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XIX LEGISLATURA

Allegato B

Seduta di Lunedì 9 dicembre 2024

ATTI DI INDIRIZZO

Mozioni:


   La Camera,

   premesso che:

    il nostro Paese retrocede sul fronte della produzione industriale e del prodotto interno lordo. I dati Istat evidenziano il calo per la produzione industriale per il ventesimo mese consecutivo e una crescita stagnante del Pil – con risultati sotto la media europea – e fotografano uno stato dell'arte già denunciato a più riprese da quasi tutte le organizzazioni sindacali;

    in particolare, i dati forniti dall'Istat mostrano a settembre 2024 come la produzione industriale italiana registri una diminuzione dello 0,4 per cento rispetto ad agosto, confermando il trend negativo che persiste ormai da mesi. L'indice destagionalizzato mostra una contrazione su base annua del 4 per cento in linea con la stagnazione che sta caratterizzando il settore produttivo italiano; la narrazione di un Paese in crescita, che ha riconquistato un forte ruolo europeo e internazionale e che ha invertito la tendenza, non è credibile. Dietro i dati sull'occupazione esaltati da questo Governo si nascondono precarietà e part-time involontari, diminuzioni delle ore lavorative, ricorso continuo alla cassa integrazione ordinaria, un macroscopico problema salariale e di capacità economica delle famiglie, sempre più in difficoltà; la totale assenza di politiche industriali capaci di rendere competitive le nostre imprese;

    lo scopo principale della politica industriale risiede nella creazione di un ambiente favorevole all'industria in grado di stimolare l'innovazione, aumentare la produttività, creare posti di lavoro e promuovere la crescita economica sostenibile;

    l'industria rappresenta il settore economico di riferimento del tessuto economico italiano. Le attuali difficoltà nel mantenimento e nello sviluppo dei livelli produttivi di questo comparto rendono necessari interventi di politica industriale volti all'eliminazione delle diseconomie strutturali, legate a normative nazionali, che contribuiscono alla perdita di competitività del nostro Paese;

    le piccole e medie imprese, volano del sistema produttivo italiano, negli anni passati hanno potuto contare su assetti distributivi e su politiche di espansione determinate da interventi sui redditi e a favore della piena occupazione che ne hanno favorito anche la persistenza sul mercato interno;

    attualmente le criticità maggiori riscontrate riguardano proprio il mercato domestico, in cui risultano evidenti le debolezze del sistema produttivo, imputabili, inter alia, ad un sistema fiscale sbilanciato su imprese e famiglie, gravi ritardi infrastrutturali, la presenza invasiva della burocrazia, la stretta al credito da parte di banche, il pessimo funzionamento dei servizi, le poche risorse destinate alla ricerca e sviluppo, la presenza di forti squilibri tra il nord e il sud del Paese unita agli scarsi incentivi allo sviluppo della green economy;

    è necessario che siano ripristinate le condizioni affinché le realtà industriali di maggior peso e vocazione internazionale, insieme alle piccole e medie imprese allocate nei settori strategici e in altri comparti possano svilupparsi in termini di innovazione nel prodotto e nei sistemi produttivi;

    esistono ampi margini per lo sviluppo di comparti trascurati e suscettibili di forte innovazione quali, ad esempio, quello della produzione automobilistica legata ai motori a zero impatto ambientale, ad altissimo valore aggiunto che andrebbe preso in considerazione nel contesto di una pianificazione industriale mai realizzata e attuata nel nostro Paese;

    a partire da dicembre 2022 il Consiglio europeo ha sottolineato l'importanza di una politica industriale europea ambiziosa per adeguare l'economia alle transizioni verde e digitale per ridurre le dipendenze strategiche. A tal fine, la Commissione ha presentato una comunicazione dal titolo «Un piano industriale del Green Deal per l'era a zero emissioni nette» al fine di accelerare la trasformazione a zero emissioni nette dell'industria e porre l'Europa sulla strada verso la neutralità climatica con l'obiettivo di rendere le sue industrie più competitive a livello mondiale e ad aumentarne l'autonomia e la resilienza ed affidare al settore industriale la guida del cambiamento, dell'innovazione e della crescita nelle transizioni verde e digitale nonché e ridurre le dipendenze strategiche;

    con l'adozione, nel maggio 2024, del regolamento sull'industria a zero emissioni nette il Consiglio ha inteso accelerare i progressi verso gli obiettivi 2030 dell'UE per l'energia e il clima e la transizione verso la neutralità climatica rafforzando, al contempo, la competitività dell'industria europea attraverso la creazione di posti di lavoro di qualità ed aumentare indipendente dal punto di vista energetico;

    in un contesto di importanti cambiamenti tecnologici, economici e geopolitici, l'Europa ha bisogno di un'industria competitiva che abbia una solida base manifatturiera per stimolare l'innovazione, la produttività, la creazione di posti di lavoro, la sostenibilità e la crescita nei settori chiave della transizione verde e digitale indicati dal quadro programmatico e regolatorio di lungo termine dell'Unione europea;

