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Resoconti stenografici delle indagini conoscitive

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XVIII Legislatura

III Commissione

COMITATO PERMANENTE SULL'ATTUAZIONE DELL'AGENDA 2030 PER LO SVILUPPO SOSTENIBILE

Resoconto stenografico



Seduta n. 3 di Mercoledì 30 gennaio 2019

INDICE

Sulla pubblicità dei lavori:
Quartapelle Procopio Lia , Presidente ... 3 

INDAGINE CONOSCITIVA SULL'AZIONE INTERNAZIONALE DELL'ITALIA PER L'ATTUAZIONE DELL'AGENDA 2030 PER LO SVILUPPO SOSTENIBILE

Audizione di Mario Pezzini, Direttore del Development Centre dell'OCSE.
Quartapelle Procopio Lia , Presidente ... 3 
Pezzini Mario , Direttore del ... 3 
Quartapelle Procopio Lia , Presidente ... 10 
Boldrini Laura (LeU)  ... 10 
Billi Simone (LEGA)  ... 11 
Quartapelle Procopio Lia , Presidente ... 11 
Pezzini Mario , Direttore del ... 11 
Quartapelle Procopio Lia , Presidente ... 14 

ALLEGATO: Documentazione depositata dal Prof. Mario Pezzini, Direttore del Development Centre dell'Ocse ... 15

Sigle dei gruppi parlamentari:
MoVimento 5 Stelle: M5S;
Lega - Salvini Premier: Lega;
Partito Democratico: PD;
Forza Italia - Berlusconi Presidente: FI;
Fratelli d'Italia: FdI;
Liberi e Uguali: LeU;
Misto: Misto;
Misto-MAIE-Movimento Associativo Italiani all'Estero-Sogno Italia: Misto-MAIE-SI;
Misto-Civica Popolare-AP-PSI-Area Civica: Misto-CP-A-PS-A;
Misto-Minoranze Linguistiche: Misto-Min.Ling.;
Misto-Noi con l'Italia-USEI: Misto-NcI-USEI;
Misto-+Europa-Centro Democratico: Misto-+E-CD.

Testo del resoconto stenografico

PRESIDENZA DELLA PRESIDENTE
LIA QUARTAPELLE PROCOPIO

  La seduta comincia alle 14.05.

Sulla pubblicità dei lavori.

  PRESIDENTE. Avverto che la pubblicità dei lavori della seduta odierna sarà assicurata anche attraverso la trasmissione diretta sulla web-tv della Camera dei deputati.

Audizione di Mario Pezzini, Direttore del Development Centre dell'OCSE.

  PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca, nell'ambito dell'indagine conoscitiva sull'Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile, l'audizione di Mario Pezzini, direttore del Development Centre dell'OCSE, che saluto e ringrazio per la disponibilità a prendere parte ai nostri lavori.
  Il professor Pezzini, prima di entrare nell'OCSE, è stato professore di economia industriale presso la Scuola nazionale superiore di Parigi e in varie università statunitensi e italiane, ed è stato anche consulente nel campo dello sviluppo economico, dell'organizzazione industriale e dell'economia regionale, nell'ambito di diverse istituzioni e organizzazioni internazionali, fra quali l'OIL (Organizzazione internazionale del lavoro) e la Commissione europea.
  Il Development Centre è stato istituito nel 1961 come piattaforma indipendente per la condivisione delle conoscenze e il dialogo politico tra i 27 Paesi membri dell'OCSE e 25 Paesi emergenti e in via di sviluppo, con l'obiettivo di trovare soluzioni politiche innovative per promuovere la crescita sostenibile, ridurre la povertà e le disuguaglianze e migliorare la vita delle persone.
  Per inquadrare l'intervento del professor Pezzini nel contesto della nostra indagine conoscitiva, segnalo che il 29 settembre scorso il Development Centre ha pubblicato il rapporto «Perspectives on Global Development 2019», nel quale si sottolinea che, sebbene non ci sia ancora una definizione standard per il concetto di sviluppo, si sta facendo strada un consenso sull'idea che sia correlato ai miglioramenti reali della qualità di vita e di benessere delle persone.
  La ricerca dell'OCSE spiega che dagli anni novanta le economie emergenti, come Cina e India, sono cresciute più rapidamente rispetto alla media dei Paesi OCSE, contribuendo a creare una nuova geografia della ricchezza. Tuttavia, nel sud del mondo la povertà è aumentata e il degrado ambientale ha accompagnato industrializzazione e urbanizzazione.
  Ad avviso dell'OCSE occorre, quindi, evitare l'errore di ritenere che la crescita economica generi automaticamente miglioramenti del benessere. Al contrario, le economie emergenti dovrebbero adottare percorsi di sviluppo improntati a una maggiore cooperazione sud-sud, politiche che collegano migrazione e sviluppo, nonché nuove strategie per estendere la protezione sociale adeguate alle località in cui sono applicate e integrate nell'assetto multilaterale.
  Do la parola al professor Pezzini per lo svolgimento della sua relazione.

