievolirsi di quel sentimento religioso che tanto aveva pesato negli orientamenti politici femminili;
   se si guarda allo scenario di metà degli anni Duemila emerge anche quanto, per quanto riguarda l'astensionismo femminile, assumano rilievo i parametri della condizione professionale (chi lavora per il mercato, oltre che in casa, svolgendo compiti di cura domestica, vota di più) e dell'età. La partecipazione politica declina temporalmente, prima fra le donne che fra gli uomini (e le prime vivono più a lungo);
   il fenomeno dell'astensione va, dunque, letto per come si è andato modificando nel tempo, fino a giungere ad essere, ormai da qualche tempo, un'opzione tra le altre all'interno della dinamica elettorale: chi oggi si astiene, a parte la quota di astensionismo «fisiologico» dovuta all'età anziana e che dunque riguarda assai le donne, invia infatti un messaggio rispetto all'offerta elettorale che gli o le è stata proposta. E in un certo senso questo il motivo, insieme all'analogo comportamento di altre democrazie, che conoscono da molti più anni di noi alti tassi di astensionismo, per il quale diversi commentatori e politologi hanno ridimensionato «l'allarme astensione» lanciato da molti subito dopo la recente tornata amministrativa;
   appare dunque essenziale tornare a ridare voce ad un popolo di donne e di uomini, giovani, anziani, che hanno deciso non di non partecipare, così come chiede una lettera – appello, frutto dell'iniziativa di alcune importanti associazioni che sta raccogliendo firme autorevoli al fine di affrontare, con gli strumenti adeguati, un fenomeno così inquietante e in crescita –:
   se il Governo non ritenga di dovere, in tempi brevi, provvedere a mettere a disposizione dati aggiornati in merito all'entità complessiva, del fenomeno dell'astensionismo alla sua composizione di genere e per età, alla sua distribuzione geografica e ai suoi riferimenti socio economici. (5-07195)


   SPESSOTTO. — Al Presidente del Consiglio dei ministri. — Per sapere – premesso che:
   è notizia di questi giorni che, con voto contrario del M5S, il Consiglio regionale del Veneto ha approvato, il 26 novembre 2015, la legge regionale 1o dicembre 2015, n. 20 «Appostamenti precari ad uso venatorio» (BUR n. 114 del 2015), presentata dal consigliere di Fratelli d'Italia-Alleanza Nazionale-Movimento per la cultura rurale Sergio Berlato;
   tale legge regionale tende a liberalizzare gli interventi edilizi finalizzati all'attività venatoria in forma di appostamenti temporanei di lungo periodo, con previsione di semplificazioni procedurali amministrative, ed esonerando i proprietari degli stessi appostamenti dagli oneri legati ai permessi edilizi, nel rispetto di alcuni requisiti stabiliti dalla legge;
   in particolare, con l'approvazione della suddetta legge da parte del Consiglio regionale, vengono abrogate le norme regionali precedenti e i proprietari degli appostamenti verranno ora esonerati da tutti gli adempimenti di natura edilizia e di natura paesaggistica richiesti, sostituiti da una semplice comunicazione al comune territorialmente competente;
   come evidenziato dall'associazione ecologista «Gruppo d'intervento giuridico» in un documento formale sottoposto alla III Commissione consiliare della regione Veneto, la suddetta legge regionale violerebbe le competenze statali in materia penale ai sensi dell'articolo 117, comma 2, lettera I della Costituzione, quelle in materia di tutela dell'ambiente e di pianificazione paesaggistica, ai sensi dell'articolo comma 1, lettera s, della Costituzione, nonché le competenze statali in tema di coordinamento in materia di beni culturali ai sensi dell'articolo 118, comma 3, della Costituzione;
   l'articolo 1, comma 3, della legge in oggetto dispone infatti che «gli appostamenti precari di caccia possono essere allestiti ad iniziare da 15 giorni prima dell'inizio della stagione venatoria e devono essere rimossi entro e non oltre 15 giorni dal termine della stagione venatoria», ammettendo così la possibilità di realizzare appostamenti di caccia, in via potenziale, per ben 8 mesi (dal mese di agosto al successivo mese di marzo) ed escludendo in tal senso la sussistenza dal necessario requisito della precarietà, riscontrabile quando il periodo di installazione non superi i 90 giorni, come autorevolmente interpretato in sede giurisprudenziale;
   inoltre, nonostante le dimensioni potenzialmente ragguardevoli di tali strutture, esse sono considerate «interventi liberi», «per la cui realizzazione non è richiesto alcun titolo abilitativo», individuando fra questi «gli appostamenti di caccia realizzati secondo le disposizioni provinciali vigenti in materia di protezione della fauna selvatica e di esercizio della caccia»;
   ad avviso dell'interrogante, gli interventi di realizzazione di appostamenti di caccia contenuti nella legge della regione Veneto di recente approvazione valicano le possibilità di deroga di cui all'articolo 14 (L) del decreto del Presidente della Repubblica n. 380 del 2001 e successive modificazioni e integrazioni («Permesso di costruire in deroga agli strumenti urbanistici») e risultano altresì in contrasto con la sanzione penale disposta dall'articolo 44 (L), comma 1, lettera a), del decreto del Presidente della Repubblica n. 380 del 2001 e successive modificazione e integrazioni;
   inoltre tali disposizioni, a giudizio dell'interrogante contrastano anche con la definizione di «intervento edilizio» di cui all'articolo 3, comma 1 lettera e.5, del decreto del Presidente della Repubblica n. 380 del 2001 e successive modificazioni e integrazioni e con le conseguenti sanzioni penali disposte dall'articolo 31 comma 1, lettera a), del decreto del Presidente della Repubblica, n. 380 del 2001 e successive modificazioni e integrazioni, dell'articolo 734 del codice penale e dell'articolo 181 del decreto legislativo n. 42 del 2004 e successive modificazioni e integrazioni, applicabili per qualsiasi intervento edilizio avente carattere non effettivamente precario;
   con legge 9 gennaio 2006, n. 14, avente per oggetto «Ratifica ed esecuzione della Convenzione europea sul paesaggio, stipulata a Firenze il 20 ottobre 2000», l'Italia ha altresì assunto precisi impegni internazionali per l'attuazione di politiche di tutela dei beni paesaggistici insistenti sul proprio territorio e con il decreto legislativo 22 gennaio 2004, n. 42 e successive modifiche ed integrazioni, denominato Codice dei beni culturali e del paesaggio, si è inteso applicare su tutto il territorio nazionale una disciplina uniforme ed innovativa in materia di tutela del paesaggio in attuazione dell'articolo 9 della Costituzione;
   la materia disciplinata dalla legge regionale in questione era stata peraltro già oggetto di pronuncia da parte della Corte costituzionale che, con sentenza n. 139 del 2013, aveva dichiarato l'incostituzionalità delle analoghe disposizioni della legge della regione Veneto 6 luglio 2012, n. 25 –:
   se il Governo non intenda verificare la sussistenza dei presupposti per l'impugnazione della legge di cui in premessa, ai sensi dell'articolo, 127 della Costituzione, al fine di sottoporla al vaglio della Corte costituzionale per una pronuncia sulla legittimità costituzionale. (5-07198)


   BOLOGNESI. — Al Presidente del Consiglio dei ministri, al Ministro della difesa, al Ministro dell'interno. — Per sapere – premesso che:
   le vittime di attentato terroristico sono tutelate dalla legge n. 206 del 2004 «Nuove nome in favore delle vittime del terrorismo e delle stragi di tale matrice» e da altre leggi in essa richiamate. Il comma 1 dell'articolo 6 della legge n. 206 del 2004 prevede che «le percentuali di invalidità già riconosciute e indennizzate in base ai criteri e alle disposizioni della normativa, vigente alla data di entrata in vigore della, presente legge sono rivalutate tenendo conto dell'eventuale intercorso aggravamento fisico e del riconoscimento del danno biologico e morale»;
   il danno biologico e morale è stato regolamentato dal decreto del Presidente della Repubblica n. 181 del 2009 «Regolamento recante i criteri medico-legali per l'accertamento e la determinazione dell'invalidità e del danno biologico e morale a carico delle vittime del terrorismo e delle stragi di tale matrice, a norma dell'articolo 6 della legge 3 agosto 2004, n. 206». I criteri medico-legali per la valutazione e rivalutazione dell'invalidità permanente nonché per la determinazione del danno biologico e del danno morale fino a prevedere la quantificazione dell'invalidità complessiva sono espressi chiaramente negli articoli 3 e 4 del citato decreto del Presidente della Repubblica così come altri importanti e fondamentali aspetti regolamentari sono disciplinati dagli altri articoli dello stesso decreto del Presidente della Repubblica;
   il riconoscimento dell'aggravamento e della valutazione del danno biologico e morale degli invalidi vittime del terrorismo continua a presentare, ad oltre 40 anni dagli accadimenti ed a ormai 11 anni dall'entrata in vigore della legge n. 206 del 2004, applicazioni difformi e molto penalizzanti da parte delle commissioni mediche ospedaliere (CMO) militari che, inoltre, riservano in diversi casi, come risulta all'interrogante, trattamenti a dir poco umilianti ed offensivi nei confronti delle vittime;
   nel determinare il danno morale subìto dalle vittime di terrorismo e stragi di tale matrice, le CMO non seguono i parametri previsti dal decreto del Presidente della Repubblica n. 181 del 2009 ma criteri discrezionali, non obiettivi e uniformi con i quali definiscono una percentuale di invalidità complessiva sottostimata;
   a quanto risulta all'interrogante, ad oggi alcune CMO, come quella de La Cecchignola, procedono alla valutazione medico legale degli invalidi vittime del terrorismo applicando l'articolo 5 del decreto del Presidente della Repubblica del 7 luglio 2006, n. 243, «Regolamento concernente termini e modalità di corresponsione delle provvidenze alle vittime del dovere ed ai soggetti equiparati, ai fini della progressiva estensione dei benefici già previsti in favore delle vittime della criminalità e del terrorismo». Fanno cioè, secondo l'interrogante erroneamente, riferimento ad un dettato applicativo legislativo non riguardante in alcun modo la categoria in argomento, negando fra l'altro ai periziati invalidi vittime del terrorismo anche l'importante e fondamentale riconoscimento del danno biologico e del danno morale che ha un peso percentuale estremamente rilevante ai fini della determinazione dell'invalidità complessiva;
   risulta all'interrogante che la CMO di Taranto, nel gennaio 2011, ha sottoposto a visita medica uno dei superstiti dell'attentato del Rapido 904 e gli ha negato il riconoscimento del danno biologico e Morale. La CMO così operando ha disapplicato l'articolo 6, comma 1, della legge n. 206 del 2004 confermandogli l'invalidità precedentemente accertata su un unico parametro quello della invalidità permanente. La persona interessata ha presentato richiesta di revisione del verbale nel novembre del 2012 e il Ministero della difesa nel giugno del 2014 ha dichiarato motivata l'istanza di revisione del verbale avanzata da parte della vittima, ma ad oggi il procedimento non risulta ancora concluso e la vittima è ancora in attesa di una nuova valutazione di invalidità complessiva, vale a dire comprensiva anche del danno biologico e morale;
   un'altra vittima – valutata presso l'ospedale militare di Caserta nel maggio 2013 – nel settembre 2015, ha ricevuto un verbale redatto dalla commissione medico ospedaliera della Cecchignola con un'invalidità diminuita del 10 per cento senza essere stata mai esaminata da quest'ultima ed in palese contrasto con quanto stabilito dal decreto del Presidente della Repubblica n. 181 del 2009 per il quale come noto la valutazione di precedente invalidità non può essere diminuita in alcun modo  (articolo 6, comma 2, secondo periodo: «In ogni caso, la percentuale d'invalidità non può essere rideterminata in misura inferiore a quella per la quale si è già provveduto all'attribuzione dei benefici richiesti, ovvero, a quella stabilita in sede giudiziale.»);
   un altro caso limite è quello di due periziati che a distanza di sette mesi dalla redazione del verbale effettuata dalla CMO di Milano hanno avuto comunicazione dal Ministero dell'interno che il loro verbale è in revisione, in quanto potrebbero esserci stati degli errori. Due vittime della strage alla stazione di Bologna, ad avviso dell'interrogante, sono state trattate dalle CMO di Padova e Messina come fossero due persone intente a compiere un'azione criminale. Per quanto a conoscenza dell'interrogante, una di queste è stata sottoposta ad una visita medica di valutazione del danno morale di oltre tre ore comprensiva di domande sulla propria vita intima. L'altra è stata valutata, dopo anni dalla richiesta;
   inspiegabilmente, da parte del Ministero dell'interno area 1 Roma, sono stati bloccati, a quanto consta all'interrogante, decreti di riconoscimento di ulteriore aggravamento di invalidi vittime del terrorismo per i quali anche in seconda battuta è stato valutato nuovamente il danno biologico e morale in applicazione del decreto del Presidente della Repubblica n. 181 del 2009 dopo che era già intervenuta una precedente valutazione del danno con il riconoscimento della invalidità complessiva da parte delle C.M.O. Un'interpretazione contestata dall'interrogante (non disposta, peraltro, da alcuna norma, sia nell'ambito della legge n. 206 del 2004 sia del decreto del Presidente della Repubblica n. 181 del 2009, e che confligge con il «comune buon senso») che non consentirebbe, irragionevolmente, alcun ulteriore aggravamento generale dei danni fisici, biologici, morali causati dalla strage o da atto di terrorismo. Poiché l'aggravamento viene normalmente effettuato nell'ambito, in generale, dell'invalidità civile e militare non si comprende perché lo si neghi alle vittime di terrorismo. Tra l'altro, l'aggravamento, per sua definizione (si veda anche l'articolo 1, lettera c) decreto del Presidente della Repubblica n. 181 del 2009) e per sua natura, non può essere cristallizzato;
   risulta all'interrogante che durante le visite effettuate alle vittime di terrorismo, civili e militari, non sono presenti sempre tutti i componenti delle CMO previsti dall'articolo 5 del decreto del Presidente della Repubblica n. 510 del 1999;
   ai sensi dell'articolo 14, c) 1, della legge n. 206 del 2004 il procedimento di riconoscimento di invalidità dovrebbe concludersi entro il termine di quattro mesi dalla presentazione della domanda da parte dell'avente diritto alla prefettura-ufficio territoriale del Governo competente in base alla residenza anagrafica del medesimo soggetto, ma ad oggi i procedimenti restano in sospeso fino ad oltre due anni, per i ritardi endemici per le prime visite ed il completamento delle istruttorie da parte delle CMO, anche a causa di errori da parte delle commissioni mediche militari;
   con comunicazione del 14 novembre 2010 al Ministero della difesa e relazione ai tavoli tecnici presso il Ministero dell'interno di marzo 2012, relazione del 14 luglio 2014 nonché nell'ambito della relazione finale consegnata alla Presidenza del Consiglio, datata 25 ottobre 2015, con l'evidenza delle posizioni associative a seguito degli ultimi incontri del 17 settembre e 9 ottobre 2015 per addivenire alla definitiva attuazione della legge n. 206 del 2004 (documentazioni a richiesta disponibili) le associazioni delle vittime di terrorismo e stragi di tale matrice, hanno illustrato da tempo – ai soggetti istituzionali interessati – le principali problematiche applicative del decreto del Presidente della Repubblica n. 181 del 2009 e le soluzioni utili a superarle, senza però ottenere alcuna risposta concreta, alcun intervento fattivo volto a risolvere questa inspiegabile situazione di trattamento ingiusto, e omissivo nei confronti delle vittime –:
   se alla luce di quanto esposto in premessa, intendano adoperarsi affinché tutti i Ministeri interessati, ed in primo luogo quello della difesa, adottino le opportune iniziative al fine di uniformare con valutazioni adeguate le percentuali di invalidità permanente riscontrate in misura differenziata e penalizzante dalle diverse CMO, stabilendo criteri e indici valutativi congrui e uniformi, non discrezionali, e considerando anche il parametro rappresentato dalla vetustà dell'attentato per la quantificazione dell'ulteriore incremento del danno biologico e morale ai fini della determinazione dell'invalidità complessiva;
   se si ritenga necessario adottare opportune iniziative per rendere conforme a legge i tempi di conclusione del procedimento di riconoscimento di invalidità nei CMO previsti nel termine di quattro mesi dalla presentazione della domanda da parte dell'avente diritto, come sopra esposto, ma in realtà chiusi dopo anni, anche per gli errori effettuati dagli stessi CMO;
   se il Ministero dell'interno – area 1 Roma – abbia emanato i decreti di attuazione del riconoscimento di aggravamento per invalidi vittime di terrorismo per i quali sia già intervenuta una precedente valutazione del danno con il riconoscimento della invalidità complessiva da parte delle C.M.O e, in caso contrario, quali iniziative si intendano assumere per la loro emanazione;
   se si intendano avviare iniziative ispettive nei confronti delle CMO, in primis quelle citate in premessa, al fine di verificare in atti la corretta applicazione delle norme procedurali previste nonché eventuali errori per il riconoscimento in prima valutazione e per gli aggravamenti, nell'accertamento e quantificazione dell'invalidità complessiva a danno di cittadini invalidi, spesso in età avanzata e gravemente colpiti da eventi di terrorismo e stragi di tale matrice, che in molti casi addirittura risalgono ad oltre quaranta anni or sono. (5-07209)


   CIPRINI, GALLINELLA, TRIPIEDI, CHIMIENTI, COMINARDI, DALL'OSSO e LOMBARDI. — Al Presidente del Consiglio dei ministri, al Ministro per la semplificazione e la pubblica amministrazione. — Per sapere – premesso che:
   l'articolo 14 del decreto legislativo 27 ottobre 2009, n. 150, reca norme in materia di organismo indipendente di valutazione della performance (OIV) e stabilisce che «Ogni amministrazione, singolarmente o in forma associata, senza nuovi o maggiori oneri per la finanza pubblica, si dota di un Organismo indipendente di valutazione della performance», in sostituzione dei precedenti servizi di controllo interno;
   il medesimo articolo 14, al comma 3, stabilisce altresì che i membri dei vari OIV sono nominati, sentita la Commissione di cui all'articolo 13, dall'organo di indirizzo politico-amministrativo per un periodo di tre anni rinnovabili una sola volta;
   la Commissione di cui all'articolo 13, chiamata ad esprimere un parere sulla nomina dei membri degli OIV, opera in posizione di indipendenza di giudizio e di valutazione e in piena autonomia, in collaborazione con la Presidenza del Consiglio dei ministri — dipartimento della funzione pubblica e con il Ministero dell'economia e delle finanze — dipartimento della ragioneria generale dello Stato ed, eventualmente, in raccordo con altri enti o istituzioni pubbliche, con il compito di indirizzare, coordinare e sovrintendere all'esercizio indipendente delle funzioni di valutazione, di garantire la trasparenza dei sistemi di valutazione, di assicurare la comparabilità e la visibilità degli indici di andamento gestionale, informando annualmente il Ministro per l'attuazione del programma di governo sull'attività svolta;
   l'articolo 13, comma 6, lettera g) del citato decreto legislativo, conferiva in capo ad una «Commissione per la valutazione, la trasparenza e l'integrità delle amministrazioni pubbliche» il compito di definire i «requisiti per la nomina dei componenti dell'Organismo Indipendente di valutazione», assolto tramite propria delibera n. 4/2010 del 16 febbraio 2010, integrata successivamente dalle delibere n. 107/2010, n. 21/2012, n. 23/2012, n. 27/2012 e n. 29/2012;
   la Commissione indipendente per la valutazione, la trasparenza e l'integrità delle amministrazioni pubbliche (CiVIT, oggi Autorità nazionale anticorruzione — ANAC) è intervenuta in seguito, tramite propria delibera n. 12/2013, per riformare i requisiti e il procedimento per la nomina dei componenti degli organismi indipendenti di valutazione;
   in tale delibera n. 12/2013 si stabilisce al punto 9 che «Nessun componente può appartenere contemporaneamente a più Organismi indipendenti di valutazione o Nuclei di valutazione. Il principio di esclusività può essere derogato nelle ipotesi in cui si tratti di incarichi in enti di piccole dimensioni che trattano problematiche affini e che operano nella stessa area geografica, anche in relazione alla valutazione complessiva degli impegni desumibili dal curriculum. L'assenza o l'eventuale contemporanea presenza in altri Organismi indipendenti di valutazione o Nuclei di valutazione deve essere oggetto di dichiarazione sottoscritta dal candidato che deve essere trasmessa dall'amministrazione alla Commissione. Si segnala l'opportunità di evitare che le amministrazioni procedano a nomine incrociate, nel senso che l'appartenente a una amministrazione sia nominato componente dell'OIV di un'altra amministrazione che ha come componente dell'OIV persona appartenente all'amministrazione del candidato»;
   le competenze della Commissione indipendente per la Valutazione, la trasparenza e l'integrità delle amministrazioni pubbliche (Civit), in materia di misurazione e valutazione della performance, dunque, sono state trasferite prima all'Autorità nazionale anticorruzione e successivamente, per effetto dell'articolo 19, comma 9, del decreto—legge n. 90 del 2014, convertito dalla legge n. 114 del 2014, al Dipartimento della funzione pubblica della Presidenza del Consiglio dei ministri;
   particolare importanza riveste il punto 9 della delibera n. 12/2013 che espressamente sancisce il principio di esclusività, con il divieto per ciascun componente di far parte contemporaneamente di più organismi di valutazione o nuclei di valutazione, posto a garanzia della indipendenza e imparzialità dei membri dei medesimi organismi;
   tale norma si applica anche agli enti locali: recentemente il comune di Perugia, ad esempio, ha provveduto a nominare i membri del proprio OIV. Il predetto comune ha trasmesso al dipartimento della funzione pubblica i curricula vitae dei candidati individuati ma, successivamente, il dipartimento ha espresso parere non favorevole alla nomina di due componenti dell'O.I.V., in quanto risultano componenti dell'O.I.V. del comune di Assisi; pertanto non risultano rispettati i limiti delle 500 unità di personale dipendente in servizio presso le amministrazioni secondo quanto previsto al punto 9 della delibera ANAC n. 12, come modificata dalla decisione dell'11 giugno 2014. Ciò nonostante, il comune di Perugia, nella persona del sindaco, ha comunque provveduto a nominare i predetti componenti in seno all'OIV contravvenendo agli indirizzi e al parere non favorevole espresso dal dipartimento della funzione pubblica in materia, tanto che sulla vicenda è stata presentata anche una interrogazione al sindaco del comune di Perugia da parte del gruppo consiliare del Movimento 5 Stelle;
   il comune di Perugia, certamente, non è l'unico ente che contravviene agli indirizzi espressi e al parere del dipartimento della funzione pubblica in materia di requisiti ed esclusività del rapporto per la nomina a membro dell'OIV;
   eppure, i membri dell'OIV sono titolari di una serie di funzioni importanti in materia di monitoraggio del sistema di valutazione e trasparenza dell'attività amministrativa dell'ente pubblico ed in particolare: a) monitorano il funzionamento complessivo del sistema di valutazione, della trasparenza e integrità dei controlli interni ed elaborano una relazione annuale sullo stato dello stesso; b) comunicano tempestivamente le criticità riscontrate ai competenti organi interni di governo e di amministrazione, nonché alla Corte dei Conti, all'ispettorato della funzione pubblica e all'ANAC; c) garantiscono la correttezza dei processi di misurazione e valutazione; d) propongono all'organo di indirizzo politico-amministrativo la valutazione annuale dei dirigenti di vertice e l'attribuzione ad essi dei premi; e) promuovono e attestano l'assolvimento degli obblighi relativi alla trasparenza e all'integrità; f) verificano i risultati e le buone pratiche di promozione delle pari opportunità;
   a giudizio degli interroganti, a fronte del mancato adeguamento degli enti locali agli indirizzi e pareri stabiliti dalla Commissione (Civit) in materia di requisiti ed esclusività del rapporto dei membri degli OIV, non vi sono sanzioni idonee ad impedirne la violazione –:
   se il Governo sia conoscenza dei fatti descritti;
   quali siano i dati sul numero dei pareri non favorevoli espressi dal dipartimento della funzione pubblica, in materia di requisiti e di criteri di nomina dei membri degli OIV degli enti locali e per quali motivi;
   quali iniziative, anche di tipo normativo, intenda adottare il Governo per rendere più efficace e più rigoroso il rispetto delle norme in materia di criteri di nomina e di esclusività del rapporto dei membri degli OIV, nominati dagli enti locali, norme poste a garanzia della imparzialità, dell'indipendenza e dell'autonomia del medesimo OIV. (5-07210)

Interrogazioni a risposta scritta:


   SANTELLI. — Al Presidente del Consiglio dei ministri, il Ministro della salute. — Per sapere – premesso che:
   con nota del 20 marzo 2015 il Ministro dell'economia e delle finanze ha trasmesso alla regione Calabria la deliberazione del Consiglio dei ministri del 12 marzo 2015 con la quale è stato nominato l'ingegner Massimo Scura quale commissario ad acta per l'attuazione del vigente piano di rientro dei disavanzi del servizio sanitario regionale calabrese, secondo i programmi operativi di cui all'articolo 2, comma 88, della legge 23 dicembre 2009, n. 191 e successive modificazioni;
   il Ministero della salute, in data 27 giugno 2006, presentava in Parlamento, in contestualità al programma denominato «un new deal della salute», un documento nel quale prevedeva la realizzazione della cosiddetta «casa della salute», con l'obiettivo di potenziare il sistema di cure primarie e con l'intento di operare h24 e sette giorni su sette, in condizioni geografiche di non eccessiva dispersione territoriale, consentendo l'aggregazione dei servizi in modo da agevolare l'accesso ai cittadini;
   per la sua realizzazione, la legge finanziaria n. 296 del 2007, articolo 1, comma 805, prevedeva uno specifico stanziamento di dieci milioni di euro, e sulla scorta di tale cofinanziamento da parte dello Stato, rivolto espressamente all'avvio della precitata sperimentazione, le regioni dovevano presentare un apposito progetto rispettando le indicazioni contenute nelle linee guida predisposte dal Ministero della salute;
   il punctum crucis di detta interrogazione trova la sua dimensione nella famigerata e contesa questione del nosocomio «L. Pasteur», in quel di San Marco Argentano (Cosenza), nel quale la «casa della salute» in realtà non ha mai concretizzato la sua reale costituzione, per come previsto nel summenzionato documento;
   in un vasto comprensorio nel quale figura un bacino di utenza pari a sessantamila persone, in via del tutto ufficiale risulta l'istituzione della «casa della salute», ma, di fatto, vi è impiantato il cosiddetto C.A.P.T. (centro assistenza primaria territoriale) con un punto di primo intervento h24 ma che, sostanzialmente, presenta variegate problematiche, quali:
    servizio di radiologia attivo sette giorni su sette dalle ore 8:00 alle ore 20:00, ma senza reperibilità notturna;
    laboratorio analisi attivo solo di mattina dal lunedì al sabato, dalle ore 8:00 alle ore 20:00;
    servizio dialisi attivo solo da qualche mese dal lunedì al sabato con solo tre rientri settimanali, e ciò per carenza di personale medico;
    ambulatori (chirurgia, cardiologia, oculistica, dermatologia, reumatologia, otorinolaringoiatria, endocrinologia, pneumologia, diabetologia e altri) attivi da lunedì a venerdì, solo al mattino, con due rientri pomeridiani tali da non soddisfare le richieste dell'utenza, creando pertanto lunghe liste d'attesa;
    servizio di fisioterapia attivo da lunedì a venerdì con due rientri pomeridiani, e da qualche mese senza la presenza del fisiatra;
    servizio TAC privo del mezzo di contrasto poiché manca l'anestesista –:
   quali iniziative, per quanto di competenza intendano adottare, anche per il tramite del commissario ad acta per l'attuazione del piano di rientro dai disavanzi sanitari regionali, al fine di far rientrare nella strutturazione del progetto della «casa della salute» il nosocomio «L. Pasteur» sito in San Marco Argentano (Cosenza) e risolvere le problematiche dei Nosocomio sopra elencate, garantendo così un'assistenza adeguata, nel rispetto dei livelli essenziali di assistenza. (4-11394)


   MANNINO, BUSTO, DAGA, DE ROSA, MICILLO, TERZONI e ZOLEZZI. — Al Presidente del Consiglio dei ministri, al Ministro dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare. — Per sapere – premesso che:
   con una prima sentenza, nel 2007, la Corte di giustizia dell'Unione europea (CGUE) ha dichiarato che l'Italia era venuta meno, in modo generale e persistente, agli obblighi relativi alla gestione dei rifiuti stabiliti dalle direttive relative ai rifiuti, ai rifiuti pericolosi e alle discariche di rifiuti;
   nel 2013, la Commissione europea ha ritenuto che l'Italia non avesse ancora adottato tutte le misure necessarie per dare esecuzione alla sentenza del 2007. In particolare, 218 discariche ubicate in 18 delle 20 regioni italiane non erano conformi alla direttiva «rifiuti»; inoltre, 16 discariche su 218 contenevano rifiuti pericolosi in violazione della direttiva «rifiuti pericolosi»; infine, l'Italia non aveva dimostrato che 5 discariche fossero state oggetto di riassetto o di chiusura ai sensi della direttiva «discariche di rifiuti»;
   nel corso della causa c-196/13, la Commissione europea ha affermato che, secondo le informazioni più recenti, 198 discariche non erano ancora conformi alla direttiva «rifiuti» e che, di esse, 14 non erano conformi neppure alla direttiva «rifiuti pericolosi». Inoltre, sarebbero rimaste due discariche non conformi alla direttiva «discariche di rifiuti»;
   nella sentenza della CGUE del 2 dicembre 2014, la Corte ha ricordato, innanzitutto, che la mera chiusura di una discarica o la copertura dei rifiuti con terra e detriti non è sufficiente per adempiere agli obblighi derivanti dalla direttiva «rifiuti». Pertanto, i provvedimenti di chiusura e di messa in sicurezza delle discariche non sono sufficienti per conformarsi alla direttiva. Oltre a ciò, gli Stati membri sono tenuti a verificare se sia necessario bonificare le vecchie discariche abusive e, all'occorrenza, sono tenuti a bonificarle. Il sequestro della discarica e l'avvio di un procedimento penale contro il gestore non costituiscono misure sufficienti. La Corte ha rilevato poi che, alla scadenza del termine impartito, lavori di bonifica erano ancora in corso o non erano stati iniziati in certi siti; riguardo ad altri siti, la Corte ha contestato che non è stato fornito alcun elemento utile a determinare la data in cui detti lavori sarebbero stati eseguiti. La Corte, quindi, è arrivata alla conclusione che l'obbligo di recuperare i rifiuti o di smaltirli senza pericolo per l'uomo o per l'ambiente, nonché quello, per il detentore, o di consegnarli ad un raccoglitore che effettui le operazioni di smaltimento o di recupero di rifiuti o di provvedere egli stesso a tali operazioni, sono stati violati in modo persistente;
   la Corte è arrivata alla conclusione che l'Italia non ha adottato tutte le misure necessarie a dare esecuzione alla sentenza del 2007 e che è venuta meno agli obblighi ad essa incombenti in forza del diritto dell'Unione europea. Di conseguenza, la Corte ha condannato l'Italia a pagare una somma forfettaria di 40 milioni di euro. La CGUE ha rilevato poi che l'inadempimento perdura da oltre sette anni e che, dopo la scadenza del termine impartito, le operazioni sono state compiute con grande lentezza; un numero importante di discariche abusive si registra ancora in quasi tutte le regioni italiane. Essa considera quindi opportuno infliggere una penalità decrescente, il cui importo è ridotto progressivamente in ragione del numero di siti che saranno messi a norma, conformemente alla sentenza, computando due volte le discariche contenenti rifiuti pericolosi. L'imposizione su base semestrale consente di valutare l'avanzamento dell'esecuzione degli obblighi da parte dell'Italia. La prova dell'adozione delle misure necessarie all'esecuzione della sentenza del 2007 deve essere trasmessa alla Commissione europea prima della fine del periodo considerato. La Corte ha condannato quindi l'Italia a versare altresì una penalità semestrale a far data dal 2 dicembre 2014 e fino all'esecuzione della sentenza del 2007. La penalità è calcolata, per quanto riguarda il primo semestre, a partire da un importo iniziale di 42.800.000 euro. Da tale importo sono detratti 400.000 euro per ciascuna discarica contenente rifiuti pericolosi messa a norma e 200.000 di euro per ogni altra discarica messa a norma. Per ogni semestre successivo, la penalità è calcolata a partire dall'importo stabilito per il semestre precedente, detraendo i predetti importi in ragione delle discariche messe a norma in corso di semestre;
   il 13 luglio 2015 la Commissione europea ha inviato all'Italia una lettera con cui sollecita il pagamento della penale dovuta per il primo semestre successivo alla sentenza. La penale richiesta in tale lettera ammonta a 39.800.000 euro; si tratta di un importo che è stato calcolato sulla base delle informazioni trasmesse dalle autorità italiane in merito ai progressi realizzati nella messa conformità delle discariche giacché, alla data del 2 giugno 2015, esistevano ancora 185 discariche non conformi alle direttive europee, ossia inottemperanti a quanto stabilito dalla più volte richiamata sentenza della CGUE;
   il 2 dicembre 2015 è scaduto il secondo semestre successivo alla sentenza della Corte di Giustizia dell'Unione europea in merito alla causa c-196/13 –:
   se il Governo intenda fornire elementi sulle informazioni inviate alla Commissione europea — in occasione della scadenza del secondo semestre successivo alla sentenza della Corte di giustizia dell'Unione europea in merito alla causa c-196/13 — sullo stato dell'arte delle 185 discariche abusive ancora non conformi al diritto comunitario. (4-11400)


   RONDINI. — Al Presidente del Consiglio dei ministri, al Ministro delle politiche agricole alimentari e forestali. — Per sapere – premesso che:
   notizie di stampa sin dall'estate scorsa, hanno evidenziato le incongruenze sui primi dati circa l'afflusso dei visitatori alla manifestazione dell'Expo di Milano;
   i dati diffusi sono stati sin da subito confutati incrociando quelli forniti dalla società di trasporti pubblici di Milano, sul numero dei posti auto disponibili e dei passeggeri di Trenitalia e di Trenord;
   ad un mese dalla fine della manifestazione non è dato sapere quanti siano i biglietti venduti e quanto sia stato incassato dalla vendita degli stessi;
   lo stesso commissario di Expo Sala, che secondo notizie di stampa potrebbe essere il prossimo candidato sindaco della città di Milano per il Partito democratico, in questi mesi è stato sempre ottimista sui numeri, salvo non procedere alla diffusione degli stessi nell'unico momento in cui sarebbe importante venirne a conoscenza –:
   se siano a conoscenza della situazione e, alla luce delle competenze in relazione alla manifestazione di Expo, non intendano intervenire al fine di rendere pubblici i dati per poterne trarre un bilancio sia in termini di risultati di presenze sia in termini di risultati economici. (4-11413)


   TOFALO, SIBILIA e PETRAROLI. — Al Presidente del Consiglio dei ministri, al Ministro dell'economia e delle finanze. — Per sapere – premesso che:
   il TAR dell'Emilia ha dichiarato illegittimi i provvedimenti con cui è stata approvata la graduatoria definitiva dei vincitori di una procedura concorsuale che ha recepito due accordi sindacali con cui è stato attribuito un diritto di precedenza non previsto dal bando di concorso. È questo il principio con cui il Tar dell'Emilia – sezione di Bologna – con la sentenza in questione ha accolto il ricorso proposto da alcuni partecipanti alla selezione pubblica indetta nel 2001 dalla Agenzia delle entrate per il passaggio di personale tra le aree B1, B2, B3 a C1. Quindi tutta la procedura dovrebbe essere annullata;
   varie forze politiche hanno proposto iniziative normative atte a regolarizzare la situazione di queste 700 unità a discapito di altre 1500 unità già impiegate che si vedranno scavalcare con un atto politico e senza alcun merito (http://www.italiaoggi.it) –:
   quale sia l'orientamento del Governo in relazione a una soluzione come quella descritta che ad avviso degli interroganti, è contro la meritocrazia. (4-11416)


   PASTORELLI. — Al Presidente del Consiglio dei ministri, al Ministro dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare, al Ministro dell'interno, al Ministro della salute. — Per sapere – premesso che:
   la situazione nel campo Rom di strada dell'aeroporto sito nella periferia nord della città di Torino è diventata ormai intollerabile. I nomadi raccolgono di tutto, bruciano ciò che non possono vendere, interrano ciò che non gli serve creando vere e proprie discariche a cielo aperto di materiali pericolosi e ingombranti. Ovunque vi sono roghi, forti esalazioni di sostanze tossiche e intensi fumi maleodoranti; il fenomeno – prima circoscritto a sporadici episodi – ha raggiunto dimensioni preoccupanti: gli ultimi episodi hanno riguardato le notevoli quantità di fumo sulla tangenziale nord che costeggia il campo;
   le dense colonne di fumo hanno creato non pochi problemi alla circolazione stradale; infatti, forti rallentamenti si sono avuti sulla tangenziale e sulla strada dell'aeroporto. Inoltre, i numerosi episodi di violenza nei confronti dei mezzi di trasporto pubblico GTT presi a sassate durante il normale svolgimento del percorso e i numerosi furti e vessazioni degli utenti (riportati ormai periodicamente dai media locali e nazionali) denotano le condizioni di assoluta pericolosità che vive l'intera zona;
   per quanto di loro competenza, le forze dell'ordine unitamente alla polizia locale ai vigili del fuoco hanno messo in atto tutti i mezzi per bloccare le attività illecite di gestione dei rifiuti e contrastare i reati ambientali; l'articolo 13 della direttiva 2008/98/CE (direttiva quadro sui rifiuti) dispone che le autorità competenti devono adottare tutte le misure necessarie per garantire che la gestione dei rifiuti sia effettuata senza danneggiare la salute dell'uomo e senza recare pregiudizio all'ambiente –:
   quali iniziative il Governo intenda assumere di fronte a questa insostenibile situazione di degrado e di abbandono e se il Governo ritenga opportuno approfondire, per quanto di competenza, la situazione sopra descritta e le conseguenze in termini di inquinamento, di impatto ambientale e di danni alla salute che può determinare il protrarsi di questa situazione di degrado. (4-11419)


   TONINELLI. – Al Presidente del Consiglio dei ministri, al Ministro dello sviluppo economico, al Ministro dell'interno, al Ministro dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare. — Per sapere – premesso che:
   il «Progetto stoccaggio metano Bordolano-Stogit 2008» prevede la realizzazione dell'impianto di stoccaggio di 1,2 miliardi di metri cubi di metano su un area oggetto della concessione di coltivazione denominata «Bordolano stoccaggio» di 62,6 chilometri quadrati; la stessa area rientra in una concessione di coltivazione denominata «Cignone» con superficie complessiva di 135 chilometri quadrati. Queste concessioni ricadono in un territorio comprendente il Parco Oglio Nord, la provincia di Cremona con i comuni di Bordolano, Castelvisconti, Azzanello, Corte de’ Cortesi con Cignone, Casalmorano, Annicco, Soresina, Paderno Ponchielli, Casalbuttano, Olmeneta, Robecco d'Oglio e della provincia di Brescia con i comuni di Pontevico, Verolanuova, Verolavecchia, Quinzano d'Oglio, Borgo San Giacomo. A questi si aggiungono, a norma del provvedimento direttoriale n. 18804 del 8 agosto 2013 del Ministero dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare, nel raggio di 10 chilometri dagli impianti di Bordolano, i comuni di Genivolta (CR), Villachiara e San Paolo (BS), in un territorio abitato da circa 60.000 persone, in cui sono presenti importanti reti di infrastrutture viabilistiche e ferroviarie, numerose attività produttive industriali ed agricole di qualità e numerosi monumenti testimonianza importante della storia del territorio;
   la documentazione del «Progetto stoccaggio metano Bordolano-Stogit 2008», con le successive modifiche e integrazioni, è stata depositata solo alla regione Lombardia, alla provincia di Cremona, al comune di Bordolano, mentre il resto dei comuni citati, il Parco Oglio Nord e la provincia di Brescia subiscono gli effetti della sismicità indotta dalle attività di stoccaggio della centrale di Bordolano;
   il rapporto realizzato dall'ISPRA (Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale) sullo stato delle conoscenze riguardo a possibili relazioni tra attività antropiche e sismicità indotta in Italia e le «linee guida», del 24 novembre 2014, sul monitoraggio sismico dell'attività antropica predisposte dal gruppo di lavoro istituito dal Ministero dello sviluppo economico e recepite nello stesso decreto-legge 12 settembre 2014, n. 133, cosiddetto «Sblocca Italia», hanno recentemente dimostrato la possibile correlazione tra attività di stoccaggio gas e sismicità indotta/innescata causando un possibile aumento rilevante del rischio sismico nelle aree interessate da questo tipo di interventi, aprendo la possibilità di applicazione dell'articolo 5 della legge 24 febbraio 1992, n. 225;
   la recente esperienza dell'analogo progetto spagnolo dell'impianto di stoccaggio del gas della piattaforma «Castor», ha dimostrato come un progetto di stoccaggio non adeguatamente valutato sia stato successivamente cancellato, con ingentissime perdite economiche che sono state imputate al bilancio nazionale spagnolo, nonostante il finanziamento del progetto «Castor» fosse effettuato tramite i project bond della Banca europea per gli investimenti (BEI), in seguito al rilievo del rapporto ufficiale dell'Istituto geografico nazionale spagnolo, da cui è stato confermato che i 540 terremoti avvenuti nel 2013 erano stati indotti dall'iniezione di gas nel giacimento –:
   in relazione allo stato di avanzamento dei lavori di realizzazione della centrale di stoccaggio di gas metano della società Stogit di Bordolano e della disattivazione degli impianti di compressione «provvisori» del «cluster B» del medesimo stabilimento di Bordolano, di informazioni certe dispongano circa la data di inizio dell'attività di iniezione del gas metano nel sottosuolo del sito di stoccaggio gas di Bordolano nonché le modalità con le quali si intendono applicare le «linee guida» di monitoraggio della sismicità indotta per lo stoccaggio di Bordolano citate in premessa. (4-11422)


   GASPARINI. — Al Presidente del Consiglio dei ministri. — Per sapere – premesso che:
   la regione Lombardia con la legge regionale 32 del 2015 ha istituito la Conferenza permanente regione-città metropolitana, che è sede istituzionale paritetica di concertazione degli obiettivi di comune interesse (articolo 1, comma 2);
   la concertazione si concretizza in una intesa quadro che stabilisce le linee programmatiche e le iniziative di raccordo tra il piano regionale di sviluppo e il piano strategico (comma 3);
   l'intesa quadro può articolarsi in specifici accordi o intese settoriali, e in specifiche attività progettuali (comma 4);
   la Conferenza, secondo il comma 5 dell'articolo 1:
    a) sviluppa il confronto sul processo di elaborazione del piano strategico della città metropolitana;
    b) effettua il monitoraggio del processo di attuazione dell'Intesa quadro, verificando lo stato di avanzamento dei relativi contenuti;
    c) provvede alla proposta di aggiornamento dell'Intesa quadro, anche in relazione all'aggiornamento del programma regionale di sviluppo e del piano strategico della città metropolitana;
    d) provvede, con specifica Intesa, alla elaborazione e condivisione dei criteri e indirizzi del Piano territoriale regionale per la redazione del Piano territoriale metropolitano;
    e) costituisce sede di confronto e approfondimento dei provvedimenti legislativi e amministrativi regionali ritenuti rilevanti dalla regione e dalla città metropolitana per il territorio metropolitano;
   la lettera a) del comma 44 di cui l'articolo 1 della legge n. 56 del 2014 include tra le funzioni fondamentali dell'ente l'adozione e l'aggiornamento annuale del piano strategico triennale del territorio metropolitano;
   poiché oggetto dell'intesa sarà quindi l'esercizio di una funzione fondamentale riconosciuta dalla legge n. 56 del 2014 alla città metropolitana, e considerato che essa si traduce in atto di indirizzo per l'ente e per l'esercizio delle funzioni dei comuni e delle unioni dei comuni compresi nel territorio metropolitano, tale funzione fondamentale di indirizzo e programmazione viene subordinata ad atti adottati nell'ambito di specifici accordi di carattere permanente, non previsti, né gli uni, né gli altri dalla citata legge n. 56 del 2014;
   fermo restando che è interesse istituzionale la collaborazione, la condivisione, e il coordinamento delle politiche, così come è stata prevista la Conferenza permanente si prefigura come un organo di governo della città metropolitana e in caso di mancata intesa sul piano strategico potrebbe paralizzare l'attività della città metropolitana –:
   e non ritenga necessario ed urgente valutare se sussistano i presupposti per impugnare, ai sensi dell'articolo 127 della Costituzione la legge regionale in quanto la Conferenza assume ruolo e funzione di un vero e proprio organo di Governo della città metropolitana e, in particolare, in tale sede la regione e la città Metropolitana definiscono un'intesa quadro che stabilisce le linee programmatiche e le iniziative progettuali di raccordo tra il programma regionale di sviluppo della regione Lombardia e il piano strategico della città metropolitana di cui all'articolo 1, comma 44, lettera a), della legge 7 aprile 2014, n. 56. (4-11423)


   TOFALO, SIBILIA e PETRAROLI. — Al Presidente del Consiglio dei ministri, al Ministro dell'interno. — Per sapere – premesso che:
   fonti di stampa parlano di abusi al municipio di San Valentino Torio, risulterebbero indagate 39 persone. Verrebbe contestata un'associazione a delinquere per favorire chi appoggiava l'amministrazione precedente all'attuale. (http://lacittadisalerno.gelocal.it);
   il 31 maggio 2015 le elezioni comunali presso il comune di San Valentino Torio (Salerno) hanno registrato la vittoria della lista civica «Insieme per San Valentino» nella quale sembrerebbero figurare persone riconducibili agli indagati di cui sopra –:
   se il Governo non ritenga che sussistano i presupposti per avviare iniziative ai sensi degli articoli 141 e seguenti del Testo unico delle leggi sull'ordinamento degli enti locali di cui al decreto legislativo n. 267 del 2000. (4-11432)


   PARENTELA. — Al Presidente del Consiglio dei ministri, al Ministro dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare. — Per sapere – premesso che:
   il territorio compreso tra l'argine destro del tratto terminale del fiume Trionto e le altre alture alle spalle dell'abitato di Crosia (CS) — confine naturale tra i comuni di Rossano e Crosia è a rischio di pericolosità idrica, per via dell'insufficiente rete di canalizzazione artificiale delle acque piovane. È ormai nota a tutti la pericolosità del corso d'acqua, tra i più lunghi d'Europa, con un bacino idrografico di 288 chilometri quadrati;
   nella zona adiacente il fiume Trionto, oltre a quello idrogeologico vi sono anche problemi, non di minor rilievo, quali degrado urbano e abusivismo diffuso. L'interrogante ha effettuato personalmente dei sopralluoghi nei vari accessi al letto del fiume constatando la presenza di rifiuti tossici e discariche abusive in notevole quantità, subito segnalati al NOE, ed un metanodotto situato vicino l'argine del fiume che ricade nella frazione di Mirto (comune di Crosia), che in caso di danneggiamento durante un'alluvione potrebbe avere conseguenze catastrofiche;
   i carabinieri hanno sequestrato numerosi rifiuti speciali abbandonati nei pressi del letto del fiume, quali carcasse di elettrodomestici, materiale di risulta edile e pannelli di eternit. I militari hanno, poi, provveduto ad informare il comune, l'Agenzia del demanio e la provincia, enti preposti alla bonifica del territorio ma, ad oggi, nulla sembra essere stato fatto anche in considerazione del fatto che sui luoghi incriminati sono stati abbandonati nuovi rifiuti;
   un gruppo di studio dell'università della Calabria (UNICAL), supportato nei sopralluoghi e per il dettaglio cartografico dai tecnici comunali, ha predisposto alcune proposte d'intervento per la mitigazione di effetti connessi alle precipitazioni intense; tali interventi riguardano essenzialmente la manutenzione e il ripristino di opere idrauliche già presenti sul territorio, oltre alla predisposizione di nuove opere finalizzate alla laminazione delle piene e alla ripartizione delle acque dei canali interessati;
   un nuovo evento meteorologico non deve cogliere impreparati e se l'incolumità dei cittadini di Crosia verrà messa a rischio sarà solo colpa di chi doveva assumersi le proprie responsabilità e non l'ha fatto;
   gli abitanti di Crosia vivono con il timore che quanto avvenuto a Rossano, nel mese di agosto 2015, quando l'esondazione del torrente Citrea ha riversato decine di metri cubi di fango tra le abitazioni della città, possa accadere anche nella loro cittadina –:
   se il Governo intenda assumere iniziative, per quanto di competenza, per rendere disponibili adeguate risorse affinché venga messo in sicurezza il territorio compreso tra l'argine destro del tratto terminale del fiume Trionto e le altre alture alle spalle dell'abitato di Crosia (CS), così da scongiurare danni ben più gravi per i cittadini calabresi e per le loro abitazioni connessi ad un eventuale futuro evento meteorologico anche di lieve entità;
   se il Ministro dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare, alla luce dei fatti esposti in premessa, non intenda intervenire, per quanto di competenza, per promuovere una verifica, anche per il tramite del comando dei carabinieri per la tutela dell'ambiente, relativamente all'area dell'alveo del fiume Trionto ove sono presenti le discariche abusive e se non intenda, altresì, accertare, attraverso gli opportuni controlli e monitoraggi, la presenza di altri rifiuti tossici interrati.
(4-11449)


   COSTANTINO, NICCHI, DURANTI, RICCIATTI, MELILLA e SANNICANDRO. — Al Presidente del Consiglio dei ministri. — Per sapere – premesso che:
   il 1o dicembre 2015 si apprende della bocciatura, presso il consiglio regionale della Calabria, in seconda commissione, dell'emendamento presentato alla manovra di assestamento di bilancio che avrebbe consentito il finanziamento dei progetti di cui alla legge regionale n. 20 del 2007 per la promozione ed il sostegno dei centri antiviolenza e delle case di accoglienza per le donne in difficoltà;
   la legge regionale n. 20 del 2007 prevede l'emanazione di un bando di gara alla quale possono accedere enti locali ed associazioni, anche associati con un progetto di accoglienza telefonica e rifugio alle donne che subiscono violenza;
   pochissimi centri antiviolenza della regione Calabria hanno potuto usufruire dei benefici di cui alla legge regionale n. 20 del 2007, nonostante in alcuni casi la metà degli importi non siano mai stati erogati e sono stati perciò persi;
   senza risorse e strumenti adeguati, i centri antiviolenza non possono svolgere la loro preziosa funzione di contrasto alla violenza contro le donne e, oltre ai capitoli già esigui di spesa stanziati dal Governo, i suddetti centri non possono essere privati di altri mezzi stabiliti a livello regionale (come quello stabiliti dalla legge n. 20 del 2007 in Calabria), che sono uno strumento legislativo che consenta un finanziamento vero e proprio di tali centri;
   l'Italia ha sottoscritto la Convenzione del Consiglio d'Europa sulla prevenzione e la lotta contro la violenza nei confronti delle donne e la violenza domestica, nota come Convenzione di Istanbul, ed è, pertanto, tenuta a rispettare i principi in essa contenuti –:
   se il Governo sia al corrente dei fatti esportati in premessa e se non intenda aggiornare la mappatura dei centri antiviolenza in Italia, per evitare che i finanziamenti statali vengano distribuiti solo su criteri territoriali senza tenere in adeguato conto la qualità dei servizi offerti;
   se e come il Governo intenda inoltre verificare altri aspetti circa l'utilizzo delle risorse finanziarie del Fondo per le politiche relative ai diritti e alle pari opportunità da parte delle regioni. (4-11454)


   TOFALO e FICO. — Al Presidente del Consiglio dei ministri, al Ministro dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare, al Ministro dello sviluppo economico. — Per sapere – premesso che:
   Ideal Standard è una grossa realtà industriale che da quasi cento anni opera nel settore dell'arredo con stabilimenti in Italia;
   il 2005 fu l'anno d'inizio del progetto «Seapark»: dalla chiusura dell'unità produttiva di Salerno decretata dal gruppo dirigenziale della Ideal Standard, alla trasformazione in un parco acquatico, cosa mai avvenuta. Ma è successo che gli operai hanno tombato la copertura dei capannoni fatta completamente in amianto (http://www.cronachesalerno.it);
   il quadro che emerge dopo la chiusura non è dei migliori: «L'ultimo dipendente dell’ex Ideal Standard, morto per una malattia incurabile, è M. D. S, 66 anni di Salerno. La settimana scorsa è deceduto E. B.: stessa malattia, stesse cause. Il numero dei morti è salito a 60 in meno di 20 anni, tutti con malattie tumorali. Indefinito il numero dei malati, per molti di loro non c’è speranza. Tra le probabili cause scatenanti delle neoplasie la presenza di amianto nell'industria che realizzava sanitari. E nel famoso e triste opificio salernitano l'amianto non sarebbe mancato. Oltre agli impasti utilizzati per la realizzazione delle ceramiche, anche la copertura dei capannoni era completamente rivestita di eternit. L'Ideal Standard risale agli anni 60, periodo in cui veniva largamente utilizzato l'amianto per la costruzione dei capannoni. Ma c’è di più. L'amianto, i dipendenti dell’ex Ideal Standard, l'avrebbero toccato con le proprie mani. Dopo la dismissione dell'impianto, i tanti dipendenti finiti in strada hanno avuto l'ingrato e pericoloso compito di interrare nelle varie vasche presenti nella struttura, il materiale di vario genere, tra cui proprio l'amianto, con una possibile contaminazione, dunque, del sito. Un compito toccato agli operai dal 2000 al 2004, quando si è proceduto al completo smantellamento dell'opificio. Vasche che ancora oggi sono visibili all'interno dei vari capannoni dell’ex struttura della zona industriale di Salerno» –:
   quali iniziative, per quanto di competenza, il Governo intenda porre in essere anche per il tramite del comando dei carabinieri per la tutela dell'ambiente, al fine di verificare lo stato dei luoghi nello stabilimento di Salerno ed evitare rischi per la salute e per l'ambiente. (4-11455)


   BORGHESI e BUSIN. — Al Presidente del Consiglio dei ministri. — Per sapere – premesso che:
   molti presidenti, dirigenti e allenatori di società sportive di hockey su pista, nonché genitori di ragazzi che praticano tale disciplina nelle squadre giovanili, riferiscono che è stato recentemente fatto divieto di utilizzare la griglia protettiva di cui sono dotati i caschi, in applicazione del nuovo testo dell'articolo 74 del Regolamento Gare e Campionati, come modificato dalla delibera del Consiglio federale n. 49 del 29 maggio 2015 e recepito nell'ulteriore delibera del 2 ottobre 2015 (CU n. 25 del 7 ottobre 2015), nonché dall'articolo 4.2.5. delle «Norme per l'attività giovanile 2015-2016»;
   tale divieto espone gli atleti a rischi gravissimi, come già inutilmente rappresentato da più parti: da ultimo, anche in un esposto alla Procura della Repubblica di Roma e ad altre Istituzioni;
   già nei primissimi tempi di applicazione si sono verificati gravi incidenti con danni alle parti del corpo in precedenza coperte dalla griglia del casco: solo per citarne uno, il 31 ottobre 2015, durante il «Trofeo del Mago» di Valdagno, un bambino dell'Hockey Breganze è stato colpito al volto dalla stecca di un avversario, riportando una profonda ferita all'interno dell'orbita oculare che ha reso necessari 7 punti di sutura e accertamenti alla vista tuttora in corso, per la vicinanza (solo pochi millimetri) con l'occhio. A parte il danno fisico, tutti i presenti hanno subito lo shock della scena terribile e la maggior parte dei bambini è scoppiata in pianti a dirotto e, probabilmente, non dimenticherà mai l'accaduto. Incidenti gravi risultano essersi verificati nelle scorse settimane anche su altre piste dove – secondo quanto riferito all'interrogante – almeno due bambini sono stati colpiti al volto dalla pallina, riportando gravi traumi;
   è appena il caso di rilevare che tali incidenti non si sarebbero verificati se, appunto, ai giovani atleti fosse stato imposto – come accadeva in precedenza – o perlomeno consentito l'uso della griglia protettiva; la norma suddetta, invece, detta un espresso divieto al riguardo, fatto che fa dubitare che l'emanazione di essa sia stata preceduta da una compiuta istruttoria (l'acquisizione di pareri da parte di medici pediatri, odontoiatri e oculisti avrebbe certamente confermato i gravi rischi di giocare senza protezioni); a parte ciò, essa appare vistosamente contrastante con altre norme – addirittura di rango costituzionale – che tutelano il diritto alla salute e che non già consentono, ma impongono ai cittadini (anche a costo di comprimere altri diritti fondamentali di pari rango, come quello all'autodeterminazione) di prevenire quanto più possibile danni a sé e agli altri: è il caso dell'obbligo di usare il casco alla guida dei motocicli o quello di indossare le cinture di sicurezza allorché si conducono automobili, per non parlare della normativa sempre più stringente in materia di sicurezza sui luoghi di lavoro, la cui applicazione è stata espressamente estesa alle associazioni sportive dilettantistiche dal decreto-legge n. 69 del 2013, cosiddetto «del fare», convertito dalla legge 9 agosto 2013 n. 98;
   la censurabilità delle norme in parola è evidente, se è vero che in altri Paesi dove non sono utilizzati dispositivi di protezione si insegna ai bambini ad utilizzare la stecca facendo particolare attenzione a non farsi male e a non far male agli avversari, sin da quando iniziano a praticare la disciplina – cosa che avrebbe dovuto consigliare perlomeno una disciplina transitoria che consentisse ai piccoli atleti di abituarsi gradualmente alle nuove norme o, meglio, valutare l'utilizzo di protezioni diverse (ad esempio, le maschere in plexiglas);
   questa estrema superficialità contrasta con l'obiettivo che la FIHP (Federazione Italiana Hockey su Pista) afferma statutariamente di proporsi – quello di «propagandare» la diffusione della disciplina – mentre invece i provvedimenti in parola stanno determinando l'allontanamento da essa di un gran numero di praticanti – se è vero che molti genitori hanno ritirato i propri figli dalle squadre, pur di non esporli a rischi inaccettabili, il che, se elimina la possibilità di danni fisici, provoca tuttavia ugualmente un danno psicologico, quello di non poter svolgere la disciplina sportiva preferita, a cui magari i ragazzi hanno già dedicato anni di pratica e di assiduo impegno;
   esistono forti perplessità su altri aspetti non secondari della questione, come quello sulle conseguenze penali e gli obblighi risarcitori in caso di eventuali incidenti, che ricadrebbero su allenatori e dirigenti;
   la FIHP si è adeguata al regolamento internazionale e cioè che a hockey su pista si gioca senza proteggere il viso con casco e visiera, ma con le altre protezioni ammesse dal regolamento. Dal punto di vista tecnico, si toglie la visiera per un miglior apprendimento dei fondamentali di questo sport;
   la FIHP è un organismo sportivo e l'ordinamento sportivo è riconosciuto dall'ordinamento giuridico statale che gli garantisce piena autonomia normativa. Quindi questa scelta rientra nell'ambito della discrezionalità della Federazione, in pratica lo Stato riconosce che fare sport è salutare perché fa bene alla collettività dei cittadini e autorizza l'ordinamento sportivo (CONI e Federazioni) a darsi le proprie regole, ma questa autonomia trova un suo limite nel campo della giurisdizione penale. In base all'articolo 5 del Regolamento giustizia e disciplina della FIHP: «Resta salva la possibilità di adire l'autorità Giudiziaria in sedi penale per la tutela dei propri diritti»;
   quindi, se nell'esercizio della attività sportiva vengono commessi dei reati, le vittime per ottenere giustizia, possono, anzi debbono, rivolgersi alla magistratura. Supponiamo allora che un minore riporti lesioni al viso durante una gara o un allenamento di hockey pista, una volta stabilito che le lesioni si sarebbero potute evitare se la visiera fosse stata indossata, come accadeva fino al termine della scorsa stagione, chi risponderebbe di questo eventuale reato (potrebbero essere le lesioni colpose) e, conseguentemente, chi sarebbe tenuto a risarcire il danno. Si potrebbe invocare la prevalenza del principio dell'autonomia dell'ordinamento sportivo su quello statale per effetto della modifica all'articolo 74 del regolamento Gare e Campionati nel caso di lesioni? Fino a pochi anni fa la risposta era pacifica: si poteva e senza alcun dubbio; il rischio di farsi male durante l'attività sportiva era accettato e tollerato dall'ordinamento sportivo e da quello giuridico statale.
  L'atleta insomma accetta, per così dire le «regole del gioco» e acconsente al rischio di ferirsi perché vuole praticare uno sport. E lo Stato a ciò acconsente perché riconosce tutti i valori dello sport, anzi li ritiene meritevoli di tutela assoluta e se capita un infortunio scatta la cosiddetta «scriminante del consenso dell'avente diritto»;
   il decreto-legge n. 69 del 2013 (convertito dalla legge 9 agosto 2013 n. 98) ha imposto alle associazioni sportive dilettantistiche di applicare ai luoghi dove svolgono la loro attività la disciplina speciale sulla tutela della sicurezza dei lavoratori, contenuta nel decreto legislativo n. 81 del 2008;
   la legge sulla sicurezza nei luoghi di lavoro individua e attribuisce precise responsabilità e obblighi di prevenzione degli infortuni al «datore di lavoro», e «al preposto»;
   secondo l'interpretazione prevalente il «preposto» in questo caso è l'allenatore che è tenuto a far indossare ai soggetti che con lui interagiscono i dispositivi di protezione dagli infortuni;
   il datore di lavoro è il presidente dell'Associazione sportiva dilettantistica che risponde in solido con il consiglio direttivo e cioè con il vicepresidente e gli altri consiglieri i quali potrebbero essere chiamati a rispondere di lesioni personali causate da infortuni «sul lavoro» che si aveva l'obbligo giuridico di prevenire. La legge ha di fatto parificato l'attività sportiva all'attività lavorativa se non altro ai fini di protezione dagli infortuni;
   alla luce dei fatti già accaduti, dell'assoluta probabilità che essi si ripetano e delle correlative responsabilità, nonché della posizione assunta da una parte davvero significativa di soggetti destinatari della norma regolamentare (famiglie, ma anche giocatori, allenatori e società sportive), sarebbe opportuno che la Federazione sospendesse, in via cautelare, con effetto immediato, la norma in questione, per poi modificarla, consentendo l'utilizzo di casco e griglia protettiva come in precedenza (o dispositivi di protezione equivalenti), considerato che molti genitori hanno già preannunciato di essere pronti a rifiutarsi di far giocare le partite ai propri figli se non con l'adeguata attrezzatura protettiva, cosa che potrebbe provocare – fra l'altro – il ritiro di diverse squadre dai campionati –:
   come si concili l'eliminazione della griglia protettiva di cui sono dotati i caschi dei giocatori di hockey con il rispetto della normativa in materia di tutela della salute e di sicurezza sul luogo di lavoro e se e quali iniziative, anche normative, intenda assumere per garantire l'incolumità degli interessati. (4-11456)


   COMINARDI, ALBERTI, BASILIO, SORIAL e DAGA. — Al Presidente del Consiglio dei ministri, al Ministro dell'interno, al Ministro dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare. — Per sapere – premesso che:
   il giorno 9 ottobre 2015 si è tenuta a Brescia la riunione della conferenza dei sindaci, organismo avente potere di voto obbligatorio e vincolante, nel quale è stata approvata la proposta ufficializzata dall'A.T.O, il 29 settembre 2015, volta a determinare le modalità per provvedere alla scelta del soggetto gestore unico provinciale del servizio idrico integrato, come stabilito nella seduta del consiglio di amministrazione dell'ente tenutasi in data 17 settembre 2015. Tale proposta si concreta nell'affidamento diretto trentennale del servizio idrico integrato ad una società interamente pubblica creata mediante la fusione degli operatori pubblici attualmente esistenti e nella cui compagine, successivamente (entro il 31 dicembre 2018), accederà un socio privato individuato tramite gara ad evidenza pubblica, al quale sarà ceduta una quota non inferiore al 40 per cento della società di gestione;
   la risoluzione del Parlamento europeo dell'11 marzo 2004 sulla strategia per il mercato interno afferma che «essendo l'acqua un bene comune dell'umanità, la gestione delle risorse idriche non deve essere assoggettata alle norme del mercato interno». Tale pensiero viene ripreso e ribadito nella risoluzione del Parlamento europeo del 15 marzo 2006 «IV Forum mondiale dell'Acqua» dove si afferma il seguente principio: «la gestione delle risorse idriche si basi su un'impostazione partecipativa e integrata, che coinvolga gli utenti ed i responsabili decisionali nella definizione delle politiche in materia di acqua a livello locale e in modo democratico»;
   ed ancora a sostegno del predetto concetto interviene la direttiva europea n. 2000/60/CE (direttiva-quadro per l'azione comunitaria in materia di acque), la quale riconosce che «l'acqua non è un prodotto commerciale al pari degli altri, bensì un patrimonio che va protetto, difeso e trattato come tale»;
   a giudizio degli interroganti sul tema non si può dimenticare il risultato di due dei quattro referendum abrogativi del 12 e 13 giugno 2011 in Italia, quelli in particolare riferiti alla gestione del servizio idrico. Il primo quesito referendario ha visto prevalere il «si» all'abrogazione di una norma che nel giro di pochi mesi avrebbe obbligato gli enti locali a prevedere delle gare aperte a soggetti pubblici, privati o misti, per decidere a chi affidare in concessione i servizi idrici. La normativa abrogata (articolo 23-bis – servizi pubblici locali di rilevanza economica – del decreto-legge 25 giugno 2008 n. 112) stabiliva che la gestione del servizio idrico venisse affidata a soggetti privati attraverso gara o l'affidamento a società a capitale misto pubblico o privato, all'interno delle quali il privato sia stato scelto attraverso gara e detenga almeno il 40 per cento. Il secondo quesito ha abrogato l'articolo 154 del decreto legislativo n. 152 del 2006 (norme in materia d'ambiente) limitatamente a quella parte del comma 1 che dispone che la tariffa per il servizio idrico è determinata tenendo conto dell'adeguatezza della remunerazione del capitale investito. La parte di normativa che si è abrogata è quella che avrebbe consentito al gestore di ottenere profitti garantiti sulla tariffa, caricando sulla bolletta dei cittadini un 7 per cento a remunerazione del capitale investito;
   il numero dei «Si» al primo quesito è stato di 25.935.372 pari al 95,35 per cento dei votanti, mentre il numero dei «Si» al secondo quesito è stato di 26.130.637 pari al 95,80 per cento dei votanti;
   la decisione adottata dalla conferenza dei sindaci appare agli interroganti non coerente con i risultati referendari ed altresì con le risoluzioni e le direttive europee in materia;
   gli interroganti ritengono prematuro e vincolante istituire fin d'ora l'obbligo ad individuare un soggetto privato al quale cedere una quota non inferiore al 40 per cento della società di gestione del servizio idrico integrato –:
   se il Governo sia conoscenza dei dati e degli elementi riportati in premessa;
   se il Governo non ritenga necessario assumere iniziative normative per esplicitare la percentuale massima delle quote private nella gestione del servizio idrico integrato, nonché l'impossibilità di incamerare profitti da questa gestione;
   come il Governo intenda dare attuazione agli esiti referendari, in particolare per quanto riguarda la concessione dei servizi idrici a privati e l'impossibilità di ottenere una remunerazione dei profitti dalla gestione degli stessi;
   come il Governo intenda agire, per quanto di competenza, al fine di difendere e proteggere l'acqua pubblica, bene naturale indispensabile che, in quanto tale appartiene all'umanità, da eventuali abusi nella gestione e/o da speculazioni private.
(4-11459)


   SORIAL. — Al Presidente del Consiglio dei ministri, al Ministro dell'economia e delle finanze. — Per sapere – premesso che:
   secondo recenti fonti di stampa, il Ministro dell'economia e delle finanze Pier Carlo Padoan avrebbe fornito alla Commissione europea «cifre molto gonfiate sulla spesa che l'Italia ha sostenuto per l'emergenza migranti nel 2015»;
   il Ministro dell'economia e delle finanze avrebbe chiesto alla Unione europea di escludere dal calcolo del deficit lo 0,2 per cento del prodotto interno lordo, e cioè circa «3,3 miliardi di euro spesi per il 2015», che sarebbero potuti diventare addirittura 4 miliardi di euro nel 2016, per le spese sostenute per l'emergenza migranti, ma il prefetto Mario Morcone, capo dipartimento per le libertà civili e l'immigrazione del Ministero dell'interno, nel corso di un'audizione parlamentare davanti alla Commissione parlamentare di inchiesta sui migranti, avrebbe dichiarato che la cifra sarebbe di circa 1 miliardo di euro, «al massimo un miliardo e 50 milioni di euro»;
   Padoan aveva inviato il dato all'Unione europea nel documento ufficiale « Draft budgetary Plan 2016» dove si illustra che la spesa per migranti è interamente finanziata dal bilancio italiano, e in una tabella a pagina 19 si ipotizzano 3,326 miliardi di euro a fine 2015;
   lo stesso Premier Renzi, durante una conferenza stampa del 15 ottobre 2015, aveva illustrato la «clausola migranti» pari appunto a 0,2 punti di prodotto interno lordo inserita nella legge di stabilità 2016, dicendo: «Nella lettera che Padoan invierà oggi alle autorità europee, diremo che il costo per gli eventi eccezionali migratori è pari a circa 3,3 miliardi di euro, lo 0,2 per cento del Pil, e ove questa clausola venga riconosciuta noi anticiperemo al 2016 misure previste per il 2017»;
   in conferenza stampa Padoan aveva anche spiegato che il nostro Paese «è uno dei pochi Paesi che ha le carte in regola per poter richiedere il margine di flessibilità aggiuntivo dello 0,2 per cento del Pil. All'Eurogruppo ho ribadito esplicitamente che il governo ritiene di poter chiedere tutte le clausole di cui ha fatto richiesta»;
   la clausola migranti non sarebbe stata accettata dalla Commissione europea in occasione della approvazione con riserva della legge di stabilità italiana: la risposta ufficiale sarebbe stata rinviata alla prossima primavera quando la Commissione avrà a disposizione, potendoli giudicare, i conti ufficiali dell'Italia al 31 dicembre 2015, eppure il Governo sembra orientato a spendere quelle risorse comunque, senza ottenere alcuna clausola –:
   se il Governo non intenda illustrare la sua posizione in merito alla notizia di cui in premessa, chiarendo se sia corretta la cifra dichiarata dal prefetto Morcone come spesa sostenuta dall'Italia per l'emergenza migranti nel 2015 e, in tal caso, per quale ragione il Governo abbia dichiarato per l'Italia una spesa maggiore di ben due miliardi di euro, rischiando di far perdere credibilità al nostro Paese in sede di Unione europea;
   qualora la notizia in premessa risultasse confermata, se il Governo non intenda comunicare con urgenza i dati corretti all'Unione europea;
   se e in che modo il Governo intenda utilizzare le risorse relative ai margini di flessibilità relativi alla «clausola migranti», nonostante questa non sia stata accettata dalla Commissione europea, e quali iniziative intenda assumere per assicurare la copertura delle spese su sicurezza e cultura annunciate, per due miliardi di euro, se la clausola di flessibilità non dovesse essere poi confermata.
(4-11465)


   NESCI. — Al Presidente del Consiglio dei ministri. — Per sapere – premesso che:
   dopo reiterate anticipazioni, il 19 giugno 2015 dal Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio delegato per l'editoria veniva emanata una direttiva, comunicata alle agenzie di stampa solo alla metà del mese di settembre 2015, in relazione all'acquisito di servizi informativi e giornalistici per le esigenze della pubblica amministrazione mediante la stipula di contratti con le medesime agenzie;
   tale direttiva comprime in profondità il pluralismo dell'informazione, poiché stabilisce che il Governo potrà acquistare servizi solo dalle agenzie di stampa che, «anche in associazione tra loro», abbiano almeno 50 giornalisti assunti a tempo indeterminato, esclusivo e a tempo pieno inquadrati ai sensi dell'articolo 1 del contratto nazionale di lavoro della categoria, che abbiano tre sedi sul territorio nazionale e 15 ore di trasmissione al giorno per sette giorni a settimana, con possibile deroga «nel caso in cui si acquistino servizi specialistici, che per loro natura non contemplino la possibilità o l'utilità di una copertura dei giorni festivi»;
   la direttiva preveda, poi, almeno 500 lanci giornalieri e l'abbonamento oneroso a 30 testate;
   lo strumento della direttiva non appare compatibile con il sistema complessivo regolamentante la materie e princìpi fondanti il medesimo;
   in particolare, la direttiva ad avviso dell'interrogante contrasta con il necessario pluralismo dell'informazione, costituente innegabilmente, secondo le intenzione dei padri costituenti e per la pacifica e uniforme interpretazione del giudice delle leggi, cardine della vita democratica della Repubblica italiana;
   la fonte normativa che autorizza la Presidenza del Consiglio a stipulare contratti con le agenzie di stampa è la legge 15 maggio 1954, n. 237, secondo l'interpretazione autentica recata dall'articolo 55, comma 24, della legge 27 dicembre 1997, n. 449, che prevede, per il razionale utilizzo delle risorse e per garantire alle amministrazioni dello Stato una completa informazione attraverso la più ampia pluralità delle fonti, l'acquisto a opera della Presidenza del Consiglio dei ministri di notiziari, servizi e altro;
   il codice dei contratti pubblici consente in questo caso la procedura negoziata, senza previa pubblicazione di un bando di gara;
   fino a questo momento per l'individuazione dei soggetti privati da cui rifornirsi dei servizi, l'amministrazione ha ritenuto, sulla scorta di un'interpretazione ragionevole, di dover aver riferimento – per un equilibrato contemperamento di tutte le primarie esigenze in discussione – alle agenzie a diffusione nazionale, ulteriormente procedendo tra tutte le medesime alla ripartizione delle risorse alla stregua di ulteriori criteri;
   la stessa direttiva impedirà la contrattazione con l'amministrazione a gran parte delle agenzie aventi diffusione a livello nazionale che oggi riforniscono la medesima amministrazione, così determinandosi indiscutibile lesione del fondamentale interesse al pluralismo e, nel contempo, la concentrazione del servizio presso pochissime strutture –:
   quali iniziative intenda assumere per impedire una modificazione, una volta applicata la suddetta direttiva, degli equilibri informativi del Paese, in netto contrasto con il principio del pluralismo che distingue ogni matura democrazia, anche in condizione del fatto che lo strumento utilizzato della direttiva appare di per sé privo di quei caratteri di ponderazione e democraticità propri della legge;
   se non si ritenga in ogni caso di rivedere il ricorso allo strumento della direttiva, concretamente utilizzato nel caso di specie;
   se non si ritenga, in ogni caso, essenziale verificare la razionale rispondenza della richiamata direttiva ai princìpi generali, anche considerata l'attuale, inedita concentrazione, in capo al dipartimento dell'editoria, di tutte le competenze in materia di spese per la comunicazione istituzionale e l'acquisto di spazi pubblicitari e organizzazione di convegni;
   se non ritenga doveroso e comunque fortemente opportuno – anche in considerazione della circostanza della comunicazione della direttiva soltanto alla metà del mese di settembre 2015, con sostanziale impossibilità di utilmente attrezzarsi sul piano tecnico per rispondere agli indicati criteri in vista del nuovo anno – procedere, per evitare possibili e irrevocabili pregiudizi, a un ragionevole rinvio della sua applicazione. (4-11466)


