XVIII LEGISLATURA

Allegato B

Seduta di Lunedì 12 ottobre 2020

ATTI DI INDIRIZZO

Mozioni:


      La Camera,

          premesso che:

              negli ultimi anni il tema dell'innovazione ha assunto connotati sempre più rilevanti, e la digitalizzazione è diventata progressivamente un vero e proprio fattore trasversale della produzione, assegnando efficienza, velocità ed affidabilità a tutti i settori della vita organizzata, dalla pubblica amministrazione alla produzione industriale, dalla salute alla scuola, dalla giustizia all'agricoltura, presentandosi come elemento necessario per sviluppare la competitività, rafforzare le dinamiche di mercato, assicurare cambiamento e sviluppo economico;

              l'Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico ha più volte sottolineato, nei propri report, come i Governi siano sempre più consapevoli delle opportunità e delle sfide che accompagnano la trasformazione digitale, che, con la sua capacità di stimolare le economie, è considerata come una delle principali priorità dell'agenda politica globale;

              la crisi sanitaria generata dall'emergenza Covid-19 ha mostrato in tutta la sua pervasività l'importanza che l'innovazione riveste nella vita quotidiana, rivelatasi vitale per la continuazione delle principali attività;

              in Europa, inoltre, si sta affermando sempre più nel dibattito pubblico il tema della sovranità digitale, concetto legato alla tutela della sovranità nazionale, alla autonomia delle potenzialità tecnologiche nazionali, al ruolo geopolitico dell'Italia e dell'Europa e alla protezione dei diritti individuali nello spazio del web;

              a livello nazionale, l'Italia ha adottato la Strategia per la crescita digitale 2014-2020 e la Strategia per la banda ultra larga nel marzo 2015, mentre nel settembre del 2016 l'Italia ha sviluppato la propria strategia Industria 4.0, ribattezzata «Piano nazionale Impresa 4.0» nel 2017, al fine di riflettere meglio l'ampia portata dell'iniziativa, includendo sia le imprese del settore dei servizi sia quelle del settore industriale;

              l'Agenda digitale europea rappresenta una delle sette iniziative faro della strategia Europa 2020, tanto che per il periodo 2014-2020, sul Fondo europeo di sviluppo regionale e sul Fondo di coesione, sono stati stanziati oltre venti miliardi di euro per investimenti in tecnologie dell'informazione e della comunicazione (Ict) per gli Stati membri, e fissati i principali obiettivi di sviluppo di tali tecnologie, quali l'ampliamento della diffusione della banda larga e l'introduzione di reti ad alta velocità, lo sviluppo di prodotti e servizi Ict e dell'e-commerce, il potenziamento delle applicazioni Ict per la pubblica amministrazione online, l'e-learning, l'inclusione digitale, la cultura digitale e la sanità elettronica;

              in tale contesto, gli Stati membri sono costantemente monitorati attraverso indicatori che classificano il grado di digitalizzazione di ciascun Stato: il Digital economy society index (Desi);

              come indica la Commissione europea, «le relazioni Desi (Indice di digitalizzazione dell'economia e della società) sono lo strumento mediante cui la Commissione Europea monitora la competitività digitale degli Stati membri dal 2015. (...) Le relazioni nazionali Desi raccolgono prove quantitative derivanti dagli indicatori Desi sotto i cinque aspetti dell'indice, con approfondimenti specifici per paese riguardanti le politiche e le migliori prassi»;

              con la legge 4 agosto 2016, n. 163, il legislatore ha voluto prevedere l'introduzione nel Documento di economia e finanza e nella legge di bilancio dello Stato, di indicatori di benessere equo e sostenibile, volti a valutare il progresso di una società non solo dal punto di vista economico, ma anche sociale e ambientale e corredato da misure di valutazione della disuguaglianza e sostenibilità;

              nell'indice Desi 2020 della Commissione europea, l'Italia risulta alla venticinquesima posizione su ventotto Stati membri dell'Ue, davanti solo a Romania, Grecia e Bulgaria, e il punteggio italiano risulta essere inferiore alla media europea di ben nove punti (43,6 rispetto a 52,6);

              la Corte dei conti, nel referto sull'informatica pubblica, ha evidenziato come la pluralità delle figure istituzionali chiamate ad operare per la trasformazione digitale della pubblica amministrazione sia tale da rendere necessaria una riflessione sulla esigenza di una governance più coesa e strutturata, che riesca a coordinare la complessa articolazione di competenze;

              in particolare, la magistratura contabile ha sottolineato come l'istituzione del Ministero dell'innovazione e del dipartimento per la trasformazione digitale, che sono chiamati a garantire la realizzazione degli obiettivi dell'Agenda digitale italiana in coerenza con l'Agenda digitale europea, e ad assicurare lo svolgimento dei compiti necessari per l'adempimento degli obblighi internazionali assunti in materia di innovazione tecnologica e digitale, nonché il coordinamento operativo tra le amministrazioni dello Stato interessate, a vario titolo, al perseguimento degli obiettivi di Governo in materia di innovazione e digitalizzazione, rischi sovrapposizioni di competenze con l'Agenzia per l'Italia digitale, soggetto responsabile dell'attuazione dell'Agenda digitale e il dipartimento della funzione pubblica nel suo attuale ruolo di indirizzo, coordinamento e monitoraggio dello stato di attuazione della strategia digitale dell'amministrazione pubblica;

              inoltre, andrebbe meglio chiarita la ripartizione di competenze tra l'Agenzia per l'Italia digitale e il Ministero dello sviluppo economico, entrambi titolari di funzioni destinate ad incidere sulle strategie per il perseguimento degli obiettivi dell'Agenda digitale europea;

              appare, quindi, necessario e urgente dotare l'ordinamento di indicatori quantitativi di valutazione dello stato delle politiche dell'innovazione in Italia e della loro attuazione, così come di una generale riorganizzazione del governo delle politiche della digitalizzazione e dell'innovazione;

              al settore del digitale, sia nella componente pubblica che industriale (ripartizione che l'Unione europea riconosce come prerogativa dei singoli Stati), è destinato il 20 per cento dell'intero ammontare delle risorse finanziarie del Recovery fund, pari a circa 40 miliardi di euro, ma al momento non sembrano esistere né liste di progetti, né alcuna comunicazione in merito da parte del Governo;

              tali risorse, che saranno destinate in parte alle infrastrutture e in parte ai servizi, rappresentano una importante opportunità per sostenere il lancio del 5G in Italia, in vistoso ritardo, e, nell'area dei servizi quali applicazioni abilitanti, ma anche e innanzitutto cloud computing, per sollecitare il sostegno alle imprese italiane, attraverso un meccanismo selettivo che privilegi la forza d'urto del patrimonio nazionale delle piccole e medie imprese innovative e anche delle microimprese, fortemente presenti in questo settore,

impegna il Governo:

1) ad adottare iniziative per definire nel più stretto arco di tempo, in piena correttezza e totale trasparenza, i contenuti e le modalità con cui affrontare il tema della ripartizione ed assegnazione delle risorse finanziarie del Recovery fund (NextGenerationEU) destinate al settore digitale;

2) a coinvolgere il Parlamento in tutte le fasi di scelta delle modalità di ripartizione tra i settori di destinazione degli investimenti previsti e nella individuazione dei criteri di selezione delle piccole e medie imprese e micro imprese italiane. L'intera procedura dovrà correttamente essere oggetto di un coinvolgimento del Parlamento, perché le soluzioni adottate possano rappresentare il più alto livello di condivisione tra le forze rappresentative della Nazione;

3) ad adottare iniziative, anche di carattere normativo, per prevedere l'integrazione del Documento di economia e finanza con appositi indicatori del livello di digitalizzazione e innovazione (indice Desi), sulla base dei dati forniti dall'Istat, con monitoraggio annuale dell'andamento dello sviluppo tecnologico e della digitalizzazione della pubblica amministrazione, sulla base degli obiettivi di politica economica e dei contenuti del Programma nazionale di riforma, anche al fine di garantire la sovranità digitale nazionale;

4) ad adottare iniziative, anche di carattere normativo, per la semplificazione del governo e dell'amministrazione delle politiche pubbliche per l'innovazione e la digitalizzazione, con una governance unitaria (come il Ministero dell'innovazione, AgID, dipartimento per la trasformazione digitale) dotata di poteri concreti nella definizione delle strategie di digitalizzazione, e di coordinamento effettivo delle pubbliche amministrazioni centrali e periferiche;

5) ad adottare iniziative affinché tale governance unitaria, con compiti chiari e definiti, sia in grado di tradurre le politiche di settore in azioni che ne assicurino l'attuazione a livello nazionale, e con sistemi di misurazione che rivelino il decorso di ogni fase realizzativa, con la prerogativa di sostenere, anche in questo caso, le strutture aziendali italiane nel campo delle piccole, medie e microimprese.
(1-00384) «Lollobrigida, Meloni, Mollicone, Butti, Acquaroli, Bellucci, Bignami, Bucalo, Caiata, Caretta, Ciaburro, Cirielli, Deidda, Delmastro Delle Vedove, Donzelli, Ferro, Foti, Frassinetti, Galantino, Gemmato, Lucaselli, Mantovani, Maschio, Montaruli, Osnato, Prisco, Rampelli, Rizzetto, Rotelli, Silvestroni, Trancassini, Varchi, Zucconi».


      La Camera,

          premesso che:

              le relazioni Desi (Indice di digitalizzazione dell'economia e della società) rappresentano lo strumento mediante cui la Commissione europea monitora il progresso digitale degli Stati membri dal 2014. Le relazioni Desi comprendono sia profili nazionali che capitoli tematici. Alla relazione, per ciascuno Stato membro, è allegato anche un capitolo di approfondimento dedicato alle telecomunicazioni;

              da tali relazioni, emerge, purtroppo, che il nostro Paese si posiziona sempre tra gli ultimi nelle graduatorie internazionali evidenziando la necessità di una forte accelerazione dello sviluppo tecnologico;

              nell'indice Desi 2020 della Commissione europea l'Italia, infatti, risulta in 25o posizione su 28 Stati membri dell'Unione europea, davanti solo a Romania, Grecia e Bulgaria. Il punteggio italiano è di ben 9 punti inferiore alla media dell'Unione europea (43,6 vs 52,6); non migliora purtroppo neanche nelle singole composizioni dello stesso indice Desi;

              la dimensione «Capitale umano», ad esempio, ovvero quella che riguarda le competenze digitali, porta l'Italia a collocarsi all'ultimo posto nell'Unione europea; parimenti per la dimensione «Uso dei servizi Internet», l'Italia risulta al 26o posto e il gap con il resto dell'Unione europea è particolarmente evidente: il 17 per cento delle persone non ha mai utilizzato Internet (9 per cento in Unione europea, 5 per cento in Germania); solo il 48 per cento utilizza servizi bancari online (66 per cento in Unione europea e in Germania);

              nella dimensione «Integrazione delle tecnologie digitali», ovvero quella che riguarda la digitalizzazione nelle imprese, l'Italia si pone ben al di sotto la media dell'Unione europea, al 22o posto su 28 Paesi. Le imprese italiane presentano ritardi soprattutto nel commercio online: solo il 10 per cento delle piccole e medie imprese italiane vende online (18 per cento in Unione europea, 17 per cento in Germania); il 6 per cento effettua vendite transfrontaliere in altri Paesi dell'Unione europea (8 per cento in Unione europea, 10 per cento in Germania); sul totale del fatturato delle piccole e medie imprese, solo l'8 per cento è realizzato online (11 per cento nell'Unione europea, 10 per cento in Germania);

              anche, per la dimensione «Servizi pubblici digitali», l'Italia si colloca al 19o posto, al di sotto della media dell'Unione europea. La bassa posizione è dovuta allo scarso livello di interazione online tra le autorità pubbliche e il pubblico in generale: solo il 32 per cento degli utenti italiani online usufruisce attivamente dei servizi di e-government (67 per cento in Unione europea, 49 per cento in Germania);

              minimamente migliore risulta la dimensione «Connettività», per la quale l'Italia si posiziona 17esima, in linea con la media dell'Unione europea. Tra il 2018 e il 2019 la percentuale delle famiglie che ha accesso alla banda ultra-larga è salita dal 9 per cento al 13 per cento (26 per cento in Unione europea, 21 per cento in Germania);

              il ritardo nella copertura digitale è, dunque, uno dei nodi più impellenti e una delle maggiori cause di disuguaglianza all'interno del Paese; basti pensare che, secondo l'Istat, meno della metà (il 41 per cento) delle pubbliche amministrazioni locali, scuole comprese, accede a internet con connessioni veloci (almeno 30 Mbps), e solo il 17,4 per cento con quelle ultraveloci (almeno 100 Mbps);

              la stima dell'inefficienza pubblica, secondo i dati di Confindustria digitale, costa all'Italia circa 30 miliardi di euro l'anno, pari a 2 punti di Pil. I benefìci della digitalizzazione della pubblica amministrazione italiana, invece, li ha calcolati il Politecnico di Milano: 25 miliardi di euro l'anno al bilancio dello Stato;

              grave, in questo quadro, il ritardo nella attuazione del piano per la banda ultra larga: nelle aree bianche, secondo le migliori previsioni attuali, saranno completate solo nel 2023, con circa 3 anni di ritardo rispetto agli obiettivi fissati inizialmente dai bandi. Al 31 luglio 2020, il collaudo dei cantieri in fibra è stato positivamente effettuato solo nel 2 per cento dei comuni sul totale dei comuni previsto dai bandi del piano su scala nazionale (7.121), con i casi estremi di Calabria, Liguria, Molise, Puglia e Sardegna dove nessun cantiere in fibra è stato terminato, a cui si aggiunge un 6 per cento di comuni in attesa di collaudo (collaudabili). Ancora più bassi sono i dati relativi ai comuni in cui il bando prevedeva interventi in Fwa in cui i lavori risultano terminati solo in 1 comune e la fase di collaudo si limita a circa 600;

              il ritardo nella realizzazione del piano fa sì che la connettività complessiva del Paese, monitorata dall'indice Desi progredisca più lentamente del previsto e che il divario digitale in questi territori sia ancora oggi significativo: 204 comuni italiani presentano oltre il 10 per cento degli indirizzi civici, senza nessuna possibilità di connessione a internet da postazione fissa (anche includendo accessi tramite Fwa), di cui 130 con percentuale superiore al 20 per cento. Inoltre, nel periodo 2017-2019 nei comuni il cui territorio ricade interamente in aree bianche, le linee totali in banda larga e banda ultra larga sono rimaste costanti, o addirittura in leggera decrescita, a fronte di una crescita di circa 700.000 unità visibile nel resto d'Italia;

              l'emergenza COVID-19 ha costretto il sistema scolastico a ricorrere alla Dad, didattica a distanza, rendendo indispensabile negli istituti e nelle abitazioni l'accesso a una rete internet veloce. Oggi ancora uno studente su cinque non possiede un device;

              in questa situazione è paradossale che, mentre ci si appresta a chiedere alla Commissione europea circa 6 miliardi di euro nell'ambito del Recovery Plan, l'Italia faccia slittare di due anni l'impiego di 1,1 miliardi di euro già stanziati per il piano banda ultralarga, come risulta dalla delibera Cipe n. 33 pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale del 2 settembre 2020. Si tratta di risorse del Fondo sviluppo e di coesione 2014-2020 riprogrammate per essere utilizzate nel 2020 a copertura di interventi per l'emergenza economica innescata dall'epidemia;

              in tale delibera il Cipe rimodula i profili finanziari annuali del Piano banda ultralarga finanziato con fondi del Fondo per lo sviluppo e la coesione per complessivi 3,5 miliardi di euro, varando altresì un'operazione analoga per 1 miliardo di euro relativo ai «Patti per il Sud»;

              ne consegue, pertanto, che per il 2020 avanzano soltanto 500 milioni di euro rispetto agli 1,6 miliardi di euro previsti; gli 1,1 miliardi di euro stornati verranno restituiti al Piano solo nel 2022 (500 milioni), nel 2023 (400 milioni) e nel 2024 (200 milioni);

              tale slittamento consegue il paradossale risultato di ritardare la cablatura del Paese e sembrerebbe dettato non tanto dall'esigenza di reperire risorse per l'emergenza economica in corso, quanto piuttosto dalla volontà di temporeggiare in attesa della costituzione della rete unica Tim-Open Fiber con il futuro veicolo societario AccessCo, evitando così il rischio di lanciare i bandi di gara nella seconda parte del 2020 o anche nella prima parte del 2021, senza che esista ancora il soggetto logicamente deputato a impiegare le risorse;

              l'eventuale integrazione di Tim con Open fiber invece, dovrebbe dare maggiore impulso alla realizzazione della rete unica e non rallentarne ulteriormente il già accidentato percorso;

              per quanto riguarda l'impatto sull'economia secondo i risultati di uno studio presentato al Forum Ambrosetti, la realizzazione delle reti a banda ultralarga può generare fino a 180 miliardi di euro di Pil aggiuntivo entro il 2030. Considerando l'aumento di copertura in banda ultra larga in linea con le previsioni correnti e il conseguente aumento della velocità media di connessione, oltre che del numero di sottoscrizioni, si stima che il pieno dispiegamento della rete possa generare benefici incrementali per il sistema-Paese quantificabili in più di 96,5 miliardi di euro di Pil cumulati tra il 2020 e il 2025 e oltre 180,5 miliardi di euro cumulati tra il 2020 e il 2030;

              l'attuale pandemia da Covid-19 e la correlata necessità di prosecuzione dell'attività lavorativa, scolastica, economica, in modalità smart e a distanza, ha dimostrato quanto le risorse digitali siano diventate fondamentali per la nostra società,

impegna il Governo:

1) ad adottare iniziative normative per prevedere l'integrazione del Documento di economia e finanza a tutti i livelli con appositi indicatori del livello di digitalizzazione e innovazione (indice Desi), sulla base dei dati forniti dall'Istat, al fine di monitorare l'andamento dello sviluppo tecnologico nell'arco di un triennio, nonché le previsioni sull'evoluzione dello stesso nel periodo di riferimento, anche sulla base degli obiettivi di politica economica e dei contenuti dello schema del programma nazionale di riforma;

2) ad adottare iniziative volte alla creazione di un unico data base nel quale far confluire i dati provenienti da tutte le amministrazioni nazionali e locali per la determinazione in un unico indice nazionale di digitalizzazione;

3) ad adottare iniziative per accelerare il dispiegamento della rete nelle aree bianche con un modello che faccia leva su tutte le tecnologie disponibili;

4) ad adottare iniziative per prevedere per le aree grigie meccanismi per cui il ricorso al co-investimento debba essere elemento qualificante per l'infrastrutturazione, previa manifestazione di interesse tra tutti gli operatori;

5) ad adottare iniziative normative e finanziarie che incentivino la transizione degli operatori di mercato verso soluzioni FTTH;

6) ad adottare iniziative volte ad estendere entro la fine del 2020 la copertura con banda ultra larga alla totalità delle scuole, delle strutture ospedaliere e sanitarie;

7) ad adottare iniziative per prevedere un nuovo meccanismo di procurement in base al quale gli operatori siano in grado di stimolare presso le amministrazioni pubbliche l'adozione di nuove tecnologie premiando gli investimenti fatti in Italia da parte dell'operatore per abilitare un'offerta di servizio quanto più innovativa, completa e resiliente;

8) ad adottare iniziative per prevedere un piano di formazione delle competenze digitali, soprattutto nella pubblica amministrazione, che consenta di valorizzare al massimo l'offerta di connettività a banda ultra larga che si sta consolidando.
(1-00385) «Capitanio, Donina, Furgiuele, Giacometti, Maccanti, Morelli, Rixi, Tombolato, Zordan, Bordonali, Ziello».


      La Camera,

          premesso che:

              ai sensi della legge obiettivo n. 443 del 2001 è stato ricompreso il Ponte sullo stretto di Messina tra le infrastrutture strategiche da inserire tra gli interventi prioritari, in ragione dell'importanza rivestita per l'intero territorio nazionale a partire dal Sud Italia;

          il bando internazionale per la selezione del General Contractor cui affidare da parte dello Stato la progettazione definitiva e la successiva costruzione del ponte, vide l'aggiudicazione della gara a Eurolink di Impregilo (poi gruppo Salini), con impegno di realizzare l'opera in settanta mesi;

          con la legge di stabilità per il 2013 (legge n. 228 del 2012) vennero stanziati 300 milioni di euro per il pagamento delle penali per non realizzare l'opera;

          il Ponte sullo Stretto di Messina è classificato tra gli interventi con procedimento interrotto a seguito di quanto comunicato nell'XI allegato infrastrutture al Def 2013,

impegna il Governo

1) ad avviare quanto prima le opportune iniziative volte a riconsiderare il progetto, già cantierabile, per la realizzazione, nel rispetto della tutela dell'ambiente, del Ponte sullo Stretto di Messina.
(1-00386) «Lollobrigida, Meloni, Acquaroli, Bellucci, Bignami, Bucalo, Butti, Caiata, Caretta, Ciaburro, Cirielli, Deidda, Delmastro Delle Vedove, Donzelli, Ferro, Foti, Frassinetti, Galantino, Gemmato, Lucaselli, Mantovani, Maschio, Mollicone, Montaruli, Osnato, Prisco, Rampelli, Rizzetto, Rotelli, Silvestroni, Trancassini, Varchi, Zucconi».


      La Camera,

          premesso che:

              dopo il calo dei prezzi registrato nei mercati energetici all'ingrosso nella fase più acuta dell'emergenza da Covid-19, con la ripresa delle attività economiche e dei consumi di energia, è in arrivo dal 1° ottobre 2020 una vera e propria stangata;

              l'effetto complessivo risulta particolarmente marcato nei mercati del gas naturale e della CO2 e si è riflesso conseguentemente, anche nel mercato elettrico: secondo Arera, l'Autorità di regolazione per energia reti e ambiente, alla quale è demandato il compito di stabilire, ogni tre mesi, l'andamento delle bollette al netto delle tasse e dei cosiddetti oneri di sistema, i rincari saranno consistenti e in misura del 15,6 per cento per la luce e dell'11,4 per cento per il gas;

              il rimbalzo per i prezzi dell'energia, che tornano su livelli simili a quelli pre-Covid, sarebbe imputabile alla fine del lockdown, con la ripresa delle attività economiche e il conseguente aumento della domanda di energia, in particolare da parte delle imprese. È questa la tesi sostenuta dall'Arera e ufficializzata in un comunicato stampa: «Dopo il crollo dei prezzi registrato nei mercati energetici all'ingrosso nella fase più acuta dell'emergenza Covid, la ripresa dei consumi di energia, che conferma la ripartenza dell'economia in Italia e in Europa, ha quindi portato ad un graduale rialzo delle quotazioni»;

              a giustificazione della decisione di incrementare esponenzialmente il costo delle bollette, l'Authority si è premurata di ricordare che il lockdown era stato anche alla base della discesa dei prezzi nella prima parte dell'anno, quando il fermo di una parte delle attività aveva condizionato i mercati dell'energia. Nel secondo trimestre (periodo aprile/giugno) c'era stato un calo del 18,3 per cento delle bollette dell'elettricità e del 13,5 per cento il gas, continuato anche nel terzo trimestre per il gas (-6,7 per cento), con un leggero rialzo invece per l'elettricità (+3,3 per cento);

              il saldo, al momento, sarebbe ancora favorevole ai consumatori: sempre secondo i conti dei tecnici dell'Arera «per l'elettricità la spesa nel 2020 per la famiglia-tipo sarà di circa 485 euro, con una variazione del -13,2 per cento rispetto al 2019, corrispondente a un risparmio di circa 74 euro/anno. Nello stesso periodo, la spesa della famiglia-tipo per la bolletta gas sarà di circa 975 euro, con una variazione del -12 per cento rispetto ai 12 mesi dell'anno precedente, corrispondente ad un risparmio di circa 133 euro/anno»;

              ma il calcolo è diverso a seconda del periodo preso in considerazione, come evidenziato dall'Unione Consumatori, che ha preso in esame il periodo dal 1° ottobre 2020 al 30 settembre 2021 (nell'ipotesi di prezzi costanti): in questo caso, per le famiglie e partite Iva si registrerà «una spesa maggiore di 70 euro per la luce e 96 euro in più per il gas. Una maggior spesa complessiva, quindi, pari a 166 euro»;

              è, peraltro, intollerabile che nel 2020 i consumatori si ritrovino a pagare il 45,7 per cento di tasse sul gas (imposte e oneri di sistema) e il 35,1 per cento sull'elettricità, con gli oneri di sistema che, sulla luce, raggiungono quota 21,8 per cento;

              in base ai calcoli del Codacons, considerata la spesa media annua per l'energia e il livello di tassazione sulle bollette, ogni famiglia nel 2020 pagherà complessivamente ben 446 euro di tasse sul gas e 170 euro sulla luce;

              si tratta di una stangata record, che non ha precedenti: mai, da quando ci sono gli aumenti trimestrali stabiliti dall'Authority, ossia dal gennaio 2003, si sono verificati rialzi così elevati;

              tale situazione, con l'arrivo della stagione autunnale, quando gli italiani inizieranno ad accendere stufe e riscaldamenti, farà registrare per le tariffe di luce e gas un incremento record, con prevedibili effetti negativi diretti sui bilanci delle famiglie, proprio in un momento in cui si registrano difficoltà economiche per una larga fetta di popolazione a causa dell'emergenza da Covid-19;

              in Italia oggi ci sono 2 milioni e 100 mila famiglie sul baratro della povertà e l'emergenza sanitaria, che, peraltro, persisterà fino a quando non verrà trovato il vaccino, ha tolto loro qualsiasi possibilità di reddito, né essi possono contare su una rete sociale di protezione: senza risparmi, senza aiuti sociali e soprattutto senza un lavoro;

              è vero, le attività economiche si sono rimesse in moto, ma la ripresa, così come i consumi, sono lentissimi e, pertanto, non sono sufficienti a giustificare un simile rincaro delle utenze;

              il rimbalzo previsto per l'autunno, secondo Coldiretti, rischia di pesare drammaticamente sui conti delle famiglie e delle imprese e l'aumento della spesa energetica avrà un doppio effetto negativo, perché, se da un lato ridurrà il potere di acquisto dei cittadini, dall'altro aumenterà anche i costi delle imprese particolarmente rilevanti per l'agroalimentare con l'arrivo dell'autunno, riflettendosi su tutta la filiera e travolgendo le attività agricole ma anche la trasformazione e la distribuzione;

              l'effetto economico dell'emergenza sanitaria, peraltro, solo adesso comincia a delinearsi con forza sempre maggiore nel tessuto produttivo italiano, come dimostrano i preoccupanti dati di Unioncamere: quasi 30 mila imprese in meno nei primi tre mesi del 2020 contro un calo di 21 mila nello stesso trimestre del 2019 e rappresenta il saldo peggiore degli ultimi 7 anni;

              il quadro di congelamento delle imprese, ovviamente, non può non riflettersi sui lavoratori; il blocco delle attività produttive per l'emergenza sanitaria da Covid-19 ha generato «per 3,7 milioni di lavoratori il venir meno dell'unica fonte di reddito familiare» e a pagare il prezzo più alto, secondo la Fondazione studi dei consulenti del lavoro, saranno le coppie con figli (un milione 377.000, 37 per cento) e i genitori «single» (439.000, 12 per cento), circostanza allarmante, se si considera che «ben il 47,7 per cento degli occupati dipendenti dei settori interessati dal “lockdown” guadagnava meno di 1.250 euro mensili», mentre «il 24,2 per cento si trova addirittura sotto la soglia dei 1.000 euro»;

              a confermare il trend non incoraggiante, è anche l'Ocse che ha rivisto in peggio le previsioni sull'Italia, stimando un crollo del prodotto interno lordo per quest'anno del 10,5 per cento e una risalita per il 2021 del 5,4 per cento, molto meno del precedente +7,7 per cento;

              se di ripresa si vuole parlare, si tratta di una ripresa incerta, incompleta e fortemente legata all'evoluzione futura della pandemia e alle relative politiche di contenimento,

impegna il Governo:

1) ad adottare ogni iniziativa di competenza, a fronte del contesto rappresentato in premessa e dell'esigenza del blocco delle tariffe, ai fini della più ampia tutela dei consumatori fino al perdurare della fase emergenziale causata dalla pandemia da Covid-19;

2) ad adottare iniziative normative per modificare la tassazione sulle bollette energetiche che grava pesantemente sulle famiglie italiane.
(1-00387) «Rampelli, Lollobrigida, Foti, Lucaselli, Osnato, Caiata, Rizzetto, Bellucci, Mollicone, Ferro, Butti, Varchi, Maschio».

Risoluzione in Commissione:


      La VII Commissione,

          premesso che:

              l'Italia, nell'implementare la direttiva 2019/790/EU sul diritto d'autore nel mercato unico digitale, deve avere un ruolo centrale per garantire il giusto equilibrio tra le posizioni giuridiche dei titolari dei diritti e della collettività, quale fruitore della cultura;

              il contesto del recepimento della suddetta normativa europea rappresenta un'importante occasione per chiarire, all'interno del nostro ordinamento giuridico, la portata delle istanze volte ad una maggiore tutela del diritto d'autore e al riconoscimento della facoltà di libero riutilizzo delle riproduzioni digitali di beni culturali pubblici in pubblico dominio, già fatte proprie da un numero crescente di musei, archivi e biblioteche in tutto il mondo;

              il recepimento della suddetta direttiva consente di approfondire la normativa concernente il riutilizzo delle riproduzioni digitali di beni culturali, considerando altresì le esigenze derivanti dalla circolazione dei contenuti sulla rete internet, dalla necessità di garantire la libera circolazione del pensiero e, allo stesso tempo, di consentire un'adeguata valorizzazione del patrimonio culturale italiano avvalendosi dell'ormai imprescindibile utilizzo delle nuove tecnologie;

              nello specifico, l'articolo 1 della direttiva 2019/790/EU evidenzia che la stessa stabilisce norme volte ad armonizzare il quadro giuridico dell'Unione applicabile al diritto d'autore e ai diritti connessi nell'ambito del mercato interno, tenendo conto in particolare degli utilizzi digitali e transfrontalieri dei contenuti protetti;

              in particolare, il Titolo IV della direttiva consta di misure miranti a garantire il buon funzionamento del mercato per il diritto d'autore, contenendo riferimenti alla protezione delle pubblicazioni di carattere giornalistico in caso di utilizzo online ed alle richieste di equo compenso per gli autori;

              sebbene il riferimento esplicito sia al mondo editoriale, l'implementazione di tali disposizioni nell'ordinamento interno avrebbe effetti positivi ai fini di una maggiore tutela per tutte le categorie di artisti e di professionisti del mondo dello spettacolo – con particolare riferimento agli artisti meno conosciuti e giovani – che maggiormente hanno sofferto dei danni economici derivanti dallo stop alle attività artistiche causato dal lockdown;

              il considerando 3 della direttiva 2019/790 invita gli Stati membri a considerare i rapidi sviluppi tecnologici che continuano a trasformare il modo in cui le opere e altri materiali sono creati, prodotti, distribuiti e sfruttati, mentre emergono costantemente nuovi modelli di business e nuovi attori, al fine di adeguare la legislazione in materia alle esigenze future, in modo da non limitare l'evoluzione tecnologica;

              l'articolo 14 della medesima direttiva prevede che: «Gli Stati membri provvedono a che, alla scadenza della durata di protezione di un'opera delle arte visive, il materiale derivante da un atto di riproduzione di tale opera non sia soggetto al diritto d'autore o a diritti connessi, a meno che il materiale risultante da tale atto di riproduzione sia originale nel senso che costituisce una creazione intellettuale propria dell'autore», rendendo altresì più agevole l'utilizzo di contenuti di pubblico dominio;

              è necessario prevedere il coordinamento di tale norma con l'articolo 108 del decreto legislativo 22 gennaio 2004, n. 42 («codice dei beni culturali e del paesaggio»), che prevede limitazioni per il riutilizzo di riproduzioni di beni culturali per fini commerciali;

              la possibilità di riuso dell'immagine del bene culturale nel rispetto delle norme sul diritto d'autore e sulla riservatezza può essere inteso non solo come uno strumento funzionale alla libera diffusione del sapere in una prospettiva concreta di democrazia della cultura, ma può diventare anche una leva fondamentale per diffondere l'immagine del patrimonio culturale italiano nel mondo e per sostenere l'industria creativa, il design, l'editoria e in generale tutte quelle attività culturali che subiscono maggiormente gli effetti negativi dell'emergenza Covid-19 in corso, come peraltro indicato nella risoluzione 8-00073 approvata dalla VII commissione della Camera in data 5 maggio 2020;

              l'ampliamento della sfera di libero accesso e riuso del patrimonio culturale digitalizzato a scopo di tutela, prevenzione dei rischi, promozione editoriale, comunicazione, educazione, sviluppo della fruizione per potenziare processi di longlife learning, gamification, merchandising e promozione turistica è stato riconosciuto prioritario nell'utilizzo del Recovery Fund, come si legge nello schema di relazione approvato dalla VII Commissione della Camera in data 29 settembre 2020;

              la convenzione di Faro, di recente approvata dal Parlamento, pur includendo la tutela e la conservazione del patrimonio culturale (agli articoli 1 c, 5 b, 9 c) fra le azioni prioritarie, focalizza l'attenzione anche su altri temi, tra cui il diritto al patrimonio culturale come facoltà di partecipare all'arricchimento o all'incremento del patrimonio stesso e di beneficiare delle attività corrispondenti, con riferimento agli ideali e principi fondatori del Consiglio d'Europa, e al diritto della persona a prendere parte liberamente alla vita culturale della comunità, nel rispetto dei diritti e delle libertà altrui sancito nella Dichiarazione universale dei diritti umani (Parigi, 10 dicembre 1948) e garantito dal Patto internazionale sui diritti economici, sociali e culturali (Parigi, 16 dicembre 1966);

              per gli istituti culturali che hanno introdotto un regime di libero riutilizzo delle immagini delle proprie collezioni è possibile registrare benefici in termini di valorizzazione dei beni e della loro di divulgazione e conoscenza a fronte della modesta entità degli introiti derivanti dai canoni di riproduzione;

              le iniziative di valorizzazione online delle collezioni o delle fonti storiche promosse da musei, archivi e biblioteche rendono sempre più opportuna una cognizione precisa delle opportunità e dei limiti connessi al riuso delle immagini sia per l'ente promotore che, a maggior ragione, per l'utente fruitore, ponendo fine a uno stato di incertezza sulla legittimità degli utilizzi delle riproduzioni dei beni culturali,

impegna il Governo:

          ad adottare iniziative per promuovere, partendo dal recepimento della direttiva 2019/790/EU, una sistematizzazione ed un ammodernamento del quadro giuridico del diritto d'autore e dei diritti connessi;

          ad adottare iniziative per valorizzare la tutela del ruolo dei creativi e degli autori, considerando la loro centralità nei processi di creazione culturale ed autoriale del nostro Paese, a partire dalla fase emergenziale durante la quale tali figure professionali hanno particolarmente patito prima il blocco delle manifestazioni culturali e conseguentemente una lenta e sottodimensionata ripartenza;

          ad adottare iniziative per adeguare e completare l'attuale quadro normativo, salvaguardando un elevato livello di protezione del diritto d'autore e dei diritti connessi nel rispetto delle esigenze di tutela del patrimonio culturale, garantendo il diritto alla libera manifestazione del pensiero e, allo stesso tempo, consentendo un'adeguata valorizzazione del patrimonio culturale, anche attraverso l'utilizzo delle nuove tecnologie, così da proseguire il percorso di liberalizzazione della riproduzione dei beni culturali e della divulgazione delle immagini, avviate con la modifica dell'articolo 108 del codice dei beni culturali e del paesaggio;

          ad affrontare quindi un coordinamento tra la disciplina del diritto d'autore con quella delle riproduzioni, intesa non solo da un punto di vista della tutela del patrimonio, ma in quanto promozione dello sviluppo della cultura;

          ad adottare iniziative volte alla costituzione di un gruppo di lavoro, aperto alla partecipazione di esperti in materia e delle associazioni più rappresentative delle professioni dei beni culturali e dei principali stakeholder, allo scopo di proporre una riformulazione dell'articolo 87 della legge 22 aprile 1941, n. 633 («protezione del diritto d'autore e di altri diritti connessi al suo esercizio») e degli articoli 107 e 108 del decreto legislativo 22 gennaio 2004, n. 42 («codice dei beni culturali e del paesaggio»), che risulti conforme alle disposizioni di cui all'articolo 14 della direttiva europea 2019/790/EU.
(7-00553) «Piccoli Nardelli, Di Giorgi, Orfini, Rossi, Ciampi, Prestipino, Lattanzio».

ATTI DI CONTROLLO

PRESIDENZA DEL CONSIGLIO DEI MINISTRI

Interrogazione a risposta in Commissione:


      PEZZOPANE. — Al Presidente del Consiglio dei ministri, al Ministro della giustizia, al Ministro della salute, al Ministro dell'interno. — Per sapere – premesso che:

          da fonti giornalistiche si apprende della richiesta urgente di avvio di attività preventiva per epidemia Covid-19, con test diagnostici (tamponi) formulata dalle organizzazioni sindacali del Sappe Osapp Sinapp e Uil Pa/Ppuspp, Fns Cisl Fsa Cnpp Fp Cgil rappresentative – sul piano nazionale – del corpo di polizia penitenziaria;

          nella fattispecie, vista l'inevitabile intensificazione delle positività accertate nel Paese, compresa la regione Abruzzo, appare del tutto indispensabile e necessario che venga avviata un'attività di screening a favore dei poliziotti penitenziari in servizio presso le strutture in questione, così come anche definito nel protocollo stipulato tra l'amministrazione penitenziaria e la regione Abruzzo;

          vieppiù, a corollario di quanto testé richiesto, è opportuno evidenziare che, in alcuni istituti penitenziari (Lanciano e Vasto) sono stati, di recente, condotti detenuti positivi al Covid-19;

          ciò considerato, gli agenti di polizia penitenziaria sono fortemente preoccupati per l'indiscusso ed oggettivo rischio biologico, nonostante la presenza di D.p.i. e altri utili strumenti;

          non intendendo destare alcuno sterile allarmismo, si ritiene altresì essenziale esercitare ogni forma di tutela a favore della salute del personale penitenziario –:

          alla luce dei fatti soprariportati quali iniziative urgenti il Governo, in virtù delle proprie competenze, intenda adottare al fine di tutelare la salute e la sicurezza del personale penitenziario e dei detenuti.
(5-04745)

Interrogazioni a risposta scritta:


      PENNA, D'ORSO, SCANU, GRIPPA, PERANTONI, MARTINCIGLIO e VILLANI. — Al Presidente del Consiglio dei ministri, al Ministro delle infrastrutture e dei trasporti. — Per sapere – premesso che:

          circa ottanta milioni di persone in Europa soffrono di qualche forma di mobilità ridotta. Molte di queste viaggiano in aereo e per tale ragione dovrebbero avere la possibilità di effettuare viaggi paragonabili a quelli degli altri cittadini comuni. Invero, per garantire il diritto alla libertà di movimento, e per consentire a tali persone di viaggiare in aereo a un livello di parità rispetto ai passeggeri con normale mobilità, il Parlamento e il Consiglio europeo, il 5 luglio 2006 hanno adottato il regolamento (CE) n. 1107/2006 relativo ai diritti delle persone con disabilità e delle persone a mobilità ridotta nel trasporto aereo;

          il decreto ministeriale del 24 luglio 2007, n. 107, recante norme per la «Designazione dell'organismo responsabile dell'applicazione del regolamento del Parlamento europeo e del Consiglio del 5 luglio 2006, n. 1107 concernente i diritti delle persone a mobilità ridotta nel trasporto aereo», riconosce il prefato diritto alla libertà di movimento anche attraverso il divieto di rifiutare l'accettazione di una prenotazione o di imbarco dei passeggeri a causa della loro mobilità limitata o disabilità, e la garanzia dell'assistenza gratuita ai passeggeri, che permetta loro l'utilizzo del trasporto aereo;

          quasi tutti gli aerei ormai dovrebbero disporre di apposite poltrone lato corridoio, dotate di bracciolo ribaltabile, in grado di facilitare il soggetto disabile sia nella seduta, che nei movimenti. Per quanto riguarda la sedia a rotelle viene messa a disposizione dalla compagnia in modo da permettere al soggetto di spostarsi in cabina;

          la configurazione dei sedili nella maggior parte degli aerei, con poche eccezioni recenti, non include (o lo fa raramente) le esigenze di persone con disabilità o persone a mobilità ridotta, con conseguenti disagi sia durante le procedure per l'imbarco (ad esempio quando le rampe mobili non sono disponibili), sia durante gli spostamenti sull'aeromobile, a causa della larghezza degli ingressi e del passaggio tra i sedili, nonché dei posti a sedere stretti in classe economica, che causano una posizione di svantaggio e che non consentono di soddisfare le esigenze delle persone disabili durante il viaggio –:

          se il Governo non ritenga necessario chiarire quali iniziative abbiano assunto le pubbliche autorità aeroportuali competenti sui fatti sopra riportati, e se si intendano adottare ulteriori iniziative di competenza al fine di garantire il diritto alla libertà di movimento alle persone disabili e alle persone a mobilità ridotta, al fine di consentire di viaggiare in aereo a un livello di parità rispetto ai passeggeri con normale mobilità;

          se il Governo non ritenga necessario assumere iniziative per procedere all'adozione di protocolli che prevedano l'obbligo per le compagnie aeree di adottare procedure di assegnazione dei posti atte a garantire ai passeggeri disabili e a mobilità ridotta il posizionamento nei sedili situati nella prima fila dell'aeromobile, al fine di eliminare o ridurre al minimo la posizione di svantaggio durante il viaggio e garantire il loro diritto alla mobilità e la libertà di movimento.
(4-07073)


      ILARIA FONTANA. — Al Presidente del Consiglio dei ministri, al Ministro dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare, al Ministro dell'interno. — Per sapere – premesso che:

          i piani di emergenza interna ed esterna (P.e.i. e P.e.e.), strumenti tipici degli impianti a rischio di incidente rilevante (direttiva Seveso), sono diventati propri anche degli impianti di trattamento rifiuti in virtù dell'articolo 26-bis del decreto-legge 4 ottobre 2018, n. 113 inserito nella conversione in legge n. 132 del 1° dicembre 2018 («Disposizioni urgenti in materia di protezione internazionale e immigrazione, sicurezza pubblica, nonché misure per la funzionalità del Ministero dell'interno e l'organizzazione e il funzionamento dell'Agenzia nazionale per l'amministrazione e la destinazione dei beni sequestrati e confiscati alla criminalità organizzata»);

          tale articolo, nel prevedere appunto che anche gli impianti che gestiscono rifiuti siano assoggettati all'elaborazione di questi strumenti, ha inoltre previsto che l'adeguamento di essi avrebbe dovuto avere luogo entro il 4 marzo 2019;

          gli strumenti pianificatori per le emergenze che possono scaturire da impianti a rischio di incidente rilevante coinvolgono le prefetture competenti a livello territoriale, che, una volta ricevute le informazioni necessarie dai gestori, devono predisporre i Pee in base a quanto previsto dall'articolo 21 del decreto legislativo n. 105 del 2015 (direttiva Seveso Ter);

          con la nota congiunta n. 2730 del 13 febbraio 2019 sono state fornite dal Ministero dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare e dal Ministero dell'interno le prime indicazioni per l'elaborazione dei piani, precisando che i gestori degli impianti di stoccaggio e di lavorazione dei rifiuti, che non ricadevano già nell'ambito di applicazione del decreto legislativo n. 105 del 2015, dovranno predisporre i piani di emergenza interna secondo quanto contemplato dal decreto legislativo n. 81 del 2008 e dal comma 1 del citato articolo 26-bis;

          sempre in attuazione del comma 9 dell''articolo 26-bis, ulteriori informazioni dovranno essere fornite in merito ai Pee, attraverso un decreto del Presidente del Consiglio dei ministri atto a stabilire «le linee guida per la predisposizione del piano di emergenza esterna e per la relativa informazione alla popolazione»;

          ad oggi sono ancora in corso i tavoli tecnici finalizzati alla predisposizione del citato decreto, le linee guida per i Pei non risultano ancora essere state pubblicate e, di conseguenza, i siti web delle prefetture contengono sulle proprie pagine relative ai piani di emergenza esterna soltanto informazioni relative agli impianti ricadenti già in direttiva Seveso –:

          quale sia lo stato di attuazione del citato articolo 26-bis, comma 9, del decreto-legge 4 ottobre 2018, n. 113.
(4-07077)

AMBIENTE E TUTELA DEL TERRITORIO E DEL MARE

Interrogazioni a risposta in Commissione:


      DAGA, DEL SESTO, GIARRIZZO, D'IPPOLITO e VILLANI. — Al Ministro dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare. — Per sapere – premesso che:

          l'Italia è un Paese in dissesto idrogeologico: anche quest'anno l'inizio dell'autunno è stato caratterizzato da forti precipitazioni e da maltempo diffuso. Molte sono le città messe in ginocchio dall'emergenza del maltempo: piogge intense, esondazioni, smottamenti e fango hanno costretto molte famiglie ad evacuare dalle loro abitazioni e, purtroppo, già ci sono state alcune vittime;

          il nostro Paese, più di ogni altro in Europa, è soggetto ad affrontare in maniera diretta le gravi conseguenze dei cambiamenti climatici in atto, tra i quali le abbondanti ed intense precipitazioni che si caratterizzano per un loro andamento sempre più tropicalizzante;

          in tale ottica, è fondamentale l'azione avviata dal Ministro interrogato che mira ad una corretta politica preventiva e di difesa del suolo, puntando l'attenzione sulla manutenzione ordinaria e straordinaria, sul presidio del territorio e sul costante monitoraggio degli interventi. È necessario, quindi, pianificare in forma ordinaria la difesa del suolo e la sua manutenzione come, per altro, affermano le direttive europee, attuando programmi integrati su scala di bacino;

          il Ministro interrogato, durante la Conferenza istituzionale permanente che si è tenuta il 18 novembre 2019, ha assegnato risorse per un totale di 25 milioni di euro per l'adozione dei programmi stralcio di manutenzione per i territori delle cinque autorità distrettuali, che si sono aggiunti ai precedenti 50 milioni di euro, messi a disposizione il 16 ottobre 2018 –:

          posto che tali attività sono determinanti e imprescindibili per una corretta gestione della difesa del suolo e delle risorse idriche, se intenda fornire elementi circa lo stato di attuazione degli interventi finanziati dal programma stralcio di manutenzione e, nello specifico quanti e quali progetti siano stati portati a termine, quali siano stati appaltati e, quali siano quelli ancora in fase di progettazione (definitiva o esecutiva).
(5-04740)


      ZOLEZZI e NAPPI. — Al Ministro dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare, al Ministro dello sviluppo economico. — Per sapere – premesso che:

          da notizie di stampa si apprende che Ep Produzione ha presentato un progetto di raddoppio per la centrale turbogas di Ostiglia (MN), cioè la realizzazione di una nuova unità a ciclo combinato (turbina a gas di classe «H») dalla potenza elettrica nominale di circa 900 megawatt con rendimento maggiore del 60 per cento con un investimento complessivo pari a circa 400 milioni di euro;