  MARIO PEZZINI, Direttore del Development Centre dell'OCSE. Molte grazie per avermi invitato ai lavori di questo prestigioso Comitato. Intervenite e interrompetemi quando volete. Io cercherò di essere breve, poi risponderò alle vostre domande. Pag. 4
  Per iniziare, visto che ora ho un nipote, alla fine dei miei giorni gli racconterò che ho visto nella mia vita tre cose particolarmente importanti: la prima è ovviamente la caduta del muro di Berlino, la seconda è il cambio generale che abbiamo avuto nelle politiche concernenti lo sviluppo e la terza è la cosa che vi dimostro ora con le slides che sto per illustrare.
  In questo grafico abbiamo rappresentato i Paesi che negli anni novanta hanno avuto un tasso di crescita più che doppio della media di crescita dei Paesi OCSE. I Paesi in questo caso sono tredici, una cifra significativa. Ci sono degli usual suspects: la Cina, il Cile e la Malesia sono i Paesi che hanno avuto negli anni novanta questa crescita straordinaria.
  Tuttavia, se consideriamo lo stesso dato tra il 2000 e il 2010, il risultato è abbastanza impressionante: i Paesi che hanno avuto un tasso di crescita più che doppio della media dei Paesi OCSE non sono tredici, ma ottantatré. È un cambio epocale, per questo lo racconterò a mio nipote. È un cambio della geografia economica del mondo.
  La London School of Economics, che ama fare questi calcoli, ha stimato che quarant'anni fa il baricentro dell'economia mondiale era nelle Isole Azzorre, e non c'è da stupirsi, perché era il nord Atlantico la locomotiva del cambiamento in quel momento. Oggi il centro di gravità, calcolato allo stesso modo, si trova al confine est della Turchia e continua a muoversi in direzione della Cina e in parte del sud.
  Noi abbiamo chiamato questo grande cambiamento «shifting wealth». Volevamo indicare semplicemente che la geografia economica era cambiata, come già avevamo sottolineato nel 2010.
  Sono molte le conseguenze di questo grande cambiamento: innanzitutto vi sono molti più lavoratori, 1,5 miliardi di nuovi lavoratori nel mercato del lavoro globale, e questo ha comportato dei cambiamenti nella struttura occupazionale di diversi Paesi, soprattutto dei Paesi a reddito medio. Il fatto che ci siano state negli anni novanta delle crisi del debito è anche il segnale di un riaggiustamento.
  D'altro lato, c'è una generale convergenza economica che non si pensava si sarebbe prodotta; l'espansione della domanda dei prodotti naturali non rinnovabili, cioè le commodities, e in particolare il boom dei loro prezzi, e allo stesso tempo un enorme aumento degli scambi sud-sud fra i Paesi che non facevano parte dell'OCSE e non erano considerati né firstsecond comer nel processo industriale. Per darvi un'idea, nel 2009 il primo partner commerciale dell'Africa è la Cina e a partire da quel momento continua a rimanerlo. Oltre alla Cina, ci sono anche l'India, l'Indonesia e il Brasile. Il Sudafrica gioca un ruolo particolare nel continente.
  Tuttavia, l'indicatore del trade è solo un indicatore, ve ne sono altri per dire che ormai una parte molto rilevante dell'economia è fatta da relazioni tra Paesi che noi considereremmo in via di sviluppo.
  In questi Paesi si sono concentrati, come saprete, anche dei surplus importanti della bilancia commerciale. In grande misura questo è un processo che ha avuto alcune locomotive, prima fra tutte la Cina. Se questo cambio si produce, è anche perché la Cina aumenta la sua domanda di prodotti e sviluppa una capacità competitiva significativa.
  La Cina non ha avuto solo bassi salari, era un Paese che aveva già capacità tecnologiche significative e soprattutto investimenti in educazione molto rilevanti, in qualche modo comparabili a quelli della Corea del sud, e grazie a questi fattori si impone sempre di più come un attore cruciale per spiegare l'evoluzione in termini di sviluppo del globo.
  Qui avete una rappresentazione grafica di quello che vi dicevo: è attorno al 2009-2010 che il prodotto interno lordo a parità di potere d'acquisto prodotto dai Paesi non OCSE diventa più importante di quello prodotto dai Paesi OCSE e, come vedete, nella distribuzione in colori è la Cina quella che guida questo cambiamento, ma non è il solo attore, ve ne sono molti di più.
  Si sviluppa un forte commercio internazionale e si sviluppano anche investimenti e forme di cooperazione accentuata tra i Paesi del sud. Da questo punto di vista, Pag. 5incontriamo diverse forme di cooperazione. La Cina ovviamente è uno dei principali protagonisti, ma vi sono anche Paesi a volte insospettabili, come Cuba, un Paese che l'anno scorso ha fatto più di un milione di missioni in cooperazione sud-sud in diversi Paesi.
  Procedo molto rapidamente, per concentrarmi su tre temi. Questo è il secondo. Se questo cambio si è prodotto, possiamo dire che il risultato di questo enorme movimento geologico è stato un miglior panorama in termini di sviluppo? Andiamo a verificarlo.
  Tutti quelli che vi ho citato sono dati in termini di crescita. Non vi è dubbio che la crescita è stata straordinariamente più rapida nei first comer, in questo caso i Paesi nordici e il nord degli Stati Uniti, perché per molto tempo la crescita ha avuto tassi molto più bassi (stiamo parlando dell'1 per cento), quando invece nel caso dei nuovi emergenti o anche dei vecchi emergenti, se si include il Giappone e il sud-est asiatico, i tassi di critica sono straordinariamente più elevati.
  Il fatto che vi siano questi tassi di crescita significa che le condizioni di vita, ciò che a mio avviso è lo sviluppo, si sono effettivamente modificate? Ebbene, non è sicuro. La Cina senz'altro ha saputo trasformare almeno in parte i risultati economici di crescita in miglioramenti. Ci sono stati dei tassi di crescita significativi in Cina, ma anche la life expectancy è arrivata agli stessi livelli che aveva l'Inghilterra dopo la Seconda guerra mondiale, mettendoci più o meno la metà degli anni.
  Dunque, in molti casi questa crescita si trasforma in benessere. È sempre il caso? No, in termini di povertà, la povertà estrema si è ridotta in maniera estremamente significativa. Il vero protagonista di questo è lo sviluppo degli emergenti, ma ovviamente anche alcune politiche pubbliche e lo sforzo internazionale con gli Obiettivi del millennio (Millennium Development Goals, MDGs) hanno contribuito. Ciò non toglie che esistano ancora forme significative di povertà estrema.