   SILVIA GIORDANO, COLONNESE, LOREFICE, GRILLO, MANTERO, DI VITA e BARONI. — Al Presidente del Consiglio dei ministri, al Ministro della salute. — Per sapere – premesso che:
   il decreto legislativo n. 66 del 2003 ha recepito la direttiva dell'Unione europea 2003/88/CE del 4 novembre 2003 concernente taluni aspetti dell'orario di lavoro;
   la legge n. 133 del 2008, derogando alle disposizioni europee, ha previsto con l'articolo 41 che: «Al personale delle aree dirigenziali degli Enti e delle Aziende del SSN, in ragione della qualifica posseduta e delle necessità di conformare l'impegno di servizio al pieno esercizio della responsabilità propria dell'incarico dirigenziale affidato, non si applicano le disposizioni di cui agli articoli 4 e 7 del decreto legislativo 8 aprile 2003, n. 66»;
   nell'aprile 2012 l'Unione europea ha inviato all'Italia una lettera di messa in mora riguardante l'esclusione del personale medico e sanitario da alcuni diritti previsti dalla direttiva 88/2003/CE, che disciplina le tutele per tutti i lavoratori, e quindi anche per i dipendenti del servizio sanitario nazionale;
   nel maggio 2013 la Commissione europea ha trasmesso al Governo italiano un parere motivato nel quadro dei procedimenti di infrazione, chiedendo un riallineamento della legislazione italiana al rispetto del diritto per i medici e i sanitari a periodi minimi di riposo giornaliero e limitare il loro tempo di lavoro massimo settimanale;
   il 30 ottobre 2014, è stata approvata la legge n. 161, recante «disposizioni per l'adempimento degli obblighi derivanti dall'appartenenza dell'Italia all'Unione Europea» (legge europea 2013-bis), che ha recepito le disposizioni dell'Unione europea (direttiva 2003/88/CE del 4 novembre 2003) in materia di ruolo sanitario finalizzate ad evitare eccessi lavorativi prolungati e a garantire la funzione dei riposi nei modi e nei limiti previsti per gli altri lavoratori. Tale legge, all'articolo 14 comma 1, sancisce esplicitamente che: «decorsi dodici mesi dalla data di entrata in vigore della presente legge, sono abrogati il comma 13 dell'articolo 41 del decreto-legge 25 giugno 2008 n. 112 convertito con modificazioni dalla legge 6 agosto 2008 n. 133 e il comma 6-bis dell'articolo 17 del decreto legislativo 8 aprile 2003 n. 66»;
   ufficialmente il riallineamento alla normativa europea è entrato in vigore dal 25 novembre 2015; da questa data il personale del ruolo sanitario del servizio sanitario nazionale ha diritto ad undici ore di riposo consecutivo ogni ventiquattro ore e la durata media dell'orario di lavoro non può in ogni caso superare, per ogni periodo di sette giorni, le quarantotto ore, comprese le ore di lavoro straordinario il lavoratore ha un periodo di riposo ogni 7 giorni di almeno 24 ore;
   il comma 2 dell'articolo 14 della legge n. 161 del 2014 dispone che, per fare fronte alle esigenze derivanti dalle disposizioni di cui al comma 1, le regioni e le province autonome di Trento e di Bolzano garantiscono la continuità nell'erogazione dei servizi sanitari e l'ottimale funzionamento delle strutture, senza nuovi o maggiori oneri a carico della finanza pubblica, attraverso una più efficiente allocazione delle risorse umane disponibili sulla base della legislazione vigente attuata attivando anche processi di riorganizzazione e razionalizzazione delle strutture e dei servizi dei propri enti sanitari;
   l'abrogazione delle deroghe legislative alla durata del periodo minimo di riposo e la contestuale decadenza di tutte le previsioni dei contratti collettivi in materia di riposo ha reso problematico se non impossibile in molti enti del SSN assicurare con il personale in servizio le prestazioni assistenziali ed, in particolare, garantire i turni di lavoro ad invarianza di spesa come stabilito dal disposto legislativo, anche dopo l'attivazione delle misure dirette alla ottimizzazione delle risorse umane ed alla riorganizzazione e razionalizzazione delle strutture. Come riportato da un articolo del Fatto Quotidiano del 1o novembre 2015 «secondo alcuni addetti ai lavori applicare alla lettera questi orari nella Penisola, dove il turn over del personale ospedaliero è bloccato, significa mettere a rischio i diritti dei pazienti. Il segretario nazionale della Fp Cgil medici, Massimo Cozza, parla di «situazione allarmante» a meno che «non vengano assunti, con una stima di buon senso, almeno cinque mila nuovi medici, oltre alla stabilizzazione dei precari già esistenti in sanità»;
   Alfredo Garzi il segretario generale Fp-Cgil Campania e Giosué di Maro segretario regionale Fp Cgil Mediciveterinari-Spta hanno affermato che «nessuna delle aziende sanitarie pubbliche e private campane è pronta, il sistema oggettivamente rischia di implodere. Purtroppo, bisogna constatare – continua Di Maro – che a questo appuntamento si arriva in maniera del tutto impreparata, con il paradosso che un cambiamento positivo si possa trasformare in un rischio reale per l'assistenza in una Regione dove da anni la esigibilità del diritto alla salute è in forte pregiudicato e dove si attende, da sei mesi la nomina da parte del Governo del Commissario ad acta. La Campania, dopo anni di Piano di rientro e di commissariamento, con gli organici ridotti ai minimi termini e 10 mila unità in meno non sostituite negli ultimi anni a causa del blocco del turn over, per garantire la giusta applicazione della normativa, si vedrà costretta a ricorrere ad accorpamenti, a chiusura di servizi e tagli alla assistenza»;
   il piano di rientro per la regione Campania è stato approvato con DGR n. 460/2007 il 13 marzo 2007, l'articolo 2, comma 2-bis, del decreto-legge 5 agosto 2010, n. 125, convertito, con modificazioni, dalla legge 10 ottobre 2010, n. 163, ha disposto, nelle regioni sottoposte ai piani di rientro dai disavanzi sanitari, il blocco automatico del turnover del personale dipendente e del personale convenzionato e il divieto di effettuare spese non obbligatorie, ai sensi dell'articolo 1, comma 174, della legge 30 dicembre 2004, n. 311;
   l'Ipasvi, la Federazione nazionale dei collegi degli infermieri ha dichiarato che sarebbero necessari 1.800 infermieri in Campania, per la copertura dei turni dopo l'entrata in vigore della direttiva europea sul giusto orario di lavoro dei professionisti della sanità al fine di evitare gravi carenze nelle strutture sanitarie;
   la direzione generale dell'asl di Salerno, a seguito degli incontri avuti nei giorni scorsi con i direttori sanitari dei vari ospedali, ha disposto che dal 1o dicembre 2015 gli ospedali dell'intera provincia di Salerno garantiranno esclusivamente interventi operatori d'urgenza. Non sarà possibile più sottoporsi ad operazioni programmate – i cosiddetti interventi elettivi – e i presidi ospedalieri di Battipaglia, Eboli, Oliveto Citra, Polla, Roccadaspide, Sapri, Sarno e Scafati garantiranno esclusivamente l'urgenza ed emergenza;
   a seguito della carenza di personale, era stata finora evitata la paralisi sottoponendo medici ed infermieri a turni massacranti di straordinari pagando cifre più alte di quelle che avrebbero richiesto nuove assunzioni;
   secondo un articolo riportato da «Il Mattino» del 27 novembre 2015 «All'ospedale Cardarelli di Napoli, rischiano di saltare tra i 400 e i 500 interventi di elezione in un mese, circa seimila in Campania». La stima è del sindacato Aaroi e l'anestesista Vittoriano L'Abbate teme «l'impasse della chirurgia d'elezione al San Paolo e una considerevole riduzione negli altri presidi». Quindi liste d'attesa più lunghe, dal San Gennaro al Loreto Mare. Si prospetta la chiusura anche di diversi ambulatori specialistici, tra cui quelli dedicati alla terapia del dolore. A singhiozzo, da dicembre, il funzionamento della camera iperbarica nel principale ospedale del Sud. «La situazione è molto grave», ammette il commissario straordinario dell'Asl Napoli 1 Centro, Renato Pizzuti. «Ci stiamo attrezzando per riorganizzare i turni, anche accorpando servizi. Purtroppo, la legge va rispettata e il personale è insufficiente». Di qui la decisione di ridurre persino i mezzi del 118 in circolazione, di notte»;
   il manager dell'ospedale Moscati di Avellino – Giuseppe Rosato – ha dichiarato «Occorre provvedere subito allo sblocco del turn over così da mettere ogni Asl e Azienda ospedaliera nelle condizioni di operare in modo efficiente, senza nuovo reclutamento di personale non avremo la possibilità di dare risposte alle utenze, tutte le eccellenze della nostra azienda rischierebbero di vedere i tempi di risposta allungati così come i nostri reparti potrebbero vedere ridotti i posti letto assegnati»;
   il 25 marzo 2015 il Governo ha espresso parere favorevole in ordine all'impegno della mozione n. 1-00767 che prevede che, al fine di assicurare il mantenimento dei livelli essenziali di assistenza, siano assunte iniziative per una deroga al blocco del turnover del personale del servizio sanitario nazionale, applicandola anche alle regioni sottoposte ai piani di rientro –:
   quali iniziative di competenza si intendano adottare per ovviare al blocco del turn over di fronte ad uno spopolamento di risorse interne nei vari reparti;
   in quali tempi intenda adempiere agli impegni della mozione n. 1-00767 approvata il 17 giugno 2015;
   se, non ritenga necessario assumere ogni ulteriore iniziativa per assicurare i livelli essenziali di assistenza. (4-11473)


   ANDREA MAESTRI. — Al Presidente del Consiglio dei ministri, al Ministro della giustizia. — Per sapere – premesso che:
   il 2 dicembre 2015 Cgil, Cisl, Uil, Libera, Legambiente, Associazione della Stampa e ordine dei giornalisti dell'Emilia Romagna, con una lettera aperta, hanno rivolto un appello al Presidente del Consiglio dei ministri e al Ministro della giustizia affinché vengano assunte le decisioni necessarie e stanziate le risorse per consentire lo svolgimento del processo «Aemilia», nel luogo preposto, la città di Reggio Emilia. Decisione fortemente sostenuta dai firmatari dell'appello;
   la scelta di mantenere la fase preliminare del processo in Emilia Romagna rappresenta uno sforzo straordinario per sostenere i costi previsti per lo svolgimento di un maxi-processo di mafia in questa regione;
   i firmatari dell'appello si sono costituiti come parte civile nel procedimento, insieme a numerose altre associazioni e istituzioni, con l'obiettivo di far emergere con determinazione la volontà di reagire della società emiliana-romagnola contro l'azione perpetrata dall'organizzazione «ndranghetista» che ha provato a mettere radici in questa regione e che ha prodotto effetti devastanti in numerosi settori economici e nella condizione di tantissime persone;
   chiunque abbia in questi anni messo in atto un'azione di contrasto alle mafie è stato in qualche modo colpito duramente;
   oggi però la volontà di reagire alle aggressioni subite da parte di un'intera regione è a rischio. Infatti, nelle scorse settimane, i difensori di diversi imputati hanno tentato di far spostare il processo in Calabria, trovando fortunatamente una ferma risposta di diniego da parte del giudice dell'udienza preliminare;
   è evidente che questa società e questa terra, così duramente aggredite dall'attività messa in atto dal sodalizio criminale, non possono vedere allontanarsi il luogo di svolgimento del processo dai «territori in cui sono state messe in atto le attività criminali di insediamento o di operatività del reato associativo di stampo mafioso»;
   si è di fronte ad «un'organizzazione criminale autonoma che dalla provincia di Reggio Emilia si irradia nel resto del nord-Italia con modalità specifiche e peculiari». Sarebbe paradossale l'allontanamento del processo da questi luoghi a causa di problemi di natura amministrativa;
   nell'aula, dove si celebrerà la giustizia in nome del popolo italiano, oltre agli imputati ed ai loro avvocati, è importate che sia garantita la presenza anche di quella parte di cittadini onesti che reagiscono ai sistemi mafiosi, a cominciare dai giovani delle scuole;
   con il suddetto appello, Cisl, Uil, Libera, Legambiente, Associazione della Stampa, ordine dei giornalisti dell'Emilia Romagna si uniscono alle richieste già avanzate nei giorni precedenti dalle Istituzioni e da tanti altri enti e associazioni affinché il processo «Aemilia» possa svolgersi a Reggio Emilia, e si aspettano, in particolare da parte dei Ministeri competenti e dal Governo nel suo insieme, il sostegno morale, civile e materiale al fine di mettere il tribunale e la città di Reggio Emilia nelle condizioni di esercitare in modo adeguato il diritto a veder svolgere in quel luogo il dibattimento, provvedendo agli allestimenti ed alle dotazioni di organico necessarie –:
   quali siano gli orientamenti del Governo in relazione alle richieste avanzate dagli enti e dalle associazioni di cui in premessa e quali iniziative di competenza intenda assumere per garantire il necessario supporto organizzativo, amministrativo e logistico per assicurare che il processo in questione possa svolgersi nella sede del giudice naturale come richiesto da Cisl, Uil, Libera, Legambiente, Associazione della stampa e Ordine dei giornalisti dell'Emilia. (4-11474)

AFFARI ESTERI E COOPERAZIONE INTERNAZIONALE

Interpellanza urgente (ex articolo 138-bis del regolamento):


   I sottoscritti chiedono di interpellare il Ministro degli affari esteri e della cooperazione internazionale, per sapere – premesso che:
   la crisi aperta l'aprile scorso in Burundi dalla decisione del presidente Pierre Nkurunziza di candidarsi per un terzo mandato alla guida del Paese, non si ancora arrestata ma, al contrario peggiora di giorno in giorno;
   la candidatura si poneva in contrasto con la Costituzione, che prevede il limite di due mandati e viola gli accordi di Arusha, che nel 2000 hanno posto fine a una guerra civile ventennale e che sono alla base di un fragile equilibrio di tutta la regione dei Grandi laghi;
   dopo mesi di violentissimi scontri e un tentato colpo di Stato, diversi quotidiani nazionali e internazionali hanno riportato che durante gli scontri dello scorso fine settimana, hanno perso la vita circa 87 persone tra militanti dell'opposizione, agenti di polizia e civili;
   un'ondata di violenze innescata dal duplice attacco lanciato il 12 dicembre 2015 contro due basi dell'esercito a Bujumbura con l'obiettivo, secondo il Governo, di sequestrare armi da utilizzare per liberare gli oppositori detenuti nella prigione di Musaga;
   attacchi cui, nelle giornate di sabato e domenica, le forze burundesi hanno risposto con il pugno di ferro, dispiegando carri armati in città, stringendo d'assedio i quartieri roccaforti dell'opposizione e scatenando una repressione feroce;
   circa 200 i cadaveri ritrovati, decine dei quali, secondo le testimonianze degli abitanti della zona, sono stati abbandonati nelle strade e successivamente tumulati in fosse comuni;
   secondo fonti locali, vittime delle esecuzioni sono in grande maggioranza appartenenti all'etnia Tutsi; questa circostanza, unita alla natura e alle quantità di violenze proprie di un conflitto etnico alimenta le preoccupazioni per quello che pare delinearsi come l'inizio di un vero e proprio genocidio sulla scia di quello perpetrato in Rwanda nel 1994, che ha visto lo sterminio di 800.000 persone appartenenti all'etnia Tutsi per mano della maggioranza Hutu;
   ad aumentare l'allarme hanno contribuito dichiarazioni di esponenti del Governo in primis il monito del ministro della pubblica sicurezza Alain-Guillaume Bunyoni, che sottolineando la condizione minoritaria dei Tutsi ha aggiunto che laddove le forze dell'ordine dovessero fallire, ci saranno comunque nove milioni di cittadini a cui sarà sufficiente dire: «fate qualcosa»; ancora più inquietante la dichiarazione del presidente del Senato Révérien Ndikuriyo nel novembre 2015, che, alla radio nazionale, ha invitato i Tutsi ad «andare al lavoro» facendo ricorso all'espressione in lingua Kirundi che durante il genocidi ruandese dal 1994 furono usate per incitare al massacro di massa nel confronti dei Tutsi;
   gli Stati Uniti, dopo aver definito le elezioni presidenziali in Burundi «non credibili» e dopo che l'inviato Usa nella regione dei Grandi laghi Thomas Perriello, ha definito il Paese «sull'orlo di un conflitto armato» e «sempre più somigliante a uno Stato fallito», il Governo americano ha caldamente invitato i propri cittadini a non recarsi o a lasciare il Paese africano «il prima possibile» –:
   in un clima ormai di pieno conflitto armato, vista la riportata natura etnica delle morti di sabato 12 dicembre 2015, iniziative di competenza intenda assumere il Governo per porre fine alle violenze, per salvaguardare la democrazia e i diritti umani e per promuovere una fase di distensione e di dialogo.
(2-01207) «Quartapelle Procopio, Cinzia Maria Fontana».
(Presentata il 15 dicembre 2015)

Interrogazioni a risposta scritta:


   LA MARCA, GIANNI FARINA, FEDI, GARAVINI e PORTA. — Al Ministro degli affari esteri e della cooperazione internazionale, al Ministro dell'interno. — Per sapere – premesso che:
   l'intensificarsi delle migrazioni a livello globale sta determinando modifiche abbastanza significative nel quadro dell'emigrazione italiana nel mondo, sia per quanto attiene agli insediamenti storicamente consolidati che ai nuovi flussi in uscita dall'Italia, diretti verso una pluralità di Paesi, europei ed extraeuropei;
   con i fenomeni di mobilità s'intrecciano le modifiche intervenute nelle cosiddette politiche emigratorie in conseguenza del risanamento finanziario degli anni di crisi, che ha prodotto un ridimensionamento degli interventi e una severa contrazione della rete dei servizi dedicati ai nostri connazionali all'estero;
   in ragione di questi ed altri fattori, il rapporto delle comunità italiane nel mondo con i referenti istituzionali dello Stato italiano all'estero – sia amministrativi presenti nelle strutture diplomatico-consolari che rappresentativi, come i COMITES – manifesta segni di stanchezza e di allentamento, chiaramente leggibili nella scarsa partecipazione degli aventi diritto al voto al recente rinnovo degli organismi di rappresentanza di base;
   nello stesso tempo, la costante crescita quantitativa delle cosiddette nuove migrazioni verso l'estero, che hanno toccato secondo stime restrittive le 130.000 unità all'anno, ma che secondo gli analisti delle mobilità temporanee di lavoro potrebbero essere molte di più, pone problemi di informazione, assistenza e sostegno del tutto inediti rispetto al passato, rispetto ai quali si registra un evidente e preoccupante ritardo, nonostante le ricorrenti invocazioni di attenzione rispetto a tali fenomeni;
   alla luce di questi elementi, per far fronte in modo attivo alla transizione in atto sembra ragionevole e urgente corrispondere ad una duplice esigenza. La prima è quella di mettere in condizione i COMITES, in vista di una loro più penetrante ed organica riforma, di avere risorse e informazioni adeguate per realizzare da un lato un maggiore coinvolgimento dei cittadini italiani delle rispettive circoscrizioni nelle attività comunitarie, dall'altro per essere concretamente disponibili a fornire ai nuovi arrivati informazione e assistenza;
   una seconda esigenza, sul piano specifico della comunicazione, è quella di costruire per coloro che si dirigono all'estero per ragioni di lavoro un sistema informativo idoneo a mettere ciascuno nella condizione di poter contattare nei luoghi di arrivo soggetti istituzionali e associativi capaci di fornire riferimenti in ordine alla prima accoglienza, alle possibilità logistiche, all'iniziale contatto con le autorità e l'amministrazione locali, alle informazioni di lavoro e alle possibilità di inserimento dei figli nel sistema formativo e a quant'altro possa facilitare l'inserimento dei nostri connazionali nelle nuove realtà;
   a tal fine, sembra opportuno da un lato mettere i COMITES, che si sostengono sul volontariato dei loro componenti, nella condizione di avere una conoscenza precisa dei connazionali iscritti all'AIRE presenti nella circoscrizione consolare di riferimento, dall'altro predisporre una specifica filiera informativa per i «nuovi migranti» che dal sito ufficiale del Ministero degli affari esteri e della cooperazione internazionale si estenda a quelli delle ambasciate e consolati, fino a quelli del Comitato generale degli italiani all'estero e dei COMITES, che offra una prima e concreta possibilità di riferimento nella fase dell'insediamento;
   se non ritengano di autorizzare la consegna ai presidenti dei COMITES, che sono organi istituzionali di rappresentanza previsti dall'ordinamento vigente, degli elenchi degli iscritti all'anagrafe degli italiani residenti all'estero della propria circoscrizione (AIRE), con le formalità dettate dal rispetto della privacy, in modo che tali organismi siano messi nella condizione di sviluppare in modo più completo e diffuso le iniziative di contatto e coinvolgimento delle rispettive comunità;
   se il Ministro degli affari esteri e della cooperazione internazionale non intenda dare disposizioni volte a realizzare un sistema informativo rivolto ai nuovi migranti affinché questi siano messi in condizione di ottenere a distanza e in temi rapidi, consultando i siti istituzionali del Ministero e delle sue strutture decentrate all'estero, le informazioni più dirette ed utili per far fronte alle numerose e complesse problematiche della fase di, insediamento. (4-11414)


   QUARTAPELLE PROCOPIO. — Al Ministro degli affari esteri e della cooperazione internazionale. — Per sapere – premesso che:
   secondo la Convenzione di Ginevra del 1949 e i protocolli addizionali del 1977, i civili e tutti coloro che non partecipano al combattimento, vale a dire, feriti, malati, bambini, donne, rifugiati e sfollati, non possono in nessun caso essere oggetto di attacchi ma devono essere tutelati e protetti;
   da due anni a questa parte i suddetti principi vengono sistematicamente violati in Repubblica democratica del Congo e in particolare nel territorio di Beni dove la popolazione civile continua ad essere rapita o massacrata, anche in luoghi sensibili protetti dal diritto internazionale umanitario nei conflitti armati;
   il pomeriggio del 29 novembre 2015, a Eringeti, una cittadina situata a circa 60 chilometri a nordest della città di Beni (nord Kivu), violenti scontri hanno contrapposto le forze armate della Repubblica democratica del Congo (FARDC) e i ribelli ugandesi delle forze democratiche alleate (ADF);
   secondo la commissione di pace e giustizia della diocesi di Butembo-Beni, verso le ore 1500, le ADF hanno lanciato un'offensiva contro Io Stato Maggiore del 312o battaglione della 31a Brigata delle FARDC basato a Eringeti e secondo fonti della sicurezza, verso le ore 17,00, le ADF occupavano già una parte della cittadina, tra cui il vice commissariato della polizia nazionale congolese;
   dopo più di 10 ore (fino all'ora 1,00 del 30 novembre) di scontri, le FARDC appoggiate dai caschi blu tanzaniani della FIB hanno respinto con successo l'attacco delle ADF ma diversi edifici sono risultati completamente distrutti dalle fiamme tra cui la radio e il centro medico locale, e la popolazione di Eringeti è fuggita verso diversi villaggi del territorio di Beni e verso la località di Luna, nella Provincia Orientale;
   secondo il colonnello Felix, Prosper Basse, portavoce della Missione delle Nazioni Unite nella RDCongo (MONUSCO), 8 soldati delle FARDC, 1 militare della MONUSCO e 14 combattenti delle ADF stati uccisi nei combattimenti, mentre 7 civili sono stati uccisi con dei machete, dalle ADF, all'ospedale di Eringeti;
   secondo diversi testimoni presenti a Eringeti, mentre stavano combattendo o giustiziando i civili, i miliziani delle ADF gridavano in arabo «Allah Akbar» (Dio è grande), come se fossero in piena guerra santa, la «Jihad»;
   i vescovi della provincia ecclesiastica di Bukavu hanno affermato: «Siamo di fronte a tre grandi pericoli che l'autorità responsabile non può ignorare: un clima di genocidio, un locale fondamentalismo jihadista e un processo balcanizzazione»;
   le atrocità commesse in questa parte del territorio congolese, ad avviso dell'interrogante, violano l'articolo 8, comma 2, lettera b), dello Statuto di Roma della Corte penale internazionale che intende per crimini di guerra: I) dirigere deliberatamente attacchi contro popolazione civili in quanto tali o contro civili che non prendano direttamente parte alle ostilità; II) dirigere deliberatamente attacchi contro proprietà civili e cioè proprietà che non siano obiettivi militari; III) dirigere deliberatamente attacchi contro personale, installazioni materiale, unità o veicoli utilizzati nell'ambito di una missione di soccorso umanitario o di mantenimento della pace in conformità della Carta delle Nazioni Unite, nella misura in cui gli stessi abbiano diritto alla protezione accordata ai civili ed alle proprietà civili prevedute dal diritto internazionale dei conflitti armati; V) attaccare o bombardare con qualsiasi mezzo, città, villaggi, abitazioni o costruzioni che non siano difesi e che non costituiscano obiettivi militari; IX) dirigere intenzionalmente attacchi contro edifici dedicati al culto, all'educazione, all'arte, alla scienza o a scopi umanitari, a monumenti storici, a ospedali e luoghi dove sono riuniti i malati ed i feriti, purché tali edifici non siano utilizzati per fini militari –:
   in considerazione delle gravi atrocità riportate e in considerazione del fatto che tale situazione nella regione del Kivu perdura già da due anni, se non sia opportuno che l'Italia si faccia promotrice, in seno alle Nazioni Unite, di un'inchiesta internazionale affinché sia fatta luce sui responsabili di tali efferati crimini e se non sia opportuno che il Governo italiano e l'intera comunità internazionale comincino ad agire con urgenza per fermare un possibile jihadismo emergente in questa parte del Paese. (4-11418)

AMBIENTE E TUTELA DEL TERRITORIO E DEL MARE

Interpellanza urgente (ex articolo 138-bis del regolamento):


   I sottoscritti chiedono di interpellare il Ministro dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare, il Ministro della salute, il Ministro dello sviluppo economico per sapere – premesso che:
   il 21 dicembre 1985, nella zona di San Giovanni a Teduccio, periferia orientale di Napoli, un'esplosione nel deposito di carburante dell'Agip provocò la morte di 5 persone, il ferimento di altre 165, oltre ad una serie di drammatiche conseguenze sul piano socio-economico e, soprattutto, sulla salute delle persone;
   dalla prima metà degli anni ottanta in poi le raffinerie dell'area furono via via dismesse, permanendo tuttavia negli anni successivi le attività di deposito di idrocarburi, oli combustibili e GPL nei pressi della darsena Petroli, nonostante i ripetuti quanto vani tentativi di delocalizzazione delle stesse;
   l'aria, il suolo e l'acqua di San Giovanni a Teduccio, Barra e buona parte della periferia est sono letteralmente devastati, ormai da decenni. Nei terreni e nelle falde acquifere si annidano sostanze pericolosissime (fenoli, cromo esavalente, piombo, nichel, benzene, stirene, benzopirene, arsenico, piombo, mercurio, per citarne alcune), l'aria è irrespirabile, soprattutto di notte a causa della pulizia dei silos, l'acqua dai rubinetti talvolta fuoriesce oleosa o nera, come avvenuto nei giorni tra novembre e dicembre del 2015, senza che alcuna autorità o istituzione preposta abbia fornito ai cittadini una spiegazione dell'accaduto;
   i livelli di inquinamento della zona hanno determinato l'inclusione dell'area «Napoli Orientale» fra i siti di interesse nazionale (SIN) per i quali sono necessari interventi di bonifica, ai sensi dell'articolo 1, comma 4, della legge n. 426 del 1998;
   abnormi livelli di contaminazione delle acque e del suolo sono stati riconosciuti, più recentemente, anche sul piano istituzionale, nell'ambito della conferenza di servizi decisoria propedeutica all'approvazione di progetti di bonifica concernenti il SIN «Napoli Orientale» (nella fattispecie, si trattava dell'iter amministrativo relativo all'ex deposito AgiPetroli e all'area ex Feltrinelli), tenutasi presso il Ministero dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare in data 31 maggio 2013, alla presenza di rappresentanti del Ministero della salute e del Ministero dello sviluppo economico;
   pur in mancanza di dati e statistiche ufficiali, si può affermare che l'incidenza dei tumori, anche fra i giovani, nell'area di San Giovanni a Teduccio sia fortissima, oltre qualsiasi «ragionevole» soglia, come del resto qualunque residente della zona ha potuto, per esperienza diretta, constatare;
   la delocalizzazione dei depositi di idrocarburi e oli combustibili presenti nell'area, della quale per anni s’è discusso, avrebbe dovuto inserirsi nel contesto di un'ampia riqualificazione della fascia costiera di San Giovanni a Teduccio e, più in generale, della zona orientale di Napoli, da realizzarsi in primo luogo attraverso gli strumenti di pianificazione urbanistica e dell'autorità portuale;
   con decreto del presidente della giunta regionale della Campania n. 323 del 2004 è stata approvata la variante al piano regolatore generale del comune di Napoli per la zona orientale, nella quale ricade l'ambito 13, occupato da attività produttive e industriali a rischio di incidente rilevante, quali quello della raffineria Q8 dismessa e da depositi di derivati petroliferi (fra i quali i due depositi della Kuwait Petroleum Spa: il Kupit e l'ex Benit);
   la variante di piano relativa all'area di San Giovanni a Teduccio si basa essenzialmente sulla delocalizzazione di tutti gli impianti petroliferi, in considerazione del loro impatto ambientale e della loro pericolosità in relazione ad un'area ad elevata urbanizzazione;
   i progetti di bonifica del sito di Napoli Orientale sono oggetto di distinti procedimenti amministrativi in quanto distinte sono le proprietà delle aree e dei depositi da bonificare;
   il 15 novembre 2007 il Ministero dell'ambiente, la regione Campania e il comune di Napoli hanno sottoscritto un accordo di programma per la bonifica del SIN di Napoli orientale;
   il sito è suddiviso in quattro macro-aree, una delle quali è costituito dal polo petrolifero (circa 345 ettari) dove sono localizzate le principali aziende petrolchimiche, fra le quali la Kuwait Petroleum Italia Spa, che detiene la proprietà di un'area di circa 90 ettari (cosiddetto deposito fiscale) e gestisce gran parte della movimentazione di idrocarburi che dalle navi attraccate alla cosiddetta darsena Petroli vengono dirottati verso i depositi;
   in virtù del protocollo d'intesa siglato nel 2006 da regione Campania, comune di Napoli, Napoli orientale Scpa, Kuwait Petroleum Spa e Kuwait raffinazione e chimica spa la permanenza delle attività di stoccaggio di prodotti petroliferi è stata assicurata, con piena operatività, fino al 2026 nell'ambito di una determinata area detta «di ripiegamento» o «operativa», che ha un'estensione di circa 53 ettari;
   ai sensi dell'articolo 143, comma 3, della variante al piano regolatore generale la restante parte del suoli dei siti di proprietà della Kuwait, pari a 37 ettari, è identificata come «area di immediata dismissione», ovverosia l'area da bonificare, ancora occupata da strutture industriali essenzialmente non attive;
   negli anni successivi la progettazione della bonifica s'incaglia nelle maglie procedurali, fra pareri non espressi e la mancante valutazione d'impatto ambientale relative ai macchinari individuati per la pulizia dei terreni. Rallentamenti e lacune che hanno causato una enorme dispersione di risorse pubbliche (gestite dalla Sogesid) e che nel 2013 hanno altresì dato luogo al sequestro da parte della magistratura di alcune aree interessate dalla bonifica;
   con nota dell'11 maggio 2015, tuttavia, la regione Campania ha consentito alla Kuwait Petroleum di «ritirare l'istanza di VIA a suo tempo formulata, in quanto non obbligatoria per legge»;
   a distanza di nove anni dall'avvio della progettazione di bonifica dei terreni della Kuwait, il Ministero dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare, con il decreto del 23 luglio 2015, ha approvato il «Progetto definitivo di bonifica dei suoli dei siti di proprietà Kuwait di Napoli», a condizione che fosse rispettata una fitta serie di prescrizioni concernenti, in particolare, le modalità di campionamento e di analisi, nonché il monitoraggio dei terreni oggetto di bonifica;
   per quanto riguarda l'area della Kuwait, ad alimentare la grave preoccupazione dei cittadini per la propria salute è la notizia, diffusa alcuni giorni fa dagli organi di stampa, del sequestro preventivo pari a 240 milioni di euro equivalente al vantaggio economico che l'azienda petrolifera avrebbe tratto dal mancato rispetto delle norme in materia di smaltimento delle acque oleose. Fra gli impianti attivi di proprietà della Kuwait rientra infatti anche un impianto per il trattamento delle acque reflue (WWT) mediante una procedura che, secondo quanto sostenuto dall'azienda nell'allegato tecnico alla domanda di rilascio dell'autorizzazione integrata ambientale, consentirebbe «il completo rispetto dei limiti imposti dalla tabella 3 dell'allegato V alla Parte III del decreto legislativo n. 152 del 2006 e successive modificazioni e integrazioni, nonché il rispetto delle norme relative all'immissione delle acque depurate nella fognatura pubblica;
   secondo gli inquirenti, invece, il trattamento delle acque oleose da parte della Kuwait sarebbe avvenuto in modo difforme da quanto dichiarato nell'allegato tecnico e, quindi, dalle prescrizioni di legge. L'ipotesi degli inquirenti è che le acque utilizzate per il lavaggio delle linee di importazione di benzina venissero trasferite in modo improprio da un serbatoio all'altro, trasformandosi esse stesse in un rifiuto liquido pericoloso che avrebbe dovuto pertanto essere smaltito nei modi stabiliti dalla legge e dunque attraverso un processo più oneroso;
   i residenti di San Giovanni a Teduccio e delle aree limitrofe sono fortemente provati, non soltanto a causa dei fenomeni inquietanti a cui non viene offerta loro una adeguata spiegazione (l'acqua nera dai rubinetti o, ancora recentemente, il fortissimo acre odore nell'aria), non soltanto per la nitida percezione che la zona sia funestata da un tasso elevatissimo di malattie tumorali, ma ora anche dalla notizia di acque oleose non correttamente depurata e immesse nella fognatura pubblica;
   la notizia di presunti reati commessi dalla Kuwait Petroleum è l'ennesimo «schiaffo» ad una terra già devastata dall'inquinamento, che attende da decenni interventi di bonifica di cui non si riesce a intravedere la fine, e in alcuni casi addirittura neanche l'inizio –:
   se il Governo non consideri improcrastinabile l'attivazione, per quanto di competenza, di uno screening sanitario nell'area di San Giovanni a Teduccio, con particolare riferimento al monitoraggio delle patologie neoplastiche che hanno colpito i residenti della zona;
   se il Governo non ritenga necessario superare la «parcellizzazione» degli interventi di bonifica del sito di interesse nazionale «Napoli Orientale» e, in caso affermativo, quali iniziative intenda assumere, nell'ambito delle proprie competenze, affinché tale processo sia svolto attraverso un coordinamento ed una visione d'insieme, invero ad avviso degli interpellanti fino ad oggi inesistenti, atteso che l'accorpamento del procedimenti amministrativi relativi agli interventi di bonifica è possibile soltanto laddove le aree siano di proprietà della medesima società;
   quali iniziative urgenti il Governo intenda assumere al fine di dare definitivo impulso alla bonifica del SIN «Napoli Orientale», una bonifica che costituisce la precondizione essenziale per sottrarre le future generazioni al rischio di sviluppare patologia neoplastiche strettamente connesse all'inquinamento dell'aria, del suolo e della falda acquifera di quest'angolo martoriato del capoluogo campano;
   se, in ossequio al principio della trasparenza dell'azione pubblica in materia ambientale sancito dalla Convezione di Aarhus, il Governo non ritenga doveroso fornire ai cittadini, anche nei siti internet della Sogesid e del Ministero dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare, tutti i dati relativi al SIN «Napoli Orientale» nonché tutti gli atti, lo stato di avanzamento e le stime della conclusione dei singoli interventi di bonifica e messa in sicurezza di cui all'accordo di programma citato in premessa;
   quante risorse siano state fino ad oggi assicurate alla Sogesid – rectius disperse, ad avviso degli interpellanti – per interventi di bonifica mai realizzati, in alcuni casi neppure progettati, e quante risorse la società pubblica abbia a sua volta appaltato a terzi;
   quali iniziative urgenti il Governo intenda adottare, nell'ambito delle proprie competenze, al fine di assicurare che qualsiasi attività ricadente nell'ambito del SIN Napoli Orientale – ivi comprese quelle di smaltimento dei rifiuti pericolosi svolte dalla Kuwait Petroleum – avvenga nel rispetto della normativa ambientale e non sia tale da determinare ulteriori pericoli per la salute delle persone che vivono a San Giovanni a Teduccio e nelle aree limitrofe.
(2-01200) «Fico, Mannino, Colonnese, Luigi Di Maio, Luigi Gallo, Silvia Giordano, Micillo, Pisano, Sibilia, Tofalo, Frusone, Gagnarli, Gallinella, L'Abbate, Liuzzi, Lombardi, Lupo, Marzana, Nesci, Parentela, Pesco, Petraroli, Rizzo, Paolo Nicolò Romano, Ruocco, Sarti, Sorial, Spessotto, Terzoni, Tripiedi, Vacca, Simone Valente, Vallascas, Vignaroli, Villarosa, Zolezzi».
(Presentata il 15 dicembre 2015)

Interrogazione a risposta in Commissione:


   FRUSONE, MICILLO, DE ROSA, ZOLEZZI e TERZONI. — Al Ministro dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare. — Per sapere – premesso che:
   nel 2008 il comune di Campoli Appennino (FR) ha presentato un'istanza al Ministero dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare per accedere, ai sensi della legge 31 luglio 2002, n. 179, al finanziamento del progetto «Sistemazione idrogeologica e statica dei versanti in località Coste del Monte». A fronte della richiesta iniziale pari ad euro 1.450.000,00, il Ministero dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare – direzione generale per la difesa del suolo, con lettera firmata dal Direttore generale Ing. Mauro Luciani, ha inserito gli interventi programmati dal comune di Campoli Appennino nel programma di interventi urgenti per la riduzione del rischio idrogeologico – annualità 2008, per un importo pari a euro 900.000,00;
   in piena contraddizione con la richiesta effettuata dall'Amministrazione comune di Campoli Appennino nel 2008, si deve evidenziare che la stessa area – catalogata in base alla richiesta in parola a grave dissesto idrogeologico (R4) – è stata individuata per la realizzazione di centro-Servizi tramite l'acquisto di un immobile da adibire ad ufficio di settore (sorveglianza, attività di educazione ambientale, logistica per escursionismo, informazioni, punto vendita, ostello e foresterie, nonché punto di informazione per provincia e regione). Il finanziamento per la realizzazione del Centro rientrava in un Protocollo d'Intesa tra la Regione Lazio, la Provincia di Frosinone, l'Ente Parco d'Abruzzo, Lazio e Molise ed i comuni del versante laziale riguardante la valorizzazione dell'area protetta. Il piano complessivo degli investimenti arrivava alla cifra di  15.000.000,00 di euro in sei anni, di cui 5 milioni finanziati per il periodo di programmazione del triennio 2007-2010. Il comune di Campoli Appenino fu il primo beneficiario del protocollo d'Intesa con 1 milione di euro proprio per la realizzazione del Centro servizi in parola che – si ribadisce – dovrebbe essere realizzato in un'area classificata R4, stando all'accolta richiesta di finanziamento per la sistemazione idrogeologica del 2008;
   per l'acquisto dell'immobile menzionato, in data 4 settembre 2008, venne sottoscritto tra il sindaco di Campoli e l'assessore all'ambiente della provincia di Frosinone all'epoca in carica un impegno formale per l'acquisto al costo di euro 290.000,00 di un immobile (in passato il ristorante «Cicerone»). I restanti euro 710.000,00 dovevano essere impiegati per interventi di riqualificazione e ristrutturazione in particolare dei sentieri di Vallone Lacerno e Rifugio di lodo;
   sono stati quindi ottenuti dal comune di Campoli Appenino, a brevissima distanza di tempo, due diversi finanziamenti per la stessa area: il primo, per sistemare un'immobile già esistente per sfruttarlo per il rilancio del territorio e del turismo risistemando l'area ad esso adiacente; il secondo, per la messa in sicurezza idrogeologica dell'area. Tuttavia, è fatto noto che l'area in questione non è a rischio idrogeologico;
   ulteriore aspetto, che desta perplessità, è che l'ingegnere Mauro Luciani, che nel 2008 firmò in qualità di direttore generale della direzione generale per la difesa del suolo del Ministero dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare, negli scorsi mesi ha subito la perquisizione della propria abitazione (si veda Il Tempo del 17 settembre 2015 ed il sequestro di euro 660.000,00 a seguito degli sviluppi dell'indagine «Oltrepo»; la vicenda riguarda una serie di finanziamenti che il Ministero dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare avrebbe erogato ai sindaci dell'Oltrepò pavese per opere di somma urgenza derivanti dal rischio idrogeologico –:
   se i fatti esposti in premessa trovino conferma;
   quali controlli il Ministero dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare abbia esercitato per concedere il finanziamento e quali abbia effettuato successivamente per verificare il corretto utilizzo del finanziamento;
   se la concessione di tali finanziamenti sia stata comunicata o meno alla regione Lazio ed, in caso negativo, per quali motivi;
   se sia intenzione del Ministro assumere iniziative per revocare i fondi erogati al comune di Campoli Appennino per il dissesto idrogeologico. (5-07215)

Interrogazioni a risposta scritta:


   MANNINO, BUSTO, DAGA, DE ROSA, MICILLO, TERZONI e ZOLEZZI. — Al Ministro dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare, al Ministro della salute. — Per sapere – premesso che:
   l'articolo 191 del decreto legislativo n. 152 del 2006, al comma 1 sostiene che: «ferme restando le disposizioni vigenti in materia di tutela ambientale, sanitaria e di pubblica sicurezza, con particolare riferimento alle disposizioni sul potere di ordinanza di cui all'articolo 5 della legge 24 febbraio 1992, n. 225, istitutiva del servizio nazionale della protezione civile, qualora si verifichino situazioni di eccezionale ed urgente necessità di tutela della salute pubblica e dell'ambiente, e non si possa altrimenti provvedere, il Presidente della Giunta regionale o il Presidente della provincia ovvero il Sindaco possono emettere, nell'ambito delle rispettive competenze, ordinanze contingibili ed urgenti per consentire il ricorso temporaneo a speciali forme di gestione dei rifiuti, anche in deroga alle disposizioni vigenti, garantendo un elevato livello di tutela della salute e dell'ambiente. Dette ordinanze sono comunicate al Presidente del Consiglio dei Ministri, al Ministro dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare, al Ministro della salute, al Ministro delle attività produttive, al Presidente della regione e all'autorità d'ambito di cui all'articolo 201 entro tre giorni dall'emissione ed hanno efficacia per un periodo non superiore a sei mesi»;
   l'articolo 191 del decreto legislativo n. 152 del 2006, al comma 4 prevede: «le ordinanze di cui al comma 1 possono essere reiterate per un periodo non superiore a 18 mesi per ogni speciale forma di gestione dei rifiuti. Qualora ricorrano comprovate necessità, il Presidente della regione, d'intesa,con il Ministro dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare, può adottare, dettando specifiche prescrizioni, le ordinanze di cui al comma 1 anche oltre i predetti termini»;
   l'articolo 191 del decreto legislativo n. 152 del 2006, al comma 5 prevede: «le ordinanze di cui al comma 1 che consentono il ricorso temporaneo a speciali forme di gestione dei rifiuti pericolosi sono comunicate dal Ministro dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare alla Commissione dell'Unione europea»;
   la regione siciliana, in materia di gestione dei rifiuti, ha fatto più volte ricorso alle suddette ordinanze contingibili ed urgenti, al fine di prevenire il manifestarsi di problematiche igienico sanitarie in tutto il territorio regionale;
   il presidente della regione siciliana, Rosario Crocetta, dinnanzi alla Commissione bicamerale parlamentare di inchiesta sulle attività illecite connesse al ciclo dei rifiuti in data 25 giugno 2015, ha espressamente dichiarato che — senza intervento del Ministero dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare — non avrebbe più potuto firmare le ordinanze contingibili ed urgenti di cui all'articolo 191 del decreto legislativo n. 152 del 2006 perché trascorsi i 18 mesi di cui al comma 4;
   lo stesso Crocetta, al fine di evitare problemi igienico-sanitari, ha sottoscritto in data 14 luglio 2015 l'ordinanza, n. 20/Rif dal titolo: «ricorso temporaneo ad una speciale forma di gestione dei rifiuti nel territorio della Regione Siciliana nelle more dell'attuazione del Piano stralcio attuativo per il rientro in ordinario del ciclo integrato dei rifiuti»;
   la regione siciliana, nonostante le tante ordinanze contingibili ed urgenti, è tra i territori oggetto della procedura di infrazione 2015–2165 concernente «Piani regionali di gestione dei rifiuti. Violazione degli articoli 28(1) o 30(1) o 33(1) della Direttiva 2008/98/CE.»;
   anche per la città di Palermo, per quanto attiene alla gestione dei rifiuti, c’è un uso e secondo gli interroganti un abuso di ordinanze ai sensi dell'articolo 191 del decreto legislativo n. 152 del 2006. L'ultima in ordine di tempo è la n. 327 del 27 novembre 2015 avente come oggetto: «Messa in sicurezza degli impianti di stoccaggio del percolato denominati Stazione Silos Nord, Stazione Silos Sud e vasche Valentini della discarica di Bellolampo. Interventi urgenti per lo smaltimento del percolato» –:
   se il Ministero interrogato ai sensi dell'articolo 191 del decreto legislativo n. 152 del 2006, comma 4, abbia raggiunto un'intesa con il Presidente della regione siciliana per reiterare oltre i 18 mesi le ordinanze di cui al comma 1, ossia se esista un accordo tra il Ministero e la regione siciliana che legittimi l'ordinanza n. 20/Rif;
   in caso di risposta negativa alla prima domanda, come si concili con quanto stabilito dall'articolo 191 del decreto legislativo n. 152 del 2006, l'ordinanza n. 20/Rif firmata dal Presidente Crocetta. (4-11401)


   MANNINO, BUSTO, DAGA, DE ROSA, MICILLO, TERZONI e ZOLEZZI. — Al Ministro dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare. — Per sapere – premesso che:
   la direttiva 2008/50/CE del Parlamento europeo e del Consiglio del 21 maggio 2008 disciplina la qualità dell'aria per un'aria più pulita in Europa;
   l'articolo 12 (prescrizioni per i casi in cui i livelli siano inferiori ai valori limite) della direttiva 2008/50/CE riporta: nelle zone e negli agglomerati nei quali i livelli di biossido di zolfo, biossido di azoto, PM10, PM2,5 piombo, benzene e monossido di carbonio presenti nell'aria ambiente sono inferiori ai rispettivi valori limite indicati negli allegati XI e XIV, gli Stati membri mantengono i livelli di tali inquinanti al di sotto dei valori limite e si adoperano per preservare la migliore qualità dell'aria ambiente che risulti compatibile con lo sviluppo sostenibile;
   l'articolo 13 (valori limite e soglie di allarme ai fini della protezione della salute umana) della direttiva 2008/50/CE riporta: «1. Gli Stati membri provvedono affinché i livelli di biossido di zolfo, PM10, piombo e monossido di carbonio presenti nell'aria ambiente non superino, nell'insieme delle loro zone e dei loro agglomerati, i valori limite stabiliti nell'allegato XI. Per quanto riguarda il biossido di azoto e il benzene, i valori limite fissati nell'allegato XI non possono essere superati a decorrere dalle date indicate nel medesimo allegato. Il rispetto di tali requisiti è valutato a norma dell'allegato III. I margini di tolleranza fissati nell'allegato XI si applicano a norma dell'articolo 22, paragrafo 3 e dell'articolo 23, paragrafo 1. 2. Le soglie di allarme applicabili per le concentrazioni di biossido di zolfo e biossido di azoto nell'aria ambiente sono indicate nell'allegato XII, punto A»;
   l'allegato I lettera a) della direttiva 2008/50/CE rileva gli obiettivi di qualità dei dati per la valutazione della qualità dell'aria ambiente;
   l'allegato II della direttiva 2008/50/CE rileva la determinazione dei requisiti per la valutazione delle concentrazioni di biossido di zolfo, biossido di azoto e ossidi di azoto, particolato (PM10 e PM2,5), piombo, benzene e monossido di carbonio nell'aria ambiente in una zona o in un agglomerato;
   l'allegato III della direttiva 2008/50/CE rileva la valutazione della qualità dell'aria ambiente e ubicazione dei punti di campionamento per la misurazione di biossido di zolfo, biossido di azoto e ossidi di azoto, particolato (PM10 e PM2,5), piombo, benzene e monossido di carbonio nell'aria ambiente;
   l'allegato IV della direttiva 2008/50/CE stabilisce i criteri per determinare il numero minimo di punti di campionamento per la misurazione in siti fissi delle concentrazioni di biossido di zolfo, biossido di azoto e ossidi di azoto, particolato (PM10 e PM2,5), piombo, benzene e monossido di carbonio nell'aria ambiente;
   l'allegato VI della direttiva 2008/50/CE determina i metodi di riferimento per la valutazione delle concentrazioni di biossido di zolfo, biossido di azoto e ossidi di azoto, particolato (PM10 e PM2,5), piombo, benzene, monossido di carbonio, e ozono;
   l'allegato XI della direttiva 2008/50/CE individua i valori limite per la protezione della salute umana;
   l'allegato XVI della direttiva 2008/50/CE disciplina le informazioni del pubblico; al comma 1 si prevede: «Gli Stati membri provvedono affinché siano messe sistematicamente a disposizione del pubblico informazioni aggiornate sulle concentrazioni nell'aria ambiente degli inquinanti disciplinati dalla presente direttiva»; al comma 2 si stabilisce che: le concentrazioni nell'aria ambiente ottenute devono essere presentate come valori medi secondo i periodi di mediazione applicabili indicati nell'allegato VII e negli allegati da XI a XIV. Le informazioni devono indicare almeno i livelli superiori agli obiettivi di qualità dell'aria, in particolare i valori limite, i valori-obiettivo, le soglie di allarme, le soglie di informazione o gli obiettivi a lungo termine fissati per l'inquinante interessato. Deve inoltre essere presentata una breve valutazione riguardo agli obiettivi di qualità dell'aria e informazioni adeguate sugli effetti per la salute o, se del caso, per la vegetazione. Al comma 3 si prevede che: le informazioni sulle concentrazioni nell'aria ambiente di biossido di zolfo, biossido di azoto, particolato (almeno PM10), ozono e monossido di carbonio devono essere aggiornate almeno ogni giorno e, se fattibile, anche su base oraria. Le informazioni sulle concentrazioni nell'aria ambiente di piombo e benzene, presentate come valore medio degli ultimi 12 mesi, devono essere aggiornate almeno su base trimestrale e, se fattibile, su base mensile;
   la Commissione europea attraverso una lettera di messa in mora, ai sensi dell'articolo 258 del TFUE, inviata all'Italia ha aperto la procedura di infrazione 2014–2147 concernente la cattiva applicazione della direttiva 2008/50/CE relativamente alla qualità dell'aria per il superamento dei valori limite di PM10 in Italia;
   in merito alla procedura di infrazione 2014–2147, il rapporto «Mal'aria 2015» di Legambiente riporta: «Gli elevati livelli di inquinamento atmosferico in Italia sono alla base di una procedura d'infrazione a causa della “Cattiva applicazione della direttiva 2008/50/CE relativa alla qualità dell'aria ambiente — Superamento dei valori limite di PM10 in Italia”. Le violazioni riguardano 19 zone ed agglomerati suddivisi in 10 regioni italiane distribuite da nord a sud (Veneto, Lombardia, Toscana, Marche, Lazio, Puglia, Sicilia, Molise, Campania ed Umbria le Regioni interessate) e porteranno, se l'Italia non riuscirà a porre rimedio, ad una condanna con conseguenti sanzioni, come già avvenuto nel 2012. L'Italia infatti era stata già stata condannata tre anni fa relativamente ai superamenti di PM10 per il periodo 2006-2007 in 55 diverse zone ed agglomerati italiani. Il dato più scoraggiante e preoccupante in merito alla nuova procedura di infrazione è che 13 delle 55 aree già condannate hanno continuato a superare costantemente i limiti per il PM10 anche nel periodo 2008-2012 e si ritrovano per questo di nuovo sotto indagine, insieme ad altre 6 nuove zone»;
   l'Italia è il Paese dell'Unione europea che segna il record del numero di morti prematuri rispetto alla normale aspettativa di vita per l'inquinamento dell'aria. La stima arriva dal rapporto dell'Agenzia europea dell'ambiente (Aea): il Belpease nel 2012 ha registrato 84.400 decessi di questo tipo, su un totale di 491mila a livello di Unione europea. Tre i « killer» sotto accusa per questo triste primato: le micro polveri sottili (PM2,5), il biossido di azoto (NO2) e l'ozono, quello nei bassi strati dell'atmosfera (03), a cui lo studio attribuisce rispettivamente 59.500, 21.600 e 3.300 morti premature in Italia. Il bilancio più grave se lo aggiudicano le micropolveri sottili, che provocano 403 mila vittime nell'Unione europea a 28 e 432 mila nel complesso dei 40 Paesi europei considerati dallo studio. L'impatto stimato dell'esposizione, al biossido di azoto e all'ozono invece è di circa 72 mila e 16 mila vittime precoci nei 28 Paesi dell'Unione europea e di 75 mila e 17 mila per 40 Paesi europei. L'area più colpita in Italia dal problema delle micro polveri si conferma quella della pianura padana, con Brescia, Monza, Milano, ma anche Torino, che oltrepassano il limite fissato a livello dell'Unione europea di una concentrazione media annua di 25 microgrammi per metro cubo d'aria, sfiorata invece da Venezia. Considerando poi la soglia ben più bassa raccomandata dall'Organizzazione mondiale della sanità di 10 microgrammi per metro cubo, il quadro italiano peggiora sensibilmente, a partire da altre grandi città come Roma, Firenze, Napoli, Bologna, arrivando fino a Cagliari –:
   quali siano le zone ovvero le regioni e gli enti locali interessati dalla procedura di infrazione 2014–2147;
   se ritenga utile — così com’è avvenuto per la questione delle acque reflue — predisporre una sezione del sito http://italiasicura.governo.it/site/home.html dedicata all'informazione dei cittadini relativamente alle zone ovvero alle regioni e agli enti locali interessati a procedura di infrazione concernenti la qualità dell'aria;
   quali iniziative il Governo intenda mettere in campo affinché la procedura di infrazione 2014–2147 venga chiusa;
   se intenda fornire un elenco sullo stato dei piani regionali per la qualità dell'aria indicando quali aree rientrino nel monitoraggio;
   se i criteri di zonizzazione siano omogenei a livello nazionale. (4-11409)


   ZOLEZZI, DAGA, MANNINO, TERZONI, BUSTO, DE ROSA, MICILLO e VIGNAROLI. — Al Ministro dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare, al Ministro dell'interno, al Ministro della salute. — Per sapere – premesso che:
   in data 2 novembre 2015 la società Daneco Impianti s.p.a., con sede in Roma, si è aggiudicata l'appalto del valore finale di 548.766 euro per la stesura, compattazione e copertura dei rifiuti conferiti all'impianto di interramento controllato, posto nel comune di Mariana Mantovana (MN), di cui è titolare TEA s.p.a. di Mantova;
   è in corso la gara d'appalto del valore di oltre 3,5 milioni di euro per ampliamento della medesima discarica che permetterà di accogliere oltre 3,5 milioni di tonnellate di rifiuti, un milione in più del previsto;
   la provincia di Mantova è risultata fra le più virtuose a livello nazionale (terzo posto), con raccolta differenziata dei rifiuti solidi urbani (RSU) superiore al 77 per cento (dati Ispra 2015), e i conferimenti in tale discarica si sono ridotti a meno di 50mila tonnellate all'anno, risalendo nel 2014 solo grazie a rifiuti provenienti da fuori provincia;
   le aree limitrofe a tale discarica sono sottoposte a una pesante pressione ambientale testimoniata per esempio dai valori di incidenza di malformazioni congenite, pubblicati dalla ASL di Mantova dal 2009, dove il comune di Mariana Mantovana rientra nella fascia record provinciale di 795-940 malformazioni ogni diecimila nascite, in una provincia che ha in media valori più elevati di incidenza del resto della regione e delle regioni limitrofe;
   le falde della provincia di Mantova sono già in grande sofferenza per l'elevata concentrazione di nitrati (provincia di Mantova interessata dalla presenza di un indice di rischio (Hi) massimo secondo lo studio Ispra Isonitrate del 2012 e lo studio ARPA Plume ha documentato valori di 65 mg/L di nitrati in molti punti di monitoraggio nell'Alto Mantovano con valori di nitrati nelle acque potabili di 26 mg/L nell'acquedotto TEA di Ponti sul Mincio, valore cioè superiore a 10 mg/L, considerato sicuro per le categorie a rischio come le donne in gravidanza e allattamento, i neonati, gli affetti da deficit di G6PD (dati OMS);
   per quanto riguarda l'annosa vicenda della discarica di Ca’ Filissine, impianto presente dal 1987 nella città di Pescantina (Verona), sotto sequestro dal 2006 e gestita dalla citata società Daneco, nel 2012 è stato celebrato in primo grado il processo a carico degli amministratori della Daneco e, nel 2012, si è giunti alla sentenza di primo grado con la condanna di pubblici amministratori e di figure responsabili della suddetta società di gestione (sentenza del tribunale di Verona n. 2112 del 22 ottobre 2012);
   il procedimento penale ha preso avvio dall'avvenuta constatazione che il percolato veniva addirittura scaricato nel corpo della discarica (audizione in Commissione parlamentare d'inchiesta su attività illecite nel ciclo dei rifiuti su illeciti ambientali, di Daniele Zovi, comandante regionale del Corpo forestale dello Stato pag. 3 resoconto del 28 ottobre 2014). La sentenza del tribunale di Verona non è ancora definitiva, ma il prefetto di Verona Perla Stancari, durante la missione della commissione ha dichiarato che erano in corso degli approfondimenti per quanto riguarda invece i requisiti antimafia, di competenza della prefettura di Milano, sede legale della Daneco spa, posto che a inizio 2015 risultava mancante proprio il certificato antimafia; il sopralluogo effettuato nell'ottobre 2014 ha portato nuovamente all'attenzione dell'opinione pubblica e si riscontra il rischio di disastro ambientale, che interesserebbe il territorio e la popolazione residente; il percolato ha raggiunto ormai i 36 metri, a fronte del limite, consentito dalla legge, di due metri;
   di recente, inoltre, l'Agenzia regionale per la prevenzione e protezione ambientale del Veneto (ARPAV), dipartimento regionale laboratori, servizio laboratorio di Verona, ha comunicato i dati degli esiti analitici relativi agli ultimi controlli effettuati sulla qualità dell'acqua faldifera presso i piezometri della rete di monitoraggio in servizio nell'area della discarica e presso alcuni piezometri realizzati ai fini della caratterizzazione dell'area ad est adiacente alla discarica (del 16-17 settembre 2014) e di percolato (del 18 marzo 2014), da cui è risultata la persistenza di una situazione di compromissione grave della qualità delle acque di falda nell'area ad est adiacente alla discarica (il monitoraggio dei pozzi ha rilevato che l'inquinamento da azoto ammoniacale è quasi nullo mentre è concentrato nell'area circostante il piezometro M7 e progressivamente a calare nei piezometri M13, M16 ed M15. Analogamente risulta il concentramento di cloruri). La discarica è stata ritenuta causa, almeno in parte, dell'inquinamento della falda acquifera sottostante; la pratica di reimmettere in discarica il percolato dopo il trattamento (peraltro a suo tempo regolarmente autorizzata dagli enti competenti) ha pregiudicato la impermeabilizzazione della discarica, con conseguente infiltrazione nel suolo del suo contenuto liquido. Si segnala come per l'attività di estrazione e smaltimento del percolato il comune di Pescantina aveva incaricato la ditta Depuracque. L'incarico è cessato il 31 dicembre 2011 e con ordinanza contingibile e urgente è stato incaricato il gestore dell'impianto ditta Daneco spa fino all'uscita di scena dell'agosto 2015 (si veda l'interrogazione Zardini n. 4-01065);
   la gestione da parte del comune di Pescantina è anomala, visto che nel 1995 tale amministrazione sceglie la gestione della discarica senza responsabilità, ovvero chi la gestiva non doveva occuparsi del percolamento (si veda l'interrogazione Businarolo n. 4-08260);
   il sindaco di Pescantina, in data 8 maggio 2013, ha rassegnato le dimissioni e a seguito delle dimissioni, in data 29 maggio 2013, è stato nominato un commissario prefettizio nella persona della dottoressa Rose Maria Machinè, vice prefetto di Verona; ciò non esime, ad avviso degli interroganti, la Daneco da gravi responsabilità in merito al disastro ambientale ingravescente;
   si sottolinea come la soluzione proposta dalla società per tale situazione preveda il conferimento di altri rifiuti e il metodo del’« air sparging» per la bonifica, metodo assolutamente fuori luogo per questo tipo di inquinamento oltre che molto costoso, e la passività delle amministrazioni comunali locali sta giocando un ruolo cruciale nella vicenda, visto che anche dopo l'abbandono della gestione da parte della Daneco nel mese di luglio 2015, i metodi proposti dai loro tecnici sono stati presi in considerazione dalle amministrazioni locali e confutati solo dopo perizia di parte realizzata dal Movimento 5 Stelle per tentare di porre un freno alla contaminazione di percolato e allo sperpero di denaro pubblico;
   i vertici della Daneco impianti sono stati sottoposti a provvedimento di custodia cautelare nell'ambito dell'indagine « black smoke» relativa all'aggiudicazione della bonifica del sito di interesse nazionale (SIN) di Pioltello e Rodano; nel gennaio 2014 due vertici aziendali della Daneco furono arrestati con le accuse di truffa aggravata per il conseguimento di erogazioni pubbliche, corruzione e attività finalizzate al traffico illecito di rifiuti;
   pur non avendo i necessari requisiti eseguirono la declassificazione dei rifiuti di quel SIN da pericolosi a non pericolosi, agevolando lo smaltimento dei materiali in siti di proprietà; tale provvedimento potrebbero ripercuotersi per esempio sulla Calabria (discarica di Pianopoli); si sta verificando che i rifiuti pericolosi dell'ex area Sisas siano finiti anche negli altri impianti della Daneco come quelli calabresi nell'ambito dell'indagine che vede coinvolti i dirigenti della Daneco nel traffico di rifiuti, ipotizzando tra l'altro lo smaltimento di rifiuti pericolosi nella discarica di Pianopoli, smaltimento illecito. Nell'ordinanza c’è un unico riferimento, proprio alla discarica di Pianopoli (si veda in proposito l'interrogazione Parentela n. 5-02578);
   le popolazioni che vivono nell'area di Sant'Arcangelo Trimonte si sono viste imporre, a parere degli interroganti (come evidenziato nell'interrogazione presentata al Senato, Nugnes, n. 4/02053) una discarica, costruita in zona a rischio frana ed a rischio sismico, che ha determinato disastro ambientale tale da produrre danni alla salute per il prossimo decennio; recentemente il responsabile tecnico dell'impianto e l'amministratore unico della Daneco impianti che avevano ricevuto avvisi di garanzia hanno ricevuto l'avviso di fine indagini. Le accuse mosse dal tribunale di Benevento sono: inquinamento del suolo, del sottosuolo e delle acque; mancato avvio di interventi di messa in sicurezza per la salvaguardia dell'area; mancata copertura con teli impermeabilizzati dei rifiuti e degli accumuli di percolato; mancata prevenzione su movimenti franosi e su relativo inquinamento;
   nell'interrogazione dell'On. Cirielli n. 4/07369 si citano fra le infiltrazioni riscontrate in importanti appalti pubblici a Salerno in questi anni quelle relative agli appalti di: IN.CA. (Lungoirno); EDREVEA (parcheggio ex cementificio); Delfino (Palasalerno); Campania Appalti (termovalorizzatore); ESA Costruzioni Generali (Piazza della Libertà); Cenn e Acqua Mar (barriera marina via Leucosia); Citarella (parcheggi via Camillo Sorgenti); Daneco (impianto di compostaggio);
   sulla base del citato articolo 224 (comma 5) del decreto legge 152 del 2006, l'accordo di programma quadro tra l'Associazione nazionale comuni italiani (Anci) e il Conai è divenuto lo strumento attraverso il quale il sistema consortile garantisce ai comuni italiani la copertura dei maggiori oneri sostenuti per le raccolte differenziate dei rifiuti di imballaggi; Ancitel energia e ambiente si occupa, in particolare, della gestione delle banche dati concernenti l'attuazione di tutti gli accordi sottoscritti dall'Anci sui temi dei rifiuti e dell'energia, primo fra tutti l'accordo di programma quadro Anci-Conai; l'accordo di programma quadro Anci-Conai 2014-2019 ha confermato l'opportunità di proseguire e ampliare il progetto di una banca dati sul funzionamento dell'accordo medesimo e sulle attività di raccolta dei materiali di imballaggio, già operativo in forza del precedente accordo di programma quadro, nonché di implementare un osservatorio degli enti locali sulla raccolta differenziata e sui relativi modelli organizzativi; nel corso degli anni Ancitel energia e ambiente ha visto mutare il proprio assetto azionario passando di fatto da una configurazione interamente «pubblica» a una forte presenza del privato nella compagine societaria, pur continuando a svolgere attività già derivanti dall'accordo quadro 2009-2013; infatti, il 23 dicembre 2013, Ancitel spa, sino ad allora unica proprietaria di Ancitel energia e ambiente, ha ceduto alla società CHP Roma srl, l'80,4 per cento delle quote di quest'ultima. A seguito di una deliberazione di aumento di capitale, sono entrate nella compagine societaria di Ancitel energia e ambiente anche altri soci privati. Attualmente nella compagine societaria vi sono: CHP ROMA SRL, con 160.562 azioni, per un valore in euro di 160.562, pari al 65,51 per cento; ANCITEL energia e ambiente spa con 36.022 azioni, per un valore in euro di 36.022, pari al 14,70 per cento (tali quote precedentemente erano possedute dalla società Daneco Impianti spa); ANCITEL spa, con 24.500 azioni, per un valore in euro di 24.500, pari al 10 per cento; EPRCOMUNICAZIONE srl, con 12.247 azioni, per un valore in euro di 12.247, pari al 5 per cento; FENIT spa, con 11.767 azioni, per un valore in euro di 11.767, pari al 4,80 per cento (si veda l'interrogazione Vignaroli n. 4/10980 presentata il 4 novembre 2015);
   la Daneco si era aggiudicata un appalto in Libano, ma il Governo libanese bloccò tutto dopo vivaci proteste popolari dovute alla scoperta del curriculum ombroso della società Daneco (articolo di Alessia Candito del 28 agosto 2015);
   i due fratelli Francesco e Pietro Colucci sono soci con l'avvocato Manlio Cerroni in Latina (discarica EcoAmbiente) e anche a Viterbo con la discarica di servizio all'impianto di Cerroni «Ecologia Viterbo»; nell'ambito della gestione della Cava Pirossina, a Castiglione delle Stiviere in provincia di Mantova, da parte della Ambiental Geo, risulta una quota da parte del Gruppo Cerroni;
   nel Gruppo Kinexia spa (oggi Waste Italia spa), Pietro Colucci ha il 44 per cento delle quote dopo aumento e fusione con Sostenya (articolo reuters di martedì 19 agosto 2014), dopo l'aumento di capitale riservato a Synergo e al completamento della fusione inversa di Sostenya spa nella società quotata. È quanto emerge dalle comunicazioni Consob sulle partecipazioni rilevanti. L'operazione è datata 11 agosto 2015, giorno in cui è stato depositato nel registro delle imprese l'aumento di capitale ed è diventata efficace la fusione inversa. Pietro Colucci, amministratore delegato e presidente di Kinexia, aveva il 35,146 per cento del capitale dal 16 maggio scorso. Ora detiene il 43,985 per cento del capitale di Kinexia attraverso Sostenya Group PLC che, era il socio unico di Sostenya spa prima della fusione. Il capitale di Kinexia vede al 22,110 per cento Synergo Sgr, attraverso la società Waste Italia Zero Srl, controllata dal fondo «Sinergia con Imprenditori». L'azionariato è completato da Francesco Colucci, che, attraverso Daneco Impianti spa, controlla il 3,298 per cento del capitale, quota che si confronta con il 6,313 per cento che risultava al 31 dicembre 2013. Francesco Colucci, fratello di Pietro, è numero uno di Daneco, attiva, come Waste Italia, nel business dei rifiuti. Secondo notizia di stampa Pietro Colucci ha partecipato alle cene di finanziamento del Premier Matteo Renzi;
   si apprende che anche la discarica di Mariana Mantovana è stata oggetto di un rogo doloso nell'ambito della «guerra dei rifiuti», descritta nell'articolo di Jacopo Giliberto sul Sole 24 ore del 7 ottobre 2015, con oltre 35 roghi;
   il più recente rogo di questa «guerra» risulta essere avvenuto presso gli impianti di Cà del Bue di Verona il giorno 28 novembre 2015;
   Mantova Ambiente gestisce il servizio di igiene urbana in 63 comuni della provincia di Mantova con oltre 277 dipendenti e un numero superiore alle 323 unità di personale impiegato in cooperative o ditte in subappalto, con una adeguata competenza gestionale nel settore –:
   di quali elementi dispongano i Ministri interrogati in merito alla «guerra dei rifiuti» e alla gestione del sistema dei rifiuti su tutto il territorio nazionale;
   se intendano promuovere la filiera corta dei rifiuti solidi urbani e speciali anche con iniziative normative atte a impedire l'agevole «turismo» dei rifiuti fra regioni italiane;
   quali iniziative di competenza intendano mettere in atto per verificare e migliorare lo stato ambientale nell'area della provincia di Mantova interessata dalla presenza di un indice di rischio (Hi) massimo secondo lo studio dell'Ispra Isonitrate (2012) e secondo lo studio dell'Arpa Lombardia Plume, impedendo interventi che possano determinare disastri ambientali analoghi a quello di Pescantina, perpetarto peraltro dallo stesso attore che dovrebbe subentrare nella gestione della discarica di Mariana Mantovana;
   quali iniziative di competenza intendano mettere in campo per prevenire infiltrazioni della criminalità organizzata e di aziende ecomafiose in provincia di Mantova, considerate le indagini condotte dal procuratore antimafia di Brescia Dell'Osso su traffici illeciti di rifiuti;
   se non ritengano altresì opportuno verificare i motivi del ritardo nella produzione della certificazione antimafia per la Daneco Impianti s.p.a. da parte della prefettura competente anche al fine di intervenire tempestivamente in una situazione di rischio da disastro ambientale per tutto il territorio e la popolazione interessati. (4-11429)


   CIRIELLI. — Al Ministro dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare. — Per sapere – premesso che:
   il 16 novembre 2015 il consiglio regionale della Campania ha approvato, con i soli voti della maggioranza ed in pochi minuti, la legge regionale sul «Riordino del servizio idrico integrato ed istituzione dell'ente idrico Campano», conformando il nuovo sistema gestionale del ciclo delle acque alle disposizioni normative del decreto legislativo n. 152 del 2006 come modificato ed integrato dal decreto-legge n. 133 del 2014, cosiddetto Sblocca Italia, convertito con modificazioni dalla legge n. 164 del 2014;
   la recente legge regionale, così come approvata, ha stabilito, tra l'altro, di conformarsi alle disposizioni di cui all'articolo 147 del decreto legislativo n. 152 del 2006 ricorrendo alla fattispecie organizzativa giuridica prevista dal primo comma che recita: «I servizi idrici sono organizzati sulla base degli ambiti territoriali ottimali definiti dalle regioni in attuazione della legge 5 gennaio 1994, n. 36. Le regioni che non hanno individuato gli enti di governo dell'ambito provvedono, con delibera, entro il termine perentorio del 31 dicembre 2014. Decorso inutilmente tale termine si applica l'articolo 8 della legge 5 giugno 2003, n. 131. Gli enti locali ricadenti nel medesimo ambito ottimale partecipano obbligatoriamente all'ente di governo dell'ambito, individuato dalla competente regione per ciascun ambito territoriale ottimale, al quale è trasferito l'esercizio delle competenze ad essi spettanti in materia di gestione delle risorse idriche, ivi compresa la programmazione delle infrastrutture idriche di cui all'articolo 143, comma 1»;
   in particolare, l'articolo 5 della legge regionale ha previsto l'esercizio associato delle funzioni pubbliche mediante l'ambito territoriale ottimale (ATO), che coincide con il territorio regionale;
   contestualmente a tale legittima scelta, però, il medesimo articolo suddivide l'ATO in «5 ambiti distrettuali come definiti al successivo articolo 6»;
   come si legge, infatti, all'articolo 6 «per conseguire una maggiore efficienza gestionale ed una migliore qualità del servizio all'utenza, l'affidamento del servizio idrico integrato è organizzato per Ambiti distrettuali» denominati ambito distrettuale Napoli, ambito distrettuale Sarnese-Vesuviano, ambito distrettuale Sele; ambito distrettuale Caserta e ambito distrettuale Calore-Irpino;
   tale ultimo articolo, pertanto, procede a suddividere l'ATO regionale, ai fini della gestione del servizio attuata dai soggetti gestori, in cinque sottoambiti che, per come territorialmente delimitati, violano il disposto normativo dell'articolo 147, comma 2-bis, del citato decreto legislativo n. 152 del 2006, unica norma che disciplina l'organizzazione territoriale del servizio idrico integrato;
   ai sensi dell'articolo 147 comma 2-bis, infatti, «Qualora l'ambito territoriale ottimale coincida con l'intero territorio regionale, ove si renda necessario al fine di conseguire una maggiore efficienza gestionale ed una migliore qualità del servizio all'utenza, è consentito l'affidamento del servizio idrico integrato in ambiti territoriali comunque non inferiori agli ambiti territoriali corrispondenti alle province o alle città metropolitane»;
   contrariamente a quanto disposto a livello nazionale, la legge regionale campana frantuma i territori provinciali, fatta eccezione per quello di Caserta e Benevento;
   tale previsione normativa investe l'aspetto fondamentale che consente di mantenere, almeno fino al 2032, lo status quo e di conferire sempre maggiori poteri gestionali, nonché risorse e dotazioni demaniali, ai soggetti gestori privati, tra cui la GORI SPA, e a sottrarne ai soggetti gestori totalmente pubblici come ABC del comune di Napoli;
   tale scelta politica ad avviso dell'interrogante di dubbia legittimità penalizza i cittadini campani e impedisce ai sindaci ogni azione di controllo e di decisione in un settore importantissimo come la gestione del servizio idrico, quale bene pubblico;
   se il Ministro sia a conoscenza dei fatti esposti in premessa, e, considerata la gravità degli stessi, se ritenga che sussistano i presupposti per impugnare, ai sensi dell'articolo 127 della Costituzione, la citata legge regionale campana nelle sue parti illegittime e, in particolare, l'articolo 6 che suddivide gli ambiti territoriali in base agli interessi economici e gestionali dei soggetti gestori, e non sulla scorta del limite territoriale della provincia.
(4-11468)


   PLACIDO. — Al Ministro dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare, al Ministro dello sviluppo economico, al Ministro della salute. — Per sapere – premesso che:
   nel 2001 Enel produzione ha presentato un progetto di riconversione a biomasse, di una vecchia centrale termoelettrica, inattiva da oltre 15 anni, sita nella valle del fiume Mercure, nel territorio del comune di Laino Borgo (CS), nel cuore del Parco Nazionale del Pollino, area protetta anche a livello comunitario (Zona di Protezione Speciale — ZPS — Pollino e Orsomarso — IT 9310903);
   la centrale, con la sua spropositata potenza di 41 Mw elettrici — tra le maggiori in Europa — rappresenterebbe un detrattore fortemente negativo sotto ogni aspetto — ambientale, turistico, sanitario, occupazionale, nonché della stessa sicurezza sociale, per il rilevante pericolo di infiltrazione della criminalità organizzata (la famigerata «mafia dei boschi» calabrese) — come già denunciato dagli organi di informazioni e dalle Istituzioni locali —, al seguito delle ingenti quantità di biomasse necessarie al funzionamento della centrale;
   per tutti questi motivi il progetto è stato fortemente contestato e contrastato fin dall'inizio dalla popolazione della valle, dalle amministrazioni delle comunità più minacciate, dalle associazioni e comitati ambientalisti del Forum «Stefano Gioia», nonché dall'ente parco nazionale del Pollino, che più volte ha formalizzato la sua opposizione al progetto Enel;
   l'opposizione al progetto dell'Enel è stato sempre caratterizzata da una massiccia partecipazione popolare, mai disgiunta tuttavia da comportamenti improntati ai canoni di una pacifica partecipazione democratica e del più rigoroso rispetto della legalità;
   tale opposizione ha avuto ampio riconoscimento anche a livello giudiziario, essendo stato bocciato il progetto dell'Enel, una prima volta dal Consiglio di Stato il 1o agosto 2012 (n. 4400/2012) e successivamente, avendo la regione Calabria reiterata l'autorizzazione, annullata il 18 dicembre 2013 dal TAR di Catanzaro;
   l'udienza di merito del Consiglio di Stato, fissata per il 14 ottobre 2014, concernente questa seconda bocciatura, non ha avuto luogo, in quanto la regione Calabria ha inviato la documentazione del caso al Consiglio dei ministri, che ha dato parere favorevole alla centrale in data 11 giugno 2015 (Consiglio dei ministri n.67), subordinandolo tuttavia al rispetto delle prescrizioni indicate nella Conferenza di servizi, nonché all'emanazione di una deroga, da parte delle regioni Calabria e Basilicata, circa la potenza della centrale, rispetto al piano del parco che prevede, attualmente, per centrali a biomasse, potenze massime, enormemente inferiori a quella della centrale del Mercure;
   malgrado questi vincoli, il 24 novembre del 2015 il Dipartimento sviluppo economico della regione Calabria ha rilasciato un decreto autorizzativo che appare non soltanto assai criticabile sotto il profilo sostanziale, ma anche improponibile sotto quello formale, a cominciare dalla mancata osservanza di quanto richiesto e prescritto proprio nel provvedimento del Consiglio dei ministri;
   tale provvedimento autorizzativo, tra l'altro, interviene all'indomani della inclusione del parco nazionale del Pollino tra i siti dell'UNESCO patrimonio dell'Umanità, fatto che rende ancor più paradossale e grottesca, oltre che vieppiù inaccettabile, l'intera vicenda e la delibera autorizzativa della regione Calabria –:
   quali urgenti iniziative di competenza i Ministri interrogati intendano assumere in relazione alla vicenda descritta in premessa al fine di garantire il pieno rispetto della normativa posta a tutela dell'ente parco nazionale del Pollino;
   quali urgenti iniziative intenda assumere il Ministro dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare per porre definitivamente fine ad una vertenza che mai avrebbe dovuto nascere, solo che fossero stati rispettati i vincoli basilari sulle aree protette a livello nazionale e le specifiche direttive dell'Unione europea per i siti Natura 2000, riguardanti la tutela della flora, della fauna e della biodiversità (direttiva 92/43/CEE sulla conservazione degli habitat naturali e di flora e fauna selvatiche, e, direttiva 2009/147/EC sulla conservazione degli uccelli selvatici).
(4-11471)