          Ep Produzione, che è una società italiana di generazione elettrica del gruppo energetico ceco Eph che gestisce nel Paese una capacità di generazione complessiva di 4,3 Gigawatt, ha presentato il progetto al Ministero dello sviluppo economico, al Ministero dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare, al Ministero per i beni e le attività culturali e per il turismo, alla regione Lombardia, alla provincia di Mantova e al comune di Ostiglia;

          per quanto riguarda le emissioni in atmosfera, la tecnologia proposta avrà emissioni di Nox inferiori a 10 mg/Nm3;

          una volta ottenute le necessarie autorizzazioni, la costruzione della nuova unità richiederà approssimativamente 48-60 mesi;

          la centrale termoelettrica di Ostiglia, in funzione dal 1969, è attualmente costituita da tre unità a ciclo combinato alimentate a gas per una potenza complessiva netta pari a 1.137 megawatt. Con una produzione di energia annua media di oltre 3.000 GWh. Questa centrale funziona quindi per circa 2600 ore annue a pieno regime, meno di 7 ore al giorno. La provincia di Mantova vede una potenzialità di produzione energetica sovradimensionata rispetto ai consumi territoriali; alla centrale di Ostiglia si sommano infatti quella di Sermide (da 1,154 Gigawatt di potenza in funzione per 1241 ore annue nel 2018 da dichiarazione ambientale), quella di Mantova (da 0,831 Gigawatt), quella di Ponti sul Mincio da 0,38 Gigawatt; per la centrale di Sermide (A2A Gencogas) risultano 236 avviamenti totali nel 2018, con difficile valutazione delle emissioni in atmosfera in tali fasi. Vi è un totale di 3,502 Gigawatt di potenza da sole centrali a turbogas. In provincia di Mantova si contano almeno 76 impianti a biogas o biomasse dalla potenza di 0,07 Gigawatt totali. In sostanza dei 114 Gigawatt di potenza energetica totale nazionale, Mantova produce il 3,53 per cento dell'energia fossile o da Fer critiche; gli impianti a biogas sono autorizzati per emettere oltre 450 mg NOx/Nm3 contro 10 mg di NOx prodotti in media nei nuovi turbogas; lo 0,66 per cento della popolazione italiana risiede in provincia di Mantova, e si può calcolare un valore di 0,76 Gigawatt di potenza energetica necessaria, ma essa ne ha 3,5 da solo turbogas, 5 volte tanto di quella media per popolazione; con il raddoppio della centrale di Ostiglia si arriverebbe a 4,402 Gigawatt, cioè il 3,86 per cento della potenza di produzione energetica italiana, 5 volte l'energia legata al territorio. Le fasi di riaccensione a Ostiglia con emissione di fumo giallo sono già state documentate dalla stampa. A Ostiglia nel 2019 si sono verificati 52 superamenti del PM10, ben oltre i 35 della direttiva (UE) 2007/50. Nel 2019 dall'impianto turbogas di Ostiglia sono uscite 421 tonnellate di NOx (principale componente del particolato secondario, che è il 60 per cento del particolato totale in queste zone) e 809 tonnellate CO. A Mantova nel 2019 sono stati 165 i superamenti fra PM2.5 (89) e ozono –:

          se i Ministri interrogati ritengano questo raddoppio strategico per il Piano nazionale integrato per l'energia e il clima (Pnieo) e se ritengano di disporre una moratoria per le autorizzazioni di raddoppio di questo tipo di centrali in aree già oggetto di procedura di infrazione per le polveri sottili, in particolare con riferimento al raddoppio della centrale di Ostiglia collocata in una delle zone più inquinate del mondo e a più elevata produzione di energia fossile d'Italia pro capite; se ritengano di adottare le iniziative di competenza per stabilire l'obbligo della pubblicazione dei dati relativi alle emissioni complessive, comprensive di quelli relativi alle fasi di riavviamento;

          se ritengano di adottare iniziative per pianificare la produzione energetica nelle aree padane sulla base di effettive necessità, con eventuali chiusure di impianti, in particolare se altamente inquinanti, e di riduzione dei superamenti di particolato, prevalentemente secondario in queste aree.
(5-04741)

DIFESA

Interrogazione a risposta scritta:


      SPORTIELLO e NAPPI. — Al Ministro della difesa. — Per sapere – premesso che:

          nella notte del 5 settembre 2014, il giovane Davide Bifolco, un sedicenne incensurato del Rione Traiano, un quartiere di Napoli, transitava, insieme ad altri due giovani su uno scooter. Dalle registrazioni radio intercorse tra le voltanti dei carabinieri si evince che Davide Bifolco fosse stato scambiato per un latitante ricercato in quelle ore. L'inseguimento si concluse nella maniera più tragica: dopo che la volante dei carabinieri speronò lo scooter, provocando la caduta dei tre ragazzi, un colpo di pistola esploso dalle forze dell'ordine raggiunse Davide Bifolco e lo uccise sul colpo;

          il 12 novembre 2018, la signora Flora Mussorofo, madre di Davide Bifolco, scrisse una lettera al comandante generale dei carabinieri Giovanni Nistri nella quale evidenziava che:

              il bossolo esploso dall'appuntato Gianni Macchiarolo non è mai stato rinvenuto fatto che, unitamente alla rimozione del corpo di Davide Bifolco dalla scena del crimine (come riportato in sentenza), ha impedito di fare piena luce sulla dinamica del delitto;

              la maglietta bianca indossata da Davide quando è stata ucciso che, secondo la testimonianza della madre era macchiata di sangue intorno al foro del proiettile, è sparita;

          la madre di Davide Bifolco avrebbe chiesto, più volte, a quanto consta all'interrogante, di riaprire il caso, a seguito della contraddittorietà delle prove anche qui elencate;

          l'appuntato Macchiarolo Gianni è stato condannato per la morte di Davide Bifolco per omicidio colposo aggravato, pena confermata dal secondo grado di giudizio;

          l'appuntato Macchiarolo Gianni è stato condannato per il delitto di omicidio colposo, ai sensi dell'articolo 589 c.p., e aggravato ai sensi dell'articolo 61 c.p., punto 9, in quanto, «impugnando la propria pistola di ordinanza, alla quale aveva inserito il colpo in canna, per colpa, consistita in imprudenza, negligenza e imperizia, nonché nell'inosservanza di regolamenti e discipline, in particolare violando l'obbligo di sicura padronanza e di adeguata capacità di impiego dell'armi in dotazione (...) cagionava la morte di Davide Bifolco»;

          nel secondo grado di giudizio, l'appuntato Macchiarolo Gianni ottenne con la concessione delle circostanze attenuanti generiche equivalenti, rispetto all'aggravante contestata che resta confermata, la diminuzione della pena a due anni di reclusione, nonché il beneficio della sospensione condizionale si apprende da notizie di giornali che l'appuntato Macchiarolo Gianni resterà in servizio nell'Arma dei Carabinieri;

          è possibile che la vicenda giudiziaria non si sia ancora conclusa definitivamente, tenuto conto che, a quanto consta agli interroganti, vi sarebbe, come già evidenziato, una richiesta della famiglia di riesaminare le prove riferite alla morte di Davide Bifolco –:

          se trovi conferma la notizia circa l'eventualità che l'appuntato di cui in premessa continui a prestare servizio presso l'Arma dei Carabinieri.
(4-07068)

ECONOMIA E FINANZE

Interpellanza:


      Il sottoscritto chiede di interpellare il Ministro dell'economia e delle finanze, per sapere – premesso che:

          con la sentenza n. 8770 del 12 maggio 2020, le sezioni unite della Corte di Cassazione si sono espresse in tema di contratti derivati stipulati da enti locali, affrontando in termini generali alcune caratteristiche e tematiche inerenti a tali strumenti finanziari, ma soprattutto formulando alcuni principi di diritto che avranno effetto sui contenziosi in corso. Tali principi riguardano:

              a) la qualificazione quale forma di indebitamento finanziario dell'ente locale delle operazioni di swap che prevedono un «upfront», cioè dell'importo finanziario erogato all'avvio di un derivato, necessario a riequilibrare un contratto che preveda uno squilibrio di posizioni;

              b) la necessità di sostanziare con scenari probabilistici la stipula dei contratti derivati al fine di accertarne non solo la sostenibilità, ma anche la liceità;

              c) la competenza esclusiva del consiglio comunale, per i contratti derivati sottoscritti, dagli enti territoriali, in quanto forme contrattuali costituenti debito in capo all'ente stesso;

              d) l'esistenza di un conflitto di interessi tra l'intermediario e il cliente, dovuto alla presenza di un rapporto consulenziale, che somma in capo all'intermediario il duplice ruolo di consulente e di controparte dell'operazione in derivati;

          il caso posto sotto osservazione dalle sezioni unite vede al centro dell'indagine lo swap e, in particolare, quello più diffuso di tutti, il cosiddetto interest rate swap, definito come un derivato cosiddetto over the counter (Otc) ossia un contratto in cui gli aspetti fondamentali sono stabiliti dalle parti, tra le quali si prevede l'impegno reciproco di pagare l'una all'altra, a date prestabilite, gli interessi prodotti da una stessa somma di denaro, detta capitale nozionale, che non viene scambiato, ma serve unicamente per il calcolo degli interessi;

          la sentenza della Corte stabilisce i limiti entro i quali gli enti locali possono considerarsi legittimati a concludere contratti derivati, affermando che essi non possono stipulare contratti puramente speculativi. Il mark to market (Mtm) iniziale di un contratto derivato (cioè la stima del valore effettivo del contratto ad una certa data) — ed in particolare la sua conoscenza da parte dell'investitore — ha un rilievo dirimente affinché il contratto derivato stesso possa considerarsi provvisto di causa o, in ogni caso, avere un oggetto determinato o determinabile e cioè se possa essere considerato una scommessa «razionale» e quindi meritevole di tutela da parte dell'ordinamento;

          quanto infine ai doveri informativi del promotore nei confronti dell'ente locale sottoscrittore, questi si possono ritenere assolti solo se sono state assolte le informazioni relative: al Mtm, alla corretta valutazione dei costi impliciti, per impedire la loro mancata esposizione costituisca un incentivo affinché l'intermediario raccomandi all'investitore strumenti, nei quali la remunerazione è occultata, e, infine, alla corretta esposizione degli scenari probabilistici;

          a partire dal 2001, con l'articolo 41 della legge finanziaria per il 2002, il legislatore ha cercato di impedire l'azzardo degli enti territoriali di emettere debito finanziario, imponendo ad essi la costituzione un fondo di ammortamento a copertura dei contratti swap sottoscritti. Successivamente, il decreto ministeriale n. 389 del 2003 ha elencato le operazioni di finanza derivata vietate e quelle consentite. La legge finanziaria per il 2008 ha rafforzato i poteri di verifica esterni e gli obblighi di trasparenza. Infine l'articolo 1, comma 572, della legge di stabilità per il 2014 ha vietato definitivamente agli enti territoriali la possibilità di stipulare contratti relativi agli strumenti finanziari derivati, salvo nei casi individuati dalla stessa norma;

          attualmente, secondo i dati Mef, 149 enti locali (comuni province e regioni) hanno in essere 294 contratti derivati, per un valore nominale di 9,5 miliardi di euro, ma si tratta di derivati successivi alle norme del 2008, perché molti di quelli antecedenti sono stati chiusi o con transazioni o con sentenza. Tuttavia la sentenza n. 8770 del 2020, costituisce un fondamentale punto di riferimento per tutti i giudici chiamati a decidere su questa delicata materia in forza dei principi generali in essa contenuti, che trascendono la singola vicenda, con riflessi anche sui derivati stipulati dalle imprese;

          affinché il contratto sia lecito, secondo i dettami della Cassazione, è necessario che ci sia «un accordo tra intermediario e investitore sulla misura dell'alea» e tale accordo non deve limitarsi al MTM, ma deve «investire gli scenari probabilistici», cioè sulle probabilità che il derivato vada in perdita. Inoltre, devono essere esposti chiaramente i costi impliciti e, infine, per gli enti territoriali, la stipula deve essere autorizzata dal consiglio, in quanto la sottoscrizione di un contratto derivato costituisce debito –:

          se non ritenga opportuno adottare iniziative per costituire presso il Ministero dell'economia e delle finanze, nonché presso l'Avvocatura dello Stato, specifiche strutture a supporto degli enti pubblici, territoriali e non, ai fini della soluzione delle controversie in corso su tale materia, ma anche ai fini della verifica delle condizioni dei contratti derivati che la legge tuttora consente di sottoscrivere.
(2-00956) «Giacometto».

Interrogazioni a risposta orale:


      APRILE. — Al Ministro dell'economia e delle finanze. — Per sapere – premesso che:

          l'articolo 15 del decreto del Presidente della Repubblica n. 917 del 22 dicembre 1986, individua quali siano gli oneri, sostenuti dai contribuente, detraibili dall'imposta lorda, per un importo pari al 19 per cento;

          tra i detti oneri, alla lettera i-sexies del comma 1 del detto articolo, sono previsti «... i canoni di locazione derivanti dai contratti di locazione stipulati o rinnovati ai sensi della legge 9 dicembre 1998, n. 431, e successive modificazioni, i canoni relativi ai contratti di ospitalità, nonché agli atti di assegnazione in godimento o locazione, stipulati con enti per il diritto allo studio, università, collegi universitari legalmente riconosciuti, enti senza fine di lucro e cooperative, dagli studenti iscritti ad un corso di laurea presso una università ubicata in un comune diverso da quello di residenza, distante da quest'ultimo almeno 100 chilometri e comunque in una provincia diversa, per unità immobiliari situate nello stesso comune in cui ha sede l'università o in comuni limitrofi, per un importo non superiore a 2.633 euro. ...»;

          è evidente come tale previsione determini una disparità di trattamento tra gli studenti, non essendo concessa la possibilità di effettuare la detrazione dei canoni sostenuti a coloro che – pur risiedendo in un comune sito nella stessa provincia in cui è ubicata l'università, che si trovi a distanza inferiore ai 100 chilometri previsti dalla norma – hanno, comunque, la necessità di trovare un alloggio «... nello stesso comune in cui ha sede l'università o in comuni limitrofi ...»;

          in questo periodo di allarme epidemiologico – Covid-19 –, in cui gli spostamenti risultano complicati, tale disparità risulta ancora più evidente –:

          quali iniziative urgenti il Ministro interrogato intenda assumere affinché si possa addivenire all'abolizione di questa disparità, permettendo che i canoni relativi agli alloggi degli studenti universitari possano essere detratti senza le richiamate limitazioni.
(3-01806)


      APRILE. — Al Ministro dell'economia e delle finanze. — Per sapere – premesso che:

          con l'articolo 13 del decreto-legge 6 dicembre 2011, n. 201, convertito dalla legge 22 dicembre 2011, n. 214, è stata istituita l'imposta municipale propria da applicare a tutti i comuni del territorio nazionale;

          il comma 3, del detto articolo, stabilendo i criteri per il calcolo della base imponibile dell'imposta, indica i casi in cui la stessa è ridotta del 50 per cento;

          alla lettera b) del citato comma 3 tale riduzione è prevista «... per i fabbricati dichiarati inagibili o inabitabili e di fatto non utilizzati, limitatamente al periodo dell'anno durante il quale sussistono dette condizioni. L'inagibilità o inabitabilità è accertata dall'ufficio tecnico comunale con perizia a carico del proprietario, che allega idonea documentazione alla dichiarazione ....»;

          è evidente come tale incombente, imposto a carico del proprietario, si risolva in un ulteriore aggravio, anche di spese, per lo stesso;

          in sede di approvazione della Pdl di bilancio del 23 dicembre 2019, è stato accolto l'ordine del giorno a firma dell'interrogante, volto a snellire la richiamata procedura, con l'impegno del Governo di valutare l'opportunità di prevedere che l'inagibilità dei fabbricati, per l'applicazione della riduzione del 50 per cento, venga accertata direttamente dall'ufficio tecnico comunale;

          in considerazione del periodo di crisi economica in cui versa il Paese, anche a causa delle evidenti problematiche derivate dalla nota pandemia, risulta di tutta evidenza l'attualità della problematica e la necessità di un intervento che agevoli i cittadini in difficoltà –:

          quali iniziative urgenti il Ministro interrogato intenda assumere, affinché si possa addivenire all'abolizione anche di questo iniquo ed inutile incombente a carico del proprietario, stabilendo che l'inagibilità dei fabbricati, per l'applicazione della riduzione del 50 per cento, venga accertata direttamente dall'ufficio tecnico comunale.
(3-01807)

Interrogazioni a risposta scritta:


      DE CARLO e SUT. — Al Ministro dell'economia e delle finanze. — Per sapere – premesso che:

          la stazione del soccorso alpino della guardia di finanza (S.a.g.f.) sita nel comune di Chiusaforta in provincia di Udine, in località Sella Nevea, ubicata in un immobile di proprietà demaniale, interessata, già nel 2011, da importanti lavori di ristrutturazione finanziati dalla regione Friuli Venezia Giulia per una spesa totale di 170.000 mila euro, di una nuova autorimessa e di quattro canili, rischia oggi di chiudere;

          va considerata la sua posizione strategica, unica caserma attiva nella zona, e la viabilità regionale, collegante direttamente l'area con la Slovenia e l'Austria e visto che la stazione nei mesi invernali ed estivi si rileva come unica base di partenza per interventi urgenti e rapidi di soccorso anche in virtù della forte collaborazione del personale del soccorso alpino e speleologico, dei vigili del fuoco e delle forze di polizia;

          si evidenzia il conferimento alla stazione della cittadinanza onoraria da parte del comune di Chiusaforte e va considerata la raccolta firme dei cittadini a sostegno della permanenza in loco del reparto. Va considerato il forte impegno istituzionale e sociale, potenzialmente interessato, quest'ultimo, ad intervenire, già nei prossimi mesi, con propri fondi all'adeguamento di videosorveglianza della stazione e fortemente legato all'edificio per la sua collocazione vitale, ai servizi di soccorso;

          la sua dislocazione o chiusura comporterebbe evidentemente un allungamento, in caso di soccorso di emergenza, laddove necessario, dei tempi di percorrenza, inficiando dunque sulla sicurezza dei turisti, amatori e cittadini interessati a passare del tempo in montagna –:

          se il Ministro interrogato sia a conoscenza dei fatti esposti e se intenda interrompere l'iter di chiusura della stazione sopra citata, considerando altresì l'ipotesi di una riqualificazione degli spazi, atti ad un mantenimento in essere della struttura, essenziale nella zona e unica nell'offrire servizi di emergenza e soccorso rapido e se non ritenga rischioso spostare tale presidio, strategico e decisivo com'è oggi quello della Sella Nevea a discapito della cittadinanza locale e dei turisti che nei mesi estivi e invernali fruiscono delle bellezze paesaggistiche locali.
(4-07069)


      MINARDO. — Al Ministro dell'economia e delle finanze. — Per sapere – premesso che:

          l'articolo 1, commi 98-108, della legge 28 dicembre 2015, n. 208, ha introdotto un incentivo fiscale rivolto alle imprese che effettuano l'acquisizione dei beni strumentali nuovi destinati a strutture produttive ubicate nelle zone assistite delle regioni Campania, Puglia, Basilicata, Calabria, Sicilia, Sardegna, Molise, Abruzzo;

          con successiva disposizione – articolo 1, comma 319, lettere a)-b), della legge 27 dicembre 2019, n. 160 – è stata disposta la proroga fino al 31 dicembre 2020 del termine ultimo entro il quale poter usufruire dell'agevolazione sopramenzionata;

          tuttavia, si evidenzia che l'intervenuta crisi economica causata dalla pandemia da Covid-19 ha determinato una grave carenza di liquidità per le imprese italiane, impedendo, di conseguenza, a molte aziende del Mezzogiorno di acquistare nuovi macchinari e usufruire dell'agevolazione derivante dal credito d'imposta per investimenti in beni strumentali –:

          se intenda adottare iniziative per un'ulteriore proroga del termine per usufruire della suddetta agevolazione fino al 31 dicembre 2021, dal momento che la misura, già operativa da alcuni anni, si è rivelata un efficace incentivo rivolto alle imprese del Mezzogiorno che hanno voluto e vorranno ancora investire in beni strumentali.
(4-07071)


      GIACOMONI. — Al Ministro dell'economia e delle finanze, al Ministro della salute. — Per sapere – premesso che:

          la situazione Coronavirus in Italia è migliore di altri Paesi, ma come evidenziato recentemente dal Ministro della salute bisogna «tenere alta la soglia di attenzione e non bisogna farsi illusioni»;

          recentemente la Camera dei deputati ha approvato la risoluzione di maggioranza con la quale ritiene opportuna la proroga dello stato d'emergenza sino al 31 gennaio 2020;

          purtroppo, l'onda dei contagi sta continuando progressivamente la sua scalata, con i ritmi della fase di emergenza di sei mesi fa. Secondo il bollettino dell'8 ottobre 2020, in sole ventiquattro ore, i nuovi positivi al Covid-19 sono stati 4.458 e numeri simili non si vedevano dal 3 aprile 2020. La Sicilia con l'11,5 per cento è la regione italiana con la maggiore percentuale dei casi di Coronavirus ospedalizzati, una cifra nettamente superiore alla media nazionale del 6,6 per cento, seguono la Liguria (10,4 per cento), Lazio (9,9 per cento), Puglia (8,9 per cento), Piemonte (8,6 per cento), Abruzzo (8,2 per cento), Basilicata (7,9 per cento). Una crescita esponenziale si registra in Campania (+757), seguita da Lombardia (+683) e Veneto (+491);

          con tutta evidenza, il virus si sta allargando alle regioni italiane meno preparate dal punto di vista delle strutture ospedaliere e, come si evince dalla stampa nazionale, in trincea sono ora gli ospedali e ad essere monitorati con grande attenzione sono i numeri dei ricoveri (che, all'8 ottobre 2020, erano 3.925) e delle terapie intensive (che, all'8 ottobre 2020, erano 358), questi ultimi ancora bassi rispetto ai circa 9.300 posti disponibili che possono arrivare a 11.000 con la trasformazione della metà dei reparti di sub-intensiva. È a quota 1.000 che sembrerebbe scattare il campanello d'allarme e, in tale quadro, preoccupa fortemente la prossima ondata influenzale e il ritardo nella distribuzione dei medicinali;

          si evidenzia, inoltre, come molte trasmissioni televisive abbiano documentato situazioni agghiaccianti negli ospedali con code di 8 ore per un tampone Covid-19 a Roma e gli ospedali di Napoli nel caos più totale;

          in tale quadro appaiono di eccezionale gravità le recenti dichiarazioni rilasciate dal Ministro della giustizia sulla contrarietà all'utilizzo delle risorse del Mes fin quando «le casse dello Stato si trovano al collasso»; questi sembra non rendersi conto che al collasso si trovano attualmente alcuni ospedali del sud come quelli della regione Campania dove la stampa nazionale riporta che mancano i posti per i malati gravi;

          analogamente, suscitano perplessità le dichiarazioni rese dal Ministro dell'economia e delle finanze sulla non opportunità nell'immediato di accedere alle risorse del Mes, nella considerazione che tali risorse pari a 36 miliardi di euro sarebbero immediatamente disponibili a differenza di quelle del Recovery Plan che l'Italia potrebbe utilizzare solo dal prossimo anno, sperando che i negoziati a livello europeo siano riaperti al più presto visto lo scontro aperto tra Parlamento europeo e Consiglio sul bilancio dell'Unione europea 2021-2027 e il piano Next Generation Eu (Ngeu), di cui il Recovery Fund è il principale pilastro e il rischio di uno slittamento di tutto il pacchetto di aiuti straordinari antipandemia;

          alla luce di quanto precede e della drammatica esperienza che il nostro Paese ha vissuto lo scorso inverno a causa del Coronavirus, appare quanto mai urgente intervenire sul piano della medicina territoriale, puntando su un'allocazione di fondi esclusivamente mirata al rafforzamento e alla riforma del sistema sanitario, in maniera profonda, che tenga conto delle esigenze della salute pubblica anche in chiave di prevenzione –:

          se il Governo non intenda, alla luce di quanto descritto in premessa, adottare iniziative per attivare immediatamente la richiesta di Pandemic Crisis Support (Pcs) previsto dal Mes per potenziare la sanità di territorio e ridisegnare il sistema sanitario nazionale.
(4-07081)


      GIACOMONI. — Al Ministro dell'economia e delle finanze. — Per sapere – premesso che:

          dalla fine del prossimo anno potrebbero sparire dall'uso quotidiano le monetine da 1 e 2 eurocentesimi;

          la Commissione europea ha, infatti, avviato recentemente una valutazione di impatto sull'uso dei cosiddetti «nichelini», e, a fine 2021, deciderà se proporre di dismetterli o meno;

          si tratta di una decisione in qualche modo indotta dalle iniziative in tal senso già avviate da altri dei Paesi europei, come il Belgio che ha deciso di arrotondare i prezzi per eccesso o per difetto al fine di eliminare l'utilizzo delle monetine da 1 e 2 centesimi; pratica peraltro analoga e generalmente adottata anche in Finlandia e in Irlanda;

          anche in Italia, dal 1° gennaio del 2018, la Zecca dello Stato ha sospeso l'attività di conio dei due tagli più piccoli delle monete che i negozi sono autorizzati ad arrotondare per difetto ed eccesso e a non restituire, dunque, in resto;

          in ogni caso, le monetine da 1 e 2 eurocentesimi mantengono comunque il corso legale e qualsiasi negozio è sempre autorizzato ad accettarle;

          in buona sostanza, con l'eliminazione delle monetine, l'arrotondamento dei prezzi dovrebbe essere per eccesso o per difetto ai 5 centesimi più vicini;

          nel caso di prezzi con 0,1 e 0,2 centesimi, ad esempio, l'arrotondamento dovrebbe essere fatto a zero, mentre per gli 0,3 e 0,4 centesimi a 5 centesimi;

          allo stesso modo, si arrotonderebbero sempre a 5 centesimi anche gli 0,6 e 0,7 centesimi, mentre gli 0,8 e 0,9 centesimi si porterebbero a 10 centesimi;

          in tale ambito, secondo alcuni esperti, gli effetti si compenserebbero senza causare conseguenze sull'inflazione. I centesimi in circolazione conserverebbero comunque il loro valore legale e, dunque, verrebbero usati per pagare le cifre arrotondate per eccesso e per difetto ai 5 centesimi;

          nel 2017 era entrata in vigore una norma contenuta nel decreto-legge n. 50 del 2017 (articolo 13-quater – Sospensione del conio di monete da 1 e 2 centesimi) che, di fatto, bloccava il conio delle monetine da 1 e 2 centesimi;

          purtuttavia, la Zecca dello Stato ha continuato a produrle sino al 1° gennaio 2018;

          l'iniziativa assunta recentemente da parte della Commissione europea potrebbe portare a maggiori risparmi di spesa pubblica, sia in termini di attività materiale di conio dei cosiddetti «ramini» di piccolo taglio di 1 o 2 centesimi, sia in termini di gestione e controllo della moneta attualmente circolante –:

          se il Governo sia a conoscenza di quanto evidenziato in premessa e, in tal caso, quali iniziative di competenza intenda assumere per far cessare in via definitiva la circolazione dei cosiddetti «ramini di piccolo taglio da 1 o 2 centesimi» e destinarne i risparmi rinvenienti anche a scopo di beneficenza.
(4-07083)

GIUSTIZIA

Interpellanza urgente (ex articolo 138-bis del regolamento):


      I sottoscritti chiedono di interpellare il Ministro della giustizia, per sapere – premesso che:

          come riportato dagli articoli del 28 e del 29 settembre 2020 del quotidiano Domani, oltre che dal Riformista che ne aveva parlato già a giugno, il 6 aprile 2020 nel carcere Francesco Uccella di Santa Maria Capua Vetere, si sono consumati episodi di inaudita violenza; calci, pugni, manganellate e abusi di ogni tipo, perfino su un detenuto disabile; le testimonianze e le denunce dei detenuti sarebbero ora confermate dai video agli atti dell'inchiesta, che mostrerebbero immagini di reclusi inginocchiati, trascinati e picchiati da più poliziotti contemporaneamente;

          la «spedizione punitiva» seguiva le proteste per la gestione dell'emergenza Covid-19 scoppiate all'inizio di marzo 2020, contestualmente in numerosi istituti penitenziari in tutta Italia, e il 5 aprile 2020, alla notizia del primo detenuto positivo nel carcere campano, ha coinvolto circa 150 detenuti;

          il 6 aprile 2020 i detenuti ottengono un colloquio con il magistrato di sorveglianza Marco Puglia; il pomeriggio stesso, arriva un contingente di 300 agenti penitenziari provenienti dall'esterno per una «perquisizione straordinaria» che darà luogo agli episodi di violenza riportati sopra;

          molti degli agenti avevano il volto coperto dal casco, da foulard o mascherine, rendendone difficile l'identificazione dai video;

          Antonio Fullone, provveditore regionale dell'amministrazione penitenziaria attualmente indagato, ha affermato che la perquisizione era stata disposta dai vertici dell'istituto; lo stesso ha ammesso di aver inviato uomini di supporto e che, della perquisizione, era stato informato il vertice del dipartimento dell'amministrazione penitenziaria, allora guidato dal magistrato Francesco Basentini, non coinvolto nell'indagine; a quanto si apprende, quel giorno, il direttore del carcere non c'era per problemi di salute, ma era presente il comandate della polizia penitenziaria di Santa Maria Capua Vetere Gaetano Manganelli, anche lui indagato;

          il personale interno avrebbe assistito alle violenze senza intervenire;

          nei giorni successivi, con il supporto dell'associazione Antigone e dei garanti dei detenuti della Campania e di Napoli, decine di detenuti hanno denunciato le violenze subite;

          il 9 aprile 2020 il Governo rispondeva in Aula alla Camera alla interpellanza urgente presentata dal primo firmatario del presente atto sulla situazione nelle carceri, affermando che, «relativamente alle segnalazioni di violenze e abusi perpetrati ai danni di persone detenute successivamente alle rivolte, agli atti del Dipartimento penitenziario nulla risulta formalmente circa la casa di reclusione di Milano Opera. Interpellati gli uffici competenti, risulta che, per quanto esposto dall'associazione Antigone, sono in corso le valutazioni preliminari. In ogni modo, a seguito di specifiche segnalazioni che avrebbero visto coinvolti come vittime alcuni detenuti, sono stati svolti da parte del nucleo investigativo centrale del Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria mirati accertamenti su situazioni verificatesi presso la casa circondariale di Foggia»; nulla veniva detto a proposito di quanto accaduto nel carcere di Santa Maria Capua Vetere;

          l'11 giugno 2020 viene emesso un decreto di perquisizione nei confronti di 57 agenti della polizia penitenziaria; lo stesso giorno, in una nota, il Dipartimento per l'amministrazione penitenziaria affermava: «I fatti di oggi vanno considerati col massimo rispetto verso l'operato della magistratura cui competono compiti e funzioni di accertamento dei reati. Il DAP è certo che si farà massima chiarezza in tempi brevi e intende rivolgere un rispettoso riconoscimento al Corpo della Polizia Penitenziaria e a ogni singolo operatore che in esso e per esso svolge quotidianamente, con convinzione, dedizione e sacrificio, un compito non facile e al servizio del Paese. Compito reso a volte più arduo dalle complesse dinamiche della vita carceraria, ma per il quale la Polizia Penitenziaria si spende senza tentennamenti né indugi per il prezioso bene della sicurezza interna degli istituti penitenziari e per la sicurezza e la serenità dei cittadini. A tutti gli operatori del Corpo che ogni giorno svolgono il proprio dovere con professionalità e spirito di sacrificio va la vicinanza dell'intera Amministrazione» –:

          se il Ministro interpellato e il Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria (Dap) fossero stati informati della «perquisizione» che si è svolta il 6 aprile 2020 nel carcere di Santa Maria Capua Vetere;

          se il Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria abbia avviato, per quanto di competenza, delle indagini interne sui pestaggi illustrati in premessa – sui quali aveva ricevuto una nota dall'Associazione Antigone – prima che fossero avviate le indagini della magistratura, o se lo abbia fatto successivamente, e con quali esiti, anche in termini di accertamento, per quanto di competenza, delle responsabilità della catena di comando;

          se, nell'ambito dell'eventuale indagine interna, il Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria abbia visionato le video riprese del circuito di telecamere interne a cui si fa riferimento negli articoli menzionati.
(2-00957) «Magi, Schullian».

Interrogazione a risposta orale:


      DONZELLI. — Al Ministro della giustizia, al Ministro dell'interno. — Per sapere – premesso che:

          in data 7 ottobre 2020 un'operazione coordinata dalla procura di Prato e condotta dagli agenti di polizia della squadra mobile e della direzione anticrimine ha portato all'arresto di 13 persone ed alla emissione di 6 misure cautelari;

          questo intervento ha portato allo smantellamento della rete che gestiva lo spaccio nella zona della stazione ferroviaria centrale del capoluogo toscano;

          come si apprende da fonti stampa tutti i 19 destinatari delle misure cautelari sono cittadini nordafricani, fra cui molti richiedenti asilo e diversi clandestini, alcuni dei quali avevano già precedenti per droga;

          la strategia portata avanti dalle forze dell'ordine è stata funzionale, grazie ad un anno di pedinamenti, appostamenti e indagini sotto copertura, a ricondurre a fattispecie penali per cui è previsto l'arresto anche episodi che in passato erano stati derubricati a spaccio di modiche quantità per cui viceversa non si applica la custodia in carcere;

          a margine della conferenza stampa, con cui è stato dato risalto alla notizia, il direttore della direzione centrale dell'anticrimine della polizia di Stato Francesco Messina ha parlato di «spada della giustizia non molto forgiata», con riferimento alle difficoltà a cui va incontro l'azione repressiva della magistratura e delle forze dell'ordine rispetto al perseguimento dei reati di spaccio. Dello stesso avviso si è detto anche il procuratore Giuseppe Nicolosi, evidenziando ulteriormente la necessità di rivedere le leggi che regolano l'intervento delle autorità in merito –:

          se il Governo intenda adottare iniziative di competenza, in specie normative, per evitare che operazioni come quella di cui in premessa risultino vane e che i responsabili di reati quali quelli sopra citati possano tornare facilmente in libertà e commettere nuovi reati;

          se sia a conoscenza dell'allarme criminalità da tempo lanciato delle forze dell'ordine sulla criminalità a Prato e quali iniziative di competenza intenda intraprendere per raccoglierlo e gestirlo.
(3-01804)

Interrogazioni a risposta scritta:


      GIACHETTI. — Al Ministro della giustizia. — Per sapere – premesso che:

          il 10 ottobre 2020 il quotidiano Il Dubbio ha pubblicato un articolo a firma Damiano Aliprandi in cui si dà notizia di una circolare del Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria (Dap) sul 41-bis riguardante sentenze della Corte costituzionale e della Cassazione da applicare in ambito penitenziario ai detenuti sottoposti a quel regime speciale;

          la circolare, emanata il 29 settembre 2020, firmata dal direttore generale detenuti e trattamento, Turrini Vita, è stata però revocata dopo 2 giorni dal capo del Dap Bernardo Petralia e dal vice-capo Roberto Tartaglia;

          secondo quanto scrive Il Dubbio, la circolare aveva come oggetto i «reclami giurisdizionali (articolo 35-bis OP)» e comunicava l'orientamento assunto dai magistrati di sorveglianza a seguito dei rilevanti interventi della Corte costituzionale e della suprema Corte di Cassazione sul 41-bis;

          nel dettaglio, la circolare chiedeva ai direttori degli istituti di Sassari, Cuneo, L'Aquila, Novara, Parma, Spoleto, Terni, Tolmezzo, Viterbo, Milano Opera, Roma Rebibbia e ai provveditori relativi di conformare l'azione amministrativa ai princìpi e alle ordinanze di accoglimento dei reclami dei detenuti da parte della magistratura di sorveglianza in materia di cottura dei cibi (sentenza Corte costituzionale del 26 settembre 2018 n. 186), di eliminazione del divieto di scambio di oggetti tra detenuti appartenenti allo stesso gruppo di socialità (sentenza Corte costituzionale del 5 maggio 2020 n. 97), di eliminazione delle limitazioni alla permanenza all'aria aperta ad una sola ora (sentenze della Corte di Cassazione n. 40761/2018; n. 48860/2018; n. 44609/2018; n. 18900/2019; n. 18899/2019; n. 15572/2019), di annullamento di sanzioni disciplinari inflitte per condotte consistenti in meri scambi di saluto tra detenuti (in motivazione, Cass. n. 18642/2020; cfr. nello stesso senso Cass. n. 4378/2020, Cass. 16244/2020; Cass. n. 16642/2020; Cass. n. 18639/2020);

          ad avviso dell'interrogante, la suddetta circolare è indice di buona amministrazione, mentre è censurabile la revoca della suddetta circolare da parte del capo e del vice-capo del Dap, in quanto essa è volta al rispetto di princìpi costituzionali oggetto di sentenze delle corti superiori a cui l'amministrazione è obbligata ad uniformarsi –:

          se sia a conoscenza dei fatti descritti in premessa;

          quali siano i motivi che hanno portato alla revoca della suddetta circolare e se ritenga di dover adottare provvedimenti in relazione al comportamento del dottor Bernardo Petralia e del dottor Roberto Tartaglia, che hanno disposto tale revoca;

          cosa intenda fare per uniformare l'azione dell'amministrazione penitenziaria ai princìpi richiamati in premessa oggetto di intervento della Corte costituzionale e della Corte di Cassazione.
(4-07078)


      POTENTI. — Al Ministro della giustizia. — Per sapere – premesso che:

          il Garante nazionale dei diritti delle persone detenute o private della libertà personale, autorità di garanzia collegiale e indipendente, è affiancato dalle figure dei garanti regionali, preesistenti a quello nazionale ed, infine, quelli provinciali ed anche comunali, le funzioni dei quali sono definite dai relativi atti istitutivi. I garanti sono deputati a ricevere segnalazioni sul mancato rispetto della normativa penitenziaria, sui diritti dei detenuti eventualmente violati o parzialmente attuati e si rivolgono all'autorità competente per chiedere chiarimenti o spiegazioni, sollecitando gli adempimenti o le azioni necessarie. Il loro operato si differenzia, pertanto, nettamente, per natura e funzione, da quello degli organi di ispezione amministrativa interna e della stessa magistratura di sorveglianza;

          tra i garanti comunali sono recentemente assurti alle cronache i nomi di alcuni designati dagli organi consiliari dei comuni interessati, il cui storico dei precedenti processuali ha fatto dubitare della opportunità della loro nomina, considerato il contesto in cui devono agire ed inserirsi nella delicata situazione dei detenuti. È il caso di Pietro Ioia scelto nel novembre 2019 dal comune di Napoli, il quale ha scontato una lunga detenzione per droga;

          si aggiunge il recentissimo caso del consiglio comunale di Livorno, il quale nella seduta di giovedì 8 ottobre 2020, ha eletto il Garante delle persone private della libertà personale, optando per il signor Marco Solimano, già in precedenti anni incaricato di questo ruolo;

          il nuovo garante, fra gli anni Settanta e Ottanta, ha fatto parte di una delle più violente organizzazioni di estrema sinistra, Prima Linea che, fra le vittime del sodalizio criminale, annovera il poliziotto Fausto Dionisi, ucciso a Firenze il 20 gennaio 1978, durante un tentativo di evasione dal carcere delle Murate. Oltreciò, ragioni di inopportunità della scelta del designato potrebbero risiedere anche nei ruoli apicali rivestiti dallo stesso in una nota associazione come l'Arci e considerando la precisa esposizione politica quale ex consigliere comunale. Il possibile conflitto di interesse con l'associazione presieduta, può sorgere considerando le attività extra carcerarie svolte dai detenuti, come per gli affidamenti in prova ai servizi e quelle finalizzate all'estinzione dei reati con lavori socialmente utili e messa alla prova –:

          se e quali iniziative di competenza, anche di carattere normativo, intenda assumere il Ministro interrogato per garantire che le figure dei garanti espressi da enti locali, entrando in contatto con strutture ed attività gestite dall'amministrazione penitenziaria, siano in possesso di idonei requisiti personali e curriculari e dismettano posizioni di possibile conflitto di interesse.
(4-07084)

INFRASTRUTTURE E TRASPORTI

Interrogazioni a risposta scritta:


      MANTOVANI, GALANTINO e ROTELLI. — Al Ministro delle infrastrutture e dei trasporti. — Per sapere – premesso che:

          il 12 settembre 2020 Alitalia – Società Aerea Italiana S.p.A. ha annunciato l'interruzione dei collegamenti aerei tra l'Aeroporto di Milano Malpensa – che come noto serve una delle aree più produttive del Paese – e Roma Fiumicino con decorrenza al prossimo 1° ottobre 2020;

          questa scelta annunciata – e attuata a stretto giro – è stata motivata dal crollo della domanda direttamente connesso al perdurare della situazione epidemica. Per la prima volta da oltre 70 anni la Compagnia aerea nazionale lascia – dunque – questa importante tratta, senza alcuna offerta commerciale, annullando i due unici collegamenti offerti negli ultimi anni, mettendo così definitivamente da parte quelle ambizioni che hanno portato Alitalia a puntare sulla sede di Malpensa quale hub intercontinentale di riferimento della compagnia nei primi anni 2000;

          sono certamente comprensibili le esigenze di ridimensionamento del traffico internazionale, ma appare francamente del tutto incomprensibile la scelta di abbandonare totalmente una tratta così importante sia per i viaggiatori provenienti da mete intercontinentali e che necessitano di fare scalo, così come per i viaggiatori comunitari e più in generale per tutti coloro che necessitano di raggiungere Roma da una parte importante del Paese;

          è chiaro che la totale assenza di offerta commerciale su tale tratta certamente non potrà che appesantire la ripresa economica del Paese che naturalmente passerà anche attraverso la ripartenza dei collegamenti interni;

          Alitalia, peraltro, ha potuto usufruire – soprattutto negli ultimi anni – di ingenti aiuti pubblici attraverso i quali vari Governi hanno provato a sostenere il rilancio della compagnia aerea e, negli ultimi mesi, ha inoltre beneficiato di un ulteriore supporto economico (motivato dalla pandemia) in virtù dell'autorizzazione da parte delle autorità comunitarie al sostegno a tutti gli operatori del settore. Alitalia, nonostante ciò, non sembra essere intenzionata a ripristinare una minima offerta commerciale che garantisca collegamenti diretti Milano Malpensa-Roma, costringendo così tutti coloro che utilizzano questa tratta ad optare per mezzi di trasporto alternativi;

          peraltro, è cosa nota che anche gli operatori del trasporto ferroviario hanno provveduto ad una riduzione dell'offerta commerciale e che le disposizioni relative al distanziamento sociale, attualmente in vigore, e previste a bordo dei treni, riducono ulteriormente la capacità di trasporto passeggeri. Allo stato attuale, quindi, al disagio per la cessazione della tratta aerea citata, si somma la limitazione dell'offerta di trasporto su ferro che sta provocando significative difficoltà negli spostamenti tra il nord del Paese e la capitale –:

          se, e in che modo, intenda intervenire, per quanto di competenza, affinché Alitalia definisca un'offerta commerciale adatta a rispondere alle esigenze di mobilità di una tratta così strategica per la ripresa economica del nostro Paese.
(4-07072)


      BILOTTI. — Al Ministro delle infrastrutture e dei trasporti. — Per sapere – premesso che:

          il decreto del Presidente del Consiglio dei ministri 7 settembre 2020 definisce le modalità organizzative per il contenimento della diffusione del Covid-19 attraverso una ottimizzazione degli spazi all'interno dei mezzi del trasporto pubblico. Qualora le misure di contenimento già in essere pregiudichino l'erogazione dei servizi, è consentito un riempimento dei mezzi nella misura dell'80 per cento per i posti in piedi rispetto quanto autorizzato da libretto di circolazione e dunque consentendo di occupare il 100 per cento dei posti a sedere disponibili, in palese deroga delle prescrizioni sul distanziamento minimo adoperate fino ad oggi. La regione Campania sconta da anni una gestione del trasporto pubblico locale caratterizzata da un'anzianità elevata degli autobus rispetto alla media nazionale, da una spesa in conto capitale sbilanciata sul trasporto su rotaia e da un numero insufficiente di mezzi rispetto alla crescente domanda di mobilità. In Campania, infatti, sono in circolazione 0,4 autobus ogni 1.000 abitanti, rispetto ad una media italiana pari a circa 0,7 autobus ogni 1.000 abitanti (Fonte: Piano nazionale mobilità sostenibile 2018). Come anticipato dall'Associazione nazionale delle aziende di trasporto pubblico (Asstra), la riapertura delle scuole di queste ore rischia di mettere sotto pressione il sistema dei trasporti locali in ragione delle prescrizioni obbligatorie relative alle misure di contenimento, con la concreta prospettiva, nelle ore di punta, di non poter soddisfare la richiesta di almeno 1/3 degli studenti e, dunque, di vedere applicato alla lettera il dettato derogatorio del regolamento previsto dal decreto del Presidente del Consiglio dei ministri del 7 settembre 2020 –:

          quali iniziative, per quanto di competenza, il Ministro interrogato intenda immediatamente assumere affinché le carenze strutturali di alcuni sistemi regionali di trasporto pubblico locale non pregiudichino i livelli minimi di contenimento della diffusione del Covid-19, garantendo la normale ripresa delle attività scolastiche.
(4-07074)


      BIGNAMI. — Al Ministro delle infrastrutture e dei trasporti. — Per sapere – premesso che:

          recentemente è stato aperto alla viabilità l'ultimo stralcio del primo lotto del nodo di Rastignano. Ciò ha comportato modifiche alla viabilità con l'introduzione del senso unico da Pianoro a Bologna;

          tuttavia, l'apertura di questo tratto, solamente nella direzione che da Pianoro porta a Bologna, ha già arrecato criticità alla viabilità con intasamenti viari ed ingenti disagi per gli automobilisti;

          la cartellonistica stradale, indicante le variazioni apportate alla viabilità, è stata installata all'altezza di Rastignano, precisamente tra le vie Buozzi, Valle Verde e Madre Teresa di Calcutta, costituendo un ulteriore fattore di intasamento e rallentamento del traffico viario;

          il nuovo senso di marcia del nuovo tratto stradale in questione arrecherebbe notevoli disagi ai residenti in Via Madre Teresa di Calcutta, nella zona situata oltre al Trappolone che, pur essendo nel comune di San Lazzaro, insiste più vicino a Pianoro e, per giungere a Rastignano, occorre effettuare un percorso molto più lungo con relativo allontanamento dai servizi di cui un residente necessita;

          nel pomeriggio di martedì 6 ottobre 2020 e nella mattinata di mercoledì 7 ottobre 2020, ad esempio, all'altezza di via del Cappello e di via Marzabotto, si sono verificate code ed intasamenti viari e, oltretutto, pare non siano state fornite indicazioni sulla nuova viabilità, con conseguente incremento delle criticità per i residenti e di chi vi transitava da altre zone;

          si ricorda che il nuovo tratto, la cui gestione sarà in capo a città metropolitana di Bologna e comune di San Lazzaro, è stato realizzato da Rete Ferroviaria Italiana (Rfi) a seguito dell'accordo stipulato nel marzo 2011 tra Ministero delle infrastrutture e dei trasporti, Anas, Rfi, regione Emilia-Romagna, provincia di Bologna, comuni di Bologna, San Lazzaro di Savena, Pianoro e parco regionale Gessi Bolognesi e Calanchi dell'Abbadessa –:

          quali iniziative di competenza si intendano adottare al fine di risolvere le criticità di cui in premessa, eventualmente promuovendo anche un confronto con gli altri enti preposti, quali regione e città metropolitana;

          se sia prevista l'adozione di iniziative, per quanto di competenza, finalizzate a trovare alternative viarie per evitare che alcune zone vengano tagliate fuori in seguito alle modifiche alle viabilità sopracitate;

          se intenda acquisire elementi conoscitivi al fine di accertare se, in fase di progettazione e durante gli studi di fattibilità, sia stata presa in considerazione la possibilità di soluzioni viarie alternative nel caso in cui l'apertura del nuovo tratto sopracitato in senso unico da Pianoro a Bologna avesse arrecato disagi alla viabilità tra San Lazzaro e Pianoro.
(4-07079)

INTERNO

Interrogazioni a risposta scritta:


      DELMASTRO DELLE VEDOVE. — Al Ministro dell'interno. — Per sapere – premesso che:

          l'Associazione guardie riunite d'Italia, nella persona del presidente Massimo Raffi, ha lanciato un accorato appello per segnalare lo stato di difficoltà in cui operano le guardie giurate particolari (Gpg);

          secondo quanto riportato dal giornale la Verità, le 37.000 guardie giurate particolari operative in Italia subirebbero la media di 15 aggressioni al giorno. L'80 per cento delle aggressioni sarebbe commesso da extracomunitari;

          le circostanze più frequenti in cui avverrebbero le aggressioni sarebbero collegate agli interventi necessari per sedare le frequenti risse, per allontanare chi bivacca nei luoghi pubblici o quando operano in funzione ausiliaria su autobus e mezzi pubblici per il controllo dei titoli di viaggio;

          queste aggressioni, oltre allo scopo di divincolarsi dalla guardia sono spesso condotte allo scopo di sottrarre l'arma, aggiungendo un ulteriore elemento di pericolosità alla situazione;

          secondo quanto riportato da Raffi, i luoghi di maggior pericolosità sarebbero ospedali e stazioni. Spesso, questi episodi passano nell'indifferenza più totale dei media perché vige molta incertezza sulla natura della professione;

          in particolare, l'associazione rileva come sia insufficiente il riconoscimento, avvenuto nel 2008, di tali guardie come incaricati di pubblico servizio. Secondo l'associazione molti problemi risiedono nella mancata qualifica delle guardie giurate particolari come polizia giudiziaria o ausiliari di pubblica sicurezza;

          questo incide sulla professione in maniera negativa, in quanto la cittadinanza ha una percezione dubbia di tale personale che, vale la pena ricordarlo, svolge compiti di prima linea anche nella prevenzione del contagio da Covid-19;

          le guardie giurate, operando in ambito sussidiario alle forze di polizia, presso siti di particolare interesse, come aeroporti, porti, stazioni ferroviarie e presidi sanitari, sono esposte a grave rischio di contagio in assenza delle dovute precauzioni;

          molto spesso, le guardie giurate operano con contratti di lavoro precari o come autonomi. Questo comporta il rischio di mancati investimenti in formazione e addestramento per gli operatori nelle posizioni più fragili, con conseguente aggravio del rischio connesso agli infortuni sul lavoro;

          infine, il mancato riconoscimento professionale genera stress e, in alcuni drammatici casi, ha portato anche a suicidi. Nel 2018, segnala l'associazione, sono 11 le guardie giurate particolari che si sono tolte la vita –:

          quali iniziative di competenza intenda assumere il Governo per tutelare le guardie giurate particolari dalle aggressioni subite nello svolgimento del loro lavoro;

          se il Governo intenda promuovere iniziative normative di riforma volte a qualificare le guardie giurate particolari come polizia giudiziaria o ausiliari di pubblica sicurezza.
(4-07076)