  A questo punto apro una parentesi a mio avviso importante: che cos'è lo sviluppo? Lo sviluppo è la lotta alla povertà estrema? Per alcuni decenni questo di fatto è stato il modello implicito che avevamo nella testa. L'idea era: c'è una serie di cittadini del mondo che hanno livelli di povertà estrema, al di sotto della linea stabilita come threshold della povertà estrema; calcoliamo qual è il gap, moltiplichiamo questo gap per il numero di persone e arriviamo al totale di risorse che sarebbero necessarie, in un grande transfer alla Robin Hood, dai Paesi ricchi ai Paesi poveri, per eliminare la povertà estrema. Attraverso questo calcolo stimiamo che i Paesi che possono pagare dovrebbero metterci ognuno lo 0,7 per cento del PIL, in modo tale da poter arrivare a fare questo grande trasferimento.
  A parte il fatto che i Paesi non hanno realizzato necessariamente questo grande trasferimento – si sono impegnati, però non hanno corrisposto in termini finanziari all'impegno – il punto è che in realtà il modello analitico non funzionava molto, perché chi esce dalla povertà estrema non è detto che non ci ritorni.
  Quello a cui abbiamo assistito in questi ultimi decenni è stata una fortissima creazione di cosiddette «classi medie» nei Paesi in via di sviluppo. Di che stiamo parlando? Stiamo parlando di persone che nel 70 per cento dei casi non hanno un'automobile, quindi, se la loro impresa si sposta anche solo di 20 chilometri, perdono il lavoro e ritornano nella povertà estrema. Stiamo parlando di chi è ancora nel lavoro informale più o meno nel 70 per cento dei casi – si pensi al Perù, all'India e ovviamente ad alcuni Paesi africani – quindi una volta arrivato alla pensione non c'è pensione, perché non ci sono state contribuzioni, quindi ritorna nella povertà estrema. Non c'è ovviamente copertura sanitaria, quindi, se qualcuno della famiglia si ammala o c'è un divorzio, la famiglia torna alla povertà estrema. Abbiamo visto questo fenomeno con grande forza in Brasile.
  Pertanto, lo scarto tra le aspettative, perché la situazione cambia e perché c'è anche crescita economica, e la vita individuale crea una frustrazione molto forte, Pag. 6che può spiegare una serie di fenomeni, per esempio quelli che abbiamo visto in Brasile, che sono sotto i nostri occhi.
  Non è detto che la lotta alla povertà estrema si risolva con un transfer automatico, ma soprattutto: il problema è esclusivamente monetario? In realtà, scopriamo che molti Paesi – e fra questi, nel mio passato, anche l'Italia – si sviluppano e una volta eliminata la povertà estrema incontrano altre trappole nel loro processo di sviluppo.
  Non pensate alla trappola di reddito medio. Questa è un'espressione statistica di noi economisti, che siamo abbastanza limitati e spesso un po’ stupidi. Cosa c'è dietro la trappola di reddito medio?
  Innanzitutto c'è il fatto che i Paesi che sono specializzati in materie prime tendono ad avere una conseguenza per il loro sviluppo che chiamiamo in generale il «Dutch disease», il malessere olandese, perché l'abbiamo visto per la prima volta in Olanda. Esportiamo materie prime, quindi il tasso di cambio aumenta. Chi è protetto perché ha dei salari nello stesso settore vive abbastanza bene, chi gli porta la pizza o gli taglia i capelli, cioè il settore protetto dei servizi, beneficia anch'esso un po’ di questa crescita, però chi è nel mezzo, chi è impiegato nella manifattura, non ce la fa a tenere la concorrenza a quei prezzi dovuti al tasso di cambio e, quindi, la società si polarizza, la manifattura scompare e la dipendenza dalle risorse naturali aumenta.
  L'esempio chiaro di questo è il Cile. In Cile, che tutti noi consideriamo in America latina un Paese particolarmente avanzato, in cui ci sono capacità, la dipendenza dal rame è aumentata negli ultimi trent'anni, non si è ridotta, quindi la diversificazione produttiva, la capacità di essere un Paese che garantisce una società molto più inclusiva si è di fatto ridotta.
  Non c'è solo la trappola del tipo di specializzazione produttiva – negli anni settanta in Italia avremmo detto «il modello di sviluppo» – c'è anche una trappola che viene, per esempio, dalla struttura amministrativa. La classe media fa sì che siano aumentate le aspettative dei cittadini rispetto ai servizi pubblici e in alcuni casi le amministrazioni dei Paesi in via di sviluppo hanno migliorato la loro capacità di offrire servizi pubblici, ma non a sufficienza per rispondere alle aspettative di chi ora vuole un po’ di più. Magari, grazie a Bolsa familia o Oportunidades, sono riuscito a mandare i miei figli a scuola, a vedere un medico, e ora la mia famiglia non è più in povertà estrema, però c'è ora un sistema di protezione sociale che mi permette di restare fuori dalla povertà? No.
  I cittadini, che hanno aspettative e non vedono una risposta equivalente, iniziano a delegittimare lo Stato, per esempio mandando i bambini in scuole private e non pagando le tasse. Lo Stato già ha scarse risorse finanziarie, che attraverso questo meccanismo si riducono ulteriormente, e si entra in un altro circolo vizioso, che è esattamente quello che io chiamo una «trappola».
  Perché è importante qualificarle come trappole? Perché, se sono trappole, o le si rompe o sono meccanismi cumulativi che continuano a riprodursi nel tempo e non se ne viene fuori. È necessario fare politiche pubbliche. Il puro transfer finanziario è indispensabile magari, ma non è sufficiente, perché sono necessarie politiche pubbliche.
  Posso continuare su questo punto quanto volete, però mi sembra che l'idea di fondo sia la seguente: siamo confrontati a un cambio di prospettiva o di paradigma nell'osservare lo sviluppo. Il tema non è più «liberiamoci della povertà estrema, perché chi sale dalla povertà estrema dopo incontra gli automatici meccanismi del mercato che gli permetteranno di restare fuori dalla povertà estrema». I meccanismi automatici del mercato in molti casi li rimettono nella povertà estrema. Il meccanismo automatico di mercato a un imprenditore cileno consiglia di investire nel rame, non nell'intelligenza artificiale, perché tutto è a disposizione: il Paese è specializzato, sa come farlo, sa dove investire, suo cugino ha un'altra miniera da qualche parte.
  Quella visione dello sviluppo in qualche modo va ridefinita. Va detto che lo sviluppo è una cosa molto più complicata, in cui Pag. 7l'obiettivo non è solo il reddito e in cui ci sono molte trappole, che richiedono interventi più sofisticati e di politica pubblica.
  Arrivati a questo punto, va anche detto che le sfide che i Paesi in via di sviluppo incontrano si spostano sistematicamente.