BENI E ATTIVITÀ CULTURALI E TURISMO

Interrogazione a risposta orale:


   LUIGI GALLO, D'UVA, MARZANA, VACCA, LIUZZI, TRIPIEDI, ALBERTI, PESCO e NESCI. — Al Ministro dei beni e delle attività culturali e del turismo. — Per sapere – premesso che:
   ENEL vuole trasferire in altra città e al di fuori della regione l'archivio storico dell'azienda che attualmente si trova a Napoli in via Ponte dei Granili;
   l'archivio fu inaugurato nel settembre del 2008 e raccoglie i fondi documentari ereditati dalle 1270 imprese elettriche italiane confluite nel 1962 nell'Ente nazionale per l'energia elettrica;
   i documenti informano sulle peculiarità delle singole aziende italiane sorte a partire dalla fine dell'ottocento in tutto il Paese. I fondi, in precedenza, erano custoditi negli otto ex compartimenti corrispondenti alla struttura organizzativa di Enel;
   all'inaugurazione nel 2008, il presidente pro tempore, sostenne che l'attuale sede dell'archivio di Napoli era idonea a custodire questo «incommensurabile» patrimonio dichiarato tale sin dal 1992 e vincolato ai sensi del decreto legislativo 22 gennaio 2004, n. 42;
   l'archivio è meta di studiosi provenienti da tutto il Paese e di tantissimi cittadini che si recano a visitarlo;
   ora invece la dirigenza dell'Enel ha cambiato repentinamente idea e dichiara che lo spazio è insufficiente e che i costi di locazione sono estremamente onerosi. Enel afferma ancora una volta che si appresta a realizzare altrove l'ennesimo progetto ambizioso identico a quello precedente;
   il trasferimento di tutti i documenti nella sede di Napoli suscitò reazione negative nelle altre località che chiesero di continuare a custodire la documentazione espressione della storia del loro territorio. Anche allora Enel annunciò un progetto di rivalutazione dell'immenso patrimonio documentale che custodisce senza provvedere, come doveva, a valorizzare, come pure aveva dichiarato di fare, l'archivio di Napoli;
   alcuni dirigenti dell'Enel nel corso dell'incontro promosso dal gruppo regionale della Campania del MoVimento 5 Stelle, svoltosi in data 8 settembre 2015 presso l'archivio, dissero che Enel stava già organizzando da tempo, e con cura, da circa quattro anni, il trasloco in altra regione stante la inadeguatezza del sito. In pratica, si deduce, che un attimo dopo l'inaugurazione della sede di Napoli nel 2008 era già stato deciso di chiuderla. Le motivazioni addotte lasciano estremamente perplessi;
   occorrerebbe chiarire bene il motivo per cui sono state investite ingenti risorse per adeguare la sede allo scopo e perché è stato sottoscritto un contratto di locazione estremamente oneroso. Non si comprende nemmeno la ragione per cui è stato deciso di vendere la sede di Via Ponte dei Granili, ereditata dall'EAV, nonostante sia stata usata ininterrottamente sino ad oggi;
   Enel dichiara che si appresta a risolvere il problema degli spazi insufficienti, gli stessi ritenuti idonei nel 2008, con il trasferimento in altra regione e di essere riuscita persino a risolvere la questione della riduzione dei costi altrove, lasciando semplicemente la città di Napoli. Tali tesi, a giudizio degli interroganti, evidenziano da sole tutta la strumentalità del progetto;
   Enel non dice che a Napoli dispone degli spazi necessari per allestire l'archivio: nella ex centrale della Bufala si raggruppano tutte le principali attività di Enel (area distribuzione; servizi; mercato; personale). In precedenza furono individuate, al suo interno, le cubature sufficienti a poter accogliere non soltanto la documentazione attuale di Enel ma anche quella futura;
   nel centro direzionale di Napoli Enel dispone di due torri la G3 e la A1. La prima torre la G3 attualmente è in locazione ed è occupata dai settori legale, produzione e ingegneria di Enel. Nei piani superiori della torre, Enel ha subaffittato gli spazi ancora disponibili ad una società di servizi;
   l'altra torre, la A1, è di proprietà dell'Enel ed è chiusa ormai da oltre 10 anni. In precedenza la struttura era nella disponibilità della Wind;
   le stesse sovraintendenze coinvolte dovrebbero chiedere conto di questa linea di condotta così mutevole e tale da arrecare danno alla conservazione dei documenti sottoposti a frequenti spostamenti sollecitando ENEL a consegnare la documentazione agli archivi di Stato competenti territorialmente;
   stando alle dichiarazioni Enel, risulta che la sovraintendenza romana ha autorizzato il progetto così concepito senza prescrizioni, concedendo sia il trasferimento da Napoli sia, di fatto, la privatizzazione dello stesso. Va sottolineato che l'archivio storico dell'Enel di Napoli è sottoposto alla vigilanza della soprintendenza archivistica per la Campania; ciononostante l'azienda non l'ha ancora informata ufficialmente come doveva. La soprintendenza di Napoli è stata informata dai cittadini su quanto sta avvenendo;
   Enel non ha nemmeno atteso il pronunciamento obbligatorio del Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo ed ha reso esecutivo il suo progetto. Ad avviso degli interroganti, in sostanza, ha disposto del bene a propria discrezione;
   a quanto risulta agli interroganti i dirigenti dell'Enel sostengono che gestiranno la documentazione in outsourcing, con ciò privatizzando la cultura e tralasciando quanto disposto dalla normativa vigente, che sancisce il diritto di tutti i cittadini di consultare i documenti e obbliga l'ente, anche se proprietario, a sottostare a determinate prescrizioni;
   molto probabilmente si fa confusione tra carteggio che ha una rilevanza storica e i documenti che producono attualmente che vanno conservati separatamente poiché non sono ancora consultabili. Non si forniscono tutti gli elementi circa l'incremento annuo delle cubature necessarie per la conservazione annuale del cartaceo prodotto. Si trascura, di chiarire che l'azienda ha ridotto drasticamente il cartaceo e che già dai prossimi anni la documentazione prodotta sarà composta quasi esclusivamente da supporti digitali che richiedono per la loro conservazione spazi estremamente contenuti. Si parla, ancora di saving e ad avviso degli interroganti si dissipano in modo assurdo le risorse;
   i documenti prodotti dalla SME, e da altre aziende meridionali del settore, non sono mai stati trasferiti altrove. Si tratta di documenti rilevantissimi;
   nell'archivio si conserva tra gli altri il fondo cospicuo dell'ingegnere «Giuseppe Cenzato» che raccoglie tutta la documentazione della storia della elettrificazione dell'Italia meridionale. Si serbano disegni, foto e relazioni sulle centrali idroelettriche della regione Campania e dell'intero Mezzogiorno, oltre che documenti degli impianti termoelettrici;
   si custodiscono altresì i documenti dell'avvocato Vito Antonio Di Cagno che dal 1956 in poi fu amministratore delegato della SME e poi successivamente con la legge di nazionalizzazione dell'energia elettrica, del 1962, primo presidente di Enel;
   la documentazione, oltre che riguardare gli impianti elettrici, è relativa a molteplici aspetti. Si conservano documenti: della «Fondazione Politecnica», a partire da quelli più noti sul piano regolatore generale di Napoli degli anni trenta; studi sul trattamento dei rifiuti e sulla produzione del metano, relativi sempre allo stesso periodo; sull'Associazione Alessandro Scarlatti; dell'Unione industriali di Napoli, di cui furono presidenti Maurizio Capuano e Giuseppe Cenzato relativi ad anni cruciali nella storia del Paese; dello SVIMEZ, di cui il Cenzato fu animatore, e sempre del Cenzato le analisi sul Mezzogiorno scritte negli anni ’30; documenti che trattano delle distruzioni causate dalla guerra e dall'esercito tedesco in ritirata ed anche del tentativo generoso dei napoletani, in tante realtà della provincia, da Castellammare di Stabia alla città di Napoli, di proteggere l'apparato industriale e i documenti;
   attualmente l'archivio è ubicato in una realtà emblematica come San Giovanni a Teduccio, località in cui da circa un secolo si produce energia elettrica. Negli anni ’60 furono ben quattro gli impianti in funzione contemporaneamente con tutte le conseguenze connesse. A San Giovanni tuttora si produce energia elettrica. Si evidenzia che San Giovanni a Teduccio è uno dei pochi luoghi deputato a conservare tale memoria –:
   se il Ministro sia a conoscenza del progetto di Trasferimento dell'archivio storico dell'Enel di Napoli e se intenda adottare ogni iniziativa di competenza per scongiurare tale evenienza;
   se Enel abbia percepito fondi statali per la realizzazione dell'archivio storico di Napoli inaugurato nel 2008 e come siano stati spesi e rendicontati;
   se Enel per il progetto posto in essere nel 2015, che prevede il trasferimento dell'archivio storico, abbia ottenuto sovvenzioni statali;
   se risulti al Ministro che Enel abbia osservato le disposizioni previste dal codice dei beni culturali e del paesaggio, decreto legislativo n. 42 del 2004; per quanto concerne il rilascio delle autorizzazioni indispensabili previste tassativamente dalla normativa vigente. (3-01894)

Interrogazioni a risposta in Commissione:


   PRODANI. — Al Ministro dei beni e delle attività culturali e del turismo, al Ministro dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare. — Per sapere – premesso che:
   il castello di Miramare ed i 22 ettari del parco di pertinenza, realizzati dall'arciduca Massimiliano d'Asburgo nella seconda metà dell'800, rappresentano la principale attrazione turistica di Trieste e tra le maggiori visitate della regione Friuli Venezia Giulia;
   la prospicente zona marina ospita l'area marina protetta di Miramare, il primo parco marino istituito in Italia dal decreto del Ministero dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare del 12 novembre 1986, e tuttora gestito dal WWF Italia con il mandato del Ministero dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare di garantire la conservazione e la tutela dell'ambiente marino e costiero e per educare e sensibilizzare il pubblico;
   l'associazione ambientalista occupa il castelletto di Miramare, situato all'interno del sito, dove sono ospitati il centro visite, gli acquari, i laboratori didattici e gli uffici, ed ha in gestione anche il bagno ducale, con funzione di aula didattica in riva al mare, base di partenza per le attività divulgative e per le immersioni curate dalla riserva marina stessa;
   un articolo de Il Piccolo del 10 dicembre 2015 annuncia che il WWF Italia sarebbe costretto a lasciare gli spazi della storica sede entro il 31 dicembre 2015, in quanto nel mese di giugno 2015, poi prorogate, sarebbero scadute le concessioni demaniali che hanno permesso all'associazione di operare nelle sopracitate aree;
   nel corso degli ultimi anni, l'allora coordinatore delle soprintendenze regionali, l'architetto Martines, ha designato e convocato più volte un tavolo tecnico con il WWF, con l'obiettivo di raggiungere una intesa per la prosecuzione delle concessioni. Nel novembre 2014 è stato formalizzato un accordo quale «atto conclusivo di accordo del tavolo tecnico», per la continuazione dell'uso dei beni demaniali concessi alla Riserva secondo precise modalità: la conferma dell'utilizzo del bagno ducale e di una porzione del castelletto;
   già da inizio 2015 il WWF ha chiesto indicazioni formali all'architetto Caburlotto, nel frattempo nominato direttore del polo museale Friuli Venezia Giulia, circa il nuovo regime concessorio degli spazi dopo la fine dell'anno, ma nessuna di queste istanze ha mai ricevuto risposta, fino allo scorso 28 settembre 2015, quando è pervenuta al WWF una comunicazione, firmata dal dottor Caburlotto, con la quale è stato richiesto lo sgombero, entro il 31 dicembre 2015, di tutti gli spazi contemplati nella concessione originaria risalente al 1996;
   pertanto, anche in questo caso, come già emerso negli scorsi mesi dalla polemica tra le commissioni consiliari del comune di Trieste e la Soprintendenza (ed il polo museale del Friuli Venezia Giulia) risulterebbero delle difficoltà di comunicazione tra gli interlocutori e gli organi periferici del Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo del Friuli Venezia Giulia che, a parere dell'interrogante, meriterebbero un'attenzione particolare da parte del Ministro interrogato;
   a seguito dell'avviso, sono stati informati il Ministero dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare (direzione generale protezione della natura) ed il Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo in un incontro con la sottosegretaria Ilaria Borletti Buitoni ed il direttore generale del WWF nazionale, Gaetano Benedetto. Più recentemente, il Ministero dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare (prot.0020844 del 26 ottobre 2015) ha inviato una nota interlocutoria al Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo ed al polo museale del Friuli Venezia Giulia riproponendo la ricostruzione degli eventi e chiedendo un incontro alla direzione centrale dei poli museali regionali al fine di individuare una soluzione alla questione. A tutt'oggi, nessuna risposta sarebbe pervenuta al WWF Italia Onlus;
   il Wwf, durante la conferenza stampa dal titolo «La Riserva Marina di Miramare cacciata dal Parco demaniale dalla Soprintendenza», convocata la mattina del 10 dicembre 2015, e con una successiva nota stampa ha descritto in maniera esaustiva e dettagliata la vicenda. Il direttore della riserva, Maurizio Spoto, ha sottolineato come la riduzione o l'interruzione delle attività operative di Miramare comporterebbero anche una ricaduta economico-sociale nell'ambito della piccola comunità di biologi, naturalisti e personale altamente specializzato che opera in questa realtà e che si potrebbe trovare senza più occupazione e senza possibilità di mettere in rete il sapere acquisito in diversi decenni di gestione. Durante la conferenza stampa sono state formulate diverse proposte in relazione alla disponibilità di alcuni spazi all'interno di Miramare, attualmente oggetto di restauro grazie ai fondi della regione Friuli Venezia Giulia e del Ministero e destinati a polo didattico, che il WWF sarebbe disponibile a gestire:
   l'interrogante ha affrontato la questione delle condizioni del parco e delle criticità gestionali del sito con diverse interrogazioni: la n. 4-00897, presentata in data 18 giugno 2013, con la quale si sollecitava un confronto del Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo con gli enti Locali al fine di stabilire un piano di recupero per il castello ed il parco di Miramare; la n. 4-08760 del 13 aprile 2015, in cui si chiedevano, oltre ai motivi dei ritardi sull'utilizzo dei finanziamenti previsti dall'accordo di programma del 2012, di accelerare le opere di recupero del sito; la n. 5-06613, dell'8 ottobre scorso, con cui si chiedeva un intervento dell'esecutivo finalizzato ad impegnare i fondi disponibili per bonificare il parco e a valutare l'offerta, che sarebbe pervenuta dai discendenti degli Asburgo, di finanziare le opere di sistemazione; la 4/10833 del 21 ottobre 2015 con la quale si richiedeva un intervento presso la Soprintendenza al fine di ripristinare i rapporti istituzionali tra la gli organi periferici del Ministero e gli organi amministrativi comunali; la n. 5/06847 del 30 ottobre 2015 con cui si richiedeva di sospendere la nomina del nuovo direttore del castello e parco di Miramare e di indicare la progettualità predisposta per il recupero del parco sfruttando le numerose professionalità competenti in materia sul territorio triestino e regionale; la n. 5-07089 del 25 novembre 2015 con la quale si richiedeva un intervento al Ministero competente per riportare gli organi periferici del Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo ai dovuti e necessari livelli di credibilità; la 5/07153 del 2 dicembre 2015 con la quale si richiedeva una maggior trasparenza nell'assegnazione dei lavori da parte della soprintendenza e del polo museale del Friuli Venezia Giulia oltre ad una verifica dello stato di avanzamento degli interventi predisposti –:
   se i Ministri interrogati siano al corrente di quanto espresso in premessa;
   se si intendano rispettare gli accordi sottoscritti tra la direzione del polo museale del Friuli Venezia Giulia e la direzione dell'area marina protetta di Miramare;
   se si intenda risolvere in tempi brevi la situazione sopraesposta, confermando la disponibilità del bagno ducale ed individuando in tempi brevi degli spazi adeguati all'interno del sito di Miramare dove il WWF possa svolgere con continuità le proprie attività. (5-07202)


   ANZALDI. — Al Ministro dei beni e delle attività culturali e del turismo, al Ministro dell'economia e delle finanze. — Per sapere – premesso che:
   si apprende dagli organi di stampa della mobilitazione di numerosi attori e professionisti dell'arte e dello spettacolo in merito alle risorse dell'ex IMAIE;
   con la legge n. 100 del 2010 è stato istituito il Nuovo IMAIE che si è dotato di un nuovo statuto e ha adottato un nuovo regolamento di ripartizione che stabilisce: a) i criteri di calcolo del compenso da imputare ad ogni singola opera su base analitica; b) i criteri per individuare il cast di ogni singola opera; c) i criteri per suddividere gli artisti tra primari e comprimari presenti in un'opera; d) i criteri di ripartizione delle quote spettanti ai primari e ai comprimari; e) l'attivazione di procedure di revisione laddove siano riscontrati degli errori nell'individuazione di un artista all'interno di un'opera (ruolo omesso o errata attribuzione di ruolo);
   detto regolamento, come tutti gli altri in vigore, è stato approvato dalle autorità vigilanti e cioè dalla Presidenza del Consiglio dei ministri - dipartimento per l'informazione e l'editoria, Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo e Ministero del lavoro e delle politiche sociali;
   il «decreto liberalizzazioni», proposto dal Governo Monti e convertito dalla legge n. 27 del 24 marzo 2012, ha interessato la gestione dei diritti connessi spettanti agli artisti per la pubblica riproduzione delle opere cinematografiche e audiovisive;
   il comma 2 dell'articolo 39, nel manifestato intento di «favorire la creazione di nuove imprese nel settore della tutela dei diritti degli artisti interpreti ed esecutori», ha infatti dichiarato «libera» l'attività di amministrazione e intermediazione dei diritti connessi al diritto d'autore di cui alla legge 22 aprile 1941, n. 633, in qualunque forma attuata;
   i principi di liberalizzazione sembrano non essere stati tali da scardinare il regime di monopolio afferente all'Imaie (ex e nuova), prova ne sono i contenziosi in atto tra la Artisti 7607 una cooperativa di distribuzione e la stessa Imaie;
   dagli articoli di stampa emergono lati oscuri di una vicenda che riguarda risorse importanti e anche profili inquietanti tant’è che è in corso una indagine dalla magistratura –:
   se e quali iniziative il Governo, in qualità di autorità vigilante, intenda porre in essere con celerità per appurare eventuali responsabilità e anche per eventualmente migliorare l'attuale assetto normativo che presenta non poche zone d'ombra coinvolgendo maggiormente il mondo di riferimento. (5-07204)

Interrogazione a risposta scritta:


   VEZZALI. — Al Ministro dei beni e delle attività culturali e del turismo. — Per sapere – premesso che:
   l'interrogante ha partecipato nei giorni scorsi, da protagonista, a un evento organizzato dal Corriere della Sera insieme a personalità della cultura e dello spettacolo per lanciare un progetto che vuole far riflettere sul concetto di bellezza;
   può sembrare strano ma la bellezza italiana non è solo quella che si può contemplare nelle città d'arte, non è solo l'incanto degli innumerevoli paesaggi che offre il nostro territorio, non è solo la capacità espressiva dei nostri artisti nelle molteplici forme di spettacolo: è bellezza di valori, è ricerca scientifica e tecnologica, è buona tavola, prodotti tipici, know how, artigianato, design alta moda, eccellenza in ogni campo, offerta turistica, saper fare;
   nel volume «Con la cultura si mangia» si sostiene che l'economia della conoscenza si realizza dove c’è un ambiente culturale e umano «complessivamente creativo» in un Paese dove c’è una forte vocazione all'innovazione;
   solo per citare alcune cifre, la bellezza contribuisce al Prodotto interno lordo nazionale con 240 miliardi di euro (circa 16,5 per cento) e coinvolge quasi un milione e mezzo di occupati;
   secondo Prometeia il brand Italia è al primo posto nella classifica Country Brand Index per turismo ed eredità culturale, settori che sviluppano 39 miliardi di euro di valore aggiunto;
   nei primi 11 mesi del 2015, oltre 40 milioni di persone hanno visitato il nostro Paese e i luoghi di cultura (dati Ministro dei beni e delle attività culturali e del turismo è nel 2014 il trend era cresciuto di 2,5 milioni rispetto all'anno precedente) con un incremento del 14 per cento sugli incassi;
   dalla ricerca al patrimonio dei saperi artigianali, secondo un rapporto della Fondazione Symbola-Unioncamere, la «bellezza» incide per il 5,8 per cento sull'economia nazionale e, questo, a tutto vantaggio non solo del profitto, ma con ricadute positive sull'intero tessuto sociale;
   le industrie culturali italiane (culturali, creative, performing arts, arti visive, gestione del patrimonio e produzione di beni e servizi creativi) valgono 78,6 miliardi di euro pari al 5,4 per cento della ricchezza prodotta;
   il patrimonio della «bellezza» è stato definito il petrolio italiano e, a voler citare Dickinson, che afferma «La bellezza è», si dovrebbe essere indotti a pensare a quanto si è fortunati a detenere inconsapevolmente una tale opportunità e, per volgere lo sguardo verso il domani, occorre guardare oggi alla nostra cultura –:
   se il ministro interrogato non ritenga che la «bellezza»:
    a) come sopra descritta, rappresenti al meglio l'Italia e, quindi, consenta la promozione di «tutto» ciò di cui si è ricchi, al fine di presentare un Paese più competitivo, con l'offerta più varia e accattivante;
    b) vada custodita e coltivata non solo a parole, ma attraverso iniziative specifiche e con lo scambio di buone pratiche (messa in rete delle informazioni e dei servizi), per riuscire a conciliare, come afferma Ruskin, «la meraviglia dei tramonti con le maglie metalliche di un ponte», accogliere il maggior numero di visitatori possibile, ed educare gli italiani alle infinite potenzialità del Paese (metodologia utilizzata con successo in altri Paesi in Europa e nel mondo);
    c) vada protetta dall'incremento degli scavi clandestini (più 20 per cento circa nel 2013, rispetto al passato) e dal traffico dei falsi (più 51 per cento circa, per un valore vicino ai 430 milioni di euro) come si evince dal rapporto 2014 del comando carabinieri nucleo tutela del patrimonio culturale (dati relativi al 2013) che rileva anche un pericoloso aumento delle piattaforme virtuali per la commercializzazione degli oggetti d'arte on line;
    d) debba essere promossa destagionalizzando i flussi turistici come già fanno, e bene, altri Paesi europei, utilizzando al meglio i social network e modernizzando il linguaggio al fine di attrarre la platea più ampia possibile;
    e) necessiti di investimenti di risorse pubbliche (ma anche private) per non abbandonare al degrado i siti di interesse culturale di cui il territorio italiano è ricco e per realizzare quelle infrastrutture e migliorare i servizi che consentirebbero di contrastare la concorrenza straniera (decisamente più economica e organizzata) e consentire a tutte le regioni di essere parimenti accessibili. (4-11467)

DIFESA

Interrogazioni a risposta immediata in Commissione:
IV Commissione:


   ZANIN, SCANU, BOLOGNESI, PAOLA BOLDRINI e FUSILLI. — Al Ministro della difesa. — Per sapere – premesso che:
   in Friuli Venezia Giulia, a 26 anni dalla caduta del Muro di Berlino, restano le macerie di quella che doveva essere la «fortezza» per difendere l'Italia dall'avanzata del nemico comunista, 400 beni demaniali inutilizzati e abbandonati al degrado: vecchie caserme, polveriere, poligoni, postazioni dei battaglioni d'arresto, alloggi per i militari;
   la cessione da parte del Demanio militare del patrimonio dismesso è iniziata nel 2001 con il decreto legislativo n. 237, seguita nel 2007 dal decreto legislativo n. 35 e nel biennio 2012/2013 da numerosi decreti interdirettoriali;
   come già emerso il 23 giugno 2015 durante la presentazione, avvenuta alla Camera, del libro «Fortezza FVG. Dalla guerra fredda alle aree militari dismesse», tali spazi possono diventare un'opportunità anche per contenere il consumo di suolo, in linea con le indicazioni europee per lo stop entro il 2050, e le infrastrutture possono offrire spunti per una proposta turistica alternativa, come avviene in Nord Europa lungo la «European green belt», quella linea che segue l'ex cortina di ferro;
   in tema di emergenza profughi, la prefettura ha individuato l'ex Caserma Monti come hub per la provincia di Pordenone, ovvero centro di prima accoglienza e smistamento dei profughi nella Destra Tagliamento;
   in particolare, la scelta è ricaduta sul sito che ospitava le camerate, ovvero una palazzina dotata di 4 camerate di otto posti l'una per un totale complessivo di 64 letti, che in caso di emergenza possono comunque essere ampliati per arrivare a 70, e zona docce. Al piano inferiore della struttura risultano presenti una sala da pranzo, una sala comune, una cucina da allestire e alcune stanze da adibirsi ad ufficio, sala di identificazione della questura e ambulatorio con una piccola astanteria;
   da quanto è dato sapere attraverso i quotidiani locali, la scelta è ricaduta su tale struttura in quanto risultava l'unica proprietà che l'Agenzia del demanio fosse disposta, in questo momento, a cedere e risulta che il Governo abbia stanziato più di 400 mila euro per la ristrutturazione dello stabile, di cui una parte verrà messa a disposizione per la nuova sede dei vigili del fuoco di Pordenone;
   la struttura si trova in stato fatiscente e pertanto richiede ingenti interventi: infatti, secondo quanto affermato dal prefetto di Pordenone a fine settembre 2015, occorreranno tre mesi per realizzare il centro di accoglienza per i profughi, mentre un anno per completare le pratiche e definire la progettazione della nuova sede dei vigili del fuoco di Pordenone;
   sul territorio pordenonese sono presenti 20 alloggi militari non più utili alla Difesa, situati rispettivamente in via Montereale 17, Via Marconi 18 e Via Rotto 3, che risultano inseriti nel piano di vendite per complessivi 3.000 alloggi e ancora invenduti;
   i suddetti alloggi si trovano in condizioni migliori della Ex Caserma Monti e, per il loro recupero, sarebbero necessarie minori somme di denaro pubblico –:
   se, in considerazione dell'andamento negativo delle aste e della contestuale presenza di un'emergenza abitativa per l'accoglienza dei profughi sul territorio di Pordenone, il Ministro ritenga possibile adoperarsi per escludere gli alloggi citati in premessa dal piano di vendite con il procedimento dell'asta pubblica, favorendone una cessione in blocco al comune e concordandone il valore e le modalità di cessione. (5-07219)


   ARTINI, SEGONI, BALDASSARRE, BECHIS, MATARRELLI, TURCO, BRIGNONE, CIVATI, ANDREA MAESTRI e PASTORINO. — Al Ministro della difesa. — Per sapere – premesso che:
   il «decreto legge missioni» recentemente approvato ha previsto misure dirette alla cooperazione dell'Italia nel processo di ricostruzione civile e per il miglioramento delle condizioni di vita della popolazione e dei rifugiati in numerosi Paesi, disponendo uno stanziamento volto anche a contribuire ad iniziative europee e internazionali in materia di migrazioni e sviluppo;
   il suddetto provvedimento disponeva inoltre un'integrazione dello stanziamento già previsto dal «decreto missioni» precedente, missioni internazionali per interventi svolti a sostenere i processi di stabilizzazione nei Paesi in situazione di fragilità, di conflitto o post-conflitto;
   spesso chi più rischia e si espone per il proprio Paese è meno tutelato anche nella progressione della carriera a fronte dell'avanzamento in graduatoria di colleghi meno operativi che vengono promossi nelle ristrette quote senza un'equa valorizzazione del merito;
   non è stato previsto nell'ultimo «decreto legge missioni» che le onoreficenze possano divenire, al pari di una missione internazionale, un punteggio di merito oltre che un segno distintivo per attestare in carriera il grandissimo servizio reso in particolare nel soccorso di migliaia di migranti;
   al fine di poter sempre tenere alto il morale degli uomini, sensibilizzando i comandi di presidio operativo affinché segnalino le azioni più meritorie di salvataggi estremi, si potrebbe creare un simbolo tangibile per tutti, nonché un motivo di prestigio e di vanto per il nostro Paese e per il corpo di appartenenza nonché, dei singoli che si sono saputi distinguere, i quali siano possibili esempi per i più giovani, incentivati ad emulare per fare sempre di più e meglio il proprio dovere;
   attualmente non è certo la paga ciò che rende giustizia a chi ha il merito di salvare migliaia di vite strappate a morte certa, ma il grandissimo senso di onore interiore di poter sentirsi partecipi di aiuto al più alto principio di «soccorrere chi ha estremo bisogno»;
   per rendere maggiormente partecipi gli autori materiali di tali azioni sarebbe necessario che il Governo, lo Stato e la singola Forza armata esprimessero in modo tangibile questo condiviso orgoglio, non premiando solo chi ad esempio si distingue con studi e profitto con encomi e medaglie distintive, ma anche chi in silenzio, con il mare in tempesta, per salvare in solitario e notturno la vita altrui, mette a rischio la propria;
   il servizio, il morale e l'oggettivo merito tracciato con riconoscimenti meritori rispetto ad altri, farebbero certamente da acceleratore sulle promozioni di quello stesso personale, che, spessissimo lontano dalle famiglie, può in qualche modo sperare di garantire maggiore tutela alla propria stessa famiglia che con una auspicata promozione potrebbe beneficiare di qualche modesto giovamento;
   durante l'esame in Aula dell'ultimo «decreto missioni», i deputati della componente Alternativa Libera-Possibile hanno presentato due ordini del giorno, accolti dal Governo, che lo impegnavano a valutare la possibilità di prevedere il conferimento al personale distintosi servizio di soccorso di migliaia di migranti di un'onoreficenza di soccorso nell'ambito dell’«emergenza profughi» dopo almeno 60 giorni cumulativi di servizio prestato in missione operativa e di valutare la possibilità di predisporre un riconoscimento anche apprestando dei premi per il servizio di soccorso prestato –:
   in che modo il Governo intenda dare attuazione agli impegni contenuti negli ordini del giorno di cui in premessa che sono stati accolti dal Governo. (5-07220)


   FRUSONE, BASILIO, CORDA, TOFALO, RIZZO e PAOLO BERNINI. — Al Ministro della difesa. — Per sapere – premesso che:
   secondo quanto riporta il quotidiano Il Fatto Quotidiano in più articoli, tra i quali l'ultimo pubblicato venerdì 4 dicembre 2015, nella struttura dell'Esercito di Roma denominata Pio IX, sede del circolo ufficiali e di una foresteria ufficiali, alloggerebbero regolarmente persone non appartenenti alle categorie che avrebbero titolo ad usufruirne;
   l'articolo 464 del decreto del Presidente della Repubblica 15 marzo 2010, n. 90 «Testo unico delle disposizioni regolamentari in materia di ordinamento militare, a norma dell'articolo 14 della legge 28 novembre 2005, n. 246», definisce la platea dei soggetti aventi diritto all'utilizzo di queste strutture limitandola al «personale militare e civile delle Forze armate, in servizio e non, nonché ai loro familiari»;
   oltre che per le finalità di protezione sociale di cui al citato articolo 464, in base a recenti disposizioni legislative tali camere dovrebbero essere obbligatoriamente e prioritariamente utilizzate anche dal personale militare durante trasferte di servizio nella capitale;
   secondo l'inchiesta giornalistica risulterebbe invece che negli alloggi della struttura in questione risiedano abitualmente molti parlamentari, tra i quali l'onorevole Roberto Formigoni, l'onorevole Riccardo Nencini, l'onorevole Sabrina De Camillis, alcuni appartenenti alla nazionale di calcio parlamentari tra cui Costantino Boffa, Salvatore Buglio, Michele Cappella, Tommaso Pellegrini e molti altri;
   vi risiederebbero inoltre abitualmente anche il sottosegretario Gioacchino Alfano, che utilizzerebbe un minialloggio per quattro persone con un canone di affitto di 7 euro al giorno, e numerose persone del suo staff;
   sempre secondo l'inchiesta giornalistica i prezzi delle camere oscillerebbero tra i 35,90 euro al giorno, compresa la colazione del mattino, per le cosiddette suite internazionali dotate di salotto, camera da letto e bagno con vasca e doccia con idromassaggio, ai 28,90 euro per le camere cosiddette di alta rappresentanza, ai 21,90 euro delle camere singole fino ai 7 euro dei 15 minialloggi ospitati nella struttura dell'Esercito;
   il quotidiano citato descrive inoltre un anomalo uso della struttura per riunioni del partito Nuovo Centro Destra, alle quali avrebbero partecipato molti esponenti dello stesso, tra cui il Ministro Angelino Alfano;
   in particolare il quotidiano riferisce di almeno tre riunioni alle quali avrebbero partecipato dai 15 ai 20 esponenti di quel partito: una a Natale 2014, una seconda alla fine di gennaio 2015 per discutere dell'imminente elezione del Presidente della Repubblica, una terza a settembre 2015 con parlamentari e alcuni sindaci siciliani per affrontare questioni locali interne al partito;
   secondo quanto riporta il giornale, nella struttura, oltre ai dipendenti della società appaltatrice dei servizi, ISSItalia srl, prestano servizio anche 5 marescialli, 4 sergenti, 9 caporali, 12 volontari, oltre a 5 civili e al comandante, un tenente colonnello per un costo annuo che si aggirerebbe attorno al milione di euro;
   tali costi sono totalmente a carico del bilancio della Difesa, così come sono a carico della Difesa le spese di gestione e manutenzione della struttura; tra queste spese l'articolo cita il recente ammodernamento delle cucine del complesso Pio IX per una spesa superiore a 1,745 milioni di euro e la ricostruzione della tavernetta per altre decine di migliaia di euro; nessuna di queste spese viene considerata nei costi di gestione e dunque non si riflettono sulle tariffe delle camere e del ristorante, neppure su quelle praticate ai non aventi titolo –:
   se il Ministro sia a conoscenza del fatto che il partito NCD avrebbe più volte utilizzato la caserma in questione per riunioni di partito e per quali motivi ciò sia stato concesso, considerata la natura della struttura di cui si parla, che è una struttura preposta alla difesa nazionale.
(5-07221)

Interrogazione a risposta in Commissione:


   RIZZO, FRUSONE, CANCELLERI, DI BENEDETTO, NUTI, LOREFICE, BASILIO, PAOLO BERNINI, MARZANA, GRILLO, D'UVA, VILLAROSA, CORDA, TOFALO, MANNINO, LUPO e DELL'ORCO. — Al Ministro della difesa. — Per sapere – premesso che:
   il 10 aprile 2015, sull'autostrada A19 Catania-Palermo, all'altezza del viadotto Himera, chilometro 61 tra gli svincoli di Scillato e Tremonzelli, direzione del capoluogo etneo, hanno ceduto due piloni a causa di una frana in movimento dal 2005 sulla strada provinciale Scillato-Caltavuturo;
   la procura della Repubblica di Termini Imerese ha aperto una inchiesta per «disastro colposo» proprio per accertare eventuali responsabilità sul disastro che, di fatto, ha paralizzato l'unica infrastruttura in grado di collegare le due città siciliane;
   sin dal 2004, il comune di Caltavuturo ha segnalato alla provincia regionale di Palermo il rischio generato dal dissesto idrogeologico di questo zona dell'isola e tale comune è rimasto isolato a causa delle frane avvenute che hanno bloccato la strada provinciale n. 20 e la strada statale n. 120;
   il trasporto su ruote rappresenta l'unica possibilità di transito di merci in Sicilia, anche alla luce dei disinvestimenti applicati sul sistema ferroviario locale da parte di Rete ferroviaria italiana e, a causa del blocco parziale dell'autostrada A19, il traffico sui tratti autostradali A20 Messina-Palermo e A18 Catania-Messina è aumentato notevolmente, con gravi e pesanti disagi alla circolazione ordinaria e ulteriori aggravi di costi ai consumatori, visto che questi tratti autostradali sono gravati da pedaggio ed in considerazione delle già drammatiche situazioni di rischio frane che affliggono soprattutto l'autostrada A18, come documentato dalle recenti frane del 5 ottobre 2015;
   grazie allo stanziamento di 300 mila euro, ricavato dal taglio dei stipendi dei portavoce M5S dell'assemblea regionale siciliana il 31 luglio 2015 è stata inaugurata una regia trazzera «riesumata» e sistema con colate di calcestruzzo, canali di scolo, guard-rail e un impianto semaforico;
   non è una soluzione definitiva al problema, ma permette, allo stesso tempo, di raggiungere due obiettivi: garantire una via di fuga ai paesi madoniti e aver fatto risparmiare ai cittadini siciliani dai 40 ai 50 minuti di percorrenza per raggiungere Catania da Palermo e viceversa;
   sempre il Movimento 5 Stelle si era fatto avanti con un progetto di «bypass» alternativo per la A19 che tagliava costi e tempi rispetto a quelli prospettati dall'Anas. Progetto inizialmente accolto con entusiasmo dal Ministro Graziano Delrio che aveva ricevuto i portavoce nazionali e regionali, salvo poi ricredersi e comunicare, tramite gli uffici tecnici ministeriali, che il progetto non stava in piedi nonostante illustri docenti avevano detto che il progetto avanzato dal MoVimento 5 Stelle fosse valido;
   il 14 luglio 2015, in occasione di una visita presso il cantiere della regia trazzera in fase di realizzazione, casualmente, il primo firmatario del presente atto ha incontrato i militari del 4o reggimento genio guastatori di Palermo a cui ha potuto chiedere ragguagli rispetto la loro presenza sul luogo del ponte Himera, colpito dal dissesto idrogeologico del 10 aprile;
   il giorno prima, il 13 luglio, si era tenuta la conferenza di servizi per autorizzare il proseguimento dell’iter relativo al progetto presentato da ANAS, scartando gli altri progetti tra cui quello del MoVimento 5 Stelle; quindi il primo firmatario del presente atto trovava fuori tempo e fuori luogo il fatto che solo il 14 luglio, vale a dire il giorno dopo, fosse avvenuto un sopralluogo da parte dei militari nonostante una risoluzione in commissione ambiente alla Camera fosse stata presentata immediatamente dopo il cedimento del pilone, chiedendo l'immediato intervento dell'Esercito italiano e nonostante il commissario nominato a gestire l'emergenza dal Ministro Delrio, il dottor Guardabassi, avesse trovato criticità sulle capacita tecniche e sulle disponibilità di adeguate attrezzature Corpo militare del Genio come da sue dichiarazioni riscontrabili su un articolo del 30 giugno 2015 apparso su Repubblica.it;
   alle dipendenze del comando genio dell'Esercito insiste il 4o reggimento genio guastatori con sede a Palermo che ha anche il compito di sostenere il Paese in caso di calamità naturali per ripristinare la viabilità; molti sono stati gli interventi sul territorio siciliano comandati ai militari di questo reparto dell'Esercito italiano in questi ultimi decenni; citandone solo i più importanti si ricordano: la crisi idrica a Corleone (PA) nel 1986, la demolizione di opere abusive nella valle dei Templi (AG) nel 2001, l'emergenza Etna nel 2002-03, l'emergenza Stromboli nel 2003, l'operazione «Drink Water» a Misilmeri (PA);
   l'Esercito italiano risulta essere costantemente impegnato in operazioni in Patria, sulla base di specifiche necessità del Paese, dimostrando prontezza e preparazione nello svolgimento delle azioni cui viene chiamato, come l'operazione «Strade Sicure»;
   in data 5 ottobre 2015 il primo firmatario del presente atto ha inviato una richiesta di accesso agli atti via «posta elettronica certificata» all'ufficio di gabinetto del Ministero per chiedere ed ottenere copia del verbale redatto dai militari del IV Reggimento genio guastatori di Palermo durante la visita del 14 luglio presso il ponte Himera, per conoscere, in relazione all'attività svolta durante questa legislatura in Commissione difesa, le risultanze sulle reali capacità di questo reparto dell'Esercito italiano nell'affrontare l'emergenza viabilità e accelerare i tempi necessari alla riapertura del tratto autostradale con attrezzature e mezzi nelle loro disponibilità;
   in data 12 ottobre 2015 il Ministero della difesa, respinge la richiesta del primo firmatario del presente atto di accesso agli atti, con risposta a firma del capo di gabinetto, Amm. Sq. W. Girardelli, in quanto pur essendo portatore di interessi pubblici, il primo firmatario del presente atto non viene ritenuto soggetto con interesse diretto, concreto e attuale, corrispondente ad una situazione giuridicamente tutelata e collegata al documento al quale è stato chiesto l'accesso –:
   se il sinistro sia a conoscenza dei fatti sopra esposti;
   quali siano i contenuti del verbale di sopralluogo redatto dai militari del IV Reggimento genio guastatori di Palermo svoltosi il 14 luglio e che non risulta agli interroganti siano stati segretati, con particolare riferimento alle criticità rilevate sul progetto predisposto dal Movimento 5 Stelle e alle eventuali soluzioni proposte per la sua realizzazione e se ne intenda consegnare una copia agli interroganti;
   se non riscontri un possibile danno economico nell'aver autorizzato un sopralluogo, ad ormai «giochi fatti», presso il ponte Himera; (5-07208)

Interrogazione a risposta scritta:


   GIANLUCA PINI. — Al Ministro della difesa, al Ministro dell'interno, al Ministro dell'economia e delle finanze. — Per sapere – premesso che:
   la caserma «De Gennaro» di Forlì ospita dal 1o ottobre 1975 il 66o reggimento fanteria aeromobile «Trieste» della brigata Friuli, unità ad alta prontezza operativa frequentemente impiegata all'estero;
   stando ad indiscrezioni raccolte dalla stampa locale, la storica struttura militare di Forlì sarebbe prossima alla chiusura;
   in particolare, si dice che il Ministero della difesa stia valutando il trasferimento coatto – presumibilmente ad Ascoli Piceno – degli 800 militari tra ufficiali, sottufficiali e truppa, di cui 600 in servizio permanente, che prestano servizio nella caserma «De Gennaro», in quanto struttura ormai ritenuta non più idonea ad accogliere il reggimento fanteria «Trieste»;
   sarebbero in effetti molti i locali della caserma «De Gennaro» di fatto inutilizzabili, perché resi inagibili dalla perdurante assenza di interventi manutentivi da parte della Difesa;
   appare quindi sempre più concreto il rischio che la caserma «De Gennaro» venga dismessa e che la città di Forlì venga conseguentemente privata di un suo presidio militare storico e del relativo indotto economico;
   non meno di 500 famiglie, in effetti, in caso di trasferimento del reggimento verrebbero improvvisamente costrette da un giorno all'altro a rescindere i loro contratti d'affitto e spostarsi in altra località;
   una preoccupazione ulteriore, avvertita dal territorio, concerne la possibilità che una volta dismessa, la caserma «De Gennaro» possa essere utilizzata, come già accade ad altre strutture militari di cui l'amministrazione della Difesa si è privata, per alloggiare provvisoriamente immigrati clandestini richiedenti tutela internazionale –:
   quali intenzioni abbia effettivamente il Governo in merito al futuro della «Caserma De Gennaro»;
   in particolare, se ne siano realmente programmate la chiusura e conseguente dismissione da parte del Ministero della difesa, ed in quali tempi;
   se il Governo ritenga successivamente di utilizzare la struttura militare dismessa per ospitare immigrati in attesa di tutela internazionale o intenda piuttosto valorizzarla in vista di un suo collocamento sul mercato immobiliare. (4-11441)

ECONOMIA E FINANZE

Interrogazioni a risposta immediata:


   ALLASIA, FEDRIGA, ATTAGUILE, BORGHESI, BOSSI, BUSIN, CAPARINI, GIANCARLO GIORGETTI, GRIMOLDI, GUIDESI, INVERNIZZI, MOLTENI, GIANLUCA PINI, RONDINI, SALTAMARTINI e SIMONETTI. — Al Ministro dell'economia e delle finanze. — Per sapere – premesso che:
   il 19 novembre 2014 è stato pubblicato in Gazzetta ufficiale il decreto del Ministro dello sviluppo economico, di concerto con il Ministro dell'economia e delle finanze, che stabilisce lo schema standard di bando e le modalità di erogazione dei contributi previsti dall'articolo 6, comma 1, del decreto-legge 23 dicembre 2013, n. 145 (cosiddetto decreto destinazione Italia), convertito, con modificazioni, dalla legge 21 febbraio 2014, n. 9, per la digitalizzazione delle imprese;
   i contributi, assegnati tramite la concessione di un voucher di importo fino a 10.000 euro, sono destinati alle micro, piccole e medie imprese per sostenere l'acquisto di software, hardware o servizi per la digitalizzazione dei processi aziendali e l'ammodernamento tecnologico;
   l'articolo 8 del citato decreto ministeriale rinvia ad un decreto direttoriale la definizione dei moduli da utilizzare per presentare la domanda di accesso al contributo e dei termini di apertura dello sportello telematico, oltre che l'indicazione del riparto su base regionale delle risorse finanziarie disponibili;
   per poter procedere all'apertura dei termini per la presentazione delle domande, oltre che alla fornitura delle informazioni di dettaglio e della modulistica, bisogna tuttavia attendere l'adozione del decreto del Ministro dell'economia e delle finanze, che, come previsto dall'articolo 6, comma 2, del suddetto decreto-legge n. 145 del 2013, deve stabilire l'ammontare dell'intervento nella misura massima di 100 milioni di euro;
   il Ministero dell'economia e delle finanze, dopo oltre un anno dall'emanazione del decreto da parte del Ministero dello sviluppo economico e a quasi oltre due anni dall'entrata in vigore dell'incentivo con decreto-legge, non ha ancora provveduto alla copertura finanziaria del provvedimento, lasciando inapplicata l'agevolazione fiscale di cui al citato articolo 6, comma 1, del decreto-legge n. 145 del 2013 –:
   se il Ministro interrogato intenda procedere, nel più breve tempo possibile, all'adozione del decreto ministeriale di cui al comma 2 dell'articolo 6 del decreto-legge n. 145 del 2013, considerato il fatto che l'emanazione dello stesso è determinante ai fini della concessione dei voucher per la digitalizzazione delle piccole e medie imprese. (3-01900)
(Presentata il 15 dicembre 2015)


   PAGLIA. — Al Ministro dell'economia e delle finanze. — Per sapere – premesso che:
   è oramai noto che la crisi bancaria che ha coinvolto negli ultimi anni i quattro istituti di credito, Banca Marche, Cassa di risparmio di Ferrara, Popolare Etruria e CariChieti e per i quali il Governo, dopo una lunga fase di amministrazione controllata e con l'ausilio dell'intero sistema bancario italiano, è intervenuto, discende da alcune concause che fanno da denominatore comune: incessanti perdite da capogiro, operazioni discutibili e crediti in forte sofferenza, concessi spesso con inoculata facilità;
   è ancora lungo l'elenco delle altre banche attualmente commissariate da Banca d'Italia: Bcc di Terra d'Otranto, Istituto per il credito sportivo, Cassa di risparmio di Loreto, Popolare dell'Etna, Popolare delle province calabre, Banca Romagna cooperativa, Bcc irpina, Banca padovana, Cassa rurale di Folgaria, Credito trevigiano, Banca di Cascina, Banca brutia;
   il Commissario europeo ai servizi finanziari Jonathan Hill ha dichiarato attraverso la stampa che i quattro istituti di credito, avviati alla procedura di risoluzione della crisi con il meccanismo recentemente varato, «vendevano alla gente prodotti inadatti ai clienti che probabilmente non sapevano cosa stessero comprando» e questo ha avuto «conseguenze personali per alcune persone in Italia», aggiungendo che «questo apre una questione più ampia di tutela dei consumatori»;
   si registra la presenza nel sistema di quasi 200 miliardi di euro di sofferenze che stanno in «pancia» alle banche italiane, il cui nodo è infatti nel valore. Le banche hanno già svalutato in media del 50 per cento i prezzi delle loro sofferenze. Per evitare nuove perdite le banche dovrebbero vendere appunto a 50 le loro sofferenze, ma i compratori non vanno oltre 20. I tempi di recupero sono talmente lunghi e aleatori che il possibile compratore per garantirsi un margine di profitto offre prezzi molti bassi. «La bad bank serve proprio a questo in realtà – dice Lea Zicchino di Prometeia –. A costituire un floor per i prezzi che consenta di creare un mercato che non c’è»;
   in tale scenario il 3 dicembre 2015 il neo presidente delle nuove banche nate dal suddetto salvataggio, Roberto Nicastro, ha dichiarato di voler diramare un sondaggio al fine di valutare il gradimento di una soluzione che contemplerebbe la loro cessione allo scopo di accorparle ad altre, essendo nel frattempo arrivate diverse manifestazioni di interesse in tal senso da altri istituti di credito ed operatori di private ed equity;
   l'istituto del «salvataggio interno», bail in, prevede che gli oneri del salvataggio di una banca in crisi gravino sui creditori interni in misura direttamente proporzionale al grado di rischiosità degli strumenti sottoscritti. Si parte dagli azionisti e dai titolari di altri strumenti assimilabili al capitale (come le azioni risparmio e le obbligazioni convertibili), per proseguire con gli obbligazionisti sempre secondo il grado di rischiosità (pagano prima i titolari di bond subordinati e poi quelli senior). Solo in ultima istanza, poi, potranno essere chiamati a rispondere anche i titolari di depositi per la parte eccedente la somma coperta dal fondo interbancario di garanzia: 100 mila euro. Ufficialmente la data di partenza è il 1o gennaio 2016;
   sussiste la necessità inderogabile di dare stabilità al sistema bancario e restituire immediatamente la massima fiducia a risparmiatori e investitori –:
   quali iniziative il Governo intenda adottare ai fini di evitare il possibile verificarsi di nuove crisi bancarie e, soprattutto, il loro pesante ripercuotersi sui piccoli investitori. (3-01901)
(Presentata il 15 dicembre 2015)


   PESCO, ALBERTI, FICO, PISANO, RUOCCO e VILLAROSA. — Al Ministro dell'economia e delle finanze. — Per sapere – premesso che:
   negli ultimi anni sono accaduti diversi eventi legati alle gestioni di diversi istituti di credito e alla vigilanza attuata dalla Banca d'Italia e dalla Consob che destano notevoli perplessità tra i cittadini;
   nella fattispecie, la Banca d'Italia e il Governo hanno assunto atti ed iniziative sulla base delle disposizioni di cui al capo II del titolo IV del decreto legislativo n. 180 del 2015, rubricato «Riduzione o conversione di azioni, di altre partecipazioni e di strumenti di capitale» (il decreto legislativo n. 180 del 2015 recepisce le direttive europee in materia di risoluzione delle crisi bancarie e di bail-in). Il suddetto capo II a sua volta rinvia alle disposizioni di cui alla sezione III del capo IV del titolo IV del medesimo decreto legislativo rubricata «Bail-in», che entrerà in vigore il 1o gennaio 2016;
   l'ultima crisi bancaria, che ha investito Cassa di risparmio di Ferrara s.p.a., Banca delle Marche s.p.a., Banca popolare dell'Etruria e del Lazio - Società cooperativa e Cassa di risparmio di Chieti s.p.a, prima commissariate e poi trasformate in nuove banche mediante un'operazione che, a detta degli interroganti, assomiglia molto ad un esproprio di fatto ai danni dei vecchi azionisti e obbligazionisti subordinati, ha suscitato uno sconvolgimento dei mercati e una generale perdita di fiducia dei cittadini nei confronti del sistema bancario e finanziario soprattutto – guarda caso – verso tutte le banche di piccole dimensioni in linea con le richieste del Governatore delle Banca centrale europea che più volte si è espresso a favore di uno snellimento del numero di banche presenti sul territorio nazionale;
   difatti, il Governatore della Banca centrale europea sostiene la necessità di procedere ad una riduzione del numero delle banche, in particolar modo delle banche locali. A giudizio degli interroganti una gestione non sana e prudente e le crisi bancarie si evitano non favorendo le grandi banche – circostanza quest'ultima distorsiva della concorrenza – e, sulla base di quanto asserito, alla luce delle recenti indagini della magistratura, sarebbe opportuno correggere il deficit di vigilanza predisponendo misure finalizzate ad un corretto controllo della sana e prudente gestione degli istituti di credito;
   il Governo ha, inoltre, posto in essere azioni che, a giudizio degli interroganti, hanno sottratto, a molti cittadini, risorse economiche depositate presso istituti di credito di loro fiducia, probabilmente inconsapevoli che tale fiducia fosse mal riposta, screditando di fatto il settore bancario, tra l'altro in un momento particolare in cui i risparmiatori spaventati dal bail-in (prelievo forzoso) non hanno molta contezza su come mettere al sicuro i propri risparmi;
   il Governo, di fatto, sta addebitando le colpe solo sugli operatori del settore bancario e sugli investitori, tralasciando il fatto che Consob è responsabile dei controlli sui prospetti informativi dei prodotti offerti dagli istituti e delle relazioni degli istituti nei confronti dei mercati mobiliari, mentre Banca d'Italia avrebbe dovuto vigilare sulla sana e prudente gestione degli stessi. Gli organi di vigilanza dispongono in autonomia dei più ampi poteri discrezionali, ad avviso degli interroganti palesemente disattesi nel commissariamento dei quattro istituti di credito;
   il 13 dicembre 2015, a seguito degli accadimenti di cui sopra, anche il direttore generale della Banca d'Italia in una trasmissione televisiva ha ammesso pubblicamente qualche colpa asserendo in merito alla vigilanza che: «È una funzione che la legge ci ha assegnato da un po’ di anni e inizialmente l'abbiamo svolta con timidezza. Con il tempo abbiamo iniziato a capire che dovevamo investire di più nella tutela del cliente e nell'educazione»;
   il commissariamento è uno degli strumenti di vigilanza usati dalla Banca d'Italia e ultimamente la stessa istituzione è stata protagonista di diverse vicende che hanno fatto comprendere come spesso possa, a giudizio degli interroganti, avere fini diversi dalla tutela del sistema bancario: ne è la prova il fatto che molti istituti di credito sono stati penalizzati dall'azione dei commissari, come nei casi dell'amministrazione straordinaria intrapresa dalla Banca d'Italia nei confronti di Bene Banca Credito Cooperativo di Bene Vagienna, che ha comportato anche lo spostamento di liquidità dalla banca piemontese alla Banca Popolare di Vicenza. Così come il commissariamento della Banca Popolare di Spoleto, in quanto oltre alla vendita della banca umbra al Banco Desio per decisione dei commissari, il Consiglio di Stato ha disposto l'annullamento dello stesso commissariamento per eccesso di potere e per difetto di istruttoria, svolta a quanto pare in modo superficiale dal Ministero dell'economia e delle finanze; sullo stesso commissariamento sono in atto indagini da parte della procura della Repubblica di Spoleto nei riguardi di commissari e dei funzionari della Banca d'Italia tra cui lo stesso Governatore Ignazio Visco;
   ad oggi le banche discrezionalmente commissariate dalla Banca d'Italia sono 16 e ci si chiede se anche le restanti 12 avranno lo stesso epilogo di Cassa di risparmio di Ferrara s.p.a., di Banca delle Marche s.p.a., di Banca popolare dell'Etruria e del Lazio - Società cooperativa e di Cassa di risparmio di Chieti s.p.a, e soprattutto se probabilmente verranno acquisite dalle grandi banche, così come indicato dal Governatore della Banca centrale europea –:
   se si intendano assumere con urgenza le iniziative di competenza per la revoca dell'incarico al Governatore della Banca d'Italia, Ignazio Visco, e per la revoca dell'incarico di presidente della Consob affidato a Giuseppe Vegas.
(3-01902)
(Presentata il 15 dicembre 2015)


   BRUNETTA e OCCHIUTO. — Al Ministro dell'economia e delle finanze. — Per sapere – premesso che:
   con il decreto-legge 22 novembre 2015, n. 183, il Governo ha adottato disposizioni urgenti per il settore creditizio e, in particolare, per fornire soluzione alla crisi di quattro banche in amministrazione straordinaria: Banca Marche, Banca Popolare dell'Etruria e del Lazio, Cassa di Risparmio di Ferrara e Carichieti;
   l'operazione di salvataggio prevede la creazione di quattro società per azioni aventi per oggetto lo svolgimento dell'attività di ente-ponte con l'obiettivo di mantenere la continuità delle funzioni essenziali, precedentemente svolte dalle medesime banche e, quando le condizioni di mercato saranno adeguate, cedere a terzi le partecipazioni al capitale o i diritti, le attività o le passività acquistate, in conformità con le disposizioni del decreto legislativo 16 novembre 2015, n. 180;
   le perdite patrimoniali sono state coperte azzerando capitale e bond subordinati e versando, inoltre, 1,7 miliardi di euro di capitali messi a disposizione dal neonato Fondo di risoluzione. Ulteriori 1,8 miliardi di euro il Fondo li ha messi per patrimonializzare le nuove banche. Il salvataggio ammonta complessivamente quindi a 3,6 miliardi di euro (pari a quasi la metà dei profitti totali che le banche italiane prevedono di contabilizzare nel 2015), interamente versati da più istituti al Fondo di risoluzione gestito da Banca d'Italia;
   il Governo ha richiamato l'urgenza di tale provvedimento, in quanto dal 1o gennaio 2016 entrerà in vigore la regola europea del bail-in, che prevede, in caso di dissesto di un istituto di credito e conseguente salvataggio, un costo anche per i correntisti con un deposito superiore ai 100.000 euro;
   se, da un lato, dunque, l'operazione si è resa necessaria per evitare l'applicazione delle nuove regole europee, dall'altro, occorre mettere in luce che la crisi dei quattro istituti di credito avrebbe potuto essere gestita seguendo un percorso diverso. Infatti, le banche avevano proposto di perseguire un piano di salvataggio volontario con fondi versati interamente dal sistema bancario nazionale; meccanismo che non avrebbe pesato in alcun modo su nessuna categoria: correntisti, azionisti e proprietari di bond;
   a questa soluzione, secondo quanto affermano il Ministro interrogato e Banca d'Italia, si sarebbe opposta la Commissione europea, ravvisando la fattispecie di «aiuti di Stato», malgrado non fosse previsto nessun intervento di capitali pubblici. Decisione che appare molto discutibile, dal momento che, a partire dal 2008, la crisi finanziaria ha generato un'espansione senza precedenti degli aiuti di Stato a favore delle banche. Tra il 1o ottobre 2008 e il 1o ottobre 2015, la Commissione europea ha adottato 450 decisioni di autorizzazioni di aiuti pubblici nazionali a favore delle banche. Si tratta di Germania, Francia, Inghilterra, Portogallo, Irlanda e Spagna che hanno beneficiato maggiormente dell'apertura europea agli aiuti di Stato. E appena nello scorso ottobre l'Unione europea ha dato il via libera all'ennesimo salvataggio nazionale di una banca tedesca, la HSH Nordbank di Amburgo;
   senza dubbio la proposta dello stesso Ministro interrogato di una «misura umanitaria volta a tutelare le fasce deboli di cittadini» che hanno perso i loro risparmi è stata a giudizio degli interroganti un implicito riconoscimento di responsabilità del Governo, che ha deciso di percorrere la strada del «Fondo di risoluzione nazionale» piuttosto che quella del «fondo interbancario di tutela dei depositi», e di chi doveva vigilare. Tanto più che al «fondo interbancario» è tornato il governo per finanziare il «Fondo di Solidarietà» di 100 milioni di euro istituito in un secondo momento per il ristoro degli obbligazionisti subordinati delle banche fallite;
   alla luce delle vicende riportate, l'obiettivo è innanzitutto quello di fare chiarezza: bisogna quindi verificare innanzitutto che gli istituti pubblici di vigilanza, Banca d'Italia e Consob, abbiano svolto correttamente e coerentemente il loro ruolo di garanzia per i risparmiatori, accertando le responsabilità e gli eventuali reati commessi dai consigli di amministrazione, dai direttori generali delle banche coinvolte e dai revisori dei conti, nonché dalle società di certificazione, che avrebbero certificato bilanci evidentemente in dissesto. Ma è, altresì, necessario chiarire la posizione del Governo alla luce degli interessi e dei conflitti di interesse in esso presenti, anche in riferimento alla normativa di cui alla legge n. 215 del 2004;
   è pertanto necessario verificare le fasi tecniche e i passaggi che hanno anticipato l'approvazione del decreto-legge n. 183 del 2015, i cui rilievi lasciano intravedere, ad avviso degli interroganti, ampi margini di opacità che hanno già innescato processi degenerativi;
   in particolare, tornando alle responsabilità dell'Esecutivo, va rilevato che la legge n. 215 del 2004 (recante «Norme in materia di risoluzione dei conflitti di interessi») è molto chiara in merito agli obblighi di astensione in capo ai membri del Governo. Il riferimento è al Ministro per le riforme costituzionali e i rapporti con il Parlamento, Maria Elena Boschi, il cui padre è stato per anni consigliere, e poi vice presidente, della Banca Popolare dell'Etruria e del Lazio (di cui lo stesso Ministro sarebbe azionista), ma anche al Presidente del Consiglio dei ministri, Matteo Renzi, in quanto andrebbe chiarita la posizione del padre, Tiziano Renzi, in merito ai rapporti finanziari intrattenuti con l'ex presidente della medesima banca;
   secondo quanto disposto dall'articolo 3 della medesima legge, è evidente, secondo gli interroganti, la sussistenza di un obbligo di astensione da parte del Ministro per le riforme costituzionali e i rapporti con il Parlamento Boschi e dello stesso Presidente del Consiglio dei ministri Renzi nell'adozione del decreto-legge n. 183 del 2015, data «l'incidenza specifica e preferenziale sul patrimonio» di «parenti entro il secondo grado» –:
   se, in relazione all'approvazione, su proposta del Presidente del Consiglio dei ministri e del Ministro interrogato, del decreto-legge n. 183 del 2015 recante «Disposizioni urgenti per il settore creditizio», da parte del Consiglio dei ministri n. 93 del 22 novembre 2015, risulti che siano stati rispettati tutti i presupposti formali e sostanziali previsti dalle normative richiamate in premessa. (3-01903)
(Presentata il 15 dicembre 2015)


   DORINA BIANCHI, BOSCO, CALABRÒ, CERA, D'ALIA, GAROFALO, MAROTTA, MINARDO, MISURACA, PAGANO e SCOPELLITI. — Al Ministro dell'economia e delle finanze. — Per sapere – premesso che:
   la legge di stabilità per il 2016, nel corso del suo iter parlamentare, si sta caratterizzando per un incisivo e costruttivo intervento del Parlamento;
   questo dato fa giustizia di tanti luoghi comuni sull'irrilevanza del Parlamento e su un presunto eccessivo e patologico protagonismo del Governo. Luoghi comuni che pure hanno avuto ampio corso nella stampa in questi ultimi mesi;
   ciò che viene ribadito è invece niente altro che il forte radicamento della democrazia parlamentare nel nostro Paese;
   ma ciò su cui occorre soffermare l'attenzione è che – pur nel difficile contesto in cui avviene l'approvazione di una legge di questo rilievo, contesto nel quale inevitabilmente trovano un loro legittimo spazio anche istanze territoriali e parziali – ciò che sta emergendo progressivamente sono anche alcune linee di politica economica di valenza generale, che irrobustiscono l'ispirazione originaria della manovra, decisamente orientata a rimettere in moto il motore della crescita dell'economia;
   per il gruppo di Area Popolare uno dei motivi maggiori di soddisfazione è la progressiva caratterizzazione di una politica nazionale per il Mezzogiorno d'Italia, cioè il recupero del Sud all'agenda della crescita del Paese;
   quella che il Parlamento sta affermando è una chiara volontà di aprire una fase nuova nella quale non si tratta più di sussidiare una parte del Paese, ma piuttosto di mettere in moto nuovi meccanismi che facciano dell'economia meridionale un elemento di traino e di impulso alla crescita dell'intero Paese, in un contesto economico internazionale e globale attraversato da profondi mutamenti;
   l'introduzione di un credito d'imposta per l'acquisto di beni strumentali nuovi destinati a strutture produttive nelle regioni del Mezzogiorno (Campania, Puglia, Basilicata, Calabria, Sicilia, Molise, Sardegna e Abruzzo); l'estensione fino al 2017 dell'esonero contributivo alle assunzioni a tempo indeterminato in favore ai datori di lavoro privati operanti nelle stesse regioni; e soprattutto la misura innovativa di un meccanismo di quote riservate alle piccole e medie imprese del Sud su tutti gli incentivi statali: si tratta di tre misure che contribuiscono a qualificare la legge di stabilità per il 2016;
   Area Popolare, che ha ideato o sostenuto con convinzione queste misure, lo ha fatto nella consapevolezza che si tratta di una solida base di partenza, ma non di un punto di arrivo. Si tratta di interventi su cui il Governo sarà chiamato, nei prossimi mesi, a costruire una vera e propria politica economica di medio termine, come tassello necessario di quella agenda mediterranea che l'Italia ha ospitato e promosso con efficacia e credibilità con la Conferenza MED 2015 della scorsa settimana;
   in particolare, occorre saldare interventi di carattere intersettoriale, come quelli appena citati, con politiche industriali di settore che valorizzino le potenzialità economiche del Mezzogiorno nella logistica, nel turismo, nelle energie rinnovabili (con un'attualità resa ancora più marcata dagli esiti dalla COP 21 di Parigi), nella rigenerazione urbana e nell'economia digitale;
   inoltre, si tratta di saper saldare politiche industriali più efficaci e politiche infrastrutturali, con una visione moderna e orientata al futuro di tutto il sistema della viabilità nell'area baricentrica del bacino del Mediterraneo;
   in questo contesto appare indelebilmente marcato da pregiudizio ideologico il rifiuto di prendere anche semplicemente in considerazione il recupero, in chiave di crescita economica diffusa, di un'idea progettuale audace come quella del Ponte sullo Stretto di Messina; occorre prendere atto, anche qui con soddisfazione, che questo rifiuto pregiudiziale non appartiene alla cultura degli uomini che compongono questo Governo –:
   attraverso quali iniziative di competenza il Ministro interrogato intenda valorizzare questi indirizzi normativi – ma ricchi di valenza politica più generale – riguardanti il ruolo, attuale e potenziale, del Mezzogiorno nelle politiche per la crescita, anche attraverso l'attivazione di meccanismi di monitoraggio dell'attuazione delle misure e del raggiungimento degli obiettivi perseguiti dalle nuove norme. (3-01904)
(Presentata il 15 dicembre 2015)

Interrogazioni a risposta immediata in Commissione:
VI Commissione:


   CURRÒ, PELILLO, LODOLINI e MORETTO. — Al Ministro dell'economia e delle finanze. — Per sapere – premesso che:
   circa la metà del fabbisogno energetico italiano proviene dai prodotti petroliferi lavorati negli impianti di raffinazione, i quali sono ospitati nei seguenti comuni: ALMA a Ravenna; API a Falconara M. (AN); ENI Div. Refining & Marketing a Porto Marghera (VE); ENI Div. Refining & Marketing a Sannazzaro (PV); ENI Div. Refining & Marketing a Livorno; ENI Div. Refining & Marketing a Taranto; ISAB a Priolo G. (SR); ESSO ad Augusta (SR); IES a Mantova; IPLOM a Busalla (GE); RAFFINERIA DI GELA a Gela (CL); RAFFINERIA DI MILAZZO a Milazzo (ME); RAFFINERIA DI ROMA a Pantano (RM); SARAS a Sarroch (CA); SARPOM a Trecate (NO); TAMOIL a Cremona;
   le entrate tributarie erariali in questo settore sono consistenti, se si considera che, nel periodo gennaio/dicembre 2014, le entrate totali erariali ammontano a circa 420 miliardi di euro, con una contrazione dell'1,3 per cento (-5,686 miliardi di euro) rispetto all'anno precedente e in particolare:
    a) le imposte dirette si sono attestate a 225 miliardi di euro, con una flessione del 3,4 per cento rispetto al 2013;
    b) le imposte indirette, invece, sono cresciute dell'1,2 per cento per un gettito complessivo di 194 miliardi di euro;
   secondo il bollettino delle entrate del Ministero dell'economia e delle finanze, le entrate derivanti dalle accise sui prodotti energetici nel corso del 2014 si sono attestate a 26 miliardi di euro (+145 milioni di euro, pari al +0,6 per cento) sulle quali ha inciso positivamente l'abrogazione, dalla fine del 2013, della riserva di una quota di accisa sui carburanti destinati alle regioni a statuto ordinario, quantificabile in circa 1,2 miliardi di euro;
   nel 2014 le entrate fiscali complessive derivanti dai prodotti petroliferi (prendendo in considerazione la tassazione complessiva di accise + IVA dei prodotti stessi) si stimano in una somma pari a oltre 41,2 miliardi di euro, con un incremento dello 0,2 per cento rispetto all'anno precedente (70 milioni in più);
   il settore riveste un ruolo fondamentale non solo per l'economia del Paese – come risulta da quanto sopra riportato – ma anche in termini occupazionali, specialmente nei territori ove tali impianti sono presenti;
   tuttavia, la presenza di impianti di raffinazione produce e ha prodotto – nei comuni ove sono presenti gli stessi – criticità ambientali con conseguenze anche sulla salute degli abitanti;
   ci si trova quindi, da un lato, nell'impossibilità di arrestare lo sviluppo economico, e, dall'altro, nell'esigenza di evitare il prodursi di danni all'ambiente e alla salute;
   la ponderazione tra le opposte esigenze erariali, economiche, ambientali e sociali trova risposta nel principio di «sviluppo sostenibile» su cui si è posta l'attenzione – ancora prima dell'introduzione del codice dell'ambiente – nella legge n. 388 del 2000 (legge finanziaria per il 2001), che ha dedicato il titolo XVII agli «Interventi in materia ambientale»;
   tra gli strumenti preposti dalla legge «de quo», per la promozione dello sviluppo sostenibile, importanza rilevante ha rivestito l'articolo 113, rubricato «Compartecipazione degli enti locali ai tributi erariali con finalità ambientale», il quale prevedeva che il Governo definisse, d'intesa con la Conferenza unificata, le compartecipazioni ai tributi erariali con finalità ambientale da parte degli enti locali sedi di impianti di produzione e di stoccaggio di prodotti assoggettati ai tributi;
   l'entità delle compartecipazioni doveva essere commisurata agli oneri degli enti locali interessati, necessari per la gestione del territorio compatibile con la utilizzazione industriale;
   tali entrate, inoltre, dovevano aver carattere di compensazione del rischio ambientale e sanitario, ma dovevano essere finalizzate a programmi di salvaguardia e sviluppo ecocompatibile del territorio, pur rimanendo sempre in capo alle aziende l'obbligo di protezione della salute e dell'ambiente e del rispetto della sicurezza;
   nonostante in questi ultimi anni gli enti locali, e in particolare i comuni, si siano attivati durante le riunioni della Conferenza unificata per ottenere l'applicazione, di quanto stabilito dalla norma della legge finanziaria per il 2011, e il Governo pro tempore nel 2006 – in occasione della presentazione della finanziaria per il 2007 – abbia condiviso un ordine del giorno approvato alla Camera dei deputati con cui si impegnava all'attuazione della citata norma nel corso dello stesso anno, e nonostante l'impegno ribadito dal Ministro per gli affari regionali e le autonomie locali in sede di interrogazioni presentate nel corso degli anni sul tema, nessun passo avanti è stato fatto per dare esecuzione al citato articolo 113 della legge n. 388 del 2000;
   la mancata definizione delle compartecipazioni ha recato un serio danno, in termini di risanamento ambientale, ai comuni nel cui territorio sono presenti impianti di raffineria di oli minerali e di stoccaggio del gas, considerato che essi non sono in grado di affrontare con le proprie risorse i disagi creati dagli impianti sopra detti;
   in termini di gettito le cifre di cui sarebbero stati «privati» i comuni, sedi di raffinerie di petrolio – secondo una stima approssimativa e resa pubblica da alcune fonti di stampa locali e calcolata sulla lavorazione media annua di petrolio – si aggirerebbero intorno al milione di euro l'anno –:
   se sia a conoscenza di quanto citato in premessa e se, in quali tempi e con quali strumenti, intenda procedere all'attuazione dell'articolo 113 della legge n. 388 del 2001. (5-07232)


   BARBANTI. — Al Ministro dell'economia e delle finanze. — Per sapere – premesso che:
   con la pubblicazione del decreto-legislativo n. 188 del 2014, è stata inserita la nuova categoria dei «tabacchi da inalazione senza combustione» considerati «prodotti del tabacco non da fumo che possono essere consumati senza processo di combustione»: tale dicitura implica quindi l'eventualità del consumo di tali prodotti attraverso il processo di combustione, senza rientrare nella categoria dei «tabacchi da fumo» eventualità definita quale «esperienza non piacevole» (agenzia Reuters, 4 marzo 2015), senza però smentirne la possibilità di utilizzo attraverso la combustione;
   già in precedenza, in data 27 marzo 2014 l'Agenzia delle dogane e dei Monopoli aveva autorizzato – con determina numero 6630/2014 – l'immissione sul mercato di alcuni prodotti alla voce «prodotti del tabacco senza combustione», nonostante le categorie dei prodotti del tabacco siano elencati in maniera tassativa dal decreto legislativo n. 504 del 1995 e successive modificazioni; tale autorizzazione è stata concessa nonostante il fatto che, sia al tempo della pubblicazione della determina in questione che del summenzionato decreto legislativo, un prodotto identico ai tabacchi da inalazione fosse già presente in tariffa alla voce «altri tabacchi da fumo», assoggettato ad imposta del 56 per cento sul prezzo di vendita;
   come stabilito dal citato decreto legislativo n. 188 del 2014, i tabacchi da inalazione sono sottoposti ad imposta di consumo «in misura pari al cinquanta per cento dell'accisa gravante sull'equivalente quantitativo di sigarette, con riferimento al prezzo medio ponderato di un chilogrammo convenzionale di sigarette, rilevato ai sensi dell'articolo 39-quinquies, e alla equivalenza di consumo convenzionale determinata sulla base di apposite procedure tecniche, definite con provvedimento del Direttore dell'Agenzia delle dogane e dei monopoli. Pertanto, sulla base di tale procedura l'accisa è stata fissata a euro 0,06013 il pezzo;
   la relazione tecnica al decreto legislativo n. 188 del 2014 motiva la tassazione ridotta dei tabacchi da inalazione considerando «la minore nocività del prodotto rispetto alle sigarette tradizionali, grazie alla mancanza di combustione»: affermazione, però, non supportata dall'indicazione di specifiche procedure per il riconoscimento del prodotto all'interno della categoria né dalla indicazione di pubblicazione che ne dimostri l'evidenza scientifica;
   lo schema di decreto legislativo di recepimento della direttiva 2014/40/UE, con riferimento ai «tabacchi di nuova generazione», ne riconosce «il potenziale rischio ridotto rispetto ai prodotti a combustione» (articolo 20, comma 4) solamente a seguito della valutazione degli studi – che le aziende interessate dovranno presentare – da parte del Ministero della salute: valutazione non prevista nel testo della direttiva, che però risulta essere necessariamente presente e doverosa in Italia, poiché il nostro è il primo Paese europeo ad aver immesso sul mercato tali prodotti, peraltro senza il coinvolgimento delle autorità sanitarie nazionali; inoltre, tale impostazione apparirebbe essere in linea con l'intenzione di fornire ai consumatori «informazioni chiare e non fuorvianti sui benefici per la salute», come affermato dai vertici dell'azienda produttrice in un'intervista al canale televisivo CNBC del 7 settembre ultimo scorso;
   inoltre, il recente studio inglese Heated Tobacco Products Create Side-Stream Emissions: Implications for Regulation, pubblicato sulla rivista Journal of Environmental Analysis Chemistry – unico peer reviewed esistente sul tema specifico –, ha dimostrato che durante il processo di riscaldamento dei tabacchi di nuova generazione, si generano gran parte delle stesse sostanze tossiche prodotte dalla combustione del tabacco tradizionale –:
   sulla base di quali criteri e studi scientifici sia stata valutata la presenza o meno di combustione e di una «minore nocività» dei cosiddetti «Tabacchi da inalazione senza combustione», soprattutto alla luce delle nuove valutazioni sanitarie previste in capo al Ministero della salute dallo schema di decreto legislativo di recepimento della direttiva 2014/40/UE, e se, conseguentemente, il Ministro interrogato ritenga opportuno adottare iniziative in materia fiscale nei confronti dei menzionati prodotti, chiarendo anche se il mantenimento dell'attuale regime fiscale per i «liquidi da inalazione senza combustione» e quello agevolato per i «tabacchi da inalazione senza combustione» sia stato posto al Governo tra le condizioni per gli investimenti in Italia da parte dei produttori di questi ultimi. (5-07233)


