Camera dei deputati

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Anno 2017

  • 24/01/2017
    N° ricorso: 
    25358/12

    Paradiso e Campanelli - in materia di diritto alla vita privata e familiare. La pronuncia inerisce al ricorso di due coniugi che avevano chiesto all'ufficiale di Stato civile italiano di trascrivere l'atto di nascita di un bambino nato in Russia da madre surrogata. Si erano visti opporre non solo il diniego ma anche la sottrazione del bambino, con conseguente suo affidamento ai servizi sociali (pur dopo sei mesi di convivenza con loro). La seconda sezione della Corte EDU aveva accertato la violazione dell'articolo 8 della Convenzione (vedi sentenza del 27 gennaio 2015). La Grande Chambre ribalta il giudizio, dichiarando - con undici voti contro sei - che non vi è stata violazione. La Corte ritiene che i giudici italiani, secondo i quali l'allontanamento del minore dalla famiglia ricorrente non aveva cagionato un pregiudizio grave o irreparabile, hanno svolto un accettabile bilanciamento tra i diversi interessi in gioco, rimanendo nei limiti dell'ampio margine di apprezzamento di cui le autorità nazionali dispongono in questi casi. Viceversa, se i giudici interni avessero consentito al minore di rimanere con i ricorrenti, anche in violazione delle disposizioni che regolano l'accertamento dello status di figlio, questo avrebbe avuto l'effetto pratico di un aggiramento delle norme di ordine pubblico interno richiamati dal diritto internazionale privato italiano.

    Testo integrale (in francese)
    Sintesi
    Testo integrale (in inglese)
  • 09/02/2017
    N° ricorso: 
    26128/04

    Messana - in materia di espropriazione indiretta. Constata la violazione dell'art. 1 Prot. n. 1 CEDU, relativo alla protezione della proprietà, poiché l'espropriazione indiretta si pone in contrasto con il principio di legalità, non assicurando un sufficiente grado di certezza giuridica.

    Testo integrale (in francese)
    Sintesi
  • 09/02/2017
    N° ricorso: 
    76171/13

    Solarino - in materia di affidamento di minori. Il caso concerne la lamentata violazione dell'articolo 8 CEDU da parte di un uomo che, separatosi dalla moglie, per alcuni anni non aveva potuto esercitare il diritto di visita con la figlia minore. Le autorità giudiziarie italiane avevano dapprima affidato la figlia alla madre e poi vagliato insistite denunce della madre medesima di abusi sessuali asseritamente commessi dal padre e dalla di lui famiglia in danno della figlia. Successivamente, l'uomo era stato prosciolto da ogni accusa e infine il giudice competente aveva disposto l'affidamento congiunto della minore. Nondimeno la Corte accerta la violazione dell'articolo 8 della Convenzione, per l'immotivata limitazione da parte delle autorità italiane del diritto di visita nel periodo compreso tra settembre 2009 e novembre 2013.

    Testo integrale (in francese)
    Sintesi
  • 23/02/2017
    N° ricorso: 
    64297/12

    D'Alconzo - in materia di affidamento di minori. Il caso inerisce a una complessa vicenda di separazione tra due genitori (la madre statunitense e il padre italiano) di due figli minori. In epoca immediatamente successiva alla separazione, la madre aveva portato con sé i figli negli Stati Uniti, riportandone una condanna per sottrazione di minori e l'ordine di farli rientrare in Italia. Successivamente, dopo il rientro in Italia, l'autorità giudiziaria aveva disposto l'affidamento dei minori alla madre, stabilendo un diritto di visita per il padre (un fine settimana ogni due e un pomeriggio a settimana). La vicenda si era ulteriormente complicata, in ragione di accuse incrociate di abusi sessuali sui figli e di istanze volte a privare l'altro genitore della relativa potestà. I diversi procedimenti erano stati assistiti da una pluralità di perizie, rese sui vari profili rilevanti per il caso. Il padre aveva pertanto adito la Corte EDU lamentando la violazione dell'articolo 8, sia in ragione della eccessiva durata dei diversi procedimenti, sia della pretesa lesione del suo diritto di visita ai figli.

    La Corte constata che i procedimenti inerenti sia all'idoneità dei genitori a esercitare la relativa responsabilità, sia all'affidamento dei figli, si sono protratti in modo non ragionevole e, pertanto, accerta la violazione dell'art. 8 CEDU, sotto il profilo procedurale. Verificato invece che, quantunque in modo discontinuo e frammentato, il ricorrente ha esercitato il suo diritto di visita, essa rigetta la doglianza sotto il profilo dell'effettività del diritto medesimo.

    Testo integrale (in francese)
    Sintesi
  • 23/02/2017
    N° ricorso: 
    43395/09

    De Tommaso - in materia di misure di prevenzione. Il ricorrente era stato sottoposto alla misura della sorveglianza speciale di pubblica sicurezza di cui alla legge 1423 del 1956. La misura di prevenzione era stata irrogata dal tribunale ma poi annullata in corte d'appello. Il provvedimento di prevenzione era stato motivato sulla base di un giudizio di pericolosità, dovuta ad alcuni precedenti penali e alle sue frequentazioni con ambienti della criminalità organizzata. Il contenuto del provvedimento era consistito - tra l'altro - nel divieto di frequentare taluni luoghi (bettole, sale giochi e simili), di abbandonare il comune di residenza e di rincasare oltre le ore 22.

    Con riferimento al periodo intercorrente tra il giudizio di primo grado e quello d'appello (circa due anni), il ricorrente ha chiesto l'accertamento della violazione degli articoli 5 (libertà e sicurezza), 6 (giusto processo) e 13 (ricorso effettivo) della Convenzione e 2 del Protocollo addizionale n. 4 (libertà di circolazione). I motivi del ricorso si basavano tra l'altro sulla pretesa insufficiente previsione legislativa in ordine al contenuto della misura di prevenzione, al fatto che non si era tenuta un'udienza pubblica prima della sua irrogazione e che la sua libertà era stata pertanto ingiustamente conculcata, senza la possibilità di rimedi giurisdizionali.