  In molti probabilmente abbiamo pensato che a un certo punto in Africa il problema che tutti conosciamo, che è uno dei più grandi rischi globali, cioè l'aumento della popolazione, sarebbe stato forse in parte risolto replicando quello che nei decenni passati è accaduto con la Cina, cioè che gli investimenti cinesi si sarebbero in parte spostati dalla Cina all'Africa, perché la Cina è arrivata alla fine di un processo di sviluppo, che noi chiamiamo in termine tecnico «alla Lewis». La Cina ha beneficiato di bassi salari di una popolazione rurale che veniva a lavorare in città a qualunque prezzo, perché stava comunque meglio, e di alti profitti, che venivano reinvestiti in Cina per aumentare l'apparato produttivo.
  Tuttavia, ormai la Cina chiaramente inizia ad avere salari che crescono, conflitti sociali e, quindi, magari – pensavamo – potrebbe investire in Africa. Da qui alcune idee di un mio collega che si chiama Justin Lin, che è stato il chief economist della Banca mondiale, che ora è tornato in Cina, o di Célestin Monga, che è il chief economist della Banca africana di sviluppo, che dicono: facciamo grandi free zones in Africa, attiriamo i capitali cinesi, anche se fanno degli sweatshops, che sono dei postacci, in cui uno lavora nelle cantine, suda e muore. Dicono: anche se ci sono gli sweatshops, almeno potremo assorbire una parte di questa popolazione, altrimenti non sappiamo cosa succederà.
  Ebbene, in verità, data l'intelligenza artificiale, date le innovazioni tecnologiche, non è chiaro se ci sia convenienza a trasferire parte di queste occupazioni in Africa o in altri continenti. Se è vero che un machine tool costa 14 mila euro e dura quattro o cinque anni, alla fine conviene far fare le cose a un prezzo basso in Cina o conviene piuttosto farle in Africa? È opinabile.
  C'è anche un nuovo, significativo problema per i Paesi in via di sviluppo: siamo noi che non cresciamo più, sono i Paesi sviluppati che in realtà hanno un blocco in termini di crescita. Sappiamo in che modo abbiamo fatto le previsioni economiche noi organismi internazionali: questa volta è andata male, ma fra sei mesi ci sarà la ripresa. Poi ripetevamo il discorso dopo sei mesi. È evidente che il livello della domanda mondiale è incerto.
  Come dicevo, c'è stato un cambio storico maggiore (questo è il primo punto), che ha cambiato molte cose nel mondo. Il secondo punto è che c'è stato un cambiamento nel paradigma dello sviluppo, che spiega gli SDGs (sustainable development goals). Infatti, con gli SDGs si è trattato di dire: fermi un attimo, lo sviluppo interessa tutti e non solo i Paesi in via di sviluppo. Il problema del Mezzogiorno continua a esistere in Italia, anche se l'Italia è un Paese OCSE sviluppato.
  Dunque, lo sviluppo è una questione che tocca tutti, non solo i Paesi meno sviluppati o quelli in cui si presume sia concentrata la povertà estrema. In verità, il Paese in cui c'è più povertà estrema oggi è l'India, che non è uno dei Paesi meno sviluppati. In primo luogo interessa tutti e in secondo luogo il tema non è solo un tema di transfer finanziario. Intendiamoci, è indispensabile il finanziamento dello sviluppo, però il tema sono le politiche pubbliche, come si interviene e come si modifica la struttura di alcuni Paesi, perché altrimenti sistematicamente andranno alla deriva.
  Qui viene il terzo punto, che volevo sottolineare prima di passarvi la parola: il sistema di cooperazione internazionale che abbiamo oggi è il più appropriato per questo mondo che è cambiato? Oppure è rimasto a cinquant'anni fa, quando fu disegnato? Si sono ovviamente aggiustati i margini, perché si aggiustano sempre: nella pratica quotidiana c'è gente sveglia, non dogmatica. Tuttavia, non è forse arrivato il momento in cui dobbiamo riprendere le cose in mano e ridefinire quali sono le caratteristiche almeno di un approccio, se non di un meccanismo? Pag. 8
  È evidente che la risposta in alcuni casi è affermativa. Prendiamo, per esempio, gli indicatori. Tutti i nostri sistemi di cooperazione, soprattutto gli ODA (official development assistance) sono basati sull'idea del reddito, cioè si danno aiuti ufficiali allo sviluppo solamente ai Paesi con un basso livello di reddito, lo si riduce progressivamente man mano che il PIL aumenta e poi – come si dice – tali Paesi si graduano. Per esempio, l'anno scorso si sono graduati l'Uruguay e il Cile in America latina. Per le cose che vi ho raccontato, è evidente che non vuol dire che l'Uruguay e il Cile non hanno più problemi ad affrontare lo sviluppo, ma vuol dire che noi abbiamo giudicato che il loro PIL era un indicatore sufficiente.
  Gli SDGs ci dicono: non è solo il PIL, ce ne sono 230 di indicatori. Chissà, magari sono un po’ troppi per essere operativi, magari potrebbe essere utile avere uno scoreboard. Qui viene un punto importante: in alcuni dibattiti pubblici, quando si affrontano questi punti – recentemente a me è capitato alle Nazioni Unite – c'è sempre qualcuno che dice: se ci fosse qualcosa di meglio del PIL... ma non c'è. Non è vero, c'è. Ci sono gli human development indicators delle Nazioni unite, ci sono i well-being indicators dell'OCSE, in parte iniziati da Enrico Giovannini, che mi sembra voi abbiate già audito, e che soprattutto già applichiamo a tutti i Paesi OCSE. Dunque, gli strumenti ci sono, ci vuole la volontà politica di modificarli.
  In secondo luogo, in qualche modo l'idea che abbiamo avuto per anni era: sappiamo come risolvere il problema dello sviluppo, abbiamo un decalogo (non ce l'hanno dato su un monte, però, l'abbiamo sviluppato noi) e i Paesi devono tutti applicare le stesse ricette. Si chiamava Washington consensus e, se tutti i Paesi l'avessero applicato, si sarebbe creata un'atmosfera competitiva che avrebbe permesso maggior sviluppo. Sappiamo che quel meccanismo non funziona, perché ciò che non funziona è l'idea che le stesse ricette applicate in tutti i Paesi producano gli stessi risultati, in quanto ciò che conta sono anche le istituzioni. Con «istituzioni» non intendo dire solo lo Stato, ma anche altro; per esempio, in un Paese l'accesso delle donne alla proprietà della terra, l'imposizione di una certa età per sposarsi, il sesso dei figli che devono avere. Queste istituzioni influenzano gravemente l'economia. Di conseguenza, pensare che la stessa ricetta potesse dare gli stessi risultati era un po’ esagerato.
