TESTI ALLEGATI ALL'ORDINE DEL GIORNO
della seduta n. 62 di Mercoledì 31 luglio 2013

 
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INTERROGAZIONI A RISPOSTA IMMEDIATA

   BONOMO, NARDUOLO, SERENI, ASCANI, PATRIARCA, ROTTA, MADIA, GADDA, LENZI, BENI, CHAOUKI, BRAGA, MISIANI, BOBBA, MOSCA, TENTORI, QUARTAPELLE PROCOPIO, MARCO DI MAIO, COMINELLI, VENTRICELLI, LATTUCA, MARTELLA, ROSATO e DE MARIA. — Al Ministro per l'integrazione. — Per sapere – premesso che:
   l'istituto del servizio civile nazionale affonda le radici nelle lotte per il diritto all'obiezione di coscienza che videro un primo riconoscimento con l'approvazione della legge n. 772 del 1972, «Norme in materia di obiezione di coscienza». Tale legge introdusse per i giovani richiamati al servizio di leva la facoltà di dichiararsi obiettore di coscienza per motivi morali, religiosi e filosofici ed istituì il servizio sostitutivo civile alternativo al servizio militare e parimenti rispondente al dovere di servire la patria;
   con la legge n. 230 del 1998 l'obiezione di coscienza fu finalmente riconosciuta quale diritto soggettivo del cittadino nell'ambito del diritto alla libertà di pensiero, coscienza e religione riconosciute dalla Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo e dalla Convenzione internazionale sui diritti civili e politici. La stessa legge sancì che il servizio civile, diverso per natura e autonomo dal servizio militare, rispondesse parimenti al dovere costituzionale di difesa della patria e fosse ordinato ai fini enunciati nei «Principi fondamentali» della Costituzione. Il 6 marzo 2001, con la legge n. 64, nacque il servizio civile nazionale, a base volontaria, che ha convissuto con il servizio sostitutivo civile obbligatorio fino al giugno 2005;
   l'articolo 9 della citata legge n. 64 del 2001 prevede, inoltre, la possibilità per i giovani volontari di prestare servizio anche presso «enti e amministrazioni operanti all'estero, nell'ambito di iniziative assunte dall'Unione europea, nonché in strutture per interventi di pacificazione e cooperazione fra i popoli, istituite dalla stessa Unione europea o da organismi internazionali operanti con le medesime finalità ai quali l'Italia partecipa». Dal 2001 ad oggi 3.782 volontari hanno operato in diversi Paesi dell'Europa, dell'Africa, dell'Asia, dell'Oceania e dell'America latina, prevalentemente nel settore della cooperazione, dell'assistenza e dell'educazione. Tali esperienze e un comune percorso sul servizio civile avviato in altri Paesi europei hanno portato nel 2009 ad elaborare il progetto sperimentale europeo «European civic service: a commom amicus», con lo scopo di stimolare la nascita di un modello europeo di servizio civile;
   la partecipazione all'interno del servizio civile nazionale crebbe dai 181 ragazzi e ragazze avviati nel 2001 fino ai 45.890 del 2006, grazie al corrispondente incremento delle risorse, mentre dal 2007 si è registrato un continuo ridimensionamento degli stanziamenti (299 milioni di euro nel 2008, 170 milioni di euro nel 2009, 100 milioni di euro nel 2010-2011, 68 milioni di euro nel 2012), fino alla mancata promulgazione del bando ordinario del 2012 ed alla previsione di soli 71 milioni di euro per l'anno 2013, che consentiranno il finanziamento di appena 15.000 volontari per i progetti nazionali e 450 per l'estero;
   come noto, il servizio civile nazionale ha dato, in diverse occasioni, un importante contributo a risollevare la situazione di zone colpite da catastrofi naturali, mettendo in campo volontari tramite bandi speciali (Abruzzo 2009, Emilia-Romagna 2012);
   il servizio civile è l'unica forma istituzionale di difesa della patria non armata e non violenta (articolo 52 della Costituzione) e il suo valore educativo porta i giovani a sperimentare e a praticare con maggior consapevolezza la cittadinanza attiva, sviluppando il senso civico ed una maggiore percezione dei valori democratici, ad aiutare la categorie più vulnerabili dei cittadini (persone con disabilità, cittadini stranieri, bambini in situazioni difficili, malati terminali e altri), nonché ad aiutare a salvaguardare il patrimonio artistico, culturale ed ambientale dello Stato;
