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Sentenze della Corte di Giustizia dell'UE

Sentenza della Corte (Quinta Sezione) del 3 settembre 2020

Vivendi SA contro Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni

Domanda di pronuncia pregiudiziale proposta dal Tribunale Amministrativo Regionale per il Lazio

Rinvio pregiudiziale – Comunicazioni elettroniche – Articolo 11, paragrafo 2, della Carta dei diritti fondamentali dell'Unione europea – Libertà e pluralismo dei media – Libertà di stabilimento – Articolo 49 TFUE – Direttiva 2002/21/CE – Articoli 15 e 16 – Normativa nazionale che vieta ad un'impresa dotata di un significativo potere di mercato in un settore di raggiungere una "rilevante dimensione economica" in un altro settore – Calcolo dei ricavi realizzati nel settore delle comunicazioni elettroniche e nel settore dei media – Definizione del settore delle comunicazioni elettroniche – Limitazione ai mercati oggetto di regolamentazione ex ante – Considerazione dei ricavi delle società collegate – Fissazione di una soglia di ricavi diversa per le società attive nel settore delle comunicazioni elettroniche

Causa C-719/18

Causa C-719/18
Assegnata in data: 06/10/2020
Commissione: IX COMMISSIONE (TRASPORTI, POSTE E TELECOMUNICAZIONI), VII COMMISSIONE (CULTURA, SCIENZA E ISTRUZIONE), XIV COMMISSIONE (POLITICHE DELL'UNIONE EUROPEA)

NOTA DI SINTESI:

