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Resoconto dell'Assemblea

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XVIII LEGISLATURA

Allegato B

Seduta di Venerdì 23 marzo 2018

ATTI DI CONTROLLO

PRESIDENZA DEL CONSIGLIO DEI MINISTRI

Interrogazione a risposta scritta:


   PATASSINI, LATINI, PAOLINI, CAPARVI, MARCHETTI, BELLACHIOMA, D'ERAMO, DURIGON, GERARDI, SALTAMARTINI, DE ANGELIS e ZICCHIERI. — Al Presidente del Consiglio dei ministri. — Per sapere – premesso che:

   ad un anno e mezzo dagli straordinari eventi sismici che, a decorrere dal 24 agosto 2016, hanno colpito il centro Italia, la ricostruzione stenta a partire, anche per il verificarsi di una serie di problematiche soprattutto procedurali;

   nell'ambito delle proroghe concesse con gli ultimi provvedimenti legislativi della XVII legislatura, con il comma 5 articolo 2-bis, decreto-legge n. 148 del 2017 (legge n. 172 del 2017), è stata prevista la compilazione e presentazione delle schede AeDES (Agibilità e danno nell'Emergenza Sismica), da parte dei tecnici professionisti, corredata della relativa perizia giurata e della documentazione, entro la data del 31 marzo 2018, pena la cancellazione del professionista dall'elenco speciale, il mancato riconoscimento al professionista del compenso per l'attività svolta e l'inammissibilità della domanda di contributo di cui all'articolo 8 del decreto-legge n. 189 del 2016;

   gli ordini professionali territoriali lamentano un quadro complesso e difficoltoso di operatività in cui si trovano ad operare i tecnici professionisti, in quanto, per moltissimi casi, le notifiche delle schede FAST (schede cui devono seguire le schede AeDES) sono state sostituite dalla pubblicazione in data vicina alla scadenza o sono state notificate tardivamente; oltre a ciò, i tribunali presso cui devono essere giurate le schede AeDES lamentano un notevole sovraccarico di lavoro e non riescono a fronteggiare nei tempi la grande richiesta;

   inoltre, con il comma 4, lettere b) e c), articolo 2-bis, del sopraccitato decreto-legge n. 148 del 2017, è stato modificato l'articolo 8, comma 4, del decreto-legge n. 189 del 2016, prevedendo:

    la presentazione agli uffici speciali per la ricostruzione della documentazione relativa ai danni di lieve entità, entro la data del 30 aprile 2018, pena l'inammissibilità della domanda di contributo;

    la possibilità per il commissario straordinario di disporre il differimento di tale termine, per una sola volta e comunque non oltre il 31 luglio 2018;

   purtroppo, l'accavallarsi di tali scadenze con il passaggio alla XVIII legislatura aggrava la preoccupazione dei terremotati e dei professionisti incaricati, anche per il gran numero di progetti ancora da presentare;

   le note degli uffici speciali ricostruzione delle regioni Marche e Umbria, inviate ai sindaci e agli ordini professionali, testimoniano la situazione critica in atto, visto che solo per la regione Marche sono ancora attese 14.235 perizie giurate (AeDES) e sono circa 5.000/6.000 i progetti di ricostruzione per danni lievi;

   l'avvicinarsi delle scadenze degli importanti adempimenti per l'accesso ai contributi della ricostruzione crea ansie e paure nei cittadini colpiti dal terremoto, anche in considerazione del prorogarsi dei tempi per il ritorno alle normali condizioni di vita e di lavoro;

   peraltro, mentre il termine del 30 aprile 2018 potrebbe essere prorogato dal commissario, fino al 31 luglio 2018, il termine per la presentazione delle schede AeDES, fissato dalla legge, può essere prorogato solo con una norma di rango primario;

   non sarebbe corretto colpire le categorie professionali che, non solo hanno dato il loro pronto contributo nelle prime fasi del post emergenza, ma sono anche indispensabili per il buon esito della ricostruzione;

   la proroga dello stato di emergenza, prevista dal Consiglio dei ministri del 22 febbraio 2018, dimostra le difficoltà riscontrate nel periodo post terremoto e, quindi, la necessità di prorogare anche i termini previsti per gli adempimenti procedurali da parte dei tecnici incaricati –:

   se il Presidente del Consiglio dei ministri intenda convocare urgentemente il Consiglio dei ministri per adottare un decreto-legge per l'immediato differimento delle due sopraccitate scadenze (presentazione schede AeDES e domande di contributo per danni lievi), allo scopo di risolvere effettive difficoltà di rispetto dei termini per i professionisti interessati e per i cittadini colpiti dal sisma del centro Italia 2016-2017 ed evitare ovvie ripercussioni negative sul processo di ricostruzione.
(4-00007)

AFFARI ESTERI E COOPERAZIONE INTERNAZIONALE

Interrogazione a risposta scritta:


   LA MARCA. — Al Ministro degli affari esteri e della cooperazione internazionale, al Ministro delle infrastrutture e dei trasporti. — Per sapere – premesso che:

   l'Italia, per il suo livello di internazionalizzazione e di proiezione a livello globale e per l'entità dei flussi turistici in entrata ha un obiettivo e forte interesse a facilitare la mobilità territoriale sia degli italiani che operano all'estero che degli stranieri che si trovano nel nostro Paese;

   il Canada, sotto tale profilo, è uno dei partner di maggiore interesse, da un lato per la dimensione dell'interscambio e la presenza di un'ampia e consolidata comunità italiana nella società canadese, dall'altro per l'interessante numero di cittadini canadesi residenti in Italia;

   è noto che le differenze esistenti tra i sistemi giuridici dei due Paesi in materia di motorizzazione civile hanno prolungato nel tempo la definizione di un accordo tra i due Paesi, dal momento che in Canada, a differenza dell'Italia, le competenze in materia di mobilità appartengono alle province e ai territori, con conseguente limitazione dei poteri decisionali del governo federale;

   è accaduto così che dalla prima bozza di accordo-quadro del 2006 si è passati all'incontro svoltosi nel marzo 2012 tra funzionari del Ministero delle infrastrutture e dei trasporti e funzionari dell'ambasciata canadese, a seguito del quale veniva riproposto un testo di accordo quadro tra Governo italiano e Governo federale, ulteriormente rivisitato e nuovamente inviato, fino a giungere alla richiesta da parte canadese di un testo meno dettagliato e più aperto, tale da consentire successivamente la definizione di accordi operativi con le singole province canadesi;

   dopo la messa a punto di una nuova versione nella quale erano sottolineati ed enfatizzati le competenze e il ruolo degli enti territoriali, si è finalmente giunti il 23 marzo 2017 alla sottoscrizione dell'accordo quadro tra il Vice Ministro Benedetto della Vedova per il Ministero degli affari esteri e della cooperazione internazionale e l'ambasciatore del Canada in Italia Peter McGovern sul reciproco riconoscimento delle patenti di guida;

   già all'indomani dell'importante evento, frutto, come si è visto, di oltre un decennio di contatti e relazioni sulla materia, l'interrogante, che già in precedenza aveva, in molteplici forme e occasioni, richiesto la firma dell'accordo quadro, ha ripreso le sue insistenti sollecitazioni per passare alla fase degli accordi operativi con le singole province, a partire da quelle nelle quali esiste una maggiore presenza di italiani;

   da contatti diretti intercorsi, ad esempio, con i rappresentanti della provincia del Québec si è potuta acquisire la disponibilità di quel Governo provinciale a sottoscrivere un accordo con l'Italia, alla luce delle competenze dirette da esso possedute e nel quadro dei criteri enunciati nell'accordo quadro –:

   quale sia lo stato delle relazioni tra il Governo italiano e le singole province canadesi in merito all'auspicata definizione degli accordi operativi sul reciproco riconoscimento delle patenti di guida e quali siano realisticamente le previsioni temporali che il Governo pensi di potere avanzare affinché si arrivi alle intese prima con i Governi del Québec e dell'Ontario, che sembrano le più mature in ordine di tempo, e poi con le altre province del Canada.
(4-00005)

INFRASTRUTTURE E TRASPORTI

Interrogazioni a risposta in Commissione:


   FOTI. — Al Ministro delle infrastrutture e dei trasporti. — Per sapere – premesso che:

   nel piano economico-finanziario approvato a suo tempo da Autostrade Centro Padane spa era prevista la realizzazione della variante della strada provinciale n. 6 di Carpaneto (tra Crocetta e San Giorgio Piacentino), tant'è che nel giugno del 2010 ebbero ad inizio i relativi lavori, poi soggetti ad interruzione per ragioni attinenti alla situazione finanziaria della detta società, con conseguente risoluzione del contratto d'appalto in essere;

   se è vero che i lavori in questione risultano sospesi da circa cinque anni, altrettanto vero è che le opere realizzate (pari al 33 per cento del valore di quelle previste) rischiano di diventare del tutto inutilizzabili senza un'immediata riapertura del cantiere che qui interessa;

   Autovia Padana spa è subentrata il giorno 1° marzo 2018 nella gestione dell'Autostrada A21 Brescia-Cremona-Piacenza alla Società Autostrade Centro Padane spa in virtù della convenzione rep. 16051/7665 stipulata con il Ministero delle infrastrutture e dei trasporti in data 31 maggio 2017;

   la predetta convenzione prevede, oltre alla gestione del collegamento autostradale, la realizzazione e la gestione di nuovi investimenti, tra i quali quelli in questione, tecnicamente definiti «interventi sulla viabilità di adduzione alla A21 in Piacenza»;

   le pure opportune rassicurazioni riguardanti la volontà, da parte della detta società, di dare corso al completamento degli interventi di che trattasi secondo gli impegni previsti nel piano economico finanziario allegato alla convenzione sottoscritta con il Ministero delle infrastrutture e dei trasporti, non individuano con certezza il momento della ripresa dei lavori in questione –:

   se siano noti al Ministro interrogato detti tempi e, in ogni caso, se intenda assumere iniziative per accertarli; conseguentemente, quando – salvo cause di forza maggiore – gli stessi dovrebbero essere conclusi.
(5-00001)


   FOTI. — Al Ministro delle infrastrutture e dei trasporti. — Per sapere – premesso che:

   sono evidenti e quotidiani i gravi disservizi che da tempo negativamente incidono sull'operatività dell'ufficio della motorizzazione di Piacenza legati al comparto dei mezzi pesanti;

   negli ultimi anni è diventato molto difficile, infatti, eseguire operazioni di collaudo e di revisione dei detti mezzi in tempi consoni, così come, negli ultimi mesi del 2017, numerosi operatori del settore si sono visti costretti a rinunciare ad eseguire alcuni incarichi agli stessi conferiti, non potendo garantire ai clienti né l'esecuzione delle previste operazioni di collaudo, né la produzione della documentazione richiesta per l'immatricolazione di mezzi pesanti. Addirittura, in alcuni casi, gli operatori del settore si sono dovuti recare ad effettuare le operazioni richieste dai clienti presso officine terze (anziché presso gli uffici della motorizzazione di Piacenza) che avevano la possibilità di eseguire le operazioni direttamente in loco, con evidente aggravio dei costi;

   al di là di tecnicismi specifici legati alle operazioni di collaudo/revisione, buona parte delle problematiche sono dovute alla carenza di organico dei tecnici della motorizzazione. Ad oggi, infatti, sono presenti presso gli uffici della motorizzazione civile di Piacenza 3 tecnici operativi che devono effettuare operazioni di revisione, collaudi ed esami patente. A titolo esemplificativo, la motorizzazione civile di Parma, dalla quale dipendono ora gli uffici di Piacenza, ha in organico 4 ingegneri e 3 geometri, con un carico di mezzi pesanti di gran lunga inferiore rispetto all'ufficio di Piacenza (all'evidenza, i criteri utilizzati per l'assegnazione del personale tengono probabilmente conto delle vendite ed immatricolazioni di vetture ad uso privato);

   nel 2017 risultano all'interrogante essere state effettuate 12.408 domande di revisione (di cui almeno 11.000 eseguite) legate ai mezzi pesanti e risulta altresì essere stato introdotto un modus operandi che stabilisce dei tempi fissi in funzione dell'operazione di revisione da eseguire;

   ad oggi risulta altresì all'interrogante che non sia possibile prenotare le revisioni previste per il mese di marzo 2018 che verranno effettuate non prima del 10 giugno 2018 (tutte le prenotazioni prima di quella data risultano infatti esaurite) e ciò nonostante il fatto che, nel caso di controlli in Stati esteri, i mezzi rischiano di essere ritenuti circolanti contro legge, con applicazione di conseguenti sanzioni per mancata revisione –:

   se e quali urgenti iniziative intenda assumere al riguardo il Ministro interrogato.
(5-00002)

Interrogazione a risposta scritta:


   VANESSA CATTOI, BINELLI, FUGATTI e SEGNANA. — Al Ministro delle infrastrutture e dei trasporti, al Ministro dell'interno. — Per sapere – premesso che:

   nella prima serata di ieri, 22 marzo 2018, si è consumato l'ennesimo episodio di violenza su un treno, quando alla stazione di Ala, sul convoglio regionale diretto a Verona proveniente da Rovereto, è stata aggredita la capotreno;

   questa donna di Bolzano, che svolge con professionalità il proprio lavoro in Trenitalia da molti anni, non ha subito fortunatamente un'aggressione fisica, ma è stata aggredita verbalmente da un giovane ragazzo di colore che ha reagito con violenza quando gli è stato chiesto di esibire il titolo di viaggio;

   in seguito a questo grave accaduto, la capotreno è rimasta a bordo del convoglio che ha ripreso la corsa dopo una lunga fermata alla stazione, mentre l'aggressore ha tentato la fuga per le strade di Ala inseguito dai carabinieri –:

   alla luce della crescita esponenziale degli episodi di violenza che vedono vittime il personale dipendente di Trenitalia da parte di passeggeri sprovvisti di biglietto, quali iniziative i Ministri interrogati intendano mettere in atto per garantire la sicurezza del personale impegnato nel lavoro sui treni.
(4-00001)

INTERNO

Interrogazione a risposta in Commissione:


   FOTI. — Al Ministro dell'interno. — Per sapere – premesso che:

   il Comando dei vigili del fuoco di Piacenza, così come evidenziato in passato anche in atti di sindacato ispettivo a firma dell'interrogante, lamenta da tempo una preoccupante e irrisolta carenza di personale operativo. In particolare, allo stato, si registra una scopertura di circa 50 unità che, in un organico di circa 180 operativi, è pari ad oltre il 30 per cento del personale assegnato;

   la rappresentata situazione negativamente incide sulla funzionalità del predetto Comando, tant'è che, sempre più spesso, si verifica la sospensione di un distaccamento sul territorio provinciale per consentire la piena operatività, per altro indispensabile per garantire la sicurezza del personale operativo e del cittadino;

   alle predette carenze di personale si devono aggiungere le assenze per le malattie, gli infortuni, le ferie, la partecipazione ai corsi di formazione e aggiornamento, indispensabili per offrire un servizio professionale alla popolazione;

   la situazione sopra evidenziata è stata, in più occasioni, oggetto di denuncia da parte delle organizzazioni sindacali. Ne è la riprova il fatto che un'organizzazione sindacale risulta tuttora impegnata in uno stato di agitazione sulla questione;

   pare evidente che il protrarsi di una siffatta situazione non può ulteriormente essere tollerato, non solo per le negative conseguenze che incidono sul servizio, ma anche perché non si può all'infinito contare sull'abnegazione del personale in servizio, personale che — va evidenziato — negli anni si è oltremodo impegnato per garantire la miglior copertura possibile del territorio provinciale, consentendo — tra l'altro — l'apertura prima del distaccamento di Bobbio e, poi, di quello di Castel San Giovanni, pur in assenza di una qualsiasi decisione che permettesse l'incremento organico effettivo;

   per di più, come attestato da alcuni inopinati commenti seguiti ad un incendio sviluppatosi a Castel San Giovanni, si corre anche il rischio che sul personale operativo si scarichino responsabilità, in ordine — ad esempio — ai tempi di intervento, che lo stesso non ha minimamente –:

   se è quali urgenti iniziative intenda assumere al riguardo il Ministro interrogato, essendo evidente che la situazione qui rappresentata è grave e che alla stessa deve essere data, anche da parte delle istituzioni, una risposta immediata, che si concretizzi nei fatti.
(5-00003)

ISTRUZIONE, UNIVERSITÀ E RICERCA

Interrogazione a risposta scritta:


   PAOLO RUSSO. — Al Ministro dell'istruzione, dell'università e della ricerca, al Ministro degli affari esteri e della cooperazione internazionale. — Per sapere – premesso che:

   il decreto legislativo n. 206 del 2007 disciplina l'attuazione della direttiva 2005/36/CE relativa al riconoscimento delle qualifiche professionali, nonché della direttiva 2006/100/CE, che adegua determinate direttive sulla libera circolazione delle persone a seguito dell'adesione di Bulgaria e Romania;

   per quanto riguarda il riconoscimento dei titoli per l'esercizio della professione docente, la normativa prevede che il riconoscimento possa essere richiesto «per gli insegnamenti per i quali l'interessato sia legalmente abilitato nel Paese che ha rilasciato il titolo ed a condizione che tali insegnamenti trovino corrispondenza nell'ordinamento scolastico italiano»;

   il Ministero dell'istruzione, dell'università e della ricerca valuta l'accoglimento o meno dell'istanza di riconoscimento dopo aver verificato la corrispondenza e la correttezza del percorso di formazione frequentato in altro Stato;

   per quanto riguarda i titoli conseguiti in Romania, il Ministero sta agendo con criteri restrittivi nel senso di sospendere i procedimenti, adducendo la incompletezza della documentazione relativa all'attestazione dell'autorità competente rumena e chiedendo ai docenti una integrazione, ovvero «la regolare attestazione della competente autorità in Romania sul valore legale della formazione posseduta»;

   il Ministero chiederebbe il rilascio da parte delle autorità rumene di un ulteriore documento che attesti ai cittadini italiani la conformità alla direttiva 2005/36/CE dei titoli che hanno conseguito regolarmente in Romania, nelle stesse modalità e dalla stessa autorità con cui viene rilasciata una dichiarazione di conformità ai cittadini rumeni per il riconoscimento della professione di docente in Italia – cosiddetto certificato Adeverinta;

   la richiesta di integrazione documentale da parte del Ministero dell'istruzione, dell'università e della ricerca esula da quanto previsto in materia di documentazione da accludere alla domanda di riconoscimento di cui all'articolo 17, comma 1, del decreto legislativo n. 206 del 2007;

   il Ministero rumeno, interpellato in tal senso dai cittadini interessati, non ritiene necessaria ai sensi della normativa europea, questa integrazione documentale e conferma la validità della certificazione rilasciata anche ai fini del riconoscimento del titolo in Italia;

   il Ministero rumeno ha in merito le seguenti indicazioni:

    il rilascio dell'attestazione di conformità degli studi con le disposizioni della direttiva 2005/36/CE concernente il riconoscimento delle qualifiche professionali può essere effettuato esclusivamente ai cittadini dell'Unione che abbiano effettuato il ciclo di studi universitari ed ottenuto una laurea in Romania e non agli altri cittadini dell'Unione in possesso di una laurea in un altro Stato membro e che abbiano frequentato successivamente corsi di pedagogia (i.e. corsi post-universitari) in Romania;

    le attestazioni rilasciate dal Ministero rumeno ai nostri connazionali ricadono nell'ipotesi del rilascio dell'attestazione concernente la certificazione delle competenze per la professione di docente, maturate attraverso il completamento con successo di un programma accreditato di formazione psicopedagogica di primo livello e/o di secondo livello, all'interno delle unità di istruzione o delle istituzioni di istruzione superiore accreditate della Romania;

    la certificazione rilasciata è pienamente conforme alla normativa rumena e dell'Unione europea nonché all'articolo 17 del decreto legislativo n. 206 del 2007, per l'esercizio in Italia della professione di docente –:

   se i Ministri interrogati non ritengano di adoperarsi, anche mediante l'adozione di un apposito provvedimento, per trovare celermente una soluzione alla vicenda al fine di accogliere le preoccupazioni e le richieste dei cittadini italiani che hanno conseguito il titolo di abilitazione all'insegnamento in Romania, nonché di evitare l'avvio di possibili e costosi contenziosi da parte di coloro che hanno riposto aspettative sulla spendibilità della loro formazione.
(4-00002)

POLITICHE AGRICOLE ALIMENTARI E FORESTALI

Interrogazione a risposta scritta:


   FIDANZA, OSNATO, FRASSINETTI. — Al Ministro delle politiche agricole alimentari e forestali. — Per sapere – premesso che:

   è grave la Situazione di crisi che sta vivendo il mondo vitivinicolo dell'Oltrepò Pavese, in particolare dopo lo scandalo che ha interessato la cantina «Terre d'Oltrepò» e il fallimento della cantina «La Versa», principali realtà aziendali dello stesso;

   soprattutto in seguito allo scandalo che ha investito la prima delle citate cantine tutto l'indotto del settore vitivinicolo della zona, che rappresenta la principale fonte di reddito del territorio, si sta trovando in serie difficoltà;

   in seguito al fallimento della cantina «La Versa», nel febbraio del 2017 la stessa è stata rilevata da «Terre d'Oltrepò» che così è diventata la realtà che gestisce oltre il cinquanta per cento delle uve e del vino della zona;

   il Ministro delle politiche agricole alimentari e forestali, pro tempore, Maurizio Martina, si è pubblicamente espresso a più riprese in favore di questa operazione, lasciando trasparire un forte impegno diretto suo personale e del Ministero a sostegno della stessa;

   in particolare, in un'intervista pubblicata sul quotidiano La Provincia Pavese in data 30 agosto 2016, il Ministro, rispondendo ad una domanda circa il futuro delle cantine sociali, ha dichiarato che «In Oltrepò ci sono esperienze molto importanti e casi che, ovviamente, vanno affrontati con grande attenzione. Bisogna lavorare sul potenziale di questo territorio. Siamo qui anche per spronare i produttori a non perdersi d'animo. Siamo al loro fianco per pensare insieme a un'operazione di rilancio del territorio»;

   inoltre, con particolare riferimento alla cantina «Terre d'Oltrepò», il Ministro ha affermato che «ha una forza incredibile che va sfruttata al meglio. Il compito del Ministero, nei limiti delle sue responsabilità, è anche aiutare la cantina a superare questo momento difficile»;

   l'acquisizione della cantina «La Versa» da parte di «Terre d'Oltrepò» è stata approvata anche dall'assessore all'agricoltura della regione Lombardia, il quale su La Provincia Pavese del 4 marzo 2017 ha dichiarato: «I monopoli non possono esistere in un mercato competitivo e talmente vasto come quello del vino. E poi un piccolo monopolio territoriale non è nulla rispetto al mondo globalizzato che è quello a cui dobbiamo guardare. L'obiettivo della Regione è che la produzione si concentri su livelli alti, abbiamo bisogno di valore e non di quantità e che le uve vengano remunerate in modo adeguato»;

   da più parti sono state espresse lodi per cantine Terre d'Oltrepò in relazione al modello imprenditoriale e alla recente acquisizione;

   il direttore generale della Cantina di Soave ha dichiarato al blog del noto giornalista ed enologo Franco Ziliani: «Purtroppo, secondo me, interessi esterni e contrari al territorio Oltrepò con l'operazione La Versa hanno messo una grossa pietra sulla possibilità di rinascita della zona. Ci vuole poco a capire chi ha interesse a continuare ad approvvigionarsi a basso costo. Broni si è prestata “(...)” la politica e Martina ci hanno messo del loro»;

   il monopolio del mercato delle uve che si è venuto a creare nella zona dell'Oltrepò proprio in seguito alla citata acquisizione da parte della cantina «Terre d'Oltrepò» sta causando la continua diminuzione dei prezzi delle uve e, di conseguenza, sta danneggiando tutti gli imprenditori agricoli della zona –:

   se il Ministero per le politiche agricole alimentari e forestali abbia svolto un ruolo attivo nel favorire il processo di acquisizione della cantina «La Versa» da parte di «Terre d'Oltrepò», e, se del caso, se abbia valutato i rischi derivanti dalla creazione di un sostanziale monopolio su un territorio piccolo come quello dell'Oltrepò Pavese con conseguente significativo ribasso dei prezzi delle uve;

   quali azioni si intendano intraprendere per ripristinare una normale dinamica dei prezzi delle uve nel citato territorio, che consenta di valorizzare l'elemento qualitativo della produzione autoctona, remunerando adeguatamente i viticoltori conferenti e preservando quindi vitigni d'eccellenza tipici del territorio oltrepadano.
(4-00008)

SALUTE

Interrogazioni a risposta scritta:


   PAOLO RUSSO. — Al Ministro della salute. — Per sapere – premesso che:

   con il termine maculopatia o degenerazione maculare si indica qualsiasi patologia che comporti una degenerazione della macula, che è la parte centrale della retina, deputata in condizioni normali alla visione centrale distinta, che permette di vedere i particolari, di leggere, di guidare, di distinguere i volti;

   la degenerazione maculare è, nella maggior parte dei casi, legata all'età: nei Paesi industrializzati risulta essere la prima causa di ipovisione nei soggetti di età superiore ai 50 anni, la prima causa di cecità e la terza se si considerano anche i Paesi meno sviluppati;

   secondo i dati e le ricerche condotte in materia nel 2020 circa 196 milioni di persone saranno colpite da maculopatia;

   attualmente, per bloccare la maculopatia, sono state individuate terapie a base di farmaci anti VEGF o di corticosteroidi a rilascio prolungato che vengono iniettati all'interno degli occhi per migliorare la visibilità, limitare o bloccare il peggioramento della malattia;

   in Italia l'accesso alle cure appare molto complicato, perché le iniezioni intravitreali: devono essere eseguite esclusivamente in sala operatoria e per questo i farmaci necessari alla cura della maculopatia sono collocati in fascia H, quella dei prodotti utilizzabili esclusivamente in sede ospedaliera;

   l'Italia è l'unico Paese dove è prevista questa rigidità in materia di terapie intravitreali: in altri Stati europei, così come negli Stati Uniti, le iniezioni possono essere eseguite direttamente in ambulatorio; infatti il numero dei pazienti assistiti, che, per quanto riguarda gli altri Paesi, supera il milione, in Italia si riduce a circa 300 mila persone;

   la sala operatoria si ritiene sede più appropriata per questo tipo di intervento, in quanto garantirebbe maggior sicurezza soprattutto per quanto il rischio di contrarre la endoftalmite, una grave infezione intraoculare che può portare alle perdita completa della vista;

   analisi condotte a livello internazionale al fine di valutare il tasso di incidenza di endoftalmite hanno dimostrato che l'incidenza complessiva di questa infezione è pari allo 0,043 per cento poco più di 4 casi ogni 10.000 iniezioni, e che non risultano differenze tra gli interventi condotti in sala operatoria e quelli condotti negli ambulatori;

   in Italia questa patologia colpisce circa il 2 per cento della popolazione e interessa quasi un milione di persone di età superiore ai 55 anni con circa 63 mila nuovi casi ogni anno;

   i farmaci indicati per la cura delle maculopatie presentano importanti differenze di costo per singola dose che incidono sul costo della cura a carico del Servizio sanitario nazionale –:

   quali iniziative intenda assumere il Ministro interrogato affinché le modalità di prescrizione dei farmaci di cura delle maculopatie e della loro somministrazione siano riviste con una certa sollecitudine e sia introdotta la possibilità, anche per gli ambulatori di oftalmologia che presentano determinati requisiti di sicurezza per i pazienti, dispensare farmaci contro la patologia maculare e di operare iniezioni intravitreali.
(4-00003)


   FUGATTI, BINELLI, VANESSA CATTOI, SEGNANA e ZANOTELLI. — Al Ministro della salute. — Per sapere – premesso che:

   il punto nascite di Cavalese è stato protagonista di una vicenda tribolata, vittima di vincoli burocratici diversi, sorti ad ogni tentativo di procedere ad una riapertura;

   in origine il Ministero della salute ha riconosciuto la specificità del territorio, concedendo la deroga alla soglia dei 500 parti annui. Mancavano, però, il numero minimo di professionisti per garantire il funzionamento 24 ore al giorno del reparto. A tal proposito si è provveduto ad ottemperare alle richieste ministeriali;

   nei giorni scorsi si è appreso come la lettera del Ministero in risposta alle richieste provinciali per l'ospedale di Cavalese, renda noto che condizione necessaria per la riapertura del Punto nascite è la presenza non solo di una seconda sala parto sempre pronta e disponibile H24 per le emergenze ostetriche del blocco travaglio/parto, ma anche di una sala operatoria sempre pronta e disponibile per le emergenze H24 nel blocco travaglio/parto;

   a causa di quanto dichiarato dal Ministero della salute, secondo cui la riapertura del Punto nascite è subordinata alla predisposizione della seconda sala parto e della sala operatoria, pare chiaro che si presenta impossibile la riapertura immediata del Punto nascita di Cavalese come promesso dalla provincia di Trento;

   è quanto mai insolito che assessorato e dipartimenti non abbiano comunicato con trasparenza e tempestività ad operatori e cittadinanza la situazione relativa alle strutture decentrate della sanità provinciale, destando sorpresa nei cittadini nell'apprendere che le comunicazioni del Ministero fossero giunte in Trentino già da diverse settimane;

   appare difficile comprendere quali siano le reali intenzioni della provincia (assessore e dirigenti) per l'ospedale di Cavalese, visto il mancato rispetto degli impegni presi con i cittadini per la pronta riattivazione del servizio entro settembre 2017, nonché, presumibilmente, entro aprile 2018;

   appare incomprensibile per quale motivo non si sia già in tempi precedenti provveduto a iniziare le progettazioni per la sala operatoria necessaria per garantire il punto nascite di Cavalese. Appare oscura la mancanza di atti dell'assessorato provinciale al fine di attivarsi per la costruzione di tale sala operatoria nei mesi scorsi, ben sapendo che tale struttura è e sarebbe stata necessaria per l'ottenimento della deroga –:

   se il Ministro interrogato, essendo a conoscenza della situazione, intenda assumere iniziative al fine di prevedere una deroga alla temporanea assenza delle sale operatorie richieste per il mantenimento in attività del punto nascita di Cavalese, al fine di tutelare il bene primario della salute dei cittadini ed i medici che erano stati assunti in prospettiva di una riapertura del punto nascita ad aprile.
(4-00006)

SVILUPPO ECONOMICO

Interrogazione a risposta scritta:


   MOLTENI. — Al Ministro dello sviluppo economico. — Per sapere – premesso che:

   i continui problemi relativi al recapito della posta in alcune zone del comune di Cantù, che si protraggono ormai da anni, stanno esasperando i cittadini che vedono regolarmente leso il proprio diritto ad usufruire di un diritto universale, come quello postale, di qualità;

   in alcune zone di Cantù il servizio è regolare, ma in altre, sia al centro città che in periferia, la situazione non è più tollerabile: la posta viene consegnata con ritardi esorbitanti, al punto di ricevere fatture per pagamenti scadute anche tre mesi prima;

   sembra che il problema sia da ricondurre principalmente alla carenza di portalettere, le cui assunzioni sono legate a contratti precari, mai consolidati, nonostante l'azienda si fosse impegnata a regolarizzarli nel corso di cinque anni;

   il servizio universale è affidato a Poste Italiane spa fino al 30 aprile 2026 ed è espletato sulla base di un contratto di programma 2015-2019, che «regola i rapporti tra lo Stato e Poste Italiane S.p.A. nel perseguimento di obiettivi di coesione sociale ed economica, che prevedono la fornitura di servizi utili al cittadino, alle imprese e alle pubbliche amministrazioni»;

   ai sensi dell'articolo 3, comma 7, del decreto legislativo n. 261 del 1999, come modificato dall'articolo 1, comma 276, della legge n. 190 del 23 dicembre 2014 (legge di stabilità 2015), e della 395/15/CONS, in alcune aree la consegna degli invii postali viene effettuata a giorni lavorativi alterni;

   a fronte del contributo che la società riceve per l'onere pubblico, pari a 262,4 milioni di euro all'anno, non sembra corrispondere un servizio di qualità, nonostante sulla «Carta dei servizi postali», pubblicata il 10 ottobre 2017, si legga che «grazie alla presenza capillare su tutto il territorio nazionale, ai forti investimenti in ambito tecnologico e al patrimonio di conoscenze rappresentato dai suoi oltre 140mila dipendenti, Poste Italiane ha assunto un ruolo centrale nel processo di crescita e modernizzazione del Paese» –:

   come il Ministro intenda intervenire per mettere fine alla insostenibile situazione che subiscono da anni i cittadini del comune di Cantù e per garantire l'effettiva erogazione di un servizio pubblico di qualità, nel rispetto dell'accordo siglato fra Poste Italiane spa e lo Stato, anche valutando un modello organizzativo che intervenga sui giorni di consegna e sul numero dei portalettere alternativo a quello proposto dalla società negli ultimi anni che si è dimostrato assolutamente fallimentare.
(4-00004)

INTERROGAZIONI PER LE QUALI È PERVENUTA RISPOSTA SCRITTA ALLA PRESIDENZA


   ARLOTTI. — Al Ministro delle infrastrutture e dei trasporti. — Per sapere – premesso che:

   il 12 giugno 2016 è entrato in vigore l'orario estivo Trenitalia 2016;

   con esso è attivo il nuovo collegamento Frecciarossa Milano-Bari-Lecce, con corse il sabato e la domenica;

   come paventato dall'interrogante in un precedente atto di sindacato ispettivo, gli orari del collegamento risultano lontani dalle reali necessità della clientela, in quanto il prolungamento in Salento è stato ottenuto anticipando di quasi 2 ore la partenza da Milano la mattina (alle 6.00) e posticipando di circa un'ora l'arrivo serale a Milano (alle 23.50);

   sulla riviera romagnola, in particolare, fino alla scorsa estate esisteva un servizio dedicato alla clientela turistica milanese (in partenza da Milano alle 7.50 e ripartenza da Rimini alle 18.38), mentre gli attuali orari del sabato e della domenica (partenze alle 6.00 da Milano senza alcuna possibile adduzione dal trasporto regionale e dal trasporto locale e alle 21.42 da Rimini con arrivo a Milano troppo tardi per trasporto regionale e locale) non consentono un reale utilizzo del treno da parte dei turisti;

   inoltre, con l'attuale orario, il sabato e la domenica vengono a mancare tutte le coincidenze tra Frecciarossa e trasporto regionale nei nodi di Rimini, Ancona, Pescara, Foggia e Bari, togliendo passeggeri alla sostenibilità economica del treno;

   è evidente pertanto la necessità di riprogrammare l'attuale servizio Frecciarossa Milano Adriatica per evitare che l'attuale servizio Milano-Lecce venga soppresso definitivamente a dicembre per scarso utilizzo;

   tra le ipotesi vi potrebbero essere ad esempio: 1) ripristinare il sabato e la domenica il servizio Milano-Bari-Milano 9593-9594 come nei giorni feriali (lun/ven), 2) potenziare la tratta Milano-Rimini-Ancona dal 25 giugno al 10 settembre, con una coppia di Frecciarossa periodico estivo Milano – Ancona che venga in supporto alle necessità turistiche della riviera romagnola e marchigiana il sabato e la domenica ad un orario coerente alle necessità della clientela turistica milanese verso la riviera romagnola; 3) sostituire l'attuale servizio Frecciabianca 9813 (Milano 12.35 – Lecce 21.48) e 9818 (Lecce 8.03 – Milano 17.25) con una coppia di treni Milano – Lecce – Milano, con possibili orari Milano 13.45 – 21.55 Lecce e Lecce 09.05 – 17.15 Milano, da effettuare tutti i giorni (un collegamento in partenza da Milano alle ore 13.45 sarebbe perfetto per la clientela in partenza subito dopo pranzo in una fascia oraria al momento non soddisfatta verso l'adriatica, ricordando che il treno Italo 9995 Milano-Ancona alla stessa ora era il treno con il maggior riempimento dell'offerta adriatica di NTV, mentre il ritorno verso nord con il transito a Rimini alle ore 20 consentirebbe di intercettare anche i turisti ed i visitatori della Fiera); 4) garantire in tutte le fermate del Frecciarossa orari sincronizzati per le coincidenze con il trasporto regionale verso altre direttrici –:

   se il Ministro interrogato non ritenga necessario, per rispondere alla domanda di mobilità turistica e non, assumere iniziative affinché sia riprogrammato l'attuale servizio Frecciarossa Milano-Adriatica sia potenziata la tratta Milano-Rimini-Ancona almeno dal 25 giugno;

   se il Ministro interrogato non ritenga di sensibilizzare Trenitalia affinché sia effettuata, con gli uffici turistici una campagna di comarketing per far conoscere e incentivare l'utilizzo dei servizi di cui in premessa.
(4-13546)

  Risposta. — Con riferimento all'atto di sindacato ispettivo in esame, occorre premettere che i servizi ferroviari delle denominati Frecce: Frecciarossa, Frecciargento e Frecciabianca sono effettuati da Trenitalia in regime di mercato e, non essendo oggetto di alcun corrispettivo pubblico, si sostengono esclusivamente con i ricavi da traffico; la programmazione di tali servizi si basa, pertanto, su valutazioni di carattere commerciale finalizzate a garantirne la sostenibilità economica.
  In relazione al prolungamento su Lecce della coppia di «Frecciarossa» Milano-Bari e viceversa nei giorni di sabato, domenica e festivi è stata interessata la società Ferrovie dello Stato che ha comunicato quanto segue.
  Il prolungamento da/per Lecce, nel fine settimana e nei giorni festivi, della coppia di Frecciarossa Milano-Bari e viceversa è stato attivo, in via sperimentale, da giugno 2016 a gennaio 2017; dopo tale data il treno è stato nuovamente attestato su Bari per l'intera settimana a causa delle basse frequentazioni registrate sulla tratta oltre il capoluogo pugliese che ne determinava l'insostenibilità economica.
  Trenitalia informa, altresì, che con la programmazione in vigore dal mese di aprile del 2017 gli orari sono stati modificati, prevedendo al mattino la partenza da Bari (invece che da Milano) e il rientro in serata dal capoluogo lombardo.
  Il collegamento in questione, infatti, è prevalentemente rivolto ad assicurare un servizio veloce tra la Puglia e Milano e viceversa.

Il Viceministro delle infrastrutture e dei trasporti: Riccardo Nencini.


   ARLOTTI. — Al Ministro dei beni e delle attività culturali e del turismo. — Per sapere – premesso che:

   il bando di concorso per il reclutamento di «60 esperti per il patrimonio culturale» ex articolo 8 del decreto-legge n. 83 del 2014 è stato pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale IV serie speciale – concorsi ed esami n. 98 del 22 dicembre 2015;

   a fine 2016 una commissione di dirigenti ministeriali ha selezionato i vincitori del bando, dopo un'attenta valutazione dei titoli di studio e professionali, alla quale ha fatto seguito un regolare esame orale;

   dal 1° gennaio di quest'anno i vincitori del bando (archeologi, bibliotecari e archivisti) hanno preso servizio funzionari di area III (posizione economica F1) alle dipendenze del Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo;

   il 30 settembre 2017 il loro rapporto di lavoro con il Ministero terminerà senza proroghe; nonostante l'immissione in ruolo dei 500 nuovi funzionari vincitori o idonei del concorso recentemente conclusosi, per quanto riguarda i funzionari archeologi il Ministero risulta essere sotto organico di 270 unità, cifra questa che da gennaio 2018 aumenterà in vista dei prossimi pensionamenti;

   la graduatoria del concorso a tempo indeterminato, composta da 203 professionisti fra vincitori e idonei, non sarà sufficiente a colmare queste mancanze;

   il rinnovo del contratto dei vincitori del bando «60 esperti per il patrimonio culturale» non andrebbe a ledere i diritti dei 500 prossimi assunti, bensì concorrerebbe a porre rimedio alle gravi criticità sopra citate, grazie alla professionalità e all'esperienza maturate –:

   se il Ministro non ritenga opportuno affrontare la questione del rinnovo del contratto a tempo determinato.
(4-17865)

  Risposta. — Si riscontra l'interrogazione parlamentare in esame con la quale l'interrogante ha chiesto notizie sulla possibilità di proroga del rapporto di lavoro a tempo determinato instaurato a seguito del bando di concorso per «60 esperti per il patrimonio culturale».
  Al riguardo, si rappresenta che, nella consapevolezza dell'elevata qualità del lavoro svolto dai predetti funzionari e al fine di salvaguardare le professionalità - acquisite, nella legge 27 dicembre 2017, n. 205 — bilancio di previsione dello Stato per l'anno finanziario 2018 e bilancio pluriennale per il triennio 2018-2020 è stata inserita la possibilità di una proroga per tali contratti.
  Infatti, l'articolo 1, comma 306, di tale legge dispone: «I contratti a tempo determinato stipulati dagli istituti e luoghi della cultura, ai sensi dell'articolo 8 del decreto-legge 31 maggio 2014, n. 83, convertito, con modificazioni, dalla legge 29 luglio 2014, n. 106, possono essere prorogati per l'anno 2018, non oltre il limite massimo di 36 mesi, anche discontinui, previsto dall'articolo 19, comma 1, del decreto legislativo 15 giugno 2015, n. 81, come richiamato dall'articolo 36, comma 2, del decreto legislativo 30 marzo 2001, n. 165, e nel limite di 1 milione di euro per l'anno 2018».
  Si evidenzia, inoltre, che ai sensi dell'articolo 1, comma 328, della legge 28 dicembre 2015, n. 208 — legge di stabilità 2016, il Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo è stato autorizzato all'assunzione a tempo indeterminato di 500 funzionari da inquadrare, nel rispetto della dotazione organica di cui alla tabella B allegata al regolamento di cui al decreto del Presidente del Consiglio dei ministri 29 agosto 2014, n. 171, nella III area del personale non dirigenziale, posizione economica F1, nei profili professionali di antropologo, archeologo, architetto, archivista, bibliotecario, demoetnoantropologo, promozione e comunicazione, restauratore e storico dell'arte.
  La scelta di bandire tale concorso ha contestualmente favorito lo stesso contingente di personale vincitore della procedura selettiva dei «60 esperti».
  Difatti, i bandi del suddetto concorso contemplavano espressamente l'attribuzione fino ad un massimo di 30 (trenta) punti in base all'esperienza professionale maturata alla data di scadenza dei termini per la presentazione della domanda di partecipazione e molti di essi sono risultati vincitori anche in ragione del maggior punteggio, in sede valutativa, attribuito all'attività lavorativa presso gli istituti del MiBACT.
  Peraltro, nelle more dell'espletamento dei concorsi questo Ministero, con decreto del Presidente del Consiglio dei ministri del 4 aprile 2017, è stato autorizzato allo scorrimento dalle graduatorie degli idonei del sopra citato bando per n. 200 funzionari esperti del patrimonio culturale e, da ultimo, l'articolo 1, comma 305, della legge 27 dicembre 2017, n. 205 di approvazione del bilancio di previsione dello Stato per l'esercizio finanziario 2018, ha autorizzato questa Amministrazione ad assumere altre 200 unità di personale, mediante ulteriore scorrimento delle graduatorie.
  In tal modo sarà ulteriormente favorito l'ingresso anche a titolo definitivo nell'amministrazione di giovani che hanno dimostrato impegno e professionalità.
  In definitiva, negli ultimi anni, a fronte delle carenze di organico rilevate ed al blocco del
turn over, oramai operativo da diversi anni, questo Ministero è riuscito a consentire, sia con il reclutamento dei 60 esperti a tempo determinato che con il concorso sopra ricordato (e con i ricordati scorrimenti di graduatoria), l'ingresso in Amministrazione di «nuove forze».
  Ciò al fine di invertire la tendenza registratasi negli ultimi anni e reintegrare l'organico dell'amministrazione dei beni culturali con giovani di alta professionalità che concorreranno negli anni futuri a tutelare, valorizzare, promuovere l'eccezionale patrimonio culturale italiano.

Il Sottosegretario di Stato per i beni e le attività culturali e il turismo: Antimo Cesaro.


   BALDASSARRE. — Al Ministro dei beni e delle attività culturali e del turismo, al Ministro dello sviluppo economico. — Per sapere – premesso che:

   come riportato da vari siti internet e blog di informazioni vi è un serio rischio per quel che concerne il futuro del «Museo di Doccia», il prezioso museo ubicato in Sesto Fiorentino, adiacente alla storica azienda Richard Ginori;

   il museo andrà all'asta il 23 febbraio 2017 alle ore 12 con un prezzo minimo di 4.334.700 euro;

   come riportato dai media i beni sarebbero di «proprietà della società Museo Richard Ginori in liquidazione volontaria e del fallimento Richard Ginori ma sono posti in vendita inscindibilmente tra loro insieme all'immobile»;

   inoltre, si apprende che poche settimane fa il consiglio comunale avrebbe approvato in maniera unanime la mozione «Il futuro della Manifattura Richard Ginori a Sesto Fiorentino» in cui le varie forze politiche avrebbero auspicato che l'azienda acquisisca al più presto il terreno su cui sorge la fabbrica, trovando un accordo con i liquidatori, e che si riqualifichi lo stabilimento per il rilancio definitivo dell'azienda e del museo stesso;

   come riportato dal «Corriere Fiorentino» sembrerebbe che esiste una prelazione da parte dello Stato per quel che concerne l'acquisizione di tali beni;

   sul Sole24ore, in un articolo a firma Vincenzo Chierchia, viene chiesto al Ministro interrogato di trovare: «il modo di intervenire, si faccia un grande progetto di tutela e valorizzazione per un Museo di rilievo internazionale oggi costretto a restare chiuso.»;

   il Ministero dello sviluppo economico, nel tutelare il « made in Italy», riserva particolare attenzione a settori peculiari, come quello delle ceramiche, avendo istituito anche un «Comitato nazionale ceramico», nel quale – come si può leggere sul sito del Ministero – «è stato affrontato il problema di rilanciare i marchi, dei poli e dell'alta istruzione professionale, dell'aggiornamento annuale dei dati di settore e della promozione dei contratti di rete di impresa» –:

   se il Governo sia a conoscenza della situazione su descritta;

   se il Governo non ritenga di importanza strategica assumere iniziative per mantenere in funzione un «pezzo di storia» quale è il Museo di Doccia nel settore delle ceramiche;

   quali urgenti e calibrati interventi il Governo intenda promuovere per salvaguardare, tutelare e valorizzare il Museo di Doccia tenendo, in particolare attenzione che la chiusura definitiva del museo o lo smistamento delle sue opere in altri musei inciderà negativamente sul futuro dell'antica fabbrica che verrebbe ridimensionata e trasferita in zone industriali perdendo così il legame con la sua storia che l'ha resa unica in tutto il mondo.
(4-15318)

  Risposta. — Si riscontra l'atto di sindacato ispettivo sopra indicato, nel quale l'interrogante, con riferimento al museo Richard-Ginori della manifattura di Doccia di Sesto fiorentino (Firenze) ha chiesto di conoscere le iniziative che il Ministero dei beni e delle attività culturale e del turismo intende intraprendere riguardo all'acquisizione del museo di Doccia e delle collezioni presenti.
  Come è noto, il Ministro Franceschini il 30 marzo 2017, in occasione del G7 della cultura a Firenze, si era impegnato ad acquisire la proprietà del museo di Doccia e delle relative collezioni.
  Una decisione di straordinaria importanza e per niente scontata considerato che la procedura d'acquisto era assai complessa a causa delle particolari condizioni giuridiche e proprietarie del museo.
  Nonostante le predette difficoltà, l'immobile, in data 27 novembre 2017, è stato acquistato al prezzo di 700.000 euro, inferiore alle valutazioni precedentemente effettuate dall'agenzia del demanio e dal tribunale di Firenze ed entro 120 giorni dalla predetta data saranno cedute al Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo anche le collezioni e gli allestimenti museali della Richard Ginori, beni culturali di eccezionale interesse storico-artistico.
  Ciò è stato possibile mediante il procedimento regolato dall'articolo 28-
bis del decreto del Presidente della Repubblica n. 602 del 1973 che prevede la possibilità del pagamento di imposte dirette tramite cessione di beni culturali.
  Il complesso del museo Richard-Ginori a Sesto Fiorentino comprende:

   l'immobile adibito a sede del museo stesso;

   circa 8.000 opere in porcellana e ceramica, modelli in gesso, terracotta, piombo e cera;

   il «Museo delle Terre», ovvero una serie di vasi in maiolica e vetro contenenti campioni dei materiali utilizzati per la produzione, in parte esposti e in parte conservati nei depositi del museo e dello stabilimento;

   circa 1.200 modelli in gesso, in deposito presso lo stabilimento;

   circa 3.500 lastre in metallo incise usate per stampare le decalcomanie, in deposito presso lo stabilimento;

   3.416 pietre cromolitografiche, in deposito presso lo stabilimento.

  Nello stesso edificio in cui si trova la collezione viene conservato anche l'archivio storico, costituito da una raccolta di circa 5.000 disegni, una biblioteca storica, una biblioteca moderna specialistica e una fototeca.
  Dal 2015 l'archivio storico, in collaborazione con la soprintendenza archivista della Toscana, è stato trasferito provvisoriamente presso l'archivio di Stato di Firenze per motivi conservativi e di tutela.
  L'immobile, che occupa oltre 2300 mq., è stato realizzato su progetto degli architetti Pier Niccolò Berardi e Fabio Rossi come sede del museo, con la specifica finalità di ospitare le porcellane e le raccolte della storica produzione della manifattura Richard-Ginori.
  La collezione del museo Richard-Ginori testimonia, attraverso i modelli e le realizzazioni finali in porcellana, la nascita e lo sviluppo della manifattura di Doccia a partire dal 1735 sino ai nostri giorni.
  È una collezione di fondamentale importanza per la storia della porcellana italiana e europea, e in generale della storia dell'arte italiana, poiché documenta, al massimo livello di qualità e con grande ricchezza e varietà di opere, vicende artistiche e culturali che coprono oltre tre secoli di storia, a partire dagli sviluppi della scultura tardo barocca fiorentina della prima metà del Settecento, passando dal fiorire della manifattura nei secoli successivi, sino al momento di grande importanza della direzione artistica e della produzione firmata Giò Ponti tra il 1923 e il 1930.
  Le raccolte sono state dichiarate di eccezionale interesse storico artistico con decreto ministeriale del 7 dicembre 1962, integrato con decreto ministeriale n. 232 del 23 aprile 2012, emanato dalla direzione regionale della Toscana e con il quale la collezione è stata riconosciuta come pertinenziale all'edificio.
  Secondo il vincolo, al complesso museale afferiscono, infatti, oltre all'edificio e alle collezioni artistiche, anche l'archivio storico e gli strumenti di produzione della manifattura (lastre in rame incise, forme e modelli, e museo delle terre): documenti di enorme importanza per la storia della produzione della porcellana europea, in gran parte ancora conservati in edifici facenti parte del complesso aziendale, adiacente al museo.
  Si rappresenta, infine, che in data 14 febbraio 2018 il Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo ha stipulato un accordo di valorizzazione con la regione Toscana e con il comune di Sesto Fiorentino, con l'obiettivo di:

   promuovere la conservazione, la catalogazione, lo studio, la comunicazione l'esposizione di testimonianze materiali, artistiche e documentarie, legate alle produzioni di porcellane artistiche realizzate, nelle diverse epoche e con marchi diversi, a Sesto Fiorentino;

   definire il modello di gestione e l'elaborazione dei conseguenti piani strategici di sviluppo culturale e programmi di valorizzazione.

  Per un'adeguata gestione del museo, sarà costituita una «Fondazione di partecipazione», aperta anche a soggetti privati, in particolare ad associazioni per la salvaguardia e valorizzazione del patrimonio culturale e al settore dell'imprenditoria, che hanno già manifestato interesse nel sostenere il rilancio del Museo, quale riferimento culturale e identitario del territorio.
  Mantenendo la promessa fatta al G7 della cultura, è stata salvata una collezione eccezionale che è parte fondamentale del patrimonio italiano.
  

La Sottosegretaria di Stato per i beni e le attività culturali e il turismo: Ilaria Carla Anna Borletti dell'Acqua.


   BATTELLI. — Al Ministro dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare. — Per sapere – premesso che:

   l'attuale depuratore di Cornigliano versa ormai direttamente nel torrente Polcevera i liquami provenienti dalle abitazioni circostanti, creando seri problemi ambientali soprattutto nella zona della Fiumara e a Sud di via Cornigliano. Peraltro, il fenomeno è amplificato dalla concentrazione di melma nel Polcevera;

   l'impianto sembra essere a norma per quanto riguarda la qualità del filtro dell'acqua, ma non per gli odori, per cui si rende necessaria la realizzazione di un nuovo impianto a norma;

   il 23 settembre 2016 è stato sottoscritto il contratto tra comune, Mediterranea delle Acque e Società per Cornigliano per la cessione del diritto di superficie delle aree ex Ilva per la realizzazione di un nuovo impianto di trattamento di fanghi e acque. Secondo quanto previsto dal dettaglio contrattuale, il nuovo depuratore dovrà sorgere sui 15 mila metri quadrati di aree ex Ilva e di proprietà dell'autorità portuale, all'interno di un terreno bonificato dalla Società per Cornigliano;

   già nel 2009 sono stati stanziati fondi per la modifica degli impianti di depurazione, ma i lavori non hanno mai avuto seguito. Risulta, inoltre, che sono stati pianificati ingenti investimenti fino al 2025, che si vanno ad aggiungere ai ben 6,7 milioni di euro stanziati nel 2009 al 2015, ai 4 milioni per il 2016 e 2017 e ai 5 milioni di euro per il 2018;

   l'attuale impianto non risulta all'interrogante essere tarato per poter trattare il percolato. D'altra parte, questo aveva già portato, in passato, all'apertura di una maxi inchiesta sulla discarica di Scarpino, a seguito della quale la procura della Repubblica aveva impartito dettagliate prescrizioni affinché si arrivasse alla riapertura del sito di «Scarpino»: fra le altre, trattare il percolato in un impianto dedicato;

   l'assessore comunale, a seguito ad un'interrogazione presentata in consiglio comunale, ha affermato che sulla questione è stato richiesto l'intervento della Asl per verificare la possibile presenza di problemi di carattere igienico-sanitario, nonché dell'Arpal per valutare l'opportunità di eseguire controlli per il rischio legato alla balneazione;

   tuttavia, nel mese di aprile 2017 è stata presentata nuovamente una denuncia sulla violazione del decreto legislativo n. 36 del 2003 («Attuazione della direttiva 1999/31/CE relativa alle discariche di rifiuti»);

   occorrerebbe accertare le singole responsabilità circa il malfunzionamento del depuratore, e, se del caso, stabilire una procedura di revisione della struttura conformemente alle disposizioni di legge, che consenta, la messa in sicurezza e la ripresa della piena funzionalità dell'impianto di depurazione, nonché l'effettiva messa in opera del nuovo impianto entro la data di scadenza prefissata e attraverso lo stanziamento dei fondi appositamente destinati alla sua realizzazione –:

   di quali elementi disponga il Ministro interrogato in merito a quanto esposto in premessa e se non intenda promuovere una verifica, da parte del Comando dei carabinieri per la tutela dell'ambiente, in ordine alla situazione del depuratore di Cornigliano, il cui funzionamento non appare conforme alle norme in materia di tutela della salubrità ambientale e che, rischia di avere un forte e irreversibile impatto sulle zone limitrofe di grande rilevanza paesaggistica, con conseguenze significative non solo sulla salute della collettività ma anche sulla preservazione della fauna e della flora del posto.
(4-17485)

  Risposta. — Con riferimento all'interrogazione in esame, sulla base degli elementi acquisiti, si rappresenta quanto segue.
  In via preliminare, occorre evidenziare che il Ministero dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare è impegnato costantemente e con la massima attenzione a vigilare e ad intraprendere e portare avanti tutte le azioni di competenza volte alla risoluzione delle problematiche nel settore fognario depurativo ancora presenti nel territorio nazionale.
  Per quanto riguarda la depurazione - inclusa nel processo verticale del Servizio idrico integrato (S.I.I.) composto appunto da acquedotto, fognatura e depurazione – la normativa di settore, in particolare l'articolo 149, comma 1, del decreto legislativo n. 152 del 2006, affida agli enti di governo d'ambito, in sede di predisposizione e/o aggiornamento del piano d'ambito, il compito di condurre le attività di ricognizione delle infrastrutture, la programmazione degli interventi e la redazione di un piano economico finanziario.
  Al riguardo, la regione Liguria ha attuato parzialmente il Servizio idrico integrato poiché ad oggi non tutti i comuni degli enti di governo d'ambito hanno conferito le infrastrutture, così come previsto dall'articolo 153 del sopracitato decreto legislativo, al gestore.
  Per quanto concerne le problematiche relative al depuratore in questione, la Regione Liguria ha fatto presente che, al fine di superare le criticità derivanti dallo scarico dei reflui provenienti da detto impianto nel tratto finale del torrente Polcevera, il gestore del servizio idrico integrato ha svolto nel corso dell'estate 2017 operazioni ispettive legate alla tenuta delle condotte rivolte, previo collaudo, alla definitiva veicolazione delle acque reflue trattate verso la condotta di scarico a mare.
  Riguardo la realizzazione del nuovo impianto di depurazione, denominato Depuratore area centrale Dac, da localizzare nelle aree ex Ilva, in sostituzione dell'attuale depuratore di Valpolcevera, la regione Liguria ha segnalato che su detto intervento è stata avviata la procedura di Via regionale in data 27 dicembre 2017, con la pubblicazione sul portale ambientale regionale della documentazione presentata in data 11 dicembre 2017 da Iren acqua spa.
  Attualmente è in fase conclusiva, da parte del competente settore regionale, con il contributo dei soggetti interessati, la verifica della completezza della documentazione, a cui farà seguito, dopo eventuale richiesta di integrazioni, la pubblicazione dell'avviso pubblico e il conseguente avvio della fase pubblica prevista dal procedimento di Via.
  Per quanto riguarda la discarica di Scarpino relativamente all'impianto di depurazione del percolato ad osmosi inversa che dovrà essere istallato (potenzialità di 220 mc/h) si segnala quanto segue:

   l'importo a base di gara per le 6 annualità ammontava a euro 45.727.200 (euro 7.621.200 annui);

   la gara è stata esperita e l'intervento aggiudicato;

   i cronoprogrammi attualmente prevedono l'operatività di tale impianto per agosto 2018 (due mesi dopo quanto previsto in prima battuta);

   l’iter autorizzativo per il relativo scarico da parte della città metropolitana è attualmente in fase conclusiva.

  In prospettiva lo scenario, che dovrà essere verificato nella Via relativa al Dac, prevede l'invio del percolato di Scarpino 1 e 2, tramite l'esistente condotta dedicata, al nuovo impianto di depurazione, Depuratore area centrale Dac, aree ex Ilva, che dovrà garantire le idonee capacità di trattamento del percolato pretrattato. Il nuovo invaso di Scarpino 3 sarà invece totalmente separato dai precedenti per quanto riguarda raccolta e smaltimento del percolato che verrà inviato, tramite autobotti, ad impianto di smaltimento autorizzato.
  In data 18 gennaio 2018, il gestore Amiu ha inoltre presentato la documentazione progettuale integrativa relativa al nuovo invaso di Scarpino 3 e la città metropolitana di Genova convocherà a breve una specifica conferenza di servizi volta all'autorizzazione finale della nuova discarica, di cui si prevede l'operatività – per il primo lotto – a partire dal maggio 2018 (con potenziale abbancamento di rifiuti urbani trattati in altri impianti).
  Sempre secondo quanto riferito dalla regione, l'Amiu ha inoltre in corso la progettazione dell'impianto di trattamento meccanico biologico (capacità prevista circa 100.000 t/anno) cui si affiancherà, nello stesso sito, un biodigestore anaerobico (capacità circa 60.000 t/anno).
  Da ultimo, si segnala che l'Arpal sta collaborando con la Procura della Repubblica nell'inchiesta da questa aperta in relazione al malfunzionamento del depuratore di Genova-Cornigliano.
  Per quel che concerne la ripercussione che il percolamento può aver arrecato alla balneabilità delle nostre coste, la predetta agenzia ha evidenziato che questo è avvenuto nel bacino del torrente Polcevera, defluente in mare all'interno della diga foranea, in piena area portuale, vale a dire in zona di per sé inibita alla balneazione. I primi tratti balneabili ad est e ad ovest del porto, distanti comunque chilometri dalla foce del torrente, sono «Spiaggia Multedo», a occidente, e «Punta Vagno», ad oriente. Come si evince anche consultando i dati
on-line, disponibili a partire dalla pagina https://www.arpal.gov.it/homepae1acqua/aguemarinocostiere/balneazione.html, il primo è risultato balneabile per l'intera stagione, mentre il secondo ha avuto quest'anno un unico periodo di non balneabilità, compreso tra le date del 10 e 12 maggio.
  Alla luce di quanto esposto, si rassicura comunque che il Ministero dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare, per quanto di competenza, continuerà a tenersi informato ed a svolgere le proprie attività di monitoraggio e sollecito, senza ridurre in alcun modo il livello di attenzione sulla questione.
  

Il Ministro dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare: Gian Luca Galletti.


   BENEDETTI, BUSINAROLO, COZZOLINO, SPESSOTTO e MASSIMILIANO BERNINI. — Al Ministro dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare. — Per sapere – premesso che:

   il 15 febbraio 2017 è stato firmato l'accordo novativo finalizzato all'aggiornamento dell'accordo integrativo per la tutela delle risorse idriche del bacino del Fratta – Gorzone attraverso l'implementazione di nuove tecnologie nei cicli produttivi, nella depurazione e nel trattamento dei fanghi del distretto conciario vicentino del 5 dicembre 2005 sottoscritto tra regione Veneto, Ministero dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare, associazioni ed enti territoriali interessati;

   dal verbale della deliberazione della giunta della regione Veneto n. 359/DGR del 22 marzo 2017 (relatore Gianpaolo E. Bottaccin), si evince che nell'ambito delle risorse previste dall'accordo integrativo, restano a disposizione circa 23 milioni di euro a valere sui fondi ministeriali;

   all'articolo 3 del suddetto accordo, recante «Interventi per il risanamento del bacino Fratta-Gorzone», le parti ribadiscono che il risanamento della parte alta del bacino del Fratta—Gorzone costituisce una delle condizioni indispensabili per l'utilizzazione delle risorse idriche a valle e si impegnano entro tre mesi dalla sottoscrizione dell'accordo novativo a definire il programma definitivo degli interventi previsti al comma 2, con l'indicazione dei crono-programmi di attuazione e la determinazione dei relativi costi; si stabilisce inoltre che entro trenta giorni dalla sottoscrizione dello stesso, le parti firmatarie si impegnano a definire un programma preliminare di interventi, che verrà poi inserito nel programma di interventi definitivo sopra menzionato;

   il Ministero dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare ha assicurato il mantenimento degli impegni finanziari assunti con i precedenti accordi di programma prevedendo che le risorse saranno impegnate per il cofinanziamento degli interventi indicati nel programma preliminare e del progetto per il trattamento e recupero dei fanghi –:

   se sia stato definito e trasmesso al Ministero il programma preliminare degli interventi indicato in premessa;

   se il Ministro non intenda precisare quante risorse abbia messo o intenda mettere a disposizione per il cofinanziamento degli interventi di cui al programma preliminare;

   se nel bilancio del Ministero dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare siano disponibili le risorse finanziarie finalizzate al perseguimento degli obiettivi e alla realizzazione dei progetti indicati nell'accordo, con particolare riferimento ai circa 23 milioni di euro, a valere su fondi ministeriali, per la realizzazione dell'impianto di trattamento dei fanghi.
(4-16950)

  Risposta. — Con riferimento all'interrogazione in esame, riguardante l'accordo novativo finalizzato all'aggiornamento dell’«Accordo integrativo per la tutela delle risorse idriche del bacino del Fratta-Garzone attraverso l'implementazione di nuove tecnologie nei cicli produttivi, nella depurazione e nel trattamento fanghi del distretto conciario vicentino», sulla base degli elementi acquisiti dalla competente direzione generale del Ministero dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare, si rappresenta quanto segue.
  Il perfezionamento dell'atto programmatorio in parola è avvenuto in data 27 giugno 2017 con la sottoscrizione digitale da parte Ministro dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare, dopo che lo stesso atto era stato sottoscritto digitalmente dalla regione Veneto e dagli altri enti territoriali interessati.
  Dalla predetta data, pertanto, decorrono i termini per gli impegni assunti da parte dei firmatari dell'accordo.
  Con l'accordo novativo vengono riprogrammati i 23 milioni di euro di risorse ministeriali ad oggi non ancora utilizzati, 10 dei quali da destinare ai fanghi del settore conciario. Il Ministero, d'intesa con la regione e gli enti locali, valuterà i criteri di priorità per l'allocazione dei 23 milioni di euro, tenendo conto della cantierabilità degli interventi e delle finalità dei precedenti accordi. Per tali risorse si dà conferma della disponibilità sul bilancio del Ministero.
  Il Ministero, ha inoltre previsto e programmato di assegnare una parte di risorse a valere sul Fondo sviluppo e coesione in quota ambiente dei fondo strutturali 2014/2020, per interventi di tutela della risorsa idrica nelle aree contaminate da sostanze perfluoroalchiliche (Pfas).
  L'attività istruttoria interessa diverse amministrazioni, ed è attualmente in corso, pertanto, non appena perverranno significative informazioni circa gli esiti, saranno comunicate a tutti i soggetti interessati.
  Si rassicura, comunque, che le problematiche rappresentate sono tenute in debita considerazione da parte di questo Ministero, il quale continuerà a svolgere le proprie attività mantenendo alto il livello di attenzione, e a svolgere un'attività di monitoraggio e sollecito.

Il Ministro dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare: Gian Luca Galletti.


   BENEDETTI. — Al Ministro dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare. — Per sapere – premesso che:

   i Pfas, sostanze perfluoralchiliche, interferenti endocrine e cancerogene in classe IARC 2B, sono composti chimici prodotti artificialmente con funzioni olio e idro repellenti. Queste sostanze, che possono essere associate a forti rischi per la salute, sono state prodotte fin dagli anni Sessanta in Veneto e poi versate per decenni nelle acque superficiali;

   la contaminazione da Pfas delle matrici ambientali, in particolare le acque interne superficiali e di falda, ha purtroppo raggiunto un livello allarmante nel Veneto, interessando un'area di più di 150 chilometri quadrati (dato ARPAV 2015) nell'ambito delle province di Vicenza, Verona, Padova, Rovigo, con 70 comuni interessati e circa 350.000 persone coinvolte, ma vista la complessità di un fenomeno che continua a propagarsi, potenzialmente, i cittadini coinvolti potrebbero essere 800.000;

   il primo monitoraggio effettuato dalla regione Veneto sulle acque di rete o di pozzo ha riscontrato in 31 comuni valori di queste sostanze oltre la soglia;

   per tutelare la salute della popolazione, sono state emesse ordinanze per la chiusura o la limitazione dell'uso di pozzi in diversi comuni della zona interessata;

   nelle acque sotterranee sono stati rilevati valori di contaminazione maggiori o uguali a 100 ng/l in 21 comuni, 15 in provincia di Vicenza, 3 in provincia di Padova e 3 in provincia di Verona;

   un primo studio di biomonitoraggio dell'Istituto superiore di sanità concluso lo scorso anno su un campione rappresentativo della popolazione residente, esposta e non esposta, ha evidenziato che i livelli di Pfas nel siero degli esposti sono significativamente superiori ai livelli dei non esposti: oltre 70 ng/g siero nel siero degli esposti, concentrazione prossima allo zero nei non esposti;

   sempre l'Istituto superiore di sanità come evidenziato anche nell'interrogazione n. 4/15019, nella nota del 19 febbraio 2016, protocollo n. 4930, nel calcolare le stime di esposizione parziali alle sostanze perfluoroalchiliche, ha segnalato che i dati riferibili a uova di allevamenti familiari e di pesce di cattura indicano potenziali criticità meritevoli di ulteriori e più mirati approfondimenti, attese le concentrazioni di Pfas che, in condizioni di consumi prolungati nel tempo, considerati i parametri tossicologici, potrebbero determinare il superamento delle dosi giornaliere accettabili;

   nel luglio 2016 il direttore dell'area generale sanità e sociale, dottor D. Mantoan, ha richiesto di svolgere una valutazione retrospettica della mortalità e dell'incidenza di patologie tra i dipendenti della ditta Rimar/Miteni, incaricando del suo svolgimento il registro regionale dei casi di mesotelioma, afferente al sistema epidemiologico regionale; da tale ricerca condotta sui lavoratori risultano valori alterati del sangue oltre che un tasso di mortalità superiore alla media;

   il Noe di Treviso, con nota 13 giugno 2017 inviata al Ministero dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare, secondo quanto riportato anche dagli organi di informazione, ha comunicato la presenza di contaminanti chimici pfoa-pfass nelle acque ed il conseguente allarmante inquinamento nelle falde e nei terreni, causato da Miteni di Trissino, produttrice di Pfass per decenni, inquinamento esteso nelle province di Vicenza, Verona e Padova, con effetti sanitari sui residenti;

   il 27 febbraio 2017 alcuni sindaci veneti e le delegazioni di otto comuni del Basso Vicentino e Bassa Veronese hanno sottoscritto una lettera inviata anche al Ministero dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare, in cui si chiede un intervento immediato per la bonifica del territorio ed il riconoscimento del disastro ambientale;

   l'articolo 300 del decreto legislativo 3 aprile 2006, n. 152, Norme in materia ambientale, identifica il danno ambientale come: «qualsiasi deterioramento significativo e misurabile, diretto o indiretto, di una risorsa naturale o dell'utilità assicurata da quest'ultima»; l'articolo 302 del suddetto decreto, al comma 9, classifica ed indica esattamente le caratteristiche del «ripristino» come: nel caso delle acque, delle specie e degli habitat protetti, «il ritorno delle risorse naturali o dei servizi danneggiati alle condizioni originarie»; nel caso del terreno, «l'eliminazione di qualsiasi rischio di effetti nocivi per la salute umana e per la integrità ambientale»; l'articolo 305, comma 2, stabilisce che il Ministro dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare, in qualsiasi momento, ha facoltà di: «b) adottare, o ordinare all'operatore di adottare, tutte le iniziative opportune per controllare, circoscrivere, eliminare o gestire in altro modo, con effetto immediato, qualsiasi fattore di danno, allo scopo di prevenire o limitare ulteriori pregiudizi ambientali e effetti nocivi per la salute umana o ulteriori deterioramenti ai servizi» –:

   quali utili iniziative abbia adottato il Ministro interrogato, autorità competente e responsabile in materia di identificazione e valutazione del danno ambientale, ai fini del ripristino dei luoghi, ovvero della situazione precedente al danno verificatosi, e del risarcimento dello stesso, come previsto alla normativa vigente.
(4-18547)

  Risposta. — Con riferimento all'interrogazione in esame, relativa all'inquinamento delle acque da sostanze perfluoroalchiliche in alcune province del Veneto, sulla base degli elementi acquisiti, si rappresenta quanto segue.
  Com'è noto, la problematica relativa alle sostanze perfluoralchiliche (Pfas) e le conseguenti azioni da porre in essere per mitigare e successivamente azzerarne la contaminazione, non sono un problema solo italiano bensì esteso anche a molti altri paesi europei. Il rimedio nasce non a caso da un impulso europeo, al quale hanno dato immediato seguito attività ed azioni nazionali che in modo coordinato e puntuale hanno toccato tutti i profili che attengono a queste sostanze che impattano
in primis sulla salute, sull'ambiente, ma anche sulle attività produttive e sull'agricoltura.
  In via preliminare, va precisato che le sostanze perfluoroalchiliche (Pfas) sono composti utilizzati da decenni in diversi settori industriali, formati da una catena alchilica di lunghezza variabile (totalmente fluorurata) e da un gruppo funzionale costituito da un acido carbossilico o solfonico.
  Le sostanze a catena lunga (più di sei atomi di carbonio) sono quelle che destano maggiori preoccupazioni sotto il profilo sanitario ambientale e quelle maggiormente utilizzate sono state l'acido perfluorottanoico (Pfoa) e l'acido perfluorottansolfonico (Pfos).
  L'attuale regolamentazione europea concernente i Pfas prevede il divieto di produzione, immissione sul mercato e uso del Pfos, ai sensi del regolamento (Ue) n. 757/2010, in attuazione della convenzione internazionale di Stoccolma sugli inquinanti organici persistenti.
  Per quanto riguarda il Pfoa, la regolamentazione europea ha previsto nel 2014 il divieto di immissione sul mercato per la vendita al pubblico del Pfoa come componente di miscele, ai sensi del regolamento Ue n. 317/2014.
  Più recentemente, con il regolamento (Ue), 2017/1000 adottato nel giugno scorso, è stata approvata una nuova restrizione ai sensi del regolamento
Reach (votata dalla maggioranza degli Stati membri, con il voto favorevole della delegazione italiana) che prevede il divieto, entro tre anni (ovvero a partire dal 2020), della produzione e dell'immissione sul mercato di sostanze miscele e articoli che contengono più di 25 microgrammi/kg (µg/kg) di Pfoa.
  Oltre al Pfoa al Pfos, già oggetto di specifici divieti e restrizioni, altri Pfas a catena lunga risultano per il momento inclusi nell'elenco delle sostanze preoccupanti dal punto di vista sanitario e ambientale (le cosiddette
Substances of Very High Concern - SVHC). A questo riguardo, la Germania e la Svezia si sono impegnate a presentare, ai sensi del regolamento Reach, un dossier di dati per proporre una restrizione a livello europeo per altri Pfas a catena lunga.
  Dallo scorso luglio sono in corso degli approfondimenti scientifici da parte di Istituti di ricerca internazionali riguardo la tossicità dei Pfas a catena corta. Al termine di questa attività, l'agenzia europea per le sostanze chimiche (ECHA) e gli Stati membri dell'Unione europea, stabiliranno se per queste sostanze occorre adottare specifiche misure di gestione del rischio o particolari restrizioni.
  Infine si segnala che anche l'Ocse si sta occupando del tema dei Pfas, avendo di recente intrapreso un'attività di raccolta dati sugli impieghi delle migliaia di sostanze perfluoroalchiliche utilizzate nei diversi settori industriali. Scopo dell'indagine dell'Ocse è quello di facilitare lo scambio di informazioni tra i soggetti interessati alla produzione e all'utilizzo di sostanze perfluoroalchiliche.
  A livello nazionale, nel 2013 a seguito della prima segnalazione della presenza delle sostanze Pfas nelle matrici ambientali dell'area del vicentino, il Ministero dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare ha istituito un gruppo tecnico di lavoro per i necessari approfondimenti della situazione di contaminazione da Pfas nelle acque sotterranee e superficiali. In tale gruppo di lavoro, tuttora operativo, sotto il coordinamento del Ministero dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare, sono presenti gli esperti dell'Istituto superiore di sanità (ISS), dell'Irsa-Cnr, dell'Istituto superiore per la ricerca e la protezione ambientale (ISPRA).
  A seguito delle risultanze delle attività del Gruppo tecnico di lavoro, con decreto legislativo n. 172 del 2015 sono stati definiti gli Standard di qualità ambientale (SQA) per le sostanze prioritarie nelle acque superficiali, ivi inclusi alcuni composti perfluorurati.
  Con decreto ministeriale 6 luglio 2016 sono stati poi individuati i valori soglia (VS) per la definizione del «buono stato chimico» delle acque sotterranee, tra cui i valori soglia di alcuni composti perfluorurati.
  In parallelo con l'attività di supporto tecnico-scientifico, dall'inizio del 2016, il Ministero dell'ambiente ha riassunto un ruolo pro-attivo nella
governance di un accordo di programma con la regione Veneto, con gli enti territoriali e le associazioni industriali sottoscritto nel 2005, finalizzato alla realizzazione delle condizioni per il riequilibrio del bilancio idrico nel distretto vicentino della concia, anche attraverso interventi nel settore acquedottistico, fognario, e depurativo. Nell'ambito di tale accordo, il Ministero dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare ha compiuto la scelta di lasciare le risorse ministeriali, ammontanti a 23 milioni di euro fino ad oggi non ancora spesi, 10 dei quali da destinare al settore conciario. Tenendo conto del nuovo quadro conoscitivo e dei nuovi obiettivi strategici risultanti dal Piano di gestione delle acque del 2016, sotto la guida del Ministero dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare è stato, inoltre, messo a punto un testo di accordo novativo che conferma la volontà di mantenere gli impegni finanziari assunti in coerenza con gli obiettivi individuati, e nel quale il Ministero si impegna a reperire ulteriori risorse per il perseguimento degli obiettivi legati alla problematica dei Pfas. Obiettivi, lo si ricorda, prima non previsti all'interno del precedente accordo ma che, grazie al Ministero, trovano la loro evidenza nell'accordo novativo, a dimostrazione della centralità attribuita dal Governo a questa emergenza. Tale accordo si è formalizzato il 6 luglio 2017.
  In seguito alla richiamata ricerca sperimentale sulla presenza di Pfas svolta nel 2013, l'Arpa Veneto ha individuato la principale area di contaminazione nella provincia di Vicenza. Ha, successivamente, esteso il controllo a tutto il territorio regionale, attraverso le reti di monitoraggio delle acque sotterranee e superficiali nonché, in stretto coordinamento con la regione del Veneto e l'Istituto superiore di sanità, ad altre matrici ambientali, quali acque marine e lagunari, fanghi e alimenti.
  A seguito di tale studio, Arpav rilevava un inquinamento sia delle acque di falda sotterranee, sia di quelle superficiali in un territorio più vasto, compreso nei comuni delle province di Vicenza, Verona e Padova interessati da Pfas non solo nel corpo idrico di falda, ma anche nelle condotte di acqua potabile che nella provincia di Verona servono i comuni di Arcole, Veronella, Zimella, Pressana, Roveredo di Guà, Albaredo d'Adige e Cologna Veneta, in quanto dette condotte attingono dalla falda sita nel comune di Lonigo.
  Le autorità regionali procedevano a mettere in sicurezza l'acqua potabile della zona interessata, tramite l'utilizzo di filtri a carboni attivi, già nel 2013.
  L'analisi sul sistema degli scarichi fognari del territorio interessato ha messo in evidenza che le concentrazioni più alte provenivano dal depuratore di Trissino; tra le principali fonti da cui avevano origine le quantità di Pfas scaricate in fognatura vi era l'azienda chimica Miteni s.p.a. posta nel comune di Trissino.
  La Miteni opera dietro autorizzazione integrata ambientale da parte della regione Veneto, che ha autorizzato la produzione di determinate sostanze, che sono sottoposte a determinati limiti massimi entro i quali possono essere prodotte.
  Il procedimento amministrativo di caratterizzazione e bonifica del sito è seguito dagli Enti competenti per territorio in cui ha sede legale l'azienda Miteni ovvero nell'ambito della provincia di Vicenza.
  Con riferimento al quadro ambientale relativo all'inquinamento del sito industriale ove insiste l'impianto della Miteni s.p.a., a marzo 2017, il Noe, con l'ausilio dei tecnici dell'Arpav, ha iniziato una serie di attività investigative ed ispettive nei confronti dello stabilimento.
  Alla luce delle considerazioni esposte nella relazione del comando carabinieri nucleo operativo ecologico di Treviso ed in particolare, tenuto conto della notevole estensione e della gravità dello stato di inquinamento, della mancata rimozione della sua sorgente, peraltro a contatto o quasi con la falda, dei gravi rischi per la salute che il protrarsi della contaminazione potrebbe comportare, oltre all'aggravamento del danno ambientale ed infine dalla non totale efficacia della barriera idraulica presente presso lo stabilimento, si prevede un maggiore coinvolgimento dei soggetti istituzionali interessati.
  Nello specifico, si prevede la possibilità per la regione Veneto di autorizzare l'applicazione a scala pilota di tecnologie di bonifica innovative e di valutare l'opportunità di emanare un apposito provvedimento finalizzato a ricondurre il procedimento amministrativo di bonifica ad un ente amministrativo sovraordinato rispetto all'attuale Comune, dotato di adeguate capacità tecniche, come la stessa regione del Veneto. Si prevede, altresì, un l'approfondimento dei monitoraggi ambientali da parte di Arpav e un maggior coinvolgimento di Ispra su tali tematiche.
  Si segnala, inoltre, che i militari del Noe di Treviso, in collaborazione con il Noe di Milano e con il personale della sezione di polizia giudiziaria dei carabinieri di Vicenza, nel corso di una complessa attività info-investigativa, coordinata dalla procura della Repubblica di Vicenza, l'8 marzo scorso hanno proceduto ad alcune perquisizioni nelle sedi della ditta in questione e deferito 9 dirigenti, cui sono stati contestati i reati di adulterazione e contraffazione di sostanze alimentari ed inquinamento ambientale, nonché la violazione della normativa in materia di responsabilità amministrativa delle persone giuridiche.
  L'amministrazione provinciale di Vicenza ha comunicato, altresì, di aver attivato, il 18 gennaio 2017, il procedimento di riesame dell'autorizzazione integrata ambientale alla Miteni.
  Per quanto concerne la messa in sicurezza del sito, l'Arpav ha evidenziato che il monitoraggio delle concentrazioni al punto di conformità, realizzato a sud dello stabilimento, ha reso necessaria la richiesta, da parte degli enti, di ulteriori attività di miglioramento delle barriere presenti. Quanto richiesto è stato realizzato nel 2017, mediante attivazione di 3 nuovi pozzi in prossimità del torrente Poscola, 3 nuovi pozzi profondi fino ad intercettare il substrato fratturato nel lato sud dello stabilimento ed un ulteriore approfondimento di un pozzo nella parte centrale dello stabilimento. Sono state, inoltre, realizzate ulteriori verifiche di tipo idrogeologico per valutare le caratteristiche dell'acquifero. Complessivamente, fino a marzo 2017, sono stati estratti dalle due barriere presenti 26 chilogrammi di Pfoa, 6 chilogrammi di Pfos e 20 chilogrammi di altri Pfas, per un totale di 52 chilogrammi. Le acque emunte dalla barriera in parte vengono trattate con un sistema di filtri a carbone, in parte vengono inviate all'impianto di depurazione interno alla ditta. Il monitoraggio dell'efficacia della barriera viene verificato da Arpav tramite il controllo analitico di tre piezometri di valle.
  Come detto, il fenomeno di inquinamento da Pfas ha assunto nel tempo una valenza interprovinciale.
  Per quanto riguarda il territorio veronese interessato dalla contaminazione da Pfas, tali sostanze, attraverso gli scarichi della Miteni nel depuratore di Trissino, vengono poi immesse nel condotto consortile dell'A.Ri.C.A., dove confluiscono anche gli scarichi di altri depuratori della zona, sfociando nel fiume Fratta nel territorio di Cologna Veneta. Queste sostanze, grazie agli apporti idrici del canale LEB, subiscono altre diluizioni, venendo disperse nel reticolo irriguo che serve le aree coltivate di quelle zone, con il rischio della loro conseguente penetrazione nelle piante e negli animali e quindi nella catena alimentare.
  Per l'ambito veronese, gli enti pubblici competenti stanno procedendo, ai fini della tutela della salute dei cittadini e dell'integrità dell'ambiente, ad attenti e costanti monitoraggi dell'area, in adesione ad un programma di carattere regionale.
  Tutti i comuni interessati hanno emesso ordinanze adeguate al proprio contesto. La maggior parte ha obbligato i privati a dichiarare l'esistenza dei pozzi e ad effettuare delle analisi, disponendo in alcuni casi il divieto di utilizzo per uso potabile dell'acqua prelevata dai pozzi privati.
  La provincia di Verona ha reso noto di aver accertato superamenti di concentrazione di Pfoa nel comune di Soave, area di servizio «Scaligera Nord», riconducibili ad Eni s.p.a., nel 2014. La predetta contaminazione non risulta collegata né a quella di natura idrocarburica né a quella da Pfas ascritta alla ditta Miteni, ma sembra derivare da una sorgente posta all'interno dell'area di servizio ed essere sostanzialmente confinata alla stessa e ai terreni limitrofi. L'intervento di bonifica per la rimozione dei contaminanti idrocarburici attuato da Eni è pressoché giunto a conclusione, mentre permane la problematica ambientale legata alla presenza di Pfas e Btf, come attestano le più recenti analisi delle acque sotterranee fatte pervenire dall'Arpav di Verona.
  Il superamento delle CSC per il Pfoa era stato registrato nel 2016 anche nel comune di Pescantina ma, con successive analisi del marzo e giugno 2017, il superamento non è stato confermato.
  Per entrambi i casi il settore ambiente della provincia di Verona ha attivato procedimenti per l'identificazione del responsabile della contaminazione, che sono tuttora in corso. Risulta inoltre accertata da Arpav la presenza di Pfas, anche in concentrazioni sensibili, nel percolato di numerose discariche per rifiuti non pericolosi presenti sul territorio provinciale, senza però un corrispondente riscontro nelle acque sotterranee prelevate dalle relative reti di monitoraggio.
  Per quanto concerne la provincia di Rovigo, l'Arpav ha rappresentato che la contaminazione unica riscontrata in questa provincia, già evidenziata nello studio del CNR del 2013, riguarda alcune stazioni sul fiume Po ed è riconducibile a fonti di pressione situate a monte dell'ingresso del Po nel Veneto.
  Per tale provincia, l'azienda sanitaria polesana ha fatto presente che, a far data dal 2016 ad oggi, sono stati eseguiti un totale di 224 campionamenti per la ricerca Pfas, comprensivi di prelievi effettuati presso insediamenti del settore alimentare che utilizzano acqua proveniente da approvvigionamento autonomo dopo trattamento di potabilizzazione. I rapporti di prova della sezione laboratori Arpav, relativi ai prelievi effettuati dal 2016 ad oggi da personale dell'azienda medesima sull'acqua destinata al consumo umano presso le 9 centrali di potabilizzazione ed ai punti significativi delle reti di distribuzione, non hanno evidenziato superamenti dei valori di
performance fissati dall'Istituto superiore di unità. Tutti i valori riscontrati risultano inferiori anche ai recenti limiti più restrittivi stabiliti dalla regione Veneto.
  Sempre secondo quanto riferito dall'azienda sanitaria polesana, mentre l'acqua destinata al consumo umano proveniente da centrali di potabilizzazione che derivano acqua dal fiume Adige ha evidenziato valori di Pfas al di sotto del limite di rilevabilità dello strumento, l'acqua proveniente da centrali che derivano acqua dal fiume Po o da pozzi artesiani golenali ha evidenziato la presenza di Pfas ma non il superamento dei livelli di
performance fissati dall'Istituto superiore di sanità e dalla regione Veneto.
  Per quanto concerne il danno ambientale, a seguito di richiesta da parte del consiglio di bacino Bacchiglione e di dieci comuni interessati dalla contaminazione si è attivata la relativa procedura.
  Il Ministero dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare ha da subito attivato Ispra per l'attività tecnica di competenza ed ha richiesto agli enti locali interessati dalla contaminazione di trasmettere notizie aggiornate in merito alle eventuali iniziative intraprese a seguito dell'emanazione del già richiamato decreto ministeriale del 6 luglio 2016 che fissa i valori soglia da considerare per la classificazione dello stato chimico delle acque sotterranee. È stato inoltre attivato un tavolo tecnico all'interno del sistema nazionale a rete (Snpa), finalizzato ad affrontare i seguenti aspetti: monitoraggio delle acque superficiali e sotterranee; analisi delle pressioni e degli impatti; raccolta dei dati di monitoraggio delle Arpa (Sintai); regolamento
Reach; analisi di siti potenzialmente contaminati; valutazione del danno ambientale.
  Alla luce delle informazioni esposte, si rassicura che il Ministero dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare continuerà a svolgere le proprie attività mantenendo alto il livello di attenzione su questa delicata questione.

Il Ministro dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare: Gian Luca Galletti.


   MASSIMILIANO BERNINI. — Al Presidente del Consiglio dei ministri, al Ministro delle infrastrutture e dei trasporti, al Ministro dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare. — Per sapere – premesso che:

   in data 3 agosto 2015 è stata avviata la procedura d'impatto ambientale e il procedimento per la localizzazione dell'opera per il progetto strada statale 675 «Umbro Laziale» – completamento del collegamento del porto di Civitavecchia con il nodo intermodale di Orte-Monte Romano-Civitaveccchia;

   il progetto è inserito nell'elenco delle infrastrutture strategiche di cui alla delibera Cipe del 21 dicembre 2001 n. 121 come «Trasversale nord Orte-Civitavecchia», in conformità a quanto previsto dalla «legge-Obiettivo» n. 443 del 2001;

   la proponente Anas, nell'ambito della Valutazione di incidenza ambientale ha redatto uno studio di incidenza fermandosi alla fase 1 (screening), concludendo che il tracciato selezionato «non produrrà incidenze significative». Tali conclusioni sono state contestate dalla Commissione tecnica VIA che in data 20 gennaio 2017 ha espresso parere negativo, sottolineando che sarebbe stato necessario passare alle fasi 2, 3 e 4 della Vinca come richiesto dalla Commissione stessa;

   nella risposta all'interrogazione n. 5-12231 del 20 settembre 2017 il Governo, nella persona del sottosegretario Del Basso De Caro, ha dichiarato che, successivamente all'acquisizione del parere negativo di VIA in sede di conferenza di servizi, si è provveduto ad avviare il procedimento di composizione del dissenso presso la Presidenza del Consiglio dei ministri, come previsto dall'articolo 183, comma 6, del decreto legislativo n. 163 del 2006;

   il dipartimento per il coordinamento amministrativo (Dica) della Presidenza del Consiglio dei ministri, incaricato della relativa istruttoria, ha evidenziato che la proposta di approvazione del progetto potrà essere sottoposta all'esame del Cipe solo a seguito dell'eventuale adozione del provvedimento di compatibilità ambientale, demandato, appunto, al Consiglio dei ministri. È stato quindi richiesto al Ministero dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare di fornire eventuali prescrizioni o misure di mitigazione;

   il 14 luglio 2017 la Commissione tecnica di verifica dell'impatto ambientale (Ctvia) ha provveduto a trasmettere il proprio parere n. 2453 del 7 luglio 2017 con cui ha affermato come «non sia possibile elaborare eventuali prescrizioni e misure di mitigazione, come richiesto dalla Presidenza del Consiglio, per la variante progettuale costituita dal tracciato cosiddetto “verde” [...] in quanto gli impatti ambientali che si configurano dall'analisi della documentazione fornita dal proponente sono tali da non poter essere mitigati o compensati»;

   il 1° dicembre 2017, durante il Consiglio dei ministri n. 60 il Governo ha deliberato il provvedimento di compatibilità ambientale del progetto preliminare senza attendere il completamento della Vinca né il relativo parere del Ministero dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare;

   la direttiva 92/43/CEE «Habitat», all'articolo 6, paragrafo 3, prevede che le autorità competenti diano il loro accordo su un piano o progetto «soltanto dopo aver avuto la certezza che esso non pregiudicherà l'integrità del sito» –:

   se il Governo intenda rendere pubbliche le prescrizioni, le osservazioni e le raccomandazioni di cui alla delibera del Consiglio dei ministri (seduta n. 60) del 1° dicembre 2017;

   se il Governo, alla luce di quanto riportato in premessa, intenda assicurare il completamento della Vinca seppure successivamente al provvedimento di compatibilità ambientale, e se, in caso affermativo intenda garantire che tale svolgimento sarà propedeutico alla delibera del Cipe sul tracciato in questione;

   se il Governo abbia stimato i tempi dello svolgimento della citata Vinca e se intenda garantire, durante tutto il processo, la dovuta trasparenza e quindi la pubblicazione degli studi effettuati da Anas (in tutte le loro fasi), così da permettere la partecipazione del pubblico e di tutti gli stakeholder, come sarebbe stato possibile se l'Anas avesse rispettato le richieste della Ctvia quando ancora era in corso la valutazione di impatto ambientale.
(4-18821)

  Risposta. — Con riferimento all'atto di sindacato ispettivo in esame, cui si risponde per delega della Presidenza del Consiglio dei ministri, si forniscono i seguenti elementi di risposta sulla base delle informazioni pervenute dalla Direzione generale per le strade e le autostrade e per la vigilanza e la sicurezza nelle infrastrutture stradali del Ministero delle infrastrutture e dei trasporti e da Anas.
  Occorre premettere che nella seduta del 1° dicembre 2017 il Consiglio dei Ministri ha deliberato, a norma dell'articolo 183, comma 6 del codice dei contratti pubblici (decreto legislativo n. 163 del 2006), il provvedimento di compatibilità ambientale del progetto preliminare per la realizzazione del completamento della strada statale (SS) 675 «Umbro-laziale», asse Orte-Civitavecchia, tratta Monte Romano est — S.S. 1 Aurelia, approvando il tracciato, selezionato da Anas, nel rispetto delle prescrizioni, delle osservazioni e delle raccomandazioni di carattere paesaggistico e ambientale impartite nel corso della conferenza di servizi indetta dal Ministero delle infrastrutture e dei trasporti.
  Anas, pertanto, in sede di redazione del progetto definitivo dell'opera, dovrà recepire le predette prescrizioni, osservazioni e raccomandazioni con riferimento al progetto preliminare nonché sviluppare uno studio d'incidenza ambientale dell'opera, comprensivo della cosiddetta «valutazione appropriata», redatto secondo le prescrizioni di legge, sulla cui base provvederà ad effettuare la valutazione d'incidenza ambientale dell'intervento sul territorio interessato.
  La regione Lazio provvederà, quindi, a verificare lo studio d'incidenza ambientale allegato al progetto definitivo della strada statale 675, anche al fine di individuare possibili ulteriori misure di mitigazione e di compensazione necessarie per la tutela e la salvaguardia delle componenti ambientali e paesaggistiche del territorio in argomento.

Il Viceministro delle infrastrutture e dei trasporti: Riccardo Nencini.


   PAOLO BERNINI. — Al Ministro dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare, al Ministro della salute, al Ministro delle infrastrutture e dei trasporti. — Per sapere – premesso che:

   come si apprende dai media, un daino ferito, il 6 ottobre 2016, ha trovato riparo in un'area verde dello spartitraffico della superstrada Livorno-Pisa-Firenze;

   sempre secondo quanto si apprende dagli organi di stampa, a seguito di una valutazione tra regione, provincia, asl e «una veterinaria» della Lipu è stata presa la decisione di procedere con l'abbattimento dell'animale, anziché di provvedere a soccorrerlo e curarlo come prevede la normativa vigente;

   tale provvedimento, secondo quanto si apprende dalla stampa, sarebbe stato motivato da ragioni di presunta «pericolosità» dell'animale;

   il daino era rimasto ferito in un incidente e per questo avrebbe trovato riparo nello spartitraffico. Appare evidente che ci sia stata omissione di soccorso, per quanto previsto dal nuovo codice della strada che obbliga al soccorso degli animali appartenenti a tutte le specie, sia domestiche che selvatiche da parte di chi lo ha investito, quanto dagli organi preposti alla tutela, soccorso e cura della fauna selvatica;

   le specie selvatiche sono patrimonio indisponibile dello Stato, la cui tutela e soccorso sono demandate alle regioni e alle province, le quali attraverso i centri di soccorso propri o gestiti da associazioni garantiscono l'intervento e il recupero degli animali feriti. È quindi opportuno contattare direttamente la polizia provinciale o il Corpo forestale dello Stato;

   è da rammentare, inoltre, che il veterinario è un libero professionista incaricato di pubblico servizio e che il codice deontologico della professione veterinaria, che consta di un insieme di precetti che la Federazione nazionale degli ordini dei veterinari italiani (FNOVI) ha approvato per regolare il corretto esercizio della professione veterinaria, all'articolo 1 evidenzia: «(...) il rispetto degli animali e del loro benessere in quanto esseri senzienti»; inoltre all'articolo 9 si sottolinea che l'attività del medico veterinario debba esplicarsi «(...) secondo scienza, coscienza e professionalità» e all'articolo 16 si prevede che «Il Medico Veterinario ha l'obbligo, nei casi di urgenza ai quali è presente, di prestare le prime cure agli animali nella misura delle sue capacità e rapportate allo specifico contesto, eventualmente anche solo attivandosi per assicurare ogni specifica e adeguata assistenza»;

   in diversi Paesi, tra cui il Canada, sono in uso specifici dispositivi ad ultrasuoni che fungono da dissuasori per la fauna selvatica, ma anche per cani e gatti in quanto segnalano agli animali l'arrivo dei veicoli. Tali strumenti, economici e di facile applicazione, sono degli strumenti che possono garantire la sicurezza dei passeggeri quanto degli animali;

   considerato che il daino era ferito, non appare idonea, condivisibile e legittima la scelta di abbattimento dell'animale –:

   di quali elementi dispongano i Ministri interrogati in merito all'episodio descritto e, in particolare, in che modo si sia desunta la presunta «pericolosità» dell'animale e se l'abbattimento sia avvenuto nel rispetto di quanto dispone la normativa vigente;

   se i Ministri interrogati non ritengano opportuno valutare iniziative per l'apposizione su ogni moto e autoveicolo di ogni stazza di specifico dispositivo ad ultrasuoni, già in uso per esempio in Canada, che, «avvisando» dell'arrivo degli autoveicoli, funziona come dissuasivo per tutti gli animali selvatici ed anche per cani e gatti e previene efficacemente pericolosi incidenti;

   se i Ministri non ritengano necessario assumere iniziative per istituire un numero unico di riferimento per il soccorso agli animali facilitando così l'intervento, il consolidamento e l'implementazione dei servizi di pronto soccorso veterinario delle asl, una attenta ridefinizione e riorganizzazione dei centri di soccorso per gli animali selvatici e un coordinamento tra tutti gli organismi coinvolti al fine di consentire la corretta applicazione della norma e di porre a regime la sua naturale attuazione.
(4-16603)

  Risposta. — Con riferimento all'interrogazione in esame, relativa all'investimento di un esemplare di daino avvenuto il 6 ottobre 2016 conclusosi con l'abbattimento dell'animale, sulla base degli elementi acquisiti dalla competente direzione generale del Ministero dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare, si rappresenta quanto segue.
  In via preliminare, si fa presente che il fenomeno degli investimenti di specie faunistiche risulta essere ricorrente e coinvolge molte specie animali, in particolare gli ungulati che spesso, nell'attraversare strade o autostrade, provocano incidenti, anche mortali, agli automobilisti in transito.
  L'incidente oggetto dell'interrogazione potrebbe essere uno dei molti casi in cui i veterinari, per porre fine alle sofferenze degli animali feriti gravemente, procedono alla soppressione dei medesimi. Quando necessario, tali operazioni vengono condotte in tutte le regioni secondo procedure codificate che tengono conto della normativa in materia di tutela degli animali.

  Per completezza d'informazione, il Ministero dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare ha comunque richiesto e sollecitato eventuali maggiori dettagli alla regione Toscana, pertanto, qualora dovessero giungere ulteriori elementi informativi sulla questione, si provvederà a fornire un aggiornamento.
  Ad ogni modo, il Ministero dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare, per quanto di competenza, continuerà comunque a svolgere la propria attività di monitoraggio e sollecito, mantenendo alto il livello di attenzione sul tema.

Il Ministro dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare: Gian Luca Galletti.