   PAGLIA. — Al Ministro dell'economia e delle finanze. — Per sapere – premesso che:
   è notizia di questi giorni che la procura di Arezzo, nell'ambito dell'inchiesta recentemente avviata per accertare le cause che avrebbero portato al dissesto della «Banca dell'Etruria e del Lazio», sarebbe determinata a seguire un primo filone che porterebbe agli ostacoli opposti nel 2014 dal management dell'istituto agli organi di vigilanza, opposizione che trarrebbe origine da quanto riportato nella relazione degli ispettori della Banca d'Italia del 2013;
   la suddetta indagine dovrà tra l'altro anche stabilire per quali ragioni gli organismi controllori, Banca d'Italia e Consob, non misero in debita guardia la clientela dell'istituto dai gravi rischi legati alle emissioni obbligazionarie, nonostante tra dicembre 2012 ed il febbraio 2015 avessero condotto ben tre ispezioni dalle quali sono emersi coefficienti patrimoniali inferiori ai minimi associati a gravi irregolarità;
   d'altra parte che l'autorità di vigilanza fosse perfettamente al corrente dello state di insolvenza dei quattro istituti di credito recentemente avviati a procedura di risoluzione, tra i quali la «Banca dell'Etruria e del Lazio», lo ha confermato nel corso di un'audizione svoltasi il 9 dicembre 2015 presso la Commissione Finanze della Camera lo stesso capo del dipartimento vigilanza bancaria e finanziaria Banca d'Italia, Dottor Carmelo Barbagallo, il quale ha dichiarato testualmente in quell'occasione: «La vigilanza su queste banche è stata continua, di intensità crescente al peggioramento della situazione aziendale, e ha utilizzato l'intero spettro degli strumenti disponibili. All'emergere dei problemi è stata richiesta la modifica dei controlli interni, la revisione delle procedure di erogazione del credito, l'innalzamento delle svalutazioni. Quando opportuno, è stata chiesta – pur in assenza di formali poteri in tal senso – la sostituzione degli organi aziendali e sono state imposte particolari misure prudenziali. Quando il patrimonio – eroso da perdite crescenti – si è attestato su livelli che, pur superiori ai minimi, non consentivano di proseguire la normale attività creditizia, sono stati chiesti piani di ricapitalizzazione; ove necessario è stata sollecitata la fusione con altro idoneo intermediario. Si tratta di azioni in linea con le regole e con le prassi internazionali di Vigilanza, oggi seguite dallo stesso Meccanismo di Vigilanza Unico Europeo»;
   risulta all'interrogante, come emerge dall'articolo on line del Sole24Ore del 2 aprile 2015 dal titolo «Veneto Banca, ecco i rilievi Bankitalia», che alcune relazioni ispettive di Banca d'Italia del 2013 e relative ad altri istituti di credito, come ad esempio a Monte dei Paschi di Siena, siano consultabili, mentre non si può dire altrettanto del fascicolo relativo alla «Banca dell'Etruria e del Lazio», che appare a tutt'oggi a giudizio dell'interrogante incomprensibilmente segretato –:
   se sia a conoscenza di quanto riportato, con riferimento all'ispezione condotta presso la Banca dell'Etruria e del Lazio, dalla suddetta relazione del 2013 e se non ritenga doveroso ed utile, anche alla luce di quanto accaduto, assumere le iniziative di competenza per rendere pubbliche e pienamente consultabili le relazioni e le informative relative all'attività di ispezione delle autorità di vigilanza degli istituti di credito. (5-07234)


   VILLAROSA, PESCO, ALBERTI, PISANO, RUOCCO e FICO. — Al Ministro dell'economia e delle finanze. — Per sapere – premesso che:
   gli articoli 108 e 109 del Trattato sul funzionamento dell'Unione europea disciplinano le deroghe in materia di aiuti di Stato degli Stati membri;
   l'articolo 18 del decreto legislativo n. 180 del 2015 dispone che il sostegno finanziario pubblico concesso ad una banca nelle ipotesi di crisi bancarie possa essere erogato previa approvazione ai sensi della disciplina sugli aiuti di Stato e concesso in via cautelativa e temporanea –:
   se le autorità italiane abbiano richiesto ai competenti organi dell'Unione europea una deroga alla disciplina sugli aiuti di Stato al fine di predisporre un sostegno finanziario pubblico a favore di Cassa di risparmio di Ferrara s.p.a., di Banca delle Marche s.p.a., di Banca popolare dell'Etruria e del Lazio — Società cooperativa e di Cassa di risparmio di Chieti s.p.a.
(5-07235)

Interrogazioni a risposta in Commissione:


   FABBRI. — Al Ministro dell'economia e delle finanze. — Per sapere – premesso che:
   dal 1o gennaio 2016, per le articolazioni territoriali delle amministrazioni centrali dello Stato, che contabilmente operano come funzionari delegati, scatterà l'obbligo di trasmissione, in modalità esclusivamente telematica, degli ordinativi e dei buoni di pagamento alla Banca d'Italia. Per tutti gli uffici che operano in regime di contabilità ordinaria, la predetta trasmissione telematica dei titoli potrà avvenire solo utilizzando l'applicativo informatico SICOGE-FD messo a disposizione dal Ministero dell'economia e delle finanze/Ragioneria generale dello Stato;
   la dematerializzazione della trasmissione dei numerosissimi titoli di pagamento in questione, certamente sgraverà in modo sensibile l'attività di sportello delle sezioni di BKI-Tesorerie territoriali dello Stato; ciò rischia, tuttavia, a parere dell'interrogante, di non cogliere l'obbiettivo principale di velocizzare i tempi di pagamento ai fornitori di beni e servizi se le modalità di trasmissione previste dovessero determinare un contestuale appesantimento delle attività amministrativo-contabili a carico degli uffici che effettuano i pagamenti;
   secondo alcune organizzazioni sindacali l'impiego dell'applicativo SICOGE-FD per la trasmissione telematica dei titoli di pagamento comporterà un notevole aggravio di lavoro, causato dalla necessità di procedere manualmente all'inserimento dei dati sul predetto software. Ciò in quanto la Ragioneria generale dello Stato, nonostante le specifiche e ripetute istanze ricevute, ha ritenuto, finora, di non realizzare funzioni informatiche per il caricamento massivo dei dati (utilizzando lo standard xml), prevedendo unicamente la modalità « data entry». In altri termini, non sono state previste funzionalità per far «dialogare» i sistemi informatici in uso nelle varie Amministrazioni con quello del Ministero dell'economia e delle finanze, da utilizzare obbligatoriamente per l'invio telematico in BKI dei titoli di pagamento;
   questa scelta, nei fatti, penalizza a giudizio dell'interrogante maggiormente quelle Amministrazioni dello Stato — ad un livello più avanzato di informatizzazione rispetto ad altre — che, pur disponendo di propri applicativi gestionali (utilizzati per le procedure d'acquisto, il controllo di gestione, i rapporti con i fornitori, gli obblighi di trasparenza e altro) si vedranno comunque costrette ad effettuare defatiganti, quanto anacronistiche, attività di inserimento manuale dei dati su SICOGE-FD (nel caso del C.N.VV.F. i pagamenti annui sono circa 65.000), quando potrebbero, più efficacemente, effettuare dei caricamenti in modalità massiva. Quest'ultima funzionalità, peraltro, è disponibile da anni nell'applicativo «NoiPA» rivolto al pagamento delle competenze al personale, realizzato dallo stesso Ministero dell'economia e delle finanze –:
   se non ritenga urgente comunicare i tempi previsti per la realizzazione delle opportune funzionalità sull'applicativo SICOGE-FD, finalizzato allo scambio di dati ed informazioni, nonché all'interoperabilità dei sistemi e all'integrazione dei processi di servizio fra le diverse amministrazioni, come prescritto dal codice dell'amministrazione digitale (articolo 12 del decreto legislativo n. 82 del 2005).
(5-07196)


   BORGHI. — Al Ministro dell'economia e delle finanze. — Per sapere – premesso che:
   il decreto-legge 4 gennaio 2015, n. 3, recante misure urgenti per il sistema bancario e gli investimenti, convertito, con modificazioni, dalla legge 24 marzo 2015, n. 33, ha previsto l'introduzione di limiti dimensionali per l'adozione della forma di banca popolare, con l'obbligo di trasformazione in società per azioni delle banche popolari con attivo superiore a 8 miliardi di euro;
   tra le banche popolari di cui al punto precedente vi è Veneto Banca, con sede a Montebelluna (Treviso);
   l'Istituto, fondato nel 1877 come Banca Popolare di Montebelluna ha assunto la denominazione Veneto Banca nel 2000, a seguito dell'acquisizione di Banca di Credito Cooperativo del Piave e del Livenza e detiene oggi diversi istituti su tutto il territorio italiano, con particolare riguardo alla Banca Popolare di Intra acquisita nel 2007 e fusa per incorporazione in Veneto Banca Holding nel 2010 nonché nei paesi di Romania, Croazia e Moldova, attestandosi oggi come 12o Istituto bancario italiano con 5.678 dipendenti e 555 sportelli attestati al 30 giugno 2014;
   l'Istituto vive un momento di enorme difficoltà, da molti mesi, con perdite importanti che si attestano a 770 milioni di euro nei primi nove mesi del 2015, ma che ammontano a ben 1,8 miliardi di euro negli ultimi due anni, di cui peraltro circa la metà, ovvero 934 milioni, dovuti ad avviamenti ovvero ad acquisti di altri istituti;
   nonostante la crisi internazionale dei mercati finanziari, partita nel 2008, potesse far ritenere utile un maggiore consolidamento a garanzia e tutela del patrimonio cumulato, l'istituto ha effettuato nel corso degli ultimi anni una serie di investimenti che si sono poi rivelati eccessivi e che le recenti verifiche di Bce e Banca d'Italia hanno evidenziato come perdite non assorbibili neppure nel lungo periodo;
   la grave crisi che ha investito Veneto Banca ha comportato il cambio al vertice dell'istituto, con l'avvicendamento del presidente Flavio Trinca e dell'amministratore delegato Vincenzo Consoli, entrambi entrati in ruolo dirigenziale alla fine degli anni ’90, con il nuovo presidente Pierluigi Bolla e il nuovo amministratore delegato Cristiano Carrus;
   il 19 dicembre 2015 vi sarà l'assemblea dei soci che dovrà, dare avvio all’iter di trasformazione della popolare Veneto Banca in società per azioni;
   attualmente, la quotazione delle azioni di chi vorrà avvalersi del diritto di recesso è di 7 euro e 30 centesimi, indicativa del valore che avranno le azioni una volta che la società sarà quotata in borsa, contro un valore di oltre 39 euro toccato solo ad aprile 2015;
   il valore più realistico delle azioni di Veneto Banca, si dovrebbe attestare tra i 18,45 e i 21,21 euro;
   gli oltre 75 mila azionisti della Veneto Banca in caso di quotazione a 7,30 euro, si troveranno quindi depauperati di ingenti somme, in taluni casi di tutto il risparmio, che era stato investito nella «banca del territorio», come essa si presentò in occasione dell'aggregazione bancaria a dipendenti, azionisti e clientela;
   ad aggravare la situazione vi sarebbero inoltre numerosi clienti della banca che hanno effettuato investimenti, dietro sollecitazione al risparmio, senza i benché minimi requisiti di informazione sul livello di rischiosità dei medesimi, così come previsti dalla vigente normativa;
   il caso di Veneto Banca non è un unicum in Italia, ma vi sono altre vicende analoghe che riguardano istituti nelle similari condizioni, come la vicenda per certi versi assai analoga della Popolare di Vicenza;
   se da una parte vi è nell'investimento in azioni bancarie, soprattutto non quotate come queste, una sorta di «rischio di impresa», vi è anche, senza dubbio un problema che nasce dall'origine, ovvero dalla probabile inesistenza di una corretta informazione dei piccoli azionisti e della clientela;
   in molti casi pare essere mancata la corretta e temporalmente adeguata accountability da parte di Veneto Banca, al punto che il rischio cumulato negli anni dagli investitori e dagli azionisti è uscito allo scoperto solo negli ultimi due con preclusione a ricevere la restituzione del denaro impegnato. Risultano, infatti, numerosissime le persone non esperte a cui non è stata garantita la diversificazione necessaria a tutela dei risparmi;
   tale ruolo di accountability pare all'interrogante non essere stato oggetto delle adeguate indagini e rilievi da parte di Bankitalia e Governo, stante la situazione che si è venuta a creare con diversi casi che registrati nel Paese –:
   se il Ministro sia a conoscenza della vicenda di Veneto Banca;
   se il Ministro abbia ricevuto da Banca d'Italia informazioni dettagliate sullo stato di crisi di talune banche popolari e sulla situazione in cui versano gli ignari azionisti delle medesime, in particolare in Veneto Banca, e se non ritenga di dover fornire ogni utile elemento sulla vicenda di cui in premessa;
   quali iniziative di competenza intenda adottare e con quali modalità, al fine di tutelare azionisti e obbligazionisti degli istituti bancari che vedono oggi in forte discussione il proprio risparmio, spesso per azioni e decisioni di management su cui non hanno avuto alcuna possibilità di effettivo controllo. (5-07206)

Interrogazioni a risposta scritta:


   ZANIN. — Al Ministro dell'economia e delle finanze, al Ministro delle politiche agricole alimentari e forestali. — Per sapere – premesso che:
   la valorizzazione di beni demaniali è parte integrante di un programma del Governo inteso da un lato a recuperare risorse per la riduzione del debito pubblico e, dall'altro, a destinare ad uso diverso beni in qualche modo finora vincolati o ritenuti inalienabili;
   rientrano in questo programma, come noto, i beni assegnati alle Forze armate e ritenuti non più utili alla difesa, comprendenti sia caserme che manufatti di altro tipo o terreni ma anche altri beni pubblici;
   un settore particolare dello stesso programma è rappresentato dal progetto «Terrevive» con cui il Ministero delle politiche agricole, alimentari e forestali — di concerto con il Ministero dell'economia e delle finanze — dà il via alla vendita e all'affitto di circa 5.500 ettari di terreni, destinandoli innanzitutto agli agricoltori under 40;
   con quest'iniziativa, si intende far «rivivere» i terreni statali adatti alla coltivazione, trasformandoli in un'occasione di lavoro per le nuove generazioni. Con «Terrevive», infatti, i giovani imprenditori agricoli hanno diritto di prelazione nell'acquisto o nell'affitto di terreni pubblici, che possono così essere riportati alla produzione agricola;
   per i beni messi all'asta risulta individuato sia il procedimento che i soggetti che possono esercitare il diritto di prelazione. Il valore assunto come base per l'asta pubblica rimane comunque un fattore che, pur inteso a favorire gli obiettivi più generali del programma, deve tener conto del valore di mercato del bene;
   su questo elemento, non secondario è necessaria la massima oggettività, al fine di evitare sottovalutazioni della base d'asta che possono configurarsi addirittura come danno all'erario;
   a questo proposito risulta agli interroganti che, proprio nell'ambito del programma «Terrevive» tra i 27 i terreni agricoli dello Stato messi in vendita in Emilia Romagna con il progetto, è compresa tra i nove terreni che si trovano nelle province di Bologna almeno una particella, quella censita al catasto terreni del comune di Monghidoro al mappali 189 del foglio 21 che, nonostante risulti edificabile al 70 per cento è stata messa all'asta con un valore base di 670 euro a fronte di un valore di mercato non inferiore a 20 mila euro –:
   se siano a conoscenza di tale evidente incongruenza, che potrebbe non essere l'unica, e quali iniziative intendano assumere per porre rimedio alla situazione indicata in premessa e, più in generale, per garantire la corretta determinazione dei valori da assumere per la base d'asta. (4-11411)


   CIMBRO, MONACO, GASPARINI e PELUFFO. — Al Ministro dell'economia e delle finanze. — Per sapere – premesso che:
   l'Agenzia delle entrate, nell'ambito del vasto programma di revisione della spesa intrapreso, su impulso governativo, ai sensi dell'articolo 23-quinquies del decreto-legge 6 luglio 2012, n. 95, convertito con modificazioni dalla legge 7 agosto 2012, n. 135, ha recentemente provveduto alla ridefinizione della propria pianta organica e al riassetto degli uffici territoriali dislocati sul territorio nazionale;
   tale piano di razionalizzazione prevederebbe la chiusura di circa cinquanta sedi territoriali, tra cui quella di Legnano, dove attualmente operano trentanove addetti, che servono una media giornaliera di 150 utenti. Nel corso del 2014 le utenze servite sono state circa trentamila;
   le ragioni di tali importanti dati numerici risiedono nella marcata specificità del territorio del Legnanese e dell'Alto Milanese nella quale l'ufficio opera: territorio fortemente caratterizzato da imprese, terziario avanzato e professionisti; un unicum nella vasta area della Città Metropolitana di Milano;
   l'agglomerato urbano di Legnano è altresì estremamente e densamente abitato: sul suo territorio vivono circa 185.000 abitanti, per una superficie di circa 100 km quadrati; la densità di popolazione, va da sé, è molto alta, sfiorando i 1.850 abitanti per chilometro quadrato. I contribuenti interessati dalla chiusura della sede legnanese sono quindi quasi 166 mila;
   lo spostamento verso altre sedi territoriali comporterà per i molti utenti dell'area interessata numerosi disagi, un evidente aggravio di costi, nonché un'inopportuna perdita di tempo che verrebbe sottratto alla propria attività lavorativa;
   l'operatività degli uffici territoriali dell'Agenzia delle entrate incoraggia comportamenti fiscali corretti, facilitando l'instaurazione di un rapporto diretto fra l'amministrazione e i cittadini, certamente favorita dalla garanzia per l'utente di un facile accesso alle sedi territoriali; al riguardo, la presenza fisica degli uffici non può essere adeguatamente compensata dai servizi telematici, almeno fino a che la diffusione degli strumenti digitali e delle conoscenze informatiche dei cittadini non risultino adeguate;
   il buon funzionamento degli uffici territoriali dell'Agenzia delle entrate consente altresì di eseguire controlli più capillari nel territorio per il contrasto di fenomeni evasivi ed elusivi; in tal senso, la lotta all'evasione fiscale richiede non il ridimensionamento delle strutture ma, al contrario, il potenziamento dei presìdi più produttivi –:
   se il Ministro interrogato intenda avviare un riesame dell'annunciata decisione di chiusura della sede territoriale di Legnano, tenuto conto dell'ampio bacino d'utenza e delle specificità del territorio dove attualmente opera tale ufficio, e quali ulteriori iniziative intenda assumere per continuare a garantire la corretta operatività dell'Agenzia delle entrate nei territori interessati. (4-11438)


   VEZZALI. — Al Ministro dell'economia e delle finanze. — Per sapere – premesso che:
   da articoli di stampa si apprende che dei 12.459 titolari i bond subordinati delle quattro banche in crisi (per 431 milioni di euro complessivi), i clienti degli istituti coinvolti sono 10.559, di cui 1.010 (con 27 milioni di euro) sono i casi più gravi perché hanno investito una cifra che supera il 50 per cento dei loro risparmi in bond;
   la Consob, che ha lo scopo di presidiare la trasparenza dei mercati finanziari e garantire la tutela dei consumatori, per due volte ha anticipato le regole europee (nel dicembre 2014 e a luglio di quest'anno), lanciando l'allarme sulle obbligazioni subordinate e invitando le banche a non farle sottoscrivere ai singoli risparmiatori, ma solo a investitori specializzati;
   secondo la Consob le obbligazioni subordinate in circolazione ammontano a 61 miliardi di euro; quasi 35 miliardi dei quali sono detenuti da singoli risparmiatori;
   il Governo ha recepito la Brrd (Bank Recovery and Resolution Directive) direttiva europea sulle nuove procedure di salvataggio delle banche in extremis e contestualmente ha eliminato il potere di Consob che non è in grado di fare domande al Governo sui vari salvataggi e, quindi, ha privato il mercato delle informazioni necessarie per renderlo trasparente e ha concesso poco tempo al sistema per adattarsi alle nuove norme;
   la Consob, a quanto risulta all'interrogante, avrebbe gradito essere consultata per un'analisi tecnica coordinata fra autorità di controllo e Governo;
   fino al commissariamento, le banche coinvolte nella crisi sono state controllate dalla Consob e non presentavano segnali d'allarme e la Consob negli ultimi 5 anni ha ricevuto pochi esposti, poco rilevanti in tema di obbligazioni subordinate;
   la metà delle obbligazioni subordinate di cui si parla oggi sono state acquistate prima del 2007, prima della crisi finanziaria e prima dello scandalo Lehman;
   ai sottoscrittori di queste obbligazioni viene presentato un prospetto che in prima pagina e in grassetto spiega che «si possono subire perdite in conto capitale» –:
   se non ritenga che:
    a) si debbano assumere iniziative per restituire alla Consob la possibilità di porre domande al fine di rendere informato e trasparente il mercato bancario per garantire i consumatori e per coinvolgerla e consultarla, con urgenza, sull'analisi tecnica e coordinata fra autorità di controllo e Governo;
    b) sia doveroso assumere iniziative per rendere il contenuto dei prospetti per la sottoscrizione di titoli fruibile anche a persone che non necessariamente posseggono competenze finanziarie;
    c) sia giunto il momento (considerato i tassi di interessi pressoché nulli che le banche offrono ai loro clienti) di rendere «umano» il settore degli investimenti e ripulirlo da quel cinismo che ha consentito di danneggiare migliaia di risparmiatori (anziani e clienti in buona fede) che si sono affidati ai consulenti delle banche di prossimità, spesso le uniche ad avere sportelli capillari nel territorio e per i quali oggi si stanno cercando soluzioni;
    d) per evitare danni futuri e per garantire tranquillità ai risparmiatori, sia necessario, per quanto di competenza, esaminare con chiarezza – visto che queste obbligazioni sono sul mercato da tempo – se e come «ripulirle» dai rischi (non tanto per i professionisti della speculazione che sanno benissimo quello che comprano e in che ambito si muovono) ma per i lavoratori, i risparmiatori e i pensionati che desiderano tutelarsi per la vecchiaia e per poter aiutare la propria famiglia. (4-11440)


   VEZZALI. — Al Ministro dell'economia e delle finanze, al Ministro della salute, al Ministro del lavoro e delle politiche sociali. — Per sapere – premesso che:
   da articoli di stampa si apprende che sono migliaia le famiglie «rovinate» perché uno o più membri del nucleo ricorre al gioco d'azzardo (slot machine, lotterie, videopoker, gratta e vinci e giochi on line);
   secondo una ricerca dell'Istituto di fisiologia clinica del Consiglio Nazionale delle ricerche (Ifc-CNR) quattro italiani su dieci sono dipendenti dal gioco, il che vuol dire che in Italia sono scommettitori circa 17 milioni di persone dei quali quasi 2 milioni a rischio dipendenza;
   la dipendenza dal gioco – ludopatia – è stata definita una malattia sociale e, per la sua cura, lo Stato investe risorse e ha istituito un Osservatorio per il contrasto della diffusione del gioco d'azzardo e il fenomeno della dipendenza grave;
   nel 2014 l'erario ha incassato una cifra vicina ai 10 miliardi di euro sui circa 85 miliardi di euro di entrate che ha registrato il mercato del gioco d'azzardo, con un peso su prodotto interno lordo dell'1,1 per cento;
   dislocate sul territorio nazionale ci sono 328 mila slot machine per 120 mila esercizi, 51 mila videolotterie e 46 mila sale da gioco (in media 1 per ogni 145 abitanti);
   si prevede di consentire l'apertura di 22 mila sale da gioco (15 mila agenzie e 7 mila corner) per un incasso di un miliardo di euro;
   lo scorso anno gli italiani hanno speso 17,5 miliardi di euro, di cui 726 milioni nei giochi on line; giochi che coinvolgono circa 3 milioni di italiani (un quinto gioca con costanza);
   il gioco on line è molto diffuso fra i giovani (il 19 per cento dei diciottenni); stanno aumentando a dismisura le app che consentono di accedere direttamente dagli smartphone a store digitali (circa 16 mila);
   l'Italia occupa il 4o posto nel mondo (ma è il primo paese in Europa) per volume di scommesse dopo Stati Uniti, Cina e Giappone e ha un livello di tassazione dei giochi tra più elevati;
   per il 2015 sono previste crescite (solo per l’on line) del 27 per cento;
   la rete offre una opportunità per le multinazionali dei giochi da aggredire in fretta perché il diritto internazionale è una «giungla» e, quindi, è quasi impossibile fermare i pirati e tutto l'illecito che gira intorno al gioco d'azzardo e alle, scommesse. Il nucleo tecnologico della guardia di finanza ha stimato in 23 miliardi di euro il loro volume di affari attraverso portali che poggiano su server nelle Antille Olandesi, Cipro, Malta, e altri Paesi;
   alimentare il gioco d'azzardo (come fa lo Stato per fare cassa in regime di monopolio) equivale a incrementare la criminalità, creare devianze e provocare patologie psicologiche anche se ci si illude, invece, di ottenere maggiori entrate tributarie. Nella realtà aumenta la depressione dei consumi, si frena la domanda interna di beni e servizi, cresce la spesa destinata al welfare e il fenomeno ha un impatto tanto sulla sicurezza pubblica, quanto sulla salute delle persone –:
   se non ritengano che:
    a) il divieto della pubblicità sui giochi in TV nelle fasce protette debba essere esteso, mediante le opportune iniziative, anche ai canali sportivi e, dove possibile, su internet;
    b) la diffusione dei giochi e delle scommesse costituisca (considerati gli attuali numeri e i trend di crescita) una deriva sociale pericolosa visto che coinvolge la popolazione di ogni fascia di età e non fa distinzione fra i sessi;
    c) sia necessario assumere iniziative per incrementare le misure di controllo per evitare che i minori possano essere tentati dall'illusione di una vincita;
    d) sia necessario collaborare con le scuole di ogni ordine e grado per educare i ragazzi all'uso di videogiochi e tecnologie che creano dipendenza;
    e) attivare misure capaci di arginare gli effetti della crisi economica sulle famiglie e impedire che il gioco possa rappresentare per queste ultime la risposta più sbagliata per superare la quotidianità disseminata di difficoltà di ogni genere;
    f) di fronte a questa deriva, si debbano investire risorse per garantire una capillare presenza territoriale di operatori capaci di individuare i soggetti a rischio, aiutare a rendere consapevoli i giovani dei pericoli della dipendenza, impedire a chi ha perso molto di ricorrere a finanziatori illegali e rendere consapevoli i giocatori e avvicinarli al sistema sanitario nazionale per avviare tempestivamente il trattamento di recupero, visto che la maggior parte dei giocatori abituali non è consapevole o non ammette di avere bisogno di aiuto. (4-11442)

GIUSTIZIA

Interpellanze:


   Il sottoscritto chiede di interpellare il Ministro della giustizia, per sapere – premesso che:
   l'Associazione «A buon diritto» nei giorni scorsi ha denunciato un gravissimo caso di maltrattamenti ai danni di un detenuto marocchino, Rachid Assarag, detenuto dal 2009 nelle carceri italiane (Milano, Parma, Prato, Firenze, Massa Carrara, Napoli, Volterra, Genova, Sanremo, Lucca, Biella);
   nel corso di questi anni di detenzione in carcere Rachid Assarag ha subito ogni tipo di violenza fisica; in base alle sue denunce la prima volta è avvenuto nel carcere di Parma dove venne seviziato da alcuni agenti penitenziari; dal 2009 Rachid, assistito dall'avvocato Fabio Anselmo, ha iniziato a registrato tutto;
   le registrazioni contengono conversazioni con la polizia penitenziaria, medici, operatori e magistrati, «voci dall'inferno», come si usa dire, come quando le guardie entrano nella sua cella per «scassarlo» di botte, o il sovrintendente ammette «questo carcere è fuorilegge, dovrebbe essere chiuso da 20 anni, se fosse applicata la Costituzione»;
   le registrazioni di Rachid escono dal carcere e l'Associazione «A buon diritto» decide di renderle pubbliche, conversazioni acquisite dai magistrati che testimoniano quanto gli abusi sui detenuti siano, purtroppo, una disumana prassi abituale nei penitenziari italiani dai quali, come ammettono gli stessi agenti, «si esce più delinquenti di prima, perché è l'istituzione carcere che non funziona»;
   da anni Rachid Assarag registra e presenta esposti alla procura, ma quasi nulla accade, mentre le denunce degli agenti nei suoi confronti vanno avanti; di recente è stato di nuovo denunciato per aver bloccato le ruote della carrozzina con la quale viene ormai trasportato, per aver insultato le guardie e rovesciato la branda in cella «disturbando il riposo e le normali occupazioni degli altri detenuti»;
   Assarag da un mese è in sciopero della fame, ha già perso diciotto chili, e, a prescindere dal reato per il quale sta scontando la pena, con le sue registrazioni testimonia che nei penitenziari italiani la violenza è una prassi –:
   quali iniziative intenda assumere contro questi inaccettabili comportamenti all'interno delle istituzioni penitenziarie, perché, come scrive l'Associazione A buon diritto, «se Assarag dovesse morire in carcere, nessuno potrebbe dire che non si è trattato di una morte annunciata».
(2-01208) «Melilla».


   I sottoscritti chiedono di interpellare il Ministro della giustizia, per sapere – premesso che:
   il presidente del collegio del processo d'appello per abuso d'ufficio, in relazione alla vicenda del termovalorizzatore di Salerno, nei confronti del presidente della giunta regionale della Campania Vincenzo De Luca, è il magistrato Michelangelo Russo;
   Vincenzo De Luca è accusato di aver proceduto ad una nomina illegittima; si tratta dell'incarico di project manager del termovalorizzatore di Cupa Siglia, figura non prevista dalla legge sugli appalti e per giunta affidata ad una persona priva dei necessari requisiti previsti;
   il procedimento giudiziario cui è soggetto il presidente della regione Campania, in caso di condanna, potrebbe provocarne la sospensione dalla carica elettiva, in virtù del decreto legislativo 31 dicembre 2012, n. 235, la cosiddetta legge Severino;
   qualche tempo fa, il Consiglio superiore della magistratura avviò un procedimento nei riguardi del dottor Michelangelo Russo, nonché del dottor Luciano Santoro, entrambi magistrati presso la procura della Repubblica di Salerno, per aver tentato di accedere ai computer del tribunale di Salerno al fine di verificare se fossero in corso procedimenti penali a carico di Vincenzo De Luca e di altri imputati, in particolar modo relativamente all'inchiesta Ideal StandardSea park sulla realizzazione di un parco marino nell'area industriale di Salerno; il procedimento a carico del giudice Russo si concluse con il suo allontanamento dalla procura di Salerno; il magistrato ricoprì poi il ruolo di consulente del ministero dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare, prima di essere riassegnato alla procura di Salerno, come presidente del secondo collegio della corte di appello;
   il fratello del magistrato Michelangelo Russo, Remo Russo, commercialista è stato per più di 10 anni presidente del parco scientifico tecnologico di Salerno partecipata del comune, azionista di maggioranza, nomina conferita quando De Luca era sindaco di Salerno. A quanto consta agli interroganti, l'incarico di Presidente è retribuito così come quello di liquidatore attualmente svolto da Remo Russo;
   gli interroganti ritengono che sia assolutamente inopportuno, al fine del corretto esercizio delle funzioni e ancor più per garantire il rispetto del principio della legalità e imparzialità il fatto che lo stesso magistrato – sottoposto a procedimento del Consiglio superiore della magistratura su procedimenti penali che coinvolgevano lo stesso De Luca e poi trasferito dalla procura di Salerno ad altra sede, coinvolto attraverso un suo stretto congiunto che per lunghi anni ha ricoperto incarichi retribuiti nell'amministrazione sotto la guida di De Luca – sia ora incaricato di giudicare, nel gennaio 2016, Vincenzo De Luca;
   va considerato l'inevitabile clima di sospetti che getterebbe ombre sull'esito di un processo dal quale dipende il destino politico di Vincenzo De Luca, tra l'altro già al centro di un'altra inchiesta che mette in dubbio l'imparzialità dei giudici chiamati a valutare la sua posizione –:
   se il Ministro sia a conoscenza dei fatti esposti in premessa, se non ritenga di dover porre in essere, per quanto di competenza, iniziative utili a salvaguardare il principio dell'indipendenza e della terzietà dei magistrati su cui si fonda l'ordinamento giuridico, adottando anche corrispondenti iniziative normative volte a rendere più stringenti i meccanismi di incompatibilità dei magistrati.
(2-01210) «Russo, Brunetta».

Interrogazione a risposta in Commissione:


   DE LORENZIS. — Al Ministro della giustizia. — Per sapere – premesso che:
   da fonti stampa del «Fatto Quotidiano» e di «Inchiostro Verde», si apprende che in data 9 dicembre 2015 vi è stata una nuova circostanza che ha decretato l'annullamento del processo «Ambiente svenduto» a carico di tre società riconducibili al gruppo Ilva – Ilva spa, Riva Fire e Riva Forni Elettrici – e i 44 imputati che avevano scelto di essere giudicati con il rito ordinario;
   sembrerebbe che il procedimento sia saltato a causa di una «svista» perché nel verbale d'udienza del 23 luglio 2015 non era stato riportato il nominativo del difensore d'ufficio per dieci imputati i cui legali erano assenti quel giorno, circostanza che avrebbe potuto causare una violazione del diritto di difesa sancito dalla Costituzione;
   sempre da fonti stampa sembrerebbe che il nominativo mancante nel verbale, sia riportato correttamente nella sentenza del GUP Vilma Gilli che a luglio aveva rinviato a giudizio le 44 persone fisiche e 3 società. Le accuse per «Ambiente Svenduto» vanno dall'avvelenamento delle acque o di sostanze alimentari all'associazione per delinquere finalizzata al disastro ambientale al getto pericoloso di cose, dall'omissione di cautele sui luoghi di lavoro che avrebbero causato, tra gli altri, due morti bianche, alla concussione, oltre a falsa testimonianza e favoreggiamento;
   questa è la terza sospensione del processo in pochi mesi, visto che già l'udienza prevista per il giorno 21 ottobre 2015 è stata rinviata per omessa notifica e l'udienza prevista per il giorno 1o dicembre 2015, è saltata per lo sciopero degli avvocati penalisti, ma la Corte di assise aveva fissato subito tre udienze rispettivamente il 9, 15 e 22 dicembre 2015. Nonostante la mole di documentazione che riguarda il processo, la presunta svista è stata prontamente segnalata dal procuratore aggiunto Pietro Argentino che ha sollevato l'eccezione sostenendo la nullità relativa che sarebbe sanabile con una ordinanza della Corte. Tale vizio di forma potrebbe inficiare il corretto procedimento del processo in quanto una eventuale eccezione sollevata in Cassazione potrebbe pregiudicare il processo stesso. La difesa invece ha chiesto la nullità assoluta, richiesta accolta dalla stessa Corte presieduta dal giudice Michele Petrangelo, il giudice a latere Fulvia Misserini e i sei giudici popolari, che quindi hanno disposto che gli atti vengano nuovamente inviati al giudice dell'udienza preliminare che potrebbe quindi differire da quanto espresso dal GUP, Vilma Gilli;
   il processo «Ambiente Svenduto» è un importante procedimento non solo per i reati in tema di ambiente e salute pubblica che vengono contestati agli imputati, ma rappresenta anche dal punto dell'opinione pubblica un ripristino dello stato di legalità per i cittadini e i lavoratori, non solo di Taranto, ma di tutta l'Italia, per cui si paventa il rischio che questi bruschi rallentamenti del processo possano incidere sull'accertamento dei fatti e delle relative responsabilità –:
   se il Ministro sia a conoscenza dei fatti espressi in premessa e se abbia intenzione di assumere iniziative ispettive presso gli uffici giudiziari di cui sopra in relazione alla presunta svista descritta. (5-07205)

Interrogazioni a risposta scritta:


   CIRIELLI. — Al Ministro della giustizia. — Per sapere – premesso che:
   in ormai risalenti incontri ministeriali con le rappresentanze della magistratura onoraria sarebbe stata prefigurata dal Ministro interrogato la possibilità di approntare un più dignitoso trattamento economico, per superare l'attuale sistema dei gettoni di presenza;
   nonostante le promesse fatte, il Governo non mostra interesse ad agire in modo incisivo sull'attuale inquadramento precario della categoria, né verso una distinzione di chi in essa milita da decenni, ben oltre l'originario termine quinquennale previsto dal decreto legislativo 51 del 1998 e scaduto nel lontano 2 giugno 2004, lasciando immutata la temporaneità delle funzioni attribuite e l'assenza di una dignitosa retribuzione corrispettiva dell'impegno profuso;
   come se ciò non bastasse, le iniziative del Governo sembrano volte persino a contingentare al ribasso i finanziamenti disponibili per le indennità dei magistrati onorari, anche con riferimento a quelle figure, come i vice procuratori onorari e i giudici onorari di tribunale, vessate da sperequazioni economiche inaccettabili già nel confronto con le altre magistrature onorarie;
   i vice-procuratori onorari (vpo) svolgono la funzione di pubblico ministero nell'80 per cento dei procedimenti e inoltre possono aiutare i procuratori professionisti nelle loro indagini, mentre i giudici onorari di tribunale (got) operano nelle sezioni civili dei tribunali, dove per esempio decidono il cento per cento dei procedimenti di esecuzioni immobiliari;
   tutte queste figure permettono di smaltire le tante cause che intasano la macchina della giustizia in Italia, lasciando agli altri magistrati il tempo e le energie di occuparsi dei processi e delle indagini più complesse;
   i vpo e i got sono retribuiti a cottimo, 73 euro al giorno; nessun'indennità, né per i casi di malattia, né per quelli di maternità; niente ferie pagate, niente tredicesima, nessun diritto alla pensione;
   i magistrati onorari sono lavoratori che devono applicare la giustizia ma, paradossalmente, sono vittime di ingiustizie;
   la giustizia non può essere valutata alla stregua di uno dei tanti costi da tagliare, ma va considerata quale preziosa risorsa da sostenere e valorizzare, nell'interesse dei cittadini e del Paese tutto –:
   se il Ministro sia a conoscenza dei fatti esposti in premessa e quali urgenti iniziative di competenza intenda adottare, anche attraverso la costituzione di tavoli tecnici con le rappresentanze di categoria, per la tutela della magistratura onoraria che ogni giorno garantisce il funzionamento della macchina giudiziaria, sul presupposto che la natura onorifica dell'iniziale inquadramento formale non può giustificare quello che all'interrogante appare uno sprezzante disconoscimento delle responsabilità effettive e delle conseguenti guarentigie minime dovute. (4-11417)


   GUIDESI. — Al Ministro della giustizia. — Per sapere – premesso che:
   il procuratore capo della procura della Repubblica presso il tribunale di Lodi, dottor Vincenzo Russo, ha da tempo evidenziato la carenza di personale amministrativo della procura da lui presieduta, sollecitando, in questo senso, il Consiglio superiore della magistratura affinché si facesse parte attiva presso il Ministero della giustizia al fine di provvedere all'assegnazione del personale in parola;
   purtroppo, come emerge chiaramente sia dalla stampa locale Il Cittadino del 4 dicembre 2015 e sia dalla stampa nazionale Il Giorno del 5 dicembre 2015, il procuratore capo dottor Vicenzo Russo rileva come «... le unità di polizia giudiziaria a disposizione ... sono 12, rispetto alle 14 obbligatorie per legge, mentre il numero di dipendenti amministrativi è stato quasi dimezzato, con 16 unità sulle 30 necessarie. Da gennaio 2013 la situazione è pressoché la stessa. Ma adesso è diventata insostenibile. Da fine settembre gli uffici del casellario giudiziale hanno dovuto ridurre le aperture al pubblico a due giorni la settimana. Troppo poco per uno degli uffici più frequentati dall'utenza che registra oltre mille accessi al mese. Da qualche settimana si è aggiunto un nuovo dipendente proveniente dalla Provincia, un altro aiuto, saltuario, viene offerto da un carabiniere in pensione, gratuitamente. Ancora troppo poco per garantire un servizio completo. “La Procura di Lodi ha bisogno di altro personale – spiega il procuratore capo Vincenzo Russo –. Ho fatto più volte richieste al ministero, ma non ho mai ricevuto nessuna risposta. Dal mio arrivo nel Lodigiano non ho mai smesso di segnalare il problema ma nessuno ci ascolta”. Per risolvere l'emergenza, Russo, è pronto a qualsiasi cosa. L'intenzione è di convocare un tavolo condiviso con i sindacati e l'Ordine degli avvocati di Lodi, per preparare un documento unitario da consegnare al Ministero della giustizia. Una scelta maturata anche dopo la decisione del ministero di destinare quattro dipendenti della ragioneria della Provincia, ormai in chiusura, invece che alla procura di Lodi ad altri enti di Pavia e Cremona. “Siamo al paradosso – spiega Russo –. Abbiamo saputo da qualche giorno che i quattro dipendenti che sarebbero dovuti arrivare da noi, sono stati assegnati ad altri. Il personale continua a fare ogni giorno dei sacrifici enormi per non creare disagi, lavorando anche di domenica. Siamo pronti a intraprendere una battaglia istituzionale insieme a sindacati e avvocati. Non è corretto che a pagare siano i cittadini. Noi abbiamo il dovere di garantire un servizio pubblico, ma in queste condizioni è impossibile”. Un esempio? “La procura non ha nemmeno uno dei due autisti che dovrebbero essere in organico – continua Russo –. O meglio, uno c’è ma non è idoneo alla guida ...”»;
   la situazione della procura della Repubblica presso il tribunale di Lodi, lungi dal realizzare l'obiettivo di assicurare la giustizia in tempi ragionevoli, a un territorio di fondamentale importanza nel tessuto imprenditoriale e industriale del Nord, sta comportando un gravissimo disservizio, nonché un aumento dei disagi e dei costi per tutti i cittadini e gli operatori economici;
   appare urgente e straordinario un immediato intervento al fine di consentire alla procura della Repubblica presso il tribunale di Lodi di funzionare in modo efficiente ed efficace –:
   quali urgenti iniziative il Ministro della giustizia intenda assumere al fine di ricostituire la pianta organica del personale amministrativo oggi carente per il 50 per cento, così consentendo di svolgere in tempi ragionevoli il ruolo e i compiti che costituzionalmente sono assegnati a detto organo giudiziario. (4-11435)


   INVERNIZZI. — Al Ministro della giustizia. — Per sapere – premesso che:
   come risulta da notizie apparse su quotidiani locali, su diversi siti web, ed ora anche su quotidiani nazionali, nei comuni della provincia di Bergamo, vi è una escalation di furti e rapine che sta diffondendo paura tra i cittadini nei quali emerge l'istinto di autotutela;
   l'articolo apparso su un quotidiano nazionale, La Repubblica del 10 dicembre 2015, con un titolo emblematico «La gang delle rapine (di origine romena) inchiodata dai filmati ma libera di colpire», riporta come a causa dell'inerzia di qualche magistrato si possano verificare certe vicende: «La storia che state leggendo è a metà tra il paradosso giudiziario e il romanzo criminale di provincia. È una storia in cui la malagiustizia — o la giustizia formato moviola — ci ha messo lo zampino. Partiamo dall'inizio. È il 9 dicembre 2014, un anno fa, siamo a Cividate al Piano, 5 mila abitanti a sud-est, di Bergamo. Tre rapinatori scavalcano la recinzione di una ditta di costruzioni meccaniche, la Bm. Il titolare, Adriano Balestra, 47 anni, sta lavorando assieme al padre Giovanni che di anni ne ha 73. All'esterno dello stabilimento i ladri rubano sbarre di ferro e alluminio e le caricano sul Ford Transit cabinato rosso dell'azienda. È il secondo raid che l'azienda subisce nel giro di tre giorni: nel week end i malviventi — gli stessi del primo raid, si scoprirà poi — avevano portato via bronzo e rame dal magazzino. ... I Balestra, padre e figlio, scoprono i ladri mentre stanno spingendo il Transit verso il cancello. A quel punto i tre reagiscono come furie: uno mette in moto il furgone e prova a investire due volte Adriano, poi scende e lo colpisce con una spranga. Intanto i due complici si accaniscono sul padre, lo massacrano. Giovanni Balestra è ridotto in fin di vita, uscirà dal coma cinque mesi dopo. Paralizzato. Il figlio ha le ossa del naso e delle braccia spezzate, anche lui è ridotto a una maschera di lividi. “Gridavano e intanto picchiavano, come bestie”, è il ricordo di Adriano Balestra. ... Partono le indagini. I carabinieri sbobinano il nastro di registrazione delle telecamere ... (vengono ripresi) anche i volti dei rapinatori. Finisce tutto nel fascicolo in mano al pm Carmen Santoro. Gli investigatori partono con il piede sull'acceleratore, vogliono che la banda sia assicurata alla giustizia il prima possibile. Poi qualcosa (non) succede. Il cerchio intorno al commando si stringe già a fine dicembre 2014: due rapinatori su tre vengono identificati dai carabinieri (si accerterà poi che la banda è composta da cinque elementi). Un buon risultato ? Forse sì. Forse no. Perché al magistrato non basta. Li vuole prendere tutti insieme. Sembra assurdo, ma tant’è. Passano sette mesi. Siamo nell'estate 2015. Grazie all'aiuto della Criminalpol romena vengono individuati tutti e cinque i rapinatori. Si sa chi sono, dove vivono, come e quando si spostano. Mancano solo le manette. Intanto continuano a “lavorare”. Tornano in Italia, in Lombardia, almeno altre due volte: due colpi, uno in Brianza, andato a segno, e un altro, sempre nella Bergamasca, fallito. La tecnica è identica: assalto armato, proprietari di casa immobilizzati o pestati, furto e rientro in Romania. ... il pm Santoro manda la richiesta di arresto al gip del tribunale di Bergamo. Siamo a inizio settembre 2015. Il giudice non ha ancora convalidato la richiesta. Cosa aspetta ? Lo farà ? Quando ? Basterebbe una firma e la banda finirebbe di seminare sangue e terrore»;
   è di tutta evidenza che tale diffuso allarme sociale di impunità di coloro che commettono gravi reati sta provocando nell'opinione pubblica, da un lato, tensioni sociali che potrebbero scaturire in manifestazioni di protesta come già avvenuto in altre città (vedasi a Roma nel quartiere Tor Sapienza), e dall'altro lato — seppur vi è stato, come emerge dal racconto dei fatti l'immediato intervento da parte delle forze di polizia che hanno individuato i malviventi in breve tempo —, l'evidente insicurezza, poiché per fatti, come nel caso in esame, di gravissimo allarme sociale, non è stata applicata nessuna misura coercitiva, seppur richiesta dal pubblico ministero, al fine di scongiurare l'eventuale ripetersi degli stessi a causa dell'inerzia del giudice delle indagini preliminari;
   ad avviso dell'interrogante emerge chiaramente anche da questa ennesima vicenda che a causa dell'approvazione della depenalizzazione di 157 reati da parte di questo Governo, tra cui il furto, nonché dell'impossibilità di procedere alla custodia cautelare in carcere se non nel caso in cui la pena che si andrà ad irrogare nel caso specifico non sia inferiore ai tre anni di reclusione — anche questo altro provvedimento promosso dal Governo Renzi — si è lasciato «campo libero» ai delinquenti che si sentono, loro sì, tutelati –:
   se il Ministro sia a conoscenza dei fatti, e quali iniziative di competenza intenda assumere per evitare il diffuso senso di insicurezza e impunità per coloro che commettono reati di gravissimo allarme sociale;
   se non ritenga che sussistano i presupposti per avviare iniziative ispettive presso l'ufficio del giudice per le indagini preliminari (sezione unica GIP-GUP) del tribunale di Bergamo. (4-11451)

INFRASTRUTTURE E TRASPORTI

Interrogazioni a risposta immediata in Commissione:
IX Commissione:


   FRANCO BORDO. — Al Ministro delle infrastrutture e dei trasporti. — Per sapere – premesso che:
   tra il capoluogo della provincia Cremona e lo snodo ferroviario di Treviglio (BG) è attiva la linea Ferroviaria Treviglio-Cremona, tratta a binario semplice lunga 64,5 chilometri;
   questa tratta ferroviaria collega le due città passando attraverso i centri di Caravaggio, Capralba, Casaletto Vaprio, Crema, Madignano, Castelleone, Casalbuttano e Olmeneta, garantendo l'accessibilità alle linee dirette verso Milano e Venezia e costituendo uno degli assi privilegiati del trasporto pendolare di cittadini che quotidianamente si devono recare verso la Città metropolitana di Milano;
   la linea ferroviaria, il cui gestore risulta essere Rete ferroviaria italiana (RFI), controllata da Ferrovie dello Stato s.p.a, le cui azioni sono detenute dal Ministero dell'economia e della finanze, appare in stato di evidente scarsa manutenzione. Tale situazione mette a rischio l'efficienza del trasporto ferroviario e crea notevoli disagi ai molti pendolari che ogni giorno utilizzano suddetta linea;
   come denunciato dal locale Comitato Pendolari e da quanto riportato sulla stampa locale, nel corso del 2015 la linea è stata oggetto di numerosi guasti: problemi di alimentazione delle linee elettriche aeree, malfunzionamenti dei passaggi a livello e rotture degli scambi ferroviari, con conseguente blocco della circolazione dei treni;
   i ritardi dei treni sulla tratta sono pressoché quotidiani e la situazione per i passeggeri della linea si fa sempre più insopportabile;
   l'ultimo grave episodio degno di attenzione si è verificato in data 29 ottobre 2015, a causa di un guasto alla linea elettrica tra Crema e Casaletto Vaprio, il convoglio ferroviario 10467 partito da Treviglio alle ore 14,07, carico di passeggeri, è stato costretto a fermarsi in aperta campagna. La situazione ha creato notevoli disagi poiché le carrozze risultavano prive di corrente elettrica e quindi senza che vi fosse la possibilità di aprirle, poiché non vi è stato alcun intervento atto ad assistere e tranquillizzare i passeggeri né alcuna informazione sul da farsi proveniente dal personale ferroviario; gli stessi passeggeri, dopo più di un'ora, mettendo a forte rischio la loro incolumità sono usciti dai finestrini e si sono riversati nelle campagne circostanti, senza trovare in loco alcun soccorso –:
   se, nell'ambito delle proprie competenze e nell'esercizio dei propri poteri di indirizzo e di vigilanza, intenda verificare quali risorse sono state messe in campo da parte di Rete ferroviaria italiana volte ad una corretta ed efficace manutenzione della citata rete ferroviaria, quale sia il programma di manutenzione di tale linea, che risulta assolutamente insufficiente, e se non si ritenga di dare indicazione alla direzione regionale di Rete ferroviaria italiana della Lombardia di aumentare gli interventi manutentivi o predisporre un piano di manutenzione straordinario sulla linea Treviglio-Cremona. (5-07225)


   CATALANO e OLIARO. — Al Ministro delle infrastrutture e dei trasporti, al Ministro dell'interno. — Per sapere – premesso che:
   con le interrogazioni n. 5-00852, riscontrata e n. 5-01360 e n. 4-05761, che non hanno avuto risposta, il primo firmatario del presente atto ha posto all'attenzione del Governo alcune possibili irregolarità dei sistemi Sicve-Tutor-Vergilius, conseguenti all'asserita contraffazione di un sistema brevettato dalla Craft srl, nonché del trasferimento/cambio di intestazione dei provvedimenti di omologazione ed approvazione, da Autostrade per l'Italia spa ad Autostrade Tech;
   relativamente al solo profilo del cambio di intestazione, il Governo ha affermato la sua piena regolarità, malgrado l'esistenza di numerose sentenze di giudici di pace che, sul contrario presupposto, hanno annullato verbali di sanzioni amministrative accertate tramite il sistema (si veda ex pluribus, G.d.P. Pozzuoli, sent. del 14 gennaio 2013);
   all'esito di un lungo iter processuale, con sentenza n. 22563/2015 depositata in data 4 novembre 2015, la Corte di Cassazione, accogliendo il ricorso incidentale proposto da Craft srl contro Autostrade per l'Italia spa, ha cassato la sentenza di secondo grado, ritenendo palesemente contraddittoria e del tutto carente di motivazione la mancata pronuncia sulla denunciata contraffazione, da parte di Autostrade per l'Italia spa, del brevetto per un sistema di misurazione della velocità media di un veicolo su percorso predeterminato;
   il ricorso principale, proposto da Autostrade per l'Italia spa, mirante all'accertamento della nullità del brevetto Craft, è stato invece rigettato, formandosi quindi il giudicato sul punto;
   alla luce del principio di diritto posto dalla Corte di cassazione, si pone la non più remota possibilità che il giudice di rinvio accerti che i sistemi Sicve-Tutor-Vergilius siano frutto di una contraffazione;
   da quanto risulta dal resoconto intermedio di gestione al 30 settembre 2014, pagina 64, del gruppo Atlantia spa, relativamente alla vertenza sulla contraffazione dei sistema Sicve aperta dalla società Alessandro Patanè srl – produttrice del software del Sicve dal 2004 al 2008, nonché licenziatari e concessionaria dei brevetto Craft srl – il gruppo Atlantia spa ha evidenziato che «si ricorda peraltro che; il Tutor è concesso in comodato gratuito alla Polizia Stradale e che Autostrade per l'Italia non trae alcun beneficio economico, sostenendo peraltro i costi di manutenzione del sistema stesso» così prefigurando la possibilità che azioni volte al risarcimento per la contraffazione siano eventualmente rivolte contro la polizia stradale –:
   quali iniziative il Ministero delle infrastrutture e dei trasporti intenda adottare per verificare se l'accertamento della contraffazione dei sistemi potrebbe avere conseguenze sulla validità delle sanzioni irrogate in conseguenza di violazioni accertate tramite i sistemi medesimi, al fine di prevenire o limitare il possibile danno erariale derivante dal contenzioso e dall'incertezza dei possibili indirizzi giurisprudenziali di merito sul punto e di precisare tutti i profili rilevanti in termini di sicurezza stradale. (5-07226)


   BIASOTTI e RUSSO. — Al Ministro delle infrastrutture e dei trasporti. — Per sapere – premesso che:
   la ferrovia circumvesuviana costruita nel 1890 è una delle prime strade ferrate del nostro Paese e collega la città di Napoli, nella tratta Napoli-Baiano, all'intera area ad est del capoluogo interessando due province ed un'area abitata da circa 600 mila cittadini;
   tale tratta ferroviaria rappresenta l'unico strumento di mobilità soprattutto per le fasce più esposte di lavoratori e studenti, per quanto significativamente ridimensionato per una incauta e fallimentare gestione del passato della società holding Eav che si è ripercossa sull'efficienza degli elettrotreni oggi ridotti a poche decine;
   con delibera del 3 agosto 2011, n. 62, recante «Individuazione e assegnazione di risorse a interventi di rilievo nazionale e interregionale e di rilevanza strategica regionale per l'attuazione del Piano Nazionale per il Sud», il CIPE ha approvato un programma d'intervento costituito da 12 operazioni tra cui un lotto di lavori rientranti nel «Raddoppio in Nuova Sede della Linea Circumvesuviana» in provincia di Napoli e più precisamente un «Lotto Funzionale della tratta Saviano-Feudo-Nola»;
   tale intervento prevede l'eliminazione dei passaggi a livello, ora causa di gravissime ripercussioni sul piano della mobilità e dell'inquinamento ambientale, e la costruzione della stazione con l'interramento del fascio ferroviario;
   nella seduta dell'8 agosto 2012 il tavolo tecnico costituito dalle regioni e dalle amministrazioni centrali ha definito congiuntamente il testo dell'accordo di programma quadro rafforzato, da utilizzarsi per l'attuazione delle delibere CIPE adottate dal luglio 2011 e trasmesso dal dipartimento per lo sviluppo e la coesione territoriale con mail del 30 agosto 2012;
   la delibera del CIPE n. 94 del 17 dicembre 2013 avente a oggetto «Proroga del termine per l'assunzione delle Obbligazioni Giuridicamente Vincolanti relative agli interventi finanziati con le delibere n. 62/2011, 78/2011, 7/2012, 8/2012, 60/2012 e 87/2012» ha prorogato il termine per l'assunzione delle obbligazioni giuridicamente vincolanti al 30 giugno 2014;
   con la delibera di giunta regionale della Campania n. 199 del 5 giugno 2014, che approva lo schema di accordo di programma quadro, è stato verificato dall'istruttoria condotta dalla direzione generale per la mobilità, che ha già conseguito le Obbligazioni Giuridicamente Vincolanti entro il termine di cui al punto precedente, tra le altre opere elencate, la seguente: Titolo Intervento – CAMCV/01 Interramento ex Circumvesuviana tratta Saviano-Feudo-Nola; soggetto attuatore Ente Autonomo Volturno; quota copertura finanziaria – (Totale) euro 120.000.000,00 ex delibera CIPE 62/11;
   in data 18 luglio 2014 è stato sottoscritto l'accordo di programma quadro «sistemi di mobilità» tra dipartimento per lo sviluppo e coesione economica, il Ministero delle infrastrutture e dei trasporti e la regione Campania, con cui è stato finanziato con euro 120.000.000 l'intervento;
   il cronoprogramma di realizzazione, così come esposto nella scheda-intervento, allegata all'accordo di programma quadro sottoscritto da regione Campania, prevedeva la progettazione preliminare al 31 luglio 2012 e quella di conclusione al 30 settembre 2014; per la progettazione esecutiva la data di avvio era fissata al 1o ottobre 2014 e quella di conclusione era fissata al 31 marzo 2015; per l'esecuzione dei lavori la data di avvio era fissata al 30 aprile 2015 e quella di conclusione al 31 gennaio 2020; per il collaudo la data di avvio è fissata al 1o febbraio 2020, quella di conclusione al 1o febbraio 2021; la funzionalità è prevista tra il 30 aprile 2020 e il 4 maggio 2020;
   l'articolo 17 dell'accordo di programma quadro stabilisce che le parti si diano reciprocamente atto che l'esecuzione degli interventi in oggetto in tempi certi rappresenta un motivo essenziale del presente Accordo. A tali fini, le tempistiche indicate nei cronoprogrammi in allegato sono assunte come riferimento primario per l'applicazione delle misure sanzionatorie, secondo le modalità di cui ai commi che seguono e la regione Campania si impegna ad obbligare i soggetti attuatori degli interventi affinché riportino le citate tempistiche all'interno dei bandi di gara e/o negli atti contrattuali sottoscritti con i soggetti affidatari;
   in fase di esecuzione, eventuali ritardi maturati rispetto ai tempi indicati nei cronoprogramma comportano l'applicazione nei confronti del soggetto attuatore, di apposite penali in conformità a quanto previsto dal regolamento di esecuzione e attuazione del codice dei contratti pubblici nei confronti del soggetto appaltatore. A tal fine, il soggetto attuatore si rivale sul soggetto appaltatore, incamerando le penali contrattualmente previste, a norma di legge e l'applicazione delle penali nei confronti del soggetto attuatore comporta la riduzione dei trasferimenti previsti per la copertura finanziaria dell'intervento, nell'importo corrispondente all'ammontare delle penali medesime;
   con decreto n. 24 del 12 dicembre 2014 il dipartimento politiche territoriali in coerenza con l'accordo di programma quadro sottoscritto in data 18 luglio 2014, ha calendarizzato per gli anni 2014, 2015, 2016, 2017, 2018, 2019 gli impegni di spesa per l'intervento denominato CAM CV/01 – interramento ex circumvesuviana e, disposto a favore di EAV, l'impegno di spesa previsto per l'annualità 2014;
   con nota 13 aprile 2015 l'EAV ha trasmesso alla direzione generale mobilità della regione Campania, al fine di ottenere il decreto di assegnazione dei fondi, il provvedimento di approvazione del progetto, l'attestazione di cantierabilità dell'intervento, l'individuazione dell'area di localizzazione dello stesso, copia del disciplinare sottoscritto dal RUP e dal legale rappresentante di EAV, l'individuazione del codice CUP assegnato al progetto;
   in data 14 aprile 2015 l'ente attuatore EAV ha sottoscritto, al fine della realizzazione dell'opera, l'atto integrativo della convenzione 24690 del 2 ottobre 1990 intercorsa con il Consorzio ferroviario vesuviano, subordinandone l'operatività al provvedimento di «formale assegnazione del finanziamento» da riceversi da parte della direzione generale della mobilità;
   risulta agli interroganti che, con nota del 29 giugno 2015 il Consorzio ferroviario vesuviano avrebbe messo in mora l'EAV e la regione Campania per la mancata messa a disposizione del finanziamento disposto con la delibera n. 199 del 5 giugno 2014 e confermato con la sottoscrizione dell'accordo di programma quadro tra Ministero dello sviluppo economico, Ministero delle infrastrutture e dei trasporti, regione Campania in data 18 luglio 2014 –:
   se e in che modo il Governo intenda urgentemente attivarsi al fine di evitare che la programmazione di un'opera strategica per l'intera regione Campania, e più specificamente per la provincia di Napoli, possa subire ritardi nella realizzazione, onde evitare inoltre il disimpegno della prima tranche di finanziamento di circa 30 milioni di euro, da rendicontare entro il 31 dicembre 2015, e per risolvere, laddove perdurassero, le inadempienze, lentezze ed incertezze che mettono a repentaglio la spesa di risorse europee così importanti alimentando, a tutto danno degli ignari cittadini campani, contenziosi milionari, peraltro senza realizzare le attese opere infrastrutturali. (5-07227)


   DE LORENZIS, NICOLA BIANCHI, CARINELLI, DELL'ORCO, LIUZZI, PAOLO NICOLÒ ROMANO, SPESSOTTO e AGOSTINELLI. — Al Ministro delle infrastrutture e dei trasporti. — Per sapere – premesso che:
   con decreto del Presidente del Consiglio dei ministri 26 agosto 2015 è stato approvato il piano strategico nazionale della portualità e della logistica ai sensi dell'articolo 29 del decreto-legge 12 settembre 2014, n. 133, convertito, con modificazioni, dalla legge 11 novembre 2014, n. 164;
   la norma di cui al citato articolo prevede «al fine di migliorare la competitività del sistema portuale e logistico [...] anche in relazione alla razionalizzazione, al riassetto e all'accorpamento della Autorità portuali esistenti» l'adozione del suddetto piano su proposta del Ministero delle infrastrutture e dei trasporti, per mezzo di un decreto del Presidente del Consiglio dei ministri;
   l'articolo 117, terzo comma, della Costituzione, individua le materie di legislazione concorrente con specifico riferimento a «porti e aeroporti civili»;
   l'assenza, nel testo del decreto legge, di alcuna forma di coinvolgimento nell'adozione del piano da parte delle regioni e degli enti locali è stato oggetto di dibattito durante l'iter d'esame, anche sulla base della documentazione prodotta a beneficio dei deputati;
   nel corso dell'esame del disegno di legge recante deleghe al Governo in materia di riorganizzazione delle amministrazioni pubbliche (A.C. 3098) divenuto poi legge 7 agosto 2015, n. 124, a seguito di un intenso dibattito, fu inserito solo un debole quanto indefinito riferimento al coinvolgimento delle regioni e degli enti locali nel processo riorganizzativo delle autorità portuali;
   nonostante fosse appena stata approvata la delega di cui al principio del citato comma 1, lettera f), dell'articolo 8 della legge n. 124 del 2015, il Governo ha ritenuto emanare lo schema di decreto recante il piano di riorganizzazione della portualità, senza attendere l'attuazione della delega e quindi senza dover considerare nemmeno il blando riferimento di coinvolgimento di cui alla norma citata;
   il relativo schema di decreto del Presidente del Consiglio dei ministri, atto n. 188, recante il piano è stato quindi sottoposto al parere delle Commissioni parlamentari di competenza. In data 5 agosto 2015 la IX Commissione ha deliberato parere favorevole con osservazioni, in particolare alla lettera j) si indica che con «riguardo alle modalità con cui saranno definite le misure legislative di riorganizzazione delle Autorità portuali e di revisione della legge n. 84 del 1994, sia assicurato il coinvolgimento, da un lato, delle regioni e degli enti locali»;
   risulterebbe essere in procinto di definizione lo schema di decreto legislativo recante la riorganizzazione delle autorità portuali ma agli interroganti non risulta al momento alcun confronto con regioni e enti locali nel merito;
   con ricorso del 12 gennaio 2015, la regione Campania ha impugnato la norma citata di cui all'articolo 29 del decreto-legge n. 133 del 2014. Accogliendo il ricorso la Corte Costituzionale, con sentenza n. 261/2015, ha dichiarato la norma «costituzionalmente illegittima nella parte in cui non prevede che il piano strategico nazionale della portualità e della logistica, da essa disciplinato, sia adottato in sede di Conferenza Stato-regioni, corroborando in tal senso anche le posizioni fortemente critiche contro quella che in fase di esame del provvedimento fu considerata dal Gruppo parlamentare degli interroganti una evidente forzatura da parte del Governo e della maggioranza;
   a seguito della sentenza citata, il piano emanato in forza di legge dal Consiglio dei ministri appare pertanto privo del necessario riferimento normativo rischiando così di pregiudicarne la concreta attuazione e, nel caso, la validità stessa delle successive misure di attuazione laddove non espressamente definite con il coinvolgimento delle regioni e degli enti locali attraverso la sede formalizzata istituzionalmente dalla Conferenza Stato-regioni –:
   se e quali iniziative di competenza, alla luce della recente sentenza della Corte costituzionale, il intenda assumere per ricondurre l'adozione del piano strategico nazionale della portualità e della logistica nonché le future iniziative attuative nel solco della legittimità costituzionale.
(5-07228)

Interrogazioni a risposta in Commissione:


   GALGANO. — Al Ministro delle infrastrutture e dei trasporti. — Per sapere – premesso che:
   le odierne condizioni del mercato del trasporto delle merci per conto terzi, in Italia presentano marginalità ridottissime per le aziende del settore. Le stesse, per effetto della corretta applicazione delle norme italiane ed europee legate alla sicurezza stradale ed ai tempi di guida e di riposo (nuovo codice della strada e regolamento 561 del 2006), hanno perso gran parte della produttività. A questo fattore si è aggiunto dal 2009 l'effetto della crisi economica a tutt'oggi perdurante. L'unica strada percorribile per recuperare marginalità è quindi quella del contenimento dei costi. I più significativi sono legati a tre fattori: costo del personale, costo del mezzo ed accessori, costo del carburante. Quest'ultimo, vista la rapida ascesa del prezzo negli ultimi 15 anni ha assunto carattere di protagonista, «pesando» nel bilancio delle aziende del settore per un quota superiore al 30 per cento del totale costi;
   nel nostro Paese la dimensione media delle imprese attive nel settore trasporti è pari a 17,5 addetti per attività. La frammentazione del mercato dell'offerta di trasporto non giova allo sviluppo di progetti di ampio respiro come potrebbe essere l'utilizzo massivo di carburanti alternativi ai tradizionali, per questo serve un impulso che venga dall'esterno del settore stesso;
   il metano, sia nella forma compressa (gas naturale compresso – GNC) che liquida (gas naturale liquido – GNL), rappresenta una valida alternativa ai tradizionali combustibili per autotrazione grazie alla relativa abbondanza, alla facilità ed economicità del suo utilizzo, in particolare rispetto ad altre forme di energia pulita per trazione, e soprattutto per le basse emissioni inquinanti;
   l'autonomia media dei veicoli stradali pesanti per trasporto merci è pari a circa 1300 chilometri. Tale autonomia è garantita con circa 600 I di gasolio pari a 21.600 MJ che corrispondono a circa 3400 I di GNC e circa 980 I di GNL. L'adozione di un serbatoio, criogenico, di GNL a bordo del veicolo assicura al mezzo un'autonomia corrispondente a quella della più tradizionale alimentazione a gasolio, con ingombri e pesi comparabili, superando così il vincolo dell'eccessivo peso e volume delle bombole di GNC, che di fatto impediscono l'estensione della metanizzazione per quei mezzi pesanti che mediamente hanno percorrenze giornaliere superiori ai 300/400 chilometri;
   l'utilizzo del metano, sotto il profilo tecnologico, è possibile già da oggi non solo per motori progettati ad hoc ma anche per una buona parte dei motori già disponibili;
   negli Stati Uniti l'impiego di metano liquido è diffuso da anni, specie in California nel campo dell'autotrazione (23.000 veicoli alimentati a gas naturale). In Cina nel solo primo anno di lancio della tecnologia (2012), si sono avute 300.000 installazioni su veicoli pesanti;
   lo scenario europeo si presenta in ritardo, anche se il recente lancio da parte della Commissione europea del « Clean Power for transport Package» che promuove all'interno dell'Unione europea lo sviluppo e l'utilizzo dei carburanti alternativi ai prodotti petroliferi, favorirà un'accelerazione del processo. Infatti, la Commissione europea valuta come eccessivamente critica la situazione del sistema dei trasporti dell'Unione europea, oggi fortemente dipendente dai prodotti petroliferi tradizionali (circa il 94 per cento del totale), e l'approvvigionamento di tali fabbisogni (per l'84 per cento da importazioni estere);
   nel 2014, sono state recensite 3.345 stazioni di rifornimento pubbliche o private GNV in Europa. I Paesi attrezzati al meglio sono l'Italia (1.049 stazioni di cui 990 pubblici) e la Germania (920 stazioni di cui 840 pubblici). Con 134 stazioni pubblici, o una stazione ogni 10 chilometri, i Paesi Bassi hanno la migliore trama di stazioni GNV in Europa. In Francia, si contavano 310 stazioni lo scorso anno, ma solo 40 erano aperte al pubblico;
   la filiera è oggi sostenuta dall'Unione europea che ha adottato, nel settembre 2014, una nuova regolamentazione mirando a garantire una copertura sufficiente in punti di rifornimento GNV in Europa. A fine marzo 2015, il Governo inglese ha annunciato un piano di 4 milioni di sterline (5,47 milioni di euro) per finanziare lo sviluppo delle stazioni di rifornimento in gas naturale per il settore del trasporto di merci;
   oggi lo scarso numero di progetti di stazione GNL in Francia e in Germania non permette ancora la sua integrazione come carburante stradale per i trasporti a lunga distanza. Le due prime stazioni private GNL sono state aperte in Francia nel settembre 2014, mentre ne esistono già una cinquantina in Europa, particolarmente in Spagna, nel Regno Unito, in Svezia e Benelux. È per questo che l'Unione europea ha lanciato nel 2013, il programma «Blue Corridors»;
   in Italia il mercato del GNL ha già posto le premesse per lo sviluppo. Nel 2014, nell'area del Centro-Nord sono già operativi 8 distributori GNL-C cioè impianti approvvigionati con GNL ed erogatori GNC; 7 sono pubblici: Villafalletto (Cuneo), Poirino (Torino), Tortona (Alessandria), Mortara (Varese), Varna (Bolzano), Calderara (Bologna), Roma. Vi è poi un distributore GNL-C privato, impiegato dalla flotta di bus di Modena (SETA). Un nono distributore pubblico e il primo con erogatore GNL (e GNL-C) è stato inaugurato da ENI a Piacenza ad aprile 2014. Con uno stoccaggio criogenico da 60 m3 di GNL, erogatori per il rifornimento di GNL per veicoli pesanti e GNC per veicoli leggeri;
   il gas naturale presenta delle peculiarità che lo rendono particolarmente idoneo per l'utilizzo nelle aree urbane e per la distribuzione notturna. Facendo riferimento a dati relativi a motori IVECO Cursor 8 Natural Gas che equipaggiano i veicoli pesanti e autobus urbani è possibile affermare che l'utilizzo del metano riduce le emissioni di particolato e quelle di ossidi di azoto e promotori di ozono risultano minime (rispettivamente –94 per cento e –34 per cento rispetto al diesel); le emissioni veicolari di CO2 (secondo il parametro well-to-wheel che tiene conto dell'intera filiera dal pozzo di estrazione al suo utilizzo) si riducono dal 9 per cento fino al 100 per cento in caso di utilizzo di bio-metano rispetto al diesel; si riducono in media di 5dB(A) le emissioni sonore esterne;
   nella struttura dei costi gestionali (TCO Total Cost of Ownership) di un operatore logistico il consumo di carburante rappresenta la voce di costo più importante: circa il 36 per cento (su una percorrenza annua di 120.000 chilometri e valori medi di mercato dei vari parametri). Il CNG/LNG, grazie alla differenza di costo rispetto al diesel, dovuta anche alla tassazione favorevole, consente un risparmio fino al 40 per cento sul costo del carburante –:
   quali iniziative si intendano mettere in campo, vista la ridotta dimensione media delle aziende del settore, per favorirne la crescita evitando la eccessiva frammentazione dell'offerta;
   cosa intenda fare il Governo per ridurre i costi del trasporto pesante attraverso l'utilizzo di combustibili alternativi, in particolare il metano, sia sul fronte della produzione che della distribuzione, e per ridurre l'inquinamento rendendo i sistemi nazionali compatibili con quelli europei. (5-07192)