    La Grande Camera - cui la Seconda sezione ha deferito la questione - ha ritenuto sussistenti le violazioni dell'art. 2 del Protocollo n. 4 CEDU, relativo alla libertà di circolazione, stante l'insufficiente previsione legislativa sui singoli contenuti della misura irrogata; e dell'articolo 6 per l'assenza di un'udienza pubblica. La Grande Camera ha invece rigettato le doglianze sugli articoli 5 e 13 CEDU.

    testo integrale (in francese)
    sintesi
    Testo integrale (in inglese)
  • 02/03/2017
    N° ricorso: 
    41237/14

    Talpis - in materia di violenza domestica. Il caso prende le mosse dalle ripetute violenze domestiche ai danni della ricorrente e della figlia, l'ultima delle quali sfociata nell'uccisione del figlio che era intervenuto in difesa della madre. La ricorrente, invocando gli articoli 2, 3 e 8 della Convenzione, ha adito la Corte EDU lamentando che le autorità nazionali non avevano adottato le misure necessarie e adeguate per proteggere la vita sua e dei suoi figli, impendendo la perpetrazione di ulteriori violenze.

    La Corte dichiara sussistenti la violazione dell'articolo 2, in ragione dei ritardi e della sottovalutazione da parte delle autorità italiane delle denunce della ricorrente; e dell'art. 3, in ragione del conseguente inadempimento degli obblighi positivi di protezione rispetto ai trattamenti inumani e degradanti subiti dalla ricorrente da parte del marito violento. La Corte ha altresì ravvisato la violazione dell'art. 14, in combinato disposto con gli articoli 2 e 3, sotto il profilo dell'inadempimento da parte dello Stato dell'obbligo di protezione delle donne - anche quali vittime vulnerabili - contro le violenze domestiche.

    Testo integrale (in francese)
    Sintesi
  • 23/03/2017
    N° ricorso: 
    71660/14

    Endrizzi - in materia di affidamento di minori. Il caso concerne la lamentata violazione dell'articolo 8 CEDU da parte di un uomo che, separatosi dalla moglie, per alcuni anni non aveva potuto esercitare il diritto di visita con il figlio minore. Le autorità giudiziarie italiane avevano dapprima omologato un accordo tra i genitori di affidamento congiunto, ma poi - ad avviso della Corte - tollerato di fatto che per sette anni il diritto di visita del padre fosse conculcato, nel quadro di complessi sviluppi procedurali (anche con l'apporto di periti), composti anche di reciproche accuse e istanze di decadenza dalla potestà di genitore. La Corte constata la violazione dell'art. 8, in ragione dell'immotivata compressione del diritto di visita.

    Testo integrale (in francese)
    Sintesi
  • 13/04/2017
    N° ricorso: 
    36974/11

    Fasan e altri - in materia di ragionevole del processo.Il caso prende le mosse dall'istanza presentata nel 1981 dai ricorrenti, dipendenti della Camera dei deputati, per essere re-inquadrati nel secondo livello retributivo funzionale, atteso che - a loro avviso - l'inquadramento iniziale al primo livello era illegittimo. La domanda fu rigettata dalle istanze amministrative e poi dall'organo di tutela giurisdizionale interna di primo grado con sentenza depositata il 29 settembre 1999, nonché definitivamente in appello con sentenza depositata il 29 gennaio 2009.

    I ricorrenti promossero dunque ricorso ex lege n. 89 del 2001 (legge Pinto), deducendo l'eccessiva durata del processo di cui erano stati parte. Il Collegio d'appello adito ha circoscritto la questione alla durata del solo giudizio d'appello e ha considerato un'eccedenza indennizzabile di quattro anni. Quanto alla durata del giudizio di primo grado, secondo i giudici, i ricorrenti avrebbero dovuto intentare un procedimento innanzi alla Corte EDU, al fine di ottenere l'equa soddisfazione di cui all'art. 41 CEDU, trasferendo poi entro sei mesi l'istanza presso il giudice nazionale. I ricorrenti hanno quindi adito la Corte EDU lamentando l'eccessiva durata del processo e l'insufficienza dell'indennizzo ottenuto ai sensi della Legge Pinto. La Corte, richiamando la sua consolidata giurisprudenza in materia, ha constatato la violazione dell'art. 6, comma 1.

    Testo integrale (in francese)
    Sintesi
  • 27/04/2017
    N° ricorso: 
    32143/10

    Di Sante - in materia di ragionevole durata del processo. Il caso si riferisce a un processo italiano che aveva ecceduto tempi ragionevoli e per i quali l'autorità giurisdizionale italiana aveva riconosciuto al ricorrente un indennizzo ai sensi della cd. legge Pinto. Senonché tale indennizzo era stato versato all'avente diritto con diversi mesi di ritardo e solo a seguito dell'avvio da parte sua di una procedura esecutiva. Di qui il ricorso alla Corte europea per violazione del giusto processo (art. 6) e del diritto di proprietà (art. 1 Protocollo addizionale n. 1).La Corte ravvisa nella procedura denunziata la violazione del giusto processo per irragionevole durata, ma non del diritto di proprietà.