   PAOLO BERNINI. — Al Ministro dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare, al Ministro della salute, al Ministro delle politiche agricole alimentari e forestali. — Per sapere – premesso che:

   gli orsi sono protetti da varie norme nazionali e internazionali;

   il progetto Life Ursus è iniziato dal 1999 con la reintroduzione di orsi provenienti dall'est Europa con l'obiettivo di ripopolare la zona, ma a farne le spese sono stati gli orsi stessi;

   ormai, da anni, sono emersi i gravi problemi da parte della provincia di Trento nell'attuare forme di tutela e di protezione nei confronti di questi;

   nessuno degli orsi del Trentino ha manifestato comportamenti impropri della specie; si tratta piuttosto di animali che, in determinate condizioni anche di pericolo, hanno messo in atto comportamenti etologicamente normali e perfettamente prevedibili; la definizione di «orsi problematici» è del tetto inadeguata e derivante da presupposto scorretto e gravissimo;

   spesso gli orsi sono stati considerati responsabili di danni che invece non sono loro ascrivibili;

   ad oggi gli orsi morti (accertati) sono 19 di cui 10 uccisi dall'uomo e tra questi 5 ad opera della provincia di Trento e della forestale in operazioni di cattura, 17 quelli non rilevati geneticamente, 2 emigrati e 2 ricatturati e costretti a vivere in cattività. Jurka ha pagato con la reclusione a vita e la sterilizzazione, l'atto di essersi comportata come è naturale che fosse, compiendo qualche scorribanda in relazione alle quali scarsissimi interventi dissuasivi sono stati posti in essere, come invece fu richiesto in modo secco e determinato dallo staff dell'allora Ministro dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare;

   l'uccisione dell'orsa Daniza in provincia di Trento lascia aperti numerosi interrogativi sotto molti aspetti anche in relazione al progetto Life Ursus e il conseguente piano di ripopolamento degli orsi in provincia di Trento;

   si parla ampiamente sulla stampa di gravi lesioni riportate dall'uomo aggredito, ma queste, da quanto è dato sapere, non sono state in alcun modo certificate da perizia medico-veterinaria legale. Così come alcune associazioni sostengono che sia stato il presunto aggredito ad essere l'aggressore dell'orso;

   a sostegno del provvedimento contingibile e urgente la provincia Autonoma di Trento non ha posto in essere alcuna attività istruttoria tesa a verificare anche con perizie medico-veterinarie legali, la veridicità e la coerenza del racconto del soggetto rimasto vittima della presunta aggressione;

   non si comprende da quali elementi comportamentali si sia proceduto a qualificare l'animale «pericoloso» al punto di giustificarne e ordinarne la cattura e financo, ove ritenuto necessario, l'abbattimento;

   la telenarcosi è una tecnica per la cattura degli animali selvatici, da utilizzare nei soli casi in cui non siano possibili una cattura o un contenimento privo di rischi per gli animali stessi e per gli operatori; tecnica praticata con fucile che si annovera tra le armi da sparo, in ossequio a quanto previsto dall'articolo 2 della legge n. 110 del 1975 e che costituisce atto medico che presuppone l'uso di farmaci anestetici (regolamentato dal decreto legislativo n. 193 del 2006) da inocularsi tramite un dardo, come specificato anche da una nota del Ministero della salute in data 13 dicembre 2004. La Corte di cassazione con la sentenza del 3 febbraio 1968 conferma che, ove queste pratiche non siano effettuate da personale medico le stesse vanno ad assumere rilevanza penale ai sensi dell'articolo 348 del codice penale che ai sensi dell'articolo 65 del decreto del Presidente della Repubblica n. 320 del 1954, recante «Regolamento di polizia veterinaria», le inoculazioni devono essere effettuate da medici veterinari –:

   quali siano le ragioni scientifiche, etologiche, veterinarie e comportamentali, debitamente provate ed argomentate da professionisti, che rendano necessarie la cattura dell'orso;

   se vi siano le prove certificate legalmente dal personale medico veterinario che attestino che le lesioni riportate dall'escursionista siano causate da un orso;

   in base a quali presupposti normativi sia possibile rinchiudere l'orso;

   quali specifiche motivazioni ed istruttorie siano alla base dell'ordinanza citata;

   quali soggetti siano autorizzati ad effettuare l'uso della telenarcosi, quale esperienza debbano avere per poter effettuare tale pratica, e quale sia il protocollo anestetico.
(4-18957)

  Risposta. — Con riferimento all'interrogazione in esame, relativa a problematiche legate all’«uccisione» dell'orsa Daniza, sulla base degli elementi acquisiti dalla competente direzione generale del Ministero dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare nonché dagli altri soggetti preposti, si rappresenta quanto segue.
  Come già risposto a precedenti interrogazioni sulla medesima questione, si ritiene opportuno sottolineare, in via preliminare, che il Ministero dell'ambiente ha seguito sin dall'inizio la vicenda Daniza con estrema attenzione e costanza, tramite l'acquisizione costante di informazioni, fornite dalla provincia autonoma di Trento e vagliate con il supporto dell'Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale (Ispra) e del corpo forestale dello Stato (Cfs), nonché con incontri con gli enti preposti ed esperti internazionali di settore, nei limiti delle competenze che l'ordinamento ed il Pacobace piano d'azione interregionale per la conservazione dell'orso bruno nelle alpi centro-orientali) attribuiscono ai vari soggetti pubblici interessati.
  L'ordinanza contingibile e urgente concernente l'orsa Daniza è stata emessa dalla provincia autonoma di Trento il 16 agosto 2014. Il successivo 19 agosto 2014 l'Ispra, su richiesta del Ministero dell'ambiente, ha emesso un parere concernente il comportamento dell'orso, le possibili misure di intervento ed il possibile destino dei due cuccioli. L'Ispra ha definito il comportamento di Daniza non anomalo, in quanto realizzato a difesa dei cuccioli. Ha tuttavia concluso che la cattura per captivazione permanente dell'esemplare dovesse ritenersi tra le azioni previste dal Pacobace in risposta al comportamento registrato, a maggior ragione per il fatto che Daniza era già in precedenza entrata in contatto con esseri umani rendendosi protagonista di cosiddetti «falsi attacchi» sempre in difesa dei propri piccoli, seppur senza conseguenze gravi. L'Ispra ha inoltre precisato che l'eventuale rimozione di Daniza, considerata la consistenza della popolazione di orso nelle alpi centrali, non avrebbe reso indispensabile un rilascio sostitutivo. In merito ai cuccioli, l'Ispra ha invece sottolineato che ne andava evitata la cattura. In caso di captivazione permanente della madre, tuttavia, occorreva un attento monitoraggio degli stessi anche con tecniche radiotelemetriche, al fine di assicurare la tempestiva registrazione di eventuali comportamenti anomali o di condizioni di denutrizione.
  Il Ministero ha prontamente chiesto alla provincia autonoma di Trento, con nota del 20 agosto 2014, una dettagliata relazione e trasmesso le indicazioni dell'Ispra sui cuccioli. Nella lettera, sono stati sottolineati i risultati del progetto di ripopolamento e conservazione dell'orso, ed è stato richiesto di effettuare una specifica considerazione sul destino dei cuccioli, al fine di salvaguardarne la libertà e la sopravvivenza.
  In ogni contatto avuto con la provincia di Trento, il Ministero ha sempre rappresentato la necessità di prestare particolare attenzione alla condizione dei cuccioli in caso di cattura della madre, facendo proprie le indicazioni dell'Ispra e comunicando all'Ente provinciale le note di valutazione del Cfs.
  La provincia di Trento ha inviato la relazione il 1° settembre 2014, confermando la permanenza dei presupposti e delle condizioni per l'esercizio del potere di ordinanza contingibile e urgente. L'ente provinciale ha concluso le operazioni di cattura con l'esito che conosciamo in data 10 settembre 2014.
  Vista la conclusione delle operazioni, l'11 settembre 2014 il Ministero dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare ha chiesto alla provincia di Trento una dettagliata relazione sull'operato della squadra che ha effettuato l'intervento di telenarcosi, anche al fine di valutare il protocollo adottato dagli operatori. Tale relazione è stata acquisita il 16 settembre 2014 e posta al vaglio tecnico di Ispra, che non ha sollevato rilievi di sorta. Con nota del 15 settembre 2014, il Cfs ha informato il Ministero circa le attività svolte dal servizio Cites (convenzione di Washington sul commercio internazionale delle specie di fauna e flora minacciate di estinzione) nell'immediatezza del decesso dell'orsa Daniza, comunicando contestualmente la propria intenzione di non collaborare alla cattura con telenarcosi di altri esemplari di orso in attesa di approfondimenti sulla sicurezza dei protocolli di anestesia. Nell'ambito del procedimento penale aperto a seguito dell'uccisione dell'orsa Daniza, la Procura della Repubblica di Trento ha disposto due autopsie, la prima presso l'Istituto zooprofilattico Sperimentale (Izs) delle Venezie a Legnaro (PD), la seconda presso l'Izs di Grosseto, in quanto Centro di referenza nazionale per la medicina forense veterinaria. La vicenda giudiziaria si è conclusa con provvedimento di archiviazione del Procuratore della Repubblica n. 312/2015 R.G. mod. 45 dd. dell'8 maggio 2015. Il giudice ha accolto la richiesta di oblazione da parte del veterinario, che ha pagato un'ammenda di 2.000 euro, con la quale si estingue il reato.
  L'esito della telenarcosi, inoltre, ha indotto il Ministero a sospendere temporaneamente l'autorizzazione alla cattura di orsi in Veneto e in altre regioni in attesa di verifiche ulteriori sui protocolli di cattura.
  Con riferimento ai due cuccioli di Daniza, sin dal 16 agosto 2014, giorno dell'ordinanza contingibile e urgente della provincia di Trento, è stata posta grande attenzione al destino dei piccoli e sono stati tenuti nel debito conto i pareri dell'Ispra e del Cfs. La scelta di lasciarli in libertà, attentamente monitorati, è stata frutto di attenta valutazione della letteratura scientifica esistente ed ha trovato ampio supporto nei numerosi esperti scientifici internazionali sentiti da Ispra e che da anni seguono con interesse l'intero processo di ritorno degli orsi sulle alpi, evento quest'ultimo riconosciuto come un enorme successo di conservazione da parte delle autorità italiane. Dal mese di settembre 2014, i cuccioli di Daniza, completamente autonomi, sono stati oggetto di monitoraggio sul campo da parte della provincia di Trento, dapprima e fino alla fine di ottobre 2014, con tecniche radiotelemetriche, successivamente, con metodi indiretti. Sono state inoltre intraprese diverse altre iniziative tese a salvaguardarne la libertà e la sopravvivenza (tra cui, confronti e tavoli tecnici con i massimi esperti europei del settore, redazione di linee guida per la gestione dei cuccioli di orso privi della madre, diffusione di depliant informativi, predisposizione di apposita segnaletica stradale luminosa per ridurre i rischi di investimento). Sulla base del costante monitoraggio effettuato dalla provincia autonoma di Trento, dalle notizie disponibili alla data del 19 settembre 2017 (https://grandicarnivori.provincia.tn.it/News/E-F20- figlia-di-Daniza-l-orsa-radiocollarataieri-sera), si riporta che F20, la figlia di Daniza, marcata ancora nel 2014, è stata catturata, radiocollarata e rilasciata la sera del 18 settembre 2017 in Val Genova, mentre il fratello di F20 risultava vivo e presente all'ultimo rilevamento genetico effettuato nel 2016.
  Pare inoltre opportuno soffermarsi sulla ripartizione delle competenze tra le varie Amministrazioni coinvolte nella vicenda al fine di fornire indicazioni utili alla definizione del corretto quadro giuridico entro i cui limiti il Ministero ha operato.
  L'ordinanza contingibile e urgente è uno strumento che il Presidente della provincia può legittimamente adottare, ai sensi dell'articolo 52 del decreto del Presidente della Repubblica n. 670 del 1972, in ragione dell'esistenza di un pericolo concreto per l'incolumità pubblica, al di fuori e indipendentemente delle procedure «ordinarie» di cui al decreto del Presidente della repubblica n. 357 del 1997, come affermato anche dal Consiglio di Stato (confronta, ad esempio consiglio di Stato, Sez. VI, Sentenza 03362/2012). Lo stesso Pacobace, del resto, al paragrafo 3.4.2, riconosce all'amministrazione territorialmente competente il ruolo di soggetto decisore nelle azioni energiche non programmabili in caso di orsi problematici e situazioni critiche.
  Sempre in merito al decesso dell'orsa Daniza, occorre richiamare i limiti posti dal nostro ordinamento alle competenze delle amministrazioni interessate.
  Come affermato in precedenza, infatti, Tar e Consiglio di Stato hanno avuto modo di affermare che la sussistenza di una situazione di pericolo per l'incolumità e la sicurezza pubblica vale a giustificare l'adozione di uno specifico provvedimento
extra ordinem contingibile ed urgente da parte della provincia. In situazioni di questo tipo, dunque, non è prevista alcuna autorizzazione ministeriale, né alcun parere dell'Ispra.
  L'ordinanza contingibile e urgente con la quale è stata adottata la scelta di catturare l'orsa, inoltre, si colloca tra le previsioni del Pacobace (piano d'azione sottoscritto dal Ministero dell'ambiente, province di Trento e di Bolzano, regioni Friuli Venezia Giulia, Lombardia e Veneto, Ispra) concernenti le azioni energiche non programmabili in caso di orsi problematici e situazioni critiche (paragrafo 3.4.2., misure i e j); infatti, «le decisioni per l'attuazione dei provvedimenti previsti per gli orsi problematici e nelle situazioni critiche, sono assunte dall'amministrazione competente per territorio e materia attraverso la propria struttura preposta alla gestione delle specie selvatiche, che viene così a rivestire il ruolo di soggetto decisore».
  Con riferimento al Pacobace ed alla popolazione di orsi del Trentino, Veneto, Lombardia e Friuli Venezia Giulia, va sottolineato che il progetto di reintroduzione dell'orso, estremamente ambizioso, si è dimostrato un successo che ha avuto i massimi riconoscimenti in tutto il contesto internazionale, registrando un incremento della popolazione di orso ben superiore alle previsioni.
  Prima della vicenda Daniza, nessuna modifica unilaterale del Pacobace è mai stata adottata e nemmeno richiesta. Nel corso degli ultimi anni si è verificato un notevole incremento demografico della popolazione dell'orso nelle alpi centro-orientali, con conseguente aumento delle situazioni problematiche, sia in termini di danni diretti causati dai plantigradi, sia di pericolosità, legata all'aumento della frequenza di incontri ravvicinati tra uomo e orso. Ciò ha reso necessaria, anche ai fini di una migliore accettazione sociale della specie, una gestione più rapida ed efficace di quei singoli individui cosiddetti «problematici», responsabili di una rilevante quota dei danni economici e delle situazioni di pericolo più significative.
  Le amministrazioni responsabili dell'attuazione del Pacobace, su iniziativa della provincia di Trento, hanno quindi concordato con il Ministero dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare Ispra una modifica del capitolo 3 del piano d'azione, che definisce l’«orso problematico» in maniera più precisa, prevedendo inoltre, nell'ambito della definizione del grado di problematicità dei possibili comportamenti di un orso e relative azioni possibili (tabella 3.1), l'inclusione della categoria «orso che provoca danni ripetuti a patrimoni per i quali l'attivazione di misure di prevenzione e/o di dissuasione risulta inattuabile o inefficace» tra quelle per le quali può essere consentita l'attivazione di azioni energiche comprese la cattura per captivazione permanente e l'abbattimento. Ferme restando tutte le azioni di dissuasione che dovranno essere poste in essere secondo la normativa vigente, è mantenuta invariata l'obbligatorietà della richiesta di autorizzazione al Ministero per ogni intervento di rimozione. Tale modifica, formalmente approvata dalle amministrazioni coinvolte, è stata resa esecutiva con decreto direttoriale Prot. 0015137 Pnm del 30 luglio 2015.
  Benché gli interventi di gestione della fauna e quindi degli orsi sono di competenza regionale ovvero delle province autonome, la conservazione e gestione degli orsi è, comunque, oggetto di costante contatto e confronto del Ministero dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare con la provincia, con il supporto di Ispra, anche secondo quanto previsto nell'ambito del Pacobace. In tal senso, si segnala che dal 2015 è stata formalmente istituita una commissione tecnica fra il Ministero dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare, la provincia autonoma di Trento e Ispra sulla gestione dell'orso e dei grandi carnivori e che da allora la commissione si incontra regolarmente e affronta tutte le questioni relative alla gestione e conservazione dell'orso.
  In relazione alla presenza di cuccioli e alla loro gestione, si riporta che nell'ambito dell'attuazione del Pacobace sono state definite anche delle linee guida per la gestione di cuccioli di orso privi della madre. Dalle informazioni acquisite alla data del 4 ottobre 2017 la provincia si sta attenendo alle citate linee guida.
  Della questione sono interessate anche altre amministrazioni territorialmente competenti, pertanto laddove dovessero pervenire nuovi elementi informativi, si provvederà ad un aggiornamento.
  Ad ogni modo, si rassicura che il Ministero dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare per quanto di competenza, continuerà a svolgere la propria attività, senza ridurre il livello di attenzione sulla questione.

Il Ministro dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare: Gian Luca Galletti.


   PAOLO BERNINI. — Al Ministro dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare, al Ministro della salute, al Ministro delle politiche agricole alimentari e forestali, al Ministro della difesa. — Per sapere – premesso che:

   la condizione nella quale sono i cuccioli dell'orsa KJ2, a seguito della sua uccisione, ha posto gli animali in situazione di difficoltà, fatica e stress psico-fisico. I cuccioli di orso bruno, infatti, in natura possono vivere con la madre dai due fino ai quattro anni durante i quali imparano le tecniche di sopravvivenza, quale cibo sia di maggiore valore nutrizionale e come procurarselo: essi imparano anche come cacciare, pescare e difendersi. Tali sono gli apprendimenti degli stessi nel corso dello sviluppo, tramite processi imitativi, durante tutto il periodo di vita condiviso con la madre. È evidente come, per cause forzate, ai cuccioli verranno a mancare queste necessarie fasi di crescita e di naturale sviluppo e acquisizione di tutti i pattern comportamentali che ogni orso cresciuto con la propria madre avrebbe;

   le orse proteggono i loro cuccioli, spaccano loro i tronchi di legno nei quali sono contenuti le tane degli insetti di cui si nutrono, li conducono in luoghi di alimentazione distanti dalla tana e che i cuccioli frequenteranno talvolta da adulti. Le madri costruiscono in autunno le tane nelle quali scaldare i cuccioli nella stagione invernale;

   è altrettanto evidente che trattandosi di cuccioli molto giovani, questi non siano in grado di gestirsi completamente da soli, procacciandosi il cibo in modo sufficiente o difendersi da altri orsi maschi o da lupi, potenziali loro predatori;

   più di una ricerca effettuata su cuccioli orfani di orso bruno ha dimostrato che è necessario mettere a disposizione cibo agli orsi orfani, con particolari specifiche metodiche, affinché il cibo non sia ricollegato alla presenza e alla figura umane, per poter consentire un regolare approvvigionamento alimentare, soprattutto con l'avvicinarsi del letargo, e la sopravvivenza;

   un'altra ricerca dimostra l'esigenza di aiutare gli orsi con cibo supplementare;

   il cofattore fondamentale per un'alta percentuale di sopravvivenza di cuccioli di orso bruno rimasti orfani è quindi l'accesso a cibo supplementare, oltre alla disponibilità di un vasto areale di territorio che mitigherebbe la possibilità di attacco da parte di predatori (orsi maschi, lupi). La medesima ricerca suggerisce di ricorrere ad una madre adottiva, soprattutto qualora gli orfani fossero ancora nella fase di allattamento, poiché con una elevata percentuale di successo le orse possono adottare e gestire anche fino a sei orsetti quando vi sia sufficiente cibo a disposizione, naturalmente presente o fornito su tutto il territorio, per consentire non solo alla madre ma anche a tutti i cuccioli, di crescere regolarmente;

   per quanto sopra descritto appare evidente all'interrogante che sussistano i presupposti per rilevare una cattiva gestione a cui i cuccioli sono stati sottoposti, in ragione della privazione della madre in tempi prematuri e con modalità drammatiche; gli stessi, stanno conseguentemente subendo gravi danni, sia sotto il profilo etologico che sotto il profilo fisico;

   la scienza suggerisce che i piccoli possono vivere anche fino ai 4 anni con la madre; se ne deduce il grado di rilevanza di questa relazione e la necessità imprescindibile che per la corretta e sana formazione socio-etologica si consenta a questo importante rapporto di svilupparsi in modo naturale –:

   se e quali iniziative i Ministri interrogati intendano assumere, per quanto di competenza, per garantire la sopravvivenza dei cuccioli e la loro tutela;

   se i Ministri non intendano assumere iniziative per affidare la gestione dei cuccioli al nucleo forestale del Comando dei carabinieri che, tramite un coordinatore, possa provvedere a costituire un pool di esperti per valutare le migliori soluzioni per garantire la sopravvivenza e la tutela dei cuccioli in natura con ogni dovuta precauzione;

   se i Ministri siano a conoscenza delle esperienze di gestione in natura di cuccioli di orso bruno riportate anche dalla letteratura scientifica, esperienze da cui si può attingere per la realizzazione immediata di un piano di azione e messa sicurezza degli stessi.
(4-18963)

  Risposta. — Con riferimento all'interrogazione in esame, sulla base degli elementi acquisiti dalla competente direzione generale del Ministero dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare, nonché dalla provincia autonoma di Trento, si rappresenta quanto segue.
  In via preliminare si evidenzia che una sintesi delle attività condotte dalla provincia autonoma di Trento, inclusa l'attività di informazione e formazione per le scuole e per tutti i cittadini è ricavabile dal sito www.orso.provincia.tn.it/, oltre che dal rapporto annuale che la provincia produce per informare sull'intero progetto di reintroduzione e conservazione dell'orso, disponibile anch'esso sul sito.
  Un monitoraggio scientifico degli orsi bruni viene costantemente realizzato dalla provincia autonoma di Trento. I risultati di tale monitoraggio sono riportati ogni anno nel sopracitato e dettagliato rapporto pubblico. Ciononostante, data la natura elusiva degli orsi e i concreti rischi derivanti da ogni operazione di cattura sia per gli operatori che per gli orsi, non risulta tecnicamente possibile munirli tutti di radio collare. L'applicazione dei collari viene praticata in tutte le occasioni in cui risulta possibile, con particolare riferimento agli orsi che, per diversi motivi, si trovano nelle aree in cui è più probabile un'interazione con l'uomo o con attività umane. Questo vale peraltro per tutte le popolazioni di orso al mondo. Il monitoraggio con telemetria Gps e Vhf costituisce, tuttavia, assieme al monitoraggio genetico, uno dei principali strumenti di gestione degli orsi presenti in provincia di Trento.
  Come già risposto a precedenti interrogazioni sulla medesima questione, si rappresenta che, in data 22 luglio 2017 si è verificata l'aggressione di un uomo da parte di un orso, successivamente determinata su base genetica come l'orsa KJ2, già responsabile di due aggressioni nel 2015 oltre ad una serie di falsi attacchi (aggressioni da parte dell'orso nelle quali non vi è però stato contatto fisico con la vittima). Il tipo di comportamento registrato il 22 luglio 2017 rientra tra i più gravi nella tabella sul grado di pericolosità degli orsi e dei relativi interventi, come codificata nel piano d'azione per conservazione dell'orso bruno nelle Alpi centro-orientali (Pacobace), e in questo caso le azioni previste includono l'opzione della cattura o dell'abbattimento dell'individuo.
  Si fa presente inoltre che la provincia autonoma di Trento ha immediatamente informato il Ministero dell'ambiente e in data 24 luglio 2017 il Presidente della provincia ha formalmente riferito sulla vicenda informando di aver adottato un'ordinanza contingibile e urgente per la sicurezza pubblica, nella quale si ordina il monitoraggio intensivo dell'area, l'identificazione rapida dell'esemplare, la sua rimozione attraverso cattura o abbattimento in funzione delle circostanze di tempo e luogo sussistenti al momento.
  Si specifica che l'ordinanza contingibile e urgente in questione è un atto autonomo della provincia autonoma di Trento, cui il Ministero dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare non ha alcun titolo per opporsi. Si ricorda inoltre che il Ministero impugnò una analoga ordinanza della provincia contro l'orsa DJ3. In tale occasione, con sentenze n. 70 del 24 febbraio 2012 del TAR di Trento e n. 3362 del 31 maggio 2013 del Consiglio di Stato, venne confermata la validità dell'ordinanza della provincia autonoma di Trento.
  Pertanto, per autonoma decisione della provincia, l'orsa KJ2 è stata abbattuta in data 12 agosto 2017 sulla base dei presupposti dell'ordinanza. A tal proposito, la provincia ha evidenziato le esigenze di sicurezza ed incolumità pubblica, in quanto non era possibile prevedere i tempi necessari per addivenire alla cattura a scopo di captivazione, come auspicato in più occasioni dal Ministero dell'ambiente.
  Relativamente ai cuccioli di KJ2, si evidenza che recenti immagini degli animali sono state registrate a settembre-ottobre 2017 nel gruppo del monte Bondone (https://grandicarnivori.provincia.tn.it/Video/Orso/Cuccioli-di-Kj2).
  È opportuno inoltre ricordare come gli interventi di gestione della fauna e quindi degli orsi sono di competenza regionale ovvero delle province autonome.
  La conservazione e gestione degli orsi è, comunque, oggetto di costante contatto e confronto del Ministero dell'ambiente con la provincia, con il supporto di Ispra, anche secondo quanto previsto nell'ambito del Pacobace.
  Si segnala, altresì, che dal 2015 è stata formalmente istituita una commissione tecnica fra il Ministero dell'ambiente, la provincia autonoma di Trento e Ispra sulla gestione dell'orso e dei grandi carnivori e che da allora la commissione si incontra regolarmente e affronta tutte le questioni relative alla gestione e conservazione dell'orso.
  In relazione alla presenza di cuccioli e alla loro gestione, si riporta che nell'ambito dell'attuazione del Pacobace sono state definite anche delle linee guida per la gestione di cuccioli di orso privi della madre. Dalle informazioni acquisite alla data del 4 ottobre 2017 la provincia si sta attenendo alle citate linee guida.
  Della questione sono interessate anche altre amministrazioni territorialmente competenti, pertanto laddove dovessero pervenire nuovi elementi informativi, si provvederà ad un aggiornamento.
  Ad ogni modo, si rassicura che il Ministero dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare per quanto di competenza, continuerà a svolgere la propria attività, senza ridurre il livello di attenzione sulla questione.

Il Ministro dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare: Gian Luca Galletti.


   PAOLO BERNINI. — Al Ministro dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare, al Ministro delle politiche agricole alimentari e forestali, al Ministro della salute. — Per sapere – premesso che:

   i media riportano un ulteriore fatto di cronaca gravissimo avvenuto di recente a Radicofani (Si) e che segnala la dimensione del dramma che riguarda l'uccisione di lupi che sta avvenendo indisturbata anche e soprattutto in Toscana;

   nello specifico, a Radicofani, due lupi impiccati sono stati legati al cartello di ingresso della città, come già avvenuto in altre circostanze, come ad esempio a Scansano;

   pochi giorni fa un ennesimo episodio similare è avvenuto in provincia di Rieti;

   già in precedenti interrogazioni l'interrogante ha evidenziato come questa deriva inaccettabile e questo attacco al patrimonio indisponibile dello Stato siano un fenomeno recrudescente, anche a causa di impropri e inadeguati progetti sul territorio che, anziché risolvere le conflittualità, le hanno acuite, favorendo questi episodi macabri ed inaccettabili per un Paese civile;

   infatti, si riscontrano episodi di uccisione dei lupi in aumento. Si rammenta che il lupo è patrimonio indisponibile dello Stato (secondo la ratio della legge n. 968 del 27 dicembre 1977 che ha elevato la fauna selvatica da «res nullius» a «res communitatis», cioè «patrimonio indisponibile dello Stato») e si tratta quindi di una specie particolarmente protetta da numerose normative nazionali ed internazionali;

   laddove sono state messe in pratica una serie di azioni «con l'uso di appropriati strumenti di prevenzione si riesce a minimizzare il conflitto tra predatori e zootecnia. Per esempio l'amministrazione provinciale di Firenze è impegnata fin dal 2005 in un progetto di prevenzione che ha portato alla riduzione della predazione del 90 per cento» (fonte Dottor Duccio Berzi «Tecniche, strategie e strumenti per la prevenzione dei danni da predatori al patrimonio zootecnico», Centro per lo studio e la documentazione sul lupo);

   secondo i dati del progetto «LIFE Medwolf» (LIFE11 NAT/IT/069), realizzato in Toscana, tra le aziende che hanno denunciato danni da predazione da canidi nel 2014, il 98 per cento di queste possiede allevamenti e pascoli non vigilati da pastori, il 57 per cento non ha cani da pastore-guardiania e solo il 41 per cento ha due cani ogni 500 pecore, l'85 per cento non ha recinzioni per prevenire l'attacco da parte di predatori;

   il progetto sopraccitato, sulla base del registro ufficiale delle predazioni, riporta che solo lo 0,3 per cento è la reale percentuale del patrimonio zootecnico ovino colpito dalla predazioni nel 2014, nell'ambito territoriale preso in considerazione dall'indagine scientifica;

   la presenza del lupo è un inequivocabile segnale positivo per tutto l'ecosistema e per la biodiversità, è quindi un indicatore biologico, in qualità di top predator, di un ambiente ecologicamente sostenibile;

   si è registrata la chiara posizione della Commissione europea che nell'aprile 2014 (E-002258-14) ha espresso la sua viva preoccupazione nei confronti degli atti di bracconaggio dei lupi, considerandolo «una minaccia per la salute dell'ambiente naturale, in particolare per il conseguimento degli obiettivi della direttiva "Habitat" e del primo obiettivo della strategia dell'UE per la biodiversità» –:

   se e quali iniziative i Ministri intendano assumere per la prevenzione di altri gravi atti di bracconaggio, anche in considerazione della perdita di patrimonio indisponibile dello Stato, e se a tal fine abbiano intenzione di assumere iniziative per ottenere il dovuto risarcimento, nonché per costituirsi parte civile negli eventuali procedimenti penali;

   se e quali iniziative intendano assumere i Ministri interrogati in relazione al grave danno causato dall'uccisione di un gran numero di lupi (considerato che gli esemplari rinvenuti rappresentano presumibilmente una minima parte di quelli uccisi realmente), vista la protezione speciale di cui gode la specie e anche alla luce del grave danno all'immagine – nazionale e internazionale – che si determina e del rischio di boicottaggio dei prodotti agricoli che risulterebbe esser stato prospettato da alcune associazioni.
(4-18975)

  Risposta. — Con riferimento all'interrogazione in esame, relativa alla gestione e tutela del lupo in Italia, sulla base degli elementi acquisiti dalla competente direzione generale del Ministero dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare, si rappresenta quanto segue.
  In via preliminare, si premette che il Governo, consapevole delle problematiche connesse, si è attivato da circa due anni per aggiornare il piano d'azione del lupo.
  In via generale, sono diversi i progetti Life, finanziati dalla Commissione europea, conclusi o ancora in corso, finalizzati alla gestione della specie e delle problematiche ad essa connesse: Wolfalps (Alpi), M.I.R.C.O. (Parco Nazionale dell'Appennino Tosco-Emiliano e Parco Nazionale del Gran Sasso e dei Monti della Laga), Ibriwolf (Provincia di Grosseto), Wolfnet (Parco nazionale del Pollino, Parco nazionale della Majella, Parco Nazionale delle Foreste Casentinesi, Monte Falterona e Campigna (provincia dell'Aquila), Medwolf (provincia di Grosseto e Portogallo).
  Più recentemente, è stato commissionato a 70 esperti, con il contributo di Ispra e dell'Unione zoologica italiana (UZI), la redazione di un piano di conservazione e gestione del lupo in Italia. Il Piano prevede il ricorso a diverse azioni. Un'intera parte del piano è dedicata a 22 azioni per la gestione; tra queste, le azioni di prevenzione e contrasto delle attività illegali, le azioni per prevenire la presenza di cani vaganti e l'ibridazione lupo-cane, le azioni per la prevenzione e la mitigazione dei conflitti con le attività zootecniche, la predisposizione di strutture di captivazione di lupi e, da ultimo, l'applicazione di deroghe al divieto di rimozione di lupi dall'ambiente naturale successivamente alla verifica del rispetto di rigorosi presupposti, condizioni, limiti e criteri di applicazione.
  Tali prerequisiti consistono nella richiesta di deroga avanzata dall'amministrazione regionale, che quindi ha il pieno controllo sull'attivazione del processo; la documentazione prodotta dalla regione che attesti lo stato favorevole della popolazione del lupo e la non incidenza della deroga sulla conservazione della popolazione stessa; la documentazione prodotta dalla Regione che attesti la messa in opera delle più idonee misure di prevenzione e di controllo del randagismo canino; la documentazione prodotta dalla regione che attesti l'assenza di altre soluzioni valide; la documentazione prodotta dalla regione sull'attuazione delle misure di competenza previste dal piano.
  Sulla base di quanto detto, Ispra è chiamata ad una valutazione caso per caso e deve accertare la sussistenza di tali requisiti e la piena rispondenza delle condizioni fissate dalla normativa vigente per questo tipo di deroga.
  Solo a seguito del parere di Ispra, il Ministero può autorizzare la rimozione di singoli individui, in un contesto che deve mantenere un carattere di eccezionalità.
  Pertanto, i passaggi sopra rappresentati evidenziano che si tratta di un procedimento amministrativo molto elaborato, che è sottoposto ad un parere dell'ISPRA e che non costituisce un automatico riconoscimento della deroga.
  Per questo motivo, stime recenti della dimensione della popolazione invernale alpina di lupo ottenute dai rilievi del citato progetto Life Wolfalps, indicano una consistenza compresa tra 100-130 individui. A questi va aggiunta la popolazione appenninica stimata, attraverso un metodo deduttivo basato sulle attuali migliori conoscenze di cinque parametri biologici, in un valore mediano di 1.580 animali con una valutazione dell'incertezza associata compresa tra 1.070 e 2.472 (Boitani & Salvatori, 2015).
  Valori simili sono stati estrapolati tramite una revisione sistematica della bibliografia condotta da Galavemi nel 2015 che riportano un valore complessivo per il territorio italiano compreso tra un minimo di 1.269 individui ed un massimo di 1.800.
  L'attivazione di un sistema organico di monitoraggio del carnivoro a scala nazionale rappresenta la principale priorità d'azione identificata dal piano d'azione nazionale per la conservazione del lupo (Genovesi, 2002). Un'adeguata conoscenza dei più importanti parametri di popolazione e dei danni che questo predatore provoca agli allevamenti rappresenta la necessaria premessa per mettere a punto più efficaci strumenti di intervento per la conservazione della specie e per l'attenuazione dei conflitti con l'uomo. La realizzazione di un programma nazionale di monitoraggio è inoltre espressamente prevista dal decreto del Presidente della Repubblica n. 357 del 1997.
  Per quanto riguarda le iniziative adottate al fine di garantire un equilibrio che limiti le situazioni di conflitto con le attività produttive, è opportuno evidenziare come diverse azioni siano state adottate a partire dagli anni ’70, finalizzate alla conservazione del lupo, che hanno compreso sia misure legislative adottate dalle amministrazioni locali, sia programmi di conservazione promossi dalle amministrazioni locali, dagli enti gestori di aree protette, da ONG e da istituti di ricerca pubblici.
  Al fine di prevenire i conflitti del lupo con la zootecnia, diverse amministrazioni promuovono la messa in opera di strumenti di prevenzione dei danni, anche attraverso il finanziamento di recinzioni per la stabulazione notturna delle greggi. A titolo di esempio, si cita la Regione Piemonte che, in collaborazione con la provincia di Torino ed i parchi di Salbentrand e delle alpi marittime, ha attivato il programma "Il lupo in Piemonte: azioni per la conoscenza e la conservazione della specie, per la prevenzione dei danni al bestiame domestico e per l'attuazione di un regime di coesistenti stabile tra lupo e attività economiche". Tale programma, cofinanziato dall'Unione Europea tramite il programma Interreg, si è articolato nelle seguenti attività principali: monitoraggi, ricerca, informazione e preparazione.
  Analogamente, la regione Emilia-Romagna ha cofinanziato un programma Life per la conservazione del lupo in dieci siti di Interesse Comunitario (SIC) ricadenti all'interno di tre Parchi regionali e del Parco nazionale dell'Appennino Tosco-Emiliano, di più recente istituzione. Il progetto prevede il monitoraggio del lupo e delle popolazioni preda, la messa in opera di sistemi di prevenzione dei danni, la sensibilizzazione delle popolazioni locali e la produzione di linee guida per una corretta gestione del lupo. Il Parco nazionale del Pollino ha promosso un progetto intensivo di quattro anni di ricerca finalizzato a definire consistenza numerica, distribuzione, struttura spaziale e sociale, uso del territorio e dell'habitat, dispersione, alimentazione, impatto sulla zootecnia. Parallelamente, l'Ente Parco ha cofinanziato un programma Life triennale, in collaborazione con il WWF, volto al controllo del randagismo canino, alla messa in opera di strumenti di prevenzione (recinzioni elettrificate e cani da guardiania) e a promuovere una migliore opinione sul lupo da parte delle popolazioni locali.
  La nuova stesura del piano per il lupo è stato il frutto di un intenso lavoro di mediazione del Ministero, che ha accolto larga parte delle richieste pervenute dalle Regioni. Il testo, andato in discussione in Conferenza Stato-Regioni il 6 dicembre 2018, prevedeva la sospensione per due anni della decisione sulla possibilità del ricorso alle deroghe per il prelevamento dei lupi. Altra novità era il coordinamento nazionale per le azioni di monitoraggio della specie, su cui il Ministero aveva previsto di impegnare un milione e mezzo di euro fino al 2020. L'obiettivo era quello di arrivare quanto prima a dotare il Paese delle 22 azioni contenute nel piano, scritte dai massimi scienziati ed esperti in materia. Il Piano per il lupo è necessario alla salvaguardia della specie dal fenomeno del bracconaggio e a migliorare attraverso un percorso per fasi la convivenza tra uomo e lupo.
  Tuttavia, si segnala che piano non è stato ancora approvato presso la conferenza Stato-Regioni poiché, nella riunione convocata il 6 dicembre 2018, è stata nuovamente rinviata ogni decisione in merito all'adozione del piano medesimo.
  Come anche accennato sopra, per quanto riguarda le risorse economiche, la nuova stesura del Piano prevedeva impegni del Governo, mentre per quanto riguarda la prevenzione e gli indennizzi dei danni da lupo si ricorda che queste sono di competenza delle regioni, che a tal fine possono avvalersi anche dei fondi europei.
  Della questione sono interessate anche altre amministrazioni territorialmente competenti, pertanto laddove dovessero pervenire nuovi elementi informativi, si provvederà ad un aggiornamento.
  Ad ogni modo, si rassicura che il Ministero dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare per quanto di competenza, continuerà a svolgere la propria attività, senza ridurre il livello di attenzione su tale importante questione.

Il Ministro dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare: Gian Luca Galletti.


   STELLA BIANCHI. — Al Ministro dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare, al Ministro della salute, al Ministro del lavoro e delle politiche sociali. — Per sapere – premesso che:

   l'impianto di trattamento meccanico-biologico (Tmb) di proprietà dell'Ama, situato a Roma in via Salaria 981 è da anni al centro di costanti proteste da parte dei cittadini residenti nella zona a causa dei miasmi e delle esalazioni provenienti dallo stesso che è di proprietà di Ama; si tratta di esalazioni che invadono, tra gli altri, i quartieri di Villa Spada, Fidene, Colle Salario, Nuovo Salario;

   nel sito vengono trattati rifiuti indifferenziati attraverso procedure meccaniche e processi biologici con i quali la frazione di rifiuti umida viene separata da quella secca. L'impianto non è in grado di smaltire rapidamente l'enorme quantità di rifiuti che viene conferita giornalmente, con la conseguenza che i rifiuti indifferenziati si accumulano all'interno del deposito trasformandolo a tutti gli effetti in una discarica. Va poi precisato che nell'impianto si svolge un lungo processo di fermentazione che dura 28 giorni. L'odore pestilenziale che si produce si diffonde nelle zone limitrofe densamente popolate, causando forti disagi, particolarmente forti per chi vive a ridosso dell'impianto che si trova a soli 50 metri dalla prima casa e a 150 metri dall'asilo;

   le associazioni sindacali hanno più volte denunciato lo stato di abbandono dell'impianto e la totale assenza di ogni forma di manutenzione. Mancano al suo interno sistemi di aereazione e di aspirazione delle polveri adeguati e di copertura dei rifiuti, mentre la sala manovra non sarebbe pressurizzata e le norme di sicurezza non verrebbero rispettate;

   tali carenze infrastrutturali si ripercuotono sulla salubrità delle zone circostanti e sulla salute dei cittadini e mettono a repentaglio la sicurezza degli addetti ai lavori. All'interno dell'impianto Tmb Ama di via Salaria si sono, infatti, verificati numerosi incidenti. L'ultimo è avvenuto nel luglio 2017 quando il braccio di un mezzo meccanico, che stava movimentando i rifiuti all'interno della fossa di scarico della struttura, ha urtato inavvertitamente contro il soffitto, causando il distaccamento di un pannello in cemento, caduto poi contro la portiera del mezzo;

   più volte è stata annunciata la chiusura del Tmb Ama di via Salaria e la sua riconversione, sempre rimandate. Da ultimo, l'amministrazione capitolina guidata dalla sindaca Raggi ha annunciato la sua chiusura entro il 2019 a condizione che la quota della raccolta differenziata raggiunga il 70 per centro: obiettivo che, allo stato attuale, appare estremamente difficile da raggiungere. L'attuale amministrazione capitolina guidata dalla sindaca Raggi ha inoltre di fatto cancellato i piani previsti dall'amministrazione precedente senza che questi fossero sostituiti da un piano industriale della nuova gestione di Ama in grado di garantire concretamente il rafforzamento dell'autonoma nella gestione del ciclo dei rifiuti e dunque il percorso necessario per arrivare alla chiusura del Tmb Ama di via Salaria –:

   quali iniziative, per quanto di competenza, il Governo intenda intraprendere al fine di monitorare le segnalate criticità dell'impianto Tmb Ama di via Salaria e dell'area su cui esso insiste, anche promuovendo una verifica da parte del comando dei carabinieri per la tutela dell'ambiente, nell'ottica di assicurare la piena legalità, l'efficienza e il rispetto della tutela ambientale, della sicurezza dei lavoratori e della salute dei cittadini.
(4-17800)

  Risposta. Con riferimento all'interrogazione in esame, relativa all'impianto Tmb Ama di via Salaria (Roma), sulla base degli elementi acquisiti; si rappresenta quanto segue.
  In via preliminare si evidenzia che le problematiche attinenti alla gestione dei rifiuti di Roma, devono essere inquadrate nell'ambito della più complessa tematica del ciclo dei rifiuti dell'intera regione Lazio. Ad ogni modo, la rilevanza istituzionale delle questioni attinenti Roma Capitale, e l'esistenza della procedura di infrazione comunitaria 2011/4021 — causa C — 323/13, hanno reso necessario l'intervento di questo Dicastero per il superamento delle criticità.
  A seguito delle problematiche occorse già nell'estate 2016 nel Lazio ed in particolar modo a Roma, il Ministero dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare, nell'ambito delle competenze attribuite in merito alla vigilanza sulla corretta applicazione delle norme comunitarie e nazionali sul ciclo dei rifiuti, ha provveduto, con nota del 2 agosto 2016, a richiedere agli uffici regionali competenti i dovuti e necessari controlli sull'impiantistica regionale, con il supporto di Arpa Lazio.
  Con nota del 4 agosto 2016, la regione Lazio ha riscontrato la richiesta di questo Dicastero, rappresentando di aver richiesto ad Arpa Lazio di procedere ad una verifica degli impianti al fine di predisporre la richiesta relazione riepilogativa.
  Ai fini dell'esaustività delle verifiche, questo Ministero ha inviato all'amministrazione regionale ulteriori solleciti e richieste di integrazione dei controlli rispettivamente con note del 6 settembre 2016, del 16 novembre 2016, del 23 gennaio 2017, del 2 febbraio 2017 e del 29 marzo 2017.
  A seguito delle note vicende giudiziarie che hanno portato al sequestro in diversi impianti del territorio regionale del Lazio, le criticità nella gestione del ciclo dei rifiuti della Capitale si sono riproposte anche a ridosso dell'estate 2017, rendendo necessario il contributo di questo Ministero che ha avviato i lavori del Tavolo di coordinamento assieme alla regione Lazio ed al comune di Roma capitale nel tentativo di individuare le opportune soluzioni al sistema gestionale ed impiantistico di riferimento.
  Ad ogni modo si fa presente che, tra le competenze attribuibili al Ministero dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare, non rientrano anche quelle di indagine tecnica ed ispettiva su tutti gli impianti di gestione e smaltimento dei rifiuti, specificatamente attribuite agli enti territoriali e di controllo competenti che, nel caso specifico, si sono prontamente attivati anche su impulso del Ministero.
  Per quanto attiene in particolare l'impianto TMB Salario, la direzione regionale Governo del ciclo rifiuti della regione Lazio segnala che con nota del 31 luglio 2015 ha dato avvio al procedimento di riesame dell'AIA., al fine di sottoporre a nuova valutazione lo schema di flusso delle attività di impianto e di conseguenza le tipologie di rifiuti producibili dallo stesso. A tal riguardo si sono tenute tre sedute di conferenza dei servizi in data 2 dicembre 2015, 1o giugno 2016 e 3 maggio 2017, nel corso delle quali, tra le altre cose, AMA s.p.a. è stata chiamata a produrre un nuovo Piano di Monitoraggio e Controllo da sottoporre al previsto parere di Arpa Lazio ai sensi dell'articolo 29-
quater, comma 6, del decreto legislativo n. 152 del 2006.
  In particolare, nel corso dell'ultima seduta, si sono informati i partecipanti che Arpa Lazio con nota dell'11 aprile 2017 ha richiesto che AMA Spa riproduca ex-novo non solo la predetta nuova proposta del piano di monitoraggio e controllo, bensì tutta la documentazione prevista alla base dell'AIA. In ordine a ciò Ama Spa ha trasmesso presso gli uffici dell'area ciclo rifiuti, con nota del 10 luglio 2017, la nuova proposta del piano di monitoraggio e controllo. Ad ogni modo ARPA Lazio, in data 21 luglio 2017 ha dichiarato di non essere in grado di esprimere il parere previsto sul PMeC in questione. Allo stato il procedimento è ancora in corso.
  La stessa direzione regionale Governo del ciclo rifiuti della regione Lazio comunica inoltre che in data 18 maggio 2017, su segnalazione del Comitato cittadino del quartiere Fidene, l'area ciclo rifiuti della regione ha incaricato Arpa Lazio di effettuare un'ispezione straordinaria sull'istallazione in questione, al fine di verificare la corretta gestione dello stesso con particolare rispondenza alle prescrizioni e condizioni della vigente A.I.A. A seguito di ciò, ARPAL ha fornito, con propria nota del 1° giugno 2017 apposita relazione dalla quale sono emerse talune inadempienze gestionali da parte di AMA Spa nella conduzione dell'istallazione in questione. Tali inadempienze sono state sanzionate a norma dell'articolo 29-
decies, comma 9 del decreto legislativo n. 152 del 2006. Si segnala altresì che in data 23 giugno 2017 è stato richiesto di riferire circa taluni "imprevisti" segnalati con la medesima relazione. Di detta diffida, così come previsto, ne è stata data comunicazione 211’ Autorità Giudiziaria, e in data 4 luglio 2017 AMA Spa la riscontrava.
  In seguito, la stessa Arpal ha effettuato un nuovo sopralluogo in data 8!agosto 2017 dal quale sono risultati ancora anomalie nella corretta gestione del sito. In merito a ciò, l'AMA spa, con nota dell'11 settembre 2017, riferiva di aver svuotato l'area di conferimento dei RSU dell'impianto in questione, e di aver proceduto a pulirle e disinfestarle in data 26 agosto 2017.
  Al riguardo, si fa presente comunque che la direzione governo del ciclo dei rifiuti della regione Lazio, quale autorità competente, ha provveduto a inviare l'impianto a riesame proprio per intervenire sull'autorizzazione ambientale e contestualmente ha provveduto a richiedere più volte verifiche all'Arpa Lazio, diffidando in via amministrativa e procedendo alla segnalazione all'autorità giudiziaria laddove sono emerse problematiche diverse.
  Si rassicura in ogni caso che il Ministero dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare, per quanto di competenza, prosegue nella sua azione costante di monitoraggio senza ridurre in alcun modo lo stato di attenzione su tale importante tematica.

Il Ministro dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare: Gian Luca Galletti.


   BIANCOFIORE. — Al Presidente del Consiglio dei ministri, al Ministro delle infrastrutture e dei trasporti, al Ministro dell'economia e delle finanze. — Per sapere – premesso che:

   la A22 è una delle 10 concessionarie a maggioranza pubblica: l'83 per cento è in mano agli enti locali di Trentino, Alto Adige, Veneto, Lombardia ed Emilia-Romagna;

   i Governi di sinistra attraverso il cosiddetto «sblocca Italia» hanno concesso ad Autobrennero una proroga della gestione e l'attuale Governo si appresta a concedere una nuova concessione trentennale della concessione già scaduta nel 2014 senza gara secondo le norme del nuovo codice degli appalti e nel rispetto delle direttive comunitarie; nessuna privatizzazione, anzi si parla di una pubblicizzazione (si tratta di una società in house), in quanto la nuova concessionaria dovrà essere per il 100 per cento nella titolarità degli enti locali e le province autonome di Trento e Bolzano, per giunta, hanno la maggioranza assoluta della società;

   quanto appena riportato mostra la chiara volontà da parte del Governo di favorire una concessionaria a maggioranza pubblica, a vantaggio della Svp per mantenere la presa su un asset molto importante;

   è dei giorni scorsi la nomina come presidente di A22 di Luigi Olivieri ex parlamentare, dell'Ulivo con l'ennesimo accordo tra Pd e Patt;

   la A22 è costantemente in emergenza visti i livelli di esercizio a cui è sottoposta a causa dell'enorme massa di mezzi provenienti da tutta l'Europa del Nord;

   il numero dei morti degli ultimi anni sull'autostrada è aumentato di molto e nessun tipo di regolazione è stato messo in atto;

   non si conoscono per nulla gli esiti delle rendite dell'accantonamento, il cosiddetto fondo Ferrovia, che rappresenta solo l'1,5 per cento dell'intera somma necessaria per tutte le opere ferroviarie del corridoio, del valore odierno di circa 630 milioni di euro, esclusi gli interessi maturati dal momento della sua costituzione, che non si sa dove siano finiti, quando era lecito attendersi che andassero ad incrementare lo stesso Fondo come si deduce dalla legge istitutiva del Fondo medesimo;

   la pretesa delle province autonome di Trento e Bolzano, della stessa Autostrada del Brennero spa di versare, come la legge stabilisce, allo Stato le risorse del «fondo ferrovia» ad oggi accantonato solo quando sarà formalizzata la proroga della attuale concessione, per 30 anni senza gara, appare all'interrogante come un vero e proprio «ricatto» politico;

   la situazione in cui si trova Olivieri oggi, in quanto presidente dell'Autobrennero, è ancora più complessa in quanto secondo la legge provinciale del 2010 (punto «B») sarebbe tra coloro che devono restituire il compenso «per intero», in quanto percettore di un «vitalizio» derivante dalla carica di ex deputato per almeno due legislature;

   l'interrogante auspica che l'A22 rimanga in mani italiane legata al territorio, ma la gara per la concessione, come da direttiva europea, eviterebbe la costante lottizzazione politica dell'infrastruttura e soprattutto che le province autonome vengano sempre considerate al di sopra delle regole –:

   se nella vicenda che ha riguardato la concessione dell'A22 siano state pienamente osservate le direttive europee sulla concorrenza ed il mercato nonché la legge sugli appalti pubblici;

   se il Governo non intenda rendere noto a quanto ammontino gli interessi maturati sul «fondo ferrovia» dal 1997, anno della sua istituzione, nonché le motivazioni che hanno portato a non contabilizzare tali interessi ad incremento dello stesso «fondo Ferrovia», così come riscontrabile dai bilanci della stessa Autostrada del Brennero spa.
(4-18886)

  Risposta. — Con riferimento all'atto di sindacato ispettivo in esame, cui si risponde per delega della Presidenza del Consiglio dei ministri, si forniscono i seguenti elementi di risposta sulla base delle informazione pervenute dalla Direzione per la vigilanza sulle concessioni autostradali di questo Ministero.
  Nell'ambito delle interlocuzioni intercorse tra il Governo italiano e la Commissione europea, per la tratta autostradale Brennero-Modena, è emersa la possibilità di ricorrere in alternativa alla gara, all'applicazione dell'articolo 17 della direttiva europea 2014/23/Ue recepito nell'ordinamento italiano dall'articolo 5 del decreto legislativo n. 50 del 2016, che prevede la possibilità per l'amministrazione aggiudicatrice di affidare direttamente un contratto di concessione ad una società a prevalente partecipazione pubblica, qualora vengano rispettati determinati requisiti.
  L'affidamento della concessione autostradale tramite il suindicato istituto dell’
in house assicurerebbe benefici economico-finanziari per le finanze pubbliche derivanti, tra l'altro, dal versamento del fondo ferrovia, dalla prosecuzione degli accantonamenti, dal pagamento del valore della concessione e dagli interventi infrastrutturali sull'arteria.
  Con riferimento alla costante situazione di emergenza della A22 derivante dal numero elevato di mezzi, si fa presente che tale problematica è stata oggetto di numerosi incontri sia a livello nazionale che internazionale nell'ambito dei quali sono stati individuati specifici gruppi di lavoro che dovranno intervenire sulla promozione del trasporto ferroviario in alternativa a quello su gomma.
  Relativamente al numero di decessi registrati negli ultimi anni sull'autostrada, si evidenzia che dai dati inerenti l'incidentalità nell'ultimo decennio sulla tratta Brennero-Modena, emerge non soltanto un decremento del numero totale di incidenti (884 nel 2017 contro i 1.185 nel 2008), ma anche del numero di incidenti con feriti (242 nel 2017 contro i 307 nel 2008), del numero di feriti (422 nel 2017 contro i 556 nel 2008), del numero di incidenti con morti (13 nel 2017 contro i 15 nel 2008) e del numero di morti (15 nel 2017 contro i 19 nel 2008). Il Tasso di Incidentalità Globale (T.I.G.) relativo all'intera tratta autostradale ha raggiunto nel 2017 il valore minimo di 17,81 (a fronte del 25,45. del 2008).
  La società concessionaria autostrada del Brennero, ai sensi di quanto previsto dall'articolo 55, comma 13 della legge n. 449 del 1997, a partire dal 1998, ha effettuato gli accantonamenti destinati al cofinanziamento del potenziamento dell'infrastruttura ferroviaria, acquistando negli anni i titoli di Stato, conformemente alla medesima disposizione. In particolare, i suddetti titoli di Stato sono sempre stati acquistati nel rispetto della tempistica, delle modalità, nonché dei valori nominali contemplati dal Piano economico-finanziario.
  Al 30 aprile 2014, data di scadenza della concessione, l'accantonamento previsto dalla suindicata legge ammontava a 550 euro milioni, pari al valore nominale dei titoli di Stato presenti nel «deposito ferrovia». Contestualmente a tali acquisti, la concessionaria ha accantonato annualmente, come previsto dalla legge medesima, il corrispondente valore nominale dei titoli di Stato in uno specifico fondo (fondo ferrovia).
  Le modalità e le tempistiche con cui autostrada del Brennero s.p.a. dovrà corrispondere allo Stato il fondo ferrovia sono state recentemente disciplinate dall'articolo 13-
bis, comma 2 del decreto-legge n. 148 del 2017, il quale prevede che entro trenta giorni dalla data dell'affidamento di cui al comma 4, la società Autobrennero spa provvede a versare all'entrata del bilancio dello Stato le risorse accantonate in regime di esenzione fiscale fino alla predetta data nel fondo di cui all'articolo 55, comma 13, della legge 27 dicembre 1997, n. 449, che sono riassegnate allo stato di previsione del Ministero dell'economia e delle finanze e trasferite alla società Rete ferroviaria italiana (RFI) Spa, senza alcuna compensazione a carico del subentrante. Le ulteriori quote annuali da accantonare ai sensi del medesimo articolo 55, comma 13, della legge n. 449 del 1997 sono versate dal concessionario dell'infrastruttura A22 Brennero-Modena con le modalità di cui al periodo precedente entro trenta giorni dall'approvazione del bilancio dell'anno di riferimento. Le risorse versate ai sensi del presente comma sono utilizzate per le finalità di cui al citato articolo 55, comma 13, della legge n. 449 del 1997, nell'ambito del contratto di programma – parte investimenti tra il Ministero delle infrastrutture e dei trasporti e la RFI Spa.
Il Viceministro delle infrastrutture e dei trasporti: Riccardo Nencini.


   BINI. — Al Ministro delle infrastrutture e dei trasporti, al Ministro del lavoro e delle politiche sociali. — Per sapere – premesso che:

   la manutenzione ciclica delle carrozze di Trenitalia destinate al servizio ferroviario sulla media distanza viene effettuata nel polo tecnologico di Osmannoro, frazione del comune di Sesto Fiorentino, in provincia di Firenze;

   l'officina attualmente occupa 220 ferrovieri e circa 50 addetti di ditte esterne; le carrozze in manutenzione ciclica presso l'officina sono meno di 2.000; hanno un'età media tra i 40 e i 50 anni e non sono dotate di sistema antincendio; in base al decreto ministeriale sulla sicurezza nelle gallerie ferroviarie per i veicoli circolanti sulla rete italiana, entro l'8 aprile del 2021 le imprese ferroviarie, e quindi anche Trenitalia, dovranno dotare il materiale rotabile per trasporto passeggeri di impianto antincendio; l'inserimento del sistema antincendio in tutte le vecchie carrozze richiede un investimento consistente, per questo Trenitalia ha ritenuto conveniente l'acquisto di nuovo materiale rotabile, riducendo la flotta impiegata nella media distanza a circa 500/600 carrozze;

   per garantire un regolare ciclo di manutenzione ogni 4/5 anni, sono sottoposte a manutenzione presso l'officina circa 400/500 carrozze all'anno;

   l'impianto è utilizzato anche per la manutenzione dei treni regionali Trenitalia della Toscana; in questo comparto sono impiegati circa 230 ferrovieri;

   la sostituzione delle carrozze vetuste e i nuovi acquisti di materiale rotabile equipaggiato di impianto antincendio potrebbero determinare una consistente riduzione delle commesse per manutenzione dell'officina di Osmannoro;

   per mantenere gli attuali livelli di occupazione sarebbe necessario affidare all'officina delle lavorazioni su altre carrozze o treni di nuova generazione oltre a quelle sui treni a media percorrenza e sui treni regionali della Toscana;

   sia l'accordo sottoscritto il 3 marzo 1999 tra Ministero dei trasporti, Ferrovie dello Stato, regione Toscana, comune di Firenze e provincia di Firenze, che il successivo protocollo del 2005 tra i medesimi soggetti prevedevano lo sviluppo del Polo manutentivo di Osmannoro e, in particolare, il trasferimento ad esso delle attività e della manutenzione «ciclica» del materiale rotabile dalle officine di Porta a Prato;

   le officine, sia quella adibita alla manutenzione dei treni nazionali, che quella per i treni regionali, sono costruite secondo i più aggiornati criteri tecnologici; sono collocate in un contesto ottimale, ad adeguata distanza dai centri urbani, ma opportunamente collegate sia alla rete ferroviaria che a quella stradale e non distanti dalla direzione tecnica di Trenitalia di Firenze dedicata all'ingegneria della manutenzione e del materiale rotabile nuovo, con circa 200 addetti fra ingegneri e personale altamente qualificato; nella vicina Pistoia, si trova la società Hitachi che ha costruito il treno AV 1000 e altri con tecnologie all'avanguardia che potrebbe collaborare con l'officina di Osmannoro;

   l'officina per la manutenzione ciclica dispone di 5 binari lunghi 380 metri e di un reparto per la tornitura delle ruote dei treni di ultima generazione; con modico investimento può essere attrezzata per nuove lavorazioni;

   la manutenzione corrente dei treni della Toscana, attualmente realizzata nei capannoni che possono accogliere 1 o 2 carrozze o locomotive, richiede un investimento aggiuntivo di circa 50 milioni di euro per raddoppiare tali strutture da 70 a 150 metri e oltre di lunghezza; i nuovi convogli richiedono infatti interventi di manutenzione a treno completo –:

   se il Governo non intenda assumere iniziative, per quanto di competenza, per valorizzare gli investimenti effettuati, le competenze, l'esperienza e la professionalità delle maestranze, e per salvaguardare l'occupazione, promuovendo l'affidamento ad Osmannoro, dotata di torneria ruote, la manutenzione ciclica dei nuovi treni regionali e dei rotabili che circolano sulla rete nazionale, non solo di Trenitalia, ma anche di altre aziende ferroviarie;

   quali urgenti iniziative di competenza intenda assumere per l'ampliamento dei capannoni di Osmannoro destinati alla manutenzione corrente dei treni «Rock e Pop» della Toscana.
(4-18883)

  Risposta. — Con riferimento all'atto di sindacato ispettivo in esame, si forniscono i seguenti elementi di risposta.
  Va premesso che le problematiche connesse alla definizione di una strategia volta al rilancio del polo tecnologico di Osmannoro ed all'individuazione di soluzioni atte a risolvere l'annesso risvolto occupazionale, nonché le questioni attinenti all'ammodernamento ed all'adeguamento della officina, sono da ricondurre a valutazioni sostanzialmente commerciali effettuate in piena autonomia dalle imprese ferroviarie interessate e nel rispetto delle prescrizioni tecniche dettate in materia di sicurezza.
  Ad ogni modo, al fine di fornire una risposta a quanto segnalato nell'interrogazione in parola, sono stati chiesti chiarimenti al gruppo Ferrovie dello Stato italiane (FSI) che ha riferito quanto segue.
  Circa la possibilità di mantenere gli attuali livelli occupazionali del Polo tecnologico di Osmannoro, Fsi assicura che il suddetto impianto non risentirà, in termini di occupazione complessiva, dell'introduzione dei nuovi treni per il servizio regionale, oggetto degli investimenti attualmente programmati da Trenitalia.
  Infatti, i minori volumi di ciclica – conseguenti alla dismissione di parte del parco vetture media distanza – verranno compensati da attività aggiuntive legate all'introduzione di altre tipologie di carrozze e di ulteriori sistemi da manutenere, nonché dall'incremento delle lavorazioni richieste da altre Imprese.
  Inoltre, le altre attività verranno riviste e quelle specialistiche (come, ad esempio, la revisione degli apparati Acpf, delle sale, dei carrelli e dei convertitori) cresceranno con l'arrivo del nuovo materiale rotabile; in generale, la manutenzione ciclica evolverà verso un modello a moduli, con incremento delle lavorazioni sui componenti.

Il Viceministro delle infrastrutture e dei trasporti: Riccardo Nencini.


   BORGHESI. — Al Ministro dei beni e delle attività culturali e del turismo, al Ministro per la semplificazione e la pubblica amministrazione. — Per sapere – premesso che:

   archeologi, bibliotecari e archivisti, che hanno prestato servizio come funzionario di area III (posizione economica F1) alle dipendenze del Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo presso alcuni degli istituti in forte carenza di personale vedranno scadere il proprio rapporto di lavoro il 30 settembre 2017;

   trattasi di «esperti del settore» appositamente selezionati da una commissione di dirigenti ministeriali, che ha valutato i titoli di studio e professionali e li ha sottoposti ad un esame orale, secondo quanto stabilito dal bando di concorso per il reclutamento di «60 esperti per il patrimonio culturale», pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale IV serie speciale — concorsi ed esami n. 98 del 22 dicembre 2015 (ex articolo 8 del decreto-legge n. 82 del 2014), concorso al quale hanno partecipato in migliaia;

   tale gruppo di persone era stato reclutato nel 2015 «al fine di fare fronte a esigenze temporanee per il miglioramento e potenziamento degli interventi di tutela, vigilanza e ispezione, protezione e conservazione nonché valorizzazione dei beni culturali in istituti e luoghi della cultura statali»;

   si è a conoscenza del «concorso per l'assunzione a tempo indeterminato presso il Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo di 500 funzionari di area III F1»;

   l'immissione in ruolo di nuove leve non deve tuttavia disperdere la professionalità e la competenza di altrettanti valevoli professionisti del settore chiamati a tamponare carenze emergenziali –:

   se ed in e termini il Governo intenda intervenire per salvaguardare le professionalità già acquisite dal Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo, senza compromettere diritti ed interessi legittimi di altri colleghi, a tutela dell'inestimabile patrimonio culturale italiano.
(4-17931)

  Risposta. — Si riscontra l'interrogazione parlamentare in esame con la quale l'interrogante ha chiesto notizie sulla possibilità di proroga del rapporto di lavoro a tempo determinato instaurato a seguito del bando di concorso per «60 esperti per il patrimonio culturale».
  Al riguardo, si rappresenta che, nella consapevolezza dell'elevata qualità del lavoro svolto dai predetti funzionari e al fine di salvaguardare le professionalità acquisite, nella legge 27 dicembre 2017, n. 205 – bilancio di previsione dello Stato per l'anno finanziario 2018 e bilancio pluriennale per il triennio 2018-2020 è stata inserita la possibilità di una proroga per tali contratti.
  Infatti, l'articolo 1, comma 306, di tale legge dispone:

   I contratti a tempo determinato stipulati dagli istituti e luoghi della cultura, ai sensi dell'articolo 8 del decreto-legge 31 maggio 2014, n. 83, convertito, con modificazioni, dalla legge 29 luglio 2014, n. 106, possono essere prorogati per l'anno 2018, non oltre il limite massimo di 36 mesi, anche discontinui, previsto dall'articolo 19, comma 1, del decreto legislativo 15 giugno 2015, n. 81, come richiamato dall'articolo 36, comma 2, del decreto legislativo 30 marzo 2001, n. 165, e nel limite di 1 milione di euro per l'anno 2018.

  Si evidenzia, inoltre, che ai sensi dell'articolo 1 comma 328, della legge 28 dicembre 2015, n. 208 – legge di stabilità 2016, il Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo è stato autorizzato all'assunzione a tempo indeterminato di 500 funzionari da inquadrare, nel rispetto della dotazione organica di cui alla tabella B allegata al regolamento di cui al decreto del Presidente del Consiglio dei ministri 29 agosto 2014, n. 171, nella III area del personale non dirigenziale, posizione economica F1, nei profili professionali di antropologo, archeologo, architetto, archivista, bibliotecario, demoetnoantropologo, promozione e comunicazione, restauratore e storico dell'arte.
  La scelta di bandire tale concorso ha contestualmente favorito lo stesso contingente di personale vincitore della procedura selettiva dei «60 esperti».
  Difatti, i bandi del suddetto concorso contemplavano espressamente l'attribuzione fino ad un massimo di 30 (trenta) punti in base all'esperienza professionale maturata alla data di scadenza dei termini per la presentazione della domanda di partecipazione e molti di essi sono risultati vincitori anche in ragione del maggior punteggio in sede valutativa, attribuito all'attività lavorativa presso gli istituti del Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo.
  Peraltro, nelle more dell'espletamento dei concorsi questo Ministero, con decreto del Presidente del Consiglio dei ministri del 4 aprile 2017, è stato autorizzato allo scorrimento dalle graduatorie degli idonei del sopra citato bando per n. 200 funzionari esperti del patrimonio culturale e, da ultimo, l'articolo 1, comma 305, della legge 27 dicembre 2017, n. 205 di approvazione del bilancio di previsione dello Stato per l'esercizio finanziario 2018, ha autorizzato questa amministrazione ad assumere altre 200 unità di personale, mediante ulteriore scorrimento delle graduatorie.
  In tal modo sarà ulteriormente favorito l'ingresso anche a titolo definitivo nell'amministrazione di giovani che hanno dimostrato impegno e professionalità.
  In definitiva, negli ultimi anni, a fronte delle carenze di organico rilevate ed al blocco del
turn over, oramai operativo da diversi anni, questo Ministero è riuscito a consentire, sia con il reclutamento dei 60 esperti a tempo determinato che con il concorso sopra ricordato (e con i ricordati scorrimenti di graduatoria), l'ingresso in Amministrazione di «nuove forze».
  Ciò al fine di invertire la tendenza registratasi negli ultimi anni e reintegrare l'organico dell'amministrazione dei beni culturali con giovani di alta professionalità che concorreranno negli anni futuri a tutelare, valorizzare, promuovere l'eccezionale patrimonio culturale italiano.
  

Il Sottosegretario di Stato per i beni e le attività culturali e il turismo: Antimo Cesaro.


   BRAMBILLA. — Al Ministro dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare. — Per sapere – premesso che:

   la legge n. 157 del 1992 «Norme per la protezione della fauna selvatica omeoterma e per il prelievo venatorio» stabilisce, all'articolo 27, che la vigilanza sull'applicazione della legge stessa è affidata agli agenti dipendenti degli enti locali delegati dalle regioni, «alle guardie volontarie delle associazioni venatorie, agricole e di protezione ambientale nazionali presenti nel Comitato tecnico faunistico-venatorio nazionale e a quelle delle associazioni di protezione ambientale riconosciute dal Ministero dell'ambiente», oltre che, naturalmente, «agli ufficiali, sottufficiali e guardie del Corpo forestale dello Stato (oggi carabinieri forestali), alle guardie addette a parchi nazionali e regionali, agli ufficiali ed agenti di polizia giudiziaria, alle guardie giurate comunali, forestali e campestri ed alle guardie private riconosciute ai sensi del testo unico delle leggi di pubblica sicurezza». È affidata, inoltre, alle guardie ecologiche e zoofile riconosciute da leggi regionali;

   con decreto del Ministero dell'ambiente del 6 febbraio 2001, pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale n. 134 del 12 giugno 2001, è stata istituita la riserva naturale statale «Gola del Furlo» affidata all'amministrazione provinciale di Pesaro e Urbino la relativa gestione;

   con convenzione stipulata in data 8 ottobre 2001, approvata con decreto del Ministero dell'ambiente dell'11 ottobre 2001, è stato disciplinato l'affidamento in gestione della riserva naturale statale «Gola del Furlo» all'amministrazione provinciale di Pesaro e Urbino, in applicazione di quanto disposto dall'articolo 4, comma 1, del decreto ministeriale 6 febbraio 2001;

   la provincia di Pesaro e Urbino, in qualità di organismo di gestione, ha inteso potenziare la sorveglianza sul territorio della riserva, esercitata dai carabinieri e dagli appartenenti alle forze di polizia, con la qualifica di agente o di ufficiale di polizia giudiziaria, affidando compiti di supporto a guardie volontarie;

   a tale scopo sono state stipulate nel 2009 convenzioni con le onlus Foxes e Raggruppamento guardie giurate ecologiche volontarie della provincia di Pesaro e Urbino, aderente alla Feder G.E.V. nazionale;

   con determinazione n. 2043 del 23 dicembre 2016 la provincia ha invece deciso di affidare lo stesso compito all'Asso G.E.V. onlus guardie ecologiche volontarie, costola del succitato raggruppamento guardie giurate ecologiche volontarie della provincia di Pesaro e Urbino, stanziando un contributo finanziario di 12.100 euro;

   non risulta all'interrogante che l'Asso G.E.V. onlus sia in possesso dei requisiti previsti dall'articolo 27 della legge n. 157 del 1992 e in particolare che figuri tra le associazioni riconosciute dal Ministero dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare, mentre nell'elenco compare FederGev, alla quale aderisce il Raggruppamento guardie giurate ecologiche volontarie della provincia di Pesaro e Urbino cui la convenzione non è stata rinnovata e che pertanto si trova in gravi difficoltà economiche ed operative –:

   se il Ministro interrogato sia a conoscenza dei fatti sopraindicati, se l'associazione Asso G.E.V. onlus rientri tra quelle riconosciute dal Ministero dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare e, in caso contrario, quali iniziative intenda adottare, nell'ambito delle proprie competenze, per assicurare il rispetto della normativa vigente.
(4-17097)

  Risposta. — Con riferimento all'interrogazione in esame, sulla base degli elementi acquisiti, si rappresenta quanto segue.
  Secondo quanto riferito dalla provincia di Pesaro e Urbino, l'amministrazione provinciale è titolare, sulla base della normativa della regione Marche disciplinante il servizio volontario di vigilanza ecologica (legge regionale n. 29 del 1992 e relativo regolamento attuativo n. 1/2010), tra le altre, delle seguenti competenze:

   procedere alla nomina (da sottoporre all'approvazione prefettizia) delle guardie ecologiche volontarie nei confronti di chi ha superato i relativi corsi di formazione;

   redigere i programmi per lo svolgimento delle attività delle guardie ecologiche volontarie, nel rispetto del regolamento regionale;

   organizzare i corsi di formazione professionale e di aggiornamento;

   istituire e provvedere all'aggiornamento di un elenco delle guardie ecologiche volontarie.

  In particolare, sul piano operativo, le guardie ecologiche volontarie (GEV) sono organizzate in gruppi provinciali – dotati di un proprio regolamento di servizio – che «costituiscono lo strumento attraverso il quale le province, nonché gli enti e organismi pubblici titolari di competente in materia di tutela del patrimonio naturale e dell'ambiente, intrattengono i rapporti con le guardie ecologiche volontarie» (articolo 3 legge regionale n. 29 del 1992).
  La provincia ha, inoltre, evidenziato che il predetto regolamento regionale n. 1/2010 ha specificato i requisiti di natura organizzativa che i gruppi provinciali delle Gev devono soddisfare per potersi convenzionare con la Provincia e con gli altri enti che intendano fruire del servizio di vigilanza ecologica volontaria. In particolare l'articolo 2, comma 1, stabilisce che «in ogni provincia le Gev in possesso della nomina prevista dall'articolo 7 della legge operano in via esclusiva mediante l'organizzazione in gruppi dotati dei seguenti requisiti:

   a) iscrizione nel registro regionale delle organizzazioni di volontariato di cui all'articolo 3 della legge regionale 13 aprile 1995, n. 48 (disciplina del volontariato);

   b) dotazione di un regolamento di servizio approvato dall'autorità di pubblica sicurezza ai sensi dell'articolo 2 del regio decreto-legge 26 settembre 1935, n. 1952 (disciplina del servigio delle guardie particolari giurate);

   c) numero minimo di venticinque Gev;

   d) disponibilità ad espletare l'attività di vigilanza programmata per una media mensile per ciascuna Gev non inferiore alle otto ore».

  Sempre il regolamento regionale, all'articolo 4, commi 1 e 2, precisa quanto segue:

  «1. Le province stipulano con i gruppi di cui all'articolo 2 apposite convenzioni, che riguardano in particolare:

   a) le modalità di svolgimento dell'attività, sulla base del programma di cui all'articolo 6, comma 1, lettera b), della legge;

   b) la tutela assicurativa e legale;

   c) la dotazione dei mezzi e delle attrezzature da destinare al servizio;

   d) le attività di aggiornamento formativo.

  2. La Provincia, nell'ambito dell'attività delle Gev di cui al comma 1, lettera a), può prevedere che i gruppi provinciali espletino l'attività medesima, mediante convenzioni o accordi, a favore di altri enti titolari di competenze in materia di tutela del patrimonio naturale e ambientale. In tal caso la Provincia assicura il raccordo delle attività con quelle programmate».
  Alla richiamata normativa regionale, disciplinante l'organizzazione del servizio di vigilanza ecologica, fa esplicito rinvio anche la legge statale n. 157 del 1992, di disciplina dell'attività venatoria, laddove, all'art. 27, comma 2, ultimo periodo, precisa che la vigilanza venatoria «è affidata altresì alle guardie ecologiche e zoofile riconosciute da leggi regionali».
  Pertanto alla luce del predetto quadro normativo, l'amministrazione provinciale, quale ente gestore della riserva statale del Furlo, ha fatto presente di aver affidato, nell'ambito della riserva medesima, mediante convenzione, il servizio di vigilanza ecologica come definito all'articolo 2 della legge regionale n. 29 del 1992, ai gruppi provinciali in possesso dei requisiti prescritti dal succitato articolo 4 del regolamento regionale n. 1 del 2010. Al riguardo, l'amministrazione provinciale di Pesaro e Urbino rileva altresì che, sulla base dell'elenco delle guardie ecologiche in servizio tenuto dalla stessa amministrazione, ad oggi, solo il gruppo «Asso G.e.v.» con n. 33 guardie volontarie soddisfa il requisito numerico di cui alla lettera
c), comma 1, dell'articolo 2 del regolamento, mentre tutti gli altri gruppi provinciali, compreso il raggruppamento Gev aderente alla Feder Gev, hanno ciascuno una dotazione di guardie ecologiche volontarie non superiore alla decina di unità.
  Alla luce delle informazioni esposte, si rassicura comunque che, per quanto di competenza, il Ministero dell'ambiente continuerà a svolgere un'attività di monitoraggio, nonché a tenersi informato anche attraverso gli altri enti istituzionali competenti.

Il Ministro dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare: Gian Luca Galletti.


   BRIGNONE, CIVATI, ANDREA MAESTRI, MATARRELLI e PASTORINO. — Al Ministro dei beni e delle attività culturali e del turismo, al Ministro dell'economia e delle finanze. — Per sapere – premesso che:

   con la legge di bilancio – approvata nel mese di dicembre 2016 – è stata introdotta su iniziativa del Ministro interrogato una disposizione per combattere il fenomeno del secondary ticketing;

   la norma prevede «sanzioni amministrative pecuniarie, da 5.000 euro a 180.000 euro per ciascuna violazione accertata» e, «nei casi più gravi», «l'oscuramento del sito Web attraverso il quale la violazione è stata posta in essere», pur lasciando spazio a «qualsiasi altra forma di collocamento di titoli di accesso ad attività di spettacolo effettuata in nodo occasionale, purché senza fini commerciali»;

   il provvedimento si ritiene fondamentale per il settore della musica, al fine di contrastare in modo efficace il fenomeno inaccettabile del bagarinaggio online;

   tuttavia, perché il provvedimento diventi effettivo, sarà necessario attendere il decreto attuativo che stabilirà le regole tecniche –:

   se il Governo non ritenga urgente – soprattutto alla luce di casi balzati alla cronaca negli ultimi mesi, in cui i biglietti dei concerti erano esauriti in pochi minuti per poi riapparire su mercati secondari a prezzi gonfiati – assumere iniziative per la tempestiva adozione del decreto attuativo volto a disciplinare il mercato di vendita dei biglietti per spettacoli e concerti per l'efficienza e la sicurezza informatica delle vendite stesse a vantaggio e a tutela degli utenti.
(4-15493)

  Risposta. — Si riscontra l'atto di sindacato ispettivo in esame, nel quale l'interrogante chiede quali iniziative urgenti questo Ministero, per quanto di competenza, intende adottare per arginare definitivamente il fenomeno del secondary ticketing, allo scopo di tutelare i consumatori e tutti gli stakeholder dell'industria dello spettacolo.
  Il fenomeno del
secondary ticketing ha assunto livelli di espansione preoccupanti, alimentando di fatto un mercato parallelo non autorizzato e dannoso sia per gli artisti sia per i consumatori a causa della pesante lievitazione dei prezzi di vendita dei biglietti rispetto ai canali ufficiali.
  Proprio per contrastare tale fenomeno, definito dal Ministro Franceschini «intollerabile», alla legge di bilancio 2017, è stato presentato uno specifico emendamento recepito nella legge n. 232 del 2916, articolo 1, commi 545 e 546.
  Le predette disposizioni normative, sono volte a contrastare la vendita di titoli di accesso ad attività di spettacolo effettuata da soggetti diversi dai titolari dei sistemi di emissione dei biglietti.
  L'adozione delle specifiche e delle regole tecniche volte ad aumentare l'efficacia e la sicurezza informatica delle vendite dei titoli di accesso mediante sistemi di biglietterie automatizzati, è demandata ad un decreto interministeriale (Ministero dell'economia e delle finanze, Ministero della giustizia e Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo), che ad oggi è in fase di definizione.
  In particolare, al fine di contrastare l'elusione e l'evasione fiscale, nonché di garantire la tutela dei consumatori, si dispone che la vendita, o qualsiasi altra forma di collocamento, di titoli di accesso ad attività di spettacolo effettuata da soggetti diversi dai «titolari, anche sulla base di apposito contratto o convenzione, dei sistemi per la loro emissione», è punita, salvo che il fatto non costituisca reato, con l'inibizione della condotta e con una sanzione amministrativa pecuniaria da 5.000 a 180.000 euro.
  In caso di utilizzo delle reti di comunicazione elettronica, è prevista, inoltre, la rimozione dei contenuti o, nei casi più gravi, l'oscuramento del sito internet attraverso il quale la violazione è stata posta in essere, fatte salve le azioni risarcitorie.
  Non sono indicati esplicitamente i parametri di gravità delle condotte in quanto i compiti di accertamento e intervento spettano all'Autorità per le garanzie nelle comunicazioni (Agcom) e alle altre autorità competenti (quale potrebbe essere, ad esempio, la polizia postale), che agiscono d'ufficio o su segnalazione degli interessati.
  Al riguardo, si ricorda, inoltre, che il decreto legislativo n. 70 del 2012, di recepimento della direttiva 2009/140/CE e della direttiva 2009/136/CE, modificando il codice delle comunicazioni elettroniche (decreto legislativo 259/2003), ha esplicitato il ruolo dell'Agcom come autorità nazionale di regolamentazione per le comunicazioni elettroniche.
  Per quanto concerne, più specificamente, la tutela inibitoria da parte dell'Agcom, nel caso in esame, questa si concreta sostanzialmente, ai sensi del decreto legislativo n. 70 del 2003, nell'imporre all’
Internet provider di rimuovere i contenuti relativi alla vendita abusiva dei biglietti o di utilizzare gli accorgimenti tecnici volti ad impedire l'accesso al sito (o alla pagina web).
  Va, inoltre, ricordato che lo stesso decreto legislativo n. 70 del 2003 considera il
provider civilmente responsabile di tali contenuti nei casi in cui, richiesto dall'autorità amministrativa di vigilanza (o dall'autorità giudiziaria), non ha agito prontamente per impedire l'accesso a detto contenuto, ovvero se, avendo avuto conoscenza del carattere illecito o pregiudizievole per un terzo del contenuto di un servizio al quale assicura l'accesso, non ha provveduto ad informarne l'autorità competente.
  Si evidenzia, infine, che il giudice del tribunale di Roma — IX sezione civile, con ordinanza n. 3568 dell'8 giugno 2017 (promosso dalla Siae con l'intervento
ad adiuvandum di Federconsumatori e Codacons), ha inibito a Live nation srl, Seatware Ltd, Viagogo AG l'ulteriore vendita, diretta o indiretta, sul mercato secondario dei biglietti dei concerti degli U2 del 15 e 16 luglio 2017 fissando una penale di euro 2000,00 per ogni ulteriore biglietto venduto in tal modo ed ha condannato le resistenti a rifondere le spese di giudizio.
  Il tribunale ha riconosciuto immediata efficacia a quanto previsto dall'emendamento alla legge di bilancio 2017, si ricorda, fortemente voluto dal Ministro Franceschini, che ha introdotto appunto la possibilità di inibire la vendita dei biglietti e di infliggere multe a chi assume comportamenti illeciti, nonché, ove la condotta sia effettuata attraverso le reti di comunicazione elettronica, con la rimozione dei contenuti, o, nei casi più gravi, con l'oscuramento del sito
web attraverso il quale la violazione è stata posta in essere, fatte salve le azioni risarcitorie.
  Alla luce di quanto sopra esposto, questo Ministero, per quanto di competenza, non può che esprimere la propria soddisfazione per avere introdotto un intervento legislativo per contrastare il cosiddetto fenomeno del bagarinaggio
online a tutela delle categorie artistiche, nonché per garantire ed assicurare il necessario supporto alle istituzioni direttamente coinvolte nel contrasto a tale fenomeno che causa, tra l'altro, una evasione fiscale totale, data la collocazione prevalentemente in sedi estere compiacenti delle piattaforme online di rivendita secondaria.
Il Sottosegretario di Stato per i beni e le attività culturali e il turismo: Antimo Cesaro.


   BRIGNONE, CIVATI e ANDREA MAESTRI. — Al Ministro dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare, al Ministro delle politiche agricole alimentari e forestali. — Per sapere – premesso che:

   la cronaca della regione Marche, il 26 settembre 2017, riportava la notizia che sabato 23 settembre, in zona Montacuto (Ancona), un cacciatore nell'ambito dell'esercizio della caccia sparava un colpo di fucile per colpire un uccello, ma il piombino feriva alla schiena una ragazza che era nel giardino di casa;

   il cacciatore, esercitava l'attività venatoria presumibilmente in caccia vagante nell'ambito territoriale di caccia consentito, ma evidentemente le distanze di sicurezza erano molto ridotte;

   la ragazza ferita era nel giardino della propria abitazione quando sentiva un atroce dolore alla schiena e subito dopo vedeva una pioggia di pallini da caccia che fortunatamente non sono riusciti a colpire né lei né altre persone, compresi i bambini residenti nel medesimo complesso abitativo;

   spaventata, la ragazza si affacciava alla rete che delimitava il giardino per capire di cosa si trattasse e notava un cacciatore con una preda tra le mani e un segugio al seguito;

   tuttavia, va segnalato che in base all'articolo 21 della legge n. 157 del 1992, la caccia è vietata a meno di 100 metri da case, stabili e fabbricati, incluse situazioni che prevedono la presenza umana;

   con l'apertura della stagione venatoria, ogni anno si assiste a moltissimi incidenti di caccia, molti dei quali con feriti gravi o decessi;

   solo nella scorsa stagione, dalla fine di agosto del 2016 (data di apertura della caccia nelle prime regioni) a fine gennaio del 2017, sono stati trentuno i cacciatori morti, di cui quattro per colpi partiti accidentalmente dal fucile;

   quarantadue invece sono i cacciatori feriti, di cui diciannove colpiti da fucili e sei le persone ferite, perché scambiate per prede dai cacciatori;

   oltre alle vittime umane, vanno ricordati i notevoli costi ambientali legati alla caccia: oltre 100 milioni di animali uccisi durante ogni stagione venatoria, 17 mila tonnellate di piombo, 510 tonnellate di antimonio, 85 di arsenico rilasciate dalle munizioni e 300 milioni di cartucce che producono 6 mila tonnellate di plastica disperse nell'ambiente (dati dell'Ispra);

   secondo gli interroganti, la legge n. 157 del 1992, impone nella stagione venatoria inaccettabili limitazioni alla libertà del cittadino, che per tutelare la propria incolumità deve limitarsi a stare nella propria abitazione, poiché altrimenti potrebbe trovarsi in una condizione di rischio –:

   se il Governo sia a conoscenza dei fatti narrati in premessa;

   poiché l'articolo 21 della legge n. 15 del 1992 prevede la tutela, limitata alla pura e semplice ottica risarcitoria degli articoli 12 e 25, se il Governo non ritenga di dover assumere iniziative volte a garantire la sicurezza umana nell'ambito dell'esercizio venatorio, in particolar modo in riferimento a quanto disposto dal citato articolo 21, comma 1, lettera a), e), f), g), che stabilisce i parametri a cui i cacciatori devono attenersi;

   considerato che con l'esercizio venatorio spesso viene meno la tutela dell'incolumità fisica delle persone – poiché la sola tutela prevista dalla normativa vigente è quella risarcitoria – violando quindi il diritto alla sicurezza, se il Governo intenda adottare iniziative che garantiscano la prevenzione al fine di evitare altri episodi come quello descritto in premessa.
(4-17943)

  Risposta. — Con riferimento all'interrogazione in esame, sulla base degli elementi acquisiti dalla competente direzione generale del Ministero dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare, si rappresenta quanto segue.
  La legge 11 febbraio 1992, n. 157 stabilisce le distanze di sicurezza relative all'esplosione di colpi con armi da fuoco sia ad anima liscia che ad anima rigata, in prossimità di centri abitati, vie di comunicazioni, ferrovie e strutture adibite a posto di lavoro, e prevede altresì sanzioni penali per tutti coloro che non rispettano tali distanze di sicurezza.
  Inoltre, il Testo unico sulle leggi di pubblica sicurezza (Tulps) prevede una serie di divieti e relative sanzioni penali ed amministrative per i trasgressori in materia di armi, munizioni, esplosivi, custodia delle armi stesse e norme di sicurezza.
  Come evidenziato, la materia è strettamente formata al fine di scongiurare accadimenti come quelli citati.
  D'altra parte, questi divieti sono stati introdotti nell'ambito di una pratica, l'esercizio venatorio, anch'esso regolato per legge.
  In ogni caso, si evidenzia che questo Ministero monitora costantemente l'impatto regolatorio delle normative di settore, valutando il raggiungimento delle finalità degli atti normativi, nonché gli effetti prodotti su cittadini, imprese e pubbliche amministrazioni.
  L'analisi richiede il ricorso alla consultazione dei diversi portatori di interessi, in modo da raccogliere dati e opinioni da coloro sui quali la normativa in esame ha prodotto i principali effetti.
  Lo scopo è quello di ottenere, a distanza di un certo periodo di tempo dall'introduzione di una norma, informazioni sulla sua efficacia, nonché sull'impatto concretamente prodotto sui destinatari, anche al fine di superare le criticità operative che dovessero emergere e valutare possibili revisioni della disciplina in vigore.
  Ad ogni modo, per quanto di competenza, si rassicura che il Ministero continuerà a tenere alto il livello di attenzione sulla questione.

Il Ministro dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare: Gian Luca Galletti.


   BRIGNONE. — Al Ministro dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare, al Ministro delle politiche agricole alimentari e forestali. — Per sapere – premesso che:

   il giorno 8 ottobre 2017, un uomo di cinquantanove anni di Vicolungo è stato colpito a morte dal fucile di un cacciatore;

   secondo quanto ricostruito dalle forze dell'ordine, intervenute sul posto, la vittima era in compagnia della moglie per raccogliere castagne tra le campagne di Cavaglio e Ghemme (To), quando un colpo di fucile lo colpiva;

   la moglie allertava immediatamente il 118, che intervenuto sul posto non ha potuto che costatare il decesso dell'uomo;

   parrebbe che il cacciatore abbia sparato credendo di trovarsi di fronte a un cinghiale;

   i cacciatori, circa una decina, fermati dalle forze dell'Ordine dopo il tragico evento, hanno negato di aver sparato, presupponendo che l'autore del gesto si sia allontanato –:

   se il Ministro interrogato sia a conoscenza dei fatti narrati in premessa;

   considerato che dall'inizio della stagione venatoria (un mese circa) sono cinque le persone decedute per incidenti di caccia, sette i feriti gravi e nella sola giornata di ferma domenica 8 ottobre 2017, i morti ammazzati a fucilate dai cacciatori sono stati due, se il Governo non ritenga di assumere urgenti iniziative al fine di evitare ulteriori perdite di vite umane;

   se non si ritenga necessario assumere iniziative normative urgenti per la immediata sospensione dell'attività venatoria su tutto il territorio italiano al fine di fermare il massacro di milioni di animali ed evitare che possano perdere la vita ed essere ferite gravemente così tante persone.
(4-18100)

  Risposta. — Con riferimento all'interrogazione in esame, relativa al tragico evento accaduto tra le campagne di Cavaglio e Ghemme (Torino) dovuto all'attività venatoria e all'eventuale sospensione di tale attività su tutto il territorio italiano, sulla base degli elementi acquisiti dalla competente Direzione generale del Ministero dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare, si rappresenta quanto segue.
  La normativa vigente (articolo 21 della legge n. 157 del 1992) stabilisce le distanze di sicurezza relative all'esplosione di colpi con armi da fuoco sia esse ad anima liscia che ad anima rigata, in prossimità di centri abitati, vie di comunicazione, ferrovie e strutture adibite a posto di lavoro. Si prevedono altresì sanzioni penali per tutti coloro che non rispettano tali distanze di sicurezza.
  Inoltre, il Tulps (Testo unico sulle leggi di pubblica sicurezza) prevede una serie di divieti e relative sanzioni penali ed amministrative per i trasgressori in materia di armi, munizioni, esplosivi, custodia delle armi stesse e norme di sicurezza.
  Pertanto, come sopra evidenziato, la materia è strettamente normata, proprio al fine di scongiurare tragici accadimenti come quelli citati dall'interrogante.
  Si ricorda, inoltre, che le richiamate prescrizioni sono state introdotte in relazione ad una pratica, l'esercizio venatorio, anch'esso disciplinato da norme di legge finalizzate alla protezione degli animali selvatici attraverso l'introduzione di regole generali per lo svolgimento dell'attività venatoria.
  Ad ogni modo, si rassicura che questo Ministero monitora costantemente l'impatto regolatorio delle normative di settore, anche al fine di superare le criticità operative che dovessero emergere e valutare possibili revisioni della disciplina, valutando il raggiungimento delle finalità degli atti normativi, nonché gli effetti prodotti su cittadini, imprese e pubbliche amministrazioni.
  L'analisi richiede il ricorso alla consultazione dei diversi portatori di interessi, in modo da raccogliere dati e opinioni da coloro sui quali la normativa in esame ha prodotto i principali effetti.
  Lo scopo è quello di ottenere, a distanza di un certo periodo di tempo dall'introduzione di una norma, informazioni sulla sua efficacia, nonché sull'impatto concretamente prodotto sui suoi destinatari.
  Alla luce delle informazioni esposte, per quanto di competenza, il Ministero dell'ambiente proseguirà nella sua azione costante di monitoraggio senza ridurre in alcun modo lo stato di attenzione su tale importante questione.

Il Ministro dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare: Gian Luca Galletti.


   BRUNO BOSSIO. — Al Ministro delle infrastrutture e dei trasporti. — Per sapere – premesso che:

   la situazione del trasporto ferroviario in Calabria continua ad essere caratterizzata da una seria carenza strutturale e dal continuo taglio di servizi;

   come denunciato recentemente dalle organizzazioni sindacali FILT CGIL, FIT CISL, UIL Trasporti, UGL Trasporti, il territorio calabrese è stato condannato, di fatto, all'isolamento ferroviario da una politica di tagli e di mancata «previsione di investimenti per il potenziamento delle infrastrutture, di rinnovamento del materiale rotabile» come, del resto, si evince dallo stesso piano industriale 2014/2017 presentato da Ferrovie dello Stato italiane;

   a tutto ciò si aggiungano i problemi derivanti da un mancato piano di assunzioni per favorire il ricambio generazionale del personale operante nella regione Calabria e la mancanza di potere decisionale dei dirigenti locali in conseguenza dell'accentramento delle scelte strategiche aziendali di Ferrovie dello Stato italiane e Trenitalia;

   di recente, ad esempio, come denunciato dalle stesse, organizzazioni sindacali, Trenitalia ha, secondo l'interrogante «arbitrariamente», inviato in trasferta il personale del settore cargo Calabria presso impianti di altre regioni, cosicché questi è diventato «Il serbatoio da cui attingere risorse per colmare le esigenze del territorio del Centro Nord», operazione che sembra delineare una vera e propria strategia di «dismissione completa del trasporto merci su ferro da e per la Calabria»;

   tutto ciò avviene nonostante la presenza del porto di Gioia Tauro che, al contrario, richiederebbe un potenziamento del sistema del trasporto merci su ferro;

   sulla stampa locale e nazionale oltre che sui social network non si contano più le segnalazioni di utenti che, nonostante l'apertura della stagione estiva, denunciano ritardi e disservizi su tutta le reti ferroviaria calabrese ed in particolare su quella ionica, nonché la vetustà delle carrozze e le loro condizioni igieniche indegne di un Paese civile;

   a tutto ciò si aggiunga la mancanza di una seria politica di garanzia della sicurezza del personale viaggiante e degli stessi passeggeri tanto che, nonostante i recenti episodi di violenza emersi anch'essi con grande clamore sugli organi di stampa, nessun treno calabrese è stato inserito nel programma di convogli da scortare con personale POLFER;

   in Trenitalia e Ferrovie dello Stato italiano, nonostante siano sostenute in gran parte da denaro pubblico, continuano a prevalere secondo l'interrogante di strategie «aziendaliste» che, nei fatti, tagliano servizi nelle aree non sviluppate e, di conseguenza, contribuiscono a mantenere tali aree in una condizione di sotto-sviluppo;

   tutto quanto sopra esposto mette a serio rischio lo stesso diritto alla mobilità di persone e merci sul territorio calabrese –:

   quali iniziative di competenza il Ministro interrogato intenda assumere per richiamare Trenitalia e Ferrovie dello Stato italiano, ad una politica di investimenti che inverta la tendenza in atto e le riporti alla loro mission fondamentale di aziende che devono garantire il diritto alla mobilità di merci e persone su tutto il territorio nazionale e, soprattutto, nelle aree meno sviluppate, come la Calabria.
(4-09905)

  Risposta. — Con riferimento all'atto di sindacato ispettivo in esame, si forniscono i seguenti elementi di risposta sulla base delle informazioni pervenute dalla direzione generale per il trasporto e le infrastrutture ferroviarie di questo Ministero e dalla società rete ferroviaria italiana (RFI) – gruppo ferrovie dello Stato italiane.
  In merito agli aspetti concernenti per il potenziamento delle infrastrutture ferroviarie, giova ricordare che la rete ferroviaria calabra di livello nazionale (rete RFI) è costituita da circa 852 chilometri di linee così classificate:

   37 per cento di linee fondamentali;

   63 per cento di linee complementari.