   ARTINI, SEGONI e BALDASSARRE. — Al Ministro delle infrastrutture e dei trasporti, al Ministro della salute, al Ministro dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare. — Per sapere – premesso che:
   dal 5 novembre 2015 la commissione tecnica di valutazione di impatto ambientale procederà alla valutazione del Master Plan Aeroporto di Firenze Peretola 2014-2019, con la previsione di un aumento di voli commerciali del 100 per cento alla fine di tale periodo;
   la nuova pista di Firenze cosiddetta 12/30 è inserita ad immediato ridosso delle prime abitazioni di Firenze, a pochi metri dal nuovo tribunale. Tale nuova infrastruttura sarebbe collocata a 300 metri dal polo scientifico dell'Università degli studi di Firenze, con sede a Sesto Fiorentino (circa 3300 persone) a 900 metri dalla Scuola Marescialli CC (circa 2000 persone), in piena direzione perpendicolare pista, a 1250 metri dal casello autostradale A/1-A/11 che sarà sorvolato a 65 metri da terra;
   in tale comprensorio, oltre alle infrastrutture in essere, ne sono previste altre ad alta concentrazione residenziale come da dettaglio: Pue Residenziale Castello Unipol-Sai; nuovo mercato ortofrutticolo con oltre 2000 lavoratori; nuovo centro logistico «Esselunga»; nuovo inceneritore di Case Passerini; nuovo stadio ACF Fiorentina (45000 posti) oltre ad alberghi, shopping mall e strutture collegate; terza corsia A1-A11. Opere che dovrebbero essere realizzate e insistere in un raggio di solo 3 chilometri, ad una distanza di 5,8 chilometri dal campanile di Giotto;
   la commissione di valutazione di impatto ambientale ha bocciato, recentemente, il Master Plan di Treviso, a causa di problemi sanitario-ambientali;
   l'8 ottobre 2015 – si legge in una nota – l'ENAC ha approvato anche il Master Plan dell'Aeroporto di Roma Ciampino, secondo le indicazioni contenute nel piano nazionale degli aeroporti. Il Master Plan di Ciampino è volto verso una riduzione dei livelli operativi e conseguentemente degli impatti ambientali generati dallo scalo, a favore di una maggiore sostenibilità per il territorio;
   a Firenze, in un'area che storicamente ha anche evidenziato problemi di inquinamento atmosferico, non sono stati effettuati studi sanitari similari, anzi il proponente del Master Plan, nonostante il contesto morfologico, ed orografico, ha effettuato e presentato alla commissione di VIA una valutazione di impatto sulla salute Breve;
   l'Associazione culturale pediatri (ACP) ha pubblicato ed evidenziato il rapporto tra «inquinamento atmosferico e struttura cerebrale»: «Che l'inquinamento atmosferico fosse nocivo per la salute respiratoria si sapeva da tempo. Che fosse anche un importante fattore di rischio per le patologie cardiovascolari lo hanno confermato gli ultimi studi europei. Ma che fosse in grado di alterare anche le funzioni cerebrali ed addirittura le strutture anatomiche del cervello è forse una novità. È quanto affermano, sulla scorta di numerosi studi, gli autori dell'articolo pubblicato recentemente su Primary Health Care Research & Development e letto questo mese dai Pediatri per un Mondo possibile». Effetti negati sulla salute dei bambini emergono anche dallo studio europeo Ranch (Road Traffic & Aircraft Noise & Children's Cognition & Health) e dallo studio Samba effettuato appositamente su Ciampino;
   le classifiche dell'Unione europea evidenziano una situazione di estrema criticità a Firenze per quanto concerne l'inquinamento atmosferico, in particolar modo per i valori registrati dalla centralina di Viale Gramsci che rileva la presenza anche di biossido di azoto (No2). Il dato medio dell'anno è di 62.06 microgrammi per metro cubo, cioè il 50 per cento superiore al limite consentito, che è 40. La centralina di via Ponte alle Mosse (a 4 chilometri dall'Aeroporto) rileva 58,8 microgrammi per metro cubo. Tale problema, a quanto consta agli interroganti, era ben conosciuto dalla regione Toscana già dal 2011 – Variante al PIT Allegato 7 «Interventi Miglioramento Mobilità», paragrafo 3, pagina 7 – dove per entrambe le stazioni di rilevamento nonostante le nuove autovetture Euro 3/4/5 rispetto a quelle più vecchie si rilevavano aumenti delle emissioni del 600 per cento;
   gli obiettivi di riduzione delle emissioni fissati dalla direttiva Nec e dal protocollo di Göteborg sarebbero ancora ben lontani da essere raggiunti. Il protocollo evidenzia le gravi violazioni delle norme relative alla qualità dell'aria: un terzo delle zone messe sotto controllo dall'Unione europea supera i limiti fissati per il particolato (Pm10) e un quarto quelli per il biossido di azoto (NO2). Valori per cui, secondo le proiezioni di Air-o-Meter (http//www.eeb.org/air-o-meter/) elaborato da Eeb, nel 2020 si registreranno, ancora, 340mila morti premature da inquinamento atmosferico;
   dati suffragati dal recente studio Viias (http://www.viias.it/pagine/impatto-sullasalute) (Valutazione integrata dell'Impatto Ambientale e Sanitario dell'inquinamento atmosferico), finanziato dal Ministero della salute, che ha permesso di definire, attraverso l'uso di modelli, le concentrazioni di particolato fine (Pm2.5) all'anno di riferimento 2005, al 2010 e al 2020, insieme ai relativi impatti sulla salute a lungo termine. Nel 2005 sono risultati attribuibili all'esposizione della popolazione italiana al Pm2.5 ben 34.552 decessi (il 7 per cento della mortalità per cause naturali osservata in Italia);
   risulta inoltre che nessuna valutazione, ne isofonica e neppure per le emissioni in atmosfera, sia stata fatta per quanto concerne via dell'Osmannoro, la cui eventuale nuova viabilità sarà lungo il perimetro dell'aeroporto ad una distanza massima di 150 metri dalla nuova pista con sorvoli proprio in coincidenza con l'asse della pista a soli 15/20 metri da terra, con picchi di oltre 100 DB in corrispondenza di partenze ed arrivi, ed in un contesto di oltre 30.000 transiti veicolari su base giornaliera-feriali dalle ore 8:00 alle ore 20:00 –:
   se il Governo, per quanto di competenza, ritenga compatibili dal punto di vista sanitario tutte le nuove infrastrutture previste nella Piana Fiorentina, alcune già approvate, deliberate e con cantieri di prossima apertura;
   se, considerato il posizionamento dell'aeroporto e tenuto conto della situazione ambientale e dell'aria a tutti nota, non sia obbligatorio prevedere procedure di iso-rischio, trattandosi di aeroporto metropolitano come previsto dal decreto legislativo n. 13 del 17 gennaio 2015, e studi sanitari approfonditi, per verificare la compatibilità ambientale prima di procedere alle autorizzazioni ministeriali per il nuovo aeroporto di Firenze Peretola;
   quali iniziative i ministri interrogati intendano intraprendere, per quanto di competenza e di concerto con gli altri enti competenti, per garantire la sicurezza sanitaria e ambientale dei cittadini che abitano nella Piana Fiorentina. (5-07193)


   TURCO, ARTINI, BALDASSARRE, BECHIS, MATARRELLI, SEGONI, BRIGNONE, CIVATI, ANDREA MAESTRI e PASTORINO. — Al Ministro delle infrastrutture e dei trasporti, al Ministro dell'economia e delle finanze. — Per sapere – premesso che:
   la disposizione di cui all'articolo 5 del decreto-legge n. 953 del 1982, convertito dalla legge n. 53 del 1983, ha operato la trasformazione della tassa di circolazione dei veicoli in tassa di possesso, individuando, quale soggetto tenuto al pagamento, colui che alla scadenza del termine risulti proprietario al Pubblico registro automobilistico, prevedendo, per l'effetto, la formalità dell'annotazione nel suddetto registro delle sopravvenute ipotesi della perdita di possesso dei veicoli e del rientro in possesso dei medesimi, con la relativa corresponsione a titolo di imposta di bollo di un importo variabile a seconda dei casi, fra euro 14,62 ed euro 43,86, per la perdita e, fra euro 29,24 ed euro 43,86, per il rientro (vedasi punti 1.7 e 2.5 del Testo Unico ACI in materia di perdita di possesso e rientro in possesso in vigore dal 2 maggio 2013), onde così evitare il versamento della tassa di possesso nel periodo di mancata detenzione;
   a parere degli interroganti emerge una palese distorsività ed iniquità nell'imposta di bollo nel caso di perdita e rientro in possesso dei veicoli, in particolar modo nel caso di veicoli coinvolti nei recenti eventi alluvionali in varie parti del Paese, oltre a presentarsi nei casi, non certo infrequenti, di veicoli rintracciati a seguito di pregressa indebita sottrazione, per cui il titolare del bene mobile registrato è assoggettato ad un tributo per fatti totalmente indipendenti dalla sua volontà ed al solo fine d'evitare l'imposizione di altro tributo quale la tassa di possesso;
   risulta perciò evidente, a giudizio degli interroganti, porre il tema dell'opportunità della permanenza in vigore della citata imposta di bollo per la richiesta di annotazione al Pubblico registro automobilistico della perdita del possesso di veicoli e del rientro in possesso dei medesimi –:
   di quali elementi informativi disponga il Governo in relazione a quanto esposto in premessa;
   quali iniziative il Governo intenda promuovere al fine di pervenire ad un'espressa novella normativa tesa alla soppressione dell'imposta di bollo in caso di perdita del possesso di veicoli, nonché del rientro in possesso dei medesimi.
(5-07197)


   D'UVA, PARENTELA, BALDASSARRE e SPESSOTTO. — Al Ministro delle infrastrutture e dei trasporti. — Per sapere – premesso che:
   il Consorzio per le autostrade siciliane è un ente pubblico regionale non economico sottoposto al controllo della regione siciliana, costituito nel 1997 dalla unificazione (articolo 16, lettera B, della legge n. 531 del 1982) di tre diversi consorzi concessionari ANAS operanti in Sicilia;
   gli scopi sociali del Consorzio per le autostrade siciliane risultano essere il completamento dei lavori di costruzione non ancora realizzati delle autostrade Messina-Palermo, Messina-Catania-Siracusa e Siracusa-Gela, la realizzazione di eventuali altre iniziative nel settore autostradale e stradale di cui il consorzio dovesse risultare concessionario o affidatario, nonché l'esercizio dell'intera rete assentita in concessione o affidata;
   il Consorzio per le autostrade siciliane è attualmente concessionario ANAS di due importanti arterie autostradali della regione siciliana, l'Autostrada «A20», che collega la città di Messina e la città di Palermo, e l'Autostrada «A18», la quale unisce le città di Messina e Catania, facente parte dalla asse viario europeo «E45»;
   ad oggi risultano essere diversi i procedimenti aperti dalla procura della Repubblica italiana a carico del consorzio, a causa di presunti sprechi di denaro pubblico, nonché per la mancanza di adeguati sistemi di sicurezza e di manutenzione nei tratti autostradali da esso direttamente gestiti, nonostante il contratto di concessione li preveda quali elementi essenziali;
   dai documenti dell'autorità per la vigilanza sui contratti pubblici di lavori, servizi e forniture emerge che a carico del consorzio per le autostrade siciliane è stata richiesta la decadenza dalla concessione con decreto interministeriale n. 457 del 5 luglio 2010, registrato alla Corte dei conti in data 4 novembre 2010, e notificato alla società concessionaria in data 29 novembre 2010;
   al provvedimento ha avuto seguito un lungo contenzioso conclusosi con sentenza del Consiglio di giustizia amministrativa in cui veniva dichiarato nullo il decreto interministeriale del 5 luglio 2010, n. 457, dichiarante la decadenza della concessione di costruzione e di esercizio;
   così come riportato da diversi quotidiani locali in data 11 novembre 2013, tra i quali il giornale consultabile anche online «la Gazzetta del Sud», la società Anas avrebbe già inviato al consorzio per le autostrade siciliane una lettera ufficiale, all'interno della quale viene richiesta «una lunga serie di giustificazioni in ordine ad inadempienze circa la sicurezza stradale, minacciando altresì la revoca della stessa concessione, con contestazioni che spaziano dalla manutenzione delle piste alla segnaletica sia orizzontale che verticale, dai guardrail agli impianti elettrici, dalle opere in verde agli impianti telematici di esazione», in riferimento sia al tratto autostradale «A18», sia al tratto «A20»;
   attualmente i cittadini siciliani che intendono usufruire delle tratte autostradali «A18» e «A20», sono tenuti al pagamento di un pedaggio stradale, vista la vigenza della concessione del tratto al Consorzio per le autostrade siciliane, per l'utilizzo delle infrastrutture e per i servizi offerti agli utenti;
   il pagamento di un pedaggio autostradale per la percorrenza del tratto (ticket) può trovare giustificazione in tutti quei casi in cui la società divenuta concessionaria del tratto viario considerato, si impegni contrattualmente ad assicurare un servizio migliore di quello altrimenti offerto dalla rete stradale non affidata a gestione esterna, ovvero a sostenere le spese per l'ammodernamento, l'innovazione, la gestione e la manutenzione del tratto considerato;
   attualmente risultano diversi i sinistri direttamente ovvero indirettamente imputabili a inadempienze nella sicurezza e nella manutenzione stradale, così come riportato dall'associazione italiana «Confconsumatori Nazionale» in data 8 febbraio 2011;
   la stessa società è stata ammessa parte civile dal giudice monocratico del tribunale di Messina, dottoressa Militello, nel procedimento penale che vede imputati due dirigenti del Consorzio autostrade siciliane per il reato di omicidio colposo per la morte di un giovane deceduto all'età di 24 anni, a seguito di un incidente autonomo che ha coinvolto l'autoveicolo a bordo del quale viaggiava come passeggero;
   il procedimento vede i dirigenti del Consorzio per le autostrade siciliane imputati per aver «colposamente cagionato la morte del giovane omettendo di garantire le condizioni di sicurezza stradale dei luoghi in cui si è verificato il sinistro e precisamente la tangenziale A20 ME-PA, teatro negli ultimi anni, di numerosi incidenti stradali mortali provocati dalle precarie condizioni di manutenzione in cui versa il tratto in questione di proprietà dell'ANAS ma affidato in concessione al Consorzio per le Autostrade Siciliane»;
   il tratto autostradale «A19», di proprietà e di diretta gestione della società statale Anas, che collega le città di Palermo e Catania, che non prevede attualmente alcun pagamento per la sua percorrenza, non presenta livelli di sicurezza e di manutenzione inferiori a quelli offerti dal Consorzio per le autostrade siciliane, benché non certamente ottimali –:
   se intenda assumere iniziative urgenti per verificare la presenza di gravi inadempienze da parte del Consorzio per le autostrade siciliane nei sistemi di sicurezza e manutenzione stradale, tali da attentare alla sicurezza dei cittadini siciliani che percorrono le due arterie autostradali affidate alla sua diretta gestione;
   se intenda verificare la sussistenza delle ragioni che hanno dato vita al contratto di concessione delle autostrade «A18» e «A20», e se non ritenga iniquo il pagamento di un pedaggio da parte dei cittadini siciliani che usufruiscono di tali tratte;
   se intenda impegnarsi affinché le agevolazioni introdotte dal Ministero delle infrastrutture e dei trasporti a favore dei pendolari italiani, le quali prevedono esenzioni fino al 20 per cento sui costi dei ticket autostradali, vengano celermente fatte applicare anche dal Consorzio per le autostrade siciliane in tutta la rete autostradale di sua competenza. (5-07200)

Interrogazioni a risposta scritta:


   ALLASIA. — Al Ministro delle infrastrutture e dei trasporti. — Per sapere – premesso che:
   i cittadini del comune di Collegno, nella città metropolitana di Torino, ed in particolare nella frazione di Savonera, da anni sono esposti all'inquinamento acustico provocato dal traffico della tangenziale di Torino e già nel 2008 hanno anche presentato un esposto alla procura della Repubblica affinché fossero assunti provvedimenti a tutela della propria salute dall'inquinamento ambientale presente;
   da quanto emerge dalle relazioni prodotte dalla società concessionaria della tangenziale A.T.I.V.A. s.p.a. nell'ambito dell'apposita commissione tecnica istituita per analizzare l'impatto acustico, e dalla risposta ad una interrogazione presentata alla giunta della città metropolitana di Torino, i motivi per i quali non sono ancora state installate barriere antirumore nel tratto della tangenziale Nord chilometro 9+800, che interessa la Cascina Bergera di Savonera, dipendono da fatto che tali lavori sono stati esclusi dal piano economico finanziario della società del 2007, dovendo rientrare nei lavori della quarta corsia realizzati da SATT—tangenziale nord di Torino;
   tuttavia, i lavori della quarta corsia sono tuttora sospesi in attesa della definizione del tracciato del nuovo collegamento ferroviario Torino-Lione e, conseguentemente, non sono state realizzate nemmeno le barriere acustiche nella cascina Bergera di Savonera;
   il piano finanziario di A.T.I.V.A. è scaduto in data 31 dicembre 2012 e la società sin da giugno 2012 ha presentato al concedente ANAS (ora Ministero delle infrastrutture e dei trasporti) un nuovo piano con gli investimenti da realizzare nel periodo 2013-2016, fino alla fine della concessione;
   sembra che tale aggiornamento ricomprende gli interventi di mitigazione acustica nella cascina Bergera di Savonera, il cui progetto esecutivo sia stato ultimato e comunicato al concedente in data 18 novembre 2014;
   i lavori per la mitigazione acustica sono ormai improcrastinabili, per limitare l'esposizione dei cittadini a seri danni per la salute a causa dell'inquinamento acustico da traffico, ma, secondo la società A.T.I.V.A, tali interventi potranno essere realizzati solo appena verrà approvato il piano economico finanziario da parte del Ministero delle infrastrutture e dei trasporti –:
   se il Ministro intenda appurare quanto esposto in premessa sulla base di quanto sostenuto dalla concessionaria A.T.I.V.A. s.p.a. e verificare i motivi del ritardo di approvazione del nuovo piano economico—finanziario di tale società, che blocca la realizzazione delle barriere acustiche nel tratto della tangenziale nord di Torino chilometro 9+800, che interessa la cascina Bergera di Savonera, nel comune di Collegno;
   quali siano i tempi di approvazione del piano economico—finanziario 2013-2016 della concessionaria A.T.I.V.A. s.p.a. (4-11398)


   DE LORENZIS e PETRAROLI. — Al Ministro delle infrastrutture e dei trasporti, al Ministro dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare. — Per sapere – premesso che:
   in data 15 luglio 2015, il Ministero delle infrastrutture e dei trasporti, dipartimento per i Trasporti, la navigazione, gli affari generali e il personale, ha emanato una circolare in ordine all'ambito applicativo del decreto, dallo stesso adottato di concerto con il Ministero dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare, n. 79 del 2 marzo 2012, che reca misure generali per limitare o vietare il transito delle navi mercantili finalizzate alla protezione di aree sensibili nel mare territoriale. Detto decreto dispone che nella fascia di mare che si estende per due miglia marine dai perimetri esterni dei parchi e delle aree protette nazionali, marini e costieri, istituiti ai sensi delle leggi 31 dicembre 1982, n. 979 e 6 dicembre 1991, n. 394, e all'interno dei medesimi perimetri sono vietati la navigazione, l'ancoraggio e la sosta delle navi mercantili adibite al trasporto di merci e passeggeri superiori alle 500 tonnellate di stazza lorda. Resta, in ogni caso, la possibilità per le autorità marittime competenti, in relazione alla tipologia dei traffici che ordinariamente interessano le fasce di mare individuate, di disporre, per la fascia esterna ai predetti perimetri, limiti di distanza differenti allo scopo di garantire la sicurezza anche ambientale della navigazione e per l'accesso e l'uscita dai porti;
   nella richiamata circolare si precisa, invece, che l'ambito di applicazione del decreto è limitato al «naviglio mercantile», intendendo il solo riferimento a quelle navi adibite al trasporto merci e passeggeri che costituiscono il carico utile della nave stessa. Se ne distingue (e quindi si esclude dal campo applicativo della richiamata normativa del 2012) il «naviglio da diporto» che, «prescindendo dalla dimensione», è destinato a scopi sportivi e ricreativi. Per cui si finirebbe per operare un discrimine fra le unità ammesse alla navigazione e al transito fondato sul numero delle persone ma disancorato dalla considerazione delle dimensioni dell'unità stessa che, invece, costituisce il dato di maggiore impatto specie sulla sicurezza e sull'ambiente dei luoghi interessati, come dimostrano i tragici eventi legati al naufragio della Costa «Concordia» e il problema delle «grandi navi» a Venezia;
   tali determinazioni sono altresì condivise dal Ministero dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare con la nota n. 13438 dell'8 luglio 2015 per cui il campo applicativo del decreto n. 79 sarebbe limitato alle sole unità mercantili;
   a fondamento si porrebbe la considerazione di un possibile «disequilibrio applicativo» per chi esercitasse un'attività diportistica pura con «ripercussioni negative sulle economie locali» — secondo quanto si legge nel recente provvedimento ministeriale — cui si aggiungerebbe — secondo fonti di stampa — la volontà di approntare una misura per venire incontro alle lamentele delle capitanerie di porto per il gran numero dei controlli da svolgere e sulla possibile disaffezione dei fruitori di «mega yacht» rispetto alle attività ed alle infrastrutture turistiche nei luoghi interessati;
   tra le condizioni enucleate, infatti, si menziona la circostanza che, ai fini dell'esclusione dall'applicazione del decreto, le unità, pur classificate come passenger ship, «di fatto svolgono attività diportistica sia nella fattispecie del cosiddetto diporto puro sia nella configurazione di unità da diporto commerciale». Ai fini dell'accertamento di tali ultime circostanze, in forza della semplificazione operata nel citato provvedimento, sarebbe sufficiente una dichiarazione del comandante e del proprietario/armatore nella quale venga espressamente dichiarato sotto la propria responsabilità quanto precede. Ne seguirà un visto dell'autorità marittima competente –:
   se i Ministri interrogati, nell'ambito delle rispettive competenze, siano in grado, a fronte delle recenti determinazioni assunte con i richiamati provvedimenti, di fornire elementi specifici a garanzia della sicurezza delle persone, dei luoghi interessati e dell'ambiente ed in particolare se ritengano sufficiente, a fini di sicurezza, l'operata semplificazione delle procedure di dichiarazione;
   se il Ministro delle infrastrutture e dei trasporti possa fornire elementi in ordine al numero di dichiarazioni ricevute sulla sussistenza delle condizioni per l'esclusione dal campo applicativo del decreto n. 79 e sugli esiti degli eventuali controlli disposti sulle stesse;
   se i Ministri interrogati intendano rivalutare le rispettive determinazioni assunte in merito alla questione dell'ambito applicativo del decreto n. 79 del 2012, in considerazione delle esposte problematiche di sicurezza ed ambientali e, se del caso, ritengano di includere come condizione per l'operatività dell'esclusione dell'ambito applicativo del decreto non solo il numero delle persone ma anche la valutazione delle dimensioni dell'unità navali. (4-11404)


   MARRONI. — Al Ministro delle infrastrutture e dei trasporti. — Per sapere – premesso che:
   l'articolo 24 del decreto-legge 12 settembre 2014 n. 133, convertito con modificazioni dalla legge n. 164 del 2014 prevede «Misure di agevolazione della partecipazione delle comunità locali in materia di tutela e valorizzazione del territorio»;
   tale norma va nella direzione di una sussidiarietà dei servizi anche a causa della costante riduzione delle risorse per i comuni pari nel 2015 a circa 1,8 miliardi di euro;
   il comma 1 dell'articolo 24 del decreto-legge n. 133 del 2014 prevede che i comuni possano definire «con apposita delibera i criteri e le condizioni per la realizzazione di interventi su progetti presentati da cittadini singoli o associati, purché individuati in relazione al territorio da riqualificare» –:
   quale sia lo stato di attuazione di tale norma;
   quali e quanti enti abbiano approvato la delibera prevista dall'articolo 24;
   se siano state definite iniziative e quali per incentivare, per quanto di competenza, il ricorso da parte degli enti locali a quanto previsto dalla normativa.
(4-11421)


   CANCELLERI. — Al Ministro delle infrastrutture e dei trasporti. — Per sapere – premesso che:
   con la delibera del Consiglio dei ministri 18 maggio 2015, è stato dichiarato lo stato di emergenza relativo agli eventi meteorologici verificatisi nel periodo dal 16 febbraio al 10 aprile 2015 nel territorio delle province di Palermo, Agrigento, Caltanissetta, Enna, Messina e Trapani. (15A04048) (Gazzetta Ufficiale serie generale n. 122 del 28 maggio 2015);
   è stato approvato il piano per la viabilità secondaria da 27 milioni di euro che prevede cinquantasei interventi, piano che era stato presentato dal commissario straordinario Calogero Foti nei primi di agosto 2015;
   ai comuni del Palermitano andranno quasi 17 milioni per 12 interventi, circa 5 milioni nel Messinese per 22 cantieri, più di due milioni nell'Agrigentino per 10 lavori e un milione e mezzo nel Nisseno per 4 cantieri;
   tramite posta certificata (con identificativo messaggio A9F10ED2.0005CEE5.C02E75A3.BE8590D9) l'interrogante ha provveduto ad inviare al Ministro interrogato uno schema contenente segnalazioni puntuali di possibili interventi da effettuare sulle strade provinciali e statali della Sicilia –:
   se il Ministro intenda mappare, per quanto di competenza, le reali condizioni della viabilità siciliana;
   se il Ministro intenda intervenire in maniera adeguata, per quanto di competenza, monitorando l'utilizzo delle risorse messe a disposizione e, soprattutto, se intenda vigilare affinché non vi siano sprechi, ritardi, distrazioni o lentezze burocratiche, rendendo pubblici i dati sulle infrastrutture, che saranno messe in manutenzione. (4-11428)


   ARLOTTI. — Al Ministro delle infrastrutture e dei trasporti. — Per sapere – premesso che:
   il progetto TRC – Trasporto Rapido Costiero è stato inserito nel 1° programma nazionale delle opere strategiche (legge obiettivo n. 443/01 e successive modificazioni e integrazioni);
   la realizzazione della prima tratta, Rimini FS-Riccione FS, ha ricevuto con delibera Cipe n. 86 del 2004, n. 70 del 2005 e n. 93 del 2006 un finanziamento statale;
   il progetto TRC, prima tratta, è stato approvato in sede di conferenza di servizi deliberante presso il Ministero delle infrastrutture e dei trasporti;
   il 22 gennaio 2008 l'Agenzia mobilità ha aggiudicato all'associazione temporanea di impresa che vede capogruppo Cogel Spa l'appalto integrato dei lavori di realizzazione del trasporto rapido costiero (TRC) Rimini/Fiera-Cattolica, 1° stralcio funzionale tratta Rimini FS-Riccione FS Metropolitana leggera di superficie in affiancamento;
   in data 15 luglio 2008 è stato sottoscritto tra tutti i sindaci interessati dalla realizzazione dell'infrastruttura Metrò della Costa l'accordo di programma sulle modalità operative di esecuzione dell'opera stessa, sul riparto dei costi in capo a ciascun comune firmatario;
   i lavori relativi all'infrastruttura principale hanno avuto inizio nel luglio 2012 e sono attualmente in fase di esecuzione;
   nel settembre 2013 i lavori hanno avuto inizio anche nel territorio del comune di Riccione;
   ogni eventuale modifica all'opera, tranne quelle che il codice degli appalti riserva alla stazione appaltante, può essere decisa esclusivamente in sede di comitato di coordinamento del TRC, composto da regione Emilia-Romagna, provincia e comuni di Rimini, Misano Adriatico e Riccione, Agenzia della mobilità, stazione appaltante dell'opera;
   già nel maggio 2015 l'allora Ministro Maurizio Lupi, in occasione di una sua visita istituzionale a Riccione, aveva ribadito come l'opera TRC si potesse modificare solo a condizioni che eventuali varianti fossero approvate dal comitato di coordinamento;
   lo stesso comitato nel luglio 2014 aveva respinto le proposte di modifica avanzate dal comune di Riccione;
   lo stesso comune di Riccione ha promosso l'impugnazione della decisione del comitato di coordinamento, avanti al TAR dell'Emilia Romagna;
   il Ministero delle infrastrutture e dei trasporti si è costituito in giudizio contro l'annullamento unitamente alla stazione appaltante agenzia mobilità della provincia di Rimini e la regione Emilia Romagna;
   il comune di Riccione, una volta risultato soccombente presso il TAR dell'Emilia Romagna (con sentenza del 30 ottobre 2014), ha proposto appello al Consiglio di Stato;
   anche nel secondo grado di giudizio il Ministero delle infrastrutture e dei trasporti si è costituito in giudizio unitamente alla stazione appaltante Agenzia mobilità della provincia di Rimini e la regione Emilia Romagna;
   il Consiglio di Stato ha rigettato l'appello proposto dal comune di Riccione con sentenza dell'11 febbraio 2015;
   con determinazione dirigenziale n. 877 del 21 settembre 2015 il comune di Riccione ha disposto l'affidamento dell'incarico professionale per la redazione di una perizia tecnica sulla corretta esecuzione dei lavori del trasporto rapido costiero all'ingegnere Henry Del Greco, mediante cottimo fiduciario con affidamento diretto;
   obiettivo dell'affidamento dell'incarico è per l'amministrazione comunale di Riccione «verificare che i lavori di esecuzione dell'infrastruttura sopra specificata siano eseguiti correttamente e nel pieno rispetto dell'accordo di programma sopra richiamato nonché della normativa di riferimento», nonché «verificare la sussistenza di possibili varianti o miglioramenti al progetto dell'infrastruttura in corso di realizzazione mediante specifica valutazione progettuale di fattibilità»;
   l'incaricato nello specifico dovrà redigere una relazione tecnica avente ad esame e commento il progetto definitivo della linea trasporto rapido costiero Rimini FS-Riccione FS con approfondimento della fattibilità tecnica di eventuali variazioni planoaltimetriche del percorso e di quota utili per mitigare l'impatto architettonico/ambientale prodotto dalle infrastrutture in progetto nelle aree centrali del tessuto urbano del comune di Riccione;
   l'ingegner Henry Del Greco risulta essere dirigente di II fascia presso il Ministero delle infrastrutture e dei trasporti, direzione generale per le dighe e le infrastrutture idriche ed elettriche, divisione 1, nonché dirigente ad interim dell'ufficio tecnico per le dighe di Milano;
   con nota pervenuta al comune di Riccione, prot. n. 30029 del 21 luglio 2015, il direttore generale del Ministero delle infrastrutture e dei trasporti ha autorizzato l'ingegner Henry Del Greco all'incarico professionale in questione ai sensi dell'articolo 53 del decreto legislativo n. 165 del 2001 e successive modificazioni e integrazioni –:
   se ritenga opportuno l'affidamento all'ingegner Del Greco, dirigente dipendente del Ministero delle infrastrutture e dei trasporti, di una consulenza per la verifica di un'opera finanziata dallo Stato, approvata e realizzata sotto il controllo del medesimo Ministero;
   se non ritenga che si possa configurare per l'ingegner Del Greco un conflitto di interessi fra i ruoli che riveste;
   se l'ingegner Del Greco, con il proprio curriculum, rappresenti una professionalità adeguata all'incarico affidato;
   chi abbia valutato e autorizzato l'ingegner Del Greco all'incarico professionale affidatogli dal comune di Riccione.
(4-11443)


   LAFFRANCO. — Al Ministro delle infrastrutture e dei trasporti. — Per sapere – premesso che:
   il 24 aprile 2015, il Sottosegretario per le infrastrutture e trasporti, Umberto Del Basso De Caro, nel rispondere ad un'interpellanza urgente presentata alla Camera dei deputati, in merito alle «iniziative di competenza volte a verificare la sicurezza e la solidità strutturale della galleria La Franca, lungo la strada statale 77 Foligno — Civitanova Marche» ha dichiarato: «... per la galleria La Franca sono stati ispezionati, con tecnologia georadar 240 metri del rivestimento definitivo per ciascuna canna, pari a quattro tratte di sessanta metri; i tratti da ispezionare sono stati scelti dall'alta sorveglianza Quadrilatero. Le risultanze dei controlli, hanno evidenziato che il rivestimento di calotta presenta spessori conformi a quelli teorici, previsti nel progetto esecutivo approvato. Ad ogni buon fine, per fugare qualsiasi dubbio, in relazione alle testimonianze anonime citate dagli onorevoli interroganti, la Quadrilatero ha esteso all'intera galleria La Franca l'indagine georadar, già compiuta, come detto, su oltre il venti per cento della lunghezza complessiva. I rilievi in campo hanno avuto inizio in data dieci aprile 2015. I dati acquisiti necessitano di una elaborazione di laboratorio, e la loro restituzione è prevista alla fine del corrente mese. Assicuro l'attenta verifica del Ministero delle infrastrutture e dei trasporti su tutte codeste azioni intraprese. Da ultimo, informo che la procura della Repubblica presso il tribunale di Spoleto, per tramite della legione carabinieri Umbria, in data 15 aprile 2015 ha richiesto alla società Quadrilatero Marche Umbria, tutta la documentazione inerente la galleria La Franca»;
   nella risposta fornita dal Governo, si evidenziava che i controlli già effettuati dalla società Quadrilatero, e quelli in atto al momento, sono tutti in capo alla stessa stazione appaltante, ovvero la società che ha realizzato e sta realizzando l'infrastruttura, venendo pertanto meno, a giudizio dell'interrogante, qualsiasi requisito di terzietà ed imparzialità;
   il Governo stesso, nel rispondere all'interpellanza, evidenziava che ulteriori rilievi realizzati dalla società Quadrilatero sono stati avviati il 10 aprile 2015 e che i dati risultanti sarebbero stati resi disponibili entro la fine del mese di aprile, ma ad oggi non si è ancora avuta alcuna notizia in merito agli esiti dei controlli sull'intera galleria La Franca;
   dalla mattinata di giovedì 26 novembre 2015 i carabinieri del comando provinciale di Perugia, con l'ausilio del reparto indagini tecniche del Ros, stanno effettuando una serie di verifiche all'interno della galleria in questione, al fine di accertare la fondatezza di quanto denunciato nei mesi scorsi da due anonimi operai, che avevano rivelato agli organi di stampa presunte irregolarità strutturali emerse durante l'esecuzione dei lavori, che potrebbero addirittura compromettere la sicurezza e la tenuta dell'opera;
   lo scopo dei controlli dei carabinieri è proprio quello di verificare sia lo spessore di cemento che costituisce la volta della galleria, sia la qualità dei materiali utilizzati per la realizzazione;
   non viene esclusa la possibilità di estendere controlli similari anche ad altre gallerie lungo il tracciato della nuova strada statale 77 «Val di Chienti»;
   secondo quanto pubblicato dal Corriere dell'Umbria in data 12 dicembre 2015 nella cronaca locale, si riporta testualmente: «Dalle strette maglie della procura della Repubblica di Spoleto filtrano notizie relative all'inchiesta sulla strada Valdichienti. Almeno sei sarebbero le persone iscritte sul registro degli indagati, alcune delle quali per ipotesi di reato gravi come truffa per pubblica fornitura e tentata strage» –:
   se il Ministro interrogato sia a conoscenza dei fatti esposti, in particolar modo relativamente ai recenti accertamenti in corso da parte dei carabinieri e degli ultimi sviluppi dell'indagine;
   se questi potranno influire sul completamento del nuovo tratto della strada statale 77 «Val di Chienti» ed, in tal caso, con quali conseguenze;
   se sia in grado, al momento, di indicare con esattezza la data o il periodo previsto per l'inaugurazione completa dell'intera opera, considerando i due precedenti rinvii, l'ultimo dei quali già previsto in data 4 dicembre in occasione delle celebrazioni di Santa Barbara. (4-11444)

INTERNO

Interpellanza:


   Il sottoscritto chiede di interpellare il Ministro dell'interno, il Ministro della giustizia, per sapere – premesso che:
   la sospensione del dirigente del sindacato autonomo di polizia(Sap) avvenuta la scorsa settimana, per presunte notizie ritenute false e tendenziose nel corso della trasmissione televisiva «Ballarò», in merito agli equipaggiamenti delle forze dell'ordine, ritenuti estremamente precari ed insicuri, ripropone, a giudizio dell'interpellante, le difficoltà sulle effettive condizioni dell'apparato della sicurezza con cui operano gli agenti di polizia, nonché le complessità derivanti dai rapporti sempre più problematici, tra i vertici della polizia di Stato e gli stessi agenti di pubblica sicurezza;
   al riguardo, l'interpellante evidenzia come l'intervento del Sap sulla vicenda, a sostegno del dirigente sospeso dal servizio, sia condivisibile ed estremamente importante, in considerazione che gli elementi illustrati durante il servizio televisivo, non soltanto sono veritieri e dimostrano effettivamente il logoramento dei caschi protettivi utilizzati per l'ordine pubblico, ma ribadiscono, in senso generale, l'inadeguatezza con la quale l'intero equipaggiamento utilizzato dai poliziotti dai giubbotti antiproiettile, (molti dei quali scaduti) alle armi obsolete, fino alle autovetture di servizio deteriorate, risulti nel complesso inutilizzabile;
   l'interpellante evidenzia, altresì, come il provvedimento disciplinare di sospensione firmato dal capo della polizia Alessandro Pansa, nei confronti del quale il Sap – ha esposto una denuncia, contiene gravi elementi di falsità, fondamentali ai fini della decisione dell'avvenuto allontanamento del dirigente, che determineranno inevitabili sviluppi della vicenda;
   i sospetti ed i timori fondati che il Sap evidenzia, condivisi peraltro dall'interpellante, sono determinati dal fatto che quanto accaduto, in realtà sia stato organizzato volutamente e con scopo intimidatorio, probabilmente per inibire la maggior parte delle forze dell'ordine, che giustamente denuncia le condizioni di inadeguatezza e estrema precarietà con le quali operano quotidianamente al servizio della comunità nazionale e a tutela della nazione;
   l'interpellante evidenzia altresì che le criticità segnalate dal dirigente del Sap, che rilevano effettivamente (come in precedenza richiamato), le gravi carenze del materiale in dotazione al personale impegnato nelle attività di controllo del territorio, s'inseriscono inoltre in un contesto particolarmente grave e pericoloso in tema di sicurezza nazionale e di sorveglianza del territorio, in considerazione delle costanti minacce del terrorismo internazionale di matrice islamica, nei confronti delle quali, necessitano urgenti misure straordinarie volte a potenziare l'intero apparato di sicurezza nazionale, a partire proprio dagli equipaggiamenti forniti ai poliziotti, oltre ad assicurare un miglior sostegno in termini economici nei riguardi dei medesimi;
   il Sap inoltre rileva che, al collega sospeso, non sia stato notificato alcun atto relativo a procedimento penale ma, come suesposto, gli è stata notificata una sospensione disciplinare dal servizio, peraltro, inapplicabile se si valutano le disposizioni degli impiegati civili dello Stato e non la speciale e posteriore normativa prevista per la polizia di Stato;
   la suesposta vicenda, in definitiva, a giudizio dell'interpellante, desta sconcerto e preoccupazione sia con riferimento alle crescenti difficoltà connesse ai rapporti tra il sindacato autonomo di polizia (che da diversi anni, denuncia l'urgenza di introdurre rapide misure volte a potenziare l'apparato di sicurezza), con gli stessi vertici della polizia di Stato, i cui effetti si ripercuotono negativamente sul funzionamento organizzativo e di tutela dell'intera comunità nazionale, che con riferimento alla sospensione del dirigente del Sap, che alimenta i conflitti all'interno dell'organo di polizia;
   la necessità d'istituire una commissione d'inchiesta parlamentare, sulle condizioni dell'apparato della sicurezza del Paese, a giudizio dell'interpellante, rappresenta, inoltre, una misura necessaria ed importante, in grado di analizzare in maniera più approfondita e rigorosa, le effettive condizioni di sicurezza con le quali gli operatori delle forze dell'ordine svolgono quotidianamente il delicato lavoro di presidio e di tutela del territorio nazionale, come peraltro denunciato da diversi anni dai rappresentanti sindacali di polizia –:
   quali orientamenti nell'ambito delle rispettive competenze, i Ministri interrogati intendano esprimere con riferimento a quanto esposto in premessa;
   se in particolare il Ministro dell'interno, condivide le considerazioni evidenziate dal Sap in merito alle condizioni estremamente critiche con le quali le forze dell'ordine svolgono la propria attività, sia dal punto di vista degli equipaggiamenti di lavoro, considerati non più idonei, che dei rapporti sempre più complicati tra i vertici della polizia di Stato e gli agenti di pubblica sicurezza;
   se il Ministro dell'interno, non ritenga opportuno prevedere l'avvio di un'apposita indagine ministeriale, al fine di accertare le reali condizioni generali con cui operano gli stessi agenti di pubblica sicurezza e di stabilire un quadro certo e definito dell'intero apparato, alla luce peraltro delle nuovo assetto di regole e disposizioni di competenze istituzionali, nonché di un miglioramento complessivo dell'autorità di pubblica sicurezza;
   quali iniziative di competenza, i Ministri interpellati intendano assumere al fine di coordinare il sistema organizzativo e d'intervento delle forze dell'ordine in modo tale da adeguare il sistema della sicurezza pubblica, alle sfide e le minacce del terrorismo internazionale che insidiano non soltanto il nostro Paese, ma l'intero continente europeo.
(2-01198) «Palmizio».

Interrogazioni a risposta in Commissione:


   DADONE, DIENI e NESCI. — Al Ministro dell'interno. — Per sapere – premesso che:
   con l'articolo 14, comma 1, del decreto legislativo 334 del 2000 è stato istituito il ruolo direttivo speciale della polizia di Stato;
   il nuovo ruolo direttivo avrebbe dovuto essere costituito, a partire dal 2001 e fino al 2005, secondo le previsioni di cui agli articoli 24 e 25 del decreto legislativo medesimo;
   le suddette disposizioni di legge sono rimaste inattuate, in quanto, a partire dal 2001, non è stato bandito alcun concorso per la copertura della dotazione organica del ruolo direttivo speciale, che invece è stato regolarmente costituito nelle altre forze di polizia ad ordinamento militare e nella polizia penitenziaria, con grave danno soltanto per il personale della polizia di Stato;
   ad aggravare la situazione di disparità si è aggiunto l'articolo 1, comma 261, della legge 23 dicembre 2005, n. 266, con il quale, da ultimo, è stato stabilito che «fino a quando non saranno approvate le norme per il riordinamento dei ruoli del personale delle Forze di polizia ad ordinamento civile e degli ufficiali di grado corrispondente delle Forze di polizia ad ordinamento militare e delle Forze armate, è sospesa l'applicazione dell'articolo 24 del decreto legislativo 5 ottobre 2000, n. 334, e successive modificazioni»;
   a seguito della sospensione dell'applicazione dell'articolo 24 citato, con il medesimo articolo 1, comma 261, della legge 266 del 2005, il legislatore ha previsto, in via transitoria, che «alle esigenze di carattere funzionale» si dovesse provvedere, in particolare, «mediante l'affidamento, agli ispettori superiori-sostituti ufficiali di pubblica sicurezza “sostituti commissari”, delle funzioni di cui all'articolo 31-quater, comma 6, del decreto del Presidente della Repubblica 24 aprile 1982, n. 335, e successive modificazioni», ossia «le funzioni di vice dirigente di Uffici o unità organiche in cui, oltre al funzionario preposto, non vi siano altri funzionari del ruolo dei commissari o del ruolo direttivo speciale»;
   ai sensi del citato articolo 31-quater, comma 6, del decreto del Presidente della Repubblica 335 del 1982, «gli uffici nell'ambito dei quali possono essere affidate funzioni predette, nonché ulteriori funzioni di particolare rilevanza», sono individuati «con decreto del Capo della Polizia-Direttore Generale della Pubblica Sicurezza»;
   il legislatore del 2005, pur sospendendo l'applicazione dell'articolo 24 del decreto legislativo 334 del 2000, ha previsto una disciplina transitoria che l'amministrazione era tenuta ad attuare nell'attesa dell'emanazione delle nuove norme di riordino dei ruoli del personale delle forze di polizia ad ordinamento civile e degli ufficiali di grado corrispondente delle forze di polizia ad ordinamento militare e delle forze armate;
   le predette disposizioni legislative, anche in questo caso, non hanno mai avuto attuazione, con la conseguenza che in molti uffici o unità organiche in cui, oltre al funzionario preposto, non vi sono altri funzionari del ruolo dei commissari, per quanto normativamente previsti, gli appartenenti al ruolo degli ispettori sono costretti a svolgere – di fatto e in maniera non occasionale o temporanea come previsto dalla legge – non soltanto le funzioni proprie del ruolo direttivo, ma, nei casi di assenza o impedimento del titolare dell'ufficio, anche quelle di vice-dirigente o addirittura di dirigente; e ciò senza che l'ufficio sia stato previamente individuato – in considerazione dell'importanza delle funzioni predette – «con decreto del Capo della Polizia-Direttore Generale della Pubblica Sicurezza»;
   pertanto, da dieci anni a questa parte, il Ministero dell'interno sta provvedendo «alle esigenze di carattere funzionale» conseguenti alla sospensione dell'applicazione dell'articolo 24 del decreto legislativo 334 del 2000 e successive modificazioni ed integrazioni di fatto in maniera non conforme alla legge;
   a fronte di tale prolungata inerzia, in data 3 ottobre 2014, il «Comitato per la tutela degli ispettori della polizia di Stato» (identificato anche con l'acronimo Co.T.I.Pol.) ha formalmente chiesto al Ministero dell'interno di dare attuazione alle disposizioni contenute nell'articolo 1, comma 261, lettera a), della legge 266 del 2005;
   in mancanza di un'adeguata risposta da parte dell'amministrazione, il Co.T.I.Pol. ha adito il T.A.R. del Lazio, che ha accolto il ricorso con sentenza 8328/2015, ordinando al Ministero dell'interno di provvedere entro 90 giorni, con decreto del Capo della polizia, alla formale individuazione degli uffici nell'ambito dei quali le funzioni di cui all'articolo 31-quater, comma 6, del decreto del Presidente della Repubblica 335 del 1982 possono essere affidate, così come previsto dall'articolo 1, comma 261, della legge 266 del 2005;
   a seguito dell'impugnazione del Ministero, di recente si è pronunciato anche il Consiglio di Stato con sentenza n. 5251/2015, il quale, in accoglimento dell'appello, ha osservato che nella fattispecie «non si ravvisa l'obbligo dell'Amministrazione, nella specie il Ministero dell'interno, di provvedere nei confronti del privato in quanto nel caso in esame l'amministrazione anzidetta se pure vincolata nell’“an” ad assumere l'invocato provvedimento non lo è nel ‘quando’; di conseguenza, essendo la materia riservata al potere discrezionale dell'amministrazione, nessun vincolo almeno nel ‘quando’, sussisterebbe in capo al Ministero dell'interno di emissione dell'invocato provvedimento»;
   ciò nondimeno, il Consiglio di Stato ha precisato che, «logicamente, ciò non vuol dire che l'amministrazione possa “sine die” rimanere inerte ed esimersi dal disciplinare gli adempimenti stabiliti dalla legge»;
   il personale interessato rappresenta la quasi totalità dei comandanti degli uffici delle specialità della polizia di Stato, ossia della polizia stradale, ferroviaria e postale, e dei responsabili delle sezioni della squadra mobile, della digos e dei commissariati, che da oltre 10 anni stanno subendo intollerabili disparità di trattamento, sia sul piano economico che professionale, rispetto agli omologhi delle altre forze di polizia e tali disparità sono generate in primis da un'amministrazione a giudizio degli interroganti disattenta nei confronti del proprio personale;
   il Capo della polizia, nonostante una specifica richiesta di incontro da parte del Co.T.I.Pol., riconosciuto dal TAR del Lazio come soggetto unitario di rappresentanza degli appartenenti all'intero ruolo degli ispettori, a quanto risulta agli interroganti continua a rimanere silente –:
   se vi siano particolari ragioni per cui il Ministero dell'interno ha ritenuto di poter dare attuazione, negli anni, soltanto al disposto di cui alla lettera b) dell'articolo 1, comma 261, della legge 266 del 2005 e non anche al disposto di cui alla lettera a), quantunque dall'attuazione di quest'ultima non sarebbero derivati maggiori oneri per lo Stato, a differenza della prima; 
   se, a fronte dell'obbligo di legge e alla luce della citata pronuncia del Consiglio di Stato, il Ministro ritenga di porre fine allo stato di inerzia, ormai protrattosi per ben dieci anni, e dare finalmente attuazione all'articolo 1, comma 261, lettera a), della legge 266 del 2005, previa attuazione dell'articolo 31-quater, comma 6, del decreto del Presidente della Repubblica 335 del 1982;
   se, in vista delle ormai imminenti modificazioni agli ordinamenti del personale delle forze di polizia di cui all'articolo 16 della legge 121 del 1981, come stabilito dalla legge-delega 124 del 2015, sia intenzione del Ministro assumere iniziative per provvedere alla previa costituzione del ruolo direttivo speciale della polizia di Stato, in attuazione dell'articolo 25 del decreto legislativo 334 del 2000, al fine di riallineare le qualifiche apicali del ruolo degli ispettori alle omologhe qualifiche degli appartenenti alle altre forze di polizia. (5-07191)


   PAOLO NICOLÒ ROMANO e FRUSONE. — Al Ministro dell'interno, al Ministro della salute. — Per sapere – premesso che:
   con deliberazione dei Consigli Comunali di Gaeta n. 6 del 4 febbraio 2014 e di Bracciano n. 6 del 13 marzo 2014 veniva costituito, ai sensi per gli effetti dell'articolo 31 del decreto legislativo n. 267 del 2000 e dell'articolo 9 della legge n. 475/1968, il consorzio intercomunale delle farmacie laziali (Coifal), per l'esercizio integrato delle funzioni relative ai servizi farmaceutici dei comuni consorziati. In data 26 febbraio 2015 ha aderito al consorzio anche il comune di Castel Madama;
   con bando pubblicato in data 16 giugno 2015 Coifal indiceva una procedura aperta ad evidenza pubblica per la selezione di un socio privato di maggioranza di una società per azioni pubblico-privata per la gestione del servizio di farmacia comunale dei comuni consorziati (Gaeta, Bracciano e Castel Madama) al quale affidare l'80 per cento delle quote. Per l'affidamento di tale gestione di durata trentennale nel bando era fissato un prezzo a base d'asta di euro 1.544.000,00 corrispondente all'importo «una tantum» di euro 140.000 e della somma dei relativi canoni mensili di euro 1.300 per ogni singola sede farmaceutica per l'intero periodo della durata dell'affidamento. In più era stabilito una percentuale non inferiore allo 0,50 da corrispondersi in rate annuali negli esercizi in cui il fatturato sia stato pari o superiore a 7 milioni di euro;
   tale gara veniva aggiudicata dall'unico concorrente, la società Servizi Farmaceutici Integrati srl che risulta essere stata costituita in data 9 luglio 2015 ed iscritta in data 20 luglio 2015, con sede nel box 45 del Centro Leonardo del comune di Spigno Saturnia in provincia di Latina, appositamente per la partecipazione a tale bando. Inoltre dalla visura camerale risulta che socio unico società Mages srl titolare di altre compagini societarie (proprietaria del 46,18 per cento Soc.I.Gess Spa e del 75 per cento di Incofarma spa) risultanti aggiudicatrici di analoghe gare in numerosi comuni della provincia di Caserta, Napoli e Avellino). Risulta, infatti, che tramite complessi meccanismi societari la società Mages srl controlla di fatto i servizi socio sanitari e farmaceutici della regione Campania «INCO FARMA Spa — CISS», con ben 24 farmacie e si appresta a replicare lo stesso schema anche nella regione Lazio con le prime tre indiscusse acquisizioni (Gaeta, Bracciano e Castel Madama) e altre 15 in programma;
   numerose sono le anomalie riscontrate in tutta questa oscura vicenda, che hanno formato oggetto di diversi articoli di stampa nonché di varie e circostanziate denunce alle competenti autorità giudiziaria, a partire dal modello gestionale scelto dalle amministrazioni coinvolte in aperta violazione dell'articolo 9 della legge 475 del 1968 (come modificato dall'articolo 10 della legge 362 del 1991) che prevede espressamente che: «La titolarità delle farmacie che si rendono vacanti e di quelle di nuova istituzione a seguito della revisione della pianta organica può essere assunta per la metà dal comune. Le farmacie di cui sono titolari i comuni possono essere gestite, ai sensi della legge 8 giugno 1990, n. 142, nelle seguenti forme:
    a) in economia;
    b) a mezzo di azienda speciale;
    c) a mezzo di consorzi tra comuni per la gestione delle farmacie di cui sono unici titolari;
    d) a mezzo di società di capitali costituite tra il comune e i farmacisti che, al momento della costituzione della società, prestino servizio presso farmacie di cui il comune abbia la titolarità»;
   i tre comuni (Gaeta, Bracciano e Castel Madama) avendo optato per il modulo di gestione del consorzio tra comuni, ai sensi della lettera c) dell'articolo 9 della legge 475 del 1968, costituendo il Coifal avrebbero dovuto gestire le farmacie comunali direttamente tramite detto consorzio. Viceversa si è dato vita ad un assurdo giuridico in cui la gestione delle farmacie comunali in questione viene dal Coifal dato in affidamento ad una società pubblico-privata, peraltro partecipata in misura maggioritaria da un socio privato (80 per cento). I comuni avrebbero potuto optare, ai sensi della successiva lettera d) della sopracitata legge, per la società mista ma a condizione di revocare, con giusta motivazione, l'affidamento al consorzio. Invece, in questa vicenda non solo è stata palesemente violata la normativa sui moduli di gestione delle farmacie comunali, ma i tre comuni sono stati altresì privati di qualsiasi potere decisionale e di controllo a loro spettanti in qualità di unici titolari degli esercizi farmaceutici oggetto dell'affidamento;
   i tre comuni, nella volontà di optare per un nuovo modulo gestionale delle farmacie comunali, avrebbero non solo dovuto deliberare la revoca del consorzio ma avrebbero dovuto esse stesse e non il Coifal, come avvenuto, indire una gara per l'individuazione di un socio privato e certamente non con una quota maggioritaria dovendo mantenere in capo all'ente appaltante ogni forma di controllo della società. Infatti, sull'illiceità di forme di partecipazione minoritarie da parte dei comuni in società per azioni di farmacie comunali si è pronunciata la Corte dei Conti, in quanto si determinerebbe, tra le altre cose, il venir meno del controllo analogo (cfr. Corte dei Conti sez. di controllo Lombardia 532/2012/par.) e comunque il venir meno di una effettiva vigilanza sulla loro governance (cfr Cons. Stato, Serz. V, 9 marzo 2009 n. 1365);
   oltre a denotare, ad avviso degli interroganti, un contrasto con la normativa vigente, tutta questa operazione ha risvolti pesanti per i bilanci pubblici dei rispettivi comuni coinvolti poiché esclusa l'irrisoria somma « una tantum» di 140 mila euro, il profitto si rivelerebbero solo di 1300 euro al mese relativi ai canoni mensili delle farmacie poiché la corresponsione dello 0,50 per cento, prevista esclusivamente negli esercizi in cui il fatturato della società mista sia pari o superiore a 7 milioni di euro, risulta essere, secondo gli interroganti, inverosimile;
   le numerose irregolarità riscontrate hanno spinto le associazioni professionali dei farmacisti ad adire l'autorità giudiziaria. [In particolare, le farmacie private del comune di Gaeta in data 20 novembre 2015 hanno presentato un esposto alla procura regionale della Corte dei Conti del Lazio «... al fine di accertare l'eventuale sussistenza di ipotesi di responsabilità erariale anche a titolo di responsabilità di apparato, a carico dei comuni di Bracciano, Gaeta, Castel Madama e del Cal.fa.l.» mentre l'Associazione nazionale di lotta contro le illegalità e le mafie «Antonino Caponnetto» in data 12 novembre 2015 ha inviato un esposto ai prefetti delle province di Roma, Napoli, Caserta, Salerno e Latina per chiedere di avviare nei confronti degli amministratori «che hanno reso possibile l'adozione di atti amministrativi contrastanti con le norme sopra richiamate procedimenti amministrativi volti all'applicazione delle misure di rigore di cui all'articolo 141 comma 1, lett. a), articolo 142 commi 1 e 2, articolo 138 del decreto legislativo 18 agosto 2000, n. 267»;
   la pressione mediatica e giudiziaria sull'intera vicenda ha portato in data 30 novembre 2015 alle dimissioni del sindaco di Bracciano, Giuliano Sala e di 10 consiglieri della sua maggioranza. Viceversa, il sindaco del comune di Gaeta, Cosmo Mitrano, in occasione del consiglio comunale del 23 novembre 2015, si è semplicemente limitato a dichiarare che «... c'e stata una scarsa pubblicizzazione per la scelta del socio privato e una totale assenza del consiglio comunale, organo deputato alle scelte della città», ammettendo, di fatto, le sue gravi responsabilità senza però assumere provvedimenti idonei ad assicurare il ripristino della legalità violata;
   in tutta questa vicenda appaiono agli interroganti evidenti i comportamenti antigiuridici delle amministrazioni direttamente coinvolte con la palese e continuata violazione delle disposizioni di legge in materia di affidamento e gestione dei servizi sociosanitari delle farmacie comunali, e la mancata trasparenza degli atti sia nelle fasi precedenti le delibazioni consiliari che successive con l'attivazione di un bando di gara ad evidenza pubblica di dubbia legittimità nel merito e nel metodo –:
   se i Ministri interrogati siano a conoscenza di quanto esposto in premessa e se non ritengano opportuno verificare se sussistano i presupposti per assumere le iniziative di competenza ai sensi degli articoli 141 e seguenti del Testo unico di cui al decreto legislativo 18 agosto 2000, n. 267. (5-07213)


   PILI. — Al Ministro dell'interno. — Per sapere – premesso che:
   l’escalation di sbarchi di clandestini migranti nelle coste del Sulcis sta assumendo dimensioni e frequenze sempre più preoccupanti;
   tale preoccupazione nasce da due elementi in particolare: prima di tutto l'evoluzione di una nuova rotta sempre più frequente, in secondo luogo la mancanza di reali controlli che rischiano di favorire attraverso questo flusso migratorio l'ingresso in Sardegna di soggetti dediti ad attività terroristiche;
   la provenienza di gran parte di questi migranti è di aree decisamente a rischio di terrorismo jaddista;
   in tal senso, si registra la preoccupazione di forze dell'ordine e istituzioni locali per un'evoluzione che non trova la giusta e adeguata risposta;
   a questo si aggiunge che questo tipo di sbarchi avviene in pieno inverno e con rischi evidenti che lasciano dubbi sulle modalità con le quali si svolgono;
   è difficile pensare solo ad un atteggiamento temerario, mentre va indagata la possibilità di una vera e propria organizzazione che stia utilizzando «navi hub» e di appoggio per svolgere buona parte della traversata in presunta sicurezza e poi affidare a barchini l'ultimo tratto di percorrenza sino allo sbarco;
   è capitato più volte che i barchini fossero del tutto inadeguati per una vera e propria attraversata da costa a costa;
   è stato riscontrato ripetutamente che i migranti una volta ritrovati fossero asciutti senza particolari conseguenze dalla lunga traversata;
   in alcuni casi gli stessi sarebbero stati provvisti di satellitare;
   nel solo ultimo mese di dicembre 2015 sono risultati diversi gli episodi;
   il 5 dicembre 2015 14 migranti irregolari hanno raggiunto le coste della Sardegna nel porto commerciale di Sant'Antioco alle 22.00 circa a bordo della motovedetta CP812 dell'ufficio circondariale marittimo di Sant'Antioco;
   dopo aver ricevuto la notizia dal superiore comando generale del Corpo delle capitanerie di porto l'equipaggio della motovedetta ha mollato gli ormeggi dirigendo sull'Isola del Toro (a circa 12 Nm dall'imboccatura del Porto di Sant'Antioco): l'imbarcazione sulla quale navigavano i 14 migranti irregolari di nazionalità tunisina e algerina si trovava in imminente stato di affondamento, per questo dopo aver effettuato il trasbordo e messo in sicurezza i migranti, il comandante della motovedetta ha subito fatto rotta verso il porto;
   il comandante della capitaneria di porto di Cagliari Roberto Isodori, negli stessi giorni dichiarava: «Servirebbe una maggiore attenzione sugli sbarchi che stanno avvenendo quasi quotidianamente nella costa sud della Sardegna, in particolare nel Sulcis. I migranti che arrivano con i barchini provengono da zone sensibili come l'Algeria con forti vocazioni jihadiste»;
   l'allarme lanciato dal comandante della capitaneria di porto di Cagliari Roberto Isodori, è esplicito, secondo quanto riportato dall'agenzia Agi: «Non abbiamo elementi certi per dire che ci siano infiltrati, ma c’è da stare in allerta e aumentare i controlli a terra, le precauzioni sono già tutte prese ma siamo in allerta, perché spesso i barchini sfuggono ai controlli radar»;
   il 7 dicembre AdnKronos riporta: «Nuovo sbarco di migranti provenienti dal Nord Africa, ieri pomeriggio nelle coste del Sulcis. Sei uomini e una donna, tutti maggiorenni, di sedicente nazionalità algerina, sono sbarcati a Sant'Antioco (Carbonia Iglesias). Buone, nonostante il freddo, le loro condizioni di salute. Nel corso della notte sono stati trasferiti al Cara di Cagliari-Elmas per le procedure di identificazione. È il secondo sbarco in due giorni a Sant'Antioco. Venerdì notte la Guardia Costiera ha soccorso 14 migranti tunisini e algerini a bordo di un barcone in pessime condizioni che rischiavano di affondare vicino all'Isola del Toro, a circa 12 miglia a sud del porto di Sant'Antioco»;
   il 15 dicembre l'agenzia ansa ha riferito di un nuovo sbarco di migranti nel Sulcis, sulla costa sud occidentale della Sardegna. Nella notte l'unità d'altura del primo reggimento corazzato impegnata in attività di vigilanza nella zona di Porto Pino, a Teulada, ha intercettato un barchino in legno lungo circa sette metri con a bordo sette cittadini stranieri. Sul posto è subito arrivata una motovedetta dalla capitaneria di porto di Sant'Antioco che ha soccorso i migranti portandoli a bordo. La barca è stata inizialmente trainata dall'unità dell'Esercito, ma il cavo si è rotto ed è andata alla deriva. I migranti, tutti uomini presumibilmente algerini, una volta arrivati in porto sono stati affidati ai carabinieri. Dopo le operazioni di identificazione sono stati trasferiti nel centro di prima accoglienza di Elmas;
   il 16 dicembre come riportato da AdnKronos è avvenuto un nuovo sbarco di extracomunitari nelle coste del Sulcis. Alle 5,30 i carabinieri della compagnia di Carbonia (Carbonia Iglesias) hanno ricevuto la segnalazione di un cittadino che ha notato un gruppo di 8 algerini nella zona della spiaggia di Porto Pino, in comune di Sant'Anna Arresi. Il barchino non è stato trovato. I militari li hanno trasferiti al Cara di Cagliari-Elmas per l'identificazione. Questo sbarco segue quello di due giorni prima quando sono arrivati nella stessa spiaggia altri 7 extracomunitari provenienti dall'Algeria –:
   se trovi conferma questa nuova rotta del fenomeno migratorio e quale sia la sua reale consistenza;
   se non intenda verificare le modalità di attraversamento da parte di questi migranti;
   se esista un'organizzazione che gestisce questo flusso verso il Sulcis;
   quali siano le misure di controllo e verifica per evitare che si possano determinare infiltrazioni terroristiche proprio per le modalità oscure e dubbie con le quali si svolgono queste traversate;
   se si intenda rafforzare il presidio in quel tratto di costa per evitare il ripetersi di questo fenomeno migratorio anomalo e inedito. (5-07216)

Interrogazioni a risposta scritta:


   COSTANTINO, DURANTI, RICCIATTI, PANNARALE, MELILLA, NICCHI e PIRAS. — Al Ministro dell'interno. — Per sapere – premesso che:
   nella notte tra sabato 5 dicembre e domenica 6 dicembre 2015 un'intimidazione è avvenuta ai danni del sindaco di Gioiosa Ionica, Salvatore Fuda, eletto a capo di una lista civica nel 2013;
   ignoti hanno sparato colpi di arma da fuoco contro due automobili, di proprietà del padre e della convivente del sindaco, parcheggiate all'interno del cortile antistante il condominio di residenza del Sindaco;
   sull'episodio le forze dell'ordine hanno avviato le indagini necessarie;
   nella regione Calabria, e specialmente nella zona della Locride, gli amministratori locali rappresentano l'avamposto della legalità in un contesto influenzato da una forte presenza della criminalità organizzata, tanto che negli ultimi anni gli atti d'intimidazione ai danni di amministratori si sono moltiplicati, con un incremento del 66 per cento che ha colpito soprattutto i sindaci della Calabria –:
   quali iniziative intenda adottare il Ministro interrogato affinché agli amministratori di Gioiosa Ionica venga garantita la necessaria serenità per proseguire l'impegno amministrativo, e, in particolare, quali misure intenda adottare affinché il sindaco Salvatore Fuda, che ha subito pesanti intimidazioni, abbia la necessaria protezione;
   se sia a conoscenza della natura e della matrice dei sopra descritti atti intimidatori. (4-11393)


   LABRIOLA. — Al Ministro dell'interno. — Per sapere – premesso che:
   a seguito degli episodi terroristici che hanno interessato Parigi e dell'allarme terrorismo diffusosi in tutta Europa, il tema della sicurezza è continuamente analizzato in sede di discussione politica, durante programmi televisivi, nei notiziari, sui social network;
   tale tema, oggi più sentito, sicuramente desta molta preoccupazione soprattutto se riferito a quelle aree cosiddette a rischio, quali città turistiche, mete di numerosi visitatori, aeroporti, porti, luoghi ove si svolgono attività sportive che accolgono numerosi tifosi, quali gli stadi e le arene, ma anche a soprattutto i luoghi di culto, in particolare in questo momento, con lo volgersi dell'anno giubilare indetto da Papa Francesco;
   da articoli di stampa si legge che il Ministro interrogato abbia sollevato in più occasioni il tema della sicurezza soprattutto riferendosi alle periferie delle città e per tale motivo si sarebbero intensificati i controlli per garantire maggiore sicurezza ai cittadini ivi residenti;
   le periferie delle città, tuttavia, versano, da quanto si può apprendere da articoli di stampa locale, in uno stato di totale insicurezza e degrado: come esempio si riporta il caso del quartiere Prati Fiscali di Roma;
   la situazione di degrado, legato alla presenza di numerosi stranieri che vivono nella zona, sarebbe stata più volte segnalata dagli abitanti che si sono costituiti in un Comitato cittadino;
   tale Comitato, oltre a segnalare la presenza degli stranieri che rovistano nei cassonetti lasciando riverso il contenuto sulle strade, avrebbe più volte evidenziato, tramite comunicati stampa, la presenza indecorosa di ragazze straniere dedite alla prostituzione anche in pieno giorno;
   inoltre, nella zona, le abitazioni sono oggetto di furti e saccheggi segnalati anche ai giornali e ai Telegiornali locali dai malcapitati;
   tali situazioni di degrado provocano inevitabilmente il crollo del valore immobiliare delle abitazioni e scoraggiano gli investimenti da parte dei ceti sociali più abbienti determinando un calo di qualità per l'intero quartiere;
   è parere dell'interrogante che questo fenomeno possa ripetersi in altri quartieri periferici di Roma e di moltissime altre città italiane –:
   se e come intenda intervenire il Ministro interrogato per garantire maggiore sicurezza per i residenti di tali aree;
   come intenda controllare e censire le presenze straniere nei quartieri periferici delle città maggiormente a rischio ed, in particolare, della città di Roma per prevenire eventuali episodi terroristici in vista dello svolgimento dell'anno giubilare;
   se e come intenda attivarsi, anche di concerto con le autorità locali, per coordinare azioni mirate al monitoraggio di tali aree ed in che modo. (4-11395)


   DELL'ORCO. — Al Ministro dell'interno, al Ministro delle infrastrutture e dei trasporti. — Per sapere – premesso che:
   nel corso dell'informativa urgente sugli attentati di Parigi svolta alla Camera il 16 novembre 2015, il Ministro Alfano ha comunicato che, con circolare del capo della Polizia, diramata a tutti i prefetti e questori il 13 novembre 2015, nel nostro Paese è stato innalzato il livello di allerta al grado 2 e che ciò comporta anche un'attenzione più elevata nello svolgimento di tutte quelle attività di prevenzione che sono svolte presso i più importanti snodi di traffico, stazioni ferroviarie, scali portuali e aeroportuali, e che possono richiedere, il controllo meticoloso dei passeggeri e le ispezioni di bagagli e merci. Una seconda circolare del capo della polizia avrebbe inoltre previsto una intensificazione della vigilanza sui treni da e verso la Francia e all'interno delle stazioni che sono poste lungo la relativa fascia di confine;
   in vista dell'imminente inizio del Giubileo straordinario risulta però particolarmente importante garantire la sicurezza dei passeggeri in transito sia presso l'aeroporto internazionale di Roma Fiumicino, che con i suoi circa 140 mila passeggeri al giorno è il primo scalo aeroportuale italiano, sia presso la stazione di Roma Termini che, sebbene non sia l’hub ferroviario per il Giubileo scelto dal piano delle Ferrovie, tuttavia rimane lo scalo ferroviario maggiore in Italia (secondo in Europa) con una media di 150 treni al giorno in partenza su 29 binari e con un transito di circa 500 mila passeggeri al giorno;
   per quanto riguarda l'aeroporto di Fiumicino, nonostante la sicurezza aeroportuale sia considerata un modello per le stazioni ferroviarie e nonostante l'ultimo innalzamento del livello di controllo su passeggeri e bagagli, a parere dell'interrogante, il punto debole rimarrebbe ancora il controllo delle aree esterne dell'aerostazione e, soprattutto, del perimetro aeroportuale, attualmente delimitato da una rete metallica costruita nel 1961, che si estende per circa trentasei chilometri;
   secondo quanto denunciato da un poliziotto alla trasmissione La Gabbia, andata in onda il 20 novembre 2015 sulla rete televisiva La7, la polizia addetta allo scalo, con circa 700 addetti, sarebbe insufficiente e in carenza di organico e ci sarebbe uno scarsissimo controllo del perimetro aeroportuale che verrebbe sorvegliato solo da un unico veicolo di ADR e non più dalla polizia di Stato. Tale vigilanza potrebbe però in parte essere sopperita da un adeguato sistema di sorveglianza passiva ed anti-intrusione ma, sempre secondo quanto denunciato nella suddetta intervista, il progetto di video sorveglianza del perimetro (cosiddetto progetto phantom) non sarebbe mai stato messo in atto;
   nel 2007 il Governo pro tempore, rispondendo ad una interrogazione alla Camera (n. 5-01868), dichiarò che dopo il completamento della nuova sala operativa, era in progetto un ulteriore investimento da parte della stessa società di gestione per la realizzazione di un sistema perimetrale anti-intrusione da attestarsi nella nuova sala operativa, per il quale erano già in corso da parte della polizia di frontiera aerea gli studi di fattibilità e la verifica sul campo di tecnologie all'avanguardia;
   in attesa di queste iniziative, dal 2007 ad oggi, la mancanza di sicurezza del perimetro aeroportuale sarebbe stata ampiamente dimostrata dal caso di circa 500 algerini che, a più riprese, nel 2014, una volta atterrati fuggivano scavalcando la recinzione esterna, evitando di passare per i check all'interno dell'aerostazione ed entrando così nel nostro Paese senza alcuna forma di controllo. Dopo quegli episodi, per arginare il fenomeno, si ritenne indispensabile prevedere una scorta della polizia, ma solo per gli aerei in arrivo dall'Algeria. Non è da escludere però che anche su voli di altra provenienza possano imbarcarsi o essersi imbarcati soggetti con volontà di entrare nel nostro Paese senza passare per i controlli previsti all'atterraggio;
   anche all'inizio di questo anno, i fatti di cronaca hanno evidenziato una falla nel sistema di sicurezza perimetrale aeroportuale ovvero l'episodio di un clochard che, accedendo da una fessura nella recinzione ed eludendo la sorveglianza, sarebbe riuscito ad introdursi in un aereo in sosta per riposare;
   secondo notizie stampa il comune di Fiumicino starebbe per installare sul suo territorio 84 telecamere, di cui alcune anche a presidio degli accessi all'aeroporto ma che saranno operative solo ad aprile prossimo. Le telecamere, anche quelle che riguardano l'aeroporto, saranno però collegate alla sala operativa della polizia locale e non alla sala operativa dell'aeroporto;
   secondo fonti stampa, sempre in corso di realizzazione, con lavori che dovrebbero terminare entro la prossima primavera, ci sarebbe anche un altro progetto del comune di Fiumicino, ovvero quello della pista ciclabile che correrà lungo i circa 5 chilometri di via Coccia di Morto, una delle strade che fiancheggia l'aeroporto a due metri dalla rete di protezione, e che sarà sorvegliata da 48 telecamere collegate con la sala operativa dell'aeroporto. Secondo recenti dichiarazioni stampa del sindaco Montini si vorrebbe in realtà poi collegare anche queste telecamere nel circuito delle 84 convogliando i dati presso la sala operativa della polizia locale;
   per quanto riguarda invece la stazione di Roma Termini bisogna premettere che la gestione della sicurezza risulta ancora più critica, posto che generalmente le stazioni sono integrate nel tessuto della città ed in particolare le grandi stazioni come Roma Termini negli ultimi anni sono in parte state affidate alla gestione di Grandi Stazioni spa, società nata proprio con lo scopo di sviluppare e riqualificare le stazioni per integrarle maggiormente con il tessuto urbano, facilitando l'accessibilità e rendendole centri di servizi; come già anticipato, altro elemento di criticità è conseguentemente il flusso giornaliero di passeggeri che risulta quasi cinque volte maggiore rispetto a quello dell'aeroporto di Fiumicino e a cui va aggiunta un'area commerciale ben sviluppata e ampiamente aperta anche ai non viaggiatori;
   tali criticità sembrerebbero escludere la possibilità di replicare per le grandi stazioni il modello di controlli sicurezza applicato in aeroporto; secondo quando riportato alla stampa dal responsabile per la sicurezza di Trenitalia il Ministero dell'interno avrebbe ad esempio escluso l'uso dei metal detector non solo perché il personale di Trenitalia non è autorizzato, ma anche perché i controlli sarebbero insostenibili dal punto di vista dei tempi di attesa: in aeroporto il tempo medio ai varchi è di sette minuti a persona, per rispettare quei tempi, a Termini ci sarebbe bisogno di 293 varchi mentre al momento ce ne sono solo 14 tra entrata e uscita, destinati tra l'altro anche all'utenza giornaliera del tipo pendolare che sarebbe in tal modo costretta ad arrivare in stazione un'ora e mezza prima per passare i controlli;
   a tali criticità deve aggiungersi il fatto che, a differenza dell'aeroporto, la gestione del complesso della stazione Termini non è affidata ad un unico soggetto ma divisa tra RFI spa, Grandi Stazioni spa, Metro spa, Atac spa e Trambus spa. Questa situazione complica certamente il lavoro degli agenti della polizia ferroviaria a cui è affidato in primis il compito della gestione della sicurezza. Tra l'altro, non è chiaro se sia stato considerato l'effetto della privatizzazione di Grandi Stazioni su questo sistema di competenze già di per complicato;
   recentemente nella stazione Termini è stata divisa l'area commerciale dall'area di viaggio ponendo dei tornelli per l'accesso alle banchine a cui si accede solo con il possesso di un biglietto. In sostanza questa barriera divide l'area di competenza di RFI da quella di Grandi Stazioni. I varchi però come è stato chiarito sono una misura che è stata definita antidegrado e non risolvono cioè né il problema della minaccia terrorista né, del tutto, il problema dell'evasione, posto che, con un semplice biglietto per il trasporto urbano si accede all'area da cui si può salire anche su un treno ad alta velocità; inoltre, secondo quanto mostrato in un servizio giornalistico della trasmissione Striscia La Notizia, andato in onda il 18 novembre, a Termini, i controllori preposti alle barriere farebbero finta di leggere il biglietto e avrebbero lasciato introdurre nell'area viaggiatori anche giornalisti con un biglietto chiaramente falsificato;
   altro aspetto di fondamentale importanza è soprattutto la predisposizione di funzionali impianti integrati di security come la videosorveglianza intelligente, le colonnine di soccorso, i sistemi antintrusione e controllo accessi. Le ferrovie e le stazioni investono da anni su queste tecnologie e dove sono entrate in funzione sembrerebbero abbiano dato buoni risultati;
   Grandi Stazioni spa ha sottoscritto in data 14 aprile 2000 un contratto con Ferrovie dello Stato (oggi Rete ferroviaria italiana spa) per la manutenzione e la valorizzazione delle maggiori 13 grandi stazioni italiane. Successivamente, con le delibere CIPE n. 10/2003, n. 44/2004 e n. 129/2006 è stato approvato il «Programma Grandi Stazioni», nell'ambito del «I Programma delle infrastrutture strategiche – sistemi urbani», per la realizzazione delle opere complementari, cosiddette opere esterne, e gli interventi di videosorveglianza integrata nelle stazioni, per un importo complessivo pari a 284,45 milioni di euro, di cui 260,80 oggetto di contributo statale e 23,65 a carico di Grandi Stazioni. Nel 2014 dopo una fase di stallo sembrerebbe essere stata superata la fase di contenzioso con l'ATI Sielte-Honeywell, aggiudicataria dell'appalto, ed in particolare, per la stazione di Roma Termini sembrerebbe essere stato emesso il definitivo certificato di collaudo;
   nel corso del 2015 Ferrovie dello Stato Italiane in stretto contatto con il prefetto di Roma, come deliberato dal comitato per l'ordine e la sicurezza pubblica di Roma, ha previsto il potenziamento delle telecamere a circuito chiuso. Si tratterebbe secondo notizie stampa di «dome», telecamere a 360 gradi, ad alta definizione, che dialogano in wi-fi e sono in grado di trasmettere le immagini ai tablet di cui verranno dotate le pattuglie in stazione. Ne sono state installate 180 tra binari, banchine ed esterni e ne arriveranno altre 110;
   secondo quanto deciso nel comitato per l'ordine e la sicurezza pubblica di Roma del 30 luglio 2014 il comune di Roma avrebbe previsto di affidare in comodato d'uso alle Ferrovie le telecamere di videosorveglianza in modo che l'azienda possa occuparsi della loro manutenzione e garantire che la videosorveglianza sia sempre al massimo;
   anche Trenitalia negli ultimi anni sta prevedendo che i nuovi treni siano dotati di telecamere, anche se al momento i video registrati non sono controllati in diretta dalla Polfer o dai capitreno e vengono cancellati dopo 24-48 ore se non vi è una denuncia o una richiesta delle forze dell'ordine;
   a fronte di tanti investimenti pubblici e privati, il livello di controllo garantito dalla videosorveglianza non sembrerebbe però ancora adeguato: il sindacato di Polizia Nuova Forza Democratica (Pnfd) denuncia da tempo una carenza di videosorveglianza della stazione e tale circostanza sarebbe emersa e messa a verbale anche recentemente in occasione dell'ultima prova di evacuazione del 24 novembre 2015, quando si è palesato il non funzionamento di tutti i monitor collegati alle centinaia di telecamere della sala operativa di Grandi Stazioni e di due su sei di quelli della sala operativa della Polfer; inoltre sembrerebbe non esserci stata corrispondenza tra il personale di polizia comandato nell'ordine di servizio e chi materialmente era presente all'interno dell'ufficio;
   già il 12 gennaio 2015 il vicequestore Filippo Bertolami aveva denunciato alla trasmissione Piazza Pulita che la maggior parte delle telecamere della stazione Termini non risultano collegate al sistema di videosorveglianza e che molte di quelli funzionanti non registrano o sarebbero a bassa risoluzione e dunque non utili a garantire un'identificazione della persona sospetta –:
   se quanto esposto in premessa risulti vero ed, in particolare, se il livello di controllo del perimetro aeroportuale di Fiumicino risulti attualmente lacunoso;
   se i Ministri interrogati abbiano notizie in merito al progetto Phantom citato in premessa, se sia lo stesso che il Governo pro tempore citava in risposta all'interrogazione n. 5-01868 del 2007 ed, eventualmente, quale sia attualmente lo stato di quel progetto o di altri in merito alla sorveglianza del perimetro;
   se la sorveglianza del perimetro aeroportuale rientri esplicitamente tra le competenze del concessionario Adr e se eventualmente tale affidamento risulti conforme al decreto ministeriale 29 gennaio 1999, n. 85;
   se il controllo dei passeggeri in transito dall'aerostazione al velivolo rientri nelle competenze di Polaria o della concessione di security di Adr ed, eventualmente, se nel caso degli algerini citati in premessa Enac abbia rilevato delle responsabilità di Adr e come eventualmente siano state sanzionate; nel caso in cui invece la sorveglianza dei passeggeri in transito nelle aree esterne non competa ad Adr, come si stia agendo per sanare quella che appare all'interrogante una evidente falla del sistema di sicurezza;
   se il controllo sui velivoli in sosta sia competenza di Adr e se, nel caso del clochard citato in premessa, siano state evidenziate e sanzionate responsabilità del concessionario;
   se non si ritenga importante, per quanto di competenza, utilizzare gli investimenti in videosorveglianza fatti dal comune di Fiumicino garantendo che tutti i dati delle videocamere del perimetro aeroportuale confluiscano nella sala operativa dell'aeroporto e non nella sala operativa della polizia locale, considerato che ai sensi della legge-quadro n. 65 del 1986 le funzioni di pubblica sicurezza sono svolte dal corpo solo invia ausiliaria;
   se trovi conferma che il Ministero dell'interno abbia del tutto escluso per la stazione Termini la possibilità di installare sistemi di controllo su passeggeri e bagagli con metal detector e se sia stato fatto uno studio al riguardo;
   se sia stato valutato l'effetto della privatizzazione di Grandi Stazioni sulla gestione e sulle competenze inerenti alla sicurezza;
   se trovino conferma, come denunciato dal sindacato PNFD, il mancato funzionamento e la non adeguatezza del sistema di videosorveglianza della stazione Termini;
   a chi competa la manutenzione dei sistemi di videosorveglianza e se sia vero che le telecamere di competenza del comune di Roma siano state concesse in comodato d'uso alle Ferrovie dello Stato italiane;
   se siano previsti degli standard di efficienza delle telecamere ed eventualmente delle penali e a chi competa la vigilanza sulla qualità e l'efficienza di questi sistemi di videosorveglianza;
   se trovi conferma che le telecamere della stazione Termini non registrino e che siano a bassa risoluzione;
   come sia stato finanziato il nuovo investimento per il potenziamento di telecamere a 360 gradi, ad alta definizione, messo in atto da Ferrovie dello Stato, se sia stato necessario un adeguamento dei contratti e se sia già entrato in funzione, anche con il previsto collegamento ai tablet delle pattuglie in stazione. (4-11396)