   nonostante il ruolo strategico di strumento utile alla coesione sociale, all'educazione alla partecipazione delle nuove generazioni, alla formazione personale e professionale dei giovani, nonché ad un loro orientamento verso il mondo del lavoro, negli ultimi anni questo istituto della Repubblica non ha ricevuto un adeguato sostegno finanziario da parte dello Stato;
   le associazioni e i rappresentanti del mondo del servizio civile, in numerose occasioni, hanno evidenziato con forza quanto sia importante mantenere per il prossimo bando, atteso da migliaia di giovani da oltre un anno, almeno il medesimo numero di volontari previsto dal bando del 2011 –:
   quali iniziative il Ministro interrogato intenda assumere al fine di restituire credibilità e ruolo al servizio civile nazionale, individuando le adeguate risorse finanziarie che consentano una reale programmabilità dei progetti e il soddisfacimento delle aspettative di migliaia di giovani che annualmente vorrebbero partecipare a questa fondamentale esperienza di vita.
(3-00239)
(30 luglio 2013)

   DI BENEDETTO e SIMONE VALENTE. — Al Ministro dei beni e delle attività culturali e del turismo. — Per sapere – premesso che:
   il «grande progetto Pompei», come spiegato sul sito istituzionale della soprintendenza speciale per i beni archeologici di Napoli e Pompei, nasce da un'azione del Governo italiano che, attraverso il decreto-legge n. 34 del 2011 (articolo 2), ha inteso rafforzare l'efficacia delle azioni e degli interventi di tutela nell'area archeologica di Pompei mediante la elaborazione di un programma straordinario ed urgente di interventi conservativi, di prevenzione, manutenzione e restauro;
   il «grande progetto Pompei» è un intervento rilevante ed impegnativo da 105 milioni di euro tra fondi del fondo europeo di sviluppo regionale e fondi nazionali, che mira alla riqualificazione del sito archeologico di Pompei entro dicembre 2015, attraverso:
    a) la riduzione del rischio idrogeologico, con la messa in sicurezza dei terrapieni non scavati;
    b) la messa in sicurezza delle insulae;
    c) il consolidamento e restauro delle murature;
    d) il consolidamento e restauro delle superfici decorate;
    e) la protezione degli edifici dalle intemperie, con conseguente aumento delle aree visitabili;
    f) il potenziamento del sistema di videosorveglianza;
   ancora sul sito del Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo è possibile prendere visione di una brochure dedicata al progetto che definisce il «grande progetto Pompei», che recita: «Un grande impegno collettivo di istituzioni e di persone diverse per avviare a soluzione il gravissimo problema di conservazione di un sito archeologico tra i più importanti del mondo»;
   sono sempre i siti istituzionali ad informare che il Governo italiano e la Commissione europea, tramite il varo del «grande progetto Pompei», nel tempo record di soli tre mesi, hanno dato prova «di poter costruire, valutare e approvare un intervento così rilevante e impegnativo come quello che determinerà, entro il 31 dicembre 2015, la riqualificazione del sito archeologico di Pompei». Il 5 aprile 2012, alla presentazione del progetto, sono intervenuti: Mario Monti, Presidente del Consiglio dei ministri; Annamaria Cancellieri, Ministro dell'interno; Lorenzo Ornaghi, Ministro per i beni e le attività culturali; Fabrizio Barca, Ministro per la coesione territoriale; Francesco Profumo, Ministro dell'istruzione, dell'università e della ricerca; Stefano Caldoro, presidente della regione Campania; Luigi De Magistris, sindaco di Napoli; Claudio D'Alessio, sindaco di Pompei;
   quanto agli interventi, essi si articolano su cinque linee d'azione: conoscenza (8 milioni e 200 mila euro); opere (85 milioni di euro); valorizzazione, fruizione comunicazione (7 milioni di euro); sicurezza (2 milioni di euro); rafforzamento della struttura organizzativa e tecnologica della soprintendenza speciale per i beni archeologici di Napoli e Pompei (2 milioni e 800 mila euro): la fonte è sempre il sito del Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo;
   al solo consolidamento ed al restauro dell'area archeologica sono stati destinati 85 milioni di euro;