  Sono 113 le stazioni attive sul territorio in cui si effettua servizio viaggiatori.
  Dette linee, analogamente a tutte le altre della rete nazionale, sono attrezzate con tecnologia di protezione per la marcia in sicurezza del treno.
  Gli indici di densità di rete rispetto all'area servita e rispetto alla popolazione sono piuttosto elevati (se confrontati con quelli di altre regioni) e anche l'accessibilità globale della rete (calcolata come il numero di stazioni per l'area d'influenza di una stazione rapportata alla superficie della regione) è tra le più alte d'Italia.
  Le vere problematiche della rete della regionale calabra riguardano, quindi, non tanto la sua estensione e la sua accessibilità, ma, spesso, l'arretratezza tecnologica, la vetustà degli impianti (specie lungo la fascia jonica) e lo sviluppo di sinergie con le altre modalità di trasporto.
  È per questo che negli ultimi anni, grazie alla «cura del ferro» ed agli ingenti finanziamenti posti in campo dal Governo, si è intervenuto sugli interventi di potenziamento e di velocizzazione, sui collegamenti con i porti, gli aeroporti e gli scali intermodali, fermo restando la priorità assoluta costituita dalla necessità di garantire la sicurezza delle persone e delle merci trasportate.
  La linea ferroviaria jonica, completata nel 1875, attendeva da anni una grande opera di ammodernamento finalizzata alla velocizzazione e al potenziamento di un'area del Paese in assoluta difficoltà in termini di collegamenti ed infrastrutture. Ad oggi, infatti, l'elettrificazione riguarda solo i tratti da Reggio Calabria a Melito Porto Salvo (RC) e da Sibari (CS) a Taranto, mentre restano il binario unico, le gallerie e i viadotti che caratterizzano tutto il tracciato realizzato nella prima fase post-unità d'Italia.
  In questa direzione e con l'obiettivo della velocizzazione e della contestuale messa in sicurezza della linea è stato sottoscritto il recente protocollo d'intesa tra questo Ministero, la regione Calabria e Rfi che prevede, in quattro anni di lavoro, con un investimento di oltre 450 milioni di euro interventi finalizzati a velocizzare la linea ferroviaria jonica attraverso il completamento dell'istituzione del rango di velocità C (tema velocizzazione).
  Nel progetto sono previsti, inoltre, interventi diretti alla messa in sicurezza della linea (tema sicurezza) come l'eliminazione di alcuni passaggi a livello per migliorare gli standard prestazionali e qualitativi dei servizi di trasporto su ferro, il rinnovo degli scambi e dei binari, nei punti della rete in cui è necessario, il prolungamento di alcuni sottopassi e la costruzione di nuovi.
  I lavori sono iniziati a giugno nel tratto Catanzaro Lido e Sibari e si inseriscono nel sistema Catanzaro Lido-Lamezia che consentirà di connettere la linea ferroviaria jonica anche all'aeroporto di Lamezia dove dovrà arrivare la stazione (tema intermodalità).
  In generale, per quanto riguarda gli investimenti in ambito ferroviario, le nuove risorse allocate per gli interventi nella regione Calabria con il nuovo contratto di programma (CdP) – parte Investimenti 2017-2021 tra questo Ministero e Rfi – esaminato favorevolmente dal CIPE nella riunione dello scorso 7 agosto e attualmente in corso di approvazione ammontano a circa 460 milioni di euro.
  In particolare, con 397 milioni di euro (di cui 307 a valere sui fondi FSC), è stato finanziato l'intervento di Adeguamento e velocizzazione linea ferroviaria jonica tratta Sibari-Melito Porto Salvo. Come detto, l'intervento consiste nella velocizzazione della linea ferroviaria jonica che rientra nella competenza di Rfi, nella tratta Sibari-Melito P.S., attraverso l'istituzione del rango di velocità C, la soppressione o la protezione di alcuni passaggi a livello presenti in punti particolarmente critici, il rinnovo con velocizzazione dei deviatoi (con particolare riguardo alle varie tratte: Rocca Imperiale-Sibari, Sibari-Corigliano, Corigliano-Crotone, Crotone-Cutro, Cutro-Catanzaro Lido, Catanzaro Lido-Locri, Locri-Melito P.S.), l'installazione di barriere antirumore nei punti di maggiore impatto sulle aree a più forte antropizzazione in conseguenza dell'aumento della velocità, il rinnovo di non meno di 280 chilometri di binario. Son previsti, inoltre, i prolungamenti di alcuni sottopassi di stazione esistenti e le costruzioni di nuovi, per rendere possibile l'effettuazione di movimenti contemporanei in alcune stazioni e facilitare l'accesso al mare, nei punti in cui maggiore è l'impatto dell'infrastruttura ferroviaria in termini di «cesoia» dei centri abitati, il ripristino del 4° Binario della Stazione di Melito P.S., la riqualificazione delle stazioni, il raddoppio in affiancamento, ove necessario, per assicurare lo sviluppo dell'offerta di trasporto, e l'elettrificazione, in coerenza con l'evoluzione del modello di offerta.
  Ulteriori 20 milioni di euro (che completano la copertura del costo complessivo pari a 60 milioni) sono destinati ad interventi di upgrading e potenziamento tecnologico dell'itinerario Salerno-Reggio Calabria e linee afferenti. Il programma comprende interventi di upgrading tecnologico ed infrastrutturale dell'asse Battipaglia-Reggio Calabria per migliorare la regolarità della circolazione, ottimizzando lo sfruttamento della capacità e conseguire, in sinergia con altri interventi in corso, significativi recuperi sui tempi di percorrenza. Gli interventi prioritari riguardano la velocizzazione nelle tratte Campora-Lamezia Rosarno e Lamezia-Catanzaro-Sibari.
  Le principali realizzazioni riguardano: modifiche agli impianti tecnologici, con
upgrade del sistema di distanziamento per implementazione del quinto codice sul blocco automatico a correnti codificate (BAcc da 4 a 5 codici) nella tratta Campora S. Giovanni-Lamezia T.-Rosarno) rettifica del tracciato di alcune curve ed interventi tecnologici per l'aumento della velocità di linea con rango P nella tratta Campora-Rosarno: istituzione rango C sulle tratte Sibari-Crotone-Catanzaro L. e Catanzaro L.-Lamezia T. C.le.
  Sono in corso i lavori sulle tratte Campora S. Giovanni-Lamezia T.-Rosarno, Sibari-Crotone-Catanzaro L. e Catanzaro L.-Lamezia T. C.le. È in corso la progettazione definitiva degli interventi sulla tratta Campora-Rosarno, incluso lo Studio di impatto ambientale richiesto dal Ministero dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare.
  Nuove risorse, per complessivi 50 milioni di euro, sono destinate agli interventi di adeguamento prestazionale del corridoio TEN-T Scandinavia-Mediterraneo (porti Adriatico e Mezzogiorno). Tali risorse sono destinate alla realizzazione di opere prioritarie a completamento della prima fase del programma di adeguamento prestazionale merci, ed in particolare per l'adeguamento a modulo della linea Adriatica e per l'adeguamento a massa assiale, modulo e sagoma dell'itinerario tra Bari/Taranto e Gioia Tauro con tratta antenna verso la Basilicata. È stata avviata a realizzazione una 1ª fase di interventi di adeguamento a modulo del corridoio. Sono in fase di progettazione gli interventi di adeguamento delle sagome, che interesseranno prioritariamente le tratte tra Bari e Gioia Tauro.
  Nonostante i consistenti investimenti realizzati, l'attuale linea tirrenica ferroviaria soffre, però, della mancanza dell'alta velocità ferroviaria, una condizione che blocca gran parte del traffico passeggeri e rende più lunga la durata dei viaggi da e per la Calabria. In attesa di colmare anche questo gap infrastrutturale, con il nuovo CdP — parte Investimenti 2017-2021 sono stati stanziati 6 milioni di euro per realizzare lo studio di fattibilità di un progetto che consenta un tempo di percorrenza tra Roma e Reggio Calabria di circa tre ore e di sei ore da Milano.
  Le nuove risorse allocate con il nuovo CdP-I 2017-2021 si aggiungono a quelle già disponibili nell'aggiornamento 2016 al CdP-I 2012-2016 che, per gli interventi in regione Calabria, assommano a oltre 1,2 miliardi di euro.
  I principali interventi ferroviari già finanziati nel precedente Aggiornamento 2016 sono i seguenti.
  Interventi di adeguamento tecnologico e infrastrutturale per l'incremento delle prestazioni e dell'affidabilità della linea Battipaglia-Regio Calabria (finanziamento di 230 milioni di euro per la completa realizzazione dell'intervento).
  Gli interventi, articolati in 14 sottoprogetti, interessano oltre la regione Calabria anche la Basilicata e la Campania. I sottoprogetti relativi alla Calabria sono 10, per un costo complessivo di 200 milioni di euro e consistono nell'omogeneizzazione dell'attrezzaggio tecnologico della linea, adeguamento a sagoma PC 45 di alcune gallerie, messa a Modulo del PRG di alcune stazioni con velocizzazione degli itinerari, realizzazione di una nuova sottostazione elettrica (Sse) a Vibo-Pizzo con annessa linea primaria di alimentazione, riclassamento a 150 kv della SSE di Sambiase e del Posto di trasformazione AT di Feroleto, rifacimento galleria Coreca, tra Amantea e Campora S.G., realizzazione di un nuovo ponte sul torrente Petrace fra le stazioni di Gioia Tauro e Palmi, realizzazione Apparato centrale computerizzato (ACC) e adeguamento del Piano regolatore generale (Prg) della stazione di Lamezia Terme, completamento del sistema di gestione centralizzata della circolazione dell'intero compartimento presso la sala circolazione di Reggio Calabria.
  Quasi tutti gli interventi sono già esercizio, mentre sono in realizzazione il PRG Gioia Tauro, la ricostruzione del ponte sul fiume Petrace, l'ACC e PRG Lamezia T. e interventi di completamento del Dirigente centrale operativo (DCO) unico di Reggio Calabria-Aletaponto-Sibari-Paola (Bivio S. Antonello) (finanziamento di 155 milioni di euro per la «Fase prioritaria»).
  Il progetto si inserisce nell'ambito degli interventi per il potenziamento del collegamento fra il porto Gioia Tauro ed il corridoio Scandinavia-Mediterraneo versante adriatico. Il Progetto Metaponto-Sibari-Bivio S. Antonello prevede, come fase prioritaria, la realizzazione delle opere suddivise in quattro lotti indipendenti:

   lotto 1): Rinnovo linea trazione elettrica (TE). Potenziamento linea di contatto da 320 a 440 mmq da Castiglione Cosentino a Trebisacce, con esclusione delle tratte interessate dalle varianti di tracciato e semplificazione impianti a Spezzano Albanese, Mongrassano e Montalto;

   lotto 2): Adeguamenti a Prg stazioni, con messa a modulo merci a 750 metri della stazione di Amendolara, velocizzazione itinerari a 60 chilometri orari, realizzazione sottopassaggio pedonale e marciapiede di servizio h55 e L=150/250 metri, semplificazione impianti, stazioni di Amendolara, Rocca Imperiale e San Marco Roggiano;

   lotto 3): Interventi nelle località Cassano, Tarsia e Torano. Realizzazione di rettifiche di tracciato (circa 10,5 chilometri) per innalzamento velocità a 150 chilometri orari a Cassano, Torano e Tarsia con rifacimento della sede ferroviaria: corpo stradale, TE, armamento, opere di regimentazione idraulica, modifiche ed adeguamenti degli impianti di sicurezza e telecomunicazioni dell'intera tratta. Nuova travata metallica di 5 campate per complessivi 260 metri (sul torrente Esaro Grondo realizzata in corrispondenza delle rettifiche di tracciato previste nella zona di Tarsia). Soppressione PL di Torano con realizzazione di viabilità alternativa. Messa a Modulo merci a 750 metri della stazione di Torano con realizzazione di sottopassaggio pedonale e marciapiede di servizio h55 e L=150/250 metri. Trasformazione di Tarsia in fermata con realizzazione marciapiede di servizio h55 e L=150/250 metri. Soppressione dell'Impianto di Cassano. Spostamento di due passaggi a livello a seguito degli interventi di rettifica curve;

   lotto 4) Varianti di tracciato. Soppressione passaggi a livello e realizzazione di viabilità alternativa in prossimità della stazione di Acri con soppressione della stazione e rettifiche di tracciato per circa 3 chilometri per innalzamento velocità a 150 chilometri orari.

  Risultano completati i lavori dei lotti 1 e 3 mentre sono in corso di ultimazione quelle dei lotti 2 e 4.
  Velocizzazione tirrenica sud (finanziamento di 100 milioni di euro completamente finanziati.
  Le opere in corso consistono nell’upgrade dei sistemi di segnalamento con tecnologie innovativi sulle tratte Maratea-Scalea, modifiche Sistema controllo marcia treno (SCMT) sull'intera tratta Battipaglia-Reggio Calabria, inserimento in Apparato centrale computerizzato multistazione (ACCM) delle stazioni di Praja, Scalea, Nocera T., S. Pietro M., Eccellente, Vibo e Rosarno.
  Per quanto attiene, poi, agli aspetti inerenti il servizio ferroviario, fermo restando la competenza regionale per il TPL, si precisa che con il Contratto di servizio a media e lunga percorrenza 2017-2026, relativo ai servizi di trasporto ferroviario passeggeri rientranti nel perimetro del Servizio universale, questo Ministero ha, da un lato, mantenuto tutti i servizi IC e ICN da/per la regione Calabria, intensificando anche gli sforzi per ottenere nuovi collegamenti come l'istituzione della nuova coppia di IC RC-TA a metà febbraio, e dall'altro ha proceduto all'avvio del completo rinnovamento del materiale rotabile-utilizzato in Contratto di servizio media e lunga percorrenza.
  Infine, relativamente al settore merci questa Amministrazione ha avviato il sostegno, in un mercato liberalizzato, di aiuti alle imprese con l'attuazione delle disposizioni di cui alla legge n. 190 del 2014 e al decreto-legge n. 185 del 2015 convertito in legge, con modificazioni, dall'articolo 1, comma 1, legge n. 9 del 2016.
Il Viceministro delle infrastrutture e dei trasporti: Riccardo Nencini.


   BUSTO, DAGA, DE ROSA, MICILLO, TERZONI e ZOLEZZI. — Al Ministro della salute, al Ministro dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare. — Per sapere – premesso che:

   l'11 luglio 2016 il tribunale di Vercelli ha condannato la società Sacal, Società Alluminio Carisio s.p.a. per danno ambientale, disponendo la bonifica dell'area interessata ed ulteriori interventi di riparazione primaria;

   il 18 aprile 2017 il giornale online «Notizia oggi Vercelli» riporta come il vento forte abbia creato sollevamento e dispersione delle polveri degli scarti di lavorazione dell'acciaieria Sacal, che risulterebbe non aver provveduto alla bonifica dell'area, disattendendo le disposizioni del tribunale di Vercelli;

   si registrano le denunce dei cittadini e dello stesso sindaco di Carisio, Pietro Pasquino, che avrebbe presentato denuncia all'Arpa e richiesta di rilevamenti nella zona per constatare la contaminazione ambientale da diossine;

   le polveri sembrano aver raggiunto i campi coltivati, con danno per le colture e la salute umana a fronte della pericolosità delle sostanze depositate nei pressi dell'acciaieria;

   il sollevamento delle polveri procurerebbe dispersione di diossine, sostanze che, da diversi studi scientifici vengono collegate a molteplici danni alla salute, tra i quali tumori, nonché in grado di accumularsi in vegetali e animali in quanto liposolubili, giungendo infine all'uomo tramite il consumo di vegetali, carni e altri derivati animali;

   l'amministrazione comunale, nella persona del primo cittadino, ha commissionato a uno specialista un'indagine epidemiologica sull'andamento della mortalità per tutte le cause dal 1980 a marzo 2017 compreso e riguardante il territorio del comune. I risultati sono stati illustrati a fine maggio del corrente anno durante un consiglio comunale e mostrano un incremento preoccupante di patologie tumorali nella frazione Crocicchio, che dista un chilometro dalla sopra citata fonderia, rispetto alla media regionale. Nella popolazione maschile di detta frazione si riscontrano eccessi di mortalità per linfomi, rischi doppi di neoplasie del polmone e un incremento del 56 per cento dei casi di tumore complessivi. Per quanto riguarda la popolazione femminile la situazione in frazione Crocicchio si presenta ancor più drammatica con eccessi statisticamente significativi per mieloma, neoplasie ematologiche, cancro al colon retto, al pancreas, all'apparato digerente. Secondo il ricercatore, «l'aumento, specialmente tra le donne, di tumori a carico di singoli organi dell'apparato digerente o nel loro complesso, si potrebbe spiegare che in un contesto rurale sia ipotizzabile, verosimilmente, una maggiore residenzialità storica delle donne in loco con una conseguente maggior esposizione (anche indoor) a possibili inquinanti ambientali e ad un maggior consumo di ortaggi rispetto all'uomo più tendente a spostamenti locali per motivi di lavoro e consumo di pasti fuori casa.» –:

   se il Governo non intenda assumere ogni iniziativa di competenza per la riparazione del danno ambientale con il sollecito smaltimento dei cumuli di scorie giacenti presso l'impianto Sacal, come disposto dalla sentenza dell'11 luglio 2016;

   quali iniziative di competenza intenda intraprendere ai fini di una valutazione dell'entità e della quantificazione del danno ambientale conseguente alla ulteriore dispersione e propagazione delle polveri provenienti dall'acciaieria nel territorio circostante, con particolare riferimento ai terreni agricoli, e se non ritenga necessarie compensazioni per gli effetti dannosi causati all'agricoltura.
(4-16422)

  Risposta. — Con riferimento all'interrogazione in esame, relativa ai danni ambientali causati dalla dispersione delle polveri degli scarti di lavorazione dell'acciaieria Sacal Spa situata a Carisio, comune del vercellese, sulla base degli elementi acquisiti, si rappresenta quanto segue.
  Nel merito si fa presente in via preliminare, che l'Ispra, nella propria relazione di valutazione del danno ambientale di maggio 2016, ha evidenziato che le imputazioni del relativo procedimento si riferivano, sotto un primo profilo, a fenomeni di aerodispersione e di ricaduta di diossine e Pcb generati da alcune fonti emissive.
  Si rappresenta, inoltre, che il Ministero dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare si è costituito parte civile nel procedimento penale n. 2684/12 a carico di alcuni soggetti per il risarcimento del danno ambientale derivante dalla illecita gestione della fonderia di alluminio della Sacal.
  Con sentenza n. 1327/2016 pronunciata dal tribunale di Vercelli nel procedimento in parola, sono stati condannati due imputati nonché la Sacal Spa, quale responsabile civile, al risarcimento in forma specifica del danno ambientale da effettuarsi attraverso il completamento delle operazioni di bonifica, in conformità ai tempi ed ai modi descritti dalla legge e dalle competenti autorità amministrative, nonché mediante gli ulteriori interventi di riparazione primaria che risulteranno necessari in seguito alla caratterizzazione dell'area in oggetto. Il piano di caratterizzazione delle aree esterne è stato presentato dalla Sacal agli inizi del 2017 e nel giugno 2017 era in corso di istruttoria.
  La pronuncia del tribunale di Vercelli ha inoltre disposto la restituzione ai condannati delle scorie, precedentemente poste sotto sequestro giudiziale, ai fini del loro smaltimento, secondo le procedure di bonifica in atto.
  Si precisa, peraltro, che l'area in oggetto non è ricompresa tra i siti di interesse nazionale e quindi le procedure di bonifica sono di competenza regionale, secondo quanto previsto dal decreto legislativo n. 152 del 2006 e, qualora i soggetti responsabili della contaminazione non provvedano direttamente agli adempimenti disposti dal predetto decreto, gli stessi sono a carico del comune o della regione, come indicato nell'articolo 250, salvo il diritto di rivalsa degli stessi enti.
  In relazione alla forte ondata di vento che ha interessato la zona in questione, il 18 aprile 2017, l'Arpa Piemonte ha fatto presente che tutto il territorio nord-ovest della Regione è stato interessato da fenomeni di forte vento e che per il giorno in esame è stato emesso un bollettino di allerta meteo per vento forte destinato alle aree interessate, tra cui anche quella in cui è locata l'acciaieria Sacal.
  L'Arpa ha riferito, altresì, che, a seguito dell'episodio del 18 aprile 2017, non è pervenuta al proprio dipartimento, da parte del comune di Carisio, alcuna richiesta ufficiale di rilevamenti nella zona tesi a constatare la contaminazione ambientale da diossine.
  In particolare la medesima Arpa precisa che la contaminazione ambientale da diossine a carico della matrice suolo nelle aree circostanti lo stabilimento Sacal è oggetto di uno dei procedimenti di bonifica di cui l'autorità competente è lo stesso comune e che comunque l'agenzia conduce da diversi anni (con cadenza bimestrale per 3 postazioni e mensile per 1 postazione), il monitoraggio delle deposizioni atmosferiche per la ricerca dei microinquinanti (Pcdd/F e Pcb).
  Sempre secondo quanto riferito dall'Arpa, in seguito all'evento atmosferico del 18 aprile 2017, in data 21 aprile, l'agenzia ha effettuato un sopralluogo con il Servizio di polizia provinciale nucleo ambientale, nel corso del quale la ditta ha dichiarato di aver provveduto, al momento dell'evento, ad intensificare la bagnatura dei piazzali al fine di limitare il sollevamento di polveri diffuse dalla viabilità e dagli stoccaggi interni e di non aver registrato fenomeni di danneggiamento delle coperture realizzate sui cumuli. Al riguardo, la provincia ha riferito che, nel corso di un sopralluogo appositamente effettuato, è stata appurata l'integrità di tali coperture.
  Per quanto concerne la problematica relativa ai cumuli, secondo quanto riferito dall'Arpa e dalla prefettura di Vercelli, i cumuli sotto sequestro sono denominati A, B, C, D, e «ignoto». Il giudice ha demandato al comune l'emanazione di apposita ordinanza di smaltimento degli stessi. Nel frattempo, la Sacal nell'ambito del procedimento di riesame dell'A.I.A. ha presentato una proposta di allontanamento con ipotesi diverse per i diversi cumuli. Con il riesame dell'A.I.A. sono state autorizzate le operazioni proposte per i cumuli B e C, nel rispetto delle prescrizioni degli enti competenti. Le relative operazioni sono in corso.
  Ad ogni modo, si fa presente che della questione sono interessate varie amministrazioni, pertanto qualora dovessero giungere ulteriori elementi informativi, si provvederà a fornire aggiornamenti.
  Si rassicura, comunque, che per quanto di competenza il Ministero dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare continuerà a svolgere le proprie attività senza ridurre in alcun modo il livello di attenzione sulla questione.
  

Il Ministro dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare: Gian Luca Galletti.


   BUSTO, DAGA, DE ROSA, CRIPPA, MICILLO, TERZONI e ZOLEZZI. — Al Ministro dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare, al Ministro dello sviluppo economico. — Per sapere – premesso che:

   il 23 dicembre 2015 Sogin ha presentato istanza per l'avvio della procedura di assoggettabilità a valutazione di impatto ambientale (Via) di due progetti sperimentali noti come «Realizzazione di un impianto per il trattamento e condizionamento delle resine a scambio ionico esaurite della Centrale di Trino – WOT e SiCoMor». In data 7 gennaio 2016 ne è stato dato avviso al pubblico per la presentazione di osservazioni;

   in data 7 giugno 2016, con determinazione dirigenziale codice DVA-DEC-2016-0000226, viene decretata l'esclusione dalla valutazione di impatto ambientale dei due progetti sperimentali, a condizione che Sogin ottemperi ad alcune prescrizioni;

   a luglio 2016, il sindaco di Trino, Alessandro Portinaro, è stato nominato tra i consiglieri di amministrazione della stessa Sogin;

   contrariamente a quanto riportato nel progetto, a mezzo stampa (La Stampa Vercelli del 1o dicembre 2016), il presidente di Sogin, Marco Enrico Ricotti ha affermato che sarà costruito «un impianto che non avrà alcun impatto radiologico sull'ambiente»;

   il 16 novembre 2016 il consiglio comunale di Trino ha approvato una convenzione tra comune e Arpa Piemonte per il monitoraggio di aria, acqua e altre matrici ambientali. Tale monitoraggio straordinario non andrebbe a sostituire ma a integrare quello erogato da Sogin, almeno secondo quanto dichiarato dal sindaco Portinaro durante la commissione comunale aperta al pubblico del 17 gennaio 2017;

   si noti che, nell'articolo 1 della determina ministeriale del 7 giugno 2016, si fa riferimento a una precedente determina del 2015 con la quale veniva esclusa la procedura di Via per altro progetto sulla centrale di Trino, dal quale sarebbe peraltro scaturita la necessità di ampliare e implementare la rete di monitoraggio, oggetto della suddetta convenzione tra comune di Trino e Arpa Piemonte del novembre 2016 –:

   quali eventuali problematiche abbia rilevato il Governo nell'ambito della verifica di assoggettabilità a Via del progetto di cui in premessa, alla luce delle criticità che possono aver indotto alla stipula della convenzione sopra citata;

   se sia stata fatta una verifica degli impatti cumulativi dei diversi progetti;

   in che modo intenda adoperarsi, per quanto di competenza, per disporre ulteriori attività di controllo sull'area, a tutela della salute dei cittadini di Trino e dell'ambiente;

   se il Governo non intenda promuovere, per quanto di competenza, una valutazione di impatto sulla salute (Vis) dei progetti sopra richiamati, visto che il centro abitato di Trino è a 1.800 metri dai suddetti impianti;

   se il Governo non ritenga necessario assumere iniziative per prevedere una compensazione per i cittadini residenti, in assenza di Via ed eventualmente di Vis, una volta avvenuta l'eventuale constatazione del danno ambientale procurato dalla presenza di tali impianti sperimentali.
(4-16539)

  Risposta. — Con riferimento all'interrogazione in esame, sulla base degli elementi acquisiti dalla competente direzione generale del Ministero dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare, si rappresenta quanto segue.
  Nel procedimento di verifica di assoggettabilità a Via del progetto «Centrale di Trino – Aggiornamento delle modalità di gestione dei rifiuti radioattivi e relativo stoccaggio provvisorio in sito», presentato da Sogin S.p.a. nel mese di settembre 2014, il provvedimento di esclusione della procedura di Via, con prescrizioni, del 30 aprile 2015, prevede, alla prescrizione n. 3 che il proponente, in riscontro alle richieste formulate dalla regione Piemonte, avvii «[...] con la Regione Piemonte e l'Arpa Piemonte un tavolo tecnico per:

   a. Studiare interventi di mitigazione/compensazione ambientale relativi al presente progetto;

   b. Aggiungere una postazione fissa di monitoraggio della contaminazione radioattiva in aria da gestire in accordo con ARPA;

   c. Avviare il monitoraggio della radioattività in varie matrici ambientali da concordare con Arpa [...]».

  In data 26 maggio 2015 il proponente ha chiesto alla regione Piemonte l'avvio del tavolo tecnico in ottemperanza alla prescrizione n. 3 sopra citata.
  Successivamente, in data 23 dicembre 2015, la società Sogin S.p.a. ha presentato istanza di verifica di assoggettabilità alla Via per il progetto «Realizzazione di un impianto per il trattamento e condizionamento delle resine a scambio ionico esaurite della Centrale di Trino – WOT e SiCoMor». Il procedimento si è concluso con il provvedimento direttoriale di esclusione dalla procedura di Via, con prescrizioni, del 7 giugno 2016, che recepisce le considerazioni e le valutazioni espresse dalla Commissione tecnica di verifica dell'impatto ambientale Via e Vas nel parere n. 2089 del 27 maggio 2016.
  Nel corso dell’
iter istruttorio di verifica di assoggettabilità per il progetto sopra richiamato, sono stati tenuti in debita ed approfondita considerazione tutti gli aspetti ambientali relativi all'opera di cui trattasi, compresi gli impatti cumulativi dei vari progetti e le misure per il monitoraggio delle varie componenti ambientali.
  In particolare, con riferimento al monitoraggio integrato, si rappresenta che le prescrizioni ai nn. 2 e 3, previste dal provvedimento direttoriale del 7 giugno 2016, richiedono al proponente di concordare con Arpa Piemonte un'integrazione al piano di monitoraggio radiologico dell'acqua di falda superficiale e di utilizzare la postazione fissa di monitoraggio della contaminazione radioattiva in aria prevista dalla prescrizione n. 3, lettera
b) della determinazione del 30 aprile 2015, con le eventuali modifiche che si rendessero necessarie, per il monitoraggio delle attività previste dal progetto presentato nel dicembre 2015.
  Si ricorda, infine, che la documentazione progettuale presentata dalla società proponente nel corso del procedimento di verifica di assoggettabilità alla Via per il progetto dell'impianto per il trattamento e condizionamento delle resine a scambio ionico esaurite, insieme con il parere della Commissione tecnica di verifica dell'impatto ambientale – Via e Vas n. 2089 del 27 maggio 2016 ed il provvedimento direttoriale del 7 giugno 2016 sono pubblicati sul sito web di questo Ministero all'indirizzo:
http://www.va.minambiente.it/it-IT/Oggetti /Documentazione/1595/2651.
  Della questione sono comunque interessate anche altre amministrazioni, pertanto, qualora dovessero pervenire ulteriori, significativi, elementi informativi, si provvederà a fornire un aggiornamento.
  Alla luce delle informazioni esposte, questo Ministero continuerà a svolgere le attività e valutazioni di competenza in materia con il massimo grado di attenzione, nonché a svolgere un'attività di monitoraggio e a tenersi informato, anche al fine di valutare un eventuale coinvolgimento di altri soggetti istituzionali.

Il Ministro dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare: Gian Luca Galletti.


   BUSTO, DAGA, DE ROSA, MICILLO, TERZONI e ZOLEZZI. — Al Ministro dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare, al Ministro delle politiche agricole alimentari e forestali. — Per sapere – premesso che:

   come si apprende da quotidiani locali, quali infovercelli24.it, martedì 10 ottobre 2017 la regione Piemonte ha dichiarato lo stato di massima pericolosità per incendi boschivi su tutto il territorio piemontese, vietando dunque le azioni che possano determinare anche solo potenzialmente l'innesco di incendio;

   nello stesso momento nel vercellese si procede con la consueta bruciatura delle stoppie del riso, pur se accompagnata da polemiche di chi la considera ormai superata e dannosa per l'ambiente (in particolare per la già scarsa qualità dell'aria nel vercellese);

   La Stampa di Vercelli e Provincia dell'11 ottobre 2017 riporta come le rilevazioni di Arpa Piemonte abbiano constatato una concentrazione allarmante di PM10 nella zona tra Caresana e Motta de’ Conti nel giorno 4 ottobre 2017, rispettivamente di 105 e 120 microgrammi per metro cubo, quando il limite consentito è di 50 µg/m3. Tale superamento dei limiti non rappresenta un fatto isolato vista l'alta concentrazione di polveri sottili superiori al limite consentito registrate negli ultimi giorni in tutta la Bassa Vercellese;

   l'allarme sollevato sull'inquinamento in tutta l'aria della Pianura Padana è già stato oggetto della risoluzione in Commissione n. 7-01158, con particolare riguardo al livello di PM10 e alla riduzione delle aspettative di vita per la stessa popolazione residente;

   qualche giorno fa, un anziano agricoltore di 84 anni è stato ritrovato morto carbonizzato in un suo campo accanto a un rogo di stoppie che potrebbe essere sfuggito al controllo ad Ottobiano (Pavia);

   il regolamento della provincia di Vercelli sulle condizioni per l'eliminazione, mediante combustione, delle stoppie costituenti residui del raccolto stagionale di prodotti agricoli, come stabilito dall'articolo 59 del regio decreto 18 giugno 1931, n. 773, «Testo Unico delle Norme di Pubblica Sicurezza», dall'articolo 19 del decreto legislativo n. 267 del 2000 e successive modificazioni e integrazioni (Testo unico enti locali) e l'articolo 7 del decreto legislativo n. 267 del 2000 e successive modificazioni e integrazioni, stabilisce determinati criteri per l'abbruciatura delle stoppe, al fine di assicurare la pubblica sicurezza. Tra questi si rileva la valutazione delle condizioni ambientali e meteorologiche e il divieto della pratica in caso di vento o nebbia;

   secondo notiziavercellioggi.it del 6 ottobre 2017 le regole definite dal regolamento provinciale non sarebbero rispettate, con particolare riguardo al divieto di abbruciatura fino a 100 metri dalle strade, tanto che, in più di un caso, è stata richiesto l'intervento dei vigili del fuoco a spegnere gli incendi che hanno superato tale limite. Allo stesso modo non è stata rispettata la disposizione di evitare gli incendi in caso di vento, come testimoniato da diverse immagini pubblicate sui giornali locali delle colonne di fumo trasportate dal vento –:

   se il Governo non intenda assumere iniziative normative per garantire la tutela dell'incolumità e della salute pubblica, con riferimento alla dibattuta pratica di abbruciatura delle stoppie del riso;

   se il Governo non intenda assumere iniziative, per quanto di competenza, per rafforzare i controlli al fine di evitare le infrazioni denunciate dai media locali piemontesi.
(4-18129)

  Risposta. — Con riferimento all'interrogazione in esame, sulla base degli elementi acquisiti, si rappresenta quanto segue.
  Occorre premettere che la regolamentazione della pratica dell'abbruciamento è demandata ai comuni ed alle altre amministrazioni locali competenti in materia ambientale, le quali hanno facoltà di sospendere, differire o vietare la combustione del materiale, mentre spetta agli organi di controllo locali la verifica del rispetto delle suddette norme.
  Si evidenzia, altresì, che l'attività di combustione dei residui vegetali al fine del riciclaggio delle sostanze concimanti o ammendanti in essi contenute rappresenta una buona pratica agricola ed una delle modalità di utilizzazione dei residui vegetali in agricoltura. Tale attività non rientra nella fattispecie della combustione illecita dei rifiuti come stabilito dal comma 6 dell'articolo 256 del decreto legislativo 3 aprile 2006, n. 152 che recita: «Si applicano le sanzioni di cui all'articolo 255 se le condotte di cui al comma 1 hanno a oggetto i rifiuti di cui all'articolo 184, comma 2, lettera
e). Fermo restando quanto previsto dall'articolo 182, comma 6-bis, le disposizioni del presente articolo non si applicano all'abbruciamento di materiale agricolo o forestale naturale, anche derivato da verde pubblico o privato». Pertanto l'attività di combustione è considerata illecita solo se ha come oggetto i rifiuti vegetali provenienti da aree verdi, quali giardini, parchi e aree cimiteriali.
  Sullo stesso tema interviene anche il comma 6-
bis dell'articolo 182 del decreto legislativo n. 152 del 2006 il quale specificatamente prevede che: «Le attività di raggruppamento e abbruciamento in piccoli cumuli e in quantità giornaliere non superiori a tre metri steri per ettaro dei materiali vegetali di cui all'articolo 185, comma 1, lettera f), effettuate nel luogo di produzione, costituiscono normali pratiche agricole consentite per il reimpiego dei materiali come sostanze concimanti o ammendanti, e non attività di gestione dei rifiuti. Nei periodi di massimo rischio per gli incendi boschivi, dichiarati dalle regioni, la combustione di residui vegetali agricoli e forestali è sempre vietata. I comuni e le altre amministrazioni competenti in materia ambientale hanno la facoltà di sospendere, differire o vietare la combustione del materiale di cui al presente comma all'aperto in tutti i casi in cui sussistono condizioni meteorologiche, climatiche o ambientali sfavorevoli e in tutti i casi in cui da tale attività possano derivare rischi per la pubblica e privata incolumità e per la salute umana, con particolare riferimento al rispetto dei livelli annuali delle polveri sottili (PM10)».
  Da quanto sopra esposto, il tema in argomento risulta essere dunque già opportunamente disciplinato dalla normativa vigente.
  Ad ogni modo, secondo quanto riferito dall'Arpa Piemonte, i dati relativi al caso in esame non sono valori di concentrazione misurati bensì si tratta di valori stimati mediante modellistica.
  L'Arpa, infatti, con cadenza giornaliera, pubblica sul portale di sistema Piemonte le mappe raffiguranti lo stato di qualità dell'aria stimato su ogni comune piemontese in relazione agli indicatori giornalieri definiti dal decreto legislativo n. 155 del 2010 per PM10, biossido di azoto NO2 ed ozono O3.
  Le informazioni sono ottenute ogni giorno integrando i risultati prodotti dal sistema modellistico di chimica e trasporto utilizzato da Arpa Piemonte ed i dati osservati dalle stazioni del Sistema regionale di rilevamento della qualità dell'aria.
  Per quanto concerne i dati misurati, per il territorio del vercellese, le stazioni del Sistema regionale di rilevamento della qualità dell'aria sono ubicate nei comuni di Vercelli (Vercelli – Coni e Vercelli – Gastaldi), Cigliano (Cigliano – Autostrada) e Borgosesia (Borgosesia – Tonella).
  Nelle stazioni di Vercelli – Coni (l'unica stazione di fondo in area suburbana relativamente prossima ai terreni agricoli adibiti a risaia), e Vercelli – Gastaldi (stazione di traffico) i valori misurati nel periodo dall'1/09 al 17/10, presentano analogo profilo di andamento rispetto ai dati misurati nelle altre stazioni «limitrofe» ubicate nei territori dell'alessandrino e del novarese.
  Complessivamente le predette stazioni, al netto di qualche episodio ascrivibile ad eventi locali, incrementano o decrementano i valori di concentrazione in modo coerente alla situazione meteorologica dell'area piemontese nella quale sono installate. Durante i periodi di alta pressione i valori di concentrazione aumentano e, viceversa, quando la situazione meteorologica diventa favorevole alla dispersione degli inquinanti, i valori di PM10 decrescono. Spicca tra tutti il dato di PM10 particolarmente elevato (sia in relazione al suo valore assoluto sia in confronto con quelli misurati) rilevato nella giornata del 6 ottobre scorso presso la stazione di Oleggio-Gallarate (stazione di traffico) che tuttavia è verosimilmente riconducibile ai veicoli pesanti in manovra nel limitrofo parcheggio sterrato.
  Alcune valutazioni sui dati PM10 misurati nell'ultimo bimestre nelle stazioni delle aree del territorio piemontese a vocazione risicola e quindi (potenzialmente) interessate dal fenomeno dell'abbruciamento stoppie (provincie di Vercelli, Novara, Alessandria) confrontati con i valori registrati presso una stazione di fondo rurale (Vinchio, in provincia di Asti), verosimilmente non interessata dagli abbruciamenti, e con il valore medio delle stazioni di fondo urbano di Alessandria, Asti e Novara, evidenziano un generale aumento dei valori a partire dal 9 ottobre. Gli incrementi, ancorché con intensità e distribuzioni differenti non sempre regolari, paiono più evidenti in riferimento alle stazioni di Casale e di Vercelli.
  Se per quanto concerne Casale e Vercelli, territori a vocazione risicola, tali incrementi possono essere compatibili con la presenza di abbruciamenti che non sono stati dispersi efficacemente dalla meteorologia, Arpa evidenzia che nello stesso periodo l'innalzamento dei valori è avvenuto anche a Torino, territorio non risicolo, per fattori di pressione differenti.
  Si fa presente, da ultimo, che secondo quanto riferito dalla regione Piemonte, con apposita determinazione del Settore protezione civile, la regione può impedire l'abbruciamento di residui vegetali in determinati periodi dell'anno per motivi di pericolo incendi; ultimo tra tali provvedimenti, la dichiarazione di massima pericolosità per incendi boschivi, datata 10 ottobre 2017.
  Oltre a tale strumento, nel caso in esame, la provincia di Vercelli si è dotata di un apposito regolamento di divieto di combustione di residui vegetali.
  In aggiunta a tali strumenti, in attuazione dell'Accordo tra le Regioni del bacino padano, atto alla mitigazione della concentrazione del PM10 in atmosfera, il Settore emissioni e rischi ambientali della regione Piemonte, con la determinazione n. 463 del 31 ottobre 2017, ha stabilito che su tutto il territorio regionale vige il divieto di abbruciamento di residui vegetali dall'1/10 al 31/03 dell'anno successivo in maniera permanente.
  Nelle settimane in corso, l'assessorato all'ambiente della regione Piemonte si è fatto promotore di incontri con le amministrazioni comunali la cui popolazione supera i 20.000 abitanti, per illustrare gli aspetti dell'accordo del bacino padano e i contenuti delle più recenti normative regionali in attuazione dello stesso.
  Alla luce delle informazioni esposte, si rassicura comunque che il Ministero dell'ambiente continuerà a svolgere le proprie attività, senza ridurre in alcun modo il livello di attenzione sulla questione.
  

Il Ministro dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare: Gian Luca Galletti.


   BUSTO, DAGA, DE ROSA, MICILLO, TERZONI e ZOLEZZI. — Al Ministro dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare, al Ministro delle politiche agricole alimentari e forestali, al Ministro della salute, al Ministro dell'interno. — Per sapere – premesso che:

   gli incendi che hanno colpito il Piemonte, con particolare riguardo alla Val Susa, la Val Chiusella, il Cuneese e il Biellese hanno procurato una devastazione di habitat naturali e boschivi e degli stessi centri abitati, con il risultato di migliaia di persone sfollate dalle proprie case;

   il perdurare degli incendi per ben tre settimane non costituisce un caso isolato nell'anno in corso, vista l'emergenza estiva avvenuta in Sicilia, Abruzzo e Campania, tale da procurare la distruzione di 146.000 ettari di boschi con danni enormi per gli ecosistemi e gli animali e con effetti disastrosi sul clima e sul fragile assetto idrogeologico del nostro Paese. Gli stessi sindacati dei vigili del fuoco in una loro nota stampa parlano di una situazione drammatica e denunciano come l'assenza del Corpo forestale abbia portato l'Italia indietro di 40 anni nella prevenzione e nel contrasto agli incendi boschivi;

   la gravità del fenomeno, 5.000 ettari di territorio piemontese distrutto, peggiora la già compromessa situazione della qualità dell'aria piemontese – a Beinasco sono stati registrati 354 microgrammi al metro cubo, 7 volte la soglia massima, di Pm 10 – tanto da poter parlare di una vera e propria emergenza sanitaria;

   la matrice degli incendi è in buona parte dolosa, al punto che in alcuni casi sono stati già rintracciati i responsabili degli atti criminosi e stessi inneschi, ma non può essere esclusa una cattiva gestione politica dell'intero territorio, con la complicità della cattiva gestione nazionale e della dismissione del Corpo forestale dello Stato;

   ad aggravare la situazione e il pericolo per l'incolumità pubblica e per le persone ha partecipato il perdurare della stagione venatoria, con i cacciatori che inseguivano gli animali in fuga dalle fiamme;

   il sollecito delle associazioni ambientaliste per la tutela della fauna selvatica e degli ambienti naturali è nella direzione della sospensione della stagione venatoria, che già non avrebbe neppure dovuto essere aperta date le condizioni di stress ambientale che perdurano ormai da tutta l'estate. Intanto, una delibera regionale ha sospeso l'attività venatoria fino alla fine del mese di novembre 2017 nei comparti alpini colpiti dagli incendi e una sospensione fino al 10 novembre nelle aree limitrofe. Si ricorda inoltre che la regione dovrebbe individuare le zone da escludere dall'esercizio venatorio per 10 anni, come da articolo 10 della legge n. 353 del 2000;

   le misure attuate per il blocco dell'attività venatoria non risultano agli interroganti sufficienti ad affrontare la situazione piemontese. A tal proposito gli interroganti avevano presentato la risoluzione n. 7-01336 e la mozione 1-01675, in accordo con le associazioni, per sospendere la stagione venatoria almeno per l'anno in corso e per le zone maggiormente interessate dagli incendi. Nonostante gli appelli e le raccomandazioni dello stesso Ispra la stagione venatoria è stata invece anticipata al 2 settembre in tutte le regioni italiane;

   nel testo della risoluzione, così come nell'interrogazione n. 5-12453, era stato sollevato il problema del mancato aggiornamento dei piani faunistici, da farsi ogni 5 anni, così come disposto dalla legge n. 157 del 1992. Con particolare riguardo al Piemonte, sembra che la regione non abbia concluso l’iter di aggiornamento iniziato nel 2013 –:

   se il Governo non ritenga opportuno assumere iniziative per istituire un fondo di solidarietà nazionale per le criticità che riguardano persone e animali, e un piano di emergenza per il ripristino degli equilibri eco-sistemici e faunistici compromessi;

   quali iniziative il Governo intenda promuovere, per quanto di competenza, per la valutazione della qualità dell'aria e l'attivazione di misure volte alla tutela della popolazione residente nelle aree adiacenti agli incendi;

   se il Governo non intenda assumere iniziative in tutte le sedi competenti affinché venga sospesa l'attività venatoria in Piemonte per l'anno 2017/2018, al fine della tutela degli habitat e dell'incolumità pubblica;

   se il Governo non intenda assumere le iniziative di competenza per l'aggiornamento dei piani faunistici venatori, previsto ogni cinque anni dalla legge n. 157 del 1992, in base a valutazioni scientifiche sullo stato di salute degli habitat e delle varie specie.
(4-18403)

  Risposta. — Con riferimento all'interrogazione in esame, relativa alle problematiche conseguenti agli incendi che hanno interessato la regione Piemonte, sulla base degli elementi acquisiti, si rappresenta quanto segue.
  Si fa presente, in via preliminare, che il Ministero dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare ha diretta competenza in materia di incendi per i piani anti incendi boschivi (o piani AIB) delle aree protette statali (parchi nazionali e riserve naturali statali), in attuazione dell'articolo 8, comma 2, della legge n. 353 del 2000, col supporto degli enti gestori di tali aree protette che curano in modo particolare la «previsione» e la «prevenzione» degli incendi boschivi.
  Sul resto del territorio c'è la diretta competenza delle regioni per la programmazione e pianificazione AIB su tutto il territorio di relativa pertinenza, nonché per la lotta attiva, anche all'interno delle suddette aree protette statali (articolo 7 e articolo 8 comma 4 della stessa legge n. 353 del 2000).
  Ad ogni modo, si fa presente che il Ministero dell'ambiente, nell'urgenza degli incendi in Val di Susa ha interessato il capo dipartimento della protezione civile con nota del 27 ottobre 2017, al fine di mettere in atto ogni forma di collaborazione e sinergia per un efficace contrasto agli incendi boschivi.
  Per quanto riguarda la protezione della fauna, il divieto di caccia previsto dall'articolo 10 della legge n. 353 del 2000 entra in vigore sulle aree che risultano dal «Catasto delle aree percorse dal fuoco», la cui pubblicazione annuale è a cura del singolo comune, il quale ha sistematicamente a disposizione
on line tutti i perimetri degli incendi boschivi su cartografia informatizzata e georiferita, realizzata prima da parte del corpo forestale dello Stato ed ora dai carabinieri-forestali del Cutfaac in attuazione del decreto legislativo n. 177 del 2016.
  Si ricorda, inoltre, che la sospensione dell'attività venatoria per calamità naturali o altre situazioni che potrebbero compromettere la tutela della fauna selvatica, rientra tra le competenze regionali, come stabilito dall'articolo 19 della legge n. 157 del 1992, che norma le modalità con cui le regioni devono intervenire in contesti del genere.
  Al riguardo, Ispra, con nota del 25 agosto 2017, sulle «limitazioni dell'attività venatoria a causa della siccità e degli incendi che hanno colpito il Paese», richiamando quanto previsto dalla legge n. 157 del 1992, articolo 19, comma 1, ha consigliato alle regioni di adottare alcune misure da valutare caso per caso e, in alcune circostanze, in funzione del permanere delle condizioni climatiche critiche.
  La legge n. 157 del 1992, all'articolo 14, comma 7, prevede altresì che le «regioni provvedono ad eventuali modifiche o revisioni del piano faunistico venatorio e del regolamento di attuazione con periodicità quinquennale».
  Sulla questione, la regione Piemonte ha fatto presente che, a seguito dei gravi incendi boschivi che hanno flagellato varie zone del territorio piemontese la Giunta Regionale in data 27 ottobre 2017, con deliberazione n. 29-5843, ai sensi dell'articolo 2 della legge nazionale n. 157 del 1992, secondo cui «L'esercizio dell'attività venatoria è consentito purché non contrasti con l'esigenza di conservazione della fauna selvatica e non arrechi danno effettivo alle produzioni agricole.» ha deciso di sospendere temporaneamente l'esercizio dell'attività venatoria per la stagione 2017/2018, nelle aree interessate dagli incendi, da individuarsi, stante l'urgenza della situazione e l'evolversi continuo del fenomeno, con apposito provvedimento del dirigente del settore conservazione e gestione della fauna selvatica e acquacoltura, sulla base delle segnalazioni/richieste formulate dagli ambiti territoriali di caccia (ATC) e dei comprensori Alpini (CA).
  La regione ha evidenziato, altresì, che, considerato che la situazione incendi risultava ben più estesa e preoccupante rispetto alle segnalazioni pervenute, la giunta regionale, in virtù dell'articolo 19 della legge n. 157 del 1992 che recita: «1. Le regioni possono vietare o ridurre per periodi prestabiliti la caccia a determinate specie di fauna selvatica di cui all'articolo 18, per importanti e motivate ragioni connesse alla consistenza faunistica o per sopravvenute particolari condizioni ambientali, stagionali o climatiche o per malattie o altre calamità.», con Deliberazione n. 1-5855 del 31 ottobre 2017, ha statuito, dopo aver sentito le amministrazioni provinciali e la città metropolitana di Torino, di sospendere temporaneamente la caccia nei sottoindicati territori come di seguito specificato:

   
   CACN2 e CACN4 e nelle aziende agri-turistico-venatorie e faunistico-venatorie presenti nei relativi territori, fino al 30 novembre 2017 stante il fatto che tali territori sono direttamente interessati da vari incendi;

   CATO1, CATO3, CATO5 e nelle aziende agri-turistico-venatorie e faunistico-venatorie presenti nei relativi territori fino al 30 novembre 2017 stante il fatto che tali territori sono direttamente interessati da vari incendi;

   CATO2, CATO4, ATCTO1, ATCTO2, ATCTO3, e nelle aziende agri-turisticovenatorie e faunistico-venatorie presenti nei relativi territori, fino al 10 novembre 2017, quali aree confinanti indicate dalla Città Metropolitana di Torino, per le quali risulta opportuno creare una fascia di sicurezza.

  Successivamente in data 17 novembre 2017, con provvedimento n. 17-5930 la giunta regionale, vista la nota del settore protezione civile della regione n. 54320 del 14 novembre 2017, con la quale vengono indicati i Comuni interessati dagli incendi nei quali sono stati effettuati interventi da parte delle squadre AIB, con la specificazione di quelli maggiormente colpiti nel cui elenco compaiono tutti quelli indicati dalla città metropolitana; visti i bollettini meteorologici Arpa, consultabili direttamente on-line, che evidenziano condizioni di tempo spiccatamente autunnale sul Piemonte, con neve sulle Alpi e piogge in pianura e con una situazione meteo invariata per i prossimi giorni e ritenuto pertanto che non vi sono più gli elementi d'urgenza e di pericolo per la fauna selvatica, ha deliberato di sospendere l'attività venatoria nelle aree e nei comuni, come di seguito indicati, oltre il 30 novembre 2017 e fino alla formale definizione delle perimetrazioni di cui alla legge nazionale n. 353 del 2000 o salvo diversa destinazione del territorio da parte della provincia, nell'ambito del Pfvp:

   In provincia di Cuneo: CACN2 «Valle Varaita», Comune di Bellino; Comune di Casteldelfino, Comune di Pontechianale; CACN4 «Valle Stura» – settore Sambuco/Pietraporzio; CACN4 «Valle Stura» – settore Fedio/San Maurizio/Trinità.

   In provincia di Torino: in tutto il territorio dei comuni di Bussoleno, Caprie, Cumiana, Giaveno, Locana, Mompantero, Novalesa, Perrero, Ribordone, Roure, Rubiana, Sparone, Traversella, Pramollo, Chianocco, Venaus, Susa, Vistrorio, Rueglio, Cantalupa e Frossasco limitatamente ai territori ricadenti nella zona alpi di cui ai comprensori alpini interessati (CATO 1, CATO 3, CAT05) .

  Con il predetto provvedimento di giunta, la regione ha stabilito inoltre che, per quanto riguarda l'attività venatoria nelle Afv e Aatv, valgono i principi e le limitazioni territoriali già previsti; l'attività di addestramento e allenamento cani, sempre al fine della tutela della fauna selvatica già provata dalle avverse condizioni atmosferiche siccitose prima e dagli incendi dopo, è da intendersi sospesa in tali aree; di dare atto che in tutte le altre aree non indicate nei punti precedenti l'attività venatoria può riprendere.
  A ciò si aggiungono le numerose ordinanze sindacali di chiusura della caccia emesse dai sindaci per motivi di sicurezza e il coordinamento con le amministrazioni provinciali, la città metropolitana di Torino, il corpo forestale dei carabinieri e la protezione civile, al fine di valutare su tutto il territorio piemontese le varie situazioni di criticità per l'adozione di ulteriori provvedimenti di limitazione o chiusura dell'attività venatoria.
  In merito a quanto previsto dall'articolo 10 dalla legge n. 353 del 2000, la regione Piemonte ha rappresentato di aver richiesto, in data 9 novembre 2017, al corpo forestale dello Stato notizie certe sui tempi delle perimetrazioni delle aree interessate dal fuoco e di aver richiesto alla direzione regionale protezione civile un elenco ufficiale dei comuni interessati dai vari incendi con l'indicazione di quelli maggiormente colpiti.
  In merito alla situazione del Piano-faunistico-venatorio regionale, sempre secondo quanto riferito dalla regione, la giunta regionale con deliberazione n. 21-6368 del 17 settembre 2013 ha approvato: la proposta di piano-faunistico-venatorio regionale; il rapporto ambientale e la valutazione di incidenza e il piano di monitoraggio del piano-faunistico-venatorio regionale; la dichiarazione di sintesi.
  Attualmente i documenti sopraccitati si trovano presso il consiglio regionale per la loro approvazione definitiva.
  La regione ha, infine, comunicato che in data 22 novembre 2017, la terza commissione consiliare ha approvato il disegno di legge n. 182, presentato dalla giunta regionale, in materia faunistico-venatoria, che prevede nuove disposizioni per l'approvazione del piano faunistico-venatorio regionale.
  A quanto fin qui esposto si aggiunga che il Ministero dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare sta attivando una apposita azione a livello nazionale per favorire il recupero delle aree percorse dal fuoco, con specifico finanziamento pubblico, mediante un apposito programma.
  Alla luce delle informazioni esposte, si rassicura che il Ministero continua a svolgere le proprie attività di monitoraggio e sollecito, senza ridurre in alcun modo il livello di attenzione sulla questione.

Il Ministro dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare: Gian Luca Galletti.


   CANCELLERI. — Al Ministro delle infrastrutture e dei trasporti, al Ministro dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare. — Per sapere – premesso che:

   il corridoio plurimodale tirrenico nord Europa itinerario Agrigento-Caltanissetta A19 strada statale n. 640 «di Porto Empedocle», ammodernamento e adeguamento alla categoria B del decreto ministeriale 5 novembre 2009, dal chilometro 44+000 allo svincolo con l'A19, costituisce uno dei maggiori assi viari regionali e la principale via di comunicazione tra Agrigento e Caltanissetta;

   durante il corso dei lavori, il viadotto San Giuliano è stato sottoposto ad un notevole aumento del traffico veicolare anche da parte dei mezzi pesanti delle imprese incaricate della realizzazione del progetto e chiuso per problemi seri di staticità, portando all'attivazione di procedure di monitoraggio;

   si apprende da un articolo del Giornale di Sicilia del 29 novembre 2017 che il viadotto San Giuliano sarà riaperto a breve e che continua il monitoraggio dello stesso, anche se in una riunione del 4 maggio 2017, tenutasi a Roma con i vertici di Anas e Ministero delle infrastrutture e dei trasporti era stato riferito all'interrogante che il monitoraggio era finito e si aspettavano i risultati, con l'interrogazione a risposta in Commissione n. 5-11005 l'interrogante chiedeva i risultati del monitoraggio e come e quando sarebbe stato ripristinato il viadotto;

   sempre dallo stesso articolo si evince che, dirigenti del Ministero dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare hanno chiesto chiarimenti sul ripristino della strada statale 22-bis, che, secondo loro, non rientra nelle opere di mitigazione, quindi tra le opere di compensazione;

   bisogna ripristinare tutta la strada statale 122-bis perché la sede stradale è stata danneggiata dal quotidiano passaggio dei mezzi pesanti della ditta CMC impiegati per i lavori in corso sulla strada statale 640, attraversata più volte per raggiungere la «Cava Giglio» a Petralia Sottana, creando stato di degrado e disagio, mettendo a elevato rischio l'incolumità di centinaia di cittadini che ogni giorno la percorrono, oltre alle migliaia di macchine che da Agrigento e Caltanissetta devono recarsi in A19 e che percorrono la via Borremans fino allo svincolo ad oggi in uso per l'autostrada;

   con riferimento alla parte della strada statale 122-bis che va dalla via Borremans alla stazione Xirbi è stato preso un impegno da parte del Governo pro tempore a seguito dell'approvazione della risoluzione n. 8-152 da parte della IX Commissione (Trasporti, Poste e Telecomunicazioni) il 10 novembre 2015 e si aspetta urgentemente di ripristinare la restante parte fino a S. Caterina Villarmosa –:

   quali siano i risultati ottenuti a seguito del monitoraggio del viadotto San Giuliano;

   come si intenda procedere al ripristino della viabilità;

   quando inizieranno i lavori di riparazione del viadotto e quando verranno ultimati;

   quali tipologie di opere si prevedano per il ripristino del viadotto;

   come il notevole aumento del traffico veicolare che c'è stato su questo viadotto da parte di mezzi d'opera delle società Empedocle2 e di CMC abbia potuto influire sul cedimento;

   quali siano le ragioni che abbiano portato a escludere il ripristino della 122-bis che rientrava tra le opere di compensazione;

   in quali tempi si preveda di dare seguito a quanto previsto nella risoluzione n. 8-152 e di assumere iniziative per ripristinare la restante parte fino a S. Caterina Villarmosa che presenta carattere d'urgenza.
(4-18727)

  Risposta. — Con riferimento all'atto di sindacato ispettivo in esame, si forniscono i seguenti elementi di risposta sulla base delle informazioni pervenute dalla direzione generale per le strade e le autostrade e per la vigilanza e la sicurezza nelle infrastrutture stradali, di questo Ministero e dalla società Anas.
  La società Anas comunica che il monitoraggio del viadotto San Giuliano è in fase di ultimazione. Fa presente, altresì, che trattandosi di un monitoraggio di tipo geotecnico per conseguire risultati rappresentativi è indispensabile estenderlo ad un orizzonte temporale di registrazione e di analisi dei dati necessariamente ampio e non inferiore ad un anno.
  Per il ripristino del tratto della ex strada statale 122
bis, oggi di competenza comunale, anche denominata Via Borremans, la progettazione di interventi di risanamento del piano viabile e delle opere di protezione è in fase di ultimazione; gli stessi saranno attuati con gradualità entro la prossima primavera.
  In merito ai disagi evidenziati sulla strada statale 122
bis, di competenza Anas, la medesima fa presente che gli stessi erano previsti già in fase progettuale, considerato che la suddetta arteria stradale rientra nel piano di cantierizzazione dell'opera, indipendentemente dalla chiusura del viadotto San Giuliano, per ragioni di sicurezza della circolazione stradale, avvenuta a seguito di un movimento franoso di rilevanti dimensioni e che necessita, ai fini della riapertura, di indispensabili interventi di consolidamento strutturale.
  Anas fa presente che la chiusura al transito del viadotto San Giuliano non è stata influenzata dall'aumento del traffico per i lavori in corso in quanto la struttura è stata progettata per sopportare carichi molto più gravosi, così come previsto dalla normativa vigente.
  Relativamente al passaggio dei mezzi d'opera sulla suddetta arteria stradale e alla usura indotta sulla stessa, si rappresenta che l'articolo 34 del codice della strada, avente per oggetto oneri supplementari a carico dei mezzi d'opera per l'adeguamento delle infrastrutture stradali, ha imposto al contraente generale e ai propri affidatari e sub affidatari che eseguono i lavori di ammodernamento il possesso, ai fini della circolazione, di apposito contrassegno comprovante l'avvenuto pagamento di un indennizzo di usura per un importo pari alla tassa di possesso, da corrispondere contestualmente alla stessa e per la medesima durata. I proventi del suddetto indennizzo di usura affluiscono in un apposito capitolo del bilancio dello Stato per poi essere assegnati all'ente proprietario della strada (Anas per il caso specifico) a esclusiva copertura delle spese per le opere connesse al rinforzo, all'adeguamento e all'usura della infrastruttura.
  Anas evidenzia che proprio sulla base della suddetta normativa, ha avviato le procedure di affidamento per gli ulteriori interventi manutentivi necessari, oltre a quelli già realizzati, al fine di migliorarne lo stato attuale e di ripristinarne la piena efficienza del manto stradale.
  
Detta società conferma, quindi, che le opere di ripristino della 122 bis non fanno parte delle opere di compensazione che, in ogni caso, hanno natura prevalentemente ambientale e sono definite e approvate sotto l'esclusiva competenza del Ministero dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare.
Il Vice Ministro delle infrastrutture e dei trasporti: Riccardo Nencini.


   CAPELLI. — Al Ministro dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare. — Per sapere – premesso che:

   da vari giorni da un'area limitrofa al centro urbano di Quartu Sant'Elena, nei pressi del parco di Molentargius fuoriescono fumi che stanno provocando gravi disagi alla popolazione, oltre che molta preoccupazione, dato che non è chiaro quali siano i materiali che stanno bruciando e provocando i fumi citati;

   al riguardo, il sindaco di Quartu Sant'Elena ha emanato una serie di ordinanze volte alla tutela della sicurezza pubblica, ordinando ai cittadini residenti in un raggio di 500 metri rispetto al sito in questione, di tenere in casa biancheria, giocattoli, alimenti ed anche animali, mentre nella stessa area è proibita la permanenza prolungata all'aperto delle persone;

   occorre ricordare che l'area umida di Molentargius è stata fino ai primi anni ’90 una vera discarica a cielo aperto, dove liquami e sostanze inquinanti venivano sversate, per poi riversarsi in mare;

   proprio negli anni ’90, per la bonifica del sito, vennero erogate cifre notevoli, poi più volte rinnovate per completare gli interventi necessari;

   si ricordi, in particolare, la delibera del Cipe n. 60 del 30 aprile 2012, pubblicata nella Gazzetta Ufficiale n. 160 dell'11 luglio 2012, con la quale, tra, l'altro, venivano stanziati 400 mila euro per la realizzazione della rete di distribuzione delle acque depurate provenienti dall'impianto di Molentargius;

   l'area in questione ospita, inoltre, importanti specie animali, tra le quali i rarissimi fenicotteri rosa, mentre il parco naturale regionale di Molentargius è riconosciuto come sito di importanza comunitaria (S.i.c.) e zona di protezione speciale (Z.p.s.);

   la situazione, però, resta talmente preoccupate che è stata disposta la chiusura di una scuola che si trova nella «zona rossa», in attesa di chiarire a cosa siano dovuti i fumi che stanno interessando la zona medesima –:

   se il Ministro interrogato sia a conoscenza di quanto su esposto e quali iniziative intenda assumere, nell'ambito delle sue competenze, collaborando anche con la regione e gli enti locali interessati, per fronteggiare una situazione preoccupante, che fa temere che non tutto sia stato davvero bonificato nella zona di Molentargius sopra ricordata.
(4-17936)

  Risposta. — Con riferimento all'interrogazione in esame, concernente le problematiche dell'area «Molentargius» a Quartu S. Elena, in Sardegna, sulla base degli elementi acquisiti dalla competente regione Sardegna, si rappresenta quanto segue.
  In via preliminare, si precisa che il parco regionale del Molentargius è un'area umida estesa su un territorio di circa 1600 ettari, delimitata dall'espansione urbana dei comuni di Cagliari, Quartu Sant'Elena, Selargius, Quartucciu e dal lungomare del Poetto. Lo stesso è stato istituito con legge regionale n. 5 del 26 febbraio 1999 con l'obiettivo di tutelare e valorizzare un sito di interesse internazionale, già inserito dal 1977 nella convenzione Ramsar per la sua rilevanza come luogo di sosta, svernamento e nidificazione di numerose specie di uccelli acquatici.
  Nell'area sono presenti bacini sia di acqua dolce che salata, separati dalla piana di Is Arenas. Le zone ad acqua dolce sono costituite dagli stagni di «Bellarosa Minore» e «Perdalonga», nati come vasche di espansione delle acque meteoriche. Le zone di acqua salata comprendo gli specchi d'acqua dell'ex sistema produttivo delle Saline di Stato di Cagliari, costituiti dal «Bellarosa Maggiore» o «Molentargius», dallo Stagno di Quartu, dalle altre vasche salanti (saline di Cagliari) e dal «Perda Bianca».
  Nel mese di luglio 2017, un'area di circa 7.000 metri quadri del Parco è stata interessata da un incendio, che ha interessato grande parte del canneto ubicato nel comune di Quartu Sant'Elena.
  Pertanto, in data 18 settembre 2017, il comune di Quartu segnalava la presenza nell'aria di odori altamente sgradevoli e soffocanti, causati dal persistere delle emissioni di fumi provenienti dall'area del Molentargius, manifestando la necessità di monitorare l'aria e effettuare accertamenti circa l'eventuale rischio per la salute pubblica.
  Il sindaco del comune di Quartu Sant'Elena ha rivolto, quindi, al prefetto di Cagliari la richiesta di urgente convocazione di un tavolo tecnico per intraprendere eventuali azioni tese alla tutela della salute pubblica.
  Nella successiva data del 19 settembre, il prefetto di Cagliari ha provveduto a convocare un tavolo tecnico avente per oggetto «problematica relativa all'emissione di fumi nel parco di Molentargius – Quartu Sant'Elena», costituito dai rappresentanti degli enti ed organismi tecnici coinvolti per rispettive competenze per procedere agli urgenti interventi ritenuti necessari.
  Contestualmente, in data 19 settembre, personale afferente al Servizio di igiene e sanità pubblica dell'ASSL di Cagliari dell'ATS (Azienda per la tutela della salute della Sardegna) ha eseguito un sopralluogo presso il sito di Molentargius ed ha accertato che i fumi acri ed intensi interessavano un areale urbano per un raggio di circa 500 metri, entro i quali ricadono una scuola dell'infanzia e primaria e diverse strutture sanitarie.
  Con una nota di pari data, pertanto, il servizio igiene e sanità pubblica dell'ASSL di Cagliari ha prontamente trasmesso al sindaco di Quartu Sant'Elena ed altri enti alcuni suggerimenti precauzionali in attesa di vere altri elementi utili sui materiali brucianti e sulla composizione dei fumi derivati.
  Inoltre, a seguito dalla riunione in prefettura è intervenuto il Sindaco del Comune di Quartu Sant'Elena che ha provveduto con la massima urgenza all'attivazione del Centro operativo comunale (C.O.C.), costituito dagli enti competenti, per fronteggiare l'emergenza.
  In data 20 settembre 2017, il Sindaco di Quartu Sant'Elena ha convocato presso il Centro operativo comunale (COC) un ulteriore tavolo tecnico, al fine di valutare le azioni da intraprendere per fronteggiare la situazione emergenziale.
  In tale riunione, si è stabilito di provvedere con somma urgenza alla copertura dell'area interessata dall'incendio con una coltre di terra ed argilla, al fine di far cessare l'emissione dei fumi. Tale intervento è stato attuato con la massima celerità nei giorni seguenti.
  Il Coc si è riunito anche nelle successive date del 22 settembre 2017, del 26 settembre 2017 e del 29 settembre 2017.
  In quest'ultima data, il sindaco del comune di Quartu Sant'Elena «sulla base delle risultanze degli approfondimenti emersi nella presente seduta, ha dichiarato chiusa l'emergenza sanitaria», sulla base delle comunicazioni dell'Arpas sulla qualità dell'aria e del servizio igiene pubblica della ASSL del 28 settembre, con conseguente revoca delle ordinanze sindacali assunte.
  In data 25 settembre 2017, l'agenzia regionale per la protezione dell'ambiente (ARPAS) ha posizionato, nel cortile della scuola di via Turati nel comune di Quartu Sant'Elena (zona limitrofa al Parco) il mezzo mobile per la verifica della qualità dell'aria attraverso il monitoraggio degli inquinanti ambientali aerodispersi. A tal proposito, sono state rilevate giornalmente le concentrazioni delle seguenti sostanze: SO2, NOx, CO, O3, PM10, BTX, le cui concentrazioni, a tutt'oggi, non presentano alcun superamento dei limiti normativi. Per quanto riguarda la determinazione delle diossine e degli IPA viene fatto presente che non è possibile avere una lettura immediata in quanto è necessario l'intervento del laboratorio e l'analisi comporta tempi tecnici più lunghi.
  Viene segnalato altresì che le aree del parco e le aree limitrofe sono state oggetto di vari depositi incontrollati di rifiuti e, per le aree esterne al parco, il comune di Quartu Sant'Elena sta intervenendo mediante il proprio sistema di gestione dei rifiuti per l'eliminazione di tali inconvenienti.
  La Regione Sardegna rappresenta inoltre che, per arginare tali fenomeni, è necessario attivare sistemi di videosorveglianza in modo da controllare gli accessi al Parco e l'individuazione dei responsabili, ponendo in capo a tali soggetti i costi relativi alle attività di rimozione, avvio a recupero o smaltimento, ripristino dello stato dei luoghi nonché eventuale bonifica.
  In merito agli eventi occorsi nell'area di Molentargius, viene evidenziato che sono stati attivati da parte dei competenti Assessorati regionali tutti gli interventi di loro competenza. L'assessorato della difesa dell'ambiente, in particolare, ha attivato gli interventi di propria competenza direttamente o tramite l'Arpas, insieme al parco regionale di Molentargius, alla protezione civile ed al Corpo forestale di vigilanza ambientale, ed ha partecipato attivamente a tutti i tavoli tecnici e le riunioni che si sono tenute sull'argomento.
  Il competente Servizio demanio e patrimonio dell'assessorato degli enti locali, finanze e urbanistica (titolare regionale delle aree in cui si è verificato l'evento incendiario), che deve attivarsi ai sensi e per gli effetti degli articoli 192 (rimozione di eventuali rifiuti) e 242 e seguenti (caratterizzazione e bonifica dell'area) del decreto legislativo n. 152 del 2006, sta collaborando con l'assessorato della difesa dell'ambiente alla soluzione del problema. A tal fine sono state individuate due differenti soluzioni.
  Innanzitutto, per quanto riguarda l'intervento di manutenzione straordinaria lo stesso verrà affidato in delega al parco regionale di Molentargius, previa convenzione da stipularsi con la regione. In alternativa, il Parco stesso gestirà la fase di progettazione e di individuazione del soggetto cui affidare i lavori/servizi, mentre i pagamenti alle imprese aggiudicatarie della progettazione e dell'esecuzione dei lavori/servizio verrà effettuato direttamente dal Servizio demanio e patrimonio dell'assessorato degli enti locali, finanze e urbanistica.
  Della questione sono interessate anche altre amministrazioni, pertanto, qualora dovessero pervenire nuovi e utili elementi informativi, si provvederà a fornire aggiornamenti.
  Ad ogni modo, per quanto di competenza, il Ministero continuerà a tenersi informato e continuerà a svolgere un'attività di sollecito nei confronti dei soggetti territorialmente competenti, anche al fine di valutare eventuali coinvolgimenti di altri soggetti istituzionali.

Il Ministro dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare: Gian Luca Galletti.


   CAPELLI. — Al Ministro delle infrastrutture e dei trasporti. — Per sapere – premesso che:

   ormai quattro anni fa, il 13 novembre 2013, il cosiddetto «ciclone Cleopatra» sconvolse la Sardegna, causando vittime e gravi danni alle infrastrutture;

   tra queste ultime venne particolarmente danneggiato il ponte di Oloè, ubicato sulla strada provinciale 46 Oliena-Dorgali, laddove trovò la morte l'agente di polizia Luca Tanzi;

   dopo di allora numerose sono state le vicissitudini del ponte sopra citato, come descritte nell'atto di sindacato ispettivo n. 4-17826 del mese di settembre 2017;

   al succitato atto di sindacato ispettivo aveva risposto il Governo il 6 ottobre 2017, fornendo, tra l'altro, notizia che l'Anas era soggetto attuatore della convenzione tra giunta regionale della Sardegna, provincia di Nuoro, e, appunto, l'Anas, per la realizzazione di un sistema di protezione attiva per il monitoraggio e l'allerta in relazione alle piene della strada provinciale 46, in prossimità del ponte di Oloè, con studi ed indagini per il rifacimento del ponte stesso e relativi raccordi alla viabilità esistente;

   nella stessa risposta il Governo informava che l'Anas aveva fatto presente che entro il mese di ottobre 2017 avrebbe provveduto all'affidamento dei servizi tecnici per lo studio idraulico propedeutico alla progettazione e alla realizzazione del sistema di allerta attivo per le piene, per l'esecuzione dei rilievi di dettaglio nell'alveo fluviale a monte e a valle del ponte e per l'esecuzione dei sondaggi geognostici sull'asse del nuovo tracciato stradale, al fine di giungere nel minore tempo possibile alla redazione di uno studio di fattibilità tecnico ed economico della nuova opera, condiviso con gli enti interessati per quantificare l'impegno finanziario necessario;

   non risulta, però, all'interrogante che questo ultimo impegno sia stato in qualche modo adempiuto dall'Anas nei tempi annunciati dal Governo –:

   quali iniziative di competenza intenda intraprendere il Ministro interrogato in modo che l'Anas adempia a quanto sopra esposto, attivando la procedura per l'essenziale costruzione del nuovo ponte e risolvendo la situazione assurda che da sin troppo tempo dura con grave disagio per i cittadini, che richiedono soluzioni concrete e non solo lodevoli impegni.
(4-18425)

  Risposta. — Con riferimento all'atto di sindacato ispettivo in esame, si forniscono i seguenti elementi di risposta sulla base delle informazioni pervenute dalla direzione generale per le strade e le autostrade e per la vigilanza e la sicurezza nelle infrastrutture stradali di questo Ministero e dalla società Anas.
  Ad aggiornamento di quanto già comunicato in risposta dell'interrogazione n. 4-17826 aggiornamento si comunica che Anas ha avviato le attività di progettazione relative al sistema di allerta delle piene idrauliche del fiume Cedrino e quelle relative allo studio di fattibilità di una nuova opera di attraversamento della strada provinciale 46.
  Detto studio è stato affidato ad una società esterna, esperta in modellistica idraulica fluviale, che consegnerà alla regione Sardegna e alla provincia di Nuoro gli elaborati prodotti, entro maggio 2018, conformemente agli accordi convenzionali, portando a compimento, pertanto, le attività di competenza.

Il Viceministro delle infrastrutture e dei trasporti: Riccardo Nencini.


   CARIELLO. — Al Ministro dei beni e delle attività culturali e del turismo. — Per sapere – premesso che:

   la Galleria nazionale della Puglia «Girolamo e Rosaria Devanna» comprende una cospicua serie di opere di interesse culturale nazionale. La Galleria ha sede nel Palazzo Sylos-Calò, sito nel comune di Bitonto. Il palazzo, già nell'elenco degli edifici monumentali d'Italia del 1902 ad opera dell'allora Ministero della pubblica istruzione è stato acquisito dal Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo, eccetto alcuni locali siti al livello della strada appartenenti a privati. Tale acquisizione permise nel 2009 l'inaugurazione della Galleria dedicata a Girolamo e Rosaria Devanna, i due generosi donatori della favolosa quadreria comprendente 229 tele e 108 disegni;

   il professor Devanna, collezionista ed esperto d'arte, ha di recente tenuto una conferenza stampa, in cui denunciava il mancato esercizio del diritto di prelazione da parte delle istituzioni pubbliche nell'atto di vendita tra privati dei locali adiacenti il Palazzo Sylos-Calò avvenuto nel settembre 2016. Nell'immediato, la comunità locale riscontra una reticenza a proseguire nelle donazioni da parte dei mecenati che maggiormente hanno alimentato la Galleria. Inoltre, visto che attualmente sono ben ottantaquattro le opere rimaste in deposito, è emerso che gli stessi collezionisti possano ritirare le opere, atteso che gli accordi di cessione dei beni prevedono il vincolo dell'esposizione al pubblico. Durante la medesima conferenza stampa, il professor Nicola Pice, già sindaco del comune di Bitonto, è intervenuto mostrando una nota del Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo del 29 settembre 2016, in cui si evince l'invito del Ministero a valutare la possibilità di esercitare il diritto di prelazione inviato a tutti gli enti interessati. Nella stessa occasione viene citato un accantonamento del Ministero (pari a trecentomila euro) al tempo della istituzione della Galleria, che sarebbe stato utilizzato per l'acquisto dei locali annessi al palazzo in caso di vendita futura;

   il segretariato regionale del Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo per la Puglia ha precisato in una nota successiva che «ha compiuto tutti gli atti previsti per legge ed in particolare ha trasmesso la comunicazione agli enti territoriali interessati per l'eventuale esercizio del diritto di prelazione sui predetti locali oggetto degli articoli citati». Il segretario regionale ha precisato, inoltre, che non risulta alcun «finanziamento accantonato da oltre 10 anni» per l'acquisto dei suddetti locali e ricorda di aver esercitato, nel 2014, «il diritto di prelazione su sei locali del Palazzo Sylos Calò, sede della Galleria, al fine di consentire l'ampliamento della fruizione della collezione Devanna»;

   il comune di Bitonto, la città metropolitana di Bari, la regione Puglia ed il segretariato regionale del Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo, pur informati della vendita tra privati dei locali annessi al palazzo, non hanno esercitato il diritto di prelazione sull'acquisto di questi ambienti, lasciando che fossero acquistati da privati che, secondo le dichiarazioni del professor Devanna, «li adibiranno a negozio di moda». Tale disinteresse mostrato dalle pubbliche istituzioni rischia oggi di mettere in serio pericolo il futuro del polo museale;

   a fronte di questi avvenimenti l'amministrazione comunale, in una conferenza stampa tenuta dal sindaco Michele Abbaticchio e dall'assessore Rino Mangini, ha comunicato che la famiglia del collezionista d'arte e l'amministrazione comunale hanno mostrato interesse a stringere accordi direttamente con gli acquirenti privati dei locali in questione. Stando alle dichiarazioni dell'amministrazione comunale, i due locali verranno ristrutturati e messi a disposizione dai titolari per attività coerenti con quelle della Galleria nazionale –:

   se il Ministro interrogato fosse a conoscenza dei sopra citati accadimenti, sui quali è necessarie fare chiarezza, e se il Ministro dei beni e delle attività culturali e del turismo sia stato consultato nell'ambito della redazione del programma di sviluppo e conservazione della Galleria nazionale della Puglia annunciato di recente dall'amministrazione locale;

   se esistano fondi statali stanziati per l'acquisto dei locali ed il completamento della struttura adibita a polo museale.
(4-15366)

  Risposta. — Si riscontra l'atto di sindacato ispettivo in esame, col quale l'interrogante chiede se il Ministero fosse a conoscenza della vendita a privati di due locali facenti parte del palazzo Sylos-Calò, sede della Galleria nazionale della Puglia, e se intende acquisire al demanio dello Stato tutti i locali ancora di proprietà privata e se esistono fondi stanziati a tale scopo.
  Il polo museale della Puglia, interpellato sulla questione, ha comunicato di non avere agli atti nessuna nota o comunicazione relativa alla vendita tra privati dei locali facenti parte del palazzo Sylos Calò, sede della Galleria nazionale della Puglia e, precisamente quelli segnati in catasto al Fg 49, p.lla 466 subb. 7 e 8 i quali, insieme ai subb. 3 e 4, sono gli unici ancora di proprietà privata.
  La direzione regionale per i beni culturali e paesaggistici della Puglia, al fine di assicurare la completa fruibilità e valorizzazione dell'immobile e delle collezioni in esso custodite, nel 2014, aveva esercitato il diritto di prelazione su altri locali dello stesso palazzo Sylos Calò (Fg 49, p.lla 466, subb. 1, 2, 5, 6, 9 e 25; decreti rep. n. 763 del 3 novembre 2014 e rep. 887 del 28 novembre 2014), per i quali, peraltro, aveva proceduto a richiedere somme per il restauro nella programmazione MiBACT lavori pubblici 2015-2017 e in quella del triennio 2016-2018.
  Pur apprezzando l'interesse dell'amministrazione comunale di Bitonto a stringere «accordi direttamente con gli acquirenti privati dei locali in questione per destinarli ad attività coerenti con quelle della Galleria nazionale della Puglia», come riportato nel testo dell'interrogazione, questa amministrazione ritiene tuttavia quanto mai indispensabile acquisire in via definitiva al demanio dello Stato tutti i locali di palazzo Sylos Calò ancora di proprietà privata, al fine di consentire un adeguato allestimento e la completa valorizzazione e fruizione delle collezioni museali, in virtù anche delle nuove acquisizioni.
  Per quanto riguarda le relative risorse, la Direzione generale bilancio ha comunicato – nel quadro della programmazione per il triennio 2014-2016 – una disponibilità sul capitolo 7505 del bilancio di questo Ministero di euro 252.912,00 per l'anno 2015 e di euro 519.350,00 per l'anno 2016.
  Inoltre, il decreto-legge 29 dicembre 2016, n. 243 recante «Interventi urgenti per la coesione sociale e territoriale, con particolare riferimento a situazioni critiche in alcune aree del mezzogiorno» convertito con legge 27 febbraio 2017, n. 18, prevede all'articolo 7-
sexies programma «Magna Grecia» specifiche risorse collocate in un apposito fondo dello stato di previsione di questo Ministero per il polo museale pugliese pari ad euro 100.000,00 per ciascuno degli anni 2017, 2018 e 2019.
  Da ultimo, si evidenzia che con decreto ministeriale del 16 maggio 2017 – di definizione delle modalità e delle procedure per la selezione dei progetti di cui alla predetta legge n. 18 del 2017 – lo stanziamento di cui sopra (articolo 3, comma 2) è stato assegnato al polo museale della Puglia proprio per «...la valorizzazione della Galleria Nazionale della Puglia “Girolamo e Rosaria Devanna” e al completamento della struttura che ospita le opere in essa contenute» (articolo 1, comma 2).
  Ne discende, da quanto sopra, l'intendimento di questo Ministero di salvaguardare e valorizzare il patrimonio della Galleria nazionale di Bitonto che, in sinergia con le altre iniziative collegate con la città di Matera «Capitale europea della cultura per il 2019», consente di individuare nuove linee di sviluppo del territorio mediante la nascita di un sistema culturale integrato e stimolando lo sviluppo di una forte identità territoriale, la cui tutela rientra nel più ampio progetto di potenziamento di tutto il patrimonio culturale pugliese, in grado di sviluppare una forte e radicata identità territoriale.

Il Sottosegretario di Stato per i beni e le attività culturali e il turismo: Antimo Cesaro.


   CARNEVALI. — Al Ministro delle infrastrutture e dei trasporti, al Ministro della salute. — Per sapere – premesso che:

   l'articolo 381 del decreto del presidente della Repubblica 16 dicembre 1992, n. 495, (Regolamento di esecuzione e di attuazione del codice della strada), prevede al fine di agevolare la mobilità delle persone invalide che: «Per la circolazione e la sosta dei veicoli a servizio delle persone invalide con capacità di deambulazione impedita, o sensibilmente ridotta, il comune rilascia apposita autorizzazione in deroga, previo specifico accertamento sanitario»;

   l'interpretazione delle parole «con capacità di deambulazione impedita o sensibilmente ridotta» deve intendersi nella sua accezione più espansiva, ricomprendendo tutti quegli invalidi che non soffrono di una malattia agli arti inferiori che ne limita la mobilità, ma che sono affetti da una patologia comunque rilevante al punto da avere indirette conseguenze sulla mobilità della persona;

   questa interpretazione risulta dal decreto del Presidente della Repubblica 24 luglio 1996, n. 503, (Regolamento recante norme per l'eliminazione delle barriere architettoniche negli edifici, spazi e servizi pubblici) che all'articolo 12 ha previsto il contrassegno speciale anche alle persone non vedenti, a prescindere dalla loro capacità motoria;

   il Ministero delle infrastrutture e dei trasporti ha confermato in più occasioni (parere n. 2242 del 14 maggio 2015; nota del Dipartimento per i trasporti, la navigazione, gli affari generali ed il personale, n. 1567 del 11 marzo 2016) una interpretazione estensiva dell'articolo 381 del citato decreto del Presidente della Repubblica. In particolare, si afferma nel succitato parere: «il contrassegno potrebbe essere rilasciato a persone, come il disabile psichico, che teoricamente non presentano problemi di deambulazione, ma che proprio a causa della loro specifica patologia, non possono essere considerate autonome nel rapporto con la mobilità»;

   all'interrogante risulta che, nonostante questa costante linea interpretativa del Ministero delle infrastrutture e dei trasporti, l'applicazione della norma — in particolare da parte delle aziende sanitarie competenti a certificare il diritto all'autorizzazione — non sia omogenea sul territorio nazionale e conforme a tale interpretazione. In diverse occasioni, infatti, ne sarebbe stata preferita una più restrittiva dell'articolo 381;

   in particolare, questa difformità di trattamento riguarderebbe le persone con disturbi comportamentali, intellettivi e cognitivi o disturbi dello spettro autistico che peraltro hanno trovato in questa legislatura pieno riconoscimento con la legge 18 agosto 2015, n. 134;

   al fine di garantire che a queste persone venga riconosciuto il diritto al contrassegno speciale, a parere dell'interrogante, si rende necessario l'intervento dei Ministri interrogati –:

   se i Ministri interrogato intendano adottare le iniziative di competenza, anche con una circolare o una specifica nota interpretativa, al fine di garantire che alle persone con disturbi comportamentali, intellettivi e cognitivi o disturbi dello spettro autistico sia riconosciuto il diritto al contrassegno speciale di cui all'articolo 381 del decreto del presidente della Repubblica 16 dicembre 1992, n. 495.
(4-18261)

  Risposta. — Con riferimento all'atto di sindacato ispettivo in esame, per quanto di competenza, si forniscono i seguenti elementi di risposta sulla base delle informazioni pervenute dalla direzione generale per la sicurezza stradale di questo Ministero.
  Occorre preliminarmente evidenziare che l'articolo 381 del decreto del Presidente della Repubblica 16 dicembre 1992, n. 495 (regolamento di esecuzione ed attuazione del codice della strada), come aggiornato e modificato con decreto del Presidente della Repubblica 30 luglio 2012, n. 151, al comma 2 parla, ai fini, del rilascio del «contrassegno di parcheggio per disabili», di persone invalide con capacità di deambulazione impedita o sensibilmente ridotta.
  Pertanto, il disabile potrà richiedere, con le modalità previste dal successivo comma 3, il rilascio dell'autorizzazione al comune di residenza, solo se preventivamente è stata accertata una invalidità dall'ufficio medico-legale dell'azienda sanitaria locale di appartenenza e che la stessa abbia rilasciato una certificazione medica dalla quale risulti che le condizioni fisiche della persona comportano una impedita o sensibile riduzione della capacità di deambulazione tale da rendere possibile l'esercizio del diritto disciplinato dal sopra richiamato articolo 381.
  Tuttavia lo stesso articolo, pur prevedendo tale condizione, non fa esplicito riferimento agli arti inferiori né alla patologia che la ha determinata. Quindi, a parere di questa amministrazione, esso non dovrebbe essere interpretato in senso eccessivamente restrittivo, tanto che a sostegno di quanto detto, il decreto del Presidente della Repubblica 24 luglio 1996, n. 503, prevede, all'articolo 12, comma 3, che la normativa relativa al contrassegno speciale sia estesa anche alla categoria dei non vedenti.
  Questa amministrazione, anche in passato, come sottolineato anche dall'interrogante, ha sostenuto che il contrassegno potrebbe essere rilasciato a persone, come il disabile psichico, autistico, che teoricamente non presentano problemi di deambulazione ma che proprio a causa della loro specifica patologia non possono essere considerate autonome nel rapporto con la mobilità e la strada e necessitano comunque della mediazione di terze persone che le accompagnano e gestiscono i loro spostamenti.
  È evidente che solo l'ufficio medico-legale dell'azienda sanitaria locale di appartenenza del disabile, per competenza e sotto la propria responsabilità, potrà pronunciarsi circa la sussistenza dei requisiti per ottenere il rilascio del contrassegno.
  In tale contesto è opportuno precisare come questo Ministero non possa entrare nel merito di un'attività resa in ambito sanitario non avendo, infatti, alcuna competenza di tipo medico-legale per poter confutare la pronuncia dell'ufficio medico-legale né sostituirsi ad esso nelle valutazioni mediche di sua competenza, la quale ha come effetto solamente secondario il rilascio di un titolo la cui attinenza col settore del trasporto è limitata al modo di esercitare il diritto connesso previsto nel regolamento.

Il Viceministro delle infrastrutture e dei trasporti: Riccardo Nencini.


   CAUSIN. — Al Ministro delle infrastrutture e dei trasporti. — Per sapere – premesso che:

   nel recepire la direttiva 2004/54/CE che ha introdotto misure aggiuntive per l'innalzamento della sicurezza nelle gallerie di lunghezza superiore a 500 metri presenti lungo la rete stradale transeuropea (TERN), il legislatore nazionale ha sottolineato, tra le altre cose, la necessità che le infrastrutture presentino caratteristiche di resistenza al fuoco;

   in particolare al punto 2.7 dell'allegato B del decreto legislativo 5 ottobre 2006, n. 264, di recepimento della menzionata direttiva, si specifica che «la struttura principale di tutte le gallerie in cui un cedimento locale della struttura possa avere conseguenze catastrofiche, come ad esempio le gallerie sommerse o le gallerie che possono causare il cedimento di importanti strutture adiacenti, deve assicurare un livello sufficiente di resistenza al fuoco»;

   diversamente, non sono presenti prescrizioni sui materiali da costruzione da impiegare all'interno della galleria, benché il loro contributo, sia in termini di potere calorifico che di emissioni di fumi e sostanze tossiche, possa essere significativo ai fini della salvaguardia degli utenti e della conservazione delle opere. Questo problema si presenta, in particolare, per i materiali usati massivamente all'interno delle gallerie, come ad esempio nelle pavimentazioni stradali, che possono contribuire a contenere i carichi d'incendio e il danneggiamento della stessa struttura principali, influendo altresì sullo svolgimento delle operazioni di soccorso;

   la centralità degli standard e delle condizioni armonizzate dei prodotti di costruzione con riferimento alla sicurezza in caso di incendio, diversamente, è stata oggetto di intervento normativo europeo con il regolamento (CE) 305/2011 che, tra le altre cose, ha stabilito al punto 2 dell'allegato 1 la necessità che le opere di costruzione debbano essere concepite e realizzate, in modo che la generazione e la propagazione del fuoco e del fumo al loro interno siano limitate;

   in altri ordinamenti europei come quello tedesco il recepimento della direttiva 2004/54/CE si è tradotto in una precisa indicazione di impiego nelle gallerie di soli materiali di costruzione di classe A (DIN 4102) e nell'ordinamento italiano tali requisiti vengono richiesti al punto 1.2 dell'allegato II del decreto ministeriale del 28 ottobre 2005 in materia di requisiti di sicurezza per le gallerie ferroviarie –:

   se il Ministro interrogato non reputi opportuno assumere iniziative normative per introdurre modifiche al decreto legislativo 5 ottobre 2006, n.264, volte a prevedere nelle gallerie autostradali di lunghezza superiore a 800 metri l'impiego di materiali, anche per le pavimentazioni autostradali, che garantiscano maggiori standard di sicurezza in caso di incendio.
(4-18123)

  Risposta. — Con riferimento agli atti di sindacato ispettivo in esame, sulla base delle informazioni pervenute dalla direzione generale per le strade e le autostrade e per la vigilanza e la sicurezza nelle infrastrutture stradali e dalla commissione permanente per le gallerie di questo Ministero, si forniscono i seguenti elementi di risposta.
  Il decreto legislativo n. 264 del 2006 in recepimento della direttiva 2004/54/Ce sulla sicurezza nelle gallerie della rete TERN non definisce in dettaglio gli aspetti tecnici riferiti alle singole misure di sicurezza previste.
  Questa amministrazione, congiuntamente al Ministero dell'interno – dipartimento dei vigili del fuoco, sta predisponendo una proposta di regola tecnica per le gallerie stradali che dovrebbe disciplinare una serie di aspetti tecnici, non definiti compiutamente dal citato decreto legislativo n. 264 del 2006, in particolare finalizzati alla prevenzione incendi, in cui potrà essere tenuto in considerazione anche l'aspetto delle pavimentazioni e di quelle in calcestruzzo in particolare.

Il Viceministro delle infrastrutture e dei trasporti: Riccardo Nencini.


   CIMBRO. — Al Ministro dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare, al Ministro della salute. — Per sapere – premesso che:

   il 30 dicembre 2014 la società Centro Bitumati 2000 srl, sita in Cassina Nuova di Bollate, subentrava alla Società Cooperativa Selciatori e Posatori. I suoi impianti di conglomerati bituminosi producono un impasto a caldo di miscele di bitume e materiali inerti come ghiaia e sabbie. Quando il bitume viene riscaldato, parte dei composti organici in esso contenuti si liberano in atmosfera, alcuni dei quali tossici e potenzialmente cancerogeni. Il tutto provoca un alto rischio, non solo per la salute degli operatori del settore, ma anche per tutti coloro che ne respirano i fumi;

   il National Institute of Occupational Safety and Health ha dichiarato che i fumi emessi nella produzione dei conglomerati bituminosi vanno considerati come potenzialmente cancerogeni, e la cancerogenicità è legata alla presenza nei fumi di idrocarburi policiclici aromatici (IPA), oltre a quella dell'idrogeno solforato e della soda caustica, senza dimenticare che nel caso di esposizione a bambini e ragazzi, i fattori di rischio legati debbono essere aumentati; infatti, nella fattispecie nelle vicinanze si trova un istituto scolastico di primo grado;

   nel 2016, l'azienda ha fatto richiesta di poter aumentare la capacità produttiva da 60 mila ad oltre 500 mila tonnellate l'anno, lavorando nelle 24 ore;

   due successivi controlli di Arpa però, uno del 28 settembre e uno del 9 novembre, sempre del 2016, hanno evidenziato diverse difformità rispetto alle autorizzazioni in possesso dell'azienda, oltre che lo splafonamento della produzione annua avvenuta sempre nel corso del 2016 rispetto alla concessione già in possesso;

   nel dicembre del 2016 sono state raccolte ben 1.297 firme dei residenti delle zone limitrofe, a causa delle molestie sia odorigene che di rumore, le quali sono state poi consegnate al comune di Bollate e all'A.T.S. –:

   a fronte della ingente richiesta di aumento della capacità produttiva di cui in premessa, quali iniziative il Governo intenda adottare, nell'ambito delle proprie competenze e di concerto con la città metropolitana di Milano, per assicurare un monitoraggio della situazione di rischio determinata dai fumi e dalle polveri nonché da agenti inquinanti potenzialmente cancerogeni eventualmente promuovendo una verifica da parte del comando dei Carabinieri per la tutela dell'ambiente.
(4-18530)

  Risposta. — Con riferimento all'interrogazione in esame, relativa alla società Centro Bitumati 2000 s.r.l., sita in Cassina Nuova di Bollate, sulla base degli elementi acquisiti dalla regione Lombardia, si rappresenta quanto segue.
  Riguardo all'insediamento produttivo interessato, la regione ha riferito di aver richiesto informazioni agli enti competenti all'esercizio di funzioni autorizzative e di controllo, con particolare riferimento a città metropolitana di Milano, Arpa, Ats e comune di Bollate ed ha precisato che tutti questi enti stanno affrontando la questione con gli strumenti giuridico/amministrativi a loro disposizione e con un significativo lavoro di condivisione delle informazioni e delle strategie praticabili.
  Stante anche la peculiarità del territorio regionale, costituito da una presenza rilevante di attività industriali, spesso collocate in prossimità di aree residenziali, la regione Lombardia con la delibera di giunta regionale n. 3018 del 2012 «Determinazioni generali in merito alla caratterizzazione delle emissioni gassose in atmosfera derivanti da attività a forte impatto odorigeno caratterizzazione delle emissioni odorigene» ha, peraltro, inteso fornire a tutti gli operatori una serie di strumenti di carattere tecnico-procedurale utili – se non ad individuare valori limite «puntuali» – quantomeno a gestire situazioni problematiche, in primo luogo, attraverso un confronto tra tutti i soggetti interessati (azienda, comune, autorità competente, Arpa e Ats).
  La stessa regione ha precisato che, dalla documentazione acquisita, è possibile evincere che la società Centro Bitumati 2000 s.r.l. è autorizzata dal 2015 all'esercizio di un impianto di produzione conglomerati cementizi e bituminosi nel comune di Bollate, a seguito di volturazione dall'impresa Coop Selciatori e Posatori Strade e Cave S.r.l.
  Nello stesso anno la società ha presentato istanza per il rilascio dell'autorizzazione unica ambientale per scarico in pubblica fognatura, poi integrata anche per il profilo delle emissioni in atmosfera. Per quanto concerne proprio la matrice emissioni in atmosfera l'istanza era relativa ad una modifica sostanziale degli impianti già precedentemente autorizzati. La modifica oggetto dell'istanza prevedeva in particolare un incremento quantitativo della produzione di conglomerato bituminoso, da 60.000 tonnellate annue a 200.000 tonnellate annue.
  Prima del rilascio dell'autorizzazione, e precisamente nel settembre 2016, a fronte di segnalazioni di molestie olfattive nei dintorni dello stabilimento di via Pace, la polizia locale del comune di Bollate ha richiesto ad Arpa di effettuare dei controlli, che l'agenzia ha regolarmente posto in essere effettuando due sopralluoghi presso lo stabilimento, rispettivamente in data 28 settembre 2016 e 9 novembre 2016.
  Dalla relazione conclusiva, inviata tempestivamente al comune e alla città metropolitana, è emerso che l'azienda Centro Bitumati 2000 s.r.l. aveva aumentato la propria capacità produttiva ed implementato gli impianti utilizzati, senza essere in possesso della preventiva autorizzazione, ancora in fase istruttoria.
  Pertanto, nel gennaio di quest'anno, la città metropolitana di Milano ha provveduto ad adottare formale diffida a carico dell'azienda, ai sensi dell'articolo 278, lettera
a) del decreto legislativo n. 152 del 2006, imponendo di ottemperare entro 90 giorni alle prescrizioni individuate da Arpa, tornando alla potenzialità ridotta autorizzata, pena la revoca dell'autorizzazione e la chiusura dell'impianto.
  Con lettera dell'11 maggio scorso, la società ha comunicato alla città metropolitana, al comune di Bollate e ad Arpa di avere adempiuto a quanto previsto dalla diffida, riportando la potenzialità produttiva degli impianti di conglomerato bituminoso entro il limite quantitativo di 60.000 tonnellate annue, anche con limitazione della potenza dei bruciatori presenti in sito.
  Nel frattempo – e cioè prima dell'adozione della suddetta diffida – la società aveva comunque presentato integrazioni spontanee nel corso dell'istruttoria per il rilascio dell'Aua, proponendo modifiche per le emissioni in atmosfera, migliorative rispetto alle soluzioni presenti nel progetto iniziale, ossia:

   convogliamento degli sfiati delle cisterne di stoccaggio del bitume ad un filtro a carboni attivi e realizzazione di un nuovo condotto di emissione in atmosfera E60;

   realizzazione di un sistema di confinamento, captazione, convogliamento e trattamento delle emissioni diffuse derivanti dalle fasi di carico/scarico del conglomerato bituminoso in uscita da sotto il mescolatore fino alla sommità dei sili di stoccaggio del prodotto finito;

   precisazioni circa l'assetto impiantistico a servizio della linea di produzione del misto cementato;

   revisione tabelle materie prime e produzioni.

  Tali soluzioni sono in corso di valutazione nel procedimento per il rilascio dell'Aua relativo alle emissioni in atmosfera, il cui allegato tecnico, in caso di esito positivo dell'istruttoria, conterrà tutte le prescrizioni di carattere tecnico e gestionale necessarie per il contenimento delle emissioni diffuse e la conseguente limitazione dell'impatto olfattivo connesso.
  Lo scorso aprile, il Suap del comune di Bollate ha rilasciato l'Aua, limitatamente agli scarichi in fognatura delle acque reflue.
  Parallelamente all’
iter istruttorio di autorizzazione, le autorità pubbliche competenti si sono comunque attivate per una soluzione condivisa delle problematiche lamentate dal territorio, tramite appositi tavoli tecnico-politici.
  Al fine di una maggiore condivisione possibile delle soluzioni tecniche in corso di autorizzazione, nel gennaio 2017 la città metropolitana ha altresì incontrato il comune di Bollate per illustrare l'allegato tecnico predisposto da Arpa, e per concordare con l'impresa e con l'amministrazione comunale, il piano di monitoraggio e le modalità di attuazione degli interventi relativi alle modifiche inerenti le emissioni in atmosfera, al fine di contenere le molestie segnalate.
  L'attenzione delle autorità competenti alla questione è confermata anche dalla partecipazione delle stesse agli incontri proposti dal comune di Bollate.
  Nel febbraio di quest'anno, infatti si sono nuovamente riuniti la città metropolitana, Arpa, l'ufficio d'ambito, Ats e il parco regionale delle Groane.
  In tali occasioni, sia l'agenzia che l'Ats hanno confermato la propria disponibilità a fornire supporto tecnico per eventuali ulteriori informazioni e/o controlli che il comune o la città metropolitana ritenessero opportuni e a partecipare al tavolo tecnico previsto dalla sopra richiamata delibera di giunta regionale n. 3018 del 2012 per le molestie olfattive.
  Alla luce di quanto sopra, la regione non sembra riscontrare comportamenti omissivi imputabili agli enti competenti a svolgere funzioni amministrative e di controllo sull'impianto produttivo in parola.
  Infatti, secondo l'amministrazione regionale, ognuno nell'esercizio della propria discrezionalità amministrativa, sta approntando le migliori soluzioni possibili per la risoluzione delle criticità segnalate, pur nella oggettiva complessità della situazione.
  Per completezza di informazione, con riferimento ai profili sanitari, la Direzione generale
welfare ha fornito il contributo informativo pervenuto dall'agenzia di tutela della salute (Ats) Milano città metropolitana.
  La predetta agenzia ha comunicato di avere da subito fornito al comune di Bollate e agli altri enti interessati la disponibilità a prestare il proprio contributo nell'ambito dei tavoli tecnici avviati, cui partecipa regolarmente.
  Nel corso di un incontro tenutosi lo scorso febbraio, l'Ats ha evidenziato la necessità di conoscere con esattezza la tipologia e la quantità degli inquinanti prodotti e di tenere conto anche della qualità di fondo dell'aria, derivante sia da altre attività ubicate in zona, sia dal traffico veicolare ordinariamente presente.
  Nel marzo scorso, nel corso di un ulteriore incontro tenutosi presso la sede della città metropolitana, la stessa Ats ha evidenziato alcuni punti critici fonte dei disturbi lamentati dai cittadini, quali il mancato lavaggio dei piazzali e dei mezzi e la mancata copertura dei carichi in uscita, circostanze queste che hanno causato l'incremento sia delle polveri aerodisperse sia delle emissioni olfattive.
  La regione Lombardia ha fatto presente, infine, che, riscontrata la diffusione sul territorio di problematiche connesse alle attività di produzione di bitume, per via della tipologia dei materiali utilizzati e della specificità del ciclo produttivo di tali impianti (peraltro spesso collocati in prossimità di centri abitati) unitamente all'Arpa avvierà a breve un confronto specificamente finalizzato alla individuazione di misure tecnico-gestionali da introdurre nelle autorizzazioni di tali impianti e volti a limitare la diffusione di emissioni odorigene.
  Alla luce delle informazioni esposte, si rassicura comunque che il Ministero dell'ambiente, per quanto di competenza, continuerà a tenersi informato senza ridurre in alcun modo il livello di attenzione sulla questione.

Il Ministro dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare: Gian Luca Galletti.