   COSTANTINO, ZACCAGNINI e FRATOIANNI. — Al Ministro dell'interno. — Per sapere – premesso che:
   il centro Baobab di Roma, che ha ospitato più di 30 mila immigrati transitati nell'ultimo anno, ha dimostrato di essere un modello di accoglienza umana che ha reso anche un servizio per la sicurezza di tutta la città, senza alcun lucro da parte di nessuno;
   si tratta di un modello di volontariato e di generosità a cui adesso le autorità hanno deciso di porre termine;
   i volontari del centro Baobab di via Cupa, a Roma, alla vigilia dello sgombero della struttura fissato per domani hanno dichiarato: «Noi da qui non ce ne andiamo, noi non molliamo finché ci sarà anche un solo migrante da aiutare»; «Stanotte dormiranno qui circa 30 migranti, in vista dello sgombero sono state sistemate solo 20 persone, un terzo di tutte quelle presenti nella struttura. Resteremo al loro fianco finché fisicamente non ci porteranno via», spiega Roberto Viviani, uno dei volontari nel corso della conferenza stampa convocata all'interno del centro. «Vogliamo fare pressione su chi si è accorto di quanto successo qui dentro solo oggi, su chi non ha visto quante cittadine e cittadini si sono mobilitate in questi mesi per i migranti a via Cupa» –:
   se tale prassi di intervento sia conforme alla normativa vigente e in linea con i diritti umani alla difesa e alla dignità e quali iniziative di competenza intenda assumere per evitare che tali situazioni si verifichino;
   se non intenda verificare se sussistano eventuali responsabilità del prefetto e del questore e, in tal caso, procedere alla loro rimozione;
   se non ritenga di assumere iniziative, anche normative, che rendano obbligatorio il coinvolgimento delle istituzioni e delle associazioni locali, in vista di sgomberi che andrebbero programmati con tempi adeguati;
   per quali ragioni, vista l'evidenza di interventi attuati ripetutamente senza il coinvolgimento delle istituzioni locali per procedure di sgombero, si sia proceduto senza un preventivo piano di ricollocazione abitativa mettendo a rischio i diritti costituzionalmente garantiti;
   se risulti quali siano le ragioni per cui non si sia proceduto ad avvisare in alcun modo l'amministrazione comunale;
   se quanto esposto in premessa corrisponda al vero e perché sia stato improvvisamente deciso di mettere in atto un'operazione a giudizio degli interroganti chiaramente inutile, se non dannosa, sotto il profilo dell'ordine pubblico, e comunque lesiva della dignità di persone che cercano semplicemente il diritto di ogni essere umano a stabilire la propria residenza laddove siano garantire condizioni minime di esistenza;
   se non ritenga di assumere iniziative affinché per il futuro ci si astenga da simili iniziative. (4-11399)


   CAPONE e MASSA. — Al Ministro dell'interno. — Per sapere – premesso che:
   in data 10 luglio 2015 il Ministero dell'interno rispondeva con la nota n. 300/a/5072/15/127/34 10 luglio 2015 ad un quesito formulato dalla prefettura di Ferrara avente ad oggetto «Pagamento sanzioni codice della strada con bonifico bancario ex articolo 6 ter, decreto-legge n. 5/2012» volto ad individuare l'effettiva scadenza del termine di cui al citato articolo nel caso di pagamento effettuato online con bonifico bancario;
   in pratica si chiedeva al Ministero se il pagamento, effettuato nei cinque giorni ma accreditato nel conto corrente della polizia il giorno successivo (6o giorno), fosse in linea con il dettato normativo;
   il Ministero con la suddetta nota del 10 luglio 2015, uniformandosi ad un parere precedente reso dal Ministero dell'economia e delle finanze il 14 gennaio 2015 disponeva che «diversamente dal pagamento in conto corrente postale, che ha valore liberatorio per la somma riportata sulla relativa ricevuta dalla data in cui il versamento è stato eseguito, nei pagamenti tramite conto corrente e bonifico bancario ovvero con strumenti di pagamento elettronico, l'effetto liberatorio per il pagatore, e quindi la definizione del verbale, si ha alla data di accredito dell'importo sul conto del destinatario, ossia dell'organo di Polizia stradale»;
   sulla base di tale nota il comune di Lecce, per il tramite della polizia municipale, ha notificato innumerevoli avvisi di accertamento sanzionando i cittadini che avevano effettuato il pagamento della contravvenzione nei cinque giorni ma con valuta accreditata il giorno successivo anche relativamente a quei pagamenti effettuati in data antecedente al 10 luglio;
   pertanto, l'amministrazione di Lecce ha applicato tale nota in modo retroattivo in malam partem –:
   se il Ministro interrogato sia a conoscenza del fatto che tale orientamento sia stato adottato retroattivamente;
   se, trattandosi di pagamenti effettuati nei termini ed accreditati sul conto corrente dell'organo di polizia con al massimo un giorno di ritardo rispetto al termine previsto ex lege, intenda confermare tale interpretazione;
   se ritenga di dover assumere iniziative per precisare che tale interpretazione non debba essere seguita retroattivamente, bensì a decorrere dal 10 luglio 2015.
(4-11402)


   MOLTENI e SALTAMARTINI. — Al Ministro dell'interno. — Per sapere – premesso che:
   in vista della solenne inaugurazione dell'Anno Santo della Misericordia, l'allerta antiterrorismo a Roma è stata portata al livello 4;
   in previsione dell'accresciuto livello della minaccia terroristica, la città di Roma ha ricevuto dal 23 novembre 2015 anche 400 agenti di polizia di rinforzo e 100 aggregati, questi ultimi poliziotti che rimarranno nella capitale solo 30 giorni a rotazione;
   stando a quanto ha riportato la stampa, soltanto gli agenti aggregati avrebbero diritto ad un alloggio, ma la polizia di Stato non ne disporrebbe in quantità sufficiente. Sarebbe pertanto stato necessario chiedere ospitalità alle strutture dei vigili del fuoco e del Corpo forestale dello Stato, che però si trovano lontane dai punti di impiego e non offrono alcun servizio navetta, obbligando i poliziotti ad estenuanti traversate dell'Urbe in autobus;
   ai poliziotti trasferiti non spetterebbe invece alcun alloggio;
   a quanto pare, a questi ultimi sarebbero stati imposti assai frequentemente turni notturni;
   nelle notti in cui non sono di servizio, inoltre, alcuni dei trasferiti dormirebbero nella loro automobile in attesa di iniziare la propria attività la mattina, in condizioni fisiche evidentemente ben lontane da quelle ottimali;
   il trasferimento di 500 agenti complessivi a Roma avrebbe inoltre determinato localmente gravi carenze di organico, con effetti negativi importanti su alcune realtà territoriali. A Rovigo, ad esempio, nell'impossibilità di garantire l'ordine pubblico rispetto alle aggressioni delle bande degli europei dell'Est che imperversano in città, prefetto e questore raccomanderebbero ormai alla cittadinanza di non uscire di casa –:
   se la grave situazione generalizzata in premessa corrisponda al vero o sia espressione di una ricostruzione giornalistica infondata;
   nel caso in cui quanto generalizzato in premessa fosse vero, come si conti di impiegare in delicate funzioni di controllo e prevenzione del terrorismo personale che dorme nelle automobili anziché in veri e propri alloggi;
   quali iniziative ed in che tempi il Governo intenda assumere per migliorare la situazione dei poliziotti trasferiti o aggregati a Roma per le esigenze straordinarie di sicurezza dell'Anno Santo della Misericordia;
   cosa il Governo intenda fare per fronteggiare l'emergenza criminale in atto nelle zone dalle quali provengono i poliziotti trasferiti o aggregati a Roma.
(4-11405)


   LOMBARDI. — Al Ministro dell'interno. — Per sapere – premesso che:
   negli scorsi giorni, il segretario di Roma del sindacato Sap dei poliziotti, Fabio Conesta, ha denunciato le situazioni vergognose in cui sono costretti a vivere alcuni poliziotti trasferiti nella capitale per rimpinguare le fila degli agenti schierati per la sicurezza del Giubileo: uomini ridotti a dormire in macchina perché non sono stati messi in condizione di pagare gli esosi affitti capitolini;
   dopo aver trascorso la notte in macchina, gli agenti prendono servizio con i brividi e gli arti indolenziti; si tratta, lo si ricorda, di uomini preposti a per rispondere immediatamente e in modo efficiente a minacce gravi e a sollecitazioni di varia natura: la prontezza di riflessi e la buona forma fisica dovrebbero essere imprescindibili nello svolgimento del servizio che questi uomini sono chiamati a prestare;
   vista l'emergenza, negli ultimi giorni sarebbe stata chiesta la disponibilità di strutture ai vigili del fuoco e alle guardie forestali;
   peraltro per raggiungere i commissariati dove prestano servizio, i poliziotti trasferiti si spostano con i mezzi pubblici, dato che mancano navette ad hoc, perdendo ore negli spostamenti da una zona all'altra della città –:
   se il Ministro interrogato non reputi necessario assicurare ai poliziotti trasferiti a Roma in vista del Giubileo alloggi e mezzi idonei a svolgere il proprio servizio. (4-11406)


   LABRIOLA. — Al Ministro dell'interno. — Per sapere – premesso che:
   a seguito degli attentati di Parigi del 13 novembre 2015, sono tornati alla ribalta argomenti legati alle diverse confessioni religiose: si è discusso molto sul significato del Crocifisso, delle feste religiose cattoliche, vissute in questo periodo dell'anno nelle scuole italiane, e si è riacceso il dibattito relativo all'uso del burqa e del niqab;
   il termine burqa individua due tipi di vestiti diversi: il primo è una sorta di velo fissato al capo che copre l'intera testa, permettendo di vedere solamente attraverso una finestrella all'altezza degli occhi e che lascia gli occhi stessi scoperti, o che lascia scoperti occhi e bocca, la quale rimane però coperta da una sorta di mascherina come nel cosiddetto bandar burqa. L'altra forma, chiamata anche burqa completo o burqa afghano, è un abito, solitamente di colore nero o blu, che copre sia la testa sia il corpo. All'altezza degli occhi può anche essere posta una retina che permette di vedere parzialmente senza scoprire gli occhi della donna;
   l'obbligo di indossare il burqa appare conseguenza di tradizioni locali, indipendenti dalle prescrizioni religiose dell'Islam; nelle norme coraniche ci si limita a imporre l'obbligatorietà del velo, infatti, la SURA XXIV:31 recita:
    «E dì alle credenti di abbassare i loro sguardi ed essere caste e di non mostrare, dei loro ornamenti, se non quello che appare; di lasciar scendere il loro velo fin sul petto e non mostrare i loro ornamenti ad altri che ai loro mariti, ai loro padri, ai padri dei loro mariti, ai loro figli, ai figli dei loro mariti, ai loro fratelli, ai figli dei loro fratelli, ai figli delle loro sorelle, alle loro donne, alle schiave che possiedono, ai servi maschi che non hanno desiderio, ai ragazzi impuberi che non hanno interesse per le parti nascoste delle donne. E non battano i piedi, sì da mostrare gli ornamenti che celano. Tornate pentiti ad Allah tutti quanti, o credenti, affinché possiate prosperare»;
   il burqa, da quanto si apprende storicamente, sarebbe stato introdotto in Afghanistan all'inizio del 1890 durante il regno di Habibullah Kalakãnĩ, che lo impose alle duecento donne del suo harem, in modo tale da «non indurre in tentazione», gli uomini quando esse si fossero trovate fuori dalla residenza reale, divenendo così fino agli anni 50 un capo per le donne dei ceti superiori, da usare per essere protette dagli sguardi del popolo. Durante la guerra civile, quando venne instaurato il regime islamico, sempre più donne tornarono a indossare il velo fino al divieto assoluto di mostrare il volto, imposto a tutte le donne dal successivo regime teocratico dei tãlebãn;
   si apprende, da notizie di stampa, che il burqa oltre a non essere imposto dal Corano non sia nemmeno un simbolo del multiculturalismo e dell'integrazione, lo avrebbero affermato sia dall'Imam inglese Taj Hargey (intervista pubblicata su www.tempi.it del 18 luglio 2014) che Amina Afzali, leader del movimento delle donne afghane, in un comunicato radio a tutte le donne del Paese (www.republica.it mondo del 30 dicembre 2001);
   da un articolo, pubblicato da l’Eco di Bergamo il 3 dicembre 2015, si apprende che in regione Lombardia sia stata presentata alla giunta regionale dall'assessore alla sicurezza, protezione civile e immigrazione, Simona Bordonali, una proposta normativa per rafforzare le misure di sicurezza per l'accesso agli uffici della regione, delle aziende sanitarie e ospedaliere, contenente il divieto di indossare burqa, niqab, passamontagna e caschi integrali, al fine di difendere sia i dipendenti che gli operatori ed i visitatori;
   occorre far riferimento all'articolo 85 del testo unico delle leggi di pubblica sicurezza (regio decreto n. 773 del 1931) e alla legge n.152 del 1975, il cui articolo 5 (come sostituito dall'articolo 2 della legge n. 533 del 1977 e successivamente modificato dall'articolo 10, comma 4-bis, del decreto-legge n. 144 del 2005, convertito, con modificazioni, dalla legge n. 155 del 2005), recita: «È vietato l'uso di caschi protettivi, o di qualunque altro mezzo atto a rendere difficoltoso il riconoscimento della persona, in luogo pubblico o aperto al pubblico, senza giustificato motivo. È in ogni caso vietato l'uso predetto in occasione di manifestazioni che si svolgano in luogo pubblico o aperto al pubblico, tranne quelle di carattere sportivo che tale uso comportino. Il contravventore è punito con l'arresto da uno a due anni e con l'ammenda da 1.000 a 2.000 euro. Per la contravvenzione di cui al presente articolo è facoltativo l'arresto in flagranza.»;
   nella risposta dell'allora Sottosegretario per l'interno, Mantovano Alfredo, all'interrogazione n. 5-03443 dell'Onorevole Bertolini in merito all'utilizzo del burqa nel territorio italiano, si legge testualmente che «Il 14 luglio 2010, il Comitato per l'Islam italiano, presieduto dal Ministro dell'interno, ha predisposto un parere sull'uso del burqa e del niqab, inviato al presidente di codesta Commissione affari costituzionali della Camera e da me personalmente illustrato. A esso rinvio per la posizione del Governo e del Ministero dell'interno. Il Comitato ha sottolineato che l'uso in luogo pubblico di indumenti che coprono interamente il volto e rendono la persona irriconoscibile (quali il burqa e il niqab) deve rimanere vietato per ragioni di pubblica sicurezza, né presunte interpretazioni religiose costituiscono “giustificati motivi” per eludere tali esigenze di ordine pubblico. Quello del burqa e del niqab, dal punto di vista dei rapporti con l'Islam, non è un obbligo religioso che derivi dal Corano, né è riconosciuto come tale dalla grande maggioranza delle scuole giuridiche islamiche. La materia va dunque “deconfessionalizzata” e il Comitato ha suggerito che le leggi evitino ogni specifico riferimento all'Islam e a questioni che attengano al velo o alla condizione della donna musulmana, ribadendo che la riconoscibilità delle persone deve essere garantita» –:
   se ritenga, alla luce di quanto espresso in premessa, di assumere iniziative per chiarire in maniera inequivocabile se sia legittimo l'uso del burqa e del niqab nei luoghi pubblici ed in quali circostanze;
   quali iniziative urgenti, data la situazione attuale di emergenza internazionale, intenda adottare al fine di uniformare la normativa che ne disciplina l'uso sul territorio nazionale;
   se intenda, di concerto con Comitato per l'Islam italiano, adottare iniziative univoche in merito all'uso di tali indumenti al fine di garantire la sicurezza e consentire alle forze dell'ordine l'immediata identificazione delle donne che ne facciano uso. (4-11408)


   NASTRI. — Al Ministro dell'interno, al Ministro delle infrastrutture e dei trasporti. — Per sapere – premesso che:
   l'intesa raggiunta a livello europeo, sulla direttiva Pnr (Passenger Name Record), che si voterà il 15 dicembre 2015 e che prevede la registrazione e schedatura dei dati dei passeggeri sui voli per entrare ed uscire dall'Europa e su tutti i voli intraeuropei, rappresenta ad avviso dell'interrogante, una decisione necessaria e condivisibile, a seguito dei gravissimi attentati accaduti a Parigi e delle minacce costanti da parte del terrorismo islamico, all'intera Europa in particolare la parte occidentale;
   secondo quanto prevede l'accordo, le compagnie aeree avranno l'obbligo di trasmettere le indicazioni anagrafiche ed una serie di dati importanti sugli spostamenti dei passeggeri, che saranno registrati e archiviati in modo da renderli disponibili per eventuali accertamenti investigativi;
   in particolare, si prevede che i dati dei passeggeri saranno a disposizione della polizia «in chiaro» per sei mesi e resteranno accessibili «criptati» per 4 anni e mezzo, nei confronti dei voli interni e i voli charter;
   al riguardo, l'interrogante evidenzia, come nel quadro generare delle misure di sicurezza adottate dai ventotto Stati europei, per contrastare il terrorismo islamico e l'immigrazione clandestina, se è giusto che gli interventi di tutela previsti, siano stati indirizzati sul fronte del trasporto aereo, attraverso la nascita di una banca dati europea dei passeggeri aerei, altrettanta attenzione, con analoghe decisioni, dovrebbe necessariamente essere rivolta al trasporto ferroviario;
   le terribili esperienze verificatesi nel passato, con gli attentati di Madrid dell'11 marzo 2004 che sconvolsero l'intera Europa, per la violenza e per il numero di vittime con 10 cariche esplosive che fecero esplodere 4 treni causando 191 morti e 2.000 feriti, e l'anno successivo a Londra, con i treni della metropolitana colpiti quasi contemporaneamente con 56 morti, inclusi gli attentatori, e circa 700 feriti, impongono, a giudizio dell'interrogante, la necessità di prevedere in Italia e a livello comunitario, misure di controllo all'interno delle stazioni ferroviarie e sui convogli, raccogliendo i dati sui passeggeri dei treni in partenza o in arrivo nell'Unione;
   i suddetti interventi, obbligando le società di trasporto ferroviario a trasferire le informazioni alle autorità nazionali preposte, potranno, a parere dell'interrogante, completare, in maniera più rigorosa ed efficiente, il quadro generale delle misure di sicurezza a tutela della comunità europea e occidentale, al fine di contrastare e debellare il terrorismo islamico, che con gli efferati attentati iniziati a partire dall'11 settembre 2001, minaccia gravemente la civiltà cristiana e i cittadini occidentali –:
   quali orientamenti i Ministri interrogati intendano esprimere con riferimento a quanto esposto in precedenza e se non convengano sulla necessità e sull'urgenza di prevedere le misure di sicurezza in precedenza richiamate anche nell'ambito del sistema ferroviario. (4-11412)


   TOFALO, SIBILIA e PETRAROLI. — Al Ministro dell'interno. — Per sapere – premesso che:
   il Corpo nazionale dei vigili del fuoco, principale dispositivo di soccorso del Paese, è costituito da una componente professionista, quella principale, deputata a garantire la generalità degli interventi di soccorso sul territorio ed una componente volontaria, a garanzia di un primo intervento di soccorso nelle zone a più basso indice di rischio ovvero in quelle località non raggiungibili dalle sedi permanenti entro i tempi fissati come limite per un efficace intervento operativo;
   negli ultimi 15 anni per sopperire a organici carenti e completamente inadeguati rispetto alle reali esigenze del Paese si è utilizzato in modo eccezionale lo strumento di richiamo in servizio di personale volontario presso le sedi permanenti. Attingendo ad un elenco che conta oltre 60000 iscritti si è richiamato in servizio, a rotazione, personale volontario cosiddetto discontinuo per periodi di 20 giorni, in sostituzione della componente permanente, a copertura di 3500 posti vacanti;
   tale soluzione ha comportato nel tempo una crescita irrazionale di spesa del settore stante l'effetto moltiplicativo di tutti i costi fissi di gestione di tale personale (visita medica biennale, dotazione personale di dispositivi di protezione individuali, formazione e addestramento);
   nel corso dell’iter di approvazione del decreto-legge 31 agosto 2013, n. 101, articolo 8, si è disposta l'assunzione di 1000 unità di vigili del fuoco; inoltre, ai sensi dell'articolo 3 comma 3-octies, del decreto-legge 24 giugno 2014, n. 90 si è disposto un ulteriore incremento delle dotazioni organiche di 1.030 unità, di cui mille nei ruoli operativi;
   gli oneri derivanti da tali disposizioni si è provveduto mediante corrispondente riduzione ne degli stanziamenti di spesa per la retribuzione del personale volontario. Lo stesso fondo era stato ridotto a decorrere dall'anno 2012 per effetto della legge n. 183 del 12 novembre 2011 senza riconvertire tale quota in assunzioni;
   non c’è stato nessun potenziamento e nessun incremento organico sostanziale per i vigili del fuoco, visto che le risorse umane disponibili complessivamente impiegate sul territorio (componente permanente più posizioni ricoperte da turnazione richiami di personale discontinuo) risultano essere notevolmente ridotte –:
   se il Ministro interrogato non ritenga opportuno avviare un reale potenziamento del Corpo nazionale dei vigili del fuoco affinché siano salvaguardati gli standard minimi di operatività. (4-11415)


   MARTELLA. — Al Ministro dell'interno. — Per sapere – premesso che:
   si apprende dagli organi di stampa che pochi giorni fa presso il reparto specializzato dell'ospedale di Via sauro a San Donà di Piave è stato portato via nottetempo un macchinario per la gastroscopia dal valore di 40 mila euro;
   non è la prima volta che presso il suddetto nosocomio si registrano furti tant’è che un anno fa furono sottratto farmaci antitumorali per un valore di 200 mila euro, così come sistematicamente si registrano denunce per furti e sottrazioni a danno del personale sanitario e persino di pazienti;
   anche accaduto che una banda di rapinatori facesse irruzione nel nosocomio a pistole spianate terrorizzando i centralinisti;
   è evidente che tali furti si ripercuotono sull'intera comunità evidenziando una carenza di sicurezza e controllo della struttura;
   l'ospedale di San Donà risulta avere numerosi ingressi e uscite facilmente accessibili e la stessa vigilanza privata non riesce a controllarlo completamente nell'arco delle 24 –:
   se il Ministro sia a conoscenza di quanto riportato in premessa e se non intenda assumere, per quanto di competenza, ogni iniziativa utile d'intesa con le altre istituzioni responsabili, al fine di garantire una maggiore sicurezza agli operatori e ai pazienti dell'ospedale di San Donà di Piave ed evitare il ripetersi di tali episodi. (4-11426)


   BERGAMINI. — Al Ministro dell'interno. — Per sapere – premesso che:
   si apprende dalla stampa che il 23 novembre 2015, a Gallicano in provincia di Lucca, un giovane ragazzo musulmano di nazionalità marocchina, di 13 anni, studente di scuola media, ha inviato sul cellulare dei compagni di classe un video molto cruento in cui si riproduce la decapitazione con una spada di un giovane, con evidenti forti richiami al modus agendi dell'ISIS;
   il video è circolato tra i ragazzi tramite l'applicazione per telefoni cellulari Whatsapp, ed è stato visto anche da ragazzi più giovani, che non frequentano la classe alla quale il giovane marocchino è iscritto, alcuni dei quali sarebbero rimasti fortemente scioccati, tanto da accusare malori, dalla violenza delle immagini;
   sono in corso indagini sulla vicenda al fine di stabilire se si sia trattato di una «bravata» ma soprattutto quale possa essere la provenienza del video, che non risulta essere stato postato su Youtube o su altri canali pubblici online e dunque di non facile reperimento, e come il ragazzino ne sia venuto in possesso;
   il ragazzo frequenta, insieme al padre, il centro culturale islamico «Al Baraka» di Gallicano, associazione che dovrebbe svolgere un lavoro di solidarietà sociale promuovendo alti valori umani, culturali e spirituali al fine anche di combattere i pregiudizi religiosi. A detta di molti cittadini di Gallicano, invece, pare che nel centro si svolga quotidianamente attività di preghiera con grande affluenza soprattutto il venerdì, dando adito all'ipotesi che il centro sia in realtà una moschea, pur non avendo i gestori mai presentato richiesta per aprire un luogo di culto;
   dopo il gravissimo attentato multiplo di Parigi e l'ancor più recente strage avvenuta in California, azioni terroristiche attuate da cittadini musulmani regolarmente residenti rispettivamente in Europa e negli Stati Uniti, appare all'interrogante estremamente necessario rafforzare i controlli su centri di culto e cultura islamica, al fine di evitare e prevenire fenomeni di cosiddetta radicalizzazione dei cittadini e residenti musulmani –:
   se siano previsti, quali siano e se vengano effettuati periodicamente, controlli sul centro «Al Baraka» di Gallicano e, in generale, sui centri di cultura islamica diffusi sul territorio italiano al fine di conoscerne con precisione le attività che vi vengono svolte e affinché non si svolgano al loro interno attività di reclutamento e indottrinamento terroristico.
(4-11433)


   SALTAMARTINI e MOLTENI. — Al Ministro dell'interno. — Per sapere – premesso che:
   un dirigente del sindacato di polizia è stato sospeso dal servizio con l'accusa infamante di aver indossato equipaggiamenti non più in uso al fine di denunciare in un'intervista televisiva realizzata da Ballarò l'inadeguatezza dei mezzi attualmente a disposizione delle Forze dell'ordine;
   il segretario generale del Sap, Gianni Tonelli, ha preannunciato l'intenzione di sporgere denuncia nei confronti del capo della polizia, prefetto Alessandro Pansa, asserendo che la sospensione del dirigente del sindacato è stata disposta sulla base di presupposti falsi;
   il dirigente sospeso dalla polizia aveva tra l'altro rivelato come non solo le dotazioni, ma anche le procedure addestrative in uso presso il personale siano assolutamente inadeguate, essendo deficitaria o assente la preparazione al tiro dinamico contro bersagli in movimento e mancando le nozioni basilari per operare in ambienti colpiti da attacchi Nbc;
   sarebbero state quindi soltanto segnalate delle criticità, peraltro oggetto di numerose inchieste giornalistiche più o meno recenti, e allo scopo di ovviarvi, non certo di distruggere le capacità operative della polizia o lucrare improbabili vantaggi politici futuri –:
   cosa sia effettivamente successo in relazione alla vicenda generalizzata in premessa e, in particolare, se il Governo non ritenga di assumere iniziative per rivedere un il provvedimento disciplinare che agli insegnanti appare eccessivo rispetto ad una indagine ancora in itinere e con parecchi aspetti ancora da chiarire. (4-11446)


   COLONNESE, SIBILIA, LOREFICE e BRESCIA. — Al Ministro dell'interno. — Per sapere – premesso che:
   l'attuale andamento del fenomeno migratorio, ha mostrato l'esigenza di un intervento che non sia solo emergenziale, ma che abbia un approccio sistematico e strutturato. Nell'ambito del sistema organizzativo di accoglienza bisognerebbe prestare particolare cura non solo alle procedure relative ai pubblici appalti per la gestione dell'accoglienza dei migranti, comprese le strutture temporanee, ma anche agli affidatari di tali servizi al fine di prevenire e contrastare eventuali fenomeni corruttivi e di infiltrazione da parte della criminalità;
   nonostante la direttiva del Ministro dell'interno in materia di implementazione delle attività di controllo sui soggetti affidatari dei servizi di accoglienza dei cittadini extracomunitari, nella circolare n. 11209 del 20 agosto 2015 trasmessa ai prefetti, si denotano delle evidenti criticità di tutto il sistema di accoglienza «emergenziale», che non risponde in maniera efficace ed efficiente al fenomeno spesso ignorando le indicazioni di buone prassi per la sua gestione;
   il giorno 11 dicembre è stato rinvenuto privo di vita, Emokpa Edosa, nigeriano di 37 anni, nella sua camera all'interno della struttura di accoglienza che lo ospitava, l’«Agriturismo Petrilli», in località Scampata, Flumeri, in provincia di Avellino. Il corpo senza vita è stato ritrovato dall'addetto alle pulizie della struttura accogliente, riverso sul pavimento in un lago di sangue. Le prime indagini effettuate dagli investigatori avrebbero escluso cause accidentali o delittuose – sul corpo e sul cranio non sarebbero stati rilevati traumi e il suicidio, e sarebbero volte piuttosto verso cause naturali. La magistratura sannita ha disposto l'esame autoptico sul corpo del nigeriano;
   tempo fa, durante un report effettuato nelle strutture che danno accoglienza agli stranieri in Irpinia, i sindacalisti della Cgil avevano denunciato le precarie condizioni di salute di alcuni ospiti africani. Da allora però non è stato fatto nulla, né quell'appello-denuncia è stato mai preso seriamente in considerazione dalle autorità preposte;
   la morte improvvisa e prematura del giovane profugo nigeriano ha sconvolto l'intera comunità di Flumeri e si cerca di capire come e perché sia morto l'uomo, padre di due figli. Il giovane nigeriano faceva parte dei circa 1.000 migranti ospitati in Irpinia. L'azienda agrituristica Petrillo di Ciriaco Petrilli Via Scampata, Flumeri (AV) ospita circa 75 migranti. Dal sito web e dalla pagina social si nota che l'azienda è attiva nella produzione e vendita di prodotti biologici, attività che, a giudizio degli interroganti, è in evidente conflitto con l'accoglienza migranti;
   dalla pagina facebook si rileva, che «attualmente l'Azienda Agrituristica Biologica Petrilli può ospitare in pernottamento fino a 24 persone contemporaneamente», mentre risulta che i migranti attualmente ospitati siano circa 75;
   la struttura di accoglienza «Agriturismo Petrilli» dovrebbe risultare vincitrice di gara d'appalto ai sensi dell'articolo 20 del decreto legislativo n. 163 del 2006, e dovrebbe essere dunque firmataria, tra gli altri, dell'allegato A al bando di gara «capitolato d'oneri», in base al quale, oltre ai servizi di sussistenza, ai migranti ospitati deve essere garantita assistenza medica e mediazione culturale –:
   se sia a conoscenza di quanto esposto in premessa;
   quali iniziative intenda assumere per monitorare: l'operato e i servizi offerti dai soggetti affidatari operanti sul territorio che gestiscono l'accoglienza, indicando nel caso specifico, se sia stato effettuato effettivamente lo screening medico di cui al «capitolato d'oneri»; il corretto impiego dei fondi, comunitari; il costante rispetto dei diritti umani nei centri di accoglienza; la celere produzione dei documenti necessari ai migranti per soggiornare in Europa;
   se e quali strategie intenda attuare per prevenire episodi similari a quello descritto in premessa, che stanno interessando tutto il territorio nazionale, denotando delle evidenti criticità di tutto il sistema di accoglienza «emergenziale», che non sta rispondendo in maniera efficace ed efficiente ad un fenomeno si complesso, ma in relazione al quale spesso vengono ignorate la buona prassi per la sua gestione. (4-11447)


   MOLTENI. — Al Ministro dell'interno. — Per sapere – premesso che:
   la prefettura di Como-ufficio territoriale del Governo ha indetto una procedura di gara aperta ad evidenza pubblica, volta ad individuare i soggetti abilitati ad accogliere nel territorio di sua competenza i cittadini stranieri richiedenti protezione internazionale nell'anno 2016;
   lo stanziamento da destinare alle politiche dell'accoglienza nel 2016 sarebbe pari a 18,6 milioni di euro, a fronte dei 4,2 spesi nel 2015 e della somma inferiore al milione del 2014;
   l'incremento di cui sopra pare all'interrogante eccessivo rispetto all'aumento atteso dei migranti. Infatti, si destina alle politiche dell'accoglienza una cifra del 400 per cento superiore a quella stanziata lo scorso anno, a fronte di un numero di clandestini in mare stimato soltanto del 20 per cento più elevato –:
   quali ragioni vi siano alla base di questo così rapido aumento delle risorse messe a disposizione per l'accoglienza dei migranti richiedenti protezione internazionale nella Provincia di Como. (4-11450)


   CIRIELLI. — Al Ministro dell'interno, al Ministro della giustizia. — Per sapere – premesso che:
   è di pochi giorni fa la notizia della sospensione di un dirigente del sindacato autonomo di Polizia (Sap), accusato di aver truccato, durante un servizio di «Ballarò» andato in onda circa un mese fa, le prove che dimostrerebbero il cattivo stato di manutenzione degli equipaggiamenti degli agenti e, in generale, le inefficienze dell'intero apparato;
   in particolare, alla base del provvedimento disciplinare di sospensione, firmato dal capo della polizia, Alessandro Pansa, nei confronti del quale il Sap ha presentato immediata denuncia, vi sarebbe la convinzione che l'assistente capo ha «deliberatamente prelevato materiale di vecchio tipo non più in uso al personale della polizia di Stato, per poi esibirlo al giornalista durante l'intervista»;
   secondo il Sap, invece, il dirigente avrebbe preso, dall'apposito armadio del materiale di pronto impiego, due caschi Ubott a disposizione dei colleghi per l'utilizzo quotidiano e non li avrebbe furtivamente sottratti, come falsamente sostenuto; così come la mitragliatrice M12, mostrata nel corso della trasmissione televisiva, che era nell'auto di servizio e in dotazione quel giorno, come dimostrerebbe il filmato delle telecamere di video sorveglianza;
   tale vicenda ripropone purtroppo il duplice problema, da un lato, delle difficili condizioni di sicurezza in cui operano gli agenti di polizia e, dall'altro, delle criticità derivanti dai rapporti, sempre più problematici, tra i vertici della polizia di Stato e gli stessi agenti;
   come denunciato dal segretario generale del Sap, Gianni Tonelli, «è gravissima la compressione di libertà fondamentali, tutelate dalla nostra carta Costituzionale: un rappresentante sindacale metteva in luce e denunciava che le condizioni di sicurezza, la preparazione e gli equipaggiamenti non sono idonei ad affrontare un'insidia cruenta come quella del terrorismo di matrice islamica. Un eroe, che nell'interesse della collettività, non suo, sta dando un contributo affinché agli operatori delle forze dell'ordine sia consentito di lavorare con efficacia e sicurezza al fine di tutelare la comunità sulla quale dobbiamo sorvegliare»;
   il Sap, oltre a confermare che le attrezzature in dotazione alla polizia sono inadeguate e logore, ha rilevato altresì come al collega non sarebbe stato notificato alcun atto relativo a procedimenti penali, bensì una sospensione disciplinare dal servizio, peraltro ritenuta inapplicabile se si considerano le disposizioni degli impiegati civili dello Stato e non la speciale e successiva normativa prevista per la polizia di Stato;
   i sospetti e i timori del Sap, che, se confermati, sarebbero di estrema gravità, sono che quanto accaduto, in realtà, sarebbe stato organizzato con scopo intimidatorio, probabilmente per inibire la comunità interna, vittima da anni di tagli lineari e ridimensionamenti importanti, dal «togliere il coperchio al vaso di Pandora»;
   tutta la vicenda desta sconcerto e preoccupazione con riferimento, in particolare, alle crescenti difficoltà connesse ai rapporti tra il sindacato autonomo di polizia, che da diversi anni denuncia l'urgenza di introdurre rapide misure volte a potenziare l'apparato di sicurezza, con gli stessi vertici della polizia di Stato, e i cui effetti si ripercuotono negativamente sul funzionamento organizzativo e di tutela dell'intera comunità nazionale –:
   se i Ministri interrogati siano a conoscenza dei fatti esposti in premessa e, considerata la gravità degli stessi, quali orientamenti, nell'ambito delle rispettive competenze, intendano esprimere, nonché quali urgenti iniziative intendano adottare per adeguare il sistema della sicurezza pubblica alle sfide e alle minacce del terrorismo internazionale;
   se non si ritenga opportuno avviare un'inchiesta interna per accertare le effettive condizioni in cui operano gli agenti di polizia, al fine di garantire un miglioramento complessivo dell'attività di pubblica sicurezza. (4-11461)


   LUIGI DI MAIO. —Al Ministro dell'interno. — Per sapere – premesso che:
   secondo quanto segnalato all'interrogante da fonti sindacali, gli uffici dell'autocentro della polizia di Stato, ubicati all'interno della questura di Palermo, e più precisamente all'interno della caserma di polizia Pietro Lungaro, versano in uno stato di forte degrado e presentano forti criticità rispetto agli standard di sicurezza previsti dal decreto legislativo n. 81 del 2008;
   l'autocentro della polizia di Stato di Palermo è un'articolazione periferica della direzione centrale dei servizi tecnico-logistici e della gestione patrimoniale, in seno al Ministero dell'interno. Ha competenza per la Sicilia occidentale e riveste un ruolo delicato ed importante all'interno della questura. Tra le altre cose si occupa: dell'accettazione dei veicoli di servizio di nuova assegnazione e lo smistamento presso gli uffici/reparti cui sono stati destinati dal Ministero; della cura tramite ricerche di mercato, dell'accreditamento delle ditte esterne che si occuperanno della riparazione dei veicoli di servizio; dell'acquisto di materiale vario di consumo (pneumatici, oli, batterie e altro) che viene assegnato su richiesta dagli uffici o reparti, curandone il successivo conto giudiziale; della dichiarazione di fuori uso dei veicoli vetusti, fortemente sinistrati e altro, nel caso in cui la spesa per la riparazione risulta antieconomica per l'amministrazione; tramite una commissione, degli esami per il rilascio delle patenti di guida di servizio di vario grado, procedendo altresì alla gestione di rilascio e/o rinnovo delle patenti di servizio delle province della Sicilia Occidentale; della verifica e del pagamento delle fatture elettroniche emesse dalle ditte di riparazione, tramite il proprio ufficio amministrazione;
   il sindacato di polizia Consap ha segnalato all'interrogante le seguenti numerose criticità. In primo luogo, la struttura si trova in un corpo autonomo dotato di due piani: pian terreno e primo piano. Ai locali del primo piano si accede attraverso una scalinata e poi una passerella in ferro, di circa 80 centimetri di larghezza, che presenta molti punti di ruggine. La stessa passerella è minacciata dall'inclinazione di un grosso pino che ha già spaccato in due il muro di contenimento del piazzale rialzato e ha cominciato ad inclinare la stessa passerella. Inoltre, la struttura del primo piano non è dotata di alcuna uscita di emergenza, in quanto l'unico punto di accesso è quello della passerella di metallo, di cui al punto precedente. Pertanto, si viene a creare un'anomalia, in quanto la struttura è priva di uscita di sicurezza e l'unica uscita prospetta su una scala/passerella che, per le condizioni sopra esposte, non sembra dare la garanzia di resistenza ai carichi massimi in caso di uscita di tutto il personale, sulla quale insiste un grosso albero che ha cominciato a spostarla, non garantisce i carichi massimi in caso di fuga e non permette una rapida uscita in caso di pericolo (così come previsto da decreto legislativo 9 aprile 2008, n. 81, in particolare dall'allegato IV punti 1.5, 1.6 e 1.7). Al pian terreno, peraltro, nel corridoio molte mattonelle in gres si sono staccate dalla parete ed altre sono in procinto di cadere, a causa della forte umidità alle pareti. Nello stesso mancano porzioni d'intonaco cedute e mai ripristinate e altre parti si vanno staccando. L'impermeabilizzazione del tetto del garage-magazzino ricambi non funziona più, in quanto molto vetusta e in alcuni punti lacerata; dentro il garage/magazzino, infatti, quando piove l'acqua filtra in modo copioso in più punti, mettendo a repentaglio anche apparecchiature elettroniche di nuova installazione (banco revisione autoveicoli). Peraltro, la forte infiltrazione d'acqua che attraversa l'armatura di ferro della volta di cemento armato potrebbe creare un cedimento strutturale di grosse porzioni di cemento con la caduta rovinosa dentro il garage/magazzino con rischio d'incolumità anche per il personale che ivi ha l'ufficio o che soventemente vi transita. I bagni al piano terra, ove sono ubicati gli spogliatoi e che si raggiungono uscendo all'esterno della struttura, sono in condizioni pessime e da ristrutturare La stanza server/archivio, l'ufficio consegnatario/acquisti, l'archivio veicoli, l'ufficio personale, il bagno degli uomini e l'ufficio accettazione/movimenti, non vengono tinteggiati da molto tempo ed facile notarlo per la sporcizia dei muri. Negli uffici consegnatario/acquisti e accettazione/movimenti ci sono i climatizzatori inefficienti da circa 2 anni. Il secondo ufficio citato risulta esposto alle condizioni meteo per 4/5 delle sue pareti/soffitto e quindi c’è gelo d'inverno e vi si boccheggia d'estate. Nel bagno degli uomini, sebbene vi sia installato uno scaldabagno, il circuito dell'acqua calda è stato dismesso molto tempo fa. L'acqua fredda infatti arriva dall'esterno tramite un tubo volante di polietilene che dal bagno delle donne, situato nell'altra ala dell'edificio, arriva al bagno degli uomini. All'inizio questo intervento era stato fatto temporaneamente per fare arrivare l'acqua nel servizio igienico, ma nel tempo è rimasto opera morta;
   appare chiaro che, se quanto elencato effettivamente corrisponde a verità, si tratterebbe di una situazione che renderebbe necessarie immediati e urgenti lavori di ristrutturazione per garantire la salute e l'incolumità di coloro che vi lavorano –:
   se il Ministro interrogato sia a conoscenza di quanto esposto in premessa;
   se il Ministro interrogato non ritenga doveroso accertare le condizioni dell'autocentro della polizia di Stato di Palermo collocato all'interno della caserma Pietro Lungaro, disponendo – nel caso in cui quanto segnalato fosse confermato – l'immediato avvio di un'indagine interna finalizzata all'individuazione del responsabile di tale incresciosa situazione e adoperandosi affinché vengano quanto prima intrapresi lavori di ristrutturazione. (4-11464)


   MASSIMILIANO BERNINI. — Al Ministro dell'interno. — Per sapere – premesso che:
   a Tessennano, piccolo comune di circa 300 abitanti in provincia di Viterbo, è sito un centro per i minori stranieri non accompagnati (Msna) denominato «ACCOGLIENZA ARCOBALENO PER MSNA»;
   il centro è stato aperto dopo l'adesione dell'amministrazione a un bando europeo che si è chiuso il 30 gennaio del 2015, nel quale il comune ha presentato un progetto per minori stranieri non accompagnati, denominato «Arcobaleno»;
   la sperimentazione del suddetto Centro scadrà il 17 dicembre 2015;
   in questi mesi si sono ripetute numerose fughe di minori dal suddetto centro che hanno visto impegnate le forze dell'ordine nell'azione di recupero;
   tali fughe sono documentate online su numerosi articoli che mettono in risalto di come la problematica non accenni a diminuire;
   per stessa ammissione del sindaco di Tessennano il pericolo durante queste fughe consiste anche nella natura stessa del territorio tanto da fargli affermare in una dichiarazione che «Ci preoccupava la collocazione geografica del paese, che è collinare, con crepacci e fossi, perché temevamo che si fossero fatti male cadendo da qualche parte»;
   in un articolo del 17 agosto 2015 si fa riferimento alla presenza di una maggiorenne fuggita insieme a nove minorenni dal centro accoglienza Arcobaleno, nonostante sia un centro Msna e quindi dovrebbe essere preclusa la presenza di ospiti maggiorenni –:
   se sia a conoscenza dei fatti descritti in premessa;
   se intenda avviare verifiche per valutare la sicurezza del centro di cui in premessa nonché l'effettiva presenza di personale qualificato che da bando deve essere presente;
   se intenda indicare il numero dei minori presenti al centro;
   se, in merito alle affermazioni dell'articolo di cui in premessa, del 17 agosto 2015, intenda appurare la presenza di maggiorenni nel centro;
   se il processo di identificazione degli ospiti, secondo le procedure individuate dai protocolli multidisciplinari applicati per l’age assessment, sia stato concluso. (4-11470)


   RAMPELLI. — Al Ministro dell'interno. — Per sapere – premesso che:
   le funzioni e i compiti spettanti allo Stato in materia di difesa civile sono attribuiti al Ministero dell'interno in base al decreto legislativo 30 luglio 1999, n. 300, e il dipartimento dei vigili del fuoco, soccorso pubblico e difesa civile svolge le proprie attività in questo ambito;
   il 22 novembre 2015 è stato pubblicato un articolo su un quotidiano di rilevanza nazionale con il titolo «Roma ha l'arma segreta contro gli attacchi chimici» nel quale è dettagliatamente descritto sia il sistema di controllo di prodotti chimici denominato SIGIS, sia chi lo detiene e chi è in grado di usarlo;
   inoltre è spiegato molto bene che i Vigili del fuoco di Roma, distribuiti nei vari distaccamenti, sono in grado di garantire la sicurezza dell'aria che si respira, soprattutto nell'evenienza di un attacco terroristico;
   nell'ultima parte dell'articolo si cita anche un altro strumento di riconoscimento delle sostanze chimiche, e l'articolo si chiude con la frase: «Il sistema antiterroristico è pronto»;
   da quanto sin qui esposto si evince chiaramente che ha avuto luogo una violazione del segreto applicato al piano di difesa civile, in quanto non solo sono stati rilevati alcuni dei mezzi in dotazione al personale dei Vigili del fuoco, ma è stato anche evidenziato come gli stessi vigili eseguano azioni antiterrorismo quotidianamente e nell'intero territorio della capitale –:
   se sia a conoscenza di quanto esposto in premessa, e se non ritenga di assumere le iniziative necessarie affinché sia immediatamente aperta un'indagine finalizzata ad accertare chi abbia divulgato tali notizie, anche al fine di garantire l'incolumità degli operatori dei vigili del fuoco. (4-11472)
* * *

ISTRUZIONE, UNIVERSITÀ E RICERCA

Interpellanza urgente (ex articolo 138-bis del regolamento):


   I sottoscritti chiedono di interpellare il Ministro dell'istruzione, dell'università e della ricerca, per sapere – premesso che:
   in data 1o settembre 2015 il consiglio regionale del Veneto ha approvato con 24 voti favorevoli e 9 contrari la mozione consiliare «La scuola non introduca ideologie destabilizzanti e pericolose per lo sviluppo degli studenti quali l'ideologia gender»;
   i presupposti della mozione che impegna la giunta regionale ad intervenire nelle scuole di ogni ordine e grado della regione Veneto, sono oltremodo discutibili, sia riguardo alla veridicità di quanto scritto, sia per la visione a giudizio degli interroganti alquanto mistificatoria e retrograda in merito all'educazione all'affettività che da anni ispira i programmi delle scuole della Repubblica. Nel testo della mozione si legge che: «In alcuni casi purtroppo l'educazione all'affettività è diventata sinonimo di educazione alla genitalità, priva di riferimenti etici e morali, discriminante per la famiglia fatta da un uomo e da una donna, che induce una sessualizzazione precoce dei ragazzi – in paesi dove simili strategie sono state applicate, come in Inghilterra e in Australia, questo ha Portato ad una sessualizzazione precoce della gioventù, con conseguente aumento degli abusi sessuali (anche tra giovani), dipendenza dalla pornografia, all'attività sessuale prematura con connesso aumento di gravidanze ed aborti già nella prima adolescenza, e all'aumento della pedofilia – i risultati delle indagini sociologiche dimostrano come ritardare l'inizio dell'attività sessuale e ridurre il numero di partner aumenti le possibilità di intrattenere relazioni stabili e riduca i problemi psicologici quali la depressione, specialmente nelle ragazze»;
   oltre alla contrarietà allo svolgimento nelle scuole di educazione alla affettività secondo criteri di parità e di correttezza educativa riconosciute da tutte le democrazie occidentali, la mozione dedica un'ampia parte alla fantomatica «ideologia Gender», invenzione creata dalle componenti religiose più conservatrici e retrograde. Una strategia comunicativa di reazione all'autodeterminazione delle donne e recentemente utilizzata come strumento di reazione negativa all'equiparazione dei diritti e all'accettazione sociale delle persone LGBT, creando paura e terrore nei genitori per far credere che i programmi educativi che contrastano le discriminazioni e gli stereotipi di genere mirano all'omosessualizzazione dei bambini o all'annullamento delle differenze biologiche fra maschi e femmine;
   l'evidente intento di conservazione dei pregiudizi e delle discriminazioni della mozione e reso in modo plastico da questo passaggio: «Errate convinzioni vorrebbero equiparare ogni forma di unione e di famiglia e giustificare e normalizzare qualsiasi comportamento sessuale»; da ciò è richiesto alla giunta regionale del Veneto: «Siano coinvolte le famiglie nella predisposizione dei progetti sull'affettività e sulla sessualità e nell'opera di educazione, rendendo i loro contenuti trasparenti ed evitando il contrasto con le convinzioni religiose e filosofiche dei genitori – sia oggetto di spiegazione e di studio la ragione per la quale la nostra Costituzione, all'articolo 29, privilegia la famiglia come «società naturale fondata sul matrimonio», della quale riconosce gli speciali diritti, diversamente da ogni altro tipo di unione – si educhi a riconoscere il valore e la bellezza della differenza sessuale e della complementarietà biologica, funzionale, psicologica e sociale che ne consegue»;
   la mozione contiene numerosi riferimenti alla prerogativa delle famiglie di decidere e sovrintendere all'educazione dei propri figli in ambito scolastico;
   il diritto delle famiglie all'educazione dei propri figli e alla trasmissione dei propri valori è un diritto riconosciuto e legittimo, ma non può essere utilizzato per la trasmissione di pregiudizi o di preconcetti;
   nella formazione della persona umana è compito riconosciuto e conclamato della scuola dare ai ragazzi tutti gli strumenti per comprendere la società e relazionarsi con gli altri, senza pregiudizi o comportamenti discriminatori;
   la vicenda in questione appare assai discutibile anche sotto il profilo del rispetto dell'assetto delle competenze, definito a livello costituzionale, relativo ai rapporti Stato-regioni, considerata oltretutto l'estrema delicatezza della materia;
   il 6 ottobre 2015 il consiglio regionale della Lombardia ha approvato con deliberazione X/856 la «mozione concernente l'educazione sessuale e il contrasto alla diffusione della teoria gender nelle scuole lombarde» n. 500 che impegna la giunta regionale ad intervenire presso il Ministro dell'istruzione, dell'università e della ricerca e l'ufficio scolastico regionale sulla medesima materia della mozione approvata dal Consiglio regionale del Veneto –:
   quali iniziative di competenza si intendano adottare per impedire che le regioni esulino dalle proprie attribuzioni con riferimento ai programmi scolastici relativi all'educazione, all'affettività e al contrasto alle discriminazioni;
   quali iniziative il Ministro interrogato intenda adottare per tutelare gli insegnanti e i dirigenti scolastici che non vorranno tener conto di interventi – quale quello segnalato in premessa – a giudizio degli interpellati di natura propagandistica e basati su discriminazione, pregiudizio e omofobia.
(2-01203) «Scotto, Franco Bordo, Marcon».
(Presentata il 15 dicembre 2015).

Interpellanza:


   I sottoscritti chiedono di interpellare il Ministro dell'istruzione, dell'università e della ricerca, per sapere – premesso che:
   a decorrere dall'anno scolastico 2015/2016 il plesso già istituto di istruzione secondaria superiore «Bellissario – Sforza», sito in via Luigi Sturzo, 1 a Palagianello (Taranto), prima dipendente dalla sede di Palagiano (Taranto) è passato alla dipendenze dell'istituto di Ginosa (TA);
   presso la sede di Palagianello, dal giugno del 2015, 19 alunne ed alunni hanno effettuato l'iscrizione alla classe prima per l'anno scolastico in corso (fra gli stessi presenti preiscritti con conferma, non ammessi allo scrutinio di giugno ovvero a quello successivo al recupero, provenienti da altri istituti dopo la non ammissione alla classe successiva);
   il primo giorno di scuola gli alunni, presentatisi per frequentare, non sono stati ammessi nel plesso. Come motivazione si è addotta l'impossibilità di formare una prima classe di soli 19 alunni;
   i genitori degli alunni dopo numerose, diverse e continue rimostranze, non hanno ottenuto risposte ufficiali circa il destino scolastico dei loro figli;
   alcuni genitori, inoltre, dopo aver invano chiesto in via informale accesso agli atti di iscrizione degli alunni alla segreteria, hanno presentato richiesta formale di accesso agli atti in data 10 novembre 2015. Ad oggi, agli interpellanti non risulta alcuna risposta a tale istanza;
   il dirigente scolastico dell'istituto, nominato in sostituzione del precedente, il 24 settembre ha inoltrato richiesta alla dirigenza dell'ufficio scolastico regionale Puglia di costituzione di una prima classe in deroga, a cui non risulta risposta per quanto di conoscenza degli interpellanti;
   ad oggi, ad oltre tre mesi dall'inizio dell'anno scolastico, 16 ragazzi su 19 risultano non frequentanti e per motivi estranei alla loro volontà ed a quella dei loro genitori. I restanti alunni hanno dovuto effettuare l'iscrizione presso altri istituti, lasciandosi aperta la possibilità di rientrare presso il «Bellissario – Sforza» in caso di istituzione della prima classe;
   l'istituto «Bellissario – Sforza» risulta essere l'unica istituzione scolastica superiore presente sul territorio di Palagianello, che quindi risulta avere una fondamentale ed imprescindibile funzione di prevenzione e contrasto alla dispersione scolastica e sociale (che ha già una pesante incidenza sui territori jonici) che sarebbe diversamente non realizzabile –:
   se il Ministro interpellato sia a conoscenza di quanto espresso in premessa;
   se non intenda, per quanto di competenza, garantire ai genitori degli alunni l'accesso agli atti inerenti all'iscrizione dei loro figli;
   se non intenda assumere iniziative per accertare eventuali responsabilità in relazione alla mancata frequenza di 19 alunne ed alunni e se non intenda garantire agli stessi il diritto allo studio.
(2-01197) «Duranti, Carlo Galli, Giancarlo Giordano, Piras, Pannarale, Ricciatti, Sannicandro».

Interrogazione a risposta orale:


   SAMMARCO. — Al Ministro dell'istruzione, dell'università e della ricerca. — Per sapere – premesso che:
   numerosi atti di sindacato ispettivo (interpellanza n. 2-00840, interrogazioni n. 3-01236, 4-06541, 4-10704 e 4-10170), cui integralmente ci si richiama, sono state segnalate le numerose anomalie del commissariamento della Fondazione accademia nazionale di danza (FAND);
   gli atti di sindacato ispettivo sopra citati, tutti regolarmente privi di risposta nonostante alcuni risalgano al 2014, evidenziano anche il rischio che sia in corso un tentativo di chiudere le partite pregresse tra AND e FAND, mediante scioglimento e incorporazione di quest'ultima nella prima;
   ciò costituisce, a giudizio dell'interrogante, oltre che un atto di dubbia legittimità, anche un atto in contrasto con il legato testamentario della fondatrice di entrambe gli organismi, Jia Ruskaja, che non mancherebbe di sortire effetti;
   il commissariamento perdura ormai da oltre 12 mesi determinando l'azzeramento di ogni attività istituzionale della Fondazione; è legittimo il sospetto che il commissario incaricato, Giovanna Cassese, stia lavorando alla cancellazione di fatto della Fondazione; ad avallare la possibilità che questo rischio si concretizzi, giunge la notizia che il sito della FAND risulterebbe in manutenzione –:
   quali attività per il ripristino del buon andamento della FAND abbia posto in essere il commissario incaricato Giovanna Cassese e quali siano le intenzioni del Governo sul futuro dell'attività della Fondazione;
   se si non ritenga opportuno, al fine di evitare gravi ripercussioni sulla funzionalità della FAND, dare mandato al commissario di avviare le procedure per il rinnovo del consiglio di amministrazione della FAND, i cui componenti sono nominati dall'Accademia nazionale di danza, dal Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo, dal Ministero dell'istruzione, dell'università e della ricerca, dalla regione Lazio, dalla provincia e dal comune di Roma. (3-01893)

Interrogazioni a risposta in Commissione:


   D'UVA e SIMONE VALENTE. — Al Ministro dell'istruzione, dell'università e della ricerca. — Per sapere – premesso che:
   l'Università degli studi di Udine è un ateneo statale con sede principale a Udine, fondato nel 1978, all'interno del quale sono presenti dieci facoltà attive;
   in data 23 maggio 2013 viene eletto rettore dell'Università degli studi di Udine il professor Alberto Felice De Toni, già preside della facoltà di Ingegneria dello stesso Ateneo;
   in data 21 ottobre 2015, dalle pagine internet del proprio sito ufficiale, il Partito Democratico annunciava «la due giorni del Partito Democratico», da tenersi nei giorni 23 e 25 ottobre, dedicata ai temi dell'università e della ricerca dal titolo «Più valore al capitale umano. Università, ricerca e alta formazione motori di sviluppo», presso i locali di Palazzo Garzolini di Toppo Wassermann, presso la città di Udine;
   la presenza, tra gli altri, del Ministro dell'Istruzione, dell'università e della ricerca, Stefania Giannini, della presidente della regione Friuli Venezia Giulia Debora Serracchiani, del vicesegretario del Pd, Davide Faraone, del sottosegretario all'Istruzione, Manuela Ghizzoni, e del responsabile Università del Pd, Rosa Maria Di Giorgi, responsabile ricerca del Pd, fanno dell'evento una manifestazione dal carattere prettamente politico;
   tuttavia, il palazzo settecentesco che dall'inizio del secolo scorso è meglio noto come Palazzo Toppo Wassermann, è oggi la sede della Scuola Superiore dell'Università degli studi di Udine, struttura pubblica didattica destinata alla formazione degli studenti iscritti presso l'Ateneo ad accesso riservato a vincitori di concorso, così come disposto dall'articolo 25 dello Statuto universitario;
   per tali motivi diversi quotidiani locali e nazionali evidenziavano in queste ore l'inopportunità di individuare in una struttura universitaria la sede di un convegno di partito, dal momento che ad ogni studente dovrebbe essere assicurata una formazione adeguata che non sia soggetta ad influenze politiche certamente non attinenti al proprio ciclo di studi;
   in data 21 ottobre 2015, il quotidiano consultabile online «Il Giornale», riportava la notizia della due giorni organizzata presso le strutture universitarie della facoltà di Udine, evidenziando come facesse «discutere, a Udine, la decisione del rettore di Alberto de Toni di invitare studenti e docenti alla festa del Pd dedicata all'università e organizzata per il 23 e 24 ottobre proprio nei locali dell'ateneo»;
   non soltanto, ad avviso del quotidiano, il rettore ha dato piena disponibilità al partito per l'utilizzo dei locali universitari della Scuola Superiore di Udine ma, secondo la denuncia di uno studente pubblicata sullo stesso articolo, lo stesso rettore avrebbe inviato agli studenti una mail dall'università «in cui si segnalava l'evento con tanto di link al sito del Partito democratico» evidenziando come, a suo stesso avviso, «La presenza del Ministro Giannini e di alti rappresentanti delle Istituzioni non cancella il dato fondamentale: si tratta di un appuntamento di partito. Così l'università cessa di essere imparziale come invece dovrebbe»;
   dalla lettura delle pagine del quotidiano locale, consultabile online, «Il Diario di Udine», l'evento sembrerebbe organizzato attraverso l'utilizzo del logo dello stesso Partito Democratico, evidenziando, ancora una volta, la natura politica della manifestazione;
   dalla lettura dello stesso articolo, si apprende come gli inviti fatti recapitare dal rettore De Toni sembrerebbero indirizzati agli studenti e a tutto il personale docente, dal momento che in un'intervista pubblicata dallo stesso giornale era evidenziato come il rettore De Toni avrebbe pure invitato studenti e professori a partecipare numerosi a quello che sembra agli interroganti essere un evento di mera propaganda. Uno dei temi di discussione sarà la «restituzione dell'autonomia degli Atenei»: autonomia da cosa o da chi ? Sicuramente non dalla politica;
   tali iniziative, se confermate, contrasterebbero inoltre, ad avviso degli interroganti, con lo stesso Statuto dell'Università degli Studi di Udine;
   l'articolo 1 dello Statuto dell'Università degli Studi di Udine evidenzia come la stessa sia «sede primaria di libera ricerca e libera formazione, promuovendo e sviluppando e il progresso della cultura e delle scienze attraverso la ricerca e la formazione»;
   ancora più rilevante appare quanto disposto dall'articolo 2, secondo il quale «pur assicurando l'autonomia scientifica, didattica, organizzativa, finanziaria e contabile dell'Ateneo», questa «debba perseguire le proprie finalità istituzionali, ispirandosi a principi di autonomia, responsabilità, laicità e pluralismo e garantendo libertà di ricerca, di insegnamento e di studio, nel rispetto dei principi dell'ordinamento giuridico, delle norme legislative che fanno espresso riferimento alle Università statali e delle disposizioni contenute nel Codice Etico dell'Università di Udine»;
   ad avviso degli interroganti la laicità riportata dallo Statuto non può riferirsi esclusivamente ad indirizzi di tipo religioso, ma deve intendersi come autonomia decisionale, anche politica, dei singoli soggetti che fanno parte di una data comunità, in questo caso universitaria;
   ricordando come sia compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l'eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese, condividendo la possibilità di organizzare all'interno di strutture universitarie eventi e manifestazioni di tipo politico, così come ogni evento che possa limitare il regolare svolgimento dell'attività didattica, occorrerebbe poi garantire un pluralismo partitico che condurrebbe gli Atenei ad essere centro di propaganda e diffusioni di opinioni che nulla hanno a che fare con la realtà prettamente didattica e conoscitiva laica e priva di ingerenza che le nostre Università dovrebbero assicurare –:
   se sia a conoscenza di atti o azioni intraprese dal Rettore dell'Università degli studi di Udine, che appaiono agli interroganti, finalizzate alla diffusione e alla propaganda di eventi di natura politica all'interno delle strutture dell'Ateneo di propria competenza e, in caso di positivo riscontro, quali iniziative intenda assumere;
   se non ritenga di chiarire, anche in considerazione della Sua presenza, i presupposti su cui è fondata la decisione di organizzare all'interno di strutture universitarie pubbliche, eventi e manifestazioni di tipo politico, dal momento che le disposizioni costituzionali assicurano che a tutti i cittadini sia garantita la libertà di formare autonomamente i propri convincimenti e le proprie opinioni, e le università hanno sì il diritto di darsi ordinamenti autonomi, ma pur sempre nei limiti stabiliti dalle leggi dello Stato e, quindi, dalla stessa Costituzione. (5-07187)


   MUCCI. — Al Ministro dell'istruzione, dell'università e della ricerca. — Per sapere – premesso che:
   presso il Liceo scientifico e delle scienze umane «Albert Bruce Sabin» di Bologna esiste attualmente una sola sezione ad indirizzo scientifico-sportivo;
   per potervi accedere, dato l'alto numero di richieste superiore ai posti disponibili, vengono svolte selezioni che, a quanto risulta all'interrogante, sono basate solo su meri criteri di merito scolastico e non anche sull'attitudine e capacità allo sport;
   questi criteri, non tenendo conto delle peculiarità di diverse discipline sportive — ad esempio il nuoto pinnato è meno diffuso del gioco del calcio — creano delle disparità di scelta tra i vari candidati;
   risulta all'interrogante che la dirigente scolastica, dottoressa Alessandra Francucci, sia disponibile ad aumentare a 3 le classi ad indirizzo sportivo dato l'alto numero di richieste, ma è costretta a constatare quella che all'interrogante appare una insufficiente flessibilità delle istituzioni scolastiche regionali, che si ritengono vincolate dal regolamento di cui al decreto del Presidente della Repubblica n.52 del 2013, al cui articolo 3, comma 5, è previsto che in ciascuna regione non vi possano essere sezioni sportive in numero superiore al numero delle province;
   a Reggio Emilia manca il liceo sportivo, un'ulteriore classe ad indirizzo sportivo non porterebbe ad un soprannumero nel complesso regionale;
   l'alta richiesta di autorizzazione a poter frequentare tale indirizzo scolastico e la poca flessibilità dimostrata (solo 1 sezione) da parte del Liceo Statale «Sabin», ha dato l'opportunità di costituire corsi sportivi in due licei privati di Bologna –:
   se il Ministro interrogato non intenda, nell'ambito delle proprie competenze, promuovere iniziative volte a modificare il decreto del Presidente della Repubblica n. 52 del 2013 o in subordine ad emanare una circolare interpretativa, al fine di poter consentire un ampliamento delle sezioni ad indirizzo sportivo presso gli istituti statali che abbiano ampia richiesta di iscrizioni a tali corsi. (5-07194)


   LUIGI GALLO, D'UVA, VACCA, LIUZZI, TRIPIEDI, ALBERTI, PESCO, NESCI e SIBILIA. — Al Ministro dell'istruzione, dell'università e della ricerca. — Per sapere – premesso che:
   l'articolo 22, comma 10, del decreto-legge 22 giugno 2012, n. 83, convertito, con modificazioni, dalla legge n. 134 del 2012 recante «Misure urgenti per la crescita del Paese», ha sostituito come di seguito il comma 1 dell'articolo 68 del codice dell'amministrazione digitale, di cui al decreto legislativo 7 marzo 2005, n. 82: «Le pubbliche amministrazioni acquisiscono programmi informatici o parti di essi a seguito di una valutazione comparativa di tipo tecnico ed economico tra le seguenti soluzioni disponibili sul mercato:
    a) software sviluppato per conto della pubblica amministrazione;
    b) riutilizzo di software o parti di esso sviluppati per conto della pubblica amministrazione;
    c) software libero o a codice sorgente aperto;
    d) software combinazione delle precedenti soluzioni. Solo quando la valutazione comparativa di tipo tecnico ed economico dimostri l'impossibilità di accedere a soluzioni open source o già sviluppate all'interno della pubblica amministrazione ad un prezzo inferiore, è consentita l'acquisizione di programmi informatici di tipo proprietario mediante ricorso a licenza d'uso. La valutazione di cui al presente comma è effettuata secondo le modalità e i criteri definiti dall'Agenzia per l'Italia Digitale, che, a richiesta di soggetti interessati, esprime altresì parere circa il loro rispetto»;
   in base a tali principi, l'Agenzia per l'Italia Digitale ha emanato la circolare 6 dicembre 2013, n. 63, recante le «Linee guida per la valutazione comparativa prevista dall'articolo 68 del decreto legislativo 7 marzo 2005, n. 82, Codice dell'Amministrazione digitale»;
   la legge 7 agosto 2015, n. 124, recante «Deleghe al Governo in materia di riorganizzazione delle amministrazioni pubbliche», all'articolo 1 («Carta della cittadinanza digitale»), punto i), incoraggia nuovamente l'uso del software open source così da «razionalizzare gli strumenti di coordinamento e collaborazione delle amministrazioni pubbliche al fine di conseguire obiettivi di ottimizzazione della spesa nei processi di digitalizzazione favorendo l'uso di software open source, tenendo comunque conto di una valutazione tecnico-economica delle soluzioni disponibili, nonché obiettivi di risparmio energetico [...]»;
   tali disposizioni, piuttosto chiare a livello di direzione intrapresa, anche se ancora timide nella loro fattiva esecuzione, che dovrebbero liberare la pubblica amministrazione dal giogo delle grandi multinazionali proprietarie dei principali software informatici, parrebbero però contraddette da talune iniziative condotte o non ostacolate recentemente dal Ministero dell'istruzione, dell'università e della ricerca;
   come testimoniato da « Il fatto quotidiano» in un articolo pubblicato online il 4 novembre 2015, tante scuole italiane sarebbero divenute «territorio di conquista» e target di azioni aggressive di marketing portate avanti da molte aziende della grande distribuzione, le quali si starebbero rivolgendo prepotentemente ad alunni e genitori con slogan e messaggi pubblicitari finalizzati ad incoraggiare gli acquisti in cambio di «bollini» che la scuola cui è iscritto ciascun cliente (o il figlio di ciascun cliente) potrebbe utilizzare per l'acquisto di attrezzature informatiche e tecnologiche;
   come riportato dal portale www.orizzontescuola.it, inoltre, rispettivamente nelle date del primo e del 2 dicembre 2015, ha partecipato, in qualità di Ministro dell'istruzione, dell'università e della ricerca, a due iniziative pubbliche: l'Edu Day a Roma e la visita alla scuola media «Massimo Gizzio» di Roma nell'ambito del progetto Smart Future che ha regalato tablet a 53 classi italiane;
   tali iniziative sarebbero frutto di protocolli che il Ministero ha siglato con aziende private quali, rispettivamente, Microsoft Italia e Samsung Electronics Italia: entrambe le multinazionali, il cui scopo, per propria natura, non può essere che pubblicitario e orientato al profitto, sarebbero dunque coinvolte in programmi e progetti di divulgazione, formazione e addirittura di adeguamento della dotazione tecnologica delle scuole italiane con il nulla osta, o sarebbe meglio dire con il placet, del Ministero dell'istruzione, dell'università e della ricerca –:
   se non ritenga fondamentale, in un'ottica generale di riduzione dei costi e di incremento di efficienza, sicurezza e trasparenza, assumere iniziative per dare una brusca accelerazione all'attuazione dell'autoproduzione di libri digitali come previsto dall'articolo 6 della legge n. 128 del 2013 e all'adesione ai software open source affinché la pubblica amministrazione si dimostri indipendente dal monopolio dei grandi produttori e distributori, mantenendo liberi utilizzo e consultazione;
   quali iniziative intenda assumere in relazione alle iniziative delle aziende della grande distribuzione organizzata e le grandi multinazionali proprietarie di software o produttrici di beni elettronici che stanno attuando vere e proprie strategie di « marketing spinto», schivando gli scopi delle iniziative legislative sopra riportate di riduzione dei programmi informatici di tipo proprietario e innescando meccanismi persuasivi diretti o indiretti finalizzati ad una fidelizzazione precoce verso il proprio marchio, rivolgendosi ai giovani alunni, peraltro già «bombardati» dalla pubblicità proveniente dai media, le cui difese a livello cognitivo in fieri, vulnerabili perché impegnate in una fase critica della realizzazione della propria identità, sono messe ancor più a dura prova da réclame provenienti da ambienti istituzionali che dovrebbero essere incontaminati, come la scuola stessa;
   se non ritenga fondamentale che nella scuola gli alunni vengano innanzitutto guidati nello sviluppo di una propria coscienza critica, emancipata da fenomeni come il consumismo di massa e orientata alla conoscenza degli impatti ambientali, sociali ed economici provocati anche dalle grosse corporation. (5-07201)


   GULLO. — Al Ministro dell'istruzione, dell'università e della ricerca, al Ministro delle infrastrutture e dei trasporti, al Ministro dell'interno. — Per sapere – premesso che:
   la normativa vigente in materia di prevenzione degli incendi ha previsto per ogni istituto scolastico che ospita più di 100 alunni la proroga al 31 dicembre 2015 (articolo 10-bis del decreto-legge 12 settembre 2013, n. 104, convertito dalla legge 8 novembre 2013, n. 128) del termine per dotarsi obbligatoriamente del certificato di prevenzione incendi;
   i comuni, su richiesta dei dirigenti scolastici, devono effettuare gli interventi strutturali e di messa in sicurezza previsti dalla legge;
   gli enti locali avrebbero dovuto effettuare tali opere entro il 31 dicembre 2009, termine successivamente prorogato al 31 dicembre 2015 dalla legge n. 128 del 2013;
   in materia di adeguamenti antincendio il meccanismo delle proroghe dura da moltissimi anni senza che sia individuata una soluzione definitiva;
   risulta alla interrogante che molti comuni, anche a causa delle risapute difficoltà economiche degli enti locali, non abbiano provveduto alla realizzazione di quanto propedeutico al certificato di prevenzione incendi;
   non è ipotizzabile che a tali carenze economiche possano sopperire le scuole con i propri fondi, visto che in alcuni casi è elevata la cifra necessaria ai lavori richiesti;
   dalla mancata osservanza della normativa potrà derivare o la chiusura di taluni plessi scolastici o l'organizzazione in doppi turni, con notevoli disagi per studenti, genitori e dirigenti, docenti e personale scolastico –:
   quali iniziative il Governo intenda intraprendere per:
    a) risolvere definitivamente il problema dell'adeguamento delle scuole alla certificazione di prevenzione incendi;
    b) trovare una soluzione provvisoria per l'anno 2016 che, comunque, sia propedeutica all'adeguamento definitivo degli edifici scolastici. (5-07212)

Interrogazioni a risposta scritta:


