Sulla pubblicità dei lavori:
Colosimo Chiara , Presidente ... 2
Seguito dell'audizione di Gian Carlo Caselli, già procuratore della Repubblica, nell'ambito del filone di inchiesta sulla strage di via D'Amelio:
Colosimo Chiara , Presidente ... 2
Caselli Gian Carlo , già procuratore della Repubblica ... 2
Colosimo Chiara , Presidente ... 15
Caselli Gian Carlo , già procuratore della Repubblica ... 15
Colosimo Chiara , Presidente ... 15
Caselli Gian Carlo , già procuratore della Repubblica ... 15
Colosimo Chiara , Presidente ... 15
Caselli Gian Carlo , già procuratore della Repubblica ... 15
Colosimo Chiara , Presidente ... 16
Caselli Gian Carlo , già procuratore della Repubblica ... 16
Colosimo Chiara , Presidente ... 16
Caselli Gian Carlo , già procuratore della Repubblica ... 17
Colosimo Chiara , Presidente ... 17
Scarpinato Roberto Maria Ferdinando ... 17
Colosimo Chiara , Presidente ... 17
Caselli Gian Carlo , già procuratore della Repubblica ... 17
Colosimo Chiara , Presidente ... 17
Caselli Gian Carlo , già procuratore della Repubblica ... 17
Colosimo Chiara , Presidente ... 17
Caselli Gian Carlo , già procuratore della Repubblica ... 17
Colosimo Chiara , Presidente ... 17
Caselli Gian Carlo , già procuratore della Repubblica ... 18
Colosimo Chiara , Presidente ... 18
Caselli Gian Carlo , già procuratore della Repubblica ... 18
Colosimo Chiara , Presidente ... 18
Gasparri Maurizio ... 18
Colosimo Chiara , Presidente ... 19
Verini Walter ... 19
Caselli Gian Carlo , già procuratore della Repubblica ... 20
Verini Walter ... 20
Colosimo Chiara , Presidente ... 20
PRESIDENZA DEL PRESIDENTE
CHIARA COLOSIMO
La seduta comincia alle 12.
Sulla pubblicità dei lavori.
PRESIDENTE. Avverto che, se non vi sono obiezioni, la pubblicità dei lavori della seduta odierna sarà assicurata anche tramite l'impianto audiovisivo a circuito chiuso, nonché via streaming sulla web-tv della Camera.
Seguito dell'audizione di Gian Carlo Caselli, già procuratore della Repubblica, nell'ambito del filone di inchiesta sulla strage di via D'Amelio.
PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca il seguito dell'audizione di Gian Carlo Caselli, già procuratore della Repubblica, nell'ambito del filone di inchiesta sulla strage di via D'Amelio.
Ricordo che la seduta odierna si svolge nelle forme dell'audizione libera ed è aperta alla partecipazione da remoto dei componenti della Commissione.
I lavori potranno proseguire in forma segreta a richiesta dell'audito o dei colleghi e in tal caso non sarà più consentita la partecipazione da remoto e verrà interrotta la trasmissione via streaming sulla web-tv.
Do la parola al dottor Caselli, che voglio veramente ringraziare per la sua cortesia e disponibilità nell'essere tornato. Abbiamo tempo fino alle 14. Speriamo di poter fare sia la conclusione della relazione che alcune domande che immagino ci siano da parte dei commissari.
GIAN CARLO CASELLI, già procuratore della Repubblica. Grazie a lei, presidente.
Signor presidente, signori commissari, buongiorno a tutti e grazie per la vostra attenzione. Consegno alla presidente una copia scritta integrale del mio intervento, per cui nell'esposizione orale potrò sintetizzare alcuni punti o rinviare allo scritto. Ci sono anche due allegati di cui parleremo.
In premessa vorrei sottoporre alla vostra attenzione un fatto che potrebbe avere ricadute sui lavori della Commissione; un fatto scoperto di recente che riguarda il libro di Mori e De Donno – ometto i titoli ufficiali per brevità, ma non voglio mancare assolutamente di rispetto a nessuno – L'altra verità, edito Piemme, del 2024. È un libro che narra dei rapporti che si instaurarono fra i due autori e Vito Ciancimino per quella che sarà poi nominata la cosiddetta «trattativa».
A pagina 36 di questo libro, il capitolo «Il primo incontro» di De Donno con don Vito inizia con le parole «fine giugno 1992». Il secondo incontro, sempre stando al libro di Mori e De Donno, avviene un paio di settimane dopo (pagina 48). Quindi, se consideriamo fine giugno più quindici giorni, siamo al 15 luglio circa.
A pagina 52 si descrive questo secondo incontro. De Donno entra nella stanza di Ciancimino, che non alza nemmeno gli occhi dal giornale. Si limita con un gesto della mano a indicare dove accomodarsi. Ciancimino sta leggendo con attenzione un articolo sul Corriere della Sera in taglio alto, sopra un pezzo dedicato al mostro di Firenze, Pacciani. Il capitano De Donno riesce a scorrere il titolo: «I diari con i segreti di Falcone».
Devo ringraziare un mio amico, Davide Mattiello, conosciuto nel giro di Libera, l'associazione che fa capo a don Ciotti, perché ha recuperato dall'archivio del CorrierePag. 3 della Sera la pagina in oggetto. Tale pagina risulta essere del 21 giugno 1992, non luglio, ma giugno. Questa è una delle produzioni che mi sono permesso di fare e di controllare. Produco fotocopia della pagina 52 del libro L'altra verità e della pagina del Corriere della Sera del 21 giugno 1992 con gli articoli sul diario di Falcone e su Pacciani. Risulta di conseguenza sbagliata anche la data del primo incontro come riferita da De Donno. Se il secondo incontro è del 21 giugno il primo non può certamente essere della fine di giugno, come invece asserito da De Donno nel libro. Se poi la cronologia degli incontri con Ciancimino ricostruita eliminando gli errori di De Donno possa avere una ricaduta nel collegamento con la strage di via D'Amelio, nel senso di indirizzarla più che a mafia-appalti alla cosiddetta «trattativa», lo potrà eventualmente dire la Commissione. Va considerato che nell'ipotesi della «trattativa» lo spazio temporale comunque ricompreso, secondo Brusca, tra Capaci e i primi di luglio entro cui Riina prese la decisione di ordinare a Brusca di uccidere non Mannino, ma Paolo Borsellino, con la cronologia sbagliata è troppo breve, mentre con quella giusta, ottenuta grazie all'articolo del Corriere della Sera, diventa compatibile.
Avevamo già trattato nella precedente audizione il tema della attendibilità di De Donno, ricordando a riguardo alcuni episodi specifici e rilevanti. Risulta confermato che per De Donno si pongono obiettivamente problemi di attendibilità.
Nell'audizione del 31 luglio, esaminato il tema del «pessimo affare» di resuscitare il 41-bis che stava morendo, dovendo stringere i tempi, non avevo trattato un'altra questione pregiudiziale che ora vorrei esaminare. La prima è una pregiudiziale in punto di diritto, a mio avviso non facilmente eludibile. Si basa sul fatto che su mafia-appalti esiste una circostanziata documentazione intitolata «Relazione sulle modalità di svolgimento delle indagini di mafia-appalti negli anni 1989 e seguenti» da me consegnata all'Antimafia nel corso di un'audizione a Palermo del 3 febbraio 1999. Quando parleremo di Relazione 1999 a questa ci riferiremo.
C'era un'altra relazione analoga, del 1992, redatta pochi mesi dopo le stragi di Capaci e via D'Amelio, depositata in quella stessa sede al CSM. Queste relazioni espongono in dettaglio la realtà delle cose, al di là della disinformazione, se non peggio, di chi si ispira a recriminazioni e rancori. In ogni caso, il CSM e la Commissione Antimafia sapevano bene e da molto tempo come erano andate le cose ed erano in possesso di tutti gli elementi necessari per capire e giudicare.
È certamente nelle prerogative di questa Commissione scegliere il proprio campo di indagine. Tuttavia, mi permetto di segnalare che, a mio avviso, non si è verificato alcun fatto nuovo rispetto a quanto già a conoscenza dell'Antimafia e del CSM.
Un'altra considerazione pregiudiziale che si può fare è questa. Per ogni fatto processuale a loro avviso controverso, Mori e De Donno abbandonano il proprio ruolo istituzionale e le responsabilità connesse per indicare la necessità di un diverso modo di procedere funzionale a non altro se non al loro intento. Lamentano di aver subìto una macchinazione giudiziaria organizzata per impedire a loro di portare alla luce le responsabilità dei magistrati.
A pagina 64 dell'audizione di Mori e De Donno si legge addirittura che «Se si indagasse, si scoprirebbe che i più gravi depistaggi della storia italiana, compreso quello sull'agenda rossa, potrebbero essere stati perpetrati dallo stesso gruppo di magistrati della procura». Credo che ci sia una qualche esagerazione dettata da una forma di esasperazione argomentativa che non appare consona al prestigio professionale di cui godono gli ufficiali dell'Arma.
I più gravi depistaggi della storia italiana risalgono al 1969, piazza Fontana, e alle stragi neofasciste successive, come ha più volte chiarito e dichiarato il Capo dello Stato.
I due ex ufficiali sostengono, inoltre, che dal 1992 al 2021 sempre le stesse persone dello stesso ufficio giudiziario si sarebbero accanite contro di loro. Nello spirito che mi anima di agevolare i lavori di questa Commissione, ricordo che quando arrivai a Palermo come nuovo procuratore il 15 gennaioPag. 4 del 1993 riscuotevo piena fiducia del ROS, da me ricambiata, per i positivi trascorsi con il gruppo diretto dal generale dalla Chiesa sul versante antiterrorismo. Eppure nessun ufficiale del ROS mi informò circa gli interessi di Borsellino per mafia-appalti.
Il generale Mori afferma il contrario senza provarlo, ma se fossi stato informato, con il nuovo clima che si era creato su mio impulso nella procura, per il rilievo della informazione, avrei certamente informato a mia volta i colleghi nella prima delle riunioni destinate alla circolazione dei dati fra i magistrati dell'ufficio.