    Testo integrale (in francese)
    Sintesi
  • 04/05/2017
    N° ricorso: 
    66396/14

    Improta - in materia di affidamento di minori. Il caso inerisce a una separazione tra genitori di una bambina, nata nel 2010. La madre si era sempre opposta alla visita in regime libero del padre, decidendo unilateralmente la cadenza delle visite, da svolgersi in sua presenza. Il padre aveva esperito ricorsi giudiziari onde ottenere l'affidamento congiunto della minore e comunque, nelle more del giudizio, il diritto di visita senza la presenza della madre. Quest'ultima vi si era opposta, deducendo tra l'altro il mancato versamento della quota di mantenimento da parte del padre. In primo grado, il giudice aveva disposto una perizia il cui svolgimento si era protratto per 15 mesi. Nel frattempo al padre era stato accordato il diritto di visita senza la madre, ma in regime protetto. In esito al giudizio di primo grado, il giudice aveva ordinato l'affidamento congiunto, il diritto di visita libero per il padre, nonché l'innalzamento dell'assegno di mantenimento. La Corte d'appello, a sua volta, aveva confermato le statuizioni del primo grado, salvo diminuire l'importo dell'assegno, che in ogni caso non risulta che fosse versato. Il padre aveva fatto ricorso alla CEDU, lamentando la violazione dell'articolo 8 (vita privata e familiare).

    La Corte ha ritenuto di constatare la violazione, a motivo della lunghezza ingiustificata delle procedure. Essa ha rammentato che, per quanto concerne i diritti nelle relazioni familiari, si deve evitare il pericolo del fatto compiuto e le autorità nazionali devono pervenire a decisioni tempestive e ben motivate, obbligo cui il giudice italiano si è sottratto consentendo il protrarsi irragionevole del contenzioso.

    Testo integrale (in francese)
    Sintesi
  • 18/05/2017
    N° ricorso: 
    25322/12

    Petrie- in materia di diritto alla vita privata e familiare. Il caso prende le mosse dal rigetto della domanda di risarcimento danni proposta dal ricorrente al fine di ottenere la riparazione del danno materiale e morale che egli riteneva di aver subìto in ragione di una offesa alla sua reputazione, al suo onore e alla sua identità personale. Egli ha adito la Corte EDU lamentando che le autorità nazionali sarebbero venute meno ai loro obblighi positivi di proteggere il suo onore e la sua reputazione, con conseguente violazione del suo diritto alla tutela della sua reputazione e, pertanto, del suo diritto al rispetto della vita privata.

    La Corte dichiara non sussistente la violazione dell'art. 8 CEDU, ritenendo che i giudici nazionali abbiano proceduto ad una valutazione circostanziata dell'equilibrio da garantire tra il diritto alla libertà di espressione e il diritto del ricorrente al rispetto della sua vita privata. A giudizio della Corte, nulla permette di concludere che essi abbiano oltrepassato il margine di apprezzamento che è loro riconosciuto e si siano sottratti ai loro obblighi positivi nei confronti del ricorrente ai sensi dell'articolo 8 della Convenzione.

    Testo integrale (in francese)
    Sintesi
  • 01/06/2017
    N° ricorso: 
    21838/10, 21849/10, 21852/10, 21855/10, 21860/10, 21863/10, 21869/10, 21870/10

    Stefanetti e altri - liquidazione ex art. 41 CEDU. Liquida ai sensi dell'art. 41 CEDU il danno patrimoniale per la violazione degli articoli 6, par. 1 CEDU e 1 Prot. n. 1 CEDU, già constatata con sentenza del 15.4.14.

    Testo integrale (in francese)
    Sintesi
  • 22/06/2017
    N° ricorso: 
    37931/15

    Barnea e Caldararu - in materia di affidamento di minori. Da una denuncia anonima, nel 2009, era scaturito un accesso al domicilio di una donna impegnata nel volontariato in favore della comunità rom. All'atto dell'accesso presso la donna era stata ritrovata una bambina, che non era sua figlia. Le autorità avevano sospettato che la minore fosse stata venduta dai genitori alla donna, in cambio della cessione di un appartamento. Per tale ragione, era iniziato un procedimento presso il Tribunale dei minori che aveva condotto, dapprima, alla dichiarazione dello stato di adottabilità della minore e poi all'affidamento ad una famiglia che ne aveva fatto domanda. Mentre queste statuizioni erano state confermate nel giudizio di primo grado, previo svolgimento di perizie che avevano rivelato l'insistenza di rapporti affettivi e di empatia tra i genitori e la bambina, viceversa in grado di appello sia le perizie, sia il giudizio avevano portato a un esito più articolato, ai sensi del quale - sebbene fosse stato confermato il provvisorio affidamento a una nuova famiglia - occorreva avviare un processo di graduale riavvicinamento della minore alla famiglia di origine, assistito dai servizi sociali. A questo dettame della Corte d'appello, che risaliva al 2012, non era mai stata data esecuzione. Sicché aveva preso avvio un nuovo procedimento di contestazione dello stato di adottabilità. In seguito, la Corte d'appello aveva deciso per la perfetta idoneità della madre e del padre ad assumersi la responsabilità genitoriale, avendo constatato un effettivo legame tra costoro e la bambina. Successivamente, la domanda di adozione speciale avanzata dalla famiglia affidataria era stata respinta e la bambina, ormai dell'età di nove anni, era stata riaffidata definitivamente alla famiglia d'origine nel 2016.

    I ricorrenti, familiari della bambina, hanno pertanto adito la Corte EDU per sentir dichiarare l'Italia responsabile della violazione del loro diritto alla vita privata e familiare di cui all'articolo 8. La Corte EDU accoglie la domanda, ritenendo che nel complesso le autorità italiane abbiano condotto il procedimento in modo troppo lungo e tortuoso, senza dare compiuta esecuzione alle decisioni giudiziali del 2012, favorevoli ai genitori ricorrenti, consentendo viceversa sviluppi contraddittori che, in definitiva, hanno finito per ledere la legittima aspettativa della famiglia d'origine di conservare l'integrità del proprio nucleo.