   BRESCIA e D'UVA. — Al Ministro dell'istruzione, dell'università e della ricerca. — Per sapere – premesso che:
   l'Istituto superiore di studi musicali «Giovanni Paisiello» nasce a Taranto nel 1927 come liceo musicale che, a seguito di un iter burocratico durato alcuni decenni, nel 1960 viene riconosciuto come finito istituto musicale pareggiato;
   secondo l'articolo 2, comma 2, della legge 21 dicembre 1999, n. 508, «Riforma delle Accademie di belle arti, dell'Accademia nazionale di danza, dell'Accademia nazionale di arte drammatica, degli Istituti superiori per le industrie artistiche, dei Conservatori di musica e degli Istituti musicali pareggiati», l'istituto «Giovanni Paisiello» è inserito nell'ambito del sistema dell'alta formazione artistica e musicale del Ministero dell'istruzione, dell'università e della ricerca, quindi trasformato in istituto superiore di studi musicali;
   a partire dal 1960 i docenti dell'istituto si sono adoperati nel tempo per la sua statizzazione, ad oggi, dopo ben 55 anni, non ancora avvenuta;
   la mancata statizzazione comporta che i costi del personale docente e tecnico-amministrativo dell'istituto ex pareggiato «Paisiello» e la gestione delle strutture siano di competenza degli enti locali di appartenenza;
   a causa della riduzione dei finanziamenti statali agli enti locali dovuta ai periodo di crisi economica, l'istituto «Paisiello» di Taranto, finora sostenuto unicamente mediante finanziamenti provinciali, ha rischiato di essere chiuso;
   da notizia di stampa datata 6 agosto 2015 pubblicata sul quotidiano online Taranto Buona Sera si apprende che a seguito di un incontro tra Michele Emiliano, presidente della regione Puglia, e Martino Tamburrano, presidente della provincia di Taranto, si è proceduto a formalizzare con lettera inviata al Ministro dell'istruzione, dell'università e della ricerca Stefania Giannini, un cofinanziamento per provvedere al pagamento delle spese fisse per il personale dell'istituto «Paisiello»;
   tale decisione prevede che per gli anni 2015 e 2016 il Ministero dell'istruzione, dell'università e della ricerca, la regione Puglia e la provincia di Taranto versino ciascuno una somma pari a un milione di euro, per un totale di tre milioni di euro, all'istituto superiore di studi musicali «Paisiello» di Taranto, in attesa che ne venga perfezionato il processo di statizzazione e, allo stesso tempo, con lo scopo di garantire la prosecuzione delle attività didattiche e di segreteria;
   da notizia di stampa del 26 novembre 2015 pubblicata sul blog Noinotizie. si apprende dell'erogazione da parte della regione Puglia di un contributo straordinario di un milione di euro destinato all'istituto «Paisiello» di Taranto;
   il concludersi del processo di statizzazione porrebbe l'istituto musicale «Paisiello» nella condizione di potersi sostenere autonomamente dal punto di vista economico, senza gravare così sui bilanci degli enti locali ma mantenendo allo stesso tempo un'elevata qualità di formazione degli allievi;
   l'erogazione di contributi da parte del Ministero dell'istruzione, dell'università e della ricerca, della regione Puglia e della provincia di Taranto per una somma pari a tre milioni di euro costituisce una copertura economica sufficiente a garantire l'attività didattica dell'istituto «Paisiello» e il pagamento del personale in servizio crea una congiuntura economica favorevole per il completamento del processo di statizzazione dell'istituto musicale –:
   se e quali iniziative intenda adottare, per quanto di competenza, al fine di verificare l'avanzamento del processo di statizzazione dell'istituto superiore di studi musicali «Giovanni Paisiello»;
   quali iniziative intenda assumere affinché si possa favorire la conclusione del processo di statizzazione dell'istituto musicale «Paisiello» di Taranto in tempi brevi;
   se non intenda assumere iniziative, per quanto di competenza, per accelerare l’iter della riforma dei sistema delle istituzioni AFAM (alta formazione artistica e musicale), avviata con la legge 508 del 1999, nell'ambito della quale andrebbe considerata la statizzazione degli istituti musicali pareggiati, tra cui quello di Taranto;
   se non intenda comunicare i nomi delle personalità che compongono il pool di esperti individuati dal Ministero incaricati dello studio della riforma degli istituti AFAM e fornire ogni elemento utile sui tempi previsti affinché essa sia portata a compimento. (4-11420)


   CECCONI. — Al Ministro dell'istruzione, dell'università e della ricerca. — Per sapere – premesso che:
   il 9 dicembre 2015 l'università degli Studi di Urbino «Carlo Bo» conferiva al cantante Albano Carrisi la sua onorificenza più alta, il sigillo di ateneo;
   l'università di Urbino ha conferito il sigillo di ateneo, in passato, a Gehrard Schröder, Martin Schulz, Carlo Rubbia, Sergio Zavoli, Andrea Camilleri, Vittorio Sgarbi e Piero Guidi: tutte personalità di portata culturale molto alta;
   nel maggio 2015, l'ateneo urbinate conferiva la stessa onorificenza ad una squadra di calcio –:
   se non ritenga il Ministro di assumere iniziative normative per disciplinare le modalità di assegnazione delle onorificenze accademiche. (4-11430)


   PARENTELA, BRESCIA e DI BENEDETTO. — Al Ministro dell'istruzione, dell'università e della ricerca. — Per sapere – premesso che:
   P.G. frequenta la prima media, sezione A, dell'istituto Todaro-Lampasi, a Catanzaro, attualmente usufruisce dell'insegnante di sostegno per 18 ore settimanali, non ha una educatrice, né un operatore sanitario, specificatamente adibito al sostegno del minore per il soddisfacimento dei suoi bisogni fisici e corporali. A tal fine il genitore dell'alunno è costretto a sopperire a questa grave mancanza, garantendo la sua presenza;
   l'alunno è stato iscritto a scuola on-line a gennaio 2015, eppure la scuola ha richiesto l'assistenza alla sua persona al comune di Catanzaro il giorno 16 settembre 2015, esattamente due giorni dopo l'inizio delle lezioni;
   la scuola in questione, se quanto finora asserito non bastasse, è fatiscente, presenta gravi lacune in relazione alle condizioni igienico-sanitarie e soprattutto non ha un bagno per disabili;
   il dirigente scolastico deve assicurare in ogni caso il diritto all'assistenza. Qualora all'interno dell'istituto scolastico non vi fossero collaboratori in possesso di tale competenza è possibile ricorrere al giudice ordinario affinché richieda all'ASL di distaccare un proprio dipendente. In alternativa, il dirigente scolastico può richiedere all'ente locale di riferimento (comune per la scuola dell'infanzia, primaria e secondaria di primo grado; provincia per la scuola secondaria di secondo grado) di intervenire con proprio personale, come previsto dal decreto del Presidente della Repubblica n. 616 del 1977 e dal citato articolo 13, comma 3, della legge n. 104 del 1992. Se invece tali mansioni non possono essere ricoperte a causa di carenza di personale, il dirigente scolastico può rivolgersi all'ufficio scolastico regionale di riferimento perché inoltri al Ministero dell'istruzione, dell'università e della ricerca la richiesta di autorizzazione a nominare collaboratori scolastici in deroga. Gli eventuali danni provocati da prestazioni rivolte ad alunni disabili da parte di personale non adeguatamente formato ricadono, anche in termini di responsabilità penale, sia sul personale che su chi ha organizzato il servizio;
   l'articolo 1 della legge n. 104 del 1992 prevede:
    a) La Repubblica garantisce il pieno rispetto della dignità umana e i diritti di libertà e di autonomia della persona handicappata e ne promuove la piena integrazione nella famiglia, nella scuola, nel lavoro e nella scuola, nel lavoro e nella società;
    b) previene e rimuove le condizioni invalidanti che impediscono lo sviluppo della persona umana, il raggiungimento della massima autonomia possibile e la partecipazione della persona handicappata alla vita della collettività, nonché la realizzazione dei diritti civili, politici e patrimoniali;
   dalle situazioni descritte si evince come i disagi cui l'alunno interessato e i suoi genitori sono sottoposti ledano in modo inequivocabile il diritto costituzionale all'educazione e all'istruzione, diritto in sostanza disapplicato. Notevoli sono, altresì, le ripercussioni sul generale stato psico-fisico del minore, poiché siffatti disagi stanno producendo in lui un'allarmante regressione in maniera via via crescente –:
   quale sia l'orientamento del Ministro con particolare riguardo agli aspetti di competenza e se non ritenga opportuno intervenire prontamente al fine di rimuovere le condizioni ambientali invalidanti che non consentono allo studente dell'istituto Todaro-Lampasi di Catanzaro l'integrazione nella scuola, oltre a ledere il suo diritto all'educazione e all'istruzione e arrecandogli, per giunta, disagi sul fronte psico-fisico. (4-11436)


   PAGANO. — Al Ministro dell'istruzione, dell'università e della ricerca, al Ministro degli affari esteri e della cooperazione internazionale. — Per sapere – premesso che:
   il 15 aprile 2015 la Camera dei deputati ha approvato in via definitiva la legge 7 maggio 2015, n. 62, che riconosce un regime fiscale speciale in relazione ai rapporti con il territorio di Taiwan con la finalità di evitare le doppie imposizioni fiscali;
   con questo passaggio parlamentare è stata approvata una legge che consente finalmente all'Italia di tenere il passo degli altri principali Paesi europei e di creare nuove opportunità economiche e commerciali, implementando la capacità delle imprese italiane di concorrere con le altre imprese europee che esportano verso l'Asia;
   l'ulteriore miglioramento delle relazioni economiche, sociali e culturali con Taiwan che è destinato a scaturire dalla nuova disciplina porterà sicuramente anche a un incremento degli scambi di studenti tra queste due realtà; in particolare, è prevedibile che molti studenti italiani si recheranno a Taiwan per conseguire un titolo di studio;
   alla luce di tali presumibili sviluppi, appare necessario proseguire nel percorso intrapreso e, nel quadro di un sempre maggiore dialogo tra i sistemi di istruzione di Italia e Taiwan, intensificare gli sforzi finalizzati a favorire il riconoscimento dei titoli di studio ivi conseguiti –:
   quale sia l'orientamento del Governo in relazione a quanto esposto in premessa e se si intendano sollecitamente assumere le iniziative di competenza ai fini del riconoscimento nell'ordinamento nazionale dei titoli di studio rilasciati dagli istituti di istruzione taiwanesi. (4-11439)


   BRIGNONE, CIVATI, PASTORINO e ANDREA MAESTRI. — Al Ministro dell'istruzione, dell'università e della ricerca. — Per sapere – premesso che:
   Désirée, sedicenne regolarmente iscritta dal 2013 al liceo linguistico Carlo Alberto di Novara è affetta da disprassia;
   la disprassia è un disturbo evolutivo specifico della funzione motoria che coinvolge diversi aspetti legati alla coordinazione motoria e alle funzioni adattive del soggetto, determinando spesso significative difficoltà nelle operazioni della quotidianità;
   in Italia la disprassia non rientra propriamente tra i DSA, come si può evincere dalla legge n. 170 del 2010, mentre nei Paesi anglosassoni è considerata un vero e proprio disturbo specifico dell'apprendimento. Un bambino con disprassia può presentare delle difficoltà nel vestirsi autonomamente, nell'uso della gestualità come forma di comunicazione degli stati emotivi, nella scrittura (disgrafia), nella lettura e in tutte le forme di apprendimento;
   la studentessa a causa della malattia ha grosse difficoltà nel movimento ed è costretta a usare il deambulatore. Tuttavia, test specifici effettuati da specialisti di neuropsichiatria sulla ragazza, dimostrano che la stessa, nonostante le difficoltà nel pensiero astratto ha una grande predisposizione per le lingue straniere;
   per i motivi sopra indicati la madre decideva di iscriverla al liceo linguistico Carlo Porta di Novara;
   alcuni giorni fa la madre affidava agli organi di stampa la storia della figlia Désirée e le difficoltà che la stessa ragazza ha nel frequentare la scuola poiché gli appelli fatti in precedenza al Ministero dell'istruzione, dell'università e della ricerca, ai dirigenti scolastici e alle associazioni che si occupano di disprassia sono rimasti inevasi;
   la madre di Désirée lamenta la mancanza di sensibilità della scuola nei confronti della figlia, poiché, a suo dire, si permette che sia ignorata la sua condizione;
   la madre della studentessa ha inoltre dichiarato che la ragazza ha superato il primo anno di liceo, ma successivamente è stata bocciata nella seconda classe che ora sta ripetendo;
   nonostante Désirée sia seguita da un'insegnante di sostegno le viene negato il diritto di svolgere il programma limitatamente a «obiettivi minimi» previsti per chi ha una disabilità come la sua secondo la normativa vigente in materia di studenti disabili e di poter utilizzare strumenti di compensazione per limitare il suo handicap nell'affrontare le prove come, ad esempio, rispondere con le crocette a un test invece di svolgere uno scritto;
   il dirigente scolastico del liceo, Professor Sergio Botta, a conoscenza della situazione di Désirée ha dichiarato «Il suo disagio mi dispiace molto. La scuola è stata corretta e ha fatto quanto doveva ma le proposte avanzate non sono state condivise dalla famiglia che ha una visione della realtà diversa dalla nostra» –:
   se i fatti riportati in premessa corrispondano al vero e, nell'eventualità positiva, se sia stato informato della situazione della studentessa disabile frequentante il liceo linguistico Carlo Porta di Novara e quali iniziative gravi e urgenti intenda assumere per conoscere i motivi che hanno costretto la studentessa a non ricevere mai un piano educativo individualizzato, come previsto per gli studenti con la disabilità di cui è affetta Desiree;
   quali siano gli ostacoli che non hanno consentito alla studentessa di beneficiarie del diritto a un programma scolastico personalizzato che prevede, tra le altre cose, il conseguimento del diploma con obiettivi minimi;
   se intenda conoscere e far conoscere chi si sia assunto la responsabilità di imputare a Désirée il carico di studio a lei assegnato, identico a quello di tutti gli altri compagni normodotati, trattando, a giudizio degli interroganti illegittimamente, l'alunna disabile al pari degli altri alunni, pur conoscendo il fatto che il metodo didattico applicato è lesivo e peggiorativo della condizione della studentessa.
(4-11460)

LAVORO E POLITICHE SOCIALI

Interrogazioni a risposta in Commissione:


   RIZZETTO, BARBANTI, MUCCI e PRODANI. — Al Ministro del lavoro e delle politiche sociali. — Per sapere – premesso che:
   sono a rischio circa 300 posti di lavoro dell'Aamps, azienda in crisi che gestisce la raccolta rifiuti del comune di Livorno e di proprietà del comune stesso. Si ritiene necessario un intervento del Governo in tale vicenda poiché la gestione dell'amministrazione comunale potrebbe compromettere i posti di lavoro di centinaia di persone, nonché le aziende dello stesso indotto, vista l'intenzione del sindaco Filippo Nogarin di far ricorso ad una procedura concorsuale, giustificando tale scelta in base a dati sulla questione poi risultati poco corretti, rispetto al bilancio, nonché all'organico dell'azienda;
   ebbene, il sindaco di Livorno ha dichiarato la sussistenza di 42 milioni di euro di debiti dell'Aamps determinati dalle precedenti gestioni comunali, omettendo invece le voci in credito e, dunque, motivando la scelta del concordato preventivo solo in base a parziali dati di bilancio;
   sul punto, i reali dati risultano anche da un particolareggiato articolo di stampa del quotidiano Il Tirreno che dichiara: «Il Tirreno è riuscito ad avere la pianta organica dell'azienda e la realtà per fortuna dei livornesi – che da sempre pagano una delle Tari più alte d'Italia aumentata quest'anno del 14 per cento – è assai differente da quella disegnata da Rosi e di recente dal sindaco». Risulta dunque che i dipendenti totali di Aamps sono 297 e di questi solo 44 sono impiegati: 11 sono distaccati all'ufficio Tari del comune in via Marradi, 33 invece stanno negli uffici del Picchianti. In tutto gli amministrativi rappresentano il 15 per cento della forza di Aamps. Il restante 85 per cento è composto da personale operativo. È vero che i cosiddetti «spazzini» non sono più presenti in quanto esternalizzati quindici anni fa. Tuttavia, ci sono i lavoratori di Aamps che guidano i mezzi (camion), caricano i cassonetti ai ganci, rimuovono i bidoni del porta a porta. Tale categoria è costituita da 143 addetti, ossia il 50 per cento dell'organico di Aamps. Ed ancora, nella pianta organica di Aamps si individuano anche gli addetti dell'area manutenzione, che ripassano i mezzi in officina, che controllano la discarica e che si occupano dell'inceneritore. Si legge su «Il Tirreno» rispetto a tale pianta organica: «Il quadro è questo e i numeri parlano chiaro Aamps non è l'azienda del tutti in ufficio e nessuno a faticare»;
   va fatto poi a parte un ragionamento sull'efficienza di Aamps, su cui l'amministrazione comunale dovrebbe intervenire;
   per affrontare la crisi di Aamps, l'alternativa alla procedura concorsuale è la ricapitolarizzazione dell'azienda, verificandone la possibilità con una competente analisi di bilancio. Il sindaco afferma che i costi della ricapitolarizzazione, che pare ammontino a circa 7 milioni di euro, siano insostenibili, tuttavia a giudizio dell'interrogante è lecito dubitare di tale affermazione, in considerazione delle inesattezze già più volte su citate, ad esempio nell'aver dichiarato dati secondo l'interrogante parziali ed errati, che non «fotografano» la reale situazione di Aamps;
   sicché, alla luce del fatto che le informazioni e i dati e resi sono stati pubblicamente smentiti, ciò che si teme è che si stia portando avanti un'azione non responsabile dall'amministrazione comunale in danno ai lavoratori e ai cittadini livornesi;
   pertanto, senza entrare nel merito delle possibilità di procedere alla misura fallimentare o alla ricapitolarizzazione dell'azienda, scelta che richiede da parte delle istituzioni un'analisi accurata e competente del bilancio, che non appare ancora essere stata fatta alla luce dei dati dichiarati dal sindaco della città di Livorno, è necessario tutelare gli onesti lavoratori e le loro famiglie. Tra l'altro, anche le rassicurazioni del sindaco, che afferma che attraverso il concordato preventivo saranno sicuramente salvaguardati i posti di lavoro, ad avviso dell'interrogante sono prive di fondamento, considerando che in tale ipotesi a decidere del futuro dei dipendenti sarà il commissario, il solo ad avere i poteri per gestire la vicenda e adottare i conseguenti provvedimenti;
   l'interrogante non entra nel merito della procedura adottata ma richiede urgente parere e risposta sulle intenzioni dell'Esecutivo rispetto alla salvaguardia di importanti posizioni lavorative su di un territorio che ha subito e sta continuando a subire le conseguenze di una crisi economica che pare non tenda a diminuire i suoi effetti –:
   quali siano gli orientamenti del Ministro rispetto ai fatti esposti in premessa;
   se e quali iniziative intenda adottare affinché nella vicenda in questione si intervenga a tutela dei lavoratori di Aamps. (5-07199)


   CIPRINI, CHIMIENTI, COMINARDI, DALL'OSSO, LOMBARDI e TRIPIEDI. — Al Ministro del lavoro e delle politiche sociali. — Per sapere – premesso che:
   il Ministro del lavoro e delle politiche sociali con decreto del 27 febbraio 2015 ha nominato il dottor Massimo Angelo Cioffi direttore generale dell'INPS per la durata di 5 anni. L'incarico è previsto che cessi automaticamente all'atto del riordino della governance degli enti previdenziali e assicurativi pubblici;
   dal curriculum vitae pubblicato sul sito dell'INPS si evince che il dottor Massimo Angelo Cioffi ha maturato una consolidata esperienza nelle funzioni di responsabile delle risorse umane e di organizzazione in numerose aziende tra le quali ENEL e Terna spa;
   in particolare, l'attuale direttore generale dell'Inps dottor Cioffi tra il luglio del 2006 e il giugno 2014 ha ricoperto l'incarico di direttore del personale e organizzazione del gruppo Enel;
   nel 2012, infatti, l'Enel, per continuare l'opera di turn over aziendale già intrapresa, ha erogato numerosi incentivi all'esodo per circa 3500 dei suoi 36.000 dipendenti. Proprio Massimo Cioffi, allora responsabile risorse umane di Enel, aveva spiegato così la decisione dell'azienda: «Il turn over lo abbiamo fatto sempre con un approccio di accordo con i lavoratori inserendo un numero significativo di giovani. Con la riforma Fornero abbiamo cercato di trovare una soluzione per non far passare troppo tempo rispetto all'allineamento tra fabbisogno di manodopera e effettivo numero di lavoratori. L'articolo 4 ci consente di gestire il problema della dinamica del personale in modo non traumatico, ad un costo notevole, ma comparabile a quello sostenuto in passato per le incentivazioni all'esodo. È un'operazione conveniente per l'azienda perché ovviamente l'importo della pensione è più basso di quello dello stipendio e va anche considerato il differenziale di stipendio fra giovani, che assumeremmo, e anziani...» (da lamedicinafiscale.it del 20 febbraio 2015);
   secondo i dati riportati dalla stampa, nel periodo in cui il dottor Cioffi ricopriva l'incarico di capo del personale, i dipendenti del gruppo Enel in Italia «sono passati da 46.000 a 35.000». I numeri certi, al momento, sono quelli di Enel Produzione spa: 1.113 esodati dal 2006 al 2011 che hanno comportato per l'azienda un esborso complessivo di 113,1 milioni di euro, ma manca il conto di Enel Distribuzione a cui devono aggiungersi gli ulteriori accordi di uscita con altri 3.600 lavoratori nel biennio 2013-2014 (da Ilfattoquotidiano del 5 dicembre 2015);
   tuttavia, la società Enel che ha realizzato fino al 2014 il suddetto piano di esodo incentivato dei dipendenti, gestito proprio dall'allora direttore delle risorse umane dottor Cioffi, ora direttore generale dell'Inps, «s’è dimenticata di versare i contributi» (Il fatto quotidiano);
   come si apprende dall'articolo del Fatto quotidiano del 5 dicembre 2015 dal titolo «Inps, il dg quando era in Enel non ha pagato i contributi», «tutto inizia nell'ormai lontano 2012, quando la Guardia di Finanza si accorge che Enel Produzione Spa dal 2006 ha esodato qualche migliaio di dipendenti senza versare a Inps tutti i contributi dovuti. Stende un verbale e gira tutto all'ente previdenziale»: l'Inps manda gli ispettori che accertano che gli incentivi all'esodo sono in realtà una transazione coi lavoratori per impedirgli future cause e come tali soggetti al prelievo previdenziale che non risulta versato nelle casse dell'Inps. La tesi degli ispettori, insomma stanti, le aliquote previdenziali da applicare, è che all'appello manchino decine di milioni di euro: 7,5 milioni di euro ma potrebbero salire in base agli ultimi accertamenti ad oltre 14 milioni di euro;
   a parere degli interroganti, appare paradossale la situazione in cui si trova l'Inps ed in particolare il suo direttore generale nella persona di Massimo Cioffi – all'epoca direttore del personale del gruppo Enel che ha realizzato le operazioni di esodo incentivato di migliaia di dipendenti – che potrebbe essere ritenuto dagli stessi ispettori Inps tra i responsabili dei mancati versamenti contributivi dovuti all'ente per oltre 14 milioni di euro;
   forte è anche il rischio che la complessità degli accertamenti possano comportare la prescrizione dei contributi previdenziali più risalenti nel tempo con conseguente danno economico per le casse dell'Inps –:
   se il Ministro sia a conoscenza della situazione descritta;
   a quanto ammonti l'entità dei contributi accertati e non versati alle casse dell'Inps e quali iniziative intenda adottare il Ministro per rafforzare e rendere più celere l'attività di accertamento e di recupero dei contributi dovuti all'ente per i fatti di cui in premessa;
   quali iniziative intenda assumere per chiarire la vicenda che vede interessato anche l'attuale direttore generale Massimo Cioffi, all'epoca dei fatti direttore del personale di Enel, e se non ravvisi gli estremi per valutare la necessità di un ricambio nell'attribuzione dell'incarico di direttore generale, stante quello che agli interroganti appare un conflitto di interessi dello stesso. (5-07207)


   BURTONE. — Al Ministro del lavoro e delle politiche sociali, al Ministro dell'economia e delle finanze. — Per sapere – premesso che:
   in data 13 ottobre 2015 presso il Dipartimento politiche di sviluppo, lavoro e ricerca, della regione Basilicata si è tenuto il Tavolo di coordinamento in materia di ammortizzatori sociali in deroga per l'anno 2015;
   l'incontro si è concluso con la sottoscrizione da parte di tutti i presenti al tavolo, regione, Inps, e organizzazioni sindacali, di un addendum sull'Accordo quadro regionale degli ammortizzatori sociali in deroga 2015;
   l'accordo raggiunto prevedeva l'erogazione dei trattamenti di mobilità in deroga in base a questa declinazione: a) pagare le mensilità residue per l'anno 2014 ai lavoratori che, alla data di decorrenza del trattamento, avessero beneficiato di prestazioni di mobilità in deroga per un periodo inferiore a tre anni, al fine di dare continuità ai trattamenti di mobilità in deroga per il biennio 2015-2016 e poi pagare in base alle risorse disponibili, l'ammortizzatore ai lavoratori che, alla data di decorrenza del trattamento, avessero superato i tre anni in base a quanto stabilito dal decreto ministeriale n. 83743 del 1o agosto 2014;
   l'accordo prevedeva inoltre di verificare tra le parti sottoscrittrici, successivamente all'effettuazione dei pagamenti, le eventuali risorse residue al fine di definirne i criteri di utilizzo;
   tale accordo è stato raggiunto anche sulla base delle risorse, pari a 6 milioni di euro delle risorse Pac ricevute dalla regione Basilicata da parte del Ministero del lavoro e delle politiche sociali;
   suddette risorse sono andate ad aggiungersi a quanto già era giacente e derivante dall'accantonamento del 5 per cento dei precedenti riparti governativi destinati proprio in favore dei lavoratori che, al 31 agosto 2014, avessero superato il periodo dei tre anni di beneficio, una cifra che supera i 2 milioni di euro;
   non è stato un accordo facile e ha avuto anche profili innovativi per una sostenibilità sociale in favore di fasce in enorme difficoltà;
   ad oggi, risultano essere state pagate le mensilità per coloro che avevano ancora diritto al suddetto ammortizzatore in deroga per non aver superato i 3 anni di beneficio e sulla base del primo riparto concernente l'annualità 2015 che, per la Basilicata, ammontava a poco più di 5 milioni di euro;
   per quanto concerne le mensilità di settembre e ottobre 2014 per i lavoratori che, ai sensi dei decreto ministeriale n. 83473 del 2014 avevano superato, al 31 agosto 2014, il limite di tre anni, queste risultano essere state pagate o in pagamento;
   a questo bisogna aggiungere, però, l'esigenza di un immediato chiarimento per le altre due mensilità afferenti a novembre e dicembre 2014 che, in base al suddetto accordo, avrebbero dovuto essere anch'esse erogate in favore dei suddetti lavoratori;
   ad oggi, tali mensilità risultano, a quanto consta all'interrogante, non essere state ancora messe in pagamento e non ne risultano chiare le ragioni;
   c’è la possibilità di un presunto rischio di infrazione poiché la platea dei lavoratori interessati avrebbe in quelle due mensilità ricevuto una indennità per aver partecipato ad una serie di corsi di formazione promossi dalla regione Basilicata a copertura di un periodo in cui tali lavoratori risultavano essere scoperti da ogni tipo di tutela;
   ad avviso dell'interrogante non vi è alcun rischio di indebito percepito per i lavoratori in quanto le risorse dei corsi di formazione si configurano come misure di politica attiva del lavoro finalizzata al reinserimento occupazionale e di legittima competenza regionale cosa diversa dall'ammortizzatore sociale in deroga che invece si configura come misura assistenziale;
   si trova, secondo l'interrogante, in una situazione paradossale per soggetti in difficoltà che attendevano il pagamento complessivo e con contributi di tutte e quattro le mensilità finali del 2014 così come da accordo;
   le organizzazioni sindacali hanno avanzato la richiesta di un nuovo incontro in regione per affrontare definitivamente questo problema;
   a pochi giorni dalle festività natalizie questa condizione va ad infierire su persone in estrema difficoltà, con scadenze da ottemperare dal punto di vista fiscale e con alcuni casi limite di persone che, con quelle due mensilità, potrebbero accedere al pensionamento e che invece rischiano di vedere saltare il traguardo a causa di questa nebulosità interpretativa;
   tale problema, inoltre rischia di aggravarsi anche in considerazione del fatto che i prossimi riparti 2015 conterranno anch'essi l'accantonamento del 5 per cento per coprire criticità sociali, come previsto dalla famosa errata corrige del decreto ministeriale n. 83743 del 2014, il tutto però con una platea crescente e con risorse inferiori –:
   se il Governo sia a conoscenza di tale situazione e quali iniziative di competenza intenda adottare con la massima urgenza per consentire la velocizzazione dei pagamenti delle mensilità restanti a copertura dell'annualità 2014, considerata la difficoltà in cui versano questi lavoratori e le loro famiglie. (5-07218)

Interrogazioni a risposta scritta:


   AIRAUDO. — Al Ministro del lavoro e delle politiche sociali, al Ministro dello sviluppo economico. — Per sapere – premesso che:
   il 18 novembre 2015 l'Azimut Yachts spa di Avigliana, una delle principali aziende italiane produttrici di imbarcazioni di lusso, ha avviato la procedura di mobilità per 95 dei 926 lavoratori occupati, dei quali 76 operai diretti di produzione e 19 fra operai indiretti ed impiegati;
   si tratta di un ulteriore taglio di personale a cui dover sommare quei licenziamenti già attuati un anno fa e che avevano colpito una cinquantina di lavoratori;
   rispetto a tutta la vicenda i media, dipingendo le rappresentanze sindacali del sito produttivo come poco ragionevoli poco disposte a valutare le esigenze di mercato da una parte e quelle di un azienda in piena crisi dall'altra, hanno dato risalto esclusivamente alle ragioni del management della stessa;
   la realtà dei fatti è ben diversa. L'azienda per pura strategia industriale e non perché costretta dal mercato, licenzierebbe il personale indipendentemente dalla disponibilità dei lavoratori di accettare la flessibilità lavorativa. Infatti, qualora questi ultimi accettino la «flessibilità» dell'orario, si procederà comunque ai licenziamenti, con la sola differenza che invece di seguire i criteri previsti dal decreto legislativo n. 223 del 1991, si procederà con quelli di non opposizione a fronte di incentivo. Inoltre, sempre secondo la proposta aziendale, qualora non si raggiunga la quota minima di 50 licenziamenti non oppositivi, si procederebbe ugualmente con esuberi con i criteri precedenti;
   ciò che aggrava il modus operandi aziendale e che preoccupa tutte le maestranze dello stabilimento, è la volontà della proprietà di ridurre gli organici, nonostante nelle ultime tre stagioni nautiche si sia registrato un continuo incremento dei volumi produttivi, quantificabile nella sola stagione 2015/2016 in oltre il 30 per cento rispetto a quella del 2012/2013;
   sul finire della stagione nautica 2014/2015 l'azienda ha avviato un piano di orario straordinario obbligatorio per oltre tre mesi, poi dal mese di settembre ha ripreso l'attività di «bassa stagione» facendo rientrare tutti i lavoratori sottoposti a cassa integrazione guadagni ordinaria e ha applicato a tutti i rientri ed in tutti i reparti l'orario straordinario;
   risulta all'interrogante che l'azienda stia gradualmente esternalizzando l'attività verso piccole aziende appaltatrici che spesso prestano la loro opera senza il rispetto della normativa statale, come dimostra la circostanza che anche l'ispettorato del lavoro, in passato, aveva riconosciuto «intermediazione di manodopera» all'Azimut. Inoltre la stessa azienda starebbe spostando la produzione delle barche della gamma Atlantis verso il sito produttivo in Brasile, ed aprendo uno stabilimento in Polonia. Tutte scelte che, a parere dell'interrogante, sarebbero perfettamente compatibili e coerenti con l'avvio di un indiscriminato e deprecabile piano di licenziamenti;
   va oltremodo ricordato che le rappresentanze sindacali unitarie e le organizzazioni sindacali, durante la stagione nautica 2012/2013 hanno firmato un «accordo di per rendere efficiente» lo stabilimento di Avigliana che garantiva la produzione della gamma Atlantis (precedentemente effettuata presso il dismesso sito di Piacenza), in cambio di una serie di azioni di riduzione di costi, accordo che però sarebbe disatteso a meno di tre anni di distanza dalla sua sottoscrizione;
   quanto premesso dimostra che la scelta di interrompere la produzione presso il sito di Avigliana non è dovuta al rifiuto di ricorrere al regime di «flessibilità» da parte sindacale, ma a precise scelte industriali della proprietà;
   la rappresentanza sindacale unitaria dello stabilimento ha provato a discutere di flessibilità con l'azienda, dietro la garanzia di un ritiro dei licenziamenti, dell'interruzione delle esternalizzazione di fasi di lavoro verso aziende Italiane ed estere, e, chiaramente, del giusto riconoscimento economico per la flessibilità dei lavoratori;
   l'azienda non ha voluto discutere respingendo in toto tutta l'impostazione della trattativa;
   il contratto collettivo nazionale gomma-plastica applicato dalla Azimut spa prevede già la possibilità per i periodi di picco produttivo di lavorare 48 ore settimanali. L'azienda, invece, pretende un incremento dell'orario in alta stagione, di non pagare le ore in esubero rispetto alle 40 settimanali, al fine di poterle usare a sua discrezione in fermate produttive; inoltre non vuole concordare ferie, permessi ed ex festività al fine di poterle utilizzare esclusivamente per necessità aziendale, senza, quindi, tener conto delle esigenze dei propri dipendenti e abbattendo il costo del lavoro;
   inoltre, in tale contesto il management della Azimut ha proposto alle maestranze un rinnovo di premio di risultato aziendale, scaduto il settembre 2015, con parametri che non dipendono direttamente dai lavoratori come monetizzazione dell'indice infortuni, costi di magazzino, costi industriali;
   nei giorni scorsi i lavoratori si sono mobilitati per difendere il proprio posto di lavoro attuando pacifiche azioni di protesta di fronte ai cancelli dello stabilimento di Avigliana, ma si sono ritrovati, per tutta risposta, le forze dell'ordine in assetto antisommossa –:
   quali azioni concrete e urgenti il Governo intenda intraprendere per sollecitare uno sblocco positivo della situazione della Azimut e se i Ministri interrogati, per quanto di competenza, non ritengano di convocare le parti sociali al fine di salvaguardare i livelli occupazionali. (4-11407)


   MERLO e BORGHESE. — Al Ministro del lavoro e delle politiche sociali, al Ministro dello sviluppo economico. — Per sapere – premesso che:
   la stragrande maggioranza degli italiani ritiene che la crisi economica e sociale abbia creato una situazione tale cui le persone soffrono maggiormente di disturbi quali depressione, e stress psicologico, in quanto non avendo più le sicurezze lavorative in loco gli italiani sono costretti a trasferirsi all'estero per ragioni di lavoro;
   la crisi economica ha pertanto determinato la fuga di molte aziende italiane all'estero;
   secondo l'Istat gli italiani che nel 2014 si sono cancellati dall'anagrafe per trasferirsi all'estero sono stati 80 mila, in aumento rispetto ai 50 mila del 2013 e ai 40 mila del 2012;
   il numero dei connazionali che sono effettivamente emigrati sta diventando un fenomeno in crescita; chi se ne va non sempre cancella il proprio nome dai registri pubblici o magari lo fa dopo qualche anno, quando ormai è certo che indietro non torna più; le partenze recenti vanno ad arricchire le fila già numerose degli italiani oltreconfine;
   al giorno d'oggi gran parte delle partenze per l'estero non sono più dal Meridione verso il nord Italia ma dal Sud i flussi migratori sono diretti per lo più verso l'estero e verso il Nord Europa;
   nel 2014 dal nord Italia sono emigrati circa 36 mila persone (14 mila dalla Lombardia, 7 mila dal Veneto). Dal Sud e dalle Isole sono partiti in 21 mila, dal Centro in 11 mila. I Paesi più gettonati quest'anno sono stati la Germania (vi si sono stabiliti più 10 mila italiani), la Svizzera (oltre 6 mila), il Regno Unito (più di 6 mila), la Francia (più di 5 mila), mete tradizionali per i connazionali. Si stanno formando, inoltre, nuove rotte migratorie verso Oriente e il Brasile;
   tra gli esempi importanti di imprese che hanno delocalizzato le proprie attività in Albania – Paese extra Unione europea, alle possibili condizioni descritte – si trovano: Telecom Italia (tra Albania, Tunisia, Romania, Turchia, per un totale di circa 800 lavoratori, mentre in Italia sono stati dichiarati negli ultimi tre anni oltre 9.000 esuberi di personale); Wind (tra Romania e Albania tramite aziende in outsourcing, per un totale di circa 300 lavoratori); H3G (tra Albania, Romania e Tunisia tramite aziende in outsourcing, per un totale di circa 400 lavoratori impiegati); Sky Italia (tramite aziende di outsourcing, per un totale di circa 300 lavoratori impiegati); nell'ultimo anno sono stati circa 7.000 i posti di lavoro perduti solamente nei comparti che operano nel settore delle telecomunicazioni, tra licenziamenti e cassa integrazione;
   questo fenomeno, noto come delocalizzazione, sta interessando tra il 2012 e il 2014, un numero di imprese italiane di poco superiore alle 30.000 unità, con un aumento, del 65 per cento rispetto al passato;
   le cause del fenomeno, indicate dagli studiosi di settore, sono la presenza di significative spinte alla minimizzazione dei costi di produzione, anche in considerazione dell'elevato carico fiscale imposto sul lavoro, in particolare attraverso l'Irap, che porta allo spostamento delle attività in Paesi esteri caratterizzati da un costo del lavoro inferiore (anche del 75 per cento rispetto alla paga di un lavoratore italiano), collocati sia all'interno (Romania e Bulgaria), sia all'esterno dell'Unione europea (Albania e Tunisia);
   molte attività di aziende italiane vengono spesso concentrate nei Paesi dell'Est Europa (in particolare, proprio in Albania) dove spesso, oltre al costo inferiore del lavoro, non vigono normative autoctone sulla salvaguardia, ad esempio, della privacy in materia di pirateria informatica –:
   se i Ministri interrogati siano a conoscenza delle dinamiche esposte in premessa;
   quali siano i loro orientamenti in merito alle attività commerciali di delocalizzazione in Italia;
   quali iniziative intendano assumere al fine di garantire il mantenimento dei livelli occupazionali anche della popolazione italiana. (4-11457)

POLITICHE AGRICOLE ALIMENTARI E FORESTALI

Interrogazione a risposta immediata:


   CATANIA. — Al Ministro delle politiche agricole alimentari e forestali. — Per sapere – premesso che:
   la grappa è una bevanda spiritosa italiana ad indicazione geografica registrata nell'allegato III del regolamento (CE) n. 110/2008 del Parlamento europeo e del Consiglio del 15 gennaio 2008 relativo alla definizione, alla designazione, alla presentazione, all'etichettatura e alla protezione delle indicazioni geografiche delle bevande spiritose e che abroga il regolamento (CEE) n. 1576/89 del Consiglio;
   all'articolo 20 del suddetto regolamento è previsto che, entro il 20 febbraio 2015, per ogni indicazione geografica registrata nell'allegato III, gli Stati membri presentino una scheda tecnica alla Commissione europea;
   il decreto n. 5389 del 1o agosto 2011 del Ministero delle politiche agricole, alimentari e forestali (pubblicato nella Gazzetta ufficiale n. 228 del 30 settembre 2011) contiene appunto la scheda tecnica della «grappa» e prevede che tale denominazione sia «esclusivamente riservata all'acquavite di vinaccia ottenuta da materie prime ricavate da uve prodotte e vinificate in Italia, distillata ed imbottigliata in impianti ubicati sul territorio nazionale»;
   tuttavia, l'obbligo di imbottigliamento nella zona di produzione non ha mai trovato applicazione poiché, sin dal 2011, il Ministero continua ad emettere decreti di differimento dell'entrata in vigore di tale obbligo a causa di alcune perplessità avanzate dalla Commissione europea;
   la previsione è fortemente voluta dai produttori allo scopo di offrire la necessaria tutela ad un prodotto simbolo del made in Italy alimentare che, qualora esitato sfuso, rischia di essere snaturato, in quanto, oltre all'imbottigliamento, all'estero sono consentite importanti operazioni di vera e propria elaborazione, quali l'edulcorazione, la refrigerazione, la filtrazione e la diluzione della grappa, per citarne alcune, che rischiano di alterare le caratteristiche e la qualità dell'acquavite nazionale. Basti pensare, con riguardo alla diluizione, che ad una partita di grappa esportata sfusa a 80 gradi viene consentita la diluizione con un volume equivalente di acqua, ottenendo un volume doppio di quello spedito. Il paradosso è che seppure tutte le suddette operazioni sono effettuate fuori dal territorio italiano, il prodotto finito ottenuto all'estero può continuare a fregiarsi dell'indicazione geografica «grappa»;
   inoltre, l'indicazione geografica «grappa» è sottoposta ad un altissimo rischio di contraffazione, ad esempio nel caso di miscelazione con generica acquavite di vinaccia non italiana o altri distillati dai costi decisamente inferiori. Nel primo caso, la contraffazione non è riscontrabile dal punto di vista analitico, perché la matrice organica della materia prima è identica e pertanto non si può garantire l'autenticità del prodotto per il consumatore finale;
   i pronunciamenti della Corte di giustizia in materia di denominazioni di origine dei vini e dei prodotti agricoli e alimentari, come la sentenza sui vini Rioja e quelle sul Prosciutto di Parma ed il Grana padano, hanno chiarito come la misura relativa al confezionamento nella zona d'origine sia del tutto legittima, laddove sia introdotta allo scopo di salvaguardare la qualità, garantire l'origine e assicurare il controllo;
   lo stesso Parlamento, attraverso una risoluzione approvata dalla Commissione agricoltura e produzione agroalimentare del Senato della Repubblica in data 29 ottobre 2014 (n. 7-00138), ha impegnato il Governo «ad attivarsi nelle competenti sedi europee per la tutela delle indicazioni geografiche delle bevande spiritose anche mediante l'ausilio dell'obbligo di imbottigliamento nel luogo di origine ove necessario» –:
   quali iniziative intenda promuovere per tutelare l'acquavite nazionale e al fine di dare applicazione alla disposizione prevista dalla scheda tecnica della grappa, di cui al decreto ministeriale n. 5389 del 2011, relativamente all'obbligo di imbottigliamento nella zona di produzione.
(3-01895)
(Presentata il 15 dicembre 2015)

Interrogazioni a risposta in Commissione:


   CATANOSO. — Al Ministro delle politiche agricole alimentari e forestali, al Ministro degli affari esteri e della cooperazione internazionale, al Ministro della difesa. — Per sapere – premesso che:
   il 28 gennaio 2015, il dipartimento delle politiche competitive, della qualità agroalimentare, ippiche e della pesca — direzione generale della pesca marittima e dell'acquacoltura ha inviato alle associazioni professionali dei pescatori italiani, al Comando generale delle capitanerie di porto ed al Ministero degli affari esteri una nota di chiarimento sulla vicenda del sequestro di pescherecci italiani da parte delle autorità egiziane;
   in questa nota, il direttore generale Riccardo Rigillo sostiene che «nel futuro, pertanto, al fine di evitare il ripetersi di situazioni spiacevoli, si ritiene necessario intervenire presso i propri associati perché esercitino l'attività di pesca a distanza di sicurezza rispetto alle linee di demarcazione delle acque sotto giurisdizione di Paesi terzi soprattutto quando vi siano rivendicazioni unilaterali»;
   a giudizio dell'odierno interrogante questa nota deve essere ritirata immediatamente;
   compete ad un Ministero disporre in positivo o in negativo e non di «consigliare» o di «suggerire» comportamenti corretti e cauti;
   se i nostri pescatori dovessero esercitare la pesca in maniera illegale secondo la legislazione internazionale, comunitaria e nazionale vigente, non v’è altra possibilità che le sanzioni previste e conseguenti alle loro azioni;
   se i nostri pescatori, invece, sono soggetti a «rivendicazioni unilaterali» e vengono sottoposti a fermo e a sequestro da parte di marinerie straniere al di là e al di sopra della normativa internazionale, non vi può essere che l'intervento della nostra marina militare allo scopo di liberare i nostri connazionali;
   non è concepibile che il Governo italiano, il suo Ministero delle politiche agricole alimentari e forestali, certifichi la propria subalternità nei rapporti internazionali in una tale maniera così manifesta;
   entrando nel merito di quanto scritto nella nota, poi, l'odierno interrogante si chiede come possono fare i pescatori italiani a comprendere la distanza di sicurezza dalle «linee di demarcazione» delle acque territoriali di Paesi che hanno «rivendicazioni unilaterali». Come possono comprendere, in mare, i nostri pescatori queste fantomatiche «rivendicazioni unilaterali» –:
   quali iniziative intende adottare il Ministro interrogato affinché questa nota venga ritirata e si inizi a coordinare l'attività di tutela della nostra marineria dai soprusi delle Marine militari nord-africane. (5-07188)


   CIRACÌ, MARTI e CHIARELLI. — Al Ministro delle politiche agricole alimentari e forestali, al Ministro della salute. — Per sapere – premesso che:
   la febbre catarrale degli ovini, meglio nota come «BLUE TONGUE — BT» (lingua blu), è una malattia infettiva di natura virale non contagiosa tipica dei ruminanti, già tristemente nota in Italia, per aver messo in passato a dura prova l'intera organizzazione della sanità veterinaria nazionale. Questa malattia, originaria dell'Africa, vede nei ruminanti selvatici, il serbatoio naturale del virus e, per effetto dei progressivi cambiamenti climatici e dei lunghi e sofferenti spostamenti che gli, animali compiono alla ricerca di cibo ed acqua in direzione nord, ha fatto si che la blue tongue-BT sia giunta rapidamente sulle sponde del Mediterraneo e dell'intera Europa Occidentale. La malattia è trasmessa principalmente dalla puntura di artropodi volatori ovvero insetti appartenenti al genere culicoides e tra questi il maggior artefice è il Culicoides Imicola che vanta una capacità in termini di efficienza di trasmissione della malattia 100 volte superiore rispetto al potenziale di altri culicoidi. Le condizioni ideali per il loro sviluppo, dal punto di vista climatico ed ambientale, si individua in un'area geografica compresa fra il 53o parallelo, nord ed il 35o parallelo sud: va da sé, che l'intero territorio nazionale rientra pienamente nell'ambito operativo degli agenti vettori. Quindi le caratteristiche ambientali e pedologiche, come temperature medie di circa 12o C., ambiente umido e ricco di sostanze organiche, favoriscono la riproduzione e sviluppo degli artropodi volatori a partire dalla deposizione delle uova e la crescita attraverso i diversi stadi di larva e pupa;
   l'agente eziologico è un virus appartenente alla famiglia Reoviride, genere Orbivirus, del quale si conoscono ben 24 sierotipi la cui patogenicità è variabile e, in generale, i ruminanti rappresentano la specie recettiva e, fra queste, le razze ovine sono quelle in cui la malattia manifesta i segni clinici ed anatomopatologici più devastanti. Il virus penetra nell'ospite «sensibile» mediante la puntura dell'insetto vettore, si moltiplica nei linfonodi regionali e si diffonde in tutto l'organismo. Successivamente alla replicazione nei tessuti linfoidi e negli endoteli, si avvia nei ruminanti la viremia che raggiunge l'acme nel giro di 7-8 giorni: negli ovini in particolare, non supera i 30 giorni, mentre nei bovini circa 40 giorni o anche più, tant’è che l'animale, per il prolungarsi del potenziale infettivo, rappresenta un vero e proprio serbatoio di infezione. Il periodo di incubazione negli ovini varia fra i 5 e 20 giorni, manifestandosi in differenti forme cliniche molto più apparenti rispetto ai bovini ed è per questo che negli ovini la letalità varia fra il 2 ed il 30 per cento;
   a partire dall'anno 2001 il territorio nazionale è stato teatro di profondi attacchi virali da parte della blue tongue, mettendo in seria difficoltà tanto il sistema nazionale di prevenzione e sorveglianza, quanto gli allevatori i quali sono stati colpiti gravemente dal punto di vista economico sia per le forti perdite di capi (deceduti per la malattia), che per le ridotte capacità produttive aziendali per effetto degli elevati aborti causati dalle vaccinazioni, dal calo delle produzioni del latte e di carni e dalle ovvie restrizioni nelle movimentazione dei capi nei periodi di transumanza e per le compravendite degli animali. Il Ministero della salute, memore di queste drammatiche esperienze, ha provveduto con il tempo ad avviare attenti e periodici controlli sull'intero territorio italiano, anche attraverso l'impiego di «allevamenti sentinella» ed in collaborazione con gli assessorati regionali alla sanità, gli Istituti zooprofilattici sperimentali, il Centro di referenza nazionale per lo studio delle malattie esotiche – CESME – provvede a stilare periodicamente delle circolari informative sullo stato dell'arte della blue tongue. Infatti, il dipartimento della sanità pubblica veterinaria e della sicurezza alimentare – DGSAF –, con lettera del 14 marzo 2014, indicava le regioni e le aree a rischio BT e fra queste la Puglia con tutte le sue province. A questa comunicazione ne sono seguite altre aventi date 11 novembre 2014 e 17 dicembre 2014 dove si mettevano risalto le conferme degli esami di laboratorio effettuati presso l'Istituto zooprofilattico dell'Abruzzo e Molise, ribadendo la positività dei campioni provenienti da diverse aziende zootecniche delle provincia di Lecce, Brindisi e Taranto: al momento si contano oltre 500 capi ovi-caprini deceduti per la malattia;
   l'assessorato alla sanità della regione Puglia, alla luce di quanto rappresentato, ha dato avvio tardivamente alla messa in atto delle procedure necessarie al contenimento ed alla diffusione della malattia e ad oggi non è possibile per gli allevatori sottoporre i propri animali a vaccinazione, pratica essenziale e fondamentale nella prevenzione della diffusione della patologia virale: l'urgenza è tale perché la stagione delle piogge, e subito dopo la primavera e l'estate, rappresentano fattori stimolanti per l'incremento della virulenza della malattia a causa dello crescita e la dispersione degli insetti vettori. In definitiva, mancano adeguate scorte di vaccini con l'inevitabile pericolo del dilagare della malattia;
   le organizzazioni di categoria degli allevatori già più volte avevano proceduto a sollecitare gli assessorati all'agricoltura e alla sanità della regione Puglia per porre in atto ogni azione utile alla repressione sanitaria della patologia virale che tiene sotto scacco un intero territorio fortemente vocato alla pastorizia ed alla trasformazione dei prodotti derivati (latticini e carne), causando all'indotto gravi danni economici;
   a detta degli interroganti, occorre individuare forme di indennizzo per il settore zootecnico, magari attingendo ai fondi della legge 218 del 1988 destinati agli abbattimenti o per le zoopatie come previsto dalle norme comunitarie al fine di lenire le difficoltà degli operatori agricoli a seguito delle perdite dei capi allevati;
   a detta degli interroganti, ove la regione Puglia tardasse nel reperire o nell'acquistare lotti numericamente sufficienti a soddisfare le esigenze vaccinali del proprio territorio, occorre provvedete ad allertare enti o strutture statali abilitate alla sintesi produzione di vaccini specifici per la blue tongue, visto che il Ministero della salute ha disposto di procedere a vaccinazione di almeno l'80 per cento degli animali sensibili da effettuare entro il mese di aprile 2015 –:
   se i Ministri interrogati siano a conoscenza di quanto esposto in premessa e quali misure intendano adottare per contrastare la diffusione della patologia virale che produce gravi danni economici agli allevatori di un territorio agricolo già provato dalla fitopatia Xilella Fastidiosa, visto che per la particolare struttura colturale delle aziende salentine, ovvero quelle delle province di Brindisi, Lecce e Taranto, la zootecnia e le produzioni olivicole rappresentano l'essenza reddituale delle aziende stesse;
   se i Ministri interrogati, alla luce di quanto in premessa, intendano adottare iniziative normative, sia di natura economica che fiscale, per il ristoro degli operatori agrizootecnici pugliesi. (5-07189)


   PARENTELA, NESCI, DIENI, GALLINELLA, L'ABBATE, GAGNARLI, MASSIMILIANO BERNINI e COZZOLINO. — Al Ministro delle politiche agricole alimentari e forestali, al Ministro dello sviluppo economico, al Ministro degli affari esteri e della cooperazione internazionale. — Per sapere – premesso che:
   le clementine, incrocio tra arancio amaro e mandarino, sono coltivate in Italia sin dagli anni ‘30 ed hanno trovato uno dei loro habitat ideali in Calabria. Quasi il 70 per cento delle clementine italiane è prodotto in Calabria, il resto in Puglia, Sicilia e Basilicata. Le aree di maggiore produzione sono concentrate nelle zone di pianura esistenti nella regione e sono: la Piana di Sibari e Corigliano nel cosentino, la Piana di Lamezia nel catanzarese, la Piana di Gioia Tauro-Rosarno e la Locride nel reggino. In soli 58 comuni calabresi è concentrata quasi la metà della superficie agrumetata regionale, così suddivisi: 24 provincia di Reggio Calabria 20 comuni; provincia di Catanzaro 14 comuni; provincia di Cosenza 16 comuni; provincia di Vibo 5 comuni; provincia di Crotone 3 comuni. Analizzando nel dettaglio la distribuzione del numero delle aziende e della superficie investita ad agrumi per specie, si evince che, dopo l'arancio – con l'80 per cento delle aziende agrumicole complessive e il 65 per cento, della superficie coltivata – le clementine e i suoi ibridi – con il 19 per cento delle aziende e della superficie – sono la coltura maggiormente rappresentativa della Calabria;
   già nel 1997, Cavazzani e Sivini autori di «Arance amare. La crisi dell'agrumicoltura italiana e lo sviluppo competitivo di quella spagnola» rilevavano che: «le modalità di applicazione di alcune norme europee hanno sconvolto i principi della razionalità economica cui erano improntati, dando luogo a situazioni paradossali». (...) «Secondo la normativa europea i ritiri degli agrumi dalla commercializzazione e il conferimento alle industrie di trasformazione avrebbero dovuto essere strumenti di regolazione del mercato e riguardare le eccedenze congiunturali. Invece sono stati utilizzati per organizzare uno sbocco alternativo al mercato per la produzione agrumaria scadente. Garantendo prezzi minimi e assorbimento totale hanno stimolato la crescita di eccedenze strutturali. Hanno determinato l'esistenza di impianti che producono eccedenze e di agrumicoltori pagati per non immettere sul mercato frutta che non troverebbe acquirenti»;
   all'applicazione della riforma degli aiuti diretti non è seguita una tempestiva applicazione di interventi strutturali, finanziabili dal PSR Calabria 2007-2013 e funzionali alla riconversione degli impianti obsoleti non più economicamente sostenibili, così come ad esempio possibili azioni di riconversione varietale in grado di ottenere produzioni con caratteristiche qualitative ed organolettiche, tali da consentire un'adeguata collocazione sul mercato del fresco;
   i prezzi in caduta verticale, l'invasione di clementine spagnole e le temperature quasi estive fino alla prima settimana di dicembre – che hanno accelerato la maturazione dei frutti – sono i motivi che secondo Confagricoltura rischiano di mettere in ginocchio i produttori di clementine;
   «l'andamento climatico anomalo» – spiega Confagricoltura – «ha concentrato produzione ed offerta di prodotto in poche settimane di commercializzazione. A questo si aggiunge l'embargo russo, che sottraendo una quota consistente di mercato alle produzioni spagnole, ha causato un'aggressiva irruzione sui mercati europei. In questo modo è stato minato il già fragile equilibrio costi-ricavi, che unito alla disorganizzazione commerciale della produzione italiana, ha realizzato una miscela esplosiva, recando danni irreparabili alla campagna agrumicola in corso»;
   a seguito del divieto di importazione imposto dal Governo della repubblica federale russa sui prodotti ortofrutticoli provenienti dai paesi dell'Unione europea, la Commissione europea, ha istituito, con regolamento del 29 settembre 2014, ulteriori misure di sostegno eccezionali a carattere temporaneo per i produttori di alcuni ortofrutticoli. Le misure riguardano le operazioni di ritiro, mancata raccolta e raccolta prima della maturazione svolte nel periodo dal 30 settembre sino al 31 dicembre 2014;
   il comparto dell'agricoltura calabrese risulta fortemente ed ulteriormente penalizzato a causa dell'accordo commerciale approvato dal Parlamento europeo in ordine alla liberalizzazione e quindi importazione dal Marocco di prodotti agrumicoli, oggetto primario di produzione ed esportazione della Calabria. L'accordo entrato in vigore il 1o ottobre 2012 prevede l'aumento delle quote di scambio per una serie di prodotti che potranno essere importati a tariffe doganali basse o pari a zero con l'eliminazione del 55 per cento delle tariffe doganali sui prodotti agricoli per i primi dieci anni e del 70 per cento, nei successivi dieci;
   l'accordo prevede, all'articolo 7, comma 1, delle misure di salvaguardia: «Fatte salve le disposizioni degli articoli dal 25 al 27 dell'accordo, se, vista la particolare sensibilità dei mercati agricoli, le importazioni in quantità talmente accresciute di prodotti originari del Marocco, che sono oggetto di concessioni riconosciute ai sensi del presente protocollo, provochino gravi perturbazioni dei mercati e/o un grave pregiudizio per il settore produttivo, le parti avviano immediatamente consultazioni per trovare una soluzione adeguata. In attesa di tale soluzione, la parte importatrice è autorizzata ad adottare le misure che ritiene necessarie» Continuando, al comma 2, sancisce che: «La misura di salvaguardia, adottata a norma del comma precedente, può essere applicata solo per un periodo massimo di un anno, rinnovabile una sola volta sulla decisione del Comitato di associazione»;
   il sopracitato accordo commerciale favorisce di fatto, in ambito comunitario, i Paesi del nord Europa che accedono ai prodotti agrumicoli a un prezzo molto più vantaggioso, ma senza riguardo alla qualità ed al loro ottenimento, penalizzando le economie dei Paesi mediterranei con le loro eccellenze gastronomiche;
   la produzione agrumicola italiana è seconda solo a quella di Stati Uniti e Brasile, eppure il saldo della bilancia commerciale è negativo;
   le imprese agrumicole – riferisce Confagricoltura – «operano già in un quadro difficile e complesso, tra oneri, imposte e burocrazia. Questa crisi aggrava una situazione già difficile e rischia di compromettere ulteriormente l'economia di intere regioni»;
   «nonostante l'affezione dei consumatori al prodotto made in Italy» – secondo Confagricoltura – «anche i consumi interni continuano a calare. Le imprese lavorano in perdita e non riusciranno a coprire neanche i costi di produzione. Le clementine attualmente sono pagate solo 15/18 centesimi di euro al chilo sulla pianta»;
   risulta agli interroganti che a Rosarno (Reggio Calabria) alcuni agricoltori, disperati a causa della crisi, che sta subendo il mercato agrumicolo locale, avrebbero tagliato i rami dei propri alberi da frutto carichi di clementine. Si calcola che in questa zona il 70-80 per cento della produzione di clementine non sia stata raccolta per il tracollo dell'agrumicoltura calabrese, ma le clementine appassite dovranno essere comunque raccolte e smaltite con ulteriore costo a carico dei produttori;
   se quanto finora asserito non bastasse si evidenzia che le inchieste degli ultimi anni delle direzioni distrettuali antimafia di Reggio e Napoli, hanno dimostrato come da Caserta allo Stretto, fino a Modica, vicino Ragusa, casalesi e n'drine calabre hanno il controllo della filiera della frutta fin dentro gli ortomercati. Ora i boss stanno spingendo affinché si taglino le produzioni storiche di agrumi e uliveti per mettere i più redditizzi mango, avocado, papaja, cachi e fichi d'india e annoni –:
   se non ritengano opportuno farsi portavoce presso l'Unione europea chiedendo che vengano riattivate, per il 2015, le misure di sostegno eccezionali salvaguardando i produttori di clementine, fiore all'occhiello della frutticoltura italiana, messi in ginocchio dal mercato selvaggio e dal cambiamento climatico;
   se non ritengano che ci siano le condizioni per richiedere all'Unione europea l'applicazione delle clausole di salvaguardia per turbativa di mercato derivanti dall'ingresso di prodotti del comparto agrumicolo provenienti dal mercato dell'Unione europea ed extra Unione europea;
   se, nel riconoscere le difficoltà generate dagli accordi bilaterali sull'impresa agricola meridionale, non intenda sostenere l'urgenza di rivedere il sistema del prezzo di entrata al fine di mitigarne gli effetti negativi evidenziati;
   se il Governo ritenga opportuno assumere l'iniziativa di promuovere un tavolo di concertazione tra gli attori istituzionali interessati ed i produttori del comparto agrumicolo così da programmare interventi che possano rendere competitivo il prodotto «clementine di Calabria IGP» iscritto nel registro delle IGP con reg. 2325/97 della Commissione del 24 novembre 1997 pubblicato nella GUCE L 322/97. (5-07190)

Interrogazioni a risposta scritta:


   BRIGNONE. — Al Ministro delle politiche agricole alimentari e forestali. — Per sapere – premesso che:
   il traffico illegale di cuccioli di cane provenienti dai Paesi dell'Est Europa è un reale business dopo di quello di armi e droga;
   si stima che questo tipo di commercio illegale generi affari per circa 300 milioni all'anno in tutta Europa;
   i trafficanti organizzati acquistano cuccioli di cane di tutte le razze nei Paesi dell'Est per una somma massima di cinquanta euro e messi in commercio nei Paesi dell'Europa occidentale a un costo minimo di 700 euro fino a 1500 euro;
   sono circa otto mila ogni mese i cuccioli di cane di poche settimane di vita, provenienti illegalmente dai Paesi dell'est Europa che arrivano in Italia. I cani, privi di documentazione, vaccinazioni e microchip identificativi viaggiano stipati in bagagliai di auto, ammassati uno sugli altri, oppure rinchiusi in piccole gabbie su furgoni di fortuna. Molti all'arrivo a destinazione, dopo giorni interminabili di viaggio non sopravvivono, gli altri solitamente sono affetti da malattie trasmissibili o portatori di gravi tare genetiche;
   nei giorni scorsi, a Melegnano (Milano), il Corpo forestale dello Stato — a seguito della denuncia di un signore che, acquistato un cagnolino, ha dovuto affrontare molte cure perché si ammalava in continuazione – ha scoperto due trafficanti di animali e un veterinario che mettevano in vendita cuccioli sotto i due mesi vita;
   il veterinario aveva il compito di regolarizzare i cuccioli di cane una volta arrivati nel nostro Paese, falsificando la documentazione concernente i vaccini obbligatori e di dotare i cuccioli di microchip;
   una delle altre due persone coinvolte è un noto pregiudicato che metteva in vendita i cani, anche attraverso annunci online, nella cui abitazione, nell'ambito di una perquisizione del Corpo forestale dello Stato, sono stati rinvenuti quattordici cuccioli di cane di poche settimane sottratti troppo presto alle cure materne, ammassati in scatole di plastica e in evidente stato di sofferenza;
   nel medesimo appartamento sono state rinvenute anche molte siringhe monouso e diverse scatole di farmaci veterinari in commercio in paesi dell'Est Europa;
   le persone identificate e il veterinario sono stati denunciati per maltrattamento di animali e frode in commercio illegale da parte dell'autorità competente –:
   se, ai fini della salvaguardia del benessere animale, il Ministro interrogato non ritenga necessario e doveroso, per quanto di competenza, intensificare i controlli nei negozi con licenza di vendita di animali, fiere, sagre e mercati cittadini, soprattutto in questo periodo natalizio in cui il mercato registra una maggiore richiesta di animali da affezione e se non ritenga opportuno intensificare il controllo di servizio veterinario alle frontiere doganali per impedire il traffico illegale di cuccioli provenienti dall'Est Europa;
   se non reputi utile assumere iniziative per modificare la normativa vigente sul benessere animale con particolare attenzione all'inasprimento delle pene previste in caso di trasporto illegale di animali d'affezione destinati al commercio in Italia. (4-11403)


   BRIGNONE e ANDREA MAESTRI. — Al Ministro delle politiche agricole alimentari e forestali. — Per sapere – premesso che:
   nelle scorse settimane presso l'azienda agricola Para, sita a Meldola (Forlì-Cesena), che produce per la più nota Amadori, durante un controllo di routine della stessa azienda, veniva scoperto un caso sospetto di un tacchino destinato all'alimentazione umana, colpito da virus dell'aviaria;
   le analisi effettuate sull'animale, eseguite dall'Istituto zooprofilattico di Padova, rilevavano la presenza del virus dell'influenza aviaria nella forma meno pericolosa poiché classificato come del secondo tipo l'H5;
   il sindaco del comune di Meldola emetteva un ordinanza di sequestro dell'animale colpito da aviaria e contestualmente disponeva il controllo delle aziende avicole site nel raggio di un chilometro quadrato dalla Para;
   in via precauzionale, l'azienda decideva l'abbattimento di circa diciannovemila esemplari che potevano essere venuti in contatto con quello malato e la distruzione delle carcasse;
   non tutte le aziende avicole italiane hanno così alti livelli di monitoraggio che hanno permesso in questo caso di arginare tempestivamente la diffusione del virus;
   le tempestive misure cautelative prese dal sindaco di Meldola, dall'azienda Para e dall'Amadori, circa il monitoraggio di altri allevamenti della zona, hanno permesso di tutelare e garantire la salute del consumatore –:
   se sia stato attivato un piano nazionale di controllo nelle aziende avicole italiane;
   se non ritenga urgente assumere iniziative per risolvere il problema della diffusione del virus dell'aviaria che colpisci molto spesso gli allevamenti avicoli al fine di garantire ai consumatori un prodotto in linea con gli standard qualitativi e di sicurezza alimentare imposti dalle normative vigenti in materia di agricoltura e allevamenti intensivi di animali destinati all'alimentazione umana. (4-11424)


   MOLTENI. — Al Ministro delle politiche agricole alimentari e forestali, al Ministro dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare, al Ministro dell'economia e delle finanze. — Per sapere – premesso che:
   i giornali di giovedì 3 dicembre 2015 hanno riportato una notizia allarmante su un caso che mette in crisi l'industria del legno e dei mobili della provincia di Como, tradizionalmente all'avanguardia in questo settore;
   alle imprese che hanno conferito i propri rifiuti nella discarica di Cantù, gestita da Ecomond, sono state applicate dal Corpo forestale dello Stato multe pesantissime per errori formali nei documenti e nei formulari di accompagnamento degli scarti di lavorazione;
   inoltre, da quanto riportato dai giornali, il gestore della discarica sembra che non abbia segnalato errori;
   da quanto si apprende dalle aziende multate e dalle categorie del settore, per aver messo una crocetta fuori posto e per aver indicato l'orario di partenza sbagliati sul modulo è stata comminata una multa di 6.400 euro, ossia di 3.200 euro per ciascun errore formale;
   gli artigiani riferiscono che le sanzioni arrivano anche a 12 mila euro per errori formali nella compilazione dei formulari di conferimento in discarica degli scarti della lavorazione del legno; si tratta di sanzioni superiori a quanto previsto per l'abbandono di rifiuti;
   infatti, proprio per l'abbandono di rifiuti o per l'immissione di rifiuti nel e acque superficiali o sotterranee, l'articolo 255 del Codice dell'ambiente, di cui al decreto legislativo n. 152 del 2006, prevede la sanzione amministrativa pecuniaria da trecento euro a tremila euro e, se l'abbandono riguarda rifiuti pericolosi, il raddoppio della sanzione;
   i cittadini e le imprese sanzionate sono indignati dal comportamento degli agenti del Corpo forestale dello Stato che scoraggia implicitamente i cittadini dall'applicazione della legge; infatti, secondo l'interrogante si è verificata una situazione in cui le imprese oneste, che pagano per conferire i propri scarti di legno nelle discariche, vengono multate con cifre inique per sbagli formali compilando i formulari, mentre, quelle disoneste che buttano i rifiuti per strada o nei boschi, commettendo gravi illeciti ambientali, non vengono nemmeno ricercate;
   secondo l'interrogante, un simile comportamento da parte delle autorità di controllo danneggia l'ambiente invece che tutelarlo;
   in questo caso, inoltre, ad essere colpito è un settore artigianale importantissimo per l'economia del Paese, essendo il distretto del mobile della Brianza un'eccellenza in specializzazione e produzione di qualità, con un alto potenziale creativo del sistema produttivo e indiscusse competenze tecniche e professionali –:
   se i Ministri interrogati per quanto di competenza, intendano avviare un'apposita indagine ministeriale per accertare i motivi di quanto esposto nella premessa, e per accertare la regolarità dei procedimenti amministrativi eseguiti dal Corpo forestale dello Stato; se e quali iniziative normative il Governo intenda assumere al fine di modificare la disciplina in materia, in modo tale che non si verifichino casi come quello descritto in premessa in cui, per un'errata compilazione dei formulari, siano applicate inique sanzioni che mettono in crisi le imprese oneste che conferiscono i propri rifiuti di lavorazione in discarica, anche prevedendo una moratoria sulle sanzioni comminate, fino al chiarimento del caso e la modifica delle norme. (4-11437)


   CATANOSO. — Al Ministro delle politiche agricole alimentari e forestali. — Per sapere – premesso che:
   nel corso del convegno «L'eredità di Expo», svoltosi presso la Sala «A. Moro» della Camera dei deputati il 4 dicembre 2015 il Presidente della Federazione italiana vignaioli indipendenti (Fivi) Matilde Poggi, ha denunciato l'enorme difficoltà da parte dei nostri viticoltori nello spedire vino da un Paese all'altro;
   per inviare vino da un Paese all'altro, sia ad un rivenditore che ad un consumatore finale, oggi è necessario avviare una pratica doganale e dotarsi di un domicilio fiscale nel Paese di destinazione con il quale assolvere al pagamento delle accise. Una procedura che, non solo rende economicamente sconveniente, se non proprio impossibile, un e-commerce su scala europea, ma complica la vita a tutti i vignaioli che, dopo una visita in cantina da parte di turisti stranieri, devono spesso rinunciare alle vendite che ne potrebbero derivare;
   una soluzione al problema è già stata proposta dalla Confederazione europea dei vignaioli indipendenti, di cui la Fivi è membro e della quale Matilde Poggi è vicepresidente, al gruppo di contatto Accise della Commissione europea;
   secondo quanto sostiene la Poggi e l'odierno interrogante, ogni produttore potrebbe assolvere in proprio e nel proprio Paese d'origine le imposte sul valore aggiunto e le accise secondo le aliquote del Paese di destinazione delle merci. Una camera di compensazione potrebbe quindi calcolare quanto dovuto a ciascun stato membro;
   questa proposta è stata accolta in pieno dallo studio «Evaluation of current arrangements for movement of excise goods released for consumption», realizzato per conto della Commissione europea e approvato dal gruppo di contatto Accise il 3 luglio 2015;
   i rappresentanti della Fivi hanno chiesto a numerosi parlamentari ed al sottosegretario alle politiche agricole di attivarsi per sostenere la proposta nella riunione del gruppo di contatto Accise che si è svolta a Bruxelles il 9 dicembre 2015 –:
   quali indicazioni e proposte siano state fornite alla riunione del gruppo di contatto Accise da parte del rappresentante del Governo italiano;
   quali iniziative, di propria competenza, intenda assumere il Ministro interrogato per risolvere la problematica esposta in premessa. (4-11463)

SALUTE

Interpellanza urgente (ex articolo 138-bis del regolamento):


   I sottoscritti chiedono di interpellare il Ministro della salute, per sapere – premesso che:
   l'11 marzo 2015 nel corso dello svolgimento dell'interrogazione a risposta immediata n. 3-01347 presentata dal primo firmatario del presente atto il Ministro interpellato rispondeva favorevolmente rispetto alla richiesta di istituzione di un posto d'ispezione frontaliera per la regione Sardegna;
   una nota del direttore generale del Ministero della salute, dottor Silvio Borrello, il 19 novembre 2015 ha confermato l'istituzione di un posto d'ispezione frontaliera presso il porto di Cagliari per i controlli sulle carni provenienti dai Paesi fuori dall'Unione europea;
   i posti di ispezione frontaliera (P.I.F.) sono uffici veterinari periferici del Ministero della salute riconosciuti ed abilitati, secondo procedure comunitarie, ad effettuare i controlli veterinari su animali vivi, prodotti di origine animale e mangimi provenienti da Paesi terzi e destinati al mercato comunitario o in transito verso altri Paesi terzi con le modalità di cui alle direttive del Consiglio n. 97/78/CE e n. 91/496/CEE recepite rispettivamente con decreto legislativo 25 febbraio 2000, n. 80 e decreto legislativo 3 marzo 1993, n. 93, e al regolamento (CE) n. 882/2004;
   è apprezzabile l'impegno del Governo per far si che anche la regione Sardegna possa finalmente avere gli opportuni controlli su molte merci che provenienti da Paesi lontani vengono spesso immesse nel mercato sardo senza adeguati accertamenti. Tali merci infatti, sia quelle alimentari, sia gli animali destinati alla macellazione o all'allevamento, necessitano infatti di controlli approfonditi e sofisticati. Il Pif, con valenza regionale, si occupa dei controlli sull'importazione ed esportazione dei prodotti di origine animale, e animali vivi destinati al consumo da parte dell'uomo e di prodotti di origine animale non destinati a consumo umano imballati e non;
   le procedure e le tipologie di controlli ai quali sono sottoposte le merci variano a seconda della loro origine e provenienza. Qualora, infatti, si tratti di merci provenienti da Paesi comunitari (o comunque di merci sdoganate), queste sono soggette a controlli a campione da parte dell'Uvac che, in collaborazione con le Asl, vigilano sulle movimentazioni intracomunitarie delle merci di origine animale e di animali vivi, mentre quelle provenienti da Paesi terzi possono accedere al territorio comunitario attraverso i Pif, punti di accesso al mercato comunitario attraverso i quali avviene lo «sdoganamento» ad oggi i Pif in Italia sono localizzati, principalmente nell'area Nord del nostro paese;
   nell'ultima edizione delle «Linee guida operative PIF», disponibile sul sito del Ministero della salute, si rileva, con riguardo alle procedure necessarie per il riconoscimento di un nuovo posto d'ispezione frontaliera, che l'istituzione di un nuovo Pif avviene con una procedura comunitaria e si conclude con l'inserimento della nuova struttura nell'elenco dei Pif europei, sottolineando, altresì, che «ai fini di un'opportuna valutazione della richiesta di abilitazione, devono essere fornite dettagliate informazioni riguardo ai presumibili flussi commerciali d'interesse veterinario che rendono necessaria l'apertura di un nuovo Pif e, in base a tali traffici, il tipo di abilitazione che si intende ottenere»;
   si fa presente al riguardo inoltre che, il reperimento delle informazioni relative ai flussi dei prodotti in esame è stato molto difficoltoso: sono state inoltrate dagli interpellanti specifiche richieste all'Uvac, al Ministero dello sviluppo economico, al servizio sanità pubblica veterinaria e sicurezza alimentare dell'assessorato all'igiene e sanità della regione Sardegna, all'Agenzia delle dogane, all'Agenzia delle dogane e all'Istat. Tra queste solo l'Istat ha trasmesso le informazioni complete;
   le merci interessate infatti, una volta «sdoganate» (indipendentemente dal Pif attraverso il quale questa procedura avviene, che sia esso italiano o comunitario), possono circolare liberamente in ambito comunitario senza obbligo di ulteriori controlli e registrazioni. Sarebbe dunque da approfondire l'efficacia e l'efficienza dei diversi attori deputati al controllo stabilendo e specificando, nel merito, funzioni e responsabilità;
   si è potuto, quindi, avere un quadro attendibile della situazione, analizzando i dati forniti dall'Istat relativi trasporto marittimo delle merci. Dall'analisi di queste informazioni è emerso che il maggior flusso di merci (prodotti agricoli della caccia e della pesca, prodotti alimentari, animali vivi) si registra prevalentemente nei porti del nord Sardegna, ed in particolare nel porto di Olbia;
   il Ministero della salute,come detto in precedenza ha ritenuto di istituire il Pif nel porto di Cagliari;
   considerando che l'attività dei Pif viene svolta, in relazione alle esigenze geografiche e commerciali, presso aeroporti e porti in Italia e in tutto il territorio comunitario, quello istituito dal Ministero della salute a Cagliari sarebbe l'unico Pif per la regione –:
   quali siano stati i criteri che hanno portato alla decisione del Ministero della salute di istituzione del Posto di ispezione frontaliera nel porto di Cagliari piuttosto che in altri porti della regione dove i flussi commerciali d'interesse veterinario risultano maggiori.
(2-01206) «Capelli, Dellai».
(Presentata il 15 dicembre 2015)