   CIPRINI, TRIPIEDI, LOMBARDI, CHIMIENTI, COMINARDI e DALL'OSSO. — Al Ministro dei beni e delle attività culturali e del turismo, al Ministro per la semplificazione e la pubblica amministrazione. — Per sapere – premesso che:

   nel 2016 il Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo indica in Gazzetta Ufficiale n. 41 del 24 maggio 2016 un concorso pubblico per l'assunzione a tempo indeterminato di 500 funzionari da inquadrare nella III area del personale non dirigenziale, posizione economica F1, in vari profili professionali;

   nel luglio 2017 la Commissione interministeriale Ripam, preso atto della conclusione dell’iter concorsuale per i profili oggetto del bando, autorizzava la pubblicazione delle relative graduatorie per i profili di funzionari archeologi, storici dell'arte, archivisti, demoetnoantropologi, promozione e comunicazione, bibliotecari, antropologi;

   gli idonei del suddetto concorso potrebbero essere utilizzati per coprire i sempre maggiori servizi cui deve rispondere il Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo, tanto più che risulterebbe una carenza di personale presso il suddetto Ministero;

   tuttavia, secondo quanto si apprende dal Comitato spontaneo degli idonei al concorso del Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo per 500 funzionari da inquadrare nella III area del personale non dirigenziale, posizione economica F1, il Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo non ha ancora provveduto allo «scorrimento» della suddetta graduatoria;

   eppure, lo scorrimento della graduatoria del suddetto concorso consentirebbe al Ministero – in base al principio di economicità e speditezza dell'azione amministrativa – anche un notevole risparmio economico e di tempo così ovviando all'eventuale assunzione di «precari» ovvero ai costi derivanti dalla gestione di ulteriori procedure di reclutamento di personale amministrativo, anche in applicazione di quanto previsto dal decreto-legge 31 agosto 2013, n. 101, convertito dalla legge 30 ottobre 2013, n. 125 –:

   se il Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo intenda procedere con le assunzioni dei candidati idonei del concorso di cui in premessa con lo «scorrimento» della relativa graduatoria, anche in attuazione delle norme di cui al decreto-legge 31 agosto 2013, n. 101, convertito, con modificazioni, dalla legge 30 ottobre 2013, n. 125, assicurando così la celere assunzione tanto dei vincitori quanto degli idonei;

   quali tempi preveda il Ministro interrogato per l'assunzione degli idonei del concorso di cui in premessa.
(4-18785)

  Risposta. — Si riscontra l'atto di sindacato ispettivo in esame con il quale l'interrogante ha chiesto di conoscere elementi istruttori sull'assunzione degli idonei di cui al concorso «500 funzionari MiBACT».
  Si ricorda, in primo luogo, che ai sensi dell'articolo 1, comma 328, della legge 28 dicembre 2018, n. 208 — legge di stabilità 2016, il Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo è stato autorizzato all'assunzione a tempo indeterminato di 500 funzionari da inquadrare, nel rispetto della dotazione organica di cui alla tabella B allegata al regolamento di cui al decreto del Presidente del Consiglio dei ministri 29 agosto 2014, n. 171, nella III area del personale non dirigenziale, posizione economica F1, nei profili professionali di antropologo, archeologo, architetto, archivista, bibliotecario, demoetnoantropologo, promozione e comunicazione, restauratore e storico dell'arte.
  Con decreto direttoriale del 22 aprile 2016 la gestione di tutte le procedure concorsuali finalizzate all'assunzione dei diversi profili professionali afferenti ai «500 MiBACT» è stata delegata alla commissione interministeriale Ripam.
  Si evidenzia al riguardo che, per quanto concerne i profili professionali «antropologi» (n. 6 unità, di cui 5 vincitori e 1 idoneo) «bibliotecari» (n. 52 unità, di cui 25 vincitori e n. 27 idonei), «demoetnoantropologi» (n. 12 unità, di cui n. 5 vincitori e n. 7 idonei), «storici dell'arte» (n. 65 unità, di cui 40 vincitori e n. 25 idonei), «archeologi» (n. 129 unità, di cui n. 90 vincitori e n. 39 idonei), i funzionari assunti hanno firmato il relativo contratto individuale di lavoro e stanno prendendo servizio presso le sedi di lavoro prescelte, che devono ritenersi definitive, salvo rinunce e conseguenziali scorrimenti, nonché fatta salva la sopravvenienza di un diverso ordine dell'autorità giudiziaria.
  Inoltre, per quanto concerne il profilo professionale «promozione e comunicazione», in data 8 gennaio 2018, sono stati convocati per la sottoscrizione dei relativi contratti individuali di lavoro n. 40 unità di personale (di cui 30 vincitori e n. 10 idonei).
  Anche per il ruolo degli archivisti di stato, con decreto dirigenziale del 13 febbraio 2018, è stata approvata definitivamente la graduatoria generale di merito per il reclutamento di n. 95 unità di personale.
  I vincitori, e ulteriori n. 36 idonei, sono stati convocati in data 23 febbraio 2018 per sottoscrivere il relativo contratto di lavoro e procedere alla scelta delle sedi di assegnazione.
  Si precisa che lo scorrimento degli idonei, per un totale di n. 200 unità, è stato reso possibile a seguito del decreto del Presidente del Consiglio dei ministri del 4 aprile 2017.
  Sono ancora in corso, invece, anche per alcuni ricorsi presentati, le relative procedure di selezione per i ruoli di architetto e restauratore.
  Con il suddetto decreto del Presidente del Consiglio dei ministri, questo Ministero è stato, altresì, autorizzato ad assumere anche n. 100 funzionari amministrativi mediante lo scorrimento di graduatorie di altre pubbliche amministrazioni, segnatamente quella del concorso «120 funzionari Ripam/coesione».
  Infine, l'articolo 1, comma 305, della legge 27 dicembre 2017, n. 205 di approvazione del bilancio di previsione dello Stato per l'esercizio finanziario 2018, ha autorizzato questa amministrazione ad assumere fino ad un massimo di n. 200 unità di personale, appartenenti all'area III – posizione economica F1, mediante ulteriore scorrimento delle graduatorie di concorso delle procedure di selezione pubblica di cui all'articolo 1, comma 328 e seguenti, della legge 28 dicembre 2015, n. 208.
  Pertanto, l'iniziale contingente di assunzioni previsto in 500 unità è stato portato a 1000, come preannunciato nell'intervento del Ministro Franceschini all'inaugurazione del primo festival dello sviluppo sostenibile svoltosi a Napoli dal 22 maggio al 7 giugno 2017.
  Ciò al fine di invertire la tendenza registratasi negli ultimi anni e reintegrare l'organico del Ministero con giovani di alta professionalità che concorreranno a tutelare, valorizzare, promuovere l'eccezionale patrimonio culturale italiano.
  

Il Sottosegretario di Stato per i beni e le attività culturali e il turismo: Antimo Cesaro.


   CIRIELLI. — Al Ministro degli affari esteri e della cooperazione internazionale, al Ministro per la semplificazione e la pubblica amministrazione. — Per sapere – premesso che:

   con il decreto legislativo n. 97 del 2016 si è proceduto a dettare nuovi obblighi di trasparenza a carico dei dirigenti pubblici, quali principali strumenti di prevenzione della corruzione e della cattiva amministrazione;

   in particolare, è stato esteso anche ai dirigenti pubblici l'obbligo di pubblicare nella sezione trasparenza dei siti delle amministrazioni di appartenenza, la loro situazione patrimoniale, obbligo già vigente per i pubblici amministratori;

   suddetto decreto ha concesso sei mesi di tempo per adempiere ai nuovi obblighi di trasparenza, che diventeranno pertanto pienamente operativi dal 23 dicembre 2016, come previsto dall'articolo 42, comma 1, del decreto legislativo n. 97 del 2016;

   nonostante ciò, la sezione web «amministrazione trasparente» dell'Istituto agronomico per l'oltremare di Firenze risulta, ad avviso dell'interrogante, molto carente delle informazioni obbligatorie relative al profilo del presidente e agli altri organi di indirizzo politico amministrativo, già previste dal decreto legislativo n. 33 del 2013: dal trattamento economico alla dichiarazione dei redditi, dalla dichiarazione di inconferibilità e incompatibilità ai tassi di assenza aggiornati al 2016 –:

   se il Governo sia a conoscenza dei fatti esposti in premessa e quali iniziative di competenza intenda adottare affinché si proceda alla pubblicazione dei dati mancanti da parte dei dirigenti dell'Istituto, nonché all'avvio della procedura disciplinare nei confronti dei dirigenti responsabili, prevista in caso di violazione dei suddetti obblighi di pubblicazione.
(4-14998)

  Risposta. — Nell'atto parlamentare si denuncia la mancata pubblicazione, sul sito dell'Istituto agronomico per l'oltremare di Firenze (IAO), dei dati di cui agli articoli 14 e 16 del decreto legislativo n. 33 del 2013 così come modificato dal decreto legislativo n. 97 del 2016, relativi ai suoi organi di indirizzo politico-amministrativo e ai dirigenti.
  L'Iao è stato soppresso a partire dal 1o gennaio 2016 ai sensi dell'articolo 32 comma 6 della regge 11 agosto 2014 n. 125, e «le sue funzioni e le inerenti risorse umane, finanziarie e strumentali, compresi i relativi rapporti giuridici attivi e passivi, sono stati contestualmente trasferiti all'Agenzia italiana per la cooperazione allo sviluppo (AICS), senza che sia stata esperita alcuna procedura di liquidazione, anche giudiziale».
  Sul rispetto da parte dell'Aics degli obblighi imposti dalla normativa vigente sulla trasparenza, consultata l'Anac e fatte le opportune verifiche sul sito dell'agenzia, quest'ultima ha precisato quanto segue:

   Il sito Aics recepisce il dettato dell'articolo 14 comma 1, lettere a), b), c), d) ed e) del decreto legislativo n. 33 del 2013 per il direttore e per i dirigenti. Con riguardo a tali cariche sono pertanto pubblicati: l'atto di nomina, con indicazione della durata dell'incarico o del mandato elettivo (a); il curriculum (b); i compensi di qualsiasi natura connessi all'assunzione della carica; (c); la presenza o meno di altre cariche (d) o incarichi (e) con oneri a carico della finanza pubblica. Per il direttore sono anche indicati gli importi di viaggi e missioni pagati con soldi pubblici nel 2016 (dato richiesto all'articolo 14, comma 1 lettera c) (secondo periodo) da intendersi in vigore per la sola carica apicale).

   Per quanto riguarda i tassi di assenza del personale a tempo indeterminato (articolo 16 decreto legislativo n. 33 del 2013) sul sito dell'Aics esiste una apposita sezione nella rubrica «Personale». In questa sono presenti i dati relativi al trimestre luglio-settembre 2017 e quelli complessivi relativi all'anno 2016.

  L'Aics ha, inoltre, indicato che, a seguito di ricorso al Tar del Lazio, i giudici amministrativi hanno deciso in via definitiva con effetto dal 2 aprile 2017 di bloccare l'efficacia delle note con cui il segretario generale del Garante aveva chiesto di fornire i dati patrimoniali dei dirigenti; si tratta delle informazioni prescritte all'articolo 14 comma 1 lettera f), cioè la dichiarazione concernente i diritti reali sui beni immobili o mobili registrati, la titolarità di imprese, azioni, e altro e la copia dell'ultima dichiarazione dei redditi. L'agenzia ha, pertanto, ritenuto di non pubblicare tali notizie. La decisione è stata in seguito suffragata dalla delibera n. 382 del 12 aprile 2017, con cui l'Anac ha sospeso l'efficacia di una sua precedente delibera (n. 241/2017) limitatamente alle indicazioni relative all'applicazione dell'articolo 14, comma 1, lettera c) ed f) del decreto legislativo n. 33 del 2013 per tutti i dirigenti pubblici, compresi quelli del Ssn. Tali punti di vista sono stati inoltre rafforzati dalla sentenza del TAR Lazio, sezione I quater, 19 settembre 2017 n. 9828.
  

Il Viceministro degli affari esteri e la cooperazione internazionale: Mario Giro.


   CIRIELLI. — Al Ministro dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare. — Per sapere – premesso che:

   il giglio marino è una pianta erbacea, bulbosa, che nasce spontaneamente sulle nostre spiagge e in molte regioni è tutelata come specie protetta; fa parte dell'ecosistema dunale delle spiagge, con le sue radici trattiene la sabbia dall'erosione e la sua impollinazione avviene mediante una falena, solo quando il vento spira al di sotto dei 2 chilometri orari; i suoi fiori bianchi e profumati, da giugno a settembre, tappezzano le nostre dune o quello che ne rimane delle stesse;

   Angelo Vassallo, sindaco di Pollica, in provincia di Salerno, ucciso il 5 settembre 2010, aveva capito l'importanza e la bellezza di questa pianta erbacea e così sulla spiaggia di Acciaroli era riuscito a gestire un'area di 1450 metri quadrati per amministrare l'area intraprese contro il Demanio un'azione legale fino ad arrivare al Tar per avere l'agognata «concessione»; un'area dove il suo comune pagava un canone al demanio;

   il 29 maggio 2011 la Fondazione Angelo Vassallo, seguendo tutto l’iter burocratico-legale, delimitò con una recinzione in pali di castagno e a proprie spese, l'area del giglio marino, al fine di preservare l'area, mentre l'amministrazione di Pollica conservava il compito di manutenerla e proteggerla dai vandali; per la prima volta l'area era interdetta al passaggio, al calpestio e alla raccolta dei fiori;

   dopo soli 2 anni, nel luglio 2013, l'area subì un primo scempio con il passaggio di mezzi meccanici che distrussero la parte limitrofa all'area e una parte dell'area stessa; la staccionata che delimitava l'area non esisteva più: la Fondazione comunicò a mezzo stampa l'accaduto senza sortire alcun effetto; l'unico che cercò di giustificare l'accaduto fu l'attuale sindaco di Pollica, Stefano Pisani, adducendo come scusante che non c'era stato nessuno scempio, anzi egli con la sua azione meritoria provvedeva a tutelare il giglio marino;

   nel luglio 2015 la Fondazione documentò il completo abbandono dell'area del Giglio Marino e dell'area limitrofa con una serie di foto che evidenziavano la realizzazione di due camminatoi, sentieri, che da due case private poste a monte della spiaggia, attraversavano l'area del giglio marino e l'area attigua; si tratta di sentieri che servivano e che servono ai residenti delle case per accedere comodamente alla spiaggia e al mare; inoltre, si metteva in luce la colonizzazione di erbacce e piante infestanti, la presenza di materiale di risulta, pietre, cemento, ghiaia, di buste di plastica e contenitori di plastica;

   ad aggi la situazione che si presenta è davvero desolante: un'area di pochi metri in completo abbandono, con i sentieri presenti nel 2015 diventati praticamente autostrade;

   il comune di Pollica, titolare della concessione, doveva provvedere alla protezione, tutela e manutenzione della stessa area –:

   se il Ministro sia a conoscenza dei fatti esposti in premessa, quali iniziative, per quanto di competenza, intenda assumere per favorire la protezione dell'area del giglio marino, diventato il simbolo identitario del «sindaco pescatore».
(4-17771)

  Risposta. — Con riferimento all'interrogazione in esame, relativa alla tutela del giglio di mare sulle spiagge di Pollica (Salerno), sulla base degli elementi acquisiti dalla competente direzione generale del Ministero dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare, si rappresenta quanto segue.
  Il giglio di mare
(Pancratium maritimum) è una pianta geofita bulbosa della famiglia delle Amaryllidaceae, che cresce spontaneamente sui litorali sabbiosi del Mar Mediterraneo e del Mar Nero.
  La specie, seppur importante e caratteristica nella formazione delle dune litoranee poste generalmente entro i 50 metri dalla linea di battigia, tipica degli habitat codice 2110 «Dune mobili embrionali» e 2210 – «Dune fisse del litorale del
Crucianellion maritimae», non rientra negli allegati delle specie direttamente tutelate dalla direttiva 92/43/CEE «Habitat», sulla cui applicazione il Ministero dell'ambiente svolge attività di vigilanza.
  Tra l'altro, il litorale di Pollica non è caratterizzato dalla presenza di alcun sito della rete natura 2000.
  Allo stato attuale, la
P. maritimum non risulta peraltro ancora catalogata dalla IUCN come specie minacciata a livello dell'areale (NE – Not Evaluated) e non inserita nella lista rossa della flora italiana, tuttavia risulta protetta in alcune regioni italiane nelle proprie liste floristiche.
  Premesso dunque che la questione esula dalle dirette competenze del Ministero dell'ambiente, lo stesso ha provveduto ad interessare gli enti locali competenti.
  Al riguardo, l'autorità comunale, con nota del 28 novembre 2017, ha comunicato di aver sempre preservato e di continuare a preservare «le aree di tutto il litorale in cui è presente il giglio di mare, assicurando la pulizia ordinaria con apposito personale e con interventi pure mirati e straordinari con Associazione Ambientaliste nell'ambito delle manifestazioni “Puliamo il Mondo”, anche con la presenza delle scuole del territorio».
  Inoltre la medesima autorità comunale ha chiarito che:

   «l'area si presenta libera e pulita, con la vegetazione che cresce spontanea ed indisturbata»;

   dette aree di interesse vegetazionale sono inserite «nelle ordinanze balneari, nei regolamenti per il demanio marittimo e nelle concessioni demaniali, come aree da preservare, manutenere e tutelare, anche come conditio sine qua non per il rilascio delle concessioni demaniali medesime»;

   «la stagione estiva, appena trascorsa, ha visto anche il potenziamento di apposito servizio di vigilanza, tutela e rispetto del litorale, delle dune e della vegetazione di riferimento, senza che nulla fosse lasciato al caso o alla mancata tutela».

  Alla luce di quanto rappresentato dal comune di Pollica, risulta dunque che l'Amministrazione comunale abbia posto in essere diverse azioni di tutela per la specie oggetto di approfondimento.
  Della questione sono, comunque, interessate anche altre amministrazioni territorialmente competenti, pertanto laddove dovessero pervenire nuovi elementi informativi, si provvederà ad un aggiornamento.
  Ad ogni modo, si rassicura che il Ministero dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare continuerà a svolgere la propria attività, senza ridurre il livello di attenzione sulla questione.

Il Ministro dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare: Gian Luca Galletti.


   CIVATI, ANDREA MAESTRI, BRIGNONE e PASTORINO. — Al Presidente del Consiglio dei ministri, al Ministro dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare, al Ministro dello sviluppo economico. — Per sapere – premesso che:

   nel mese di dicembre 2017, Total E&P S.p.a., insieme a Mitsui S.p.a. e Shell, inaugureranno l'entrata in produzione del giacimento «Tempa Rossa», insediamento produttivo strategico e di preminente interesse nazionale, per una produzione stimata di 5.000 barili di petrolio al giorno, situato nel comune di Corleto Perticara (Potenza);

   il progetto comprende la lavorazione e lo stoccaggio del greggio nel Centro Oli di Corleto Perticara – ancora in fase di costruzione – e nella Raffineria Eni di Taranto, il cui utilizzo è stato bloccato dalla regione Puglia, che ha posto il veto sul progetto di ampliamento dell'infrastruttura;

   in assenza di una soluzione di lavorazione e stoccaggio vicina al giacimento, Total ha annunciato che, fin quando non sarà completata la costruzione del Centro Oli di Corleto Perticara, trasporterà gli oli estratti in due siti di sua proprietà, Raffineria di Roma S.p.a. e Falconara Marittima, utilizzando circa 170 autobotti al giorno. Ciò determinerà un gravissimo impatto ambientale in termini di inquinamento atmosferico, e renderà ancor più insostenibile la produzione di idrocarburi;

   particolarmente complicata, tuttavia, si presenta la situazione dell'impianto Raffineria di Roma S.p.a., situato a Malagrotta, che ad oggi produce bitume per le piste degli Aeroporti di Roma, contribuendo notevolmente all'inquinamento atmosferico e idrico del territorio della Valle Galeria, già gravemente compromessa dai numerosi impianti industriali e dalla tristemente famosa discarica;

   per poter lavorare e stoccare il grezzo nell'impianto romano, Total ha introdotto un procedimento di verifica di assoggettabilità a Via per «Implementazione di un sistema logistico per la ricezione, stoccaggio ed esportazione di greggio presso il sito della ex raffineria di Roma», determinando l'indignazione degli abitanti della zona e di alcune associazioni, che hanno presentato osservazioni in merito alla pericolosità legata all'ampliamento e alla messa in produzione del sito;

   in particolare, già Total ha previsto emissioni inquinanti atmosferiche, acustiche e idriche sia in fase di cantiere che in fase di esercizio, le quali comprometterebbero definitivamente il territorio, già sottoposto a fortissimo rischio idrogeologico, e dove, tra l'altro, insiste il sito di interesse Comunitario «Macchia Grande di Ponte Galeria» rientrante nella rete di siti protetti «Natura 2000» e nella Riserva naturale statale «Litorale Romano»;

   le osservazioni presentate dalle associazioni ambientaliste denunciano lo stato di quasi totale abbandono dell'impianto da parte di Totale, le numerose fuoriuscite di idrocarburi nel Rio Galeria, nonché sarebbe stata rilevata, a quanto consista agli interroganti, una quantità considerevole di furti o tentativi di furto di carburante dalle condotte interrate, che, a causa degli allagamenti repentini a cui la zona è soggetta, si spezzano o deteriorano;

   in questo quadro, contrasterebbe con l'obiettivo di tutela dell'ambiente e della salute dei cittadini, concedere a Total S.p.a. di sfruttare ulteriormente un territorio già compromesso da punto di vista ambientale, senza operare le necessarie bonifiche a suo carico, abbandonando buona parte dell'impiantistica, causando numerose compromissioni di acque e terreni agricoli. Inoltre, ci si interroga sull'opportunità di permettere a Total S.p.a. di trasportare 170 autobotti al giorno sulla rete stradale, determinando un notevole impatto ambientale, in contrasto con la transizione sostenibile ed ecologica della produzione di energia –:

   se il Governo sia a conoscenza della situazione esposta in premessa e se non intenda attivarsi, per quanto di competenza, ai fini della definizione di una soluzione alternativa al trasporto del greggio presso la Raffineria di Roma;

   se non ritenga urgente assumere iniziative, per quanto di competenza, al fine di monitorare lo stato di inquinamento dell'area sopra richiamate dovuto allo stato di quasi totale abbandono del medesimo impianto.
(4-18333)

  Risposta. — Con riferimento all'interrogazione in esame, sulla base degli elementi acquisiti, si rappresenta quanto segue.
  In via preliminare, per quel che concerne il «Programma delle infrastrutture strategiche (legge n. 443/2001) opere per lo sviluppo del giacimento di idrocarburi denominato “Tempa Rossa”» di cui alla delibera Cipe del 23 marzo 2012 e di cui fa parte la concessione «Gorgoglione» e quindi il centro oli di Corleto Perticara, il Ministero dello sviluppo economico ha precisato quanto di seguito.
  La soluzione progettuale iniziale per il trasporto del greggio prodotto nell'ambito della concessione Gorgoglione prevede il trasferimento, mediante oleodotto, alla raffineria Eni di Taranto, all'interno della quale devono essere tuttavia realizzati alcuni lavori di adeguamento delle strutture logistiche per permettere lo stoccaggio ed il carico del grezzo su navi petroliere.
  Non essendo ancora concluso il procedimento di autorizzazione dei predetti lavori di adeguamento, della durata di almeno due anni, la Total E&P s.p.a., rappresentante unico per il titolo minerario in argomento, ha in un primo momento individuato, come soluzione temporanea alternativa, la realizzazione di un centro di carico per autobotti in area attigua al costruendo centro olio, che permetterebbe di trasferire una parte del greggio tramite autobotti ai terminali costieri.
  Stante quanto indicato dalla società, la movimentazione via autobotti della produzione del greggio comporterebbe una possibilità di trasferimento di circa 20.000 Bopd contro una previsione di produzione di 50.000 Bopd previsti dal progetto con il trasferimento via oleodotto.
  Il Ministero dello sviluppo economico, ritenendo la soluzione indicata dalla società una diversa modalità di convogliamento del greggio, rispetto a quanto previsto nell'iniziale programma lavori, con conseguente riduzione della produzione, ha richiesto alla stessa società una specifica istanza di variazione del programma dei lavori relativo al progetto Tempa rossa.
  In riscontro a tale richiesta, il rappresentante unico ha comunicato di aver sottoscritto con la società Eni un accordo per utilizzare le infrastrutture esistenti presso la raffineria di Taranto, rendendo così possibile la ricezione, il trattamento e l'esportazione del greggio Tempa rossa nel corso del 2018 e del 2019, per un quantitativo pari alla capacità produttiva del greggio di 50.000 barili al giorno, seppur con rigidi vincoli operativi all'interno, dovuti alle preesistenti operazioni di raffineria.
  Sempre secondo quanto riferito dal Ministero dello sviluppo economico, la società ha specificato che l'utilizzo delle autobotti, e quindi del centro di carico, rappresenta una misura aggiuntiva e complementare rispetto a quella tramite oleodotto, da utilizzarsi solo nei casi strettamente necessari, di indisponibilità della raffineria o dell'oleodotto a ricevere il greggio.
  Rimane comunque necessario per il Ministero dello sviluppo economico acquisire istanza di variazione dell'iniziale programma lavori nonché specifica documentazione tecnica pertinente, al fine di procedere alla relativa istruttoria, eventualmente anche previa consultazione della commissione per gli idrocarburi e le risorse minerarie, e all'eventuale decretazione finale che tenga conto di ogni aspetto, ivi compreso quello ambientale, nel rispetto della vigente normativa di settore.
  A tale riguardo, si precisa che il procedimento di verifica di assoggettabilità a Via presentato ai sensi dell'articolo 19 del decreto legislativo n. 152 del 2006 dalla società Raffineria di Roma S.p.A. per il progetto «Implementazione di un sistema logistico per la ricezione, stoccaggio ed esportazione di greggio presso il sito della ex-raffineria di Roma» si è concluso con determinazione direttoriale del 10 gennaio 2018 resa sulla base degli esiti del parere della commissione tecnica di Verifica dell'impatto ambientale – Via e Vas n. 2588 del 18 dicembre 2017, con cui è stata determinata la necessità di assoggettamento alla procedura di Valutazione dell'impatto ambientale del progetto sopra richiamato.
  La documentazione progettuale ed amministrativa presentata dalla società proponente nel corso del procedimento di verifica di assoggettabilità alla VIA, insieme con le osservazioni dei soggetti interessati, le controdeduzioni presentate dalla società, la documentazione di chiarimento predisposta volontariamente, il parere n. 2588 della commissione tecnica – Via e Vas e la determinazione direttoriale sono pubblicate sul portale delle valutazioni ambientali del Ministero dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare.
  Per quanto concerne il procedimento di Valutazione di impatto ambientale per l'intervento «Realizzazione di baie di carico auto-cisterne per trasferimento greggio stabilizzato dal Centro Oli “Tempa Rossa” e la posa di due condotte interrate di collegamento» presentato dalla società Total E&P Italia S.p.A. in data 11 agosto 2017, ai sensi degli articoli 167, comma 5 e 183 del decreto legislativo n. 163 del 2006, per quanto applicabile ai sensi dell'articolo 216 del decreto legislativo n. 50 del 2016, lo stesso è tuttora all'esame istruttorio presso la commissione tecnica di Verifica dell'impatto ambientale – Via e Vas del Ministero dell'ambiente.
  La documentazione progettuale ed amministrativa presentata dalla società Total E&P Italia S.p.A. nel corso del procedimento di compatibilità ambientale, insieme con le osservazioni del pubblico pervenute al Ministero dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare, sono pubblicate anch'esse sul portale delle valutazioni ambientali dello stesso Ministero.
  Nel corso dell’
iter istruttorio di valutazione ambientale del progetto presentato da Total E&P Italia S.p.A. saranno naturalmente tenute in debita considerazione tutte le osservazioni e i pareri presentati da soggetti privati ed enti pubblici, unitamente alle controdeduzioni che la società proponente è tenuta a trasmettere prima della conclusione dei procedimenti.
  Alla luce delle informazioni esposte, si rassicura comunque che il Ministero dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare continuerà a svolgere le proprie attività, senza ridurre il livello di attenzione sulla questione.

Il Ministro dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare: Gian Luca Galletti.


   CORDA. — Al Ministro dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare, al Ministro dello sviluppo economico. — Per sapere – premesso che:

   il colosso Ceco dell'energia EPH rappresenta una delle più importanti realtà produttive della Sardegna nord-occidentale. A seguito della dismissione dei gruppi 1 e 2 della centrale termoelettrica di Fiume Santo (Sassari) è stato deciso di procedere alla demolizione dei gruppi stessi mediante la tecnica delle esplosioni controllate;

   la centrale è dotata di sistemi ambientali molto avanzati in grado di abbattere gli elementi inquinanti, ma il problema deriva dal fatto che il sito delle lavorazioni dista solo poche centinaia di metri (600) dai siti di importanza comunitaria «Stagno di Pilo» e «Stagno di Casaraccio» (ITB010002);

   gli stessi siti rientrano tra le aree naturali protette della provincia di Sassari e sono entrambi due delle più importanti aree umide del nord Sardegna; infatti ospitano diverse specie nidificanti, tra i quali l'airone rosso ed il tarabusino;

   inoltre risultano di fondamentale importanza per lo svernamento del fenicottero rosa e di diversi anatidi migratori;

   considerando la vicinanza a queste aree strategiche per la tutela della fauna e della flora di importanza europea, l'uso di cariche esplosive metterebbe a rischio l'ambiente e la salute pubblica, in quanto le esplosioni produrrebbero polveri altamente nocive e contaminanti che si disperderebbero nell'aria e contaminerebbero il suolo causando danni tanto per il territorio, quanto per gli esseri animali e vegetali presenti in queste zone –:

   se il Governo sia a conoscenza dei fatti esposti e se abbia adottato o intenda adottare iniziative idonee al fine di tutelare questi siti di interesse comunitario e prevenire eventuali ricadute negative che potrebbero ripercuotersi su tutto l'ambiente e il territorio circostante e sugli essere animali che vi abitano ed, in particolare, sull'avifauna presente;

   se si intenda assumere ogni iniziativa di competenza per favorire una revisione del progetto di demolizione mediante l'utilizzo di cariche esplosive, sostituendolo magari con altre modalità di smantellamento che potrebbero avere inoltre ripercussioni positive anche in ambito economico-sociale.
(4-17343)

  Risposta. — Con riferimento all'interrogazione in esame, o inerente la demolizione mediante esplosivi di due gruppi della centrale termoelettrica di fiume Santo (SS), in prossimità del SIC ITB10002 «Stagno di Pilo e di Casaraccio» e in un'area in cui è presente, altresì, la ZPS ITB013012 «Stagno di Pilo, Casaraccio e Saline di Stintino», sulla base degli elementi acquisiti dall'agenzia regionale per la protezione dell'ambiente della Sardegna (Arpas), si rappresenta quanto segue.
  Nel marzo 2017, a seguito di informazione degli organi di stampa, Arpas ha inviato alla 6a commissione del comune di Sassari e per conoscenza agli altri Enti competenti, una nota nella quale ha manifestato perplessità in ordine alla variante del piano di
decommissioning riguardante la demolizione con esplosivo della ciminiera dei gruppi 1 e 2, proponendosi per un incontro tecnico finalizzato alla discussione del problema degli impatti ambientali.
  Il 19 maggio 2017 si è tenuta, pertanto, presso l'assessorato dell'ambiente della regione Sardegna una riunione tecnica tra funzionari del servizio valutazioni ambientali e rappresentanti della società Fiumesanto s.p.a. nella quale gli uffici regionali hanno esaminato la problematica constatando, sulla base di quanto proposto dalla società proponente, che la variante si è resa necessaria a seguito dei cedimenti riscontrati nel rivestimento interno della ciminiera, e dei notevoli deterioramenti delle caldaie, tali da non rendere percorribile l'esecuzione delle demolizioni meccaniche in sicurezza.
  Successivamente, con nota del 12 luglio 2017, l'assessorato dell'ambiente della Regione Sardegna, Servizio valutazioni ambientali, ha informato Arpas dell'avvenuta approvazione della richiesta di variante con documento Dgda n. 12100 del 12 giugno 2017, con l'invito a voler porre in essere tutte le attività di competenza.
  Sulla base di quanto indicato dalla regione, il dipartimento Arpas di Sassari e Gallura ha convocato per il 10 agosto un primo incontro per valutare la variante di progetto e indicare i presidi di mitigazione degli eventuali impatti ambientali e le procedure di controllo.
  Ad esito dell'incontro del 10 agosto, nel quale, oltre alla società hanno presenziato la provincia di Sassari e il comune di Sassari, è stato chiesto alla Fiumesanto s.p.a. di produrre un documento di dettaglio che riportasse un idoneo progetto di monitoraggio
ante e post operam degli impatti sull'aria ambiente e sulle acque legati all'intervento di demolizione, una adeguata descrizione progettuale dei presidi utilizzati per contenere al massimo la diffusione di polveri nell'ambiente circostante e la dispersione di acque potenzialmente contaminate nel sito di demolizione. Detto elaborato progettuale in bozza è stato successivamente discusso e condiviso in un ulteriore incontro tecnico tenutosi il 16 novembre 2017.
  Della questione sono, comunque, interessate diverse amministrazioni, pertanto, non appena perverranno ulteriori, significativi, elementi informativi, si provvederà a fornire un aggiornamento.
  Ad ogni modo, per quanto di competenza, questo Ministero continuerà a tenersi informato e a svolgere un'attività di monitoraggio, anche al fine di valutare un eventuale coinvolgimento di altri soggetti istituzionali.

Il Ministro dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare: Gian Luca Galletti.


   CORDA e BASILIO. — Al Ministro dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare. — Per sapere – premesso che:

   già dagli anni Novanta è nota la vicenda del cosiddetto «sarcofago della morte» sito nel tratto di strada delle 131 tra Sanluri e Sardara che continua incessantemente a scaricare veleni nei campi sardi per chilometri e chilometri. Si tratta di una vicenda oltre che di malaffare anche di disinteresse totale della politica locale;

   quella che doveva essere una grande opera di smaltimento si è rivelata una frode in pubbliche forniture. Secondo la procura di Cagliari la Sardinia Gold Mining avrebbe venduto il materiale di scarto della produzione aurifera nella miniera di Santu Miali. Un affare di smaltimento che avrebbe consentito ai protagonisti della vicenda un guadagno smisurato;

   la politica non è esente da colpe. Ci si chiede perché l'allora presidente della regione Mauro Pili, nonostante non sia mai stato coinvolto in nessuna indagine della magistratura, non abbia mai indagato sulla vicenda e come sia stato possibile che non sapesse niente della questione, considerato che la regione deteneva il 30 per cento della suddetta società;

   lo stesso Ugo Cappellacci, ex presidente della Sardinia Gold Mining ed ex presidente della regione Sardegna, nonostante fosse a conoscenza della vicenda, non ha minimamente pensato a prendere i provvedimenti necessari per risolvere questo disastro. Gli stessi rilievi possono essere mossi nei confronti dell'attuale assessore all'ambiente Donatella Spano che, ad avviso degli interroganti, mai ha posto, fino ad oggi, la sua attenzione su tale grave situazione –:

   se il Governo sia a conoscenza dei fatti esposti e se abbia adottato o intenda adottare iniziative, per quanto di competenza, al fine di evitare un disastro ambientale preannunciato, ponendo fine al continuo sversamento di scorie tra le campagne sarde tra cui mercurio, cadmio, arsenico e altri metalli cancerogeni.
(4-17789)

  Risposta. — Con riferimento all'interrogazione in esame, sulla base degli elementi acquisiti, si rappresenta quanto segue.
  Nel 2009, a seguito di richiesta dell'autorità giudiziaria, Arpa Sardegna dipartimento di Cagliari ha svolto un sopralluogo congiunto con il Nucleo operativo ecologico di Cagliari sul tratto di strada della strada statale 131 compreso tra il comune di Sanluri e il comune di Sardara, nell'area dal km 47.3 sino al km 56. Durante il sopralluogo, a cui hanno partecipato incaricati Anas, sono stati prelevati n. 5 campioni di rilevati stradali e 5 campioni di acque superficiali nei canali di raccolta. In sintesi i risultati delle determinazioni analitiche sono stati i seguenti: superamenti delle Csc Tab. 1 B, in 1 campione di rilevato (1815) per il mercurio, 17 mg/kg; elevati valori in 3 campioni di acque dei canali di raccolta confluenti nel rio S'Acqua Cotta per as, cu, solfati e ph acido; i campioni prelevati nelle acque superficiali dei corsi d'acqua non hanno invece mostrato superamenti.
  Gli esiti dei sopralluoghi sono stati trasmessi all'autorità giudiziaria.
  Sempre secondo quanto riferito dall'Arpas, il 22 dicembre 2015, a seguito della richiesta di Anas, si è tenuto un tavolo tecnico congiunto presso il compartimento Anas di Cagliari, presenti Arpas dipartimento di Cagliari, Arpas Dts, Regione Sardegna servizio bonifiche e Provincia del medio campidano. A seguito del predetto incontro, Anas ha elaborato ed inviato, nel febbraio 2016, un piano delle indagini preliminari da svolgere sul tratto della strada statale 131 tra Sanluri e Sardara.
  L'indagine preliminare, ai sensi dell'articolo 242, comma 2, e dell'articolo 245 del decreto legislativo n. 152 del 2006, consisterà nell'esecuzione di 12 sondaggi a carotaggio con l'obbiettivo di campionare interamente i rilevati potenzialmente contaminati e il suolo superficiale sottostante. Sono previste anche campionature delle acque sotterranee su 14 stazioni individuate dal progetto. Sui campioni prelevati verranno eseguite analisi chimiche su una suite di metalli concordata e successivi test di cessione ed acido base per caratterizzare i materiali in funzione delle eventuali successive indagini e interventi di bonifica.
  Il 20 aprile 2016, la Provincia del Medio Campidano ha fornito un parere favorevole in relazione alla proposta di indagine preliminare presentata da Anas. Il parere è stato sottoscritto congiuntamente dalla Provincia del Medio Campidano, Arpas e regione Sardegna, con una serie di indicazioni integrative.
  Anas deve quindi provvedere, per competenza, all'esecuzione delle indagini ambientali previste sul tratto della strada statale 131 e sue pertinenze, dal chilometro 47+00 al chilometro 58+500, comunicandone il cronoprogramma agli enti.
  La regione Sardegna è in attesa degli esiti delle indagini ambientali da parte di Anas, sollecitati dalla regione con nota del 6 settembre 2017, alla quale l'azienda medesima ha risposto in data 14 settembre 2017, comunicando di essere prossima all'appalto delle suddette indagini e che per l'esecuzione delle stesse sono previsti 67 giorni dal verbale di consegna. Si evidenzia, a tale proposito, che per poter pianificare qualsiasi intervento di bonifica o messa in sicurezza è necessario disporre degli esiti delle indagini di caratterizzazione.
  Della questione sono comunque interessate diverse amministrazioni, pertanto, qualora dovessero pervenire ulteriori elementi informativi, si provvederà a fornire un aggiornamento.
  Alla luce delle informazioni esposte, per quanto di competenza, questo Ministero continuerà a tenersi informato e a svolgere un'attività di monitoraggio, anche al fine di valutare un eventuale coinvolgimento di altri soggetti istituzionali.
  

Il Ministro dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare: Gian Luca Galletti.


   CORDA, BASILIO e RIZZO. — Al Ministro dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare. — Per sapere – premesso che:

   sono ormai giorni che alcuni quartieri di Quartu S. Elena sono appestati da odori nauseabondi. Il fumo tossico che avvolge la città è generato dalla combustione, lenta e pervicace, di rifiuti di varia natura e sostanze non conosciute nella zona umida d'importanza internazionale di Molentargius;

   si tratta di autocombustione di rifiuti, innescata dai gas sotterranei che si sono generati dopo che l'acqua dello stagno di Molentargius si è ritirata. Le esalazioni di combustione di tali sostanze di vario tipo stanno generando un vera e propria emergenza, mettendo a rischio la salute pubblica dei cittadini;

   non si spiega come sia possibile che l'area di Molentargius, parco naturale regionale tra i più importanti d'Europa, zona umida d'importanza internazionale, che dovrebbe rappresentare un'area incontaminata e protetta, possa essere adibita a discarica di veleni –:

   se il Ministro interrogato abbia intenzione di attivare in modo repentino le necessarie iniziative di competenza per verificare, per il tramite del comando carabinieri per la tutela dell'ambiente, lo stato del territorio in questione in ragione della gravità della situazione riportata e delle conseguenze nocive che potrebbero da essa derivarne per la salute pubblica e individuare le cause di tale disastroso inquinamento.
(4-17900)

  Risposta. — Con riferimento all'interrogazione in esame sulla base degli elementi forniti dalla regione Sardegna, si rappresenta quanto segue.
  Occorre evidenziare, in via preliminare, che il parco regionale del Molentargius è un'area umida estesa su un territorio di circa 1600 ettari, delimitata dall'espansione urbana dei comuni di Cagliari, Quartu Sant'Elena, Selargius, Quartucciu e dal lungomare del Poetto. Nasce nel 1999 (legge regionale n. 5 del 26 febbraio 1999) con l'obiettivo di tutelare e valorizzare un sito di interesse internazionale, già inserito dal 1977 nella convenzione Ramsar per la sua rilevanza come luogo di sosta, svernamento e nidificazione di numerose specie di uccelli acquatici.
  Nell'area sono presenti bacini sia di acqua dolce che salata, separati dalla piana di Is Arenas. Le zone ad acqua dolce sono costituite dagli stagni di «Bellarosa Minore» e «Perdalonga», nati come vasche di espansione delle acque meteoriche. Le zone di acqua salata comprendono gli specchi d'acqua dell'ex sistema produttivo delle Saline di Stato di Cagliari, costituiti dal «Bellarosa Maggiore» o «Molentargius», dallo Stagno di Quartu, dalle altre vasche salanti (saline di Cagliari) e dal «Perda Bianca».
  Con specifico riferimento al caso in questione, la regione Sardegna ha fatto presente che in data 18 settembre 2017, il comune di Quartu segnalava la presenza nell'aria di odori altamente sgradevoli e soffocanti, causati dal persistere delle emissioni di fumi provenienti dall'area del Molentargius, manifestando la necessità di monitorare l'aria ed effettuare accertamenti circa l'eventuale rischio per la salute pubblica.
  Il sindaco del comune di Quartu Sant'Elena ha rivolto, quindi, al prefetto di Cagliari la richiesta di urgente convocazione di un tavolo tecnico per intraprendere eventuali azioni tese alla tutela della salute pubblica.
  In data 19 settembre, il prefetto di Cagliari ha provveduto a convocare un tavolo tecnico avente ad oggetto «problematica relativa all'emissione di fumi nel Marco di Molentargius – Quartu Sant'Elena», costituito dai rappresentanti degli enti ed organismi tecnici coinvolti per rispettive competenze, per procedere agli urgenti interventi ritenuti necessari.
  In pari data, personale afferente al Servizio di igiene e sanità pubblica dell'Assl di Cagliari dell'ATS (Azienda per la tutela della salute della Sardegna) ha eseguito un sopralluogo presso il sito di Molentargius ed ha accertato che i fumi acri ed intensi interessavano un'area urbana per un raggio di circa 500 metri, entro, i quali ricadono una scuola e diverse strutture sanitarie. Pertanto, il Servizio igiene e sanità pubblica dell'Assl di Cagliari ha prontamente trasmesso al sindaco di Quartu Sant'Elena alcuni suggerimenti precauzionali in attesa di avere ulteriori elementi utili sui materiali brucianti e sulla composizione dei fumi derivati.
  In data 20 settembre 2017, il sindaco di Quartu Sant'Elena ha convocato presso il Centro operativo comunale (Coc) un ulteriore tavolo tecnico, al fine di valutare le azioni da intraprendere per fronteggiare la situazione emergenziale.
  In tale riunione si è stabilito di provvedere con somma urgenza alla copertura dell'area interessata dall'incendio con una coltre di terra ed argilla, al fine di far cessare l'emissione dei fumi. Tale intervento è stato attuato con la massima celerità nei giorni seguenti.
  Il C.o.c si è riunito anche nelle seguenti date: 22 settembre 2017, 26 settembre 2017, 29 settembre 2017.
  Nell'incontro del 22 settembre, sono stati evidenziati, da parte degli enti competenti, dei problemi logistici per lo spegnimento dei focolai. Stanti tali difficoltà, Arpas ha attivato immediatamente la procedura per l'utilizzo del mezzo mobile per il monitoraggio della qualità dell'aria Giornalmente sono state rilevate le concentrazioni delle seguenti sostanze: SO21 NOx1 CO31 O31 PM10 BTX, le quali non presentavano nessun superamento dei limiti normativi.
  Con riferimento alla determinazione delle diossine ed Ipa, i campioni da analizzare sono stati inviati presso l'Arpa Piemonte per le analisi di laboratorio.
  Nella seduta del 29 settembre 2017, il Sindaco «sulla base delle risultanze degli approfondimenti emersi nella presente seduta, ha dichiarato chiusa l'emergenza sanitaria», sulla base delle comunicazioni dell'Agenzia regionale per la protezione dell'ambiente (Arpas) sulla qualità dell'aria e del servizio igiene pubblica della Assl del 28 settembre, con conseguente revoca delle ordinanze sindacali assunte.
  In data 18 ottobre 2017 sono pervenuti i risultati dei campioni eseguiti nel periodo dal 26 settembre 2017 al 2 ottobre 2017 dai quali non si rileva alcuna criticità; in data 26 ottobre 2017 sono pervenuti i risultati dei campioni eseguiti nel periodo dal 3 ottobre 2017 al 9 ottobre 2017 dai quali non si rileva alcuna criticità; sono ancora in corso le analisi dei campioni prelevati successivamente al 9 ottobre 2017.
  In data 2, 3 e 4 ottobre 2017 personale tecnico del dipartimento di Cagliari e Medio Campidano, congiuntamente al corpo forestale e di Vigilanza Ambientale (CFVA) della stazione di Cagliari, ha effettuato un sopralluogo e dei campioni di suolo presso il sito in argomento per l'indagine preliminare che precederà il Piano di caratterizzazione e quindi la bonifica.
  In data 2 ottobre 2017 ARPAS – Dipartimento di Cagliari e Medio Campidano, ha effettuato un sopralluogo congiunto con il Cfva della Stazione di Cagliari e con l'ente parco di Molentargius, al fine di constatare la fattibilità dell'avvio dell'indagine preliminare ambientale. Nel corso di tale intervento, è stata verificata la completa copertura con materiale di cava dell'area interessata dall'incendio e la realizzazione di una trincea prevista per evitare l'ulteriore propagazione della combustione. Tale intervento ha evidenziato, da un esame visivo, la presenza nel materiale escavato di rifiuti urbani domestici.
  In data 4 e 5 ottobre 2017 sono stati effettuati ulteriori accertamenti per la realizzazione del piano di indagine preliminare previsto. In seguito alla presa visione dell'estensione del sito in esame sono stati individuati nove punti di indagine localizzati sulla base di un criterio di tipo casuale.
  Dopo aver individuato e georeferenziato le nove stazioni di campionamento, posizionati i relativi picchetti, si è proceduto alla realizzazione dei pozzetti. Tali pozzetti sono stati spinti sino alla profondità da 1,10 a 1,60 metri dal piano campagna, sino ad intercettare l'orizzonte delle argille limose/limi argillosi e con dimensione media di 1,20 x 1,20 metri.
  I campioni sono stati prelevati lungo il fronte di scavo, evitando lo strato di materiale di cava posizionato in superficie. Sono stati prelevati in totale: sei campioni di
top soil e nove campioni di suolo superficiale sino al fondo scavo.
  Il materiale, una volta prelevato e omogeneizzato, è stato disposto in appositi contenitori, opportunamente conservati e inviati al laboratorio Arpas di Cagliari e all'Arpa Piemonte per le determinazioni analitiche. Le operazioni analitiche sono in corso di esecuzione.
  Della vicenda sono interessate diverse amministrazioni, pertanto, qualora dovessero pervenire ulteriori elementi informativi, si provvederà a fornire un aggiornamento.
  Alla luce delle informazioni esposte, per quanto di competenza, questo Ministero continuerà, comunque, a svolgere un'attività di monitoraggio, nonché a tenersi informato anche attraverso gli altri Enti istituzionali competenti.
  

Il Ministro dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare: Gian Luca Galletti.


   DAGA, TERZONI, MICILLO, BUSTO, ZOLEZZI, DE ROSA e VIGNAROLI. — Al Ministro delle infrastrutture e dei trasporti, al Ministro dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare. — Per sapere – premesso che:

   l'Onu ha dichiarato il diritto all'acqua un diritto universale e fondamentale, ha sottolineato che l'acqua potabile e per uso igienico è un diritto essenziale relativo alla dignità della persona e raccomanda agli Stati di attuare iniziative per garantire acqua potabile di qualità, accessibile, economica;

   la regione Toscana ha dichiarato lo stato di emergenza ed emanerà a breve un piano di interventi urgenti;

   la regione Lombardia lamenta la quantità di acqua invasata nei grandi laghi più bassa del 2007;

   il 17 agosto 2017 è stata pubblicata in Gazzetta Ufficiale la dichiarazione dello stato di emergenza idrica per le regioni Lazio ed Umbria:

   da 15 anni l'Italia è soggetta a 3 procedure di infrazione; la situazione sembra peggiorare come dimostrano gli ultimi dati di Legambiente: l'insufficiente depurazione e gli scarichi inquinanti rappresentano il reato più contestato e in crescita rispetto all'anno precedente, e rappresentano il 31,7 per cento delle infrazioni contestate;

   il 22 marzo 2017 l'Istat ha presentato uno studio dal quale si evince che nel 2015 è andata dispersa una media del 38,2 per cento delle acque immesse in rete, a fronte del 35,6 per cento del 2012, il che mostra una situazione di enorme degrado degli acquedotti e delle reti in tutto il Paese;

   eppure il decreto ministeriale 8 gennaio 1997, n. 99, dice che «Le procedure di valutazione delle perdite di cui al presente regolamento sono finalizzate alla formulazione di “bilanci idrici nelle reti e negli impianti” e che “In dipendenza dell'esito dei bilanci, il gestore procederà ad una appropriata e specifica ‘campagna di ricerca delle perdite’ per provvedere alle necessarie riparazioni”. Esso inoltre stabilisce che “Il gestore trasmette annualmente al Ministero dei lavori pubblici Osservatorio dei servizi idrici, entro il mese di febbraio appositi rapporti redatti secondo gli standard indicati nel punto 4 dell'allegato e indicanti i dati sui volumi d'acqua degli impianti di acquedotto e di fognatura nonché il valore dei parametri di valutazione delle perdite”»;

   l'articolo 146, comma 3, del decreto legislativo n. 152 del 2006 dispone che «Entro un anno dalla data di entrata in vigore della parte terza del presente decreto, il Ministro dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare,[...] adotta un regolamento per la definizione dei criteri e dei metodi in base ai quali valutare le perdite degli acquedotti e delle fognature. Entro il mese di febbraio di ciascun anno, i soggetti gestori dei servizi idrici trasmettono all'Autorità di vigilanza sulle risorse idriche e sui rifiuti ed all'ente di governo dell'ambito competente i risultati delle rilevazioni eseguite con i predetti metodi». Il successivo articolo 170, comma 3, lettera h), dispone che «fino all'emanazione del decreto di cui all'articolo 146, comma 3, continua ad applicarsi il decreto ministeriale 8 gennaio 1997, n. 99»;

   il «collegato ambientale» 2016 prevedeva la creazione di un fondo di garanzia per opere idriche di potenziamento, depurazioni e fognature; eppure risulta che il relativo decreto del Presidente del Consiglio dei ministri sia ancora bloccato –:

   se i Ministri interrogati e gli enti d'ambito fossero a conoscenza dei dati relativi alle perdite delle infrastrutture idriche e, in caso affermativo, perché non si sia intervenuti;

   come mai non sia stato ancora emanato il decreto del Presidente del Consiglio dei ministri che consentirebbe di sbloccare il fondo di garanzia per le opere idriche;

   quali iniziative intenda porre in essere il Governo, al fine di sostenere gli investimenti necessari a ristrutturare e ammodernare le reti per captazione e distribuzione e adeguare gli impianti di depurazione.
(4-17853)

  Risposta. — Con riferimento all'atto di sindacato ispettivo in esame, si forniscono i seguenti elementi di risposta.
  Come già riferito il 5 ottobre 2017 in risposta dell'interrogazione n. 5-12373, si ricorda che lo schema di decreto del Presidente del Consiglio dei ministri, di cui all'articolo 58, comma 2 della legge n. 221 del 28 dicembre 2015, che prevede l'istituzione di un fondo di garanzia delle opere pubbliche finalizzate al potenziamento delle infrastrutture idriche, ivi comprese le reti di fognatura e depurazione, in tutto il territorio nazionale, è stato predisposto da questo Ministero ed è stato trasmesso alla Presidenza del Consiglio dei ministri per i successivi adempimenti.
  Ad aggiornamento, si comunica che la Presidenza ha espresso alcune osservazioni e ha richiesto di nuovo l'acquisizione dei concerti delle amministrazioni interessate.
  Il 15 febbraio 2018 si è tenuta una riunione presso questo Ministero, con le amministrazioni coinvolte e con l'autorità di regolazione per energia, reti e ambiente, al fine di definire un testo che tenga conto anche delle disposizioni, nel frattempo intervenute, contenute nella legge di bilancio 2018, che riguardano la disciplina del Fondo stesso.
  Il testo del decreto del Presidente del Consiglio dei ministri così definito sarà poi oggetto di intesa in sede di Conferenza unificata.
  

Il Viceministro delle infrastrutture e dei trasporti: Riccardo Nencini.


   D'AGOSTINO e VEZZALI. — Al Ministro dei beni e delle attività culturali e del turismo. — Per sapere – premesso che:

   il Teatro «Carlo Gesualdo» di Avellino costituisce una realtà nel panorama culturale che nel corso degli anni si è affermata a livello nazionale, distinguendosi per la qualità dei cartelloni proposti e per le iniziative portate avanti, alcune delle quali hanno avuto attenzione anche al di là dei confini nazionali;

   il teatro versa in condizioni di difficoltà finanziarie;

   da tempo sono in corso verifiche di tipo contabile e amministrativo da parte dell'amministrazione comunale di Avellino;

   tale condizione di difficoltà finanziaria rischia di mettere in discussione il futuro del teatro;

   attualmente la gestione del teatro è affidata a un commissario;

   c'è il rischio, paventato da molti durante l'ultima seduta del consiglio comunale di Avellino, che la gestione del teatro possa essere assegnata al Comune, determinando una sorta di «annacquamento» che rischia di essere decisamente dannoso per la gestione dello stesso;

   a giudizio dell'interrogante, inoltre, sarebbe gravissimo, come prospettato, chiudere il teatro anche se solo per un anno, se non altro perché ci sarebbero conseguenze estremamente dannose per la sua reputazione;

   ancora non sono cominciati i lavori per definire il nuovo cartellone, nonostante questo sia il periodo durante il quale solitamente tale attività viene avviata;

   a giudizio dell'interrogante, si rende necessario unire gli sforzi affinché le politiche di contenimento della spesa pubblica non colpiscano quelle realtà di impegno che ben funzionano e che hanno contribuito in maniera significativa alla crescita culturale e civile della provincia di Avellino;

   la città di Avellino e l'intera provincia non possono consentirsi di perdere una realtà come il Gesualdo;

   a giudizio dell'interrogante è necessario che tutti i livelli istituzionali assicurino un impegno diretto e concreto per scongiurare la chiusura del Teatro Carlo Gesualdo;

   occorre completare le verifiche amministrative e contabili in corso, ma queste devono essere espletate nella massima celerità per evitare che abbiano come conseguenza non solo l'accertamento della verità ma anche, paradossalmente, la chiusura del teatro –:

   quali iniziative di competenza il Ministro interrogato intenda assumere per sostenere il Teatro «Carlo Gesualdo» di Avellino e per scongiurarne la chiusura.
(4-16193)

  Risposta. — Si riscontra l'atto di sindacato ispettivo in esame, con il quale l'interrogante ha chiesto di conoscere quali iniziative di competenza intende assumere questo Ministero riguardo al Teatro «Carlo Gesualdo» di Avellino in gravi difficoltà finanziarie ed attualmente commissariato.
  Secondo quanto riferito dalla competente direzione generale dello spettacolo di questa l'amministrazione, risulta che il teatro «Carlo Gesualdo» non ha inoltrato istanza di contributo a questa amministrazione per il triennio 2015/2017, e, pertanto, non riceve attualmente contributi a valere sul fondo unico per lo spettacolo (FUS).
  Si forniscono, quindi, alcuni elementi informativi che la direzione generale ha potuto acquisire dalla «Fondazione Campania dei Festival», (ente «
in house» della regione Campania) che ha recentemente firmato un protocollo d'intesa con l'Amministrazione comunale di Avellino per la gestione di una rassegna presso il Teatro «Carlo Gesualdo».
  Dal 28 giugno 2016 detta istituzione teatrale è stata, infatti, commissariata e gestita interamente dal comune di Avellino, nella persona del segretario generale dell'ente dottor Riccardo Feola nella qualità di commissario straordinario. Successivamente, con deliberazione n. 47 del consiglio comunale del 9 maggio 2017, l'istituzione è stata messa in liquidazione affidando la gestione corrente del teatro al comune di Avellino.
  In precedenza, con delibera di giunta n. 333 del 25 novembre 2016, il comune stesso aveva approvato la realizzazione di una rassegna dal titolo «Sipari Aperti Festival degli altri mondi» presso il teatro «Carlo Gesualdo».
  In seguito, l'amministrazione comunale di Avellino ha firmato, in data 24-05-2017, un protocollo d'intesa con la fondazione Campania dei festival che programma e realizza progetti per le politiche di sviluppo della cultura teatrale, dello spettacolo e delle arti visive in Campania, finalizzati ad attività di rassegne, laboratori, scuole di teatro, tra cui quella già ammessa a finanziamento e sopra ricordata dal titolo «Sipari aperti festival di altri mondi».
  Il Ministero, al fine di scongiurare la chiusura del Teatro «Carlo Gesualdo», considerata anche la rilevanza che questo assume nel panorama culturale a livello nazionale, continuerà a monitorare lo stato amministrativo e contabile della struttura, oltreché a incentivare, attraverso i propri organi periferici, la realizzazione di ulteriori eventi e progetti, fonte di introiti necessari per la sopravvivenza del Teatro.

Il Sottosegretario di Stato per i beni e le attività culturali e il turismo: Antimo Cesaro.


   D'AGOSTINO. — Al Ministro delle infrastrutture e dei trasporti. — Per sapere – premesso che:

   la città di Ariano Irpino in provincia di Avellino è una realtà sempre più significativa in termini di abitanti, così come sono tantissimi i residenti dei comuni limitrofi che vi si recano per i più svariati motivi;

   in attesa che si realizzi la stazione Hirpinia dell'alta capacità in località Santa Sofia, sarebbe giusto consentire a chi ne ha necessità di usufruire dei treni ad alta velocità che da Lecce collegano Roma e transitano per la stazione di Ariano Irpino, ma non vi fanno sosta;

   la linea in questione, percorsa in senso inverso, permette attualmente il collegamento tra Benevento, Foggia, Bari e Lecce;

   una sosta ad Ariano, anche in tale direzione, agevolerebbe le tantissime persone, in particolare gli studenti, che dal Tricolle si recano soprattutto a Foggia e a Bari;

   si tratta complessivamente di un bacino di utenza di oltre 70mila persone;

   a giudizio dell'interrogante, il Governo dovrebbe valutare questa opportunità ed eventualmente di intervenire sui vertici di Ferrovie dello Stato affinché prevedano due soste del Frecciargento anche ad Ariano Irpino;

   si tratta di un'esigenza concreta e di un diritto di chi vive in quella realtà –:

   quali iniziative di competenza il Ministro interrogato intenda adottare affinché Ferrovie dello Stato italiane garantisca che il treno ad Alta velocità Frecciargento che collega Lecce a Roma faccia almeno due soste ad Ariano Irpino nell'arco della giornata.
(4-18438)

  Risposta. — Con riferimento all'atto di sindacato ispettivo in esame, si forniscono i seguenti elementi di risposta.
  Va premesso che le questioni sollevate fanno riferimento a servizi, collegamenti alta velocità. (AV), gestiti in piena autonomia commerciale dall'impresa ferroviaria Trenitalia che ne determina le regole e le modalità di attuazione. Infatti, i servizi ferroviari «Frecce» sono effettuati in regime di mercato e, non essendo oggetto di alcun corrispettivo pubblico, si sostengono esclusivamente con i ricavi da traffico; la programmazione di tali servizi si basa, pertanto, su valutazioni di carattere commerciale, finalizzate a garantirne la sostenibilità economica.
  Ad ogni modo, al fine di fornire una risposta sulle problematiche segnalate dall'interrogante, sono stati chiesti chiarimenti al gruppo ferrovie dello Stato italiane (Fsi) che ha riferito quanto segue.
  I treni «Frecciargento» sono destinati a servire stazioni sulle quali convergono flussi di traffico rilevanti, con un numero limitato di fermate e utilizzando anche linee ad AV.
  I volumi di traffico di media-lunga percorrenza della stazione di Ariano Irpino attualmente registrati, non consentono alla medesima società di prevedere la fermata dei treni «Frecciargento» Roma-Bari-Lecce e viceversa.
  Peraltro, Fsi fa osservare che la stazione di Ariano Irpino è direttamente collegata con Roma (e con la Puglia) da una coppia di Intercity (IC) giornalieri alla quale si aggiunge un'ulteriore coppia di IC nel fine settimana. Ulteriori soluzioni di viaggio sono possibili con l'interscambio tra i servizi regionali e quelli di media-lunga percorrenza.

Il Viceministro delle infrastrutture e dei trasporti: Riccardo Nencini.


   D'AMBROSIO. — Al Ministro delle infrastrutture e dei trasporti. — Per sapere – premesso che:

   sulla linea ferroviaria Bari-Barletta, nel tratto Andria-Corato, affidata alla gestione della Ferrotramviaria spa, il 12 luglio 2016 avveniva uno scontro frontale tra due convogli che causava 23 morti e 50 feriti, per cui è di tutta evidenza la necessità di accelerare i lavori di adeguamento e messa in sicurezza, ormai in ritardo di anni, su tutta la linea;

   in particolare, la società Ferrotramviaria spa, con nota del 28 giugno 2016 inviata all'interrogante ed in merito all'interramento della linea ferroviaria nell'abitato di Andria, affermava che «il progetto definitivo dell'interramento è stato completato ed è attualmente presso i competenti uffici del Ministero delle infrastrutture e dei trasporti per l'approvazione definitiva. Ottenuta tale approvazione provvederemo, ai sensi di quanto previsto nel nuovo codice degli appalti, alla validazione del progetto e all'avvio delle procedure espropriative. Tutto ciò premesso, Le rappresento che è nostro intendimento avviare le procedure di gara tra ottobre e novembre del 2016»;

   in data 4 maggio 2017, non essendosi concretizzata la predetta previsione di avvio delle procedure di gara, l'interrogante inviava una nota di richiesta di chiarimenti all'azienda rimasta senza risposta;

   con nota del 9 ottobre 2017 la stessa società Ferrotramviaria spa in un nuovo riscontro all'interrogante affermava che «il progetto definitivo dell'intervento è stato trasmesso alla Regione Puglia nello scorso mese di Giugno, ai fini della istruttoria e del procedimento di propria competenza. Il progetto è stato oggetto di revisione alla luce degli aggiornamenti legislativi in materia di appalti pubblici nonché a seguito della emanazione del D.M. Infrastrutture e Trasporti 5/8/2016 e del conseguente passaggio delle ferrovie rientranti nell'ambito di applicazione del decreto legislativo 112/2015 sotto il regime delle direttive e disposizioni ANFS. Il suddetto progetto dovrà essere sottoposto a verifica preliminare da parte di un validatore indipendente di sicurezza accreditato presso ANFS e dovrà quindi essere presentato all'ANFS per i necessari pareri. Superate queste fasi, previa approvazione del Progetto da parte della Regione Puglia, si potrà passare all'avvio delle procedure di gara. Riteniamo che tanto possa aver luogo nel primo semestre del 2018»;

   pare, dai riscontri citati, che nel tempo il procedimento si sia complicato e vi è l'evidenza di un significativo slittamento dell'avvio della gara, tutte situazioni che confliggono con le prese di posizioni e le assicurazioni date ai massimi livelli all'indomani della tragedia ferroviaria –:

   quali iniziative, per quanto di competenza, siano state eventualmente già intraprese o si intendano intraprendere per consentire la realizzazione dell'interramento ferroviario nell'abitato di Andria.
(4-18116)

  Risposta. — Con riferimento all'atto di sindacato ispettivo in esame, si forniscono i seguenti elementi di risposta sulla base delle informazioni pervenute dalla Direzione generale per i sistemi di trasporto ad impianti fissi ed il trasporto pubblico locale, di questo Ministero.
  Occorre premettere che in applicazione del decreto legislativo n. 422 del 1997, le funzioni ed i compiti di amministrazione e programmazione dei servizi ferroviari regionali sono stati conferiti alle regioni, rimanendo in capo a questa Amministrazione le funzioni e i compiti in materia di sicurezza ferroviaria, di cui al decreto del Presidente della Repubblica 11 luglio 1980, n. 753.
  In merito all'intervento citato dall'interrogante, il 21 dicembre 2012 questo Ministero ha provveduto, su richiesta della regione Puglia, al rilascio dei nulla-osta (
ex articolo 3 del citato decreto del Presidente della Repubblica n. 753 del 1980) n. 8706 e n. 8708 sui progetti definitivi riguardanti rispettivamente la realizzazione della nuova stazione di Andria sud e il raddoppio della tratta Ruvo di Puglia-Corato.
  Inoltre, su analoga richiesta della regione Puglia, questo Dicastero in data 5 agosto 2014 ha rilasciato il nulla osta ai fini della sicurezza anche sul progetto per il raddoppio della tratta Corato-Andria sud, che è stato trasmesso alla regione Puglia per i successivi adempimenti di competenza.
  Si fa presente, altresì, che con decreto del Ministro delle infrastrutture e dei trasporti del 5 agosto 2016, emanato in adempimento all'articolo 1, comma 6 del decreto legislativo 15 luglio 2015, n. 112, concernente l'attuazione della direttiva 2012/34/UE del Parlamento europeo e del Consiglio del 21 novembre 2012, è avvenuto il passaggio delle competenze in materia di sicurezza sulle ferrovie regionali interconnesse da questo Ministero all'Agenzia nazionale per la sicurezza ferroviaria – Ansf – (tra cui rientra anche la tratta ferroviaria in questione).
  Concludendo, si rappresenta che rientra nei compiti delle regioni e nella fattispecie della regione Puglia l'approvazione dei progetti relativi agli interventi programmati dal medesimo ente territoriale e all'Ansf i compiti di vigilanza sulla sicurezza ferroviaria e sui rispettivi interventi, che la esercita secondo le proprie funzioni conferite dalla normativa nazionale ed europea.
  

Il Viceministro delle infrastrutture e dei trasporti: Riccardo Nencini.


   DE ROSA, BUSTO, DAGA, MICILLO, TERZONI e ZOLEZZI. — Al Ministro dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare. — Per sapere – premesso che:

   la società Remna s.r.l. potrebbe ottenere a breve l'autorizzazione a costruire una mini centrale idroelettrica in un tratto del Rio Carne, situato nel territorio del comune di Pigna, in Liguria, provincia di Imperia;

   il Rio Carne è affluente del torrente Nervia, inserito in zona SIC IT1315719, mentre l'area interessata dal progetto è prossima al SIC IT1315421 (Monte Toraggio Pietra Vecchia). Tale progetto, alterando la morfologia dell'alveo, causerà un impatto sui siti di interesse comunitario e sui corridoi ecologici (rete natura 2000 habitat);

   nelle relazioni naturalistiche, presentate dalla Remna a sostegno del progetto, non si tiene conto della delibera della giunta regionale n. 1122 del 2012 in materia di costruzione di mini centrali idroelettriche. In particolare, il paragrafo 4.2, nel definire i criteri di localizzazione dispone espressamente che non sono ammesse derivazioni e opere connesse qualora sia accertata la presenza di specie tutelate e segnatamente del gambero di fiume (austropotamobius Pallipes Italicus) e del suo habitat, una specie protetta dalla direttiva europea 92/43/CEE, o interventi che interessino corsi d'acqua all'interno di aree carsiche, come nel caso del Rio Carne. La presenza del gambero è stata ampiamente documentata nel corso degli anni, in ultimo da una relazione dei carabinieri forestali redatta insieme all'università di Genova nel settembre 2016;

   le associazioni e i comitati territoriali hanno dichiarato la propria forte contrarietà al progetto che se realizzato comprometterebbe irreversibilmente l'ecosistema acquatico e la biodiversità per circa 600 metri a valle della griglia di captazione, danneggiando luoghi incontaminati di indiscutibile valore ambientale;

   la zona inoltre è vincolata dalla Soprintendenza per i beni architettonici e ambientali (Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo) –:

   se e quali iniziative di competenza intenda assumere per la piena conservazione dei siti di importanza comunitaria presenti nella zona interessata dal progetto il quale dovrebbe essere sottoposto a procedura di valutazione di impatto ambientale e a procedura di valutazione di incidenza ai sensi del decreto del Presidente della Repubblica 8 settembre 1997, n. 357;

   se il Governo non ritenga necessario convocare, per quanto di competenza, un tavolo di confronto con i soggetti istituzionali interessati, al fine di evitare una irreversibile compromissione dell'ecosistema che caratterizza il Rio Carne e il Torrente Nervia.
(4-17622)

  Risposta. — Con riferimento all'interrogazione in esame, sulla base degli elementi acquisiti, si rappresenta quanto segue.
  Si premette che l'area interessata dal progetto è prossima, ma esterna, al sito di interesse comunitario IT1315421 «Monte Toraggio Pietra Vecchia», mentre la significatività della proposta nei confronti dei siti Natura 2000 è di competenza delle autorità regionali, delegate alla gestione delle zone speciali di conservazione e zone di protezione speciale dal decreto del Presidente della Repubblica n. 357 del 1997.
  Al riguardo, la regione Liguria – dipartimento territorio ambiente infrastrutture e trasporti, ha fatto presente di aver ricevuto la richiesta di concessione idrica a scopo idroelettrico da parte della Remna s.r.l., sul rio Carne, in comune di Pigna. Il relativo procedimento è in corso di istruttoria, secondo quanto previsto dal regio decreto n. 1775 del 1933 («Testo unico delle disposizioni di legge sulle acque e impianti elettrici»), finalizzato esclusivamente all'ottenimento della concessione all'emungimento di acqua a scopo idroelettrico.
  Nell'ambito del procedimento in parola è stato richiesto, dal settore difesa del suolo di Savona e Imperia, e rilasciato dall'autorità di bacino regionale il previsto parere obbligatorio e vincolante ai sensi dell'articolo 7 del citato regio decreto n. 1775 del 1933, in ordine alla compatibilità dell'utilizzazione dell'acqua con il piano regionale di tutela e controllo sull'equilibrio del bilancio idrico/idrologico. Il parere è stato rilasciato positivamente con le prescrizioni che verranno imposte qualora la concessione venga rilasciata.
  Tra le prescrizioni risulta l'obbligo dell'esecuzione di monitoraggi sia ante che post realizzazione delle opere in progetto, al fine di garantire sempre il mantenimento dell'habitat fluviale.
  Per quanto risulta agli atti delle istruttorie condotte dal settore difesa del suolo di Savona e Imperia, si fa presente che:

   dal punto di vista idraulico, l'intervento non altera il regime idraulico del rio Carne, come evidenziato nel provvedimento provinciale di Imperia n. h2/154 del 7 aprile 2016;

   l'intervento non ricade in zona sito di interesse comunitario e risulta a valle dell'area carsica, come certificato dai competenti uffici della regione preposti a tali verifiche.

  La regione Liguria, dunque, evidenzia che il progetto è stato esaminato dai diversi settori regionali a diverso titolo interessati, nessuno dei quali ha ravvisato elementi ostativi al prosieguo dell'istruttoria.
  Tuttavia, parallelamente, presso la provincia di Imperia si è svolto il procedimento finalizzato al rilascio di autorizzazione unica, di cui alla legge regionale n. 16 del 2008, relativo al progetto sopra indicato, autorizzazione unica in un primo momento positivamente rilasciata, ma successivamente annullata (in data 12 dicembre 2017) in via di autotutela dalla stessa amministrazione.
  In particolare, l'autorizzazione unica in parola è stata annullata dalla provincia di Imperia in via di autotutela in quanto sono emerse, successivamente a tale provvedimento, diverse criticità, soprattutto, in quanto i previsti lavori erano stati autorizzati in assenza della necessaria preventiva autorizzazione da rilasciarsi a cura della soprintendenza, ai sensi dell'articolo 21 del decreto legislativo n. 42 del 2004, considerato che gli stessi lavori interferiscono con un manufatto (ponte sul rio Carne) sottoposto a tutela ai sensi dell'articolo 12 del citato decreto.
  Della questione sono, comunque, interessate diverse amministrazioni, pertanto, qualora dovessero pervenire ulteriori elementi informativi, si provvederà a fornire un aggiornamento.
  Alla luce delle informazioni esposte, per quanto di competenza, questo Ministero continuerà a tenersi informato e a svolgere un'attività di monitoraggio, anche al fine di valutare un eventuale coinvolgimento di altri soggetti istituzionali.
  

Il Ministro dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare: Gian Luca Galletti.


   DE ROSA, BUSTO, DAGA, MICILLO, TERZONI, ZOLEZZI e VIGNAROLI. — Al Ministro dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare. — Per sapere – premesso che:

   il decreto ministeriale 14 febbraio 2013, n. 22, «Regolamento recante disciplina della cessazione della qualifica di rifiuto di determinate tipologie di combustibili solidi secondari (CSS), ai sensi dell'articolo 184-ter, comma 2, del decreto legislativo 3 aprile 2006, n. 152» ha istituito un Comitato di vigilanza e controllo con il compito di garantire il monitoraggio della produzione e dell'utilizzo del CSS-combustibile ai fini di una maggiore tutela ambientale e dell'uniforme applicazione del regolamento sul territorio nazionale;

   si registrano, tuttavia, proposte progettuali che presentano margini di incertezza in merito alla corretta applicazione delle citate disposizioni, come nel caso esemplificativo del progetto d'inserimento di una nuova linea produttiva (impianto in pirolisi) nell'impianto di recupero rifiuti non pericolosi in comune di Cernusco sul Naviglio (Milano), presentato dalla società Tregenplast s.r.l. Tale processo, secondo quanto consta agli interroganti, prevede la conversione catalitica a caldo (pirolisi) di rifiuti plastici (poliolefine) per la produzione di combustibili derivati: olio combustibile denso Btz, gasolio per riscaldamento, Virgin-nafta destinati al riutilizzo presso il sito di proprietà e/o alla commercializzazione;

   dalle indicazioni progettuali non è chiaro quale sia il regime dei «prodotti di recupero» utilizzati, se siano qualificabili come rifiuti o come combustibili riconducibili all'ambito di applicazione dell'articolo 184-ter del decreto legislativo n. 152 del 2006 che impone il rispetto di specifiche condizioni;

   come noto, il procedimento di pirolisi, oltre a oli combustibili di poco pregio, genera gas di sintesi ed è considerata una tecnologia non priva di rischi per la salute dei cittadini e per l'ambiente;

   le principali criticità di tali impianti riguardano gli aspetti emissivi, in un territorio, quale quello della provincia di Milano, dove la qualità dell'aria è già fortemente compromessa, tanto da richiedere l'attivazione di misure straordinarie previste dal «protocollo regionale sulla qualità dell'aria» –:

   se, all'esito dell'attività di monitoraggio di cui all'articolo 15 del decreto ministeriale 14 febbraio 2013, n. 22, siano emerse fattispecie analoghe a quella descritta in premessa e se non ritenga opportuna un'iniziativa normativa che definisca in termini puntuali i presupposti per il rilascio delle autorizzazioni per i predetti impianti, nel rispetto delle più ampie garanzie di partecipazione dei cittadini;

   considerata la grave situazione di inquinamento atmosferico registrata in alcune regioni del Nord, se non intenda assumere iniziative normative anche per definire limiti di emissione atmosferica più stringenti, ovvero la transitoria sospensione dei procedimenti di autorizzazione di progetti che in ragione degli impatti cumulativi possano determinare un aggravamento non tollerabile delle condizioni di qualità dell'aria.
(4-18392)

  Risposta. — Con riferimento all'interrogazione in esame, relativa all'impianto di recupero dei rifiuti non pericolosi localizzato nel comune di Cernusco sul Naviglio, gestito dalla società Tregenplast s.r.l., in base agli elementi acquisiti, si rappresenta quanto segue.
  Occorre in primo luogo evidenziare che i riferimenti al decreto ministeriale 14 febbraio 2013, n. 22, regolamento recante disciplina della cessazione della qualifica di rifiuto di determinate tipologie di combustibili solidi secondari (CSS), ai sensi dell'articolo 184-
ter, comma 2, del decreto legislativo 3 aprile 2006, n. 152 non sono compatibili con il caso in esame. Tale decreto infatti stabilisce i criteri specifici da rispettare affinché determinate tipologie di combustibile solido secondario (CSS), come definito dall'articolo 183, comma 1, lettera cc) del medesimo decreto legislativo, cessano di essere qualificate rifiuto. Esso dunque, pur riferendosi al combustibile derivato da rifiuti, non è applicabile ai combustibili derivati dal processo di pirolisi dei rifiuti.
  Inoltre, l'articolo 293, comma 1, del decreto legislativo n. 152 del 2006 stabilisce che i materiali e le sostanze elencate nell'allegato X alla parte V, non possono essere utilizzati come combustibili se costituiscono rifiuti ai sensi della parte IV del medesimo decreto. Rimane soggetta alla normativa vigente in materia di rifiuti la combustione di materiali e sostanze che non sono conformi all'allegato X alla parte V del decreto in questione o che comunque costituiscono rifiuti ai sensi della parte IV dello stesso decreto. Il punto
s) del citato allegato X stabilisce, inoltre, che tra i combustibili consentiti è ammesso il gas di sintesi proveniente dalla gassificazione di combustibili consentiti, limitatamente allo stesso comprensorio industriale nel quale il gas è prodotto.
  Poiché i rifiuti plastici contenenti oleofine non risultano compresi nell'elenco dei combustibili consentiti dal citato allegato, non sembra possibile ammettere, tra i combustibili consentiti, il gas di sintesi ottenuto dalla gassificazione dei rifiuti. Pertanto la combustione di tale gas rimane soggetta alla normativa vigente in materia di rifiuti di cui alla parte IV del decreto legislativo 3 aprile 2006, n. 152.
  Il Titolo III-
bis del codice dell'ambiente, all'articolo 237-quater, dove viene definito l'ambito di applicazione della disciplina sull'incenerimento e coincenerimento dei rifiuti, al comma 2, in particolare, stabilisce che: «sono esclusi dall'ambito di applicazione, tra gli altri, gli impianti di gassificazione o di pirolisi, se i gas prodotti da siffatto trattamento termico dei rifiuti sono purificati in misura tale da non costituire più rifiuti prima del loro incenerimento e da poter provocare emissioni non superiori a quelle derivanti dalla combustione del gas naturale».
  Sulla base della richiamata normativa, ne consegue che, se l'impianto di gassificazione sarà autorizzato dalla competente autorità ad esercire operazioni di recupero all'esito delle quali il gas di sintesi ottenuto ha cessato la qualifica di rifiuto ed inoltre il gas, prima della combustione, è stato purificato in modo tale da non produrre emissioni superiori a quelle derivanti dalla combustione di gas naturale, tale gas potrà essere equiparato al gas naturale e dunque soggetto all'applicazione della disciplina di cui alla parte V del testo unico ambientale, come un combustibile tradizionale.
  Per quanto concerne, nello specifico, il caso della società Tregenplast, la regione Lombardia ha evidenziato, altresì, che nell'ambito del progetto presentato – per la cui fase di verifica di valutazione d'impatto ambientale, la regione stessa risulta autorità competente — è stato chiarito che i materiali in uscita dall'impianto saranno classificati come rifiuti e non come combustibili riconducibili all'ambito di applicazione dell'articolo 184-
ter del decreto legislativo n. 152 del 2006.
  Alla luce delle informazioni esposte, si rassicura comunque che il Ministero dell'ambiente prosegue nella sua azione costante di monitoraggio senza ridurre in alcun modo lo stato di attenzione su tale questione.

Il Ministro dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare: Gian Luca Galletti.


   LUIGI DI MAIO. — Al Ministro delle infrastrutture e dei trasporti. — Per sapere – premesso che:

   da mesi cittadini, lavoratori e organizzazioni sindacali denunciano al deputato interrogante una ingravescente situazione circa la linea ferroviaria Circumvesuviana;

   in particolare, i cittadini denunciano la lesione del diritto ad avere un mezzo di trasporto sicuro, puntuale e funzionante; secondo quanto riferito, le mancanze dell'azienda sarebbero le più varie: treni soppressi senza preavviso, ritardi ingiustificati, condizioni di viaggio improponibili, prezzi dei biglietti sempre più alti che non trovano riscontro con il servizio offerto;

   peraltro, la linea in questione è per molti cittadini della provincia l'unico mezzo, o comunque il più veloce, per raggiungere Napoli. Ogni giorno in stazione si ascoltano le testimonianze di lavoratori, studenti, pendolari, che a causa dei ritardi e delle soppressioni dei treni, vivono quotidiani disagi;

   da ultimo, nella giornata di giovedì 19 settembre 2013 si è sviluppato un principio di incendio: il treno della Circumvesuviana n. 858 era partito da pochi minuti da Baiano ed era diretto a Napoli, quando si è incendiato intorno alle 18.30 sui binari tra Nola e Saviano;

   come si apprende da fonti di stampa, circa cento persone sono state costrette a scendere in mezzo alle campagne, aiutate dal personale della Circum, che è intervenuta per i soccorsi;

   nella discesa, un passeggero ha riportato una leggera slogatura della caviglia, mentre il resto dei pendolari non ha, invece, subito ferite. Soltanto nella tarda serata il treno è stato riportato nella stazione più vicina;

   l'episodio, documentato da un video non ha avuto conseguenze, ma ha provocato panico tra la gente che stava sul treno: ad andare in fiamme sarebbe stato il pantografo, che si trova sul tetto del convoglio;

   le organizzazioni sindacali sono scese subito sul piede di guerra, preannunciando la proclamazione di uno stato di agitazione, dal momento che la situazione è (non solo) a loro giudizio diventata insostenibile;

   in effetti, questo è l'ultimo episodio di una lunga serie di incidenti che sono successi nelle ultime settimane. In particolare, da una rapida ricognizione sui siti internet degli organi di stampa locale, è possibile rilevare come solo negli ultimi due mesi siano accaduti i seguenti «disguidi»: l'11 settembre, il maltempo ha causato la caduta di un albero che ha comportato l'interruzione della linea Circumvesuviana per diverse ore, creando gravosi ritardi e disagi alla cittadinanza; il 7 agosto si è registrato un episodio analogo a quello denunciato nel presente atto ispettivo: un principio di incendio si è sviluppato sul treno delle 7,09 diretto da porta Nolana a Sorrento, che si è fermato alla stazione di Castellammare e i viaggiatori sono stati invitati a scendere (ad andare in fiamme sarebbero stati alcuni fili elettrici, il treno è poi ripartito ed è arrivato alla stazione di Sorrento con 40 minuti di ritardo); nelle giornate di 17, 18 e 20 giugno si sono verificati pesanti disagi con ritardi, corse soppresse e blocchi della linea;

   da tutto ciò si evince che la situazione non è più sostenibile e che occorre pertanto prendere immediati ed efficaci provvedimenti –:

   quali siano le informazioni in possesso del Ministro interrogato circa l'incidente verificatosi il 19 settembre 2013;

   quali iniziative intenda assumere il Governo per fornire risposte a cittadini e lavoratori su una situazione che non solo rende pessima la qualità della vita degli utenti della linea circumvesuviana, ma che rappresenta anche un pericolo per la pubblica incolumità alla luce dei numerosi incidenti che si verificano e che solo fortunosamente ad oggi non hanno prodotto conseguenze ben più gravi.
(4-01911)

  Risposta. — Con riferimento all'atto di sindacato ispettivo in esame, sulla base delle informazioni pervenute dal Ministero dell'economia e delle finanze e dalla direzione generale per i sistemi di trasporto ad impianti fissi e il trasporto pubblico locale di questo di questo Ministero, si forniscono i seguenti elementi di risposta.
  In via generale, come evidenziato dal Ministero dell'economia e delle finanze, la regione Campania sta operando in regime di ordinarietà e, pertanto, la responsabilità relativamente alla gestione e all'attuazione degli interventi risulta di esclusiva competenza della stessa. Parimenti, la regione è la sola a disporre del potere di intervenire in caso di inefficienze e/o di ritardi nelle attività della società Ente autonomo Volturno (Eav). Inoltre, lo statuto dell'Eav prevede, all'articolo 8-
bis, espressamente il controllo analogo della regione sulla società.
  Premesso ciò, per quanto attiene agli specifici episodi segnalati nell'interrogazione in parola, Eav, cui sono stati chiesti chiarimenti dagli uffici di questo Ministero anche in relazione ai profili della sicurezza dell'esercizio ferroviario, riferisce che nessun incidente risulta avvenuto in data 19 settembre 2013.
  La medesima società fa presente di aver rinvenuto gli atti di un'inchiesta relativa ad un evento analogo a quello oggetto dell'interrogazione parlamentare in argomento avvenuto il 18 settembre 2013.
  Da tali atti emerge che un'apposita commissione, nominata dall'allora direzione d'esercizio, evidenziò come non fosse stato possibile rinvenire le reali cause dell'evento atteso che l'elettrotreno coinvolto era sotto sequestro giudiziario.
  Peraltro, anche dopo il dissequestro del suddetto elettrotreno, non sarebbe stato in alcun modo possibile risalire alle cause del principio di incendio, considerati i danni provocati al sottocassa dell'elettrotreno n. 013.
  Inoltre, l'Eav riferisce che i danni subiti dal materiale rotabile sono stati tali da renderne, sia economicamente sia tecnicamente, sconveniente la riparazione, per cui detto materiale è stato inserito tra i 20 elettrotreni oggetto di richiesta di rottamazione all'Amministrazione regionale.
  Nulla di analogo risulta per il giorno 7 agosto 2013, di cui pure è cenno nella interrogazione parlamentare.
  Quanto ai disservizi segnalati, la medesima società assicura di aver gestito gli stessi secondo le ordinarie normative e procedure; tali disservizi hanno purtroppo arrecato disagio all'utenza in termini di regolarità del servizio, ma alcun riflesso è stato registrato sulla sicurezza dell'esercizio ferroviario.
  

Il Viceministro delle infrastrutture e dei trasporti: Riccardo Nencini.


   LUIGI DI MAIO. — Al Ministro dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare, al Ministro della salute. — Per sapere – premesso che:

   l'area del nolano – da molti oggi definita «Campania infelix» – è un territorio che confina a sudest con Tufino e a nordovest con Acerra. Tale territorio, ormai, può ben definirsi una delle pattumiere ufficiali della Campania, nonché dell'Italia intera. Infatti, l'area del nolano è divenuta oggi lo sversatoio privato delle ecomafie locali e nazionali, nel contrasto delle quali sia la magistratura che le forze dell'ordine, senza un adeguato impianto normativo, poco possono fare;

   è scandaloso ripercorrere l'immobilismo che ha caratterizzato nel corso degli ultimi decenni l'atteggiamento delle autorità di governo di ogni livello per un territorio definito con un termine ormai quasi di moda «il triangolo della morte»;

   gli abitanti dell'area nolana stanno pagando un pesantissimo tributo umano soprattutto a livello di patologie oncologiche la cui incidenza desta preoccupazione e raccapriccio soprattutto con riferimento a soggetti di giovane età che sempre più spesso vengono «inspiegabilmente» colpiti da mali incurabili;

   il danno – già di per sé rovinoso per una intera comunità – diviene beffa nel momento in cui si ottiene la «legalizzazione della tossicità» di un luogo, così come accade nell'inferno delle discariche di Palenzano 1 e 2, ovvero le più grandi discariche «autorizzate» mai aperte nell'area nolana;

   tali siti si trovano nel comune di Tufino (Napoli) in località «Schiava», nelle vicinanze della strada provinciale per Visciano. Le discariche sono state realizzate in una vecchia cava di tufo esaurita, tipicamente caratterizzata dalle pareti a scarpa verticale. Furono aperte dall'allora prefetto delegato all'emergenza rifiuti attraverso poteri in deroga a lui conferiti con decreto, proprio per sopperire all'emergenza. Napoli e il napoletano soffocavano nell'immondizia e il nolano a qualcuno sembrò uno spazio «adatto» per portarceli. Nella stessa zona è presente un'altra cava di tufo, ancora in funzione, in un'area a rischio sottoposta a vincolo idrogeologico dal Piano stralcio per l'assetto idrogeologico dell'autorità di bacino nord-occidentale della Campania (2010);

   così come si legge da un reportage pubblicato sul sito web www.formatoa3.it tali siti, esauriti per il conferimento dei rifiuti (sarebbero stati aperti per quattro lunghi anni dal 1996 al 1999), allo stato attuale sono in fase di gestione post operativa: Palenzano 1 presenta una copertura superficiale costituita da «capping finale» (strato di terra, argilla, terra, seminagione di erba e alberi vari); Palenzano 2 presenta invece una copertura superficiale provvisoria in terreno, nelle more della realizzazione del capping finale. All'interno di Palenzano 1 è realizzato un impianto di captazione del biogas, gestito dal Consorzio Asia e affidato alla ditta «Asja Elettrogas». La captazione avviene tramite pozzi verticali collegati ad una centrale di aspirazione. Nel piazzale è presente una centrale a metano che ha la funzione di supporto. L'energia elettrica prodotta viene venduta all'ENEL. Accanto alle discariche è stato realizzato uno stabilimento di tritovagliatura e imballaggio rifiuti (STIR), accessibile attraverso una rotatoria realizzata appositamente nelle vicinanze dello svincolo dell'autostrada A16 Napoli-Canosa;

   sempre secondo quanto si legge nel sopracitato reportage, queste differenti funzioni restituiscono l'immagine di un luogo fortemente sfigurato, in cui alla preesistente vocazione agricola si sono sostituite funzioni espulse dai centri cittadini a livello regionale e provinciale, incompatibili sia con la presenza antropica che con quella naturale. La questione assume pertanto uno sfondo caratterizzato da un triplice ordine di problematiche: al problema discariche, infatti, oggi parzialmente rimosso con la chiusura degli impianti, si aggiungono le scomode presenze della cava ancora in funzione e dello STIR, nel quale non arrivano materiali frutto di una raccolta differenziata corretta, ma anche una frazione organica non composta altamente nociva;

   tali siti, infatti, ad oggi sono stati ricoperti, ma non bonificati e, come spesso accade, nell'opinione pubblica non c'è l'adeguata consapevolezza del fatto che sono state lì interrate ingentissime quantità di rifiuti speciali, molti dei quali pericolosi. Da fonti di stampa, l'interrogante avrebbe addirittura appreso la presenza di rifiuti ospedalieri del presidio sanitario nolano, nonché di altri rifiuti tossici provenienti dall'Italia settentrionale;

   in tali discariche, pertanto, il percolato prodotto dai rifiuti si infiltra sotto il terreno nell'indifferenza generale;

   così come sostenuto da fonti di stampa, infatti, si sarebbe in presenza di una bomba ecologica sotterrata, che non solo sarebbe pronta ad esplodere da un momento all'altro, ma che nel frattempo starebbe dando i suoi frutti contaminati che avvelenano le popolazioni residenti nell'area;

   secondo quanto si apprende da fonti di stampa (in particolare dall'articolo «Palenzano, la terra dei veleni», pubblicato sul sito web www.ilgiornalelocale.eu a firma di Bianca Bianco), si calcola che nel corso dei quattro anni in cui Palenzano 1 e Palenzano 2 sono state aperte (come si è detto dal 1996 al 1999 circa), i due siti abbiano accolto 1,250 milioni di metri cubi di rifiuti di ogni tipo. Nel frattempo il percolato, gli scarichi dei camion, i rifiuti, la puzza, si erano già mangiati frutteti e noccioleti, la ricca agricoltura di quelle terre;

   negli anni, gli agricoltori della zona avrebbero visto morire le piante e le coltivazioni, così come sarebbe stato certificato da una consulenza alla facoltà di agraria di Portici nel quale gli studiosi avrebbero accertato la morte dei noccioleti;

   sempre secondo quanto si apprende dal sopracitato articolo, a diciassette anni dall'apertura di Palenzano 1 e 2, a tredici dalla loro chiusura, con danni ambientali conclamati, natura sfigurata e (forse) un incremento delle patologie tumorali e del sangue negli abitanti della zona, non si parla ancora di bonifica. Per Palenzano 1 fu sostenuto che era stata bonificata, ma non è del tutto vero, dal momento che non è possibile confondere la bonifica con una «messa in sicurezza»;

   sempre secondo il reportage pubblicato sul sito web www.formatoa3.it restituire dignità a questi luoghi, coincide necessariamente con una presa di posizione nei confronti di tutte queste problematiche, interpretate come facce di uno stesso problema: politiche settoriali e gestione errata dell'emergenza rifiuti, a livello regionale e di Governo centrale, hanno determinato un danno ambientale di valore altissimo per questi territori un tempo noti per la produzione di noci e ciliegie –:

   quali siano le informazioni in possesso del Ministro dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare in merito alle vicende delle discariche di Palenzano 1 e 2 e se il Ministro stesso non sia intenzionato ad attivare tutti i poteri in suo possesso affinché si addivenga nel più breve tempo possibile ad una effettiva e completa bonifica dei siti indicati, dal momento che una pericolante «messa in sicurezza» non può essere considerata una garanzia definitiva per il territorio interessato;

   se il Ministro dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare non ritenga, altresì, doveroso, sempre nell'ambito delle sue competenze e anche per il tramite del Comando Carabinieri per la tutela dell'ambiente, verificare il corretto funzionamento dell'impianto di captazione del biogas e la compatibilità ambientale dello stabilimento di tritovagliatura e imballaggio rifiuti (STIR), effettuando soprattutto il monitoraggio delle tipologie di rifiuti che vengono «smaltite» in detto impianto;

   se il Ministro dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare, nell'ambito delle sue competenze, non ritenga di dover avviare un'ampia campagna di riqualificazione di un territorio che un tempo rappresentava una delle zone più fertili di tutto il territorio nazionale;

   se il Ministro della salute, nell'ambito dei suoi poteri, non sia intenzionato a porre in essere una indagine epidemiologica per verificare se sussista una alterazione statistica nell'incidenza delle patologie che possono essere causate dall'esposizione della cittadinanza ai materiali altamente nocivi tutt'oggi presenti all'interno delle discariche di Palenzano 1 e 2.
(4-03202)

  Risposta. — Con riferimento all'interrogazione in esame, sulla base degli elementi acquisiti, si rappresenta quanto segue.
  In via preliminare, la regione Campania ha fatto presente che la discarica di Paenzano 1 è stata realizzata, nell'ottobre del 1995, e che la gestione della stessa è stata demandata all'Ente Nazionale per le Energie Alternative ed in seguito, dalla prefettura di Napoli, al consorzio di bacino NA3, con i poteri emergenziali in materia di rifiuti.
  Per la predetta discarica Paenzano 1 sono stati realizzati i lavori di sistemazione finale ai sensi del decreto legislativo n. 36 del 2003.
  I conferimenti sono iniziati nell'anno 1996 e sono terminati nell'anno 1999 per un quantitativo totale di 1.250.000 t. di rifiuti urbani.
  Con ordinanza commissariale n. 151 del 28 marzo 2001, è stato approvato il progetto di sistemazione finale, messa in sicurezza e ripristino ambientale della discarica "Schiava" Paenzano 1, 2° stralcio. I relativi lavori sono stati effettuati e conclusi nell'anno 2001. Allo stato attuale non risultano criticità ambientali nel sito, i cui monitoraggi vengono effettuati periodicamente secondo la normativa vigente.
  Sempre secondo quanto riferito dalla regione Campania, la discarica Paenzano 2 è stata realizzata dalla prefettura di Napoli con i poteri derivanti dal periodo di emergenza rifiuti nella regione e che è stata aperta a partire dal febbraio 1999. In forza di successive ordinanze prefettizie di proroga, la stessa discarica ha concluso l'esercizio il 17 gennaio 2001.
  Il 18 gennaio 2001 è stata posta sotto sequestro dalla procura della repubblica di Nola ed è attualmente in attesa della sistemazione finale e messa in sicurezza.
  I conferimenti sono iniziati nell'anno 1999 e sono terminati nell'anno 2001 per un quantitativo totale di 1.350.000 t. di rifiuti urbani.
  Al termine della fase attiva, sul corpo rifiuti è stata realizzata una copertura superficiale provvisoria in terreno.
  Nell'anno 2011, la Sapna, società provinciale di Napoli, subentrata
ex lege nella gestione del sito, ha redatto un progetto per la realizzazione della chiusura definitiva della discarica, secondo quanto previsto dal decreto legislativo n. 36 del 2003, presentato presso gli uffici competenti regionali per l'approvazione e la successiva autorizzazione.
  Allo stato attuale, l’
iter approvativo non è stato ancora concluso. Anche in questo la regione Campania ha evidenziato che i monitoraggi vengono effettuati periodicamente secondo la normativa vigente.
  La medesima regione ha altresì comunicato che su entrambe le discariche è presente una rete di captazione del biogas prodotto, costituita da pozzi verticali, che lo convoglia all'impianto di valorizzazione energetica ubicato presso l'area servizi di Paenzano 1.
  L'impianto a servizio delle due discariche è gestito dalla società Elea Utilities, che vende l'energia prodotta all'Enel. La captazione del biogas, pari a circa 200.000 mc mensili, è ad oggi in fase di esaurimento.
  Sempre secondo quanto riferito dalla regione, nonostante le discariche siano state realizzate in un periodo ante decreto legislativo n. 152 del 2006 (Testo unico ambientale) e decreto legislativo n. 36 del 2003 (normativa di settore in materia di discariche), la gestione Sapna ha messo in atto la sorveglianza ed il controllo delle matrici ambientali attenendosi a quanto previsto dal decreto legislativo n. 36 del 2003, adottando tutti gli accorgimenti utili necessari a prevenire e ridurre i rischi per l'ambiente e ad intervenire tempestivamente nel caso si dovessero verificare imprevisti.
  Fermo restando la necessità di procedere con la realizzazione del
capping della discarica di Paenzano 2, l'amministrazione regionale ha riferito che le analisi ed il monitoraggio delle discariche avvengono puntualmente e le risultanze degli stessi sono messe a conoscenza di tutti gli enti preposti e che nella maggioranza dei casi, non si verificano superamenti che lascino ricondurre alla discarica come fonte di contaminazione. Sempre la regione ha precisato che per effetto della legge n. 26 del 2010, la gestione delle discariche realizzate nella fase emergenziale sono state trasferite alle amministrazioni provinciali al fine di provvedere alla gestione delle stesse. La società provinciale Sapna provvede alla rimozione del percolato e alla gestione ordinaria su entrambe le discariche.
  Entrambe le discariche sono state censite nel vigente piano regionale di bonifica della Campania come siti potenzialmente contaminati aventi rispettivamente i cod. 3085A001 e 3085A002.
  L'amministrazione regionale ha precisato, altresì, che nell'ambito della programmazione delle risorse Fondo sviluppo e coesione 2014/2020, con deliberazione di giunta Regionale n. 731 del 13 dicembre 2016, sono stati assegnati fondi per la caratterizzazione delle due discariche e in data 16 ottobre 2017, con decreto n. 479, è stata individuata la città metropolitana di Napoli quale soggetto attuatore e sono stati approvati i criteri ed indirizzi per il trasferimento dei fondi.
  La regione Campania con il finanziamento della caratterizzazione intende verificare l'effettivo stato di contaminazione dei siti, così come prescritto dalla norma di cui all'articolo 242 del decreto legislativo 152 del 2006 e successive modificazioni e integrazioni.
  In merito alla gestione dell'impianto di tritovagliatura ed imballaggio dei rifiuti di Tufino, la regione ha fatto presente che lo stesso è in esercizio dal 2001, dapprima sotto la gestione Fibe/Fisia impianti e nel 2005, a seguito di risoluzione del contratto tra la Fibe/Fisia ed il commissario di Governo all'emergenza rifiuti, l'impianto è passato sotto il controllo commissariale, rimanendo in gestione alla stessa società.
  Successivamente, con la fine dello stato di emergenza del 31 dicembre 2009, l'impianto è transitato nella competenza della società provinciale di Napoli Sap.Na, che a tutt'oggi detiene la gestione dello stesso secondo l'autorizzazione integrata ambientale.
  Lo Stabilimento di tritovagliatura ed imballaggio rifiuti è autorizzato per il conferimento dei rifiuti solidi urbani Codice Europeo dei rifiuti 20 marzo 2001, rifiuti provenienti dalla raccolta quotidiana nei comuni della provincia di Napoli, la stessa provincia che dai dati emersi dall'indagine Ispra per il 2016, ha raggiunto circa il 45 per cento di raccolta differenziata.
  Dal 2010 il conferimento dei rifiuti è andato progressivamente diminuendo. Oggi, infatti, l'impianto tratta circa 600 tonnellate giornaliere di rifiuti urbani Codice europeo dei rifiuti 20 marzo 2001, rispetto ad una potenzialità pari a circa il doppio dei quantitativi.
  L'impianto stabilimento di tritovagliatura e imballaggio rifiuti di Tufino è costituito da tre aree di lavorazione del rifiuto tal quale, ovvero area di tritovagliatura e selezione, area di stabilizzazione, area di raffinazione.
  Nell'area di tritovagliatura e selezione, sono presenti 2 linee di lavorazione del rifiuto. Il processo è del tipo a secco, automatizzato, e si attua attraverso le seguenti lavorazioni:

   - triturazione grossolana dei rifiuti, finalizzata ad aprire i contenitori (sacchetti e altro) ed a conferire al materiale la pezzatura ottimale per i successivi trattamenti;

   - selezione meccanica (attraverso doppia vagliatura) finalizzata alla suddivisione dei rifiuti nei seguenti flussi di materiale:

   - frazione tritovagliata secca (Fts);

   - frazione umida tritovagliata (Fut);

   - metalli ferrosi;

   - scarti solidi non utilizzabili;

   - pressatura della frazione tritovagliata.