      IEZZI. — Al Ministro dell'interno. — Per sapere – premesso che:

          presso lo stabile sito in via Ricciarelli n. 43 a Milano, ormai da alcuni mesi, un locale che si trova nel piano seminterrato del fabbricato, viene utilizzato da soggetti estranei al condominio come «scuola araba» e luogo di culto islamico;

          come riferito dettagliatamente in uno degli esposti dei condomini, inviati tra gli altri anche al prefetto di Milano, alla fine del mese di giugno 2020, da un giorno all'altro, gli stessi hanno cominciato a notare nel locale seminterrato soggetti estranei allo stabile che comunicavano tra loro in lingua araba, intenti a sistemare il locale seminterrato con la posa di tappeti contigui a copertura del pavimento;

          nel contempo, notavano la manomissione dell'impianto idrico del servizio igienico minimo condominiale, finalizzata alla creazione di nuovi allacciamenti per il collegamento del locale che è contiguo a quello in questione;

          interpellati gli estranei presenti nel locale, ai condomini veniva riferito dell'intento di aprire al suo interno una «scuola araba per bambini» e dell'avvenuta locazione del locale a tale scopo;

          del fatto veniva immediatamente informato l'amministratore condominiale, il quale fece un sopralluogo e trasmise una nota informativa del mancato rispetto del regolamento condominiale al proprietario del locale che, ad oggi, tuttavia, non ha ancora risposto;

          solo qualche giorno dopo e nonostante i richiami, venne dato inizio ad attività all'interno del locale e, da allora, è cominciato il via vai continuo di estranei di ambo i sessi, sia adulti che bambini, tutti i giorni e ad ogni ora, mentre in serata, a porta aperta, e con l'uso di tendaggi a limitazione della vista, si sentono ancora oggi distintamente cori in lingua araba e capita di intravedere raggruppamenti consistenti di uomini in preghiera;

          i cancelli del passo carraio di ingresso allo stabile vengono, dunque, appositamente lasciati aperti dai frequentatori stessi ovvero con l'uso di numerosi duplicati di chiavi e, ad ogni ora, anche di notte, i condomini si trovano all'improvviso in presenza continua di estranei a piedi come in bici;

          secondo la normativa in vigore, il locale in questione non ha i requisiti costruttivi per essere adibito a «scuola» o «luogo di culto», non rispettando le disposizioni del decreto ministeriale n. 236 del 1989 in tema di abbattimento delle barriere architettoniche e prevenzione di incendi e, in quanto locale seminterrato, è fatto espressamente divieto di destinarlo a tali usi;

          difatti, l'articolo 88.2 del regolamento edilizio di Milano stabilisce precisi requisiti di agibilità per i locali seminterrati, mancanti per il locale di cui sopra, mentre l'articolo 88-1 del suddetto regolamento stabilisce espressamente che gli stessi «non possono in ogni caso [essere] adibiti a ...strutture scolastiche»;

          inoltre, sotto il profilo della sicurezza è evidente che l'ingresso e la circolazione incessante di estranei nel cortile condominiale, ad ogni ora del giorno e della notte, espone i condomini residenti a rischi per la propria incolumità, venendo meno anche il rispetto delle regole cautelative dettate dal regolamento condominiale;

          già in data 3 e 6 luglio 2020 i condomini hanno inoltrato alle autorità di polizia locale, vigili del fuoco e polizia di Stato una segnalazione su quanto sopra ed ancora in data 17 settembre 2020; tuttavia, a tali esposti, dopo mesi, non è ancora stato dato alcun riscontro formale ed, ancora oggi, pertanto viene consentito l'uso di tale locale, palesemente in contrasto con la normativa vigente –:

          quali iniziative abbia già avviato o intenda assumere il Ministro interrogato nell'immediato, per quanto di competenza, al fine di risolvere la situazione venutasi a creare presso lo stabile di via Ricciarelli a Milano, con particolare riguardo al ripristino dello stato dei luoghi e al rispetto della normativa vigente, nonché per la verifica dell'assenza di collegamenti con organizzazioni di estremismo e integralismo islamico.
(4-07085)

ISTRUZIONE

Interrogazioni a risposta in Commissione:


      TOCCAFONDI. — Al Ministro dell'istruzione. — Per sapere – premesso che:

          il personale statale che doveva essere sostituito come docente con incarico a tempo determinato per l'anno scolastico 2020/21 ammonta a circa 135.000 unità, al quale aggiungere i docenti destinati ad altra mansione in quanto fragili e i docenti del cosiddetto «organico Covid», per un totale di almeno 200.000 cattedre a tempo determinato, che corrisponde a circa un quarto del totale;

          questa situazione dipende anche dal fatto che il Ministero dell'istruzione non ha fatto, nel 2018 e nel 2019, i concorsi previsti dal decreto legislativo n. 59 del 2017 e dalla legge n. 107 del 2015, facendo saltare la necessaria programmazione;

          al momento, è calendarizzato solo il concorso straordinario e non si sa se i concorsi ordinari termineranno in tempo utile per le immissioni in ruolo del prossimo anno scolastico;

          in particolare, mancano, soprattutto nelle regioni del centro nord ma non solo, docenti di sostegno, della scuola primaria e di discipline come matematica, lettere, inglese; il sostegno, inoltre, sarà coperto in gran parte da docenti precari, molto spesso non specializzati;

          si apprende da notizie di stampa e dai diretti interessati che, per l'assegnazione delle supplenze, in moltissime province, ancora oggi, a più di un mese dall'avvio dell'anno scolastico, non è stato completato l'iter, anche a causa del caos connesso alle graduatorie provinciali per le supplenze, introdotte dalla legge n. 159 del 2019;

          numerose notizie di stampa riferiscono di dichiarazioni mendaci nelle Gps, ma anche di errori nel software, nonostante ci sia stato tutto il tempo per collaudarlo efficacemente, dato che la legge risale a 10 mesi fa, con largo anticipo sulle operazioni in corso;

          questa situazione penalizza i precari, ma anche i colleghi di ruolo e le scuole, che, ad esempio, senza organico al completo non possono programmare, in un anno che sarà più complesso degli altri a causa della pandemia;

          questa situazione penalizza soprattutto gli studenti, già colpiti dalle incertezze e dalle difficoltà connesse a una didattica che dopo 200 giorni di sospensione delle lezioni stenta a ripartire sia in presenza che nella modalità integrata prevista per la scuola secondaria –:

          alla luce delle problematiche evidenziate in premessa, quale sia il numero delle supplenze annuali e di quelle sino al termine delle attività didattiche, distinte per tipologia di posto, provincia e tipologia di scuola, nonché quante di queste fossero coperte al 14 settembre 2020 e quante in data odierna, evidenziando le province più problematiche;

          quale sia il numero di docenti al momento esonerati dall'insegnamento in quanto fragili;

          quale sia il numero di docenti del cosiddetto «organico Covid» già chiamati dalle scuole;

          se corrisponda al vero che le graduatorie provinciali per le supplenze contenevano dichiarazioni mendaci e quali iniziative siano state adottate o si intendano adottare in proposito;

          se corrisponda al vero che l'algoritmo per le graduatorie provinciali per le supplenze conteneva errori e quali provvedimenti siano stati eventualmente adottati o si intendano adottare nei confronti del fornitore del servizio;

          come si intenda garantire che il prossimo anno scolastico possa cominciare con tutti i docenti in servizio dal 1° settembre 2021 e in particolare se non si ritenga opportuno anticipare le operazioni di mobilità e di immissione in ruolo, nonché assegnare i docenti per coprire le supplenze annuali e quelle temporanee sino al termine delle attività didattiche per ciascuna scuola autonoma, superando il meccanismo inefficace e inefficiente delle graduatorie.
(5-04742)


      TOCCAFONDI. — Al Ministro dell'istruzione. — Per sapere – premesso che:

          dall'anno scolastico 2021-2022 dovrebbe aprire alle attività didattiche il nuovo liceo A.M. Enriques Agnoletti, all'interno del polo scientifico dell'Osmannoro (Firenze);

          la costruzione della nuova scuola – dal costo stimato in 17,6 milioni di euro - è prevista dall'accordo di programma sottoscritto nell'ottobre 2017 tra regione Toscana, città metropolitana di Firenze, Eli Lilly, università degli studi di Firenze, comune di Sesto Fiorentino, comune di Campi Bisenzio;

          all'inizio di maggio 2020, la città metropolitana di Firenze ha consegnato i lavori al raggruppamento temporaneo aggiudicatario dell'appalto per la costruzione del nuovo liceo;

          nel nuovo plesso è prevista una capienza di circa 900 studenti. Attualmente, però, la scuola ospita complessivamente, tra i due plessi (Sesto Fiorentino e Campi Bisenzio) circa 1.300 studenti;

          si prevedeva di avviare le attività scolastiche nel nuovo edificio a partire dall'anno scolastico 2021-2022, ma recentemente, a quanto consta all'interrogante, si è appreso che il trasferimento nel nuovo edificio potrebbe non coincidere con l'inizio dell'anno scolastico 2021/2022 –:

          di quali elementi disponga il Ministro interrogato circa quale sia attualmente lo stato dei lavori e se sia consapevole del fatto che la tempistica del trasferimento della scuola nel nuovo edificio potrebbe non coincidere con l'avvio dell'anno scolastico a settembre 2021 e che lo stabile potrebbe non ospitare tutti i 1.300 iscritti.
(5-04743)

Interrogazione a risposta scritta:


      FRASSINETTI. — Al Ministro dell'istruzione. — Per sapere – premesso che:

          l'Anpi secondo il protocollo siglato con il Ministero dell'istruzione, dovrebbe occuparsi di «didattica e pedagogia nell'insegnamento della Storia» e altresì promuovere iniziative di «lavoro - educazione e qualificazione professionale»;

          all'articolo 3 del protocollo, l'Anpi, per il raggiungimento degli obiettivi, si impegna a mettere a disposizione il «proprio patrimonio storico e culturale, anche attraverso il lavoro dei suoi associati delle sedi territoriali»...;

          in particolare, l'Associazione nazionale partigiani d'Italia è connotata, per l'interrogante, da un atteggiamento palesemente fazioso e intollerante e non offre alcuna credibilità e obiettività nei suoi giudizi e, in più occasioni, ha dato prova, sempre secondo l'interrogante, di voler solo alimentare odio raccontando verità faziose e incomplete che spesso sono sfociate nel riduzionismo o nel negazionismo di vicende storiche tragiche;

          nello specifico, in molte occasioni, ha avuto un approccio a giudizio dell'interrogante fazioso nell'esaminare alcuni momenti tragici della nostra storia come ad esempio è accaduto negli incontri nelle scuole dedicati alla tragedia delle Foibe e dell'esodo istriano, giuliano e dalmata, dove sono state esposte per l'interrogante vergognose tesi negazioniste;

          proprio recentemente, come scritto dalla stampa locale, l'Anpi a Pescara si è opposta fermamente all'intitolazione di un parco a Norma Cossetto, giovane studentessa universitaria istriana violentata e seviziata dai partigiani comunisti di Tito e infoibata il 5 ottobre 1944, insignita della medaglia d'oro al merito civile dal Presidente della Repubblica Ciampi, definendo l'intitolazione «ennesimo atto di bullismo politico»;

          sulla base del protocollo d'intesa siglato dal Ministero dell'istruzione con l'Anpi, le parti si impegnano a realizzare iniziative, promuovendo percorsi tematici di riscoperta dei luoghi della memoria e la divulgazione dei valori fondanti la Costituzione Italiana; l'insegnamento della storia; la realizzazione di materiale informativo, anche di tipo multimediale e via internet, destinato agli studenti ed ai docenti. E tutte queste opportunità rischiano, per l'interrogante, non essendo supportare da oggettività storica, di essere nocive per la formazione di una libera coscienza storico-culturale degli studenti –:

          se il Ministro interrogato intenda chiarire l'opportunità di aver impiegato una cospicua parte delle risorse del Ministero dell'istruzione nella definizione del protocollo d'Intesa, mentre ci sono in questo momento altre priorità dettate dall'emergenza Covid-19, e dall'emergenza della carenza d'organico;

          se il Ministro interrogato intenda adottare iniziative per rivedere il suddetto protocollo, considerato che, per l'interrogante si è rivelata l'inadeguatezza dell'associazione nazionale partigiani d'Italia ad attivare qualsiasi iniziativa formativa o pedagogica nelle scuole, avendo ampiamente dimostrato di non essere dotata di alcuna capacità di analisi oggettiva nei giudizi storici ed avendo, in molti casi, addirittura sposato preoccupanti teorie negazioniste relative alla tragedia dei martiri delle Foibe e delle vicende del confine orientale.
(4-07080)

LAVORO E POLITICHE SOCIALI

Interrogazione a risposta orale:


      DONZELLI. — Al Ministro del lavoro e delle politiche sociali. — Per sapere – premesso che:

          il tribunale di Firenze ha dichiarato il fallimento di Rifle, uno dei nomi storici del jeans italiano, fondato nel 1958 dai fratelli Fratini. Rifle ha vestito milioni di consumatori, diventando un marchio-simbolo della moda italiana. L'azienda, che ha sede a Barberino di Mugello (Firenze), era da tempo in difficoltà e, nel 2017, ha aperto il capitale alla società svizzera di investimenti Kora, salita in maggioranza (55 per cento) l'anno successivo. Alla guida di Rifle arrivò Franco Marianelli, ex Guess Italia e Gas jeans, e ben presto la famiglia Fratini, pur mantenendo una quota di minoranza, lasciò tutte le cariche sociali. Il bilancio 2018 si e chiuso con 16 milioni di euro di fatturato e una perdita di 3,3 milioni di euro;

          l'emergenza coronavirus ha dato l'ultimo colpo a una crisi provocata dalla concorrenza internazionale. Adesso sarà nominato il curatore fallimentare e è stato, disposto l'esercizio provvisorio per 45 giorni: 96 persone che lavorano nel quartier generale di Barberino del Mugello e nei negozi monomarca italiani, sono in allarme –:

          se non intenda istituire un tavolo presso il Ministero del lavoro e delle politiche sociali per favorire in sostanza il salvataggio dell'azienda e la salvaguardia dei livelli occupazionali per 96 lavoratori.
(3-01805)

Interrogazione a risposta scritta:


      MELONI. — Al Ministro del lavoro e delle politiche sociali. — Per sapere – premesso che:

          a partire dal 5 marzo 2020, in conseguenza della chiusura dei servizi educativi per l'infanzia e delle attività didattiche, il decreto-legge 17 marzo 2020, n. 18 («decreto Cura Italia») ha previsto, per il 2020, la fruizione di un congedo parentale o di un bonus per l'acquisto di servizi baby-sitting per i genitori occupati;

          la richiesta per i voucher baby sitting poteva essere presentata entro il 31 agosto 2020 per ogni figlio di età inferiore a 12 anni (limite superabile in caso di minori portatori di handicap grave);

          lo stanziamento complessivo, per il 2020, è stato di 1.569 milioni di euro, destinati al congedo specifico e al bonus per i servizi di baby-sitting per i lavoratori del settore privato, iscritti alla gestione separata e autonomi; 67,6 milioni di euro, invece, le risorse per i dipendenti pubblici;

          il bonus baby-sitting deve essere erogato dall'Inps mediante il Libretto Famiglia. I beneficiari del bonus si dovevano registrare sul sito, nell'apposita sezione dedicata alle prestazioni occasionali e inviare la richiesta; da un dato apparso sui giornali il 26 agosto 2020, fino a quel giorno, erano state presentate 1,23 milioni di istanze: si considera quindi che attualmente potrebbero essere anche di più;

          ad oggi, passati diversi mesi dall'inizio dell'emergenza e dall'entrata in vigore del decreto «Cura Italia» e delle sue successive modificazioni, molti dei genitori che hanno fatto richiesta non hanno ancora ricevuto il bonus e molte delle pratiche, seppur protocollate sul sito dell'Inps, risultano ancora in istruttoria;

          è importante segnalare, inoltre, i casi dei bambini/ragazzi con disabilità. Dalle notizie che ci giungono dalle famiglie direttamente interessate e dai giornali, innumerevoli sono stati e sono tuttora i disguidi relativi alle loro domande, troppo spesso rigettate reiteratamente – nonostante la corretta compilazione e il possesso dei requisiti per la concessione del beneficio – o non ancora lavorate dall'ente previdenziale; tutte vicende che fanno perdere fiducia nel rapporto tra Stato e cittadino e che penalizzano ulteriormente i ragazzi e le ragazze con disabilità, le cui esigenze sono state già ampiamente trascurate dal Governo durante il periodo del lockdown;

          in un momento in cui le famiglie italiane si trovano in forte difficoltà per i problemi economici legati all'emergenza epidemiologica e in cui la scuola è appena ricominciata e sono già state avviate le prime chiusure e le varie quarantene di profilassi a causa dei casi di coronavirus registrati tra alunni e insegnanti, si richiede quali rassicurazioni come Paese si possono dare ai cittadini se non si è ancora stati in grado di erogare loro un bonus che doveva aiutarli nel periodo del lockdown. Gli iter farraginosi dell'Inps sono una problematica da risolvere il prima possibile perché colpiscono le categorie più deboli e non consentono la ripresa e il rilancio dell'Italia –:

          quali siano i numeri reali delle istanze del bonus baby-sitting e del bonus baby-sitting per ragazzi disabili e quanti bonus sul totale, siano stati già erogati; quali iniziative il Governo intenda porre in essere per risolvere l'annoso problema delle lungaggini perpetrate dall'Inps a danno dei cittadini;

          se non sia il caso ricercare e studiare un sistema diverso di assegnazione e distribuzione dei bonus che consenta una maggiore velocità di attuazione delle norme varate.
(4-07070)

POLITICHE AGRICOLE ALIMENTARI E FORESTALI

Interrogazione a risposta scritta:


      CARETTA e CIABURRO. — Al Ministro delle politiche agricole alimentari e forestali. — Per sapere – premesso che:

          secondo quanto emerso dalle indagini condotte dalle principali associazioni di categoria, la produzione di olio extravergine d'oliva italiano è crollata, nel 2020, del 36 per cento con la previsione di poco più di 235.000 tonnellate di olio extravergine d'oliva prodotte a fronte di oltre 366.000 tonnellate della scorsa stagione, nonostante la forte crescita delle produzioni nell'Italia settentrionale;

          le stime sono trascinate al ribasso dal calo produttivo nelle regioni del sud Italia, da cui dipende una parte importante della produzione italiana: primo tra tutti il calo della produzione in Puglia, del 51 per cento dovuto sia alle anomalie climatiche che hanno colpito l'area, come gelate, siccità e maltempo, che agli effetti della Xylella;

          proprio nel Salento infatti, la Xylella ha provocato un calo produttivo del 50 per cento rispetto allo scorso anno;

          sono numeri molto pesanti per la filiera olivicola, che conta oltre 400.000 aziende agricole specializzate, nonché il maggior numero di olii extravergini a marchio di tutela in Europa (43 Igp) e con un patrimonio di 250 milioni di piante e 533 varietà di olive, in termini di biodiversità il più vasto del mondo;

          per quanto attiene ai principali competitor italiani, la Spagna dovrebbe produrre tra 1,4 e 1,5 miliardi di chilogrammi di olio d'oliva, in aumento rispetto agli 1,25 miliardi dello scorso anno;

          il settore olivicolo italiano è già stato duramente colpito dalla crisi epidemiologica ed economico-sociale da COVID-19, con i prezzi pagati ai produttori di olive crollati del 44 per cento, arrivando a valori presenti solo nel 2014;

          da un lato questo fenomeno è dovuto alla presenza sul mercato di sempre più abbondanti e numerose scorte di prodotto spagnolo, dall'altra alla diffusione di sistemi di etichettatura alimentari, come il Nutriscore francese o l'etichettatura a semaforo britannica, i quali penalizzano alimenti quali l'olio extravergine d'oliva per il suo contenuto di grassi –:

          se il Ministro interrogato sia a conoscenza dei fatti esposti e quali iniziative intenda intraprendere per:

              a) garantire la presenza sul mercato dell'olio extravergine d'oliva italiano anche al netto del calo produttivo di cui in premessa;
              b) tutelare la qualità dell'olio extravergine d'oliva dall'infondata discriminazione subita sui mercati internazionali a causa di sistemi di etichettatura alimentare quali quelli vigenti in Francia o Regno Unito.
(4-07067)

SALUTE

Interpellanza:


      La sottoscritta chiede di interpellare il Ministro della salute, per sapere – premesso che:

          i bambini che nel nostro Paese mangiano vegetariano o vegano sono arrivati ad oltre centomila e il numero è in continua crescita come testimonia l'ultimo Rapporto Eurispes 2020: nell'ultimo anno, infatti, si è passati da un 7,3 per cento di popolazione che dichiara di non mangiare carne e proteine animali a un 8,9 per cento. Un aumento tendenziale consistente di circa il 20 per cento;

          nulla v'è da obiettare, se chi sceglie questo stile alimentare è un adulto consapevole e capace di autodeterminarsi comprendendo le conseguenze delle proprie azioni e assumendone la responsabilità;

          il problema sorge, tuttavia, quando a essere coinvolti sono i minori. «Non mi era capitato in 41 anni di carriera. Nell'ultimo anno ho visto tre casi, tre lattanti ricoverati da noi per carenza di vitamina B12. Le madri li nutrivano al seno e mangiavano vegano... Quel che vediamo è la punta dell'iceberg: i casi in cui le carenze sono talmente gravi da richiedere il ricovero». Queste le parole di Alessandro Ventura, direttore della clinica pediatrica all'ospedale Burlo Garofolo di Trieste e docente di pediatria all'università di Trieste;

          in Italia, oggi, quasi una persona su dieci fa a meno della carne. E spesso le scelte dei genitori ricadono sui figli. Il rischio principale è la mancanza di vitamina B12, presente in carne, pesce, uova e latte. La mancanza di vitamina B12 compromette la formazione dei neuroni e i danni più gravi riguardano lo sviluppo del cervello;

          al Meyer di Firenze a luglio 2019 fu ricoverato un bimbo di 11 mesi incapace di stare seduto (un caso simile è accaduto un paio di mesi dopo all'ospedale di Belluno). Padre e madre (vegetariani) sono finiti sotto indagine per maltrattamenti, ma a ciò si arriva su segnalazione dei medici quando ormai i danni si sono verificati;

          le evidenze presenti in letteratura sul tema dell'adozione di una dieta vegana, infatti, da parte dei bambini, convergono tutte su un punto: l'adozione di una dieta vegana, spesso seguita senza controllo medico, espone il piccolo consumatore a una carenza diffusa di nutrienti: calcio, zinco e proteine nobili (quelle in grado di apportare tutti gli amminoacidi essenziali), ma soprattutto vitamina B12, essenziale per la creazione del Dna, che deve essere contenuto nelle nuove cellule, oltre che per un regolare sviluppo del sistema nervoso centrale e delle cellule del sangue;

          deficit che espongono i bambini a problemi di salute importanti: si va dallo sviluppo di un apparato scheletrico a bassa densità, al rischio di disordini neurologici irreversibili. Conclusione comune a molti studi è quella che vede i bambini vegani più magri e più piccoli rispetto ai coetanei onnivori o comunque vegetariani;

          i bambini, almeno nei primi sei anni della loro vita, non dovrebbero mai fare a meno dei derivati di origine animale;

          affrontare la fase di crescita senza la carne, ed eventualmente il pesce, è teoricamente al limite possibile purché sotto stretto controllo medico, ma ci si chiede come sia possibile controllare quello che le famiglie faranno e se si occuperanno delle supplementazioni in modo corretto. Non è dato sapere neanche se porteranno con continuità i propri bambini dai pediatri per controllare il corretto sviluppo –:

          quali iniziative il Ministro interpellato intenda adottare al fine di promuovere e sostenere un'educazione alimentare, anche mediante adeguati strumenti di formazione e informazione, rivolti a genitori, medici e ad operatori sanitari e scolastici;

          quali iniziative intenda assumere, per quanto di competenza, al fine di monitorare lo stato di salute dei bambini che seguono una scelta vegetariana ovvero vegana.
(2-00955) «Elvira Savino».

Interrogazioni a risposta scritta:


      MISITI, D'IPPOLITO, NESCI e BARBUTO. — Al Ministro della salute. — Per sapere – premesso che:

          la legge di bilancio 2017 (legge n. 232 del 2016), all'articolo 1, commi 392-394, ha rideterminato, in diminuzione, il livello del finanziamento del fabbisogno sanitario nazionale standard cui concorre lo Stato, portandolo a 113.000 milioni di euro per il 2017 e a 114.000 milioni di euro per il 2018 e fissando a 115.000 milioni di euro il livello del finanziamento per il 2019;

          come chiarito dal comma 394 dell'articolo 1 della legge di bilancio 2017, le autonomie speciali avrebbero dovuto assicurare gli effetti finanziari risultanti dalla rideterminazione del livello di finanziamento mediante la sottoscrizione di singoli accordi con lo Stato, da stipularsi entro il 31 gennaio 2017, ma, come sottolineato da un comunicato del Ministero della salute, le regioni a statuto speciale «avendo scelto di non chiudere tali accordi e di ricorrere alla Corte costituzionale avverso le disposizioni della legge di stabilità, hanno di fatto determinato un supplemento di manovra a carico delle regioni ordinarie»;

          conseguentemente, il decreto del Ministero dell'economia e delle finanze 5 giugno 2017 ha ridotto di 423 milioni di euro il livello del finanziamento del fabbisogno sanitario nazionale standard per il 2017 e di 604 milioni di euro per il 2018, rideterminando ulteriormente il finanziamento per il biennio 2017 e 2018 rispettivamente in 112,57 e 113,396 milioni di euro;

          la legge di bilancio 2018 (legge n. 205 del 2017), all'articolo 1, comma 435, ha disposto un incremento del livello di finanziamento del fabbisogno sanitario nazionale standard destinato a incrementare i fondi contrattuali per il trattamento economico accessorio della dirigenza medica, sanitaria e veterinaria. Gli importi dell'incremento sono pari a 30 milioni nel 2019, 35 milioni nel 2020, 40 milioni nel 2021, 43 milioni nel 2022, 55 milioni nel 2023, 68 milioni nel 2024, 80 milioni nel 2025 e 86 milioni di euro a decorrere dal 2026;

          con decreto-legge 30 aprile 2019, n. 35, sono state introdotte misure emergenziali per il servizio sanitario della regione Calabria al fine di fronteggiare le difficoltà amministrative e finanziarie delle aziende sanitarie nonché per ottemperare alle carenze di personale sociosanitario nelle strutture e in particolar modo nei pronto soccorso;

          l'articolo 1 del decreto-legge del 19 maggio 2020, n. 34, ha introdotto misure per rafforzare l'offerta sanitaria e sociosanitaria territoriale, inducendo le regioni ad adottare piani di potenziamento e riorganizzazione della rete assistenziale, attraverso il monitoraggio congiunto del Ministero della salute e del Ministero dell'economia e delle finanze;

          secondo quanto riportato da uno studio di Anaao Assomed relativamente alla regione Calabria, risulterebbe un ammanco di 1.410 medici. Le carenze principali riguarderanno la medicina d'urgenza con 245 medici, l'anestesia e rianimazione con 63 medici, la ginecologia con 51 medici, la chirurgia generale con 90 medici, la pediatria con 150 medici e la psichiatria con 90 medici –:

          se sia a conoscenza di quanto esposto;

          quali iniziative di competenza il Governo intenda intraprendere, anche per il tramite del commissario ad acta per l'attuazione del piano di rientro dai disavanzi sanitari regionali, per garantire l'attuazione delle misure adottate per far fronte all'assenza dei medici nelle strutture ospedaliere calabresi.
(4-07066)


      GAGLIARDI, BENIGNI, PEDRAZZINI, SILLI e SORTE. — Al Ministro della salute. — Per sapere – premesso che:

          il 5 giugno 2020 l'ospedale Maggiore di Parma entrava a far parte dei centri sanitari che sono stati definiti «bastioni» nella guerra contro il coronavirus dell'Hub sanitario nazionale e regionale;

          con una inaugurazione di grande impatto mediatico, alla presenza del Ministro interrogato e del presidente della regione Emilia-Romagna, Bonaccini, all'interno del nosocomio parmigiano veniva aperta una area idonea ad ospitare 14 posti letto di terapia intensiva, oltre tutti i locali di servizio necessari, comprese ampie aree per vestizioni, svestizioni e sanificazione;

          l'opera veniva direttamente finanziata con parte dei 26 milioni di euro stanziati dalla regione Emilia-Romagna per fronteggiare emergenza da Covid-19;

          nonostante i proclami, l'area di nuova costruzione, a quanto risulta agli interroganti, non sarebbe stata poi utilizzata;

          i pazienti che hanno avuto i sintomi più gravi della malattia (e necessitato di cura in terapia intensiva) sono stati ricoverati nell'ordinario reparto di rianimazione dell'ospedale Maggiore;

          occorre prendere atto dell'aggravarsi della situazione nel nostro Paese ed ipotizzare che, purtroppo, vi possa essere a breve un concreto bisogno, per la comunità parmigiana e non, di potere usufruire del nuovo reparto Covid-19 presso l'ospedale Maggiore. È perciò di primario interesse conoscere il motivo per cui il reparto non sia ancora entrato in funzione e la attuale funzionalità dei 14 posti letto in rianimazione –:

          se il Ministro interrogato sia a conoscenza dei fatti di cui in premessa e quali iniziative intenda adottare, per quanto di competenza, perché venga immediatamente attivato il nuovo reparto Covid-19 dell'Hub nazionale e regionale predisposto presso l'ospedale Maggiore di Parma e vi possano essere da subito utilmente prestate le necessarie cure ai pazienti positivi al virus.
(4-07075)


      GRILLO. — Al Ministro della salute, al Ministro dell'università e della ricerca. — Per sapere – premesso che:

          il Ministero della salute, in accordo con quello dell'università e della ricerca, hanno deciso di aumentare i posti delle scuole di specializzazione in medicina, passando da 8.776 a 14.395;

          si tratta di un provvedimento necessario ma carente di un riordino strutturale verso un sistema di formazione-lavoro, oggi necessario per garantire l'ampliamento delle reti formative e un conseguente corretto bilanciamento formativo di tutti i medici in formazione, a maggior ragione in un periodo di pandemia;

          il Ministero dell'università e della ricerca ha scelto di modificare il regolamento e conseguentemente il bando di ammissione alle scuole di specializzazione, prevedendo sia criteri stringenti per i medici iscritti al corso di formazione specifica in medicina generale, sia il non riconoscimento di alcune tipologie di punti del curriculum. Queste modifiche, di cui la prima a invarianza normativa rispetto a una legge di inizio anni 2000, hanno comportato, un numeroso quantitativo di ricorsi accolti da vari tribunali amministrativi;

          in una nota delle ore 12 del 5 ottobre 2020, il Ministero dell'università e della ricerca ha reso noto che: Con riferimento al Concorso per l'accesso dei medici alle Scuole di specializzazione di area sanitaria per l'A.A. 2019/2020, si comunica che risultano intentati numerosi ricorsi giurisdizionali da parte dei medici appartenenti alle categorie individuate dall'articolo 7, comma 2, lettera c) del bando di concorso, il quale prevede che «in applicazione dell'articolo 19, comma 5, del decreto-legge 16 luglio 2020, n. 76, i punteggi di cui al presente comma 2 non possono essere attribuiti ai candidati che alla data di presentazione della domanda si trovino in una delle seguenti condizioni: - già in possesso di un diploma di scuola di specializzazione universitaria di area sanitaria; - già in possesso di diploma di formazione specifica per medico di medicina generale; - già titolari di un contratto di formazione medica; - dipendente medico chirurgo di strutture del Servizio sanitario nazionale o di strutture private con esso accreditate»;

          «pertanto, dovendo dare esecuzione ai provvedimenti cautelari che sono pervenuti, e continuano a pervenire nelle ultime ore presso il Ministero – sentita anche l'Avvocatura dello Stato – si dispone un rinvio della data di pubblicazione della graduatoria prevista in data odierna lunedì 5 ottobre, in considerazione della necessità di procedere alla corretta formazione della graduatoria nel rispetto del dictum cautelare dell'autorità giudiziaria»;

          è la prima volta che i punteggi definitivi non vengono trasmessi nella data stabilita e che, nei fatti, l'intero sistema viene paralizzato come conseguenza di modifiche di bando e regolamento, comportando, a cascata, forti ripercussioni anche sulla formazione specifica in medicina generale –:

          quali iniziative i Ministri interrogati intendano porre in essere per superare questa situazione di stallo che potrebbe avere conseguenze negative anche sul nostro sistema sanitario nazionale;

          quale sia e se sia stata pianificata una visione di riordino del sistema di formazione specialistica verso un sistema ove i medici siano in grado di proseguire le attività formative e lavorative contestualmente, data la situazione di carenza.
(4-07082)

SVILUPPO ECONOMICO

Interrogazioni a risposta immediata in Commissione:

IX Commissione:


      BERGAMINI, SOZZANI, ZANELLA, PENTANGELO, ROSSO e MULÈ. — Al Ministro dello sviluppo economico. — Per sapere – premesso che:

          come riportato da notizie di stampa, nelle così dette «aree bianche» del Paese, quelle zone, cioè, che essendo considerate a fallimento, hanno richiesto un intervento pubblico da parte dello Stato per finanziare l'infrastrutturazione della banda ultra larga, le tariffe che gli operatori al momento attivi stanno applicando agli utenti per la connessione internet sono più costose di quelle applicate nelle altre zone del Paese;

          la tariffa al momento proposta da Wind Tre è di 29,98 euro al mese per un periodo promozionale, con uno scatto a 32,98 euro al mese a regime, a fronte di un'offerta proposta nel resto del Paese di 28,98 euro al mese;

          Tiscali, invece, altro operatore al momento attivo nelle aree bianche, propone per la stessa tecnologia una tariffa di 32,95 euro al mese, comprensiva di attivazione, contro i 29,95 euro mensili proposti nelle altre zone;

          gli operatori citati giustificano la tariffa proposta agli utenti nelle aree bianche alla luce di una serie di motivazioni, tra i quali un costo di attivazione che questi debbono pagare ad Open Fiber, il soggetto che ha realizzato la rete, per poter cablare il palazzo dei clienti;

          ad oggi, la rete di Open Fiber nelle aree bianche raggiunge 3,5 milioni di unità immobiliari, di queste, però, solo cinquecentoquaranta mila possono attivare connessioni con operatori private, perché le restanti sono in attesa di collaudo definitivo. Una volta espletato tale collaudo, però, il problema di poter accedere alla connessione internet ad un prezzo più alto, rispetto al resto d'Italia, si porrà per moltissimi utenti;

          tali utenti rischiano di subire una doppia discriminazione, e dopo aver dovuto aspettare un tempo molto più lungo di altri per poter accedere a connessioni veloci e ultra veloci, saranno costretti anche a dover pagare un prezzo più caro –:

          quali iniziative intenda assumere il Governo, per quanto di competenza, in ordine alle criticità riportate in premessa e se intenda prevedere un intervento pubblico al fine di garantire ai residenti nelle aree bianche la possibilità di accesso a connessioni veloci e ultra veloci alle stesse condizioni che si verificano nelle altre aree del Paese.
(5-04746)


      CAPITANIO, DONINA, FURGIUELE, GIACOMETTI, MACCANTI, MORELLI, RIXI, TOMBOLATO e ZORDAN. — Al Ministro dello sviluppo economico. — Per sapere – premesso che:

          con delibera Cipe n. 33, pubblicata in Gazzetta Ufficiale il 2 settembre 2020, il Governo ha tagliato per il 2020 1,1 miliardi di euro di fondi, sul totale degli 1,6 miliardi di euro previsti;

          si tratta di risorse del Fondo sviluppo e coesione 2014-2020 riprogrammate per essere utilizzate per interventi economici di emergenza causati dall'epidemia;

          il Cipe, nella stessa delibera, ha varato un'operazione analoga per 1 miliardo di euro relativo ai «Patti per il Sud», rimodulando dunque i profili finanziari annuali del Piano banda ultralarga;

          allo stato per il Piano Banda ultra larga, nel 2020, restano solo 500 milioni di euro rispetto ai 1,6 miliardi previsti. Gli 1,1 miliardi di euro stornati verranno così «restituiti »; 500 milioni di euro nel 2022, 400 milioni nel 2023 e 200 milioni nel 2024;

          è del tutto evidente che, a seguito della predetta rimodulazione, il bando per la copertura infrastrutturale con la fibra ottica delle cosiddette «aree grigie» del Paese, di cui si parla ormai dal 2017, non verrà bandito nemmeno nel 2020;

          in questa situazione paradossale, mentre si appresta a chiedere alla Commissione europea circa 6 miliardi di euro nell'ambito del Recovery Plan, il Governo decide di far slittare di altri due anni l'impiego di 1,1 miliardi di euro già stanziati per il Piano banda ultralarga;

          lo slittamento più che dettato dall'esigenza di coprire spese per l'emergenza economica in corso, sembra adattarsi alla necessità di prendere tempo per aspettare la costituzione della rete unica Tim-Open Fiber con il futuro veicolo societario AccessCo, evitando così il rischio di lanciare i bandi di gara nella seconda parte del 2020 o anche nella prima parte del 2021, senza che esista ancora il soggetto logicamente deputato a impiegare le risorse;

          l'eventuale integrazione di Tim con Open Fiber avrebbe dovuto dare maggiore impulso alla realizzazione della rete unica e non rallentarne ulteriormente il già accidentato percorso, con l'effetto paradossale che, per supportare con i fondi europei la costituzione della rete unica, si ritarda la copertura del Paese che invece il Governo sostiene di volere accelerare a tutti i costi –:

          se i| Ministro interrogato intenda chiarire le circostanze di cui in premessa, indicando la tempistica per lo svolgimento della gara di appalto per le cosiddette «aree grigie» e se la trattativa per l'aggregazione tra Tim e Open Fiber abbia influito sulla decisione di riprogrammazione dei fondi per la banda ultra larga.
(5-04747)


      BRUNO BOSSIO. — Al Ministro dello sviluppo economico. — Per sapere – premesso che:

          come riportato dal Corriere della sera, Open fiber annuncia un piano straordinario per portare la rete in 171 comuni montani;

          per dare operatività al Piano Banda ultra larga (Bul) del 3 marzo 2015, Infratel – soggetto attuatore su incarico del Ministero dello sviluppo economico – ha indetto una procedura ad evidenza pubblica attraverso due bandi di gara a giugno e a novembre 2017 e un terzo bando ad aprile 2019;

          l'operatore «wholesale-only» Open Fiber S.p.a. si è aggiudicato i tre bandi, offrendo un forte incremento di copertura «UI over 100» di tipo Ftth (fibra a casa), da 2.748.398 UI della base di gara a 7.931.398 UI (+189 per cento), ma sconta un fortissimo ritardo in condizioni di grave incertezza sullo stato di realizzazione dell'opera;

          gli open data disponibili nel sito bandaultralarga.italia.it del 24 settembre 2020 riportano 268 comuni con progetto in fibra terminato; il report di avanzamento del progetto Bul del 31 luglio 2020 conta invece 315 comuni con collaudo positivo. Il Ministro interrogato, in audizione al Senato, il 28 gennaio 2020, aveva indicato 424 comuni completati al 31 dicembre 2019;

          preoccupa l'incertezza sui numeri dei comuni effettivamente terminati e l'assenza di informazioni sulle abitazioni raggiunte che dovrebbero essere indicate per ciascun comune e per ciascuna tecnologia (fibra o Fwa) con cadenza regolare, quanto meno trimestrale;

          al contempo, il numero di comuni in fibra risulta diminuito rispetto alle previsioni di gara da 7.439 a 6.232 e i motivi non sono stati chiariti in modo analitico caso per caso;

          risulterebbe, inoltre, un declassamento di comuni da fibra a Fwa, rispetto all'offerta iniziale;

          si ribadisce, come già è stato fatto in passato, l'indifferibile necessità e urgenza di disporre dell'integrale documentazione delle tre gare, dell'offerta Open Fiber, della convenzione di concessione firmata, nonché, comune per comune, dell'elenco delle UI «over-100» e «over-30» che Open Fiber ad oggi prevede di fornire –:

          se il Ministro interrogato, alla luce dei fatti sopra esposti, intenda chiarire cosa significa portare la copertura Fwa in 171 comuni in aree cosiddette «bianchissime», quando ci si attenderebbe il rispetto di un piano operativo, sinora disatteso, e se intenda adoperarsi affinché sul sito di Infratel sia pubblicato il crono programma, per ciascuno dei 171 comuni, come da recenti dichiarazioni di Open Fiber, indicando con precisione le date di ogni fase programmatica e aggiornando periodicamente le suddette informazioni, dando evidenza delle eventuali deviazioni e delle relative motivazioni.
(5-04748)


      SERRITELLA, SCAGLIUSI, BARBUTO, LUCIANO CANTONE, CARINELLI, DE GIROLAMO, DE LORENZIS, FICARA, GRIPPA, MARINO, RAFFA, PAOLO NICOLÒ ROMANO, SPESSOTTO e TERMINI. — Al Ministro dello sviluppo economico. — Per sapere – premesso che:

          Infratel Italia – Infrastrutture e telecomunicazioni per l'Italia s.p.a. è stata costituita su iniziativa del Ministero dello sviluppo economico e di Invitalia;

          fondata il 23 dicembre 2003, opera nel settore delle telecomunicazioni per il Ministero dello sviluppo economico del quale è una società in house;

          la Strategia italiana per la banda ultra larga, approvata dal Consiglio dei ministri il 3 marzo 2015, in coerenza con l'Agenda europea 2020, definisce i principi posti a base delle iniziative pubbliche a sostegno dello sviluppo della banda ultra larga per gli anni 2014-2020, affidando al Ministero dello sviluppo economico l'attuazione delle misure previste e prevedendo, altresì, un Comitato interistituzionale con le funzioni di definire le linee di indirizzo per coordinare e monitorare l'attuazione della strategia italiana per la banda ultra larga;

          Infratel è soggetto attuatore dei piani banda larga e ultra larga, previsti dalla «Strategia italiana per la banda ultra larga», approvata il 3 marzo 2015;

          la suddetta Strategia ha l'obiettivo di contribuire a ridurre il gap infrastrutturale e di mercato esistente, attraverso la creazione di condizioni più favorevoli allo sviluppo integrato delle infrastrutture di telecomunicazione fisse e mobili, e rappresenta il quadro nazionale di riferimento per le iniziative pubbliche a sostegno dello sviluppo delle reti a banda larga in Italia, al fine di soddisfare gli obiettivi fissati dall'Agenda digitale europea entro il 2020;

          nel contesto della crisi sanitaria determinata dall'emergenza epidemiologica da COVID-19, i collegamenti internet a banda ultra larga costituiscono il presupposto per l'esercizio di diritti essenziali, costituzionalmente garantiti, quali il diritto allo studio e al lavoro;

          nel suddetto contesto di emergenza sanitaria, al fine di garantire l'accesso ad internet in banda ultra larga, alle famiglie meno abbienti, è emersa l'esigenza di assicurare loro l'accessibilità, oltre che ai servizi di connettività ad almeno 30 Mbit/s, anche ai dispositivi necessari per fruire di tali servizi, quali tablet o personal computer

          il 7 agosto 2020 è stato pubblicato in Gazzetta ufficiale il decreto del Ministero dello sviluppo economico, nel quale sono disciplinate le modalità di attuazione del «Piano voucher per famiglie meno abbienti» –:

          quale sia ad oggi lo stato di attuazione del Piano voucher per famiglie meno abbienti e quali iniziative, per quanto di competenza, il Ministro interrogato intenda porre in essere al fine di vigilare sulle relative attività di realizzazione del suddetto provvedimento.
(5-04749)

Interrogazione a risposta in Commissione:


      MARCO DI MAIO. — Al Ministro dello sviluppo economico, al Ministro degli affari esteri e della cooperazione internazionale. — Per sapere – premesso che:

          sono molteplici le criticità del sistema associativo delle camere di commercio italiane all'estero (di seguito Ccie) ed esse dimostrano ancor più tutta la loro problematicità in una fase emergenziale come quella che stiamo vivendo ormai da diversi mesi, sia dal punto di vista sociale che economico;

          la rete delle Ccie, nonostante la pandemia da Covid-19 e le risorse (umane e finanziarie) limitate, ha continuato a fungere da asset strategico per l'Italia, dimostrandosi cruciale per il processo di espansione sui mercati internazionali di migliaia di piccole e medie imprese italiane;

          il ruolo delle Ccie non è venuto meno, nonostante le risorse finanziarie limitate e l'assenza di personale (dovuto anche ai licenziamenti o alla cassa integrazione derivati dalla pandemia), dando prova di sapersi reinventare, adattare ai nuovi scenari e ampliare il raggio d'azione a settori non tradizionali, come il mondo delle start-up, dell'innovazione tecnologica e delle soluzioni per la sostenibilità ambientale;

          al contempo Assocamerestero ha continuato ad avvalersi, oltre ai già 12 dipendenti, di nuovi collaboratori e di una rete consulenziale per la gestione e l'implementazione delle attività generando, così, ulteriori costi che si vanno a sommare alle spese annue pari a circa 1,2 milioni di euro –:

          quali iniziative si intendano assumere per assicurare che i 5 milioni di euro stanziati nel «decreto-legge Rilancio», come modificato dalla legge di conversione n. 77 del 2020, vengano distribuiti capillarmente e direttamente sull'intera rete delle Ccie, valutando anche l'opportunità di inserire le Ccie nella sezione internazionalizzazione di Unioncamere allo scopo di realizzare importanti sinergie con il mondo camerale e imprenditoriale italiano.
(5-04744)

Apposizione di firme ad una mozione e modifica dell'ordine dei firmatari.

      La mozione Invidia e altri n. 1-00377, pubblicata nell'allegato B ai resoconti della seduta del 10 settembre 2020, deve intendersi sottoscritta anche dai deputati: Bruno Bossio, Madia, Gariglio. Contestualmente, l'ordine delle firme si intende così modificato «Invidia, Bruno Bossio, Curro, Manzo, Carabetta, Zanichelli, Raduzzi, Giuliodori, Sodano, Barzotti, Ehm, Suriano, Madia, Gariglio».

Apposizione di firme ad interrogazioni.

      L'interrogazione a risposta scritta Ferro n. 4-06829, pubblicata nell'allegato B ai resoconti della seduta del 22 settembre 2020, deve intendersi sottoscritta anche dal deputato Ciaburro.

      L'interrogazione a risposta scritta Delmastro Delle Vedove n. 4-06958, pubblicata nell'allegato B ai resoconti della seduta del 30 settembre 2020, deve intendersi sottoscritta anche dal deputato Donzelli.

      L'interrogazione a risposta scritta Paolo Russo e altri n. 4-07037, pubblicata nell'allegato B ai resoconti della seduta del 7 ottobre 2020, deve intendersi sottoscritta anche dal deputato Carfagna.

Pubblicazione di un testo ulteriormente riformulato.

      Si pubblica il testo riformulato della mozione Prestigiacomo n. 1-00355, già pubblicata nell'allegato B ai resoconti della seduta n. 353 del 9 giugno 2020.