    Testo integrale (in francese)
    Sintesi
  • 22/06/2017
    N° ricorso: 
    12131/13, 43390/13

    Bartesaghi Gallo e altri - in materia di tortura. Il caso inerisce ai fatti della scuola Diaz-Pertini, a Genova durante il G8 del luglio 2001. La magistratura italiana aveva tratto a giudizio numerosi imputati per lesioni dolose, porto abusivo di armi da guerra e una varietà di reati di falso. I fatti di lesione consistevano nell'aver cagionato ai manifestanti che riposavano nell'edificio gravi danni alla persona (fratture agli arti, lesioni agli organi interni, ecchimosi di varia gravità e altri). La signora Sara Bartesaghi Gallo era tra questi manifestanti e si era costituita parte civile nel processo. Analoghe circostanze erano accadute agli altri 41 ricorrenti. In tribunale, tutti costoro avevano ottenuto il riconoscimento di un risarcimento del danno per somme varianti dai 2 mila e 500 a 50 mila euro a carico dell'erario. La corte d'appello aveva confermato questa statuizione, la quale aveva anche superato il vaglio della Cassazione.

    Senonché, in ragione sia del decorso del tempo - che aveva determinato la prescrizione dei reati - sia dell'indulto del 2006 sia ancora delle decisioni giudiziali sui diversi passaggi probatori e sia, da ultimo, della mancanza nel nostro ordinamento penale del reato di tortura, i ricorrenti avevano assistito alla definitiva assoluzione di molti dei soggetti responsabili delle lesioni da lui subite. Né costoro erano stati sottoposti a procedimento disciplinare alcuno. Per questo si era rivolto alla CEDU, lamentando la violazione dell'articolo 3 della Convenzione (divieto della tortura e di trattamenti disumani e degradanti).

    La Corte - similmente al precedente Cestaro del 2015 - evidenzia che l'art. 3 impone anche obblighi procedurali di sanzionare i responsabili delle violazioni, che l'ordinamento nel suo complesso aveva impedito di adempiere. In questo contesto, i ricorrenti potevano vantare un diritto alla giustizia che è stato loro negato. Sicché - accertata la sussistenza di fatti di tortura contrari all'articolo 3 - la Corte all'unanimità condanna l'Italia per la violazione del medesimo articolo 3 sotto i profili sia materiale sia procedurale.

    Testo integrale (in francese)
    Sintesi
  • 29/06/2017
    N° ricorso: 
    63446/13

    Lorefice - in materia di giusto processo . Il ricorso alla Corte EDU era stato presentato da un cittadino italiano residente in Sicilia che era stato condannato in via definitiva per estorsione, danneggiamento, detenzione di armi e altri reati. Egli, in realtà, in primo grado (presso il tribunale di Sciacca) era stato assolto, perché uno dei due testimoni a carico - chiamato all'esame in sede dibattimentale - era stato ritenuto inattendibile. In appello, viceversa, la sentenza di assoluzione era stata rovesciata, avendo considerato la corte di Palermo le deposizioni rese dal testimone nelle udienze di primo grado del tutto credibili. Il ricorso per cassazione del Lorefice era stato respinto, perché la Suprema Corte non aveva ravvisato margini per sostituire il proprio giudizio di merito a quello della corte d'appello. Inoltre, pur soffermandosi sul motivo - proposto dal ricorrente - inerente alla necessità che l'istruttoria dibattimentale dovesse essere rinnovata e che il testimone dovesse essere nuovamente sentito, la Cassazione aveva escluso che nell'ordinamento italiano la refomatio in pejus necessiti la ripetizione dell'istruttoria in dibattimento. In tal senso, la Cassazione aveva ritenuto non applicabile al caso di specie il principio contenuto nella sentenza CEDU Dan c. Moldavia del 2011, poiché in quel caso la testimonianza a carico era l'unico elemento decisivo (mentre i questo caso l'istruzione dibattimentale di primo grado aveva ricompreso numerosi elementi, comprese - per esempio - intercettazioni di conversazioni).
    La Prima sezione accoglie il ricorso, giacché - viceversa - considera che la corte d'appello non si è limitata a motivare diversamente sui medesimi elementi di fatto considerati dal tribunale: essa ha formulato giudizi sull'intrinseca attendibilità dei testimoni senza ascoltarli. Di qui l'accertamento della violazione dell'articolo 6, comma 1.

    Testo integrale (in francese)
    Sintesi
  • 07/09/2017
    N° ricorso: 
    37189/05

    Messana - in materia di espropriazione indiretta. Constata la violazione dell'art. 1 Prot. n. 1 CEDU, relativo alla protezione della proprietà, poiché l'espropriazione indiretta si pone in contrasto con il principio di legalità, non assicurando un sufficiente grado di certezza giuridica.

    Testo integrale (in francese)
    Sintesi
  • 14/09/2017
    N° ricorso: 
    17739/09

    Bozza - in materia di ragionevole durata del processo. La ricorrente aveva promosso ricorso ai sensi della cd. legge Pinto per lamentare l'eccessiva durata del procedimento di cui era stata parte, che si era svolto dal 21 ottobre 1994 al 25 gennaio 2005. Ella assumeva che la «decisione interna definitiva» da prendere in considerazione ai fini del calcolo del termine di sei mesi per proporre la domanda di equo indennizzo era la decisione del 25 gennaio 2005 del giudice dell'esecuzione, a cui si era rivolta per ottenere il pagamento della somma a lei spettante riconosciuta con sentenza divenuta definitiva il 25 gennaio 2004. La corte d'appello aveva invece dichiarato il ricorso inammissibile perché tardivo, in quanto aveva ritenuto che la decisione interna definitiva era quella resa a conclusione del procedimento di merito. Tale pronuncia venne confermata anche dalla Cassazione.

    La ricorrente aveva quindi adito la Corte EDU, lamentando in primo luogo l'eccessiva durata del procedimento e che il rigetto della sua domanda di risarcimento era in contrasto con la giurisprudenza della Corte, secondo la quale il giudizio dell'esecuzione sarebbe parte integrante del «processo» ai sensi dell'articolo 6 della Convenzione.

    La Corte rigetta l'eccezione del Governo relativa alla tardività del ricorso e conclude che vi è stata violazione dell'articolo 6 § 1 della Convenzione in ragione della durata eccessiva del procedimento.