  Dunque, cosa fare? È ovvio che dobbiamo ritornare a un'idea che in Italia è stato il dibattito sul Mezzogiorno a partire dalla metà dell'Ottocento fino a oggi, cioè l'idea che l'Italia aveva un sentiero di sviluppo particolare, marcato dalla sua storia, e che, se si voleva risolvere i problemi italiani, bisognava occuparsi di quegli aspetti singolari, dei colli di bottiglia, che ovviamente in Spagna sono diversi che in Italia, in Cina sono diversi che negli Stati Uniti e così via.
  Il problema che si pone è: come si fa a definire le strategie di sviluppo? Non seguendo quello che abbiamo fatto noi come organismi internazionali, che ci siamo tutti allineati al Washington consensus. Come si reinventa un rapporto bilaterale con un Paese, tentando di occuparsi dei loro problemi davvero e non della nostra immagine, ideologica in qualche modo, del loro sviluppo?
  In terzo luogo, che tipo di cooperazione è necessaria? Nel modello degli MDGs la cooperazione era abbastanza semplice: poveri e ricchi. Prendiamo i soldi, li trasferiamo, li diamo ai poveri, si distribuiscono, meno toccati da chiunque meglio è. Quindi, due attori: un donatore e un recipient.
  Se, invece, stiamo discutendo del fatto che una cosa indispensabile in Africa è creare una politica anche territoriale, locale, se pensiamo che si tratta di vedere come fare la diversificazione produttiva in Cile o in Perù, perché non è possibile che il Paese continui a essere specializzato solo in tre prodotti, stiamo parlando di cose ben più complicate. Non basta un donor, che deve avere meno contatti possibile con il recipient, per far funzionare le cose. C'è bisogno di mettere insieme altri Paesi sviluppati che hanno avuto un'esperienza simile, per esempio la Norvegia. La Norvegia Pag. 9è specializzata in energia, però ha saputo fare molto meglio della Nigeria. Quindi, cosa possono raccontarci? Penso anche all'esperienza che il Messico può fornire al Bangladesh per i meccanismi di conditional cash transfer.
  In qualche modo, stiamo parlando della necessità di una cooperazione multilaterale o trilaterale, se preferite; non donor e recipient che non parlano tra di loro o, se parlano, è perché tu recipient devi copiare il mio modello di sviluppo. Questo rilancia l'idea del multilateralismo e di una forma di cooperazione molto più complicata, però molto più interessante.
  Concludo con due punti rapidi. In primo luogo, ciò di cui vi sto parlando è la cooperazione internazionale. Se voi pensate che io mi stia riferendo solo agli ODA, cioè agli aiuti pubblici allo sviluppo e al DAC (Development assistance committee), mi sono spiegato male, perché nel finanziamento delle politiche di sviluppo oggi la cosa più importante di tutte sono le tasse. Credetemi: ci sono una serie di Paesi in via di sviluppo che hanno capacità fiscali comparabili ai Paesi OCSE. All'OCSE stiamo parlando del 34-35 per cento del PIL di pressione fiscale, in media. Brasile, Argentina e Uruguay hanno più o meno quella cifra, però il Guatemala registra il 12 per cento. È evidente che una delle principali cose da fare è lavorare con il Guatemala perché facciano delle riforme fiscali, perché con il 15 per cento di tasse non si fa nulla, non si possono garantire nemmeno le dogane.
  Magari sentendo questi dati pensate: sì, ma questa è l'America latina, l'Africa è molto peggio. No, noi ci siamo messi a fare una riclassificazione delle statistiche fiscali, che ormai facciamo tutti gli anni e diamo ai diversi attori. Abbiamo iniziato a farle con l'Unione africana. La Tunisia ha il 31 per cento di revenue fiscale, il Sudafrica il 29 per cento, il Marocco il 26 per cento. Il Cile, questo grande esempio, ha il 24 per cento. Cosa vi dicono questi dati? Che le riforme fiscali sono possibili; non sono facili, ma sono possibili.
  In generale, bisogna prendere in conto in primo luogo le tasse e in secondo luogo gli investimenti esteri e le rimesse degli emigranti. Le rimesse degli emigranti in molti casi rappresentano tre volte gli aiuti ufficiali allo sviluppo. Questo vuol dire che in molti casi lo sviluppo dell'Africa o dell'America latina è pagato dagli africani e dai latinoamericani, che mandano le rimesse a casa.
  Questo ha delle implicazioni di politica pubblica, perché se noi ipertassiamo le rimesse sappiamo qual è la conseguenza, cioè diamo con una mano e togliamo con l'altra; diamo gli aiuti ufficiali e poi li togliamo con le rimesse. La cosa sembra un po’ complicata.
  Gli aiuti ufficiali allo sviluppo sono una parte piccola della cooperazione internazionale. Vi cito degli esempi. Per il nostro Paese un elemento fondamentale di cooperazione internazionale, forse il primo importante, furono i Marshall fund, ma non erano mica fatti come gli ODA. Oggi una sorta di Marshall fund si chiama «One belt, one road», la via della seta che sta facendo la Cina. Non sono mica considerati ODA. Anche gli interventi che alcuni Paesi europei stanno attuando nel Sahel non entrano necessariamente negli ODA.
  Quello che intendo dire è che gli ODA sono un pezzo della politica di cooperazione internazionale, ma la politica di cooperazione internazionale richiede molto di più.
  Perché richiede molto di più? Prendete un caso singolo: l'Uruguay. Come voi sapete meglio di me, in Argentina l'origine principale è italiana, seguita dalla Spagna. L'Uruguay è un po’ più francese che italiana, però è un Paese con cui abbiamo molte cose da condividere e le abbiamo condivise. Oggi l'Uruguay non può ricevere più gli aiuti ufficiali allo sviluppo, non solo dall'Italia, ma da tutta l'Europa.
  Negli ultimi anni l'Uruguay ha sviluppato molta cooperazione con la Cina. In termini internazionali, stiamo dicendo che siamo contenti di andarcene dall'Uruguay, che entri la Cina e che i rapporti geopolitici si modifichino in questi termini, perché in fin dei conti è il vento della storia? Ognuno è libero di pensare come vuole, però a mio avviso l'Unione europea, se perdesse chiavi di dialogo e di discussione con molti Paesi, Pag. 10siano essi in America latina o nel sud-est asiatico o in Europa dell'est, perderebbe molto, per non parlare poi dell'Africa.
  In conclusione, credo che siano cambiate molte cose alla base del concetto di SDGs, che adesso tutti abbiamo selezionato come obiettivi, giustamente, ma dietro questi obiettivi c'è un cambio di paradigma nel considerare lo sviluppo e – penso – anche nel considerare gli strumenti di cooperazione internazionale. Dare soldi senza sedersi con i Paesi, discutere insieme sulle esperienze che noi abbiamo in certe politiche pubbliche, raccontare come evitarle e come modificarle, vorrebbe dire perdere un patrimonio di sapere che riguarda loro e che riguarda anche noi.