      La Camera,

          premesso che:

              l'emergenza sanitaria COVID-19 è ormai una vera e propria emergenza industriale e produttiva che sta mettendo in ginocchio l'economia mondiale;

              anche nel nostro Paese, la gravissima crisi economica e produttiva iniziata in conseguenza della diffusione del contagio del virus COVID-19, si sta già traducendo in una caduta della produzione e quindi del prodotto interno lordo, che il Def 2020 da poco varato dal Governo stima in oltre il 15 per cento nel primo semestre 2020 con un successivo rimbalzo nella seconda metà dell'anno. Gli ultimi dati Istat indicano una contrazione del prodotto interno lordo nel 2020 dell'8,3 per cento e solo una parziale ripresa del 4,6 per cento nel 2021;

              è indispensabile quindi mettere in campo una strategia complessiva di sostegno dell'economia italiana dopo la drammatica pandemia in atto e i cui effetti sulla produzione e sull'economia accompagneranno purtroppo per un tempo non breve;

              gli effetti sulla caduta del Pil in conseguenza del coronavirus sono quindi drammatici e stanno interessando anche un settore, quello delle costruzioni, che rappresenta oltre il 22 per cento del prodotto interno lordo nazionale, ed è un settore trainante per molti altri comparti dell'economia e quindi di crescita per tutto il sistema;

              come ricorda anche l'Ance, quello che manca al nostro Paese, ma di cui c'è grande bisogno in questa fase, sono misure shock, in grado di rimettere rapidamente in moto il Paese e il settore delle costruzioni. Misure che, invece, altri Paesi europei hanno adottato con tempestività, già all'inizio della crisi, dando certezze e prospettive alle loro economie;

              è necessario mettere in campo al più presto un piano di investimenti e un piano per le opere pubbliche e le infrastrutture. Secondo alcune stime, sarebbero 50 mila i posti di lavoro che potrebbero essere creati se solo le principali opere ferme fossero sbloccate, con un impatto enorme sulle famiglie dei lavoratori e sui loro territori;

              è indispensabile che si faccia un'analisi complessiva con tutti i soggetti interessati, per ragionare sul disegno strategico della dotazione infrastrutturale di questo Paese;

              dopo mesi di dichiarazioni nelle quali il Governo aveva promesso misure shock per ridurre finalmente la burocrazia e rilanciare le infrastrutture e le opere pubbliche, è stato approvato il decreto-legge n. 76 del 2020 in materia di semplificazioni che contiene misure troppo timide, molte delle quali non a regime, e del tutto insufficienti a sbloccare i cantieri e far ripartire il nostro sistema produttivo;

              in questi mesi si è assistito a una serie di dichiarazioni del Presidente del Consiglio dei ministri, di alcuni ministri e da componenti della maggioranza di governo, che hanno espressamente aperto alla possibilità di riprendere in considerazione la realizzazione del ponte sullo stretto. Inaspettatamente, lo stesso Presidente Conte ha fatto riferimento alla possibilità di verificare la realizzazione di un sistema sottomarino di collegamento, tunnel interrato o ponte di Archimede (tunnel a mezz'acqua). In realtà queste ipotesi alternative al ponte erano state già esaminate negli anni 1998-2000, e successivamente archiviate perché tecnicamente non praticabili;

              così come nelle stesse 102 proposte per il rilancio dell'Italia e consegnate in questi giorni al Governo dalla task force guidata da Vittorio Colao, si propone, anche per rilanciare il turismo, il completamento dell'«alta velocità sulla dorsale tirrenica, in modo che arrivi fino in Sicilia». Una affermazione che altro non è che una chiara indicazione a riprendere in mano il «dossier» Ponte;

              si ricorda che, fortemente voluto dal presidente Berlusconi, con la legge obiettivo n. 443 del 2001, il ponte sullo stretto di Messina in quanto considerato progetto essenziale per il Mezzogiorno e per l'Italia, viene ricompreso tra le infrastrutture strategiche da inserire tra gli interventi prioritari;

              all'epoca, la difesa di quest'opera opera fu fatta, dal commissario Van Miert che precisò in Parlamento europeo che era stato realizzato un viadotto in mare per 21 chilometri per collegare la Danimarca con la Svezia, due Paesi con 4-5 milioni di abitanti ed era quindi inconcepibile non collegare con un ponte lungo 3 chilometri un'isola di circa 6 milioni di abitanti con il restante Paese di circa 55 milioni di abitanti;

              nell'aprile 2004 viene pubblicato in Gazzetta Ufficiale il bando internazionale per la selezione del General Contractor cui sarà affidata dallo Stato la progettazione definitiva e la successiva costruzione del Ponte. L'Eurolink di Impregilo (poi gruppo Salini) si aggiudicherà la gara, con impegno di realizzare l'opera in settanta mesi;

              il quinto rapporto del luglio 2010, sullo stato di attuazione della «legge obiettivo», riguardo al Ponte sullo stretto di Messina, ricordava la previsione di completare la progettazione definitiva nel corso del 2010 e l'avvio del cantiere principale all'inizio del 2011;

              le vicende politiche degli anni successivi, hanno portato ad abbandonare il progetto di questa grande infrastruttura viaria che continua a rappresentare una occasione unica per contribuire al riequilibrio del Mezzogiorno e per il Paese tutto. Una grande ed unica occasione che produrrebbe un «cambiamento sostanziale» in termini di riequilibrio del Mezzogiorno;

              un primo «stop» all'opera era arrivato già dal Governo Prodi (2006-2008). Ma con il ritorno al Governo del centrodestra guidato da Silvio Berlusconi, nel maggio 2008 l'allora Ministro delle infrastrutture e dei trasporti Altero Matteoli inviava alla Società Stretto di Messina una lettera in cui invitava a porre in essere, nei tempi più brevi, tutte le condizioni per la ripresa delle attività inerenti alla costruzione del Ponte sullo Stretto di Messina;

              nel 2012 però, il Governo presieduto dal professor Mario Monti, decide di non riaprire le procedure per realizzare il ponte sullo Stretto e, con la legge di stabilità per il 2013 (legge 228 del 2012), stanzia 300 milioni di euro per il pagamento delle penali per non realizzare l'opera;

              nel 2013 decadono i rapporti di concessione con la Stretto di Messina Spa e la società viene messa in liquidazione. Con decreto del Presidente del Consiglio dei ministri del 15 aprile 2013, è venuta la messa in liquidazione della società Ponte sullo Stretto di Messina spa;

              il Ponte sullo Stretto di Messina, è stato quindi classificato tra gli interventi con procedimento interrotto a seguito di quanto comunicato nell'XI Allegato Infrastrutture al Def 2013, ossia che «con delibera CIPE 6/2012 è stata disposta la riduzione totale del contributo assegnato alla Società Stretto di Messina e l'intervento non è stato inserito fra gli interventi indifferibili (...). In seguito, l'articolo 34-decies, comma 1, del decreto-legge 179 del 2012, ha disposto la caducazione degli atti contrattuali a far data dal 1° marzo 2013 non avendo le parti stipulato apposito atto aggiuntivo entro tale data»;

              il troppo timido tentativo nel 2016 con il Governo Renzi, di riaprire la discussione sulla realizzazione di questa storica infrastruttura, non ha portato a nulla;

              peraltro è bene sottolineare che allo stato attuale, la conferma della definitiva rinuncia alla realizzazione di questa opera, costerebbe alle casse dello Stato in termini di penali da pagare al gruppo Salini, di più della sua effettiva realizzazione;

              peraltro, ogni progetto di alta velocità per il Mezzogiorno passa anche attraverso un collegamento veloce, ormai indispensabile, tra la Sicilia e l'Europa. Sotto questo aspetto, il Ponte sullo Stretto rappresenterebbe un'opera che consente di avere anche al Sud Italia l'alta velocità e alta capacità ferroviaria necessarie per la competitività e lo sviluppo delle regioni meridionali, oltre a contribuire alla riduzione del divario in termini di infrastrutture e di servizi tra il nord e il sud del Paese;

              la realtà è che il Ponte sullo Stretto può rappresentare una grandissima occasione di sviluppo per l'Italia e non solo per la Calabria e la Sicilia, permettendo tra l'altro di intercettare il traffico merci che, dal canale di Suez, oggi si dirige verso Gibilterra per puntare sui porti del Nord Europa, quando invece la Sicilia con il porto di Augusta collegato all'Alta velocità potrebbe rappresentare un hub strategico nel Mediterraneo e quindi per uno sviluppo di quei territori, del Mezzogiorno e per il Paese. E la valenza strategica di questa opera è ancora più evidente in una fase nella quale stiamo entrando in recessione e in profonda crisi economica;

              vi sono opere urgenti ed essenziali per la infrastrutturazione organica del Paese, già in parte avviate ma da troppo tempo bloccate per fatti procedurali o pronte per essere avviate e ferme da anni per le quali in poche settimane sarebbe possibile consegnare formalmente le attività propedeutiche e realizzative delle stesse. Opere che sono coerenti con quello che l'Unione europea chiede all'Italia per poter accedere alle risorse messe a disposizione per superare l'emergenza che si sta vivendo; infatti sono tutte opere ubicate sul programma delle reti Trans European Network (TEN-T). Tra queste si ricordano: Terzo Valico dei Giovi sulla tratta ferroviaria ad alta velocità Genova-Milano; raddoppio dell'autostrada A10 nel tratto di attraversamento di Genova (Gronda di Genova); tratta ferroviaria ad alta velocità Brescia-Verona; tratta ferroviaria ad alta velocità Verona-Vicenza-Padova e altre. All'elenco suddetto va certamente aggiunto il Ponte sullo Stretto;

              si ricorda che nel 2003, il Gruppo di Alto Livello per la rete di trasporto transeuropea (TEN-T) includeva il ponte sullo Stretto tra i 18 progetti prioritari a livello europeo da rendere operativi entro il 2020, e al dicembre dello stesso anno, il Consiglio dei ministri dei trasporti europei approvava la proposta della Commissione UE del 1° ottobre 2020 di revisione delle Reti TEN, che prevedeva anche la realizzazione del Ponte sullo Stretto. Nel 2011, la Commissione europea adottava la proposta di regolamento sugli orientamenti dell'Unione per lo sviluppo della rete transeuropea dei trasporti (TEN-T), ma il Ponte ferroviario/stradale sullo stretto di Messina non figura tra le opere «core» del Corridoio da Helsinki a La Valletta;

              la Conferenza delle regioni e delle province autonome, nell'approvare all'unanimità il documento sul Recovery Fund, ha espressamente indicato, tra le opere strategiche prioritarie, il ponte sullo stretto di Messina. Si tratta di un documento poi formalmente presentato alla Conferenza Stato-regioni e alla commissione bilancio della Camera nell'ambito della «Indagine conoscitiva delle priorità nell'utilizzo del Recovery Fund»;

              nello schema di relazione della commissione Bilancio sull'individuazione delle priorità nell'utilizzo del Recovery Fund, al paragrafo «Mezzogiorno», si legge: «L'obiettivo prioritario resta quello di incrementare gli investimenti pubblici nel Mezzogiorno al fine di colmare, nel giro di alcuni anni, il divario infrastrutturale che rallenta la crescita di quei territori anche garantendo l'infrastruttura stabile e veloce dello Stretto di Messina, dettagliatamente indicata al paragrafo 8.2, ferma restando che la stessa, in ogni caso, non può essere annoverata, per l'importanza che essa riveste, tra i progetti storici menzionati tra i criteri di valutazione negativa, di cui alle linee guida del Governo»,

impegna il Governo:

1) ad avviare quanto prima le opportune iniziative volte a riconsiderare il progetto, già cantierabile, per la realizzazione dei Ponte sullo stretto di Messina, quale progetto chiave per il rilancio economico del Paese, anche valutando a tal fine le penali conseguenti alla mancata realizzazione dell'opera infrastrutturale, e che consentirebbe di estendere l'alta velocità ferroviaria anche in Sicilia, fino a Messina, Palermo e Siracusa;

2) a ricomprendere la realizzazione del Ponte sullo Stretto di Messina tra i progetti finanziabili con quota delle risorse del Recovery Fund, in quanto opera già cantierabile e strategica per il rilancio economico del Mezzogiorno e del Paese, nonché decisiva per collegare nostro meridione all'Europa;

3) a inserire la ripresa del progetto Ponte sullo Stretto all'interno di un più ampio efficace programma di rilancio degli investimenti e dei lavori pubblici coerente con la drammatica fase di crisi economica e produttiva in atto conseguente alla pandemia in corso a livello mondiale e in grado di rimettere rapidamente in moto e sostenere l'economia e il settore delle costruzioni;

4) ad avviare fin da subito, per le suddette finalità, un confronto costante con le associazioni e i soggetti imprenditoriali coinvolti, al fine di individuare le misure e linee di intervento più efficaci e rapide per garantire la ripartenza e l'apertura dei cantieri.
(1-00355) (Testo ulteriormente riformulato) «Prestigiacomo, Gelmini, Occhiuto, Bartolozzi, Siracusano, Cannizzaro, Mulè, Maria Tripodi, Torromino, D'Ettore, Baldelli, Cortelazzo, Casino, Labriola, Mazzetti, Ruffino, Calabria, Sozzani, Zanella, Germanà».

Ritiro di documenti del sindacato ispettivo.

      I seguenti documenti sono stati ritirati dai presentatori:

          interrogazione a risposta in Commissione Bergamini n. 5-04662 del 28 settembre 2020;

          interpellanza Magi n. 2-00951 del 2 ottobre 2020.

ERRATA CORRIGE

      L'interrogazione a risposta scritta Fiorini e altri n. 4-07064 pubblicata nell'Allegato B ai resoconti della Seduta n. 405 dell'8 ottobre 2020. Alla pagina 15175, seconda colonna, dalla riga ventottesima alla riga ventinovesima, deve leggersi: «di protesta, organizzato dai sindacati Sappe, Osapp, Uilpa, Sinappe, Fns Cisl, Cnpp, Cgil e Uspp, per» e non come stampato.

INTERROGAZIONI PER LE QUALI È PERVENUTA RISPOSTA SCRITTA ALLA PRESIDENZA


      ALAIMO, NAPPI, DEL SESTO, FARO, D'ORSO, PIGNATONE, NESCI e MARTINCIGLIO. — Al Ministro per la pubblica amministrazione, al Ministro dell'interno, al Ministro dell'economia e delle finanze. — Per sapere – premesso che:

          gli enti locali sono chiamati fin dal 2007 al contenimento della spesa per il personale, alla programmazione triennale del fabbisogno di personale per ciascun ente, nonché al rispetto pluriennale dell'equilibrio di bilancio;

          per gli enti strutturalmente deficitari, in stato di predissesto o in dissesto – ai sensi degli articoli 243 e seguenti del decreto legislativo 18 agosto 2000, n. 267 recante Testo unico degli enti locali – le assunzioni di personale sono sottoposte al controllo della Commissione per la stabilità finanziaria degli enti locali, presso il Ministero dell'interno;

          con recenti provvedimenti, il legislatore ha disposto l'ampliamento degli spazi assunzionali degli enti locali, fermi restando la programmazione e l'equilibrio di bilancio, ma tale misura è di fatto inapplicabile agli enti sopraindicati, in quanto, a legislazione vigente, oltre all'imposizione della rideterminazione della pianta organica che prescinde dal piano del fabbisogno, è inibita l'assunzione, a qualsiasi titolo, di personale, ivi inclusa l'assunzione conseguente ai processi di stabilizzazione del personale precario o la semplice proroga dei relativi contratti, nei casi di mancata approvazione degli strumenti finanziari (bilancio di previsione, conto consuntivo e bilancio consolidato), per l'esercizio in corso;

          nel complesso, tali divieti determinano anche l'interruzione dei contratti in corso, che può riverberarsi nella paralisi di interi uffici e servizi (la polizia municipale, i servizi tecnici o la ragioneria, i servizi dedicati all'assistenza socio-sanitaria della collettività), i quali sono ormai retti quasi unicamente da personale precario;

          nel caso specifico, si intende segnalare la distorsione che si verifica allorquando gli enti si trovino in assoluta carenza di organico di figure professionali, cosiddetti «infungibili», indispensabili per l'attuazione degli obiettivi perseguiti, per assolvere ai servizi pubblici essenziali verso i cittadini secondo adeguati livelli quantitativi e qualitativi, la cui mancanza rischia di alimentare un circuito vizioso in ordine all'inadeguatezza dell'ente –:

          se il Governo, al fine di garantire il regolare funzionamento degli enti strutturalmente deficitari, in stato di predissesto o in dissesto ed assicurare l'effettiva attuazione dei relativi percorsi di risanamento, intenda adottare iniziative per prevedere misure derogatorie che consentano a detti enti di procedere all'assunzione di figure professionali infungibili ove esse risultino propedeutiche al percorso di risanamento o al mantenimento dei servizi pubblici essenziali, nei casi in cui si configuri, per le stesse, assoluta carenza di organico delle medesime o di personale precario per il quale procedere con le vigenti misure di stabilizzazione.
(4-03806)

      Risposta. — Rispondo all'interrogazione in esame, con la quale si chiede di conoscere se si intendano adottare misure derogatorie per consentire agli enti strutturalmente deficitari, in stato di predissesto o in dissesto, di procedere all'assunzione di figure professionali infungibili, se propedeutiche al percorso di risanamento o al mantenimento dei servizi pubblici essenziali, nei casi in cui si configuri, assoluta carenza di organico delle medesime o di personale precario per il quale procedere con le vigenti misure di stabilizzazione.
      Rappresento, innanzitutto, che, come evidenziato dal Ministero dell'interno e dallo stesso interrogante, l'articolo 243 del decreto legislativo 18 agosto 2000, n. 267, recante Testo unico degli enti locali, stabilisce che gli enti locali strutturalmente deficitari – anche quelli in stato di riequilibrio e dissesto – sono soggetti al controllo sulle dotazioni organiche e sulle assunzioni di personale da parte della commissione per la finanza e gli organici degli enti locali (Cosfel), istituita presso lo stesso Ministero.
      In particolare la normativa vigente, come sopra richiamata, non esclude né limita il controllo della citata Cosfel sulle assunzioni degli enti suddetti, neppure per le richiamate figure «infungibili».
      Per quanto di mia competenza, evidenzio che, con il decreto-legge 30 dicembre 2019, n. 162, recante «Disposizioni urgenti in materia di proroga di termini legislativi, di organizzazione delle pubbliche amministrazioni, nonché di innovazione tecnologica» sono state introdotte alcune disposizioni volte a favorire l'efficienza delle pubbliche amministrazioni nei comuni con popolazione fino a 5.000 abitanti e nei comuni strutturalmente deficitari o con ipotesi di bilancio stabilmente riequilibrato approvato o con piano di riequilibrio pluriennale deliberato dal consiglio.
      In particolare, l'articolo 18 del citato decreto ha modificato l'articolo 2 del decreto legislativo 25 gennaio 2010, n. 6, introducendo il comma 4-
bis, che ha esteso il supporto del Formez in favore dei piccoli comuni e di quelli in difficoltà per il sostegno alle attività fondamentali, anche al fine di contribuire a ridurre la disparità tra grandi e piccoli comuni.
      Più dettagliatamente, la norma prevede che, a decorrere dall'anno 2020 e fino al 31 dicembre 2022, in via sperimentale, Formez PA fornisca assistenza, in sede o distanza, anche mediante l'utilizzo di specifiche professionalità a favore dei comuni con popolazione fino a 5.000 abitanti, che ne facciano richiesta, per il sostegno delle attività istituzionali fondamentali, nonché per le attività di assistenza tecnico-operativa a supporto delle diverse fasi della progettazione europea, al fine di favorire un approccio strategico nell'accesso ai fondi dell'Unione europea, e a favore dei comuni in dissesto finanziario o che abbiano deliberato la procedura di riequilibrio pluriennale per il sostegno alla gestione finanziaria e contabile.
      Inoltre, il comma 2-
bis dell'articolo 18 autorizza, ferme restando le disposizioni contenute nell'articolo 33, comma 2, del decreto-legge n. 34 del 2019 (cosiddetto «decreto crescita») e dal titolo VIII della parte seconda del Testo unico degli enti locali i comuni con ipotesi di bilancio stabilmente riequilibrato o con piano di riequilibrio pluriennale approvato ad assumere personale di livello apicale, da destinare agli uffici preposti alla gestione finanziaria e contabile.
La Ministra per la pubblica amministrazione: Fabiana Dadone.


      BENEDETTI, VIZZINI e ZENNARO. — Al Ministro delle politiche agricole alimentari e forestali. — Per sapere – premesso che:

          il Ministero delle politiche agricole alimentari e forestali in data 13 settembre 2019 ha indetto 22 procedure selettive interne suddivise per ruolo, area e profili professionali per l'attribuzione della fascia retributiva immediatamente superiore del personale dipendente a complessive n. 902 unità di cui n. 461 unità del ruolo ispettorato centrale della tutela della qualità e della repressione frodi dei prodotti agroalimentari e n. 441 unità del ruolo agricoltura;

          in data 5 novembre 2019, l'Amministrazione ha costituito, ai sensi dell'articolo 5 degli avvisi di selezione, sette commissioni esaminatrici e di valutazione con il compito di predisporre le diverse graduatorie distinte per profilo e fascia retributiva;

          successivamente, tra il 24 dicembre 2019 ed il 27 dicembre 2019, sul sito istituzionale del dicastero, sono state pubblicate le graduatorie di merito con l'indicazione dei vincitori;

          l'Amministrazione, nei giorni seguenti, ha concesso la possibilità a tutti i partecipanti alle selezioni di consultare direttamente on-line le schede personali di valutazione prodotte dalle commissioni esaminatrici, anche al fine di poter, nel caso, chiedere delucidazioni, rettifiche e chiarimenti sulle singole valutazioni –:

          alla luce di quanto esposto in premessa, al netto delle eventuali rettifiche delle graduatorie e dei controlli previsti dalle vigenti disposizioni di legge, entro quale termine si chiuderanno le procedure selettive in argomento con il definitivo conferimento delle connesse fasce retributive ai lavoratori risultati vincitori e con quale tempistica si intenda procedere con i nuovi bandi per l'annualità 2020.
(4-05740)

      Risposta. — Con riferimento all'atto di sindacato ispettivo in esame, mi preme evidenziare che nel mese di settembre 2019, all'esito della stipula di apposito accordo di contrattazione integrativa, dopo circa un decennio di blocco contrattuale riconducibile sia a vincoli normativi che all'assenza di adeguate disponibilità finanziarie, sono state effettuate le procedure relative alle progressioni economiche 2019.
      Nello specifico, sono stati emanati complessivamente n. 22 avvisi di selezione così suddivisi:

          ruolo dell'Agricoltura: n. 9 avvisi corrispondenti ai relativi profili professionali per complessive n. 29 fasce economiche retributive;

          ruolo dell'ispettorato centrale dalla tutela della qualità e della repressione frodi dei prodotti agroalimentari (Icqrf): n. 13 avvisi corrispondenti ai relativi profili professionali per complessive n. 39 fasce retributive.

      Ai sensi dell'articolo 5 dei relativi avvisi di selezione, sono state istituite n. 7 commissioni esaminatrici, di cui quattro per il ruolo Agricoltura e tre per il ruolo Icqrf.
      Complessivamente sono pervenute n. 1260 domande — di cui n. 598 per il ruolo Agricoltura e n. 662 per il ruolo Icqrf — e in data 24 e 27 dicembre 2019 sono stati emanati i decreti relativi alle graduatorie (n. 27 ruolo agricoltura e n. 37 ruolo Icqrf), vistati dall'organo di controllo e pubblicati sul sito istituzionale.
      Nonostante i tempi ristretti, attraverso il notevole impegno profuso dall'Amministrazione nell'espletamento della procedura, si è pervenuti, a poco più di tre mesi dagli avvisi di selezione, alla pubblicazione delle relative graduatorie.
      A fronte delle richieste di accesso agli atti e/o di revisione delle graduatorie da parte dei partecipanti, l'Amministrazione ha avviato tempestivamente un'attività di verifica e riscontro che, in molti casi, ha sollevato una serie di criticità dovute alle diverse regolamentazioni di settore, alle diverse tipologie di titoli e a situazioni di carriera di per sé molto articolate.
      Occorre poi tener presente che, nel corso degli ultimi anni, il Ministero è stato coinvolto in una serie di processi di riorganizzazione che hanno portato all'assorbimento di personale proveniente da altre pubbliche amministrazioni, determinando un delicato lavoro di approfondimento e ricostruzione.
      Considerato quanto sopra, fermo restando che l'articolo 37 del decreto-legge, n. 23 dell'8 aprile 2020 (pubblicato nella
Gazzetta Ufficiale dell'8 aprile 2020, n. 94, edizione straordinaria) ha disposto l'ulteriore sospensione dei termini al 15 maggio 2020 dei procedimenti amministrativi pendenti alla data del 23 febbraio 2020 (o iniziati successivamente a tale data), informo che l'Amministrazione entro il mese di giugno ha completato la trasmissione alle commissioni interessate della documentazione relativa alle istanze di revisione, per le quali si è reso necessario valutare le eventuali rettifiche da apportare e, sulla base dei riscontri ad oggi pervenuti, sono in corso di predisposizione i decreti di rettifica delle graduatorie nonché i provvedimenti relativi ai passaggi nelle fasce retributive.
      Si rende noto, altresì, che è in corso la negoziazione con le organizzazioni sindacali dell'ipotesi di accordo integrativo decentrato, relativo alle progressioni economiche orizzontali del 2020.

Il Sottosegretario di Stato per le politiche agricole alimentari e forestali: Giuseppe L'Abbate.


      BENIGNI. — Al Ministro della giustizia. — Per sapere – premesso che:

          al fine di essere rappresentata in giudizio, sia per agire che per difendersi, la persona non abbiente può richiedere la nomina di un avvocato e la sua assistenza a spese dello Stato;

          l'ammissione al patrocinio a spese dello Stato è valida per ogni grado del processo e, in ambito penale, altresì nella fase delle indagini;

          per essere ammessi al patrocinio a spese dello Stato è necessario che il richiedente sia titolare di un reddito annuo imponibile, ultima dichiarazione, non superiore a euro 11.493,82 (decreto ministeriale 16 gennaio 2018). Se l'interessato convive con il coniuge o con altri familiari, il reddito è costituito dalla loro somma, salvo che gli interessi del richiedente siano in conflitto con quelli degli altri componenti il nucleo familiare con lui conviventi;

          possono richiedere l'ammissione al patrocinio a spese dello Stato: a) cittadini italiani; b) stranieri, regolarmente soggiornanti sul territorio nazionale al momento del sorgere del rapporto o del fatto oggetto del processo da instaurare; c) apolidi; d) enti o associazioni che non perseguono fini di lucro e non esercitino attività economica;

          in alcuni casi, l'ammissione al patrocinio a spese dello Stato è semplificata quando: a) la persona offesa dai reati ex articoli 572, 583-bis, 609-bis, 609-quater, 609-octies e 612-bis, nonché, ove commessi in danno di minori, dai reati ex articoli 600, 600-bis, 600-ter, 600-quinquies, 601, 602, 609-quinquies e 609-undecies del codice penale, può essere ammessa al patrocinio anche in deroga ai limiti di reddito previsti dalla legge; b) il minore straniero non accompagnato coinvolto a qualsiasi titolo in un procedimento giurisdizionale ha diritto di essere informato dell'opportunità di nominare un legale di fiducia, anche attraverso il tutore nominato o l'esercente la responsabilità genitoriale ai sensi dell'articolo 3, comma 1, legge 4 maggio 1983, n. 184, e di avvalersi del gratuito patrocinio; c) i figli minori o i figli maggiorenni economicamente non autosufficienti rimasti orfani di un genitore a seguito di omicidio commesso in danno dello stesso genitore dal coniuge, anche legalmente separato o divorziato, dall'altra parte dell'unione civile, anche se l'unione civile è cessata, o dalla persona che è o è stata legata da relazione affettiva e stabile convivenza possono essere ammessi al patrocinio gratuito, anche in deroga ai limiti di reddito previsti, applicando l'ammissibilità in deroga al relativo procedimento penale e a tutti i procedimenti civili derivanti dal reato;

          la domanda di ammissione in ambito civile si presenta presso il Consiglio dell'Ordine degli avvocati competente, che valuta la fondatezza delle pretese da fa valere e se ricorrono le condizioni per l'ammissibilità. Poi trasmette copia del provvedimento all'interessato, al giudice competente e all'ufficio delle entrate, per la verifica dei redditi dichiarati. Se il consiglio dell'Ordine respinge l'istanza, questa può essere proposta al magistrato competente per il giudizio che decide con decreto;

          dopo il provvedimento di ammissione l'interessato può nominare un difensore, scegliendolo dall'elenco degli avvocati abilitati alle difese per il patrocinio gratuito appositamente approntati dal consiglio dell'Ordine;

          ultimamente, a quanto consta all'interrogante, si registrano gravi ritardi, anche di anni, soprattutto con riferimento ai professionisti iscritti all'Albo degli avvocati di Bergamo, per la liquidazione dei compensi dovuti agli avvocati difensori di cittadini che beneficiano dell'istituto del patrocinio a spese dello Stato –:

          quali iniziative di competenza il Ministro interrogato intenda adottare per risolvere il problema dei notevoli ritardi nel pagamento dei compensi dovuti agli avvocati che prestano la propria attività a favore di assistiti che beneficiano del patrocinio a spese dello Stato e se vi siano ragioni particolari per i ritardi concernenti gli iscritti all'albo degli avvocati di Bergamo.
(4-04446)

      Risposta. — Il Ministero è a conoscenza di quanto lamentato dall'interrogante, in quanto sulla tematica sono pervenute diverse segnalazioni, con le quali è stato anche sollecitato un intervento presso gli uffici giudiziari per accelerare i tempi di pagamento delle fatture relative alle prestazioni professionali rese dagli avvocati in favore delle parti ammesse al patrocinio a spese dello Stato.
      In ogni caso appare opportuno precisare che la spesa di giustizia è per sua natura piuttosto variabile e non prevedibile, in quanto condizionata dalle molteplici e diversificate esigenze processuali, nonché dai tempi con cui gli uffici giudiziari procedono alle attività di liquidazione, che avviene con decreto del magistrato ai sensi del decreto del Presidente della Repubblica n. 115 del 2002: si veda in particolare – per quanto qui interessa – l'articolo 83, comma 1, a norma del quale il provvedimento di liquidazione dei compensi spettanti all'avvocato che abbia rappresentato in giudizio una parte ammessa al patrocinio a spese dello Stato «è emesso dall'autorità giudiziaria con decreto di pagamento». La stessa, inoltre, ha natura obbligatoria, derivando direttamente dall'esercizio dell'attività giurisdizionale da parte dell'autorità giudiziaria (sul quale questa amministrazione non può in alcun modo interferire) ed essendo erogata in base a parametri fissati dalla legge.
      La concreta liquidazione delle spese disciplinate nel testo unico sulle spese di giustizia, invece, «è sempre effettuata con ordine di pagamento del funzionario addetto all'ufficio», ad eccezione dei casi in cui tale potere è attribuito al magistrato (articolo 165), ossia nei casi previsti dagli articoli 168-169 del medesimo testo unico.
      Al Ministero è attribuita la gestione del capitolo di bilancio 1360 «spese di giustizia», sul quale vengono ogni anno stanziati i fondi necessari al pagamento sia degli avvocati che svolgono la difesa dei soggetti ammessi al patrocinio a spese dello Stato, sia della generalità delle spese processuali (quali, ad esempio, quelle per notifiche di atti giudiziari, consulenti, periti, traduttori, custodi, giudici popolari, testimoni, trasferte per il compimento di atti processuali).
      In considerazione di quanto previsto dall'articolo 186 del decreto del Presidente della Repubblica 30 maggio 2002, n. 115, le spese di giustizia vengono pagate tramite i funzionari delegati, ai quali si provvede ad accreditare periodicamente le somme disponibili in bilancio.
      Al riguardo si segnala che, con circolare n. 7 del 14 novembre 2002, il dipartimento per gli affari di giustizia aveva avuto modo di ricordare; che «il parametro prescelto ai fini della nomina ... è quello distrettuale», essendosi ritenuto «che il funzionario delegato possa utilizzare le risorse a seconda del fabbisogno di ciascun ufficio, evitandosi così eventuali rimanenze ovvero incapienze che possano verificarsi a causa della variabilità, anche cospicua, delle spese di giustizia e della conseguente impossibilità di una esatta previsione delle spese per ciascun ufficio»; che pertanto «i funzionari delegati sono stati individuati: ... 4. nei dirigenti delle cancellerie delle Corti di appello». In particolare, con provvedimento del capo del dipartimento per gli affari di giustizia del 26 settembre 2002, sono stati nominati i funzionari delegati alle spese di giustizia in sede distrettuale, ossia presso le Corti di appello e presso le procure generali della Repubblica presso le Corti di appello. Con successivo decreto dirigenziale del 17 novembre 2006, sono stati nominati autonomi funzionari delegati presso alcuni degli uffici giudiziari di maggiori dimensioni, in modo da velocizzare i pagamenti e riequilibrare, nello stesso tempo, il carico di lavoro degli uffici distrettuali i quali, prima che venisse ridefinita la struttura operativa degli uffici dei funzionari delegati, erano stati chiamati a pagare le spese di giustizia per tutti gli uffici del distretto di competenza.
      Orbene, in tale contesto organizzativo, il Ministero, compatibilmente con le risorse assegnate dalla legge di bilancio per ciascun esercizio finanziario e sulla base dei fondi disponibili sul capitolo 1360, provvede con cadenza quadrimestrale ad emettere ordini di accreditamento in favore dei funzionari delegati alle spese di giustizia, sulla base delle richieste previsionali pervenute; sono poi i funzionari delegati a procedere al pagamento delle fatture emesse dagli aventi diritto. Poiché inoltre, a legislazione vigente, le somme accreditate devono essere utilizzate entro la fine dell'anno finanziario di riferimento, prima di effettuare gli accrediti del successivo quadrimestre si procede alla verifica sull'applicativo Sicoge della percentuale delle somme già accreditate che gli uffici abbiamo effettivamente utilizzato, provvedendo ad accreditare nuove somme solo se quelle già messe a disposizione degli uffici siano state in buona parte utilizzate.
      Le modalità operative di accreditamento delle risorse ai funzionari delegati alle spese di giustizia sono state dettagliatamente disciplinate con circolare con la quale si raccomandava in particolare che, «ai fini della programmazione dell'emissione delle aperture di credito, gli uffici di Corte di appello e di Procura generale avranno cura di comunicare il fabbisogno dei fondi in relazione alle esigenze degli uffici del distretto. Nei distretti in cui sono stati nominati i funzionari delegati circondariali gli uffici distrettuali provvederanno altresì a comunicare anche l'ammontare del fabbisogno formulato dagli uffici di Tribunale e di Procura, in modo da coordinare le emissioni delle aperture di credito tenendo conto delle esigenze degli uffici dell'intero distretto. È opportuno sottolineare che con il nuovo sistema di pagamento è ormai prevista una stretta correlazione tra le somme stanziate in bilancio e i pagamenti da eseguirsi; pertanto è opportuno che le richieste fondi vengano formulate in modo attento e ponderato in relazione alle effettive esigenze che si manifesteranno nel corso dell'anno al fine di evitare che presso taluni distretti possano essere assegnate risorse eccedenti rispetto all'effettivo fabbisogno».
      Quanto agli stanziamenti di bilancio, pare opportuno segnalare che, negli ultimi anni, la complessiva spesa gravante sul capitolo 1360 «spese di giustizia» è sempre stata ampiamente superiore rispetto agli stanziamenti stessi di bilancio.
      Orbene, premesso che, al fine di evitare la formazione di debiti e per assicurare il tempestivo e costante approvvigionamento degli uffici giudiziari delle risorse economiche necessarie per provvedere ai pagamenti di competenza, occorrerebbe innanzi tutto adeguare la dotazione di bilancio del capitolo 1360 alle effettive esigenze di spesa degli uffici giudiziari, preme qui evidenziare che il Ministero ha sempre monitorato il procedimento di liquidazione in esame, prestando particolare attenzione ai tempi e alle modalità operative seguite dagli uffici giudiziari, nonché fornendo agli uffici i necessari chiarimenti in ordine al l'interpretazione e successiva applicazione delle norme del citato testo unico sulle spese di giustizia in tema di patrocinio a spese dello Stato sempre mediante lo strumento delle circolari.
      Alla luce di quanto precede, si può dunque affermare che, nel vigente contesto normativo e regolamentare, nonché in un contesto caratterizzato da risorse finanziarie insufficienti a far fronte alla sempre crescente richiesta di fondi per il pagamento dei difensori di parti ammesse al patrocinio a spese dello Stato (con una spesa che è passata nel breve volgere di soli quattro anni dai 215 milioni di euro circa dell'anno 2015 ai 365 milioni circa dell'anno 2018), il Ministero abbia fornito ogni indicazione operativa e organizzativa utile a velocizzare lo svolgimento dell'attività di liquidazione in esame.
      In tale contesto, i segnalati ritardi nei pagamenti, che non riguardano solo il distretto indicato dall'interrogante, derivano, in primo luogo, dall'elevatissimo numero di fatture da contabilizzare e liquidare, dovuto alla estrema parcellizzazione intrinseca della spesa di giustizia, composta da innumerevoli decreti di liquidazione emessi dall'Autorità giudiziaria per importi anche molto ridotti in favore di svariati soggetti (periti e consulenti tecnici d'ufficio, avvocati, società di intercettazione, testimoni, giudici popolari, custodi eccetera).
      A ciò si aggiunga che, mentre le attività di verifica sull'esistenza dei crediti fatturati viene effettuata dagli uffici giudiziari intestatari delle fatture (presso i quali sono del tutto insufficienti le dotazioni organiche di personale con qualifica di contabile), le attività di liquidazione sono di competenza – come detto – dei funzionari delegati alle spese di giustizia, cui dunque le fatture e la connessa documentazione di riferimento devono essere trasmesse, con conseguente allungamento dei tempi di pagamento.
      Ulteriore causa di allungamento dei tempi di pagamento è da individuarsi nella recente introduzione della contabilità analitica nel sistema informatico Sicoge, che ha allungato i tempi necessari alla contabilizzazione delle fatture. Si è già avuto modo di segnalare nelle sedi opportune che alle suddette criticità si potrebbe in parte ovviare sia con la creazione, nell'ambito del Sicoge, di un canale dedicato esclusivamente alla contabilizzazione delle spese di giustizia (in considerazione della già evidenziata mole di fatture da gestire e dei tempi di contabilizzazione piuttosto lunghi), sia, soprattutto, con la più volte auspicata interconnessione tra i sistemi informatici Siamm e Sicoge.
      Influisce inoltre negativamente sui tempi di pagamento la circostanza che spesso parte dei fondi stanziati dal Ministero dell'economia e delle finanze per il pagamento delle spese di giustizia perviene all'amministrazione in prossimità della chiusura dell'esercizio finanziario, il che impedisce di accreditarli ai funzionari delegati in tempo utile perché vengano da questi utilizzati entro la fine dell'anno e costringe ad impegnarli per l'anno successivo, con conseguente inevitabile allungamento dei tempi di accreditamento e pagamento.
      Per tali ragioni, dal punto di vista normativo si è cercato di intervenire con il disegno di legge n. 1889, presentato il 5 giugno 2019 e recante «Modifiche al testo unico delle disposizioni legislative e regolamentari in materia di spese di giustizia, di cui al decreto del Presidente della Repubblica 30 maggio 2002, n. 115, in materia di ammissione al patrocinio a spese dello Stato, di liquidazione dei compensi degli avvocati e di accelerazione del loro pagamento». Si è inteso introdurre una più rapida procedura di pagamento delle competenze dovute all'avvocato che ha espletato la propria attività professionale in favore della parte non abbiente.
      A tal fine, tra gli elementi di novità che la proposta intende introdurre, si segnala, in particolare, la possibilità di trasmettere l'istanza di ammissione al patrocinio a spese dello Stato, tramite posta elettronica certificata (PEC) o piattaforma elettronica, l'adozione di una tabella nazionale di liquidazione standardizzata dei compensi degli avvocati e la liquidazione del compenso e delle spese, tra gli altri, del difensore al termine di ciascuna fase del procedimento o del grado del processo e, comunque, all'atto di cessazione dell'incarico da parte dell'autorità giudiziaria che ha proceduto, anche in assenza di specifica richiesta del professionista: qualora il provvedimento di ammissione al beneficio del patrocinio a spese dello Stato sia intervenuto successivamente al passaggio in giudicato del provvedimento adottato, è previsto che il difensore della parte beneficiaria possa depositare, entro sessanta giorni dalla data di comunicazione del provvedimento di ammissione, avanti al giudice titolare del giudizio, un'istanza di liquidazione dei propri compensi ed il giudice debba provvedere entro quarantacinque giorni.
      Sempre in un'ottica acceleratoria, la normativa prevede, altresì, che, in caso di inerzia del magistrato competente alla liquidazione dei compensi, la relativa competenza passi al capo dell'ufficio giudiziario e che il Ministro della giustizia sia tenuto a procedere al pagamento dei compensi, tra gli altri, dei difensori che hanno prestato la loro professionale in regime di patrocinio a spese dello Stato, in via prioritaria rispetto agli eventuali creditori, così come individuati nello stato di previsione del competente dicastero e non oltre il termine di sessanta giorni dalla ricezione del decreto di liquidazione del magistrato competente, nonché che, anche ove il giudice intendesse attivare un'istruttoria sulla sussistenza dei presupposti per l'ammissione al gratuito patrocinio per i non abbienti, si debba comunque procedere alla liquidazione dei compensi spettanti al difensore per l'attività espletate in favore dei non abbienti.
      La proposta normativa intende, inoltre, eliminare la disposizione che consente al magistrato di congelare la liquidazione dei compensi del difensore fino all'esito degli accertamenti disposi tramite Guardia di finanza, nonché introdurre la facoltà del difensore di depositare, contestualmente all'istanza di pagamento tutta la documentazione necessaria a consentire al magistrato di verificare la sussistenza dei presupposti per procedere al pagamento.
      Quanto appena evidenziato costituisce prova tangibile della forte sensibilità del Ministero al problema che, da ogni punto di possibile intervento, si sta cercando di risolvere.

Il Ministro della giustizia: Alfonso Bonafede.


      CIRIELLI. — Al Ministro degli affari esteri e della cooperazione internazionale. — Per sapere – premesso che:

          da organi di stampa si è appreso della tragica morte, per contagio da Covid-19, di un nostro connazionale, Lucio Truono, esperto orafo 43enne originario di Giffoni Vallepiana (Sa), da tempo trasferitosi nella capitale britannica dove lavorava per una importante società;

          sembrerebbe che la settimana precedente alla sua morte, a seguito di forte febbre, l'orafo, si sarebbe recato presso un ospedale londinese per essere assistito e ricoverato, tuttavia i sanitari, dopo una breve visita e senza effettuare i dovuti accertamenti, quali il tampone per escludere il contagio da Covid-19, lo avrebbero dimesso nonostante le critiche condizioni di salute;

          alcuni giorni dopo, gli amici, allarmati dall'assenza del connazionale sui social, avrebbero richiesto l'aiuto di una conoscente a Londra che subito avrebbe allertato la polizia londinese la quale, giunta presso l'abitazione del Truono ne ha constatato il decesso;

          sulla salma del ragazzo oltre all'autopsia è stato eseguito anche il tampone che ha confermato la positività al virus;

          a parere dell'interrogante, se la ricostruzione dei fatti venisse acclarata anche dalla Farnesina, si sarebbe dinnanzi a un grave caso di malasanità inglese in danno di un nostro connazionale sul quale il Governo italiano deve necessariamente fare chiarezza;

          tale intervento è un atto indispensabile e dovuto anche per proteggere i tanti italiani che tutt'oggi risiedono in Inghilterra, atteso che quanto accaduto non è un fatto isolato e ricorda la morte di un altro connazionale di soli diciannove anni, Luca Di Nicola, deceduto nella sua abitazione, presumibilmente per l'inefficienza sanitaria inglese in quanto risultato positivo al Covid-19 solo post mortem;

          anche Lucio Truono, nonostante la sintomatologia riconducibile al contagio da Covid-19, confermato dal tampone post mortem, non avrebbe ricevuto alcuna assistenza sanitaria, configurandosi, così, a giudizio dell'interrogante, una ipotesi di negligenza in capo agli operatori sanitari inglesi o ancor peggio, laddove questi ultimi avessero adottato un protocollo imposto dal Governo per casi similari una violazione del diritto alla vita sancito dall'articolo 2 della Convenzione europea dei diritti dell'uomo per non aver predisposto un sistema sanitario nazionale utile a proteggere la vita dei cittadini;

          gli eventi richiamati richiederebbero un'azione del Governo volta a fare chiarezza sui protocolli assistenziali predisposti dal Governo inglese per l'emergenza Covid-19 e sulla loro applicazione da parte degli operatori sanitari, al fine di conoscere se gli stessi vengano attuati indistintamente per i cittadini britannici e per quelli stranieri, garantendo a tutti il diritto alla salute;

          a tal proposito, vale la pena ricordare che il diritto alla salute è parte integrante dei diritti umani fondamentali internazionalmente riconosciuti e l'Organizzazione mondiale della sanità (Oms) nella sua costituzione afferma: «il godimento delle migliori condizioni di salute fisica e mentale è uno dei diritti fondamentali di ogni essere umano, senza distinzioni di razza, religione, opinione politica, condizione economica o sociale»;

          la grave emergenza sanitaria che si sta vivendo ha permesso di accendere i riflettori sulle politiche di azione e di prevenzione di tutti gli Stati coinvolti, mostrando sin da subito l'inadeguatezza causata, da un lato, dall'inesperienza, data la straordinarietà degli eventi, ma dall'altro, evidenziando come per alcuni Stati prevalga l'interesse economico sul diritto inviolabile alla vita e alla salute –:

          se il Ministro interrogato sia a conoscenza dei fatti esposti in premessa e, considerata la gravità degli stessi, quali urgenti iniziative, per quanto di competenza, stia assumendo nei confronti delle autorità inglesi affinché si provveda all'accertamento della verità dei fatti e all'individuazione delle cause e degli eventuali responsabili della morte di Lucio Truono;

          se non intenda convocare l'ambasciatore inglese ai fini di una maggiore e celere cooperazione tra autorità italiane e inglesi e, attesa la gravità dei fatti esposti in premessa, se non si intenda adire la Corte europea dei diritti dell'uomo ai sensi dell'articolo 33 della Cedu per violazione dei diritti fondamentali alla vita e alla salute internazionalmente riconosciuti.
(4-05320)

      Risposta. — Onorevole deputato Cirielli, rispondo alla Sua interrogazione n. 4-05320 relativa al decesso del connazionale Lucio Truono avvenuto il 16 aprile 2020 a Londra.
      Il fratello, Giovanni Truono, si è rivolto alla Farnesina il giorno stesso, allarmato dall'assenza di contatti con Lucio dalla mattina del giorno precedente: questi era infatti risultato positivo al Covid-19, ma l'ospedale cui si era rivolto per una febbre molto alta l'aveva invitato a rientrare a casa, non ritenendo vi fossero le condizioni per un ricovero. Il fratello riferiva inoltre che i familiari, d'intesa con il medico di famiglia italiano, avevano deciso di recapitargli un pacco di medicine dall'Italia, poiché i medici britannici non gli avevano prescritto alcun farmaco.
      La famiglia ha poi appreso del decesso da un'altra cittadina italiana che si trovava a Londra e che era stata incaricata da amici e parenti, preoccupati dall'improvviso silenzio del connazionale, di recarsi al domicilio del signor Truono per accertarsi delle sue condizioni, Di qui la richiesta di intervento da parte di medici e vigili del fuoco, che hanno forzato la porta dell'abitazione e trovato Lucio Truono senza vita sul suo letto.
      Il nostro Consolato generale a Londra è stato informato, la mattina del 17 aprile 2020, del decesso del connazionale nella propria abitazione, presumibilmente a causa di un improvviso malore legato alla malattia.
      Appena avuto conferma della notizia, il Console generale ha contattato il fratello del defunto per fornire le indicazioni necessarie al rimpatrio della salma e assicurare la massima assistenza. In tutta la vicenda i contatti con la famiglia sono stati infatti assidui.
      Il Consolato generale è intervenuto presso le autorità sanitarie britanniche e con l'ufficio del coroner per acquisire elementi sull'accaduto, oltre a fornire ogni assistenza alla famiglia per il disbrigo di tutte le procedure
post mortem.
      Per quanto riguarda gli accertamenti relativi al decesso del connazionale, il Consolato generale ha interpellato il
foreign office e l'ufficio di diretta collaborazione dell'Health Secretary Hancock onde ottenere maggiori informazioni sul caso.
      I test effettuati sul cadavere del connazionale e pervenuti in data 24 aprile 2020 hanno individuato la causa principale del decesso nella polmonite legata al Covid-19 associata.
      L'ufficio del
coroner ha comunicato direttamente alla figlia del signor Truono la data in cui la salma sarebbe stata a disposizione della famiglia per il rimpatrio.
      Più in generale, le modalità di trattazione delle condizioni di salute del connazionale sembrerebbero rispecchiare le procedure sanitarie adottate dalle autorità britanniche e dalle strutture ospedaliere nel Paese per far fronte all'emergenza.
      Il Consolato generale ha inoltre accertato, mediante contatti con gli uffici consolari degli altri Paesi UE nel Regno Unito, che anche i cittadini europei di altre nazionalità affetti da Covid-19 sono stati sottoposti a medesimi protocolli.
      Su tali basi, non risulta che il trattamento riservato al connazionale sia dissimile da quello cui sono sottoposti, tra gli altri, gli stessi cittadini britannici. La nostra rete diplomatico-consolare nel Paese, in stretto raccordo con la Farnesina, proseguirà in ogni caso a fornire tutta l'assistenza possibile ai connazionali e alle loro famiglie, specie in questo difficile frangente.