   la brochure poi elenca minuziosamente le opere in cantiere e i bandi di prossima pubblicazione;
   a questi dati si aggiungono le dichiarazioni del Ministro interrogato, rese nell'audizione del 23 maggio 2013 dinanzi alle Commissioni cultura di Camera e Senato, con cui ha definito il «grande progetto Pompei» come un'opportunità da tradurre in risultati concreti, posto che a due anni dal varo molto, anzi moltissimo, resta da fare;
   eppure, stando ad altre fonti, giornalistiche, in questo caso c’è poco di che star tranquilli;
   sono di novembre 2012 e di febbraio 2013 le notizie di crolli – ultimi di una lunga serie – di pezzi di pareti delle domus pompeiane;
   a febbraio 2013 la stampa ha informato del fatto che la procura competente aveva avviato un'indagine relativa all'assegnazione dei lavori dal 2008 ad oggi e che coinvolgeva, tra gli altri, D'Amora, direttore dei lavori durante la gestione commissariale, ed anche l'ex commissario Marcello Fiori (funzionario della protezione civile, secondo dei sostituti del soprintendente Guzzo), inviato dal Governo Berlusconi per salvare gli scavi di Pompei nei giorni dei crolli; a detta della procura, sono emersi – in particolare – profili di illegittimità in ordine all'utilizzo di procedure derogatorie nell'affidamento dei lavori ed all'emissione di fatture gonfiate relative all'acquisto di materiali ed all'esecuzione dei lavori e anomalie nelle procedure seguite per l'allestimento delle rappresentazioni affidate al teatro San Carlo;
   è recentissima la notizia di incredibili ribassi nelle aste tenute per l'assegnazione dei lavori previsti dal «grande progetto Pompei», addirittura di oltre la metà della base d'asta fissata, e tutte vinte dalla medesima società di costruzioni; ribassi talmente rilevanti da far temere per la qualità degli interventi che saranno posti in essere;
   a qualche giorno fa risale l’ultimatum con cui l'Unesco ha impegnato il Governo italiano ad adottare misure idonee a per il sito;
   Pompei rappresenta, fuor di retorica, un unicum nel panorama archeologico mondiale;
   sono stati assunti degli impegni precisi e stanziati ingenti fondi;
   a fronte di ciò la situazione reale di Pompei è fatta di crolli, indagini della procura e gestione delle assegnazioni dei lavori perlomeno discutibile;
   la realtà è talmente critica e il «grande progetto Pompei» tanto lontano dall'esser realizzato che l'Unesco è dovuta intervenire nel sollecitare il Governo italiano, fissando alla fine del 2013 la data ultima entro cui porre in essere misure di salvaguardia –:
   come il Ministro interrogato ritenga opportuno intervenire affinché si faccia chiarezza sulle vicende poco trasparenti relative agli appalti ed alle manifestazioni organizzate nell'area archeologica, in relazione – in particolare – ai ribassi assai sospetti delle basi d'asta, e se intenda dare piena e completa attuazione al «grande progetto Pompei», adeguandosi all'impegno che l'Unesco ha imposto al Governo e rilanciando, per quanto di competenza, il turismo nell'area di Pompei. (3-00240)
(30 luglio 2013)

   OTTOBRE. — Al Ministro dello sviluppo economico. — Per sapere – premesso che:
   la Fuji heavy industries di Tokyo aveva annunciato che la sede della Subaru Italia il 30 giugno 2013 sarebbe stata trasferita dalla città di Ala in Trentino Alto-Adige a Milano ed ha comunicato la chiusura dello stabilimento di Ala a tutte le concessionarie Subaru in Italia;
   il presidente della filiale italiana della Subaru, Tashiko Kageyama, ha comunicato a 40 dipendenti dell'azienda, ad eccezione dei 3 magazzinieri, l'obbligo di trasferirsi presso la nuova sede di Milano o, in alternativa, di presentare le loro dimissioni;
   la procedura unilaterale di trasferimento equivale ad un sostanziale licenziamento dei dipendenti dell'azienda, senza neppure che sia possibile attivare gli ammortizzatori sociali;
   Ala è la sede della multinazionale Subaru per l'Italia, per l'Austria, la Slovacchia, la Slovenia e la Croazia, ha un fatturato annuo di 200 milioni di euro ed ha visto, cinque anni fa, l'investimento di 7,5 milioni di euro per ampliare lo stabilimento, nel contempo sostenuto da investimenti a carico della provincia autonoma di Trento per opere infrastrutturali necessari allo sviluppo dello stabilimento di Ala;