Ho ancora un interrogativo. Perché il capitano De Donno si reca a Caltanissetta a chiedere interventi dopo qualche decisione di esclusiva competenza dell'autorità giudiziaria non gradita a lui o al generale Mori? Certamente non sono questi i comportamenti che ci si aspetta da ufficiali dell'Arma. È singolare che, dopo la visita del capitano De Donno a Caltanissetta, sui mezzi di informazione vengono pubblicate con ampio risalto notizie dirette a privare di credibilità la procura di Palermo. Il capitano De Donno agiva per scoprire i delinquenti e gli assassini di Paolo Borsellino e della sua scorta o per togliere reputazione ai magistrati della procura di Palermo? Peraltro, le denunce alla procura di Caltanissetta sono state sempre archiviate da quei magistrati.
A questo punto vorrei fare alcune importanti integrazioni a quanto detto nella precedente audizione del 31 luglio. Abbiamo già esaminato il 31 luglio la fondamentale testimonianza di David Monti. A pagina 48 di un recentissimo libro di Vincenzo Ceruso, Paolo Borsellino. La toga, la fede, il coraggio, San Paolo Edizioni, 2025, troviamo l'intervista fatta a Monti dall'autore.
Vengo alle dichiarazioni di David Monti: «Ricordo molto bene che Paolo Borsellino diceva anche quella sera del 18 luglio – David Monti è l'ultimo che ha parlato con Borsellino la sera prima dell'omicidio – di aver compreso che le organizzazioni mafiose avevano un disegno criminale, una strategia progressiva avviata con Lima e proseguita con Capaci di cui lui, Paolo Borsellino, sarebbe stato sicuramente il prossimo obiettivo dopo Falcone». È facile rilevare che «strategia progressiva» corrisponde a quel che abbiamo visto nell'audizione del 31 luglio. Paolo Borsellino è stato ucciso con Falcone dalla reazione di cosa nostra dopo la conferma del maxi in Cassazione contro amici traditori e nemici.
Proseguiamo con l'integrazione al 31 luglio e con altri contributi. Per ciascuno dei nominativi che farò sono specificate le fonti delle relative dichiarazioni, ma nell'esposizione verbale salterò questi dati che sono comunque nella relazione.
Agnese Borsellino di mafia-appalti non parla mai, eppure Paolo Borsellino le confidava anche i segreti più delicati e scabrosi, come il fatto di aver appreso che il generale Subranni era «punciutu». All'evidenza il silenzio su mafia-appalti non è circostanza di poco conto, anzi.
Diego Cavaliero, molto amico di Paolo Borsellino, lo incontra in un convegno di MI (Magistratura Indipendente) a Giovinazzo nel giugno del 1992 e poi ancora il 12 luglio 1992 a Salerno per il battesimo del figlio di cui Paolo Borsellino è padrino. Dice Cavaliero che Borsellino appare diverso dal solito; persa l'abituale giovialità, assente, dice che non c'era più Falcone come parafulmine; aveva fretta di trovare la chiave di lettura di Capaci, avrebbe voluto, diceva, le giornate di 48 ore. Non si parla di mafia-appalti.
Ingroia, prediletto fra gli allievi di Borsellino, con lui a Marsala e poi a Palermo: abbiamo soltanto un generico riferimento alla possibilità che Borsellino vedesse in mafia-appalti una delle chiavi per ricostruire Capaci.
Liliana Ferraro, magistrato ministeriale nel ruolo che era stato di Falcone: Paolo Borsellino era interessato soprattutto all'invio anomalo del rapporto mafia-appalti al Ministro Martelli da parte del procuratore Giammanco. La Ferraro ricorda anche un colloquio con De Donno probabilmente una settimana prima del 28 giugno 1992. De Donno le parla di Ciancimino e la Ferraro lo invita a informare Paolo Borsellino.Pag. 5
Poi abbiamo Alessandra Camassa e Massimo Russo, sostituti nella procura di Marsala quando Borsellino ne era capo. I due hanno con lui un rapporto di amicizia che li porta a incontrare Borsellino più volte anche nel nuovo ufficio di Palermo. In una di queste occasioni, Paolo Borsellino lascia la scrivania, raggiunge il divano, praticamente vi si sdraia, scoppia in lacrime e dice: «Non avrei mai creduto, non posso credere che un amico mi abbia tradito». Camassa e Russo non chiedono né hanno da Borsellino spiegazioni. Nell'occasione, Borsellino parla anche della procura di Palermo come di un «nido di vipere». L'incontro si colloca verso la fine di giugno 1992. Nessun accenno a mafia-appalti che possa qui interessare.
Vittorio Teresi, magistrato, oggi responsabile del Centro studi Paolo e Rita Borsellino di Palermo, ha recentemente dichiarato di essere «quasi certo, per quel rapporto che avevo negli ultimi tempi con Borsellino, che se lui avesse in qualche modo avuto mediante questi rapporti con Lo Cicero» di cui parleremo poi «notizia della cosiddetta “pista nera” della strage di Capaci ... forse era proprio questo che voleva riferire a Caltanissetta». Stando a questa dichiarazione di quasi certezza di Vittorio Teresi, non mafia-appalti, ma altro, la pista nera. Svilupperemo questo tema nel capitolo 11 intitolato, appunto, alla pista nera.
Angelo Siino, il cosiddetto «ministro dei lavori pubblici» di Riina, con il suo difensore, Alfredo Galasso, ha scritto un libro intitolato Vita di un uomo di mondo (Ponte alle Grazie, 2017). A pagina 36 precisa di essere «rimasto sempre all'oscuro degli omicidi e delle stragi di cosa nostra, a parte qualche battuta raccolta occasionalmente, specie nelle varie carceri frequentate dal luglio del 1991». E ciò, egli spiega, per due ragioni: «una salvaguardia per i capi mafia e uno scudo per me»: quasi una scelta ontologica di legittima difesa.
Tuttavia, dai ricordi di Siino emergono alcuni dati interessanti: Falcone in cosa nostra era considerato personaggio – dice Siino – «diciamo più politico, mentre di Borsellino si pensava che “se viene questo ci consuma a tutti”». A pagina 106 del libro si racconta come la strage di via d'Amelio fece infuriare Bernardo Brusca e Salvatore Montalto, capo mandamento di Villabate, detenuti con Siino nel carcere di Termini Imerese. Brusca sosteneva – non sono siciliano, quindi chiedo scusa per la pessima pronunzia – che «doppu Falcone i cosi si stavano quittando» e che la quiete non andava interrotta perché ci avrebbero rimesso i detenuti. È, praticamente, la teoria del «pessimo affare».
Montalto poneva per Borsellino un interrogativo: «A chistu chi ci 'u purtava a parrare di certe cosi?». Si riferiva, secondo Siino, alle parole pronunciate nel corso del dibattito di Casa Professa, quando Borsellino aveva fatto intendere di conoscere il movente di Capaci e di essere pronto a testimoniare a Caltanissetta.
Ritengo necessaria, a questo punto, una breve esegesi del discorso di Borsellino a Casa Professa la sera del 25 giugno 1992, discorso che mi sembra rivesta una posizione centrale, decisiva nel discorso che stiamo facendo. Paolo Borsellino esordisce dicendo: «Purtroppo ragioni di lavoro mi hanno costretto ad arrivare in ritardo e forse mi costringeranno ad allontanarmi prima che questa riunione finisca». In pratica, Borsellino dice che sta lavorando «ventre a terra». Aggiunge che come magistrato ha il «dovere di utilizzare le sue opinioni, le sue conoscenze non in convegni o dibattiti, ma nel suo lavoro». Vuol dire che sta lavorando su cose importanti da tenere riservate. Parla della sua «lunga esperienza di lavoro accanto a Falcone, delle convinzioni che si è fatto raccogliendo le sue confidenze, elementi che porta dentro di sé, dei quali è testimone» (parole testuali), elementi che deve «assemblare per riferirli all'autorità giudiziaria, l'unica che può valutare se essi siano utili per ricostruire l'evento che ha posto fine alla vita di Falcone».
Le parole di Borsellino, soprattutto nella parte finale del suo intervento a Casa Professa, sono parole di un uomo incupito, addolorato per la scomparsa dell'amico, ma niente affatto disposto ad arrendersi, che non si rassegna, ma vuole continuare la Pag. 6battaglia. Quindi, un discorso che evocava una bomba pronta a esplodere, che non poteva non preoccupare chi aveva le «polveri bagnate», come i mafiosi e i loro complici, «polveri bagnate» nel senso di essere pronti a ogni evenienza e a non farsi cogliere impreparati. Nel caso di specie, essere pronti, se necessario, a sbarazzarsi di un testimone pericoloso, il che può spiegare la frase di Montalto, ma lascia indefinita (non mafia-appalti, non la trattativa) la ragione della preoccupazione, che comunque, a mio avviso, può ben essere ricollegata proprio all'intervento di Casa Professa come causa dell'anticipazione dell'attentato contro Paolo Borsellino.
Ricordiamo che Brusca dice di aver ricevuto da Riina l'input per anticipare l'attentato a Borsellino nel periodo compreso tra Capaci e i primi giorni di luglio, ben compatibile con il 25 giugno, data dell'intervento a Casa Professa. Attenzione: unico evento di rilievo nuovo e inaspettato che si potesse conoscere, conoscibile all'esterno.
Borsellino a Casa Professa parla anche dei diari di Falcone pubblicati da Liana Milella su ilSole24Ore il 24 giugno 1992 e ne garantisce l'autenticità. Nei diari Falcone racconta diffusamente dei suoi forti contrasti con Giammanco, specie per gli ostacoli che questi frapponeva a un'inchiesta che Falcone voleva fare su Gladio in collegamento con la procura di Roma-Priore. Nei diari, invece, nessun accenno a mafia-appalti. Di un procedimento affidato a Enza Sabatino riguardante la regione Falcone parla solo per un sollecito di Giammanco a De Donno, che porta Falcone a ipotizzare che Giammanco puntasse all'archiviazione, altrimenti la regione avrebbe perso certi finanziamenti.