Il Sottosegretario di Stato per gli affari esteri e la cooperazione internazionale: Ricardo Antonio Merlo.


      DELMASTRO DELLE VEDOVE. — Al Ministro degli affari esteri e della cooperazione internazionale. — Per sapere – premesso che:

          l'interrogante ha ricevuto alcune segnalazioni da parte di alcuni cittadini italiani ancora bloccati in Nicaragua a causa dell'emergenza coronavirus;

          in Nicaragua la situazione sanitaria sta degenerando e i cittadini lamentano che l'unica risposta ricevuta dall'ambasciata sia il tristemente noto e ricorrente suggerimento di voli commerciali costosi e con scali all'estero, con il susseguente rischio di trovarsi bloccati da qualche altra parte nel mondo;

          a quanto risulta all'interrogante, dal Nicaragua sono partiti due voli su Parigi, due su Francoforte, uno su Madrid con una quota di posti limitati per gli italiani. In molti non hanno preso questi voli per due ragioni: la prima è il costo esagerato del biglietto, 1.500 dollari fino a Madrid e poi da lì ulteriori spese per rientrare in Italia. La seconda perché arrivati a Madrid, Francoforte o Parigi, non c'era la possibilità di volare su Roma, Milano, Venezia, o Bologna e si doveva rimanere uno o più giorni in queste capitali, con la paura di infettarsi;

          la cosa che appare più irragionevole, però, è la mancanza di coordinamento a seguito dei già avvenuti rimpatri nella zona. Sono partiti una serie di voli da Bogotà, Costa Rica, Panama e nessuno ha fatto uno scalo in Nicaragua per rimpatriare gli italiani bloccati;

          ancora una volta, non si capisce come mai l'Italia continui a tentennare davanti all'uso dei fondi europei previsti dal Meccanismo europeo di protezione civile che permetterebbero un rimpatrio celere e a costi contenuti per i nostri connazionali ancora in difficoltà –:

          quali siano gli intendimenti del Governo per garantire il rimpatrio in tempi celeri degli italiani bloccati in Nicaragua.
(4-06227)

      Risposta. — Dal Nicaragua, Paese in cui si registrano al 17 luglio 2020 poco più di 3.000 casi di Covid-19 e 99 decessi, sono partiti 6 voli speciali, alcuni organizzati nell'ambito del Meccanismo europeo di protezione civile, altri charter organizzati a livello nazionale da parte dei Paesi con una collettività particolarmente numerosa. In particolare, è partito un primo volo tedesco il 28 marzo, su cui hanno trovato posto 6 connazionali, un secondo volo tedesco è stato effettuato il 2 aprile 2020, con a bordo 7 connazionali, un volo francese è stato organizzato il 3 aprile 2020, assieme ad un altro volo tedesco, per un totale di 6 connazionali. Ad inizio giugno 2020 è partito un volo commerciale organizzato dall'Ambasciata spagnola a Managua, di cui hanno usufruito circa 10 connazionali. Il 16 giugno 2020 è partito anche un volo francese con a bordo 18 connazionali. In totale, sono rientrati circa 50 connazionali.
      Il volo spagnolo di giugno aveva un costo piuttosto elevato (1.500 euro), ma l'Ambasciata a Managua poteva eventualmente erogare un prestito consolare a chi avesse manifestato necessità di supporto. Il volo è peraltro partito con circa 40 posti vuoti. Tutti gli altri voli hanno avuto un costo medio attorno ai 500 euro. Anche tra questi, due voli risultano partiti con posti vuoti.
      Altri 3 voli sono stati programmati per Madrid, In particolare, un volo
charter è partito il 17 luglio 2020 e un altro il 22 luglio 2020. Su questi voli hanno fatto rientro in Italia circa 25 connazionali.
      Indipendentemente dalla pandemia, non esistono collegamenti diretti tra l'Italia e il Nicaragua. Chi intenda visitare il Paese è quindi consapevole di dover affrontare un itinerario di viaggio complesso, che comprende spesso anche più di uno scalo.
      Da Parigi e Francoforte è sempre stato possibile raggiungere l'Italia con i collegamenti quotidiani assicurati da Alitalia e Lufthansa. Il collegamento giornaliero con Madrid è stato sospeso da Alitalia a fine marzo 2020 ma da Madrid era possibile raggiungere altre capitali europee collegate con l'Italia, come hanno fatto tutti i connazionali che hanno usufruito dei voli diretti verso la Spagna. Oggi il collegamento aereo è stato ripristinato.
      Per ogni volo di rientro promosso dalla Farnesina è stata studiata accuratamente la possibilità di abbinare due scali, cosa che è stata fatta ogni volta che ciò si sia reso possibile, In prevalenza, sono stati effettuati doppi scali abbinando Repubblica Dominicana e Cuba, Repubblica Dominicana e Giamaica, Repubblica Dominicana e Messico, Cile e Bolivia, Cile e Perù, Ecuador e Colombia, Colombia e Perù, Costa Rica e Honduras, Costa Rica e Panama.
      È stato preso in considerazione anche il Nicaragua. Organizzare un volo con doppio scalo da un altro Paese dell'America latina sarebbe tuttavia stato pressoché impossibile, in quanto le autorità locali non hanno quasi mai autorizzato voli con scalo multiplo. I colleghi spagnoli hanno dovuto cancellare due voli proprio per questo motivo.
      Con i voli di luglio 2020, si è sostanzialmente esaurita la presenza di connazionali in Nicaragua con urgenza di rientrare. I pochissimi connazionali rimasti ed in contatto con l'Ambasciata a Managua, pur essendo stati informati di tutte le opportunità di rientro, hanno scelto di restare.
      Dal 15 luglio 2020, le autorità nicaraguensi hanno annunciato la riapertura dell'aeroporto di Managua. Al momento non risulta ancora ripristinato il traffico aereo commerciale ma alcune compagnie aeree stanno valutando la possibilità di riprendere alcuni collegamenti nel mese di agosto.
      A dimostrazione dello sforzo complessivo profuso da parte del Governo, sono circa 109.500 gli italiani rientrati da 121 Paesi, con oltre 1150 operazioni promosse dalla Farnesina.

Il Sottosegretario di Stato per gli affari esteri e la cooperazione internazionale: Ricardo Antonio Merlo.


      FASANO. — Al Ministro delle politiche agricole alimentari e forestali. — Per sapere – premesso che:

          il bando di attuazione della misura 13-PSR Campania 2014/2020 prevede indennità a favore degli agricoltori delle zone montane o di altre zone soggette a vincoli naturali o ad altri vincoli specifici, che consistono nell'erogazione di un pagamento annuale per ettaro di superficie agricola localizzata in dette aree allo scopo di compensare le perdite di reddito e i maggiori costi sostenuti rispetto alle aziende in zone non soggette ad alcun tipo di vincolo;

          per la nuova annualità con la campagna 2020, a quanto consta all'interrogante, sono state escluse le procedure per la presentazione delle istanze per le sottomisure 13.2 «pagamento compensativo per le zone soggette a vincoli naturali significativi, diversi dalle zone montane» e 13.3 «pagamento compensativo per le zone soggette a vincoli specifici». Sono, invece, aperte le procedure per la presentazione delle istanze della sola tipologia di misura 13.1 «pagamento compensativo per le zone montane» che subisce una drastica riduzione del 75 per cento degli importi rispetto alle annualità precedenti;

          in tal modo, è stato inflitto un duro colpo agli agricoltori che grazie al loro incessante e prezioso lavoro permettono il mantenimento dell'attività agricola in aree svantaggiate, spesso caratterizzate da una elevata fragilità del territorio in termini idrogeologici, con un'azione di prevenzione fondamentale per evitare la perdita di suolo e per la difesa degli ecosistemi;

          con queste esclusioni e pesanti riduzioni viene meno il sostegno alla stabilità delle comunità rurali e alle promozioni di azioni di sviluppo;

          un settore strategico come quello agricolo-zootecnico della Campania, già a dura prova, viene condannato da una grave scelta che ne sancisce un crollo che sarà devastante da un punto di vista economico, occupazionale e sociale. Molte aziende saranno costrette a chiudere determinando, di conseguenza, un aumento di disoccupazione soprattutto tra i tanti giovani, che con sacrificio persistono ad esercitare queste attività notoriamente poco remunerative, soprattutto nelle zone montane –:

          se il Ministro interrogato sia a conoscenza di quanto riportato in premessa e se, per quanto di competenza, intenda eventualmente adottare iniziative finalizzate a sostenere un settore di vitale importanza come quello agricolo-zootecnico a tutela, in particolar modo, delle aree interne, già fortemente penalizzate e danneggiate dalla grave emergenza sanitaria in atto.
(4-05644)

      Risposta. — Con riferimento all'atto di sindacato ispettivo in esame, premetto che l'esigenza di presidio delle aree interne, montane e svantaggiate è presa in carico dalle politiche per lo sviluppo rurale non solo attraverso la Misura 13 dei Piani di Sviluppo rurale (PSR), ma anche mediante la definizione di priorità di intervento nell'ambito dei programmi regionali ed il concorso all'attuazione delle specifiche azioni previste dalla Strategia nazionale aree interne (SNAI), politica di sviluppo che si realizza grazie all'azione congiunta di risorse nazionali, Legge di stabilità e di tutti i fondi strutturali comunitari.
      Il nostro Ministero contribuisce alla
governance e all'attuazione di queste politiche con la gestione diretta di specifici programmi, con il concorso alla definizione dell'accordo di partenariato per l'attuazione dei fondi strutturali comunitari, con la partecipazione al Comitato tecnico aree interne per la SNAI e attraverso l'azione di coordinamento, indirizzo e supporto alle amministrazioni regionali, svolta per mezzo della rete rurale nazionale.
      Occorre poi tener presente che le indennità a favore degli agricoltori delle zone montane o di altre zone soggette a vincoli naturali o ad altri limiti specifici, benché erogate da diversi decenni, non riescono ormai ad invertire il
trend di decrescita economica, occupazionale e sociale di queste zone.
      Ad ogni modo, ricordo poi che il Psr della regione Campania prevede criteri premiali per le aziende ubicate in zone svantaggiate, attraverso diverse misure, tra cui quelle sul benessere degli animali e l'agricoltura biologica, che mostrano incentivi volti a promuovere
standard più elevati, funzionali ad una valorizzazione economica delle produzioni.
      Detto Psr, inoltre, partecipa alla Snai con una misura dedicata (Misura 16.7) che promuove interventi per la valorizzazione delle filiere agricole e zootecniche e il miglioramento della gestione forestale nelle quattro aree pilota selezionate, cui afferiscono 88 comuni prevalentemente svantaggiati.
      Va sottolineato che le aree pilota selezionate sono, tra le zone interne regionali, quelle a maggior rischio di abbandono e che nel complesso presentano una percentuale di superficie agricola, pari a circa il 90 per cento dello spazio agricolo totale.
      Rilevo, inoltre, che la strategia e il relativo programma di azioni risultano approvati in tre delle quattro aree pilota, in due delle quali (Alta Irpinia e Vallo di Diano) sono già stati attuati gli interventi per le filiere agricole e forestali, con focus rispettivamente su zootecnia e grani antichi.
      In questi territori, alle succitate misure su agricoltura e zootecnia, si unisce l'azione sinergica degli altri fondi strutturali con una maggior attenzione sul turismo e sulla realizzazione di programmi di istruzione e formazione tecnico professionale, rivolti ai settori produttivi locali, inclusa l'enogastronomia.
      Agli interventi per lo sviluppo si affiancano le azioni innovative sui servizi essenziali sostenute dalla legge di stabilità e in particolare:

          1) sulla scuola, con azioni finalizzate a migliorare l'offerta formativa, con un'attenzione alle vocazioni agricole, e l'inserimento dei giovani nel mondo lavorativo;

          2) sulla sanità, con interventi che sono volti a rafforzare la rete territoriale dei servizi sociosanitari e migliorare i tempi di risposta territoriale all'emergenza-urgenza;

          3) sulla mobilità, con l'obiettivo di razionalizzare i trasporti pubblici e migliorare la mobilità interna ed esterna.

      Sottolineo che complessivamente, a fine anno 2019, con la Snai sono state mobilitate nella regione Campania risorse per oltre 59 milioni di euro, di cui 18 milioni destinati alle filiere agricole, zootecniche e forestali.
      Confermo che in Campania, per la campagna 2020, poiché risultano esaurite le risorse disponibili nell'ambito del Psr, sono state avviate le procedure per la presentazione delle istanze della sola tipologia di misura 13.1 «pagamento compensativo per le zone montane», con una riduzione del 75 per cento degli importi rispetto alle annualità precedenti, tuttavia mi preme evidenziare che il supporto alle comunità rurali di queste aree non verrà meno grazie al sussistere di altre modalità di sostegno nell'ambito del proprio piano di sviluppo rurale.

Il Sottosegretario di Stato per le politiche agricole alimentari e forestali: Giuseppe L'Abbate.


      FOTI, BIGNAMI e LUCASELLI. — Al Presidente del Consiglio dei ministri, al Ministro dell'interno, al Ministro dell'economia e delle finanze, al Ministro per la pubblica amministrazione, al Ministro del lavoro e delle politiche sociali. — Per sapere – premesso che:

          alcuni utenti dei social network hanno segnalato e denunciato quella che gli interroganti giudicano l'inqualificabile, oltre che illegittima, pretesa del comune di Parma che – assegnatario con ordinanza n. 658 del 29 marzo 2020 della Protezione civile di risorse economiche da destinare ad acquisto di generi alimentari e di buoni spesa da erogare a cittadini singoli o famiglie che, in ragione dell'emergenza determinata dalla diffusione del virus Covid-19, si trovino in estreme difficoltà nel soddisfacimento dei bisogni primari di alimentazione – pretende dal richiedente i buoni spesa, nella fase di compilazione dell'istanza, una dichiarazione articolata in più punti, di adesione ad impegni di natura politica, estranea all'oggetto della stessa;

          in detto modulo, infatti, viene a giudizio degli interroganti arbitrariamente richiesta, a pena di esclusione nel caso in cui non sia resa, la sottoscrizione della dichiarazione prevista dall'articolo 5, comma 3, del «Regolamento per la concessione di contributi, vantaggi economici e patrocini» (approvato con delibera di consiglio comunale n. 80 del 24 settembre 2013, modificato con delibera di consiglio n. 13 del 26 marzo 2018 e delibera n. 99 del 19 novembre 2018), norma che testualmente recita: «Non possono inoltre beneficiare di contributi, vantaggi economici e patrocini i soggetti che, al momento della presentazione della relativa richiesta non dichiarino: a) di riconoscersi nei principi costituzionali democratici e di ripudiare il fascismo ed il nazismo; b) di non professare e non fare propaganda di ideologie nazifasciste, xenofobe, razziste, sessiste o in contrasto con la Costituzione e la normativa nazionale di attuazione della stessa (XII disposizione transitoria e finale della Costituzione Italiana, articolo 4 legge n. 645/1952, legge n. 205/1993 e loro eventuali successive modifiche); c) di non perseguire finalità antidemocratiche, esaltando, minacciando od usando la violenza quale metodo di lotta politica o propagandando la soppressione delle libertà garantite dalla Costituzione o denigrando la democrazia, le sue istituzioni ed i valori della Resistenza; d) di non compiere manifestazioni esteriori di carattere fascista e/o nazista, anche attraverso l'uso di simbologie o gestualità ad essi chiaramente riferiti; dando atto che la mancata presentazione di tale dichiarazione preclude l'accoglimento della richiesta»;

          l'applicazione dell'articolo 5, comma 3, del citato regolamento da parte dell'amministrazione comunale di Parma è, secondo gli interroganti, illegittima sia in ragione della violazione dei fondamentali diritti garantiti dalla Costituzione sia per essere esclusa dall'articolo 4, comma 1, lettera e) del regolamento stesso che prevede che detta disposizione non si applichi alle «... forme di sostegno alle persone fisiche che si trovano in particolari condizioni di disagio riguardanti l'area della assistenza sociale.»;

          il diritto al cibo è un diritto umano fondamentale, riconosciuto da disposizioni giuridiche internazionali. E come tutti i diritti umani fondamentali non dev'essere sottoposto ad alcuna limitazione o condizione (si vedano, al riguardo, l'articolo 25 della Dichiarazione universale dei diritti umani e l'articolo 11 della Convenzione internazionale dei diritti economici, sociali e culturali come interpretati dal General Comment n. 12 The Right to Adequate Food 12 maggio 1999 – E/C 12/1999/5);

          subordinare l'erogazione del bonus spesa alle dette condizioni è inqualificabile sotto il profilo politico e rappresenta, ad avviso degli interroganti, un tradimento dello Stato di diritto;

          agli interroganti non appare legittimo il vaglio preventivo sulle opinioni delle persone per poter accedere ai servizi pubblici – ex articolo 5, comma 3, del citato regolamento – attesi gli evidenti profili di illegittimità costituzionale dello stesso –:

          se il Governo, considerato che gli interventi in questione sono finanziati con risorse statali, intenda immediatamente adottare le iniziative di competenza per escludere che, dichiarazioni di natura politica possano costituire condizione per beneficiare dei sussidi;

          se il Governo ritenga di dovere tempestivamente promuovere al riguardo, a tutela dei princìpi di trasparenza ed efficacia dell'azione della pubblica amministrazione, una verifica da parte dell'ispettorato per la funzione pubblica e dei servizi ispettivi di finanza pubblica presso il comune di Parma.
(4-05237)

      Risposta. — Con riferimento alle questioni poste dall'interrogante, in relazione all'atto di sindacato ispettivo in oggetto, si rappresenta quanto segue.
      Il comune di Parma, nell'ambito delle misure adottate per affrontare le difficoltà economiche dei cittadini in stato di bisogno, a seguito dell'emergenza epidemiologica da COVID-19, con delibera della giunta comunale n. 81 del 1° aprile 2020, ha approvato gli «Indirizzi per l'attuazione delle misure urgenti di solidarietà alimentare di cui all'ordinanza di protezione civile n. 658 del 29 marzo 2020».
      La delibera indica, quali requisiti per l'accesso ai buoni spesa o alla distribuzione dei generi alimentari, una o più delle seguenti condizioni che devono essere dichiarate dal richiedente all'atto della presentazione della domanda:

          riduzione della prestazione lavorativa o perdita dell'occupazione con effetti significativi sul reddito familiare;

          disponibilità di somme depositate in conto corrente non superiori a 3.000 euro;

          condizione di assistenza, per il richiedente, fornita dai servizi sociali, a causa di condizioni economiche critiche e in assenza di un intervento di sostegno economico per il periodo relativo all'erogazione dei buoni spesa.

      La dichiarazione richiamata dall'interrogante – che subordina l'accesso dei richiedente al beneficio dei buoni pasto, a patto che lo stesso affermi di non aderire, tra l'altro, a ideologie nazifascista o con finalità antidemocratiche – è effettivamente apparsa nel format on line a completamento della domanda, nel riquadro delle autodichiarazioni.
      Più in particolare, al richiedente, oltre alla dichiarazione della veridicità di quanto dichiarato e alla liberatoria sulla
privacy e utilizzo dei dati a fini istituzionali, si chiedeva, appunto, di «riconoscersi nei principi costituzionali, di ripudiare fascismo e nazismo e di non professare e non fare propaganda di ideologie naziste, xenofobe, razziste e sessiste o in contrasto con la Costituzione».
      Secondo quanto riferito dall'amministrazione comunale, tale formula è stata inserita per un mero errore materiale, poiché prevista dall'articolo 5 del Regolamento comunale per la concessione di contributi, vantaggi economici e patrocini.
      Invero, lo stesso Regolamento chiarisce che tale disposizione non si applica agli «Interventi di sostegno alle persone fisiche che si trovano in particolari condizioni di disagio riguardanti l'area dell'assistenza sociale». Il comune ha assicurato che, difatti, in tutti i moduli riguardanti l'accesso agli interventi sociali, tale dichiarazione non è mai stata prevista.
      Ad ogni modo, va rilevato come, a meno di 24 ore dalla pubblicazione, a seguito di segnalazione, il comune ha provveduto alla modifica dei modulo
on line, eliminando la predetta dichiarazione.
      L'amministrazione comunale, sentito anche dall'ispettorato per la funzione pubblica della Presidenza del Consiglio dei ministri, nel riconoscere il predetto errore materiale, ha ricondotto lo stesso all'eccezionale contesto emergenziale sanitario nel quale si è dovuto far fronte, In tempi strettissimi, a tutti i relativi adempimenti.
      Ha precisato, infine, che un
report dei flussi di domande della prima settimana di apertura (dal 3 al 10 aprile), ha fatto registrare un andamento «sostanzialmente costante e dei tutto indifferente alla presenza o meno del refuso».
Il Sottosegretario di Stato per l'interno: Achille Variati.


      GAGNARLI. – Al Ministro per i beni e le attività culturali e per il turismo. – Per sapere – premesso che:

          nell'area a sud-est di Camucia, nel comune di Cortona, da più di trent'anni è nota l'esistenza di un'ampia area archeologica che va dall'epoca etrusca alla tarda romanità, area che negli anni passati è stata oggetto di danneggiamenti collegati a cantieri edili, come sottolineato nella interrogazione n. 4-11330 presentata dalla sottoscritta nella precedente legislatura;

          nel corso degli ultimi decenni, in diverse occasioni, si è scelto di sigillare i ritrovamenti: nel 1988 emersero reperti e strutture che furono parzialmente scavate e poi tombate sotto un grosso stabile. Nei primi anni Novanta fu profondamente sconvolta un'area sacra di epoca etrusca con il trasporto in discarica di ben 5.500 metri cubi di materiali archeologici. Negli anni successivi sono stati effettuati scavi in via Capitini che hanno restituito tracce di santuari etruschi, poi riseppelliti sotto un parcheggio. Nel 2016, un finanziamento del Ministero dei beni e delle attività culturali ha reso possibile degli interessanti scavi stratigrafici che hanno restituito importanti reperti in conseguenza dei quali è stato abbandonato il progetto di realizzazione di un centro direzionale;

          il Soprintendente Andrea Pessina, in un pubblico convegno di qualche anno fa a Cortona dichiarava che, considerati i rinvenimenti di strutture murarie e manufatti riferibili a un vasto e imponente complesso edilizio, Cortona avrebbe potuto a breve arricchirsi di una nuova ampia area archeologica;

          attualmente la Soprintendenza archeologica, belle arti e paesaggio per le province di Siena, Grosseto e Arezzo ha autorizzato la copertura degli scavi sia nell'ex campo sportivo «La Maialina», che nell'area del vivaio limitrofo, chiedendo di lasciare visibili solo un pozzo e una parte delle mura rinvenute;

          il comune sta invece autorizzando la costruzione di un supermercato vicino all'ex campo di calcio, con l'unico accorgimento che «non vengano fatte fondazioni profonde»;

          le poche aree di Camucia ancora libere da costruzioni sono le ultime sopravvissute a una speculazione edilizia selvaggia, iniziata ormai da qualche decennio, e sono, a giudizio dell'interrogante, meritevoli di un importante progetto di insieme –:

          quali siano i propositi del Ministro interrogato in merito alla possibilità di approfondire le indagini, con un'ottica di insieme, sulle aree interessate dalle criticità citate in premessa;

          se l'eventuale intervento ministeriale possa prevedere anche iniziative per mettere a disposizione adeguate risorse finanziarie.
(4-03895)

      Risposta. — Si riscontra l'atto di sindacato ispettivo indicato in esame, con il quale l'interrogante ha chiesto quali siano i propositi del ministro interrogato in merito alla possibilità di approfondire le indagini archeologiche, nell'area della frazione di Camucia del comune di Cortona in un contesto d'insieme dell'intero territorio.
      Sulla base degli elementi forniti dalla competente Soprintendenza archeologia, belle arti e paesaggio per le province di Siena, Grosseto e Arezzo, si rappresenta quanto segue.
      L'odierno abitato di Camucia sorge su un'area ad alto rischio archeologico, nella quale sono stati effettuati, a partire dai primi anni novanta, numerosi interventi di emergenza e recupero a seguito di interventi edilizi anche non autorizzati.
      La Soprintendenza archeologica della Toscana prima, e la Soprintendenza archeologica belle arti e paesaggio per le province di Siena, Grosseto e Arezzo poi, hanno nel tempo provveduto a recuperare e documentare le emergenze archeologiche rinvenute nella fascia limitrofa alla strada regionale n. 71, vincolando le aree in località «I Vivai» (con decreto ministeriale 3 marzo 1993), «Il Giardino» (con decreto ministeriale 23 luglio 997), via Capitini – piazza Europa (con decreto del Segretario regionale n. 244 del 7 settembre 2016) e via Gramsci (con decreto del Segretario regionale n. 204 del 1° dicembre 2016).
      Sono attualmente in corso di definizione le procedure per il vincolo dell'area cosiddetta «La Maialina». A tal fine la soprintendenza è in attesa della conclusione degli interventi di scavo le cui risultanze saranno considerate tra gli elementi istruttori del procedimento.
      Tutta la fascia, comprendente 500 metri ai lati della strada regionale n. 71, già oggetto di protocollo di intesa del 24 gennaio 1992 tra il Comune di Cortona e l'allora Soprintendenza archeologica della Toscana a seguito dei fatti accaduti in località «i Vivai», che portarono alla parziale distruzione di una probabile struttura templare di età ellenistica, è stata recentemente sottoposta a tutela per alto rischio archeologico.
      Su richiesta della Soprintendenza archeologica belle arti e paesaggio per le province di Siena, Grosseto e Arezzo, nel 2017 è stato pertanto inserito nelle norme tecniche attuative (NTA) del piano operativo del comune di Cortona l'articolo 66-
bis, che vieta nell'area qualsiasi intervento edilizio in assenza di nulla osta della soprintendenza, la quale può prescrivere saggi e scavi archeologici in estensione al fine di verificare preventivamente la presenza o meno di strutture e/o stratigrafie antiche.
      La fascia limitrofa alla strada regionale n. 71 è, inoltre, in parte ricadente nell'area dichiarata di interesse archeologico
ex articolo 142, comma 1, lettera m) del decreto legislativo n. 42 del 2004, scheda AR 14 e 15 del PIT-PPR della Regione Toscana, rispettivamente qualificate «zona comprendente le necropoli e le mura della città di Cortona» e «zona comprendente la villa romana di Ossaia».
      Grazie alla modifica normativa introdotta, è oggi possibile imporre anche a privati cittadini le procedure di archeologia preventiva, circostanza che negli ultimi due anni ha consentito di monitorare con accuratezza numerosi interventi edilizi effettuati nella fascia protetta.
      Con riferimento all'area «vicina all'ex campo di calcio», citata nella interrogazione, attualmente occupata da un vivaio di proprietà privata, si rende noto che sono stati effettuati 16 saggi archeologici nel 2016 e ulteriori 19 saggi e trincee nei 2018, fino ad una profondità di 2,5/3 metri dal piano di calpestio e comunque tale da raggiungere gli strati sterili.
      L'area è risultata sgombra da evidenze archeologiche, se si eccettuano due lacerti di muro a secco e una canaletto di epoca imprecisabile scavati integralmente, documentati e ricoperti per motivi di tutela e conservazione.
      Nel 2016 è stata indagata con fondi ministeriali anche l'area limitrofa di proprietà comunale, cosiddetta «La Maialina», nella quale i saggi preventivi hanno rivelato la presenza di alcune strutture archeologiche nella parte nord dell'area, mentre la zona sud limitrofa ai vivai sopra citati, è risultata sgombra, da ogni evidenza archeologica.
      A seguito della progettazione di un parco urbano nell'area, le indagini sono riprese con fondi dell'amministrazione comunale e sono state condotte sotto la direzione scientifica della Soprintendenza dell'inverno 2018-2019 (tra il 5 e il 22 novembre 2018 c tra il 12 febbraio e il 15 marzo 2019).
      Lo scavo in estensione ha permesso di mettere parzialmente in luce una serie di strutture di innegabile interesse scientifico, la cui posizione, dimensioni e caratteristiche – nonché la natura dei materiali mobili rinvenuti – suggeriscono trattarsi di un complesso edilizio probabilmente relativo a un'area a connotazione sacra, analoga alle altre rinvenute nelle vicinanze.
      Il complesso è costituito da un ampio recinto con due ingressi e un pozzo, caratterizzato dalla presenza di una serie di fosse, nelle quali erano stati seppelliti materiali di varia natura divisi per tipologia (tegole, ceramica, scarti di fornace, mattoni concotti), probabilmente riferibili al momento della dismissione in antico dell'area.
      I preminenti interessi di tutela e le caratteristiche delle strutture, come il loro precario stato di conservazione, l'assenza di monumentalità, la tipologia dei materiali usati quali tegole di riutilizzo e pietra scistosa friabile, l'assenza di un quadro completo dell'edificio che fuoriesce dai limiti di scavo finendo presumibilmente sotto alla carreggiata stradale di via Gramsci e via Sandrelli, la falda acquifera alta che provoca allagamenti dell'area ad ogni pioggia e di conseguenza un ambiente malsano soprattutto d'estate, hanno suggerito una parziale ricopertura delle evidenze per motivi di conservazione.
      Le strutture, infatti, attualmente protette solo da geo-tessuto, hanno enormemente risentito delle condizioni climatiche e in pochi mesi si sono fortemente deteriorate.
      Alla luce di quanto sopra, la Soprintendenza, ha progettato, assieme all'ufficio tecnico del comune di Cortona (e in progettazione condivisa con le parole comunali), una variante al parco urbano che prevede la valorizzazione di parte del recinto e del pozzo, che verranno lasciati in vista, e la restituzione delle restanti strutture sulla nuova pavimentazione per mezzo di materiali diversi.
      Il complesso verrà illustrato per mezzo di pannelli didattici, con riferimenti anche ai rinvenimenti effettuati nelle vicinanze e ai reperti mobili che verranno esposti (in parte lo sono già) al Museo dell'accademia etrusca e della città di Cortona.
      Questo consentirà al tempo stesso di conseguire i preminenti interessi di tutela e di lasciare un segno tangibile della natura e delle caratteristiche di Camucia etrusca, anche attraverso il collegamento con le aree incluse nel parco archeologico di Cortona, nell'ambito del quale la «Maialina» potrà fungere da collegamento tra i tre grandi tumuli del Sodo e di Camucia e la villa romana di Ossaia.
      Infine, nell'ambito del programma finanziato con le risorse derivanti dall'articolo 1, commi 9 e 10 della legge 190 del 2014 (annualità 2019/2020), sono stati stanziati dal Ministero per i beni e le attività culturali e per il turismo 100.000 euro per interventi di scavo e tutela a Camucia, destinati in fase progettuale al completamento delle indagini, alla tutela e alla valorizzazione dell'area cosiddetta «Maialina» e dei reperti mobili ivi rinvenuti.
      L'intervento è stato diviso in due fasi: la prima, da terminare anteriormente all'impianto del cantiere per il parco urbano, che prevede il completamento dello scavo in due punti rimasti parzialmente da indagare; la seconda, che include lo scavo e il restauro del pozzo, il restauro del tratto di struttura muraria da lasciare a vista, lo scavo in estensione del restante tolto per un totale di almeno 450 metri quadrati, la pulitura, il restauro, la sistemazione da schedatura secondo la normativa adottata dall'istituto centrale per il catalogo e la documentazione (Iccd) dei materiali mobili, la progettazione della valorizzazione, la redazione e la realizzazione di pannelli didattici-esplicativi e le analisi diagnostiche su reperti ceramici e ossei.
      Il cantiere è stato attivo fino al 23 marzo 2020 quando è stato interrotto a causa delle disposizioni governative finalizzate al contenimento della diffusione del Covid 19. I lavori sono poi ripresi dal 4 al 18 maggio 2020. La prima fase di indagini, particolarmente difficoltosa per il risalire della falda acquifera, si è conclusa con l'asportazione dei livelli di stratigrafia residua e la messa in luce di alcune strutture.
      Al momento i lavori sono sospesi e riprenderanno una volta ultimato l'intervento da parte del comune di Cortona cui l'area è stata riconsegnata per la realizzazione dell'area verde, con inizio dei lavori indicativamente previsto per il mese di luglio. Tali lavori (ricopertura, scavo di un pozzo artesiano e sistemazione dell'area) saranno seguiti da archeologi professionisti e dalla locale Soprintendenza.
      Tutte le aree indagate saranno oggetto di uno studio complessivo in una edizione integrale dei rinvenimenti effettuati dalla fine degli anni ottanta ad oggi, la cui pubblicazione sarà presumibilmente inserita nell'«Annuario dell'Accademia Etrusca di Cortona», avente la finalità di esaminare e comprendere la storia di Camucia nelle sue fasi diacroniche con particolare attenzione al periodo ellenistico, durante il quale la città sembra essere stata sede di un importante complesso sannariale in uso fino alla tarda romanità.

La Sottosegretaria di Stato per i beni e le attività culturali e per il turismo: Anna Laura Orrico.


      GASTALDI, LOSS, VIVIANI, BUBISUTTI, GOLINELLI, LIUNI, LOLINI, MANZATO e PATASSINI. — Al Ministro delle politiche agricole alimentari e forestali. — Per sapere – premesso che:

          la legge n. 169 del 1989 disciplina il trattamento della commercializzazione del latte alimentare vaccino, dove definisce cosa si intende per «latte fresco», «latte fresco pastorizzato» e «latte fresco pastorizzato di alta qualità», mentre il decreto-legge n. 157 del 2004 convertito, con modificazioni, dalla legge n. 204 del 2004 reca disposizioni per l'etichettatura di alcuni prodotti agroalimentari e stabilisce, all'articolo 1, comma 1, che «La data di scadenza del “latte fresco pastorizzato” e del “latte fresco pastorizzato di alta qualità” è determinata nel sesto giorno successivo a quello del trattamento termico, salvo che il produttore non indichi un termine inferiore. L'uso del termine “fresco” nelle denominazioni di vendita del latte vaccino destinato al consumo umano è riservato ai prodotti la cui durabilità non eccede quella di sei giorni successivi alla data del trattamento termico»;

          a causa dell'emergenza Covid-19, in Italia la vendita del latte fresco è diminuita considerevolmente, si stima intorno al 25 per cento rispetto allo stesso periodo del 2019, con una perdita di circa 15 mila tonnellate al mese. Questo calo è dovuto soprattutto alla chiusura di attività del canale Ho.re.ca. come i bar, ristoranti, hotel e pizzerie e anche per le modificate abitudini dei consumatori che stanno privilegiando, in questo momento, l'acquisto di generi alimentari a lunga conservazione o a lunga scadenza;

          questa situazione potrebbe avere effetti sui prezzi, con inevitabile ricadute sul prezzo conferito agli allevatori. Alcuni produttori stanno convertendo il latte fresco in altri prodotti, dal latte uht, alle mozzarelle allo yoghurt;

          in Italia la scadenza dei prodotti alimentari è determinata da produttori e confezionatori, tranne che per uova e latte, per i quali esistono norme che ne fissano la data di scadenza. In nessun altro Paese europeo, purtroppo, c'è una legge che dispone una data di scadenza per il latte alimentare;

          sembra che alcuni grandi gruppi industriali stiano pensando di allungare la scadenza del latte fresco oltre i 6 giorni, cosa che permetterebbe, a loro dire, non solo di evitare gli sprechi, ma di salvaguardare un prodotto come il latte fresco, comportando un maggior valore aggiunto per i produttori e un maggior valore organolettico per i consumatori;

          a parere degli interroganti, questo allungamento della scadenza del latte fresco comporterebbe invece un aumento delle importazioni dall'estero, oggi fortunatamente frenate proprio dal fatto che entro i 6 giorni dalla lavorazione il latte deve essere trasportato, confezionato e messo in vendita, il tutto in tempo utile per essere consumato;

          considerando questo momento di contrazione dei prezzi del latte alla stalla, dovuto sembra a un surplus di latte di circa il 15 per cento, non giova certamente un aumento incontrollato di latte proveniente dall'estero, di bassa qualità e a prezzi inferiori, il che manderebbe ancora di più in sofferenza il prezzo del latte accordato agli allevatori italiani –:

          se il Ministro interrogato sia a conoscenza della situazione esposta in premessa, quali iniziative urgenti intenda mettere in atto e come intenda vigilare, per quanto di competenza, affinché i produttori non possano allungare oltre i sei giorni la data di scadenza del latte fresco, al fine di salvaguardare il prezzo del latte e il relativo reddito degli allevatori, nonché la salute dei consumatori.
(4-05254)

      Risposta. — In merito all'interrogazione in esame, vorrei premettere che la produzione e l'etichettatura del latte alimentare sono disciplinate a livello di Unione europea sia dalle norme commerciali (OCM Unica) del Regolamento (UE) n. 1308/2013 e sia dalle norme igienico-sanitarie (Regolamento (UE) 853/2004).
      A livello nazionale, sono state adottate specifiche disposizioni normative in merito al termine «fresco» da utilizzare per il latte pastorizzato e il latte pastorizzato di alta qualità, ossia la legge 3 maggio 1989, n. 169 e l'articolo 1 del decreto-legge 24 giugno 2004, n. 157, convertito, con modificazioni, dalla legge 3 agosto 2004, n. 204.
      Tali norme stabiliscono che il latte, per riportare la qualificazione di «fresco», deve avere non solo una scadenza «breve» di sei giorni, ma anche specifici requisiti qualitativi per garantire che il trattamento termico subito dal latte sia effettuato in modo tale da mantenere il più possibile i principi nutritivi ed evitare alterazioni negative del gusto.
      In applicazione di tale normativa, quindi, nessun produttore di latte fresco in Italia è autorizzato a prolungare la data di scadenza del latte oltre il termine stabilito e gli eventuali comportamenti difformi sono punibili a norma di legge. Di contro, è consentito fissare un termine più breve.
      Il latte fresco italiano è un'eccellenza unica in Europa, un vanto nazionale, invidiato anche da altri Paesi, la cui qualità è garantita dal Ministero non solo attraverso i severi disciplinari di produzione ma anche mediante costanti verifiche sulla tracciabilità.
      A garantirne il rispetto, anche a tutela dei consumatori, è il sistema dei controlli costantemente eseguiti dall'Icqrf che, tra l'altro, è preposto alla verifica della corretta applicazione delle disposizioni in materia di etichettatura dei prodotti alimentari previste dal Regolamento (UE) n. 1169/2011, dal Regolamento (UE) n. 1308/2013 (Ocm unica) e dalle specifiche norme settoriali nazionali.
      Ciò premesso, l'Icqrf assicura la propria attività di controllo nel settore, in particolare presso i produttori/confezionatori di latte «fresco», per verificare la corretta applicazione delle norme succitate, fatte salve eventuali disposizioni «in deroga» che potrebbero essere adottate a seguito della situazione emergenziale COVID-19.
      Per quanto riguarda, invece la salvaguardia del prezzo del latte e del reddito degli allevatori preciso, al fine di contrastare fenomeni distorsivi di mercato connessi all'emergenza epidemiologica da COVID-19 che potrebbero inficiare pesantemente i produttori primari (allevatori), è stata attivata, su diretta indicazione della Ministra, la casella di posta elettronica
pratichesleali@politicheagricole.it, a disposizione delle organizzazioni agricole, delle associazioni di produttori, delle aziende e di ogni altro soggetto interessato perché siano segnalati tutti i casi di pratiche commerciali sleali che si verificano nel settore agricolo e alimentare.
      Sul sito del Ministero è stato predisposto e pubblicato un apposito modulo, in modo tale che le segnalazioni relative a pratiche commerciali sleali possano essere inoltrate e acquisite e gestite dall'Icqrf in modo agevole ed efficace.
      Le segnalazioni vengono gestite dall'Icqrf mediante un'apposita procedura informatica che acquisisce le segnalazioni, le gestisce e ne assicura la «tracciabilità» fino all'adozione degli eventuali provvedimenti sanzionatori. Ad oggi sono pervenute circa venti segnalazioni, non solo tramite la casella di posta elettronica dedicata.
      Circa la metà riguardano il latte bovino e di bufala, correlatamente a modifiche delle condizioni contrattuali da parte di centri di raccolta del latte e di caseifici, sia per quanto riguarda i prezzi che i quantitativi pattuiti. In alcuni casi i caseifici ed i centri di raccolta hanno chiesto agli allevatori di ridurre i quantitativi di latte prodotto e di farsi carico dei costi di stoccaggio e congelamento del latte.
      Le regioni interessate dalle segnalazioni sono la Campania, la Lombardia, il Lazio, il Molise e la Puglia e gli uffici dell'Icqrf si sono tempestivamente attivati per verificare le predette segnalazioni ed avviare l'eventuale procedimento sanzionatorio previsto in materia di pratiche sleali.
      Le irregolarità in materia di cessione di prodotti agricoli e agroalimentari e di latte crudo che saranno accertate dagli uffici territoriali, saranno segnalate all'Autorità garante della concorrenza e del mercato, competente per l'avvio, l'istruzione del procedimento sanzionatorio e l'applicazione delle relative sanzioni.

Il Sottosegretario di Stato per le politiche agricole alimentari e forestali: Giuseppe L'Abbate.


      GOLINELLI, BUBISUTTI, GASTALDI, LIUNI, LOLINI, LOSS, MANZATO, PATASSINI e VIVIANI. — Al Ministro degli affari esteri e della cooperazione internazionale, al Ministro della salute, al Ministro delle politiche agricole alimentari e forestali — Per sapere – premesso che:

          molte aziende produttrici di carni suine e salumi italiani, stanti le misure adottate per contenere la diffusione del SARS-Cov-2, tra le quali la chiusura forzata del canale Ho.Re.Ca. (che solo in Italia pesa per circa il 15-20 per cento del fatturato del settore), unite al rallentamento dell'export causato da evidenti difficoltà logistiche, stanno attraversando una situazione di pesante difficoltà che si riflette su tutti gli anelli a monte della filiera, inclusi gli impianti di macellazione e gli allevamenti;

          la riduzione della presenza del personale e le misure di sicurezza aggiuntive necessarie per proseguire le lavorazioni pesano sui ritmi di macellazione che diventano più lenti, con un calo consolidato del 20 per cento nelle ultime settimane; a causa del rallentamento della produzione dei salumifici, infatti, si registra un calo di ordinativi di carni fresche destinate alla trasformazione;

          in questo contesto, si registra un andamento anomalo dei prezzi con forte volatilità per i tagli, alcuni dei quali sembrano avviati verso una riduzione ulteriore, altri invece crescono in modo marcato rispetto alla stagionalità;

          la suinicoltura italiana rischia il collasso, con i prezzi riconosciuti agli allevatori che stanno precipitando di settimana in settimana e i costi per l'alimentazione degli animali in continuo aumento, mettendo in difficoltà gli allevatori. In una delle ultime riunioni della Cun (Commissione unica nazionale) il suino italiano Dop è stato quotato a 1,10 euro/kg, contro una media 2019 di 1,49 (e punte a 1,80), valore ampiamente sotto i costi di produzione. E le avvisaglie per le prossime settimane sono tutt'altro che positive;

          gli allevamenti si trovano nella condizione di non riuscire ad avviare alla macellazione tutti gli animali a fine ciclo, con evidenti ripercussioni economiche e di benessere animale;

          avere la possibilità di esportare in Cina alcune produzioni ad oggi non ancora autorizzate contribuirebbe, a parere degli interroganti, a dare ossigeno ad imprese in estrema difficoltà e ad agevolare il recupero di una condizione di equilibrio nell'ambito dell'intera filiera;

          l'apertura del mercato cinese ai prodotti a breve stagionatura, alle carni suine congelate con osso e ai tagli esclusi dal protocollo sottoscritto nel mese di marzo 2019 (ad esempio teste suine e loro parti) è un obiettivo che è auspicabile raggiungere;

          sarebbe opportuna una riapertura delle trattative con le autorità cinesi, per completare la gamma dei prodotti esportabili e ottenere l'ampliamento della lista delle aziende autorizzate, superando il principio di vincolo territoriale (macro regione del Nord), estendendo la possibilità di esportare in Cina a tutte le aziende italiane in grado di rispettare i requisiti previsti –:

          se intendano, per quanto di competenza, valutare l'adozione di iniziative per possibili estensioni dell'accordo sottoscritto tra Italia e Cina, perché, a causa della situazione di crisi che si sta vivendo, diventa particolarmente importante per il settore suinicolo, uno dei pilastri dell'agroalimentare italiano, la completa apertura del mercato cinese alle produzioni suine.
(4-05846)

      Risposta. — Ben consapevole dell'impatto sull'economia nazionale prodotto dalla pandemia di Covid-19, il Ministero degli affari esteri e della cooperazione internazionale ha mobilitato l'intera rete diplomatico-consolare non solo sul fronte dell'approvvigionamento di materiale sanitario essenziale e nell'azione di rimpatrio dei connazionali ma anche, parallelamente e senza interruzione, per il sostegno al mondo produttivo e imprenditoriale e per la ripresa dell'export italiano.
      L'accesso al mercato cinese è indubbiamente prioritario per il superamento delle barriere non tariffarie e l'apertura alle esportazioni dei prodotti agro-alimentari, come dimostrato dallo sforzo straordinario compiuto per condurre a conclusione, in tempi eccezionalmente rapidi, i protocolli bilaterali con la Cina per l'esportazione di carni bovine e riso italiani. L'impegno della Farnesina a sostegno delle nostre aziende del comparto agricolo e agroalimentare, come di tutte le realtà produttive italiane, rimane incessante ed il tema è sollevato in ogni occasione di colloquio bilaterale.
      Nel settore specifico della carne suina, dopo la firma nel marzo 2019 del protocollo per l'esportazione di carne suina congelata, i negoziati per l'apertura del mercato cinese ai prodotti a base di carne suina a bassa stagionatura e per l'esportazione di involucri naturali sono al momento aperti e seguiti con la massima attenzione. L'interesse italiano all'estensione del protocollo per l'esportazione di carne suina congelata a teste e carni con osso è stato anch'esso segnalato alle controparti cinesi.
      I risultati raggiunti con la firma dei protocolli sulle carni bovine e sul riso dimostrano che l'operatività del Governo non si è fermata nemmeno nelle fasi più acute dell'emergenza sanitaria. Permangono alcuni ostacoli dovuti alla posizione cinese che limita l'esame dei protocolli ad un solo prodotto per Paese per ogni singolo dipartimento dell'amministrazione generale delle dogane. Questo approccio allunga inevitabilmente i tempi negoziali. Il Ministero degli affari esteri e della cooperazione internazionale sta comunque portando avanti un dialogo costante volto a consentire l'esame parallelo di più protocolli d'intesa.
      Occorre specificare che l'Italia, con il riconoscimento ufficiale di indennità ai sensi della normativa europea dell'ultima regione mancante, la Calabria, ha ottenuto a marzo 2019 il riconoscimento di indennità per tutto il territorio nazionale con la decisione 470/2019/UE. Questo ha permesso al capo dei servizi veterinari (CVO) di richiedere e ottenere la pubblicazione della
self-declaration da parte dell'Organizzazione mondiale della sanità animale (OIE), strumento volto ad aumentare la trasparenza e la fiducia per favorire le esportazioni tra Paesi. Moltissimi Paesi, tra i quali USA e Paesi asiatici, richiedono comunque di effettuare una propria valutazione. Il Ministero della salute, in più occasioni, ha richiesto ufficialmente l'ampliamento del riconoscimento per le restanti regioni italiane. A seguito degli accordi presi con l'Agenzia delle dogane (GACC) e il Ministero dell'agricoltura (MARA) cinesi nell'ambito dell'ultima missione del CVO ad agosto 2019 a Pechino, in data 17 gennaio 2020 è stata inoltrata una nuova richiesta alle autorità competenti corredata della decisione 470/2019/UE e della self declaration OIE.
      L'emergenza dovuta al COVID-19 ha inevitabilmente comportato l'interruzione di alcune attività da parte cinese, ora riprese quasi a pieno regime. A seguito di recenti contatti informali con GACC, da parte italiana verrà inviata nelle prossime settimane una nuova richiesta, immediatamente dopo la presentazione della documentazione integrativa per la rimozione del bando sull'influenza aviaria e malattia di Newcastle, che da anni blocca il nostro
export di carne di pollame e derivati.
Il Sottosegretario di Stato per gli affari esteri e la cooperazione internazionale: Manlio Di Stefano.