  Il tritovagliato può essere sia pressato in balle sigillate con film di polietilene (pressa imballatrice+filmatrice) che semplicemente pressato (pressa stazionaria) per il trasporto al termovalorizzatore di Acerra.
  La frazione organica subisce i seguenti trattamenti:

   - Stabilizzazione aerobica della frazione umida tritovagliata, attraverso processo biologico controllato in aia aerata (Mvs) a cumuli statici. Il trattamento è finalizzato ad ottenere un materiale stabilizzato, con una perdita di processo pari a circa il 30 per cento del suo peso iniziale (Codice europeo dei rifiuti 19 maggio 2001);

   - Raffinazione della frazione umida tritovagliata stabilizzata (Futs), allo scopo di recuperare l'eventuale materiale plastico ancora presente per utilizzarlo nella produzione del tritovagliato secco, il trattamento avviene tramite un vaglio mobile con fori da 25 mm ubicato nel capannone Mvs, materiale utilizzabile per interventi di ripristino ambientale (Codice europeo dei rifiuti 19 maggio 2003). Entrambe le fazioni stabilizzate vengono smaltite a cura della società provinciale in impianti per il recupero energetico o per la copertura giornaliera delle discariche, siti fuori dal territorio regionale.

  I capannoni pre-raffinazione e post-raffinazione vengono utilizzati come stoccaggio di Futs e Fts.
  L'impianto in questione è monitorato costantemente dall'autorità preposte al controllo Arpac ed asl e la società provinciale anche in questo caso, effettua periodicamente il monitoraggio dell'intera area, ed allo stato attuale, non risultano problematiche relative a criticità ambientali.
  Sempre la regione Campania, in particolare la direzione generale per la tutela della salute ed il coordinamento del sistema sanitario regionale, in merito alle discariche Palenzano 1 e 2, ha precisato che il comune di Tufino rientra tra i 35 comuni della ex asl Napoli 4, il cui territorio è coperto dal "Registro tumori", a far data dal 1° gennaio 1996.
  Tale monitoraggio, dal gennaio del 2008, è stato esteso all'intera area della attuale Napoli 3 sud, comprendente 57 comuni ed una popolazione di 1.078.000 abitanti.
  Il comune di Tufino rientra quindi nell'area geografica, la cui popolazione residente, da circa 20 anni, è sottoposta a monitoraggio costante, per quel che riguarda la patologia oncologica.
  Dai dati di incidenza oncologica, attualmente disponibili e riferiti sia al periodo 1996/2007 che agli ultimi sette anni, 2008/2014 e tutti trasmessi alla banca dati nazionale dell'associazione italiana registri tumori, non emerge nel territorio del comune di Tufino, alcun eccesso di incidenza oncologica, per nessuna delle 54 sedi di tumore indagate, sia nei maschi che nelle femmine.
  Nel giugno del 2017, in relazione alla indagine conoscitiva attivata dalla XII commissione permanente — igiene e sanità del Senato della Repubblica su "Inquinamento ambientale ed effetti sull'incidenza dei tumori, delle malformazioni feto-neonatali ed epigenetica" è stato condotto dal registro tumori asl Napoli 3 sud, e da questo trasmesso alla stessa commissione, uno studio
ad hoc riferito a tutti i comuni della stessa asl e mirato ad evidenziare possibili cluster geografici di patologia oncologica correlati a fattori di pressione ambientale.
  Sempre la regione Campania ha precisato che 34 dei 59 comuni indagati afferiscono all'area geografica "Terra dei fuochi" e tra questi il comune di Tufino. Lo studio ha indagato, oltre all'insieme dei tumori, tredici singole sedi topografiche per i maschi e tredici per le femmine, relativamente alle quali sono presenti in letteratura studi ecologici che ne riportano eccessi di rischio in presenza di discariche, anche se con evidenza valutata inadeguata per inferire la presenza o l'assenza di un'associazione causale (Pirastu et All; E&P 2010 — suppl. 3).
  Le sedi topografiche sono state indagate per entrambi i generi e per i tumori all'esofago, allo stomaco, al fegato, alle vie biliari, le leucemie, il linfoma di Hodgkin, il linfoma non Hodgkin, al polmone, al rene, alla vescica ed al sistema nervoso centrale, per i soli maschi, al testicolo e per le sole donne, alla mammella.
  Lo studio ha prodotto per ogni tumore indagato, e per ogni genere, mappe geografiche di rischio, con dettaglio comunale e sub comunale, riferite a rischi relativi per singolo tumore calcolati con metodo bayesiano gerarchico e corretti per deprivazione socio-economica.
  La regione Campania ha fatto presente, peraltro, che anche da tale studio più specificamente mirato alla valutazione della possibile correlazione tra cancro e fattori di pressione ambientale, non è emerso alcun eccesso di rischio del comune di Tufino in relazione all'intero territorio di riferimento dei 59 comuni indagati.
  In considerazione del lungo tempo di latenza dei tumori ha, comunque, precisato che, sebbene ad oggi, non emergano nel comune di Tufino eccessi di patologia oncologica, ne evidenze di possibili correlazioni tra dato ambientale e tumori, il fatto non esclude la possibilità che tali evidenze possano rilevarsi nel tempo, anche in aree sub comunali.
  Questa valutazione epidemiologica ha condotto il gruppo di lavoro del registro tumori della asl Napoli 3 sud ad attivare un sistema di monitoraggio della patologia oncologica mirato alla rilevazione del rischio anche in ambiti sub comunali, con analisi di dettaglio riferite alle particelle censuali dei muri. Attualmente, quindi, tutti i comuni afferenti alla asl Napoli 3 sud sono monitorati con tale sistema di rilevazione ed analisi del rischio.
  Il monitoraggio costante nel tempo della patologia oncologica sul territorio, che va sotto il nome di epidemiologia descrittiva, rende possibile l'attivazione di "
alert" epidemiologici in caso di rilevazione di dati di incidenza oncologica "osservati" che siano superiori ai dati "attesi". In tal caso, vanno attivati studi aggiuntivi, di epidemiologia analitica, mirati ad indagare sulle cause specifiche che possano aver determinato l'eccesso di patologia oncologica osservato.
  Le attuali evidenze epidemiologiche relative al comune di Tufino, non evidenziano, allo stato, alcun
alert epidemiologico e, di conseguenza, non indicano la necessità ed opportunità dell'attivazione di tali studi.
  Alla luce delle informazioni esposte, si rassicura comunque che il Ministero dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare continuerà a tenersi informato ed a svolgere le proprie attività di monitoraggio e sollecito, mantenendo alto il livello di attenzione sulla questione.
  

Il Ministro dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare: Gian Luca Galletti.


   LUIGI DI MAIO, DELL'ORCO, SIBILIA. — Al Ministro delle infrastrutture e dei trasporti. — Per sapere – premesso che:

   presso il Ministero delle infrastrutture e dei trasporti è in corso di emanazione un decreto dirigenziale al fine di adottare le nuove istruzioni tecniche per la progettazione, l'omologazione e l'impiego delle barriere stradali di sicurezza; il decreto è stato trasmesso dal Ministero dei trasporti al Ministero per lo sviluppo economico, che ha provveduto all'inoltro per la notifica in sede europea (n. di notifica 2014/483/I del 6 ottobre 2014) prima della pubblicazione in Gazzetta Ufficiale;

   secondo quanto segnalato ai deputati interroganti, il suddetto decreto non garantisce gli standard di sicurezza previsti invece dalle istruzioni tecniche attualmente in vigore e, considerando che la fuoriuscita di strada è la seconda causa di morte sulle strade extraurbane, ciò risulta in contrasto con l'impegno preso dal nostro Paese in sede europea di ridurre del 50 per cento entro il 2020 il numero delle vittime stradali;

   sempre secondo quanto segnalato ai deputati interroganti, l'abbassamento della soglia di attenzione verso la sicurezza stradale è evidente già nelle finalità a cui devono essere preposte le barriere di ritenuta stradale: mentre infatti nelle attuali istruzioni di cui al decreto ministeriale n. 223 del 18 febbraio 1992 l'intento è complessivamente quello «di realizzare le condizioni di maggior sicurezza possibile», nell'articolo 3 del decreto in approvazione si parla più specificatamente di «evitare la fuoriuscita dalla piattaforma stradale», restringendo poi ulteriormente il campo ai soli casi in cui ci si trovi nelle condizioni d'urto contemplate dalla norma UNI EN 1317-2. Questa formulazione a parere degli interroganti non giova certo al miglioramento della sicurezza, ma piuttosto va verso una diminuzione delle responsabilità degli operatori;

   passando poi ad analizzare le vere e proprie prescrizioni della norma, ai deputati interroganti è stata segnalata una generale riduzione dei livelli minimi di contenimento delle barriere prescritte in tutti i casi e in tutte le condizioni, non considerando la sicurezza dei conducenti dei veicoli pesanti né l'intrinseca pericolosità di alcuni siti. Tale riduzione dei livelli minimi di contenimento sembra, tra l'altro, in contrasto con studi che dimostrano al contrario la necessità di aumentare i livelli di contenimento come quello commissionato da Autostrade per l'Italia e pubblicato dal professore Marchionna sulla rivista Le Strade (4/2009) che indica che mediamente il 95o percentile dell'energia di impatto è pari a circa 1000 kJ. Questo valore del percentile è quello che comunemente si adopera per definire il valore caratteristico delle azioni per le costruzioni civili;

   sempre secondo quanto segnalato ai deputati interroganti, sul bordo ponte delle autostrade la prossima norma prevede una capacità di contenimento pari ad H2 su più di 2000 chilometri di autostrada. Su questi stessi tratti l'attuale norma prevede, di contro, una capacità di contenimento pari ad H3. La scelta della nuova norma sarebbe fortemente a svantaggio della sicurezza in tutti quei casi in cui la maggior parte dei veicoli pesanti circolanti sono del tipo autocarro pesante, autotreno o autoarticolato. Ciò accade perché l'energia di impatto di questi ultimi può essere facilmente maggiore di quella corrispondente al livello H2. Secondo le segnalazioni inoltrate ai deputati interroganti, considerando i possibili angoli di fuoriuscita e le possibili velocità di impatto (tutte compatibili con i limiti di velocità esistenti), si avrebbe che più della metà degli autoarticolati e degli autotreni a pieno carico hanno una energia di fuoriuscita maggiore di quella contenibile con il livello H2. Se si adopera il criterio impiegato nello studio commissionato da Autostrade per l'Italia, si ha che i veicoli sopraindicati sarebbero ancora meno cautelati. Prendendo in considerazione l'autostrada A16, sulla quale il giorno 29 luglio 2013 hanno perso la vita 39 persone a seguito dello sfondamento di una barriera bordo ponte, la prossima norma consentirebbe di impiegare una barriera di classe H2 (287 kJ) contro le attuali H3-H4 (462-724 kJ) richieste dalla norma in vigore. In relazione a tale incidente, la geometria della carreggiata, il tipo di veicolo e la possibile velocità più volte riportate dai giornali portano a ritenere che l'energia di impatto del mezzo possa essere stata maggiore di 300 kJ (fino a 450 kJ circa). Da ciò si evincerebbe facilmente che la nuova norma renderebbe «legale» il mancato contenimento di un impatto identico a quello di fine luglio 2013;

   sul bordo laterale delle autostrade e delle strade extraurbane principali si prevede sempre e comunque il livello di contenimento H2, anche sui rilevati molto alti e sui muri di sostegno. Tale scelta, anche in questo caso secondo quanto segnalato ai deputati interroganti, si porrebbe fortemente a svantaggio della sicurezza in tutti quei casi in cui la maggior parte dei veicoli pesanti circolanti sono del tipo autocarro pesante, autotreno o autoarticolato. Ciò accade perché, come sopra detto, l'energia di impatto di questi ultimi può essere facilmente maggiore di quella corrispondente al livello H2;

   altra questione di particolare rilievo segnalata ai deputati interroganti è il fatto che rispetto alla normativa oggi in vigore, non si pone alcun limite all'impiego di barriere con elevato livello di severità per l'urto delle autovettura (classe C). Ciò è stato fatto trascurando del tutto la circostanza che le vetture, come mostrato da alcuni crash test TB11 contemplati nella UNI EN 1317, possono deformarsi in maniera molto pericolosa per gli occupanti nel caso di barriere con elevato livello di severità e non considerando in alcun modo che in tutti i Paesi europei l'impiego di tale livello viene consentito soltanto in casi eccezionali. A ciò bisogna anche aggiungere che vi sarebbe un numero limitatissimo di barriere di produttori italiani con livello C e l'impiego di quest'ultimo aprirebbe ulteriormente il mercato italiano a produttori esteri. Da una indagine effettuata da alcuni docenti sulle barriere presenti sul mercato italiano risulta che le barriere con Livello C siano soltanto 3, su un insieme che conta circa 100 modelli. Di queste, due di esse sono destinate ad impieghi quasi del tutto «particolari»;

   la nuova normativa inoltre consentirebbe che, nel caso delle strade esistenti, le ruote dei veicoli pesanti finiscano nella scarpata anche per più di un metro e ciò ne aumenta enormemente il rischio di ribaltamento;

   l'impiego dei terminali speciali viene posto in secondo piano rispetto ai terminali «semplici» di avvio, ciò senza considerare che questi ultimi rispetto ai primi non offrono alcuna minima certezza riguardo alla sicurezza dell'impatto dei veicoli leggeri;

   un'ultima considerazione riguarda infine la mancanza di indicazioni per le strade urbane locali e di quartiere. Sebbene infatti le istruzioni siano destinate a strade con velocità di progetto maggiore o uguale a 70 km/h, per la sicurezza dei cittadini si ritiene che non si possa lasciare del tutto prive di qualsiasi regola le strade urbane locali. Tra l'altro le precedenti istruzioni tecniche unitamente alla circolare del giugno 2010 (6o capoverso del paragrafo 3) fornivano le basi per regolare l'installazione delle barriere di sicurezza anche in questi casi –:

   quale sia stato il motivo di revisione al ribasso delle istruzioni tecniche e se ciò sia stato fatto sulla scorta di studi, basati anche sull'analisi degli incidenti realmente accaduti e di quanto accadrebbe per i veicoli molto pesanti (quali autotreni ed autoarticolati), che dimostrano inequivocabilmente l'utilità di ridurre le attuali prescrizioni;

   se il Ministro interrogato non ritenga che le istruzioni in corso di approvazione deresponsabilizzeranno gli operatori in tutti i casi in cui l'urto non avvenga nelle esatte condizioni della UNI EN 1317, anche a parità di energia trasversale;

   se il Ministro voglia fornire alcuni dati che evidenzino i possibili effetti dell'apertura all'impiego di barriere con elevato livello di severità (classe C), sia in termini di diffusione sulle strade sia in termini di produttori presenti sul mercato, anche considerato che la norma è stata notificata senza una valutazione di impatto;

   se non si ritenga in funzione di un generale miglioramento della sicurezza stradale e in funzione del raggiungimento dell'obiettivo in sede europea della riduzione del 50 per cento delle vittime stradali entro il 2020, di valutare la possibilità di modificare la normativa in corso di approvazione aumentando il livello di contenimento delle barriere previsto, introducendo un limite all'impiego delle barriere con elevato livello di severità (classe C), riducendo la possibile deflessione dinamica delle barriere nel caso di scarpata;

   se il Ministro non ritenga di dover modificare o integrare le normative tecniche in corso di approvazione con indicazioni anche per strade urbane locali che non rientrino nel campo di applicazione delle predette istruzioni tecniche, prescrivendo comunque per i progettisti il riferimento alla tabella C e alla tabella 3.6.III delle norme tecniche di costruzione del 2008.
(4-07400)

  Risposta. — Con riferimento all'atto di sindacato ispettivo in esame, sulla base delle informazione pervenute dalla direzione generale per la sicurezza stradale di questo Ministero, si forniscono i seguenti elementi di risposta.
  Va premesso che la modifica al testo introduttivo della bozza delle nuove istruzioni tecniche è stata apportata proprio al fine di meglio esplicitare lo scopo per il quale sono progettati, fabbricati e installati, i dispositivi di ritenuta stradale, senza quindi determinare alcuna «diminuzione delle responsabilità degli operatori».
  La bozza dunque non incide, né potrebbe incidere, sui profili di competenza e responsabilità che sono fissati dall'articolo 14 del decreto legislativo n. 285 del 1992 (Codice della strada).
  In particolare, l'articolo 3 di detta bozza specifica che le barriere di sicurezza stradale e gli altri dispositivi di ritenuta sono posti in opera al fine di evitare, nel rispetto delle condizioni d'urto contemplate nelle norme della serie EN 1317, la fuoriuscita dalla piattaforma stradale dei veicoli in svio, limitando gli effetti dell'urto sugli occupanti dei veicoli stessi ed evitando al contempo l'interessamento di persone o cose poste all'esterno dell'infrastruttura, obbligando il progettista della sistemazione dei dispositivi a valutare le conseguenze del possibile incidente, sia per gli occupanti del veicolo leggero che tenda a sviare dalla carreggiata sia per gli altri utenti della strada e per le aree limitrofe, ripetendo e rafforzando le formulazioni delle precedenti istruzioni tecniche (in particolare si richiamava la salvaguardia degli utenti della strada e dei terzi esterni eventualmente presenti).
  Uno degli elementi cardine della norma consiste proprio nell'aver eliminato la discrezionalità del progettista.
  Circa, poi, l'articolo del professor Marchionna, occorre rilevare come questo faccia riferimento al concetto di «urto più probabile», che corrisponde a una energia di impatto di 15,137 kJ (urto di una autovettura di massa 1450 kg impattante a 76 km/h con un angolo di 12,5°). Il professore, contestando quindi l'impianto della norma vigente, suggerisce di far riferimento al 90o percentile che corrisponde a una energia di impatto di 254,62 kJ, inferiore al contenimento garantito dalle barriere di classe H2 (287,5). In linea con quanto sopra, sulle autostrade e sulle strade extraurbane principali la classe minima richiesta dalla nuova formulazione della norma è proprio la H2 (mentre prima era ammessa, in alcuni casi, anche la H1). L'adozione di un valore di progetto di 1000 kJ è palesemente irrealistico, infatti la massima energia contenuta dalla classe H4 nel caso di urto con autocarro è di 572 kJ, da non confondere con l'energia propria degli autoarticolati che è artificiosamente maggiorata per finalità di calcolo, solo per tener conto delle diverse modalità d'urto.
  Il riferimento al 95° percentile è una estrapolazione della progettazione delle strutture che non trova riscontro nel settore della progettazione delle infrastrutture stradali dove, al contrario, la velocità operativa di riferimento per le analisi di tipo ingegneristico è usualmente definita con riferimento all'85° per centile. L'ipotesi Marchionna di assumere il 90° percentile è quindi da ritenersi già cautelativa rispetto agli usuali standard di progettazione stradale e pienamente in linea con il dettato della nuova norma.
  Riguardo al bordo ponte delle autostrade, la classe H2 sarà ammessa solo per le opere d'arte su strade con un traffico giornaliero bidirezionale di veicoli pesanti molto basso (non superiore a 5000 veicoli/giorno ovvero 2500 veicoli pesanti al giorno per ciascuna direzione di marcia) con esclusione di tutte le opere sovrapassanti strade di tipo A, B, C, D. E o ferrovie o di tipo F (se quest'ultime sono caratterizzate da un traffico giornaliero medio complessivo bidirezionale > 1000 veicoli/giorno o, se il traffico giornaliero medio complessivo bidirezionale non fosse noto, aventi carreggiata di larghezza superiore a 5 metri).
  Sulla base dei dati 2010, solo il 20 per cento rete autostradale ha un traffico rientrante in questa classe. Stimando che la maggior parte delle opere sovrapassi un'altra infrastruttura, la classe H2 potrebbe essere usata solo nelle opere d'arte in casi limitati di tratte autostradali che, si ricorda, sono caratterizzate da un traffico molto basso. L'attuale norma prevede, per contro, la possibilità di usare la barriera di classe H2 non solo in tutte le situazioni con percentuali di traffico pesante molto basso (riscontrabili in alcune autostrade urbane a forte traffico come il G.R.A. di Roma) ma anche in tutte le opere d'arte di luce minore di 10 metri che sovrapassano altre strade (in pratica la maggior parte delle opere d'arte con cui le viabilità secondarie sottopassano le autostrade).
  In tutti questi casi, la nuova formulazione impone la classe minima H3, con la sola eccezione di scavalcamenti su viabilità locali di larghezza minore di 5 metri o con traffico bassissimo.
  La nuova proposta non riduce, quindi, i livelli di protezione ma li rimodula in funzione del nuovo indicatore di rischio adottato (numero di veicoli pesanti e non più percentuale di veicoli pesanti) prevedendo, in modo univoco, classi più elevate laddove necessario, e classi inferiori laddove non sia giustificata l'adozione di una classe di contenimento troppo elevata rispetto alla composizione del traffico che caratterizza l'infrastruttura.
  Si evidenzia infatti che, in via generale, barriere di classe più elevata sono dispositivi tipicamente più rigidi, che assorbono meno l'energia di impatto e in maniera meno progressiva e sono quindi meno efficaci nel controllare le conseguenze post-urto e la severità dell'urto sugli occupanti delle autovetture, che rappresentano la parte prevalente e più vulnerabile dell'utenza nonché quella maggiormente interessata dagli incidenti stradali.
  Resta fermo, poi, che l'ambito di applicazione del progetto di norma è riferibile alle nuove progettazioni e agli eventuali adeguamenti necessari. L'immagine di barriere con capacità di contenimento pari ad H2 su circa duemila chilometri di autostrada è quindi palesemente priva di fondamento.
  Lo studio del professor Marchionna mostra che meno del 10 per cento delle condizioni analizzate portano ad energia superiore alla H2, pur avendo considerato la velocità massima imposta e il massimo angolo di impatto (32,5° a fronte di un angolo di 20° considerato dalle norme).
  Riguardo agli angoli di fuoriuscita e alle possibili velocità di impatto, le segnalazioni sono fuorvianti in quanto non tengono conto delle effettive traiettorie di svio e dei relativi angoli di impatto, in realtà fattori non noti. Nel citato studio l'angolo di impatto è sempre assunto pari al massimo ed è basato sul modello Rsap del 2002, oggi superato dal più recente Rsap3 del 2013. Questo nuovo modello porta a stimare, per autotreni e autoarticolati a pieno carico, percentuali nettamente inferiori al 50 per cento, come indicato nell'interrogazione, di superamento per il contenimento della classe H2.
  Nell'articolo si fa anche riferimento al tragico incidente avvenuto sull'autostrada A16 in data 29 luglio 2013 asserendo, senza alcun riscontro tecnico-scientifico, che, applicando le disposizioni delle nuove istruzioni tecniche, la nuova norma renderebbe legale il mancato contenimento di un impatto identico a quello dell'incidente, ciò senza valutare le condizioni in cui è avvenuto l'impatto, il tipo di barriera installata, la relativa installazione e lo stato di manutenzione: esclusivamente quindi sulla base dell'erroneo assunto che, in generale, le nuove istruzioni tecniche prevedono un abbassamento del livello di contenimento delle barriere. Al riguardo, si evidenzia che la bozza di decreto, per le barriere riferite al caso preso in esame, non prevede alcuna diminuzione della classe minima rispetto alla vigente normativa e non offre maggiore spazio all'operato dei concessionari rispetto alla situazione attuale.
  Con riferimento al bordo laterale di autostrade, la bozza di norma tecnica prevede che nel caso di tratte in affiancamento ad altre infrastrutture (con esclusione delle sole locali a destinazione particolare o assimilabili), a strutture sensibili come edifici pubblici o privati, scuole, ospedali e altro, che in caso di fuoriuscita o urto dei veicoli potrebbero subire danni comportando quindi pericolo anche per i non utenti della strada, la classe minima sia la H3 per tutte le classi di traffico.
  La normativa vigente consente invece di mettere sul bordo laterale classi H1 o H2 lasciando al progettista la scelta se adottare (solo per le condizioni di traffico massime) la classe H3 senza fornire alcun criterio oggettivo di scelta. Uno degli elementi cardine della nuova norma consiste nell'aver eliminato la discrezionalità del progettista nella scelta H2-H3 (nel caso del bordo laterale delle strade a maggior traffico), individuando in quali condizioni vada usata la H2 e in quali la H3. Si evita così la possibilità di avere situazioni ad alto rischio in cui vengono utilizzate barriere di classe di contenimento più bassa o, viceversa, situazioni a minor rischio nelle quali vengono utilizzate le barriere a più alto contenimento che, si sottolinea, sono più critiche per gli urti delle autovetture. Si segnala, inoltre, che nell'attuale configurazione normativa nelle condizioni di traffico medie (livello II) non è mai previsto l'impiego di barriere di classe H3, oggi invece prescritto in caso di affiancamento ad altre infrastrutture o strutture sensibili.
  Riguardo alle barriere con livello di severità C, esse sono previste dalla normativa EN 1317 e, come evidenziato, hanno la funzione di risolvere problematiche specifiche e vietarne l'uso sarebbe pertanto improprio. Nella nuova norma è chiarito che:

   «Il progettista della sistemazione dei dispositivi di ritenuta di cui all'articolo 2 del decreto ministeriale 18 febbraio 1992, nel prevedere la protezione dei punti previsti nell'articolo 4, definirà, motivandole, le caratteristiche prestazionali dei dispositivi da adottare, secondo quanto indicato nelle presenti istruzioni, stabilendo:

    le classi di contenimento di progetto in relazione ai diversi punti di destinazione;

    i livelli di severità definiti come previsto dalle norme della serie EN 1317.».

  L'adozione di un livello di severità C dovrà essere quindi opportunamente motivato dal progettista.
  Si segnala altresì che il riferimento alla deformazione del veicolo è errato. L'indicatore che controlla la deformazione del veicolo è il Vcdi, che viene rilevato si ma che non rientra nella classificazione del livello di severità.
  Riguardo alla questione delle ruote dei veicoli pesanti, l'attuale normativa non prevede alcuna regolamentazione ed è frequente vedere sulle strade barriere installate sulle scarpate, in particolare sulle strade esistenti. La nuova norma prevede invece delle limitazioni, ovviamente differenziate per strade nuove e per strade esistenti. L'analisi delle linee guida internazionali, ad esempio il ben noto
Roadside design Guide del 2010, ha confermato la validità della soluzione proposta, considerato anche che si tratta di una azione dinamica della durata di una frazione di secondo che interessa tipicamente solo un semiasse. Si precisa, peraltro, che il punto più interno delle ruote non può trovarsi per più di 35 centimetri sulla scarpata.
  Rispetto alla segnalazione riguardante i terminali speciali, si tratta della formulazione già prevista nell'attuale normativa e non ci sono evidenze sperimentali che portino a modificarla. I terminali speciali possono comunque risultare pericolosi nel caso di urto laterale (con il fianco del mezzo), problematica che viene invece mitigata con l'impiego dei terminali semplici deviati rispetto al flusso di traffico.
  Riguardo alla questione delle strade urbane e locali, occorre precisare che la bozza di decreto rappresenta una disposizione di rango inferiore rispetto al decreto ministeriale 223 del 1992 che, come richiamato, limita il campo di applicazione alle sole strade con velocità di progetto maggiore o uguale a 70 km/h. Il riferimento a viabilità non comprese nel campo di applicazione della norma era evidentemente un errore del decreto ministeriale 21 giugno 2004 ed è stato corretto. Nel merito tecnico l'estensione del concetto di impiego di barriere di sicurezza alle strade urbane di quartiere e locali è errata, in quanto comporterebbe la necessità di proteggere tutti gli ostacoli delle strade all'interno delle città (semafori, pali della luce, manufatti e altro) con dispositivi aventi una lunghezza pari ad almeno quella di funzionamento (tipicamente 90 metri) testati, come minimo, con una berlina da 1500 kg di massa che urta ad 80 Km/h con un angolo di impatto di 20o. Oltre alla dubbia utilità, appare evidentemente irrealizzabile in un ambiente per sua natura fortemente antropizzato.
  Quanto alla circolare citata nell'atto in esame, essa richiama solo l'attenzione dei progettisti sul fatto che nei casi non coperti dalla norma (ad esempio le strade urbane locali e di quartiere) è compito del progettista stesso individuare le situazioni ove si rendono necessarie protezioni (e non necessariamente barriere di sicurezza o altri dispositivo di ritenuta ma, ad esempio, strutture di protezione gettate in opera con la struttura dell'opera d'arte) in relazione alla presenza o all'insorgenza di condizioni di potenziale pericolo. Tale concetto, già di per sé pleonastico perché evidentemente rientrante nelle responsabilità del progettista, può essere espresso in una circolare ma non in una norma che disciplina una materia diversa (le barriere di sicurezza e gli altri dispositivi di ritenuta) da impiegare sulle strade con velocità di progetto pari o superiore a 70 km/h.
  Come già evidenziato, non è stata fatta una «revisione al ribasso». Per la definizione delle soglie si è fatto riferimento a dati di distribuzione del traffico messi a disposizione degli enti gestori delle strade.
  La non coincidenza dell'urto con le esatte condizioni di prova, non è certamente una conseguenza dell'impostazione della normativa italiana ma delle norme europee della serie EN 1317, le quali prevedono solo prove in condizioni d'urto convenzionali e comunque nulla che riguardi la definizione del livello minimo di contenimento. Lo scopo delle prove convenzionali è proprio quello di verificare che il dispositivo garantisca i livelli prestazionali nelle condizioni date per l'impiego su strada delle barriere, ciò sia nella normativa vigente come in quella di futura emanazione.
  Né la normativa attuale né le normative degli altri paesi europei prevedono modalità di verifica della risposta della barriera nei confronti di un impatto che, a parità di energia, avvenga con angolo, velocità o massa diversi.
  Come detto in precedenza, l'impiego delle barriere di classe C deve essere opportunamente motivato e non è previsto un uso generalizzato di questi dispositivi.
  In ogni caso, la bozza di norma non può intervenire nel caso di strade con velocità di progetto inferiore a 70 km/h.
  Il riferimento alla tabella 3.6.III delle norme tecniche del 2008 è palesemente errato in quanto contenuta nell'articolo 3.6.3.3.1 «Traffico veicolare sotto ponti o altre strutture». Si tratta infatti delle azioni da considerare per il dimensionamento delle strutture poste sotto ponti o altre strutture (pile che possono far cadere la struttura se impattate da un mezzo pesante) e non per il dimensionamento dei sicurvia che sono invece soggetti alla verifica prevista dall'articolo 3.6.3.3.2 «Traffico veicolare sopra i ponti» della citata norma del 2008 (100 kN e non 1000 kN come indicato nella tabella citata). Tale verifica è già prevista dalla citata norma e vale per tutte le opere (anche per le opere da realizzare su strade urbane locali e di quartiere) ed una sua ripetizione in una norma diversa sarebbe inopportuna, in quanto potrebbe portare ad incongruenze nel caso di aggiornamento delle citate norme tecniche per le costruzioni.
  Comunque, rispetto a quanto affermato nell'atto in esame, si evidenzia che le istruzioni tecniche indicano le classi minime da adottare, rispetto alle quali il progettista potrà valutare in merito all'uso di barriere caratterizzate da un livello di contenimento più elevato, anche in funzione delle caratteristiche plano-altimetriche del tracciato e/o delle condizioni climatiche dell'infrastruttura. Su tale aspetto è in via di predisposizione una bozza di linee guida per l'installazione dei dispositivi di ritenuta stradale, nella quale trattare le possibili e svariate problematiche che possono riscontrarsi nel corso della progettazione o della installazione dei dispositivi stessi.
  Prevedere, come propongono gli interroganti, l'installazione di barriere (sostanzialmente su tutte le strade, salvo forse su quelle ove non sia consentito il transito di mezzi pesanti) caratterizzate da un più elevato livello di contenimento senza tener conto degli effetti che l'urto di un'autovettura contro siffatta barriera determina, porterebbe, in via generale, ad una maggiore severità d'urto per gli occupanti dell'autovettura e, quindi, a effetti potenzialmente più rischiosi per gli stessi. Senza omettere la considerazione che ciò potrebbe comportare un aumento dei costi per gli enti gestori e proprietari delle strade, e conseguentemente per la collettività.
  In definitiva, con riferimento a «una generale riduzione dei livelli minimi di contenimento delle barriere prescritte in tutti i casi e in tutte le condizioni», è opportuno evidenziare come gli interventi e le iniziative messe in atto da questo Dicastero contrastino con qualunque ipotesi di abbassamento generale degli standard di sicurezza stradale; e infatti tutte le attività intraprese hanno significativamente contribuito agli importanti risultati raggiunti in termini di riduzione della mortalità stradale di circa il 5 per cento dal 2001 al 2013.
  In merito all’
iter del provvedimento in parola, si evidenzia che la bozza di aggiornamento delle istruzioni tecniche inerenti l'uso e l'installazione dei dispositivi di ritenuta stradale è stata predisposta ai sensi dell'articolo 8, comma 2, del decreto ministeriale 18 febbraio 1992 «Regolamento recante istruzioni tecniche per la progettazione, l'omologazione e l'impiego delle barriere stradali di sicurezza» e dell'articolo 2, comma 5, del decreto ministeriale 28 giugno 2011 «Disposizioni sull'uso e l'installazione dei dispositivi di ritenuta stradale». Le nuove istruzioni aggiornano le istruzioni tecniche allegate al decreto ministeriale 21 giugno 2004.
  Per la predisposizione della citata bozza, gli uffici tecnici del Ministero delle infrastrutture e dei trasporti si sono avvalsi del supporto del gruppo di lavoro barriere, istituito presso lo stesso dicastero; ai lavori hanno partecipato i rappresentanti degli utilizzatori (Aiscat, Anas ed enti locali), le associazioni dei costruttori di barriere, l'Ente italiano di normazione (UNI), docenti universitari ed esperti di settore, nonché le altre strutture ministeriali competenti in materia.
  La bozza di decreto è stata ultimata – con la sostanziale condivisione del citato gruppo e con espressione di apprezzamento sull'impostazione generale da parte dei rappresentanti dell'Associazione familiari e vittime della strada – e trasmessa per il parere obbligatorio del Consiglio superiore dei lavori pubblici il 24 gennaio 2013. Solo l'Acai (Associazione fra i costruttori italiani in acciaio) ha manifestato il proprio dissenso sul testo della bozza di decreto, formalizzando le proprie osservazioni oltreché a questo Ministero anche al predetto Consiglio superiore. Con voto n. 14/2013 il suddetto consesso esprimeva parere favorevole sullo schema di provvedimento con una serie di osservazioni e prescrivendo, o suggerendo, alcune modifiche e integrazioni che venivano puntualmente recepite.
  In ottemperanza alla direttiva 98/34/CE – successivamente abrogata dalla direttiva (UE) 2015/1535 del Parlamento europeo e del Consiglio del 9 settembre 2015 – che prevede una procedura d'informazione a livello europeo, il progetto di norma così modificato è stato inviato, per il tramite del Ministero dello sviluppo economico, alla Commissione europea.
  Allo stato, si informa che la suddetta procedura di informazione del progetto di norma si è conclusa.
  Gli uffici competenti di questo Ministero stanno predisponendo il decreto ministeriale relativo all'aggiornamento delle istruzioni tecniche inerenti l'uso e l'installazione dei dispositivi di ritenuta stradale al fine di proseguire l’
iter amministrativo per l'adozione del provvedimento.
Il Viceministro delle infrastrutture e dei trasporti: Riccardo Nencini.


   LUIGI DI MAIO. — Al Ministro dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare, al Ministro dell'interno. — Per sapere – premesso che:

   l'interrogante ha appreso da fonti di stampa dell'operazione della polizia provinciale di Nola che nel pomeriggio di martedì 24 novembre 2015, dopo un sopralluogo effettuato d'intesa con gli ambientalisti dell'associazione Fare Ambiente, che ne avevano denunciato il degrado, sono stati messi i sigilli a tre grossi locali sottostanti un fabbricato per civili abitazioni ubicati nell'area popolata della zona «Ponte» di Pomigliano D'Arco;

   gli agenti, dopo aver constatato il profondo stato di abbandono in cui versa l'intera struttura, hanno accertato che nei locali, senza alcun tipo di precauzione, erano depositati da più di 10 anni, più di 3.500 bidoni di vernice lavabile, circa 500 flaconi di materiale vario (shampoo per auto, sbloccante per tubi idraulici, kit per riparazione pneumatici). Molti solventi erano in condizioni di elevata pericolosità;

   sono stati trovati, inoltre, circa 5 metri cubi di inerti da demolizione e cumuli di piastrelle. Inoltre, mentre alcuni bidoni sono risultati vuoti, numerosi erano intatti e altri corrosi dalla ruggine a causa delle infiltrazioni d'acqua. Inoltre, nel seminterrato sono stati rinvenuti rifiuti di vario genere, come plastica e suppellettili –:

   se i Ministri interrogati siano a conoscenza di quanto illustrato in premessa e se siano note le ragioni per cui, per oltre dieci anni, i materiali descritti siano stati lasciati in quelle condizioni;

   se i Ministri interrogati non ritengano, per quanto di rispettiva competenza e anche per il tramite del comando carabinieri per la tutela dell'ambiente, di doversi attivare al fine di monitorare il territorio ed evitare che la situazione di abbandono dell'area indicata in premessa possa degenerare contaminando irrimediabilmente il territorio;

   se i Ministri interrogati non ritengano, per quanto di rispettiva competenza e anche per il tramite del comando carabinieri per la tutela dell'ambiente, di doversi attivare al fine di organizzare una scrupolosa mappatura del territorio della cosiddetta «terra dei fuochi», al fine di individuare eventuali altre «bombe ecologiche» simili a quella descritta in premessa avvalendosi di modalità e strumenti migliori di quelli già previsti negli ultimi anni che si sono evidentemente rivelati inutili e inefficaci.
(4-11555)

  Risposta. — Con riferimento all'interrogazione in esame relativa alla situazione di degrado ambientale presente nei locali sottostanti un fabbricato per civili abitazioni nell'area della zona "Ponte", nel comune di Pomigliano D'Arco, si rappresenta quanto segue.
  La prefettura di Napoli ha fatto presente che, il 24 novembre 2015, è stata effettuata una verifica presso il parco CO.GE.M. sito in Pomigliano D'Arco, al fine di riscontrare quanto denunciato in un esposto circa la presenza di materiali tossici in alcuni locali del citato immobile.
  All'esito dei controlli, è stata accertata una situazione di notevole abbandono in due locali siti al piano terra del citato condominio nonché in un piano interrato, sottostante ad essi, nei quali erano stoccati da tempo circa 3500 bidoni di vernice lavabile, 500 flaconi di materiale vario (shampoo per auto, sbloccante per tubi idraulici, kit per riparazione pneumatici), 5 mc di inerti da demolizione e cumuli di piastrelle. Parte dei bidoni risultavano vuoti, alcuni intatti ed altri corrosi dalla ruggine.
  Proprietaria dell'immobile è la società CO.GE.M. Costruzioni Generali Meridionali s.r.l.
  Tutto l'immobile di circa 800 mq, con i materiali e i rifiuti stoccati, è stato sottoposto a sequestro giudiziario, in violazione delle norme ambientali e l'amministratore unico è stato deferito all'autorità giudiziaria che successivamente ha convalidato la misura cautelare reale.
  In data 11 gennaio 2016, il personale tecnico dell'ARPA Campania, unitamente a quello del corpo di polizia provinciale, ha eseguito la classificazione dei rifiuti presenti nei locali.
  La prefettura ha rappresentato, inoltre, che della questione è stato interessato il sindaco del comune di Pomigliano D'Arco, al fine di attivare le procedure che il caso di specie richiede per la salvaguardia della salute pubblica e dell'ambiente.
  Con provvedimento dirigenziale n. 9 del 6 ottobre 2016 dell'Area Territorio — infrastrutture e sviluppo sostenibile del comune di Pomigliano D'Arco, la società CO.GE.M. Costruzioni Generali Meridionali s.r.l. e per essa l'amministratore unico, è stata diffidata ad adottare interventi per la rimozione e lo smaltimento dei rifiuti abbandonati e rinvenuti nei locali di sua proprietà, secondo la natura degli stessi come da classificazione effettuata dai tecnici dell'ARPA Campania e di procedere altresì al ripristino dello stato dei luoghi ad operazione ultimata.
  Nel caso di inosservanza si sarebbe proceduto all'esecuzione in danno da parte del comune e al successivo recupero delle somme anticipate, fatta salva l'applicazione delle sanzioni previste dalle leggi di settore e dai regolamenti comunali.
  Il legale rappresentate della società, in data 26 ottobre 2016 ha comunicato al comune l'impossibilità di ottemperare all'ordinanza in quanto i rifiuti non potevano essere rimossi, atteso che gli stessi erano presenti in locali sottoposti a sequestro nell'ambito di un procedimento penale allo stato pendente nella fase delle indagini preliminari.
  Pertanto, il comune di Pomigliano D'Arco, nel novembre 2016, ha rappresentato alla società che la presenza del provvedimento cautelare non costituiva ostacolo all'ordinanza rimanendo in capo al legale rappresentante il compito di richiedere il dissequestro finalizzato allo smaltimento dei rifiuti presenti nell'immobile, per cui veniva riassegnato un ulteriore termine temporale per l'ottemperanza.
  Stante le difficoltà oggettive nel comunicare con la società in quanto non reperibile all'indirizzo indicato e preso atto dell'inottemperanza, l'ente comunale ha inoltrato richiesta di dissequestro temporaneo dell'immobile, al fine di procedere ad un sopralluogo per la stima dei rifiuti per il loro smaltimento, in danno alla società e per il conseguente avvio della procedura prevista.
  Il tribunale di Nola, in data 29 novembre 2017, e il comando di polizia metropolitana, in data 1o dicembre 2017, hanno disposto il dissequestro temporaneo dell'immobile per la durata di 10 giorni al solo fine della stima e verifica dei rifiuti ivi giacenti e per il successivo avvio dell’
iter per lo smaltimento.
  La prefettura di Napoli, in ultimo, ha fatto presente che il corpo di polizia della città metropolitana di Napoli opera nell'accertamento e nella repressione degli illeciti contro l'ambiente e il territorio sia come dovere d'istituto sia come derivante dalla partecipazione al patto per la terra dei fuochi, sottoscritto nel luglio 2013 con l'ufficio dell'incaricato per il fenomeno dei roghi di rifiuti in Campania e da due specifici protocolli d'intesa, sottoscritti dalla città metropolitana di Napoli, il primo con la procura generale presso la Corte d'appello di Napoli e le procure della repubblica presso i tribunali di Napoli, Nola, Torre Annunziata e Napoli Nord, il secondo con la procura presso la sezione giurisdizionale per la Campania della Corte dei conti.
  In merito alla necessità di una mappatura del territorio della cosiddetta "Terra dei fuochi", la regione Campania ha fatto presente che per le attività previste dalla legge n. 6 del 2014 di conversione del decreto-legge n. 136 del 2013, è stato costituito un apposito gruppo di lavoro, la cui composizione è stata nel tempo modificata, da ultimo con direttiva interministeriale del 7 aprile 2017.
  Il gruppo di lavoro, sulla base dei dati e delle informazioni disponibili, nonché delle indicazioni per lo svolgimento delle attività ex articolo 8 della legge n. 6 del 2014, in conformità alla direttiva ministeriale dell'8 aprile 2014, ha provveduto ad effettuare una serie di indagini ed analisi relativi a beni ricadenti nel perimetro della cosiddetta terra dei fuochi, le cui risultanze sono consultabili sul sito dell'ARPA Campania, nella sezione terra dei fuochi.
  Alla luce delle informazioni esposte, si rassicura comunque che il Ministero dell'ambiente continuerà a svolgere le proprie attività senza ridurre in alcun modo il livello di attenzione sulla questione.
  

Il Ministro dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare: Gian Luca Galletti.


   LUIGI DI MAIO. — Al Ministro dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare, al Ministro delle infrastrutture e dei trasporti, al Ministro della salute. — Per sapere – premesso che:

   la località «Vasca San Sossio» nel comune di Marigliano (Napoli) è una delle aree della Campania a più alta criticità ambientale;

   l'antica vasca borbonica di laminazione di circa 3.000 metri quadrati, posta alla confluenza dei torrenti «Fosso dei leoni» e «Santa Maria del Pozzo», che raccolgono le acque ruscellanti e meteoriche provenienti dal monte Somma-Vesuvio, è diventata, nel corso degli ultimi trent'anni, una discarica di rifiuti tossici e pericolosi sversati a più riprese dalla criminalità organizzata;

   nel 2006, a seguito di indagini condotte dall'Agenzia regionale di protezione ambientale della Campania, furono scoperte, a causa di strani fenomeni di autocombustione, decine e decine di metri cubi scorie di fonderia miste a «fluff frazione leggera e polveri contenenti sostanze pericolose» interrate sotto il letto della vasca e lungo le aree spondali;

   in successive circostanze, le sostanze pericolose interrate con lo spostamento del terreno superficiale hanno prodotto ulteriori fenomeni di autocombustione, emettendo nell'atmosfera concentrazioni altissime di S.O.V., benzene, toluene, xileni, metanolo;

   nel 2006, a seguito di nuove indagini condotte dall'Azienda sanitaria locale (ASL Na 4 – Dipartimento di prevenzione) insieme al Corpo forestale dello Stato, fu individuato anche un collettore fognario abusivo di ignota provenienza che sfocia tuttora a cielo aperto nel letto della Vasca San Sossio, i cui campioni di acqua risultavano di gran lunga superiori ai limiti di emissione fissati dal decreto legislativo n. 152 del 1999 e successive modificazioni e integrazioni;

   nel 2008, il Commissariato straordinario di Governo per l'emergenza bonifiche e tutela delle acque in Campania stanziava 4.824.000,00 euro per alcuni interventi non ben specificati sul territorio del comune di Marigliano (Napoli);

   lo stanziamento veniva destinato alla messa in sicurezza di emergenza (MISE) della «Vasca San Sossio» fu affidato a RECAM, poi diventato ASTIR (Azienda per lo sviluppo sostenibile del territorio e per interventi di recupero ambientale);

   a quanto consta, però, all'interrogante l'area di Vasca San Sossio a Marigliano non ha mai ricevuto una bonifica vera e propria e tutti i rifiuti tossici, tra cui «fluff frazione leggera e polveri contenenti sostanze pericolose», non sono stati rimossi;

   il 22 maggio 2015 il Ministro per le infrastrutture e i trasporti, Graziano Delrio, durante un sopralluogo rassicurò la popolazione di Marigliano su un impegno a rappresentare la questione davanti alle commissioni parlamentari competenti per favorire il risanamento del sito ma – a distanza di quasi due anni – l'attuazione degli interventi di bonifica dei suoli e delle falde dell'area contaminata non risultano neppure in fase di progettazione –:

   se i Ministri interrogati siano al corrente delle gravissime condizioni di inquinamento ambientale di Vasca San Sossio a Marigliano (Na);

   se non ritengano di dover fornire elementi, per quanto di competenza, circa la situazione critica evidenziata in premessa e aggravata dalla mancata bonifica dei suoli contaminati, nonché del mancato ripristino ambientale dell'area;

   di quali elementi disponga il Governo circa gli interventi di bonifica finanziati nel 2008, con 4.824.000,00 euro di cui in premessa;

   se intenda valutare se sussistano i presupposti per assumere iniziative di competenza volte ad effettuare le indispensabili operazioni di perimetrazione, segnalazione dei pericoli, caratterizzazione e isolamento dei terreni contaminati;

   se l'area inquinata di «Vasca San Sossio» sia stata indagata attraverso il telerilevamento dei parametri geofisici (magnetometrici radiometrici e termici) previsto dal progetto M.I.A.P.I. (Monitoraggio e individuazione delle aree potenzialmente inquinate), se siano state individuate nell'area variazioni magnetiche e radiometriche e se siano stati effettuati ulteriori accertamenti da parte del Comando dei Carabinieri per la tutela dell'ambiente.
(4-15954)

  Risposta. — Con riferimento all'interrogazione in esame, relativa alla località «Vasca San Sossio» nel comune di Mirigliano (NA), sulla base degli elementi acquisiti, si rappresenta quanto segue.
  In via preliminare, si evidenzia che gli interventi di messa in sicurezza e bonifica concernenti il sito in argomento non rientrano nelle competenze del Ministero dell'ambiente, ai sensi dell'ordinanza n. 2948 del 25 febbraio 1999 recante
«misure concernenti gli interventi intesi a fronteggiare la situazione di emergenza nel settore dello smaltimento dei rifiuti nella regione Campania e del risanamento ambientale, idrogeologico e di regimazione idraulica».
  La realizzazione di attività di bonifica nel comune di Marigliano, ricompreso nell'ex sito di bonifica di interesse nazionale (SIN) «Litorale Domitio Flegreo ed Agro Aversano», è da sempre stata quindi in capo, sebbene in via sostitutiva, ai vari commissari di Governo succedutisi nella gestione degli stati di emergenza ambientale che hanno interessato il territorio della regione Campania.
  Successivamente, con l'emanazione del decreto ministeriale dell'11 gennaio 2013, n. 7, il Sin «Litorale Domitio Flegreo ed Agro Aversano» è stato inserito nell'elenco dei siti «che non soddisfano i requisiti di cui all'articolo 252 comma 2, del decreto legislativo n. 152 del 2006 come modificato dall'articolo 36 della Legge 7 agosto 2012, n. 134» e, pertanto, non è più ricompreso tra siti di interesse nazionale.
  In particolare, l'articolo 1, comma 2, del citato decreto ministeriale n. 7 del 2013 dispone che la competenza per le necessarie operazioni di verifica ed eventuale bonifica all'interno dei siti non più ricompresi tra i Sin, viene trasferita alle regioni territorialmente interessate che subentrano nella titolarità dei relativi procedimenti.
  Ciò premesso, si segnala che, nell'ambito dell'accordo di programma «Programma Strategico per le Compensazioni Ambientali nella Regione Campania», del 18 luglio 2008, ed in particolare nello specifico accordo operativo con il comune di Marigliano, del 4 agosto 2009, viene menzionato, a titolo meramente ricognitivo, tra gli interventi già programmati e finanziati a carico del commissario delegato
ex Opcm n. 3654 del 2008 (commissario delegato per le bonifiche e la tutela delle acque in Campania), un intervento per la rimozione dei rifiuti oggetto di abbandono incontrollato e la messa in sicurezza e bonifica del sito Vasca di laminazione San Sossio.
  Il suddetto commissario delegato, nel rapporto finale di luglio 2009 – gennaio 2010 relativo alle attività svolte fino alla cessazione delle attività (31 gennaio 2010), affermava, altresì, di essersi avvalso della ARPAC Multiservizi – società
in house dell'ARPA Campania, per alcune procedure di bonifica consistenti nella rimozione di cumuli di rifiuti abbandonati in aree pubbliche. Nell'elenco delle suddette procedure è riportato un ordine di servizio relativo ad un intervento nel comune di Marigliano denominato «Vasca di laminazione (vasca San Sossio)», in località San Vito, il cui stato veniva indicato come eseguito.
  Nel riepilogo analitico della situazione debitoria, allegato al medesimo rapporto finale, è indicata l'attività relativa al «Piano operativo per la M.I.S.E. relativo al sito "Vasca di laminazione (Vasca San Sossio) in località San Vito nel comune di Marigliano (ARPAC) a valere sui fondi di cui alla D.G.R. n. 257 del 25 settembre 2008 (12 ML)», con un impegno di euro 55.899,89, interamente da liquidare.
  In seguito, con l'Opcm n. 3849 del 2010, è stato nominato il commissario delegato, incaricato della liquidazione della struttura commissariale di cui all'Opcm n. 3654 del 2008, con particolare riferimento alla chiusura della gestione contabile e del contenzioso pendente, ed al trasferimento agli enti ordinariamente competenti delle attività residue. Tale incarico si è concluso il 31 dicembre 2012, con il subentro della regione Campania nella gran parte delle procedure in fase di conclusione.
  Dall'esame della cartografia che riporta le zone sulle quali sono stati effettuati i voli elitrasportati per il rilievo dei valori magnetometrici, radiometrici e termografici risulta che la zona in cui ricade la località «Vasca San Sossio» in comune di Marigliano non è stata oggetto di rilievo. Pertanto, detta zona non è stata successivamente oggetto di ulteriori accertamenti da parte del comando carabinieri per la tutela dell'ambiente.
  Secondo quanto riferito dalla regione Campania, il sito in argomento è stato più volte oggetto di sopralluoghi da parte di ARPA Campania. Tra gli altri, il 7 ottobre 2015, tecnici della predetta Agenzia, a seguito di un esposto per criticità ambientale di associazioni ambientali e di cittadini, hanno verificato lo stato dei luoghi e campionato del materiale polverulento di colore grigio presente in modesta quantità per sottoporlo ad analisi presso i propri laboratori dalle quali è emerso che si trattava di rifiuto speciale pericoloso ai sensi del decreto legislativo n. 152 del 2006 e pertanto da smaltire in discarica per rifiuti pericolosi. Le caratteristiche di pericolosità del rifiuto in parola erano dovute ad un'alta concentrazione di idrocarburi policiclici aromatici derivanti, presumibilmente, da fenomeni di combustione.
  Alla luce del sopralluogo e dei risultati delle analisi svolte, l'Agenzia ha prescritto, ai sensi degli articoli 192 e 242 del decreto legislativo n. 152 del 2006, la rimozione, da parte del soggetto obbligato, di tutti i rifiuti presenti sul sito previa redazione di idoneo piano di caratterizzazione e smaltimento, anche per eventuali rifiuti interrati. A seguito della rimozione, dopo aver effettuato le propedeutiche indagini geoelettriche e geofisiche, sarebbe stato necessario, altresì, svolgere le indagini preliminari di caratterizzazione del suolo, sottosuolo e falda per la determinazione di eventuali superamenti delle Csc.
  Nelle more dello svolgimento di tutte le attività di cui sopra, ha prescritto, inoltre, la messa in sicurezza
ad horas dei rifiuti pericolosi caratterizzati effettuandone l'immediata rimozione.
  La stessa Agenzia ha, peraltro, prescritto, quale misura precauzionale volta a mitigare il malcostume dell'incendio dei rifiuti, l'installazione di videocamere di sorveglianza sul sito come previsto per i comuni aderenti al patto della terra dei fuochi, nonché l'interdizione dell'accesso all'area ai non autorizzati con opportuna segnaletica.
  Successivamente, l'ARPAC, congiuntamente al corpo forestale dello stato comando provinciale di Napoli, ha effettuato un nuovo sopralluogo nel 2016 durante il quale ha riscontrato la presenza, tra la vegetazione, di vari pneumatici e materiale plastico semicombusto in parte interrato. Le sponde che delimitano la vasca erano ricoperte anch'esse da vegetazione spontanea alta e folta. In alcuni punti, sulla superficie dell'area e sulle sponde della vasca, sono state riscontrate tracce di abbruciamenti e la presenza di materiali semicombusti. Inoltre, è stato rilevato un solco largo circa un metro non ricoperto da vegetazione al cui interno era presente del materiale polverulento, frammisto a terreno, di colore scuro e pezzi di plastica combusti e semicombusti. Questo materiale è stato già oggetto di campionamento da parte dei tecnici dell'agenzia in data 7 ottobre 2015.
  L'ARPAC fa presente, altresì, che i rifiuti ritrovati, per poter essere avviati al recupero e/o smaltimento, è necessario che vengano preventivamente raccolti, selezionati e classificati a cura del produttore, assegnando il competente codice Cer.
  Da ultimo, l'Agenzia ritiene che sia necessario approfondire l'indagine sull'area in questione investigando anche nel sottosuolo. Prima di ciò, è opportuno effettuare, a cura del soggetto obbligato, oltre al decespugliamento dell'area e la rimozione di tutti i rifiuti affioranti e parzialmente interrati, una campagna di indagini di tipo non invasivo, quali geofisiche, tali da permettere la ricostruzione stratigrafica del terreno costituente il sito e l'individuazione di eventuali rifiuti interrati. L'esito di tali indagine non invasive permetterà di acquisire le informazioni necessarie per le successive indagini invasive da effettuarsi.
  Pertanto, ARPAC nel febbraio 2016, ha prescritto al soggetto obbligato, ai sensi dell'articolo 192 del decreto legislativo n. 152 del 2006, la rimozione di tutti i rifiuti presenti sul sito e il successivo svolgimento di indagini preliminari volte ad accertare eventuali superamenti delle Csc.
  Alla luce delle informazioni esposte, si rassicura, comunque, che il Ministero dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare continuerà a svolgere le proprie attività di monitoraggio e sollecito, e a tenersi informato anche attraverso i vari soggetti istituzionali coinvolti, senza ridurre in alcun modo il livello di attenzione sulla questione.
  

Il Ministro dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare: Gian Luca Galletti.


   DIENI, D'UVA e VILLAROSA. — Al Ministro dei beni e delle attività culturali e del turismo. — Per sapere – premesso che:

   la Costituzione prevede, all'articolo 117, secondo comma, tra la materia di competenza esclusiva dello Stato la tutela dell'ambiente, dell'ecosistema e dei beni culturali;

   la Corte Costituzionale, a partire dalla sentenza n. 94 del 2003, ha precisato che la normativa «riserva alla esclusiva competenza statale anzitutto la “apposizione di vincolo, diretto e indiretto, di interesse storico o artistico e vigilanza sui beni vincolati” e tutto quanto riguarda “autorizzazioni, prescrizioni, divieti, approvazioni e altri provvedimenti, anche di natura interinale, diretti a garantire la conservazione, l'integrità e la sicurezza dei beni di interesse storico o artistico” ed “esercizio del diritto di prelazione”»; il primo comma dell'articolo 152 del medesimo testo normativo afferma, invece, che «lo Stato, le regioni e gli enti locali curano, ciascuno nel proprio ambito, la valorizzazione dei beni culturali»;

   il riferimento normativo è in tal senso il codice dei beni culturali e del paesaggio, ai sensi dell'articolo 10 della legge 6 luglio 2002, n. 137;

   la conservazione, integrità e sicurezza dei beni culturali di particolare pregio è questione di cui lo Stato non può disinteressarsi neppure nel caso in cui siano le omissioni delle regioni a statuto speciale, nelle loro competenze, a porre in pregiudizio beni di valore inestimabile per la Nazione;

   questo è il caso delle opere conservate all'interno del Museo di Messina, di cui si è occupato di recente un articolo apparso su la Repubblica del 22 giugno 2016 dal titolo «Messina aspetta il museo fantasma chiuso da vent'anni»;

   l'articolo rimarca come il nuovo museo di Messina sia «pronto da vent'anni e mai aperto [...] pensato e progettato per dare spazio ai beni recuperati dal terribile terremoto del 1908 rimasti in gran parte nei magazzini fino o già posizionati nella nuova struttura per l'allestimento finale»;

   si tratta di «un patrimonio complessivo di 20 mila pezzi tra reperti archeologici, opere pittoriche, elementi architettonici, monete, maioliche, gioielli, manufatti preziosi e tanto altro»;

   in esso risultano peraltro conservate da 20 anni, «alcune tavole di Antonello da Messina e due tele del Caravaggio»;

   il lungo stato di abbandono, lontano da pubblico e riflettori, non può che destare serie preoccupazioni circa lo stato di conservazione di tali inestimabili capolavori;

   come sostiene l'articolo, infatti, «l'umidità cammina nelle pareti esterne» del Museo, mentre dopo un ventennio, per motivi che non sono stati completamente chiariti, esso resta chiuso;

   nonostante i vincoli costituzionali e, di conseguenza, quelli statutari, che pongono la «conservazione delle antichità e delle opere artistiche» nelle competenze esclusive della regione siciliana, restano spazi, previsti dallo stesso statuto regionale, al Governo nazionale per intervenire nei casi più gravi di violazione dello stesso, tra cui, a parere degli interroganti, devono risultare anche le omissioni sulla tutela delle opere artistiche di inestimabile valore, come quelle conservate nel Museo di Messina –:

   di quali elementi disponga il Governo in relazione a quanto esposto in premessa e alle criticità evidenziate dagli organi si stampa;

   quali iniziative di competenza intenda assumere per promuovere, di concerto con le regioni e gli enti locali, un piano di rilancio delle strutture museali su tutto il territorio nazionale, considerato che queste, come nel caso del Museo di Messina sopra descritto, custodiscono un patrimonio culturale di inestimabile valore.
(4-13704)

  Risposta. — Si riscontra l'atto di sindacato ispettivo sopra indicato, nel quale l'interrogante chiede di sapere quali iniziative il Ministero intenda assumere per promuovere, di concerto con le regioni e gli enti locali, un piano di rilancio, per quanto di competenza, del Museo interdisciplinare regionale di Messina (MuMe).
  Premettendo che questo Ministero ha competenza esclusivamente sui luoghi e sugli istituti della cultura tra cui i musei statali, e che la stessa competenza di tutela sul patrimonio culturale siciliano è attribuita dallo statuto di autonomia speciale e dai decreti attuativi direttamente agli uffici regionali, si comunica quanto segue, sulla base degli elementi forniti dal competente Dipartimento dei beni culturali e dell'Identità siciliana della regione Siciliana.
  Il 17 giugno 2017 è stata completata e inaugurata la nuova sede del Museo interdisciplinare regionale di Messina (MuMe): la realizzazione di un museo, adeguato per dimensioni alla straordinaria consistenza del patrimonio civico, era infatti fra le «priorità» della ricostruzione di Messina dopo il terremoto del 1908.
  La struttura architettonica, la cui costruzione era stata avviata nel 1984, è stata consegnata nel 1995, non risultando, tuttavia, idonea alla tipologia delle collezioni, in ragione anche dei fondi insufficienti e discontinui per la definizione dell'allestimento in rapporto alle superfici di oltre 4700 mq.
  La regione Siciliana riferisce che negli ultimi anni, grazie alla sinergia tra gli uffici del Dipartimento regionale beni culturali e dell'identità siciliana e la Direzione del Polo regionale di Messina, è stato possibile dare un'accelerazione ai programmi finalizzati alla fruizione della struttura, definendo interventi di adeguamento tecnologico e completamento dei percorsi espositivi, grazie a finanziamenti dell'Unione europea e seguenti impegni della regione.
  In particolare, le risorse che hanno portato alla definitiva consegna dello spazio museale sono state le seguenti:

   1985-1994: euro 7.900.000 (realizzazione nuovo Museo regionale di Messina);

   1995-2009: euro 1.200.000 (modifica spazi);

   2014-2015: euro 1.988.800 (Po Fesr 2007-2013: adeguamento e modifica dotazioni e impianti;

   2016-2017: euro 428.835 (capitoli ordinari – definizione allestimento e impianti, adeguamento percorsi accesso).

  Il Museo interdisciplinare regionale di Messina si inserisce in un ampio Parco museale che, per dimensioni e superfici espositive e operative, si configura come uno dei più grandi del Meridione d'Italia. Si estende, complessivamente, su 17.118 metri quadri, nell'areadell'ex monastero di S. Salvatore dei Greci, attorno al quale è stato concepito e progettato negli anni Ottanta.
  Gli spazi del Parco museale di Messina sono stati così ripartiti:

   1. Museo interdisciplinare regionale: 4700 metri quadri di superficie su due livelli;

   2. Filanda Mellinghoff: 1.100 metri quadri di superficie. Sede eventi e mostre temporanee;

   3. Area a verde esterna: 5.300 metri quadri di superficie. Ospita già reperti architettonici recuperati dalle macerie e ricomposti;

   4. Seminterrato: 3.000 metri quadri. Ospita la biblioteca, gli archivi e il caveau e i depositi;

   5. Magazzini storici.

  Adesso, rivisitato il percorso espositivo delle opere (oltre 700), il museo della città metropolitana di Messina racconta, attraverso la ricca e poliedrica collezione permanente, la sua storia millenaria dal III secolo a.C. alle soglie del XX secolo.
  Fra i capolavori, i due grandi dipinti «Resurrezione di Lazzaro» e «Adorazione dei Pastori», realizzati dal Caravaggio in fuga in Sicilia, oltre alle opere di Antonello da Messina («Polittico di San Gregorio», prima opera datata e firmata del suo catalogo, e la tavoletta bifronte acquistata nel 2006 alla Christie's di Londra con un «Ecce Homo» e una «Madonna con Bambino e francescano» di recente esposta a Taormina in occasione del G7).
  Nel mese di dicembre 2016 erano già stati aperti al pubblico (e resi immediatamente fruibili) il settore archeologico e l'ala nord del MuMe, con la grande produzione Manierista, i due Caravaggio, la raccolta dei caravaggeschi. Il 17 giugno si è consegnato l'intero percorso medievale moderno, dall'iscrizione arabo-normanna, attraverso i secoli successivi, fino a qualche anno prima della catastrofe, con un'opera del 1904.
  Va sottolineato che una parte della collezione (270 opere), inclusi gli Antonello ed i Caravaggio, è stata sempre fruibile in tutti questi anni nella storica sede della ex Filanda Mellinghoff, antico opificio ottocentesco risparmiato dal sisma, che ha anche ospitato memorabili mostre come l'Antologica di Antonello nel 1981. L'antica Filanda è oggi destinata alla ospitalità di mostre temporanee, come le recenti esposizioni sul Futurismo (2015) e sul Mediterraneo (2016) in regime di
art sharing con il Mart di Rovereto, e quella con il Ritratto Trivulzio di Antonello, proveniente da Palazzo Madama di Torino.
  Da subito si è registrato un notevole incremento di visitatori e un riscontro mediatico internazionale. Da segnalare le visite del professor Salvatore Settis, del Conservatore generale onorario del dipartimento dei dipinti del Louvre, Sylvain Laveissière, del direttore del laboratorio di restauro del Guggenheim di Venezia, Luciano Pensabene, del Presidente e CEO del Metropolitan Museum di New York, Daniel Weiss.
  Alla luce della riapertura della struttura al pubblico, il Ministero conferma che non sussiste, neppure in astratto, un'ipotesi di rischio per l'inestimabile patrimonio culturale del Museo in parola. Sarà comunque cura dell'amministrazione, in collaborazione con il dipartimento dei beni culturali siciliano, svolgere attività periodiche di ricognizione e monitoraggio, e ove necessario, interventi conservativi.

Il Sottosegretario di Stato per i beni e le attività culturali e il turismo: Antimo Cesaro.


   D'INCÀ e BRUGNEROTTO. — Al Presidente del Consiglio dei ministri, al Ministro degli affari esteri e della cooperazione internazionale, al Ministro della giustizia. — Per sapere – premesso che:

   la vicenda di Fabio Vettorel, ragazzo feltrino di diciannove anni, detenuto da oltre 4 mesi in regime di carcerazione preventiva ad Amburgo, a seguito degli episodi legati al summit del G20 del 9 luglio 2017, sta assumendo dei caratteri paradossali e kafkiani;

   arrestato insieme ad altre 73 persone, tra cui 11 italiani, che nel corso di questi mesi sono stati rimessi in libertà, Fabio Vettorel rimane l'unico italiano ad essere ancora in carcere con capi d'imputazione che appaiono inverosimili quali: il disturbo alla quiete pubblica, il tentativo di causare danni mediante mezzi pericolosi, resistenza a pubblico ufficiale e testimonianze dubbie ed imbarazzanti;

   le accuse a carico di Vettorel non giustificano, secondo gli interroganti, il trattamento giudiziario che sta subendo il giovane feltrino. Infatti si apprende da organi di stampa delle affermazioni della madre di Fabio, Jamila Baroni, la quale nel descrivere le vicende processuali a cui ha assistito, afferma che i testimoni dell'accusa: «sono cinque poliziotti che non hanno mai visto Fabio (...) uno più imbarazzante dell'altro (...). Uno di loro, ad esempio, sostiene di aver visto partire 15 grandi pietre dallo spezzone di corteo in cui si trovava Vettorel. Il suo collega testimonia il contrario. E per le telecamere della polizia che filmano quel luogo in quell'ora, di pietre non ne hanno inquadrata mezza»;

   forti perplessità sorgono in merito alla gestione arbitraria della legge e alla violazione dei diritti da parte delle autorità tedesche. Infatti il 2 ottobre 2017 la madre Jamila racconta di essere andata nel carcere di Hanoverstad e di aver scoperto che il figlio era stato trasferito in un altro carcere senza che nessuno abbia avvisato né lei, né il padre, né l'avvocato;

   il 15 novembre 2017 il tribunale di Amburgo si pronunciava positivamente in merito alla richiesta di scarcerazione provvisoria avanzata dai legali di Vettorel. La procura di Amburgo, però, ha impugnato la decisione, chiedendo di rinviare la liberazione in attesa della pronuncia del giudice superiore cui si è appellata;

   nell'ordinanza con cui si concedeva la remissione in libertà di Fabio Vettorel, il giudice Wolkenhauer, ispirandosi al principio della presunzione di innocenza dell'ordinamento tedesco e al valore rieducativo della carcerazione preventiva scrive letteralmente «Nella decisione (se scarcerarlo o meno, ndr) occorre tenere conto in misura determinante anche dell'effetto educativo della custodia cautelare»;

   l'ordinanza in questione getta, però, un'ulteriore ombra su una vicenda in cui lo stato di diritto sembra essere stato calpestato più volte, come gli osservatori internazionali hanno fatto notare;

   infatti tutte queste clamorose incongruenze, in merito al rispetto della legalità, hanno attirato anche le attenzioni di Amnesty International che chiede la scarcerazione di Fabio e rileva le irregolarità ed il mancato rispetto della raccomandazione (2006) 13 del Comitato dei ministri del Consiglio d'Europa, secondo la quale il fatto che una non sia sospettata di aver commesso un reato non sia cittadino o non abbia la residenza dello stato in cui è avvenuto il presunto reato non è un motivo sufficiente per stabilire che vi sia quel rischio di fuga che giustificherebbe la detenzione preventiva;

   inoltre, non pare che nel caso di Vettorel le autorità giudiziarie abbiano preso in considerazione misure alternative, quali ad esempio l'obbligo di residenza in Germania in attesa del processo, o forme di controllo in Italia con la cooperazione delle autorità di quest'ultimo Paese –:

   se intendano adoperarsi, con urgenza, per assicurare che la vicenda di cui in premessa possa risolversi positivamente nel pieno rispetto delle procedure processuali da parte delle autorità tedesche, tutela dei diritti e dei principi di legalità e di libertà personale che devono essere garantiti nei confronti di tutti i cittadini europei.
(4-18611)

  Risposta. — La Farnesina, per il tramite del Consolato generale di Hannover, ha seguito con grande attenzione la vicenda dei ventisette connazionali fermati dalla polizia tedesca nel corso delle manifestazioni che hanno avuto luogo durante il G20 svoltosi ad Amburgo il 7 e 8 luglio 2017.
  Appresa la notizia del fermo, la nostra rappresentanza consolare si è da subito attivata al fine di prestare agli interessati ogni possibile assistenza. Oltre a stabilire e mantenere un contatto con i loro familiari e con gli avvocati, sono state effettuate visite consolari per verificare il regime detentivo imposto ai connazionali e il loro stato psico-fisico.
  In tutti gli incontri avuti, sono sempre apparsi in un buono stato di salute e le loro condizioni detentive non hanno mai destato particolari preoccupazioni. Nei frequenti contatti con le autorità carcerarie ci si è costantemente premurati di sostenere, nei limiti del possibile, le loro richieste e non si è mancato di intervenire per agevolare la soluzione di problemi legati soprattutto alle comunicazioni – telefoniche ed epistolari – con l'esterno, con riferimento soprattutto ai contatti con i familiari.
  Dei ventisette connazionali fermati, ventuno sono stati rimessi in libertà poco dopo, mentre sei sono stati trattenuti.
  Di questi, la signora Marta Rocco è stata liberata il 10 agosto 2017. Su di lei la competente autorità giudiziaria tedesca deve ancora pronunciarsi su un'eventuale richiesta di rinvio a giudizio.
  I signori Orazio Sciuto, Riccardo Lupano, Emiliano Puleo e Alessandro Rapisarda sono stati condannati a pene inferiori ai due anni di reclusione e tutti rilasciati con sospensione condizionale della sanzione.
  Quanto al signor Fabio Vettorel, avverso il provvedimento della custodia cautelare il legale del connazionale aveva presentato un ricorso alla Corte istituzionale, ravvisando un intento discriminatorio ai danni del suo assistito in quanto cittadini tedeschi sottoposti a indagini di uguale tenore per i medesimi fatti erano stati rapidamente rimessi in libertà. Detto ricorso è stato rigettato dalla suprema Magistratura tedesca.
  Il 16 ottobre 2017 è iniziato il procedimento penale a carico dell'interessato. Nel corso dell'udienza, l'avvocato difensore ha presentato istanza di ricusazione del giudice per asserita mancanza di imparzialità nei confronti del connazionale. Anche detta istanza è stata respinta. In occasione di una successiva udienza che ha avuto luogo lo scorso 15 novembre 2017, il legale che assiste il signor Vettorel aveva nuovamente chiesto che l'interessato fosse rimesso in libertà in attesa che si concludesse il processo a suo carico. Il giudice ha deciso positivamente subordinando la scarcerazione al pagamento di una cauzione di 10.000 euro, alla dimora ad Amburgo e all'obbligo di firma tre volte a settimana. Avverso tale provvedimento la pubblica accusa, in due successive occasioni, ha presentato ricorso, che è stato però entrambe le volte respinto. Il signor Vettorel è stato pertanto scarcerato il 27 novembre 2017. Le succitate misure restrittive sono state revocate la settimana scorsa. Le prossime udienze, dopo l'ultima svoltasi a porte chiuse lo scorso 23 gennaio, sono calendarizzate nel mese di febbraio 2018.
  Il nostro Consolato generale ad Hannover si è fortemente impegnato per fornire al ragazzo tutta la necessaria assistenza durante la permanenza nel penitenziario, mantenendo uno stretto e costante contatto con la madre, la signora Baroni, e con il legale che assiste il connazionale, nonché partecipando alle udienze che vedevano coinvolto il signor Vettorel. La nostra rappresentanza consolare continuerà a seguire da vicino il procedimento penale, presenziando – ove consentito – anche alle successive udienze.

Il Sottosegretario di Stato per gli affari esteri e la cooperazione internazionale: Vincenzo Amendola.


   FANTINATI. — Al Ministro dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare. — Per sapere – premesso che:

   come riferisce L'Arena del 27 aprile 2017, nel quartiere veronese di San Michele «le fognature scaricano nel fiume Adige»;

   il quotidiano veronese riferisce di «uno spettacolo impietoso – tra sporcizia e inquinamento, con parte dei liquami che non riescono a raggiungere il depuratore di Basso Aquar, ma interrompono la loro corsa in una vasca di compensazione nella zona dei Molini di San Michele per poi finire in Adige con conseguenze facilmente immaginabili»;

   l'incuria ha, poi, favorito il deterioramento della copertura della vasca dello scarico fognario, ormai marcia, con il rischio reale che possa sprofondare;

   le segnalazioni dei cittadini raccontano che, soprattutto nelle giornate di maltempo, «l'acqua piovana viene convogliata in gran parte nella rete fognaria, si mescola con gli scarichi dei privati e le acque sporche, per poi finire in Adige»;

   quella che si sta delineando ai Molini di San Michele è una situazione di grave degrado cittadino, che ha provocato l'erosione degli argini del fiumiciattolo che porta acqua all'Adige dalla Fonte delle Monache e che, mischiandosi con le acque nere, s'infiltra in profondità e crea danni, non solo in termini d'inquinamento, ma anche per il dissesto idrogeologico che rende pericolosa quest'area per i contadini che con i trattori rischiano di sprofondare;

   a correre gravi rischi è anche un'area, a pochi metri dall'Adige, dove sono custoditi numerosi cavalli;

   si tratta di un'emergenza, dunque, più volte segnalata dai cittadini ad Acque Veronesi, che nei giorni scorsi aveva adottato una soluzione provvisoria, mettendo in sicurezza la copertura della vasca;

   numerose ormai sono le procedure di infrazione europea nelle quali incorre l'Italia a causa della situazione del servizio idrico integrato per quanto riguarda depurazione e fognature, si pensi all'esistenza di scarichi fognari non depurati;

   la normativa di riferimento in materia di trattamento dei reflui è la direttiva 91/271/CEE, recepita dall'Italia con il decreto legislativo 3 aprile del 2006, n. 152 (testo unico ambientale);

   la direttiva prevede che tutti i centri abitati con più di 2.000 abitanti siano forniti di adeguati sistemi di reti fognarie e trattamento delle acque reflue, in funzione del numero degli abitanti equivalenti e dell'area di scarico delle acque (area normale o area sensibile);

   per le inadempienze nell'attuazione della direttiva l'Italia ha già subito due condanne da parte della Corte di giustizia europea, la C565-10 (procedura 2004-2034) e la C85-13 (procedura 2009-2034) e l'avvio di una nuova procedura di infrazione (procedura 2014-2059) –:

   di quali elementi disponga il Governo in merito alla vicenda descritta in premessa;

   considerata l'importanza della tutela dei fiumi, dei laghi e di ogni corso d'acqua, quale iniziative di competenza s'intendano adottare al fine di garantire la corretta applicazione della normativa in materia.
(4-16476)

  Risposta. — Con riferimento all'interrogazione in esame, sulla base degli elementi acquisiti dalla Regione Veneto, si rappresenta quanto segue.
  Le informazioni riportate dall'interrogante, tratte da fonti di stampa del 27 aprile 2017, riguardano il funzionamento del manufatto sfioratore a servizio di una rete fognaria di tipo misto che raccoglie sia le acque reflue, prodotte dagli insediamenti domestici e produttivi, sia le acque meteoriche e che, secondo quanto previsto dall'articolo 33 delle Norme tecniche di Attuazione del Piano di tutela delle acque della regione Veneto, entra in funzione in caso di eventi piovosi di particolare intensità (rapporto tra portata in tempo secco e portata di pioggia pari ad almeno 1/5).
  La rete fognaria recapita all'impianto «Città di Verona» di via Avesani (nell'interrogazione indicato come Basso Aquar) di potenzialità pari a 410.000 abitanti equivalenti e in grado di trattare adeguatamente i reflui in arrivo dalla rete fognaria afferente, nel rispetto dei limiti fissati dalla normativa comunitaria e nazionale di settore.
  La Regione evidenzia, inoltre, che l'agglomerato di Verona non è oggetto delle procedure di infrazione in materia di acque reflue urbane avviate dalla Commissione europea per la non corretta attuazione della direttiva 91/271/ CEE.
  Sempre secondo quanto riferito dalla regione Veneto, alla data del 24 luglio 2017 erano in corso i lavori di potenziamento dell'impianto di sollevamento in corrispondenza dello sfioro ed era previsto di eseguire la posa di un sistema grigliante in corrispondenza dello sfioro stesso ed una risistemazione del tratto di canale (estesa pari a circa 50 m) di collegamento tra lo sfioro e il fiume Adige.
  Relativamente alla tutela dei fiumi, dei laghi e di ogni corso d'acqua, si rappresenta che il «Piano di gestione» predisposto, con cadenza sessennale, da ciascuna Autorità di bacino distrettuale è lo strumento di pianificazione per poter ottemperare agli obiettivi della direttiva quadro acque 2000/60/CE, direttiva che stabilisce i principi fondamentali della politica sulla gestione e tutela delle acque dell'Unione europea e recepita nel nostro ordinamento con il decreto legislativo 3 aprile 2006, n. 152.
  Detti obiettivi, basati sui principi di precauzione, azione preventiva, riduzione dell'inquinamento alla fonte e principio «chi inquina paga» comprendono, tra l'altro, la tutela degli ecosistemi acquatici dagli impatti di origine antropica e l'uso razionale delle risorse naturali.
  Recentemente, inoltre, il Ministero dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare ha istituito un tavolo di lavoro congiunto con le Autorità di bacino distrettuali per supportarle nella revisione dei Piani di gestione in argomento - ciclo 2015-2021- e fornire loro indirizzi generali per la realizzazione dell'attuale quadro pianificatorio.
  Quanto riferito testimonia che le problematiche rappresentate dall'interrogante sono tenute in debita considerazione da parte di questo Ministero, il quale, alla luce delle informazioni esposte, per quanto di competenza, continuerà a svolgere un'attività di monitoraggio, nonché a tenersi informato anche attraverso gli altri Enti istituzionali competenti.

Il Ministro dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare: Gian Luca Galletti.


   FANTINATI. — Al Ministro dei beni e delle attività culturali e del turismo. — Per sapere – premesso che:

   il 13 ottobre 2017, il Consiglio dei ministri ha approvato un decreto-legge che introduce disposizioni urgenti in materia finanziaria e per esigenze indifferibili;

   la norma contenuta all'articolo 17 – Liberalizzazione in materia di collecting diritti d'autore – disciplina la raccolta dei diritti d'autore della Siae, la società italiana degli autori ed editori;

   nel comunicato stampa del Governo si legge: «è superato il monopolio della SIAE in materia di raccolta dei diritti d'autore, estendendo a tutti gli organismi di gestione collettiva – ossia gli enti senza fine di lucro e a base associativa – operanti sul territorio dell'UE, la possibilità di operare direttamente sul mercato italiano, senza alcuna intermediazione da parte della SIAE»;

   solo l'Italia e la Repubblica Ceca conservano un monopolio nel mercato dell'intermediazione dei diritti d'autore;

   la direzione generale sul digitale della Commissione europea, nel febbraio 2017, aveva richiamato il Governo italiano al recepimento integrale ed effettivo della direttiva «Barnier» (2014/26) sul copyright delle opere musicali, normativa, invece, disattesa, ad avviso dell'interrogante, anche dal recentissimo decreto-legge che non ha accolto le indicazioni in tema di liberalizzazione della gestione dei diritti d'autore;

   la direttiva «Barnier» stabilisce la libertà degli autori di scegliere a chi affidare la rappresentanza dei propri diritti, se a una società di gestione collettiva oppure a una entità di gestione indipendente;

   Soundreef, principale competitor di Siae, è società privata a scopo di lucro che quindi non risponde ai requisiti di legge malgrado migliaia di cantanti italiani, tra cui Fedez e Gigi D'Alessio, abbiano deciso liberamente di affidare alla stessa la tutela del proprio catalogo;

   una disputa legale e commerciale da mesi vede contrapposti Siae e Soundreef –:

   quali siano stati i criteri adottati per definire i requisiti di cui devono essere in possesso gli enti o le associazioni per operare «direttamente sul mercato italiano, senza alcuna intermediazione da parte della SIAE».
(4-18178)

  Risposta. — Si riscontra l'atto di sindacato ispettivo in esame, con il quale l'interrogante ha chiesto di conoscere i criteri adottati in merito al recepimento della direttiva 2014/26/UE.
  La suddetta direttiva, sulla scorta degli specifici criteri di delega fissati dalla legge n. 170 del 2016, all'articolo 20, è stata recepita nell'ordinamento italiano con il decreto legislativo n. 35 del 2017.
  Quest'ultimo, secondo quanto stabilito dalla legislazione europea, ha introdotto principi utili ad operare la più completa armonizzazione di
governance delle società di gestione collettiva dei diritti d'autore in Europa ed a favorire la diffusione della musica on-line attraverso la concessione di licenze multi territoriali.
  È stato sancito, tra gli altri, il diritto del «titolare dei diritti» di autorizzare un organismo di gestione collettiva di sua scelta a gestire i diritti o le categorie di diritti per i territori di sua scelta, indipendentemente dallo Stato membro di nazionalità, residenza e stabilimento dell'organismo di gestione collettiva o del titolare dei diritti. Tale previsione non riguarda invece, quantomeno a livello europeo, le entità di gestione indipendente. Ciò anche in considerazione della diversa natura giuridica degli organismi di gestione collettiva — enti associativi privi di scopro di lucro — rispetto a quella delle entità di gestione indipendente — non costituite da autori e aventi scopo di lucro. Giova infatti ricordare che la tutela della proprietà intellettuale è, in base al diritto europeo, un interesse pubblico meritevole di tutela che può giustificare limiti o deroghe alla libera circolazione dei servizi.
  Invece il legislatore italiano, con l'articolo 4 del decreto legislativo n. 35 del 2017, ha esteso questa libertà di scelta anche a favore delle entità di gestione indipendente, dunque ampliando tale facoltà oltre quanto previsto dalla direttiva.
  Alla luce della giurisprudenza della Corte di giustizia, il legislatore italiano ha peraltro, in un primo momento, ritenuto prudente conservare una riserva legale in favore della Siae per quanto riguarda l'attività di intermediazione dei diritti di autore, peraltro espressamente prevista dal legislatore in sede di emanazione dei principi di delega, e la totale liberalizzazione del mercato della gestione collettiva dei diritti connessi al diritto d'autore, secondo quanto disposto dall'articolo 39 del decreto-legge n. 1 del 2012 convertito, con modificazioni, dalla legge 24 marzo 2012, n. 27, che ha posto fine al monopolio del nuovo Imaie.
  Riguardo ai presunti profili di incompatibilità di alcune disposizioni contenute nel decreto legislativo n. 35 del 2017 con la direttiva 2014/26/UE, come già anticipato nella comunicazione del 12 settembre 2017 del Ministro Franceschini e del Sottosegretario per le politiche europee Gozi alla Commissione Ue, il Governo italiano, nella consueta ottica di collaborazione con la Commissione Ue, ha adottato il decreto-legge 16 ottobre 2017, n. 148, e con l'articolo 19 ha effettuato alcuni correttivi alla normativa vigente assicurando una effettiva concorrenza tra gli organismi di gestione collettiva.
  Tale norma, il cui contenuto è stato il frutto di un costante dialogo con la Commissione Ue, e che costituisce attuazione dell'articolo 5 della direttiva in parola, consente a tutti gli organismi di gestione collettiva operanti nel territorio Ue, non aventi fini di lucro e costituiti su base associativa, di poter procedere direttamente alla raccolta dei diritti, oltre che alla rappresentazione dei propri associati.
  È stata, altresì, eliminata la riserva di legge in favore della Siae.
  Quindi, dal 1° gennaio 2018 in Italia potranno nascere nuove agenzie di
collecting del diritto d'autore, purché risultino enti non a scopo di lucro.
  In conclusione, si ritiene che il Governo abbia negli ultimi anni intrapreso importanti iniziative per una gestione efficiente e trasparente dei diritti d'autore e dei diritti connessi e, nel continuo confronto con le istituzioni europee e con il Parlamento nazionale, intende proseguire in questo senso per disciplinare al meglio un settore tanto importante per la crescita economica e culturale del Paese, in considerazione della primaria esigenza di garantire pienamente la tutela della proprietà intellettuale e del diritto d'autore.
  

Il Sottosegretario di Stato per i beni e le attività culturali e il turismo: Antimo Cesaro.


   FRACCARO. — Al Ministro dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare. — Per sapere – premesso che:

   nell'interrogazione n. 4-04106 del 19 marzo 2014 si chiedeva al Governo se intendesse tenere in considerazione l'appello delle associazioni ambientaliste (CIPRA Italia, Italia Nostra, Legambiente, LIPU, Mountain Wilderness, PAN-EPPAA e WWF) che ambiva ad avviare le procedure presso l'Unione europea al fine di valutare la possibilità di inserire il parco nazionale dello Stelvio nell'ambito di un parco transnazionale all'interno di un'area strategica di valenza internazionale. Si chiedeva inoltre come il Governo intendesse garantire il coinvolgimento della regione Lombardia, oltre che delle realtà associative, istituzionali e politiche interessate, nella discussione in ordine alla ridefinizione dell'assetto del parco nazionale nella commissione paritetica delle province autonome di Trento e Bolzano;

   con l'interrogazione n. 4-07738 del 5 febbraio 2015 si chiedeva al Governo di rendere pubblico il parere del Ministero dell'ambiente in ordine allo smembramento del parco nazionale dello Stelvio con il fine di consentire un dibattito informato che coinvolgesse sia gli organi legislativi locali che le realtà associative;

   è stato emanato il decreto legislativo 13 gennaio 2016, n. 14, pubblicato successivamente sulla Gazzetta Ufficiale dell'8 febbraio 2016 avente ad oggetto «Norme di attuazione dello statuto speciale della regione autonoma Trentino-Alto Adige, recante modifiche ed integrazioni all'articolo 3 del decreto del Presidente della Repubblica 22 marzo 1974, n. 279, in materia di esercizio delle funzioni amministrative concernenti il Parco nazionale dello Stelvio». Tale atto normativo è stato adottato, a quanto consta agli interroganti, senza che il Governo tenesse in alcuna considerazione i numerosi appelli per la difesa dell'unità del parco nazionale dello Stelvio sebbene questi abbiano avuto ampio risalto sulla stampa nazionale e locale e abbiano ottenuto largo appoggio da parte della società civile, come peraltro dimostrato dalle decine di migliaia di cittadini che hanno sottoscritto le petizioni lanciate sulle piattaforme digitali di Change org e Legambiente;

   nel febbraio 2016, la provincia di Bolzano ha istituito un gruppo di lavoro per definire l'orientamento da seguire nella futura gestione della porzione di competenza del territorio del parco dello Stelvio. Al tavolo del gruppo di lavoro sono stati invitati i rappresentanti dei comuni altoatesini del parco, gli ambientalisti della val Venosta e i gruppi di interesse locale e provinciale. Tra i gruppi di interesse provinciale figurano i rappresentanti dell'associazione provinciale dei cacciatori. Sono stati invece esclusi, a quanto consta agli interroganti, i rappresentanti delle associazioni ambientaliste riconosciute a livello nazionale e che operano nella provincia di Bolzano;

   dall'assenza di risposte ufficiali alle predette interrogazioni e dalla mancanza di comunicazioni pubbliche da parte del Governo in relazione ai temi sollevati nelle premesse, emergerebbe, a giudizio degli interroganti, il disinteresse delle istituzioni nazionali e locali in ordine alla progettazione di un'area protetta transnazionale nonché la volontà di sottrarsi al dialogo e all'ascolto delle istanze provenienti dalle realtà associative ambientaliste e dalla società civile –:

   se il Governo intenda porre in essere iniziative di competenza al fine di favorire l'avvio di un forum partecipativo aperto alle associazioni ambientaliste e alla società civile come sede di confronto e discussione per la definizione, d'intesa con la regione e le province autonome, di linee guida di indirizzo per l'approvazione di un piano di gestione unitario e di regole operative e gestioni omogenee in riferimento alla gestione di porzioni di territorio del parco nazionale dello Stelvio, di cui sono competenti la regione Lombardia e le province autonome di Trento e di Bolzano.
(4-12645)

  Risposta. — Con riferimento all'interrogazione in esame, sulla base degli elementi acquisiti, si rappresenta quanto segue.
  Con l'intesa siglata tra il Ministero dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare, province autonome di Trento e Bolzano e regione Lombardia dell'11 febbraio 2015, avente ad oggetto l'attribuzione di funzioni statali e dei relativi oneri finanziari riferiti al parco nazionale dello Stelvio, ai sensi dell'articolo 1, comma 515, della legge 27 dicembre 2013, n. 147, e dell'articolo 11, comma 8, del decreto-legge 24 giugno 2014, n. 91, convertito con modificazioni dalla legge 11 agosto 2014, n. 116, è stato concordato che le funzioni gestionali e i relativi oneri finanziari sono trasferiti dallo Stato alle due province autonome di Trento e Bolzano e alla regione Lombardia. Tale attribuzione acquisterà efficacia con l'entrata in vigore delle norme di attuazione dello Statuto per il Trentino-Alto Adige e del relativo atto legislativo di recepimento per la regione Lombardia.
  La configurazione unitaria del parco nazionale sarà assicurata attraverso la previsione di un unico piano e regolamento del parco, predisposto dalle due province e dalla regione per la parte di rispettiva competenza territoriale, sulla base dei principi della legge quadro delle aree protette del 6 dicembre 1991 n. 394 e degli indirizzi e linee guida formulati da un comitato di indirizzo e coordinamento. Su tali documenti il Ministero dell'ambiente si è riservato, ai fini dell'approvazione, un parere vincolante.
  In proposito si informa che le linee guida per la redazione del piano e regolamento del parco nazionale dello Stelvio sono state approvate dal predetto comitato di coordinamento e di indirizzo nella seduta del 19 gennaio 2017 e che è stata avviata la predisposizione dei detti documenti da parte della regione Lombardia e delle province autonome di Trento e Bolzano da sottoporre, ai fini dell'approvazione, anche al parere vincolante del Ministero dell'ambiente.
  Allo stesso comitato, cui fanno parte anche rappresentanti dei comuni del parco e delle associazioni di protezione ambientale, compete la formulazione di indirizzi e linee guida per la ricerca scientifica, la biodiversità, la didattica, la comunicazione, il potenziamento del rapporto con la rete internazionale dei parchi, la valorizzazione del capitale naturale, culturale e la promozione del turismo sostenibile.
  Alla luce delle informazioni esposte, si rassicura, comunque, che il Ministero dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare continuerà a svolgere le proprie attività mantenendo alto il livello di attenzione sulla questione.
  

Il Ministro dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare: Gian Luca Galletti.


   FRATOIANNI, PANNARALE, DURANTI, MATARRELLI e SANNICANDRO. — Al Ministro dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare, al Ministro dell'interno, al Ministro della giustizia. — Per sapere – premesso che:

   le dichiarazioni rese dal collaboratore di giustizia, Carmine Schiavone, davanti alla «Commissione Parlamentare d'inchiesta sul ciclo dei rifiuti» e riportate nel verbale di audizione del 7 ottobre 1997, disegnano un quadro spaventoso di quanto accaduto negli anni ’90 in Italia rispetto alla gestione del traffico illecito di rifiuti ad opera delle organizzazioni criminali. All'interno delle dichiarazioni rese da Schiavone alla Commissione, ce n'è una che riguarda l'utilizzo del territorio pugliese: «...parlavamo spesso di Puglia, c'erano discariche nelle quali si scaricavano sostanze che venivano da fuori, in base ai discorsi che facevamo negli anni fino al 1990-1991...». Schiavone parla di Salento, ma dichiara pure di aver sentito parlare delle province di Bari e Foggia, quali luoghi utilizzati per lo sversamento e l'occultamento di rifiuti altamente pericolosi;

   il traffico illecito, sempre secondo le rivelazioni del collaboratore di giustizia, riguardava sostanze tossiche, fanghi industriali, rifiuti di lavorazione, rifiuti radioattivi e altre sostanze ad elevatissimo potenziale inquinante, capaci di determinare conseguenze mortali sulle popolazioni dei territori interessati;

   il collaboratore di giustizia, Silvano Galati, ex esponente dell'organizzazione mafiosa «Sacra Corona Unita», nel 2005 ha rivelato agli inquirenti che nelle campagne del comune di Casarano (Lecce) sono stati sepolti rifiuti tossici. Si consideri, che la zona del casaranese è fortemente interessata dalla presenza di colture, in particolare oliveti e vitigni, che caratterizzano un'economia locale prevalentemente agricola;

   le rivelazioni, nonostante siano state rese circa vent'anni fa, inquietano e preoccupano a tutt'oggi perché, se comprovate da fatti concreti, raccontano di un'ecomafia locale che avrebbe messo in serio pericolo la vita di tante comunità pugliesi. Pertanto, è necessario procedere alla precisa ricostruzione dei fatti, ad una verifica puntuale e scrupolosa delle fonti, e verificare la presenza sul territorio pugliese dei siti inquinati da sostanze altamente pericolose e cangerogene. Successivamente, si dovrà procedere alla valutazione del grado di tossicità dei siti inquinati e alla bonifica dei luoghi contaminati –:

   se i Ministri interrogati siano a conoscenza dei fatti suddescritti;

   se non si ritenga necessario avviare un'azione di accertamento sul territorio pugliese per verificare, luoghi e dimensione dello smaltimento illecito di rifiuti pericolosi e cancerogeni;

   se all'epoca siano stati informati i prefetti competenti e i vertici della polizia di Stato dei fatti ricordati in premessa.
(4-02426)

  Risposta. — Con riferimento all'interrogazione in esame, relativa ad un possibile occultamento di rifiuti pericolosi in alcuni territori del Salento, nella provincia di Foggia e di Bari, e all'avvio di possibili azioni di accertamento per verificare luoghi e dimensione dello smaltimento illecito di rifiuti, sulla base delle informazioni acquisite, si rappresenta quanto segue.
  L'Arpa Puglia ha comunicato che il procedimento volto all'individuazione di aree oggetto di smaltimento illecito di rifiuti mediante interramento degli stessi è stato oggetto di specifica attività da parte della procura di Lecce che si è avvalsa, per le fasi di campionamento e successive determinazioni analitiche, della collaborazione della medesima agenzia regionale. In particolare, l'Arpa Puglia – dipartimento ambientale provinciale Lecce è stata coinvolta nei procedimenti di bonifica dei seguenti siti:

   Ex discarica comunale di Rsu – Salve loc. «Spiggiani»;

   Ex distributore di carburanti Apisem spa R&G Semeraro – LECCE via Taranto;

   Ex discarica comunale di Rsu – Alesanno loc. «Le Mattine»;

   Ex inceneritore Saspi – LECCE.

  Per ciascuno dei quattro siti l'Arpa ha predisposto una relazione dove viene riportata la descrizione delle caratteristiche del sito, l’iter del procedimento amministrativo, lo stato di contaminazione riscontrato nonché le misure di dettaglio che hanno visto il coinvolgimento dell'agenzia.
  La procura generale di Lecce ha, inoltre, evidenziato che la necessità di un più approfondito rilievo del territorio in relazione alla problematica, di grande allarme per l'opinione pubblica locale, relativa all'ipotesi di sotterramento di rifiuti pericolosi, ha indotto l'ufficio requirente ad utilizzare nuovi sistemi integrati di controllo, aereo e terrestre, pur senza tralasciare le tradizionali attività di indagine.
  È stato, pertanto, utilizzato il sistema di telerilevamento aereo del gruppo di esplorazione aeromarittima della guardia di finanza di Pratica di Mare, dotato di apparecchiature per rilievi aerei iperspettrali e termici.
  Gli accertamenti sono stati svolti in maniera coordinata dalla guardia di finanza, dal comando generale e territoriale dell'allora corpo forestale, dai carabinieri del Noe e dalla relativa sezione aerea. I dati ricavati sono stati elaborati con la collaborazione di istituti universitari.
  L'indagine si è sviluppata con interventi coordinati delle varie forze di polizia finalizzati ai riscontri, con acquisizione di documenti e conoscenza diretta del territorio. Questo ha consentito di circoscrivere gli accertamenti ad un limitato numero di siti, sui quali le anomalie spettrali indicate dal telerilevamento rendevano necessario un controllo specifico, anche con applicazione di georadar.
  Si è provveduto, all'inizio del 2015, ad eseguire le ispezioni dei luoghi anche con i mezzi messi a disposizione dai vigili del fuoco per lo scavo, finalizzato ad eventuale individuazione di rifiuti interrati.
  Come già detto, alle operazioni ha presenziato, altresì, personale di Arpa Puglia per i campionamenti finalizzati alle successive analisi.
  Nonostante l'accuratezza dei rilievi, le misurazioni hanno escluso la presenza di radioattività e le analisi dettagliatamente eseguite da Arpa dei campioni di terreno non hanno indicato alcuna anomalia, nelle zone oggetto di specifica indicazione da parte del collaboratore di giustizia Silvano Galati. Conseguentemente, limitatamente ai siti oggetto di ispezione, si è chiesta l'archiviazione nei confronti dei proprietari degli stessi.
  Infine, la procura generale di Lecce ribadisce che la problematica dei rifiuti interrati è tutt'ora attuale e molto ampia, come emerge in numerosi altri giudizi, alcuni relativi ad interramenti di origine remota, per i quali è stata sollecitata l'attivazione delle autorità amministrative per le attività di rilevamento e di bonifica.
  Con nota del 15 febbraio 2017, la procura della repubblica di Bari – direzione distrettuale antimafia ha riferito che, per quanto attiene alle dichiarazioni rese dal collaboratore di giustizia Carmine Schiavone, un significativo riscontro può essere rinvenuto nell'ambito del procedimento penale n. 7287/13 (cosiddetta operazione «
Black Land»), ove si è accertato che uno dei trasportatori facenti parte dell'organizzazione dedita al traffico dei rifiuti figurava nella lista fornita dal predetto collaboratore di giustizia alla commissione parlamentare sul ciclo dei rifiuti negli anni novanta.
  L'indagine, caratterizzata da complesse attività di intercettazione, videoriprese, servizi di osservazione, ispezioni, accertamenti dello stato dei luoghi, consulenze ambientali, ha consentito di focalizzare e smantellare un traffico illecito di oltre 300.000 tonnellate di rifiuti speciali che interessava le regioni della Puglia (area foggiana), Campania (area salernitana) e Basilicata (area potentina).
  Nell'occasione sono stati accertati i rapporti tra la criminalità organizzata campana della Valle del Sele e quella foggiana.
  Le richieste di misure cautelari personali e reali sono state integralmente accolte dal giudice per le indagini preliminari e confermate dal tribunale del riesame. Vi sono stati sequestri nei confronti di persone fisiche e giuridiche, per beni aventi un valore complessivo di circa 10 milioni di euro.
  Il 17 dicembre 2014, innanzi al giudice delle udienze preliminari del tribunale di Bari, si è concluso il giudizio abbreviato relativo all'operazione «
Black Land», in cui sono state definite la maggior parte delle posizioni processuali nei cui confronti era stata esercitata azione penale. Le richieste del pubblico ministero sono state integralmente accolte con condanne e confische patrimoniali.
  Il giudizio dibattimentale pende, attualmente, per le residue posizioni innanzi al tribunale di Foggia.
  La procura di Bari riferisce, inoltre, che nell'ambito di un altro fascicolo relativo al traffico illecito di rifiuti dalla Campania verso la Puglia, ha proceduto all'assunzione di informazioni da alcuni collaboratori di giustizia campani.
  Sempre secondo quanto riferito dalla procura generale di Lecce, può ritenersi confermata, grazie anche all'attività svolta dal comando provinciale del Cfs (ora gruppo carabinieri forestale di Bari), l'esistenza di traffici di rifiuti diretti verso la Puglia e verso cave ubicate nella provincia barese, che tuttavia risalirebbero a periodi collocabili tra la fine degli anni ’80 e la metà degli anni ’90, con alcuni casi riferibili anche agli inizi del 2000.
  Tali rivelazioni hanno assunto una rilevanza investigativa utile alla comprensione della dinamica generale del fenomeno, benché riferite ad eventi criminosi prescritti.
  Si è svolta, inoltre, sempre nell'ambito del medesimo procedimento, un'ampia attività di indagine sul territorio, finalizzata a riscontrare ogni segnalazione di interramenti di rifiuti utile a fornire riscontro alle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia.
  Ciò ha consentito di riportare alla luce diverse quantità di rifiuti interrati, con consequenziali verifiche dello stato dei luoghi, effettuate anche mediante caratterizzazione, per riscontrare l'eventuale configurazione del danno all'ambiente e connesse responsabilità. Le tipologie di rifiuti ritrovate sono molteplici (cumuli di materiali contenenti amianto, rifiuti da demolizione, miscele bituminose, pneumatici fuori uso, rifiuti urbani, scarti di lavorazioni industriali-concerie, batterie per autovetture, catrame di carbone, cemento e mattoni, materiale ferroso, pezzi di camion rottamati, filtri, carcasse di ovini e caprini, cumuli di letame).
  L'attività svolta ha consentito di acquisire elementi, segnalati alle pubbliche amministrazioni competenti, per l'avvio delle iniziative previste in caso di abbandono di rifiuti o di siti contaminati.
  Alla luce delle informazioni esposte, si evince, pertanto, che su questi temi non è mai mancata, fin dal primo giorno, la grande determinazione del Governo. La consapevolezza delle difficoltà, dei ritardi da colmare, dei danni enormi che ha determinato per troppo tempo l'assenza di una vera cultura ambientale, non ci ha fatto perdere la speranza di invertire finalmente la rotta, di affrontare con fiducia e spinta propulsiva quell'enorme sfida morale, oltre che di sviluppo, rappresentata dalla tutela e dalla valorizzazione del nostro patrimonio ambientale. È evidente che non si può, in alcun modo, abbassare la guardia rispetto ad un fenomeno criminoso che provoca danni all'ambiente e alla salute e rappresenta, per la criminalità organizzata, una fonte di enormi introiti illeciti.
  In ogni caso, per quanto di competenza, questo Ministero continuerà a monitorare le attività in corso nonché a svolgere un'attività di sollecito nei confronti di tutti i soggetti istituzionali interessati e coinvolti, anche al fine di valutare un eventuale coinvolgimento di altri soggetti istituzionali.
  