Tornando a Siino, egli rivela che forse nell'estate 1987 già Balduccio Di Maggio – il responsabile dell'arresto operato dai carabinieri, che erano già avanti nel lavoro, comunque l'ultimo tassello lo ha dato lui per l'arresto di Riina – si era interessato di Borsellino per ucciderlo, nel qual caso la pista mafia-appalti svanisce. Attenzione, sul punto le parole di Siino trovano un preciso riscontro in Antonino Giuffrè, di cui parleremo dopo. C'è quella che giuridicamente si chiama «doppia conforme».
Anche la testimonianza di Vincenzo Scotti, tratta dal citato libro di Mori-De Donno L'altra verità, che a sua volta la trae da una puntata di Report (Rai 3) del 12 maggio 2024. Sostiene Scotti, che aveva incontrato Borsellino poco prima della strage: «Una cosa io ho ben chiara, che gli impegni di cui mi parlava Borsellino erano molto più vasti e complessi rispetto all'indagine sugli appalti a Palermo. Perché era troppo coinvolto e preoccupato che si toccasse veramente qualcosa che riguardava a quel punto i rapporti tra le istituzioni, la politica e la mafia».
Da ultimo, le dichiarazioni rese da Giuffrè Antonino, un pentito ascoltato come teste assistito. Dice molte cose importanti. Nel dicembre del 1991 la commissione provinciale di cosa nostra si ritrova per la tradizionale riunione degli auguri, così le chiamavano, e Riina dice: «Le cose si mettono male, il maxiprocesso va male; oggi è arrivato il momento di ognuno di noi di prendersi le sue responsabilità. Dobbiamo chiudere i conti con tutti coloro che ci hanno portato a questa situazione: Falcone, Borsellino e alcuni politici (considerati traditori)».
Per quanto riguarda i magistrati, Giuffrè precisa che – lui li chiama così – i «discorsi» si sono accumulati nel tempo, dall'inizio degli anni Ottanta, sia per Falcone sia per Borsellino, ma soprattutto per Falcone. Il «discorso» si è fatto via via sempre più incalzante, a marcare la pericolosità di Falcone e Borsellino con le inchieste sulla sanità e sugli imprenditori, ma il «discorso» del maxiprocesso è quello che ha chiuso il cerchio. Per la prima volta cosa nostra veniva messa con le spalle al muro. Giuffrè sintetizza la crescita di intensità dei «discorsi» con un detto siciliano: «pizzuluna oggi, pizzuluna domani, addiventano tutti nivuri».
Cosa nostra – aggiunge questo ex mafioso – aveva fatto anche «un pensiero su Borsellino» quando era procuratore di Marsala e va notata, segnalata la coincidenza con Siino, la cosiddetta «doppia conforme», Pag. 7che porta a escludere l'ipotesi che Borsellino sia stato ucciso per mafia-appalti.
Parentesi interessante: Giuffrè rivela che cosa nostra, prima di procedere a fatti di questo genere, omicidi eccellenti, «tastava il polso» del danno. Frase mica tanto ermetica, facilmente decifrabile.
Sommando tutti gli elementi fin qui esaminati e tirando le fila del discorso, possiamo dire che è fuori di dubbio, persino scontata, visto l'esito letale, la pericolosità di Borsellino nella valutazione di cosa nostra, ma è ragionevole escludere la configurabilità di mafia-appalti come causa – men che mai esclusiva – della sua eliminazione, con improvvisa accelerazione e cambio di programma ordinato da Riina a Brusca, cambio di programma da Brusca collocato tra Capaci e i primi giorni di luglio.
È certo che, dopo Capaci, Paolo Borsellino, alla ricerca delle cause dell'uccisione dell'amico Falcone, intendeva studiare il rapporto mafia-appalti, del quale aveva avuto copia a Marsala – secondo il maresciallo Canale senza prestargli grande attenzione – e a Palermo, su sua richiesta, dal collega Natoli, che così depone nel processo Trattativa.
È strano, peraltro, che il rapporto mafia-appalti non figuri tra i documenti repertati da questa Commissione dopo la morte di Paolo Borsellino.
Nell'incontro del 25 giugno nella caserma Carini, Borsellino, stando al racconto di Mori e De Donno, ebbe a programmare con loro un nuovo piano su mafia-appalti. L'interessamento in termini generali di Borsellino per mafia-appalti risulta, inoltre, da una deposizione dell'onorevole Carlo Vizzini in occasione di una cena a Roma del 16 luglio 1992, con altri magistrati tra cui Natoli, che conferma. Confermato anche da colloqui con il procuratore aggiunto Vittorio Aliquò e dalla deposizione già ricordata di Liliana Ferraro. Tale interessamento non era ancora sfociato in alcuna effettiva attività di indagine e non aveva avuto alcuna risonanza pubblica. Pertanto, non sembrano esservi elementi sufficienti per ritenere che cosa nostra potesse ravvisarvi un qualche pericolo forte, vivo, concreto e attuale.
È quindi ragionevole escludere il collegamento di mafia-appalti all'input di Riina a Brusca perché sospendesse l'attentato contro Mannino per passare urgentemente a quello contro Borsellino.
Quale evento abbia determinato questo input non è dato sapere con certezza, ma vi sono elementi precisi che portano ad ipotizzare che abbia avuto a che fare con l'intervento di Borsellino a Casa Professa. Ripeto, unico evento di rilievo nuovo e inaspettato che si conosca.
Nel contesto fin qui delineato finisce allora per assumere un rilievo decisivo la «doppia conforme» di Siino-Giuffrè sull'omicidio di Borsellino già progettato quando ancora era a Marsala, progetto riferibile a quando Borsellino era ancora a Marsala che ovviamente e logicamente porta ad escludere l'ipotesi mafia-appalti.
Parliamo dell'inchiesta mafia-appalti. All'inizio di questa mia seconda audizione abbiamo parlato della «Relazione sulle modalità di svolgimento delle indagini mafia-appalti nell'anno 1989 e seguenti» per farne discendere la constatazione pregiudiziale che CSM e Antimafia erano da tempo informati su tutto. Tuttavia, senza rinunziare a questa pregiudiziale, affrontiamo il merito della questione.
Sono due principalmente i capitoli, quello che possiamo chiamare vicenda Li Pera e quello che possiamo chiamare la cosiddetta «doppia informativa».
Ecco alcuni punti salienti. Negli anni 1988-1991 su mafia-appalti Palermo indaga con Falcone, Lo Forte e Pignatone PM e con De Donno del ROS. Il 20 febbraio 1991 c'è la consegna dell'informativa ROS 000001/2, nota come «dossier mafia-appalti», a Falcone che la dà a Giammanco che la chiude in cassaforte. Falcone si trasferisce a Roma e non può lavorarci, neppure altri PM di Palermo possono perché impegnati nella requisitoria dei processi politici.
A maggio 1991 Giammanco designa a trattare il dossier ROS su mafia-appalti, oltre a Lo Forte e Pignatone, anche Sciacchitano, Morvillo, Carrara, De Francisci, Pag. 8Scarpinato e Natoli, vale a dire a tutti i sostituti del pool antimafia.
Giammanco invia – chissà perché – il dossier al ministro Martelli, che glielo restituisce bruscamente, stigmatizzando l'irritualità, l'anomalia dell'invio.
L'inchiesta ha un normale svolgimento: arresti, interrogatori, rinvii a giudizio. Senonché viene sollevato un problema di omissis relativamente al deposito dell'informativa mafia-appalti al tribunale della libertà. Vediamo come sono andate le cose.
Deponendo sotto giuramento il 26.11.2021 nel processo «depistaggio Borsellino», Guido Lo Forte chiarisce: «Contrariamente a quello che è stato propagato da dicerie varie e organi di stampa, non è assolutamente vero che questa informativa sia stata depositata priva di omissis. Anzi, è stato omissato quantitativamente un terzo dell'intera informativa, circa 300 pagine su 900, e sono state depositate soltanto le parti necessarie per motivare probatoriamente l'esistenza dell'associazione mafiosa. D'altra parte, siccome nella grande maggioranza dei casi tutte queste conversazioni vedevano come protagonista il geometra Giuseppe Li Pera, arrestato, le parti riguardanti le convocazioni con lui evidentemente non potevano essere omissate perché altrimenti la difesa avrebbe giustamente fatto questioni e sarebbe insorta. Ma è un dato di fatto documentale e sono in grado di indicare i numeri delle pagine omissate e il numero delle pagine prima di omissis».
Riprendiamo l'esame dell'inchiesta mafia-appalti per punti salienti. C'è una delega molto articolata a De Donno per l'indagine sulla Sirap Spa, che da intercettazioni risultava al centro di forti interessi mafiosi.
Nel marzo del 1992 c'è il rinvio a giudizio, fra gli altri, di Siino, Li Pera e Vito Buscemi. Nel contempo i pubblici ministeri titolari dell'inchiesta mafia-appalti procedono a uno studio approfondito della posizione degli indagati non rinviati a giudizio e dei vari filoni d'indagine, là dove l'informativa consisteva quasi esclusivamente nella trascrizione di numerose conversazioni telefoniche con brevi osservazioni di commento.