   la decisione della Fuji heavy industries di trasferire la sede italiana a Milano è giustamente ritenuta immotivata, sia sotto il profilo industriale, sia in ordine ai costi, da parte di tutte le forze sociali, dalle organizzazioni imprenditoriali e sindacali e dalle istituzioni, che hanno contestato le motivazioni addotte dalla multinazionale giapponese, in particolare che il trasferimento di sede sia dovuto ad una perdita di bilancio della Subaru Italia nel 2012;
   secondo le organizzazioni sindacali la realtà è che «le quote di mercato di Subaru Italia sono costantemente cresciute», mentre sono diminuite negli altri stabilimenti europei, in Svizzera e Germania, della multinazionale giapponese e che un trasferimento della sede a Milano, non necessario sotto il profilo strategico, comporterebbe un forte aumento dei costi aziendali;
   dagli inizi del mese di marzo 2013 i lavoratori della Subaru Italia di Ala hanno intrapreso ogni iniziativa possibile a sostegno della loro occupazione, con scioperi ad oltranza, sostenendo come sia indispensabile e possibile rafforzare lo stabilimento di Ala acquisendo la gestione dei mercati del Sud Europa;
   la Fiom Cgil del Trentino ha chiesto in modo formale al presidente della Subaru Italia di recedere dalla decisione assunta in ordine al trasferimento e di valutare, di concerto con le organizzazioni imprenditoriali e sindacali presenti sul territorio, un'ulteriore valorizzazione dello stabilimento di Ala, con particolare attenzione alle attività di commercializzazione dei veicoli della multinazionale;
   la provincia autonoma di Trento ha condiviso e promosso le iniziative dei lavoratori dell'azienda a difesa del proprio posto di lavoro e delle ragioni, industriali ed economiche, contrarie ad uno spostamento della sede italiana della Subaru e tali semmai da rafforzare il carattere strategico dello stabilimento di Ala;
   il presidente della Subaru Italia e i dirigenti della multinazionale giapponese hanno sempre rifiutato, a quanto consta all'interrogante, senza alcuna motivazione, il confronto richiesto dalle organizzazioni sindacali ed economiche e dalle istituzioni provinciali e comunali;
   il 5 giugno 2013 sono state sospese le trattative tra la Subaru Italia e il sindacato sul trasferimento della sede aziendale da Ala a Milano –:
   quali iniziative urgenti il Ministro interrogato intenda intraprendere nei confronti dell'azienda giapponese, di concerto con le organizzazioni sociali e le istituzioni locali, e, in particolare, se intenda convocare, con assoluta priorità, il presidente della Subaru Italia, le parti sociali, la provincia autonoma di Trento e le istituzioni locali, presso il Ministero dello sviluppo economico, con l'obiettivo di pervenire a un riesame delle decisioni assunte dalla multinazionale giapponese e di difendere una realtà produttiva ed aziendale di assoluto rilievo come quella della Subaru Italia di Ala. (3-00241)
(30 luglio 2013)

   AIRAUDO, LACQUANITI, FERRARA, MATARRELLI, DI SALVO, PLACIDO, LAVAGNO e COSTANTINO. — Al Ministro dello sviluppo economico. — Per sapere – premesso che:
   nel luglio 2008 la Romi Brasile ha rilevato dall'amministrazione straordinaria l'allora Sandretto costituendo la Romi Italia, impegnandosi a garantire l'occupazione e gli investimenti che avrebbero dovuto innovare le presse per stampaggio materiale plastico di cui la Sandretto è uno storico marchio italiano;
   da allora a marzo 2012 gli addetti sono passati nei due siti di Grugliasco e di Pont Canavese da 260 agli attuali 149 addetti attraverso lo strumento della mobilità volontaria. La proprietà brasiliana della Romi non ha mantenuto, complice la crisi, gli impegni atti a garantire l'occupazione e gli investimenti;
   nel marzo 2012 la Romi ha annunciato la chiusura delle attività produttive in Italia, con il conseguente licenziamento di tutti gli attuali 149 lavoratori e la chiusura dei due impianti piemontesi;
   per evitare questo a luglio 2012 i sindacati hanno firmato un accordo per una cassa integrazione per crisi respingendo la cessazione delle attività, con l'obiettivo di verificare, visti il valore del prodotto e il valore del marchio, l'esistenza di potenziali acquirenti. All'atto di quella intesa la Romi si era dichiarata disponibile a cedere l'attività;