    Testo integrale (in francese)
    Sintesi
  • 05/10/2017
    N° ricorso: 
    32269/09

    Mazzeo - in materia di processo equo. Una donna residente a Ceppaloni (BN), la signora Scocca, era insegnante in una scuola materna comunale. La scuola era stata chiusa con decreto del presidente della regione Campania nel 1981. Nel 1988, insieme al personale della scuola, la signora Scocca era stata assunta dal comune, salvo venirne licenziata nel 1990. La Scocca aveva pertanto impugnato il licenziamento al TAR ma il suo ricorso era stato respinto; era stato invece accolto - nel 2006 - l'appello coltivato dai suoi eredi al Consiglio di Stato, il quale aveva condannato il comune di Ceppaloni anche a versare spettanze non corrisposte per più di 220 mila euro. Il comune non aveva eseguito il giudicato, sicché gli eredi si erano rivolti nuovamente al Consiglio di Stato per l'ottemperanza.

    Nel frattempo, il comune aveva annullato in via di autotutela l'atto con cui la Scocca era stata assunta, argomentando che il suo contratto - illo tempore - avrebbe dovuto rivestire il carattere del tempo determinato e non quello dell'indeterminato. Preso atto di questo annullamento, il Consiglio di Stato aveva respinto il ricorso in ottemperanza, mentre ancora pendeva al TAR il ricorso sull'atto da parte degli eredi.

    Di qui il ricorso di questi ultimi alla Corte EDU, per la lamentata violazione degli articolo 6, comma 1, della Convenzione, e 1 del Protocollo 1. La Corte accerta la violazione di entrambi i parametri: l'ordinamento italiano nel suo complesso ha violato - sia tramite lo stratagemma dell'annullamento in autotutela dell'atto di assunzione della madre dei ricorrenti, sia mediante la mancata esecuzione del giudicato - il principio dell'affidamento e della certezza del diritto, consustanziali tanto all'equità del processo quanto alla legittimità di eventuali interferenze statuali nel diritto al godimento dei beni.

    Testo integrale (in francese)
    Sintesi
  • 12/10/2017
    N° ricorso: 
    21759/15

    Tiziana Pennino - in materia di trattamenti disumani e degradanti. La ricorrente era stata fermata per un controllo da due agenti della polizia municipale di Benevento mentre era alla guida del suo autoveicolo. Ella si era rifiutata di sottoporsi all'alcoltest e aveva avuto, per questo, un violento diverbio con gli agenti, che l'avevano pertanto trasferita presso il comando. Presso di esso, ella ha sostenuto di essere stata sottoposta a maltrattamenti. Gli agenti le avrebbero negato la possibilità di contattare parenti o un avvocato e poi le avrebbero fratturato il pollice, oltre che a procurarle altre lesioni. Sui fatti si erano aperti due distinti procedimenti penali: quello nei confronti della Pennino, accusata di vari reati tra cui la resistenza e l'oltraggio a pubblico ufficiale, la guida sotto l'influenza di alcool e le lesioni personali nei confronti di un agente di polizia; e quello promosso nei confronti degli agenti medesimi per i fatti di cui ella si dichiarava vittima.

    Mentre nel procedimento di cui era imputata la ricorrente i tempi furono piuttosto brevi e si giunse a una sentenza patteggiata, viceversa in quello nei confronti degli agenti pervenne in definitiva all'archiviazione (peraltro, motivata dal GIP in modo molto sommario).

    La ricorrente ha quindi promosso ricorso alla Corte EDU, lamentando la violazione del parametro dell'art. 3 (divieto di tortura e di trattamenti disumani o degradanti), sotto l'aspetto sia sostanziale sia procedurale. La Corte conclude che vi è stata violazione dell'art. 3 sotto entrambi i profili. Per un verso, accerta che in effetti la Pennino era stata sottoposta immotivatamente a un trattamento degradante, poiché è rimasta del tutto indimostrata la necessità di far ricorso alla forza; per altro verso, la Corte argomenta che l'inchiesta scaturita dalla sua denunzia non è stata accurata, poiché ha trascurato importanti elementi degli eventi contestati.


    Testo integrale (in inglese)
    Sintesi
  • 12/10/2017
    N° ricorso: 
    26073/13

    Cafagna - in materia di diritto a un processo equo. II ricorrente era stato condannato in via definitiva ad un anno e quattro mesi di reclusione per la sottrazione del portafoglio in danno di una persona che aveva - sì - sporto denunzia presso i carabinieri e svolto un riconoscimento fotografico dell'autore del fatto-reato, ma poi si era resa irreperibile e non aveva mai deposto a processo. Il ricorrente aveva adìto la Corte EDU lamentando di essere stato condannato sulla base di quella deposizione, in violazione del principio del contraddittorio (art. 6 CEDU).

    La Corte, rilevato che non vi è mai stato un confronto diretto tra accusato e accusatore, né durante il processo, né durante le indagini preliminari, stante la mancata comparizione all'udienza davanti al GIP della persona offesa e che le autorità giurisdizionali interne non hanno potuto apprezzare correttamente ed equamente l'affidabilità della prova, ritiene che il diritto alla difesa del ricorrente ha subito, nel caso di specie, una limitazione incompatibile con il diritto ad un processo equo garantito dall'art. 6 par. 1 e 3 lettera d) della Convenzione.