Vi è poi un'articolata richiesta di archiviazione, escluso il fascicolo Sirap, vistata dal procuratore Giammanco e formalmente depositata il 13 luglio 1992, accolta dal Gip il 14 agosto. Contro questa archiviazione il generale Mori ha formulato accuse molto gravi. In sostanza, ha avanzato l'accusa di avere artatamente nascosto un'archiviazione indebita effettuandola in piena estate, quando tutti erano distratti dalle vacanze, allo scopo di favorire alcuni mafiosi e i loro complici. Nel processo «depistaggio Borsellino» il 26 novembre 2021 Lo Forte di nuovo depone sotto giuramento quanto segue: «Nel marzo del 1992 vi è la richiesta di rinvio a giudizio di tutti gli imputati raggiunti da richieste di custodia cautelare. In questo periodo giunge alla procura di Palermo il dottor Borsellino. Proprio poco tempo dopo il rinvio a giudizio, nell'ambito della direzione distrettuale antimafia cui partecipava anche Paolo Borsellino, naturalmente fu affrontato il tema dello stato degli atti in relazione all'inchiesta mafia-appalti. C'erano state più riunioni perché vi erano state e ancora vi erano polemiche sui giornali di cui non riuscivamo a comprendere le ragioni e il significato. Il procuratore Giammanco ne aveva fatto quasi una sua fissazione, che in ogni riunione del pool antimafia si doveva fare un aggiornamento sullo stato degli atti dell'indagine mafia-appalti. Quindi, – afferma Lo Forte – di questa inchiesta si è continuato a parlare nelle riunioni del pool antimafia facendo il punto: da un lato di quello che era stato fatto, e cioè le custodie cautelari e quello che si pensava ne potesse derivare, dall'altro il cuore attivo dell'inchiesta, che era lo stato degli atti relativi alla delega Sirap. Infine, si parlò anche della necessità di procedere all'archiviazione di posizioni residuali rimaste prive di supporto probatorio. Tutto il pool antimafia era informato, incluso Paolo Borsellino, e tutto ciò venne condiviso all'unanimità senza alcun rinvio. Questo lo dico – prosegue Lo Forte – perché ho letto dei giornali in cui si afferma una circostanza assolutamente falsa: io in una riunione di procura del 14 luglio 1992 avrei taciuto o tenuto nascosto a Borsellino il fatto di Pag. 9avere poco prima, insieme a Scarpinato, firmato una richiesta di archiviazione. Non si trattava di una richiesta di archiviazione dell'inchiesta mafia-appalti, ma soltanto di una tranche residuale priva di contenuti probatori, perché una parte dell'inchiesta era andata avanti e la parte più importante dell'inchiesta era vivissima, non fu mai archiviata e diede poco dopo sviluppi notevoli. Quindi, la circostanza è assolutamente falsa e non ne comprendo l'origine alla fonte per la semplice ragione che, primo: il dottor Paolo Borsellino era informato di questa prospettiva, quindi della inevitabile archiviazione di tutta una serie di posizioni restate del tutto prive di supporto probatorio; secondo: io stesso ne parlai in una riunione preferiale del 14 luglio di tutti i magistrati della procura. Io riferii tutto. Riferii le decisioni adottate nella direzione distrettuale antimafia. Riferii che vi era una parte che si era deciso di archiviare e che era stata archiviata. A fronte di tutto ciò nessuno fece nessun rilievo. L'unica cosa che il dottor Borsellino chiese riguardava una vicenda relativa agli appalti di Pantelleria, competenza della procura di Marsala di cui era stato capo».
In questo contesto collocare le parole di Borsellino riferite da Ingroia, «voi due non me la contate giusta», dando loro un significato univoco e concreto francamente lo ritengo molto difficile. Non è di aiuto, anzi complica le cose, la frase di Ingroia secondo cui era nello stile di Borsellino esprimere con parole scherzose giudizi sferzanti, perché non si sa dove comincia o finisce lo scherzo e dove comincia o finisce lo sferzante.
Sgombrato il campo dai veleni degli omissis e dell'archiviazione «clandestina», diamo uno sguardo d'insieme al ragionamento complessivo dell'inchiesta mafia-appalti. Possiamo constatare che furono arrestati circa 150 tra mafiosi, politici, funzionari e imprenditori e che vi fu un ampio ricorso alle misure di prevenzione patrimoniale, colpendo in un caso e nell'altro anche personaggi decisamente di rilievo. Cosicché appaiono gratuite e inconsistenti le recenti accuse mosse ai magistrati inquirenti da Vincenzo Ceruso, che ho citato prima, che nella Palermo dell'estate 1992 vede, con rare eccezioni, inquirenti pigri, incompetenti o paurosi, se non complici. Per contro, proprio dal lavoro dei PM del 1992 derivano gli importanti risultati del 1993 con numerosi arresti e richieste di autorizzazione a procedere nei confronti di esponenti di rilievo della politica locale e nazionale. Per accertarlo basta delineare le pagine 45 e seguenti della relazione 1999 della procura di Palermo.
Vengo al caso Li Pera, capo area della Rizzani De Eccher in Sicilia. Con i PM di Palermo Giuseppe Li Pera, detenuto, prima si avvale della facoltà di non rispondere e poi il 17.02.1992, tramite il suo legale, invia un memoriale ai PM di 54 pagine dove nega tutto.
Lo Forte e Scarpinato, insieme a De Donno, con l'opposizione del difensore, il 6 marzo 1992 nel carcere di Palermo interrogano Li Pera che questa volta parla a lungo, ma continua – era un suo diritto – a negare tutto.
De Donno teme che Li Pera sia condizionato dai difensori e chiede un colloquio riservato, che però all'epoca non era concepibile perché non c'era il mezzo. Si scoprirà poi che effettivamente Li Pera era condizionato da un avvocato vicino ai Graviano.
La scena da Palermo si trasferisce a Catania, base di partenza di un biglietto apparentemente scritto da Li Pera, rinvenuto e sequestrato in occasione di una perquisizione eseguita dai carabinieri su disposizione della procura di Palermo negli uffici della Rizzani De Eccher. Protagonisti a Catania sempre Li Pera e un fascicolo (Caronte) che nasce da indagini del ROS.
Il PM di Catania, Felice Lima, assistito da personale del ROS, assume a verbale il Li Pera, la prima volta il 13.03.1992, come teste nel carcere di Teramo, dove Li Pera è detenuto per ordine di Palermo. Li Pera dice a verbale di essere imputato per 416-bis a Palermo e afferma di essere un capro espiatorio. Rende una serie di dichiarazioni nel merito dell'inchiesta palermitana e non risulta presente un difensore. Li Pera sostiene che i magistrati di Palermo non sono interessati a sentirlo; Lima lo sente Pag. 10altre due volte, il 14 e il 15 giugno, sempre come testimone, persona informata sui fatti.
Una volta lo sente De Donno delegato da Lima. Frattanto interviene, purtroppo, la strage di via d'Amelio del 19 luglio. Lima sente Li Pera sempre come teste anche il 27 agosto.
Finalmente il 14 ottobre, nel carcere dell'Asinara, Li Pera viene sentito come indiziato, senza specificare l'imputazione e con un difensore d'ufficio presente. Il dottor Lima non dice mai niente a Palermo, pur essendoci totale identità dell'oggetto di indagine.
C'è un invito iniziale del dottor Lima a Li Pera di parlare di argomenti diversi da quelli di competenza di Palermo, ma è un invito, ovviamente, surreale, del tutto privo di contenuto.
Nell'informativa del ROS a Catania non si menziona neppure il lungo interrogatorio di Palermo cui De Donno aveva assistito. Il 28.10.1992, finalmente, il procuratore capo di Catania trasferisce il fascicolo da Catania a Palermo per competenza.
La procura di Palermo è spiazzata. Testi fondamentali per l'accusa sono diventati indagati, elementi raccolti a Catania avrebbero impedito, almeno in parte, l'archiviazione del luglio 1992. Soprattutto c'è un gravissimo pericolo di sviamento delle indagini mafia-appalti. La linea di Catania basata sulle dichiarazioni catanesi di Li Pera comporta una sostanziale fuoriuscita dal mondo degli appalti di cosa nostra, che assume un ruolo marginale con esclusione del 416-bis e potenziale scarcerazione di tutti gli imputati.
Questa linea riduttiva di Catania è sostenuta anche dal ROS, in conflitto con se stesso, perché la linea sostenuta a Palermo è ben diversa. Dunque, un doppio gioco inquietante. Anzi, De Donno (ROS) interviene per quanto riguarda gli appalti su tre tavoli: Catania, Palermo e Paolo Borsellino (riunione del 26 giugno).
Nella relazione dell'avvocato Trizzino alla Commissione si legge, se non sbaglio, che Lima ha sostenuto che non aveva detto niente a Palermo perché in tal senso lo ha consigliato Borsellino. Stento, francamente, a crederlo per il grande rispetto dovuto e che porto a Paolo Borsellino.
In realtà, nella vicenda di Li Pera si intuisce una regia astuta che duplica e manipola dossier riguardanti le stesse notizie di reato, poi sottoposti a differenti uffici giudiziari. Sono evidenti violazioni gravi e inammissibili delle regole sulla competenza dei PM e sul coordinamento delle indagini. Lima deve trasferirsi al Civile per non subire una altrimenti inevitabile sanzione disciplinare del CSM.
Quanto al ROS, è un giallo, almeno per me. De Donno mi accusa di aver firmato una denunzia/segnalazione contro di lui. Il procedimento in Cassazione – di cui non sappiamo assolutamente niente – avrebbe avuto per De Donno esito favorevole. Ora, io non ricordo, non mi risulta assolutamente di aver mai firmato nulla del genere. Del resto, il fascicolo Li Pera-De Donno-Lima arriva a Palermo da Catania nell'ottobre 1992, mentre io prendo possesso della procura di Palermo il 15 gennaio 1993. Ma è pensabile che si possa mentire su una circostanza del genere, soprattutto se si è un ufficiale dell'Arma? Poi, se De Donno è stato prosciolto, ne sono lieto per lui, ma della sua inaffidabilità abbiamo già parlato.
Per completare il quadro, depositerà Antonio Di Pietro. Un capitano del ROS (De Donno, sempre lui) comunica a Di Pietro che tale Li Pera (sempre lui) vorrebbe parlargli con riferimento alle indagini che sta facendo su Ferruzzi, De Eccher, Buscemi, perché a Palermo non gli credono dopo un anno di detenzione per gli stessi fatti. Qualche giorno dopo, Di Pietro, con un altro capitano dei carabinieri, va a Rebibbia a sentire Li Pera, che gli racconta quel che aveva detto a Catania e cioè che a Palermo non gli davano retta. Generoso e impulsivo come nel suo carattere, Di Pietro teorizzava un lavoro in comune tra Milano e Palermo, ma la connessione dei processi ha regole precise.