  PRESIDENTE. Do la parola ai colleghi che intendano intervenire per porre quesiti o formulare osservazioni.

  LAURA BOLDRINI. Grazie, professor Pezzini, per questo quadro che ci ha presentato, sicuramente molto articolato, che traccia un po’ la storia dell'aiuto pubblico allo sviluppo, ma lo aggiorna anche rispetto alle sfide che noi ci troviamo davanti.
  Lei ha parlato di questioni che riguardano sicuramente il sud del mondo, ma anche il nord del mondo mi permetto di dire. Noi ci troviamo oggi in un pianeta che deve fare i conti con lo sviluppo umano. Io mi permetto di dire, professor Pezzini, che lo sviluppo, perché possa essere economico, deve essere prima umano. Senza sviluppo umano, non c'è sviluppo economico. Per sviluppo umano si intende lo sviluppo della persona umana, dunque l'accesso a un'educazione e a una formazione, l'accesso all'acqua potabile, l'accesso alle cure mediche, tutte questioni che sembrano ovvie nel nostro occidente, ma che sono, invece, difficilissime da ottenere in tre quarti dei Paesi di questo nostro pianeta.
  Si fa fatica a concepire lo sviluppo estrapolandolo da questo contesto. Gran parte dei Paesi africani hanno zone rurali prive di elettricità pubblica, si va avanti con i generatori. Immagino che lei conosca queste realtà dove l'acqua potabile non c'è. Non c'è neanche la contezza se l'acqua sia potabile o meno. La scuola, chiamarla così è una pretesa, nonché un'illazione. A me è capitato tante volte di lavorare nelle zone rurali e vedere le scuole: sono capanne, con una formazione che non va oltre leggere e scrivere.
  In questo modo non si fa sviluppo. Dunque, per fare sviluppo bisogna mettere al centro l'essere umano. Andare altrove e cercare di fare impresa per un profitto, legittimo, non significa fare sviluppo.
  Lei diceva che il PIL oggi è il nostro riferimento. Vorrei anche farLe sapere che nella scorsa legislatura io ero Presidente della Camera e molto ci siamo adoperati con il Ministro dell'economia per introdurre il BES (benessere equo e sostenibile) in legge di bilancio. Colleghi e colleghe, questa è una cosa che penso ci posso interessare, perché noi l'abbiamo introdotta in quel momento in maniera sperimentale e abbiamo introdotto anche il bilancio di genere.
  Veda, professor Pezzini, il bilancio di genere è fondamentale, perché lei mi insegna che il 51-52 per cento della popolazione è fatto di donne. Le donne sono le prime vittime della povertà e della diseguaglianza, ovunque nel mondo, anche nel nostro Paese. Introdurre in legge di bilancio il bilancio di genere è un passaggio non da poco. Dopodiché, sono d'accordo con lei che ci vuole la volontà politica di mettere in atto il BES e il bilancio di genere.
  Venendo alla tassazione, è ovvio che, se si abbassano le tasse, si abbassano i servizi e, se si abbassano i servizi, si abbassa il livello di sviluppo e le prime vittime anche in quel caso sono le donne.
  Io chiedo ai colleghi e alle colleghe di riflettere, perché tutto questo ci ritorna anche in casa. Non esiste una tassazione al 15 per cento che non vada a intaccare i servizi primari.
  Noi parliamo di un Paese in cui l'ascensore sociale, caro professore, si è fermato da molti anni. Quell'ascensore sociale che consentiva ai figli di famiglie modeste di poter andare su nella scala sociale è fermo. Questo vuol dire che la globalizzazione, senza guida politica, che è quanto accaduto in questi anni, ha lasciato segni profondi Pag. 11nella nostra società. È vero che la globalizzazione ha portato molti Paesi fuori dalla povertà, ma in altri ha esacerbato le diseguaglianze. Dunque, la globalizzazione non deve essere considerata come un fattore ineludibile, con cui non si può fare niente. La guida politica dovrebbe aggiustare il tiro delle disfunzioni della globalizzazione. Laddove è mancata, come nel nostro Paese, è aumentata la povertà, è aumentata la rabbia sociale e non c'è più sviluppo.
  In questo senso dico che anche a casa nostra questo tema è molto importante, non solo nei rapporti con i Paesi in via di sviluppo. Anche qui a farne le spese sono purtroppo le donne, le più vulnerabili.
  Io sono d'accordo con Lei: bisogna rimettere in piedi un sistema di cooperazione più efficace, ma mi domando quanto possa essere realistico, in un tempo in cui a livello internazionale si fa sempre più largo un'insofferenza verso il multilaterale. Penso ai tagli del Presidente Trump alle Nazioni Unite, al mancato sostegno agli sforzi contro il cambiamento climatico che colpisce i nostri Paesi e aumenta la povertà e la desertificazione. Questo a traino si porta dietro altri esempi, come il Global Compact sulla migrazione, disertato dello stesso Trump e da altri Paesi come il nostro. Questo rende fiacca l'azione di sviluppo e rende fiacca la possibilità di riaggiustare il tiro sulla disuguaglianza.
  Mi fa piacere che Lei abbia dato un quadro così articolato, che immagino consentirà a questo Comitato di riflettere con più strumenti rispetto alle politiche che noi andiamo a discutere in materia di cooperazione internazionale, ma – mi consenta di dire – anche in materia di politica interna, perché noi non siamo esenti dalla disuguaglianza. Tra i Paesi europei forse siamo stati quelli più colpiti dalla crisi finanziaria nata nel 2008 e da una mancanza di gestione del fenomeno della globalizzazione economica, che ha lasciato segni molto profondi nella nostra società.