    Testo integrale (in francese)
    Sintesi
  • 19/10/2017
    N° ricorso: 
    8726/09 e altri

    Alpe Società Agricola Cooperativa e altri - in materia di diritto ad un processo equo, sotto il profilo della ingerenza del legislatore nell'amministrazione della giustizia. Nel corso degli anni '80 (del secolo scorso), la legislazione italiana prevedeva una serie di benefici fiscali e contributivi per le aziende agricole, con riguardo ai rapporti di lavoro da queste intrattenuti con i dipendenti. Nel luglio 1988 l'INPS, aveva emanato una circolare applicativa in cui si chiariva la natura alternativa tra i benefici fiscali e quelli contributivi. 39 società agricole, la cui sfera era stata attinta negativamente dalla determinazione dell'ente previdenziale, avevano adito la sede giurisdizionale per l'annullamento della circolare. Nelle more del giudizio, era stata approvata la legge n. 326 del 2003, che aveva recepito il contenuto della circolare, ribadendo la natura alternativa e non cumulativa dei benefici fiscali, da un lato, e previdenziali, dall'altro. Il contenzioso domestico era stato quindi definito in senso sfavorevole alle società agricole interessate. Queste avevano pertanto adìto la CEDU, lamentando la lesione del diritto a un processo equo, in ragione della retroattività della disposizione legislativa introdotta.
    La Corte - conformandosi alla sentenza Silverfunghi c. Italia - conclude che vi è stata violazione dell'art. 6 della Convenzione.

    Testo integrale (in francese)
    Sintesi
  • 26/10/2017
    N° ricorso: 
    28923/09, 67599/10

    Azzolina e altri - in materia di tortura. Il caso inerisce ai fatti occorsi nella caserma di Bolzaneto a Genova, al termine del G8 del luglio 2001. I ricorrenti, che avevano manifestato nel contesto delle attività del Genoa Social Forum, erano stati dapprima percossi dalle forze dell'ordine in strada, poi trasferiti nella struttura detentiva, taluni previo passaggio in ospedale. Alla loro uscita, essi avevano lamentato ulteriori condotte di percosse, lesioni e ingiurie ed altri trattamenti disumani, quali per esempio l'essere stati costretti a tenere le braccia alzate per molte ore, privati degli effetti personali e medicati senza anestesia. Mentre moltissimi agenti ed esponenti della forza pubblica coinvolti non erano stati neanche identificati, ne era scaturito un procedimento penale a carico di quarantacinque di essi (appartenenti sia a Polizia di Stato e Carabinieri, sia alle forze penitenziarie). La grande maggioranza delle relative posizioni (37 su 45) era stata, tuttavia, definita con l'assoluzione per prescrizione. Le otto condanne dichiarate definitive dopo il giudizio di cassazione, a loro volta, avevano beneficiato dell'indulto del 2006. In buona sostanza, la stragrande maggioranza dei colpevoli identificati non ha scontato un giorno di pena. Di qui il ricorso di numerose vittime, sia italiane, sia straniere, per violazione dell'articolo 3 CEDU, sotto i profili sostanziale e procedurale.

    La Corte di Strasburgo si rifà in larga parte ai precedenti Cestaro del 2015 e Bartesaghi-Gallo del 2017 e, sotto il primo aspetto, prende atto che gli accertamenti di fatto della magistratura italiana hanno condotto a ritenere, senza possibilità di smentita, che attività imputabili allo Stato italiano sono consistite in torture o altri trattamenti inumani o degradanti. Essa, quindi, dichiara sussistente la violazione del divieto di tortura in senso sostanziale. Sotto il secondo profilo, la Corte osserva che, anche sul piano procedurale, l'inchiesta non ha portato a esiti soddisfacenti, dal punto di vista della forza dissuasiva che un ordinamento deve predisporre per prevenire e punire gli atti di tortura. Per un verso, il procedimento si è risolto in assoluzioni per prescrizione, o con l'applicazione dell'indulto, così frustrando ogni esigenza di giustizia e di sanzione; per altro verso, l'Italia non aveva ancora introdotto il reato di tortura nel catalogo dei reati (cosa che ha fatto soltanto con legge n. 110 del 2017), sicché il nostro ordinamento era allora sprovvisto di uno strumento preventivo e sanzionatorio idoneo.


    Testo integrale (in francese)
    Sintesi
  • 26/10/2017
    N° ricorso: 
    2539/13, 4705/13

    Cirino e Renne - in materia di tortura. I ricorrenti, detenuti presso il carcere di Asti, avevano avuto nel 2004 un alterco con alcuni agenti di polizia penitenziaria, a seguito del quale erano stati picchiati e assoggettati a trattamenti non previsti dalle norme vigenti. In particolare, il secondo ricorrente era stato chiuso per sei giorni in una cella con branda di metallo, senza materasso né coperte, dotata solo di un piccolo termosifone malfunzionante, a dispetto delle temperature dicembrine; il bagno non aveva lavandino ma solo un gabinetto turco e una finestra dai vetri rotti; in alcuni giorni, gli erano stati somministrati solo pane e acqua, in altri nulla affatto (successivamente nel gennaio 2017, egli era venuto a morte e la causa dinnanzi alla Corte EDU era stata portata avanti dalla figlia). Ne erano scaturiti procedimenti sul piano sia penale, sia disciplinare, a carico di cinque agenti di polizia penitenziaria.

    Il procedimento penale si era concluso con l'assoluzione di uno di essi per motivi sostanziali e con l'assoluzione di altri due in ragione della derubricazione del reato ascritto da maltrattamenti di persone sottoposte a custodia (art. 572 CP) a lesioni personali (art. 582 CP), con la conseguente dichiarazione della prescrizione; a carico degli ultimi due era stato accertato l'abuso di autorità contro detenuti (art. 608 CP), ma dichiarato prescritto anch'esso. Il procedimento disciplinare, viceversa, si era concluso con la destituzione di questi ultimi due e con la sospensione dal servizio degli altri due imputati, per i quali era stata dichiarata la prescrizione del reato, per periodi rispettivamente di quattro e sei mesi. I ricorrenti lamentavano la violazione dell'articolo 3 CEDU (divieto di tortura e di trattamenti inumani o degradanti), sotto entrambi i profili, sostanziale e procedurale.