Il Ministro dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare: Gian Luca Galletti.


   FRUSONE, PETRAROLI e CHIMIENTI. — Al Ministro delle infrastrutture e dei trasporti. — Per sapere – premesso che:

   in data 7 febbraio 2017 il direttore generale del Ministero delle infrastrutture e dei trasporti Coletta, invia una lettera indirizzata a tutte le società concessionarie, in cui scrive «(...) facendo seguito a numerose segnalazioni, pervenute da parte dell'utenza autostradale e relative alla mancata assistenza presso alcune barriere di esazione, si ribadisce la necessità di prevedere per ogni stazione un presidio fisico h24 finalizzato a garantire all'utenza autostradale un'assistenza immediata nei casi di cattivo funzionamento dei sistemi o in qualsiasi altra ipotesi in cui il cliente si trovi in difficoltà»;

   da quanto riportato da fonti di stampa, in data 28 marzo 2017 durante un incontro con le sigle sindacali, il Ministero delle infrastrutture e dei trasporti ribadisce l'importanza e l'obbligatorietà del presidio fisico h24 ai caselli autostradali per garantirne la sicurezza;

   in data 18 aprile 2017 è stato indetto uno sciopero nazionale di tutti i dipendenti delle società concessionarie autostradali, indetto da Filt Cgil, Cisl Reti, Uiltrasporti, Sla Cisal e Ugl. La vertenza, come spiegato dai sindacati, è stata incentrata sul presidio fisico 24 ore su 24 di tutti i caselli autostradali. Le sigle dichiarano che alcune società autostradali non assicurano tale presidio in alcuni caselli;

   secondo quanto riportato dal comunicato diffuso a seguito dello sciopero, sarebbe in particolare, la società Strada dei Parchi, ad avere un atteggiamento non conforme alle linee dettate dallo stesso Ministero, la quale avrebbe installato, a giudizio degli interroganti con modalità di dubbia legittimità, sulle porte manuali, un sistema di rilevamento automatico delle targhe, al fine di riscuotere successivamente il pedaggio;

   in data 14 aprile 2017 viene riportato sul sito della suddetta società di concessione «Un nuovo sistema rilevazione targhe installato su tutti i caselli consentirà di pagare alle Poste (...). La concessionaria Strada dei Parchi informa di aver completato l'installazione del SART (Sistema Automatico Rilevamento Targhe) su tutte le porte di esazione riservate al pagamento in contanti nei 28 caselli delle autostrade A24 e A25»;

   da quanto riportato anche nell'ultimo comunicato sindacale sarebbe attualmente pendente un ricorso innanzi al Consiglio di Stato promosso dalla stessa direzione generale per la sorveglianza sulle concessionarie autostradali del Ministero delle infrastrutture e dei trasporti contro la società Strada dei Parchi –:

   quali iniziative il Ministro interrogato intenda assumere per far fronte alla grave situazione venutasi a creare con alcune società concessionarie, in particolar modo con la società Strada dei Parchi;

   se non ritenga urgente e necessario assumere iniziative, per quanto di competenza, per la sospensione del sistema «SART», attivato dalla società Strada dei Parchi, che sarebbe, di fatto, in contrasto con le disposizioni impartite finora dalla stessa direzione generale del Ministero delle infrastrutture e dei trasporti.
(4-16609)

  Risposta. — Con riferimento all'atto di sindacato ispettivo in esame, si forniscono i seguenti elementi di risposta sulla base delle informazioni pervenute dalla direzione generale per la vigilanza sulle concessioni autostradali.
  In merito alla questione del presidio dei caselli di esazione lungo le autostrade in concessione ed in particolare lungo le autostrade A24 e A25, affidate in concessione alla società Strada dei parchi, si rappresenta che questo Ministero ha disposto che in tutti i caselli fosse garantito un presidio fisso h24 che, anche in presenza di casse automatiche, garantisse l'assistenza all'utenza.
  La società Strada dei parchi ha ottenuto l'annullamento di tale disposizione dal Tar Lazio e attualmente è in corso il ricorso presso il Consiglio di Stato.
  Pertanto, attualmente, lungo le autostrade A24 e A25, tutti i caselli risultano presidiati h24 ad eccezione di 4 caselli ubicati nel tratto montano, il cui presidio è garantito con un operatore ogni due caselli.
  Modifiche all'attuale organizzazione potranno essere previste solo a seguito dell'emissione della sentenza del Consiglio di Stato.
  Infine, relativamente al sistema Sart (sistema automatico rilevamento targhe) si fa presente che lo stesso non costituisce metodo autorizzato per l'esazione dei pedaggi ma è stato realizzato dalla società concessionaria al fine di tutelarsi in sede di recupero dei mancati pagamenti di pedaggio da parte di automobilisti che attraversano le stazioni senza rispettare le prescrizioni ivi impartite, sia in presenza di esattori che in caso di pagamento automatico.

Il Viceministro delle infrastrutture e dei trasporti: Riccardo Nencini.


   GADDA, REALACCI, MARIANI, MORETTO, VAZIO, FAMIGLIETTI, PARRINI, ASCANI, ROTTA, IORI, DALLAI, MORANI, DONATI, MARCO DI MAIO, MANFREDI, ERMINI, GALPERTI, VENITTELLI. — Al Ministro dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare. — Per sapere – premesso che:

   le tecnologie della climatizzazione e della refrigerazione fanno affidamento sui cosiddetti gas refrigeranti Hfc introdotti con l'adozione del protocollo di Montréal del 1987, in sostituzione dei clorofluorocarburi, principali responsabili della distruzione dello strato di ozono;

   questi gas, a causa anche del massiccio e talvolta indiscriminato uso che se ne è fatto, sono da definirsi assolutamente perniciosi nelle loro formulazioni chimiche e sintetiche attuali. Inoltre, è stato constatato che gli Hfc, pur non essendo sostanze ozono-lesive, sono potenti gas serra che possono avere un impatto sul cambiamento climatico migliaia di volte maggiore rispetto all'anidride carbonica;

   con l'Accordo di Kigali, gli Stati si sono impegnati a ridurre la produzione e il consumo di Hfc di oltre l'80 per cento nel corso dei prossimi trenta anni. Tale programma di riduzione era già stato adottato dall'Unione europea con il regolamento (UE) 517/2014 (cosiddetto F-gas), che ha abrogato e sostituito il precedente regolamento (UE) 842/06;

   ad oggi in Italia non esiste ancora il decreto di attuazione di tale regolamento europeo, nonostante il termine fissato agli Stati membri fosse il 31 dicembre 2016. A causa di questo ritardo, la Commissione europea ha dato avvio anche ad una procedura di pre-infrazione nei confronti del nostro Paese (EU PILOT 9154/2017);

   in assenza di questo strumento e del decreto sanzionatorio che dovrà essere emanato successivamente, gli operatori del settore segnalano molteplici problemi soprattutto di interpretazione che rendono impossibile dare seguito alle nuove regole europee;

   le associazioni delle imprese produttrici – molte delle quali eccellenze mondiali – esprimono, in particolare, preoccupazione per le questioni di carattere ambientale e di sicurezza che derivano dall'assenza di un quadro normativo nazionale certo, che consenta di chiarire le competenze e di predisporre una sana pianificazione aziendale;

   agli interroganti risulta che, con la collaborazione delle associazioni di categoria e ambientaliste, è stato predisposto dal Ministero dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare uno schema di decreto attuativo contenente le nuove disposizioni, ma che ad oggi tale schema non sia stato ancora approvato dal Consiglio dei ministri;

   si ricorda che, solo dopo l'adozione di questo primo decreto, sarà possibile elaborare quello con lo schema sanzionatorio, particolarmente delicato per la questione dei controlli e del rispetto degli obblighi comunitari;

   oltre a questa condizione di attesa, si fa presente che le imprese produttrici sono messe sotto pressione anche da un secondo ostacolo irrisolto: i prodotti refrigeranti, infatti, sono uno dei pochi rifiuti speciali e pericolosi non ancora dotati di una gestione dei costi ambientali di trattamento e smaltimento –:

   quali tempi il Governo ipotizzi siano necessari affinché si arrivi all'adozione del decreto di cui in premessa e quali tempi e modalità preveda per la stesura e l'adozione del decreto recante la disciplina delle violazioni;

   se il Ministro intenda attivare un tavolo tecnico e di confronto che coinvolga le associazioni del settore affinché si possa gestire in maniera ottimale il trattenimento e lo smaltimento dei rifiuti nella filiera e, al contempo, ridurne i costi particolarmente elevati per gli operatori.
(4-18093)

  Risposta. — Con riferimento all'interrogazione in esame, sulla base degli elementi acquisiti dalle competenti Direzioni generali del Ministero dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare, si rappresenta quanto segue.
  Nel 1985 la comunità internazionale, rispondendo alle preoccupazioni della comunità scientifica, ha siglato la «Convenzione di Vienna per la protezione della fascia dell'ozono». L'obiettivo principale del trattato è di proteggere la salute umana e l'ambiente dagli effetti dannosi che derivano o possono derivare dalle attività umane che modificano lo strato di ozono. In attuazione della Convenzione di Vienna, nel 1987 è stato firmato il Protocollo di Montreal che disciplina le modalità per la riduzione della produzione e del consumo delle sostanze pericolose per la fascia di ozono stratosferico al fine della loro completa eliminazione.
  Le sostanze ozono lesive disciplinate dal Protocollo di Montreal sono: clorofluorocarburi (Cfc), halon, tetracloruro di carbonio (Ctc), tricloroetano (Tca), bromuro di metile (MB), idrobromofluorocarburi (Hbfc), idroclorofluorocarburi (Hcfc) e bromoclorometano (Bcm).
  Le sostanze ozono lesive sono state impiegate per gli usi più disparati. In particolare, nel corso degli anni ’80, i Cfc sono stati utilizzati nel settore della refrigerazione (frigoriferi, congelatori, condizionatori d'aria sia negli edifici che negli autoveicoli, e altro), in quello delle schiume poliuretaniche come agenti espandenti (pannelli isolanti, schiume spray, imbottiture di sedili per auto, e altro), come propellenti per qualsiasi prodotto spray (bombolette, inalatori per asmatici e altro), e come agenti pulenti o solventi (soprattutto nell'elettronica di alta precisione, nel settore aeronautico, spaziale, informatico e altro). Tali sostanze sono state poi successivamente rimpiazzate, in quasi tutti gli usi esistenti, dagli Hcfc. Gli Hcfc sono delle molecole con proprietà simili, e quindi buoni sostituti dei Cfc, ma con un più basso potenziale di distruzione dell'ozono (
ozone depletion potential o Odp). Tuttavia non sono totalmente innocue per l'ozono ed è per questo che anche gli Hcfc sono stati inseriti in un programma di riduzione graduale di utilizzo che conduca alla sospensione della loro produzione entro la fine del 2019.
  Sin dagli inizi degli anni ’90, in sostituzione degli Hcfc, sono stati introdotti gli idrofluorocarburi (Hfc) che non contribuiscono alla riduzione dello strato di ozono stratosferico e al tempo stesso presentano buone proprietà di non infiammabilità e di tossicità molto bassa.
  Gli Hfc, pur non avendo alcun impatto sullo strato di ozono, presentano tuttavia un elevato potenziale di riscaldamento globale (
Global warming potential o Gwp) ovvero la capacità di assorbire la radiazione termica irradiata dalla superficie terrestre intrappolando il calore tra la superficie stessa e la troposfera. Il risultato di questo meccanismo è un generale e diffuso surriscaldamento della Terra, il cosiddetto «effetto serra». Il Protocollo di Kyoto, sottoscritto nel dicembre 1997 da più di 160 Paesi ed entrato in vigore il 16 febbraio 2005 dopo la ratifica anche da parte della Russia, ha riconosciuto le capacità di riscaldamento globale dei gas fluorurati (F-gas) e li ha inclusi nell'elenco dei gas serra al fine di controllarne le emissioni in atmosfera.
  Al fine di prevenire e minimizzare le emissioni di F-Gas e adempiere agli obblighi derivanti dal protocollo di Kyoto, il 17 maggio 2006 il Parlamento europeo e il Consiglio hanno adottato il regolamento (CE) n. 842/2006 su taluni gas fluorurati ad effetto serra. Tale regolamento è stato poi abrogato il 20 maggio 2014 con la pubblicazione del regolamento (UE) n. 517/2014 del Parlamento europeo e del Consiglio del 16 aprile 2014 sui gas fluorurati a effetto serra. Rispetto al Regolamento (CE) n. 842/2006, il regolamento (UE) n. 517/2014, mantiene l'obiettivo di protezione dell'ambiente rafforzando e introducendo specifiche disposizioni volte alla riduzione delle emissioni dei gas fluorurati a effetto serra (F-gas). In particolare, le seguenti disposizioni vengono estese a nuovi soggetti e apparecchiature e prodotti:

   controllo delle perdite di F-gas (articoli 4 e 5);

   obblighi di recupero di F-gas (articolo 8);

   obblighi di certificazione delle persone e delle imprese (articolo 10);

   controllo dell'uso di F-gas (articolo 13).

  Inoltre, il Regolamento introduce:

   ulteriori restrizioni relative all'immissione in commercio di determinati prodotti e apparecchiature (articolo 11 e allegato III);

   specifiche disposizioni in materia di apparecchiature precaricate con Hfc (articolo 14);

   riduzione della quantità di Hfc immessa in commercio (meccanismo di assegnazione di quote di Hfc-phase-down) (articoli 15, 16, 17 e 18).

  Durante la XXVIII riunione delle Parti del Protocollo di Montreal, tenutasi a Kigali (Ruanda) dal 10 al 15 ottobre 2016, le parti hanno approvato l'emendamento XXVIII/1 al testo del Protocollo relativo alla riduzione di quegli idrofluorocarburi (Hfc) elencati in uno specifico allegato all'emendamento. L'adozione di tale emendamento nasce dalla necessità di affrontare il tema dell'impatto sul clima derivante dall'introduzione degli Hfc come principali sostituti degli Hcfc, soprattutto nei settori della refrigerazione e del condizionamento d'aria. Gli Hfc, infatti, non hanno un impatto sullo strato di ozono stratosferico, ma alcuni di loro hanno un elevato potenziale di riscaldamento globale (Gwp) e, quindi, un forte impatto sul clima.
  L'emendamento adottato divide i Paesi in tre gruppi in funzione della data rispetto alla quale devono congelare la produzione e il consumo di Hfc. Gli impegni di riduzione partiranno nel 2019 per i Paesi sviluppati (Paesi A2), con delle deroghe per Bielorussia, Federazione Russa, Kazakistan, Tagikistan e Uzbekistan; gran parte dei Paesi in via di sviluppo, tra i quali Cina, Brasile e Sud Africa (Paesi A5 Gruppo 1), dovranno congelare (e dunque impedire che aumenti) il consumo e la produzione di Hfc nel 2024; una terza fascia di Paesi, tra i quali l'India e i Paesi del Golfo (Paesi A5 Gruppo 2), dovrà congelare il consumo e la produzione di Hfc nel 2028. Alla fine delle varie fasi di riduzione, tutti i Paesi sono tenuti a consumare e produrre non più del 15-20 rispetto alle loro rispettive quote base al 2036 per i Paesi sviluppati, al 2045 per i Paesi in via di sviluppo Gruppo 1 e al 2047 per Paesi in via di sviluppo del Gruppo 2.
  La normativa nazionale attualmente vigente in materia di gas fluorurati è costituita dal decreto del Presidente della Repubblica 27 gennaio 2012, n. 43 recante attuazione del regolamento (CE) n. 842/2006 e il decreto legislativo 5 marzo 2013, n. 26 che disciplina il regime sanzionatorio per la violazione delle disposizioni di cui al regolamento (CE) n. 842/2006 su taluni gas fluorurati ad effetto serra.
  Al fine di dare attuazione alle nuove disposizioni introdotte dal Regolamento (UE) n. 517/2014 ed in particolare dall'articolo 10, paragrafo 10 del Regolamento (UE) n. 517/2014, si è reso necessario predisporre uno schema di decreto che modifica e supera, abrogandole, le attuali disposizioni in materia di cui al decreto del Presidente della Repubblica n. 43 del 2012.
  Il Ministero dell'ambiente ha avviato l’
iter di adozione del decreto di recepimento della normativa in materia di gas fluorurati ad effetto serra. Tale decreto è ora all'esame del dipartimento per gli affari giuridici e legislativi della Presidenza del Consiglio dei ministri e si auspica possa essere definitivamente approvato entro la metà del 2018.
  Lo schema di decreto è stato predisposto dalla competente Direzione generale del Ministero dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare previa consultazione con i principali enti/amministrazioni e le associazioni di settore ambientaliste.
  Il Ministero dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare, ha inoltre già da tempo avviato un dialogo con le associazioni di settore al fine di affrontare il tema della gestione «ottimale» dei gas fluorurati a effetto serra. In particolare sono stati svolti diversi incontri con i produttori, gli importatori e gli esportatori di tali sostanze nonché con le associazioni di settore (produttori/costruttori di apparecchiature, manutentori,...) e le associazioni ambientaliste per vagliare le diverse proposte per la gestione del gas durante il ciclo di vita delle apparecchiature coinvolte.
  In merito allo smaltimento dei gas refrigeranti si segnala altresì che il 22 giugno 2017 il Ministro dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare ha sottoscritto, ai sensi dell'articolo 206 del decreto legislativo 3 aprile 2006, n. 152, un accordo di programma con la società
Hudson Technologies Europe s.r.l. per la corretta gestione dei gas refrigeranti ed estinguenti.
  L'accordo di programma si prefigge di aumentare nel nostro Paese il livello di raccolta e recupero dei gas refrigeranti ed estinguenti divenuti rifiuti. A tale scopo, l'accordo propone l'attivazione di una filiera di raccolta e rigenerazione dei gas refrigeranti ed estinguenti, che si rivolgerà soprattutto ai piccoli manutentori di impianti dai quali oggi deriva la maggior parte dei rifiuti prodotti. Mediante il suddetto l'accordo di programma si è stabilito un chiaro ed uniforme sistema di adempimenti che permetteranno di raggiungere il maggior vantaggio ambientale garantendo e mantenendo la massima tutela della normativa ambientale e di settore.
  È evidente che, nel rispetto del principio della concorrenza, tale accordo potrà essere replicato in seguito ad eventuali istanze di altri soggetti interessati a porre in essere sistemi di raccolta e rigenerazione analoghi.
  Quanto riferito testimonia che le problematiche rappresentate dagli interroganti sono tenute in debita considerazione da parte di questo Ministero, il quale ha provveduto, e provvederà per il futuro, alle attività e valutazioni di competenza in materia con il massimo grado di attenzione, e a svolgere un'attività di monitoraggio ed impulso.

Il Ministro dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare: Gian Luca Galletti.


   GASPARINI, CINZIA MARIA FONTANA, CASATI, MAURI e COVA. — Al Ministro delle infrastrutture e dei trasporti, al Ministro dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare. — Per sapere – premesso che:

   l'aeroporto Milano-Bresso «Franco Bordoni Bisleri» è collocato in una delle aree più popolose della città metropolitana di Milano, e all'interno del più grande parco pubblico d'Europa: il Parco nord;

   il Parco nord è una realtà voluta dai cittadini che si sono impegnati per la sua realizzazione e sono partecipi alla gestione. Per anni si sono battuti per la ricollocazione dell'aeroporto, considerandolo incompatibile con la presenza del Parco e lo hanno infine accettato con le limitazioni previste dall'accordo siglato nel 2007;

   l'aeroporto opera sotto la giurisdizione della direzione aeroportuale Lombardia dell'Ente nazionale per l'aviazione civile (Enac);

   l'Ente nazionale per l'aviazione civile disciplina la circolazione attraverso proprie ordinanze e, nello specifico con l'ordinanza n. 3 del 2011 del 15 novembre 2015, alla quale si è di recente succeduta l'ordinanza n. 7 del 2016 del 15 giugno 2016, in vigore dal 10 luglio 2016;

   il regolamento di scalo del 2011 costituiva il punto di caduta degli accordi intercorsi con il protocollo d'intesa del 31 luglio 2007, sottoscritto dalla Presidenza del Consiglio dei ministri, Ministero delle infrastrutture e dei trasporti, regione Lombardia, provincia di Milano, Consorzio Parco nord Milano, comuni di Bresso, Cinisello Balsamo e Milano: detto protocollo, aveva costituito soluzione di mediazione sul tema dell'incompatibilità dell'aeroporto con il polmone verde di Parco nord;

   in particolare, l'articolo 2 del protocollo 2007 escludeva opere o interventi che potessero configurare un potenziamento della capacità di traffico;

   il regolamento di scalo n. 1 del 15 dicembre 2011, infatti, individuava quali soggetti operanti all'interno dell'aeroporto: Aero Club Milano, Elite Aviation, A.o.p.a. (Aircraft owners and pilots association) Italia e Cap (club aviazione popolare);

   tale tipologia di operatori configura l'aeroporto come scuola piloti o infrastruttura per piccoli aerei da turismo (traffico consentito vfr — volo a vista);

   il nuovo regolamento adottato da Ente nazionale per l'aviazione civile in vigore dal 10 luglio del 2016, tradisce, a giudizio degli interroganti, lo spirito ed il dettato del protocollo del 2011, ampliando operatività dello scalo al traffico comunitario civile di aviazione generale e di aerotaxi, senza limitazione per il numero di posti e voli;

   poco prima dell'adozione del regolamento di scalo n. 7 del 2016 (datato 15 giugno) il prefetto di Milano ha rilevato inadeguate misure di sicurezza dell'aeroporto e con decreto del 22 marzo 2016 ha regolato le attività di volo dello scalo per garantire la sicurezza pubblica, in costanza di un'utilizzazione della infrastruttura per tipologia di traffico diversa da quella in esercizio dal 1° luglio 2016;

   la diversa destinazione di utilizzo tradisce gli accordi a suo tempo intercorsi e costituisce una modifica tanto più grave se si considera che il comune di Bresso e quelli limitrofi hanno una popolazione tra le più dense d'Italia (Bresso 7.765 abitanti per chilometro quadrato, Sesto San Giovanni 6.975 abitanti per chilometro quadrato, Cinisello Balsamo 5.900 abitanti per chilometro quadrato);

   la diversa destinazione di traffico non avrebbe dovuto prescindere da una verifica dei livelli di inquinamento acustico ed ambientale e del deterioramento della qualità della vita degli insediamenti urbani limitrofi, che risulta agli interroganti totalmente omessa dal nuovo regolamento dell'Enac;

   il consiglio comunale di Bresso alla presenza di rappresentanti dell'Enac il 25 maggio 2016, ha votato all'unanimità il mandato al sindaco per farsi promotore presso il Ministero delle infrastrutture e dei trasporti, il prefetto di Milano e l'Enac, affinché l'aeroporto di Bresso rimanga una scuola per piloti e uno spazio per piccoli aerei da turismo, evidenziando la preoccupazione delle popolazioni dei comuni limitrofi all'aeroporto «per la presenza di una pista di atterraggio di dimensioni ridotte e di un sistema di sicurezza e antincendio non adatto a voli di dimensioni elevate»;

   a seguito dell'ordine del giorno del comune di Bresso e del comune di Cinisello Balsamo, il prefetto di Milano ha convocato un tavolo di confronto per ricercare una soluzione condivisa e coerente con gli accordi sottoscritti, tavolo che si è dotato di una struttura tecnica che ad oggi non ha ancora consegnato il proprio parere;

   in data 31 maggio 2017, l'Agenzia del demanio, con comunicazione, prot.N.2017/7239/DRL-STM1, dava riscontro alla richiesta della prefettura in merito alle procedure di demanializzazione delle aree da destinare al nuovo sedime aeroportuale ed evidenziava che non aveva titolo per affidare a terzi soggetti concessionari la gestione dello scalo, confermando quindi che le concessioni ad una molteplicità di soggetti, tra i quali la società Sky Service, fossero irregolari;

   decaduta la concessione Sky Service ed altre, nonostante le dichiarazioni dell'Agenzia del demanio, il 6 novembre 2017, l'ENAC ha avviato una nuova procedura per l'affidamento in concessione dell'aeroporto, nel cui disciplinare d'offerta si richiedono «Strategie societarie finalizzate allo sviluppo dell'attività di volo» –:

   quali iniziative intenda assumere il Governo, per quanto di competenza, per garantire il rispetto degli impegni formalizzati nel protocollo di cui in premessa, con particolare riferimento alla recente assunzione di iniziative che avrebbero come effetto il potenziamento del traffico;

   quali iniziative di competenza il Governo intenda adottare per garantire adeguati livelli di sicurezza, salute e contrasto all'inquinamento ambientale e acustico per le popolazioni limitrofe allo scalo;

   se il Governo intenda convocare i sottoscrittori del citato protocollo d'intesa per verificarne la corretta attuazione, con particolare attenzione alla tutela della sicurezza e della salubrità ambientale, su cui si sono espresse istituzioni locali e cittadini, costituitisi in comitati a difesa del Parco nord, proprio nell'ottica di tutelare l'ambiente e la sicurezza.
(4-18892)

  Risposta. — Con riferimento all'atto di sindacato ispettivo in esame, si forniscono i seguenti elementi di risposta sulla base delle informazione pervenute dalla direzione generale per gli aeroporti ed il trasporto aereo di questo Ministero e dall'Ente nazionale per l'aviazione civile (Enac).
  L'aeroporto di Bresso rientra nel novero dei beni appartenenti al demanio aeronautico, di cui all'articolo 692 del Codice della navigazione, assegnato in uso gratuito e attualmente gestito direttamente dall'Enac, nelle more dell'individuazione di un gestore, come previsto dal regolamento Enac «Affidamento aeroporti demaniali per l'aviazione generale» – Edizione 1, Emendamento 1 del 22 dicembre 2016.
  Le strutture dell'aeroporto ospitano diversi sodalizi e società aeronautiche con finalità turistiche, aero-scolastiche e di lavoro aereo tra cui l'Aero club Milano, l'Aereo club Bresso, A.O.P.A. Italia-
Aircraft owners and pilots association, la Società élite aviation S.r.l., società Sky services S.p.A., Società Ifa S.r.l. All'interno dello scalo, in un'area appositamente dedicata, è operativo anche il servizio di elisoccorso di Areu Lombardia.
  In data 15 giugno 2016, in occasione dell'affidamento, in concessione, dei beni demaniali corrispondenti a singole porzioni delle infrastrutture aeroportuali, conseguenti all'espletamento di procedure pubbliche selettive, la Direzione aeroportuale Lombardia di Enac ha emanato, sentiti i concessionari e gli operatori presenti, un nuovo Regolamento di scalo, al fine di aggiornare le disposizioni vigenti sullo scalo – anche alla luce del mutato assetto dei concessionari – e le procedure volte ad assicurare il corretto utilizzo delle infrastrutture in esso presenti ed il mantenimento di condizioni operative idonee per le attività di volo.
  In merito alla nota problematica dell'asserita «apertura dell'aeroporto alle operazioni di volo commerciali», nel novellato Regolamento di scalo Enac non rileva alcun elemento innovativo rispetto alle precedenti disposizioni.
  I servizi di aerotaxi (più in generale di
business aviation) sugli aeroporti non certificati, quali quelli normalmente destinati all'aviazione generale (ma anche su tutte le avio ed elisuperfici registrate ed anche su aree occasionali) già da tempo sono svolti, secondo la vigente normativa nazionale ed internazionale, senza limitazioni, ad eccezione di quelle di natura tecnica ed operativa derivanti dalla compatibilità delle infrastrutture di volo con le specifiche prestazioni dei velivoli interessati.
  È quindi consentita l'effettuazione di tali servizi aerotaxi senza limitazione al numero di posti, previa verifica dalla sola compatibilità aeronautica tra aeroporto e velivolo. Sarà pertanto responsabilità dell'operatore verificare l'adeguatezza delle infrastrutture in termini di caratteristiche fisiche ed operative con le prestazioni del velivolo e con i requisiti di certificazione del velivolo e dell'operatore.
  Le limitazioni delle infrastrutture dell'aeroporto di Milano Bresso, sono indicate nel Regolamento di scalo che non ha pertanto introdotto alcun potenziamento delle attività consentite sullo scalo ma ha contribuito a precisarle. Dette limitazioni sono pubblicate in Aip Italia.
  In ordine, poi, allo stato di attuazione delle attività previste nel Protocollo di intesa del 2007 citato, tese a conciliare le esigenze dell'attività aviatoria dell'aeroporto con i limitrofi centri abitati di Bresso, Cinisello Balsamo, Sesto San Giovanni e il Parco Nord, Enac riferisce quanto segue:

   gli interventi previsti nel piano di riassetto dell'aeroporto elaborato da Enac sono stati tutti realizzati, ad eccezione della recinzione aeroportuale, il cui progetto e affidamento sono in fase di ultimazione;

   la cessione al Parco nord di aree del sedime aeroportuale non più funzionali all'attività aviatoria sono state realizzate;

   lo spostamento dell'attività di elisoccorso presente sul lato ovest del sedime (area prossima al centro abitato di Bresso) è stata portata a termine, con successiva ricollocazione e affidamento in concessione ad Areu Lombardia dell'eliporto nell'area est;

   le concessioni dei singoli beni appartenenti al demanio aeronautico in essere alla data di indizione del bando, considerata peraltro la destinazione d'uso attribuita agli stessi, non hanno riguardato né la realizzazione di opere aggiuntive, né la definizione di nuovi servizi aeroportuali, escludendo la possibilità di nuovi progetti di utilizzo dell'infrastruttura volti a modificare la destinazione d'uso dei singoli beni demaniali e dell'infrastruttura aeroportuale nel suo complesso;

   il Regolamento di scalo, di recente emanazione, non ha disatteso alcun vincolo oggetto del Protocollo d'intesa, atteso che non sono state apportate modifiche in senso estensivo all'operatività dello scalo, perseguibili peraltro esclusivamente mediante interventi di natura infrastrutturale, mai eseguiti ed estranei alle competenze della Direzione aeroportuale di Enac.

  In data 15 novembre 2017 l'Enac ha pubblicato il bando di gara per l'affidamento in concessione ventennale dell'aeroporto «Franco Bordoni Bisleri» di Bresso.
  La procedura è stata espletata ai sensi del citato regolamento Enac in coerenza con le disposizioni ed i principi – laddove applicabili – del Codice dei contratti pubblici (decreto legislativo n. 50 del 2016), nel rispetto dei principi comunitari di libera concorrenza, non discriminazione, parità di trattamento, trasparenza, proporzionalità, pubblicità, economicità, efficacia, tempestività, correttezza, nonché ai sensi della legge 7 agosto 1990 n. 241, ove applicabile.
  Le aree oggetto della concessione si limitano alle sole aree individuate dal decreto n. 101 del 29 ottobre 2003, di questo Ministero di concerto con il Ministero dell'economia e delle finanze, e assegnate in uso gratuito all'Enac, ai sensi dell'articolo 8, comma 2, del decreto legislativo n. 250 del 1997, quali beni del demanio aeroportuale – ramo trasporti – aviazione civile costituenti l'aeroporto «Franco Bordoni Bisleri» di Bresso – specificati nell'Annesso XV ed individuati con delibera adottata in data 7 marzo 2002 dall'Ufficio commissariale di cui all'articolo 8, comma 4 del citato decreto legislativo n. 250 del 1997, allegata al disciplinare di gara.
  L'affidamento in concessione ventennale ha in particolare come oggetto la conduzione, la manutenzione e l'uso dei beni facenti parte del sedime aeroportuale, nonché l'espletamento delle attività di cui allo schema di convenzione allegata alla documentazione di gara.
  L'affidatario, sotto il controllo e la vigilanza dell'Enac, dovrà:

   amministrare e gestire l'infrastruttura aeroportuale secondo criteri di trasparenza e non discriminazione;

   garantire le attività e le prestazioni richieste dalle norme vigenti in materia e dalle prescrizioni emanate dagli enti competenti.

  Il disciplinare di gara, al punto 2.3, nell'attribuire all'affidatario dello scalo l'onere di «realizzare tutte le opere di manutenzione ordinarie e straordinarie atte ad assicurare i servizi essenziali e l'operatività dello scalo nella sua interezza», non prevede la realizzazione di opere aggiuntive, né la definizione di nuovi servizi aeroportuali, volti ampliare l'attività o a modificare la destinazione d'uso dei singoli beni demaniali e dell'infrastruttura aeroportuale nel suo complesso.
  Enac riferisce altresì che al capo 2.1 concernente l'oggetto della concessione, il disciplinare di gara, richiama esplicitamente Protocollo di intesa finalizzato all'individuazione di modalità per un riassetto aeroportuale, sottoscritto in data 31 luglio 2007 dalla Presidenza del Consiglio dei ministri, dall'Agenzia del demanio, dalla provincia di Milano, dal comune di Bresso, dal comune di Cinisello Balsamo, dal Consorzio Parco nord, dal comune di Milano ed Enac ed allegato al bando di gara.
  Nel mese di dicembre 2017 si è tenuta la riunione del «tavolo tecnico» sull'aeroporto di Bresso convocato dalla Prefettura di Milano che ha sostanzialmente evidenziato l'opposizione delle amministrazioni locali alla pubblicazione del bando Enac di affidamento in concessione dell'aeroporto. Nella stessa seduta i rappresentanti delle istituzioni locali hanno annunciato la presentazione di un ricorso amministrativo.
  In relazione a tale ricorso n. 3015/2017 il 12 gennaio scorso il Tar Lombardia ha respinto la domanda di sospensione cautelare, presentata dal comune di Bresso, dal comune di Cinisello Balsamo e dal Parco nord Milano, con ordinanza n. 74/2018, ritenendo che non fosse sostenuta da adeguati profili di fondatezza.
  Resta comunque attivo, presso la prefettura di Milano, il tavolo di confronto tra i vari soggetti ed organismi interessati per la soluzione delle problematiche inerenti la gestione dell'aeroporto in argomento.
  

Il Viceministro delle infrastrutture e dei trasporti: Riccardo Nencini.


   GINOBLE. — Al Presidente del Consiglio dei ministri, al Ministro dei beni e delle attività culturali e del turismo, al Ministro dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare. — Per sapere – premesso che:

   la giunta regionale del Molise, (deliberazione della giunta regionale n. 712 del 2014 – deliberazione della giunta regionale n. 76 del 2015) ha ammesso al finanziamento pubblico la realizzazione di un «tunnel di raccordo stradale tra il porto di Termoli ed il lungomare Cristoforo Colombo», per un importo di 5.000.000 di euro, a valere su risorse comunitarie;

   il 25 giugno 2015 la giunta comunale di Termoli ha approvato il progetto preliminare per la realizzazione di tale opera, quantificandone i costi in 11.125.094 euro, di cui 5.000.000 coperti dai fondi FSC 2007-2013 e i restanti 6.125.094 a carico del comune di Termoli;

   il 27 luglio 2015, con deliberazione n. 196, la giunta comunale di Termoli ha formulato una rimodulazione dell'intervento, integrandolo con un parcheggio multipiano interrato al di sotto di piazza Sant'Antonio e Pozzo Dolce, da realizzare tramite finanza di progetto, ritenendo le due opere (tunnel e parcheggio) complementari strategiche; tale rimodulazione è stata approvata con delibera di giunta regionale n. 41 del 2015;

   il tunnel che dovrebbe collegare l'area portuale di Termoli con il lungomare nord attraverserebbe terreni ad alto rischio idrogeologico e, passando a soli due metri sotto le fondazioni della struttura medievale della Torretta Belvedere, metterebbe in pericolo la stabilità della fragili strutture del centro storico, in prossimità del castello Svevo di epoca Federiciana;

   la zona più danneggiata sarebbe però quella del cosiddetto piano Sant'Antonio: un'area attualmente degradata ma destinata a verde pubblico a pochi metri dall'arenile che costituisce una splendida terrazza naturale sul mare e sul Borgo Antico;

   fin dalla presentazione del primo progetto numerosi cittadini di Termoli si sono costituiti in Comitato referendario per promuovere un referendum consultivo previsto dallo statuto comunale – ma i quesiti sono stati bocciati – mentre altri cittadini hanno promosso una petizione popolare, raccogliendo oltre 3.000 firme in pochi giorni;

   il 16 febbraio 2017 il comitato referendario dei cittadini ha depositato tre nuovi quesiti su cui il comune non si è ancora pronunciato;

   il referendum consultivo è stato richiesto altresì in consiglio regionale del Molise attraverso una mozione votata favorevolmente da 11 consiglieri su 20;

   nella conferenza dei servizi decisoria per la «Realizzazione di un sistema integrato per la viabilità e mobilità sostenibile del Comune di Termoli», svoltasi il 10 agosto 2017, è stato formalizzato il parere negativo sul progetto della Soprintendenza ai beni paesaggistici e culturali del Molise, ribadito in sede di conferenza di servizi decisoria conclusiva del 7 novembre 2017;

   in data 10 novembre 2017 è stata pubblicata sull'Albo pretorio del comune di Termoli la determinazione conclusiva della conferenza di servizi decisoria – (n. di registro generale 2059 del 9 novembre 2017 e n. di settore 90) che risulta decisamente anomala in quanto, pur essendo a firma di un tecnico (R.U.P.), contiene quello che all'interrogante appare un attacco all'operato del comitato referendario e, soprattutto, nei confronti della Soprintendenza;

   il 16 novembre 2017 il Ministro dei beni e delle attività culturali e del turismo Franceschini, facendo proprio il parere negativo della Soprintendenza, ha firmato l'opposizione avverso la determinazione conclusiva della conferenza di servizi decisoria;

   il 7 dicembre 2017, ha avuto luogo la prima riunione presso la Presidenza del Consiglio dei ministri in merito, non essendo l'amministrazione comunale di Termoli disponibile ad accogliere il parere della Soprintendenza, non ha prodotto alcun accordo ed è stata aggiornata al 19 dicembre 2017 –:

   quali iniziative il Governo intenda intraprendere a tutela del patrimonio storico, architettonico e paesaggistico-ambientale della comunità di Termoli alla luce di quanto esposto in premessa.
(4-18885)

  Risposta. — Si riscontra l'atto di sindacato ispettivo in esame, nel quale l'interrogante, richiede al Ministero dei beni culturali quali iniziative intende intraprendere a tutela del patrimonio storico, architettonico e paesaggistico della comunità di Termoli in merito al progetto del comune di Termoli di un tunnel che dovrebbe collegare l'area portuale con il lungomare nord.
  Occorre premettere che questo Ministero segue, attraverso i propri uffici territoriali, con attenzione e da diversi anni, questo progetto e che gli elementi sono stati forniti dalla competente Soprintendenza archeologia, belle arti e paesaggio del Molise.
  Come correttamente rammentato dall'interrogante, il comune di Termoli ha approvato il progetto preliminare il 25 giugno del 2015 con una delibera di Giunta comunale ed in assenza di un parere del Ministero.
  Il successivo 7 agosto 2015, il Comune ha proceduto all'approvazione dello schema di avviso pubblico di
Project financing per la progettazione, costruzione e gestione di un parcheggio interrato multipiano in piazza S. Antonio, integrato con il progetto preliminare del tunnel stesso.
  Il 5 novembre 2015, la giunta comunale ha dichiarato di pubblico interesse l'unica proposta pervenuta da parte della ditta De Francesco Costruzioni s.a.s., che ha assunto la veste di promotore.
  Il successivo 27 maggio 2016 il comune ha indetto la Conferenza di servizi istruttoria, in relazione alla quale la Soprintendenza belle arti e paesaggio del Molise ha trasmesso, il successivo 1o giugno, la nota n. 3905, con la quale si chiedeva la documentazione progettuale cartacea, non pervenuta, e si precisava che il parere unico per la tutela paesaggistica e archeologica spettava al segretariato regionale MiBACT per il Molise.
  Secondo notizie fornite dalla stessa Soprintendenza, nei mesi successivi, sono seguite riunioni e incontri tecnici, nel corso dei quali il segretario regionale del Molise
pro-tempore e la Soprintendenza hanno chiesto di effettuare sondaggi e saggi di scavo nelle aree di intervento.
  Soltanto il 14 luglio del 2017, la ditta De Francesco ha trasmesso una relazione archeologica relativa alla sola esecuzione di carotaggi, che la Soprintendenza ha però ritenuto non esaustivi per la verifica dell'impatto archeologico.
  Il 10 agosto 2017, si è svolta presso la regione Molise la prima seduta della Conferenza di servizi decisoria, il cui verbale è verosimilmente noto all'interrogante, in relazione alla quale la Soprintendenza-archeologia, belle arti e paesaggio del Molise ha espresso e depositato, in pari data, il negativo parere di competenza, fornendo dettagliate motivazioni in ordine alla tutela paesaggistica, archeologica e monumentale.
  In particolare, nella nota depositata, è stato ribadito che le aree interessate sono sottoposte a vincolo paesaggistico (ai sensi del decreto ministeriale del 2 febbraio 1970 e del Piano territoriale paesaggistico di area vasta n. 1 «Basso Molise», approvato con delibera del Consiglio Regionale del Molise n. 253 del 1o ottobre 1997, della legge regionale n. 24 del 1989) e a tutela architettonica in relazione al castello svevo della città vecchia e all'ex cinema Adriatico; inoltre, l'area di piazza S. Antonio è stata in passato oggetto di rinvenimenti relativi a sepolture antiche.
  Lo scorso 13 settembre 2017, su richiesta del comune di Termoli, si è svolto presso la sede della Soprintendenza archeologia, belle arti e paesaggio del Molise, un incontro al quale hanno partecipato il Soprintendente, il segretario regionale del Molise del Mibact e l'architetto funzionario di zona, il Sindaco della Città di Termoli, nonché un referente della Di Francesco Costruzioni, al fine di verificare possibili soluzioni.
  Nel corso della riunione la Soprintendenza ha proposto di verificare la possibilità di una modifica del progetto nella parte in cui esso - attraverso il tunnel - intercetta gli spazi aperti e anche ipogei relazionati con il borgo medievale.
  Segnalando altresì le preoccupazioni e le criticità di ordine archeologico, è stato richiesto di valutare la possibilità di modifiche al progetto, da un lato in relazione al tracciato del tunnel, dall'altro in relazione alla conservazione del costone naturale che separa il borgo antico dalla città otto-novecentesca e che il progetto prevede di sostituire con un'edilizia civile ad usi commerciali e ricettivi. La mancata realizzazione di questa parte delle opere previste non comprometterebbe la realizzazione dei parcheggi né dell'auditorium, facendo salvi quindi gli obiettivi pubblici che il comune intende perseguire.
  La Soprintendenza riferisce che il sindaco di Termoli ha rappresentato che nessuna sostanziale modifica sarebbe possibile, in quanto il progetto, essendo il risultato di un processo concorsuale oggetto di pubblica gara, non sarebbe emendabile.
  Comunque, avverso la determinazione conclusiva della Conferenza di servizi n. 90 del 09 novembre 2017, pubblicata il 10 novembre 2017, con la quale il comune di Termoli ha espresso l'assenso definitivo alla realizzazione dell'intervento in questione, questo Ministero, con nota protocollo n. 34096 del 17 novembre 2017, ha proposto opposizione ai sensi dell'articolo 14-
quinquies della legge n. 241 del 1990.
  Nei successivi incontri tenutesi presso la Presidenza del Consiglio dei ministri Dipartimento per il coordinamento amministrativo, in data 4 e 19 dicembre 2017 e 9 gennaio 2018, questa Amministrazione ha ribadito la propria posizione non favorevole sul progetto, anche se le modifiche proposte nel corso delle suddette riunioni sono state considerate migliorative rispetto al progetto iniziale.
  In considerazione di quanto sopra, tutti gli atti istruttori e i verbali predisposti sono stati inoltrati al Consiglio dei ministri per i conseguenti adempimenti.
  

La Sottosegretaria di Stato per i beni e le attività culturali e il turismo: Ilaria Carla Anna Borletti dell'Acqua.


   GIANCARLO GIORGETTI. — Al Presidente del Consiglio dei ministri, al Ministro dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare, al Ministro dello sviluppo economico. — Per sapere – premesso che:

   nel centro europeo dell'Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale sul lago Maggiore è stato realizzato un nuovo magazzino, denominato «area 41»;

   vari giornali e siti online (T news 14 giugno – Corriere della Sera Milano, cronaca del 13 giugno 2017) riportano che il nuovo magazzino, costruito dall'Unione europea e in attesa dell'autorizzazione da parte dell'Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale, ISPRA, dovrà ospitare scorie nucleari;

   si tratta di un sito poco distante dal luogo ove in passato funzionavano due reattori nucleari costruiti da Euratom, l'agenzia per l'energia atomica europea;

   nel sito opera oggi il centro di ricerca Joint research centre (Jrc), che si occupa di ambiente, scienza ed emergenze meteorologiche, verso l'obiettivo di gestire il processo di disattivazione di tutte le scorie prodotte in passato e arrivare al cosiddetto « Green field», ossia un ambiente sano e senza contaminazione; infatti, il nome in codice del programma avviato nel 1999, è «DeWM», ossia «Disattivazione degli impianti e di gestione dei rifiuti radioattivi»;

   non è chiaro se il nuovo deposito conterrà solo i rifiuti del centro di ricerca Jrc o anche altri scarti nucleari di varia provenienza;

   durante la conferenza stampa del 10 giugno 2017, i dirigenti dell’Jrc, per dimostrare l'assenza di pericoli, hanno fatto sapere ai sindaci della zona che si tratta della continuazione dello stoccaggio dei materiali già conservati da Ispra e hanno anche aperto il magazzino ai giornalisti e ad alcuni artisti per mostrare lo spazio dove, dal 29 settembre e per due settimane, si terrà una mostra d'arte con i fusti vuoti che in passato hanno ospitato le scorie nucleari;

   tuttavia, cresce la preoccupazione dei cittadini locali, in quanto presso l'Ispra si producono rifiuti atomici dalla fine degli anni ’60 e il nuovo deposito, si dice il secondo più grande di tutta l'Europa, solleva una serie di interrogativi su cosa effettivamente verrà portato e depositato sul proprio territorio –:

   se il Governo intenda acquisire elementi dalla Commissione europea e fornire notizie sulla tipologia, sulla provenienza e sulla quantità di rifiuti che sono destinati al nuovo magazzino «area 41» del centro europeo dell'Ispra sul lago Maggiore informando i cittadini locali in merito, per attenuare le preoccupazioni e rispondere gli interrogativi su cosa effettivamente verrà portato e depositato sul territorio.
(4-16964)

  Risposta. — Con riferimento all'interrogazione in esame, sulla base degli elementi acquisiti dall'Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale (Ispra), si rappresenta quanto segue.
  Si fa presente che ai sensi della legge 1° agosto 1960, n. 906, di approvazione ed esecuzione dell'accordo fra il Governo italiano e la Commissione europea dell'energia atomica (Euratom) per l'istituzione di un Centro comune di ricerche nucleari di competenza generale presso Ispra (VA) e delle modalità di applicazione della legge italiana allo stabilimento di Ispra (VA), le attività del Centro comune di ricerche sono sottoposte alla legge italiana e particolarmente alle disposizioni legislative riguardanti la sicurezza degli impianti nucleari e la protezione sanitaria della popolazione e dei lavoratori.
  Il Jrc di Ispra, in preparazione delle future attività di smantellamento delle installazioni nucleari del Centro ed in accordo con il decreto interministeriale del 23 luglio 2008, che regola l'esercizio della stazione di gestione dei rifiuti radioattivi (Sgrr) che, tra l'altro, prevede che tutti i rifiuti radioattivi devono essere trattati e condizionati secondo qualificati processi da sottoporre a specifica approvazione di Ispra, ha realizzato un edificio denominato «Deposito temporaneo di rifiuti radioattivi solidi condizionati di seconda categoria» (
Interim storage facility — Isf). Tale infrastruttura è autorizzata con decreto interministeriale del 3 maggio 2011, ai sensi dell'articolo 28 del decreto legislativo n. 230 del 1995.
  Lo scopo del nuovo deposito temporaneo di rifiuti radioattivi è, in via esclusiva, quello di accogliere i rifiuti attualmente depositati presso le varie aree del sito Jrc di Ispra (VA) nonché quelli provenienti dalle future attività di smantellamento delle installazioni nucleari esistenti. L'esigenza di realizzare il deposito Isf trova una ulteriore motivazione nella necessità di riunificare in un unico deposito lo stoccaggio sia dei rifiuti radioattivi presenti sia di quelli di futura produzione, strettamente riconducibili alle operazioni di smantellamento degli impianti nucleari del Jrc di Ispra e con caratteristiche di idoneità per essere successivamente conferiti al deposito nazionale italiano di rifiuti radioattivi.
  I rifiuti attualmente esistenti sul sito del Jrc di Ispra, derivanti essenzialmente dalle attività di ricerca nucleare condotte negli anni 60-80, si presentano principalmente nelle seguenti forme:

   rifiuti solidi di varia tipologia;

   rifiuti solidi condizionati secondo standard in vigore in passato (ad esempio fusti bitumati);

   rifiuti tecnologici che provengono dalle normali attività di esercizio;

   rifiuti liquidi di processo in fusti metallici e serbatoi (fanghi).

  Il dimensionamento del deposito Isf ha considerato quindi in via esclusiva i rifiuti da trattare e condizionare già presenti nel Centro comune di ricerche, nonché quelli di futura produzione derivanti principalmente dallo smantellamento dei seguenti impianti:

   reattore Ispra-1;

   complesso Essor;

   laboratorio Caldo studi e ricerche;

   stazione di trattamento e raccolta rifiuti radioattivi liquidi.

  Tutti i rifiuti radioattivi (sia solidi che liquidi) destinati all'Isf, prima di essere sottoposti ai processi di condizionamento e confezionamento, verranno sottoposti a trattamenti finalizzati alla riduzione del volume finale del rifiuto stesso.
  Sulla base dell'inventario dei rifiuti radioattivi fornito dall'Ispra, aggiornato alla data del 31 dicembre 2015, risultano presenti nel Centro comune di ricerche di Ispra (VA) i seguenti quantitativi di rifiuti:

TIPOLOGIA
RIFIUTI

A vita media molto breve

Attività molto
bassa

Bassa attività

Media attività

Alta attività

Sorgenti

m3

GBq

m3

GBq

m3

GBq

m3

GBq

m3

GBq

GBq

  Condizionati

705,00

93200,00

  Non
  condizionati

797,00

1,66

2845,00

447,37

423,00

3386,76

261,00

Totale

797,00

1,66

2845,00

447,37

1128,00

96586,76

261,00

  ISPRA segnala, inoltre, che attualmente è in fase di realizzazione un nuovo impianto, denominato «Grouting station», che consentirà il condizionamento dei rifiuti radioattivi permettendone quindi, per quanto sopra detto, lo stoccaggio nel deposito Isf.
  Della questione sono, comunque, interessate diverse amministrazioni, pertanto, qualora dovessero pervenire ulteriori elementi informativi, si provvederà a fornire un aggiornamento.
  Ad ogni modo, per quanto di competenza, il Ministero continuerà a tenersi informato e a svolgere un'attività di monitoraggio, anche al fine di valutare un eventuale coinvolgimento di altri soggetti istituzionali.

Il Ministro dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare: Gian Luca Galletti.


   GIULIETTI. — Al Ministro dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare. — Per sapere – premesso che:

   si intende porre all'attenzione del Ministro la situazione nella quale si trovano a vivere i residenti nella frazione Calzolaro del comune di Umbertide (Perugia), abitata da circa un migliaio di persone, considerando anche agriturismi, case vacanze, bar e attività di ristorazione;

   la bellezza e la vivacità turistica della zona sono da tempo gravemente pregiudicate dalla presenza di continui gas e odori intollerabili che permeano tutta l'area di giorno e di notte;

   nella frazione, a ridosso dell'abitato, si trova l'impianto di recupero per rifiuti speciali non pericolosi della società Splendorini Molini Ecopartners srl, in cui vengono trattate tipologie di rifiuti consistenti in scarti del settore agricolo, alimentare, lattiero caseario e relative catene di trasformazione e distribuzione;

   l'impianto negli anni è stato autorizzato ad incrementare i quantitativi di materiale trattato e, da 14.000 tonnellate/anno è passato a 21.000 tonnellate/anno nel 2013, 35.000, tonnellate/anno nel 2016, fino ad arrivare a 50.000, tonnellate/anno nel corrente anno;

   la provincia di Perugia, infatti, con determinazione n. 4922 del 20 novembre 2015 autorizzava l'impianto Splendorini a trattare 35.000 tonnellate/anno nel 2016, per poi aumentare la quantità a 50.000 tonnellate/anno dal 2017;

   la tipologia di materiali trattati comporta emissioni maleodoranti intollerabili che inevitabilmente danneggiano gli abitanti;

   va inoltre segnalato che, a poca distanza da Calzolaro, in località Bonsciano (comune Città di Castello), si trova una centrale a biomasse che contribuisce all'emissione di gas maleodoranti che si riversano sulla frazione Calzolaro;

   va rilevato che la presenza di tali impianti industriali ha determinato un notevole incremento del passaggio di mezzi pesanti, quali Tir e camion, rendendo pericolosa la strada che attraversa l'abitato e incrementando l'insalubrità dell'aria;

   inoltre, con nota del 10 luglio 2017 l'A.R.P.A., Agenzia regionale per la protezione ambientale dell'Umbria – area dipartimentale Umbria nord, ha comunicato alla regione Umbria, al comune di Umbertide ed alla ASL1 Umbria, i risultati del monitoraggio sistematico degli odori effettuato in località Calzolaro nel periodo maggio 2016 – marzo 2017;

   dopo aver effettuato un monitoraggio tramite sistemi di olfattometria e multisensoriali (naso elettronico), l'A.R.P.A. significa di avere registrato numerosi eventi di cattivo odore;

   comunica, inoltre, che nel periodo maggio-giugno 2017, sia il personale dell'A.R.P.A. che il personale della polizia municipale, ha in più occasioni evidenziato un disturbo olfattivo conclamato e persistente;

   specifica altresì che i sopralluoghi effettuati nei giorni 8-17-30 maggio e 21 giugno 2017 hanno evidenziato la presenza di odori disturbanti di difficile tollerabilità;

   riferisce altresì l'A.R.P.A. che il disturbo olfattivo in alcune occasioni è legato al trasporto dei rifiuti in ingresso, dei rifiuti prodotti e del prodotto finito e si verifica anche per i mezzi che escono vuoti;

   precisa l'A.R.P.A. che le verifiche ispettive non hanno tuttavia mai evidenziato, per quanto verificato, il mancato rispetto delle prescrizioni autorizzative da parte della società Splendorini. L'A.R.P.A. conclude la comunicazione individuando una serie di misure da adottare per la eliminazione e riduzione degli odori, proponendo una modifica delle vigenti autorizzazioni concesse alla ditta;

   è evidente che tale situazione pregiudica il diritto delle persone alla salute, ad un ambiente salubre, a godere pienamente degli immobili di proprietà;

   le emissioni ed i gas maleodoranti danneggiano il diritto al normale svolgimento della vita all'interno della propria abitazione ed il diritto alla libera e piena esplicazione delle proprie abitudini di vita quotidiane;

   la presenza di tali emissioni danneggia inoltre le attività turistiche e svaluta la zona inesorabilmente;

   gli abitanti di Calzolaro hanno manifestato più volte il grave disagio che sono costretti a vivere ogni giorno, protestando e chiedendo controlli ed interventi, senza tuttavia ottenere alcun effettivo risultato –:

   quali iniziative, per quanto di competenza, intenda mettere in atto, anche promuovendo una verifica da parte del comando dei carabinieri per la tutela dell'ambiente, per verificare lo stato del territorio di Calzolaro nell'ottica di garantire il diritto dei suoi abitanti a vivere in un ambiente idoneo e salubre, elemento necessario e determinante per la qualità della vita di ciascuno.
(4-17324)

  Risposta. — Con riferimento all'interrogazione in esame, relativa al disturbo olfattivo persistente presso il centro abitato della frazione di Calzolaro del comune di Umbertide (Perugia), sulla base degli elementi acquisiti, si rappresenta quanto, segue.
  In via preliminare, occorre precisare che, ai sensi dell'articolo 196 del Testo unico ambientale (decreto legislativo n. 152 del 2006, parte IV) spetta alle regioni sia l'approvazione dei progetti di nuovi impianti per la gestione dei rifiuti e dei rifiuti pericolosi sia l'autorizzazione alle modifiche degli impianti esistenti nonché l'autorizzazione all'esercizio delle operazioni di smaltimento e di recupero dei rifiuti, anche pericolosi.
  Ai sensi della predetta norma, è obbligo delle regioni predisporre, adottare ed aggiornare il Piano regionale di gestione dei rifiuti, promuovere la gestione integrata dei rifiuti, incentivarne la riduzione e il recupero.
  Rientra infine nelle competenze delle regioni anche la delimitazione, nel rispetto delle linee guida generali, degli ambiti territoriali ottimali per la gestione dei rifiuti urbani e assimilati, nonché la definizione di criteri per l'individuazione, da parte delle province, delle aree non idonee alla localizzazione degli impianti di smaltimento e di recupero dei rifiuti e per l'individuazione dei luoghi o impianti idonei allo smaltimento.
  A tale riguardo, per completezza di informazione, si comunica che è in fase di redazione da parte del Ministero dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare il decreto attuativo dell'articolo 195, comma 1, lettera
p) del Testo unico ambientale che disciplina i criteri generali relativi alle caratteristiche delle aree non idonee alla localizzazione degli impianti di smaltimento dei rifiuti.
  Relativamente al controllo delle emissioni anche olfattive, spetta alla provincia provvedere ad effettuare tale attività, con il supporto dell'Agenzia di protezione dell'ambiente territorialmente competente per quanto concerne i rilievi tecnici.
  Con specifico riferimento all'impianto della ditta Splendorini Molini Ecopartner S.r.l., la regione Umbria ha rappresentato che lo stesso è costituito da due linee dedicate al recupero di rifiuti di natura organica finalizzate alla produzione di prodotti solidi e liquidi, utilizzabili per la produzione di biogas.
  La ditta Splendorini è autorizzata ai sensi dell'articolo 208 del decreto legislativo n. 152 del 2006 all'esercizio dell'impianto in questione dall'anno 1992 sulla base di numerosi atti amministrativi. L'ultimo è stato rilasciato dalla provincia di Perugia (determina dirigenziale n. 4922 del 2015) che ha autorizzato l'aumento della quantità fino ad un massimo di 35.000 T/anno fino al 31 dicembre 2016 e 50.000 T/anno dagli anni successivi, rispetto alle quantità precedentemente autorizzate, pari a 21.000.
  La ditta è titolare di autorizzazione unica ambientale di cui al decreto del Presidente della Repubblica n. 59 del 2013 (scarichi emissioni in atmosfera, acustica), rilasciata dal comune di Umbertide, n. 10 del 2014 come ultimo aggiornamento di ottobre 2015.
  La regione ha evidenziato che sia nei procedimenti amministrativi per il rilascio e modifica dell'autorizzazione di cui all'articolo 208 del decreto legislativo n. 152 del 2006 (gestione rifiuti), sia in quelli dell'autorizzazione unica ambientale di cui al decreto del Presidente della Repubblica n. 59 del 2013 (scarichi idrici, emissioni, acustica) i soggetti intervenuti hanno sempre espresso pareri favorevoli con prescrizioni.
  L'Arpa Umbria, da parte sua, ha comunicato di aver effettuato numerosi sopralluoghi ispettivi con conseguenti proposte di provvedimenti sia penali che amministrativi agli organi competenti, provvedendo anche ad effettuare una serie di monitoraggi, nel periodo maggio 2016-marzo 2017, nella località Calzolaro, sia con specifico riferimento alla qualità dell'aria che alla presenza di odori disturbanti. In particolare:

   monitoraggio sistematico degli odori: indagine sociologica;

   monitoraggi tramite sistemi di olfattometria dinamica (odorprep);

   monitoraggi con sistemi multisensoriali (nasi elettronici).

  La relazione conclusiva, inviata alla regione Umbria in data 10 luglio 2017, ha evidenziato la presenza di numerosi eventi di cattivo odore con una frequenza di odori molesti fra 2 per cento e 5 per cento del tempo di studio, e proponeva l'aggiornamento e la modifica dei provvedimenti autorizzativi.
  A seguito di tale proposta di Arpa, la regione ha avviato il procedimento per la modifica delle autorizzazioni, convocando una serie di conferenze di servizi, di cui l'ultima decisoria del 26 ottobre 2017. In aggiunta a ciò, la stessa regione, con atti del 27 luglio 2017 e del 31 ottobre 2017, ha disposto delle misure correttive gestionali per il contenimento delle emissioni odorigene. In particolare, è stato imposto il divieto, entro 30 giorni, di conferimento all'impianto dei rifiuti urbani costituiti dalla frazione organica umida della raccolta differenziata di provenienza domestica (CER 200108).
  Sulla base della disposizione adottata e ad oggi non impugnata, la regione ha evidenziato che la ditta potrà lavorare solo rifiuti speciali che sulla base dei regolamenti comunali non siano stati assimilati ai rifiuti urbani. Non è possibile indicare una quantità, anche ipotetica, di tale flusso di rifiuti speciali (generalmente i rifiuti speciali di cucine, mense e ristoranti sono sempre assimilati ai rifiuti urbani) e comunque dovranno essere oggetto di uno specifico servizio di raccolta e gestiti tramite contenitori chiusi fino alla fase di trattamento.
  Tuttavia i cattivi odori sono causati anche dalla lavorazione degli altri rifiuti speciali, comunque biodegradabili.
  L'amministrazione regionale ha fatto presente, altresì, che, con le prescrizioni in materia di emissioni contenute nella modifica all'autorizzazione vigente) (determina dirigenziale 11559 del 7 novembre 2017) viene stabilito che la ditta dovrà captare e convogliare al biofiltro l'aria dell'intero stabilimento, compresa la parte oggi non interessata (sezione rifiuti solidi) e che tutte le lavorazioni, compresa la fase di scarico, dovranno avvenire in ambiente confinato, anche nell'attuale assetto impiantistico.
  Pertanto anche la delicata fase di scarico dovrà essere effettuata con mezzi tali da consentire la chiusura della porta di accesso.
  La stessa Arpa ha segnalato che la limitazione imposta dalla regione potrà, nei tempi previsti, limitare il disagio lamentato dai residenti.
  Ad ogni modo, si rassicura che, per quanto di competenza, il Ministero dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare continuerà a tenersi informato ed a svolgere le proprie attività di monitoraggio e sollecito, anche attraverso i vari soggetti istituzionali competenti.

Il Ministro dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare: Gian Luca Galletti.


   GRIMOLDI e MOLTENI. — Al Ministro delle infrastrutture e dei trasporti. — Per sapere – premesso che:

   alle ore 17.20 di venerdì 28 ottobre 2016, il cavalcavia n. 17 della strada provinciale 49, nel comune di Annone, è crollato sopra la strada statale n. 36 del lago di Como e dello Spluga, al chilometro 41 e 900, provocando la morte di una persona e cinque feriti;

   sul posto sono intervenuti 7 ambulanze, l'elisoccorso da Milano e quello da Como, oltre a numerose squadre di carabinieri, polizia stradale e vigili del fuoco, che hanno lavorato intensamente, per due giorni per rimuovere le lastre di cemento armato dalla strada statale n. 36;

   il disastroso incidente è avvenuto con il passaggio di un Tir di trasporto eccezionale che è precipitato sulla superstrada, schiacciando alcune auto;

   tre ore prima del crollo, il cantoniere dell'Anas addetto alla sorveglianza del tratto della strada statale n. 36 aveva effettuato un controllo a causa del distacco di alcuni calcinacci segnalati dai passanti, ma né lui né gli addetti alla mobilità della provincia di Lecco, responsabile della viabilità sulla strada provinciale n. 49, sono intervenuti tempestivamente per vietare il traffico e chiudere la strada statale e quella provinciale;

   si apprende dai giornali che gli addetti alla mobilità della provincia hanno richiesto un'ordinanza formale da parte di Anas che implicava l'ispezione visiva e diretta da parte del capocentro Anas, il quale si è attivato, ma proprio mentre giungeva sul posto il cavalcavia è crollato;

   sono in corso accuse reciproche tra Anas e provincia di Lecco; il Ministro interrogato ha istituito una commissione d'inchiesta sull'accaduto e sono in corso indagini della procura di Lecco per verificare le responsabilità;

   non è chiaro se la competenza sulla manutenzione del viadotto sia dell'ANAS o della provincia di Lecco; tuttavia, è lampante per gli interroganti che la causa del disastro sia la cattiva manutenzione e messa in sicurezza della rete viaria;

   è dal 2 agosto 2016 che gli utenti della strada e tutte l'economia locale sono sottoposti a rilevanti disagi a causa dell'ordinanza dell'ANAS che ha imposto un limite di velocità di 90 chilometri orari sulla strada statale n. 36, con lo scopo, a quanto consta agli interroganti, di porre rimedio alla mancata manutenzione della strada da parte della stessa dell'ANAS;

   il crollo del cavalcavia rende evidente che misure come l'abbassamento della velocità sono precarie e inadeguate e non in grado di risolvere le carenze di sicurezza stradale;

   d'altra parte, i sostanziosi tagli ai finanziamenti dell'Anas imposti dal Governo hanno inciso pesantemente sulla manutenzione e sulla messa in sicurezza della rete viaria nazionale; a ciò hanno contribuito anche per gli interroganti, la confusione e la disorganizzazione create dal progressivo smantellamento delle province e dal taglio drastico delle risorse a disposizione delle stesse, che rende impossibile la corretta ed indispensabile manutenzione e la messa in sicurezza della rete viaria di competenza –:

   se il Ministro interrogato intenda fornire chiarimenti, per quanto di competenza, in merito al tragico incidente;

   quale sia il soggetto competente alla manutenzione del cavalcavia n. 17 della strada provinciale n. 49, nel comune di Annone, crollato sopra la strada statale n. 36 del lago di Como e dello Spluga;

   quale sia l'ammontare delle risorse statali istanziate in favore dell'Anas da parte del Governo per la manutenzione della rete viaria nazionale e quale sia l'ammontare delle risorse stanziate e delle spese per la manutenzione ordinaria e straordinaria della strada statale n. 36;

   se il Governo intenda assumere iniziative per lo stanziamento di maggiori risorse in favore delle province e dei comuni per consentire l'adeguata e necessaria manutenzione e messa in sicurezza della rete viaria di loro competenza.
(4-14691)

  Risposta. — Con riferimento all'atto di sindacato ispettivo in esame, si forniscono i seguenti elementi di risposta sulla base delle notizie pervenute dalla direzione generale per le strade e le autostrade e per la vigilanza e la sicurezza nelle infrastrutture stradali di questo Ministero.
  Al fine di provvedere ai necessari accertamenti per analizzare e verificare quanto accaduto riguardo al drammatico incidente verificatosi il 28 ottobre 2016, con decreto ministeriale n. 346 del 29 ottobre 2016 è stata nominata una apposita Commissione ministeriale ispettiva composta da personale di comprovata esperienza professionale che in data 27 gennaio 2017 ha prodotto apposita relazione i cui esiti sono al vaglio dei competenti uffici.
  Considerata l'esigenza di procedere in tempi celeri al ripristino della viabilità interrotta, in data 4 aprile 2017, Anas è stata autorizzata a procedere con la progettazione e la ricostruzione del cavalcavia di Annone Brianza.
  La società Anas ha completato il progetto esecutivo per la ricostruzione sia del cavalcavia n. 17 della SP 49, in località Annone Brianza, sia del cavalcavia in località Isella, nel comune di Civate, entrambi in sovrappasso alla SS 36 «del Lago di Como e dello Spluga».
  Anas ha pubblicato in data 29 novembre 2017 il bando di gara d'appalto per l'affidamento dei lavori di ricostruzione del cavalcavia di Annone Brianza, ed i relativi lavori sono stati aggiudicati in data 2 febbraio 2018, seppure trattasi di aggiudicazione inefficace.
  Il termine dilatorio previsto dal codice per la piena efficacia dell'aggiudicazione e la stipula del contratto scadrà il 9 marzo 2018. A seguire di quella data, ove non sopraggiungano motivi ostativi, potrà avviarsi la procedura di consegna dei lavori.
  Più in, generale, per quanto attiene all'ammontare delle risorse statali stanziate in favore di Anas per la manutenzione straordinaria e le opere di messa in sicurezza, si osserva che con decreto interministeriale n. 588 del 27 dicembre 2017 è stato approvato il contratto di programma Ministero delle infrastrutture e dei trasporti-Anas 2016-2020, registrato alla Corte dei conti in data 29 dicembre 2017 e pubblicato su sito
internet di questo Ministero.
  Da ultimo, per quanto riguarda le risorse in favore di province e comuni, si fa presente che è attualmente in corso di finalizzazione un decreto del Ministro delle infrastrutture e dei trasporti che, in attuazione del dettato dell'articolo 1, commi 1076, 1077 e 1078 della legge di stabilità 2018, definisce criteri e modalità per il finanziamento di interventi relativi a programmi straordinari di manutenzione della rete viaria di province e città metropolitane.
  

Il Viceministro delle infrastrutture e dei trasporti: Riccardo Nencini.


   GRIMOLDI. — Al Ministro delle infrastrutture e dei trasporti. — Per sapere – premesso che:

   la superstrada Vigevano-Malpensa è una delle opere più attese dal territorio in quanto rappresenta un nodo strategico per il comprensorio dei comuni Vigevano, Abbiategrasso, Magenta;

   si tratta di un'infrastruttura importantissima, sia per risolvere gli annosi problemi di viabilità e i congestionamenti da traffico, sia per favorire gli investimenti e i collegamenti strategici, a partire da quello con l'aeroporto di Malpensa tratto quest'ultimo già realizzato;

   l'opera risulta già finanziata; il progetto preliminare è stato già approvato da parte del Cipe e il progetto definitivo ha ricevuto il parere positivo, con alcune prescrizioni, del Consiglio superiore dei lavori pubblici nell'adunanza del 27 luglio 2017;

   il giornale L'informatore del 19 ottobre 2017 riporta le dichiarazioni del viceministro Nencini all'assemblea di Confindustria, in merito alla disponibilità di 220 milioni di euro per la superstrada, alla necessità di ultimare in tempi brevi l'integrazione del progetto, secondo le prescrizioni del Consiglio superiore dei lavori pubblici, e alla chiusura della conferenza di servizi;

   occorre la convocazione urgente da parte dell'Anas dei comuni interessati dalle variazioni progettuali per poter concludere la conferenza di servizi, e inviare il progetto al Cipe per l'approvazione definitiva e per la conseguente messa in appalto dell'opera;

   trascorsi i mesi di settembre e ottobre 2017 senza sviluppi né notizie in merito alla conferenza di servizi sopra citata, i sindaci del comprensorio si dichiarano molto preoccupati, anche in considerazione dello stato avanzato dei lavori relativi al ponte sul Ticino, opera quest'ultima collegata alla superstrada e in attesa di conclusione entro la fine del 2018;

   il giornale la Provincia pavese del 5 novembre 2017 riporta la richiesta dei sindaci interessati in merito alla certezza sui tempi di realizzazione della superstrada, inviata al Ministro il 20 ottobre 2017; infatti, l'opera risulta sostenuta da 6 comuni per un totale di 132.389 abitanti e da tutte le categorie produttive del comprensorio che evidenziano una perdita per il mancato sviluppo del territorio, pari a 130 milioni di euro, conseguente all'eventuale mancata realizzazione dell'opera –:

   se il Ministro interrogato intenda adoperarsi, per quanto di competenza, affinché l'Anas convochi al più presto i comuni interessati dalle variazioni progettuali prescritte dal Consiglio superiore dei lavori pubblici, ai fini della conclusione della conferenza di servizi, dell'approvazione definitiva del progetto da parte del Cipe e della conseguente messa in appalto dell'opera.
(4-18497)

  Risposta. — Con riferimento all'atto di sindacato ispettivo in esame, si forniscono i seguenti elementi di risposta sulla base delle informazioni pervenute dalla direzione generale per le strade e le autostrade e per la vigilanza e la sicurezza nelle infrastrutture stradali, di questo Ministero e dalla società Anas.
  Il progetto definitivo dei lavori di costruzione del collegamento tra la strada statale 11 «Padana Superiore» a Magenta e la tangenziale ovest di Milano. Variante di Abbiategrasso sulla strada statale 494, nonché l'adeguamento in sede del tratto Abbiategrasso-Vigevano fino al nuovo ponte sul Ticino è stato predisposto dalla società Anas.
  Il progetto costituisce il completamento dell'itinerario stradale di collegamento tra l'aeroporto internazionale di Milano-Malpensa e la tangenziale ovest di Milano e garantisce un significativo potenziamento della viabilità di connessione con l'aeroporto tale da migliorare sensibilmente la rete stradale a sud-ovest di Milano.
  L'intervento complessivo è stato suddiviso in tre tratte funzionali di cui la tratta A è compresa tra la strada statale 11, in comune di Magenta e l'interconnessione verso Abbiategrasso, in comune di Albairate, per una lunghezza complessiva di km 10+073. La tratta B è compresa tra l'interconnessione in comune di Albairate e la tangenziale ovest di Milano, per una lunghezza complessiva di km 12+052 e la tratta C è compresa tra l'interconnessione di Albairate ed il termine del tratto di adeguamento in sede in comune di Abbiategrasso, per una lunghezza complessiva è di km 10+194.
  Il completamento del nuovo collegamento stradale tra l'aeroporto di Malpensa e Milano è stato inserito nel primo Programma delle infrastrutture strategiche, attuativo della legge obiettivo (n. 443 del 2001).
  Il progetto preliminare è stato approvato dal Cipe il 31 gennaio 2008 e pubblicato sulla
Gazzetta ufficiale n. 183 del 6 agosto 2008.
  La conclusione positiva dell’
iter istruttorio ha determinato, ai sensi dell'articolo 3 del decreto legislativo n. 190 del 2002, la compatibilità ambientale dell'opera, perfezionando l'intesa Stato-regione sulla sua localizzazione.
  Anas ha comunicato di avere completato la redazione del progetto definitivo e nel febbraio 2009 ha avviato le procedure di cui all'articolo 166 del decreto legislativo n. 163 del 2006 per l'approvazione del progetto e il finanziamento dell'opera.
  Nell'ambito di tali procedure sono stati raccolti tutti i pareri tecnici favorevoli con prescrizioni sul progetto definitivo, ma il Cipe non ha emesso la delibera conclusiva di chiusura delle procedure poiché non erano stati reperiti tutti i necessari finanziamenti.
  Considerata la criticità finanziaria sopra menzionata, Anas ha predisposto il progetto definitivo di un primo stralcio funzionale lungo la direttrice da Magenta ad Abbiategrasso comprendente tutta la tratta A, parte della B, fino a congiungersi con la strada provinciale 114 «Baggio-Abbiategrasso», la tratta C ed il ponte nuovo a Magenta per una lunghezza complessiva pari a 18,1 km ed una sezione stradale di categoria «C – extraurbana secondaria» secondo il decreto ministeriale del 5 novembre 2001.
  In data 15 marzo 2015 la società Anas ha trasmesso il progetto definitivo dello stralcio funzionale a questo Ministero e alle amministrazioni competenti, ai sensi dell'articolo 166 del decreto legislativo n. 163 del 2006; il 21 luglio 2015 è stato inviato anche al Consiglio superiore dei lavori pubblici, ai sensi degli articoli 1 e 3 del decreto ministeriale n. 203 del 2015.
  Il Consiglio superiore, nell'adunanza del 27 luglio 2017 ha emesso il parere positivo n. 28 del 2017 con prescrizioni da attuarsi nella successiva fase progettuale.
  Il costo complessivo del primo stralcio funzionale ammonta a circa 218 milioni di euro; all'interno del contratto di Programma Mit-Anas 2016-2020 il progetto è stato suddiviso in due tratte funzionali: tratta A, da Magenta ad Abbiategrasso per un importo pari a circa 100 milioni di euro (finanziato dal «Mutuo Malpensa» legge n. 345 del 1971) e tratta C, da Abbiategrasso a Ozzero per un importo pari a circa 118 milioni di euro (finanziato per 2,0 milioni di euro dal contratto di programma 2014 e per 116,00 milioni di euro dal contratto di programma 2015).
  Infine, si rappresenta che il 14 dicembre 2017, questo Ministero ha convocato la seduta della Conferenza di servizi al fine di concludere l’
iter autorizzativo. Attualmente è in corso l'istruttoria al fine dell'approvazione in sede Cipe.
Il Viceministro delle infrastrutture e dei trasporti: Riccardo Nencini.


   GUIDESI. — Al Ministro delle infrastrutture e dei trasporti. — Per sapere – premesso che:

   l'articolo su Repubblica del 27 febbraio 2017, «Terza corsia, al processo chieste condanne per manager di Autostrade, Btp e Toto. Il procedimento per reati ambientali», con riferimento al processo per i reati ambientali connessi alla realizzazione, tra il 2005 e il 2010, della terza corsia dell'Autostrada del Sole, tra Bologna e Firenze, e della variante di valico, evidenzia richieste di condanne a sette anni di reclusione per i manager di Autostrade Gennarino Tozzi e Tonino Russo, nonché a cinque e quattro anni per Alfonso Toto e Francesco Talone, presidente e dirigente della Toto Costruzioni;

   analoghe notizie e approfondimenti sono stati pubblicati dal quotidiano online Primadanoi.it del 1° marzo 2017, che riporta che i reati contestati sono a vario titolo traffico illecito di rifiuti, gestione di discariche abusive, danneggiamento del lago di Bilancino, crolli in galleria, abbandono incontrollato di fanghi di cantiere e materiali da demolizione;

   il Corriere della Sera del 28 maggio 2017 ha pubblicato l'articolo dal titolo «Un emendamento rischia di cancellare i crediti della società verso il concessionario» in cui mette in evidenza l'emendamento presentato dal Governo che, ai fini dei lavori post terremoto per la manutenzione e messa in sicurezza dell'autostrada dei Parchi, di fatto, abbuonerebbe a Toto 121 milioni di euro che l'Anas rivendica da due anni ma che il concessionario non paga; il quotidiano rileva che si tratta delle rate scadute del prezzo del corrispettivo di gara con cui l'imprenditore (allora con Autostrade) si è aggiudicato la concessione; il costo, fissato a dicembre 2002, era di 568 milioni di euro e, all'epoca, si concordò una rateizzazione con gli interessi, regolarmente pagata fino al 2013, quando il ruolo di concedente della rete autostradale è passato dall'Anas al Mit, e che fu successivamente interrotta con l'avvio di contenziosi e rivendicazioni da parte di Anas di una somma di 303 milioni di euro di capitale residuo, più 121 milioni di euro di rate scadute;

   in ogni modo, l'articolo 52-quinquies del decreto-legge n. 50 del 2017 prevede ora la restituzione all'Anas da parte di Toto, in tre rate con scadenza 2028-2029-2030, della somma anticipata di 111.720.000,00 euro, con pagamento delle restanti rate;

   il 7 giugno 2017 il citato quotidiano online Primadanoi.it riporta la notizia che Alfonso Toto è stato condannato a 4 mesi per aver omesso il versamento di Iva di 20 milioni di euro nel 2013;

   in data 10 agosto 2016, Autostrade per l'Italia Spa ha indetto un bando di gara a procedura ristretta per lavori di «Ampliamento alla quinta corsia dell'Autostrada A8 — dalla barriera di Milano Nord all'Interconnessione di Lainate — lotto 2 dal km 7+302,38 al km 9+990,62», dall'importo a base di gara pari a 85.211.216,84 euro, con il criterio dell'offerta economicamente più vantaggiosa in cui l'offerta economica valeva 80 punti su cento;

   il 13 settembre 2017, in seduta pubblica, Autostrade per l'Italia (Aspi) ha comunicato i punteggi tecnici ottenuti dalle 26 imprese partecipanti, e redatto la classifica finale dalla quale si evince che l'aggiudicazione verrà fatta in favore della Società Toto Costruzioni, qualora la prima classificata Vitali spa, ammessa alla gara con riserva in attesa della sentenza del Consiglio di Stato del 4 dicembre 2017, si escluda dalla competizione –:

   come sia possibile che la Toto Costruzioni Spa, sotto accusa insieme a dirigenti di Aspi, quest'ultima anche committente nella gara di cui in premessa, possa vedersi aggiudicata una nuova commessa con caratteristiche simili a quella oggetto del processo in corso;

   di quali elementi disponga il Governo circa l'offerta presentata dalla Toto Costruzioni nella gara sopra richiamata, in particolare se risulti che debba essere applicata la procedura di verifica dell'anomalia dell'offerta, per provare la sostenibilità di uno sconto superiore al 40 per cento.
(4-18294)

  Risposta. — Con riferimento all'atto di sindacato ispettivo in esame, sulla base delle informazioni pervenute dalla direzione generale per la vigilanza sulle concessionarie autostradali, si forniscono i seguenti elementi di risposta.
  La gara per l'affidamento dei lavori di «Ampliamento alla quinta corsia dell'autostrada A8 dalla barriera di Milano nord all'interconnessione di Lainate – lotto 2 dal Km 7+302,38 al Km 9+990,62», bandita dalla stazione appaltante Autostrade per l'Italia S.p.A., è stata svolta conformemente a quanto previsto dal decreto legislativo n. 50 del 2016.
  La commissione di gara, di nomina ministeriale, ha proceduto all'ammissione di tutti gli offerenti aventi titolo, tra cui le imprese Toto S.p.A. e Vitali S.p.A. In particolare, per quest'ultima società, è stata disposta la riammissione con riserva, a seguito di specifica ordinanza da parte del Tar Milano.
  In funzione delle offerte tecnico-economiche pervenute, la suindicata commissione ministeriale ha quindi stilato la relativa graduatoria.
  Attualmente, risulta ancora pendente un giudizio avanti il Tar Milano circa la legittimità dei requisiti di partecipazione del concorrente Vitali S.p.A., riammesso, come sopra precisato, dalla commissione ministeriale dopo la prequalifica con riserva, e risultato essere primo in graduatoria.
  Il 5 gennaio 2018 è stata pubblicata la sentenza «non definitiva» del Tar Milano che sospende il giudizio in attesa della decisione della Corte di giustizia europea su una questione pregiudiziale ad essa sottoposta, riguardante la compatibilità di una norma italiana con il diritto comunitario.
  La stazione appaltante valuterà, nella sua autonomia, le eventuali azioni da intraprendere, tenuto anche conto degli ingenti ritardi che si stanno registrando sulla conclusione della procedura di gara.
  

Il Viceministro delle infrastrutture e dei trasporti: Riccardo Nencini.


   LATRONICO. — Al Ministro dei beni e delle attività culturali e del turismo. — Per sapere – premesso che:

   a seguito del bando di concorso per il reclutamento di «60 esperti per il patrimonio culturale», pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale IV serie speciale - concorsi ed esami n. 98 del 22 dicembre 2015 - ex articolo 8 del decreto-legge n. 83 del 2014 e dopo specifica selezione, il 1° settembre 2016 sono entrati in servizio, come funzionari di area III (posizione economica F1), archeologi, bibliotecari e archivisti destinati poi dal Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo presso le sedi specificamente individuate;

   in questi mesi di servizio sono emerse le notevoli competenze e l'elevata qualità del lavoro svolto da tali funzionari come emerso anche dalle lettere di referenze firmate dai dirigenti degli istituti in cui gli stessi hanno prestato servizio;

   il 30 settembre 2017 il rapporto di lavoro di queste 60 unità con il Ministero arriverà a scadenza e non è prevista alcun tipo di proroga;

   ciò determinerà una seria carenza di professionisti dei beni culturali, nonostante l'immissione in ruolo di 500 nuovi funzionari vincitori o idonei del concorso recentemente conclusosi;

   entrando più nello specifico, per quanto concerne i funzionari archeologi, il Ministero risulta essere addirittura sotto organico di 270 unità, cifra destinata ad aumentare da gennaio 2018 a causa dei prossimi pensionamenti;

   la graduatoria del concorso a tempo indeterminato, composta da 203 professionisti fra vincitori e idonei, non sarà numericamente sufficiente a colmare queste mancanze; pertanto l'eventuale proroga e/o rinnovo contrattuale degli archeologi non andrebbe a ledere i diritti dei 500 prossimi assunti, ma concorrerebbe, altresì, a porre rimedio alle gravi criticità e lacune presenti nel tessuto organizzativo del Dicastero –:

   se il Ministro interrogato sia a conoscenza di tale situazione e quali concrete iniziative di competenza intenda intraprendere per tutelare la professionalità di tali funzionari archeologi, eventualmente garantendo loro, nei limiti e nel rispetto delle attuali leggi, una prosecuzione del rapporto di lavoro, alla luce delle notevoli carenze in organico del Ministero.
(4-17876)

  Risposta. — Si riscontra l'interrogazione parlamentare in esame con la quale l'interrogante ha chiesto notizie sulla possibilità di proroga del rapporto di lavoro a tempo determinato instaurato a seguito del bando di concorso per «60 esperti per il patrimonio culturale».
  Al riguardo, si rappresenta che, nella consapevolezza dell'elevata qualità del lavoro svolto dai predetti funzionari e al fine di salvaguardare le professionalità acquisite, nella legge 27 dicembre 2017, n. 205 — bilancio di previsione dello Stato per l'anno finanziario 2018 e bilancio pluriennale per il triennio 2018-2020 è stata inserita la possibilità di una proroga per tali contratti.
  Infatti, l'articolo 1, comma 306, di tale legge dispone: «I contratti a tempo determinato stipulati dagli istituti e luoghi della cultura, ai sensi dell'articolo 8 del decreto-legge 31 maggio 2014, n. 83, convertito, con modificazioni, dalla legge 29 luglio 2014, n. 106, possono essere prorogati per l'anno 2018, non oltre il limite massimo di 36 mesi, anche discontinui, previsto dall'articolo 19, comma 1, del decreto legislativo 15 giugno 2015, n. 81, come richiamato dall'articolo 36, comma 2, del decreto legislativo 30 marzo 2001, n. 165, e nel limite di 1 milione di euro per l'anno 2018».
  Si evidenzia, inoltre, che ai sensi dell'articolo 1, comma 328, della legge 28 dicembre 2015, n. 208 — legge di stabilità 2016, il Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo è stato autorizzato all'assunzione a tempo indeterminato di 500 funzionari da inquadrare, nel rispetto della dotazione organica di cui alla tabella B allegata al regolamento di cui al decreto del Presidente del Consiglio dei ministri 29 agosto 2014, n. 171, nella III area del personale non dirigenziale, posizione economica F1, nei profili professionali di antropologo, archeologo, architetto, archivista, bibliotecario, demoetnoantropologo, promozione e comunicazione, restauratore e storico dell'arte.
  La scelta di bandire tale concorso ha contestualmente favorito lo stesso contingente di personale vincitore della procedura selettiva dei «60 esperti».
  Difatti, i bandi del suddetto concorso contemplavano espressamente l'attribuzione fino ad un massimo di 30 (trenta) punti in base all'esperienza professionale maturata alla data di scadenza dei termini per la presentazione della domanda di partecipazione e molti di essi sono risultati vincitori anche in ragione del maggior punteggio, in sede valutativa, attribuito all'attività lavorativa presso gli istituti del Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo.
  Peraltro, nelle more dell'espletamento dei concorsi questo ministero, con decreto del Presidente del Consiglio dei ministri del 4 aprile 2017, è stato autorizzato allo scorrimento dalle graduatorie degli idonei del sopra citato bando per n. 200 funzionari esperti del patrimonio culturale e, da ultimo, l'articolo 1, comma 305, della legge 27 dicembre 2017, n. 205 di approvazione del bilancio di previsione dello Stato per l'esercizio finanziario 2018, ha autorizzato questa amministrazione ad assumere altre 200 unità di personale, mediante ulteriore scorrimento delle graduatorie.
  In tal modo sarà ulteriormente favorito l'ingresso anche a titolo definitivo nell'amministrazione di giovani che hanno dimostrato impegno e professionalità.
  In definitiva, negli ultimi anni, a fronte delle carenze di organico rilevate ed al blocco del turn over, oramai operativo da diversi anni, questo Ministero è riuscito a consentire, sia con il reclutamento dei 60 esperti a tempo determinato che con il concorso sopra ricordato (e con i ricordati scorrimenti di graduatoria), l'ingresso in Amministrazione di «nuove forze».
  Ciò al fine di invertire la tendenza registratasi negli ultimi anni e reintegrare l'organico dell'amministrazione dei beni culturali con giovani di alta professionalità che concorreranno negli anni futuri a tutelare, valorizzare, promuovere l'eccezionale patrimonio culturale italiano.
  

Il Sottosegretario di Stato per i beni e le attività culturali e il turismo: Antimo Cesaro.


   ANDREA MAESTRI, CIVATI, BRIGNONE e PASTORINO. — Al Ministro delle infrastrutture e dei trasporti. — Per sapere – premesso che:

   la condizione della linea ferroviaria Jonica che collega Taranto e Reggio Calabria, nonostante coinvolga tre regioni e numerosi centri portuali e turistici è in uno stato di degrado storico tristemente noto, con continui tagli ai collegamenti e una situazione drammatica per i pendolari;

   per aver protestato contro questa situazione di abbandono, il 15 settembre 2012, 14 persone furono denunciate con l'accusa di «interruzione di pubblico servizio» e richiesto loro il rimborso di 5 mila euro per i danni causati durante la manifestazione, organizzata da associazioni del territorio, avvenuta presso la stazione di Rossano (CS). Il 18 settembre 2017 sono state tutte assolte, perché «il fatto non sussiste»;

   il rapporto Pendolaria 2016 di Legambiente riporta per la Calabria: dal 2010 a oggi, tagli nel servizio ferroviario calabrese pari al -26,4 per cento; aumento delle tariffe del +20 per cento; età media dei treni circolanti di 22,1 anni; da Reggio a Taranto esistono solo 6 collegamenti al giorno tramite intercity e/o regionali e autobus, con 1, 2 o 3 cambi per un tempo di percorrenza che va dalle 6 alle 8 ore e 52 minuti, oltre a un collegamento con autobus che è il più competitivo con 5 ore e 15 minuti;

   a maggio 2017 è stato sottoscritto, dal presidente della regione Calabria, dal Ministro delle infrastrutture e dei trasporti e dal direttore generale RFI, un protocollo d'intesa per i collegamenti ferroviari sulla linea jonica, con un investimento di circa 500 milioni di euro (delibera Cipe 1° dicembre 2016: investimenti per 307 milioni di euro su fondi regionali di sviluppo e coesione del POR Calabria + 200 milioni di euro di risorse recuperate da un precedente progetto di Rfi e da fondi nazionali). Tra i principali interventi: la velocizzazione della linea jonica (innalzamento al rango C, che non riguarda l'alta velocità per la quale è previsto il «Rango P»); l'eliminazione di passaggi a livello per migliorare le prestazioni dei servizi di trasporto; il rinnovo degli scambi e dei binari dove è necessario; la riqualificazione delle stazioni; il rispetto dei tempi per l'esecuzione dei lavori; gli interventi di manutenzione straordinaria e di potenziamento infrastrutturale sulla linea Sibari-Crotone-Catanzaro. Altri 70 milioni di euro sono stati destinati all'acquisto di treni nuovi e dovrebbero far parte di un ulteriore accordo da sottoscrivere con Trenitalia, che dovrebbero entrare in esercizio fra il 2019 e il 2022;

   le associazioni della rete Fibc (Ferrovia ionica bene comune) denunciano l'impossibilità di accedere dal sito della regione alla documentazione progettuale di Rfi relativa agli interventi e all'interezza del finanziamento;

   da queste si evincerebbe, quindi, che le risorse pubbliche della regione Calabria sono state attribuite a Rfi senza che sia stato reso pubblico il progetto delle opere (con relative tavole tecniche), il capitolato con i singoli interventi (e relativi computo metrico e valorizzazione economica delle opere), il cronoprogramma degli interventi. Gli unici elaborati resi pubblici sarebbero quelli della linea Sibari-Catanzaro;

   nel giugno 2017 sono cominciati i lavori della linea jonica calabrese con la manutenzione del tratto ferroviario Sibari-Catanzaro, che è stato totalmente chiuso al transito e dovevano terminare entro il 10 settembre. Un parziale cedimento strutturale della volta in Galleria Cutro ha causato il primo ritardo e prorogato la riapertura a fine mese –:

   se il Governo sia a conoscenza della documentazione progettuale di Rfi relativa agli interventi sulla linea ferroviaria jonica Reggio Calabria-Taranto;

   alla luce delle criticità sopra evidenziate, quali iniziative di competenza intenda assumere per garantire la piena applicazione del principio di legalità di cui all'articolo 97 della Costituzione e dei principi di pubblicità e trasparenza, di cui alla legge n. 241 del 1990 e al decreto legislativo n. 97 del 2016, il cosiddetto «freedom of information act» italiano;

   se non ritenga opportuno aprire un tavolo tecnico permanente coinvolgendo i soggetti interessati e i rappresentanti delle associazioni della rete Fibc, per una valutazione delle opere di progetto, per il monitoraggio, per il controllo e per l'avanzamento dei lavori, in un'ottica di pieno rispetto nei confronti della popolazione calabrese storicamente svantaggiata da servizi ferroviari obsoleti, insufficienti e a rischio infiltrazioni malavitose.
(4-17970)

  Risposta. — Con riferimento all'atto di sindacato ispettivo in esame, si forniscono i seguenti elementi di risposta sulla base delle informazioni pervenute dalla direzione generale per il trasporto e le infrastrutture ferroviarie di questo Ministero e dalla società Rete ferroviaria italiana (Rfi) – Gruppo ferrovie dello Stato italiane.
  Riguardo alle modalità di affidamento delle risorse pubbliche a Rete ferroviaria italiana (Rfi), la società del gruppo Fsi preposta alla gestione dell'infrastruttura ferroviaria nazionale, si ricorda che in base al decreto ministeriale 138 T/2000 di questo Ministero, la società gestisce in regime di concessione l'infrastruttura ferroviaria nazionale. Tale concessione è stata rilasciata per la durata di 60 anni.
  Come è noto, le principali attività correlate alla missione di Rfi sono rappresentate dalla:

   progettazione, costruzione, messa in esercizio, gestione e manutenzione dell'infrastruttura ferroviaria nazionale, ivi incluse le stazioni passeggeri e gli impianti merci modali e intermodali, nonché gestione dei sistemi di controllo e di sicurezza connessi alla circolazione dei convogli, ivi compreso il sistema alta velocità/alta capacità;

   promozione dell'integrazione delle infrastrutture ferroviarie e cooperazione con altri gestori delle infrastrutture ferroviarie;

   altri compiti attribuiti al gestore dell'infrastruttura ai sensi della vigente normativa, quali: accesso all'infrastruttura ed ai servizi, riscossione del canone per l'utilizzo dell'infrastruttura da parte delle imprese ferroviarie, nonché ogni ulteriore attività necessaria o utile per il perseguimento dei fini istituzionali indicati dalle competenti Autorità nazionali e comunitarie.

  Lo strumento cui è affidata la disciplina degli aspetti economici e finanziari del rapporto di concessione tra lo Stato e il gestore dell'infrastruttura è il contratto di programma il quale recepisce la pianificazione, delineata in coerenza con gli indirizzi e i vincoli nazionali e comunitari, relativi allo sviluppo e alla gestione dell'infrastruttura ferroviaria e alla programmazione economico-finanziaria, nonché con le esigenze industriali di Rfi.
  Per gli interventi compresi nel contratto di programma il gestore dell'infrastruttura è beneficiario di finanziamenti comunitari, nazionali e degli enti locali.
  L'assegnazione di questi finanziamenti avviene tramite provvedimenti normativi, deliberazioni e convenzioni.
  Come previsto dall'atto di concessione e dalla normativa italiana, nella fase di attuazione degli interventi Rfi rispetta la destinazione delle risorse pubbliche.
  Il 7 agosto 2017 è stato esaminato favorevolmente dal Cipe il contratto di programma-parte Investimenti 2017-2021, tra questo Ministero e Rfi e, nonostante il complesso
iter approvativo del nuovo contratto non si sia ancora concluso, il suo contenuto è già reso pubblico sul sito web del gestore, in ottemperanza al decreto legislativo n. 112 del 2015.
  Il Contratto di programma definisce, altresì, gli obblighi spettanti al gestore in virtù del rapporto di concessione con lo Stato (articolo 4) nonché il controllo e monitoraggio dell'Amministrazione sull'operato dello stesso (articoli da 7 a 10). Tali norme, soddisfano, pertanto, le richieste dell'interrogante in merito alla conoscenza da parte dell'Amministrazione, della documentazione progettuale di Rfi nonché in merito alle disposizioni in materia di pubblicità e trasparenza di cui al decreto legislativo n. 97 del 2016. È evidente, infatti, che l'operato del gestore deve essere conforme al complesso quadro di normative che regolano la programmazione, la progettazione e la realizzazione degli investimenti infrastrutturali per la realizzazione e/o ammodernamento di opere ferroviarie che garantiscano, tra l'altro, la sicurezza e lo sviluppo della rete.
  In merito ai finanziamenti in questione Rfi riferisce che, nell'ambito della programmazione 2014-2020 del Fondo sviluppo e coesione (Fsc), la delibera Cipe n. 25 del 2016 ha definito in 11,5 miliardi di euro il volume di risorse destinate al Piano operativo infrastrutture di competenza di questo Ministero.
  Con la successiva delibera Cipe n. 54 del 2016, pubblicata il 14 aprile 2017, il Piano operativo infrastrutture è stato articolato in assi tematici, di cui quello contraddistinto dalla lettera B è riferito ad interventi nel settore ferroviario, al quale sono state destinate risorse per 2.056 milioni di euro.
  La regione Calabria è stata beneficiaria di una quota significativa di queste risorse:

   studio di fattibilità per la realizzazione dell'alta velocità ferroviaria Salerno-Reggio Calabria e sistema integrato stazione ferroviaria-aerostazione di Lamezia Terme (6 milioni di euro);

   adeguamento e velocizzazione linea ferroviaria Jonica – tratta Sibari-Melito – Porto Salvo (307 milioni di euro).