      LOLLOBRIGIDA. — Al Presidente del Consiglio dei ministri, al Ministro degli affari esteri e della cooperazione internazionale. — Per sapere – premesso che:

          i confini tra Italia e Francia nella zona del massiccio del Monte Bianco sono da tempo oggetto di una controversia internazionale, riguardante la cima del Monte Bianco e la zona del Colle del Gigante – Punta Helbronner, di rilievo per l'Italia come punto di arrivo della funivia proveniente da Courmayeur e come sito dello storico rifugio Torino;

          questa controversia nasce dalle cartografie ufficiali francesi in cui i confini di Stato vengono tracciati in violazione dei trattati internazionali. Infatti, sia il Trattato di Torino del 24 marzo 1860 (con la «Convenzione di delimitazione delle frontiere» del 7 marzo 1861), sia il Trattato di pace di Parigi del 10 febbraio 1947, stabiliscono che la frontiera tra l'Italia e la Francia corre sullo spartiacque, ovvero sulla linea displuviale nel massiccio del Monte Bianco. In base a questa impostazione il confine passa sulla cima del Monte Bianco e sulla displuviale del Colle del Gigante, lasciando una consistente porzione di Punta Helbronner e tutta la zona circostante il rifugio Torino nel territorio italiano;

          nonostante ciò, le autorità francesi hanno assunto decisioni amministrative prevedendo l'inclusione nel territorio francese sia della vetta del Monte Bianco sia di una estesa zona nell'area del Colle del Gigante;

          la situazione si è aggravata nel 2015 a seguito dell'apertura al pubblico dell'impianto funiviario italiano denominato «Skyway Monte Bianco» (che collega Courmayeur con Punta Helbronner) e del successo commerciale ottenuto in concorrenza con l'omologo impianto francese di Chamonix. Su incarico del sindaco di Chamonix, senza alcuna concertazione con le autorità italiane, sono stati istallati dei sistemi di chiusura al cancello che il gestore funiviario italiano aveva posizionato sulla terrazza del rifugio Torino per motivi di sicurezza, impedendo il diretto accesso dal rifugio al Ghiacciaio del Gigante e alle cime del massiccio. Anche grazie all'interrogazione presentata all'epoca dal senatore Aldo Di Biagio, si giunse ad un accordo tra i due Paesi, con il quale si stabiliva che in futuro nessuna parte avrebbe intrapreso atti unilaterali sulle porzioni di territorio interessate;

          questo accordo è stato violato dai comuni di Chamonix e di Saint-Gervais che, con un'ordinanza congiunta, il 27 giugno 2019 hanno vietato il sorvolo in parapendio in tutta la zona circostante la vetta del Monte Bianco, invadendo anche il territorio ricadente sotto la sovranità italiana. L'Istituto geografico militare, ricevuta la segnalazione dell'ordinanza dalla Guardia di finanza di Entrèves (Courmayeur), ha informato il Maeci, invitando la Farnesina ad attivarsi per trovare una soluzione. La Procura di Aosta ha aperto un fascicolo, mentre il sindaco di Courmayeur, Stefano Miserocchi, ha inoltrato la documentazione alla regione Valle d'Aosta, chiedendo di fissare un incontro per discutere la questione;

          questo contenzioso, oltre il rilevante significato simbolico e politico della sovranità nazionale sulla vetta del Monte Bianco da cui l'Italia non può essere esclusa, ha ricadute sulla gestione di importanti attività economiche e sulle responsabilità amministrative e giudiziarie in tema di sicurezza e gestione dei soccorsi –:

          quali iniziative intendano intraprendere:

              a) per tutelare l'interesse nazionale e la sovranità dello Stato italiano nelle aree del Monte Bianco descritte in premessa;

              b) per supportare le istituzioni territoriali coinvolte (il comune di Courmayeur e la Regione autonoma della Valle d'Aosta) nella gestione dei problemi amministrativi ed economici relativi alle attività turistiche, sportive ed alpinistiche che si svolgono in quelle zone nevralgiche per l'accesso al massiccio e alla vetta del Monte Bianco;

              c) per giungere alla definitiva risoluzione di un contenzioso diplomatico che si trascina ormai da oltre 70 anni, durante i quali l'Italia a parere dell'interrogante ha sempre subito le iniziative unilaterali ed arbitrarie delle autorità francesi.
(4-03541)

      Risposta. — La questione concerne una disputa frontaliera storica tra Italia e Francia, che non riconoscono la medesima linea di confine sul massiccio del Monte Bianco. La cartografia ufficiale italiana – che è altresì in uso alle forze NATO e riconosciuta a livello internazionale – trova fondamento nella Convenzione del 1861 di delimitazione (tra l'allora Regno di Sardegna e l'Impero francese di Napoleone III) che – dagli studi storico-giuridici agli atti – risulta l'unico strumento pattizio facente fede al riguardo. Al contrario, la cartografia francese, che riporterebbe il confine sul Monte Bianco spostato di circa 82 ettari sul territorio italiano, non è fondata su uno strumento pattizio, ma sembrerebbe discendere da una interpretazione unilaterale di Parigi e da asseriti «diritti storici» riconducibili a riproduzioni negli anni di cartografie «errate», a partire dalla fine del XIX secolo, e discordanti sia con la linea di confine fissata dalla Convenzione del 1861 sia con la prassi costante sul terreno, la quale indica peraltro un esercizio, senza soluzione di continuità, della piena sovranità italiana sulle aree «pretese» da parte francese.
      La questione è tornata recentemente di attualità a seguito dell'adozione, a fine giugno scorso, di un provvedimento locale da parte dei comuni francesi di Chamonix e St. Gervaix per interdire temporaneamente – a seguito di un incidente mortale – le attività di parapendio nella zona del Monte Bianco, includendo tuttavia come area oggetto del provvedimento anche parti del territorio italiano, quali l'intera vetta del Monte Bianco. Tale provvedimento è stato adottato senza la previa consultazione né la previa informazione delle autorità locali italiane, contrariamente a quanto concordato a livello tecnico nel 2016 e nel 2018 in sede di commissione mista italo-francese per la manutenzione del tracciato dei confini.
      Conseguentemente il Ministero degli affari esteri e della cooperazione internazionale – tramite l'Ambasciata a Parigi – ha subito proceduto a rappresentare formalmente e con fermezza alle autorità francesi la tradizionale posizione italiana riguardo alla linea di confine, sia come reazione alla «violazione dei confini e della sovranità nazionale» effettuata simbolicamente dal provvedimento amministrativo delle autorità locali francesi, sia con l'obiettivo di evitare che possa essere invocata in futuro una presunta acquiescenza italiana alle pretese francesi, tale da pregiudicare la nostra posizione.
      Oltre a rappresentare il disappunto dell'Italia per la violazione del confine, nella nota verbale inviata alle autorità francesi abbiamo ricordato che l'Italia ha in più occasioni manifestato in passato la propria disponibilità ad avviare con la Francia consultazioni bilaterali per esaminare le discordanze delle rispettive cartografie sul Monte Bianco. Al contempo abbiamo provveduto a rinnovare alle autorità francesi l'apertura al dialogo per una auspicabile soluzione congiunta della questione.
      L'Italia ha in gioco senz'altro un interesse non solo economico, ma anche simbolico, da tutelare, visto che le pretese di Parigi consegnerebbero alla Francia l'intera cima del Monte Bianco (vetta più alta d'Europa) e il rifugio Torino.
      Si segnala infine che le autorità francesi hanno riscontrato la richiesta italiana facendo presente che il provvedimento amministrativo delle autorità locali adottato a giugno scorso verte su «una zona geografica che costituisce da svariati decenni l'oggetto di un contenzioso tra Francia e Italia». Al riguardo, le autorità francesi si sono dichiarate disponibili ad affrontare la questione nel quadro della Commissione mista per la manutenzione del tracciato dei confini.
      Si assicura pertanto che il Governo continuerà a seguire la questione con la controparte francese nelle sedi opportune, a livello sia politico che tecnico, al fine di addivenire quanto prima possibile ad una soluzione soddisfacente della questione.

Il Sottosegretario di Stato per gli affari esteri e la cooperazione internazionale: Ivan Scalfarotto.


      MAGI. — Al Presidente del Consiglio dei ministri, al Ministro degli affari esteri e della cooperazione internazionale, al Ministro della difesa. — Per sapere – premesso che:

          il coronavirus dall'essere un'emergenza sanitaria è diventata un'emergenza sociale, economica e politica, non solo italiana;

          in un quadro europeo e internazionale già estremamente fragile, l'aiuto con modalità non chiare nell'affrontare l'emergenza sanitaria rischia di favorire l'ingerenza politica e militare di regimi autoritari;

          dopo gli aiuti della Cina – ma si tratta di forniture pagate e donate – la propaganda racconta la favola degli aiuti russi, sotto forma di aerei e personale militare arrivati a 24 ore da una telefonata tra Putin e Conte. Occorre dunque pretendere massima chiarezza, a partire da alcuni dati;

          il 23 marzo 2020 il deputato tedesco di estrema destra Ulrich Oehme comunica che «la leadership russa ha accolto la [sua] richiesta di aiuto per l'Italia settentrionale», dopo aver «reagito immediatamente a un messaggio WhatsApp» di un suo collega italiano della Lega Nord e aver scritto, il 20 marzo, «al membro della Duma della Federazione Russa e al membro del Consiglio d'Europa Leonid Slutsky»; lo stesso giorno il deputato italiano interessato sulla sua pagina Facebook conferma, o meglio rivendica, di aver chiesto l'intermediazione di Oehme;

          sabato 21 marzo avviene la telefonata tra Putin e Conte;

          domenica 22, a meno di 24 ore dalla telefonata, parte l'operazione «Dalla Russia con Amore» (questo il nome che campeggia sugli adesivi applicati ai velivoli militari) coordinata dal Ministero della difesa russo;

          l'arrivo dei primi 9 aerei all'aeroporto militare di Pratica di Mare è atteso dal Ministro degli affari esteri e della cooperazione internazionale Luigi Di Maio, che ne fa una diretta Facebook;

          il video dell'arrivo di militari e mezzi militari è ripreso dall'Agenzia Vista che mostra l'assembramento di militari russi, peraltro senza mascherine, che stringono le mani e baciano diplomatici italiani senza mascherine o con le mascherine abbassate;

          il quotidiano La Stampa riporta fonti che riferiscono: «tra quelle forniture russe l'80 per cento è totalmente inutile», poiché si tratta essenzialmente di materiale per la sanificazione batteriologica di aree;

          nel medesimo articolo, firmato dal giornalista Jacopo Iacoboni, si apprendono i nomi di alcuni membri del convoglio: si tratta di militari di alto grado (generali, colonnelli, maggiori e altri) impegnati in passato in operazioni internazionali;

          in un altro articolo, sempre de La Stampa viene riportato un virgolettato del generale Marco Bertolini, ex comandante del Coi, Comando operativo di vertice interforze e della Brigata Folgore, che spiega «Gli aiuti non si rifiutano, è vero il detto che a caval donato non si guarda in bocca. Però bisogna stare molto attenti, il Mediterraneo, sia orientale che centrale, è un terreno di lotta per l'egemonia, dalla Siria alla Libia. Bisogna evitare che una crisi di carattere sanitario diventi una vicenda politico-militare. Va bene se c'è un'offerta di aiuti, ma bisogna anche mettere dei paletti»;

          è evidente il contrasto tra militari russi che possono girare liberamente sul territorio italiano ed il rigoroso regime di limitazione della libertà di circolazione a cui sono sottoposti 60 milioni di nostri concittadini, e, di fatto, in parte anche i membri del nostro Parlamento –:

          se esista un accordo alla base di questa operazione e cosa preveda o se sia il frutto di un semplice accordo verbale tra il Presidente russo e il Presidente del Consiglio dei ministri italiano, come riporta la stampa italiana;

          che tipo di attrezzature sia arrivato e in quale quantità;

          che qualifiche abbia il personale arrivato e quante unità di personale militare siano sbarcate, di chi si tratti, dove si trovino e quali siano i loro compiti.
(4-05072)

      Risposta. — A seguito dell'aggravarsi della situazione di emergenza dovuta alla diffusione del Covid-19, in particolare nelle regioni del nord Italia, il Presidente del Consiglio, il Ministro degli affari esteri e della cooperazione internazionale, il Ministro della difesa e altri membri di Governo hanno intrattenuto una serie, di contatti telefonici ed epistolari con le rispettive controparti di Paesi partner dell'Unione europea, Nato e altri, volti ad ottenere sostegno materiale per far fronte alle esigenze più pressanti.
      Nel caso della Federazione Russa, a seguito di colloqui tra il Presidente Conte e il Presidente Putin e tra il Ministro della difesa Guerini e l'omologo russo Shoygu, è stato convenuto l'invio in Italia di materiali e personale sanitario, sui quali è già stata fornita alla stampa una completa informativa. I colloqui sono stati preceduti da contatti, a livello diplomatico, attraverso la nostra Ambasciata a Mosca e l'Ambasciata russa a Roma. D'intesa con Palazzo Chigi, il Ministero degli affari esteri e della cooperazione internazionale, insieme a Difesa e Protezione civile, hanno avviato il coordinamento degli aiuti, la cui gestione è stata assicurata dalla Protezione civile.
      Il
team sanitario russo è rimasto in Italia dal 22 marzo al 7 maggio 2020 e ha lavorato in sinergia con il personale della Difesa italiana e quello del Ministero della salute. Il contingente russo era composto da 104 unità, nello specifico 32 operatori sanitari (tra medici e infermieri), 51 bonificatori e altro personale di assistenza e interpretariato a supporto. Sono state costituite squadre miste con personale militare italiano del 7° Reggimento di Difesa (NBC) «Cremona» di Civitavecchia ed è stata avviata l'attività di sanificazione in alcune strutture e aree di Bergamo definite dalla Protezione civile, in coordinamento con regione e ASL Lombardia. Le attività di disinfezione e bonifica sono state dirette principalmente in favore delle residenze sanitarie assistenziali. Inoltre, il personale sanitario ha svolto attività presso il campo dell'Associazione nazionale degli alpini situato in prossimità dell'ospedale Giovanni XXIII di Bergamo. Al personale russo impegnato nell'attività di supporto è stato fornito vitto e alloggio presso strutture alberghiere nel bergamasco, con oneri a carico della Protezione civile regionale. È stata riservata un'area presso il 3° Reggimento sostegno aviazione esercito «Aquila» (aeroporto Orio al Serio – Bergamo), dove è stato allestito un campo con materiali e tende forniti dalla Protezione Civile regionale.
      Per quanto riguarda le donazioni ricevute, la Protezione civile ha riferito di aver ottenuto e distribuito sul territorio nazionale: 521.800 mascherine, 30 ventilatori polmonari, 1.000 tute protettive, 2 macchine per analisi di tamponi, 10.000 tamponi veloci e 100.000 tamponi normali.
      Nel confermare la gratitudine del Governo italiano per gli aiuti russi, certamente utili e tempestivi, va precisato che il rientro in Russia dei componenti della delegazione è stato completato il 15 maggio e il flusso degli invii di aiuti è stato sospeso, di comune accordo con la controparte russa, in considerazione del progressivo miglioramento della situazione sanitaria nel nostro Paese e del contestuale peggioramento della situazione sanitaria in Russia.
      

La Viceministra degli affari esteri e della cooperazione internazionale: Emanuela Claudia Del Re.


      MINARDO. — Al Ministro delle politiche agricole alimentari e forestali, al Ministro degli affari esteri e della cooperazione internazionale. — Per sapere – premesso che:

          la «pirateria agroalimentare» internazionale che utilizza impropriamente parole, colori, località, immagini, denominazioni e ricette per evocare il nostro Paese, è in continua crescita con danni miliardari per le imprese nazionali;

          secondo recenti indagini di mercato all'estero risulta falso un menù italiano su tre. Il volume di affari del made in Italy alimentare «taroccato», stimato in oltre 50 miliardi di euro, rappresenta ormai più della metà del fatturato alimentare nazionale. Tra i prodotti maggiormente taroccati ci sono il vino e i formaggi. Anche metà della pasta in mostra nei supermercati esteri e servita nei cosiddetti ristoranti italiani, sarebbe falsa. Falsi made in Italy agroalimentari sono ampiamente diffusi nei diversi continenti, dall'Europa all'Asia, dall'Oceania all'America: vini, olio, formaggi, pasta, salse di pomodoro, prosciutti, insaccati in generale sono solo alcuni prodotti agroalimentari italiani vittime di concorrenza sleale e pirateria. La lotta a tali forme di concorrenza sleale deve restare un passaggio fondamentale nei negoziati sul commercio internazionale per evitare ogni forma di agropirateria e salvaguardare le produzioni tradizionali da contraffazioni internazionali;

          l'Italia è al primo posto nell'Unione europea nelle produzioni agroalimentari di qualità che possono fregiarsi del marchio a denominazione di origine protetta o di indicazione geografica tipica;

          l'Italia è il secondo Paese produttore di vino in Europa, settore che costituisce la principale voce dell'export agroalimentare nazionale;

          la tutela dei prodotti alimentari tipici minacciati dalle imitazioni è una scelta essenziale per la sopravvivenza stessa di molte imprese italiane, ma è anche tutela del consumatore e della sua salute, in quanto molto spesso tali prodotti di imitazione non hanno gli stessi standard qualitativi e di salubrità degli originali italiani;

          la contraffazione agroalimentare rappresenta una minaccia sempre più preoccupante per le imprese, i consumatori e l'economia nel nostro Paese, oltre a rappresentare un problema sociale di notevole entità;

          le imprese agroalimentari italiane sono quelle che, in Europa, hanno visto meno protetto il proprio patrimonio innovativo e tecnologico e la concorrenza sleale, in particolare, ha messo drammaticamente in evidenza quanto la tutela e la protezione dei marchi di origine sia importante e quanto sia strategico affrontare i mercati internazionali con un piano finalizzato alla difesa delle produzioni nazionali di alta qualità, derivanti da secoli di tradizioni produttive tramandate di padre in figlio –:

          se il Governo intenda attivarsi in tutte le sedi competenti, sia a livello comunitario che nell'ambito del Wto, organizzazione mondiale per il commercio, per far sì che i prodotti agroalimentari italiani vengano tutelati attraverso sistemi di maggior trasparenza in ordine all'etichettatura e ai messaggi pubblicitari per consentire ai consumatori di operare scelte consapevoli e per contrastare le pratiche fraudolente che creano un danno economico alle imprese, falsando la concorrenza;

          se il Governa intenda adoperarsi nelle sedi opportune per il riconoscimento internazionale, a livello di Wto, delle denominazioni comunitarie protette, con particolare riferimento a quelle che valorizzano l'origine geografica dei prodotti agroalimentari;

          se il Governo intenda intraprendere tutte le iniziative necessarie per garantire l'effettività e l'intensificazione dei controlli in materia di etichettatura dei prodotti agroalimentari.
(4-03909)

      Risposta. — In merito all'interrogazione in esame, vorrei innanzitutto evidenziare che la protezione internazionale dell'eccellenza agroalimentare italiana costituisce, da sempre, una delle principali attività di questo Ministero nel quadro sia degli accordi bilaterali fra l'Unione europea ed i Paesi terzi sia di quelli multilaterali.
      Le indicazioni geografiche italiane sono costantemente oggetto di iniziative da parte delle imprese di Paesi Terzi finalizzate a sfruttare indebitamente la loro ottima reputazione di prodotti di qualità, abusandone con l'apposizione di etichette e, spesso, di segni figurativi evocativi dell'Italia e ingannevoli verso i consumatori.
      È per tale motivo che questa amministrazione è impegnata a tutti i livelli, comunitari ed internazionali, da una parte a rafforzare le regole affinché sia resa più forte la tutela e la protezione delle indicazioni geografiche nel mercato dell'Unione e, dall'altra, a rendere più forti i sistemi multilaterali, finalizzati alla registrazione e alla protezione delle stesse indicazioni geografiche fuori dall'UE.
      A tal riguardo, segnalo che all'OMPI (Organizzazione Mondiale della Proprietà Intellettuale, agenzia dell'ONU), il 26 febbraio 2020, è entrato in vigore l'atto di Ginevra dell'Accordo di Lisbona con l'adesione dell'Unione europea, depositata il 26 novembre 2019.
      È un importante risultato che — seppure con alcune differenze — l'Unione europea ed i suoi Stati membri hanno tentato, dal 1995 fino al 2011, di ottenere anche presso l'Organizzazione mondiale del commercio (OMC) e che gli USA, l'Australia, la Nuova Zelanda, soprattutto hanno impedito di raggiungere.
      Esso costituisce il quadro giuridico multilaterale che permette — pur con alcune differenze rispetto al Registro multilaterale dell'Organizzazione mondiale del Commercio (OMC) — di raggiungere l'obiettivo di una registrazione internazionale delle denominazioni di origine e delle indicazioni geografiche, di cui l'Italia è uno dei principali Paesi, e della conseguente protezione degli altri membri aderenti al citato atto, che fissa i livelli minimi ed i principi della tutela.
      La protezione delle indicazioni geografiche e quella aggiuntiva delle indicazioni geografiche dei vini e degli alcolici è garantita a livello internazionale tra tutti i paesi membri dell'OMC attraverso l'accordo TRIPS (
Trade Related Aspects of Intellectual Property Rights, cioè l'accordo relativo ai diritti di proprietà intellettuale attinenti al commercio) dell'OMC, accordo adottato dai membri dell'Organizzazione mondiale del commercio nel 1994 e ratificato dalla nostra nazione nello stesso anno.
      In tale accordo si dispone che i Paesi membri precostituiscano idonei mezzi legali atti ad impedire l'utilizzo — nella designazione o presentazione di un prodotto — di ogni elemento che possa indicare o suggerire che il prodotto medesimo è originario di un'area geografica diversa dal reale luogo di origine del prodotto, proprio al fine di evitare che il consumatore possa essere ingannato sull'origine geografica di ciò che ha acquistato.
      Per quanto poi attiene alla protezione dei prodotti italiani nei rapporti commerciali con i Paesi terzi, l'Unione europea — nell'ambito delle proprie attività di negoziazione, conclusione e applicazione di accordi commerciali con i Paesi terzi — tutela le indicazioni geografiche dell'UE, attraverso dedicati capitoli volti a garantire le indicazioni geografiche inclusi nei testi degli accordi, come già successo per i Ceta con il Canada e l'accordo di partenariato economico Unione europea-Giappone.
      Peraltro, in diversi accordi recentemente conclusi dall'UE sono state inserite precise disposizioni contro l'
Italian sounding, ovvero:

          a) il divieto di evocazione per i prodotti non originari (uso di simboli, foto, colori e simili che possano evocare l'origine dell'indicazione geografica);

          b) l'obbligo di indicare l'origine sull'etichetta in modo chiaro e visibile;

          c) l'obbligo di ulteriore differenziazione per i prodotti introdotti sul mercato dopo una certa data (concordata per ogni accordo) che dovranno riportare la dicitura «style/imitation»;

          d) la possibilità di ricorso amministrativo da parte dei titolari dei diritti di proprietà intellettuale delle singole indicazioni geografiche.

      Per quanto riguarda, inoltre, la tutela attraverso sistemi di trasparenza in ordine all'etichettatura e ai messaggi pubblicitari indirizzati ai consumatori, il Ministero dello sviluppo economico, competente per materia, ha offerto le seguenti argomentazioni.
      La predisposizione di informazioni sugli alimenti consente al consumatore scelte consapevoli e contrasta le pratiche fraudolente e i conseguenti danni economici alle imprese, è materia armonizzata a livello europeo.
      A tale fine, in particolare, il Regolamento UE/1169/2011 ha assicurato un livello elevato di protezione dei consumatori proprio per prevenire qualunque pratica in grado di indurli in errore e prevenire azioni ingannevoli da parte degli operatori commerciali.
      Per tale motivo, il suddetto Regolamento, nei confronti del consumatore comunitario, già disciplina tutti quegli aspetti sollevati dal l'interrogante concernenti l'etichettatura, la presentazione dei prodotti alimentari e la relativa pubblicità.
      Per rafforzare la certezza giuridica e garantire un'applicazione razionale in tutto il mercato dell'Unione, sono elencati gli elementi obbligatori che devono comparire in etichetta e se ne disciplina l'uso affinché la stessa sia chiara, comprensibile e leggibile.
      La normativa armonizzata vieta l'uso di informazioni che possono indurre in errore il consumatore soprattutto in merito alle caratteristiche dell'alimento, applicando tale divieto anche alla pubblicità e presentazione degli alimenti. In quanto materia armonizzata, gli Stati membri non hanno la possibilità di adottare disposizioni nazionali, salvo casi specifici previsti dal diritto dell'Unione.
      Per quanto riguarda, invece, le verifiche contro la pirateria agroalimentare e l'etichettatura dei prodotti agroalimentari, evidenzio che l'Ispettorato centrale della tutela della qualità e della Repressioni Frodi, (ICQRF) di questo Ministero provvede all'effettuazione dei controlli ufficiali ai sensi del Regolamento (CE) 882/2004 (oggi Regolamento UE n. 625/2017), concernenti la garanzia delle pratiche commerciali per i mangimi e gli alimenti e la tutela degli interessi dei consumatori, compresa l'etichettatura dei prodotti alimentari in applicazione del (Regolamento UE n. 1169/2011 e delle specifiche norme settoriali.
      L'Icqrf è infatti competente anche ad effettuare i controlli ai sensi del Regolamento UE 1308/2013 sull'organizzazione comune del mercato dei prodotti agricoli, con specifico riferimento alla conformità dei prodotti agroalimentari alle relative disposizioni commerciali e di qualità che prevedono anche norme complementari riguardanti le informazioni sull'etichettatura (vino, olio, uova, carni, lattiero-caseario, ortofrutta, eccetera) dirette ai consumatori.
      I controlli sull'etichettatura svolti dall'Icqrf riguardano la completezza e la correttezza di tutte informazioni indicate nel sistema di etichettatura e vengono effettuati nell'arco dell'intera filiera produttiva e commerciale, anche utilizzando specifici, sistemi informatici telematici (registri obbligatori nel settore oleario e vitivinicolo, la banca dati nazionale dell'anagrafe zootecnica per i prodotti di origine animale) e, nel corso delle ispezioni, l'Icqrf provvede al prelievo di campioni dei prodotti controllati, che vengono poi sottoposti ad analisi chimico-fisiche e, in alcuni casi, anche organolettiche, utilizzando la propria rete di laboratori specializzati per i diversi settori merceologici.
      Con decreto legislativo del 15 dicembre 2017, n. 231, è stata adottata la disciplina sanzionatoria per le violazioni in materia di etichettatura dei prodotti alimentari prevista dal Regolamento UE n. 1169/2011, nonché la disciplina a livello nazionale applicativa;

          a) dell'articolo 44 del medesimo regolamento sulle informazioni finalizzate al consumatore per i prodotti non preimballati e per la ristorazione collettiva;

          b) della direttiva 2011/91/UE sulla identificazione della partita (lotto). Tale normativa individua l'Icqrf quale autorità competente all'irrogazione delle sanzioni ivi previste.

      L'ICQRF pone particolare attenzione alla verifica dell'indicazione dell'origine riportata sui prodotti agroalimentari effettuando, altresì, a campione, controlli di rintracciabilità per accertarne la veridicità, massimizzando il contrasto all'Italian sounding, quanto alla tutela dei prodotti made in Italy e delle produzioni più rappresentative in tale ambito, con particolare riferimento a quelle tutelate da specifica normativa dell'Unione europea (prodotti a denominazione di origine protetta-DOP- e indicazione geografica protetta-IGP-).
      In particolare, grazie al sistema di assistenza e cooperazione tra autorità competenti degli Stati membri Ue per i controlli di cui ai citati Regolamento CE n. 882/2004 e Regolamento UE n. 625/2017 «
Administrative Assistance and Cooperation (AAC) System/Food Fraud Network (FF)» — di cui l'Icqrf è punto di contatto per l'Italia insieme al Ministero della salute — vengono trattate le segnalazioni scambiate con le autorità di altri Stati membri riguardanti le irregolarità riscontrate sui dispositivi di etichettatura.
      L'Icqrf, quale autorità italiana di tutela
ex officio per le DOP e IGP (in attuazione dell'articolo 13, paragrafo 3, Regolamento UE n. 1151/2012), nonché punto di contatto italiano quanto ai controlli nel settore vitivinicolo (in attuazione dell'articolo 40 del Regolamento UE 2018/273), adotta tutte le misure necessarie per far cessare in Europa e nel mondo l'uso illecito delle denominazioni di origine protette e delle indicazioni geografiche protette italiane.
      Ciò, sia nel settore «
wine» che nei settori «food» ottenendo risultati positivi e rapidi in quanto i prodotti oggetto di segnalazione vengono prontamente ritirati dal mercato, grazie anche alla collaborazione avviata con le autorità di controllo estere.
      Inoltre, per quanto riguarda il commercio sul
web a livello mondiale, sono stati siglati specifici protocolli d'intesa con le principali piattaforme del commercio elettronico mondiale on-line (eBay, Amazon, Alibaba) — sulle quali l'Icqrf vigila — al fine di:

          individuare strumenti sempre più efficaci per contrastare i fenomeni di usurpazione delle denominazioni registrate italiane;

          tutelare i consumatori che si avvalgono delle suddette piattaforme e-commerce;

          rafforzare la promozione, la valorizzazione e l'informazione sulle produzioni italiane DOP e IGP, favorendo così la presenza nel mercato on-line di prodotti italiani autentici e di qualità.

      L'Icqrf è, pertanto, in grado di ottenere in tempi rapidi il blocco e la rimozione degli annunci ingannevoli e/o evocativi dei prodotti di eccellenza italiani, grazie alla collaborazione con i grandi operatori mondiali del settore.
      Ad oggi sono stati complessivamente trattati più di 3793 casi di intervento a tutela di prodotti italiani a denominazione di origine o indicazione geografica protette e per l'anno 2020 sono già ulteriormente massimizzate le attività di contrasto alle frodi ed all'
italian sounding, per la tutela delle indicazioni geografiche e per la verifica della corretta etichettatura anche fuori dai confini nazionali e sul web.
      Al momento, un recente nuovo problema che è oggetto di nostra massima attenzione, è l'assegnazione di nuovi «domini» di primo livello che l'ICANN (
Internet Corporation for Assigned Names and Numbers), ente privato di gestione localizzato in California, sta per compiere.
      La circostanza che preoccupa sono le domande di delegazione di nuovo dominio riguardanti termini che sono indicazioni geografiche registrate nell'Unione europea, come ad esempio: asiago, fontina, gorgonzola, prosecco, chianti, marsala, grappa e altre ancora, in quanto dette indicazioni geografiche italiane sono ritenute presumibilmente generiche dalle autorità statunitensi per favorire prodotti locali che le utilizzano — sfruttando la reputazione di quei nomi — sia nel mercato domestico che in quelli terzi, sia in Internet. Tutto ciò all'interno di un sistema deregolamentato, pregiuridico e sovranazionale.
      In ordine a tale deregolamentazione, questo Ministero, insieme ad altre istituzioni competenti, è impegnato a perorare in tutti gli ambiti comunitari ed internazionali, l'iniziativa finalizzata alla creazione di un nuovo quadro giuridico — frutto del lavoro avveduto degli Stati — prima di procedere a delegare i domini di primo livello che — si evidenzia sono diritti acquisiti nella giurisdizione statunitense.
      Al contrario, si è di fronte ad una condizione che per gli Stati europei è di grande difficoltà, avendo alle spalle una solida e consolidata base giuridica ed una lunga tradizione che, invece, non esiste nel mondo
on line dove il sistema di regole codificate da leggi o accordi internazionali negoziati dagli Stati è rifiutato ab origine.
Il Sottosegretario di Stato per le politiche agricole alimentari e forestali: Giuseppe L'Abbate.


      MISITI. — Al Presidente del Consiglio dei ministri, al Ministro delle politiche agricole alimentari, forestali e del turismo, al Ministro della salute. — Per sapere – premesso che:

          l'Ente nazionale cinofilia italiana (Enci), associazione senza fini di lucro, già nota alla stampa per irregolarità nell'iscrizione di cuccioli al Registro origini italiano, è delegato dallo Stato alla tenuta dei libri genealogici, ai sensi dell'articolo 21, comma 1, lettera b), della legge n. 489 del 1992 ed emette certificati di origine (pedigree) dal valore di atti pubblici, ai sensi dell'articolo 71, lettera d), del decreto del Presidente della Repubblica n. 616 del 1977 nonché dello stesso articolo 21 della legge n. 489 del 1992;

          nella scorsa legislatura il Governo pro tempore, rispondendo a una interrogazione del 19 dicembre 2017 su differenti irregolarità, evidenziava di conoscere un unico caso, del 2016, riguardante il sequestro di 168 cani e 61 certificati di origine (pedigree) Enci contraffatti, nonostante all'interrogante risultino numerose segnalazioni in tema di certificazioni;

          le citate segnalazioni provenienti da diversi cinofili sono all'attenzione dell'Enci da diverso tempo senza che lo stesso, a giudizio dell'interrogante, abbia fornito i necessari chiarimenti;

          criticità si riscontrerebbero anche in relazione ai controlli sul comportamento deontologico dei giudici/esperti, come prescritto dal decreto ministeriale 22 dicembre 2010, con ripercussioni sul lavoro di moltissimi allevatori ed addestratori;

          le citate criticità nell'attività dell'Enci possono produrre effetti negativi soprattutto in quelle razze più idonee ad essere utilizzate come cani guida per non vedenti o cani da soccorso o nelle terapie assistite da animali da compagnia (Pet Therapy), con conseguente rischio per la salute e l'incolumità di bambini, anziani e persone con disabilità;

          in Italia i controlli sui cani sono di fondamentale importanza, anche perché la tratta dei cuccioli vale 300, milioni di euro (rapporto Zoomafie 2018) e sarebbero 8.000 gli animali importati illegalmente ogni settimana spesso accompagnati da documentazione contraffatta e venduti a prezzi che oscillano tra 60 e i 1200 euro;

          l'Enci ha acquistato le quote della società Skorpio Srl messa in liquidazione, circostanza che ha consentito di attribuire all'unico socio (Enci) la proprietà della Skorpio e di usufruire dell'attuale sede della stessa Enci inizialmente in comodato d'uso; in tal modo, come riportato da alcuni organi di stampa, sarebbe stata evitata la corresponsione delle imposte relative all'acquisto del citato immobile;

          l'Enci ha deciso poi di revocare la liquidazione della Skorpio, cambiando il nome a tale società in «Enci Servizi srl»; sarebbe stato modificato, a quanto consta all'interrogante, anche lo scopo sociale in prestazioni e cessazioni di beni e servizi legati alla cinofilia, svolgendo così, di fatto, la nuova società tutte le attività dell'Enci, tranne la tenuta dei libri e dei registri genealogici;

          i soci dell'Enci, per di più, sarebbero tenuti all'oscuro di verbali e delibere dell'Enci che non verrebbero pubblicate;

          a quanto consta all'interrogante, l'Enci oggi paga, annualmente, 200.000 euro all'Enci Servizi per la locazione dell'immobile sopra citato –:

          se il Governo sia a conoscenza di quanto esposto in premessa e se intenda adottare le opportune e urgenti iniziative di competenza per esercitare i poteri sostitutivi di cui all'articolo 10-quater del decreto-legge n. 194 del 2009, provvedendo alla nomina di un commissario ad acta o, in alternativa, verificare la sussistenza dei presupposti per l'immediato ritiro dei libri genealogici, dei registri anagrafici e della delega per il rilascio dei certificati di origine (pedigree).
(4-02483)

      Risposta. — In primo luogo ritengo opportuno chiarire il quadro normativo di riferimento riguardante la natura giuridica dell'Ente nazionale cinofilia italiana e le funzioni istituzionali svolte da tale ente.
      L'istituzione e la tenuta dei libri genealogici della specie canina vengono disciplinati dal decreto legislativo n. 529 del 1992 il cui articolo 2 prevede che tali libri siano istituiti – previa approvazione con decreto dell'allora Ministro dell'agricoltura – dalle associazioni nazionali di allevatori di specie o di razza e che detti libri vengano tenuti dalle citate associazioni sulla scorta di appositi disciplinari, anch'essi approvati con decreto del Ministro.
      In ragione di quanto sopra, l'ENCI ha istituito e gestisce il libro genealogico del cane di razza sulla base di un disciplinare approvato da questo Ministero con decreto ministeriale n. 21095 del 5 febbraio 1996 e dalle relative norme tecniche approvate con decreto ministeriale n. 21203 dell'8 marzo 2005 e successive modifiche.
      L'ENCI è ente di natura privata e la gestione del libro genealogico non implica un mutamento della sua natura giuridica né una delega di pubblici poteri, posto che la sua attività non deriva dallo Stato ma dai soci cinofili che ne sopportano i costi individuali per quando attiene alla selezione e i costi collettivi, per quanto riguarda la gestione dei servizi erogati dall'ente.
      Il controllo dello Stato si esercita solo sulla tenuta dei sopracitati libri genealogici che, come già detto, vengono istituiti dalle associazioni nazionali di allevatori di specie e razza, (con la vigilanza del Ministero e le approvazioni ministeriali dei relativi disciplinari), sicché l'attività di tenuta del libro genealogico e di emissione dei
pedigree risulta sì di interesse pubblico collettivo – stante l'affidamento dei terzi sui documenti e le certificazioni che l'ente rilascia – ma non si può considerare un'attività pubblica.
      Premesso che l'interrogazione non fa menzione di fatti specifici, segnalo che, ad oggi, non risultano a questo Ministero segnalazioni riferite ad errori nell'iscrizione di soggetti al libro genealogico alle quali l'ENCI non abbia dato puntuale riscontro.
      Questa amministrazione non può, ovviamente, essere a conoscenza di eventuali segnalazioni trasmesse direttamente all'ENCI, ma ha contezza di quelle nelle quali è stata coinvolta e che comunque non ritiene mettano in discussione il rispetto da parte dell'ente dei requisiti prescritti dalla normativa vigente ai fini della tenuta di un libro genealogico.
      Aggiungo che, in occasione di alcune segnalazioni pervenute, l'ENCI ha sempre fornito i doverosi chiarimenti e la disponibilità alla sostituzione dei certificati genealogici ove fossero stati accertati errori o refusi.
      I casi in cui l'ENCI non ha potuto ancora – a fronte di errori evidenziati in taluni
pedigree – emettere il pedigree corretto, dipendono dall'indisponibilità degli allevatori interessati a restituire il documento errato, per cui tale fattispecie non configura una carenza dell'ENCI che ha la responsabilità di garantire in ogni momento l'esistenza di un unico certificato ufficiale per ciascun cane iscritto.
      Il libro genealogico del cane di razza ha un fondamento fiduciario ed autodichiarativo per cui, ai fini dell'emissione dei certificati genealogici l'ENCI si basa sulle dichiarazioni degli allevatori delle quali questi ultimi assumono la piena responsabilità.
      Stante questo fondamento autodichiarativo del libro genealogico, il disciplinare e le norme tecniche vigenti prevedono comunque – per conseguire una maggior attendibilità dei certificati genealogici – un sistema di controlli a campione, finalizzati a limitare il rischio che siano inserite nel libro genealogico informazioni non corrette, così come per quei soggetti particolarmente interessanti sotto il profilo riproduttivo e di grande impatto sulla popolazione è obbligatoriamente richiesto anche il deposito di campione biologico.
      Tale sistema di controllo – che prevede l'effettuazione di accertamenti di parentela soprattutto ove il rischio di influenzare la popolazione è maggiore – si pone come appropriato e valido strumento, considerando la numerosità e l'eterogeneità del parco cinotecnico nazionale, che non consente di prevedere verifiche di parentela sulla totalità degli animali iscritti.
      La validità di tali procedure, trova conferma nello stesso Regolamento 1012/2016 (che pur non direttamente applicabile alla specie canina, rappresenta l'unica norma europea che fissa principi e stabilisce linee di indirizzo in materia di libri genealogici). Esso prevede infatti un obbligo di verifica dell'identità tramite esame del DNA solo per quei riproduttori con maggiore possibilità di impatto sulla popolazione di riferimento, parimenti a quanto i regolamenti ENCI prevedono.
      L'attendibilità delle informazioni inserite nel libro genealogico può pertanto essere garantita concretamente tramite l'utilizzo di procedure informatiche certificate che prevedono un apposito sistema di controlli integrati sulla coerenza dei dati immessi, in abbinamento al sistema di controlli a campione della parentela.
      Peraltro, nell'ambito dell'attività ordinaria di questa amministrazione l'ENCI è periodicamente soggetto alla verifica dei requisiti previsti dalla normativa vigente per la tenuta del libro genealogico del cane di razza. L'ultima verifica che ha avuto esito favorevole risale al 22 ottobre 2018 e ha riguardato anche la valutazione puntuale delle criticità oggetto di segnalazione.
      La Commissione ministeriale al riguardo incaricata non ha rilevato carenze strutturali od organizzative dell'ENCI, ritenendo soddisfacenti le procedure messe in atto dall'ente, soprattutto con riferimento all'attività di vigilanza effettuata sulle delegazioni territoriali e per l'impegno nell'affidabilità del
data base, anche alla luce di mirati interventi correttivi già posti in essere dall'ENCI sulla scorta di segnalazioni pervenute nel tempo.
      Per quanto poi attiene alle generiche criticità segnalate con riferimento ai controlli sul comportamento deontologico dei giudici e degli esperti, tengo a precisare che il disciplinare del corpo degli esperti del libro genealogico del cane di razza – approvato con decreto ministeriale n. 29064 del 22 dicembre 2010 – prevede un
comitato consultivo esperti giudici, il quale tratta questioni di carattere eminentemente tecnico, quali la metodica dei giudizi, la formazione, l'aggiornamento degli esperti/giudici e relaziona, per le rispettive competenze, al consiglio direttivo dell'ENCI sulle condizioni delle varie razze.
      Il comitato ha inoltre il compito di riferire al medesimo consiglio direttivo in ordine alle segnalazioni pervenute in relazione al comportamento degli esperti/giudici nell'espletamento dei loro compiti per quanto riguarda il rispetto dei vigenti regolamenti e del codice deontologico, proponendo – a seguito di una istruttoria nella quale sono presentabili memorie difensive – eventuali sanzioni disciplinari per quanti hanno avuto comportamenti non confacenti.
      Per quanto poi attiene alle presunte criticità atte a favorire il traffico illegale di cuccioli, sottolineo che l'ENCI ha sempre fattivamente collaborato con le forze dell'ordine per risolvere le problematiche aventi ricadute sull'iscrizione al libro genealogico e, in particolare, con riguardo all'importazione illegale di soggetti.
      L'ENCI è stato anche sentito in relazione ad alcune attività di indagine riguardanti un'operazione recentemente conclusa dalla Polizia di Stato, che ha consentito di smantellare un traffico illegale di cuccioli provenienti dall'est europeo e che ha evidenziato anche la presenza di documenti non emessi dall'ENCI, attestanti presunte genealogie.
      Ciò dimostra come sia risultato importante il supporto fornito dall'ENCI, peraltro, ad attività che vengono condotte anche a difesa degli allevatori che rispettano le regole.
      Per quanto riguarda i rilievi mossi dall'interrogante sulle implicazioni organizzative e gestionali dell'ente, preciso che l'ENCI è un ente privato che gode di una propria autonomia di carattere organizzativo-gestionale e, dunque, rientrano nella propria sfera decisionale anche le scelte volte all'affidamento di alcune attività di servizi, che, pertanto, rimangono insindacabili da parte di questa amministrazione.
      Nondimeno, sulla base di quanto precisato dall'ENCI con dedicata nota, evidenzio quanto segue.
      A distanza di anni dall'acquisizione della società immobiliare
Skorpio S.r.l. - per allinearsi con la normativa giuridico fiscale nonché per motivi di coerenza con le attività istituzionali dell'ente – l'ENCI ha ritenuto di procedere alla revoca dello stato di liquidazione in cui versava da anni la Skorpio e a modificare la sua denominazione sociale in ENCI Servizi S.r.l., così come deliberato dal consiglio direttivo, con parere favorevole del collegio sindacale del 13 dicembre 2017.
      Ciò ha comportato la modifica dello Statuto della nuova società con l'introduzione della possibilità di realizzare attività accessorie a possibili future iniziative privatistiche di sostegno e di crescita della cinofilia, non inerenti l'attività di tenuta del libro genealogico.
      La successiva stipula di un contratto di locazione a titolo oneroso, con canone stabilito tramite perizia giurata, si è resa necessaria per ottemperare alle disposizioni del decreto-legge n. 138 del 13 agosto 2011, convertito nella legge n. 148 del 14 settembre 2011, con l'articolo 2 commi da 36-
terdecies a 36-duodevicies, che introducono una disciplina che ha implicato, come conseguenza, una sfavorevole valutazione fiscale della concessione in godimento dei beni delle imprese ai soci.
      Con riferimento all'esercizio di poteri sostitutivi, evidenzio, inoltre, che in relazione al commissariamento del libro genealogico del cane di razza disposto con decreto ministeriale n. 3907 del 2009, la sentenza n. 250/2016 del Consiglio di Stato ha esaustivamente definito i limiti e le modalità di esercizio del potere sostitutivo di questo Ministero verso l'ENCI, potere che si deve esercitare solo ove sussistano ragioni di pubblico interesse che impongono interventi di tal genere.
      Il decreto relativo al commissariamento citato è stato annullato e definito illegittimo in primo e secondo grado, in quanto considerato un'espropriazione di prerogative rimesse alla volontà di un ente privato che svolge un'attività avente valore privilegiato pubblico, ma che rimane essenzialmente privata.
      Quindi, in ragione delle considerazioni espresse, delle verifiche effettuate sulle attività poste in essere da ENCI nell'ambito della tenuta del libro genealogico, della relazione redatta dalla commissione ministeriale appositamente incaricata, per quanto sopra esposto, non ritengo si siano verificati eventi che ledono o pongono in pericolo l'interesse pubblico nella corretta gestione del libro genealogico ed emerge la conformità dell'ENCI ai requisiti previsti dalla normativa vigente.
      Pertanto non si ravvisano i presupposti per disporre un eventuale commissariamento, né per sospendere l'ENCI quale associazione ufficialmente riconosciuta per la tenuta del libro genealogico del cane di razza ai sensi del decreto legislativo n. 529 del 1992.

Il Sottosegretario di Stato per le politiche agricole alimentari e forestali: Giuseppe L'Abbate.