    La Corte EDU constata senza incertezze la violazione di tale parametro sotto il profilo sostanziale, avendo preso atto delle emergenze processuali (le quali, tra l'altro, avevano evidenziato che i maltrattamenti nei confronti dei detenuti erano un costume generalizzato nello stabilimento di Asti). Essa constata anche la violazione del profilo procedurale, giacché respinge la deduzione della difesa italiana. Quest'ultima aveva infatti argomentato che, con le sanzioni disciplinari inflitte ai responsabili, l'ordinamento nazionale aveva offerto ai fatti una risposta repressiva efficace. Al contrario, la Corte di Strasburgo obietta che, ai fini della tutela preventiva e sanzionatoria di beni preziosi come la libertà della persona e la sua dignità, gli obblighi procedurali gravanti sugli Stati contraenti devono consistere in efficaci e tempestive indagini, con l'adozione di conseguenti misure effettive sul piano penale.

    Sintesi
    Testo integrale (in inglese)
  • 26/10/2017
    N° ricorso: 
    1442/14, 21319/14, 21911/14

    Blair e altri - in materia di tortura. Il caso inerisce ai fatti avvenuti nella scuola Diaz-Pertini e nella caserma di Bolzaneto, a Genova durante il G8 del luglio 2001. La magistratura italiana aveva tratto a giudizio numerosi imputati per lesioni dolose, porto abusivo di armi da guerra e una varietà di reati di falso. I fatti di lesione consistevano nell'aver cagionato ai manifestanti che riposavano nell'edificio gravi danni alla persona (fratture agli arti, lesioni agli organi interni, ecchimosi di varia gravità e altri). Il signor Blair era tra questi manifestanti e si era costituito parte civile nel processo. Analoghe circostanze erano accadute agli altri 27 ricorrenti. In tribunale, tutti costoro avevano ottenuto il riconoscimento di un risarcimento del danno per somme varianti dai 2 mila e 500 a 15 mila euro a carico dell'erario. La corte d'appello aveva confermato questa statuizione, la quale aveva anche superato il vaglio della Cassazione.

    Senonché, in ragione sia del decorso del tempo - che aveva determinato la prescrizione dei reati - sia dell'indulto del 2006 sia ancora delle decisioni giudiziali sui diversi passaggi probatori e sia, da ultimo, della mancanza nel nostro ordinamento penale del reato di tortura, i ricorrenti avevano assistito alla definitiva assoluzione di molti dei soggetti responsabili delle lesioni da lui subite. Né costoro erano stati sottoposti a procedimento disciplinare alcuno. Per questo si erano rivolti alla CEDU, lamentando la violazione dell'articolo 3 della Convenzione (divieto della tortura e di trattamenti disumani e degradanti).

    La Corte - similmente ai precedenti Cestaro del 2015 e Bartesaghi Gallo del 2017 - evidenzia che l'art. 3 impone anche obblighi procedurali di sanzionare i responsabili delle violazioni, che l'ordinamento nel suo complesso aveva impedito di adempiere. In questo contesto, i ricorrenti potevano vantare un diritto alla giustizia che è stato loro negato. Sicché - accertata la sussistenza di fatti di tortura contrari all'articolo 3 - la Corte all'unanimità condanna l'Italia per la violazione del medesimo articolo 3 sotto i profili sia materiale sia procedurale.

    Testo integrale (in francese)
    Sintesi
  • 16/11/2017
    N° ricorso: 
    30801/06

    Messana n. 3 - in materia di espropriazione indiretta. Constata la violazione dell'art. 1 Prot. n. 1 CEDU, relativo alla protezione della proprietà, poiché l'espropriazione indiretta si pone in contrasto con il principio di legalità, non assicurando un sufficiente grado di certezza giuridica.


    Testo integrale (in francese)
    Sintesi
  • 16/11/2017
    N° ricorso: 
    17527/05

    Conti e Lori - in materia di espropriazione indiretta. La Corte, respinta l'istanza di cancellazione dal ruolo presentata dal Governo convenuto ai sensi dell'art. 37, constata la violazione dell'art. 1 Prot. n. 1 CEDU, relativo alla protezione della proprietà, poiché l'espropriazione indiretta si pone in contrasto con il principio di legalità, non assicurando un sufficiente grado di certezza giuridica.


    Testo integrale (in francese)
    Sintesi
  • 16/11/2017
    N° ricorso: 
    37199/05

    Messana n. 4 - in materia di espropriazione indiretta. Constata la violazione dell'art. 1 Prot. n. 1 CEDU, relativo alla protezione della proprietà, poiché l'espropriazione indiretta si pone in contrasto con il principio di legalità, non assicurando un sufficiente grado di certezza giuridica.


    Testo integrale (in francese)
    Sintesi
  • 07/12/2017
    N° ricorso: 
    35637/04

    Arnoldi - in materia di ragionevole durata del processo. Il caso riguarda l'eccessiva durata di un procedimento penale, conclusosi con una sentenza di non luogo a procedere per l'intervenuta prescrizione del reato. La sig.ra Arnoldi, parte offesa, aveva adito la corte d'appello per ottenere l'indennizzo ai sensi della legge Pinto. Tale istanza era stata dichiarata inammissibile, posto che per l'ordinamento interno la ricorrente è considerata parte del procedimento penale, in quanto per il protrarsi della fase delle indagini preliminari il reato si era estinto per prescrizione prima ancora che venisse celebrata l'udienza preliminare, nella quale ella avrebbe potuto costituirsi parte civile. La Corte EDU, adita dalla ricorrente, ritiene che il periodo da prendere in considerazione, ai fini della valutazione della durata ragionevole di un procedimento, decorre dal momento in cui la persona che si ritiene vittima di una violazione esercita uno dei diritti o delle facoltà riconosciutele per legge. Pertanto, la Corte dichiara sussistente la violazione dell'art. 6, par. 1 CEDU, stante l'irragionevolezza della durata delle indagini preliminari, protrattesi per più di sette anni.