Comunque, ci fu una riunione a Milano, la mattina nell'ufficio di Francesco Saverio Borrelli, capo di quella procura, e la sera in casa di Borrelli, presenti, oltre a Di Pietro, gli altri del pool di Milano: Davigo e Colombo;Pag. 11 forse d'Ambrosio, ma non ne sono certo. Con me c'erano Lo Forte, Ingroia, Patronaggio e forse Scarpinato, ma non ne sono sicuro. Alla fine tutti d'accordo, compreso Di Pietro, avremmo scambiato informazioni utili, ma non oltre.
Ora la doppia informativa. A partire da giugno 1991, prima ancora della richiesta al GIP delle misure cautelari per mafia-appalti, si scatena una furibonda campagna di stampa nazionale contro la procura di Palermo. L'accusa, fatta filtrare, secondo la stampa, dai carabinieri del ROS, è di avere insabbiato la posizione di importanti personalità politiche, anche con incarichi di governo. Non risultano smentite dal ROS. Le violazioni di segreto, intercettazioni e parte dell'informativa del ROS, sembrano clamorose. Il fatto è che la procura non ha mai né visto né avuto quel che viene pubblicato dai giornali. I nomi di alcuni politici di rilevanza nazionale, già noti alla stampa fino all'estate 1991, vengono portati a conoscenza della procura soltanto dopo: parte nel novembre 1991 (esempio, De Michelis) e parte addirittura a settembre 1992 (esempio, Lima).
Il maresciallo Carmine Iannotta rivelerà di aver avuto dai vertici delle ROS disposizioni di omettere le intercettazioni sui politici perché ritenute non rilevanti.
Ancora una sorpresa. Viene consegnata l'indagine Sirap (settembre 1992) e per la prima volta vengono comunicate alla procura numerose intercettazioni risalenti addirittura al 1990, con riferimento a importanti uomini politici nazionali e regionali.
Neanche dopo l'omicidio Lima era stata depositata un'interpretazione del maggio 1990 in cui Lima raccomandava Cataldo Farinella, colpito da misura cautelare nel processo mafia-appalti.
In sostanza, alla fine emerge che dell'informativa mafia-appalti sono esistite due versioni: una ufficiale, quella consegnata a Falcone, senza alcun riferimento a esponenti politici, e una ufficiosa, usata per le fughe di notizie e per il battage giornalistico contro la procura, con riferimenti politici come Lima, Mannino e Nicolosi.
Nella relazione del 1999 si spiega che le fughe di notizie erano a favore di vari indagati e soprattutto di Angelo Siino. A domanda, in ambito processuale, se avesse avuto conoscenza dell'informativa mafia-appalti prima del suo arresto, Siino risponde che questo rapporto era per così dire a «cor di popolo» per citare le sue parole precise; nel senso che il contenuto lo sapevano tutti nei minimi particolari. Siino era stato informato «da giornalisti, carabinieri, avvocati tutti personaggi addetti ai lavori che gli dicevano di stare attento che lo stavano consumando, stavano per arrestarlo». A Siino il rapporto fu materialmente consegnato da Lima, suo referente per i grandi appalti (Sirap e provincia di Palermo).
Nella caserma di Cinisi il maresciallo Lombardo disse a Siino che poteva fargli leggere il rapporto ed eventualmente intervenire per cercare di mitigare la cosa, ma non poteva parlare con De Donno che, secondo il maresciallo Lombardo, era un «pazzo scatenato». Siino afferma che il rapporto ce l'aveva anche mastro Ciccio (Messina di cognome) capo del mandamento di Mazara del Vallo, in contatto con il maresciallo Canale. Anche Pino Lipari aveva il rapporto e lo fece leggere a Siino.
In sostanza, dice Siino, tutti sapevano meno lui. Quanto al rapporto in sé, Siino lo definisce «il figlio investigativo del capitano De Donno» dandone nel contempo un giudizio stizzoso, negativo: «ben poca cosa, non aveva attinenza con quella che poteva essere la situazione, era una influenza contro un tumore».
Siino conferma, inoltre, l'esistenza di due versioni dell'informativa mafia-appalti. Sei mesi prima del suo arresto del luglio 1991 a Siino fu fatta leggere una versione che conteneva il nome di Mannino in quanto gestore di alcuni appalti irregolari ben specificati. Nella versione depositata dal ROS scompaiono Mannino e i nomi di altri uomini politici.
Siino, inoltre, racconta che Mannino era andato da Mori e De Donno a chiedere la sua testa (di Siino) perché Mannino diceva che «Io» Siino «ero un delinquente, che vessavo le imprese locali, che ero un personaggio poco raccomandabile, e forse in effetti lo ero, ma lui» Mannino «non era Pag. 12da meno. Da che pulpito veniva la predica».
A Siino, inoltre, venne detto che Mannino voleva che si stabilisse chi era il vero «ministro degli affari pubblici», se lui o Siino. Mannino e Subranni, dice ancora Siino, erano di fatto «compari» (fonte Guazzelli).
Tornando alla fuga di notizie, da alcuni giornali esce un ritratto devastante della procura di Palermo. Una manica di principianti irresponsabili, messa in stridente contrapposizione con gli impeccabili ufficiali del ROS. Vale a dire, i PM si occupano soltanto di manovalanza criminale e non anche degli uomini politici coinvolti. Mani invisibili suggeriscono, tagliano, aggiustano, seminano zizzania e confondono le acque. Una bufera mediatica contro la procura Palermo. Per dirla come un mio grande amico, Andrea Camilleri «una strumentale farfantaria».
Permettetemi una conclusione provvisoria molto personale. Vi sono fatti e circostanze che determinano una sensazione fastidiosa. Dopo l'incredibile vicenda del «trasloco» ad opera del ROS da Palermo a Catania dell'inchiesta Li Pera e dopo l'altrettanto incredibile vicenda del doppio fascicolo al tempo di Giammanco, a volte sembrano riemergere vecchie pulsioni ostili indirizzate, questa volta, contro la procura da me diretta, colpendone alcuni magistrati simbolo, in prima linea nell'indagine sulle strategie politiche dei corleonesi.
Sono qui, e vi ringrazio tutti, anche per contrastare dialetticamente l'eventuale profilarsi di iniziative leggibili in tal senso.
C'è un capitolo dedicato alle cooperative rosse. Questo a dimostrazione che la procura di Palermo si è occupata di tutto, anche delle cooperative rosse. Lo salto. Chi vuole, lo può trovare nella relazione, così da risparmiare un po' di tempo. Sta di fatto che ci sono state due sentenze, la sentenza «Salamone» e la sentenza «Trash», che hanno avallato quanto ricostruito dalla procura in ordine alle cointeressenze della mafia con le strutture economiche inizialmente concepite per fini sociali e cooperative, strumentalizzate da cosa nostra per influenzare il sistema di appalti.
C'è un capitolo che ho intitolato «Siino e i ROS». Mori lamenta che, quando la procura da me diretta prese in carico Siino, quando l'ho fatto arrestare nel luglio del 1997, affidai le indagini alla Guardia di finanza e non a lui. Ma si dà il caso che Siino fosse stato arrestato dalla Guardia di finanza, per cui era la cosa giusta. Per provare a dimostrarlo produco due documenti, che lei, presidente, ha già, se non sbaglio, che non esito a definire – mi scuso per l'enfasi, per la retorica – una sorta di museo degli orrori. Si tratta della relazione 235/97, riservato, che avevo mandato al PG di Palermo l'8 giugno 1998, e della nota di contenuto analogo 79/98, riservato, che avevo inviato al Procuratore nazionale Vigna il 9 aprile 1998. Produco anche queste due note. In sintesi, in queste due note si dice quanto segue. La procura di Palermo riceve da quella di Caltanissetta parte delle trascrizioni delle registrazioni di colloqui confidenziali fra Angelo Siino e il colonnello dei carabinieri Giovanni Carlo Meli, in procinto di trasferirsi al ROS nella primavera-estate 1997. Meli registrava le conversazioni all'insaputa di Siino, che non era ancora un collaboratore di giustizia, ma un informatore confidenziale dei carabinieri. La procura di Palermo stava indagando il pentito Balduccio Di Maggio, che si sospettava fosse tornato a delinquere. In effetti era così, purtroppo. La procura di Palermo, all'esito di una difficile indagine condotta dal dottor Lo Forte, ordinava il suo arresto. Nel conseguente processo, Di Maggio veniva condannato a una pena grave, con revoca di tutti i benefìci precedentemente concessi per la sua collaborazione.
Nel contesto di tali indagini si verificarono fatti di speciale gravità, che mi permetto ora di esporre. Già il 27 maggio 1997 il colonnello Meli apprende da Siino l'esistenza di un'organizzazione criminale ricostituita da Di Maggio, la responsabilità di questa associazione per vari omicidi già commessi, il progetto di commettere nuovi omicidi, in particolare l'omicidio contro Francesco Costanza, l'esistenza di un piano diretto a indurre Di Maggio a ritrattare le sue accuse nel processo Andreotti e accusare la procura, piano di cui lo stesso Meli Pag. 13ha ulteriore conferma in un colloquio del 3 giugno 1997. Di tutto ciò Meli informava non il suo superiore gerarchico, il comandante provinciale dei carabinieri di Palermo Borruso, ma soltanto Mori, comandante del ROS, ufficio al quale Meli – lo ripeto – stava per transitare. Sia Meli sia Mori non riferiscono nulla alla procura di Palermo, né quando apprendono le notizie in questione, né dopo l'11 luglio 1997, quando, avendo Siino iniziato a collaborare con la procura di Palermo, era venuta meno ogni ipotetica esigenza di tenere celato un rapporto confidenziale con lui, né dopo il 7 agosto 1997, quando si è verificato il tentato omicidio di Francesco Costanza, ovvero proprio il delitto preannunciato da Siino a Meli il 27 maggio. È superfluo aggiungere altro, se non invitare i commissari, permettetemi, a leggere per intero le due relazioni prodotte, qualora la mia sintesi non fosse sembrata sufficiente. È una lettura che varrà la pena di fare.