      MURONI. — Al Ministro dello sviluppo economico, al Ministro dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare, al Ministro per i beni e le attività culturali. — Per sapere – premesso che:

          il Manifesto del 14 settembre 2019 ha dedicato ampio spazio alla ripresa delle attività di ricerca di idrocarburi su terra ferma in Sicilia («(...) L'area del Barocco presa di mira è tra i siti patrimonio dell'Unesco»), citando il permesso di ricerca «Fiume Tellaro», accordato il 22 marzo 2004. È oramai prossima la realizzazione di 3 nuovi pozzi esplorativi autorizzati con decreto del 5 febbraio 2019 a firma dell'assessore regionale all'energia;

          il Manifesto riferisce anche che i «No Triv» hanno denunciato che con decreto del 28 febbraio 2019 è stato rilasciato un nuovo permesso di ricerca denominato «Case la Rocca»; di questo non risulterebbero tracce negli aggiornamenti sulla Sicilia che il Ministero dello sviluppo economico pubblica sul Bollettino ufficiale degli idrocarburi e delle georisorse, fermi, ad oggi, al 30 giugno 2018;

          la giunta ed i competenti uffici della Regione siciliana hanno disatteso quanto previsto dalla legge 12 febbraio 2019 in merito alle sospensioni di legge, optando per l'applicazione della legge regionale n. 14 del 2000, che insigni giuristi ritengono da tempo incostituzionale;

          dalla lettura degli atti apparirebbe netta la volontà, ribadita dalla Regione siciliana con la deliberazione di giunta n. 347 del 19 settembre 2018, di dare nuovo impulso alle attività di ricerca e di estrazione di gas su terra ferma, così come previsto dal protocollo d'intesa sottoscritto nel 2014 tra Ministero dello sviluppo economico, regione siciliana, comune di Gela ed Eni, e ciò ad avviso dell'interrogante in violazione della legge nazionale e degli obiettivi di decarbonizzazione indicati nella nuova proposta di piano integrato nazionale Clima ed energia che l'Italia invierà presto a Bruxelles;

          non è accettabile che in materia di ricerca e coltivazione di idrocarburi, e di pianificazione energetica e climatica, la regione siciliana possa far tutto da sé. A maggior ragione visto che il Ministero dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare ha già applicato la sospensione di cui alla legge nazionale n. 12 del 2019 alla procedura di VIA n. 3355 riguardante il permesso di ricerca di idrocarburi «Scicli»;

          sarebbe peraltro opportuno che venissero revocati i decreti assessoriali del 5 e del 28 febbraio 2019 sopra richiamati –:

          quali iniziative di competenza il Governo intenda adottare nel più breve tempo possibile, anche alla luce dei progetti di cui in premessa, per porre fine alla deriva fossile che si sta compiendo in una delle aree più ricche di risorse naturali, di beni ambientali e culturali del nostro Paese;

          quali iniziative di competenza il Governo ritenga di dover intraprendere per restituire la dovuta trasparenza all'informazione diretta al pubblico in materia di istanze, permessi di ricerca e concessioni, inclusi quelli riguardanti la Sicilia, e per ricondurre la pianificazione ambientale, energetica e climatica al rispetto della normativa nazionale.
(4-03591)


      MURONI. — Al Ministro dello sviluppo economico, al Ministro dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare. — Per sapere – premesso che:

          il silenzio è calato su uno dei passaggi più critici del procedimento di autorizzazione che ha portato alla ripresa delle attività di ricerca di gas in Val di Noto, permesso di ricerca «Fiume Tellaro», di cui il Coordinamento nazionale No Triv si è occupato nei giorni scorsi e per cui si è attivato per l'accesso agli atti presso i competenti uffici della regione Siciliana;

          il punto dirimente è l'applicazione anche in Sicilia della legge nazionale n. 12 del 2019, che ha introdotto la sospensione dei procedimenti autorizzativi di permessi di ricerca e le attività di permessi di ricerca in tutto il territorio nazionale per la durata di 18 mesi a far data dal 12 febbraio 2019 e, comunque, fino all'approvazione del PiTESAI (Piano per la transizione energetica sostenibile delle aree idonee);

          su questa vicenda in questi giorni è intervenuto l'atto di diffida inviato dai comuni del Distretto Sud al Ministero dello sviluppo economico affinché questo si pronunci sull'applicabilità della legge n. 12 del 2019 anche in Sicilia;

          a seguito dell'accesso agli atti, il Coordinamento nazionale No Triv è venuto in possesso di una nota ufficiale del 1° agosto 2019, in cui si citano due distinte richieste di parere, datate rispettivamente 30 aprile 2019 e 4 luglio 2019, formulate dal dirigente generale dell'assessorato dell'energia della regione Siciliana all'Avvocatura generale dello Stato – ad oggi rimaste inevase –, in merito all'applicabilità o meno alla Sicilia della legge nazionale sulle sospensioni, in virtù dello statuto speciale autonomo di cui gode la regione;

          la mancata risposta dell'Avvocatura dello Stato, si argomenta nella nota del 1° agosto 2019, avrebbe in qualche modo concorso, assieme ad altre concause, a far maturare la decisione da parte della regione Siciliana di autorizzare le attività di ricerca di «Fiume Tellaro», al fine di evitare di rischiare, di essere soccombente a fronte di più che probabili ed onerosi ricorsi da parte delle compagnie dell'Oil&Gas;

          a tal riguardo si ricorda che l'interrogante sulla vicenda «Fiume Tellaro» ha già depositato un'interrogazione (4-03591) a cui ancora non è stata data risposta e per questo ribadisce la richiesta che sarebbe peraltro opportuno che venissero revocati i decreti assessoriali del 5 e del 28 febbraio 2019 richiamati nella precedente interrogazione –:

          se il Ministro dello sviluppo economico sia in possesso delle due richieste di parere, citate in premessa, della regione Sicilia indirizzate all'Avvocatura dello Stato;

          quali iniziative di competenza il Governo intenda adottare nel più breve tempo possibile, anche alla luce dei progetti di cui in premessa, per porre fine alla deriva fossile che si sta compiendo in una delle aree più ricche di risorse naturali, di beni ambientali e culturali del nostro Paese;

          quali iniziative di competenza il Governo ritenga di dover intraprendere per restituire la dovuta trasparenza all'informazione diretta al pubblico in materia di istanze, permessi di ricerca e concessioni, inclusi quelli riguardanti la Sicilia, e per ricondurre la pianificazione ambientale, energetica e climatica al rispetto della normativa nazionale.
(4-03791)

      Risposta. — Con riferimento all'atto di sindacato ispettivo in esame, sentite le direzioni generali competenti del Ministero dello sviluppo economico, si rappresenta quanto segue.
      L'interrogante fa riferimento ai permessi di ricerca di idrocarburi su terra ferma in Sicilia, lamentando il mancato rispetto del decreto-legge 14 dicembre 2018, n. 135, convertito con modificazioni dalla legge 11 febbraio 2019, n. 12, recante «Disposizioni urgenti in materia di sostegno e semplificazione per le imprese e per la pubblica amministrazione».
      Nel merito si fa presente che l'articolo 14, lettera
h) dello statuto della regione siciliana riserva alla competenza esclusiva della regione la materia delle «miniere, cave, torbiere e saline».
      Inoltre, il decreto del Presidente della Repubblica 5 novembre 1949, n. 1182, recante «Norme di attuazione dello statuto della regione siciliana nelle materie relative all'industria ed al commercio», prevede una clausola generale e onnicomprensiva in base alla quale le attribuzioni del Ministero dell'industria e del commercio sono esercitate, nel territorio della regione siciliana, dall'amministrazione regionale.
      In attuazione del citato articolo 14, la Regione Siciliana, fin dai primi anni della propria autonomia, ha disciplinato la materia delle attività estrattive (miniere, cave, torbiere, geotermia, idrocarburi ed acque minerali e termali) e dei lavori di scavo in sotterraneo non aventi finalità minerarie, nonché la materia della polizia mineraria ed in genere della prevenzione degli infortuni sul lavoro e delle malattie professionali nel settore minerario.
      Ciò premesso, si conferma che gli atti amministrativi contestati sono stati adottati dalla regione siciliana senza il coinvolgimento del Ministero dello sviluppo economico.
      Sembrerebbe inoltre potersi affermare che l'eventuale adesione della regione siciliana alle disposizioni del citato decreto-legge n. 135 del 2018 rientri, a legislazione vigente, nell'autonomia decisionale della regione stessa, fatti salvi i casi che richiedono una valutazione di impatto ambientale (Via) statale, i cui procedimenti sarebbero indirettamente sospesi dal citato decreto-legge n. 135 del 2018, convertito con modificazioni dalla legge 11 febbraio 2019, n. 12.
      Per quello che attiene, invece, al sollecito mosso dall'interrogante di restituire trasparenza all'informazione diretta al pubblico in materia di istanze, permessi di ricerca e concessioni, si riferisce che è
on line la nuova versione del sito del Ministero dello sviluppo economico, realizzata per adeguare il servizio agli standard di sicurezza del Ministero, in quanto il sito precedente era stato più volte oggetto di attacco informatico. L'aggiornamento del sito si è concluso il 12 aprile 2019, con la pubblicazione del sistema informativo WebGIS DGS UNMIG contenente i dati riguardanti le attività di ricerca e coltivazione di idrocarburi liquidi e gassosi e le attività di stoccaggio del gas naturale.
      I dati sono geo-localizzati e presentati con visualizzazione WebGIS di facile ed intuitiva consultazione, tramite l'utilizzo di una piattaforma
software tra le più avanzate disponibili su scala mondiale. Specificamente, sono resi disponibili:

          Permessi di ricerca di idrocarburi

          Concessioni di coltivazione di idrocarburi

          Istanze per il conferimento di nuovi permessi di ricerca

          Istanze per il conferimento di nuove concessioni di coltivazione

          Centrali di raccolta e trattamento

          Piattaforme marine

          Schemi di collegamento tra piattaforme marine e tra piattaforme e centrali

          Limite delle 12 miglia dalle coste e dalle aree marine protette

          Limiti delle Zone marine aperte alla ricerca e coltivazione di idrocarburi

          Concessioni di stoccaggio di gas naturale

          Istanze per il conferimento di nuove concessioni di stoccaggio

          Centrali di stoccaggio.

      A ogni livello (layer) è associato un vasto set di dati consultabile tramite la selezione grafica degli oggetti (ad esempio, il poligono corrispondente all'area di un titolo minerario o la linea di una zona marina oppure il simbolo grafico identificante una centrale o una piattaforma).
      I dati così presentati, corrispondono alle schede di dettaglio degli elenchi proposti nella precedente versione del sito web direzione generale «sicurezza anche ambientale delle attività minerarie ed energetiche – ufficio nazionale minerario per gli idrocarburi e le georisorse» (DGS-UNMIG).
      L'elenco dei titoli vigenti e l'elenco delle istanze per il conferimento di nuovi titoli nel territorio della regione siciliana sono pubblicati anche nel bollettino ufficiale degli idrocarburi e delle georisorse (BUIG), dove vengono pubblicati mensilmente i provvedimenti e le istanze concernenti l'attività dei titoli minerari su tutto il territorio nazionale. Al riguardo va precisato che la pubblicazione dei dati e delle informazioni della regione siciliana, a cura della competente Direzione generale del Ministero dello sviluppo economico, è predisposta unicamente ai fini della pubblicità e della trasparenza. Stante la totale autonomia statutaria regionale, infatti, gli obblighi di informazione sono a capo della stessa regione. Per tale motivo, nelle sezioni del bollettino riportanti dati e informazioni relativi alla regione siciliana, viene specificato: «in Sicilia, per la sola terraferma, in virtù dello statuto speciale della regione, la competenza normativa e amministrativa è completamente autonoma. I dati riportati sono forniti dal competente ufficio regionale».
      L'aggiornamento degli elenchi del Buig per gli atti di competenza statale è, generalmente, a cadenza mensile; tuttavia la parte relativa alla regione siciliana viene aggiornata quando vengono forniti nuovi dati dall'ufficio regionale per gli idrocarburi e la geotermica (URIG), con cadenze da quest'ultimo stabilite.
      In conclusione, in via generale, rappresento la piena e massima collaborazione per rendere trasparente l'informazione diretta al pubblico in materia di istanze, permessi di ricerca e concessioni, nonché per garantire il pieno rispetto della normativa nazionale della pianificazione ambientale, energetica e climatica da parte delle regioni, fermo restando le peculiarità e l'autonomia in proposito delle regioni a statuto speciale.

Il Ministro dello sviluppo economico: Stefano Patuanelli.


      NITTI e LATTANZIO. — Al Ministro per i beni e le attività culturali e per il turismo. — Per sapere – premesso che:

          la Biblioteca nazionale di Bari Sagarriga Visconti-Volpi, aperta al pubblico nel 1877, è nata nel 1863 intorno al nucleo della donazione della biblioteca personale del senatore Gerolamo Sagarriga Visconti Volpi e cresciuta fino agli attuali 300 mila volumi di monografie, 55 incunaboli, 50 mila volumi antichi a stampa, 5 mila periodici e poi manoscritti, pergamene ed epistolari;

          la Biblioteca nazionale di Bari Sagarriga Visconti-Volpi è la più grande biblioteca pubblica pugliese e una delle più grandi nell'Italia meridionale, dopo le biblioteche nazionali di Napoli e Palermo;

          come riportato dai quotidiani La Repubblica, La Gazzetta del Mezzogiorno e FanPage, in data 17 novembre 2019 Eugenia Scagliarini, direttrice della Sagarriga Visconti Volpi, in una comunicazione ufficiale inviata alle organizzazioni sindacali e alla direzione generale biblioteche e istituti culturali, ha annunciato la sospensione dal 1o dicembre 2019 di tutti i servizi di prestito e distribuzione di volumi, ma anche delle attività di accoglienza e vigilanza;

          come specificato nella medesima comunicazione ufficiale dalla direttrice Eugenia Scagliarini, la biblioteca dispone attualmente di un'unica unità utile assistente fruizione, vigilanza e accoglienza (parzialmente abile) e a ciò va aggiunto il fatto che «come per tempo anticipato, le altre due unità presenti in organico dovranno usufruire delle ferie residue maturate prima di andare in pensione a partire dal primo gennaio del 2020 e pertanto non saranno più presenti»;

          i segretari della Fp Cgil Bari e della Fp Cgil Mibac, Dario Capozzi Orsini e Matteo Scagliarini hanno denunciato congiuntamente in data 17 novembre 2019 come «la situazione della Biblioteca nazionale pare ormai raggiungere un punto di non ritorno e purtroppo fra poco anche l'Archivio di Stato di Bari, che ha sede sempre nell'ex Macello, si troverà nella stessa situazione. Nonostante la direzione abbia inviato note allarmate, non ha ricevuto alcun riscontro. Il rischio di chiusura sembra inesorabile. Un grandissimo patrimonio librario, di conoscenze e di storia del territorio è messo a rischio»;

          la riorganizzazione temporanea e la sospensione dei servizi di prestito e distribuzione, oltre che delle attività di accoglienza e vigilanza della Biblioteca nazionale, sono da ascrivere alla totale mancanza del turnover negli ultimi dieci anni e ai pensionamenti seguiti all'entrata in vigore della nuova disciplina regolatrice dell'accesso al trattamento pensionistico, contenuta nel decreto-legge 28 gennaio 2019, n. 4;

          la direzione della Biblioteca nazionale di Bari aveva da tempo fatto richiesta al Ministero di nuovo personale, sia facendo riferimento al bando di concorso del Ministero per i beni e le attività culturali e per il turismo 2019 relativo alle 1052 unità addetti alla vigilanza, sia attraverso l'Ales (Arte lavoro e servizi s.p.a.) ovvero la società in house del Ministero per i beni e le attività culturali e per il turismo impegnata da oltre dieci anni in attività relative alla conservazione e valorizzazione del patrimonio culturale e in attività di supporto agli uffici tecnico – amministrativi del socio unico –:

          se il Ministro interrogato sia a conoscenza dei fatti citati in premessa;

          quali iniziative intenda assumere per garantire il regolare svolgimento del servizio e la regolare apertura al pubblico della Biblioteca nazionale di Bari Sagarriga Visconti-Volpi.
(4-04155)

      Risposta. — Si riscontra l'atto di sindacato ispettivo in esame, con il quale l'interrogante ha chiesto notizie in merito agli istituti ivi indicati.
      Sulla base degli elementi forniti dalle competenti direzioni generali, si rappresenta quanto segue.
      A) Relativamente alla carenza di personale presso la Biblioteca nazionale Sagarriga Visconti-Volpi di Bari, l'amministrazione, nella piena consapevolezza del ruolo rivestito dalla biblioteca nel panorama culturale del Mezzogiorno coi suoi circa 17.000 utenti (compresi quelli da remoto) e il suo esteso patrimonio di manoscritti, edizioni a stampa, litografie, disegni, acquerelli e fondi musicali, ha posto in essere azioni sinergiche volte a integrare l'organico dell'istituto. Nello specifico, nel mese di novembre 2019 è stato indetto un interpello per il trasferimento di personale di varie qualifiche, è stata distaccata un'unità di personale di custodia ed è stato avviato il servizio di movimentazione e distribuzione di materiale librario, fornito dalla società
in house Ales S.p.A., per un periodo di 10 mesi a far data dal 2 dicembre 2019, con l'impiego di n. 3 addetti. Rispetto a tale servizio, la direzione generale biblioteche e diritto d'autore ha già avviato con Ales S.p.A. le necessarie interlocuzioni a fini della prosecuzione del servizio per ulteriori 12 mesi.
      Contestualmente alla suddetta richiesta di interpello di novembre 2019, le organizzazioni sindacali indicevano, in data 22 novembre 2019, lo stato di agitazione dei personale della Biblioteca nazionale e chiedevano la convocazione di un tavolo di trattativa con i rappresentanti delle direzioni generali interessate.
      In data 25 novembre 2019, si riunivano presso il segretariato regionale della Puglia i rappresentanti delle organizzazioni sindacali, delle rappresentanze sindacali unitarie e dell'amministrazione, quali la dott.ssa Eugenia Scagliarini – direttrice della Biblioteca, il Prof. Alessandro Benzia – direttore del servizio II della direzione generale organizzazione e la dottoressa Rosa Piccininni – funzionario incaricato di sostituire il segretario regionale per la Puglia, al fine di addivenire ad una soluzione condivisa, così da garantire il servizio all'utenza.
      Nel corso della riunione, le parti si sono impegnate ad assicurare, per quanto di rispettiva competenza, la continuità del servizio erogato e la mancata chiusura della struttura, anche ricorrendo al supporto di personale reclutato mediante la società Ales.
      In considerazione del prevalente interesse pubblico connesso alla necessità di garantire l'apertura e la fruibilità dell'istituto, il segretario generale, con nota del 29 novembre 2019, considerata la disponibilità di risorse afferenti al proprio centro di responsabilità, rendeva nota l'intenzione di procedere «a richiedere alla società Ales S.p.A. la disponibilità, nelle more della conclusione dell'interpello citato, ad assicurare un servizio funzionale a garantire l'apertura al pubblico della biblioteca, al fine di scongiurare l'interruzione di un pubblico servizio».
      In seguito all'interpello, terminato il 30 novembre 2019, veniva assegnata n. 1 unità nel profilo preposto all'assistenza e vigilanza.
      Al riguardo, la direzione generale organizzazione ha proseguito gli interventi volti a consentire il superamento delle criticità attraverso risorse interne all'amministrazione, da ultimo bandendo un interpello, nel mese di maggio 2020 (a seguito di altro interpello nel mese di aprile), per il reperimento di diverse figure professionali (1 funzionario amministrativo, 7 funzionari bibliotecari, 5 operatori/assistenti amministrativi, 3 operatori/assistenti alla vigilanza, 2 addetti ai servizi ausiliari). L'interpello in parola non è, però, andato a buon fine.
      Agli esiti degli interpelli suddetti, si è proceduto a predisporre il trasferimento di n. 1 unità di personale di area II nel profilo professionale afferente alla vigilanza e, su istanza di parte, si è provveduto a distaccare n. 1 funzionario amministrativo che ha compensato un distacco in uscita del medesimo profilo professionale.
      Si precisa, altresì, che presso la biblioteca in oggetto, alla data del 17 giugno 2020, risultano in servizio n. 18 unità di personale, rilevandosi dunque una carenza di organico, rispetto all'organico di diritto che ammonta a n. 35 unità, pari a n. 17 unità, così ripartite:

          n. 2 addetti ai servizi ausiliari (area I);

          n. 6 assistenti amministrativo gestionali (area II);

          n. 3 assistenti alla vigilanza (area II);

          n. 1 funzionari amministrativo (area III);

          n. 6 funzionari bibliotecari (area III).

      B) Con riferimento, invece, all'Archivio di Stato di Bari, premettendo che nel mese di maggio 2020 è stato pubblicato un interpello per vari profili professionali che ha dato esito negativo, alla data del 17 giugno 2020 risultano in servizio n. 38 unità di personale a fronte delle n. 48 previste dalla dotazione organica di diritto, rilevandosi dunque una carenza di organico di n. 10 unità, così ripartite:

          n. 3 addetti ai servizi ausiliari (area I);

          n. 1 assistenti amministrativo gestionali (area II);

          n. 3 assistenti alla vigilanza (area II);

          n. 1 assistente informatico (area II);

          n. 4 funzionari archivisti (area III);

          n. 1 funzionario informatico (area III).

      Al riguardo, si evidenzia altresì che presso il suddetto archivio risulta essere presente, in determinati profili, personale in eccedenza e che, nell'ambito del programma di interventi volti a sostenere gli istituti archivistici, la direzione generale archivi intende assegnare all'archivio in questione n. 2 unità di personale selezionate a cura dei centri per l'impiego e destinate a funzioni di accoglienza e vigilanza.
      C) Tanto premesso, in riferimento all'eventuale assegnazione di nuovo personale presso la Biblioteca nazionale di Bari e l'Archivio di Stato di Bari, reclutato mediante la procedura
in fieri per l'assunzione di n. 1052 unità di seconda area funzionale non dirigenziale da destinare al profilo professionale dedicato all'accoglienza e vigilanza, è stata prevista all'interno del relativo bando la destinazione di n. 36 unità da ripartire negli istituti presenti nella regione Puglia.
      Con riferimento a detto concorso, dall'8 gennaio 2020 al 20 gennaio 2020 sono state espletate le prove preselettive e in data 28 gennaio 2020 è stato pubblicato l'elenco dei candidati ammessi alle prove scritte. Lo svolgimento di queste ultime, inizialmente previsto in data 19 marzo 2020 e successivamente in data 24 aprile 2020, è stato rinviato in considerazione dell'emergenza epidemiologica da COVID-19.
      Lo svolgimento delle successive fasi di detto concorso potrebbe avvenire secondo le modalità stabilite dall'articolo 248 del decreto-legge n. 34 del 2020 (cosiddetto
Decreto rilancio), il quale, con riferimento alle procedure concorsuali già bandite o per le quali sia stata effettuata anche una sola delle prove concorsuali, riconosce la possibilità a Ripam, su richiesta delle amministrazioni destinatarie delle procedure concorsuali, di modificare le modalità di svolgimento delle prove, prevedendo, da un lato, l'utilizzo di strumenti informatici e digitali per le prove scritte 0 il ricorso a sistemi di videoconferenze per le prove orali, dall'altro, lo svolgimento delle stesse prove presso sedi decentrate.
      Si segnala, inoltre, la procedura indetta con avviso di selezione pubblicato in
Gazzetta Ufficiale 4° serie speciale concorsi ed esami n. 15 del 21 febbraio 2020 – Procedura selettiva per il reclutamento di n. 500 unità di personale non dirigenziale con profilo professionale di «operatore alla custodia, vigilanza e accoglienza» della II area funzionale, posizione economica F1, a tempo pieno e indeterminato, mediante avviamento degli iscritti ai centri per l'impiego.
      Delle 500 unità suindicate, n. 18 unità sono destinate agli istituti aventi sede nella provincia di Bari.
      In applicazione dell'articolo 3, comma 2, dell'avviso di selezione, i segretariati regionali di questo Ministero hanno trasmesso, entro il termine di 30 giorni dalla pubblicazione del predetto avviso, ai centri per l'impiego territorialmente competenti, nonché agli uffici provinciali o regionali del lavoro, la richiesta di avviamento a selezione dei lavoratori ai fini del reclutamento. L'ulteriore svolgimento della procedura è ad oggi demandato ai centri per l'impiego. Sul punto, tuttavia, occorre tener presente che l'articolo 40 del decreto-legge n. 18 del 2020, convertito, con modificazioni, dalla legge n. 27 del 2020, ha disposto la sospensione delle procedure di avviamento a selezione tramite centri per l'impiego per due mesi dall'entrata in vigore del medesimo decreto-legge. La sospensione, peraltro, è stata ulteriormente prorogata per effetto dell'articolo 76 del citato Decreto rilancio, il quale ha stabilito che le procedure anzidette sono sospese per quattro mesi dall'entrata in vigore del decreto-legge n. 18 del 2020. In considerazione di detto intervento normativo, la procedura in esame risulta quindi sospesa fino al 17 luglio 2020.

La Sottosegretaria di Stato per i beni e le attività culturali e per il turismo: Anna Laura Orrico.


      PAXIA. — Al Ministro per i beni e le attività culturali. — Per sapere – premesso che:

          nei vari anni il governo della regione siciliana ha ridotto drasticamente il contributo destinato al teatro Massimo «Vincenzo Bellini» di Catania, portandolo dai 21,7 milioni di euro del 2006 agli 11,6 milioni per l'anno 2019;

          a causa del finanziamento ridotto per il triennio in corso dalla regione siciliana, che vede diminuire il contributo da 11,6 milioni per l'anno 2019 a 8,8 milioni per il 2020 e addirittura a zero euro per il 2021, sarà impossibile adempiere agli obblighi di legge e quindi garantire l'apertura del Teatro Massimo «Bellini»;

          il Teatro «Bellini» ha 418 dipendenti in pianta organica, di cui, durante quest'ultimo anno, ne sono stati in servizio 212. I precari storici sono 42 e le ultime assunzioni – 10 unità – sono avvenute nel 2006. Nonostante tutto ciò nel 2018 il teatro ha effettuato ben 160 spettacoli;

          senza l'intervento da parte della regione siciliana, la paralisi delle attività teatrali, in primis quelle estive, sarà inevitabile. Infatti, a causa di una azione politica regionale che prevede tagli alla cultura sono a serio rischio l'erogazione degli stipendi dei dipendenti e l'assunzione del personale precario, con un significativo impatto anche sui livelli occupazionali della città;

          non percependo da mesi lo stipendio a causa dei contratti a tempo scaduti, i lavoratori, in stato di agitazione, hanno deciso di manifestare sul tetto del Teatro Sangiorgi;

          è estremamente penalizzante per Catania e per la Sicilia tutta che, nella città che dette i natali al «Cigno» Vincenzo Bellini, non si realizzi il «Bellini Festival», in considerazione anche del fatto che è noto come lo svolgimento dei festival lirici attivi un circolo virtuoso a livello culturale, con il coinvolgimento di tour operator e associazioni di settore;

          tante sono le opere messe in scena dal 1° gennaio 2019 ad oggi e altre sono in programma ma nonostante questo il teatro «Bellini» – una delle più prestigiose istituzioni artistiche musicali del Paese che vanta una tradizione ultrasecolare – è destinato a chiudere i battenti –:

          se il Ministro interrogato sia a conoscenza dei fatti esposti e se non ritenga opportuno e indispensabile, per quanto di competenza, un'iniziativa governativa a sostegno del teatro catanese per risolvere il problema illustrato anche attraverso l'aumento della dotazione del fondo unico dello spettacolo (Fus);

          se non ritenga opportuno adottare ogni iniziativa di competenza per promuovere l'istituzione del Bellini Festival e, in particolare, per tutelare i lavoratori e le lavoratrici del Teatro Massimo «Vincenzo Bellini» di Catania.
(4-02866)

      Risposta. — Sulla base degli elementi forniti dalla competente direzione generale dello spettacolo, si riscontra l'atto di sindacato ispettivo sopra indicato, con il quale l'interrogante ha chiesto di conoscere «... se il Ministro non ritenga opportuno e indispensabile, per quanto di competenza, un'iniziativa governativa a sostegno del teatro catanese... anche attraverso l'aumento della dotazione del fondo unico dello spettacolo (Fus); se non ritenga opportuno adottare ogni iniziativa di competenza per promuovere l'istituzione del Bellini festival e, in particolare, per tutelare i lavoratori e le lavoratrici del teatro Massimo “Vincenzo Bellini” di Catania».
      Al riguardo si comunica quanto segue:

          1) Ai sensi dell'articolo 28 della legge n. 800/1967, che costituisce il nuovo ordinamento degli enti lirici e delle attività musicali, il teatro Massimo «Vincenzo Bellini» di Catania è un teatro di tradizione e in quanto tale non è sottoposto alla vigilanza del Ministero per i beni e le attività culturali e per il turismo. Il teatro opera quale ente autonomo regionale ed è sottoposto a vigilanza e controllo da parte della regione Siciliana.

          2) Il teatro è attualmente finanziato (ai sensi dell'articolo 18 del decreto ministeriale 27 luglio 2017, recante i nuovi criteri per i contributi allo spettacolo dal vivo) a valere sul fondo unico dello spettacolo, proprio in quanto «Teatro di tradizione». Nel 2018 il teatro è risultato assegnatario di un contributo di euro 1.328.434,00.
          Alla data odierna non è però possibile procedere al saldo del contributo 2019 (il restante 20 per cento del finanziamento), in quanto l'ente autonomo teatro Bellini non ha ancora presentato la documentazione necessaria ai sensi dell'articolo 6, comma 9 del decreto ministeriale 27 luglio 2017 (dichiarazione di pagamento dei costi per l'attività 2019), né posto in essere tutti gli adempimenti previsti dalla legge n. 112 del 2013.

          3) Il flusso di finanziamento regionale degli ultimi quattro anni (2016-2019), risultante dal bilancio progetto FUS (consuntivo economico), è stato di euro 13.322.665,00 nel 2016, euro 12.531.422,00 nel 2017, di euro 8.842.361,00 nel 2018 e di euro 8.289.244,00 nel 2019.

          4) A fronte dell'emergenza sanitaria da Covid-19, e al fine di sostenere i settori dello spettacolo, con il decreto-legge 19 maggio 2020, n. 34 e, in particolare con l'articolo 183, per l'anno 2020, agli organismi finanziati a valere sul fondo unico per lo spettacolo per il triennio 2018-2020, diversi dalle fondazioni lirico-sinfoniche, è erogato un anticipo del contributo fino all'80 per cento dell'importo riconosciuto per l'anno 2019. La restante quota, sarà erogata con modalità stabilite tramite decreto ministeriale, tenendo conto dell'attività svolta a fronte dell'emergenza sanitaria, della tutela dell'occupazione, e della riprogrammazione degli spettacoli.

          5) Nel dicembre 2017 è stato sottoscritto, un accordo tra la direzione generale spettacolo e il comune di Catania per la promozione e la valorizzazione dell'opera di Vincenzo Bellini attraverso un festival internazionale denominato «Teatro Bellini festival» per l'importo di euro 100 mila.

          6) Le leggi 20 dicembre 2012, n. 238, n. 17 del 2017 e n. 211 del 2017, hanno riconosciuto il particolare prestigio nazionale ed internazionale e il sostegno economico di 1 milione di euro all'anno (aggiuntivo rispetto al contributo ordinario FUS) a favore dei festival organizzati.
La Sottosegretaria di Stato per i beni e le attività culturali e per il turismo: Anna Laura Orrico.


      PEZZOPANE. — Al Presidente del Consiglio dei ministri, al Ministro delle politiche agricole alimentari, forestali e del turismo. — Per sapere – premesso che:

          il 10 luglio 2019 tutta la zona costiera e alcune aree interne dell'Abruzzo sono state colpite da un nubifragio e da una grandinata di portata eccezionale seminando il terrore e causando danni ingenti. Agricoltura e attività produttive sono in ginocchio e le famiglie in gravi difficoltà per tetti rotti e vetture danneggiate, senza dimenticare le persone ferite;

          sono, quindi, necessari e urgentissimi interventi immediati da parte del Governo per venire incontro alle popolazioni colpite;

          è fondamentale che il Ministro delle politiche agricole alimentari, forestali e del turismo si rechi subito in Abruzzo e convochi le associazioni agricole per un primo bilancio e per affrontare le emergenze. La situazione per il comparto agricolo appare tragica;

          tutto il territorio dei campi del Fucino, il cosiddetto orto di Roma, ha subito danni enormi, intere aree coltivate sono allagate. Adesso occorre compiere ogni sforzo possibile per resistere a una stagione agricola già drammaticamente compromessa dalla pioggia di maggio;

          dai primi sopralluoghi la situazione è allarmante, in alcuni casi disperata e vi sono i presupposti per avviare le procedure per la richiesta dello stato di calamità per le aree così duramente colpite;

          la grandine che si è abbattuta a macchia di leopardo e con fortissima intensità in Abruzzo, con chicchi dalle dimensioni del tutto anomale, ha provocato danni alle coltivazioni prossime alla raccolta, mandando in fumo un intero anno di lavoro; la situazione è stata aggravata dalla pioggia violenta che ha allagato campi e strutture; tra le aree maggiormente colpite ci sono il Fucino e le aree più interne, dove la pioggia violenta e alcune grandinate tra Trasacco e Ortucchio hanno devastato alberi, capannoni, serre e ortaggi in campo, lasciando una scia di devastazione per tante aziende agricole in un momento delicato per le colture;

          i danni sono ingenti e hanno colpito ogni tipologia di realtà produttiva con la compromissione non solo del raccolto di stagione ma delle attività del prossimo futuro; è quindi necessario che le autorità competenti valutino il danno e si riconosca lo stato di calamità –:

          se siano state avviate le procedure necessarie per la dichiarazione dello stato di calamità di competenza del Ministero delle politiche agricole alimentari, forestali e del turismo per la regione Abruzzo;

          se sia intenzione del Governo procedere con tempestività alla deliberazione dello stato di emergenza per una soluzione adeguata e urgentissima per le aree così duramente colpite.
(4-03320)

      Risposta. — Con riferimento all'interrogazione in esame, corre obbligo di evidenziare che la tutela dell'eccellenza dei nostri prodotti agroalimentari, nonché la salvaguardia dei relativi comparti produttivi eventualmente danneggiati da eventi infausti, rappresentano un'azione prioritaria che il mio Ministero persegue costantemente, seguendo con ogni sforzo la situazione di emergenza che ne consegue.
      In tale direzione, possono essere attivati gli interventi compensativi
ex post del fondo di solidarietà nazionale di cui al decreto legislativo n. 102 del 2004 per le imprese colpite da avversità atmosferiche eccezionali, purché le avversità e le colture danneggiate non siano comprese riempiano assicurativo annuale per la copertura dei rischi con polizze assicurative agevolate da contributo statale ed europeo, fino al 70 per cento della spesa premi sostenuta.
      Detta norma, come modificata dal decreto legislativo n. 32 del 2018, precisa, infatti, che per i danni assicurabili con polizze agevolate (come ad esempio le grandinate o le piogge alluvionali segnalate dall'interrogante), non sono attivabili gli interventi compensativi del fondo.
      Occorre, tuttavia, rilevare che il principale strumento di intervento fornito dallo Stato per fronteggiare le pesanti perdite di reddito cui vanno incontro le imprese agricole in simili fattispecie (ovvero le assicurazioni agevolate a cui sono destinati finanziamenti superiori a 1,3 miliardi per il periodo 2015-2022), è ancora poco utilizzato, nonostante l'esperienza degli ultimi 20 anni abbia dimostrato la scarsa efficacia dello strumento
ex post (attivabile, come detto, solo nei casi in cui il rischio non sia assicurabile) in quanto troppo oneroso e con risorse insufficienti.
      L'ulteriore condizione per l'attivazione degli interventi compensativi
ex post è la presenza di una incidenza di danno sulla produzione lorda vendibile superiore al 30 per cento.
      Quanto sopra premesso, faccio presente che, ai fini della declaratoria dello stato di eccezionale avversità atmosferica, il Presidente della regione Abruzzo ha formulato la richiesta di emanazione dello stato di emergenza al dipartimento della protezione civile, che — nell'ambito delle attività istruttorie di propria competenza — ha svolto una serie di sopralluoghi nelle località ritenute dalla regione (competente in via esclusiva alla quantificazione dei danni) maggiormente colpite dagli eventi meteorologici citati.
      Il dipartimento ha comunicato, all'esito delle suddette verifiche, di aver constatato una situazione di dissesto pregressa agli eventi meteorologici in questione e, quindi, non ad essi direttamente riconducibile, ma ascrivibile ad una carente manutenzione ordinaria del territorio da parte degli enti a vario titolo competenti.
      Ha rilevato un livello di danneggiamento diffuso alle strutture pubbliche e private coinvolte che, tuttavia, apparivano regolarmente utilizzate.
      Inoltre, nessuna delle località visionate è stata oggetto, da parte delle autorità comunali di protezione civile, di ordinanze di interdizione fabbricati per civile abitazione o di interruzione viaria conseguenti agli eventi in questione.
      Il Dipartimento della protezione civile, quindi, concluse le attività istruttorie e avendo constatato l'assenza di situazioni di concreto pericolo residuo per le popolazioni coinvolte dagli eventi atmosferici oggetto della presente interrogazione, ha ritenuto di non dover procedere alla dichiarazione dello stato di emergenza.

Il Sottosegretario di Stato per le politiche agricole alimentari e forestali: Giuseppe L'Abbate.


      RAMPELLI e MOLLICONE. — Al Ministro per i beni e le attività culturali e per il turismo, al Ministro dello sviluppo economico. — Per sapere – premesso che:

          l'Antico Caffè Greco è uno storico locale romano, ubicato in via dei Condotti, che svolge ininterrottamente la proprietà attività dal 1760 e, dal 1953, è tutelato quale bene culturale di interesse particolarmente importante da un decreto ministeriale;

          la proprietà del fondo in cui ha sede il locale l'ospedale israelitico, nel 2017 ha deciso di non rinnovare il contratto d'affitto in scadenza quell'anno;

          secondo notizie di stampa, l'attuale conduttore – la società Antico Caffè Greco – paga un canone mensile pari a 16 mila euro, mentre sul tavolo ci sarebbero offerte che si avvicinano alla cifra di 180 mila euro;

          dopo varie vicende giudiziarie, la proprietà dei locali è arrivata ad ottenere l'ordinanza di sfratto che dovrebbe essere eseguita – con la conseguente chiusura del Caffè – il 22 ottobre 2019;

          la proprietà già in passato aveva vanamente tentato di far rimuovere dai giudici amministrativi il vincolo di tutela sul bene culturale Caffè Greco, che, a suo dire, creava «l'inconveniente di una comunione forzosa» tra l'immobile, i beni mobili e la licenza di esercizio;

          il Tar del Lazio, con una sentenza del 2011 passata in giudicato, ha definitivamente chiarito la natura del vincolo di tutela: apposto non solo sull'immobile e su arredi, cimeli e decorazioni, ma anche sulla «licenza di esercizio», perché «il Caffè Greco costituisce un pregevole esempio di “pubblico ritrovo”, consolidatosi nel tempo in virtù della consuetudine di una certa tipologia di avventori di frequentarlo e renderlo centro di incontri culturali»;

          secondo i giudici amministrativi non sarebbe conforme alla lettera del vincolo ministeriale «restringere la tutela all'immobile ed ai beni mobili, essendo chiara la volontà dell'Amministrazione di ricondurre il vincolo al particolare valore commerciale assunto nel tempo dalla destinazione del locale, dall'essere detto locale un ritrovo di artisti, anche stranieri, quindi un luogo noto in Italia ed all'estero come centro di vita artistica»;

          lo sfratto, già previsto per il 22 ottobre 2019, è stato rinviato alla data dell'8 gennaio 2020, e, se verrà eseguito, uno dei più importanti punti di riferimento culturali della città antica e moderna, meta di turisti e romani, che con oltre trecento opere esposte nelle sale rappresenta di fatto la più grande galleria privata di opere d'arte del mondo aperta al pubblico, rischia di chiudere per sempre;

          vari marchi internazionali, soprattutto della moda, sarebbero interessati all'immobile per aprire un proprio negozio, facendo scomparire quello che è a tutti gli effetti un bene culturale tutelato dalla legge –:

          se il Governo sia informato dei fatti esposti e se intenda assumere iniziative, per quanto di competenza, a tutela del bene culturale Antico Caffè Greco;

          se il Governo ritenga che nell'immobile che fino ad oggi ha ospitato l'Antico Caffè Greco possa trovare spazio un'attività commerciale diversa da quella tutelata o se, anche una volta eseguito lo sfratto, una nuova attività debba ricalcare le caratteristiche della precedente.
(4-03963)

      Risposta. — Si riscontra l'atto di sindacato ispettivo indicato in esame, con il quale l'interrogante ha chiesto notizie in merito alle iniziative intraprese da questo Ministero a tutela dell'Antico Caffè Greco.
      Sulla base degli elementi forniti dalla competente direzione generale archeologia, belle arti e paesaggio, si rappresenta quanto segue.
      Il Caffè Greco, storico locale romano sito in via dei Condotti n. 85-86, è stato dichiarato di interesse particolarmente importante ai sensi degli articoli 1 e 2 della legge 1° giugno 1939, n. 1089, e quindi sottoposto a tutte le disposizioni di tutela contenute nella legge stessa, «perché, fondato nel 1765 e successivamente più volte abbellito con decorazioni e cimeli di interesse storico ed artistico, costituisce oggi un vario e pregevole esempio di pubblico ritrovo sviluppatosi attraverso due secoli di vita per la ininterrotta consuetudine da parte di artisti di ogni paese di frequentare le sue ospitali e raccolte salette, avendo rappresentato in Roma, per circa 200 anni, un centro di vita artistica universalmente noto»; ciò in considerazione della «opportunità di assicurare la conservazione dell'attuale aspetto dei locali dello storico Caffè, come testimonianza della sua storia e del suo particolare ruolo nella vita culturale di Roma (...)».
      Tale provvedimento, come pure la sua successiva estensione al cortile coperto, al salone e al laboratorio del Caffè Greco, stabilita con decreto del Ministro del 6 febbraio 1954, fu notificato «per la parte dell'immobile» all'Ospedale israelitico, che ne detiene la proprietà, e «per la parte dei mobili e della licenza di esercizio» al relativo proprietario, vale a dire il signor Federico Gubinelli.
      Quest'ultimo, in data 13 novembre 1953, trasferì la proprietà della sua azienda (denominata «Antico Caffè Greco»), comprendente i beni mobili, la licenza d'esercizio, le attrezzature, gli impianti e i depositi, alla società azionaria Antico Caffè Greco – Società per Azioni, della quale era amministratore unico e legale rappresentante la signora Antonietta Gubinelli Grimaldi.
      In ogni caso, a seguito della trascrizione dei citati provvedimenti di tutela presso la conservatoria dei registri immobiliari – avvenuta il 20 ottobre 1953 (n. d'ordine 43459) per il primo dei due decreti sopra menzionati e il 24 agosto 1954 (n. d'ordine 37112) per il secondo –, gli stessi hanno acquisito efficacia nei confronti di ogni successivo proprietario, possessore e detentore a qualsiasi titolo dei beni in essi individuati.

      Ed è appena il caso di aggiungere che l'articolo 128, comma 2, del decreto legislativo n. 42 del 2004 ha stabilito la perdurante efficacia delle notifiche effettuate ai sensi della legge n. 1089 del 1939.
      Con riguardo alla vicenda contenziosa in atto fra l'ospedale israelitico, nella qualità di proprietario dell'immobile, e la società antico caffè greco s.r.l., nella qualità di proprietaria della licenza di esercizio commerciale che vi ha sede, si deve rilevare che con sentenza n. 24473/2018, pubblicata il 20 dicembre 2018, il tribunale ordinario di Roma (sesta sezione civile), pronunziandosi definitivamente nella causa civile di primo grado iscritta al n. 71994 del registro generale affari contenziosi per l'anno 2017, ha dichiarato «il contratto inter parte cessato per finita locazione alla data del 30 settembre 2017, così confermando l'ordinanza di rilascio emessa ex articolo 665 del codice di procedura civile» e ha condannato la società «al rilascio dell'immobile avente ingresso da Via Condotti, n. 86, ed altro l'ingresso dall'androne di Via Condotti 85, Roma».
      Avverso detta, sentenza, la società Antico Caffè Greco s.r.l. ha presentato ricorso dinanzi alla Corte d'appello di Roma – quarta sezione civile (R.G. n. 4186/2019).
      Inoltre, a seguito del ricorso in opposizione all'esecuzione
ex articolo 615, comma 2, codice di procedura civile (con istanza di sospensione dell'esecuzione ex articolo 624, comma 1, codice di procedura civile), avanzato dalla stessa società, il 18 ottobre 2019 il giudice, dottoressa Giulia Messina, ha differito l'esecuzione di cui al R.G.E. n. 80503/2019, fissando alla data dell'8 gennaio 2020 la comparizione delle parti, in ragione del fatto che, per un verso, al mancato versamento dell'indennità di perdita dell'avviamento commerciale, da parte del locatore, consegue che «la ritenzione dell'immobile da parte del conduttore avviene “de iure” e rappresenta la causa di giustificazione impeditiva della scadenza dell'obbligo di riconsegna» (cfr. Cassazione 19634/2016) e, per altro verso, che «È necessaria attenta delibazione, audiatur et altera pars, in ordine alla concessione della tutela disposta ai sensi e per gli effetti degli articoli 1 e 2 della legge n. 1089 del 1939 [...] e ai suoi riflessi in sede esecutiva».
      In tale contesto, questa amministrazione ha ritenuto necessario adottare le seguenti iniziative.
      In primo luogo, con atto di indirizzo emanato ai sensi dell'articolo 14 comma 1, secondo periodo, del decreto del Presidente del Consiglio dei ministri 19 giugno 2019, n. 76, la direzione generale archeologia, belle arti e paesaggio ha disposto che la Soprintendente speciale archeologia, belle arti e paesaggio di Roma provvedesse nell'ordine:

          a) a predispone una relazione finalizzata ad illustrare, nelle sue tappe salienti, la vicenda che riguarda il Caffè Greco, con particolare riferimento ai caratteri sostanziali dei due dispositivi di tutela del 1953 e del 1954 (unitarietà e inscindibilità del complesso di beni costituito dall'immobile, dai beni mobili pertinenziali e dalla licenza d'esercizio commerciale; profili di interesse culturale di detto complesso di beni) nonché ai recenti sviluppi della vicenda contenziosa che contrappone l'ospedale israelitico, proprietario dell'immobile, alla società Antico Caffè Greco s.r.l., proprietaria della licenza di esercizio commerciale, e ai potenziali pregiudizi che potrebbero derivare, in ordine alla tutela del citato complesso di beni, dalla esecuzione della procedura di sfratto;

          b) a trasmettere detta relazione all'Avvocatura generale dello Stato affinché la stessa potesse valutare, in vista dell'udienza programmata per l'8 gennaio 2020 presso il tribunale ordinario di Roma, terza sezione civile – esecuzioni mobiliari, la sussistenza delle condizioni per la costituzione in giudizio di questa amministrazione; ciò al fine di rappresentare, mediante intervento di terzi, la necessità che l'assetto attuale del Caffè Greco, per come delineato dai vigenti dispositivi di tutela del 1953 e del 1954, che lo hanno qualificato di interesse culturale particolarmente importante, rimanga immutato.

      A tale atto di indirizzo la Soprintendenza speciale archeologia, belle arti e paesaggio di Roma ha dato seguito trasmettendo la relazione di cui sopra all'Avvocatura generale dello Stato con nota prot. n. 41046 del 19 novembre 2019.
      In secondo luogo, con nota protocollo n. 40384 del 13 novembre 2019, la medesima Soprintendenza speciale ha avviato il procedimento amministrativo finalizzato ad integrare i provvedimenti di tutela del 27 luglio 1953 e del 6 febbraio 1954 mediante la compilazione dell'elenco dei beni mobili di interesse culturale conservati all'interno del Caffè Greco; ciò al fine di procedere ad una loro esatta e puntuale individuazione, finora mai effettuata, e rafforzare, in questo modo, l'effettiva operatività dei dispositivi vigenti con riguardo al complesso dei beni medesimi.
      Tale procedimento, espressamente previsto dall'articolo 128, comma 3, del decreto legislativo n. 42 del 2004, non comporta in alcun modo il venir meno dell'efficacia dei vincoli preesistenti, che restano confermati in tutte le loro parti.
      Alla luce di quanto esposto, appare evidente che la predetta direzione generale, in uno con la Soprintendenza speciale archeologia, belle arti e paesaggio di Roma, si sono concretamente impegnate nell'assicurare il puntuale rispetto delle disposizioni contenute nei due citati decreti ministeriali del 27 luglio 1953 e del 6 febbraio 1954, che hanno individuato l'immobile ove ha sede la storica attività del Caffè Greco, i beni mobili in esso presenti e la licenza di esercizio commerciale quale complesso unitario e inscindibile meritevole di tutela, e, dunque, a garantire che dalla vicenda contenziosa in atto fra l'Ospedale israelitico e la società Antico Caffè Greco s.r.l., non possa derivare alcun pregiudizio in ordine alla tutela di detti beni – in nulla rilevando, sotto il profilo dell'azione amministrativa di competenza degli uffici tecnici di questo Ministero, le notizie di stampa relative alla richiesta di un aumento del canone di locazione da parte dell'Ospedale israelitico o all'interesse di grandi marchi internazionali di moda per l'immobile ove ha sede il Caffè Greco.
      Come è noto, infine, la programmata udienza dell'8 gennaio 2020 presso il tribunale delle esecuzioni di Roma non ha avuto luogo essendo intervenuta, nel frattempo, l'ordinanza dell'ottava sezione civile della Corte d'appello di Roma che ha accolto la sospensiva della sentenza di sfratto.