  SIMONE BILLI. Professor Pezzini, anch'io La ringrazio per la disponibilità. Le vorrei chiedere un paio di cose che riguardano il mio lavoro, quindi non tanto la cooperazione internazionale in senso propriamente detto. Innanzitutto, secondo la Sua esperienza e secondo il Suo punto di vista, estremamente privilegiato lavorando all'OCSE, in breve quali possono essere le priorità dell'Italia per lo sviluppo, le cose più importanti?
  Inoltre, vorrei sapere se le priorità per lo sviluppo dell'Europa possono essere considerate almeno in parte diverse da quelle che ha l'Italia e in particolare mi piacerebbe avere un suo brevissimo commento sulla Germania.
  Infine, vorrei sapere come vede lo sviluppo della Gran Bretagna in funzione della Brexit, considerando anche le ex colonie inglesi.

  PRESIDENTE. Do la parola al professor Pezzini per la replica.

  MARIO PEZZINI, Direttore del Development Centre dell'OCSE. Io sono d'accordo con Lei: in qualche modo si potrebbe dire che io ho fatto quello che un economista di molti decenni fa scrisse nell'introduzione del suo libro «de te fabula narratur», cioè stava parlando dell'Inghilterra, ma voleva parlare alla Germania. Accade che la mia specializzazione e il mio lavoro siano concentrati sullo sviluppo, quindi vi lascio l'onere di considerare cosa sia necessario qui.
  Mi sembra che in generale abbiamo assistito a un processo sempre più interdipendente e, quindi, le cose che oggi vediamo nei Paesi in via di sviluppo hanno un effetto e sono il frutto di cose che sono accadute anche altrove. Per questo parliamo di prospettive globali di sviluppo.
  Tuttavia, mi sembra di poter dire in più che la cosa che c'è dietro le Sue parole, secondo me, è l'invito ad un partenariato con i Paesi in via di sviluppo, perché, come Lei dice, alcune delle sfide sono forse molto diverse, però le soluzioni che dobbiamo cercare possono istruirsi o apprendere l'una dall'altra.
  Mi spiego: in America latina è indispensabile costruire dei sistemi di protezione sociale, così come in Asia dell'est e in Africa. Anche noi stiamo riflettendo nei Paesi OCSE sui sistemi di protezione sociale. Pag. 12 Sono diversi i problemi che i due gruppi di Paesi devono affrontare, o almeno non nelle stesse percentuali, ma uno impara anche dal diverso, impara poco dall'uguale.
  Dunque, in qualche modo io prenderei le Sue parole dicendo: usciamo dalla logica dominante nelle nostre relazioni di cooperazione donatori-recipient, perché questa è sempre la logica con cui si costruiscono le tavole, ovvero l'OCSE e i Paesi non OCSE, il DAC e i Paesi non DAC, i donatori e quelli che ricevono. Entriamo in una vera logica di partenariato.
  Nei fondi Marshall non c'era tanto una questione di chi dava e chi riceveva. Tutti beneficiavano in qualche modo: gli Stati Uniti perché assorbivano una sovrapproduzione (non so se era nell'acciaio, però era senz'altro una sovrapproduzione) e il Paese europei beneficiavano di questo per ricostruire la loro industria nazionale, quindi in quel caso era una sorta di un win-win, per utilizzare un linguaggio moderno.
  In qualche modo, io penso che bisognerebbe ricostruire una logica seria di partenariato con questi Paesi. D'altro lato, bisogna prendere atto – io lavoro molto anche con l'Africa – del fatto che oggi alcuni protagonisti forti dello scenario internazionale, come la Cina, hanno rapporti con i Paesi africani, che in alcuni casi sono criticabili, in altri casi, quando si domanda ai Paesi africani stessi, li trovano molto più rispettosi da un certo punto di vista.
  Lei ci invita a un partenariato in cui ognuno con i proprio problemi siede allo stesso tavolo e vede se ci sono cose interessanti da ascoltare gli uni dagli altri.
  Vorrei a questo proposito fare un esempio importante. L'Italia, come la Spagna, il Portogallo o la Grecia, ha messo meno tempo a uscire dalla cosiddetta «trappola di reddito medio» che caratterizza oggi molti dei Paesi in via sviluppo. Perché siamo più bravi? Forse, ma anche perché abbiamo ricevuto il 4 per cento di PIL sotto forma di fondi strutturali. Il 4 per cento di PIL non è poco e non è comparabile agli aiuti allo sviluppo che oggi tutti i Paesi OCSE stanno dando ai Paesi in via di sviluppo. Dunque, io non posso che essere d'accordo con Lei.
  È realistico modificare il sistema di cooperazione attuale? Ormai è quasi una necessità, perché di questo sistema di cooperazione attuale, che è stato costruito esclusivamente sulla lotta alla povertà, non fanno parte dei grandi donor, come la Cina, l'India e altri. In secondo luogo, ormai i nostri obiettivi non sono solo la povertà estrema, ma anche dei beni collettivi globali, come l'ambiente, verso cui tutti dobbiamo fare sforzi per direzionare il nostro lavoro. Peraltro, ormai le possibilità e i modi in cui i Paesi si possono sviluppare si sono moltiplicati. Dunque, c'è un'esigenza di modificarlo.
  Sottolineo che, peraltro, il 4 dicembre le Nazioni Unite hanno organizzato, nell'ambito dell'Assemblea Generale, una riunione sui Paesi di reddito medio, cui ho avuto l'onore di partecipare; anche nella sessione dell'Assemblea Generale svoltasi a settembre il direttore generale della cooperazione europea, Alicia Bárcena, e io abbiamo presentato un rapporto esattamente su questi temi.
  Il punto di fondo è che possiamo cominciare a fare delle sperimentazioni e le stiamo facendo. Ci sono due facility della Commissione europea, una in America latina, che si chiama Development in transition, e una – con lo stesso nome – nel sud-est asiatico, che hanno come obiettivo di studiare in che modo possiamo utilizzare il well-being indicator invece del PIL.