Siino, poi, ha scritto una autobiografia con il suo difensore, Alfredo Galasso, che ho già citato. Il capitolo ventisette del libro si intitola «Il caso De Donno-Lo Forte». Vi si racconta il groviglio di stranezze e falsità che aveva portato a un conflitto di notevole asprezza ed effetti imprevedibili tra la procura di Palermo e il ROS, in particolare Mori e De Donno, effetti che, secondo il noto giornalista Giuseppe D'Avanzo, avrebbero potuto essere devastanti per la procura.
Carmela Bertolino, moglie di Siino, parla di tre tentativi di De Donno per avere da lei elementi contro Lo Forte. Anche Siino parla di pressioni su di lui da parte di De Donno perché incolpassero Lo Forte. Poi, c'è una registrazione farlocca fatta da Meli, ufficiale – lo ripeto – ormai collegato al ROS, dove prima si sostiene che Siino parla male di Pignatone e Lo Forte, ma poi si accerta che di Pignatone non parla per niente e di Lo Forte parla, ma dicendone bene di nuovo. Invece di arrestare i delinquenti, si delegittima la procura di Palermo.
Consentitemi una digressione, non troppo breve ma contenuta, riguardante i miei rapporti con i carabinieri durante tutta la mia esperienza di magistrato. Con l'Arma io ho sempre avuto un ottimo rapporto di stima e fiducia, testimoniato, fra l'altro, dalle tante cose che ho scritto. A Torino l'inchiesta ai capi storici delle Brigate Rosse e poi l'inchiesta basata sull'elaborazione del capo colonna Patrizio Peci, che è l'avvio della definitiva sconfitta delle BR, le ho condotte – ero giudice istruttore – avendo, passo dopo passo, accanto a me a indirizzarmi e a sostenermi gli uomini del generale Carlo Alberto dalla Chiesa. Rientrato a Torino dopo Palermo, ancora con i carabinieri, questa volta territoriali, che ho coordinato come procuratore capo, nell'inchiesta Minotauro sugli insediamenti della 'ndrangheta a Torino e in Piemonte. Un centinaio di arrestati, praticamente tutti condannati in Cassazione. Questo per citare soltanto i più importanti processi.
Anche a Palermo ho avuto un ottimo rapporto con i carabinieri territoriali. Per fare un esempio, è merito loro l'arresto dei fratelli Graviano. È solo con il ROS che ci sono stati problemi, che non spetta a me giudicare. Ricordo solo che, quando ero ancora a Torino, praticamente alla vigilia della mia partenza per Palermo, fui avvertito dal comandante dei carabinieri di Piemonte e Valle d'Aosta, generale Delfino, che non conoscevo, dell'arresto di tal Baldassare Di Maggio, inteso «Galluccio», che avrebbe potuto dare indicazioni per l'arresto di Riina. Gli chiesi subito di far venire nel suo ufficio Mori, che sapevo essere a Torino proprio per un primo abboccamento con me. Non sapevo che fra Mori e Delfino non correva buon sangue. Comunque, chiesi dall'ufficio di Delfino al Capo della polizia di apprestare un trasporto aereo in sicurezza del Di Maggio a Palermo e informai Vittorio Aliquò, procuratore aggiunto di Palermo, perché potesse raccordarsi con il ROS. Fu così che gli uomini del ROS, guidati dal capitano Ultimo, Sergio De Caprio, che già erano avanti, molto avanti nell'operazione, grazie anche al tassello fornito da Di Maggio, arrestarono Riina, il capo dei capi di cosa nostra, latitante da molti anni. Un successo enorme, una radicale inversione di tendenza in favore dello Stato, purtroppo con alcune ombre per quanto successe dopo.Pag. 14
La procura era pronta per la perquisizione del covo, il collega Patronaggio, per così dire, praticamente era con un piede sull'auto, poi, però, tutti d'accordo, magistrati e ROS, si decise di rinviare la perquisizione. A sostenere il rinvio fu in modo particolare Ultimo, proprio colui che aveva messo le manette ai polsi di Riina. L'intesa era che vi sarebbe stata una sorveglianza attenta e continua della zona. Così invece non fu e la procura non venne informata. E quando finalmente entrammo nel covo, lo trovammo, purtroppo, completamente spogliato. Fra la procura e il ROS ci fu un carteggio. I carabinieri confermarono di aver sostenuto il rinvio della perquisizione in quanto necessario per evitare ogni intervento immediato o, comunque, affrettato che avrebbe potuto pregiudicare ulteriori importanti acquisizioni che dovevano consentire di disarticolare la struttura economica e operativa facente capo a Riina. Quanto alla mancata comunicazione della sospensione della sorveglianza – sono atti scritti, virgolettati – secondo il ROS «chi ha operato ha sicuramente inteso di potersi muovere in uno spazio di autonomia decisionale consentito». In altre parole, i carabinieri del ROS avevano deciso senza dirci niente, convinti di poterlo fare in forza della loro presunta autonomia. Un brutto episodio, un colpo che avrebbe potuto far crollare la procura. Invece, la procura non si è fermata. Anzi, potrei persino dire che la mazzata ci è servita per essere sempre più compatti, così da poter superare anche questo ostacolo del tutto inaspettato.
La nostra collaborazione con Mori e i suoi uomini continuò. Segnalo, per esempio, che quando si costituì spontaneamente Salvatore Cancemi, avendo egli manifestato l'intenzione di collaborare, decisi – potevo farlo – di non mandarlo in carcere e lo affidai proprio alla gestione del ROS. Il resto è storia di processi, di accadimenti, anche oggetto di queste memorie, con un interrogativo sullo sfondo: condividere o meno la tesi che Luigi Patronaggio, oggi procuratore generale di Cagliari, ha sostenuto formulando la requisitoria in un processo d'appello a Palermo, nella quale ha ravvisato un «metodo Mori», espressione di una serialità nell'agire autonomamente, al di fuori di «fastidiosi» controlli e autorizzazioni dell'autorità giudiziaria.
Vorrei citare, a questo punto, alcune parole cupe, tristi che Paolo Borsellino pronunciava frequentemente, specie dopo la morte di Falcone: «Siamo cadaveri che camminano». Lo diceva perché sapeva bene di essere stato condannato da cosa nostra a morire, con Falcone, nell'ambito di una strategia di annientamento dei suoi peggiori nemici. Tutta una vita spesa al servizio dello Stato, nell'eroica consapevolezza di correre un rischio mortale, non si può comprimere nel perimetro angusto dell'inchiesta «mafia e appalti», con una tesi indimostrabile e indimostrata, ma soprattutto ingiusta, in quanto non rispettosa della grandezza e degli straordinari meriti di Borsellino.
Nel capitolo quattro dello scorso 31 luglio abbiamo visto come l'avvocato Fabio Repici sappia «pescare» verbali importanti, quasi perle giudiziarie, ancorché sepolti e dimenticati in qualche archivio. Dopo un verbale del maresciallo Canale, dopo un verbale di De Donno, ecco ora un verbale sul sito di Radio Radicale nel quale Vittorio Teresi, sostituto della procura di Palermo, deponendo, dichiara di essere quasi certo – lo ripeto, per quel rapporto che aveva negli ultimi tempi con Borsellino – che, se lui avesse avuto, mediante questi rapporti con Lo Cicero, notizie della cosiddetta «pista nera» per la strage di Capaci, forse era proprio per questo che voleva riferire a Caltanissetta quanto con tanta insistenza voleva che lo chiamassero. Teresi riferisce di una relazione di servizio che aveva redatto il 1° giugno 1992, una settimana dopo Capaci, che attesta un suo incontro con l'allora confidente dei carabinieri Alberto Lo Cicero, accompagnato da Teresi e dal brigadiere Walter Giustini. La relazione contiene dati molto interessanti. Alberto Lo Cicero era diventato confidente dei carabinieri dopo aver patito il 20 dicembre 1991 un tentato omicidio. Grazie alla collaborazione, sempre in via confidenziale, della sua compagna, Romeo Maria, Lo Cicero consentiva a incontrare Teresi. Lo Cicero Pag. 15non avrebbe sottoscritto nessun verbale per timore di ritorsioni da parte dei mafiosi, sui quali poteva fornire rilevanti informazioni.
Lo Cicero aveva frequentato da vicino il capomafia Mariano Tullio Troia e nella casa di lui aveva incontrato altri mafiosi importanti, nonché l'onorevole Lo Porto, con il quale si era anche intrattenuto a cena più volte, apprendendo che aveva un nipote o un cugino proprietario di una villa nello stesso complesso. Mediante una società intestata alla moglie, il boss Troia controllava il movimento a terra, i trasporti e i lavori stradali in una vasta zona di Palermo e Capaci. Per la gestione delle ditte operanti in Capaci, Troia si avvaleva di un certo Sensale, anch'egli mafioso di cosa nostra.
Va sottolineato che all'epoca Teresi lavorava in stretto contatto con Borsellino, al quale, pertanto, riferiva ogni cosa, avuto contezza della quale l'avvocato Repici riesce a procurarsi un'altra perla: il verbale di una riunione alla procura di Palermo del 15 giugno 1992, cui partecipano per Palermo Giammanco, Aliquò, Borsellino e Teresi e per Caltanissetta Pietro Maria Vaccara, sostituto, riunione nella quale ci si scambia l'impegno reciproco di fornirsi ogni informazione, in particolare di comunicare immediatamente a Caltanissetta quanto fosse emerso circa l'omicidio di Falcone. Il verbale è firmato da tutti i magistrati presenti, compreso Borsellino. Ed è sconvolgente aver reperito, a trentatré anni di distanza dalla strage di via D'Amelio, un documento sull'omicidio del dottor Falcone nel quale compare la firma di Borsellino.