Interrogazioni a risposta immediata in Commissione:
XII Commissione:


   NIZZI, SQUERI, PALMIERI, FUCCI, OCCHIUTO, VELLA e VALENTINI. — Al Ministro della salute. — Per sapere – premesso che:
   il 25 novembre 2015 è entrata in vigore una disposizione contenuta nella legge 30 ottobre 2014, n. 161, «Disposizioni per l'adempimento degli obblighi derivanti dall'appartenenza dell'Italia all'Unione europea – legge europea 2013-bis»;
   l'articolo 14, comma 1, della citata legge abroga due precedenti disposizioni derogatorie rispetto alla direttiva comunitaria in tema di orari e riposi del personale sanitario dipendente; nello specifico, sono abrogati il comma 13 dell'articolo 41 del decreto-legge 25 giugno 2008, n. 112, convertito, con modificazioni, dalla legge 6 agosto 2008, n. 133 e il comma 6-bis dell'articolo 17 del decreto legislativo 8 aprile 2003, n. 66;
   si applicano quindi a pieno titolo anche alla dirigenza sanitaria e a tutto il personale, tutte le disposizioni contenute nel decreto legislativo n. 66 del 2003 e, in particolare la previsione dell'articolo 7, comma 1 del decreto, secondo la quale «il lavoratore ha diritto a 11 ore di riposo consecutivo, ogni 24 ore»; l'articolo 9 stabilisce, inoltre, che «Il lavoratore ha diritto ogni sette giorni a un periodo di riposo di almeno ventiquattro ore consecutive»; si dà così piena attuazione alla direttiva europea 88/2003 in materia di orario di riposo e di lavoro dei medici e dipendenti sanitari;
   l'obbligo di adeguamento alle disposizioni appena richiamate, sta causando non poche difficoltà nella maggior parte delle strutture ospedaliere, che si sono trovate completamente impreparate di fronte alle nuove misure, a, causa della carenza di personale e dell'impossibilità di garantire, l'effettivo rispetto della turnazione prevista dalle recenti disposizioni;
   in queste settimane si stanno moltiplicando casi in cui i medici e i sanitari vengono richiamati in servizio durante il loro giorno di riposo, per coprire turni che improvvisamente risultano privi di personale, con una situazione ormai al collasso; in numerosi ospedali dislocati in tutto il territorio nazionale sono sempre più frequenti episodi di questo tipo;
   intanto, i pazienti in alcuni casi hanno già iniziato a subire conseguenze: liste di attesa più lunghe e slittamento di operazioni già programmate. Fabio Florianello, presidente del Consiglio nazionale del sindacato dei medici dirigenti (Anaao) e segretario amministrativo Anaao Lombardia ha dichiarato che: «Ogni azienda sta facendo il possibile per garantire le 11 ore di riposo al giorno, ma rimangono diversi nodi da sciogliere. I nuovi orari di riposo hanno comportato subito rallentamenti negli interventi di chirurgia programmata e un allungamento delle liste di attesa per esami e visite in generale. Se il governo farà nuove assunzioni, dove andranno a finire ? È importante saperlo, così l'amministrazione dell'ospedale è cosciente dei sacrifici che dovrà sostenere»;
   in seguito all'entrata in vigore della richiamata direttiva europea, infatti, il 26 novembre 2015, il Ministro della salute Beatrice Lorenzin, nel corso del question time alla Camera dei deputati aveva dichiarato che il ministero stava lavorando ad una «procedura concorsuale straordinaria per l'assunzione di personale medico e infermieristico, con una quota di posti riservata alla stabilizzazione del personale precario». Il ministro Lorenzin ha dichiarato inoltre: «Ho dato indicazione ai miei uffici di elaborare, in collaborazione con la presidenza del Consiglio, il Mef e la Funzione pubblica, una proposta normativa in grado di scongiurare le criticità a livello di singole strutture sanitarie»;
   da recenti dichiarazioni del Ministro si è appreso che sarà previsto un piano per nuove assunzioni in campo sanitario; il Ministro Lorenzin ha infatti dichiarato di aver «varato in queste ore la norma in legge di Stabilità che permette l'assunzione di nuovi operatori sanitari per coprire i turni di riposo stabiliti dalla direttiva Ue»;
   Massimo Cozza, il segretario nazionale di Fp Cgil Medici, confermando lo sciopero per mercoledì 16 dicembre ha altresì dichiarato: «servono subito le necessarie assunzioni per garantire il giusto orario europeo per medici e infermieri a tutela della qualità delle cure, ma con risorse adeguate e definite nella legge di Stabilità e non con riferimento a ipotetici risparmi delle regioni, già in gravi difficoltà economiche. Senza ascolto e risposte, la nostra mobilitazione non si fermerà e continuerà anche nel 2016, a partire da altre manifestazioni e scioperi»;
   le problematiche del settore sanitario sono molto più complesse ed ampie e non si risolvono esclusivamente attraverso un piano di assunzioni che necessita comunque di tempi lunghi, di modalità completamente da stabilire e di risorse da definire –:
   quali iniziative di competenza intenda porre in essere il Ministro interrogato rispetto ai fatti esposti in premessa e, in particolare, per dare assoluta certezza, non solo all'effettiva realizzazione del piano di assunzione del personale medico e più in generale sanitario, ma anche rispetto alle risorse che saranno stanziate dal Governo, perché non vengano penalizzate ancora una volta le regioni.
(5-07229)


   LOREFICE, SIMONE VALENTE, BARONI, COLONNESE, DI VITA, GRILLO, SILVIA GIORDANO, MANTERO e SIBILIA. — Al Ministro della salute. — Per sapere – premesso che:
   la legge n. 120 del 3 aprile 2001 (e successive modificazioni) disciplina l'uso dei defibrillatori automatici esterni da parte del personale non sanitario, in caso di emergenza. Per effetto di tale disposizione ogni cittadino con un'adeguata formazione di rianimazione cardiopolmonare può prestare soccorso utilizzando questa apparecchiatura senza commettere reato di esercizio abusivo della professione medica;
   la disposizione recita testualmente: «È consentito l'uso del Defibrillatore Semiautomatico in sede intra ed extraospedaliera anche al personale sanitario non medico, nonché al personale non sanitario che abbia ricevuto una formazione specifica nelle attività di rianimazione cardio-polmonare. [...] Le regioni e le province autonome disciplinano il rilascio da parte delle aziende sanitarie locali e delle aziende ospedaliere dell'autorizzazione, all'utilizzo extraospedaliero dei defibrillatori da parte del personale di cui al comma 1, nell'ambito del sistema di emergenza 118 competente per territorio o, laddove non ancora attivato, sotto la responsabilità dell'azienda unità sanitaria locale o dell'azienda ospedaliera di competenza, sulla base dei criteri indicati dalle linee guida adottate dal Ministro della sanità, con proprio decreto, entro novanta giorni dalla data di entrata in vigore della presente legge»;
   successivamente, il decreto-legge n. 273 del 30 dicembre 2005 ha aggiunto un comma ulteriore all'articolo 2 della suindicata legge dove si specifica che la formazione può essere svolta anche dalle organizzazioni medico-scientifiche senza scopo di lucro nonché dagli enti operanti nel settore dell'emergenza sanitaria che abbiano un rilievo nazionale e che dispongano di una rete di formazione;
   si è ritenuto opportuno muoversi nella direzione di liberalizzare l'uso del defibrillatore sostanzialmente allo scopo di ampliare il più possibile la categoria dei soggetti abilitati all'uso di tale indispensabile strumento per dare loro la possibilità di intervenire tempestivamente per salvare vite umane ed evitare allo stesso tempo il rischio che tali soggetti possano essere accusati di esercitare abusivamente la professione medica, atteso che i nuovi defibrillatori semiautomatici diagnosticano autonomamente la fibrillazione cardiaca senza che l'operatore sia tenuto ad effettuare una diagnosi di fibrillazione;
   l'entrata in vigore del decreto del Ministro della salute 24 aprile 2013 concernente la «Disciplina della certificazione dell'attività sportiva non agonistica e amatoriale e linee guida sulla dotazione e l'utilizzo di defibrillatori semiautomatici e di eventuali altri dispositivi salvavita» e pubblicato in Gazzetta Ufficiale in data 20 luglio 2013 segna un momento decisivo per la liberalizzazione all'uso dei defibrillatori;
   l'adozione del decreto risponde all'esigenza di applicare quanto precedentemente disposto dall'articolo 7, comma 11, del decreto dei Ministri della salute e dello sviluppo economico del 2012; il testo raccoglie l'attività di ricerca e di studio effettuata da un apposito gruppo di lavoro istituito dall'allora Ministro della salute;
   il provvedimento sancisce in maniera inequivocabile che le società sportive dilettantistiche e quelle professionistiche devono dotarsi di defibrillatori semiautomatici, escludendo dall'estensione di tale obbligatorietà solo quelle società dilettantistiche che svolgono attività a ridotto impegno cardiocircolatorio; il provvedimento stabilisce, inoltre, tempistiche certe di adeguamento alla normativa differenziando le società a seconda che si tratti di società professionistiche o dilettantistiche: per le prime si prevede il termine di adeguamento di 6 mesi, per le seconde una ragionevole tempistica di adeguamento di 30 mesi;
   il comma 6 dell'articolo 5, inoltre, stabilisce che l'obbligo di munirsi di defibrillatori sta in capo alle società, le quali possono associarsi (se operano nello stesso impianto sportivo), oppure possono accordarsi con i gestori degli impianti, affinché questi se ne facciano carico. L'allegato E della legge individua anche apposite linee guida circa la dotazione e l'utilizzo dei defibrillatori, disponendo anche la presenza di personale competente e pronto a intervenire in caso di malori sul campo e promuovendo corsi di formazione in ogni regione eseguiti da centri di formazione accreditati;
   dal mese di gennaio 2016 tutte le società hanno l'obbligo di attenersi a quanto prescritto dalla suddetta disposizione; tuttavia si rilevano evidenti disparità regionali;
   in fase di attuazione del citato decreto ministeriale si sono riscontrate non poche difficoltà, in quanto non tutte le società si sono ancora munite di tali apparecchiature, tanto che le stesse sembrerebbero auspicare addirittura una proroga che intervenga per dilazionare ulteriormente i tempi di adeguamento;
   solo per fare un esempio, la regione Toscana aveva anticipato a gennaio 2015 il termine per l'acquisto dei defibrillatori, ma è stata costretta dalle difficoltà delle società a posticiparlo a ottobre. Alcune regioni, poi, hanno adottato il criterio di un defibrillatore per ogni società sportiva, altre invece prevedono una dotazione solo per gli impianti sportivi e obbligano le società che li utilizzano a garantire la presenza di operatori formati –:
   se risulti quante siano le società che ad oggi si sono munite di defibrillatori automatici ad uso esterno e in quali regioni siano ubicate, al fine di valutare lo stato di attuazione della normativa di riferimento, e, in tale contesto, se sia a conoscenza delle ragioni che hanno eventualmente determinato il mancato adeguamento delle restanti società. (5-07230)


   LENZI e GARAVINI. — Al Ministro della salute. — Per sapere – premesso che:
   sono costanti e consistenti i rientri di lavoratori italiani che dopo la conclusione del loro ciclo di lavoro in Svizzera fanno ritorno da pensionati nel nostro Paese per reinsediarsi definitivamente nei luoghi di origine e ricongiungersi con i propri familiari;
   una delle esigenze primarie che essi devono soddisfare è quella relativa alle prestazioni sanitarie, un'esigenza ancor più stringente per l'età degli interessati e per avere trascorso all'estero un'usurante vita di lavoro;
   in base ai regolamenti (CE) 833/2004 e 987/2009, applicabili per convenzione anche ai Paesi EFTA, tra i quali la Svizzera, gli oneri per prestazioni sanitarie fornite a lavoratori e pensionati in un diverso Stato sono a carico del Paese di affiliazione, in questo caso la Svizzera, che è chiamato a rimborsare il Paese erogatore dei costi sostenuti per le prestazioni;
   nel quadro dei rapporti di sicurezza sociale tra Italia e Svizzera, i lavoratori di diritto svizzero o pensionati di istituzioni previdenziali elvetiche, indipendentemente dalla loro cittadinanza, in forza dell'accordo sulla libera circolazione del 13 novembre 2000 (ratificato con legge n. 364 del 2000) possono venire a risiedere nel nostro Paese ed esercitare il cosiddetto «diritto di opzione», previsto dall'allegato II, paragrafo 3, lettera a) e b), con la conseguenza di essere esentati dall'assicurazione obbligatoria con il sistema svizzero e di essere inquadrati nel servizio sanitario nazionale italiano;
   in sede di predisposizione dell'accordo, ai sensi dell'articolo 4 del decreto legislativo 28 agosto 1997, n. 281, Stato-regioni in data 20 dicembre 2012 («Indicazioni per la corretta applicazione della normativa per l'assistenza sanitaria alla popolazione straniera», Gazzetta Ufficiale Serie Generale n. 32 del 7 febbraio 2013 — Suppl. Ordinario n. 9) è stato ritenuto esercitabile il citato diritto d'opzione, da parte sia dei lavoratori occupati in Svizzera che dei titolari di pensione svizzera, con possibilità per gli stessi d'iscrizione volontaria al servizio sanitario nazionale, mediante la corresponsione alla ASL di residenza di un contributo annuo fissato dal decreto del Ministro della sanità di concerto con il Ministro del tesoro dell'8 ottobre 1986 e successive modificazioni ed integrazioni;
   la suindicata possibilità dell'iscrizione volontaria è stata ritenuta applicabile anche alle persone che, indipendentemente dalla loro cittadinanza, esercitino il cosiddetto «diritto d'opzione», ma a condizione che paghino le imposte nel Paese in cui detti redditi sono prodotti, mentre qualora le paghino in Italia (dove vengono a risiedere) hanno, come tutti gli altri cittadini, diritto all'iscrizione «obbligatoria», senza pertanto dover versare alcun contributo all'ASL;
   i pensionati che rientrano dalla Svizzera ed esercitano l'opzione per il servizio sanitario nazionale italiano, una volta che risiedano in Italia, partecipano con il pagamento delle imposte al finanziamento del servizio sanitario nazionale al pari degli altri contribuenti residenti in Italia, tenuto conto dell'accordo italo-svizzero «per evitare le doppie imposizioni e per regolare talune altre questioni in materia d'imposte sul reddito e sul patrimonio» del 9 marzo 1976 (ratificato con legge n. 943 del 1978), in particolare con riferimento al combinato disposto degli articolo 18 e 19;
   nonostante l'evidenza della normativa in merito e il fatto che i pensionati rientrati siano assoggettati al pagamento dell'IRPEF sulla pensione percepita dalle assicurazioni svizzere e di tutte le addizionali richieste ai contribuenti italiani, un numero crescente di ASL escludono tali soggetti dall’«assicurazione obbligatoria» al Servizio Sanitario Nazionale e richiedono loro il versamento volontario per potere usufruire delle prestazioni –:
   se non ritenga necessario ed urgente assumere ogni iniziativa di competenza affinché su tutto il territorio nazionale si adotti un trattamento uniforme nei riguardi dei pensionati rientrati dalla Svizzera, nel senso di garantirne l'iscrizione obbligatoria al sistema sanitario nazionale. (5-07231)

Interrogazioni a risposta in Commissione:


   RIZZETTO. — Al Ministro della salute. — Per sapere – premesso che:
   l'interrogante, con atto di sindacato ispettivo n. 5-06975, in considerazione dei gravi fatti accaduti presso il macello Italcarni di Ghedi (Bs), dove gli animali venivano torturati e la carne è risultata contaminata, ha richiesto al Ministro della salute provvedimenti per stabilire l'efficacia dei controlli presso le aziende del settore a tutela della salute dei consumatori, nonché del benessere animale;
   si evidenzia che, nel caso in questione, l'Azienda sanitaria locale (Asl) di Brescia non aveva riscontrato alcun illecito o anomalia durante i controlli all'ormai noto «macello degli orrori» di Ghedi; tra l'altro, risulta che gli illeciti presso lo stesso siano avvenuti con la complicità di due veterinari rinviati a giudizio, il cui processo si terrà il prossimo 12 febbraio 2016;
   si è appreso che, proprio in merito agli illeciti in questione, il Ministro della salute Beatrice Lorenzin ha predisposto specifici controlli da parte di una task force del Ministero – Nas che ha il compito di verificare la corretta ed efficace programmazione ed esecuzione delle attività di vigilanza da parte delle autorità sanitarie del bresciano;
   ciò premesso, l'interrogante ritiene che, in considerazione delle gravi omissioni compiute dalla Asl di Brescia, vi siano le condizioni per provvedere all'urgente commissariamento della Asl in questione;
   infatti, se è vero che saranno i giudici in sede di giudizio a stabilire le responsabilità dei veterinari, è un dato di fatto accertato che nonostante la grave situazione di illegalità che vigeva presso il mattatoio Asl di Brescia non ha rilevato nulla, ritardando ed ostacolando l'adozione di provvedimenti contro le predette illegalità;
   pertanto, considerando che il Ministero della salute nel predisporre i controlli ad opera della task force si è riservato di intraprendere ulteriori iniziative in merito, l'interrogante ritiene che vi siano tutte le condizioni affinché lo stesso si attivi, affinché sia disposto il commissariamento della Asl di Brescia;
   inoltre, l'interrogante ritiene necessaria l'adozione di un più ampio piano che preveda l'istituzione di una commissione di inchiesta sulle condizioni degli animali negli allevamenti e nei mattatoi finalizzata a ripristinare la legalità nel settore, per garantire il benessere animale e la qualità della carne messa in commercio;
   a giudizio dell'interrogante sarebbe opportuno, alla luce dei fatti descritti, il commissariamento della Asl di Brescia –:
   se e quali iniziative intenda assumere per l'attivazione di un indagine ministeriale sulle condizioni degli animali negli allevamenti e nei mattatoi, come quello descritto in premessa, finalizzata a ripristinare la legalità nel settore. (5-07211)


   DE ROSA, DAGA, BUSTO, ZOLEZZI, MANNINO, MICILLO e TERZONI. — Al Ministro della salute, al Ministro dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare. — Per sapere – premesso che:
   l'area «ex Sisas» di Pioltello e Rodano, secondo l'articolo 252, comma 1, del decreto legislativo n. 152 del 2006 e successive modificazioni e integrazioni è stato classificato come sito d'interesse nazionale (SIN);
   fra la società denominata TR Estate Due S.r.l., il Ministero dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare, la regione Lombardia, la provincia di Milano e i comuni di Pioltello e Rodano viene stipulato, in data 21 dicembre 2007, un accordo di programma ai sensi dell'articolo 34 del decreto legislativo n. 267 del 2000 finalizzato all'esecuzione degli interventi di messa in sicurezza di emergenza e di bonifica del sito predetto, oltre che all'individuazione degli interventi di riqualificazione ambientale ed urbanistica dell'area stessa;
   l'area in questione, di 330 mila metri quadri, era rimasta contaminata da un'ex industria chimica e poi al centro di una lunghissima (e discussa) opera di bonifica, di cui era stata incaricata, inizialmente, la società Tr Estate Due (gruppo Grossi);
   tale azienda non era riuscita, poi, a completare i lavori pattuiti con la regione e a proseguire nella bonifica, limitandosi a bonificare una delle tre discariche previste dal cronoprogramma;
   per evitare una «salata» sanzione dell'Unione europea, i lavori furono poi ripresi in tutta fretta, con il commissariamento dell'area, l'intervento del commissario straordinario Giuseppe Pelaggi, e il subentro di un altro soggetto, la Daneco, che insieme riuscirono a completare nei tempi il piano di bonifica, finito comunque sotto la lente della magistratura;
   questo passaggio ha rappresentato la base di una contesa, arrivata al Consiglio di Stato, tra regione Lombardia, Ministero dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare e la società Tr Estate Due e decisasi parzialmente a favore di quest'ultima;
   la sentenza n. 6161 del 2014 del Consiglio di Stato, infatti, stabiliva che, nonostante «il parziale inadempimento della società degli obblighi di smaltimento e bonifica assunti», «tale inadempimento parziale non può conseguire il mancato riconoscimento di ogni costo per le attività realmente svolte e certificate». Il lavoro fatto, sembrano dire i giudici, va comunque pagato;
   da qui, nel giudizio di ottemperanza alla predetta sentenza del Consiglio di Stato, la regione Lombardia, con delibera del 23 ottobre 2015 stabiliva di mettere mano al «Fondo rischi contenzioso legale» e di rilevare l'area per 17 milioni di euro. Area per la quale, entro un anno, occorrerà indicare il soggetto pubblico o privato a cui trasferire la proprietà;
   tale statuizione della regione Lombardia sembra apparire prima facie «generosa», ad avviso degli interroganti, nei confronti della Tr Estate Due del gruppo Grossi, avendo identificato nel 35 per cento anziché nel 50 per cento la percentuale di abbattimento rispetto a quanto preteso dalla società per via del fatto «...che la Pubblica Amministrazione, nella realizzazione degli interventi necessari a superare l'infrazione comunitaria relativa al sito, si è avvalsa del progetto elaborato dalla società per gli affidamenti dei lavori, nonché della parziale predisposizione del cantiere da parte della società stesse (...)» come si legge nella suddetta delibera del 23 ottobre 2015;
   in un prossimo futuro gli interroganti auspicano che l'esistenza di una procedura di infrazione non si trasformi in un meccanismo per giustificare e legittimare rimborsi alle società inadempienti rispetto agli accordi assunti con l'amministrazione. Si creerebbe in tal modo, secondo gli interroganti, un precedente pericoloso, oltre a generarsi un grande interesse da parte di società private inadempienti –:
   quale sia, in ragione della tormentata vicenda relative all'area contaminata in questione, la reale situazione dello stato dei luoghi in relazione agli interventi di bonifica, messa in sicurezza, nonché della riqualificazione urbanistica del sito, tenuto conto delle crescenti preoccupazioni emerse nella cittadinanza, anche a seguito delle vicende penali che hanno interessato il soggetto «subentrante» nell'attività di rimozione dei rifiuti svolta al posto della Società «TR Estate Due». (5-07214)

Interrogazioni a risposta scritta:


   COMINELLI, LACQUANITI, BAZOLI, RAMPI, BERLINGHIERI e MANZI. — Al Ministro della salute, al Ministro delle politiche agricole alimentari e forestali. — Per sapere – premesso che:
   il 7 ottobre 2015 la procura di Brescia ha messo sotto sequestro il macello Italcarni di Ghedi (Brescia) dopo varie segnalazioni, anche da parte di trasmissioni televisive e della stampa nazionali, di una lunga serie di reati: maltrattamento di animali, adulterazione di alimenti, frode nell'esercizio del commercio, falso in atto pubblico e smaltimento illecito di rifiuti;
   oltre alle gravissime, quanto inutili, violenze inflitte agli animali da parte del personale addetto al macello, del tutto contrarie alla normativa vigente in materia, le analisi effettuate dall'Istituto zooprofilattico di Torino e di Portici (Na) hanno rilevato che tali pratiche causavano nelle carni la presenza di cariche batteriche cinquanta volte superiori a quelle consentite dalla legge, con seri rischi per il consumatore;
   nei giorni scorsi i consiglieri di minoranza del comune di Ghedi hanno presentato sul tema un'interrogazione in cui, oltre a chiedere conto al sindaco di una lunga serie di inadempienze e di far luce su questa vergognosa vicenda, si chiede esplicitamente quale sia stata la destinazione delle carni macellate nella struttura di Ghedi, dove siano state commercializzate e se con le stesse non siano state rifornite le mense scolastiche della zona. Da quanto si apprende, il sindaco di Ghedi pur escludendo che le carni macellate nella struttura incriminata siano state usate per le mense scolastiche, non sarebbe stato in grado di indicare se e dove queste siano state messe in commercio e per quale destinazione;
   inoltre, appare singolare che a seguito di una vicenda tanto grave, risulta all'interrogante, che l'Asl di Brescia anziché sospendere i veterinari coinvolti, li avrebbe invece spostati su altri macelli;
   sulla vicenda è stata anche lanciata una petizione on line su change.org in cui si chiede al Ministro della salute Beatrice Lorenzin di istituire con urgenza una commissione di indagine ministeriale sulle condizioni degli animali negli allevamenti e nei mattatoi –:
   quali iniziative di competenza intendano intraprendere per verificare con urgenza quale sia stata la destinazione delle carni macellate nella struttura di Ghedi;
   se siano a conoscenza di controlli, su altre strutture, precedenti a questo caso, che abbiano portato alla luce altri casi di non conformità;
   se non ritengano necessario intensificare i controlli sulle aziende del settore e adottare iniziative per definire norme più incisive per scoraggiare la commissione di tali reati, prevenire rischi per la salute dei consumatori e tutelare gli animali, nel rispetto della normativa sul benessere animale. (4-11397)


   CIRIELLI. — Al Ministro della salute, al Ministro dell'istruzione, dell'università e della ricerca. — Per sapere – premesso che:
   la neonata facoltà di medicina e chirurgia dell'università degli studi di Salerno starebbe incontrando difficoltà ad espletare le sue funzioni didattiche e di ricerca a causa della scarsa collaborazione dell'azienda ospedaliera universitaria «San Giovanni di Dio e Ruggi d'Aragona»;
   come emerge dalle denunce presentate, il regolare svolgimento delle lezioni pratiche in sala operatoria non sarebbe reso possibile a causa di una serie di ingiustificati provvedimenti adottati dal direttore generale della suddetta struttura ospedaliera, dottor Vincenzo Viggiani, che avrebbero di fatto impedito al titolare della cattedra di chirurgia generale e d'urgenza di effettuare le lezioni come da normativa e agli studenti specializzandi di proseguire i propri studi in maniera corretta;
   in particolare, in data 10 febbraio 2015, il direttore generale con atto n. prot. 59 sottraeva i cosiddetti «posti letto», ossia i casi di degenti oggetto di studio in sala operatoria e in reparto, al primario universitario e, quindi, agli studenti, attribuendo questi ultimi al solo primario ospedaliero;
   tale situazione avrebbe sollevato un generale malcontento anche tra gli studenti, a tal punto che alcuni, esasperati dall'impossibilità di attendere ai propri studi, avrebbero addirittura chiesto il trasferimento presso altre università nel bel mezzo dell'anno accademico, con un grave danno di immagine della facoltà;
   già in data 16 febbraio 2015 gli studenti specializzandi, con documento prot. 2015/4514 dell'azienda ospedaliera universitaria Ruggi d'Aragona manifestavano il loro disagio relativamente all'impossibilità ad una «regolare e programmata attività di Sala Operatoria con turnazioni prestabilite attualmente subordinata al volere casuale ed occasionale dell'operatore o condizionata dalle dinamiche interpersonali verticistiche del momento»;
   il modello organizzativo posto in essere dal direttore generale dottor Viggiani, che, di fronte all'aggravarsi della situazione circa l'impossibilità degli studenti di svolgere attività di reparto e sala operatoria, si sarebbe mostrato riluttante a rivedere le sue decisioni, si porrebbe in contrasto con numerosi dettami normativi: dal decreto 29 marzo 2006 di «Definizione degli standard e dei requisiti minimi delle scuole di specializzazione» al decreto n. 7 del 16 gennaio 2013 con il quale la regione Campania ha approvato il protocollo di intesa tra il presidente della giunta regionale e il rettore dell'università di Salerno;
   la delicata vicenda è stata oggetto di numerose segnalazioni da parte di professori universitari e di personale ospedaliero impossibilitati a svolgere con professionalità il proprio lavoro;
   tale assurda situazione è stata oggetto di contestazioni anche da parte del rettore dell'università di Salerno, ma ad oggi non c’è stato alcun riscontro, nemmeno verbale, da parte dell'interessato –:
   di quali elementi dispongano i Ministri interrogati, anche per il tramite del commissario ad acta per l'attuazione del piano di rientro dai disavanzi sanitari, sulle criticità che starebbero emergendo in relazione all'attività dell'azienda ospedaliero universitaria di cui in premessa, con particolare riguardo alla necessità di garantire il regolare e programmato svolgimento delle attività assistenziali dei professori della facoltà di medicina e chirurgia dell'università degli studi di Salerno, anche a garanzia del fondamentale diritto allo studio. (4-11425)


   BENEDETTI, MASSIMILIANO BERNINI, PAOLO BERNINI, BUSTO, GAGNARLI, GALLINELLA, LUPO e PARENTELA. — Al Ministro della salute. — Per sapere – premesso che:
   i neonicotinoidi sono una categoria di insetticidi, con meccanismo neurotossico, simili chimicamente alla nicotina. Sono utilizzati come insetticidi e possono essere distribuiti sulle chioma delle piante, nel suolo in forma granulare o usati per trattare i semi. Sono inoltre contenuti in numerosi prodotti ad uso veterinario antiparassitario (fipronil, imidacloprid, e altro);
   in Italia prodotti a base di fipronil (chimicamente non appartenente alla famiglia dei neonicotinoidi ma accumunato ad essa per via del meccanismo d'azione e della tossicità) venivano liberamente commercializzati previa autorizzazione fino al 2008; dal 2006 circa si sono evidenziate gravi problematiche di moria della api non solo in Italia; per questo sono state poste in essere numerose azioni di monitoraggio e progetti scientifici per la valutazione del rischio sulle api (ad esempio Apenet del Ministero delle politiche agricole alimentari e forestali);
   l'Italia nel 2008 è il primo Paese a sospenderne l'impiego per i trattamenti alle sementi con divieti temporanei, rinnovati poi a ogni scadenza, per gli effetti tossici e nocivi di tali sostanze sulle api; il problema giunge successivamente in Commissione europea, la quale chiede all'EFSA, l'Autorità europea per la sicurezza alimentare, di esprimersi sui rischi connessi all'impiego di particolari neonicotinoidi: clothianidina, imidacloprid, tiamethoxam e del fipronil; nel gennaio del 2013 l'EFSA pubblica le proprie considerazioni riconoscendo che i prodotti in esame provocano effetti acuti e cronici sulla sopravvivenza e sullo sviluppo delle colonie di api; a maggio 2013 anche la Commissione europea si esprime vietando l'utilizzo per due anni di clothianidin, thiamethoxam e imidacloprid sulle colture che attraggono le api; pochi mesi dopo viene vietato anche l'uso del fipronil; in merito a tale sostanza attiva, la Commissione europea, in un suo comunicato stampa del 16 luglio 2013, dichiara che gli esperti degli Stati membri hanno approvato la proposta volta a limitare l'uso del fipronil nel corso della riunione del Comitato permanente per la catena alimentare e la salute degli animali (Scofcah); il regolamento di esecuzione (UE) n. 781/2013 modifica le condizioni per l'approvazione del principio attivo impiegato nei prodotti fitosanitari a base di fipronil limitandone fortemente la possibilità d'uso, riconoscendo così come sia effettivamente molto pericoloso;
   in accordo con il considerando 17 del regolamento (UE) n. 781/2013, entro due anni dalla data di entrata in vigore del suddetto regolamento, la Commissione europea prevede di avviare un riesame delle nuove informazioni scientifiche;
   il 6 agosto 2015, l'EFSA è stata invitata dalla Commissione europea ad organizzatore una raccolta di dati relativi a nuove informazioni scientifiche per quanto riguarda i rischi per le api dalla sostanza fipronil;
   il fipronil è contenuto in diversi prodotti cosiddetti « one spot» utilizzati nella profilassi contro i parassiti degli animali domestici, in particolare i cani; è contenuto in una percentuale che, rapportata al peso corporeo, produce una esposizione, al momento della somministrazione, di circa 33.5 mg/kg di peso corporeo;
   la tossicità acuta orale per le api (DL50), riportata negli studi presentati per l'iscrizione in Allegato 1, è pari a 0,00417 microgrammi/ape (4.1 nanogrammi/ape, la DL 50 sulle api è di 0.04 mg/kg), ma ulteriori sperimentazioni, riportate dal documento EFSA, hanno dimostrato che una dose di fipronil di 0,1 nanogrammi/ape/die è responsabile di una mortalità pari al 100 per cento della popolazione di api sia per contatto che per ingestione; altri studi hanno dimostrato che una dose di fipronil di 0,01 nanogrammi/api/die è responsabile di una mortalità del 20 per cento per contatto e del 25 per cento per ingestione dopo 11 giorni;
   alcuni studi hanno dimostrato che una dose di 0,3 nanogrammi/ape riduce il numero dei voli di bottinamento nelle 24 ore successive all'esposizione; inoltre, la stessa dose nei tre giorni successivi all'esposizione ha effetto sul tempo impiegato dalle api bottinatrici per tornare all'alveare. Considerando che un'ape pesa più o meno 100 mg si può valutare una DL 50 di 0.04 mg/kg di peso corporeo quindi molto più basso dell'esposizione a cui vengono sottoposti gli animali domestici;
   tale preoccupante quadro relativo alla tossicità porta a chiedersi se ci si è posti il problema dell'uso del prodotto utilizzato a scopi veterinari;
   la concentrazione del prodotto monodose è 100 mg di fipronil/ml; se ne usa una dose di 0,67 ml per cani da 2 a 10 kg quindi si valuta ad esempio per un cane di 5 chilogrammi una esposizione per contatto di circa 1,2 mg/kg cioè un dosaggio ben superiore alla DL50;
   esiste un'ampia bibliografia che dimostrerebbe l'elevata tossicità e numerosi effetti avversi (sonnolenza, prurito, e altro) sia del prodotto in questione che dei suoi metaboliti –:
   se il Ministro interrogato sia a conoscenza delle nuove evidenze scientifiche descritte in premessa e se quindi non ritenga urgente assumere procedere ad un riesame delle motivazioni alla base della autorizzazione concessa anche al fine di vietare l'utilizzo del fipronil sugli animali. (4-11427)


   LIUZZI e GRILLO. — Al Ministro della salute. — Per sapere – premesso che:
   si apprende che la regione Basilicata ha deciso di depotenziare l'ospedale di Villa d'Agri chiudendo i reparti di pediatria e ginecologia, seguiti a breve dalla pneumologia, ortopedia e diagnostica per immagini, con gravissime ripercussioni sulla numerosa popolazione dei comuni della Val d'Agri e non, che fanno riferimento a tale struttura;
   la chiusura è determinata dalla ormai insostenibile carenza di personale ed investimenti con relativo depotenziamento, voluto, del nosocomio valligiano. L'esiguo numero di medici non permette, nonostante l'ammirevole sforzo del personale, l'organizzazione di regolari turni di servizio (in considerazione anche dei riposi obbligatori dopo il lavoro notturno) rischiando di minare lo standard qualitativo necessario per garantire la salute dell'utenza;
   si ricorda che l'ospedale di Villa d'Agri ha subito anche la chiusura del reparto di ostetricia creando notevoli disagi alla popolazione con parti avvenuti nell'ambulanza ed ulteriori emergenze che non sono compatibili con le caratteristiche del territorio e le distanze che intercorrono tra le varie strutture ospedaliere come l'ospedale San Carlo di Potenza;
   suscita perplessità la considerazione che tali reparti, che rappresentano una necessità per la sanità locale rischino la chiusura a discapito della Val d'Agri, quella valle che fornisce petrolio all'intero territorio nazionale, che come riconoscimento minimo avrebbe almeno il diritto di avere un ospedale efficiente, visti i continui casi di tumori e malattie, provocati forse, proprio dal petrolio;
   proprio quel petrolio che è servito a salvare il deficit di bilancio al comune di Potenza (con soppressione del « bonus» Idrocarburi) e ripianare il bilancio regionale. Denaro delle royalty petrolifere resosi necessario per risanare i bilanci e le mancanze, scaturite forse, a parere dell'interrogante, dalla incapacità della politica lucana;
   tuttavia, la tutela della salute non deve dare luogo a una «guerra tra poveri» ma deve essere garantita a tutti, a maggior ragione in considerazione dell'aumento dei tumori in Val d'Agri e della mole di lavoro degli operatori che agiscono o in condizioni disperate vista la carenza di organico e l'utenza in aumento;
   nei giorni scorsi i cittadini della Val d'Agri hanno manifestato contro la chiusura del nosocomio di Villa d'Agri, sperando che tutte le istituzioni preposte tornassero indietro verso tale decisione –:
   di quali elementi disponga dei fatti su descritti e sul rispetto dei livelli essenziali di assistenza di un comprensorio molto vasto dalle complesse peculiarità orografiche e logistiche, e se ritenga che sussistano i presupposti per avviare, anche per il tramite dell'Istituto superiore di sanità, un'indagine epidemiologica in relazione agli effetti sulla popolazione dell'attività estrattiva. (4-11431)


   FUCCI. — Al Ministro della salute. — Per sapere – premesso che:
   la direttiva europea n. 2003/88/CE del 4 novembre 2003 recante «norme sull'organizzazione dell'orario di lavoro» stabilisce i seguenti limiti nell'orario di lavoro:
    rispetto del limite massimo di 12 ore e 50 minuti di lavoro giornaliero;
    rispetto del limite massimo di 48 ore di durata media dell'orario di lavoro settimanale, compreso lo straordinario;
    rispetto del limite minimo di 11 ore continuative di riposo nell'arco di un giorno;
   la direttiva avrebbe dovuto essere recepita dall'Italia entro il 20144, ma ciò non è avvento. Per questo la Commissione europea ha deciso di deferire l'Italia alla Corte di giustizia dell'Unione europea in quanto «diversi diritti fondamentali come il limite di 48 ore stabilito per l'orario lavorativo settimanale medio e il diritto a periodi minimi giornalieri di riposo di 11 ore consecutive, non si applicano ai dirigenti operanti nel Ssn»;
   la direttiva non consente agli Stati membri di escludere «i dirigenti o le altre persone aventi potere di decisione autonomo» dal godimento di tali diritti;
   in Italia, i medici che lavorano per la sanità pubblica italiana sono classificati ufficialmente come «amministratori», senza godere necessariamente di prerogative dirigenziali o di autonomia rispetto al proprio orario di lavoro. Ne consegue un'ingiusta privazione secondo l'interrogante dei diritti garantiti loro dalla direttiva sull'orario di lavoro;
   la legge n. 161 del 2014 (legge europea 2014) ha dato mandato alle regioni, entro il 25 novembre 2015, di adottare provvedimenti organizzativi per allinearsi alla normativa europea sull'orario di lavoro del personale del Servizio sanitario nazionale;
   in ottemperanza alla legge n. 161 del 2014, il 4 novembre 2015 la Conferenza delle regioni ha discusso una bozza di provvedimento;
   tuttavia la scadenza del 25 novembre 2015 è ormai passata senza che siano nel frattempo stati adottati provvedimenti in merito;
   a fronte della situazione descritta, sembra profilarsi la possibilità di iniziative volte a pervenire a una deroga o a un rinvio del termine per la piena attuazione della direttiva;
   il 9 novembre 2015 il Ministro della salute ha dichiarato: «La normativa deve entrare in vigore. Se dobbiamo prendere l'aeroplano vogliamo che il comandante e il pilota siano freschi e riposati o che vengano da 72 ore senza aver dormito ? Credo che nessuno vuole entrare su un aereo guidato da un pilota stanco. Non vedo perché debba essere così per chi lavora in sanità» –:
   quali urgenti iniziative di competenza il Governo intenda assumere per dare piena attuazione, senza ricorrere a deroghe o proroghe, alla direttiva di cui in premessa. (4-11434)


   CARLONI. — Al Ministro della salute, al Ministro dell'interno. — Per sapere – premesso che:
   il 3 dicembre 2015 cinque uomini armati hanno fatto irruzione alle 4 della mattina nei locali della Asl Napoli 1 di Soccavo, distretto n. 26, sono stati rubati farmaci per un valore di decine di migliaia di euro. Un raid pianificato in ogni minimo dettaglio. Si tratta di un'operazione da professionisti, come hanno spiegato gli investigatori. Tutto ha avuto inizio nel cuore della notte, quando mancavano pochi minuti alle quattro del nuovo giorno. All'interno del deposito che custodisce costosissimi medicinali della Asl Napoli 1 di Soccavo fanno irruzione cinque persone, tutte a volto coperto e armate, dopo aver scassinato e distrutto il portone di ingresso. Sotto minaccia bloccano e immobilizzano la guardia non armata della SOGESI e sequestrano – per oltre 30 minuti – i quattro medici della locale guardia medica. Inizia così la razzia dei farmaci, che sono poi caricati a bordo delle auto dei delinquenti;
   i medici in questione sono stati sequestrati e tenuti sotto la minaccia, solo perché colpevoli di prestare servizio in una struttura che fa gola a criminali senza scrupolo. La decisione di tenere il servizio di guardia medica nella stessa struttura che ospita la farmacia distrettuale ed i suoi farmaci, a giudizio dell'interrogante, dimostra pertanto una grave incompetenza gestionale o, cosa ancor più grave, l'assoluta ignoranza sulla geografia dei servizi dislocati sul territorio;
   non si comprende come si possa pensare di istituire un servizio di continuità assistenziale come la guardia medica, che per antonomasia è tenuto ad aprire a tutti i cittadini, nella stessa struttura che invece ha il dovere di custodire farmaci da centinaia di migliaia di euro, operando di fatto una scelta organizzativa che appare all'interrogante improvvida e che ha messo a rischio la vita di medici che forniscono un primario servizio di assistenza nelle difficili ore notturne e nei giorni festivi alla cittadinanza;
   urgono pertanto interventi immediati a tutela dei medici di guardia medica intenti a prestare il loro difficile lavoro nelle condizioni di massima sicurezza e chi organizza e controlla in sanità ha il dovere di disporre ed adeguare i locali al massimo livello di funzionalità e sicurezza, cosa d'altronde già prevista dalle vigenti norme di legge, ma assolutamente inattuata nel caso in questione;
   la sede del distretto è sita in una zona difficilmente controllabile, da cui si può accedere da ben tre diversi lati e da tre diversi livelli aerei e stradali e quindi praticamente impossibile da badare con un solo uomo in guardiania, per di più non armato e senza neanche un sistema di videosorveglianza. Nella stessa struttura sono ubicati due servizi che necessitano di particolare sorveglianza: la farmacia distrettuale per i costosissimi farmaci custoditi ed il SERT dedicato alle tossicodipendenze, insieme alla guardia medica. A ciò si aggiunga la necessità di aprire, per il servizio di guardia, a chiunque ne faccia richiesta –:
   se il Ministro interrogato sia a conoscenza della situazione sopraesposta e se, per quanto di competenza e anche per il tramite del commissario ad acta per l'attuazione del piano di rientro dai disavanzi sanitari, non ritenga opportuno assumere iniziative urgenti volte a:
    a) predisporre un adeguato servizio di sicurezza, come era precedentemente previsto durante i turni di guardia medica, evitando così di mettere a rischio il personale sanitario privo di qualsivoglia forma di videosorveglianza;
    b) eliminare le criticità sovraesposte adottando immediate misure a difesa dei medici e della loro incolumità personale alla luce delle innumerevoli aggressioni e rapine di farmaci. (4-11448)


   BORGHESE e MERLO. — Al Ministro della salute. — Per sapere – premesso che:
   i costi dei farmaci per quelle persone che si devono sottoporre alle cure anticancro stanno diventando sempre più onerosi per la spesa sanitaria nazionale italiana;
   i medicinali necessari per questo tipo di cure sono molto costosi e la rimborsabilità a cura del servizio sanitario è diventata sempre più precaria;
   gli enti preposti (ospedali, centri specializzati) stanno valutando con grande attenzione il rapporto tra il costo e l'efficacia dei farmaci per le cure di queste malattie con particolare riferimento agli effetti sulla spesa relativa al sistema sanitario nazionale e con particolare attenzione alla sicurezza dei farmaci stessi ed ai probabili effetti indesiderati. Poiché i farmaci sul mercato diventano troppi è difficile per un medico «di base» valutare quali siano i farmaci «buoni ed efficaci» e quelli che producono scarsi effetti terapeutici;
   l'Agenzia del farmaco sta valutando se si possa fare una stima dei farmaci cosiddetti «salvavita», con la conseguenza che è evidente, a questo punto, che se si riducessero le possibilità per l'autorità «regolatoria» di inserire farmaci innovativi ad alto costo, la spesa farmaceutica diminuirebbe in ragione del fatto che le prescrizioni sarebbero più pertinenti ed appropriate;
   è noto che molti medicinali servono a poco o a niente ed anche in fascia C producono oneri a carico dei pazienti che li devono usare;
   per i farmaci antitumorali è indispensabile una indagine che rilevi quale sia realmente la loro efficacia terapeutica o se questa venga lasciata al caso;
   «Cancro, chi è povero muore», scrivono molti quotidiani nazionali, dando notizia di due farmaci oncologici a carico dei malati e dell'esistenza di una nuova categoria di medicine, la famigerata fascia Cnn;
   la maggior parte dei nosocomi ubicati sul territorio italiano, negli ultimi anni si sono impegnati a registrare sempre nuovi prodotti, che poi devono passare anche al vaglio delle regioni;
   in totale, con riferimento a questo lungo elenco di farmaci messi a disposizione, si arriva a un ritardo di due anni e tre mesi prima che si arrivi al vaglio da parte degli operatori medici e alla giusta cura per i pazienti; nel frattempo alcuni malati muoiono;
   il Governo in passato per questo decise di ridurre i tempi stabilendo che, dopo essere stati approvati dall'Agenzia nazionale, i farmaci salvavita dovessero essere automaticamente dispensati in tutti gli ospedali del Paese, con un codicillo: occorreva attendere che l'Agenzia definisse il prezzo che il servizio sanitario nazionale era disposto a pagare trattandolo con le industrie, con il risultato finale che le medicine sono state registrate e vendute a chi se le poteva pagare al prezzo di riferimento europeo. Si è creata così la fascia di prezzo Cnn (fascia C, ovvero a carico del cittadino, non negoziata), e le industrie, a norma di legge, hanno messo in vendita i loro prodotti. A comprarli potevano essere i malati, così come le aziende ospedaliere, ma con bilanci in rosso degli ospedali sono state pochissime le persone che lo hanno potuto fare –:
   se il Ministro non ritenga urgente assumere iniziative affinché siano eliminate queste complicazioni e contraddizioni normative e si contrastino gli sprechi sanitari che fanno venir meno l'ottenimento del risultato di gestione richiesto per farmaci così preziosi per la salute dei cittadini italiani;
   se non ritenga strategico e fondamentale impegnarsi concretamente affinché l'attività del servizio sanitario nazionale raggiunga la sua massima efficacia nell'ambito dell'acquisizione di farmaci e servizi, proprio nell'ottica del perseguimento del massimo risparmio possibile, piuttosto che promuovere ulteriori tagli al personale che nei vari ospedali svolge attività di assistenza con tanto lavoro, tagli che andrebbero solamente ad aggravare il livello qualitativo dei servizi e la sostenibilità del sistema delle cure e della prevenzione dei cittadini malati di cancro. (4-11458)

SEMPLIFICAZIONE E PUBBLICA AMMINISTRAZIONE

Interrogazione a risposta in Commissione:


   AGOSTINELLI. — Al Ministro per la semplificazione e la pubblica amministrazione. — Per sapere – premesso che:
   da fonti stampa si apprende che il 27 gennaio 2015 si sono chiuse le indagini preliminari sui presunti casi di assenteismo nel comando dei vigili urbani del comune di Ancona;
   le indagini sono state condotte dal pubblico ministero Paolo Gubinelli;
   i vigili raggiunti da avviso di garanzia sono 6, cinque dei quali accusati di essersi assentati ingiustificatamente: si tratta del tenente Mauro Mancini (arrestato il 25 settembre 2014, perché sorpreso a casa mentre un collega timbrava il cartellino per lui), dell'agente Alessandro Tesei (che avrebbe coperto Mancini e che, a sua volta, si sarebbe assentato dal lavoro durante l'orario di servizio), del capitano Daniele Mentrasti, dell'agente Giovanni Mellino e del tenente Luca Martelli (Il Resto del Carlino del 1o febbraio 2015);
   l'accusa nei loro confronti è di truffa e di violazione dell'articolo 55-ter del decreto legislativo n. 165 del 2001 (cosiddetto «Legge Brunetta»), che prevede anche il licenziamento per i dipendenti pubblici assenteisti. Per l'agente Samuele Santilli, accusato di aver percepito illegittimamente 4 ore di straordinario, invece, l'accusa è stata di truffa aggravata in concorso con il tenente Mancini (Il Resto del Carlino del 1o febbraio 2015; Il Messaggero del 3 febbraio 2015);
   Assenteismo durante i turni di lavoro, è questo l'addebito principale mosso nei confronti degli indagati;
   tutto è partito da una lettera anonima del 3 ottobre 2013, recapitata all'ufficio di polizia giudiziaria dello stesso Corpo di polizia municipale del comune di Ancona, che evidenziava una totale anarchia in fatto di controlli sulle entrate e le uscite dal lavoro (http://www.corriereadriatico.it);
   dalle carte dell'inchiesta emergerebbe l'esistenza di «una cupola» all'interno del comando della polizia municipale di Ancona, «un gruppo ben affiatato di ufficiali e agenti che, nel tempo, si muovevano con forza all'interno del comando, mettendo in piedi una sorta di consorteria con l'obiettivo di ottenere benefici personali in cambio» (Il Resto del Carlino del 6 febbraio 2015, «una cupola all'interno del comando»);
   le indagini, portate avanti dallo stesso nucleo di polizia giudiziaria del comando di Ancona, hanno svelato pesanti irregolarità nella gestione del dispositivo marcatempo (http://www.corriereadriatico.it) Tutte le intercettazioni ambientali e videofotografiche sono avvenute a cavallo tra la fine di agosto e settembre 2014 (Il Resto del Carlino del 6 febbraio 2015, «una cupola all'interno del comando»);
   dalle intercettazioni è emerso un quadro di «contatti non sempre professionali in chat, intrighi, minacce e giochi di potere»; le indagini nei confronti del tenente Mancini hanno permesso di appurare, attraverso una serie di riscontri incrociati, tecnici e ambientali, un «modus operandi» ben congegnato, consolidato e reiterato nel tempo. In una intercettazione del 23 agosto 2014, ad esempio, il Tenente Mancini rassicurava un collega circa la successiva presentazione di un certificato medico per ottenere dei giorni di riposo non dovuti, mentre, il giorno prima, sempre in una intercettazione, lo stesso Mancini negava, per motivi di personale antipatia, alcune ore di straordinario ad un responsabile della sezione commercio che aveva presentato richiesta per un agente;
   secondo la procura i sei indagati erano capaci di muoversi dentro e fuori il palazzo con una semplicità disarmante (Corriere adriatico del 29 gennaio 2015, «Quei sindacalisti meritano una lezione»);
   in più occasioni i rappresentanti sindacali di alcune sigle si sono rivolti al comandante del corpo al fine di evidenziare le irregolarità all'interno del comando e, per tale motivo, gli stessi sono stati oggetto, in più occasioni, durante le conversazioni tra alcuni degli indagati, di veri e propri insulti e tentativi di trovare il sistema, grazie al ruolo di funzionario dell'ufficio servizi del Mancini, di atti di prevaricazione nei loro confronti (Corriere adriatico del 29 gennaio 2015, «Quei sindacalisti meritano una lezione»);
   al termine delle indagini, il 25 settembre 2014, il Tenente Mancini veniva arrestato in flagranza ad Osimo, mentre era nella sua abitazione privata, dai suoi stessi colleghi della sezione di polizia giudiziaria del comando dei vigili urbani di Ancona (Corriere Adriatico del 27 settembre 2014, «il vigile torna libero ma sarà processato»;
   in data 26 settembre 2014, la misura preventiva dell'arresto veniva convalidata dal G.I.P. Ferma restando l'ipotesi di reato, la Corte di Cassazione con sentenza n. 35099 del 21 settembre 2015, su ricorso del Mancini, ha disposto l'annullamento del provvedimento di convalida dell'arresto (Corriere Adriatico del 27 settembre 2014, «il vigile torna libero ma sarà processato»). Precedentemente al giudizio della Corte di Cassazione, il Mancini Mauro, in data 23 gennaio 2015, a sua volta, ha proposto formale querela-denuncia nei confronti del Maggiore Caglioti, che si era occupato dell'indagine ed anche dell'arresto, per una serie di reati anche gravi, tra i quali l'abuso d'ufficio e la rivelazione di segreto istruttorio (Il Resto del Carlino del 5 aprile 2015, «Inchiesta sull'assenteismo. Sotto accusa il denunciante»;
   il pubblico ministero incaricato della questione ha archiviato la querela nei confronti del Maggiore Caglioti, ma il Mancini Mauro, forte della citata sentenza di annullamento del provvedimento di convalida dell'arresto, ha proposto opposizione al GIP il quale, a sua volta, in data 28 ottobre 2015, ha disposto l'archiviazione del procedimento penale a carico del Maggiore CAGLIOTI (Il Messaggero del 1o novembre 2015, «In tribunale archiviato procedimento su Marco Caglioti»);
   la stessa querela, nel frattempo, veniva trasmessa all'autorità anticorruzione del comune di Ancona e, poi, girata all'ufficio provvedimenti disciplinari, che apriva procedimento disciplinare nei confronti del Maggiore Caglioti (Il Resto del Carlino del 20 novembre 2015, «Indaga sugli assenteisti e rischia il posto: è rivolta»; cfr. contestazione di addebito disciplinare Prot. RIS n. 19476 del 19 febbraio 2015);
   peraltro, proprio in virtù della trasmissione della querela all'autorità anticorruzione, al Mancini venivano concesse le garanzie previste dalla cosiddetta legge Brunetta (ex articolo 54-bis del decreto legislativo 165 del 2001), con conseguente impossibilità di procedere in sede disciplinare nei suoi confronti; le stesse garanzie di cui all'articolo 54-bis, invece, a quanto risulta all'interrogante sono state paradossalmente negate a chi aveva denunciato i fatti all'autorità giudiziaria, portandoli a conoscenza dell'amministrazione del comune di Ancona (Il Resto del Carlino del 5 aprile 2015, «Inchiesta sull'assenteismo. Sotto accusa il denunciante») e, ciò, nonostante l'istanza formale del Maggiore Caglioti di applicazione, anche nei propri confronti, delle guarentigie di cui all'articolo 54-bis del decreto legislativo n. 165 del 2001 (cfr. «riscontro a nota iscitta al prot. RIS n. 19476 del 19 febbraio 2015», protocollo generale del comune di Ancona, 18 marzo 2015);
   lo stesso Caglioti, tra l'altro, nella sua qualità di funzionario della sezione di polizia giudiziaria del Comando di polizia giudiziaria municipale del Comune di Ancona, con comunicazione del 9 novembre 2015, indirizzata al segretario generale ed al dirigente-ufficio provvedimenti disciplinari del Comune di Ancona, avente ad oggetto «trasmissione atti provvedimento di archiviazione rgnr 639/15 e rg.gip 1158/15», prot. n. 138730-bis), provvedeva alla tempestiva trasmissione del provvedimento di archiviazione del gip di Ancona, richiedendo, pertanto, la chiusura del procedimento disciplinare attivato nei suoi confronti;
   eppure, in data 10 novembre 2015, sempre su segnalazione dell'Autorità anticorruzione e trasparenza del comune di Ancona, veniva notificato avviso di apertura di procedimento disciplinare anche nei confronti dell'agente Gambini Daniele, anch'egli appartenente alla sezione di polizia giudiziaria del comando di polizia municipale di Ancona e, anche lui, tra i partecipanti all'indagine sull'assenteismo nello stesso comando, per gli stessi fatti già contestati al Maggiore Caglioti, fatti per i quali quest'ultimo era già stato giudicato dal GIP con archiviazione del caso (cfr. contestazione di addebito disciplinare, Ufficio procedimenti disciplinari, prot. RIS n. 138492/III.13 del 9 novembre 2015);
   solo in data 10 dicembre 2015, finalmente, l'ufficio procedimenti disciplinari del comune di Ancona ha disposto la chiusura del procedimento disciplinare nei confronti del Maggiore Caglioti e dell'agente Gambini, in ragione della archiviazione del procedimento penale che li vedeva coinvolti (cfr. comunicazione dell'ufficio procedimenti disciplinari del Comune di Ancona indirizzata all'agente Gambini, Prot. RIS n. 153471 del 10 dicembre 2015);
   appare paradossale che, sulla base di una semplice querela presentata dal Mancini, i principi che reggono le norme anticorruzione non possano essere applicati a coloro che sono indagati per reati gravissimi, come le indagini hanno dimostrato, e che, invece, gli stessi si vedano ampiamente tutelati dalla stessa Autorità che li dovrebbe perseguire. Allo stato attuale, quindi, tutti gli indagati continuano tranquillamente a svolgere la propria attività all'interno del comando, ad eccezione del Mancini Mauro e del Tesei Alessandro che, invece, sono stati trasferiti in altri uffici del comune (http://www.ilrestodelcarlino.it);
   appare altresì anomalo che nessun procedimento disciplinare, a quanto consta all'interrogante sia stato, invece, attivato nei confronti del dirigente della polizia municipale, dottor Massimo Fioranelli, tenuto a vigilare sul comportamento dei suoi sottoposti;
   da fonti stampa («Il Comune premia anche i vigili indagati», di Alessandra Caminetti, dal Corriere Adriatico del 4 novembre 2015 si apprende, inoltre, che ad entrambi gli agenti indagati risulta conferito il premio di produttività relativo all'anno 2014 (circa 700 euro) –:
   se sia a conoscenza dei fatti suesposti e se e quali iniziative intenda adottare, per quanto di competenza in relazione alla vicenda dei vigili della sezione di polizia giudiziaria del comando del comune di Ancona, che hanno partecipato alle indagini nei confronti dei colleghi assenteisti, senza godere delle guarentigie di cui all'articolo 54-bis del decreto legislativo n. 165 del 2001, soprattutto in considerazione dell'archiviazione del procedimento penale a loro carico, e se in particolare ritenga che sussistano i presupposti per l'avvio di iniziative ispettive anche ai sensi dell'articolo 60, comma 6, del medesimo decreto legislativo. (5-07217)

SVILUPPO ECONOMICO

Interpellanza urgente (ex articolo 138-bis del regolamento):


   I sottoscritti chiedono di interpellare il Ministro dello sviluppo economico, il Ministro delle infrastrutture e dei trasporti, per sapere – premesso che:
   il 30 giugno 2015 è stato sottoscritto presso il ministero dello sviluppo economico l'accordo di programma per l'attuazione del progetto integrato di messa in sicurezza, riconversione industriale e sviluppo economico produttivo nelle aree del complesso industriale ex Lucchini di Piombino tra il Ministro dell'Ambiente e della tutela del territorio e del mare, il Ministro dello sviluppo economico d'intesa con regione Toscana, Agenzia del demanio, autorità portuale di Piombino, provincia di Livorno, comune di Piombino ed Aferpi s.p.a;
   il 30 giugno 2015 la società Acciaierie e Ferriere di Piombino s.p.a. (AFERPI), società creata dal gruppo algerino Cevital, ha acquistato la ex Lucchini di Piombino;
   a seguito della sottoscrizione dei suddetti atti il Ministro dello sviluppo economico Federica Guidi ha dichiarato: «dopo la ripresa produttiva del sito di Trieste, diamo ora un futuro al complesso siderurgico di Piombino che rappresenta una parte importante dalla storia industriale del nostro Paese»;
   nello stesso giorno il presidente della regione Toscana Enrico Rossi ha commentato sul social Twitter: «Oggi Piombino riparte davvero (...) grazie ad un imprenditore algerino che ci ha permesso di salvare quattromila posti di lavoro mentre, se stavamo dietro agli imprenditori italiani, quei posti li avremmo perduti»;
   il Ministro dello sviluppo economico sempre in data 30 giugno 2015, commentando l'accordo di programma, ha assicurato che il gruppo Cevital garantisce la ristrutturazione dell'attività siderurgica con il passaggio della produzione dal ciclo integrato basato sulla cokeria e l'altoforno alla fusione con forno elettrico. Contestualmente, sarà attuata una diversificazione del sito, con l'avvio di una produzione agroindustriale e lo sviluppo di attività logistica legata sia alle attività industriali che alle attività commerciali del Gruppo Cevital;
   nell'accordo di programma, oltre alla reindustrializzazione è prevista anche la bonifica ambientale dell'area industriale ex-Lucchini, in attuazione dell'articolo 252-bis del decreto legislativo 3 aprile 2006, n. 152, nella quale Aferpi s.p.a. è chiamata ad intervenire sulle aree di proprietà ed Invitalia Spa su quelle demaniali;
   Aferpi nel piano industriale si è impegnata direttamente a investire a Piombino 570 milioni: 300 per l'acciaio (1450 posti di lavoro a regime), 220 per l'agroalimentare (700 posti), 50 per la logistica (50 posti), cifra a cui vanno aggiunti 130 milioni per il fabbisogno finanziario e l'acquisto di materie prime (Fonte: Il Tirreno Il Piano Cevital nero su bianco: acciaio e agroalimentare, 19 maggio 2015);
   l'8 ottobre 2015 si è svolto presso il Ministero dello sviluppo economico un incontro per esaminare lo stato di avanzamento del progetto industriale della Società AFERPI (acquirente del compendio industriale «Lucchini» di Piombino) durante il quale la società AFERPI ha indicato i seguenti obiettivi operativi:
    a) volumi produttivi fino a dicembre 2015 allineati con le previsioni: 60 mila tonn a settembre, 56 mila ad ottobre, 79 mila a novembre e 59 mila a dicembre;
    b) avvio della demolizione impianti a partire dalla fine di novembre 2015. Queste attività potranno impiegare, se tutte le autorizzazioni saranno rilasciate, almeno 200 lavoratori del «bacino» Lucchini oltre a numerose imprese esterne;
    c) entro novembre 2015 saranno scelte in modo conclusivo le tecnologie migliori per il primo nuovo forno e per l'acciaieria; immediatamente dopo saranno avviate le procedure per la emissione degli ordini di acquisto;
   durante l'incontro suddetto le organizzazioni sindacali hanno, tra l'altro, espresso molta preoccupazione per i ritardi accumulati che potrebbero causare pesanti conseguenze per la occupazione, se non verrà recuperato il tempo perso; hanno sollecitato l'azienda a riconoscere e praticare relazioni sindacali adeguate alla complessità del progetto industriale; hanno sollecitato le istituzioni a fornire risposte certe e risolutive per quanto, riguarda il blocco della erogazione del TFR che il commissario di Lucchini in A.S. sta attuando in conseguenza di un contenzioso giudiziario; hanno sollecitato il Governo e la regione Toscana ad una costante e attenta vigilanza sulla evoluzione di quello che hanno definito uno dei più importanti progetti italiani di reindustrializzazione;
   il 30 novembre 2015 si è svolto presso il ministero dello sviluppo economico un incontro di verifica dell'attuazione del piano industriale di Aferpi e sulla verifica di quanto messo a verbale nell'incontro dell'8 ottobre durante il quale le rappresentanze dei lavoratori «hanno preso atto che gli impegni in termini sia di tonnellate laminate, sia dell'inizio a fine novembre dei lavori di demolizione previsti nel verbale del Mise dello scorso 8 ottobre, sia del rispetto dell'accordo sulla solidarietà sono stati per l'ennesima volta disattesi. Così come appaiano in preoccupante ritardo sia la questione della nuova acciaieria che l'acquisto del forno elettrico (...) richiesto il rispetto del piano industriale in tutte le sue parti, dalla siderurgia, alla logistica fino al polo agroindustriale e verso il quale anche il Governo è chiamato a rispettare e far rispettare quanto in sede governativa sottoscritto a partire dal dare una risposta univoca sulla questione del TFR» (comunicato FIOM);
   Aferpi ha dichiarato nell'incontro al Ministero dello sviluppo economico che «In parallelo con la parte tecnica relativa agli investimenti – prosegue Aferpi – è stata avviata una collaborazione con il financial advisor Ernst&Young ed è stato avviato un tavolo con la Banca Europea per gli investimenti per il finanziamento dell'operazione» (Il Tirreno, «Aferpi, sciopero e manifestazione: c’è Landini», 1o dicembre 2015);
   nella giornata del 2 dicembre 2015 a Piombino si sono svolti uno sciopero ed una manifestazione dei lavoratori metalmeccanici proclamati da Fim, Fiom e Uilm «per rivendicare un costo dell'energia per Aferpi, Arcelor Mittal, Tenaris Dalmine e altre imprese, competitivo e alla pari con altre aziende italiane, la proroga degli ammortizzatori sociali, l'attivazione in tempi rapidi delle infrastrutture e dell'Accordo di programma, l'accelerazione e realizzazione completa del piano industriale Cevital per il ritorno al lavoro dei lavoratori e delle lavoratrici del territorio»;
   il futuro di due opere infrastrutturali determinanti per lo sviluppo industriale della ex-Lucchini appare ancora incerto in quanto il progetto di allungamento della strada statale 398 (la bretella che collegherà porto e area industriale alla superstrada a quattro corsie) non è stato ancora realizzato e gli interventi di riqualificazione e adeguamento del porto di Piombino non sono stati ancora completati –:
   quali iniziative di competenza intenda assumere il Governo, alla luce del fatto che ancora oggi lavorano presso gli stabilimenti di Piombino circa 2.200 persone (molti in cassa integrazione o con contratti solidarietà), per rispettare e far rispettare il cronoprogramma previsto sia per gli interventi relativi alla demolizione degli impianti ed alle bonifiche delle aree in questione che per quelli collegati alla reindustrializzazione (l'acquisto del forno elettrico per far ripartire l'area a caldo e le opere infrastrutturali per la logistica);
   a che punto sia la realizzazione del Porto di Piombino e come si intenda proseguire, anche dal punto finanziario, per il suo completamento;
   a che punto siano la progettazione, il finanziamento e la fase realizzata dell'allungamento della strada statale 398;
   a che punto siano gli investimenti di Aferpi nel settore agroalimentare;
   per quale motivo la società Aferpi abbia annunciato l'avvio «di un tavolo con la Banca europea per gli investimenti per il finanziamento dell'operazione» dopo essersi impegnata a finanziare direttamente l'operazione con 570 milioni di euro.
(2-01204) «Scotto, Nicchi».
(Presentata il 15 dicembre 2015)

Interrogazioni a risposta immediata:


   CAPELLI. — Al Ministro dello sviluppo economico. — Per sapere – premesso che:
   dal 2009 Philips ha acquisto il marchio Saeco e l'azienda che dal 1981 opera nella zona di Gaggio Montano, in provincia di Bologna;
   per il paese di Gaggio Montano la Saeco Philips equivale a ciò che era la Fiat per molte realtà italiane. Non si tratta di una mera azienda, ma di un'impresa che fornisce lavoro, e quindi reddito, ad un'intera comunità;
   quindi, quando si parla di esuberi in realtà come queste si crea un vero e proprio problema sociale che non può essere ignorato dalla politica, sia locale sia nazionale;
   la situazione della Saeco di Gaggio Montano è difficile da tempo. Infatti, già dalla fine del 2012 la multinazionale olandese Philips aveva posto la questione degli esuberi, a causa della contrazione del mercato, pur non attuando di fatto la minaccia di licenziamenti;
   nei giorni scorsi, però, la situazione è precipitata, avendo il 26 novembre 2015 Philips annunciato 243 esuberi di lavoratori della Saeco di Gaggio Montano;
   si tratta di un numero rilevante di lavoratori minacciati di licenziamento: poco meno della metà dei 558 lavoratori impiegati nello stabilimento gaggese;
   fonti sindacali affermano che la scelta della multinazionale olandese dipenda dalla volontà di spostare la produzione dall'Italia alla Romania, nazione considerata da Philips più adatta agli investimenti rispetto al nostro Paese;
   dati forniti dai sindacati, infatti, fanno notare come la Philips abbia fatto produrre alla Saeco di Gaggio Montano solo 130 mila macchine, mentre all'estero, in particolare in Romania, la produzione ha raggiunto quota 400 mila;
   appare, quindi, chiaro che la presunta crisi di produzione sostenuta da Philips per giustificare gli esuberi non esiste, altrimenti la produzione sarebbe calata ovunque, cosa che non è;
   la decisione di Philips apre una crisi che riguarda l'intera vallata, con il rischio di colpire in maniera «mortale» l'occupazione nella zona dell'appennino bolognese;
   infatti, intere famiglie dipendono dalla Saeco di Gaggio Montano, come fatto pubblicamente osservare dai sindaci dell'unione di comuni dell'appennino bolognese e dell'unione dei comuni dell'alto Reno, che si sono immediatamente schierati in difesa dei lavoratori a rischio licenziamento;
   il Ministro interrogato, il 1o dicembre 2015, ha annunciato che contatterà Philips per affrontare la situazione della Saeco di Gaggio Montano, convocando un tavolo per evitare che si perdano 243 posti di lavoro;
   si tratta di un'assicurazione importante ed apprezzabile, ma che è solo un primo, sia pure importante, passo in difesa di un'intera zona del nostro Paese minacciata dalle scelte di una multinazionale –:
   quali ulteriori iniziative, oltre a quelle annunciate, intenda intraprendere, per quanto di competenza, il Ministro interrogato per evitare la concretizzazione della minaccia dei licenziamenti annunciati da Philips, licenziamenti che, come detto, creerebbero una vera «bomba» sociale, mettendo in crisi tutto il sistema produttivo delle zone interessate e gettando nella disperazione intere famiglie che dal lavoro in Saeco dipendono per il loro reddito. (3-01896)
(Presentata il 15 dicembre 2015)


   FABBRI, BENAMATI, BOLOGNESI, DE MARIA, LENZI, MONTRONI, ZAMPA, MARTELLA, CINZIA MARIA FONTANA e BINI. —Al Ministro dello sviluppo economico. — Per sapere – premesso che:
   Saeco s.r.l., azienda leader nel settore della produzione di macchine automatiche per caffè, nasce nel 1981 in Italia, a Gaggio Montano nei pressi di Bologna;
   Saeco, in più di 30 anni, ha prodotto più di 100 brevetti depositati, con frequenza di 10/15 nuovi progetti brevettati ogni anno attraverso 6 laboratori di ricerca, di cui uno certificato vde;
   dal 2009 la società viene acquisita dalla multinazionale olandese Royal Philips electronics;
   in data 26 novembre 2015 l'azienda annuncia senza preavviso formale di volere ridurre la forza lavoro di 243 unità su 558 dipendenti, con ciò provocando comprensibilmente l'immediata proclamazione dello stato di agitazione da parte dei sindacati;
   la suddetta decisione aziendale mette a rischio non solo un notevole numero di posti di lavoro, ma anche il futuro dello stabilimento e dell'intera comunità locale, che sarebbe colpita duramente da un così drastico e improvviso calo dei livelli occupazionali;
   Gaggio Montano è un comune dell'alto appennino bolognese, area già colpita duramente dalla deindustrializzazione, e l'impatto del ventilato provvedimento sarebbe devastante per tutta l'area dell'alto e medio Reno;
   il 2 dicembre 2015 si è tenuto un incontro, convocato dall'assessore alle attività produttive della regione Emilia-Romagna, Palma Costi, tra l'azienda e i sindacati, che però non ha dato spiragli positivi sulla vicenda degli esuberi;
   vista la complessità e la delicatezza della vicenda, la dimensione multinazionale della proprietà e la particolarità del territorio coinvolto nella crisi, si è deciso in tempi brevi di allargare il confronto sul piano nazionale e nella giornata del 3 dicembre 2015 il presidente della regione Stefano Bonaccini ha affrontato la questione con il Ministro interrogato, per valutare l'imminente convocazione di un tavolo ministeriale –:
   quale sia l'orientamento del Ministro interrogato sui fatti esposti in premessa e quali iniziative intenda adottare per arrivare alla definizione di un piano industriale che permetta la continuità produttiva, salvaguardando le ricadute occupazionali e minimizzando l'impatto socio-economico sulla comunità locale.
(3-01897)
(Presentata il 15 dicembre 2015)


   DI LELLO. — Al Ministro dello sviluppo economico. — Per sapere – premesso che:
   sembra si stia consumando l'ultimo atto nell'area industriale di Acerra, che un tempo ospitava gli stabilimenti del colosso della chimica italiana, visto il fallimento del piano per il rilancio dell'ex Montefibre;
   a nulla sono servite le rassicurazioni e le promesse nei 10 anni di cassa integrazione e sacrifici: in questi giorni un'altra fetta dell'area industriale del napoletano rischia di chiudere i cancelli ed oltre 500 lavoratori rimarranno a casa;
   la Montedison fibre, dopo aver costretto i suoi dipendenti a lavorare a contatto con l'amianto fino a maggio 2004 (anno di chiusura dello stabilimento), lascia Acerra, «svendendo» rami aziendali ad altre 4 società;
   si ricorda che la Montefibre è un'industria chimica e tessile di rilievo europeo che è stata allocata sul territorio di Acerra, in area Asi, nel 1976. Tale azienda faceva parte del gruppo Montedison, nel 1984 passò ad Enimont e nel 1991, a seguito del fallimento di quest'ultima, le attività di Montefibre spa passarono sotto il controllo dell’Enichem, che le conferì alla controllata Enichem fibre;
   con un accordo tra Ministero e azienda si decise di assorbire i lavoratori Snia fibre nello stabilimento di Acerra, con incentivi all'esodo per gli operai presenti ed accompagnamento alla pensione. Il Governo pro tempore mise a disposizione circa tre miliardi di lire per la costruzione di un nuovo impianto denominato Nifa (Nuovo impianto filati Acerra), per favorire l'operazione; l'impianto venne realizzato in tempi brevi e le maestranze Snia pro tempore vennero in pochi anni riassorbite dal processo produttivo;
   poi nel 1996 vi fu l'acquisizione del gruppo Montefibre, controllata Enichem, da parte del gruppo Orlandi Finlane, a fronte di un investimento di 200 miliardi di lire;
   nel 2000 la Montefibre s.p.a. ha differenziato le sue attività dividendo Acerra in Ngp spa e Montefibre. Di fatto, lato chimico/energetico (DMT-Poly-CTE) e lato tessile Fiocco e IMFRA. Nel frattempo l'azienda ha smantellato gli impianti, in particolare, il Nifa è stato trasferito in un paese dell'Est europeo. Questo impianto è stato costruito per permettere l'inserimento degli ex lavoratori della Snia viscosa di San Giovanni a Teduccio;
   nel 2003 la Montefibre s.p.a., mediante un'operazione di scissione parziale, conferiva alla nascente società Ngp il ramo d'azienda relativo alla produzione polimero-poliestere con annessi servizi, quali: centrale termoelettrica, impianto biologico trattamento reflui e impianto di produzione utilities dello stabilimento di Acerra; alla Montefibre rimaneva la proprietà degli impianti fili e fiocco. Il personale relativo agli impianti scissi veniva conferito ad Ngp;
   nel gennaio 2004 Ngp s.p.a. annuncia la fermata e la dismissione dell'impianto Dmt del sito di Acerra (Napoli), espellendo dal ciclo produttivo circa 200 lavoratori diretti. La proprietà Orlandi ha dichiarato di dismettere il reparto Dmt e voler sostituire l'alimentazione della polimerizzazione con acido tereftalico, meno costoso e più facilmente reperibile sul mercato. Il tutto in 15-18 mesi, mettendo i lavoratori in cassa integrazione guadagni straordinaria;
   due anni più tardi la società ha stretto un accordo con la spagnola La Seda de Barcelona e accetta la proposta di acquisto, da quest'ultima avanzata, del settore poliestere; nel biennio 2006-2008 Monteforte s.p.a. è entrata al 50 per cento nel capitale della cinese Jilin Jimont fiber co. ltd;
   da allora un sistema molto complesso di aziende si è riunito sotto il nome di Montefibre spa, vista, non solo, la differenziazione delle attività produttive, ma anche la cessione ad altre società di rilevanti rami di azienda;
   sta di fatto che diversi stabilimenti, tra cui Simpe s.p.a. e Ngp (società nata da uno spin off della stessa Montefibre), sono stati dichiarati falliti e sono state avviate le procedure di cassa integrazione per diverse decine di unità lavorative, ma a nulla sono serviti gli incontri con il Governo, le organizzazioni sindacali e i piani di rilancio;
   a nulla è servito anche l'annuncio, nel luglio del 2009, dell'accordo tra la regione Campania ed una serie di aziende, circa 20, tra cui la Montefibre, per la realizzazione del polo aerospaziale. Le lungaggini nella realizzazione di quest'ultimo, che, forse, avrebbe potuto cambiare la situazione, si intrecciano, da un lato, con le proteste dei lavoratori per il mancato pagamento della cassa integrazione e per il mancato decollo dell'accordo di programma e, dall'altro, con una gestione fallimentare della multinazionale, tanto che nel gennaio 2012 la La Seda de Barcelona annuncia la dismissione definitiva dell'impianto Simpe;
   la sit