   all'inizio di gennaio 2013 una cordata di imprenditori provenienti da più regioni italiane (Lombardia, Campania ed Abruzzo) ha presentato un impegno di acquisto, con un dettagliato piano industriale che garantirebbe la permanenza dell'occupazione e del prodotto nel nostro Paese;
   di questo piano e di questo impegno sono a conoscenza anche gli uffici competenti degli assessorati al lavoro e alle attività produttive della regione Piemonte;
   da allora la proprietà brasiliana della Romi non si presenta più agli incontri convocati presso la regione Piemonte, alimentando il sospetto di scaricare sul nostro Paese un'ulteriore perdita di posti di lavoro e di prodotto;
   sarebbe opportuno valutare da parte del Ministro interrogato se la Romi Brasile abbia ottemperato agli impegni assunti con l'amministrazione straordinaria al momento dell'acquisizione della società Sandretto;
   così come sarebbe opportuno un intervento del Governo italiano presso il Governo brasiliano affinché si solleciti quella proprietà ad un corretto rapporto con i cittadini lavoratori del nostro Paese e con gli imprenditori italiani –:
   quali iniziative intenda assumere il Ministro interrogato per evitare l'eventuale chiusura degli stabilimenti piemontesi, in modo da non aggravare ulteriormente la crisi sociale ed occupazionale già molto forte in questa regione. (3-00242)
(30 luglio 2013)

   CORSARO e NASTRI. — Al Ministro dello sviluppo economico. — Per sapere – premesso che:
   il 19 gennaio 2010 l'Italia ha chiesto all'Unione europea l'autorizzazione per un finanziamento pubblico di 15,8 milioni di euro (da corrispondere in tre rate tra il 2010 e il 2013) in favore della Fiat Powertrain di Verrone, in provincia di Biella, per un investimento iniziato nel 2008 e riguardante, in particolare, la costruzione di un nuovo tipo di cambio da realizzarsi appunto presso quello stabilimento;
   in cambio di tale finanziamento, la Fiat si impegnava ad assumere seicento persone, portando il totale dei dipendenti a quota 1083, ma nella primavera del 2011 l'aumento di personale sarebbe stato di sole cento unità, peraltro di lavoratori semplicemente trasferiti da un altro stabilimento del gruppo Fiat, quello di Mirafiori, sicché, sostanzialmente, non risulta esservi stata alcuna nuova assunzione da parte di Fiat;
   in esito alla seduta del 5 maggio 2011 del Comitato interministeriale per la programmazione economica (Cipe) avente ad oggetto l'attuazione del programma delle infrastrutture strategiche (ex lege n. 443 del 2001) è stata approvata la sottoscrizione dal parte del Ministero dello sviluppo economico di tre nuovi contratti di programma nel settore della produzione di autoveicoli, con un investimento complessivo di 630 milioni di euro, e la creazione, auspicata da regione Piemonte, provincia di Biella e sindaco di Verrone e garantita da Fiat Powertrain mediante la sottoscrizione di un accordo, di circa 800 posti di lavoro;
   le agevolazioni pubbliche approvate dal Cipe ammontano a complessivi 52 milioni di euro, di cui 22,5 milioni di euro per il contratto di programma «Fiat Powertrain technologies s.p.a.», per investimenti da realizzarsi nel comune di Verrone (Biella);
   lo stesso sindaco del comune di Verrone ha lamentato la clamorosa inadempienza da parte di Fiat in relazione allo stabilimento del suo Paese, dandone comunicazione in modo estremamente determinato sulla stampa locale e coinvolgendo altri enti, quali la regione Piemonte e la provincia di Biella, i quali, avendo creduto agli intendimenti manifestati dall'azienda torinese, avevano fattivamente partecipato agli accordi formali intercorsi, ovviamente confidando nel puntuale rispetto degli accordi –:
   se, in esecuzione degli accordi di cui in premessa, risulti che la Fiat abbia incassato somme provenienti dall'Unione europea e dal Governo italiano e, in caso affermativo, a quanto ammontino i finanziamenti effettivamente già erogati, se l'azienda abbia mantenuto i citati corrispondenti impegni assunti, e, laddove questo non sia avvenuto, quali iniziative il Governo intenda assumere in merito.