  Sempre Rfi riferisce che l'investimento relativo all'adeguamento e velocizzazione linea ferroviaria jonica – tratta Sibari-Melito Porto Salvo, comprende i seguenti interventi:

   la velocizzazione della linea Jonica;

   l'eliminazione di alcuni passaggi a livello per migliorare gli standard di sicurezza e qualitativi – regolarità e puntualità – dei servizi di trasporto su ferro e su gomma, anche attraverso la realizzazione di opere viarie alternative;

   l'adeguamento degli scambi e dei binari funzionale all'istituzione di un rango di velocità più elevato;

   il prolungamento di alcuni sottoposi e la costruzione di nuovi;

   la riqualificazione delle stazioni, con priorità a quelle con maggiore traffico di viaggiatori.

  La Giunta regionale della Calabria, con delibera di Giunta regionale n. 0372 del 27 settembre 2016, ha:

   preso atto del Rapporto di fattibilità del potenziamento della linea ferroviaria ionica;

   dato mandato per l'avvio di ogni necessaria intesa istituzionale con questa Amministrazione, anche con riferimento alla programmazione delle risorse Fsc 2014/2020 per il potenziamento della linea ferroviaria Jonica;

   dato mandato per l'avvio di ogni necessaria intesa con questo Ministero e con Rfi per la definizione del quadro economico riguardo gli interventi previsti per il potenziamento della linea ferroviaria jonica.

  A seguito delle interlocuzioni da parte della regione Calabria con questa Amministrazione e con Rfi, nell'ambito del Fsc 2014/2020 «Cabina di regia», il Cipe, nella seduta del 1o dicembre 2016, ha approvato l'intervento denominato adeguamento e velocizzazione linea ferroviaria Jonica – tratta Sibari-Melito Porto Salvo per un importo pari a 307 milioni di euro.
  Su richiesta della regione sono state inoltre destinate al potenziamento della linea Jonica risorse statali pari a 90 milioni di euro, previste nell'aggiornamento 2016 del contratto di programma — parte investimenti, originariamente destinate alla progettazione e realizzazione di n. 3 varianti sulla linea tirrenica.
  Complessivamente per il programma di interventi finalizzato al potenziamento della direttrice Jonica sono stati quindi resi disponibili 397 milioni di euro.
  Inoltre, con il protocollo d'intesa del 17 maggio 2017, regione Calabria e Rfi si sono impegnate a collaborare per tutte le fasi del Macro intervento, adeguamento e velocizzazione linea ferroviaria Jonica – tratta Sibari-Melito Porto Salvo, finalizzato in particolare alla velocizzazione della linea Jonica.
  Nel protocollo d'intesa sono stati inoltre pianificati i seguenti investimenti sulla linea Jonica:

   l'attuale quadro normativo prevede la sostituzione, nei limiti della convenienza tecnica ed economica, dell'armamento non conforme agli standard, costruttivi: es. sostituzione traverse in legno, estensione della lunga rotaia saldata, componentistica di tipo innovativo negli apparecchi del binario. In questo ambito sono stati avviati interventi nella tratta Sibari-Catanzaro lido, compresa la messa in sicurezza della galleria di Cutro, con risorse statali già nella disponibilità di Rfi, pari a 40 milioni di euro;

   per proseguire nel programma di soppressione dei passaggi a livello sulla linea Jonica, è stata prevista la possibilità che, con specifiche convenzioni, gli enti locali possano contribuire con finanziamenti, ai quali si aggiungeranno le risorse statali di competenza Rfi fino ad un importo massimo pari a euro 671.000 per ciascuna opera sostitutiva, con una previsione di spesa massima per l'intera tratta Jonica pari a 40 milioni di euro.

  In merito all'articolazione degli interventi, Rfi riferisce che al fine di affidare i lavori ad imprese certificate nello specifico settore gli interventi di potenziamento della linea Jonica, aventi un costo complessivo di 397 milioni di euro, sono stati articolati in quattro Codici unici di progetto (CUP):

   1. interventi infrastrutturali – sottopassi 75 milioni di euro;

   2. interventi infrastrutturali – armamento e opere civili 196 milioni di euro;

   3. interventi di potenziamento tecnologico 67 milioni di euro;

   4. interventi di soppressione passaggi a livello 59 milioni di euro.

  Al riguardo, in merito all’iter approvativo e all'esecuzione dei lavori, i quattro interventi identificati dai Cup, avranno iter autorizzativo distinto sulla base del diverso impatto sul territorio.
  Rfi precisa che nella fattispecie l’
iter approvativo non prevede lo strumento del dibattito pubblico, fase del processo di sviluppo di un progetto infrastrutturale finalizzata a condividere e diffondere le informazioni, la partecipazione dei cittadini e la condivisione delle scelte, secondo l'articolo 22 del nuovo codice appalti.
  Il dibattito pubblico è previsto dalla norma solo nei casi di nuove linee ferroviarie per il traffico a grande distanza e potenziamento di linee esistenti con lunghezza maggiore di 30 km e costo maggiore di 500 milioni di euro.
  I lavori in corso sono stati affidati da Rfi ad imprese certificate attraverso lo strumento negoziale dell'Accordo quadro avente evidenza pubblica, ai sensi del vigente codice dei contratti pubblici, a valle della definizione di una progettazione di un capitolato di appalto.

Il Viceministro delle infrastrutture e dei trasporti: Riccardo Nencini.


   ANDREA MAESTRI, CIVATI, BRIGNONE e PASTORINO. — Al Ministro dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare. — Per sapere – premesso che:

   l'aggiornamento della mappatura del rischio industriale in Italia, a livello nazionale e regionale, è un compito dell'Ispra (Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale);

   la mappa permette di conoscere l'entità e la distribuzione territoriale dei fattori di rischio di incidenti rilevanti legati alle attività industriali e il suo aggiornamento è dunque un presupposto importante alla ricerca e all'attuazione dei diversi strumenti di prevenzione e di controllo dei rischi;

   per l'elaborazione di tale mappa l'articolo 15 del decreto legislativo n. 334 del 1999 predispose – nei limiti delle risorse finanziarie previste – presso il Ministero dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare che ne curava l'aggiornamento in collaborazione con l'Agenzia nazionale per la protezione dell'ambiente (Anpa) divenuta oggi Ispra, l'inventario degli stabilimenti suscettibili di causare incidenti rilevanti. L'inventario si basava sulle informazioni, tratte dalle notifiche e dalle schede d'informazione alla popolazione (Allegato V del decreto legislativo n. 334 del 1999), fornite dai gestori degli stabilimenti e pervenute al Ministero dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare a partire dall'ottobre 2000 e, successivamente all'entrata in vigore del decreto, è stato continuamente aggiornato mediante le informazioni pervenute da parte anche del Corpo nazionale dei vigili del fuoco, delle regioni, delle prefetture e altro;

   l'inventario, aggiornato, permetterebbe di avere a disposizione una serie di notizie (dati identificativi dell'azienda e dello stabilimento, attività, ubicazione geografica e georeferenziazione, sostanze detenute con i rispettivi quantitativi e altro): importanti elementi preliminari per la determinazione del rischio potenziale per la popolazione e l'ambiente derivante dalla presenza nelle vicinanze di una determinata industria classificata ai sensi dell'articolo 6/7 e dell'articolo 8 del decreto legislativo n. 334 del 1999;

   a seguito dell'entrata in vigore della direttiva 2012/18/UE (Seveso III), il decreto di recepimento della stessa, il decreto legislativo n. 105 del 2015, all'articolo 5 ha stabilito di affidare all'Ispra il compito di predisporre e aggiornare l'Inventario, di cui il Ministero dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare ha mantenuto l'indirizzo e il coordinamento. A regime doveva essere utilizzato anche per la trasmissione da parte dei gestori delle notifiche per permettere all'Ispra di verificarne la completezza e la conformità e consentire la comunicazione di informazioni corrette alla Commissione europea ai sensi dell'articolo 21 comma 3 della Direttiva e della decisione europea 895/2014. Il decreto ha anche suddiviso gli stabilimenti in due grandi gruppi, gli stabilimenti di «soglia inferiore» in cui sono presenti cioè quantità inferiori di sostanze pericolose, e stabilimenti di «soglia superiore» in cui le sostanze pericolose sono presenti in quantità più elevate;

   risulta però agli interroganti che sul sito del Ministero dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare la pagina dedicata all'inventario – diventato Inventario nazionale degli stabilimenti a rischio di incidente rilevante – sia aggiornata al 31 maggio 2015, nonostante sia riportato che «L'elenco viene aggiornato semestralmente. A seguito dell'entrata in vigore del D.lgs. 105/2015, gli aggiornamenti successivi al 1° giugno 2015 saranno effettuati a partire dal mese di giugno 2016». Così come risulta che sul sito dell'Ispra, la pagina relativa alla Mappatura del rischio industriale in Italia contiene dati aggiornati al 30 aprile 2015 –:

   se il Governo intenda chiarire i motivi del mancato aggiornamento dell'inventario nazionale degli stabilimenti a rischio di incidente rilevante e conseguentemente della mappatura del rischio industriale in Italia;

   se non ritenga opportuno e urgente assumere iniziative volte a stanziare le risorse necessarie affinché vengano entrambi aggiornati per l'importanza che rivestono ai fini della ricerca e dell'attuazione dei diversi strumenti di prevenzione e di controllo dei rischi.
(4-18389)

  Risposta. — Con riferimento all'interrogazione in esame, relativa all'aggiornamento della mappatura del rischio industriale in Italia, sulla base degli elementi acquisiti, si rappresenta quanto segue.
  Il decreto legislativo n. 105 del 2015, all'articolo 5, stabilisce che il Ministero dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare coordina ed indirizza la predisposizione e l'aggiornamento, da parte dell'Ispra, dell'inventario degli stabilimenti suscettibili di causare incidenti rilevanti, degli esiti di valutazione dei rapporti di sicurezza e delle ispezioni. L'Inventario è utilizzato anche al fine della trasmissione delle notifiche da parte dei gestori e dello scambio delle informazioni tra le amministrazioni competenti.
  L'entrata in vigore del predetto decreto legislativo n. 105 del 2015, che ha abrogato e sostituito il precedente decreto legislativo n. 334 del 1999, ha comportato l'aggiornamento dell'Inventario degli stabilimenti a rischio di incidente rilevante, da effettuarsi in base alle informazioni trasmesse dai gestori con le prescritte notifiche. Tali notifiche, ai sensi dell'articolo 13, comma 5, del citato decreto, sono inviate dai gestori all'Ispra via posta elettronica certificata (PEC) firmata digitalmente e, a regime, tramite un servizio telematico connesso con l'inventario degli stabilimenti. Il termine ultimo per l'invio delle notifiche a seguito dell'entrata in vigore del nuovo decreto era fissato al 31 maggio 2016.
  Come previsto dalla norma in questione, l'Ispra ha realizzato l'applicativo per l'invio telematico delle notifiche che, su indicazione del Ministero dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare, è stato reso operativo da aprile 2016, in via transitoria, e dal 1° giugno 2016 in via definitiva. L'Istituto ha inviato allo stesso Ministero, su sua richiesta, rapporti periodici sullo stato di aggiornamento dell'inventario, alle date del 25 novembre 2016 e del 30 aprile 2017.
  Al riguardo, secondo quanto riferito da Ispra, al 30 ottobre 2017, risultano inviate all'istituto tramite l'applicativo informatico, 941 notifiche, di cui 718 sono state esaminate, 115 sono in corso di valutazione e 108 sono state restituite ai gestori per il completamento.
  Sono inoltre in corso accertamenti su stabilimenti, già notificati ai sensi del decreto legislativo n. 334 del 1999, dai quali sono pervenute comunicazioni in merito alla loro assoggettabilità al nuovo decreto legislativo n. 105 del 2015.
  Sempre al 30 ottobre 2017, sono 871 i gestori di diversi stabilimenti abilitati all'inserimento delle notifiche, mentre risulta che circa 450 gestori non hanno ancora inserito la notifica sull'applicativo, avendo inviato una notifica valida via posta elettronica certificata entro il 31 maggio 2016.
  L'Ispra si trova, dunque, a gestire ancora un periodo transitorio dovuto alla duplice modalità consentita di invio delle notifiche stesse, mantenendo comunque aggiornate le informazioni ricevute e trasmettendo al Ministero dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare aggiornamenti semestrali relativi alle notifiche presentate dai gestori soggetti al decreto legislativo n. 105 del 2015.
  Il periodo transitorio sopra citato avrà termine quando per tutti gli stabilimenti soggetti al decreto sarà disponibile una notifica sull'applicativo web, mentre è in fase di redazione l'aggiornamento della situazione al 30 ottobre 2017. Nel contempo Ispra sta sollecitando i gestori che non hanno provveduto all'inserimento delle notifiche e si sta adoperando per l'inserimento d'ufficio nell'applicativo predisposto, delle notifiche valide pervenute via posta elettronica certificata.
  Alla luce di quanto sopra, la stessa Ispra ha sospeso la pubblicazione della mappatura del rischio industriale, prevedendo di riprenderla nel 2018.
  Da ultimo, pur condividendo la valutazione circa l'importanza del ruolo dell'inventario degli stabilimenti in relazione alla prevenzione ed al controllo dei rischi, si fa presente che la norma prevede che la gestione dell'Inventario sia effettuata con le risorse umane, strumentali e finanziarie disponibili a legislazione vigente (articolo 29 decreto legislativo n. 105 del 2015) e che pertanto non risulta possibile lo stanziamento di ulteriori risorse.
  Si rappresenta, infine, che il Ministero dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare, dal mese di settembre scorso ha affiancato l'Istituto nelle attività operative di verifica presso i gestori, con l'obiettivo di ultimare l'aggiornamento e definire l'elenco nel più breve tempo possibile.
  Alla luce delle informazioni esposte, il Ministero dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare e continua a svolgere la propria attività, senza ridurre in alcun modo il livello di attenzione sulla questione.

Il Ministro dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare: Gian Luca Galletti.


   MANNINO, BUSTO, DAGA, DE ROSA, MICILLO, TERZONI e ZOLEZZI. — Al Ministro dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare. — Per sapere – premesso che:

   la riserva naturale orientata «Torre Salsa» è un'area naturale protetta di 762 ettari che si estende tra Siculiana marina ed Eraclea Minoa in provincia di Agrigento, istituita dalla regione siciliana ed affidata in gestione dal 23 giugno 2000 al Wwf Italia;

   la riserva – che costituisce un pregio del patrimonio naturalistico regionale e nazionale — ricade all'interno di un sito d'importanza comunitaria (SIC ITA040003) presso il comune di Siculiana;

   con deliberazione della giunta comunale n. 21 del 10 marzo 2016, l'amministrazione di Siculiana ha approvato il progetto per la realizzazione di una «struttura turistico-ricettiva, ADLER mare spa-resort e centro benessere» da realizzarsi in contrada Torre Salsa, presentato dalla società Ritempra s.p.a.;

   con provvedimento finale Suap n. 2 del 24 gennaio 2017, il comune di Siculiana ha autorizzato la realizzazione delle opere e degli interventi di cui al progetto de quo, lavori che dovranno avere inizio entro 1 anno dalla data di rilascio della autorizzazione richiamata ed ultimati entro 3 anni dalla data di comunicazione di inizio dei lavori;

   la sopra citata struttura turistica nascerà in contiguità con i terreni della riserva di Torre Salsa, ed in parte all'interno della fascia di rispetto del sito di interesse comunitario; tale progetto prevede l'utilizzo di una parte dei tracciati interni e di alcune spiagge che saranno privatizzate e rese di esclusiva pertinenza della struttura, a discapito della piena accessibilità e fruibilità delle stesse da parte dei cittadini;

   al riguardo, occorre evidenziare come alcuni dei pareri/nulla osta acquisiti durante la fase istruttoria relativa al progetto in questione (parere U.T.C. sulla conformità urbanistica, prot. n. 8579 del 25 ottobre 2011, parere azienda sanitaria provinciale, prot. n. 10535 del 6 novembre 2011, parere assessorato regionale risorse agricole ed alimentari, prot. 9521 del 2 dicembre 2011) siano piuttosto risalenti nel tempo e, pertanto, a giudizio dell'interrogante non più idonei ad assolvere appieno alla specifica funzione rispetto alla quale sono stati rilasciati e, conseguentemente, suscettibili di essere considerati privi di efficacia;

   si sottolinea che, pur non potendo imprimere ad un'area una condizione giuridica di inedificabilità assoluta per il solo fatto che la stessa sia inclusa nei siti di interesse comunitario (SIC) e in zone di protezione speciale – (ZPS) Consiglio di Stato, Sez. V, sent. n. 892, dal 25 febbraio 2014 – qualsiasi intervento che degradi integralmente o parzialmente l’habitat per la cui conservazione è stata individuata l'area protetta ben potrà essere precluso;

   ad avviso degli interroganti, le opere e gli interventi previsti nel progetto per la realizzazione del resort in questione possono senz'altro configurarsi — anche ai fini di una apposita segnalazione da inoltrare alla Commissione europea — quali impatti ed attività che incidono, in maniera significativa e negativa, sulla conservazione e sulla gestione del sito, il quale può essere leso non soltanto per effetto di attività dirette su quest'ultimo ma anche nell'ipotesi di minacce e pressioni che si verifichino finanche nelle immediate vicinanze dello stesso, ma che siano, tuttavia, idonee a comprometterne, totalmente o parzialmente, l'integrità –:

   di quali elementi disponga il Ministro interrogato in relazione a quanto esposto in premessa, quali iniziative di competenza intenda assumere per tutelare il sito di importanza comunitaria nel quale è situata la riserva di Torre Salsa e se, ed in che modo, la realizzazione della struttura turistica in questione possa considerarsi compatibile con l'esigenza di assicurare, in ogni caso, un adeguato equilibrio tra la conservazione del sito ed un uso sostenibile del territorio, anche in ossequio ai principi comunitari di precauzione e prevenzione dell'azione ambientale.
(4-15738)

  Risposta. — Con riferimento all'interrogazione in esame, relativa alla realizzazione, da parte della società Ritempra s.p.a., di una struttura turistico-ricettiva in prossimità della riserva naturale orientata «Torre Salsa» e, parzialmente, all'interno del Sic ITA040003 «Foce del Magazzolo, Foce del Platani, Capo Bianco, Torre Salsa», sulla base degli elementi acquisiti, si rappresenta quanto segue.
  Con nota del 16 marzo 2017, il comune di Siculiana ha trasmesso al Ministero dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare il provvedimento finale Suap n. 02 del 24 gennaio 2017, recante «Provvedimento unico conclusivo. Società — RITEMPRA S.p.a., con sede a via Rezia n. 7 ad Ortisei (BZ), (precedente sede 00187 Roma in via Sardegna n. 4) cod. fisc. 06291381009, per la realizzazione di una "struttura turistico-ricettiva, Adler mare S.p.a. — resort e centro benessere da sorgere in C/da Torre Salsa e individuato catastalmente foglio di mappa n. 1 particelle nn. 28, 33, 108, 4030, 432, 434, 436, 438 e 440», quale sintesi del processo autorizzativo esperito.
  Per quanto riguarda gli aspetti ambientali risulta che sia stata espletata, da parte della regione Siciliana, la procedura di valutazione di impatto ambientale, con integrata valutazione di incidenza, conclusa con Ddg dell'Assessorato ambiente regionale n. 1055 del 19 dicembre 2013, con esito positivo con prescrizioni.

  Dal predetto atto si evince altresì che lo stesso Wwf, Ente gestore della riserva «Torre Salsa», con nota del 10 agosto 2012, si sia espresso sul progetto in modo favorevole, con prescrizioni, sia per quanto riguarda il parere di competenza in materia di aree protette e sia per gli aspetti afferenti la valutazione di incidenza.
  Nel provvedimento regionale risulta inoltre che sembrerebbero essere state valutate come non significative le interferenze sulla componente faunistica, in quanto «i lavori in progetto e la frequentazione antropica (sia durante la fase di cantiere che di esercizio) non potranno disturbare o impedire le migrazioni, visto che l'area di progetto dista diversi chilometri dalle zone umide presenti e che le opere architettoniche in progetto non prevedono l'interruzione di corridoi ecologici».
  Per quanto riguarda invece la durata dei provvedimenti autorizzativi, con specifico riferimento alla procedura di Via, ai sensi del decreto legislativo n. 152 del 2006, i progetti approvati devono essere realizzati entro cinque anni dalla pubblicazione del provvedimento ovvero entro un periodo più lungo, qualora espressamente previsto nel decreto di Via.
  Relativamente agli aspetti sui quali il Ministero dell'ambiente svolge un ruolo di vigilanza, dagli atti ufficiali prodotti risulta che, come previsto dal Decreto del Presidente della Repubblica n. 357 del 1997, la competente autorità regionale si sia espressa nell'ambito della propria discrezionalità tecnica sulla procedura di valutazione di incidenza, e che l'Ente gestore della riserva «Torre Salsa» abbia dato il proprio nulla osta al progetto.
  Della questione sono interessate anche altre Amministrazioni, pertanto laddove dovessero pervenire nuovi elementi informativi, si provvederà ad un aggiornamento.
  Ad ogni modo, si rassicura che il Ministero dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare continuerà a svolgere la propria attività, senza ridurre il livello di attenzione sulla questione.

Il Ministro dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare: Gian Luca Galletti.


   MANNINO. — Al Presidente del Consiglio dei ministri, al Ministro dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare. — Per sapere – premesso che:

   il comma 2-bis dell'articolo 41 della legge 24 dicembre 2012, n. 234 riporta «nel caso di violazione della normativa europea accertata con sentenza della Corte di giustizia dell'Unione europea di condanna al pagamento di sanzioni a carico della Repubblica italiana, ove per provvedere ai dovuti adempimenti si renda necessario procedere all'adozione di una molteplicità di atti anche collegati tra loro, il Presidente del Consiglio dei ministri, su proposta del Ministro competente per materia, sentiti gli enti inadempienti, assegna a questi ultimi termini congrui per l'adozione di ciascuno dei provvedimenti e atti necessari. Decorso inutilmente anche uno solo di tali termini, il Consiglio dei ministri, sentito il soggetto interessato, su proposta del Presidente del Consiglio dei ministri e del Ministro competente per materia, adotta i provvedimenti necessari, anche normativi, ovvero nomina un apposito commissario. Alla riunione del Consiglio dei ministri è invitato il Presidente della Giunta regionale della regione interessata al provvedimento. Le disposizioni di cui al presente comma si applicano anche agli inadempimenti conseguenti alle diffide effettuate in data anteriore alla data di entrata in vigore della presente disposizione che si fondino sui presupposti e abbiano le caratteristiche di cui al primo periodo»;

   nella legge 7 agosto 2016, n. 160 (Conversione in legge, con modificazioni, del decreto-legge 24 giugno 2016, n. 113, recante misure finanziarie urgenti per gli enti territoriali e il territorio) v'è l'articolo 22 che al comma 1 dispone: «Al fine di garantire la dotazione finanziaria necessaria per la realizzazione degli interventi attuativi della sentenza di condanna della Corte di giustizia dell'Unione europea del 2 dicembre 2014 relativa alla procedura di infrazione comunitaria n. 2003/2077, tutte le risorse finanziarie statali destinate, a qualsiasi titolo, alla messa a norma delle discariche abusive oggetto della sentenza di condanna, e non impegnate alla data di entrata in vigore del presente articolo, ancorché già trasferite alle amministrazioni locali e regionali o a contabilità speciali, sono revocate e assegnate al commissario straordinario nominato ai sensi del comma 2-bis dell'articolo 41 della legge 24 dicembre 2012, n. 234, su specifico conto di contabilità speciale; intestato al commissario straordinario, presso la sezione di Tesoreria provinciale dello Stato di Roma, ai sensi degli articoli 8 e 10 del decreto del Presidente della Repubblica 20 aprile 1994, n. 367»;

   è il generale dell'Arma dei carabinieri Giuseppe Vadalà il commissario straordinario per la realizzazione degli interventi necessaria, all'adeguamento alla normativa vigente di 58 discariche abusive oggetto di diffida i cui termini sono infruttuosamente scaduti; lo ha stabilito il Consiglio dei ministri del 24 marzo 2017, su proposta del Presidente Paolo Gentiloni e del Ministro dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare Gian Luca Galletti;

   il Generale Vadalà arriva in sostituzione del Generale di Brigata Donato Monaco, dimessosi nel mese di gennaio 2017 per motivi personali;

   dopo le varie interlocuzioni con la Commissione europea e in attesa degli esiti della verifica della documentazione trasmessa in data 2 dicembre 2016, rimangono in procedura di infrazione 133 discariche abusive, pari a una sanzione semestrale di 27.800.000 euro, per 58 di queste sarà operativo il Commissario straordinario –:

   se il commissario Giuseppe Vadalà avrà a disposizione una struttura – necessaria alla redazione di progetti, bandi di gara e avanzamento lavori ovvero contabilità – di tecnici provenienti anche dai Ministeri interessati, al fine di adempiere al suo mandato ossia di intervenire con celerità ed efficienza per ottemperare a quanto stabilito dalla Corte di giustizia dell'Unione europea nella sentenza del 2 dicembre 2014 contro l'Italia.
(4-16062)

  Risposta. — Con riferimento alle problematiche evidenziate nell'interrogazione in esame sulla base degli elementi acquisiti, si rappresenta quanto segue.
  Preliminarmente, si osserva che il caso relativo alla mancata esecuzione della prima sentenza di condanna del 26 aprile 2007 riguarda la violazione della direttiva rifiuti 75/442/CEE (modificata dalla direttiva 91/156/CEE), della direttiva 91/689/CEE e della direttiva 1999/13/CE in riferimento a 200 discariche presenti sul territorio di 18 regioni italiane. Si tratta, in particolare:

   di n. 198 discariche dichiarate non conformi agli articoli 4, 8 e 9 della direttiva 75/442/CEE e all'articolo 2, paragrafo 1 della direttiva 91/689/CEE per le quali sono necessarie operazioni di messa in sicurezza e/o bonifica;

   di n. 2 discariche dichiarate non conformi all'articolo 14, lettere da a) a c) della direttiva 1999/31/CE, per le quali si rendeva necessario dimostrare l'approvazione di piani di riassetto oppure l'adozione di decisioni definitive di chiusura.

  Il 2 dicembre 2014 la Corte di giustizia dell'Unione europea ha condannato l'Italia al pagamento, per le suddette violazioni, di una sanzione forfettaria di 40 milioni di euro e di una penalità semestrale di 42, 8 milioni di euro da pagarsi fino all'esecuzione completa della sentenza.
  La sentenza ha una determinazione digressiva della sanzione pecuniaria: si prevede, infatti, la riduzione di 400.000 euro per la messa a norma di ciascuna discarica contenente rifiuti pericolosi e di 200.000 euro per la messa a norma di ciascuna discarica contenente rifiuti non pericolosi. Inoltre, la Commissione europea ha chiarito che, per dare esecuzione alla sentenza, non basta garantire che nei siti oggetto della condanna non siano più depositati rifiuti o che i rifiuti già depositati siano gestiti in conformità alla normativa UE in materia, ma occorre altresì verificare che i rifiuti non abbiano inquinato il sito e, in caso di inquinamento, eseguire le attività di messa in sicurezza o bonifica del sito ai sensi dell'articolo 240 del Codice dell'ambiente.
  L'elenco completo delle discariche oggetto del procedimento di esecuzione della sentenza è stato trasmesso informalmente dalla Commissione europea nel marzo 2015 per il tramite della Rappresentanza permanente d'Italia presso l'Unione europea. Tali discariche erano così ripartite sul territorio nazionale:

   Abruzzo 28;

   Basilicata 2;

   Calabria 43 di cui 1 di rifiuti pericolosi;

   Campania 48 di cui 1 di rifiuti pericolosi;

   Emilia Romagna 1 di rifiuti pericolosi;

   Friuli Venezia Giulia 3;

   Lazio 21 di cui 1 di rifiuti pericolosi;

   Liguria 6 di cui 4 di rifiuti pericolosi;

   Lombardia 4 di cui 2 di rifiuti pericolosi;

   Marche 1 di cui 1 di rifiuti pericolosi;

   Molise 1;

   Piemonte 1 di cui 1 di rifiuti pericolosi;

   Puglia 12;

   Sardegna 1;

   Sicilia 12 di cui 1 di rifiuti pericolosi;

   Toscana 6;

   Umbria 1 di cui 1 di rifiuti pericolosi;

   Veneto 9.

  A seguito all'attività istruttoria svolta dal Ministero dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare, sono stati notificati, alle regioni e agli enti locali interessati, 161 decreti di diffida del Presidente del Consiglio ai sensi dell'articolo 8, commi 1 e 2 della legge 5 giugno 2003, n. 131, in vista dell'eventuale esercizio del potere sostitutivo straordinario di cui all'articolo 120, secondo comma, della Costituzione.
  I termini imposti nelle diffide del Presidente del Consiglio dei ministri non sono tutti scaduti e la situazione è quotidianamente monitorata dal Ministero.
  L'elenco completo delle discariche abusive e lo stato delle attività di bonifica è riportato sul sito istituzionale del Ministero dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare al seguente indirizzo:
http://www.minambiente.it/pagina/discariche-abusive.
  Si rappresenta, inoltre, che in data 24 marzo 2017 il Consiglio dei ministri ha nominato Commissario straordinario per la realizzazione degli interventi necessari all'adeguamento alla normativa vigente delle discariche abusive presenti sul territorio nazionale il Generale di brigata dell'Arma dei carabinieri Giuseppe Vadalà.
  L'elenco dei siti commissariati inizialmente contava 58 discariche, oggi ridotto a 51 per l'esclusione, ad aprile 2017, con la decisione SG- Greffe(2017) D/6030 del 18 aprile 2017 del sito di Sernaglia della Battaglia (Veneto) e dei siti di Rotondi, Durazzano e Cusano Mutri (Campania), di Isola del Giglio (Toscana) e dei siti di Monte San Giovanni Campano e Patrica (Lazio) con la decisione SG-Greffe (2017) D/13722 del 4 settembre 2017.
  Alla data odierna permangono quindi in procedura di infrazione sotto l'egida del Commissario Vadalà le 51 discariche riportate di seguito con specificazione dei comuni e delle località dove sono ubicate:
  

   Abruzzo: Casalbordino (CH) – San Gregorio;

   Calabria: Davoli – Vasi, Longobardi (Cs) – Tremoli Tosto, Mormanno (Cs) – Ombrelle, San Calogero (Vv) – Papaleo, Tortora – Sicilione, Belmonte calabro (Cs) – Manche, Belmonte calabro (Cs) – Santa Caterina, Martitrano (Cz) – Ponte del soldato, Pizzo (Vv) – Marinella, Sangineto (Cs) – Timpa di civita, Verbicaro – Acqua dei bagni, Amantea (Cs) – Grassullo, Joppolo (Vv) – Calafatoni (Colantoni), Magisano (Cz) – Finoieri, Taverna (Cz) – Torrazzo, Arena (non Gerocarne) (VV) – Lapparni, Badolato (Cz) – San Marini, Petronà (Cz) – Pantano Grande, Sellia (Cz) – Aria;

   Campania:San Lupo (Bn) – L. Defenzola, Castelvetere di Valfortore (Bn) – Lama Grande, Tocco Caudio (Bn) – Paudone, Puglianello (Bn) – Marrucaro; Pescosannita (Bn) – Lame, Sant'Arcangelo Trimonte (Bn) – Nocecchia Pianella, Sant'Arsenio (Sa) – Loc. Difesa, Benevento – Ponte Valentino;

   Lazio: Filettino (Fr) – Cerreta, Oriolo Romano – Ara San Baccano, Riano (Rm) – Piana Perina, Trevi nel Lazio – Carpineto, Trevi nel Lazio – Casette Caponi (alias Fornace);

   Puglia:Lesina (Fg) – Pontone Pontonicchio/Coppa Faccio Olive, Sannicandro di Bari (Ba) – Pezze Pescorosso; Binetto (Ba) – Pezze di Campo, San Pietro Vernotico (Br) – Marciaddare, Ascoli Satriano (Fg) – Mezzana La Terra, Santeramo in Colle (Ba) – Montefreddo;

   Sicilia: Cammarata (Ag) – San Martino, Cerda (Pa) – Caccione, Leonforte – Tumminella, Monreale (Pa) – Zabbia, Paternò (Ct) – C.da Petulenti, San Filippo del Mela (Me) – C. da Sant'Agata, Augusta – Campo Sportivo;

   Veneto: Venezia – Marghera (Malcontenta C), Chioggia (Ve) Borgo San Giovanni, Mira (VE) – Borbiago, via Teramo, Salzano (Ve) – Sant'Elena di Robegano, Venezia – Marghera (area Miatello).

  In data 22 novembre 2017 l'incarico del Commissario Vadalà è stato esteso alle seguenti n. 22 ulteriori discariche:

   Abruzzo: Bellante (Te) – Sant'Arcangelo Bellante, Pizzoli (Aq) – Caprareccia, Castel di Sangro (Aq) – Pera Papera-Le Pretare, Celenza sul Trigno (CH) – Difesa, Lama dei Peligni (CH) – Cieco, Ortona dei Marsi (Aq) – Fosso San Giorgio, Palena (CH) – Carrera, Penne (Pe) – Colle Freddo, San Valentino in Abruzzo Citerione (Pe) – Il Fossato, Taranta Peligna (CH) – Colle di M; Vasto (Ch) – Cantalupo, Vasto (Ch) – Lota;

   Calabria:Colosimi (CS) – Colle Frantantonio, Acquaro (Vv) – Carrà, Reggio-Calabria (Rc) – Malderiti;,

   Campania: Andretta (AV) – Frascineto, Castelpagano (BN) – Campo della Corte, Pagani (SA) – Torretta;

   Lazio: Villa Latina – Camponi;

   Sicilia: Siculana – C.da Scalilli, Mistretta – C.da Muricello;

   Veneto: Venezia – Moranzani B.

  Tutte le informazioni inerenti l'attività del Commissario Vadalà sono disponibili sul seguente sito istituzionale: http: presidenza.governo.it/AmministrazioneTrasparente /Organizzazione/CommissariStraordinari/CS Vadala.html .
  Ad ogni buon fine si rappresenta che per quanto riguarda la redazione di progetti, bandi di gara e avanzamento lavori e contabilità, l'Ufficio del Commissario si sta avvalendo, attraverso la stipula di appositi protocolli, di 8 differenti stazioni appaltanti (Provveditorati alle oo.pp. di Sicilia e Calabria, di Lazio, Abruzzo e Sardegna, di Veneto, Friuli e Trentino Alto Adige, di Sogesid S.p.A.:, di Invitalia spa; dell'Anbi, di Veneto Acque e di Aspo) e di 3 diverse centrali uniche di committenza — Cuc – dei comuni di Paternò (CT), Lesina (FG), Sannicandro di Bari (BA), Binetto (BA), Santeramo in Colle (BA) e del comune di Vasto (CH), che hanno aderito all'avviso pubblico pubblicato nello scorso mese di luglio, secondo quanto previsto dall'articolo 10, comma 4 del decreto-legge 24 giugno 2014 n. 91.
  L'ufficio del Commissario si avvale, inoltre, del personale messo a disposizione dall'Arma dei carabinieri.
  In conclusione si rassicura l'interrogante che, per quanto di competenza, questo Ministero continuerà a monitorare le attività in corso nonché a svolgere un'attività di sollecito nei confronti di tutti i soggetti istituzionali interessati e coinvolti.

Il Ministro dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare: Gian Luca Galletti.


   MANNINO. — Al Presidente del Consiglio dei ministri, al Ministro dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare. — Per sapere – premesso che:

   nella sentenza della Corte di giustizia dell'Unione europea del 2 dicembre 2014, la Corte è arrivata alla conclusione che l'Italia non ha adottato tutte le misure necessarie a dare esecuzione alla sentenza del 2007 e che è venuta meno agli obblighi ad essa incombenti in forza del diritto dell'Unione europea. Di conseguenza, la Corte ha condannato l'Italia a pagare una somma forfettaria di 40 milioni di euro. La Corte di giustizia dell'Unione europea ha rilevato poi che l'inadempimento perdura da oltre sette anni e che, dopo la scadenza del termine impartito, le operazioni sono state compiute con grande lentezza; un numero importante di discariche abusive si registra ancora in quasi tutte le regioni italiane. Essa considera quindi opportuno infliggere una penalità decrescente, il cui importo è ridotto progressivamente in ragione del numero di siti che saranno messi a norma, conformemente alla sentenza, computando due volte le discariche contenenti rifiuti pericolosi. La Corte ha condannato quindi l'Italia a versare altresì una penalità semestrale a far data dal 2 dicembre 2014 e fino all'esecuzione della sentenza del 2007. La penalità è calcolata, per quanto riguarda il primo semestre, a partire da un importo iniziale di 42.800.000 euro. Da tale importo sono detratti 400.000 euro per ciascuna discarica contenente rifiuti pericolosi messa a norma e 200.000 di euro per ogni altra discarica messa a norma;

   le 200 discariche oggetto della sentenza della Corte di giustizia dell'Unione europea del 2 dicembre 2014 sono ubicate nelle regioni seguenti: Abruzzo, Basilicata, Calabria, Campania, Emilia Romagna, Friuli Venezia Giulia, Lazio, Liguria, Lombardia, Marche, Molise, Piemonte, Puglia, Sardegna, Sicilia, Toscana, Umbria e Veneto;

   l'Italia ha pagato, per ora, 40 milioni di euro come multa forfettaria e 39.800.000, 33.400.000, 27.800.000 euro come multe relative al primo, secondo e terzo semestre successivo alla sentenza;

   il comma 2-bis dell'articolo 41 della legge 24 dicembre 2012, n. 234 riporta «nel caso di violazione della normativa europea accertata con sentenza della CGUE di condanna al pagamento di sanzioni a carico della Repubblica italiana, ove per provvedere ai dovuti adempimenti si renda necessario procedere all'adozione di una molteplicità di atti anche collegati tra loro, il Presidente del Consiglio dei ministri, su proposta del Ministro competente per materia, sentiti gli enti inadempienti, assegna a questi ultimi termini congrui per l'adozione di ciascuno dei provvedimenti e atti necessari. Decorso inutilmente anche uno solo di tali termini, il Consiglio dei ministri, sentito il soggetto interessato, su proposta del Presidente del Consiglio dei ministri e del Ministro competente per materia, adotta i provvedimenti necessari, anche normativi, ovvero nomina un apposito commissario. Alla riunione del Consiglio dei ministri è invitato il Presidente della Giunta regionale della regione interessata al provvedimento. Le disposizioni di cui al presente comma si applicano anche agli inadempimenti conseguenti alle diffide effettuate in data anteriore alla data di entrata in vigore della presente disposizione che si fondino sui presupposti e abbiano le caratteristiche di cui al primo periodo»;

   è il generale dei Carabinieri Giuseppe Vadalà il commissario straordinario per la realizzazione degli interventi necessari all'adeguamento alla normativa vigente di 58 discariche abusive oggetto di diffida i cui termini sono infruttuosamente scaduti; lo ha stabilito il Consiglio dei ministri del 24 marzo 2017, su proposta del Presidente del Consiglio dei ministri Gentiloni e del Ministro dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare Galletti –:

   quali siano le garanzie ottenute dagli enti locali per l'adozione di ciascuno dei provvedimenti e degli atti necessari riguardanti le discariche oggetto della citata condanna della Corte di giustizia dell'Unione europea, che non rientrano nelle competenze del Commissario Vadalà, e quali siano i «termini congrui» entro cui gli enti interessati dovranno adottare i provvedimenti e gli atti necessari.
(4-16068)

  Risposta. — Con riferimento alle problematiche evidenziate nell'interrogazione in esame, sulla base degli elementi acquisiti, si rappresenta quanto segue.
  Com'è noto, il 2 dicembre 2014 la Corte di Giustizia dell'Unione Europea ha condannato l'Italia al pagamento di una sanzione forfettaria di circa 40 milioni di euro e di una penalità semestrale, calcolata per il primo semestre a partire da un importo iniziale di 42.800.000 euro, in ragione della mancata esecuzione della sentenza di condanna del 26 aprile 2007 da parte delle amministrazioni comunali e regionali nel cui territorio ricadono le discariche non in regola con la direttiva rifiuti 75/442/CE (modificata dalla direttiva 91/156/CEE), con la direttiva 91/689 e con la direttiva 1999/13/CE. La sentenza di condanna riguardava complessivamente 200 discariche presenti sul territorio di 18 regioni italiane. Si tratta, in particolare:

   di n. 198 discariche dichiarate non conformi agli articoli 4, 8 e 9 della direttiva 75/442/CEE e all'articolo 2, paragrafo 1 della direttiva 91/689/CEE per le quali si rendevano necessarie operazioni di messa in sicurezza e/o bonifica;

   di n. 2 discariche dichiarate non conformi all'articolo 14, lettere da a) a c) della direttiva 1999/31/CE, per le quali si rendeva necessario dimostrare l'approvazione di piani di riassetto oppure l'adozione di decisioni definitive di chiusura.

  La sentenza ha una determinazione digressiva della sanzione pecuniaria: si prevede, infatti, la riduzione di 400.000 euro per la messa a norma di ciascuna discarica contenente rifiuti pericolosi e di 200.000 euro per la messa a norma di ciascuna discarica contenente rifiuti non pericolosi. Inoltre, la Commissione europea ha chiarito che, per dare esecuzione alla sentenza, non basta garantire che nei siti oggetto della condanna non siano più depositati rifiuti o che i rifiuti già depositati siano gestiti in conformità alla normativa Ue in materia, ma occorre altresì verificare che i rifiuti non abbiano inquinato il sito e, in caso di inquinamento, eseguire le attività di messa in sicurezza o bonifica ai sensi dell'articolo 240 del Codice dell'ambiente.
  L'elenco completo delle discariche oggetto del procedimento di esecuzione della sentenza è stato trasmesso informalmente dalla Commissione europea nel marzo 2015 per il tramite della Rappresentanza permanente d'Italia presso l'Unione europea. Tali discariche erano così ripartite sul territorio nazionale:

   Abruzzo 28; Basilicata 2; Calabria 43 di cui 1 di rifiuti pericolosi; Campania 48 di cui 1 di rifiuti pericolosi; Emilia Romagna 1 di rifiuti pericolosi; Friuli Venezia Giulia 3; Lazio 21 di cui 1 di rifiuti pericolosi; Liguria 6 di cui 4 di rifiuti pericolosi; Lombardia 4 di cui 2 di rifiuti pericolosi; Marche 1 di cui 1 di rifiuti pericolosi; Molise 1; Piemonte 1 di cui 1 di rifiuti pericolosi; Puglia 12; Sardegna 1; Sicilia 12 di cui 1 di rifiuti pericolosi; Toscana 6; Umbria 1 di cui 1 di rifiuti pericolosi; Veneto 9.

  A seguito dell'attività istruttoria svolta dal Ministero dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare, sono stati notificati, alle regioni e agli enti locali interessati, 161 decreti di diffida del Presidente del Consiglio ai sensi dell'articolo 8, commi 1 e 2 della Legge 5 giugno 2003, n. 131, in vista dell'eventuale esercizio del potere sostitutivo straordinario di cui all'articolo 120, secondo comma, della Costituzione.
  I termini imposti nelle diffide del Presidente del Consiglio dei ministri non sono tutti scaduti e la situazione è quotidianamente monitorata dal Ministero.
  L'elenco completo delle discariche abusive e lo stato delle attività di bonifica è riportato sul sito istituzionale del Ministero dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare al seguente indirizzo: http://www.minambiente.it/pagina/discariche-abusive.
  Si rappresenta, inoltre, che in data 24 marzo 2017 il Consiglio dei ministri ha nominato Commissario straordinario per la realizzazione degli interventi necessari all'adeguamento alla normativa vigente delle discariche abusive presenti sul territorio nazionale il generale di brigata dell'Arma dei carabinieri Giuseppe Vadalà.
  L'elenco dei siti commissariati inizialmente contava 58 discariche, oggi ridotto a 51 per l'esclusione, ad aprile 2017, con la decisione SG-Greffe(2017) D/6030 del 18 aprile 2017, del sito di Sernaglia della Battaglia (Veneto) e dei siti di Rotondi, Durazzano e Cusano Mutri (Campania), di Isola del Giglio (Toscana) e dei siti di Monte San Giovanni Campano e Patrica (Lazio) con la decisione SG-Greffe (2017) D/13722 del 4 settembre 2017.
  Alla data odierna permangono quindi in procedura di infrazione sotto l'egida del Commissario Vadalà le 51 discariche riportate di seguito con specificazione dei comuni e delle località dove sono ubicate:

   Abruzzo: Casalbordino (CH), San Gregorio;

   Calabria: Davoli, Vasi; Longobardi (CS), Tremoli Tosto; Mormanno (CS), Ombrelle; San Calogero (VV), Papaleo; Tortora, Sicilione; Belmonte calabro (CS), Manche; Belmonte calabro (CS), Santa Caterina; Martirano (CZ), Ponte del soldato; Pizzo (VV), Marinella; Sangineto (CS), Timpa di civita; Verbicaro (CS), Acqua dei bagni; Amantea (CS), Grassullo; Joppolo (VV), Calafatoni (Colantoni); Magisano (CZ), Finoieri; Taverna (CZ), Torrazzo; Arena (non Gerocarne) (VV), Lapparni; Badolato (CZ), San marini; Petronà (CZ), Pantano Grande; Sellia (CZ), Aria;

   Campania: San Lupo (BN), L. Defenzola; Castelvetere di Valfortore (BN), Lama Grande; Tocco Caudio (BN), Paudone; Puglianello (BN), Marrucaro; Pescosannita (BN), Lame; Sant'Arcangelo Trimonte (BN), Nocecchia Pianella; Sant'Arsenio (SA), Loc. Difesa; Benevento, Ponte Valentino;

   Lazio: Filettino (FR), Cerreta; Oriolo Romano, Ara San Bacano; Riano (RM), Piana Perina; Trevi nel Lazio, Carpinato; Trevi nel Lazio, Casette Caponi (alias Fornace);

   Puglia: Lesina (FG), Pontone Pontonicchio/Coppa Faccio Olive; Sannicandro Di Bari (BA), Pezze Pescorosso; Binetto (BA), Pezze di Campo; San Pietro Vernotico (BR), Marciaddare; Ascoli Satriano (FG), Mezzana La Terra; Santeramo in Colle (BA), Montefreddo;

   Sicilia: Cammarata (AG), San Martino; Cerda (PA), Caccione; Leonforte, Tumminella; Monreale (PA), Zabbia; Paternò (CT), C. da Petulenti; San Filippo del Mela (ME), C. da Sant'Agata; Augusta, Campo Sportivo;

   Veneto: Venezia, Marghera (Malcontenta C); Chioggia (VE), Borgo San Giovanni; Mira (VE), Borbiago, via Teramo; Salzano (VE), Sant'Elena di Robegano; Venezia, Marghera (area Miatello).

  In data 22 novembre 2017 l'incarico del commissario Vadalà è stato esteso alle seguenti n. 22 ulteriori discariche:

   Abruzzo: Bellante (TE), Sant'Arcangelo Bellante; Pizzoli (AQ), Caprareccia; Castel di Sangro (AQ), Petra Papera – Le Pretare; Calenza sul Trigno (CH), Difesa; Lama dei Peligni (CH), Cieco; Ortona dei Marsi (AQ), Fosso San Giorgio; Palena (CH), Carrera; Penne (PE), Colle Freddo; San Valentino in Abruzzo Citeriore (PE), Il Fossato; Taranta Peligna (CH), Colle di M; Vasto (CH), Cantalupo; Vasto (CH), Lota;

   Calabria: Colosimi (CS), Colle frantantonio; Acquaro (VV), Carrà; Reggio Calabria (RC), Malderiti;

   Campania: Andretta (AV), Frascineto; Castelpagano (BN), Campo della Corte; Pagani (SA), Torretta;

   Lazio: Villa Latina, Camponi;

   Sicilia: Siculiana, C. da Scalilli; Mistretta, C. da Muricello;

   Veneto: Venezia, Moranzani B.

  Tutte le informazioni inerenti l'attività del commissario Vadalà sono comunque disponibili sul seguente sito istituzionale: http://presidenza.governo.it/AmministrazioneTrasparente/Organizzazione/CommissariStraordinari/CS_Vadala.html.
  Avviata la fase di espunzione delle discariche messe a norma e di commissariamento per i siti non ancora messi in regola, si procederà all'esercizio dell'azione di rivalsa, ai sensi dell'articolo 43 della legge 23 dicembre 2012, n. 234, nei confronti delle Amministrazioni regionali e comunali interessate dalla sentenza di condanna della Corte di giustizia. Attraverso l'acquisizione dell'intesa prevista dall'articolo 43, comma 7, della legge 23 dicembre 2012, n. 234, si procederà al reintegro delle somme anticipate dall'Amministrazione statale, ai sensi dell'articolo 43, comma 9-
bis, della medesima legge, per il pagamento delle sanzioni comminate dalla Corte di giustizia dell'Unione europea con la sentenza di condanna ed erogate sino al 15 dicembre 2017, anche a fronte delle ingiunzioni di pagamento della Commissione europea relative alle successive penalità semestrali previste dalla citata sentenza.
  In conclusione si rassicura l'interrogante che, per quanto di competenza, questo Ministero continuerà a monitorare le attività in corso nonché a svolgere un'attività di sollecito nei confronti di tutti i soggetti istituzionali interessati e coinvolti.

Il Ministro dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare: Gian Luca Galletti.


   MANNINO. — Al Presidente del Consiglio dei ministri, al Ministro dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare. — Per sapere – premesso che:

   l'articolo 14 della direttiva europea 1999/31/CE riguarda le discariche preesistenti e riporta: «Gli Stati membri adottano misure affinché le discariche che abbiano ottenuto un'autorizzazione o siano già in funzione al momento del recepimento della presente direttiva possano rimanere in funzione soltanto se i provvedimenti in appresso sono adottati con la massima tempestività e al più tardi entro otto anni dalla data prevista all'articolo 18, paragrafo 1: a) entro un anno dalla data prevista nell'articolo 18, paragrafo 1, il gestore della discarica elabora e presenta all'approvazione dell'autorità competente un piano di riassetto della discarica comprendente le informazioni menzionate nell'articolo 8 e le misure correttive che ritenga eventualmente necessarie al fine di soddisfare i requisiti previsti dalla presente direttiva, fatti salvi i requisiti di cui all'allegato I, punto 1; b) in seguito alla presentazione del piano di riassetto, le autorità competenti adottano una decisione definitiva sull'eventuale proseguimento delle operazioni in base a detto piano e alla presente direttiva. Gli Stati membri adottano le misure necessarie per far chiudere al più presto, a norma dell'articolo 7, lettera g), e dell'articolo 13, le discariche che, in forza dell'articolo 8, non ottengono l'autorizzazione a continuare a funzionare; c) sulla base del piano approvato, le autorità competenti autorizzano i necessari lavori e stabiliscono un periodo di transizione per l'attuazione del piano. Tutte le discariche preesistenti devono conformarsi ai requisiti previsti dalla presente direttiva, fatti salvi i requisiti di cui all'allegato I, punto 1, entro otto anni dalla data prevista nell'articolo 18, paragrafo 1; d) i) entro un anno dalla data prevista nell'articolo 18, paragrafo 1, gli articoli 4, 5, e 11 e l'allegato II si applicano alle discariche di rifiuti pericolosi; ii) entro tre anni, dalla data prevista nell'articolo 18, paragrafo 1, l'articolo 6 si applica alle discariche di rifiuti pericolosi»;

   il 18 giugno 2015, la Commissione, nell'ambito della procedura di infrazione 2011/2215, ha emesso nei confronti dell'Italia un parere motivato complementare ex articolo 258 del TFUE per la violazione degli obblighi imposti dall'articolo 14 della direttiva 1999/31/CE sulle discariche di rifiuti. In particolare, la Commissione considera irregolari 102 discariche già esistenti o autorizzate al 16 luglio 2001 per le quali, entro il 16 luglio 2009, in base alla normativa europea si sarebbe dovuto prevedere e dare esecuzione ad un adeguato piano di riassetto ovvero procedere alla chiusura, qualora detto piano fosse risultato inadeguato. Sulla base delle informazioni, risulta alla Commissione che, nonostante i progressi compiuti, sul territorio italiano vi sono ancora 46 discariche con riferimento alle quali non sono stati adempiuti gli obblighi previsti dalla direttiva. Le regioni interessate sono l'Abruzzo (15 discariche), la Basilicata (19 discariche), la Campania (2 discariche), il Friuli Venezia Giulia (4 discariche), la Liguria (1 discarica per rifiuti pericolosi) e la Puglia (5 discariche);

   la Commissione europea, in data 17 maggio 2017, ha deciso di deferire l'Italia alla Corte di giustizia dell'Unione europea per la mancata bonifica o chiusura di 44 discariche che costituiscono un grave rischio per la salute umana e l'ambiente. Malgrado i precedenti ammonimenti della Commissione, l'Italia ha omesso di adottare misure per bonificare o chiudere 44 discariche non conformi, come prescritto dall'articolo 14 della direttiva relativa alle discariche di rifiuti (direttiva 1999/31/CE del Consiglio). Come altri Stati membri, l'Italia era tenuta a bonificare entro il 16 luglio 2009 le discariche che avevano ottenuto un'autorizzazione o che erano già in funzione prima del 16 luglio 2001 («discariche esistenti»), adeguandole alle norme di sicurezza stabilite in tale direttiva, oppure a chiuderle. Considerata l'insufficienza dei progressi in quest'ambito, la Commissione ha trasmesso un parere motivato supplementare nel giugno 2015, nel quale si esortava l'Italia a trattare adeguatamente 50 siti che rappresentavano ancora una minaccia per la salute e l'ambiente. Nonostante alcuni progressi, nel maggio 2017 non erano ancora state adottate le misure necessarie per adeguare o chiudere 44 discariche. Nell'intento di accelerare il processo la Commissione ha deciso di deferire l'Italia alla Corte di giustizia dell'Unione europea –:

   quali iniziative il Governo intenda intraprendere affinché l'Italia eviti la condanna della Corte di giustizia dell'Unione europea;

   quali siano i comuni e le località dove sono ubicate le discariche ancora oggi oggetto della procedura di infrazione 2011-2215.
(4-16623)

  Risposta. — Con riferimento alle problematiche evidenziate nell'interrogazione in esame, sulla base degli elementi acquisiti, si rappresenta quanto segue.
  Com'è noto, la procedura di infrazione 2011_2215 riguarda il mancato adeguamento o la mancata chiusura di 44 discariche «preesistenti» alla data di entrata in vigore della direttiva 1999/31/CE sulle discariche di rifiuti.
  Dette discariche «preesistenti» autorizzate o in funzione alla data del 16 luglio 2001, dovevano, in attuazione delle norme transitorie previste dall'articolo 14 della direttiva discariche, essere adeguate alla nuova disciplina comunitaria dalle autorità competenti. Inoltre, in caso di mancato adeguamento o di cessazione dell'attività di smaltimento dei rifiuti durante il periodo transitorio, la direttiva 1999/31/CE obbligava gli Stati membri ad «adottare le misure necessarie per far chiudere al più presto» le suddette discariche.

  In attuazione di quanto prescritto dalla direttiva, il legislatore nazionale ha pertanto imposto, con il recepimento della suddetta disposizione, operato dall'articolo 17 del decreto legislativo n. 36 del 2003, i seguenti obblighi:

   obbligo di presentazione di un piano di adeguamento entro 6 mesi dalla data di entrata in vigore del decreto legislativo per le discariche preesistenti (articolo 17, comma 3);

   obbligo di adozione del suddetto piano e di ultimazione finale dei lavori di adeguamento entro il 16 luglio 2009 (articolo 17, comma 4);

   obbligo, nel caso di mancata approvazione del piano di adeguamento di adottare un provvedimento che prescriva modalità e tempi di chiusura della discarica (articolo 17 comma 5).

  Nel caso in parola, aperto nei confronti del nostro Paese nel 2011, la Commissione europea ha deferito l'Italia alla Corte di giustizia ed ha depositato a tal fine un ricorso ai sensi dell'articolo 258 Tfue in data 21 agosto 2017.
  I 44 siti ora al vaglio della Corte di Giustizia dell'Unione europea ricadono sul territorio di 5 regioni e sono così ripartiti: 11 in Abruzzo, 23 in Basilicata, 2 in Campania, 3 in Friuli Venezia Giulia di cui 2 nel S.I.N. di Grado e Marano, 5 in Puglia.
  Si deve precisare che, nel corso degli anni, sono state trasmesse alla Commissione europea le informazioni relative al progressivo adeguamento di numerose discariche segnalate con la lettera di messa in mora notificata nel 2011 grazie al costante monitoraggio da parte di questo Ministero circa gli interventi realizzati dalle regioni competenti.
  A tal proposito, si ricorda che l'ordinamento nazionale attribuisce alle regioni competenze esclusive per il rilascio ed il controllo dell'attuazione degli atti autorizzativi delle discariche di rifiuti ed in particolare per il rispetto delle condizioni di chiusura e gestione post-operativa di detti impianti.
  Nel parere motivato complementare di giugno 2015, che segnalava 50 discariche ancora non conformi, ripartite sul territorio di 6 regioni (Abruzzo, Basilicata, Campania, Friuli Venezia Giulia, Liguria e Puglia), le contestazioni della Commissione europea riguardavano, nella stragrande maggioranza dei casi, il completamento dei lavori di chiusura di discariche che avevano cessato da tempo l'attività di smaltimento dei rifiuti.
  Detti interventi di chiusura definitiva delle discariche preesistenti prevedono, in attuazione dell'articolo 12 del decreto legislativo n. 36 del 2003 e del relativo allegato 1, la copertura definitiva della discarica, la realizzazione e la messa in opera di un sistema di regimazione delle acque e l'avvio del monitoraggio dell'impianto e delle matrici ambientali una volta completato l'intervento di chiusura certificato dalla regione o dalla provincia territorialmente competente.
  Da giugno 2015 ad oggi, le Autorità italiane hanno aggiornato periodicamente la Commissione europea sullo stato degli interventi di adeguamento e chiusura delle discariche, per ultimo con comunicazione del 17 aprile 2017.
  Il deferimento alla Corte è intervenuto, quindi, per 44 discariche preesistenti nonostante i progressi realizzati ed i precisi impegni assunti dalle Autorità competenti per il completamento rapido di detti interventi.
  Oltre all'attività d'impulso e di monitoraggio delle attività delle regioni interessate alla procedura d'infrazione da parte di questo Ministero e tenuto conto dei ritardi accumulati nella realizzazione degli interventi per la chiusura di alcune discariche per le quali non erano disponibili i fondi necessari alla realizzazione delle suddette attività, il Governo italiano ha inoltre stanziato specifiche risorse a valere sul Fondo di sviluppo e coesione 2014-2020 con il Piano operativo dell'ambiente approvato dal CIPE con delibera 55 del 2016 pubblicata sulla
Gazzetta Ufficiale n. 88 del 14 aprile 2017.
  In ulteriori casi, le regioni hanno erogato risorse proprie con i Patti per il Sud da utilizzare per la realizzazione degli interventi.
  Si fornisce di seguito l'elenco completo dei 44 impianti indicati nel ricorso della Commissione europea con specificazione dei comuni e delle località dove sono ubicate le suddette discariche:

   Abruzzo: Capestrano - Tirassegno, Corfinio - Cannucce, Castelvecchio Calvisio - Termine, Corfinio - Case querceto, S. Omero - Ficcadenti, L'Aquila - Ponte delle Grotte, Capistrello - Trasolero, Campotosto - Reperduso, Francavilla - Valle Anzuca, Castellalto - Colle Coccu, Mosciano S. Angelo - Santa Assunta.

   Basilicata: Lauria - Carpineto, Atella - Cafaro, Potenza - Montegrosso - Pallareta, Potenza - Montegrosso - Pallareta, San Mauro Forte - Priati, Corleto Perticara - Tempa Masone, Pescopagano - Domacchia, Roccanova - Serre, Tito - Valle del Forno, Salandra - Piano del Governo, Ferrandina - Venita, Avigliano - Serra Le Brecce, Latronico - Torre, Maratea - Montescuro, Rapolla - Albero in Piano, Sant'Angelo Le Fratte - Farisi, Senise - Palomabara, Moliterno - Tempa La Guarella, Genzano di Lucania - Matinella, Tito - Aia dei Monaci, Rionero in Vulture - Ventaruolo, Matera - La Martella, Marsiconuovo - Galaino.

   Campania: Montecorvino Pugliano - Parapoti, San Bartolomeo in Galdo - Serra Pastore.

   Friuli Venezia Giulia: Trivignano - ex Cava Zof, Torviscosa - La Valletta - S.I.N. Laguna di Grado e Marano, Torviscosa - società Caffaro (area 8 d - 8 c e 8 e) - S.I.N. Laguna di Grado e Marano.

   Puglia: Andria - D'Oria G. & C. s.n.c., Canosa - CO.BE.MA., Bisceglie - CO.GE.SER., Andria - F.lli Acquaviva, Trani - Igea s.r.l.

  Con la recente notifica del controricorso in Corte di giustizia da parte dell'Avvocatura generale dello Stato, si auspica che sarà possibile dimostrare l'osservanza degli obblighi imposti dall'Unione europea nel caso in oggetto e scongiurare il rischio di condanna grazie all'impegno manifestato dalle Amministrazioni locali competenti ed alle risorse stanziate dal Governo con il Piano operativo Ambiente.
  Alla luce delle informazioni esposte, si rassicura l'interrogante che, per quanto di competenza, questo Ministero continuerà a monitorare le attività in corso nonché a svolgere un'attività di sollecito nei confronti di tutti i soggetti istituzionali, interessati e coinvolti.

Il Ministro dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare: Gian Luca Galletti.


   MANNINO. — Al Presidente del Consiglio dei ministri, al Ministro dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare, al Ministro per la semplificazione e la pubblica amministrazione. — Per sapere – premesso che:

   l'articolo 10 del decreto-legge 24 giugno 2014, n. 91, convertito, con modificazioni, dalla legge 11 agosto 2014, n. 116, disciplina «misure straordinarie per accelerare l'utilizzo delle risorse e l'esecuzione degli interventi urgenti e prioritari per la mitigazione del rischio idrogeologico nel territorio nazionale e per lo svolgimento delle indagini sui terreni della Regione Campania destinati all'agricoltura»;

   il comma 2-ter del citato articolo 10 dispone che «per l'espletamento delle attività previste nel presente Articolo, il Presidente della Regione può delegare apposito soggetto attuatore il quale opera sulla base di specifiche indicazioni ricevute dal presidente della Regione e senza alcun onere aggiuntivo per la finanza pubblica. Il soggetto attuatore, se dipendente di società a totale capitale pubblico o di società dalle stesse controllate, anche in deroga ai contratti collettivi nazionali di lavoro delle società di appartenenza, è collocato in aspettativa senza assegni, con riconoscimento dell'anzianità di servizio dalla data del provvedimento del conferimento dell'incarico e per tutto il periodo di svolgimento dello stesso. Dall'attuazione della presente disposizione non devono derivare nuovi o maggiori oneri a carico della finanza pubblica»;

   in ragione di quanto previsto dal citato articolo 10, a far data dal 23 novembre 2014, il presidente della giunta regionale della Calabria, Gerardo Mario Oliverio, è subentrato nelle funzioni di commissario;

   con decreto commissariale n. 127 del 9 marzo 2015, il presidente della regione Calabria, in qualità di commissario per il dissesto idrogeologico, ha nominato soggetto attuatore l'ingegner Carmelo Gallo, libero professionista;

   il decreto di nomina prevede che al soggetto attuatore venga riconosciuto un compenso annuo fissato in 110.000 euro, oltre oneri e ritenute, e che tali oneri sono posti a carico dei quadri economici degli interventi, nell'ambito delle somme di cui al comma 4 dell'articolo 10 della citata legge n. 116 del 2014, vale a dire gli importi di cui al comma 5 dell'articolo 92 della legge n. 163 del 2006;

   sul sito istituzionale del commissario per il dissesto idrogeologico in Calabria (www.dissestocalabria.it) sono pubblicati i decreti con i quali il soggetto attuatore dispone la liquidazione e il pagamento dei compensi relativi ai mesi di gennaio, febbraio e marzo 2017 pari a 34.891,94 euro, iva e oneri inclusi spettanti al medesimo soggetto attuatore, ingegner Carmelo Gallo –:

   di quali elementi disponga in merito alla legittimità della nomina dell'ingegner Carmelo Gallo, ingegnere libero professionista non dipendente della pubblica amministrazione, quale soggetto attuatore per la mitigazione del rischio idrogeologico in Calabria e quale sia stata la procedura utilizzata per la selezione del suddetto professionista esterno;

   se ritenga coerente con il quadro normativo che al soggetto attuatore sia riconosciuto il compenso di cui al decreto commissariale n. 127 del 9 marzo 2015, posto che i relativi oneri sono a carico della finanza pubblica;

   se non intenda chiarire se il soggetto attuatore possa adottare atti aventi natura finanziaria e, in particolare, atti riguardanti la determinazione e liquidazione dei propri compensi;

   se sussistano altri casi di soggetti attuatori non dipendenti della pubblica amministrazione.
(4-17410)

  Risposta. — Con riferimento all'interrogazione in esame, sulla base degli elementi acquisiti, si rappresenta quanto segue.
  Per quanto concerne, in primo luogo, la questione relativa al compenso del soggetto attuatore stabilito dal decreto del commissario straordinario per la mitigazione del rischio idrogeologico nella regione Calabria n. 127 del 9 marzo 2015, il Ministero dell'economia e delle finanze ha osservato, in via generale, che l'articolo 10, comma 2-
ter del decreto-legge 24 agosto 2014, n. 91, convertito con legge 11 agosto 2014, n. 116 prevede, per quanto interessa in questa sede, che l'organo titolare della funzione, individuato nel presidente della regione in qualità di commissario di Governo, possa delegare ad apposito soggetto attuatore le attività relative alla mitigazione del rischio idrogeologico nel territorio di competenza; quest'ultimo opera, per espressa previsione di legge, «senza alcun onere aggiuntivo per la finanza pubblica».
  Il comma 4 della medesima disposizione sancisce, poi, che per tutte le attività tecnico-amministrative riconducibili alla mitigazione del rischio idrogeologico, il presidente della regione (o comunque, se nominato, il soggetto attuatore) possa avvalersi di determinate strutture organizzative, anche aventi veste formale privatistica, ponendo le relative spese a carico delle risorse destinate agli incentivi per la progettazione di cui all'articolo 92, comma 5, del decreto legislativo n. 163 del 12 aprile 2006, e dell'articolo 16 del decreto del Presidente della Repubblica 5 ottobre 2010, n. 207.
  Dal quadro normativo vigente sopra delineato, non si evince un esplicito divieto di nomina di un libero professionista quale soggetto attuatore, né tantomeno, secondo quanto riferito dal Ministero dell'economia e delle finanze, appare preclusa l'astratta prevedibilità di un compenso in favore del predetto soggetto.
  L'unico limite al legittimo riconoscimento di un compenso è costituito dalla norma speciale che impone che non vi sia alcun onere aggiuntivo per la finanza pubblica e dalla norma generale che prevede che tutti gli incarichi affidati a professionisti esterni debbano essere affidati a seguito di procedure selettive pubbliche. Di tale ultimo requisito non si ha contezza.
  In proposito al primo punto, il Ministero dell'economia e delle finanze osserva che qualsiasi emolumento al cui pagamento si faccia fronte con risorse non preventivamente accantonate allo specifico fine costituisca onere aggiuntivo per la finanza pubblica e come tale non possa essere corrisposto al soggetto attuatore.
  Sempre secondo quanto riferito dal Ministero dell'economia, non sembrerebbe in linea con il delineato quadro normativo porre gli oneri finanziari derivanti dagli emolumenti in questione a carico delle risorse destinate all'incentivazione per la progettazione poiché la citata norma di cui al comma 4, dell'articolo 10 non si occupa delle spese per il compenso del soggetto attuatore – per il quale resta fermo il limite posto dal comma 2-
ter della medesima disposizione – bensì riserva dette risorse alla copertura delle spese per le strutture o uffici di cui il commissario straordinario si avvale per le attività di progettazione degli interventi, per le procedure di affidamento dei lavori, per le attività di direzione dei lavori e di collaudo, nonché per ogni altra attività di carattere tecnico-amministrativo connessa alla progettazione, all'affidamento e alla esecuzione dei lavori, ivi inclusi servizi e forniture. Alla luce di tali considerazioni, il prelievo degli oneri per far fronte al compenso del soggetto attuatore dagli incentivi per la progettazione comporterebbe una riduzione non consentita delle relative risorse e, conseguentemente, un onere a carico della finanza pubblica.
  Il Ministero dell'economia e delle finanze ha, infine, osservato che il soggetto attuatore può porre in essere tutti gli atti nei limiti della delega conferitagli dal presidente della regione. In astratto, dunque, lo stesso è competente all'adozione di atti aventi natura finanziaria, ivi compresi quelli relativi alla liquidazione di propri compensi, purché le somme di spettanza siano attestate dai competenti uffici, nel rispetto delle norme di contabilità.
  Per quanto concerne il compenso, la regione Calabria ha rappresentato che lo stesso non genera «nuovi o maggiori oneri» per la finanza pubblica, essendo ricompreso all'interno dei quadri economici degli interventi e restando invariato, quindi, il valore complessivo dell'accordo di programma in fase di attuazione. Poiché l'accordo di programma in questione è dotato di una apposita e specifica contabilità speciale, con separata comunicazione del 9 marzo 2015, è stata inoltrata alla Banca d'Italia la specifica delega al soggetto attuatore quale «sostituto del titolare della contabilità speciale». Attraverso tale delega, lo stesso, in qualità dunque di soggetto attuatore, risulta abilitato alla traenza dei titoli di spesa ed opera con la propria firma digitale sul sistema Geocos (Gestione ordinativi contabilità speciale) del Ministero dell'economia e delle finanze.
  Ad ogni modo, poiché il corpo normativo del comma 2-
ter, dell'articolo 10, del decreto-legge n. 91 del 2014 non forniva elementi certi in merito all'interpretazione della disposizione laddove impone che la nomina del soggetto attuatore non debba comportare «alcun onere aggiuntivo per la finanza pubblica», il Ministero dell'ambiente, con nota del 26 ottobre 2015, ha posto un quesito all'avvocatura generale dello Stato di cui si è in attesa di risposta, di recente sollecitata. Su analoga questione inerente la regione Puglia la direzione generale competente del Ministero dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare, in via cautelativa, ha comunque ritenuto di ribadire che l'incarico di soggetto attuatore deve essere attribuito «senza alcun onere aggiuntivo per la finanza pubblica».
  Alla luce delle informazioni esposte, fermo restando la necessità, per tutte le amministrazioni coinvolte, di avere contezza di tutti gli elementi informativi relativi al caso in esame, per quanto di competenza, si rassicura che il Ministero continuerà a tenersi informato, senza ridurre in alcun modo il livello di attenzione sulla questione.

Il Ministro dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare: Gian Luca Galletti.


   MATARRESE, VARGIU, DAMBRUOSO e PIEPOLI. — Al Ministro dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare. — Per sapere – premesso che:

   secondo quanto si evince dagli organi di stampa, sembrerebbe che, a fronte delle rilevanti risorse stanziate per il contrasto al dissesto idrogeologico nel corso di questa legislatura, persistano problematiche procedurali che impediscono l'aggiudicazione delle gare di appalto, l'inizio dei lavori e quindi la spesa dei fondi;

   sembra, infatti, che il 94 per cento dei 9.230 progetti facenti parte del piano antidissesto siano «non cantierabili»;

   il processo che dovrebbe consentire l'esecuzione dei lavori in tutto il Paese sembrerebbe chiuso in un circolo vizioso: da un lato, si rileva l'incapacità degli enti locali a dotarsi di progetti idonei a consentire la spesa delle risorse stanziate, dall'altro, le stazioni appaltanti pare non possano affidare progettazioni esecutive di opere se queste non risultano debitamente finanziate. Inoltre, gli enti locali lamentano iter procedurali troppo complessi e stringenti che impediscono l'utilizzo dei fondi stanziati;

   secondo quanto si evince dalla risposta del Governo ad un recente atto di sindacato ispettivo (interrogazione n. 5-12057), a parere degli interroganti, non si registra alcun risultato apprezzabile nell'avanzamento delle progettualità, nemmeno a seguito dell'istituzione del «Fondo per la progettazione degli interventi contro il dissesto idrogeologico» che il Governo ha reso disponibile nel 2015 per favorire l'efficace avanzamento dello stato progettuale relativo alle opere di mitigazione del rischio idrogeologico e per renderle immediatamente cantierabili;

   la conseguenza di questo stallo decennale è l'impossibilità di far fronte ad un problema che tutti i governi che si sono succeduti nel corso delle legislature hanno paradossalmente definito «urgente» e gli effetti di questa situazione di impasse sono ancora oggi evidenti in diverse regioni d'Italia;

   in Puglia, ad esempio, la difficoltà degli enti locali di elaborare i progetti si unisce alle predette lungaggini burocratiche che complicano ancor di più la loro definizione;

   secondo quanto si evince dagli organi di stampa, i 100 milioni di euro stanziati dalla regione nell'ambito del «Patto per il Sud» ... potrebbero essere persi perché i comuni pugliesi non sono in grado di predisporre i progetti da mandare in gara... e perché «...le procedure previste da Palazzo Chigi per attingere al fondo di rotazione dei progetti sono a dir poco complicate: ben cinque diversi passaggi prima di poter ottenere una quota dei 12 milioni di euro destinati alla Puglia...»;

   i particolari della vicenda pugliese sono rilevanti poiché comuni alle difficoltà che affrontano tutti gli enti locali del Paese. Affinché la progettazione esecutiva sia finanziata, infatti, le proposte «...devono essere inserite nel Registro nazionale per la difesa del suolo, sottoposte ad una fase di istruttoria dell'Autorità di distretto, poi a quella amministrativa del Ministero dell'Ambiente, quindi a quella dell'appaltistica e della cantierabilità della struttura di missione della Presidenza del Consiglio dei ministri e poi a quella dell'ISPRA...»;

   le difficoltà che devono affrontare gli enti locali nell'ambito della definizione dei loro progetti non risultano compatibili con i tempi entro i quali è possibile acquisire i fondi disponibili; si tratta di tempi che appaiono insufficienti: nel caso dei Patti per il Sud per la Puglia, infatti, hanno un limite fissato al 31 dicembre 2019 per l'assunzione degli impegni giuridicamente vincolanti –:

   se il Ministro interrogato non intenda adottare iniziative di competenza, anche normative, volte a definire una riorganizzazione complessiva dell'intero processo amministrativo che disciplina l'accesso alle risorse stanziate per il contrasto al fenomeno del dissesto idrogeologico al fine di garantirne lo snellimento, la semplificazione ed il miglioramento della funzionalità, nonché al fine di contribuire ulteriormente all'accelerazione delle procedure necessarie alla cantierizzazione dei progetti, considerato che resta fermo l'obbligo per gli enti locali di dotarsi di progetti idonei allo scopo e conformi alle disposizioni di legge.
(4-17890)

  Risposta. — Con riferimento all'interrogazione in esame, sulla base degli elementi acquisiti, si rappresenta quanto segue.
  In relazione alle problematiche procedurali relative all'accesso alle risorse stanziate per il dissesto idrogeologico, questo Ministero evidenzia che la procedura attuale, per quanto riguarda le attuali e le future programmazioni degli interventi di mitigazione del rischio idrogeologico, prevede la riunificazione in un unico strumento di tutte le necessità del territorio, facendole confluire in un unico database, il ReNDiS (Repertorio nazionale degli interventi di difesa del suolo) dell'Ispra (Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale).
  La procedura medesima prevede inoltre che le regioni, ciascuna per il territorio di rispettiva competenza, inseriscano e validino, attraverso la compilazione di una apposita scheda, le richieste di finanziamento nel sistema citato.
  Le suddette richieste sono valutate secondo le procedure, le modalità ed i criteri fissati dal decreto del Presidente del Consiglio dei ministri 28 maggio 2015, relativo alla «Individuazione dei criteri e delle modalità per stabilire le priorità di attribuzione delle risorse agli interventi di mitigazione del rischio idrogeologico», per garantire la necessaria trasparenza nella programmazione delle risorse finanziarie rese disponibili e la migliore efficacia nell'utilizzo di tali risorse rispetto agli obiettivi di protezione dell'incolumità di persone e beni esposti a rischio idrogeologico.
  In particolare, tale accertamento istruttorio si prevede venga effettuato, di volta in volta, non appena risultano disponibili le risorse da destinare per l'avvio delle nuove programmazioni.
  Nell'ottica di una semplificazione di tali procedure questo Ministero si è già attivato per l'adozione di opportune misure di snellimento, senza incidere sulla qualità della programmazione.
  La complessità delle procedure non ha però impedito un avanzamento nella programmazione degli interventi e delle attività progettuali.
  Al riguardo è opportuno segnalare che attualmente risulta in fase avanzata di definizione presso questo dicastero l'istruttoria degli interventi da finanziare nell'ambito della linea di azione denominata «Interventi di riduzione del rischio idrogeologico e di erosione costiera» del Piano Operativo «Interventi per la tutela del territorio e delle acque (FSC 2014-2020)». Tale linea di azione prevede nel territorio della regione Puglia il finanziamento di n. 16 interventi, già selezionati tra le proposte di intervento contenute nel citato
database ReNDiS secondo i criteri fissati dal decreto del Presidente del Consiglio dei ministri 28 maggio 2015, per un importo complessivo pari ad euro 32.896.313,33.
  Inoltre, per quanto riguarda l'avanzamento delle attività progettuali previste dal Fondo per la progettazione di cui al decreto del Presidente del Consiglio dei ministri 14 luglio 2016, questo Ministero, con un recente provvedimento dello scorso dicembre, ha finanziato nella regione Puglia l'importo di euro 11.499.215,97 per la progettazione di n. 61 interventi, il cui importo totale vale oltre 200 milioni di euro.
  In ultimo, va ricordato che il Governo si è di recente attivato per sottoscrivere i «Patti per il Sud», tra cui figura anche quello con la regione Puglia, già firmato in data 10 settembre 2016.
  Con essi la Presidenza del Consiglio dei ministri ed i rispettivi enti coinvolti condividono la volontà di attuare una strategia di azioni sinergiche e integrate, miranti alla realizzazione degli interventi necessari per la infrastrutturazione del territorio, la realizzazione di nuovi investimenti industriali, la riqualificazione e la reindustrializzazione delle aree industriali, e ogni azione funzionale allo sviluppo economico, produttivo e occupazionale del territorio metropolitano. In questo ambito, tra le linee di sviluppo e le relative aree di intervento previste, figurano anche azioni nel campo delle infrastrutture e dell'ambiente.
  In particolare, il patto con la regione Puglia identifica interventi per la tutela del suolo e la tutela delle coste per un importo complessivo pari ad euro 372.505.000,00, di cui euro 100.000.000,00 a valere su risorse Fsc 2014-2020.
  Si rappresenta, infine, che per l'attuazione degli interventi di difesa del suolo il legislatore, con l'articolo 10 del decreto-legge 24 giugno 2014, n. 91, ha individuato i presidenti delle regioni come commissari straordinari delegati per il sollecito espletamento delle procedure relative alla realizzazione degli interventi di mitigazione del rischio idrogeologico. Tale provvedimento stabilisce misure straordinarie e poteri di deroga che già consentono di accelerare l'esecuzione degli interventi urgenti e prioritari per la mitigazione del rischio idrogeologico nel territorio nazionale.
  Quanto riferito testimonia che le problematiche rappresentate dagli interroganti sono tenute in debita considerazione da parte di questo Ministero, il quale ha provveduto, e provvederà per il futuro, alle attività e valutazioni di competenza in materia con il massimo grado di attenzione, e a svolgere un'attività di monitoraggio e sollecito, tenendosi informato anche attraverso gli altri enti istituzionali competenti.
  

Il Ministro dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare: Gian Luca Galletti.


   MELILLA, ZARATTI, PALAZZOTTO, FRANCO BORDO e KRONBICHLER. — Al Ministro delle infrastrutture e dei trasporti. — Per sapere – premesso che:

   il 12 giugno 2016 era la data prevista per un nuovo treno veloce tra Pescara e Roma. Questo collegamento veloce doveva essere la risposta attesa da anni per rilanciare il collegamento ferroviario tra Pescara e Roma: se questo fosse avvenuto, il treno sarebbe tornato un vettore utile non solo per l'area metropolitana Pescara-Chieti ma anche per le aree interne dell'Abruzzo;

   al contrario invece i dati rilevati ci dicono di un ulteriore rallentamento della marcia dei treni: prima del cambio d'orario (12 giugno 2016) il treno 23673 partiva da Pescara alle ore 6.15, per arrivare a Roma alle 9.59; oggi parte alla stessa ora per arrivare alle 10.04 (+ 5’). Il treno 23679 partiva alle ore 9.22 e arrivava a Roma alle ore 12.59; oggi parte alle ore 9.21 per arrivare alle ore 13.06 (+8’). Il treno 23685 partiva da Pescara alle ore 14.06 per arrivare a Roma alle ore 17.59; dopo il cambio dell'orario arriva alle ore 18.04 pur partendo alla stessa ora (+5’);

   l'osservatorio della mobilità della Federconsumatori Abruzzo sottolinea come non sia accettabile che i tempi di percorrenza continuino a dilatarsi penalizzando fortemente i pendolari di tale tratta ferroviaria;

   è necessario ricordare nel 1970 erano necessarie tre ore e tre minuti per collegare Pescara a Roma Termini e oggi occorre usi un'ora in più –:

   se corrisponda al vero la decisione di attivare un treno veloce nella tratta Pescara Roma, come peraltro annunciato, e quali iniziative intenda assumere nei confronti di Trenitalia per evitare che siano compiute scelte di penalizzazione dell'utenza abruzzese.
(4-13602)

  Risposta. — Con riferimento all'atto di sindacato ispettivo in esame, si forniscono i seguenti elementi di risposta sulla base delle informazioni assunte presso la direzione generale per il trasporto e le infrastrutture ferroviarie di questo Ministero e la società Ferrovie dello Stato.
  Occorre premettere che ai sensi e per gli effetti del decreto legislativo n. 422 del 1997 la programmazione dei servizi regionali,, che assicurano principalmente la mobilità della clientela pendolare, è di competenza delle regioni.
  Infatti, come è noto, in base alla normativa vigente, i rapporti delle singole regioni con Trenitalia sono disciplinati da contratti di servizio, nell'ambito dei quali vengono stabiliti, tra l'altro, il volume e le caratteristiche dei servizi da effettuare sulla base delle risorse economiche che ciascuna regione destina al trasporto ferroviario nel proprio territorio.
  È evidente, pertanto, come ogni determinazione in ordine alle dimensioni e alla tipologia d'offerta non possa che essere assunta in ambito regionale e, nella fattispecie, da parte della regione Abruzzo.
  Per quanto concerne i collegamenti tra Pescara e Roma va rilevato che, con il cambio orario di dicembre 2016, la regione Abruzzo ha promosso l'implementazione di un nuovo modello di esercizio attuando una programmazione che ha modificato l'offerta commerciale su tale relazione.
  In particolare, sono stati istituiti tre collegamenti veloci che al mattino partono da Pescara per Roma e altrettanti che al pomeriggio partono da Roma per Pescara, con un tempo di percorrenza complessivo di 3 ore e 22 minuti; questi collegamenti hanno sensibilmente abbattuto i tempi di percorrenza rispetto al passato e sono attestati, nella maggior parte dei casi, a Roma Termini (invece di Roma Tiburtina), consentendo così ai viaggiatori di poter usufruire del numero notevole di interconnessioni presenti nel principale scalo romano.
  

Il Viceministro delle infrastrutture e dei trasporti: Riccardo Nencini.


   MELILLA, QUARANTA, RICCIATTI, SCOTTO, PIRAS, DURANTI, SANNICANDRO, KRONBICHLER, FERRARA e ZARATTI. — Al Ministro delle infrastrutture e dei trasporti. — Per sapere – premesso che:

   le autostrade A24 e A25 che collegano l'Abruzzo al Lazio e a Roma hanno bisogno di una manutenzione generale anche in considerazione della loro collocazione in un'area ad alto rischio sismico;

   in conseguenza degli eventi sismici del 2009, la legge n. 228 del 2012 ha disposto specifiche misure atte a consentire la messa in sicurezza dei viadotti, l'adeguamento degli impianti di sicurezza in galleria e ogni ulteriore opera di adeguamento;

   il progetto di adeguamento sismico dei viadotti può essere sintetizzato nelle seguenti fasi:

   a) rinforzo delle pile mediante idrodemolizione dello strato corticale ed impiego di malte speciali;

   b) interventi sui testa pila finalizzati alla installazione dei nuovi dispositivi di appoggio;

   c) installazione di smorzatori viscosi trasversali sulle pile e sulle spalle;

   d) solidarizzazione delle solette degli impalcati per creare una continuità secondo uno schema a catena cinematica;

   e) realizzazione di nuovo impalcato in struttura mista acciaio-calcestruzzo nei viadotti con impalcato degradato, secondo lo schema a catena cinematica, prevedendo l'ampliamento dell'attuale carreggiata di circa 50 centimetri per adeguare la larghezza della corsia di emergenza;

   f) realizzazione di un solettone a tergo delle spalle a cui collegare gli smorzatori;

   il programma degli investimenti inseriti nel nuovo Piano economico e finanziario di strada dei parchi per la durata residua di concessione sino al 2030, prevede un rilevante programma di investimenti comprensivo dell'adeguamento sismico dell'autostrada per euro 1.035.000.000 da attuarsi entro il 2023;

   nelle more dell'approvazione del suddetto Piano economico e finanziario è emersa la necessità urgente di eseguire preventivamente alcuni interventi di antiscalinamento, che consistono sostanzialmente nel ripristino dei ritegni sismici originari –:

   quali siano le decisioni assunte dal Ministero delle infrastrutture e dei trasporti e dalla società concessionaria per la esecuzione degli interventi di verifica della vulnerabilità sismica e in generale per la messa in sicurezza di una infrastruttura strategica come l'Autostrada dei Parchi non solo per le regioni Abruzzo e Lazio, ma per l'intero sistema nazionale, anche in considerazione delle rilevanti ricadute positive sul piano occupazionale e sociale dei suddetti investimenti.
(4-16358)


   MELILLA, KRONBICHLER, SCOTTO, ZARATTI, QUARANTA, SANNICANDRO, PIRAS, DURANTI, RICCIATTI, NICCHI e FERRARA. — Al Ministro delle infrastrutture e dei trasporti. — Per sapere – premesso che:

   le autostrade A24 e A25 che collegano l'Abruzzo al Lazio e a Roma hanno bisogno di una manutenzione generale anche in considerazione della loro collocazione in un'area ad alto rischio sismico;

   in conseguenza degli eventi sismici del 2009, la legge n. 228 del 2012 ha disposto specifiche misure atte a consentire la messa in sicurezza dei viadotti, l'adeguamento degli impianti di sicurezza in galleria e ogni ulteriore opera di adeguamento;

   il progetto di adeguamento sismico dei viadotti può essere sintetizzato nelle seguenti fasi:

    1) rinforzo delle pile mediante idrodemolizione dello strato corticale ed impiego di malte speciali;

    2) interventi sui testa pila finalizzati alla installazione dei nuovi dispositivi di appoggio;

    3) installazione di smorzatori viscosi trasversali sulle pile e sulle spalle;

    4) solidarizzazione delle solette degli impalcati per creare una continuità secondo uno schema a catena cinematica;

    5) realizzazione di nuovo impalcato in struttura mista acciaio-calcestruzzo nei viadotti con impalcato degradato, secondo lo schema a catena cinematica, prevedendo l'ampliamento dell'attuale carreggiata di circa 50 centimetri, per adeguare la larghezza della corsia di emergenza;

    6) realizzazione di un solettone a tergo delle spalle a cui collegare gli smorzatori;

   il programma degli investimenti inseriti nel nuovo piano economico e finanziario di Strada dei Parchi per la durata residua di concessione sino al 2030, prevede un rilevante programma di investimenti comprensivo dell'adeguamento sismico dell'autostrada per 1.035.000.000 euro da attuarsi entro il 2023;

   nelle more dell'approvazione del suddetto piano economico e finanziario è emersa la necessità urgente di eseguire preventivamente alcuni interventi di antiscalinamento, che consistono sostanzialmente nel ripristino dei ritegni sismici originari –:

   quale siano le decisioni assunte dal Ministero delle infrastrutture e dei trasporti dalla società concessionaria per la esecuzione degli interventi di verifica della vulnerabilità sismica e in generale per la messa in sicurezza di una infrastruttura strategica come l'Autostrada dei Parchi non solo per le regioni Abruzzo e Lazio, ma per l'intero sistema nazionale, anche in considerazione delle rilevanti ricadute positive sul piano occupazionale e sociale dei suddetti investimenti.
(4-16379)

  Risposta. — Con riferimento agli atti di sindacato ispettivo in esame, si forniscono i seguenti elementi di risposta sulla base delle informazioni pervenute dalla direzione generale per la vigilanza sulle concessioni autostradali, di questo Ministero.
  Le autostrade A24 e A25, a seguito dei recenti eventi sismici, sono state interessate da fenomeni di dissesto che non hanno, comunque, compromesso la transitabilità delle stesse in condizioni di sicurezza, a seguito di interventi da parte della società concessionaria Strada dei parchi sia di ordinaria che di straordinaria manutenzione.
  Con dispositivo n. 6767 del 14 aprile 2017 è stato approvato il progetto esecutivo per le opere di messa in sicurezza urgente lungo le autostrade A24 e A25, ai fini della prevenzione della scalinatura degli impalcati.
  Nelle more dell'adeguamento sismico definitivo, previsto dal nuovo Pef (in fase di esame), gli interventi in corso, suddivisi per tre tipologie di opere, consistono nella realizzazione di appoggi ausiliari realizzati con pacchetti di elastomero armato su strutture metalliche robuste, utili in occasione di eventi sismici a garantire il corretto posizionamento degli impalcati ed evitare lo scalinamento.
  L'importo del progetto approvato ammonta ad euro 169.456.289,05 di cui euro 144.972.417,03 per lavori.
  I lavori sono stati affidati all'impresa collegata Toto S.p.a. in affidamento diretto, e sono stati consegnati il 6 maggio 2017, il termine di ultimazione degli stessi è stato fissato al 7 novembre 2018.
  Infine, si fa presente che la predetta direzione generale per la vigilanza sulle concessioni autostradali ha provveduto ad emanare apposite circolari relative alle opere d'arte ubicate lungo le autostrade in concessione, acquisendo da parte di tutte le società concessionarie rassicurazioni in merito al costante monitoraggio delle condizioni strutturali delle stesse che garantiscono le normali condizioni di sicurezza agli utenti autostradali.
  

Il Viceministro delle infrastrutture e dei trasporti: Riccardo Nencini.


   MELILLA, GREGORI, NICCHI, QUARANTA, MATARRELLI, SANNICANDRO, SCOTTO, FERRARA, ZARATTI, PIRAS, DURANTI, RICCIATTI e FRANCO BORDO. — Al Ministro delle infrastrutture e dei trasporti. — Per sapere – premesso che:

   all'Autostrada dei Parchi sono stati concessi aumenti dei pedaggi autostradali nel 2018 del 12,8 per cento;

   negli ultimi 15 anni i pedaggi delle A24 e A25 sono aumentati di oltre il 200 per cento;

   è un fatto intollerabile a fronte di una inflazione annua di poco superiore mediamente all'1 per cento;

   nel 2017 l'inflazione in Italia è stata dell'1,3 per cento e dunque non è giustificabile un aumento esorbitante (di dieci volte rispetto all'inflazione) come quello accordato alla società di gestione delle autostrade che collegano Abruzzo e Lazio;

   sono in corso assemblee di sindaci e utenti sia nel versante laziale che in quello abruzzese. La protesta sta dilagando;

   dopo l'epifania è previsto un incontro dei presidenti delle regioni Lazio e Abruzzo con il Ministro Delrio per bloccare questi aumenti ingiustificati;

   un anno fa le organizzazioni dell'autotrasporto della Cna e dei consumatori hanno denunciato che le autostrade A24 e A25 non hanno rilevatori di nebbia e di ghiaccio, hanno una percentuale bassa di stalli per i veicoli pesanti, un numero insufficiente di stazioni di servizio (addirittura nessuna da Chieti a Magliano dei Marsi per oltre 100 chilometri), standard bassi per la sicurezza e la salvaguardia dell'ambiente. La messa in sicurezza antisismica (il cui confine con la manutenzione ordinaria e straordinaria, a carico del gestore, è molto stretto) della autostrada laziale e abruzzese è a totale carico dello Stato e sono stati stanziati ingenti risorse per centinaia di milioni di euro;

   l'autostrada è una infrastruttura fondamentale per l'economia abruzzese e laziale e questi aumenti rischiano di essere una ulteriore mazzata per il settore dell'autotrasporto, per i lavoratori pendolari, e in generale per i consumatori –:

   quali iniziative di competenza intenda assumere per la revoca di questi aumenti dei pedaggi autostradali.
(4-18983)

  Risposta. — Con riferimento all'atto di sindacato ispettivo in esame, sulla base delle informazioni pervenute dalla direzione generale per la vigilanza sulle concessionarie autostradali di questo Ministero, si forniscono i seguenti elementi di risposta.
  L'aumento tariffario accordato alla società Strada dei parchi per l'anno 2018, pari complessivamente al 12,89 per cento risulta perlopiù relativo a recuperi di incrementi tariffari maturati negli anni passati (anni 2015-2017) e precedentemente non riconosciuti a seguito dell'adozione di misure di contenimento tariffario finalizzate ad incentivare la ripresa economica.
  Il riconoscimento dei suindicati incrementi pregressi in sede di adeguamento tariffario per l'anno 2018 si è reso necessario anche al fine di recepire le pronunce giudiziarie passate in giudicato in merito ai ricorsi presentati dalla società concessionaria avverso gli aggiornamenti tariffari degli anni precedenti. Le autorità giudiziarie in questione, accogliendo le istanze della società, hanno infatti stabilito al contempo la nomina di un commissario
ad acta da parte del Ragioniere generale dello Stato qualora non si fosse ottemperato al riconoscimento alla concessionaria delle suddette differenze tariffarie.
  Il mancato riconoscimento delle tariffe maturate avrebbe determinato oltretutto effetti cumulativi che, nel tempo, sarebbero potuti risultare sconvenienti per l'utenza. I crediti derivanti dai minori riconoscimenti annuali sono infatti soggetti a remunerazione, secondo le pattuizioni convenzionali, al tasso di congrua remunerazione del capitale (wacc), determinando conseguentemente ulteriori costi regolatori che si riflettono nelle variazioni tariffarie degli esercizi successivi.
  L'incremento tariffario accordato alla società Strada dei parchi è stato, ad ogni modo, determinato sulla base di quanto stabilito nella convenzione di concessione vigente fra concessionaria e concedente, applicando i criteri individuati dalle delibere Cipe di riferimento n. 319 del 1996 e n. 39 del 2007.
  Il mancato riconoscimento degli incrementi tariffari così come risultanti dall'applicazione delle metodologie e dei criteri previsti dal contratto di concessione avrebbe pertanto comportato per l'amministrazione una responsabilità patrimoniale.
  Allo stato attuale, le regioni Lazio e Abruzzo stanno comunque procedendo, all'individuazione di misure agevolative per l'utenza, facendosi direttamente carico dei relativi costi.
  Contestualmente, è in corso l'aggiornamento del piano economico — finanziario della società concessionaria nell'ambito del quale saranno specificamente regolati tutti gli interventi di messa in sicurezza dell'infrastruttura previsti a termini di legge. Tali, interventi prevedono anche la compartecipazione dello Stato mediante l'erogazione di contributi pubblici, finalizzata anch'essa alla minimizzazione dei costi a carico dell'utenza. Nello stesso piano economico — finanziario saranno, inoltre, individuate ulteriori misure sempre con l'obiettivo di ottimizzare i livelli tariffari a beneficio degli utenti.
  

Il Viceministro delle infrastrutture e dei trasporti: Riccardo Nencini.


   MICILLO, BUSTO, DAGA, DE ROSA, TERZONI, ZOLEZZI e SIBILIA. — Al Ministro dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare, al Ministro dello sviluppo economico, al Ministro dei beni e delle attività culturali e del turismo. — Per sapere – premesso che:

   è notizia recente quella del sequestro del cantiere posto in località «Montagna», nel territorio di Morcone (Benevento), ove erano da poco iniziati i lavori per l'installazione di un campo eolico da 57 megavatt da realizzarsi nel comune di Morcone e Pontelandolfo in provincia di Benevento;

   a seguito di segnalazioni da parte di comitati di cittadini e associazioni ambientaliste sono emerse irregolarità consistenti dal mancato rispetto di prescrizioni elencate nell'autorizzazione unica della regione Campania (decreto dirigenziale n. 999/2014);

   i cantieri sarebbero risultati sprovvisti dei cartelli previsti ex lege e soprattutto gli stessi lavori si sarebbero svolti in assenza di autorizzazione efficace, in quanto l'autorizzazione di cui al citato decreto prescrive la redazione del piano di assestamento forestale (PAF) da parte del comune di Morcone che invece allo stato attuale risulta non vigente;

   con il decreto di cui sopra, il comune di Morcone si è impegnato a modificare l'attuale destinazione d'uso delle particelle interessate alla concessione;

   l'area oggetto dell'autorizzazione, presenta, inoltre, le seguenti caratteristiche:

    trattasi di pascolo montano ex articolo 14, comma, 4 della legge regionale Campania n. 11 del 1996;

    vi è presenza di usi civici ampiamente attestati e regolati dalla legge della regione Campania n. 11 del 1981 e pertanto si crea un vincolo paesaggistico in base all'articolo 142, comma 1, lettera h) del decreto legislativo n. 42 del 2004;

    si tratta di area dichiarata «zona speciale di conservazione» (ZSC) nonché area qualificata come «sito di importanza comunitaria» SIC-IT8020009 «Pendici Meridionali del Monte Mutria»;

   la legge della regione Campania n. 6 del 2016, articolo 15, comma c), d) ed f), prevede la non idoneità all'installazione di impianti eolici con potenza superiore ai 20 megavatt in determinate aree;

   il decreto autorizzativo non appare assicurare il rispetto delle procedure previste dalle linee guida per l'autorizzazione degli impianti alimentati da fonti rinnovabili di cui al decreto ministeriale 10 settembre 2010, n. 47987, soprattutto con riferimento alla Parte IV (inserimento degli impianti nel paesaggio e sul territorio), punti 16 e 17 e rispettivi allegati;

   con atto n. 717 del 28 aprile 2017 il consigliere della regione Campania del Movimento 5 Stelle Vincenzo Viglione ha elaborato una interrogazione sulla medesima problematica –:

   se i Ministri interrogati siano a conoscenza della situazione sopra descritta e quali iniziative, per quanto di competenza intendano intraprendere al fine di tutelare l'area all'interno della quale si è tentato di installare le pale eoliche, tenendo in debita considerazione la legittima tutela del territorio, dell'ecosistema e del paesaggio in un luogo che costituisce sito di interesse comunitario e zona speciale di conservazione;

   quali iniziative si intendano assumere per garantire, in questo caso e in quelli analoghi, la piena applicazione della normativa recata dal decreto del Ministro dello sviluppo economico, di concerto con il Ministro dell'ambiente e con il Ministro per i beni e le attività culturali, del 10 settembre 2010, recante le linee guida per l'autorizzazione degli impianti alimentati da fonti rinnovabili;

   quali iniziative di verifica e di controllo siano state assunte, per quanto di competenza, in ordine alla situazione sopra descritta e quali altre saranno messe in atto.
(4-16810)

  Risposta. — Con riferimento all'interrogazione in esame, sulla base degli elementi acquisiti, si rappresenta quanto segue.
  Si fa presente, in via preliminare, che secondo quanto riferito dalla regione Campania, l'autorizzazione alla costruzione e all'esercizio dell'impianto di produzione di energia elettrica mediante tecnologia eolica è avvenuta con provvedimento della regione – direzione generale per lo sviluppo economico con decreto dirigenziale regionale n. 999 del 31 ottobre 2014. Per quanto concerne, invece, il procedimento di verifica di assoggettabilità a valutazione di impatto ambientale, integrata con la valutazione d'incidenza, lo stesso si è concluso con i decreti n. 114 del 2008, n. 193 del 2011 e n. 78 del 2013, con i quali è stato espresso parere favorevole di compatibilità ambientale con prescrizioni, i cui esiti, sempre secondo quanto riferito dall'Amministrazione regionale, non risultano aver formato oggetto di impugnazione e sono stati trasfusi nel provvedimento autorizzatorio sopra citato.
  Inoltre, per quanto concerne i piani di assestamento forestali (P.a.f.), la regione Campania ha evidenziato, altresì, che la legge regionale n. 11 del 1996 prevede che con gli stessi, con validità decennale, vengano pianificate le attività relative ai soli beni silvo-pastorali di proprietà dei comuni e degli enti pubblici e dispone che debbano contenere solo «precise indicazioni circa le modalità per il godimento dei diritti di uso civico da parte degli aventi diritto in base alla legge regionale del 17 marzo 1981, n. 11».
  La normativa forestale in vigore nonché la legge regionale n. 11 del 1996 non dispongono che i Paf debbano pianificare la gestione di beni di natura diversa da quelli silvani e pastorali. Per di più, la regione fa presente che, nella fattispecie, le aree gravate da uso civico di categoria A (ovvero bosco e pascolo,
ope legis) sono state oggetto, ai sensi dell'articolo 12 della legge n. 1766 del 1927, di un provvedimento di mutazione di destinazione d'uso, coerentemente alle disposizioni dettate dall'articolo 4, comma 2, lettera n) della legge regionale n. 13 del 2008.
  Sempre secondo quanto riferito dalla regione Campania, il comune di Morcone (BN) aveva avviato l'iter istruttorio per l'aggiornamento e modifica del suo Piano di assestamento forestale, vigente per il decennio 2007/2016. Detta istruttoria non si è tuttavia conclusa entro il termine della vigenza del Paf (31 dicembre 2016).
  Pertanto, la regione Campania, con le note del 5 gennaio 2017 e del 17 febbraio 2017, ha comunicato all'Ente l'archiviazione del procedimento in questione.
  Successivamente, il comune di Morcone con nota del 13 febbraio 2017, ai sensi del disposto della legge regionale n. 11 del 1996, ha chiesto di «tramutare la richiesta di modifica ed aggiornamento del Paf, in richiesta di revisione». Al riguardo, la regione ha raccomandato al comune, nella redazione della revisione del proprio Paf, per le motivazioni sopra espresse, di escludere le aree destinate a parco eolico dalla futura pianificazione forestale e di individuarle, in ogni caso, chiaramente.
  Tanto premesso, per lo specifico caso, la regione Campania ha segnalato di non ravvisare la necessità della presenza di un Paf, vigente all'atto dell'avvio delle opere già autorizzate con decreto dirigenziale regionale n. 999 del 31 ottobre 2014, data in cui il Paf 2007/2016 era ancora in vigore, poiché i terreni di uso civico in questione hanno perso, ancorché in via temporanea, la loro originaria destinazione silvo-pastorale trattandosi, oramai, di un'area non altrimenti utilizzabile nelle forme di legge, come esplicitamente dichiarato nella deliberazione di Consiglio comunale di Morcone n. 17 del 10 settembre 2013.
  Peraltro, la regione sottolinea che, anche per l'esigua estensione dei terreni oggetto della mutata destinazione d'uso, non viene compromesso l'esercizio dei diritti civici da parte degli aventi diritto, che possono soddisfarli sulla restante massa demaniale civica estesa circa 540 ettari, in base al decreto del Regio commissario per la liquidazione degli usi civici in Napoli di assegnazione terreni a categoria del 13 maggio 1939.
  Pertanto, alla luce di tutte le considerazioni innanzi espresse, l'amministrazione regionale ha evidenziato che non sono venute meno le condizioni in ordine al mutamento di destinazione d'uso delle particelle 7, Fg. 39 e 1, Fg. 73 site in agro di Morcone, gravate da uso civico, già assentito dalla regione. Quest'ultima avrà cura di vigilare che nella revisione del Paf, di Morcone, attualmente in corso, le aree destinate ad impianti eolici siano escluse dalla futura pianificazione forestale e individuate, in ogni caso, chiaramente, come da prescrizioni già impartite al comune interessato.
  Della questione sono comunque interessate diverse amministrazioni, pertanto, qualora dovessero pervenire ulteriori elementi informativi, si provvederà a fornire un aggiornamento.
  Alla luce delle informazioni esposte, per quanto di competenza, questo Ministero continuerà a tenersi informato e a svolgere un'attività di monitoraggio, anche al fine di valutare un eventuale coinvolgimento di altri soggetti istituzionali.