    Testo integrale (in francese)
    Sintesi
  • 07/12/2017
    N° ricorso: 
    4180/08 e altri

    Frubona Cooperativa Frutticoltori Bolzano-Nalles S.C.A. e altri - in materia di diritto ad un processo equo, sotto il profilo della ingerenza del legislatore nell'amministrazione della giustizia. Nel corso degli anni '80 (del secolo scorso), la legislazione italiana prevedeva una serie di benefici fiscali e contributivi per le aziende agricole, con riguardo ai rapporti di lavoro da queste intrattenuti con i dipendenti. Nel luglio 1988 l'INPS, aveva emanato una circolare applicativa in cui si chiariva la natura alternativa tra i benefici fiscali e quelli contributivi. 50 società agricole, la cui sfera era stata attinta negativamente dalla determinazione dell'ente previdenziale, avevano adito la sede giurisdizionale per l'annullamento della circolare. Nelle more del giudizio, era stata approvata la legge n. 326 del 2003, che aveva recepito il contenuto della circolare, ribadendo la natura alternativa e non cumulativa dei benefici fiscali, da un lato, e previdenziali, dall'altro. Il contenzioso domestico era stato quindi definito in senso sfavorevole alle società agricole interessate. Queste avevano pertanto adìto la CEDU, lamentando la lesione del diritto a un processo equo, in ragione della retroattività della disposizione legislativa introdotta.

    La Corte - conformandosi alla sentenza Silverfunghi c. Italia - conclude che vi è stata violazione dell'art. 6 della Convenzione.


    Testo integrale (in francese)
    Sintesi
  • 07/12/2017
    N° ricorso: 
    63190/16

    Beccarini e Ridolfi - in materia di affidamento di minori. Il caso prende le mosse dal ricorso presentato dai nonni materni di tre bambini. Constatata l'incapacità della madre di prendersene cura, le autorità avevano affidato i minori ai nonni. A causa di complicazioni relazionali manifestate dai bambini, legati alla separazione dalla madre, i ricorrenti avevano chiesto aiuto ai servizi sociali. Nel 2012 questi ultimi avevano presentato al tribunale dei minori di Ferrara una relazione nella quale, accertata l'incapacità dei nonni di esercitare le responsabilità connesse alla cura dei nipoti, ne avevano suggerito il collocamento presso una casa famiglia e l'avvio della procedura per l'adozione. Dal 2012 al 2017, i ricorrenti non avevano più incontrato i nipoti, sebbene nel 2014 il tribunale avesse ordinato la ripresa graduale dei contatti.
    I ricorrenti avevano quindi adito la Corte EDU, lamentando la violazione del loro diritto al rispetto della vita familiare stante l'interruzione di ogni rapporto con i minori a partire dal 2012. In particolare, essi si erano doluti del fatto che nessuna autorità giudiziaria avesse disposto l'interruzione dei rapporti e che nessun esperto si era pronunciato circa la loro capacità di prendersi cura dei minori. Essi inoltre avevano eccepito la mancata esecuzione della decisione del tribunale dei minori del 2014 con la quale era stata disposta la ripresa graduale dei rapporti.

    La Corte dichiara sussistente la violazione dell'art. 8 CEDU, in quanto le autorità nazionali non hanno profuso sforzi adeguati e sufficienti per mantenere il legame familiare tra i ricorrenti e i nipoti, violando così il loro diritto al rispetto della vita familiare.


    Testo integrale (in francese)
    Sintesi
  • 14/12/2017
    N° ricorso: 
    26431/12, 26742/12, 44057/12, 60088/12

    Orlandi e altri - in materia di vita privata e familiare. Il caso inerisce al ricorso di diverse coppie omosessuali, le quali avevano domandato alle autorità italiane di trascrivere i loro matrimoni contratti all'estero. Nei ricorsi si fa riferimento alla circostanza che le coppie interessate vivevano in una relazione stabile e che, in diversi Paesi esteri (USA, Canada, Paesi Bassi e altri), esse avevano, sulla base della relativa legislazione, contratto matrimonio.

    Viceversa, la legge italiana non prevede il matrimonio tra persone dello stesso sesso, né - fino all'entrata in vigore della legge n. 76 del 2016 - contemplava altri istituti volti ad assicurare alle persone dello stesso sesso, legate da vincoli stabili, forme equiparabili di tutela. Pertanto, le domande di trascrizione erano state respinte.

    Di qui il ricorso alla Corte EDU, con l'invocazione della violazione dell'art. 8 (tutela della vita privata e familiare), in combinato disposto con gli articoli 14 ( divieto di discriminazione) e 12 (diritto degli uomini e delle donne a sposarsi e avere una famiglia).

    La Corte ha ribadito il margine di apprezzamento discrezionale concesso ai Paesi sottoscrittori nel disciplinare il contenuto degli istituti di promozione e tutela della vita familiare. Da questo punto di vista, non ha ritenuto che l'assenza del riconoscimento del matrimonio omosessuale costituisca di per sé una violazione dell'articolo 8. Essa, tuttavia, ha affermato che le coppie omosessuali devono essere riconosciute sotto il profilo giuridico, in modo tale da riceverne sufficienti livelli di tutela. La Corte ha evidenziato che vari Stati sottoscrittori - pur non prevedendo il matrimonio - offrono alle coppie omosessuali l'istituto dell'unione civile, la quale garantisce effetti giuridici simili. Ove l'Italia non avesse predisposto alcuno strumento giuridico in tal senso, questo si sarebbe risolto - attraverso il diniego della trascrizione del matrimonio contratto all'estero - in una violazione dell'articolo 8. Tuttavia, la Corte ha preso atto dell'entrata in vigore della legge n. 76 del 2016, che ha introdotto nell'ordinamento italiano le unioni civili. Pertanto, i giudici di Strasburgo hanno riconosciuto la violazione dell'art. 8 CEDU (senza peraltro esaminare il suo combinato disposto con gli articoli 12 e 14), limitatamente al solo periodo intercorrente tra il rigetto della domanda di trascrizione del matrimonio e l'entrata in vigore della citata legge.

    Testo integrale (in inglese)
    Sintesi
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