(3-00243)
(30 luglio 2013)

   LIBRANDI, GALGANO, VITELLI, ANDREA ROMANO, NESI, CAUSIN, ROSSI, SCHIRÒ PLANETA e MOLEA. — Al Ministro dello sviluppo economico. — Per sapere – premesso che:
   a margine della sua visita in Grecia il Presidente del Consiglio dei ministri Letta ha annunciato un «importante» e «largo» piano di privatizzazioni che verrà presentato in autunno, confermando quanto già espresso la scorsa settimana al Senato della Repubblica quando aveva delineato la strategia messa a punto per tagliare il debito, attraverso la «valorizzazione del patrimonio immobiliare» e la cessione di «partecipazioni pubbliche nazionali e degli enti locali»;
   il tema delle privatizzazioni non può essere scisso da quello più ampio delle liberalizzazioni di cui il Paese ha fortemente bisogno per far crescere tutto il sistema economico;
   oltre ad una maggiore competitività e libertà d'impresa nei settori ora, di fatto, soggetti a situazioni di monopolio, un processo di liberalizzazioni e privatizzazioni avrebbe positive ricadute sulla spesa pubblica –:
   se il Ministro interrogato non ritenga giunto il momento di riprendere il tema delle liberalizzazioni nei settori direttamente rientranti nel suo ambito di competenza, restituendo al mercato e alla società tutta una serie di ambiti che potrebbero contribuire alla ripresa economica del Paese. (3-00244)
(30 luglio 2013)

   BORGHESI, ALLASIA, ATTAGUILE, BOSSI, MATTEO BRAGANTINI, BUONANNO, BUSIN, CAON, CAPARINI, FEDRIGA, GIANCARLO GIORGETTI, GRIMOLDI, GUIDESI, INVERNIZZI, MARCOLIN, MOLTENI, GIANLUCA PINI, PRATAVIERA e RONDINI. — Al Ministro dello sviluppo economico. — Per sapere – premesso che:
   la multinazionale belga Agfa, che produce lastre per il settore fotografico ed il settore medicale con 12 mila dipendenti nel mondo, sembrerebbe essere intenzionata a chiudere lo stabilimento di Manerbio, in provincia di Brescia, lasciando a casa, con molta probabilità, circa 123 dipendenti;
   le strategie dell'azienda rimangono al momento inspiegabili, anche alla luce del fatto che la stessa sembra trovarsi in stato di salute, avendo, ad esempio, soltanto da parte della regione Lombardia commesse per oltre 20 milioni di euro l'anno;
   la chiusura dello stabilimento contribuirebbe ad aggravare le condizioni economiche di molte famiglie che vedono nell'azienda l'unica fonte di sostentamento, comportando poi una grave perdita di know how maturato da oltre un centinaio di dipendenti;
   l'azienda riterrebbe il sito di Manerbio poco competitivo e, a detta dei lavoratori, sembrerebbe vi siano concrete possibilità di un prossimo spostamento della produzione all'estero, verso realtà dove i costi di produzione sono più bassi;
   sono molte, infatti, le aziende italiane che negli ultimi hanno cessato la propria attività, delocalizzando la produzione non verso siti produttivi asiatici o africani, ma a pochi chilometri, in Paesi e regioni confinanti, come il Canton Ticino, la Carinzia e la Slovenia, con gravi ripercussioni sull'economia del Paese;
   nello specifico, nel caso dell’Agfa, sarebbe opportuno da parte del Ministro interrogato, soprattutto nei confronti delle 123 famiglie coinvolte direttamente, chiarire se esista da parte del Ministero dello sviluppo economico la concreta volontà di convocare al più presto un tavolo di concertazione tra tutti i soggetti coinvolti, al fine di arrivare ad una soluzione il più possibile condivisa che impedisca la chiusura dello stabilimento di Manerbio ed il conseguente licenziamento dei dipendenti;