Ma c'è un altro dato ancor più rilevante: un'informativa del 10 giugno 1992 dei carabinieri di Palermo, delegati da Teresi, rivolta alla procura di Caltanissetta, avente come oggetto l'omicidio in pregiudizio del dottor Giovanni Falcone, della moglie Morvillo Francesca e di tre agenti di scorta. Nell'informativa si faceva riferimento a un rapporto giudiziario del maggiore dei carabinieri Obinu, del ROS, riguardante Sensale e Troia, con l'indicazione del ruolo assegnato a costui proprio dalle dichiarazioni confidenziali di Lo Cicero. All'informativa del 10 giugno ne seguì un'altra, in data 12 giugno, firmata dal maggiore Minicucci della territoriale, ancora rivolta alla procura di Caltanissetta. In essa si dava atto dell'importanza assunta dalle conversazioni con Alberto Lo Cicero e Maria Romeo e si sollecitava la procura di Caltanissetta a emettere provvedimenti di fermo per la strage di Capaci nei confronti di tutti i soggetti indicati nella precedente informativa del 10 giugno, compreso Sensale, fatta eccezione per Troia, perché ritenuto ai vertici dell'organizzazione, per cui arrestarlo in quel momento avrebbe potuto danneggiare le investigazioni.
Nel frattempo, quando Borsellino era ancora in vita, Lo Cicero si era determinato a una formale collaborazione con la giustizia, con molta probabilità anche grazie all'influenza di Borsellino, come si può desumere da una informativa del 14 settembre 1992 di Minicucci indirizzata ad Aliquò, procura di Palermo, e per conoscenza a Tinebra, procura di Caltanissetta, nella quale, ricordata l'intesa raggiunta anche con Borsellino, si sosteneva l'inopportunità che il collaboratore Lo Cicero, al momento interrogato dalla procura di Palermo...
PRESIDENTE. Le chiedo scusa, dottor Caselli, se la interrompo. Ci sono problemi audio? Era qualcuno collegato.
Con i tempi come siamo messi, dottor Caselli?
GIAN CARLO CASELLI, già procuratore della Repubblica. Abbastanza bene.
PRESIDENTE. Noi abbastanza male.
GIAN CARLO CASELLI, già procuratore della Repubblica. Ho praticamente concluso.
PRESIDENTE. Va bene.
GIAN CARLO CASELLI, già procuratore della Repubblica. Quindi, si può affermare che Borsellino era intervenuto in modo perentorio sull'avvio della collaborazione con la giustizia di Lo Cicero, imponendo Pag. 16addirittura che nella prima fase avrebbe dovuto riferire esclusivamente alla procura di Palermo. Ecco perché qualcuno ipotizza che, fino alla mattina del 19 luglio 1992, Borsellino rimase in attesa della delega del procuratore Giammanco ad occuparsi degli affari criminali della città di Palermo, delega necessaria perché Borsellino potesse raccogliere le dichiarazioni di Lo Cicero.
Con un corollario, nella relazione Teresi del 1° giugno 1992 si parla dell'onorevole Lo Porto come di personaggio conosciuto da Lo Cicero nella villa di Troia. L'onorevole Lo Porto, arrestato nel 1968 insieme al killer Pierluigi Concutelli, nel 1992 era in rapporti con Borsellino. Se ne trova traccia nel dispaccio ANSA del 20 maggio 1992, quando Borsellino esplicitò il suo dissenso sull'iniziativa del Movimento Sociale Italiano di votarlo in Parlamento, in seduta comune, per la Presidenza della Repubblica. In quel caso Borsellino definì l'onorevole Lo Porto «il mio vecchio compagno di scuola, nonché amico».
L'avvocato Repici – sono atti pubblici, ma credo facciano parte anche dell'archivio della vostra Commissione – fa notare che la riunione del 15 giugno, nella quale Caltanissetta e Palermo...
PRESIDENTE. Il senatore Gasparri dice che c'era quando è avvenuto questo fatto.
GIAN CARLO CASELLI, già procuratore della Repubblica. Potrà confermarlo, allora.
Dicevo, la riunione del 15 giugno, nella quale Caltanissetta e Palermo parlarono di Lo Cicero e delle sue rivelazioni, logicamente comprese quelle su Lo Porto, fu di pochissimo precedente all'incontro di Borsellino con i colleghi Camassa e Russo, parlando con i quali Paolo Borsellino si lasciò andare allo sfogo su «un amico dal quale si era sentito tradito». Tutti loro meglio di me sapranno che per individuare questo amico l'avvocato Repici ha chiesto all'autorità giudiziaria di sentire Salvatore Borsellino, ma non mi pare che fin qui questa istanza abbia avuto esecuzione.
Concludo con un capitolo destinato ad Agnese Borsellino. Pochi giorni prima di morire, Borsellino dice alla moglie Agnese di aver scoperto che era in atto una trattativa tra mafia e pezzi infedeli dello Stato. Qualcuno aveva detto a Borsellino che Subranni, capo del ROS, era colluso con cosa nostra e addirittura «punciutu». Subranni reagì accusando la moglie di Paolo Borsellino di essere affetta da Alzheimer. Paolo Borsellino pretendeva che le finestre di casa restassero chiuse, di modo che dall'esterno non si potesse vedere dentro. Temeva che qualcuno lo spiasse dal Castello Utveggio, che aveva fama di essere sede dei Servizi.
Vi è un'ultima cosa che vorrei leggere: i rapporti tra Gioè e Bellini. Gioè, morto suicida in carcere, ha fornito a Bellini un biglietto con cinque nomi di importanti mafiosi detenuti, chiedendo per loro gli arresti domiciliari od ospedalieri per buona condotta. Il maresciallo dei carabinieri Tempesta diede questo biglietto a Mori, che commentò: «I cinque nomi sono il Gotha della mafia e la questione non è praticabile, ma manderò qualcuno a valutare il personaggio (Bellini)». Ricordiamo che Bellini è stato condannato in via definitiva dalla Cassazione, dopo le condanne della corte d'assise di Bologna, per la strage del 2 agosto. Tempesta non si era rivolto al suo comandante, al comandante del nucleo patrimonio artistico, ma a Mori, perché lo considerava il top dell'investigazione contro la mafia in quel momento.
Vi ringrazio per l'ascolto che mi avete dato e sono a vostra disposizione.
PRESIDENTE. Grazie. Ho visto diverse mani alzate. Abbiamo una trentina di minuti a disposizione, quindi cerchiamo anche noi di essere sintetici, per evitare al dottor Caselli di dover tornare.
Per adesso ho sette colleghi iscritti a parlare, ma non penso che in mezz'ora si possa concludere.
Prima di passare alle domande, per evitare di doverci tornare in un'altra occasione, ritengo necessario precisare che sulla questione Li Pera e Lima, a cui ha fatto riferimento il dottor Caselli, vi è stata un'indagine, svolta dalla procura di Palermo, poi smentita con l'assoluzione del dottor Lima da questa incolpazione, ossia del presunto Pag. 17«scippo», e con il rigetto del ricorso promosso sul punto dalla procura.
GIAN CARLO CASELLI, già procuratore della Repubblica. Se posso permettermi, i dati che ho portato sono dati obiettivi.
PRESIDENTE. Certamente. Però, devo anche dare conto di quanto risulta dai dati obiettivi che abbiamo qui.
ROBERTO MARIA FERDINANDO SCARPINATO. Presidente, non risulta questo che sta dicendo. È stata applicata la censura. C'è la sentenza...
PRESIDENTE. Intanto, senatore Scarpinato, fino a prova contraria, la parola la do io, non se la prende lei. Non è un aiuto, nessuno può prendere la parola senza che io gliela dia. Dopodiché, la condotta del dottor Lima è stata oggetto di un articolato giudizio disciplinare e, dopo una prima pronuncia integralmente assolutoria, il Consiglio superiore della magistratura gli ha inflitto una sanzione per non aver proceduto all'interrogatorio di Li Pera, né per averlo sentito senza difensore, né tantomeno per aver svolto un'attività di indagine di competenza della procura di Palermo. Anzi – leggo così almeno nessuno può dare interpretazioni; – tale ultima ipotesi, quella che è stata definita uno «scippo» della procura di Palermo, è oggetto di uno specifico caso di incolpazione disciplinare. Per essa il dottor Lima è stato assolto.
Così è più chiaro. Va bene?
GIAN CARLO CASELLI, già procuratore della Repubblica. Se posso permettermi, non assolto, ma è passato al civile per non essere condannato. È cosa diversa. Non assolto.
PRESIDENTE. Però deve restare agli atti perché c'è stato un lungo procedimento e non è giusto continuare a parlare di persone assenti, che non si possono difendere.
GIAN CARLO CASELLI, già procuratore della Repubblica. I magistrati hanno la facoltà di interrompere il procedimento disciplinare passando ad altro incarico.
PRESIDENTE. Però non si è trattato di «scippo», almeno secondo quanto risulta dal procedimento disciplinare. Questo lo devo dire perché ho gli atti qui, altrimenti non faccio il mio dovere.
GIAN CARLO CASELLI, già procuratore della Repubblica. Cambierò parola.
PRESIDENTE. Lo devo dire, l'ho letto in modo preciso, quindi non si tratta di un'interpretazione.
Dopodiché, io le volevo porre alcune domande. A seguito della sua prima audizione qui sono arrivati diversi video in cui si metteva in risalto come lei prima avesse parlato, in più occasioni, anche in un ultimo video del primo agosto del 2022, del «nido di vipere», invece nell'audizione precedente lei ha detto «semmai ci fu un “nido di vipere”, se ne era dispersa la traccia».
Allora, per evitare che qualcuno metta in discussione quello che ha detto, e sicuramente era un modo di dire il suo, le chiedo in modo secco: nella procura di Palermo del '91-'92, quella in cui avevano lavorato Falcone e Borsellino, c'era o no un «nido di vipere»?