  È molto importante avere un appoggio politico per fare questi cambiamenti, ovviamente, quindi la vostra opinione è più che significativa a questo riguardo, però alcune cose si stanno muovendo.
  Sulle questioni molto di politica estera è molto più difficili per me rispondere, visto che i Paesi citati sono membri, fra altri, del Development Centre. Apro una parentesi: la differenza tra il centro e l'OCSE è che l'OCSE ha 36 membri. Il Development Centre fu creato un anno dopo l'OCSE da John Fitzgerald Kennedy, che diceva: «Non possiamo avere solo il club dei Paesi ricchi. Dobbiamo avere anche una tavola a cui possono sedersi con ugual voce anche altri Pag. 13Paesi». Al Centro abbiamo 52 Paesi; 27 sono OCSE, fra cui l'Italia, però abbiamo come membri anche la Cina, l'India, il Sudafrica, l'Indonesia e così via allora.
  Per non schivare le domande, inizierò da quella forse più difficile, ma la più facile per me. Stiamo a vedere cosa farà il Regno Unito dopo la Brexit. È chiaro che c'è una forte insistenza del Regno Unito a ricostituire relazioni storiche tradizionali con alcuni Paesi di influenza, in particolare una forte insistenza sulle isole SIDS (small islands developing states). Il nuovo presidente del DAC sarà l'ex ambasciatrice in Etiopia del Regno Unito. Vedremo anche da lì in che direzione stanno andando. Immagino che tenteranno di ricostruire delle aree di influenza storiche e tradizionali del Regno Unito.
  Mi è stato chiesto se l'obiettivo della cooperazione europea è diverso dall'obiettivo della cooperazione italiana. Io insisterei sull'importanza del New development consensus che l'Unione europea ha approvato recentemente, perché è esattamente in linea con il vostro quesito: su quali Paesi bisogna intervenire (non solo sui Paesi a reddito più basso), che strumenti bisogna utilizzare (non esclusivamente gli strumenti ODA), necessità di riconsiderare la politica di cooperazione come un pezzo della politica di cooperazione internazionale.
  Vi inviterei a osservare il fatto che il nome della direzione della Commissione, che era tradizionalmente DEVCO (development cooperation) oggi è «International and development cooperation», il che vuol dire che bisogna ricominciare a prendere in conto le relazioni con i Paesi su base multilaterale come un tema fondamentale di cooperazione e non solo relegare alla cooperazione e all'assistenza tradizionale questo compito.
  Sulle priorità dell'Italia rispetto allo sviluppo non posso fare il vostro mestiere. È evidente che alcune sono molto chiare, è evidente che la prossimità con l'Africa richiede uno sforzo generale in Europa per stabilire dei rapporti con i Paesi africani e ricostruire relazioni di vero partenariato, come sollecitava la vostra collega prima.
  Detto questo, io credo che ci sia un tema abbastanza importante oggi sul tavolo nelle relazioni internazionali, purtroppo aggravato dalle tensioni recenti, in termini di trade, ma più in generale anche di sforzi internazionali come il One belt, one road, ed è la relazione con la Cina. Rimango convinto che sia indispensabile avere tavoli in cui ci si siede e si discute con la Cina, con l'India e con gli altri Paesi emergenti, che hanno una forte voce in capitolo, e chi si trovino modi per coordinare le iniziative.
  Non mi pare di vedere dal lato cinese una chiusura a questo tipo di dialogo. Mi sembra piuttosto che i cinesi stiano soffrendo di chiusure nei loro confronti. Di questo soffriremo tutti, perché chi perderà in uno scenario in cui le dimensioni si polarizzano sono ovviamente i Paesi europei, Paesi che hanno avuto una voce in capitolo, ma rischiano di perderla progressivamente.
  Mi permetto di aggiungere un punto sull'Italia. Se è vero che le politiche di cooperazione non possono essere puro scambio finanziario per compensare le incapacità fiscali dei Paesi in via di sviluppo, se molto ha a che fare con le politiche pubbliche, che sono indispensabili, perché i meccanismi automatici di mercato non permettono di arrivare automaticamente allo sviluppo, l'Italia ha delle cose da raccontare. Vi posso assicurare che il tema dello sviluppo locale, regionale e urbano è un tema molto alto nell'agenda dei Paesi in via di sviluppo. Essendo in un organismo relativamente neutro come il Development centre dell'OCSE, ogni giorno vengono a trovarmi Paesi che mi chiedono «ma in Italia la politica territoriale come è stata fatta?», non necessariamente perché pensano che sia stata la migliore, ma perché qui c'è un'esperienza.
  La seconda cosa che mi vengono a chiedere riguarda le piccole imprese. Stiamo ritornando in un mondo in cui a me sembra di essere all'inizio degli anni settanta, dove mi ricordo che tutti dicevano «le piccole imprese sono simpatiche, sono intelligenti, però le grandi sono più importanti», in un mondo in cui all'OCSE chiamiamo le piccole imprese «zombie». È un Pag. 14errore economico gravissimo, è un errore politico madornale.
  L'Italia è un Paese che ha avuto esperienze nazionali e in molti casi locali e regionali straordinarie in questo campo. Pensare che la nostra cooperazione si limiti solo alla capacità finanziaria che possiamo mettere negli aiuti ufficiali allo sviluppo e in qualche capacità di fare della diplomazia degli affari, portando grandi imprese italiane – per carità, lo fanno tutti – ma limitarci a questo è una gravissima perdita, a mio avviso.

  PRESIDENTE. Ringrazio molto il professor Pezzini per un'audizione davvero ricca e per la documentazione depositata di cui autorizza la pubblicazione in allegato al resoconto stenografico della seduta odierna (vedi allegato). Speriamo di poterLa ospitare ancora nei prossimi mesi di lavoro.
  Dichiaro conclusa l'audizione.

  La seduta termina alle 15.

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