   è, inoltre, importante capire se, in generale, il Ministero dello sviluppo economico abbia approfondito in maniera adeguata il grave problema rappresentato dalla delocalizzazione delle aziende italiane in regioni confinanti in cerca di migliori condizioni fiscali, burocratiche e di mercato del lavoro –:
   se il Ministro interrogato possa fornire dati certi riguardo agli effetti della delocalizzazione di aziende dal territorio nazionale verso regioni confinanti, in termini di perdita di posti di lavoro, di punti di prodotto interno lordo e di gettito fiscale. (3-00245)
(30 luglio 2013)

   VIGNALI e BALDELLI. — Al Ministro dello sviluppo economico. — Per sapere – premesso che:
   la legge 11 novembre 2011, n. 180, «Norme per la tutela della libertà d'impresa. Statuto delle imprese», è stata salutata come «una rivoluzione copernicana nei rapporti tra stato e piccole e medie imprese» e prevede che l'intervento pubblico e l'attività della pubblica amministrazione debbano conformarsi alle esigenze delle micro, piccole e medie imprese, in particolare a quelle giovanili, femminili e innovative;
   a questo scopo lo statuto, in perfetta aderenza con lo small business act comunitario, introduce il principio della progressiva riduzione degli oneri amministrativi a carico delle imprese, la «reciprocità dei diritti e dei doveri nei rapporti tra imprese e pubblica amministrazione », la garanzia di un sostegno pubblico «attraverso misure di semplificazione amministrativa da definire in appositi provvedimenti legislativi»;
   occorre ricordare che il Governo Berlusconi ha dato sollecita attuazione allo small business act con la direttiva del Presidente del Consiglio dei ministri del 4 maggio 2010 e ha sempre offerto, nel corso del dibattito parlamentare, il suo pieno appoggio alla rapida approvazione della legge n. 180 del 2011;
   l'articolo 18 della legge prevede che, entro il 30 giugno di ciascun anno, il Governo debba presentare al Parlamento una «legge annuale per le micro, piccole e medie imprese», volta a definire gli interventi per la tutela e lo sviluppo di queste, le norme per l'immediata riduzione degli oneri burocratici a loro carico, misure di semplificazione amministrativa, deleghe al Governo in materia di tutela e di sviluppo delle micro, piccole e medie imprese. Oltre a questo, al disegno di legge deve essere allegata una relazione:
    a) sullo stato di conformità della normativa vigente in materia di imprese rispetto ai principi e agli obiettivi dello small business act;
    b) sull'attuazione degli interventi programmati;
    c) sulle ulteriori specifiche misure da adottare per favorire la competitività delle micro, piccole e medie imprese, al fine di garantire l'equo sviluppo delle aree sottoutilizzate;
   per la definizione delle legge annuale per le micro, piccole e medie imprese, ai sensi dell'articolo 17 della legge n. 180 del 2011, il Governo è tenuto a consultare il tavolo di consultazione permanente delle associazioni di categoria, costituito presso il Garante delle micro, piccole e medie imprese;
   in sede di dichiarazioni programmatiche di Governo il Presidente del Consiglio dei ministri Letta ha considerato centrali gli interventi in favore delle piccole e medie imprese –:
   quali attività abbia in corso il Governo per la definizione della legge annuale sulle micro, piccole e medie imprese, prevista dall'articolo 18 della legge 11 novembre 2011, n. 180. (3-00246)
(30 luglio 2013)

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