      L'ordinanza è stata emessa «considerato che nel caso di specie è ravvisabile il gravissimo danno, di cui all'articolo 447-bis ultimo comma del codice di procedura civile, derivante alla parte appellante dall'esecuzione della sentenza impugnata, che comporterebbe la cessazione dell'attività svolta dalla società Antico Caffè Greco in immobile di particolare rilevanza storica, culturale e turistica, con verosimili ripercussioni anche sul piano occupazionale».
      Nella «valutazione dei contrapposti interessi», si ravvisano quindi per la Corte d'appello di Roma «le condizioni per accedere alla richiesta di inibitoria» e per questo motivo è stata disposta la sospensione dell'efficacia esecutiva della sentenza impugnata.
      La Corte d'appello ha rinviato la causa «all'udienza di discussione del 21 gennaio 2021 ore 11, con termine per note illustrative fino a dieci giorni prima».
      La Corte d'appello ha infatti riconosciuto che lo sfratto avrebbe comportato la cessazione dell'attività storica tutelata da questo Ministero, nonché messo a rischio circa 40 posti di lavoro.
      Si rassicura comunque l'interrogante sull'impegno continuo di questa Amministrazione al fine di preservare un luogo di cultura, arte e storia, divenuto un punto di attrazione per la città di Roma noto in tutto il mondo.

La Sottosegretaria di Stato per i beni e le attività culturali e per il turismo: Anna Laura Orrico.


      RAMPELLI. — Al Ministro dello sviluppo economico. — Per sapere – premesso che:

          il mercato della distribuzione di carburanti è un settore strategico per l'economia nazionale, con un valore che si aggira sui 45 miliardi di euro all'anno di fatturato complessivo e che ingloba circa 80 mila lavoratori fra titolari, collaboratori e dipendenti, occupati presso oltre 22 mila impianti nella rete ordinaria e circa 450 aree di servizio autostradali;

          nonostante ciò, il settore presenta numerose criticità, denunciate da tempo dagli operatori, con ricadute preoccupanti anche sui livelli occupazionali;

          in particolare, Anisa (Associazione nazionale imprese servizi autostradali) ha evidenziato la gravissima situazione di crisi del comparto, che registra una continua perdita di volume nelle vendite di carburanti (-65,67 per cento sul 2001 e -59,63 per cento sul 2007 e -4,25 per cento sul 2017) ma anche una flessione dell'erogato medio (-66,98 per cento sul 2001) che porta circa il 60 per cento dei punti vendita a non giustificare l'equilibrio economico tra costi e ricavi;

          nel complesso, le ragioni della crisi di settore sono essenzialmente due: la dilagante illegalità, come ampiamente denunciata da tempo dalle maggiori associazioni di categoria e rappresentanze sindacali del settore; la necessità di ammodernamento della rete carburanti, da realizzarsi attraverso un vero e proprio piano programmatico di incentivazione a specifici investimenti «carbon free», anche finalizzati alla riconversione dell'assetto attuale e non più tramite nuove e inefficienti misure di riduzione del numero degli impianti, peraltro già previste dalla recente legge n. 124 del 4 agosto 2017, che di principio rischiano, ad avviso dell'interrogante, di alterare soltanto gli equilibri del mercato a vantaggio delle «Major» (Eni) e multinazionali petrolifere);

          secondo un rapporto del febbraio 2018 ogni anno entrano in Italia 3 miliardi di litri di carburante illegale, circa il 10 per cento del totale, corrispondentemente ai quali si stimano almeno 2 miliardi di evasione dell'Iva sui carburanti, cifra generata come è ben noto dall'utilizzo delle «lettere d'intento» per l'acquisto in esenzione Iva nella commercializzazione dei carburanti –:

          quali urgenti iniziative di competenza, anche di carattere normativo, intenda assumere il Governo per affrontare la gravissima problematica dell'illegalità denunciata da tempo nel settore della distribuzione dei carburanti, che rischia di aggravare irrimediabilmente le condizioni economiche ed occupazionali degli operatori del comparto, anche attraverso l'attivazione di un tavolo tecnico permanente che valuti, altresì, strumenti efficaci di contrasto ai fenomeni di evasione, contraffazione e concorrenza sleale, di concerto con le organizzazioni di categoria maggiormente rappresentative, nonché enti, autorità e forze di polizia preposte ai controlli e alle verifiche ispettive;

          quali urgenti iniziative di competenza, anche di carattere normativo, intenda assumere il Governo per ammodernare la rete carburanti, senza aggravare di ulteriori costi ed oneri gli operatori del comparto, prevedendo eventualmente l'incentivazione di carburanti alternativi, nuove forme contrattuali da tipizzare che tutelino contestualmente le posizioni dei titolari delle autorizzazioni e dei gestori in veste di liberi imprenditori, nella considerazione basilare che qualsivoglia misura mirata alla chiusura forzosa degli impianti per presunta «inefficienza» o per «obsolescenza» o per nuova fattispecie di «incompatibilità» eventualmente ed appositamente delineata dal legislatore per l'ipotetica «razionalizzazione» del settore, contrasterebbe inevitabilmente con il principio inderogabile della «libertà di stabilimento» sancito dall'ordinamento dell'Unione europea (articolo 49-54 del trattato sul finanziamento dell'Unione europea) ed integralmente recepito con decreto-legge n. 112 del 2008, convertito dalla legge 6 agosto 2008 n. 133 (articolo 83-bis, comma 17), che viceversa sancisce il principio della «liberalizzazione» degli esercizi commerciali e quindi la loro apertura incondizionata, al fine di generare un beneficio al consumatore finale in termini di risparmio sul prezzo del prodotto.
(4-04372)

      Risposta. — Con riferimento all'atto di sindacato ispettivo in esame, sentita la direzione generale competente del Ministero dello sviluppo economico, si rappresenta quanto segue.
      L'interrogante fa riferimento alle difficoltà del settore della distribuzione dei carburanti, sottolineando il problema dell'illegalità e la necessità di ammodernamento della rete.
      Al riguardo si fa presente che già nel corso del 2019 è stato attivato, presso il Ministero dello sviluppo economico, il tavolo tecnico di confronto con le organizzazioni dei gestori di distribuzione dei carburanti. Il tavolo ha affrontato diverse tematiche: dall'esigenza di una nuova fase contrattuale con compagnie petrolifere e retisti, alle problematiche dei prezzi e dei margini, all'esigenza di un'opera di riforma, semplificazione ed adeguamento della legislazione di settore, oltreché di rafforzamento della lotta ai comportamenti a diverso titolo illegali.
      Dai lavori del tavolo è emersa la necessità di una estensione delle norme contro le frodi anche al mondo dei depositi privati di aziende e autotrasportatori ed un incremento dell'uso delle nuove tecnologie nel controllo e tracciamento del carburante in tutte le fasi della filiera di commercializzazione.
      Le misure di contrasto all'illegalità hanno poi trovato attuazione nel decreto-legge 26 ottobre 2019, n. 124, convertito con modificazioni dalla legge 19 dicembre 2019, n. 157, recante «Disposizioni urgenti in materia fiscale e per esigenze indifferibili, tra cui si segnalano le disposizioni per il contrasto alle frodi in materia di accisa (articolo 5), per la prevenzione delle frodi nel settore dei carburanti (articolo 6), per il contrasto alle frodi nel settori degli idrocarburi (articolo 7) e quelle in materia di accisa sul gasolio commerciale (articolo 8)».

      Per quello che attiene, invece, al tema più ampio della ristrutturazione della rete di distribuzione dei carburanti, si osserva che nel corso del 2019 si è tenuto a livello parlamentare un approfondito dibattito, attraverso audizioni presso la X Commissione della Camera dei Deputati che hanno interessato l'intero comparto (ivi compresi Assopetroli, Federazioni dei gestori, Unione Petrolifera e le regioni).
      Come è noto, l'attività svolta si è conclusa con la votazione favorevole della risoluzione 7-00258 dell'onorevole De Toma, avente ad oggetto iniziative urgenti in favore del settore della distribuzione dei carburanti (approvata in data 4 dicembre 2019). La citata risoluzione, in particolare, ha impegnato il Governo ad assumere iniziative volte, tra l'altro, «alla razionalizzazione e all'ammodernamento della rete distributiva, con una revisione del piano e degli indirizzi di ristrutturazione della stessa su sedimi stradali ed autostradali, prevedendo la chiusura dei punti vendita obsoleti ed inefficienti, accompagnata dall'erogazione di indennizzi per la bonifica ambientale e per l'effettivo e definitivo loro smantellamento e favorendo, ove possibile, la riconversione tecnologica, attraverso strumenti agevolativi, nonché l'ammodernamento della rete distributiva attraverso l'implementazione dei servizi alla mobilità elettrica anche nel rispetto degli obblighi e ai sensi della disciplina di attuazione della direttiva 2014/94/UE sulla realizzazione di infrastruttura per i combustibili alternativi o comunque a ridotto impatto ambientale (...)»
      Ebbene, le iniziative promosse dalla risoluzione 7-00258 sembrerebbero in parte coincidere con le proposte dell'interrogante (che pone l'accento sulla necessità di un ammodernamento della rete di distribuzione carburanti fatta con incentivi verso i carburanti alternativi e di ricarica elettrica, in luogo di norme che prevedano obblighi di chiusure di impianti) e sono all'attenzione del Governo.
      Per quello che attiene, invece, ai passaggi della risoluzione afferenti alla «chiusura dei punti vendita obsoleti ed inefficienti», è evidente che la sua attuazione dovrà rispettare il principio della libertà di stabilimento che, come sottolineato dall'onorevole interrogante, è sancito dal Trattato sul funzionamento dell'Unione europea (TFUE), specificamente ai suoi articoli da 49 a 55. Dovrà altresì attenersi a quanto disposto dall'articolo 83-bis, comma 17 del decreto-legge 25 giugno 2008, n. 112, anch'esso richiamato dall'onorevole interrogante, convertito con modificazioni dalla legge 6 agosto 2008, n. 133 e successivamente modificato dal decreto-legge 24 gennaio 2012, n. 1, convertito con modificazioni dalla legge 24 marzo 2012, n. 27.
      Inoltre, iniziative di ristrutturazione della rete dovranno tener conto degli obiettivi previsti nel piano integrato per l'energia e il clima italiano (PNIEC) che, nella stesura definitiva inviata alla commissione europea in attuazione del Regolamento (UE) 2018/1999, contiene indicazioni di sviluppo del settore dei trasporti verso la elettrificazione della mobilità. Occorrerà, quindi, garantire la transizione verso la decarbonizzazione dell'economia con un adeguato sviluppo delle infrastrutture per i carburanti alternativi e per la ricarica elettrica, che potranno vedere ancora protagonisti gli attuali segmenti della distribuzione dei carburanti tradizionali, se opportunamente adeguati.
      Il Ministero dello sviluppo economico interviene, infine, anche attraverso lo strumento della «mediazione delle vertenze collettive» introdotto dal decreto legislativo 11 febbraio 1998, n. 32, in materia di razionalizzazione del sistema di distribuzione dei carburanti. Ciò anche al fine di «assicurare al gestore condizioni eque e non discriminatorie per competere nel mercato di riferimento», come disposto dall'articolo 28, comma 14, decreto-legge 6 luglio 2011, n. 98, convertito, con modificazioni, dalla legge 15 luglio 2011, n. 111.

Il Ministro dello sviluppo economico: Stefano Patuanelli.


      RIBOLLA, BILLI, COMENCINI, DI SAN MARTINO LORENZATO DI IVREA, FORMENTINI, GRIMOLDI e PICCHI. — Al Ministro degli affari esteri e della cooperazione internazionale, al Ministro dello sviluppo economico, al Ministro delle politiche agricole alimentari e forestali. — Per sapere – premesso che:

          in Germania e nella fattispecie a Monaco, è ormai sempre più raro trovare generi alimentari italiani sia nei supermercati che dai grossisti;

          la vocazione internazionale della città non fa certo pensare a una diminuita domanda di prodotti italiani: i negozianti lamentano uno scarso approvvigionamento dovuto perlopiù ai controlli interminabili alle frontiere;

          i generi alimentari, come la pasta, sono introvabili, mentre sugli scaffali cominciano a farsi largo la «simil mozzarella» e altri prodotti dall'italian sounding, dei quali il nostro Paese ha già in passato dovuto contestare la commercializzazione;

          il mancato approvvigionamento dall'Italia lascia ampi margini di mercato agli altri Paesi e molti supermercati hanno cambiato assortimento, puntando su prodotti italiani non Dop –:

          se e quali iniziative, alla luce della situazione esposta in premessa, il Governo intenda adottare per limitare i danni causati all'esportazione di generi alimentari italiani in Germania, eventualmente anche adottando una campagna di corretta informazione sui prodotti italiani in rapporto al dilagare della pandemia da Covid-19.
(4-05305)

      Risposta. — All'inizio della crisi sanitaria, tra fine febbraio e inizio marzo 2020, per l'effetto combinato di una corsa all'accaparramento di generi alimentari e di temporanei disagi alla circolazione delle merci, in particolare riguardanti quelle italiane dirette verso il nord Europa attraverso il passo del Brennero, si sono verificate temporanee discontinuità di approvvigionamento, tra cui quelle segnalate dall'interrogante nelle maggiori strutture della grande distribuzione in alcune aree della Germania.
      Gli iniziali e circoscritti problemi di approvvigionamento segnalati hanno riguardato per la maggior parte generi alimentari durevoli quali ad esempio pasta e sughi. L'iniziale panico provocato dalla pandemia ha fatto registrare, in Germania, aumenti nell'acquisto di pasta di oltre il 75 per cento. In reazione ai vincoli al transito di merci al Brennero, il Governo ha messo in campo una azione politico-diplomatica immediata e incisiva tanto su Vienna — erano le limitazioni austriache a creare i colli di bottiglia al valico — che presso la Commissione dell'Unione europea. Tale azione ha visto in prima linea il Ministero degli affari esteri e il Ministero delle infrastrutture e dei trasporti. Le criticità ai transiti di merci si sono risolte rapidamente, tanto che i flussi hanno iniziato a normalizzarsi già nella metà dello scorso marzo.
      Sentiti al riguardo anche l'Ufficio di Berlino dell'Agenzia Ice, la Camera di commercio italiana a Monaco e alcuni grandi grossisti di prodotti agro alimentari italiani in Germania, si ha conferma che non si sono più riscontrate carenze allo scaffale. Al contrario, la maggior parte dei grossisti italiani che operano in Germania sta lavorando a pieno ritmo da settimane ed è stata messa nelle condizioni di recuperare la lieve flessione registrata nella fase più acuta dell'emergenza pandemica. In questo momento la situazione registrata nelle maggiori strutture della Grande distribuzione organizzata è tornata pienamente alla normalità e non sono riportati casi di penalizzazioni di prodotti italiani.
      I dati
export che l'ufficio Ice ha raccolto (Trade Data Monitor – primo trimestre 2020) sono in realtà di segno positivo. Essi registrano non solo una tenuta dell'export di prodotti agroalimentari italiani verso la Germania ma addirittura un aumento medio del 10 per cento. A titolo di esempio, il settore lattiero-caseario appare particolarmente in attivo con crescite importanti di tutte le principali famiglie di prodotto (mozzarella +9.8 per cento, grattugiati +11,4 per cento, grana e parmigiano +5.8 per cento, altri freschi +23 per cento);
      La propensione al consumo di prodotti italiani appare peraltro assecondata dalle catene di grande distribuzione tedesche, con alcune delle quali (KadeWe, Edeka) l'ufficio ICE sta finalizzando promozioni di prodotti agroalimentari italiani su larga scala. La rete tedesca si è infatti dimostrata molto collaborativa e aperta ad avviare campagne promozionali in favore del
made in Italy alimentare. Anche la Camera di commercio italiana a Monaco sta organizzando iniziative promozionali mirate ed «in presenza» sul settore agroalimentare di alta gamma, in collaborazione con la filiale tedesca di Eataly a Monaco.
Il Sottosegretario di Stato per gli affari esteri e la cooperazione internazionale: Manlio Di Stefano.


      ROSPI, ZENNARO, NITTI e SCHULLIAN. — Al Ministro dello sviluppo economico. — Per sapere – premesso che:

          il settore turistico-ricettivo rappresenta una delle più importanti voci nell'economia della Basilicata e l'area del Metapontino risulta essere uno dei maggiori centri turistici dell'intera regione grazie alle sue spiagge incontaminate e alla sua vicinanza con la città di Matera, patrimonio mondiale dell'Unesco e capitale della cultura 2019;

          nell'ambito del progetto Cipe – Consorzio Costa d'Oro, il Metapontino a partire dagli anni 2000 ha ricevuto finanziamenti, al fine di realizzare diversi porti turistici sulle proprie coste;

          tra i destinatari dei finanziamenti ricevuti rientrava anche la società Marinagri s.p.a., che ha realizzato presso il comune di Policoro (Matera), il centro turistico ecologico integrato Marinagri, il quale prevedeva un porto turistico, abitazioni residenziali, hotel e relative attività ricettive e commerciali;

          durante la fase di realizzazione, l'opera è stata più volte interrotta a causa del sequestro preventivo d'urgenza disposto dalla procura della Repubblica nell'inchiesta «Toghe lucane», sequestro che ha comportato la sospensione dei lavori e il ritardo nell'avvio delle attività del centro turistico, con gravi ripercussioni economiche ed occupazionali nei confronti delle imprese che hanno investito ingenti risorse nella realizzazione del progetto;

          tutti i soggetti coinvolti nell'inchiesta «Toghe lucane» in seguito sono risultati assolti con formula piena, ma nonostante ciò a causa dell'inchiesta la società Marinagri, che gestisce l'omonimo villaggio turistico, è andata in crisi economica e ha potuto completare solo un terzo del progetto originario;

          nei giorni scorsi il tribunale di Matera si è espresso accogliendo l'istanza di fallimento avanzata dal principale creditore bancario e da una decina di piccoli creditori dichiarando il fallimento della società Marinagri s.p.a.;

          da quanto si apprende da alcuni organi di stampa i debiti accumulati dalla società sarebbero molto di più rispetto ai 25 milioni di euro avanzati dai creditori e ai 6,5 milioni di euro avanzati dall'erario, oggetto della sentenza di fallimento;

          il fallimento della società Marinagri s.p.a. risulta essere un duro colpo per l'intera economia del metapontino, sia per i lavoratori del porto turistico che per le aziende che avevano investito nella realizzazione del progetto;

          il fallimento della società Marinagri avviene in un momento drammatico per il Paese e, in particolare, per il sud Italia a cause dell'emergenza sanitaria dovuta al COVID-19; inoltre, i recenti decreti emanati dal Governo prevedevano il divieto temporaneo di dichiarare il fallimento di qualsiasi società indipendentemente dalle valutazioni sullo stato dell'azienda;

          il fallimento della società mette a serio rischio il grave problema di erosione costiera che si sta verificando lungo le coste del metapontino e della città di Policoro, in quanto la società era responsabile della manutenzione dell'area di sedime del porto e delle aree limitrofe vicino la foce del fiume Agri;

          in conseguenza al fallimento della società vi sarà un serio rischio di un abbandono delle strutture oggi esistenti che provocherà gravi danni ambientali a tutto l'ecosistema, naturale e artificiale, circostante –:

          quali iniziative di competenza il Ministro interrogato intenda assumere al fine di trovare una soluzione alle problematiche esposte in premessa, con lo scopo di tutelare l'occupazione dei lavoratori e delle aziende coinvolte nel progetto e per rilanciare un'opera strategica per l'intera regione Basilicata.
(4-06334)

      Risposta. — Con riferimento all'atto di sindacato ispettivo in esame, sentita la direzione generale competente del Ministero dello sviluppo economico, si rappresenta quanto segue.
      Gli interroganti fanno riferimento alla situazione del settore turistico-ricettivo della regione Basilicata e dell'area di Metaponto e, in particolare, alla vicenda della società Marinagri S.p.a., destinataria dei finanziamenti ricevuti nell'ambito del progetto CIPE-consorzio costa d'oro per la realizzazione del complesso turistico ecologico integrato nel territorio di Policoro (Matera).
      È opportuno premettere che il Ministero dello sviluppo economico, nell'ambito delle proprie competenze, non è stato coinvolto nella crisi che ha investito la citata società.
      Il coinvolgimento del Ministero dello sviluppo economico riguarderebbe, infatti, la mera stipula del contratto di programma stipulato tra l'allora Ministero delle attività produttive e il richiamato consorzio costa d'oro, autorizzato con delibera CIPE 19 dicembre 2002, n. 135, per l'attuazione di un articolato piano di investimenti nel settore turistico da realizzarsi nella provincia di Matera. Tale contratto prevedeva investimenti, agevolazioni finanziarie e nuova occupazione. Il termine per la realizzazione degli investimenti era fissato al 2005, con la previsione di un vincolo di 10 anni per tutte le strutture ammesse ad agevolazione.
      Orbene, dalle vicende descritte nell'atto, la realizzazione delle opere del centro turistico Marinagri è stata più volte rallentata, a causa delle interruzioni succedutesi negli anni, determinate da vari avvenimenti che hanno avuto, a detta degli interpellanti, ripercussioni sulla solidità economico-finanziaria dell'azienda. Nel mese di luglio 2016 la Marinagri s.p.a. era stata ammessa alla procedura di concordato preventivo con decreto del tribunale di Matera. Lo scorso mese di maggio il medesimo tribunale ha accolto le istanze formulate dai creditori, dichiarando il fallimento della società.
      Ciò detto in via preliminare, come rappresentante del Governo voglio sottolineare una serie di misure messe in campo nel tempo per il rilancio economico dell'intera Basilicata e per prevenire ed evitare il determinarsi di situazioni come quella sopra descritta.
      Si evidenzia, innanzitutto, che – fermo restando le principali competenze dell'amministrazione regionale in materia – il Ministero dello sviluppo economico mette a disposizione numerosi strumenti, che le singole regioni devono declinare in base alle specifiche esigenze del territorio. A tal proposito, si ricordano alcuni utili strumenti:

          Aree di crisi industriali non complesse:

              individuate dal decreto direttoriale Ministero dello sviluppo economico 19 dicembre 2016, tra cui sono compresi taluni comuni (anche della provincia di Matera) e sistemi locali del lavoro della regione Basilicata.

          Aree di crisi industriali complesse:

              la materia è disciplinata dall'articolo 27, comma 8, del decreto-legge 83 del 2012 («Riordino della disciplina in materia di riconversione e riqualificazione produttiva di aree di crisi industriale complessa») e, in sua attuazione, dal decreto ministeriale 31 gennaio 2013, che disciplina le procedure di riconoscimento di area di crisi industriale complessa e che prevede che il Ministero dello sviluppo economico adotti i progetti per la riconversione e la riqualificazione industriale.

      Si evidenzia, inoltre, che sul territorio della regione Basilicata è attivo lo strumento agevolativo dei contratti di sviluppo, introdotto nell'ordinamento dall'articolo 43 del decreto-legge 25 giugno 2008, n. 112, convertito, con modificazioni, dalla legge 6 agosto 2008, n. 133, e finalizzato al sostegno di programmi di investimento di rilevante dimensione (spese superiori a 20 milioni di euro). Allo stato attuale, lo strumento agevolativo è regolamentato dal decreto ministeriale 9 dicembre 2014, come successivamente integrato e modificato, con il quale sono state recepite le nuove norme in materia di aiuti di Stato valevoli per il periodo 2014-2020 previste dal regolamento (UE) n. 651/2014.
      La gestione è affidata all'agenzia nazionale per l'attrazione degli investimenti e lo sviluppo d'impresa S.p.A. – Invitalia. Tale strumento è rivolto, tra l'altro, al sostegno di programmi di sviluppo di attività turistiche, riguardanti iniziative imprenditoriali finalizzate allo sviluppo dell'offerta turistica attraverso il potenziamento e il miglioramento della qualità dell'offerta ricettiva ed, eventualmente, delle attività integrative e dei servizi di supporto alla fruizione del prodotto turistico.
      Con riferimento al contesto della società Marinagri e al centro turistico ecologico integrato Marinagri, si evidenzia che per la conclusione positiva delle attività istruttorie delle singole istanze di accesso allo strumento, l'Agenzia è tenuta a verificare la sussistenza di almeno una delle condizioni previste dall'articolo 9, comma 6, del decreto 9 dicembre 2014. tra le quali quella connessa al recupero e alla riqualificazione di strutture dismesse o sotto utilizzate nell'ambito del programma di sviluppo.
      Si evidenzia, altresì, che nell'ambito della cornice agevolati va delineata dal citato decreto 9 dicembre 2014, è prevista la possibilità per il Ministero dello sviluppo economico di giungere alla sottoscrizione di specifici accordi – anche con la partecipazione della regione interessata dal programma di investimenti – finalizzati al sostegno di programmi di sviluppo ritenuti di particolare rilevanza strategica, da valutare anche in riferimento al contesto territoriale ed alla competitività del sistema produttivo dei territori cui le iniziative stesse si riferiscono. La sottoscrizione di detti accordi consente, tra l'altro, di attivare una procedura valutativa più celere derogando, altresì, all'ordinario criterio di valutazione cronologica delle istanze.
      Infine, l'attenzione per il comparto turistico in generale, è confermata anche dalle recenti misure messe in atto dal Governo per far fronte alla difficile situazione causata dal Covid-19. Infatti, sia con il decreto Cura Italia che con il decreto Rilancio è stato adottato un pacchetto di misure d'aiuto specifico per la cultura e il turismo (dal rinvio dei versamenti, alla gestione di
voucher e rimborsi, alle misure per i lavoratori stagionali e al bonus vacanze).
      In conclusione, voglio ribadire la massima attenzione del Governo con riferimento al settore. Sulla crisi industriale delle imprese coinvolte nel menzionato progetto Cipe e, nello specifico, della società Marinagri S.p.a., ribadisco che ad oggi non sono pervenute richieste di un tavolo di confronto, né presso il Ministero dello sviluppo economico, né presso il Ministero del lavoro e delle politiche sociali. Il Ministero dello sviluppo economico tuttavia, si rende disponibile – ove sussistano le condizioni – a valutare eventuali richieste di attivazione di tavoli di confronto, qualora dovessero pervenire, al fine di cercare una soluzione per l'intero indotto metapontino, anche attraverso un confronto con le amministrazioni locali.

Il Ministro dello sviluppo economico: Stefano Patuanelli.


      PAOLO RUSSO. — Al Presidente del Consiglio dei ministri, al Ministro delle politiche agricole alimentari, forestali e del turismo, al Ministro dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare, al Ministro dell'interno, al Ministro per i beni e le attività culturali. — Per sapere – premesso che:

          sul territorio del comune di Napoli ed, in particolare, lungo il viale Virgiliano, via Tito Lucrezio Caro, ed altre strade a ridosso del Parco Virgiliano, sono state abbattute almeno 350 specie di pino mediterraneo;

          l'abbattimento degli alberi sarebbe stato determinato dall'infestazione dei fusti da parte della «cocciniglia tartaruga», un parassita che ha effetti letali per le piante che attacca;

          la circostanza ha determinato il malcontento della popolazione, oltre ad aver messo in pericolo l'incolumità pubblica e ad aver contribuito a stravolgere il paesaggio;

          i pini marittimi rappresentano un elemento caratterizzante del contesto ambientale, storico e culturale della città di Napoli e la legge n. 10 del 2013 tutela gli alberi monumentali, tra i quali entrano a pieno titolo anche gli esemplari abbattuti nel capoluogo della Campania –:

          quali iniziative il Governo abbia assunto o intenda assumere, per quanto di competenza, sia rispetto alla cura del patrimonio arboreo citato, che rispetto agli obblighi derivanti dalla suddetta legge e per favorire rimedi e/o ripiantumazioni ambientalmente e paesaggisticamente sostenibili.
(4-02091)

      Risposta. — La tutela e la valorizzazione del patrimonio arboreo monumentale italiano – garantite dalla legge 14 gennaio 2013, n. 10 e dal relativo decreto interministeriale del 23 ottobre 2014 – rientrano tra le priorità che questo Ministero persegue da sempre, trattandosi di una ricchezza unica, contraddistinta dal forte legame tra identità e territori che vogliamo valorizzare in favore dei cittadini, promuovendo al meglio le zone di interesse.
      La sopracitata legge offre la definizione, di «albero monumentale» e istituisce l'elenco degli alberi monumentali d'Italia. Gli esemplari compresi nell'elenco, si caratterizzano per specifiche prerogative di pregio naturalistico legate a precisi indicatori di elevato valore biologico ed ecologico (età, dimensioni, morfologia, rarità della specie,
habitat per alcune specie animali), per l'importanza storica, culturale e religiosa che rivestono in determinati contesti territoriali, per la capacità di significare il paesaggio sia in termini estetici che identitari.
      Tale legge prevede che possono essere oggetto di monumentalità i filari e le alberature di particolare pregio paesaggistico, monumentale, storico e culturale, ivi compresi quelli inseriti nei centri urbani.
      In conformità di quanto previsto dalla norma sull'
iter di approvazione della proposta di monumentalità di un albero o di un filare o di un insieme omogeneo di alberi, l'inserimento in elenco viene proposto alle regioni dalle amministrazioni comunali per quegli esemplari che – siti nel territorio di competenza – si ritiene possano avere i requisiti di attribuzione della «monumentalità» per dimensioni, forma, valore storico e architettonico, valore naturalistico ed altro.
      Ciò premesso, riguardo alla specifica fattispecie evidenziata dall'interrogante e per quanto di competenza di questo Ministero, rilevo che le alberature oggetto degli interventi di abbattimento eseguiti nel comune di Napoli, lungo il viale Virgiliano, via Tito Lucrezio Caro e strade contermini – pur essendo elemento di sicuro pregio paesaggistico, oltre che di valorizzazione ambientale – non risultano essere iscritte né nell'elenco nazionale degli alberi monumentali (approvato con decreto di questo Ministero del 19 dicembre 2017 e aggiornato con analogo provvedimento in data 9 agosto 2018) né, all'attualità, annoverate tra le piante recentemente proposte dalla regione Campania ai fini del secondo aggiornamento.
      Con riguardo alla cura del patrimonio arboreo citato, non essendo di competenza diretta di questo dicastero fornire prescrizioni puntuali sulla gestione delle alberature che non rientrano – per mancata iscrizione nell'elenco nazionale degli alberi monumentali – nel regime di tutela previsto dall'articolo 7 della legge 14 gennaio 2013, n. 10, riferisco che, da informazioni acquisite dal servizio verde della città della direzione centrale ambiente, tutela del territorio e del mare del comune di Napoli, è emerso quanto segue.
      A seguito dell'eccezionale evento di maltempo che ha colpito la città di Napoli nell'ottobre del 2018, il citato servizio comunale, a tutela della incolumità pubblica, ha dovuto attivare la procedura di somma urgenza, stante la mancanza di risorse necessarie per fronteggiare le conseguenze dell'evento per la messa in sicurezza delle alberature gravemente pregiudicate e pericolanti, ubicate lungo le arterie stradali di Posillipo e di numerosi ambiti distribuiti sull'intero territorio comunale, rendendo possibile la riapertura in sicurezza di numerose scuole e vie cittadine.
      Il gruppo Carabinieri forestale di Napoli riferisce di aver effettuato numerosi sopralluoghi sull'area interessata a esito dei quali è stata constatata la forte sofferenza delle piante di pino, indebolite per lo stato di costrizione in cui versano gli apparati radicali sovrastati dall'asfalto ed attaccate, in ragione di tale debolezza, da specifici agenti parassitari.
      In merito al ripristino dei filari storici, il Servizio verde della città, faceva presente nel 2019 che si sarebbe provveduto al loro totale rifacimento in base al programma di «Interventi per la ripiantumazione e incremento del verde cittadino», approvato con delibera di Giunta n. 632 del 18 dicembre 2018, programma interamente finanziato dalla città metropolitana di Napoli, con provvedimento del 28 dicembre 2018 della direzione Ambiente, sviluppo del territorio, sanzioni.
      Il programma di messa a dimora di nuove piante in sostituzione di quelle abbattute, di cui alla sopracitata delibera, ha richiesto tuttavia alcuni approfondimenti correlati alla complessità dell'intervento che incide tanto sul rifacimento dei marciapiedi e della rete fognaria interessata, quanto sulla scelta delle adeguate essenze arboree da mettere a dimora.
      Infine, ritengo opportuno precisare che con la delibera della Giunta comunale n. 138 in data 8 maggio 2020 è stata approvata la proposta del dipartimento Area ambiente servizio verde della città, relativa all'esecuzione degli interventi di sostituzione ed impianto
ex novo di alberature sul territorio del comune di Napoli.
Il Sottosegretario di Stato per le politiche agricole alimentari e forestali: Giuseppe L'Abbate.


      VARCHI, GALANTINO, LUCA DE CARLO, CIABURRO e CARETTA. — Al Presidente del Consiglio dei ministri, al Ministro degli affari esteri e della cooperazione internazionale. — Per sapere – premesso che:

          fa discutere il video, ottenuto da Alarm Phone, un servizio di assistenza telefonica per i migranti, in difficoltà in mare, che mostra una nave della Marina maltese mentre respinge illegittimamente un gommone con a bordo migranti, molti dei quali si sono gettati in acqua, pensando erroneamente di essere soccorsi;

          dietro quelle immagini, c'è un'accusa precisa: Malta avrebbe respinto un centinaio di persone, arrivate nelle sue acque territoriali ad aprile, fornendo loro carburante e indirizzandole verso l'Italia;

          il caso risale all'8 aprile 2020 quando un gruppo di 101 migranti lasciò la Libia per dirigersi verso l'Europa su un gommone: l'arrivo nelle acque territoriali maltesi sarebbe avvenuto l'11 aprile e il giorno dopo la stessa imbarcazione arrivò misteriosamente a Pozzallo in Sicilia;

          in un primo momento il sindaco della cittadina siciliana aveva ipotizzato che i migranti fossero stati trasferiti da una nave madre su dei gommoni dai trafficanti libici, per aggirare i porti chiusi e lasciarli nelle acque territoriali italiane, ma secondo un'inchiesta del Guardian e di Avvenire la responsabilità sarebbe delle forze armate maltesi;

          l'inchiesta giornalistica costituisce un atto di accusa senza precedenti, avvalorata dalle versioni concordanti fornite dai superstiti, secondo cui la Marina maltese «è venuta da noi e ci ha detto: Malta ha il coronavirus e non possiamo prendervi perché sono tutti malati a Malta. Malta è piccola e non può accogliervi tutti». Il gommone è stato equipaggiato con un nuovo motore e del carburante e le persone a bordo, secondo le testimonianze, sarebbero state istruite su come raggiungere l'Italia, riprogrammando la rotta dell'apparecchio gps su 0.0., ossia direzione nord e a nord c'è solo l'Italia; il mattino dopo, la domenica di Pasqua, i migranti sono entrati nel porto di Pozzallo;

          secondo l'inchiesta condotta dai citati quotidiani britannico e italiano, la guardia costiera italiana non avrebbe ricevuto da Malta alcun avvertimento o notifica al riguardo;

          nei giorni dal 10 al 13 aprile 2020 quattro imbarcazioni avevano contattato Alarm Phone e tutti i natanti erano stati avvistati dagli aerei di Frontex, l'agenzia europea per i confini, precisando che «nel corso dei voli di pattuglia durante il fine settimana (tra il 9 e l'12 aprile) gli aerei di Frontex hanno individuato diverse imbarcazioni in pericolo. In linea con le convenzioni internazionali, abbiamo avvisato tutti i competenti centri nazionali di coordinamento per il salvataggio marittimo (Mrcc) nell'area»;

          in base al diritto internazionale gli Stati sono le uniche entità responsabili del coordinamento delle operazioni di ricerca e salvataggio;

          pochi giorni prima, il Ministro delle infrastrutture e dei trasporti Paola De Micheli aveva assicurato proprio ad Avvenire che nel Mediterraneo non c'è nulla che sfugga alle autorità, perciò è difficile credere che nessuno, oltre Malta, fosse consapevole dei respingimenti illegali verso la Libia e dei dirottamenti verso l'Italia –:

          se il Governo sia a conoscenza dei fatti esposti in premessa e, considerata la gravità degli stessi, quali urgenti iniziative di competenza intenda assumere per chiarire la situazione e per far sì che Malta non continui a violare le norme internazionali, a danno dell'Italia;

          quanti siano i respingimenti di imbarcazioni giunte in acque maltesi effettuati dalla marina maltese e i conseguenti dirottamenti verso l'Italia.
(4-05765)

      Risposta. — Le inchieste giornalistiche dei quotidiani Avvenire e The Guardian corrispondono a quanto emerso dopo lo sbarco a Pozzallo dell'imbarcazione dei migranti. L'evento ha avuto inizio da una segnalazione della organizzazione non governativa (Ong) Watch the Med-Alarm Phone alle autorità dei Paesi della regione, incluso il Maritime Rescue Coordination Center italiano, sulla presenza al largo della Libia di migranti a bordo di imbarcazioni di fortuna in navigazione verso nord. La presenza delle imbarcazioni è stata riscontrata anche da un assetto aereo di Frontex in pattugliamento nell'area. Sia la Ong Watch the Med-Alarm Phone sia Frontex hanno interessato in prima battuta le autorità Search and rescue (Sar) libiche. Queste non sono tuttavia intervenute, adducendo ragioni legate al contenimento della pandemia da Covid-19.
      Le imbarcazioni di migranti (poi risultate 4 per un totale di circa 270 persone), tutte assolutamente non adeguate a raggiungere le coste italiane, hanno proseguito verso nord e, una volta giunte in area Sar maltese, sono di fatto rimaste alla deriva, in attesa di soccorso. I dettagli emersi riguardo al trattamento subito dai migranti in area Sar maltese dopo il primo avvistamento da parte del velivolo Frontex sono stati conosciuti dalle autorità italiane competenti per il soccorso in mare solo successivamente, dopo quasi tre giorni, quando l'imbarcazione è stata avvistata e segnalata in acque di responsabilità italiana da una nave mercantile in transito. Qui è stata immediatamente soccorsa da unità della Guardia costiera italiana, le quali hanno accompagnato l'imbarcazione fino al porto di Pozzallo. I migranti sono sbarcati e sono stati accolti dal consueto dispositivo sanitario e di ordine pubblico organizzato a terra dalla prefettura, e dalla questura di Ragusa. Nei tre giorni in cui l'imbarcazione è rimasta in area Sar maltese, nessuna notizia relativa all'imbarcazione è stata condivisa dalle autorità di Malta, nemmeno per richiedere assistenza o cooperazione nel soccorso.
      Nello specifico, nella giornata del 12 aprile 2020, in risposta alle comunicazioni Frontex relative alle imbarcazioni in pericolo, RCC (
Rescue Coordination Center) Malta ha comunicato all'agenzia europea di ritenere quanto accaduto «immigrazione irregolare in alto mare» e non attività di ricerca e soccorso, ritenendosi quindi incompetente ad intervenire. La reazione italiana agli eventi è stata quindi pienamente conforme al diritto internazionale, secondo il quale lo Stato responsabile per l'area di ricerca e soccorso deve intervenire in caso di emergenza nella propria area Sar e coordinare le operazioni fino allo sbarco in un porto sicuro. Così in effetti, è avvenuto non appena l'imbarcazione dei migranti è stata avvistata nell'area Sar italiana, dopo aver attraversato quelle di responsabilità libica e maltese.
      La condotta delle autorità maltesi in questa circostanza riflette purtroppo un atteggiamento non nuovo. Le autorità de La Valletta si sono spesso sottratte agli obblighi previsti dalle convenzioni internazionali in materia di soccorso in mare, sulla base di un'interpretazione molto restrittiva dei principi ispiratori della normativa. Un atteggiamento che l'Italia ha costantemente e fermamente contestato, sia a livello bilaterale sia in ambito europeo. Malta ha in effetti istituito una zona Sar di estensione vastissima, sproporzionata rispetto alle sue capacità operative, che nella parte a nord e a ovest si sovrappone alla zona Sar italiana, coprendo addirittura le isole di Lampedusa e Lampione e le acque territoriali circostanti. Malta è anche l'unico contraente della convenzione sulla ricerca e il soccorso in mare di Amburgo del 1979 che non ha accolto gli emendamenti del 2004. Queste modifiche hanno introdotto l'obbligo per gli Stati contraenti di collaborare per la designazione di un porto sicuro per lo sbarco dei naufraghi. Malta di conseguenza si considera vincolata ad assicurare un coordinamento solo fino al momento dell'avvenuto soccorso in mare e sostiene che lo sbarco dei naufraghi debba avvenire nel porto «più vicino» al luogo di soccorso. E per questo che essa generalmente esita a intervenire quando l'emergenza si presenta in prossimità dei propri porti.
      Inoltre Malta, per prassi, considera l'esistenza di una situazione di emergenza in mare solo nei casi in cui un'imbarcazione sia effettivamente in imminente rischio di naufragio, e solo se abbia avanzato esplicita richiesta di soccorso, definendo ipotesi diverse quali «immigrazione irregolare in alto mare». Nella vicenda in esame, questo approccio ha portato le autorità maltesi, intervenute sul luogo dell'emergenza con propri pattugliatori militari a rifornire l'imbarcazione di carburante, giubbotti di salvataggio e addirittura di un nuovo motore, e a indicare la rotta per l'Italia. Sembrerebbe dunque che la condotta maltese non sia consistita in sole omissioni, ma, verosimilmente, anche in comportamenti attivi che avrebbero facilitato l'arrivo sulle coste italiane di due dei quattro barconi segnalati.
      Con l'esplodere dell'emergenza sanitaria da COVID-19, La Valletta ha ulteriormente irrigidito la propria posizione sul tema dei soccorsi in mare, segnalando la chiusura dei porti. Il nuovo governo di Robert Abela contesta la mancanza di assistenza da parte dei
partner dell'Unione Europea nella ricollocazione dei migranti sbarcati sul proprio territorio e per questo ha dichiarato l'indisponibilità per il futuro ad accoglierne altri senza un preliminare accordo sulla condivisione degli sforzi. L'Italia ha costantemente sostenuto l'importanza che il tema delle migrazioni sia affrontato con una cooperazione coerente e coordinata sia a livello bilaterale dai Paesi che, come l'Italia e Malta, si trovano in prima linea nell'accoglienza dei migranti, sia dall'Unione Europea nel suo complesso, con la collaborazione solidale degli altri Stati membri. Tanto più nel difficile contesto dell'emergenza in corso, l'Italia continua a sostenere che il fenomeno migratorio debba essere affrontato con un salto di qualità che richiede a ogni Stato membro il proprio contributo, indipendentemente dalla collocazione geografica. In particolare, nelle more delle iniziative che la Commissione europea si appresta ad adottare promuovendo un dibattito sul «nuovo patto sulle migrazioni e l'asilo», ci siamo adoperati, e continueremo a farlo nell'ambito del negoziato che ne seguirà, affinché la specificità degli sbarchi a seguito di operazioni di ricerca e soccorso in mare sia pienamente riconosciuta e siano adottati codici di condotta comuni per la loro gestione.
      Condividiamo con Malta il principio che una risposta europea al fenomeno, ispirata a solidarietà e responsabilità condivisa, rimane necessaria e che la via prioritaria per fronteggiare la grave situazione umanitaria in Libia resti quella della de-
escalation del conflitto e – auspicabilmente – del raggiungimento di un vero e proprio cessate il fuoco. In più occasioni, tuttavia, l'Italia ha ricordato, anche con nota formale alle autorità maltesi, la necessità di evitare il ripetersi di casi simili a quello di aprile. E le ha esortate a modalità di collaborazione più coerenti con l'obiettivo comune di una gestione efficace dei flussi migratori nel Mediterraneo centrale e con gli impegni assunti insieme in passato.
Il Sottosegretario di Stato per gli affari esteri e la cooperazione internazionale: Manlio Di Stefano.


      VIETINA. — Al Presidente del Consiglio dei ministri, al Ministro per le pari opportunità e la famiglia, al Ministro del lavoro e delle politiche sociali. — Per sapere – premesso che:

          il mondo della disabilità non può aspettare nel ricevere un aiuto concreto e immediato da parte delle istituzioni;

          migliaia di diversamente abili, giovani e giovanissimi, si trovano in una situazione di grande difficoltà ad affrontare la quotidianità legata all'epidemia in corso;

          chiusi i centri di riabilitazione e diurni i ragazzi disabili rischiano di perdere autonomia e i progressi raggiunti con grande fatica;

          l'isolamento di questo periodo legato all'emergenza sanitaria ha creato numerosi problemi nell'equilibrio psicologico ed un evidente peggioramento della loro precaria situazione fisica ed emotiva;

          le famiglie si sentono sole e abbandonate di fronte a figli diventati ingestibili;

          il 14 maggio 2020 si è consumata una tragedia nel Modenese, a Carpi, dove un uomo di 69 anni ha ucciso il proprio figlio disabile di 37, per poi togliersi la vita sostenendo di non «sopportare più di vedere il proprio figlio soffrire così»;

          è doveroso ricordare alle istituzioni che il mondo della disabilità deve essere sostenuto insieme e prima di quello delle abilità e che, insieme alla preoccupazione di riaprire ristoranti, parrucchieri e centri estetici, si deve lavorare su come e quando rimettere in moto le strutture idonee ad aiutare i disabili, riportandoli ad un livello di vita accettabile e dignitosa;

          è fondamentale, per evitare il consumarsi di altre tragedie come quella di Carpi, che le famiglie non si sentano abbandonate dalle istituzioni –:

          se e attraverso quali iniziative, e con quale tempistica, il Governo intenda adoperarsi per sostenere il mondo della disabilità in modo efficace, anche alla luce della tragedia richiamata in premessa.
(4-05718)

      Risposta. — La questione sollevata dall'interrogante concerne quali iniziative il Governo intenda assumere per sostenere il mondo della disabilità in modo efficace, in considerazione del fatto che la chiusura dei centri di riabilitazione e dei centri diurni possa determinare per i ragazzi con disabilità perdita dell'autonomia e dei progressi raggiunti con grande fatica.
      In proposito, si deve osservare che tra le misure di contenimento dell'epidemia, la sospensione dell'attività dei centri diurni e delle strutture semiresidenziali per persone con disabilità, comunque denominate, disposta con il decreto-legge 17 marzo 2020, n. 17, convertito, con modificazioni, dalla legge 24 aprile 2020, n. 27, è stata necessaria al fine di prevenire efficacemente la trasmissione del contagio in queste strutture, dove risulta oggettivamente difficile rispettare il distanziamento sociale, in ragione proprio delle particolari condizioni delle persone che risiedono o frequentano tali centri.
      Il Governo, consapevole del disagio che sarebbe conseguito dal provvedimento di chiusura, ha peraltro autorizzato sia la parziale prosecuzione di alcuni servizi, condizionata al rispetto delle regole di sicurezza, sia la possibilità di erogare prestazioni assistenziali ed educative a carattere domiciliare, che sono stati in parte attivati, anche se con risultati solo parzialmente soddisfacenti.
      Il Governo, ben conscio che l'interruzione di alcune prestazioni assistenziali ha determinato conseguenze gravose sulle famiglie interessate, ha ritenuto necessario, nel bilanciamento di opposti interessi parimenti meritevoli di tutela, dare preminenza alla tutela della salute collettiva.
      Non appena il quadro epidemiologico generale ha permesso un allentamento delle misure di contenimento, il Governo ha tempestivamente disposto, con il decreto del Presidente del Consiglio del 26 aprile 2020, che a decorrere dalla data del 4 maggio 2020 le strutture a carattere socio-assistenziale, socio-educativo, poli funzionali e, socio- occupazionale, sanitario e socio-sanitario potessero riaprire sulla base di piani territoriali, adottati dalle Regioni, a condizione che fosse garantito il rispetto delle misure di contenimento del virus e di tutela della salute degli utenti e degli operatori, prevedendo altresì specifici protocolli. Tale disposizione è stata poi confermata dall'articolo 9 del decreto del Presidente del Consiglio dei ministri.
      Il Governo ha poi provveduto a rendere possibile la riorganizzazione delle attività delle predette strutture in funzione della sicurezza e del contenimento della diffusione del virus, prevedendo nel decreto-legge 19 maggio 2020, n. 34, all'articolo 104, comma 3, l'istituzione di un fondo con una dotazione pari a 40 milioni di euro, finalizzato all'erogazione di contributi per le maggiori spese che gli enti gestori di tali strutture devono affrontare.

Il Ministro per i rapporti con il Parlamento: Federico D'Incà.