Il Ministro dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare: Gian Luca Galletti.


   MINNUCCI. — Al Ministro dei beni e delle attività culturali e del turismo. — Per sapere – premesso che:

   la legge n. 633 del 1941 sul diritto d'autore disciplina il processo di raccolta e prima distribuzione dei compensi di cui hanno diritto, tra gli altri, i produttori originari di opere audiovisive e i produttori di videogrammi. La predetta legge dispone che la Siae incassi detti compensi e ne ripartisca il settanta per cento, in parti uguali, tra i soggetti sopra specificati compresi gli artisti, interpreti ed esecutori;

   nonostante i dettami normativi, però, risulta che la Siae ad oggi corrisponda la totalità dei compensi incassati solo a tre associazioni di categoria (Univideo, Anica e Apt), considerate come maggiormente rappresentative, indipendentemente dal fatto che i produttori siano o meno associati alle predette associazioni maggiormente rappresentative;

   alcuni produttori di opere audiovisive italiani e stranieri non associati hanno, così, proceduto a richiedere a Siae, attraverso la formazione di una nuova organizzazione collettiva, di poter ricevere quanto loro spettante già per le competenze relative al 2012, ma né Siae né le associazioni di categoria menzionate hanno risposto alle richieste presentate né tantomeno si sono dimostrate favorevoli all'apertura di un qualsiasi tavolo di confronto per risolvere la controversia;

   il sistema in atto, evidentemente, crea un'inspiegabile disparità di trattamento, che produrrà peraltro effetti anti competitivi nei confronti di tutte le altre organizzazioni, ancor più inspiegabile se si pensa che Siae è ad oggi oggetto di un'istruttoria da parte dell'Autorità garante della concorrenza e del mercato per uso di posizione dominante (A508 – provvedimento n. 265319), e che le stesse associazioni di categoria sono state persino riconosciute incapaci ed inefficienti nell'ambito dell'attività di distribuzione dei compensi, così come da sentenza della corte di appello di Roma n. 570/2017;

   infine, si sottolinea che le associazioni di produttori di fonogrammi e videogrammi che gestiscono i compensi per copia privata sono state esentate dal costituirsi in organismi di gestione collettiva, o entità di gestione indipendente, così come disposto dall'articolo 8, comma 4, del decreto legislativo 15 marzo 2017, n. 35, a giudizio dell'interrogante in evidente contrasto con la direttiva 2014/26/UE –:

   se il Ministro interrogato sia a conoscenza della situazione sopra descritta e quali iniziative di competenza intenda intraprendere, anche sul piano normativo, al fine di ovviare alle disparità sopra descritte.
(4-18876)

  Risposta. — Si riscontra l'atto di sindacato ispettivo indicato in esame, con il quale l'interrogante ha chiesto notizie riguardo alla corresponsione dei compensi per copia privata incassati dalla Siae con riferimento a opere audiovisive e videogrammi.
  Al riguardo, sulla base degli elementi forniti dalla competente direzione generale biblioteche e istituti culturali, si rappresenta quanto segue.
  L'articolo 71-
octies, comma 3, della legge n. 633 del 1941 prevede che la Siae ripartisca la quota copia privata video in misura del 30 per cento agli autori e del 70 per cento, in parti uguali, ai produttori originari di opere audiovisive, ai produttori di videogrammi e agli artisti interpreti esecutori.
  Tale ripartizione, ai sensi del richiamato articolo di legge, può essere effettuata dalla Siae anche per il tramite delle associazioni maggiormente rappresentative delle categorie interessate. Al 2016, tali associazioni erano le seguenti:
  

   Apt, con riferimento alla parte relativa all'audiovisivo/tv;
   

   Anica, con mandato a Anica Servizi s.r.l., relativamente alla quota parte di spettanza del settore audiovisivo/Cinema;
   

   Univideo, con mandato ad Asea s.r.l., per la quota parte di spettanza dei produttori di videogrammi.
   

  Gli accordi sottoscritti con la Siae (a partire dal 1998 e periodicamente rinnovati) hanno sempre previsto l'impegno delle associazioni a ripartire le somme anche nei confronti di produttori non associati, ciascuna per il proprio settore.
  Anica e Apt, intermediarie della quota di spettanza del medesimo settore, hanno sempre condiviso le relative percentuali, successivamente comunicandole alla Univideo, in qualità di unica associazione maggiormente rappresentativa dei produttori di videogrammi, ha sempre distribuito l'intera quota spettante al settore
ex lege.
  Inoltre, gli accordi sottoscritti tra le predette associazioni e Siae, hanno sempre contemplato la possibilità di ingresso nel comparto di nuovi soggetti mediante l'inclusione della clausola per cui, in detta ipotesi, la ripartizione è sospesa sino alla rideterminazione delle rispettive quote di rappresentatività.
  In tal senso, gli accordi hanno sempre anche previsto che alla determinazione delle quote di rappresentatività le associazioni dovranno provvedere in tempi ragionevoli, al fine di non pregiudicare gli interessi degli aventi diritto appartenenti alla categoria.
  Quanto alle richieste, concernenti l'ammontare dei compensi per copia privata a partire dal 2012, presentate da alcuni produttori di opere audiovisive (italiani e stranieri) afferenti ad una neo costituita associazione di categoria maggiormente rappresentativa, da quel che consta, la Siae ha provveduto ad informare tale associazione, comunicando l'ammontare dei compensi — già ripartiti — a far data dal 2012.
  Corre l'obbligo di ricordare, infatti, che nel 2016 si è affacciato sul mercato un nuovo soggetto che, nel rappresentare di aver ricevuto mandato da diverse imprese del comparto audiovisivo, cinematografico e videografico, ha ufficializzato alla Siae di voler direttamente percepire la quota del compenso di spettanza dei propri associati. La Siae ha perciò informato, con apposita nota del 29 novembre 2016, tutte le associazioni interessate della necessità di sospendere gli accordi in vigore per rideterminare le quote di spettanza, provvedendo al contempo a sospendere l'attività di ripartizione a far data dalle competenze relative all'anno in corso (2016), sino alla composizione di una posizione condivisa tra tutti i soggetti coinvolti.
  A quel che risulta, alle parti è stata data ampia facoltà, sino al primo semestre del 2017, di raggiungere un accordo mediante l'intervento fattivo di Siae.

  Tuttavia le parti non sono pervenute ad una posizione condivisa, per cui la Siae, nell'interesse degli aventi diritto, ha provveduto a ripartire, nel mese di luglio 2017, in via del tutto prudenziale, un primo acconto dei compensi per copia privata sulle competenze del 2016 tra i tre soggetti originariamente sottoscrittori dell'accordo, differendo la ripartizione di un secondo acconto all'esito di ulteriori approfondimenti.
  Stante la rilevanza del tema, attesa la necessità di approfondire e di addivenire a criteri di ripartizione il più possibile condivisi, la Siae ha recentemente provveduto a convocare un tavolo di confronto tra tutte le associazioni di categoria, al contempo portando a conoscenza dell'intera vicenda l'AgCom affinché, nella sua qualità di autorità vigilante sulla corretta attuazione del decreto legislativo n. 35 del 2017, possa monitorare l'andamento delle trattative.
  Occorre rilevare, infine, che l'esclusione disposta dall'articolo 8, comma 4, del decreto legislativo n. 35 del 2017, secondo cui la distribuzione dell'equo compenso da parte delle associazioni di produttori di fonogrammi, opere audiovisive e videogrammi non costituisce attività di amministrazione ed intermediazione dei diritti connessi al diritto d'autore, e dunque non è soggetta alla disciplina del decreto legislativo n. 35 del 2017, non è soltanto pienamente compatibile con la normativa europea di riferimento, ma è anche necessaria al fine di garantirne il corretto recepimento nell'ordinamento nazionale.
  In primo luogo, si osserva che il diritto all'equo compenso per copia privata non è pienamente assimilabile ad un diritto d'autore o ad un diritto connesso al diritto d'autore, costituendo essenzialmente un indennizzo dovuto ai titolari dei diritti (sia d'autore che connessi al diritto d'autore), per controbilanciare il diritto alla «copia privata», riconosciuto a chi acquista ed utilizza per uso personale strumenti di riproduzione. Questa rilevante diversità rappresenta pertanto la prima ragione per cui la ripartizione dell'equo compenso non è assoggettata alla medesima disciplina, prevista per l'intermediazione del diritto d'autore.
  La direttiva 2014/26/UE, inoltre, circoscrive il proprio ambito di applicazione alla disciplina dell'attività degli organismi di gestione collettiva e, in misura minore, delle entità di gestione indipendente. Entrambe queste tipologie di soggetti, per quanto rileva in questa sede, sono definite come un «un organismo autorizzato ... a gestire i diritti d'autore o i diritti connessi ai diritti d'autore per conto di più di un titolare dei diritti, a vantaggio collettivo di tali titolari come finalità unica o principale» (articolo 3, paragrafo 1, lettere
a) e b) della direttiva 2014/26/UE).
  Dunque, solamente i soggetti che esercitano come finalità unica o principale l'attività di intermediazione e gestione di diritti d'autore o di diritti connessi al diritto d'autore sono soggetti a tale disciplina europea e, di conseguenza, a quella nazionale di recepimento. Ne consegue che non possono trovare applicazione, con riferimento alle associazioni di produttori di fonogrammi, opere audiovisive e videogrammi, le disposizioni del decreto legislativo n. 35 del 2017, atteso che queste associazioni non svolgono quale attività unica o principale la redistribuzione degli importi riconosciuti a titolo di equo compenso. L'imposizione a questi soggetti dei rilevanti oneri, soprattutto di natura organizzativa, previsti per gli organismi di gestione collettiva, si configurerebbe perciò come un'ipotesi di
gold plating, non consentita dall'ordinamento europeo.
  Occorre infine rilevare che, anche a seguito di una recente pronuncia del Consiglio di Stato (Cons. St. sez. VI, 25 ottobre 2017, n. 938/2017), sarà comunque necessario intervenire complessivamente sul sistema di regole della copia privata e del relativo equo compenso.
  

Il Sottosegretario di Stato per i beni e le attività culturali e il turismo: Antimo Cesaro.


   MIOTTO. — Al Ministro dei beni e delle attività culturali e del turismo. — Per sapere – premesso che:

   al fine di promuovere lo sviluppo della cultura e la conoscenza del patrimonio culturale, la legge 28 dicembre 2015, n. 208 ha assegnato ai giovani che hanno compiuto diciotto anni nell'anno 2016, residenti in Italia, in possesso di permesso di soggiorno ove richiesto, un bonus di euro 500, utilizzabile per l'acquisto di: biglietti per assistere a rappresentazioni teatrali e cinematografiche e spettacoli dal vivo, libri, ingresso a musei, mostre ed eventi culturali, monumenti, gallerie, aree archeologiche, parchi naturali;

   le modalità di attribuzione e utilizzo del bonus sono state definite con il decreto del Presidente del Consiglio dei ministri del 15 settembre 2016 n. 187;

   tale bonus operativo dal 3 novembre 2016 e utilizzabile fino al 31 dicembre 2017, può essere speso dagli aventi diritto che si sono iscritti entro il 30 giugno 2017 (questo termine, inizialmente posto al 31 gennaio 2017, è stato così prorogato dal decreto-legge 30 dicembre 2016, n. 244 articolo 11, comma 2) alla piattaforma 18App;

   l'amministrazione responsabile per l'attuazione del decreto è il Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo che si avvale dell'Agenzia per l'Italia digitale e delle società Sogei e Consap, mentre l'attività di comunicazione istituzionale è curata dalla Presidenza del Consiglio dei ministri, Dipartimento per l'informazione e l'editoria;

   gli aventi diritto nati nel 1998 sono 574.953 dei quali solo 351.522 si sono iscritti entro il 30 giugno 2017 alla piattaforma 18App per usufruire del bonus;

   le risorse stanziate inizialmente – 290 milioni di euro – sono state utilizzate solo in parte (il totale dei bonus spesi dai nati nel ’98, a settembre 2017, ammonta a 86,3 milioni di euro circa);

   tra gli aventi diritto che si sono iscritti entro il 30 giugno 2017, acquisendo quindi a pieno titolo il diritto ad utilizzare il bonus, in molti stanno riscontrando problemi legati all'emissione del bonus, a causa di problemi tecnici relativi alla piattaforma 18app e al sistema di accreditamento tramite il Sistema pubblico di identità digitale (Spid), come rilevabile da trasmissioni radiofoniche di denuncia, da petizioni popolari e addirittura dalle informazioni fornite sui social dalla comunicazione istituzionale dedicata (numero verde, facebook) –:

   se il Governo sia a conoscenza dei problemi esposti in premessa;

   se non ritenga di dover intervenire per garantire agli aventi diritto che hanno eseguito correttamente la procedura prevista, l'effettiva erogazione del bonus nei termini previsti per l'utilizzo (31 dicembre 2017) valutando, se del caso, di assumere iniziative per una proroga di tali termini.
(4-18137)

  Risposta. — Si riscontra l'atto di sindacato ispettivo in esame con il quale l'interrogante chiede al Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo quali iniziative intende assumere per incrementare il livello di consumo di prodotti culturali da parte dei giovani e rendere efficiente il funzionamento del bonus di cui alla legge 28 dicembre 2015, n. 208, comma 979, ai sensi del quale: «ai cittadini residenti nel territorio nazionale, in possesso, ove previsto, di permesso di soggiorno in corso di validità, i quali compiono diciotto anni di età nell'anno 2016, è assegnata, nel rispetto del limite di spesa di cui al comma 980, una Carta elettronica. La Carta, dell'importo nominale massimo di euro 500 per l'anno 2016, può essere utilizzata per assistere a rappresentazioni teatrali e cinematografiche, per l'acquisto di libri nonché per l'ingresso a musei, mostre ed eventi culturali, monumenti, gallerie, aree archeologiche, parchi naturali e spettacoli dal vivo.».
  Con riferimento agli specifici quesiti contenuti nell'interrogazione in oggetto, si risponde in base ai dati forniti dai competenti uffici del ministero.
  Con decreto del Presidente del Consiglio dei ministri 15 settembre 2016, n. 187, pubblicato nella
Gazzetta Ufficiale — serie generale n. 242 del 17 ottobre 2016 si è data attuazione all'articolo 1, comma 979, della legge 28 dicembre 2015, n. 208 che ha introdotto il «bonus cultura» per i diciottenni ovvero ha riconosciuto la possibilità di erogare 500 euro in favore di quei giovani che hanno compiuto la maggiore età nel 2016 affinché possano assistere a rappresentazioni teatrali e cinematografiche, acquistare libri (categoria comprendente ebook e audiolibri), nonché i titoli di ingresso a musei, mostre ed eventi culturali, monumenti, gallerie, aree archeologiche, parchi naturali e spettacoli dal vivo.
  Il relativo all'articolo 3, comma 2, ha stabilito che i dati anagrafici sono accertati attraverso il sistema pubblico per la gestione dell'identità digitale di cittadini e imprese (Spid) dando così attuazione all'articolo 64 del decreto legislativo n. 82 del 2005 (codice dell'amministrazione digitale), il quale prevede che per favorire la diffusione di servizi di rete e agevolare l'accesso agli stessi da parte di cittadini e imprese, anche in mobilità, è istituito, a cura dell'agenzia per l'Italia digitale (AgID), il sistema pubblico per la gestione dell'identità digitale di cittadini e imprese.
  Le modalità per l'attribuzione dell'identità digitale sono contenute nel decreto del Presidente del Consiglio dei ministri 24 ottobre 2014, che ha trovato piena applicazione nell'iniziativa in oggetto.
  Ai quattro
provider già autorizzati dall'AgID a rilasciare l'identità digitale, cioè Poste italiane, Tim, Infocert e Sielte recentemente si sono aggiunti Aruba, Namirial e SpidItalia. È inoltre possibile richiedere lo SPID anche utilizzando, qualora se ne sia già in possesso, una carta d'identità elettronica, una carta nazionale dei servizi (Cns) o la firma digitale. In questi ultimi casi si può completare la registrazione totalmente online tramite un lettore di smart card da collegare al computer.
  Tutte le informazioni sono rinvenibili sul sito
www.18app.italia.it, che rinvia laddove occorre e per la specifica competenza al sito www.spid.gov.it, oltre a contenere in appositi link ubicati nel footer della homepage indicazioni e spiegazioni, distinte per argomento.
  Ai sensi dell'articolo 7 del decreto del Presidente del Consiglio dei ministri n. 187 del 2016 gli esercenti presso i quali è possibile utilizzare la carta, sia con acquisti fisici — cioè recandosi direttamente presso l'esercizio commerciale — che
online, sono inseriti in un apposito elenco, al quale si possono registrare utilizzando le credenziali fornite dall'agenzia delle entrate, quindi con la semplice indicazione della partita Iva, del codice Ateco dell'attività prevalentemente svolta, della denominazione e dei luoghi dove viene svolta l'attività, della tipologia dei beni e dei servizi che l'esercente offre tra quelli oggetto dell'iniziativa, ovvero, come previsto dall'articolo 5, comma 2, del decreto del Presidente del Consiglio dei ministri n. 187 del 2016, già sopra elencati.
  L'adesione è quindi su base volontaria, eccezion fatta per le strutture museali e i luoghi della cultura del Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo, che sono stati inseriti di default nell'elenco.
  Consapevole del numero degli esercenti che potenzialmente svolgono attività molto affini allo spirito dell'iniziativa di promozione della cultura e dell'avvicinamento ad essa dei giovani diciottenni, ma il cui codice Ateco dell'attività prevalentemente svolta non è direttamente riconducibile ad essa (si pensi ad esempio ai tanti ipermercati specializzati ormai anche nella vendita dei libri), il Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo ha attivato una casella di posta elettronica certificata
18app@mailcert.beniculturali.it, alla quale i suddetti esercenti possono richiedere comunque l'iscrizione all'elenco ex articolo 7 del decreto del Presidente del Consiglio dei ministri, previa breve descrizione dell'attività normalmente svolta, nella quale si devono evidenziare le affinità con gli ambiti previsti dal decreto del Presidente del Consiglio dei ministri e, soprattutto, il codice Ateco secondario che le identificano. Questa procedura ha consentito finora a 1.200 esercenti di potersi iscrivere all'iniziativa.
  I diciottenni iscrittisi alla 18app entro il 30 giugno 2017, termine previsto dal decreto del Presidente del Consiglio dei ministri n. 187 del 2016 sono stati 351.522 su una popolazione di residenti stimata in 576.953, come da relazione tecnica allegata al decreto del Presidente del Consiglio dei ministri sopra citato, a cui corrisponde un plafond impegnato di euro 175.761.000 rispetto ai 290 milioni stanziati per l'iniziativa.
  Sono stati generati 4.760.768 buoni di spesa, di cui 2.121.752 per acquisti «fisici» e 2.639.016 da spendere mediante operazioni
e-commerce. I coupon validati dagli esercenti, cioè presentati all'incasso sono:

   1.678.584 per gli acquisti fisici, a cui corrisponde una spesa pari ad euro 52.755.055,70;

   1.749.149 per gli acquisti online, per una spesa pari ad euro 65.664.992,98.

  Al 30 giugno 2017 gli esercenti iscritti (intendendo con ciò i punti vendita presso cui è possibile effettuare gli acquisti, sia fisici che online) erano 5.684.
  La legge 11 dicembre 2016, n. 232, all'articolo 1, comma 626, ha esteso l'iniziativa anche ai ragazzi nati nel 1999, che compiono dunque la maggiore età nel 2017, ampliando il ventaglio dei beni acquistabili col bonus aggiungendo la musica registrata (intendendo con cd, dvd musicali e musica
online, corsi di musica, di teatro e di lingua straniera).
  Con
Gazzetta Ufficiale n. 218 del 18 settembre è stato pubblicato il decreto del Presidente del Consiglio dei ministri n. 136 del 4 agosto 2017, attuativo della norma sopra richiamata e modificativo del precedente n. 187 del 18 settembre 2016. Dal 19 settembre 2017 è consentito dunque ai neo diciottenni l'iscrizione alla 18app.
  Si rappresenta, infine, che la legge 27 dicembre 2017, n. 205, che ha approvato il bilancio di previsione dello Stato per l'anno finanziario 2018 e il bilancio pluriennale per il triennio 2018-2020, le disposizioni di cui all'articolo 1, comma 979, della legge 28 dicembre 2015, n. 208, sono state prorogate ai soggetti che compiono la maggiore età negli anni 2018 e 2019.
  Nella manovra sono infatti inclusi 290 milioni di euro annui che confermano la card da 500 euro per i giovani residenti in Italia che compiono 18 anni.
  Nel testo della legge manca una norma specifica, come avvenuto negli anni passati, ma le risorse sono state inserite nel bilancio di previsione di questo ministero mediante rifinanziamento del relativo capitolo di spesa n. 1430 «Somma per l'assegnazione ai cittadini che compiono diciotto anni nel 2018 di una carta elettronica da utilizzare per rappresentazioni teatrali e cinematografiche, nonché per l'ingresso a musei, mostre, eventi culturali e spettacoli dal vivo...».
  Aver favorito il consumo culturale dei giovani nelle sue diverse tipologie, aver attivato canali di comunicazione dedicati tra l'amministrazione e i giovani, aver dotato di Spid una ampia fascia di neo diciottenni, aver sollecitato l'innovazione tecnologica anche presso gli esercenti e, in particolare, negli istituti e luoghi della cultura, ha consentito, sulla base dei predetti risultati positivi, di proporre la proroga del bonus in questione.
  La legge di bilancio 2018, conferma, dunque, l'impegno del Governo a favore della cultura e dei giovani.

Il Sottosegretario di Stato per i beni e le attività culturali e il turismo: Antimo Cesaro.


   NACCARATO. — Al Ministro dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare. — Per sapere – premesso che:

   Sesa spa (società estense servizi ambientali) ha sede nel comune di Este (Padova) in via Comuna;

   Sesa è al 51 per cento di proprietà del comune di Este e al 49 per cento di proprietà della società Finam Group spa di Angelo Mandato, che è anche vice presidente del consiglio di amministrazione di Sesa;

   l'azienda si occupa di raccolta, lavorazione, trasformazione, smaltimento di diverse tipologie di rifiuti;

   i cittadini dei comuni interessati dal servizio di Sesa lamentano la presenza di forti odori che provengono dagli impianti di via Comuna e dai terreni agricoli presenti, nella zona;

   gli stessi cittadini manifestano forti preoccupazioni per l'aumento del volume di rifiuti trattati negli impianti gestiti da Sesa e l'arrivo di ingenti quantità di rifiuti anche dal Sud Italia;

   inoltre, i comitati e le associazioni di cittadini hanno segnalato in più occasioni lo sversamento di «digestato» (fertilizzante che si ottiene dalla fermentazione anaerobica di biomasse con liquami o letami di origine animale) da parte del socio privato di Sesa sui terreni agricoli della bassa padovana;

   secondo i cittadini, in particolare, l'espansione di Sesa ha incrementato il fenomeno degli odori e lo spargimento di ingenti quantità di digestato nelle campagne;

   in questo territorio sono presenti diversi insediamenti quali mangimifici, aziende avicole e soprattutto impianti per la produzione di biomasse e impianti deputati alla biodigestione che concorrono alla produzione di odori ed esalazioni;

   oltre agli odori, le comunità locali hanno più volte denunciato pubblicamente una serie di fenomeni spiacevoli quali irritazioni cutanee, problemi respiratori, acque inquinate;

   gli stessi cittadini dubitano che il digestato sversato nei terreni sia in quantità conforme ai limiti di legge;

   i cittadini e le associazioni nelle quali si sono costituiti sono preoccupati per la salubrità dell'aria, per la qualità dell'acqua e per la salute pubblica;

   nel corso degli anni più volte cittadini ed amministratori locali si sono rivolti alle autorità competenti per la verifica del rispetto delle norme e della tutela della salute;

   recentemente l'attività di mobilitazione e protesta dei cittadini si è intensificata –:

   se il Ministro sia al corrente dei fatti sopra esposti;

   se e quali iniziative intenda assumere per quanto di competenza, anche per il tramite del comando dei carabinieri per la tutela dell'ambiente per verificare lo stato dei luoghi, a tutela dell'ambiente e della salute dei cittadini di Ospedaletto Euganeo (Padova), Este (Padova) e della bassa padovana, promuovendo altresì controlli mirati a verificare il rispetto delle norme in relazione agli sversamenti di digestato nei terreni agricoli interessati.
(4-17472)

  Risposta. — Con riferimento all'interrogazione in esame, relativa alle attività dell'azienda S.E.S.A s.p.a. ubicata nel comune di Este, nel basso padovano, sulla base degli elementi acquisiti, si rappresenta quanto segue.
  La regione Veneto ha riferito che l'Agenzia regionale per la prevenzione e protezione ambientale del Veneto, debitamente interessata della questione, ha comunicato di aver effettuato controlli nell'ambito delle ispezioni integrate ambientali programmate e verifiche puntuali a seguito di segnalazioni da parte di enti o di privati cittadini.
  Nella fattispecie, l'installazione S.E.S.A. S.p.a. è costituita principalmente da 3 sezioni impiantistiche deputate al recupero e allo smaltimento dei rifiuti (impianto di digestione anaerobica e compostaggio, discarica, impianto di selezione) e di unità destinate alla produzione e distribuzione di energia elettrica e termica.
  Le diverse sezioni impiantistiche sono attualmente autorizzate con i seguenti provvedimenti:

   decreto regionale del direttore area tutela sviluppo territorio n. 38 del 12 maggio 2017 per quanto riguarda l'impianto di compostaggio e di biodigestione anaerobica;

   provvedimento provinciale n. 333/IPPC/2016 del 13 maggio 2016 per quanto riguarda l'impianto di smaltimento (discarica);

   provvedimento provinciale n. 55091EC/2012 del 15 maggio 2012 per quanto riguarda l'impianto di selezione.

  Sempre secondo quanto riferito dalla regione, i controlli previsti dall'autorizzazione integrata ambientale sono condotti nel rispetto dei relativi piani di monitoraggio e controllo e gli esiti vengono poi trasmessi, tramite opportuna relazione, agli enti competenti.
  Nel corso di tali controlli periodici operati dall'Agenzia regionale per la prevenzione e protezione ambientale del Veneto la gestione degli impianti è risultata essere conforme alle prescrizioni autorizzative senza impatto significativo sulle matrici ambientali, mentre le campagne di monitoraggio della qualità dell'aria tramite radielli hanno evidenziato valori di sostanze organiche volatili confrontabili con le aree urbane.
  Per quanto riguarda i controlli puntuali derivanti da segnalazioni o da richieste pervenute dagli enti territoriali, questi si sono rivolti sia al controllo sul materiale in uscita dagli impianti e destinato allo spandimento sul terreno agricolo, sia alla verifica della presenza di odori nel territorio correlata all'esercizio dell'impianto.
  Al fine di comprendere con maggior dettaglio le modalità e i tempi con i quali vengono effettuate le attività di spandimento degli ammendanti è stato richiesto alla S.E.S.A. s.p.a. di trasmettere i piani di spandimento del compost e del digestato.
  In questo modo sarà possibile per l'Agenzia regionale per la prevenzione e protezione ambientale del Veneto programmare ed effettuare controlli mirati relativamente all'utilizzo agronomico contempo, cercare di individuare con l'adozione di opportune metodiche, l'origine dei diversi odori correlata con la presenza nella zona della bassa padovana di altre fonti di pressione odorigena, quali allevamenti avicunicoli e suinicoli o altri impianti a biomassa.
  La regione Veneto ha evidenziato, altresì, che anche negli anni precedenti, periodo 2000-2015, i controlli effettuati dall'Agenzia regionale per la prevenzione e protezione ambientale del Veneto, pur accertando, in condizioni particolari, disagi relativi a odori correlabili a specifiche sostanze odorigene derivanti dall'esercizio dell'impianto, non hanno evidenziato rilievi tali da ricondursi ad inosservanze delle norme attualmente in vigore in materia di impatto olfattometrico.
  Sempre in merito alla questione odorigena, secondo quanto riferito dalla prefettura di Padova, il comune di Este ha avviato un'indagine in collaborazione con l'università di Udine per verificare se gli odori siano effettivamente in aumento e se gli stessi provengano da S.E.S.A. e per pervenire ad una definizione del problema, intervenendo su tutte le fonti odorigene del territorio di Este e di quello limitrofo del comune di Ospedaletto.
  Per quanto concerne la percentuale di rifiuti provenienti dal sud, secondo quanto riferito dalla prefettura, il dato non sarebbe in aumento ed anzi è rimasto invariato negli ultimi 4-5 anni ed è tendenzialmente destinato a diminuire.
  Per quanto concerne il digestato prodotto da biodigestore agricolo, sempre sulla base degli elementi informativi forniti dalla prefettura, esso non viene più distribuito in agricoltura dalla S.E.S.A. s.p.a. L'attività è stata interrotta per scelta autonoma della Società che ha deciso di trattarlo internamente, senza effettuare spandimenti sui terreni agricoli.
  Il comune di Este ha, da ultimo, rappresentato di non aver ad oggi ricevuto alcun referto medico o documento ufficiale da parte delle autorità competenti ai controlli relativo ai problemi respiratori e alle irritazioni cutanee indicati, né a fenomeni di inquinamento dell'acqua. Ad ogni buon conto, ha disposto un'accurata indagine epidemiologica che si sta concludendo e verrà presentata prossimamente, ma i primi dati in possesso sembrano indicare una corrispondenza con la media regionale.
  Alla luce delle informazioni esposte, si rassicura comunque che il Ministero dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare prosegue nella sua azione costante di monitoraggio senza ridurre in alcun modo lo stato di attenzione su tali questioni.
  

Il Ministro dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare: Gian Luca Galletti.


   OLIARO. — Al Ministro dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare. — Per sapere – premesso che:

   nel comune di Sestri è di nuovo emergenza a causa dei troppi liquami provenienti dalla maxidiscarica di Scarpino;

   in merito alla situazione di collasso del sito della discarica di Scarpino causa le forti piogge le vasche di decantazione che raccolgono il percolato hanno tracimato nel Rio Cassinelle e Chiaravagna coprendo l'acqua con schiuma e odore irrespirabile creando il panico tra i residenti che già nei giorni precedenti a causa della abbondanti piogge avevano avvertito esalazioni di ammoniaca e disturbi come nausee, occhi rossi e gole irritate;

   l'assessore comunale all'ambiente Valeria Garrotta ha convocato nel suo ufficio i responsabili dell'igiene della Asl Tre, mentre il pm Cotugno ha chiesto una relazione ai vigili dell'ambiente;

   solo venerdì 17 gennaio 2014 nelle vasche erano arrivati 4 mila metri cubi di percolato in 24 ore, contro i 25 metri cubi che vengono raccolti in condizioni di normalità;

   come riporta la stampa locale, è stata data l'autorizzazione a riversare le acque sporche nei torrenti;

   tale situazione si è creata in seguito alle piogge prolungate e di notevole intensità che hanno colpito il territorio in questi giorni e che continueranno anche nei prossimi;

   Arpal sta effettuando altri accertamenti nel Rio Cassinelle per sapere quanto sia inquinato –:

   quali iniziative si ritenga opportuno assumere al fine di verificare, anche per il tramite del comando dei carabinieri per la tutela dell'ambiente, tale situazione di emergenza ambientale che le precipitazioni previste per i prossimi giorni rendono drammatica.
(4-03231)

  Risposta. — Con riferimento all'interrogazione in esame, relativa alla maxidiscarica di Scarpino nel comune di Sestri (GE), sulla base degli elementi acquisiti, si rappresenta quanto segue.
  In via preliminare, secondo quanto riferito dalla regione Liguria, si fa presente che alla data attuale la discarica di Scarpino risulta non operativa e sono in corso le attività di progettazione e realizzazione di interventi diretti ad un adeguamento complessivo dell'impianto alle disposizioni che disciplinano l'esercizio delle discariche, inclusa la costruzione di un impianto di trattamento del percolato prodotto dai precedenti lotti di coltivazione della stessa.
  La regione ha, inoltre, evidenziato, che le problematiche di tipo sanitario sono state verificate ed affrontate dalle autorità competenti nella contingenza dei fenomeni di sversamento del percolato nel periodo iniziale del 2014 e nel mese di ottobre dello stesso anno, nella contingenza di fenomeni piovosi di notevole intensità, e da allora non si sono più verificate.
  Per quanto riguarda la discarica di Scarpino relativamente all'impianto di depurazione del percolato ad osmosi inversa che dovrà essere istallato (potenzialità di 220 mc/h) si segnala quanto segue:

   l'importo a base di gara per le 6 annualità ammontava a euro 45.727.200 (euro 7.621.200 annui);

   la gara è stata esperita e l'intervento aggiudicato;

   i cronoprogrammi attualmente prevedono l'operatività di tale impianto per agosto 2018 (due mesi dopo quanto previsto in prima battuta);

   l’iter autorizzativo per il relativo scarico da parte della città metropolitana attualmente in fase conclusiva.

  In prospettiva lo scenario, che dovrà essere verificato nella valutazione di impatto ambientale relativa depuratore area centrale, prevede l'invio del percolato di Scarpino 1 e 2, tramite l'esistente condotta dedicata, al nuovo impianto di depurazione, depuratore area centrale DAC, aree ex Ilva, che dovrà garantire le idonee capacità di trattamento del percolato pretrattato. Il nuovo invaso di Scarpino 3 sarà invece totalmente separato dai precedenti per quanto riguarda raccolta e smaltimento del percolato che verrà inviato, tramite autobotti, ad impianto di smaltimento autorizzato.
  In data 18 gennaio 2018, il gestore Azienda multiservizi e igiene urbana ha inoltre presentato la documentazione progettuale integrativa relativa al nuovo invaso di Scarpino 3 e la città metropolitana di Genova convocherà a breve una specifica conferenza di servizi volta all'autorizzazione finale della nuova discarica, di cui si prevede l'operatività – per il primo lotto – a partire dal maggio 2018 (con potenziale abbancamento di rifiuti urbani trattati in altri impianti).
  Sempre secondo quanto riferito dalla Regione, l'Azienda multiservizi e igiene urbana ha inoltre in corso la progettazione dell'impianto di trattamento meccanico biologico (capacità prevista circa 100.000 t/anno) cui si affiancherà, nello stesso sito, un biodigestore anaerobico (capacità circa 60.000 t/anno).
  Alla luce di quanto esposto, si rassicura comunque che il Ministero dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare, per quanto di competenza, continuerà a tenersi informato ed a svolgere le proprie attività di monitoraggio e sollecito, senza ridurre in alcun modo il livello di attenzione sulla questione.

Il Ministro dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare: Gian Luca Galletti.


   PALESE. — Al Ministro dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare. — Per sapere – premesso che:

   l'articolo 3 del decreto-legge n. 243 del 2016 convertito dalla legge n. 18 del 2017 (pubblicata sulla Gazzetta ufficiale n. 49 del 28 febbraio 2017) istituisce un fondo da 1 milione di euro per l'anno 2017 per finanziare un piano straordinario di indagine di approfondimento teso alla verifica dello stato delle matrici ambientali al fine di scongiurare l'emergere di criticità dovute alla presenza dell'impianto di discarica in località Burgesi, nel comune di Ugento;

   allo scopo di finanziare la realizzazione del piano, da predisporre a cura della regione Puglia con la collaborazione di Arpa Puglia e Asl competente, nel bilancio del Ministero dell'ambiente è stato istituito un Fondo per la verifica dello stato di qualità delle matrici naturali in località Burgesi/Ugento con uno stanziamento, in termini di competenza e cassa, di 1 milione di euro per l'anno 2017;

   tale articolo, inserito nella relativa legge di conversione deriva da una proposta dell'interrogante, in seguito all'allarme suscitato dalle dichiarazioni di un pentito nell'ambito di una inchiesta della procura di Lecce e la stessa procura invitò regione, provincia di Lecce e comuni del territorio interessato, ad attivarsi quanto prima per procedere a campionamenti, verifiche, bonifiche;

   venne ipotizzato che nel territorio sottostante la discarica possano essere stati tombati rifiuti pericolosi e tossici, mettendo così a rischio la salute e la pubblica incolumità dei cittadini dei comuni di Ugento, Acquarica e Presicce;

   sull'onda di questi allarmi e di quelli in seguito arrivati anche formalmente dai sindaci dei comuni interessati, il Presidente della regione Puglia effettuò un sopralluogo tecnico nella discarica, garantendo che quanto prima i suoi uffici si sarebbero attivati;

   ad oggi non risulta all'interrogante che la regione Puglia si sia attivata per attingere al fondo istituito con l'articolo 3-ter del decreto n. 243 del 2016, né che sia stata avviata alcuna procedura per predisporre la realizzazione del Piano straordinario –:

   se quanto denunciato in premessa corrisponda al vero;

   se al Ministro interrogato risulti o meno che la regione si stia attivando per attingere al fondo istituito presso il Ministero dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare, ai sensi dell'articolo 3-ter del decreto-legge n. 243 del 2016, convertito dalla legge n. 18 del 2017;

   quali iniziative di competenza il Ministro interrogato intenda assumere per verificare quali azioni siano state compiute per la predisposizione del piano di cui in premessa per la cui realizzazione è stato istituito il suddetto fondo, tenendo conto che dall'esito delle verifiche sul territorio in cui insiste la discarica in località Burgesi dipende la tutela della salute pubblica di centinaia di migliaia di cittadini.
(4-16206)

  Risposta. — Con riferimento all'interrogazione in esame, relativa all'emergenza ambientale dell'impianto di discarica in località Burgesi (LE), sulla base degli elementi acquisiti, si rappresenta quanto segue.
  Nel merito, la prefettura di Lecce ha comunicato che la procura di Lecce, a conclusione delle indagini svolte, rispetto al traffico illecito di rifiuti nell'impianto sito in Ugento, in località Burgesi, nel dicembre 2016, ha notificato alla regione Puglia e al comune di Ugento una richiesta di archiviazione del procedimento penale nr. 12592 del 2016.

  Il pubblico ministero, nel disporre l'archiviazione, «visto l'elevato rischio ambientale emerso dalle indagini svolte», ha tuttavia previsto a carico del Ministero dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare, della regione Puglia e del comune di Ugento, l'adozione dei provvedimenti necessari alla bonifica del sito e al rispristino dei luoghi interessati dall'illecito smaltimento di rifiuti pericolosi. Con il medesimo provvedimento, ha inoltre delegato la polizia giudiziaria a nominare un ausiliario per «gli accertamenti richiedenti specifiche competenze, il monitoraggio dei pozzi di captazione del percolato, mediante mirate analisi tese alla ricerca del Pcb disponendo di effettuare, in caso di esito positivo, il monitoraggio delle acque di falda sia dei pozzi di discarica, sia su eventuali altri pozzi di captazione di acqua per scopi irrigui presenti nella zona e limitrofi alla stessa discarica».
  È stato pertanto avviato un percorso finalizzato all'individuazione delle iniziative da intraprendere.
  Sempre secondo quanto riferito dalla prefettura, nel corso delle riunioni, che hanno avuto luogo presso l'assessorato alla qualità dell'ambiente della regione Puglia e alle quali hanno partecipato l'Arpa Puglia, Asl Lecce, i comuni di Ugento, Acquarica del Capo e Presicce, è stata condivisa la necessità di implementare le azioni di monitoraggio della discarica e dell'area vasta, affidando all'Arpa Puglia e ad Asl Lecce la predisposizione di un piano di investigazione, nonché a definire sia le indagini da condurre sul corpo di discarica, sia le analisi da effettuare sulle componenti animali/vegetali e il set di sostanze da ricercare.
  Per quanto concerne i profili autorizzativi relativi alla discarica «Monteco s.r.l.», la medesima prefettura ha riferito che secondo quanto comunicato dalla regione Puglia, la sezione autorizzazioni ambientali, a seguito della nota del 25 gennaio 2017, con la quale i sindaci di Ugento, Acquarica del Capo e Presicce chiedevano il riesame dei rilievi effettuati dal Cnr sulle acque di falda e trasmessi all'autorità giudiziaria di Lecce, nell'ambito del citato procedimento penale, ha aggiornato il Piano di monitoraggio e controllo, incrementando la frequenza dei controlli per il monitoraggio delle acque sotterranee ed inserendo il monitoraggio dei parametri Pcb e Pcdd-Pcdf nella matrice acque sotterranee. Ha, inoltre, invitato Arpa Puglia ad effettuare con urgenza un'ispezione straordinaria sul corpo di discarica «Monteco s.r.l.», al fine di verificare il rispetto puntuale delle prescrizioni imposte al gestore.
  Per quanto concerne l'utilizzo del fondo da un milione di euro per l'anno 2017, istituito con l'articolo 3-
ter del decreto-legge n. 243 del 2016, convertito dalla legge n. 18 del 2017, per finanziare un piano straordinario di indagine e approfondimento dello stato delle matrici ambientali, finalizzato ad evitare le criticità connesse alla presenza dell'impianto di discarica in località Burgesi di Ugento, la regione Puglia ha riferito di aver approvato il «Piano Operativo di monitoraggio straordinario della falda idrica salentina, della rete di distribuzione potabile e dell'invaso del Locone» con delibera di giunta n. 1320 del 2 agosto 2017, con la quale si è inoltre dato atto che le attività di indagine e ricerca ricomprese nello stesso piano costituiscono atti di indirizzo per le attività richiamate nel piano straordinario per la verifica in località Burgesi, di cui all'articolo 3-bis della richiamata legge 27 febbraio 2017, n. 18.
  La regione ha riferito, inoltre, che con la sopracitata delibera, sono state attribuite ad Arpa Puglia, all'azienda sanitaria locale Lecce e all'istituto zooprofilattico sperimentale di Puglia e Basilicata, le attività ordinarie rispettivamente del piano annuale dei controlli ambientali e del Piano di prevenzione, prevedendo altresì la possibilità di stipulare eventuali convenzioni con liti sovraordinati per controlli di parte terza a valle dell'adozione del provvedimento di impegno delle risorse di cui alla legge 27 febbraio 2017, n. 18 da parte del Ministero dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare.
  Circa il paventato utilizzo dello stesso fondo per fini diversi da quelli previsti dalla più volte richiamata legge 27 febbraio 2017, n. 18, la regione Puglia ha precisato che le attività di studio, indagine e ricerca indicate nel «Piano operativo di Monitoraggio e Controllo della contaminazione ambientale nell'ecosistema acquatico degli invasi del Locone e del Pertusillo» rientrano nell'ambito del Piano straordinario per la verifica ambientale in località Burgesi.
  Atteso che il sistema idrico salentino è alimentato prevalentemente dalla falda idrica salentina, vulnerabile agli inquinanti presenti in superficie a causa della natura carsica del sottosuolo, ma anche dalle acque del Pertusillo e di altri invasi a monte, la regione ha ritenuto necessario effettuare una caratterizzazione della qualità dell'acqua a monte, così da poter individuare la presenza di fonti di inquinamento lungo il tronco di distribuzione (discarica Burgesi).
  Pertanto, a parere della regione, il piano è incentrato sulla valutazione del possibile inquinamento dell'area interessata dalla discarica, con particolare riferimento alla eventuale contaminazione della falda.
  La regione ha inoltre evidenziato che la citata deliberazione di giunta non prevede alcun impegno di spesa, ma solo il rimando allo stesso centro di costo relativo ai monitoraggi che la regione Puglia intende potenziare con programmi straordinari.
  Con riferimento all'utilizzo del fondo istituito ai sensi della predetta legge, il Ministero dell'ambiente con decreto dirigenziale del 21 novembre 2017 ha impegnato a favore della regione Puglia la somma di euro 1.000.000,00 prevista dalla legge stessa.
  Il predetto decreto è stato trasmesso alla regione Puglia nel gennaio scorso, comunicando che il trasferimento delle risorse ivi previste, sarà valutato solo successivamente alla definizione del contenzioso (R.G n. 1832 del 2017 del 19 agosto 2017) avviato dal comune di Burgesi nei confronti della regione Puglia per l'annullamento, previa sospensione, della delibera della giunta della regione Puglia n. 567 del 18 aprile 2017: «Presa d'atto del Piano Operativo di monitoraggio e controllo della contaminazione ambientale nell'ecosistema degli invasi del Locone e del Pertusillo» e della delibera della giunta della regione Puglia n. 1320 del 2 agosto del 2017. «Presa d'atto del Piano Operativo di monitoraggio straordinario della falda idrica salentina, della rete di distribuzione potabile e dell'invaso del Locone. Modifica ed aggiornamento della DGR del 18 aprile 2017, n. 567», nonché di ogni altro atto connesso, presupposto e/o consequenziale.
  Per completezza di informazione, la prefettura ha riferito che il dipartimento di prevenzione della Asl Lecce ha comunicato che il servizio igiene degli alimenti e nutrizione (SIAN), competente per controlli delle acque destinate ad uso umano, ha avviato un piano di monitoraggio della falda acquifera nelle immediate vicinanze della località denominata «Burgesi».
  Il dipartimento di prevenzione di Asl Lecce ha inoltre ritenuto necessario approfondire in tutto il territorio provinciale il monitoraggio delle acque di falda utilizzate dalla popolazione ai fini della sicurezza e dell'igiene degli alimenti di origine animale e vegetale, elaborando il progetto «MINORE» che avrà come obiettivo il sopraindicato monitoraggio nelle zone a rischio di inquinamento per utilizzo dei prodotti fitosanitari non ancora monitorati come il glifosato e i suoi metaboliti.
  La versione definitiva del progetto, condiviso con l'assessorato della regione Puglia e con Arpa, è stata presentata alla direzione del dipartimento per la promozione della salute, benessere sociale, sport della regione Puglia per l'approvazione.
  Alla luce delle informazioni esposte, si rassicura comunque che il Ministero dell'ambiente e delle tutela del territorio e del mare, per quanto di competenza, continuerà a svolgere le proprie attività senza ridurre in alcun modo il livello di attenzione sulla questione.

Il Ministro dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare: Gian Luca Galletti.


   PALESE. — Al Ministro dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare. — Per sapere – premesso che:

   l'articolo 3-ter del decreto-legge n. 243 del 2016 convertito dalla legge n. 18 del 2017 (pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale n. 49 del 2017) istituisce un fondo da 1 milione di euro per l'anno 2017 per finanziare un piano straordinario di indagine di approfondimento teso alla verifica dello stato delle matrici ambientali, al fine di scongiurare l'emergere di criticità dovute alla presenza dell'impianto di discarica in località Burgesi, nel comune di Ugento;

   allo scopo di finanziare la realizzazione del piano, da predisporre a cura della regione Puglia, con la collaborazione dell'Arpa Puglia e dell'asl competente, nel bilancio del Ministero dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare è stato istituito un fondo per la verifica dello stato di qualità delle matrici naturali in località Burgesi/Ugento con uno stanziamento, in termini di competenza e cassa, di 1 milione di euro per l'anno 2017;

   l'inserimento di tale articolo aggiuntivo, poi approvato, fu proposto dall'interrogante in seguito all'allarme suscitato dalle dichiarazioni di un pentito nell'ambito di una inchiesta della procura di Lecce e la stessa procura invitò regione, provincia di Lecce e comuni del territorio interessato, ad attivarsi quanto prima per procedere a campionamenti, verifiche, bonifiche;

   venne ipotizzato che nel territorio sottostante la discarica possano essere stati tombati rifiuti pericolosi e tossici, mettendo così a rischio la salute e la pubblica incolumità dei cittadini dei comuni di Ugento, Acquarica, Presicce;

   sull'onda di questi allarmi e di quelli in seguito arrivati anche formalmente dai sindaci dei comuni interessati, il presidente della regione Puglia effettuò un sopralluogo tecnico nella discarica garantendo che quanto prima i suoi uffici si sarebbero attivati;

   ad oggi non risulta all'interrogante che la regione Puglia si sia attivata per predispone la realizzazione del piano straordinario per Burgesi;

   risulta, invece, da notizie di stampa, che la giunta regionale pugliese avrebbe attinto al fondo istituito con l'articolo 3-ter del decreto n. 243 del 2016, non già per avviare il piano straordinario per Burgesi, ma per verificare la contaminazione da idrocarburi delle acque del Pertusillo;

   se quanto denunciato fosse vero, ciò sarebbe gravissimo e, ad avviso dell'interrogante, configurerebbe una irregolarità formale e materiale, oltre che un utilizzo improprio da parte della regione, di fondi che una legge dello Stato aveva vincolato ad altro utilizzo –:

   se quanto denunciato in premessa corrisponda al vero;

   se al Ministro interrogato risulti che la regione Puglia abbia attinto alle risorse del fondo citato per un utilizzo diverso da quello previsto dalla legge;

   in caso di accertamento di tale irregolarità, posto che il fondo è istituito nel bilancio del Ministero dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare, se non ritenga di assumere ogni iniziativa di competenza volta a pervenire all'immediata predisposizione del piano per Burgesi e a vincolare le risorse sopra indicate a tali finalità, tenendo conto che dall'esito delle verifiche sul territorio in cui insiste la discarica dipende la tutela della salute pubblica di centinaia di migliaia di cittadini.
(4-17027)

  Risposta. — Con riferimento all'interrogazione in esame, relativa all'emergenza ambientale dell'impianto di discarica in località Burgesi (Lecce), sulla base degli elementi acquisiti, si rappresenta quanto segue.
  Nel merito, la prefettura di Lecce ha comunicato che la procura di Lecce, a conclusione delle indagini svolte, rispetto al traffico illecito di rifiuti nell'impianto sito in Ugento, in località Burgesi, nel dicembre 2016, ha notificato alla regione Puglia e al comune di Ugento una richiesta di archiviazione del procedimento penale nr. 12592/2016.
  Il pubblico ministero, nel disporre l'archiviazione, «visto l'elevato rischio ambientale emerso dalle indagini svolte», ha tuttavia previsto a carico del Ministero dell'ambiente, della regione Puglia e del comune di Ugento, l'adozione dei provvedimenti necessari alla bonifica del sito e al ripristino dei luoghi interessati dall'illecito smaltimento di rifiuti pericolosi. Con il medesimo provvedimento, ha inoltre delegato la polizia giudiziaria a nominare un ausiliario per «gli accertamenti richiedenti specifiche competenze, il monitoraggio dei pozzi di captazione del percolato, mediante mirate analisi tese alla ricerca del PCB, disponendo di effettuare, in caso di esito positivo, il monitoraggio delle acque di falda sia dei pozzi di discarica, sia su eventuali altri pozzi di captazione di acqua per scopi irrigui presenti nella zona e limitrofi alla stessa discarica».
  È stato pertanto avviato un percorso finalizzato all'individuazione delle iniziative da intraprendere.
  Sempre secondo quanto riferito dalla prefettura, nel corso delle riunioni, che hanno avuto luogo presso l'assessorato alla qualità dell'ambiente della regione Puglia e alle quali hanno partecipato ARPA Puglia, ASL Lecce, i comuni di Ugento, Acquarica del Capo e Presicce, è stata condivisa la necessità di implementare le azioni di monitoraggio della discarica e dell'area vasta, affidando ad Arpa Puglia e ad ASL Lecce la predisposizione di un piano di investigazione, nonché a definire sia le indagini da condurre sul corpo di discarica, sia le analisi da effettuare sulle componenti animali/vegetali e il
set di sostanze da ricercare.
  Per quanto concerne i profili autorizzativi relativi alla discarica «Monteco s.r.l.», la medesima prefettura ha riferito che secondo quanto comunicato dalla regione Puglia, la sezione autorizzazioni ambientali, a seguito della nota del 25 gennaio 2017, con la quale i sindaci di Ugento, Acquarica del Capo e Presicce chiedevano il riesame dei rilievi effettuati dal CNR sulle acque di falda e trasmessi all'autorità giudiziaria di Lecce, nell'ambito del citato procedimento penale, ha aggiornato il piano di monitoraggio e controllo, incrementando la frequenza dei controlli per il monitoraggio delle acque sotterranee ed inserendo il monitoraggio dei parametri PCB e PCDD-PCDF nella matrice acque sotterranee. Ha, inoltre, invitato ARPA Puglia ad effettuare con urgenza un'ispezione straordinaria sul corpo di discarica «Monteco s.r.l.», al fine di verificare il rispetto puntuale delle prescrizioni imposte al gestore.
  Per quanto concerne l'utilizzo del fondo da un milione di euro per l'anno 2017, istituito con l'articolo 3-
ter del decreto-legge n. 243 del 2016 convertito dalla legge n. 18 del 2017, per finanziare un piano straordinario di indagine e approfondimento dello stato delle matrici ambientali, finalizzato ad evitare le criticità connesse alla presenza dell'impianto di discarica in località Burgesi di Ugento, la regione Puglia ha riferito di aver approvato il «Piano Operativo di monitoraggio straordinario della falda idrica salentina, della rete di distribuzione potabile e dell'invaso del Locone» con delibera di giunta n. 1320 del 2 agosto 2017, con la quale si è inoltre dato atto che le attività di indagine e ricerca ricomprese nello stesso piano costituiscono atti di indirizzo per le attività richiamate nel piano straordinario per la verifica in località Burgesi, di cui all'articolo 3-bis della richiamata legge 27 febbraio 2017, n. 18.
  La regione ha riferito, inoltre, che con la sopracitata delibera, sono state attribuite ad ARPA Puglia, all'azienda sanitaria locale Lecce e all'Istituto zooprofilattico sperimentale di Puglia e Basilicata, le attività ordinarie rispettivamente del piano annuale dei controlli ambientali e del piano di prevenzione, prevedendo altresì la possibilità di stipulare eventuali convenzioni con finti sovraordinati per controlli di parte terza a valle dell'adozione del provvedimento di impegno delle risorse di cui alla legge 27 febbraio 2017, n. 18 da parte del Ministero dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare.
  Circa il paventato utilizzo dello stesso fondo per fini diversi da quelli previsti dalla più volte richiamata legge 27 febbraio 2017, n. 18, la regione Puglia ha precisato che le attività di studio, indagine e ricerca indicate nel «Piano operativo di Monitoraggio e Controllo della contaminazione ambientale nell'ecosistema acquatico degli invasi del Locone e del Pertusillo» rientrano nell'ambito del piano straordinario per la verifica ambientale in località Burgesi.
  Atteso che il sistema idrico salentino è alimentato prevalentemente dalla falda idrica salentina, vulnerabile agli inquinanti presenti in superficie a causa della natura carsica del sottosuolo, ma anche dalle acque del Pertusillo e di altri invasi a monte, la regione ha ritenuto necessario effettuare una caratterizzazione della qualità dell'acqua a monte, così da poter individuare la presenza di fonti di inquinamento lungo il tronco di distribuzione (discarica Burgesi).
  Pertanto, a parere della regione, il piano è incentrato sulla valutazione del possibile inquinamento dell'area interessata dalla discarica, con particolare riferimento alla eventuale contaminazione della falda.
  La regione ha inoltre evidenziato che la citata deliberazione di giunta non prevede alcun impegno di spesa, ma solo il rimando allo stesso centro di costo relativo ai monitoraggi che la regione Puglia intende potenziare con programmi straordinari.
  Con riferimento all'utilizzo del fondo istituito ai sensi della predetta legge, il Ministero dell'ambiente con D.D. del 21 novembre 2017 ha impegnato a favore della regione Puglia la somma di euro 1.000.000,00 prevista dalla legge stessa.
  Il predetto decreto è stato trasmesso alla regione Puglia nel gennaio 2018, comunicando che il trasferimento delle risorse ivi previste, sarà valutato solo successivamente alla definizione del contenzioso (R.G. n. 1832/17 del 19 settembre 2017) avviato dal comune di Burgesi nei confronti della regione Puglia per l'annullamento, previa sospensione, della delibera della giunta della regione Puglia n. 567 del 18 aprile 2017 «Presa d'atto del Piano Operativo di monitoraggio e controllo della contaminazione ambientale nell'ecosistema degli invasi del Locone e del Pertusillo» e della delibera della giunta della regione Puglia n. 1320 del 2 agosto 2017 «Presa d'atto del Piano Operativo di monitoraggio straordinario della falda idrica salentina, della rete di distribuzione potabile e dell'invaso del Locone. Modifica ed aggiornamento della DGR del 18 aprile 2017, n. 567», nonché di ogni altro atto connesso, presupposto e/o consequenziale.
  Per completezza di informazione, la prefettura ha riferito che il dipartimento di prevenzione della ASL Lecce ha comunicato che il servizio igiene degli alimenti e nutrizione (SIAN), competente per controlli delle acque destinate ad uso umano, ha avviato un piano di monitoraggio della falda acquifera nelle immediate vicinanze della località denominata «Burgesi».
  Il dipartimento di prevenzione di ASL Lecce ha inoltre ritenuto necessario approfondire in tutto il territorio provinciale il monitoraggio delle acque di falda utilizzate dalla popolazione ai fini della sicurezza e dell'igiene degli alimenti di origine animale e vegetale, elaborando il progetto «MINORE» che avrà come obiettivo il sopraindicato monitoraggio nelle zone a rischio di inquinamento per utilizzo dei prodotti fitosanitari non ancora monitorati come il Glifosato e i suoi metaboliti.
  La versione definitiva del progetto, condiviso con l'assessorato della regione Puglia e con Arpa, è stata presentata alla direzione del dipartimento per la promozione della salute, benessere sociale sport della regione Puglia per l'approvazione.
  Alla luce delle informazioni esposte, si rassicura comunque che il Ministero dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare, per quanto di competenza, continuerà a svolgere le proprie attività senza ridurre in alcun modo il livello di attenzione sulla questione.
  

Il Ministro dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare: Gian Luca Galletti.


   PALESE. — Al Ministro delle infrastrutture e dei trasporti. — Per sapere – premesso che:

   con decreto del Ministro delle infrastrutture e dei trasporti del 4 agosto 2016, pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale del 17 settembre 2016, n. 218, è stato stabilito il passaggio della proprietà di Ferrovie sud est dal Ministero delle infrastrutture e dei trasporti a Ferrovie dello Stato italiane;

   con l'approvazione di un emendamento presentato dall'interrogante al comma 7 dell'articolo 47 del decreto-legge n. 50 del 2017, che prevede il trasferimento a Ferrovie sud est di 70 milioni di euro da parte dello Stato, da utilizzare nell'ambito del piano di risanamento a copertura delle passività, fermi restando atti e provvedimenti precedenti, è stato definito l'obiettivo di blindare il processo di passaggio a Ferrovie dello Stato italiane, stabilire gli obblighi della nuova proprietà e garantire il risanamento della società con conseguente garanzia dei livelli occupazionali e del potenziamento e miglioramento dei servizi agli utenti;

   ad oggi non risulta che vi siano stati investimenti né interventi di alcun genere da parte di Ferrovie dello Stato italiane per aumentare i livelli di sicurezza, per sostituire il vecchio materiale rotabile, per migliorare in generale i servizi agli utenti che, invece, come dimostrano quotidianamente le cronache locali, continuano a peggiorare e ad essere tagliati con stazioni e biglietterie chiuse, collegamenti soppressi o costantemente in ritardo, convogli stracolmi, turisti e pendolari lasciati a terra per ore e giorni –:

   se il Ministro sia a conoscenza della situazione denunciata in premessa e se stia vigilando per verificare che Ferrovie dello Stato italiane adempia agli obblighi che la legge impone alla nuova proprietà;

   se esista un piano industriale di rilancio delle Ferrovie sud est, cosa preveda e a che punto di attuazione sia;

   se e come siano stati utilizzati i 70 milioni di euro aggiuntivi previsti dalla cosiddetta «manovrina»;

   se il Ministro non ritenga di dover chiedere conto a Ferrovie dello Stato italiane dell'attuale gestione disastrosa del trasporto pubblico locale salentino.
(4-17323)

  Risposta. — Con riferimento all'anno di sindacato ispettivo in esame, sulla base delle informazione pervenute dalla direzione generale per il trasporto pubblico locale di questo ministero, si forniscono i seguenti elementi di risposta.
  Va considerato che la Ferrovia del Sud-est – con l'incorporazione nel gruppo FS italiane e nell'ambito di una procedura concordataria e dei suoi conseguenti riflessi nell'attività gestionale – ha avviato un immediato e massiccio piano di investimenti infrastrutturali e del materiale rotabile, volto ad un tempestivo recupero della potenzialità dell'offerta e allo sviluppo di medio lungo periodo della qualità del servizio ferroviario e automobilistico.
  Nei primi mesi della nuova gestione, Ferrovie del Sud-est ha effettuato interventi in tutte le aree di
business, tra cui citiamo: un primo intervento di verifica delle caratteristiche geometriche e interventi di messa in sicurezza della rete; un successivo intervento strutturale delle linea 1 e linea 1BIS (linee con i maggiori volumi di passeggeri per circa 90 chilometri complessivi) attualmente in corso, che prevede il rifacimento completo della massicciata ferroviaria, l'automazione di numerosi passaggi a livello e l'istallazione del Sistema controllo marcia treno (SCMT); sempre in ambito ferroviario è iniziata una contestuale incisiva operazione di manutenzione straordinaria dei rotabili ferroviari. Nel settore automobilistico, gli interventi si sono concretizzati nell'acquisto di 69 pullman (20 per cento della flotta) e della loro progressiva immissione in servizio (con termine il 30 settembre), anche qui accompagnata da interventi manutentivi pesanti sulla rimanente flotta.
  Nel contempo è stato definito l'importante piano di investimenti di medio lungo termine (al 2021), che permetterà all'azienda di rinnovare completamente l'offerta ferroviaria con l'ingresso in esercizio di nuovi elettrotreni, il rifacimento delle principali stazioni della rete (attivazione sottopassi pedonali, innalzamento delle pensiline viaggiatori, rifacimento dei piani binari). Notevoli gli interventi anche nel settore automobilistico con l'acquisto di altri 70 mezzi (entro primo semestre 2018) che, assieme agli investimenti già attivati, porterà l'età della flotta da 15,6 anni a inizio 2017 a meno di 8 anni.
  Contestualmente sarà rivista l'intera struttura commerciale con l'incremento dei punti vendita e dei sistemi di bigliettazione e di controlleria, attivazioni di offerte intermodali ferro-gomma, rifacimento dell'interno sistema di informazione al pubblico, integrazione dell'offerta di Ferrovie del Sud-est con l'offerta di altri vettori ferroviari nazionali.
  Di seguito, il piano di investimenti varato ed in esecuzione.
  Piano di investimenti (per un totale di 523 milioni di euro — articolazione (per ogni intervento in parentesi è esposto il costo dell'operazione e la data di completamento prevista)).

  Flotta treni (77 milioni di euro):

   1) attrezzaggio Sistema controllo marcia treno di bordo 77 rotabili (inizio 2018);

   2) immissione in servizio 5 elettrotreni Newag (primo semestre 2018);

   3) immissione in servizio ulteriori 6 elettrotreni Newag (2019).

  Flotta bus (25 milioni di euro):

   1) acquisizione 69 bus usati (2017);

   2) acquisto 68 bus nuovi (2018);

   3) attrezzaggio intera flotta con equipment di bordo.

  Infrastruttura (421 milioni euro):

   1) attivazione Sistema controllo marcia treno anello di Bari (2018):

   2) elettrificazione linea Bari-Taranto via Casamassima (primo semestre 2018);

   3) rinnovo binari anello di Bari (2018);

   4) Sistema controllo marcia treno area Salento completamento rete (primo semestre 2019):

   5) installazione Rtb (2019);

   6) elettrificazione linee del Salento (2021);

   7) soppressione passaggio a livello Oberdan e passaggio a livello Accademia e opere sostitutive (2021);

   8) raddoppio parziale e interramento Triggiano (2022);

   9) nuovo polo intermodale di Mungivacca (2022);

   10) restyling e decoro stazioni per fasi (2017-2021);

   11) automazione passaggi a livello (2018-2021).

  In analitico, i costi dell'Infrastruttura sono così suddivisi:

   armamento – 80 milioni di euro;

   tecnologie sicurezza – 90 milioni di euro;

   passaggi a livello – 21 milioni di euro;

   opere civili: – 100 milioni di euro;

   elettrificazione – 130 milioni di euro.

  Inoltre, con riferimento al secondo quesito, la società Ferrovie del Sud-est comunica che il piano di rilancio, basato sulla realizzazione degli investimenti sopra elencati è accompagnato da misure gestionali e organizzative volte a ridisegnare i processi ferroviari al fine di ottenere il certificato di sicurezza da parte dell'agenzia italiana per la sicurezza delle ferrovie (ANSF); analoghe misure gestionali e organizzative riguardano il settore automobilistico.
  Infine, per quanto riguarda i 70 milioni di euro aggiuntivi, previsti dalla cosiddetta «manovrina», gli stessi saranno resi disponibili nel momento in cui Ferrovie del Sud- est avrà provveduto a rimuovere lo squilibrio patrimoniale.

Il Viceministro delle infrastrutture e dei trasporti: Riccardo Nencini.


   PALMIERI e POLVERINI. — Al Ministro dei beni e delle attività culturali e del turismo. — Per sapere – premesso che:

   il 3 novembre 2016 il Parlamento ha approvato la legge n. 220 del 2016 recante la disciplina del cinema e dell'audiovisivo;

   la legge ha previsto tre deleghe al Governo ad adottare uno o più decreti legislativi in materia di tutela dei minori, di promozione delle opere europee e italiane e di rapporti di lavoro nel settore cinematografico e audiovisivo;

   la legge prevede inoltre, per essere attuata, l'emanazione di 25 decreti attuativi;

   a causa della mancata emanazione anche di un solo decreto legislativo le imprese del settore registrano notevoli difficoltà e per alcune sono a rischio la loro stessa sopravvivenza nonché i relativi posti di lavoro;

   si rendono quanto mai urgenti l'emanazione delle norme di attuazione e l'immediata operatività dei decreti per far ripartire la produzione –:

   a che punto sia la predisposizione degli schemi di decreti legislativi attuativi delle deleghe nonché l’iter di emanazione dei numerosi decreti ministeriali previsti dalla legge n. 220 del 2016.
(4-17942)

  Risposta. — Si riscontra l'atto di sindacato ispettivo in esame con il quale l'interrogante ha chiesto di conoscere lo stato d'attuazione della legge n. 220 del 2016 concernente la disciplina del cinema e dell'audiovisivo.
  Al riguardo si comunica quanto segue.
  La legge n. 220 del 2016 ha ridefinito la disciplina relativa al cinema e all'audiovisivo al fine di rilanciare e sviluppare un settore strategico non solo dal punto di vista culturale e sociale ma anche economico.
  In particolare, l'articolo 1 ha affidato alla Repubblica la promozione e il sostegno del cinema e dell'audiovisivo, quali fondamentali mezzi di espressione artistica, di formazione culturale e di comunicazione sociale, che contribuiscono alla definizione dell'identità nazionale e alla crescita civile, culturale ed economica del paese, promuovono il turismo e creano occupazione.
  Gli obiettivi dell'intervento pubblico comprendono, fra gli altri, la garanzia del pluralismo dell'offerta cinematografica e audiovisiva, il consolidamento dell'industria cinematografica nazionale, la promozione delle coproduzioni internazionali e della circolazione e distribuzione, in Italia e all'estero, della produzione cinematografica e audiovisiva, la conservazione e il restauro del patrimonio filmico e audiovisivo nazionale, la cura della formazione professionale, il sostegno dell'educazione all'immagine nelle scuole, la valorizzazione del ruolo delle sale cinematografiche e dei festival cinematografici.
  Allo Stato e, in particolare, al Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo, l'articolo 10 ha attribuito, fra le altre, funzioni relative alla promozione dell'immagine del Paese, all'attrazione di investimenti esteri, alla promozione della formazione.
  Inoltre, la normativa
de qua ha affidato allo Stato il pieno ed equilibrato sviluppo del mercato cinematografico, impedendo il formarsi di fenomeni distorsivi della concorrenza, ed ha affidato a questo Ministero la vigilanza e l'applicazione delle eventuali sanzioni.
  Molte sono le novità introdotte dalla legge n. 220 del 2016, e tra le principali si evidenziano le seguenti:

   è stato istituito nello stato di previsione del Mibact, a decorrere dal 2017, il Fondo per lo sviluppo degli investimenti nel cinema e l'audiovisivo, alimentato, a regime, con gli introiti erariali derivanti dalle attività del settore. Il finanziamento non può essere inferiore a euro 400 milioni annui;

   è stato introdotto un sistema di contributi automatici per le opere di nazionalità italiana — a valere sul predetto Fondo — che modificando la procedura attuale prevede l'attribuzione dei finanziamenti previa verifica della commissione per la cinematografia (di cui all'articolo 8 del decreto legislativo n. 28 del 2004);

   sono stati introdotti contributi selettivi – sempre a valere sul Fondo – destinati, in particolare, alle opere prime e seconde, alle opere realizzate da giovani autori, alle opere di particolare qualità artistica, alle imprese di nuova costituzione e alle microimprese;

   sono state previste apposite sezioni del medesimo Fondo destinate a finanziare, rispettivamente, il piano straordinario per il potenziamento del circuito delle sale cinematografiche e il piano straordinario per la digitalizzazione del patrimonio cinematografico e audiovisivo;

   sono state introdotte misure di rafforzamento della disciplina del tax credit per il settore cinematografico e audiovisivo;

   è stata prevista la costituzione di una sezione speciale nel Fondo di garanzia per le piccole e medie imprese destinata a garantire operazioni di finanziamento alle imprese per la realizzazione di prodotti audiovisivi e cinematografici;

   in sostituzione della sezione cinema della consulta dello spettacolo, è stato istituito il consiglio superiore per il cinema e l'audiovisivo.

  Per numerosi profili, come rappresentato dall'interrogante, il testo ha previsto l'adozione di atti secondari e la predisposizione, mediante specifica delega attribuita al Governo, di tre decreti legislativi intesi a rivedere le disposizioni vigenti.
  Quest'ultimi, approvati dal Consiglio dei ministri in data 22 novembre 2017, riguardano le seguenti materie:

   il decreto legislativo n. 202 del 2017, che attua l'articolo 35 della legge n. 220 del 2016, mira a rafforzare le tutele nei confronti dei lavoratori del settore e al pieno riconoscimento delle diverse professionalità che lo animano. Nello specifico le nuove norme sottraggono la produzione di opere audiovisive al tetto previsto per il numero massimo di contratti a tempo determinato rispetto a quelli a tempo indeterminato e riconoscono le specificità del settore cinema e audiovisivo ai fini dell'apprendistato professionalizzante. Inoltre, il testo prevede l'emanazione di un regolamento che stabilisca criteri validi su tutto il territorio nazionale per definire una classificazione settoriale uniforme per le professioni artistiche e tecniche del settore cinematografico e audiovisivo. Tale regolamento dovrà essere approvato previa intesa con la conferenza permanente per i rapporti tra lo Stato, le regioni e le province autonome di Trento e Bolzano, sentite le organizzazioni maggiormente rappresentative dei lavoratori e degli operatori nel settore.

  In attuazione dell'articolo 33 della legge il decreto legislativo n. 203 del 2017 delinea un nuovo sistema di tutela dei minori nella visione di opere cinematografiche e audiovisive, caratterizzato da tre principali innovazioni:

   abolizione della censura dell'opera (viene meno il divieto assoluto di uscita in sala di un'opera, così come l'uscita condizionata a tagli o modifiche della pellicola);

   definizione di un sistema di classificazione più flessibile, maggiormente conforme alle diverse tipologie di opere e coerente con il generale allargamento del pubblico in sala, che comprende oggi anche bambini molto piccoli;

   introduzione del principio di responsabilizzazione degli operatori cinematografici, che sono chiamati a individuare la corretta classificazione dell'opera in base alla fascia d'età del pubblico destinatario e a sottoporla alla validazione della Commissione per la classificazione delle opere cinematografiche, che va a sostituire le attuali sette Commissioni per la revisione cinematografica.

  Quattro le categorie previste per la classificazione delle opere, compresi gli spot pubblicitari:

   opere per tutti;

   opere non adatte ai minori di anni 6;

   opere vietate ai minori di anni 14;

   opere vietate ai minori di anni 18.

  Un apposito regolamento dell'autorità per le garanzie nelle comunicazioni disciplinerà anche la classificazione delle opere audiovisive destinate al web e dei videogiochi al fine di assicurare il giusto equilibrio tra la tutela dei minori e la libertà di manifestazione del pensiero e dell'espressione artistica.
  Infine, il decreto legislativo n. 204 del 2017 attua l'articolo 34 della legge n. 220 del 2016 e ha l'obiettivo di razionalizzare la disciplina degli strumenti e delle procedure in materia di promozione delle opere italiane ed europee da parte dei fornitori di servizi di media audiovisivi. Questa operazione di razionalizzazione intende introdurre procedure più trasparenti ed efficaci in materia di obblighi di investimento e programmazione e prevedere un adeguato sistema di verifica e valutazione dell'efficacia e un appropriato sistema sanzionatorio.
  Per quanto riguarda lo stato di attuazione della legge in esame, quindi, tutti gli atti sono stati adottati entro i termini previsti, come da situazione analitica che segue:

   incompatibilità componenti Consiglio superiore e funzionamento dell'organo (articolo 11, comma 7) - decreto ministeriale 2 gennaio 2017;

   decreto del Presidente del Consiglio dei ministri su proposta MIBACT: modalità di gestione del Fondo cinema e audiovisivo e (articolo 13, comma 4) - decreto del Presidente del Consiglio dei ministri 20 maggio 2017;

   nomina Consiglio superiore (8 personalità del settore cinema-audiovisivo nominate dal Ministro, 2 delle quali su designazione della conferenza unificata + 3 membri scelti dal Ministro tra nomi proposti da associazioni di categoria) (articolo 11, comma 4) - decreto ministeriale 6 marzo 2017;

   decreto del Presidente del Consiglio dei ministri su proposta MIBACT: criteri nazionalità italiana (articolo 5, commi 2 e 3, articolo 6, comma 4) - decreto del Presidente del Consiglio dei ministri 11 luglio 2017;

   riparto del Fondo fra le tipologie di contributi (articolo 13, comma 5) - decreto ministeriale 13 luglio 2017;

   parametri e requisiti per destinazione di un'opera audiovisiva prioritariamente al pubblico per la visione nelle sale cinematografiche (articolo 2, comma 1, lettera B) - decreto ministeriale 14 luglio 2017;

   decreto ministeriale:individuazione dei casi di esclusione delle opere cinematografiche e audiovisive dai benefici previsti dalla legge (articolo 14, comma 4) - decreto ministeriale 14 luglio 2017;

   criteri per la programmazione qualificata delle sale d'essai (articolo 2, comma 1, lettera m) – decreto ministeriale 14 luglio 2017;

   contributi automatici (articolo 25, comma 1) – decreto ministeriale 31 luglio 2017;

   contributi selettivi (articolo 26, comma 4) - decreto ministeriale 31 luglio 2017;

   contributi per attività di promozione cinematografica e audiovisiva: (articolo 27, comma 4) – decreto ministeriale 31 luglio 2017;

   regole sul deposito delle opere presso la cineteca nazionale e costituzione rete delle cineteche (articolo 7, commi 5 e 6) - decreto ministeriale 31 luglio 2017;

   disposizioni applicative in materia di credito di imposta per le imprese di produzione cinematografica ed audiovisiva di cui all'articolo 15 della legge n. 220 del 2016 – decreto ministeriale 4 agosto 2017;

   disposizioni applicative dei crediti d'imposta nel settore cinematografico e audiovisivo di cui agli articoli 16, 17, comma 1, 18, 19 e 20 della legge n. 220 del 2016 – decreto ministeriale 4 agosto 2017;

   disposizioni applicative del credito d'imposta per le industrie tecniche e di post-produzione di cui all'articolo 17, comma 2, della legge n. 220 del 2016 – decreto ministeriale 4 agosto 2017;

   disposizioni applicative in materia di credito di imposta per le imprese di produzione di videogiochi di cui all'articolo 15 della legge n. 220 del 2016 – decreto ministeriale 4 agosto 2017;

   decreto del Presidente del Consiglio dei ministri su proposta MIBACT: Piano straordinario circuito sale (articolo 28, comma 2) – decreto del Presidente del Consiglio dei ministri 4 agosto 2017;

   disposizioni applicative del Piano straordinario per il potenziamento del circuito delle sale cinematografiche e polifunzionali (Gazzetta Ufficiale n. 239 del 12 ottobre 2017) – decreto del Presidente del Consiglio dei ministri 4 agosto 2017;

   decreto del Presidente del Consiglio dei ministri su proposta MIBACT: Piano straordinario digitalizzazione patrimonio cinematografico e audiovisivo (articolo 29, comma 4) – decreto del Presidente del Consiglio dei ministri 24 ottobre 2017;

   decreto del Presidente del Consiglio dei ministri su proposta MIBACT: funzionamento registro pubblico delle opere cinematografiche e audiovisive (articolo 32, comma 7) – testo definitivo inviato a MISE e DICA in data 12 dicembre 2017, in firma;

   decreto ministeriale: indirizzi e parametri generali per gestione fondi da parte delle film commission (articolo 4, comma 5) – il 19 dicembre 2017 è terminata l'istruttoria tecnica in conferenza Stato-regioni;

   delega per la riforma delle disposizioni legislative in materia di tutela dei minori nel settore cinematografico e audiovisivo (articolo 33) - decreto legislativo 7 dicembre 2017, n. 202;

   delega per la riforma della promozione delle opere europee e italiane da parte dei fornitori di servizi di media audiovisivi (articolo 34) - decreto legislativo 7 dicembre 2017, n. 203;

   delega per la riforma delle norme in materia di rapporti di lavoro nel settore cinematografico e audiovisivo (articolo 35) - decreto legislativo 7 dicembre 2017, n. 204.
Il Sottosegretario di Stato per i beni e le attività culturali e il turismo: Antimo Cesaro.


   PALMIZIO. — Al Ministro delle infrastrutture e dei trasporti. — Per sapere – premesso che:

   nel luglio del 2018 dovrebbero avere inizio i cantieri per il potenziamento della linea ferroviaria «Direttissima» Bologna-Prato-Firenze, la direttrice che attraversa la Val di Setta, che dovrebbero protrarsi per (almeno) tre anni;

   i lavori comporteranno l'interruzione della linea tra le 9,30 e le 16,30 dal lunedì al venerdì, e l'interruzione quasi totale durante il weekend e ciò ha inevitabilmente generato forte preoccupazione per i numerosi pendolari (studenti e lavoratori) che giornalmente utilizzano questa linea ferroviaria;

   il traffico ferroviario tra Bologna e Prato, in particolare, verrà garantito solo durante determinati orari e su un unico binario;

   i sindaci delle zone interessate hanno concordato un'azione comune, chiedendo chiarimenti alla regione Emilia-Romagna e a Rete ferroviaria italiana, senza, tuttavia, ricevere adeguate risposte;

   è necessario trovare un compromesso tra la necessità di implementare le infrastrutture e quella di tutelare la quotidianità dei cittadini, limitando al massimo, durante questi lavori, i disagi dei pendolari e garantendo il servizio negli orari di punta;

   a giudizio dell'interrogante, quando è stata presa la decisione di sopprimere il traffico ferroviario lungo la Direttissima, non sono stati opportunamente considerati i disagi a carico degli utenti –:

   se il Ministro interrogato non intenda valutare la possibilità di prevedere un tavolo di confronto con la regione Toscana, la regione Emilia-Romagna e Rete ferroviaria italiana per insediare i cantieri di lavoro in orari diversi da quelli in cui la Direttissima è utilizzata maggiormente, magari utilizzando le ore notturne, in cui comunque il servizio è fermo, e se sia già previsto un piano per limitare il più possibile i disagi in questi 3 anni di lavori.
(4-18381)

  Risposta. — Con riferimento all'atto di sindacato ispettivo in esame, si forniscono i seguenti elementi di risposta sulla base delle informazioni pervenute dalla direzione generale per il trasporto e le infrastrutture ferroviarie di questo ministero e dalla società Rete ferroviaria italiana (RFI) – gruppo Ferrovie dello Stato italiane (FSI).
  La linea Bologna-Prato, cuore del corridoio europeo Scandinavia-Mediterraneo, a partire da luglio 2018 sarà interessata da importanti lavori di potenziamento per adeguarne le caratteristiche agli
standard previsti dalla rete europea per il traffico delle merci.
  Si tratta di opere indispensabili a garantire il collegamento dei porti dell'area logistica costiera toscana e del sistema logistico e portuale emiliano romagnolo con il centro e il nord dell'Europa, ma complessivamente tutto il traffico ferroviario ne beneficerà, in termini di maggiore regolarità del servizio e potenzialità della linea. Inoltre, nel periodo dei lavori, saranno eseguiti in tutte le stazioni della linea interventi funzionali a garantire una maggiore accessibilità.
  Rete ferroviaria italiana, regione Emilia Romagna e regione Toscana hanno stilato un protocollo d'intesa che definisce la tipologia degli interventi, il relativo cronoprogramma determinando così le modifiche al servizio viaggiatori e merci.
  Il documento è il risultato di un processo di condivisione avviato da Rete ferroviaria italiana e dalle due regioni interessate all'inizio dell'estate 2017, con lo scopo di consentire la realizzazione di questi importanti lavori limitando il più possibile i disagi, inevitabili, per i viaggiatori.
  Per consentire il passaggio dei treni adibiti al trasporto di semirimorchi e
container high cube (autostrada viaggiante), Rete ferroviaria italiana precisa che verrà ampliata la «sagoma» della linea (P/C80) secondo i requisiti per l'interoperabilità.
  Gli interventi riguarderanno sia l'infrastruttura – binari, linea di contatto, gallerie – sia gli impianti tecnologici.
  L'attività più complessa sarà quella di allargamento di circa 20 chilometri di gallerie (su un totale di 40 chilometri), che richiederà la fresatura delle volte, l'abbassamento del piano del ferro e l'adeguamento della linea di alimentazione elettrica dei treni.
  L’
upgrading dei sistemi di gestione della circolazione sulla linea aumenterà invece efficienza e affidabilità a beneficio di tutto il traffico ferroviario sulla linea, non solo merci ma anche pendolare e di media/lunga percorrenza.
  Contestualmente, saranno eseguiti lavori di miglioramento dell'accessibilità nelle stazioni di Pianoro, Monzuno, San Benedetto Val di Sambro, Grizzana, Vernio e Vaiano. In particolare saranno alzati i marciapiedi dei binari (55 cm –
standard europeo per i servizi metropolitani) per facilitare l'accesso ai treni; realizzati percorsi tattili a terra per ipovedenti; installati gli ascensori; riqualificato il fabbricato viaggiatori.
  Saranno inoltre istallati nuovi sistemi di illuminazione a risparmio energetico e resi più performanti i sistemi di informazione al pubblico.
  Le stazioni di Monzuno e Vaiano, inoltre, saranno attrezzate per permettere il passaggio di treni merci lunghi fino a 750 metri (
standard europeo).
  Durante i tre anni di lavoro saranno valutate le possibilità di creare, laddove possibili, parcheggi di mezzi gommati per favorire lo scambio intermodale.
  Il costo dell'intervenni supera i 300 milioni di euro.
  Per quanto riguarda il cronoprogramma, Rete ferroviaria italiana riferisce che il cantiere, il cui avvio è previsto come già detto a luglio 2018, avrà una durata di tre anni e mezzo.
  Per garantire la continuità del servizio sulla linea, ancorché in misura ridotta, l'attività è stata divisa in tre fasi della durata di circa un anno ciascuna.
  Seguirà un'ultima fase, della durata di sei mesi, durante la quale sarà completato l’
upgrading delle dotazioni tecnologiche di tutte le gallerie della linea.
  La prima tratta interessata sarà quella fra la Pianoro e San Benedetto Val di Sambro (luglio 2018-giugno 2019), seguita da quella fra San Benedetto Val di Sambro e Vernio (giugno 2019-giugno 2020) e infine la Vernio-Prato (giugno 2020-giugno 2021).
  Per consentire le attività propedeutiche all'apertura dei cantieri, è stata inoltre programmata la chiusura totale della linea Bologna-Prato nei
weekend 27/28 gennaio e 3/4 febbraio 2018.
  Infine, in merito alle modifiche all'orario ferroviario, si segnala che Rete ferroviaria italiana, regione Emilia Romagna, regione Toscana e imprese ferroviarie stanno predisponendo il nuovo orario ferroviario che sarà in vigore sulla linea durante i lavori. Il servizio ferroviario sarà integrato da bus il cui modello, allo studio delle due regioni e delle imprese ferroviarie, prevede sia missioni veloci sia missioni capillari alla stessa stregua dell'attuale modello ferroviario.
  Entro marzo del 2019, inoltre, la regione Emilia Romagna condurrà un'indagine mirata a mappare l'utilizzo della linea per meglio pianificare servizi sostitutivi che riducano il più possibile i disagi agli utenti durante i lavori.
  Il modello individuato prevede da lunedì a venerdì, nella tratta interessata dall'intervento principale, la circolazione a binario unico dalle 00.01 alle 9.30 e dalle 16.30 alle 24.00 e la sospensione totale del traffico dalle 9.30 alle 16.30. Con questa articolazione le fasce orarie maggiormente utilizzate saranno salvaguardate.
  Nelle fasce limitrofe a quella in lavorazione, per consentire attività propedeutiche, di completamento e di manutenzione, il traffico ferroviario verrà invece sospeso dalle 9.30 alle 14.30.
  Complessivamente, nei giorni feriali escluso il sabato, sarà garantito il 90 per cento dei treni regionali nelle fasce pendolari e sarà possibile far circolare il 65 per cento dei treni a lunga percorrenza (il 100 per cento in fascia notturna) e il 70 per cento dei convogli merci.
  Il mantenimento di questo livello di offerta nei giorni feriali, congiuntamente all'obiettivo di rendere l'opera fruibile in tempi coerenti con la politica europea del trasporto merci, renderà indispensabile, il sabato e la domenica/festivi (dalle ore 09.30 del sabato alle 24 di domenica) per tutti la durata del cantiere, la sospensione totale del traffico ferroviario fra Pianoro e Prato.
  L'obiettivo da perseguire è quello di ultimare le opere in linea con quanto previsto dall'Unione europea in merito al completamento della rete transeuropea dei trasporti (TEN-T) e dei nove corridoi principali, che formeranno le arterie dei trasporti – passeggeri e merci – del mercato unico europeo.
  L'opzione di eseguire i lavori in periodo notturno comporterebbe, il blocco del traffico merci e dei servizi a lunga percorrenza (intercity ed euronight) impostati sulla linea che dovrebbero essere deviati su altri itinerari, laddove possibile, o cancellati, nonché l'impossibilità di disporre di un'opera in tempi coerenti con la politica europea in quanto la durata dei lavori supererebbe i 10 anni.
  Quanto sopra è stato illustrato, in presenza delle regioni, ai sindaci dei comuni emiliani in appositi incontri avvenuti il 21 novembre e il 15 dicembre a Bologna, mentre ai sindaci dei comuni toscani il 23 novembre a Prato. Inoltre, il 23 novembre, lo stessa tema è stato esposto alla giunta regionale della regione Emilia.
  

Il Viceministro delle infrastrutture e dei trasporti: Riccardo Nencini.


   PALMIZIO. — Al Ministro dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare, al Ministro della salute. — Per sapere – premesso che:

   il 15 novembre 2017 apre a Bologna il «FICO Eataly World», il più grande parco agroalimentare del mondo che comprende 2 ettari di campi e stalle all'aria aperta, con 200 animali e 2.000 cultivar, 8 ettari coperti con 40 fabbriche che produrranno prodotti in loco, oltre 45 luoghi di ristoro, bar e chioschi di cibo di strada e circa 9.000 metri quadrati di botteghe e mercato più diverse altre aree;

   l'inaugurazione è stata concordata dal comune di Bologna, promotore del progetto, con FICO Eataly World, la società di gestione del parco, la Fondazione FICO per l'educazione alimentare e alla sostenibilità, Prelios sgr, che ha istituito e gestisce il Fondo Pai (Parchi agroalimentari italiani) per la sua realizzazione, e con CAAB - Centro agroalimentare Bologna;

   il parco agroalimentare è situato a circa un chilometro e mezzo da un inceneritore, che, secondo le ultime rilevazioni, produrrebbe cadmio in quantità elevate, superando da 3 a 10 volte le quantità consentite;

   si tratta di uno degli inceneritori più grandi dell'Emilia-Romagna, sito in via del Frullo 5, di proprietà della multiutility Hera e attivo sin dal 1973. Spesso all'ingresso dell'impianto i fumi avvolgono l'aria fino al cielo, producendo una coltre densa ed impenetrabile;

   l'inceneritore Hera smaltisce rifiuti solidi urbani speciali e «pericolosi, catalogati anche come sanitari contagiosi», scrive Hera stessa sul suo sito. Per la presenza dell'impianto, gli oncologi di Medicina democratica, un'associazione nazionale, nel gennaio del 2012, hanno certificato «la possibilità di un aumento dei rischi di malattie tumorali a fegato, pancreas, vescica, colon, linfoma non-Hodgkin, polmone, ovaie, nonché aborti spontanei, nascite pretermine, malformazioni fetali, malattie cardiovascolari e respiratorie»;

   lo stesso patron di Eataly, Oscar Farinetti, nel 2014 si espresse così sull'eventuale apertura del parco agroalimentare nella zona: «Se c'è un inceneritore che fa male alla salute di sicuro non apro perché sarei un delinquente. Se fosse vero magari può essere la motivazione per chiudere l'inceneritore... chi lo sa!» –:

   se il Governo sia a conoscenza della vicenda e se non intenda urgentemente adottare tutte le iniziative di competenza per verificare, anche per il tramite del comando Carabinieri per la tutela dell'ambiente e con l'ausilio dell'istituto superiore di sanità, i rischi connessi alle sostanze tossiche rilasciate nell'aria e nella zona circostante dall'inceneritore Hera, anche alla luce di un progetto incentrato sull'industria agroalimentare, sul cibo «bio» e di alta qualità in una zona in cui non sembrano esserci evidentemente le condizioni per attuarlo in piena sicurezza ed in piena salute.
(4-18487)

  Risposta. — Con riferimento all'interrogazione in esame, sulla base degli elementi acquisiti, si rappresenta quanto segue.
  Occorre evidenziare, in via preliminare, che le funzioni relative al rilascio delle autorizzazioni degli impianti di termovalorizzazione ricadono nelle competenze delle regioni che si avvalgono delle agenzie regionali di protezione dell'ambiente per gli aspetti relativi al controllo tecnico e al monitoraggio ambientale.
  Si rileva, ad ogni buon conto, che l'impianto di termovalorizzazione di rifiuti urbani e speciali, sito in comune di Granarolo dell'Emilia (BO) in Via del Frullo n° 5 attualmente autorizzato con atto PG 95771 rilasciato in data 29 luglio 2015 dalla città metropolitana di Bologna, emesso in termini di riesame del precedente atto P.G. n° 134442 del 31 marzo 2008. L'Autorizzazione integrata ambientale stabilisce le condizioni di esercizio dell'impianto intese come prescrizioni gestionali e di controllo e monitoraggio, a cui il gestore deve rigorosamente attenersi. Il piano di monitoraggio e controllo sulle diverse componenti ambientali interessate, costituisce parte integrante dell'autorizzazione integrata ambientale. Il rispetto delle prescrizioni dell'Autorizzazione integrata ambientale diventano l'oggetto principale del controllo da parte di Arpa Emilia Romagna, quale organo di vigilanza.
  I dati sul corretto funzionamento dell'impianto sono rilevati dal gestore tramite apposito sistema di monitoraggio, in esecuzione dell'obbligo di autocontrollo delle emissioni previsto dalla suddetta autorizzazione integrata ambientale, e trasmessi ad Arpae di Bologna ai fini della opportuna valutazione e dei controlli di competenza.
  Sulla base delle informazioni acquisite dall'organo di controllo, non emergono tuttavia valori anomali per le emissioni dell'impianto di termovalorizzazione sopra citato che, peraltro, non risulta abbia avuto episodi di malfunzionamento ed incidenti.
  In particolare, per i parametri cadmio e tallio i valori di emissione dell'impianto risultano essere abbondantemente entro i limiti di legge.
  Più in particolare, Arpae ha fatto presente che il sistema di abbattimento delle emissioni dell'inceneritore del Frullo è tecnologicamente fra i più avanzati e risponde alle migliori tecniche disponibili (BAT). È composto da più sezioni di trattamento fumi, di cui una sezione a semi-umido (quencher), una a secco (filtri a maniche) e una a umido (torri di lavaggio/scrubber). In coda all'impianto vi è una sezione di abbattimento catalitico degli NOx e Diossine.
  La componente visibile delle emissioni in atmosfera, di colore bianco, è costituita da vapore acqueo, proveniente prevalentemente dalle torri di raffreddamento.
  Le prescrizioni dell'autorizzazione integrata ambientale prevedono, per il controllo delle emissioni in atmosfera, un sistema di monitoraggio in continuo e un controllo periodico degli inquinanti (quelli che non possono tecnicamente essere analizzati in continuo, es. metalli). All'interno dell'atto autorizzativo viene recepita anche una prescrizione della Via provinciale per la riqualificazione e ristrutturazione dell'impianto che stabilisce di «mantenere un monitoraggio costante dell'area interessata dalle ricadute per tutta la durata dell'attività di incenerimento dei rifiuti sul sito del Frullo».
  Per quanto concerne il monitoraggio in continuo, vengono monitorati in continuo: ossido di carbonio, polveri, carbonio organico totale, acido cloridrico, acido fluoridrico, ossidi di azoto, ossidi di zolfo, ammoniaca.
  
I dati sono visibili in tempo reale sul sito web del gestore (http://ha.gruppoheralt/impianti/termovalorizzatori/bologna) e in report mensili elaborati da Arpae (https://www.arpae.it/dettaglio_generale.asp?id=2656&idlivello=1758).
  Arpae effettua il controllo sulla corretta funzionalità ed efficacia del sistema tecnico di monitoraggio. L'agenzia verifica la corretta gestione e la funzionalità del sistema di monitoraggio in continuo. I dati vengono acquisiti direttamente dal sistema di registrazione in dotazione all'impianto. Questi vengono valutati in relazione ai limiti prescritti in autorizzazione integrata ambientale con l'obiettivo di individuare eventuali anomalie e intervenire con azioni correttive che possono essere messe in campo per evitare il ripetersi dell'anomalia. I dati vengono elaborati in report mensili e pubblicati sul sito di Arpae.
  Per quanto concerne, invece, il monitoraggio periodico, vengono effettuati controlli periodici con frequenza trimestrale (4 analisi all'anno) sui seguenti parametri:

   metalli (antimonio, arsenico, cadmio, cobalto, cromo, manganese, mercurio, nichel, piombo, rame, stagno, tallio, vanadio);

   Materiale particellare Pm10 e Pm2.5;

   diossina, Ipa, Pcb.

  I livelli di concentrazione degli inquinanti misurati con i controlli periodici risultano ad oggi ampiamente al di sotto dei limiti di riferimento.
  Per quanto riguarda, nello specifico, i livelli di concentrazione dei metalli, questi risultano sempre prossimi ai limiti di rilevabilità strumentale. In particolare i livelli rilevati di cadmio sono oltre 100 volte più bassi del valore limite.
  Si precisa, peraltro, che i metalli sono contenuti nelle polveri e, a parte il mercurio, la metodica di analisi di questi (compreso il cadmio) prevede che vengano analizzati proprio sulle polveri emesse. Il sistema di monitoraggio rivela, grazie alle diverse fasi di abbattimento fumi, una bassissima emissione di materiale particellare, da cui deriva anche una conseguente scarsissima emissione di metalli.
  Con riferimento, infine, al monitoraggio ambientale, ed in particolare alla qualità dell'aria sul territorio circostante l'impianto di incenerimento, nel 2009, in continuità e in sostituzione di altri protocolli precedentemente sottoscritti (il primo risale al 1998) è stato firmato l'ultimo protocollo di Intesa tra provincia di Bologna, comuni di Bologna, Castenaso e Granarolo, Arpa, Ausl, università di Bologna – dipartimento di scienze e tecnologie agroambientali – Centro sperimentale per l'uso del suolo e Fea s.r.l. Il protocollo è in fase di rinnovo.
  Nel rispetto del protocollo d'intesa, sono state installate due stazioni di monitoraggio della qualità dell'aria, poste rispettivamente in via Bettini e in via del Frullo, con monitoraggio delle polveri, Ipa e metalli. Il monitoraggio è stato avviato nel gennaio 2011 ed è ancora attivo.
  Per il coordinamento delle attività previste dal protocollo è stato istituito un tavolo tecnico che si incontra ogni sei mesi per valutare gli esiti delle indagini in corso e decidere eventuali azioni di intervento.
  Sempre in riferimento al monitoraggio ambientale Arpae ha fatto presente che dai dati misurati nelle due stazioni di monitoraggio si rileva che i metalli analizzati non hanno mai evidenziato delle anomalie, dal punto di vista delle concentrazioni, attestandosi ampiamente al di sotto del limite di legge, cadmio compreso.
  Sempre secondo quanto riferito dalla predetta agenzia, i risultati del cosiddetto progetto Moniter sono stati presentati nel 2011 e pubblicati in una collana denominata «Quaderni di Moniter». Il quaderno 06-12 riguarda «gli effetti degli inceneritori sulla salute». Il documento è formato da quattro rapporti (esiti riproduttivi, aborti spontanei, malformazioni congenite ed effetti a lungo termine) predisposti da altrettanti gruppi tecnici e approvati dal comitato scientifico di Moniter, che ne ha vagliato la correttezza metodologica.
  Sul progetto Moniter, la regione Emilia-Romagna ha evidenziato che lo stesso costituisce un complesso sistema di indagini attivato, con deliberazione di giunta regionale del 2007, al fine di organizzare un sistema di sorveglianza ambientale e di valutazione epidemiologica nelle aree circostanti gli impianti di incenerimento dei rifiuti solidi urbani nella r