La sentenza in oggetto verte sulla compatibilità con il diritto dell'Unione europea di una disposizione italiana (art. 43, co. 11 del Testo Unico dei Servizi di Media Audiovisivi e Radiofonici, TUSMAR, c.d. "legge Gasparri") che ha l'effetto di impedire a una società registrata in un altro Stato membro - i cui ricavi nel settore delle comunicazioni elettroniche, come definito ai fini di tale normativa, siano superiori al 40% dei ricavi complessivi di tale settore - di conseguire nel "sistema integrato delle comunicazioni" (SIC) ricavi superiori al 10% di quelli complessivi del sistema medesimo. La domanda di pronuncia pregiudiziale era stata avanzata dal Tribunale amministrativo del Lazio in sede di decisione sul ricorso proposto da Vivendi contro l'Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni (AGCOM). Nel 2016, infatti, la società francese Vivendi SA, attiva nel settore dei media e nella creazione e distribuzione di contenuti audiovisivi, aveva stipulato un contratto di partnership strategica con Mediaset e Reti Televisive Italiane SpA, società italiane del medesimo settore controllate dal gruppo Fininvest 1, mediante il quale Vivendi ha acquisito il 3,5% del capitale sociale di Mediaset e il 100% di quello di Mediaset Premium SpA, cedendo in cambio a Mediaset il 3,5% del proprio capitale sociale; in seguito tuttavia, a causa di contrasti sull'esecuzione di tale contratto, Vivendi ha avviato una campagna di acquisizione ostile di azioni di Mediaset, giungendo ad acquisirne il 28,8% del capitale sociale, pari al 29,94% dei diritti di voto. Mediaset ha denunciato Vivendi dinanzi all'AGCOM, accusandola di aver violato la citata disposizione italiana che, allo scopo di salvaguardare il pluralismo dell'informazione, vieta a qualsiasi società i cui ricavi nel settore delle comunicazioni elettroniche, anche tramite società controllate o collegate, siano superiori al 40% dei ricavi complessivi di tale settore, di conseguire nel «sistema integrato delle comunicazioni» (SIC) ricavi superiori al 10% di quelli del sistema medesimo in Italia. Era il caso della società Vivendi, che occupava già una posizione rilevante nel settore italiano delle comunicazioni elettroniche, in virtù del controllo esercitato su Telecom Italia SpA (TIM). Con delibera del 18 aprile 2017 l'AGCOM ha accertato che Vivendi, acquisendo le predette partecipazioni in Mediaset, aveva violato tale disposizione italiana e le ha ordinato di porre fine a tale violazione. Pur ottemperando all'ordine dell'AGCOM, trasferendo ad una società terza la titolarità del 19,19% delle azioni di Mediaset, Vivendi ha adito il TAR Lazio chiedendo l'annullamento di tale delibera. Il TAR ha dunque sospeso il procedimento e domandato alla Corte di giustizia di chiarire la portata dei principi di libertà di stabilimento (art. 49 TFUE), libera prestazione dei servizi (art. 56 TFUE) e libera circolazione dei capitali (art. 63 TFUE) rispetto alla disciplina sottesa alla decisione di AGCOM. La Corte di Giustizia procede in primo luogo dalla riconduzione della vicenda in esame al diritto di stabilimento, in quanto l'acquisizione di partecipazioni minoritarie che consentono di esercitare una sicura influenza sulle decisioni di una società e di determinarne le attività esula dall'ambito di applicazione della disciplina sulla libera circolazione dei capitali (ex art 63 TFUE), che secondo una giurisprudenza costante del giudice europeo riguarda acquisizioni di partecipazioni effettuate al solo scopo di realizzare un investimento finanziario, senza intenzione di influire sulla gestione e sul controllo dell'impresa interessata. Dunque la Corte si sofferma sulla possibilità di valutare la normativa nazionale, che limita il diritto di acquisire una simile partecipazione nel sistema integrato delle comunicazioni, quale una restrizione della libertà di stabilimento vietata dal Trattato: la Corte ribadisce, infatti, che l'articolo 49 TFUE osta a qualsiasi provvedimento nazionale che possa ostacolare o scoraggiare l'esercizio, da parte dei cittadini dell'Unione, della libertà di stabilimento sancita dal TFUE. Tale appare la disposizione italiana che vieta a Vivendi di mantenere le partecipazioni acquisite in Mediaset o detenute in Telecom Italia, obbligandola quindi a porre fine a tali partecipazioni, nell'una o nell'altra di tali imprese, nella misura in cui eccedevano le soglie previste. La Corte osserva tuttavia che una restrizione siffatta alla libertà di stabilimento può, in linea di principio, essere giustificata da un motivo imperativo di interesse generale, quale la tutela del pluralismo dell'informazione e dei media, per l'importanza che riveste in una società democratica e pluralista, purché però la misura nazionale restrittiva sia idonea a garantire il conseguimento dello scopo perseguito e non ecceda quanto necessario per raggiungerlo. La normativa italiana deve pertanto essere sottoposta a un giudizio di proporzionalità per verificare se sia atta e necessaria al perseguimento del pluralismo dei media, e se quest'ultimo scopo non potrebbe essere raggiunto attraverso divieti o limitazioni di minore portata o che colpiscano in minor misura l'esercizio della libertà di stabilimento. L'onere di dimostrare che detta disposizione sia conforme al principio di proporzionalità rimane in capo alle autorità nazionali. Ebbene la Corte, richiamando una propria precedente sentenza (del 13 giugno 2019 nella causa C-193/18), in cui si stabilisce una chiara distinzione tra produzione e trasmissione di contenuti, osserva che le imprese, operanti nel settore delle comunicazioni elettroniche, che esercitano un controllo sulla trasmissione dei contenuti audiovisivi, non necessariamente esercitano un controllo sulla produzione di tali contenuti e rileva che la disposizione italiana non fa riferimento né si applica specificamente ai collegamenti tra la produzione e la trasmissione dei contenuti, ponendo invece un divieto assoluto ai soggetti i cui ricavi realizzati nel settore delle comunicazioni elettroniche siano superiori al 40% dei ricavi complessivi di tale settore, di conseguire nel SIC ricavi superiori al 10% di quelli del sistema medesimo. Né il fatto di conseguire o meno ricavi equivalenti al 10% dei ricavi complessivi del SIC appare di per sé indicativo di un rischio di influenza sul pluralismo dei media. La Corte rileva, inoltre, che la norma italiana definisce in modo troppo restrittivo il perimetro del settore delle comunicazioni elettroniche, escludendo ingiustificatamente mercati che rivestono un'importanza crescente per la trasmissione di informazioni, come i servizi al dettaglio di telefonia mobile o altri servizi di comunicazione elettronica collegati ad Internet, nonché i servizi di radiodiffusione satellitare, divenuti la principale via di accesso ai media: ciò determina una sopravvalutazione del potere di mercato detenuto da un'impresa nel settore delle comunicazioni elettroniche e, simultaneamente, diminuisce le sue possibilità di partecipare al settore dei media audiovisivi, rendendo in tal modo più difficile il suo insediamento in Italia. Infine, la Corte constata che nell'ambito del calcolo dei ricavi realizzati da un'impresa nel settore delle comunicazioni elettroniche o nel SIC, equiparare la situazione di una «società controllata» a quella di una «società collegata», non appare conciliabile con l'obiettivo perseguito dalla disposizione in questione: infatti, giacché il collegamento è presunto dalla titolarità di almeno un quinto dei diritti di voto nell'assemblea della società collegata (ex art. 2359, co. 3 c.c.), tale circostanza non vale di per sé a dimostrare che la prima società possa concretamente esercitare sulla seconda un'influenza tale da pregiudicare il pluralismo dei media e dell'informazione. La Corte ne conclude che la disposizione italiana, fissando una limitazione generale ed astratta fondata su soglie che non consentono di determinare se e in quale misura un'impresa possa effettivamente influire sul contenuto dei media, non presenta un nesso sufficiente con l'esigenza di prevenire il rischio di compromissione del pluralismo dei media. In definitiva, nella misura in cui risulta inidonea a conseguire l'obiettivo di interesse generale di tutela del pluralismo dell'informazione, la normativa italiana è incompatibile con il diritto di stabilimento sancito dall'art. 49 TFUE.

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