Le pongo un'altra domanda, proprio perché la sua esperienza ci può dare un quadro più ampio. Lei ha fatto più volte riferimento al fatto che mafia-appalti sarebbe poco per identificarlo come motivo della strage. Perché, allora, è scritto nelle sentenze Borsellino ter, quater e quinquies che mafia-appalti è certamente una concausa, se secondo lei non ce n'era motivo? E soprattutto, dottor Caselli, proprio per la sua esperienza, come mai non fu incriminato Scarantino? Noi arriviamo al Borsellino ter, quater e quinquies dopo quello che in sentenza è definito «il più grande depistaggio della storia», cioè Scarantino, e qualcuno lo fece quel processo. Non la presidente Colosimo, non la Commissione antimafia, ma qualcuno fece il Borsellino 1 e 2. Quello fu o no un depistaggio? Effettivamente per anni si portò in giro una Pag. 18persona che gli stessi magistrati ritenevano non credibile.
GIAN CARLO CASELLI, già procuratore della Repubblica. L'espressione «nido di vipere» ricorre in questa seconda mia relazione come frase di Borsellino a Camassa e all'altro collega quella volta che scoppia in pianto. Quindi, «nido di vipere» è una frase di Borsellino. È facile da decifrare: i rapporti del procuratore Giammanco prima con Falcone e poi con Borsellino erano tutt'altro che normali; erano punitivi nei confronti di Falcone, costretto ad emigrare a Roma ,al Ministero, perché è un dato di fatto – a Palermo queste cose pesano moltissimo, può sembrare una banalità – che Giammanco faceva fare ore di anticamera a Falcone davanti al suo ufficio, in un corridoio frequentato da tutti, perché tutti vedessero che Falcone non meritava di essere ricevuto subito. Questa è una «tagliata di faccia» in Sicilia, figuriamoci in procura, e Falcone alla fine se ne va perché non può più lavorare lì. L'antimafia la vuole continuare, però al Ministero, eccome se la continua, facendo il monitoraggio sulle sentenze del cosiddetto «ammazza sentenze» e preparando l'antimafia moderna, Direzione distrettuale antimafia e direzioni distrettuali antimafia.
«Nido di vipere» è espressione che oggi ho riportato come di Borsellino. Francamente di queste sentenze ho sentito parlare, ho letto sintesi, ma non so come possano essere queste convinzioni di mafia-affalti che personalmente non condivido per niente. Potrei cavarmela con una battuta: tot capita tot sententiae. I magistrati quando sono in vena di scherzi traducono questo brocardo in termini un po' maccheronici: «tutto capita nelle sentenze», anziché «tante teste tante idee». Io sono assolutamente convinto che la chiave di lettura è il discorso di Casa Professa. Più ci penso e più me ne convinco. Mi sembra di tutta evidenza che era una bomba, loro stessi dicono: «Chi gliel'ha fatto fare di dire quelle cose?»; e quelle cose erano una bomba, per i mafiosi che ascoltavano, pronta a scoppiare, la dovevano disinnescare. Ecco l'accelerazione, ecco l'ordine di Riina «non uccidere, caro Brusca, Mannino, ma passa a Borsellino». A me sembra molto evidente.
Dunque, Scarantino. Io di Scarantino non so niente, se non che Scarantino la procura di Palermo non l'ha mai usato. Quando i colleghi di Palermo, in particolare il collega Sabella, che potete chiamare, andarono a sentirlo, subito avvertirono che era un bluff, quindi Palermo non l'ha mai usato. Caltanissetta ha la sua competenza e conseguentemente quello che riguarda Scarantino riguarda soltanto Caltanissetta, non Palermo. Perché non fu inquisito? Mi pare che poi fu inquisito e accusato di calunnia, ma non vorrei sbagliarmi. Del resto, siccome è roba di Caltanissetta non lo so. Io so che Scarantino fu ascoltato da Sabella perché sembrava un pentito, ma Sabella ne giudicò la totale inaffidabilità e conseguentemente ci disse: «Non ne parliamo neanche, questo noi non lo sentiamo».
PRESIDENTE. Assolutamente. Disse il dottor Sabella che non sapeva nulla di mafia.
GIAN CARLO CASELLI, già procuratore della Repubblica. Mi pare che Sabella menzioni questo fatto nel suo libro intitolato Cacciatore di mafiosi, dove racconta come ugualmente ha catturato o ha contribuito a catturare più mafiosi lui di qualunque altro magistrato. In questo libro parla di questo.
PRESIDENTE. Abbiamo un quarto d'ora. Alle 14 alla Camera si vota e non posso cambiare gli orari della Camera.
Do la parola al senatore Gasparri.
MAURIZIO GASPARRI. Chiedo la parola sull'ordine dei lavori, perché le questioni poste sono varie e di tale importanza per cui io delle domande vorrei porle. Prima il dottor Caselli, ad esempio, ha citato Guido Lo Porto, dicendo che Borsellino lo definiva amico. Io ho fatto un'interruzione perché io c'ero, ieri l'ho raccontato in un'intervista sulla Verità, perché nel 1992 ero stato appena eletto e decidemmo di votare simbolicamente Borsellino Presidente della Repubblica. Era maggio e Lo Porto, che era deputato, ci venne a dire che Pag. 19aveva parlato con il suo amico Borsellino che, schivo, giustamente non voleva essere coinvolto, per un atteggiamento che capisco. Noi lo votammo lo stesso, perché a volte si fanno delle votazioni simboliche nel Parlamento. Questo dimostra l'amicizia – lei ha usato la parola «amico» – tra Lo Porto e Borsellino che durava nel maggio del '92 e quindi fa giustizia di qualsiasi altra affermazione – lei prima ha citato Lo Porto in merito ad altre cose – per quanto riguarda Guido Lo Porto. La mia non è quindi una domanda, è un'affermazione perché lei ha usato la parola «amico» e io, siccome c'ero, ricordo che Lo Porto venne a dirci: «Mi sta telefonando Paolo». Quindi erano amici. Parliamo del maggio '92, poche settimane prima della morte di Borsellino.
Questa però è una testimonianza storica che ha attinenza perché ogni tanto Lo Porto viene impropriamente evocato e quindi anche lei ha contezza che fosse amico di Borsellino nel maggio del '92. Io, siccome c'ero, rendo una testimonianza che coincide una volta tanto con quello che dice lei.
Le domande sarebbero infinite, presidente. Ad esempio, riguardo alla informativa mafia-appalti, c'è una sentenza di Gilda Lo Forti di Caltanissetta che dà ragione all'investigazione del ROS e smentisce quello che io ho sentito poco fa. Per quanto riguarda la perquisizione del covo, c'è una sentenza, che smentisce quello che ho sentito poco fa, che ha visto assolti Mori, De Donno e altri, perché – si dice nella sentenza – il rinvio della perquisizione fu concordato con la procura.
Quindi, più che delle domande ho una serie di osservazioni di natura storica, che dicono che la doppia informativa è falsa. E poi c'è l'altra questione, la questione delle questioni. Lo Forti dice, non so quanti anni dopo, che il 14 luglio del 1992 Borsellino viene informato della parziale archiviazione (qui definita quasi irrilevante, gli investigatori non l'hanno considerata tale) di mafia-appalti. Ma Borsellino incontra alla caserma Carini il 25 maggio del '92 Mori e De Donno e li incoraggia a proseguire in questa inchiesta. E Paolo Borsellino, il 18 luglio – il 18 luglio, ripeto – del 1992, il giorno prima della strage di via D'Amelio, si reca nell'archivio, lasciandone traccia, la notizia è stata pubblicata da tutti, dove ha prelevato materiale di personaggi riguardanti la vicenda mafia-appalti. Come vede, se vogliamo liquidare queste cose in un quarto d'ora, facciamolo, ma io non lo ritengo serio. Questa è una serie di questioni; io non cito sentenze che qui vengono confutate. Sono vere le sentenze o altro? Potrei continuare a lungo con questioni rilevanti. Non voglio monopolizzare il quarto d'ora, ma sarebbe irrispettoso anche nei confronti del dottor Caselli, di cui conosco la storia e l'impegno, liquidare queste questioni in un quarto d'ora, anche perché lui avrebbe altre cose da dire e anche noi. Io ho fatto un inventario: le parlo dell'informativa, le ho parlato di Lo Porto, le parlo di Gilda Lo Forti. Molte volte la gente fa anche confusione: quando io parlo all'esterno non tutti sanno che c'è un Lima magistrato e un Lima che era un'altra roba; un Lo Forte che stava a Palermo e una Lo Forti. A volte è anche complicato il racconto di queste vicende, lo dico in maniera serena.
Io non voglio adesso fare polemica. Io su queste cose potrei argomentare, ma poi tra un quarto d'ora ce ne andiamo e lasciamo la storia d'Italia appesa? È una domanda a me stesso: che dobbiamo fare?
PRESIDENTE. Do la parola al senatore Verini.
WALTER VERINI. Noi ringraziamo ancora il dottor Caselli per essere nuovamente venuto qui di persona per completare, sia pure sinteticamente, e consegnando il resto, la sua audizione. Lo ringraziamo davvero e ringraziamo anche lei, presidente, per aver accolto la richiesta. Tuttavia, adesso il senatore Gasparri pone un problema. Io credo che, se potessimo, oggi si potrebbe tranquillamente andare avanti, ma ci sono i lavori d'Aula che lo impediscono, quindi mi rendo conto che in otto minuti sarebbe difficile completare. Dunque, mi affiderei anche al dottor Caselli e alla sua disponibilità di continuare, magari anche da remoto, non necessariamentePag. 20 fisicamente qui, a rispondere, nei prossimi giorni. È evidente che le domande, sia dei commissari di maggioranza che di quelli di opposizione potranno essere diverse.
GIAN CARLO CASELLI, già procuratore della Repubblica. Ho già detto alla presidente che sono a vostra disposizione.
WALTER VERINI. Quindi, nulla osta a chiudere, perché sono le 14 e voi avete Aula, però è chiaro che si deve e si può continuare.
PRESIDENTE. Prendo atto degli intendimenti dei gruppi e valutiamo la tempistica del prosieguo. Potrei anche provare per domani, ma so che questa settimana è impegnativa per tutti, quindi valutiamo il calendario e poi, ringraziando della disponibilità il dottor Caselli, ci aggiorniamo e dichiaro conclusa l'audizione.
La seduta termina alle 13.50.