    l'elezione di Donald Trump e l'ombra di una nuova svolta protezionistica degli Stati Uniti mettono a serio rischio la sopravvivenza di molte imprese nazionali e di diversi comparti produttivi (esempio macchinari, autoveicoli e prodotti chimici) – già alle prese con una situazione difficile a livello congiunturale e strutturale;

    gli Stati Uniti costituiscono il secondo mercato di sbocco per il made in Italy e, per alcuni settori in particolare, gli USA restano un Paese-chiave a livello di export. Un problema per il nostro Paese il cui sistema industriale negli ultimi anni è stato tenuto in piedi dalla domanda di beni e servizi dei due partner commerciali storici, Francia e Germania che, specie nell'attuale momento storico, si trovano in crisi;

    secondo le stime di Goldman Sachs, riportate da Euronews, un dazio del 10 per cento sull'import Usa dall'Europa farebbe calare il Pil dell'Eurozona dell'1 per cento. Proiezioni ancora più plumbee stimano che le misure di Trump rallenterebbero la crescita europea dell'1,5 per cento entro il 2028, spingendo il Vecchio Continente verso una spirale recessiva;

    alla predetta situazione si aggiungono i prezzi alti delle materie prime utilizzate da vari settori manifatturieri, prezzi che penalizzano fortemente la competitività delle nostre imprese, non solo nei settori più energivori. Da ottobre 2024 il prezzo del gas in Europa è arrivato a 40 euro/MWh, un balzo del +57 per cento dai 26 euro di febbraio: ciò agisce al rialzo sui prezzi dell'elettricità pagati dalle imprese italiane e sulla competitività delle medesime rispetto ad altre economie;

    il 2025 sarà un anno cruciale per l'industria nazionale, considerato il rallentamento economico, le crisi geopolitiche in atto e gli alti costi dell'energia che continuano a gravare su famiglie e imprese. I conflitti in Ucraina e Medio Oriente aumentano l'incertezza, frenano gli investimenti e aggravano la situazione di molti settori strategici. Sfida non facile, considerata la forte crisi del manifatturiero, dell'automotive (che quest'anno fermerà la produzione sotto al 50 per cento dell'obiettivo di un milione di autoveicoli rilanciato a più riprese dal Governo) e della siderurgia (in uno scenario dell'acciaio in cui dall'Ilva di Taranto a Piombino le incertezze dominano);

    con particolare riferimento al settore dell'automotive, secondo recenti dati Anfia, la produzione di autovetture è crollata del 35,5 per cento nei primi sette mesi dell'anno e del 54,7 per cento nel mese di luglio. Sono inoltre slittati anche gli investimenti da parte di Stellantis nella gigafactory di batterie di Termoli anche a seguito del dirottamento su altri progetti da parte del Ministero delle imprese e del made in Italy dei 250 milioni del Pnrr che vi erano stati destinati. Si tratta di un comparto produttivo nel quale si sta producendo il 29 per cento in meno che nel 2023, è cresciuto significativamente l'utilizzo degli ammortizzatori sociali, l'indotto sta vivendo una crisi senza segnali di inversione a causa delle scelte strategiche di Stellantis di spostare la catena di fornitura in paesi con minor costo del lavoro e si prosegue nello spezzettamento del gruppo, con l'annunciato spin off di Comau ad un fondo di investimento;

    anche il settore siderurgico nazionale in generale e la questione ex Ilva in particolare risultano privi di un piano industriale di prospettiva. Eppure, il mantenimento della produzione di acciaio primario nel processo di decarbonizzazione rappresenta un impegno importante per lo sviluppo dell'economia nazionale. L'Italia è il secondo produttore d'acciaio in Europa e l'11° al mondo: nel 2019 nel nostro Paese sono state prodotte 23,2 metri di acciaio. L'82 per cento di questo è acciaio da riciclo, prodotto cioè fondendo prevalentemente rottami ferrosi nei forni elettrici ad arco, insieme ad aggiunte di ghisa e spugna di ferro. Il restante 18 per cento è acciaio primario, prodotto con ciclo integrale a partire dai minerali ferrosi presso lo stabilimento Acciaierie d'Italia di Taranto;

    il rapido progresso dell'intelligenza artificiale (IA) sta cambiando lo scenario imprenditoriale. Si tratta di una tecnologia trasformativa che ha il potenziale per rivoluzionare i settori industriali e di accompagnare le imprese nella doppia transizione, ma che, al contempo, ancora manca di finanziamenti pubblici adeguati in grado di sostenere il tessuto imprenditoriale e renderlo più reattivo all'innovazione, nonché di competenze specifiche da parte delle stesse piccole e medie imprese per comprenderne l'impatto e le potenzialità nell'immediato futuro;

    a legislazione vigente, il 2025 sarà anche l'anno in cui terminano misure fondamentali quali Transizione 4.0, Transizione 5.0, l'accesso ai crediti d'imposta per l'attività di innovazione tecnologica (sia nella versione base sia nella versione maggiorata per tecnologie 4.0 e per la transizione energetica) e quelle di design e ideazione estetica nonché decontribuzione Sud, misure che favoriscono le imprese nazionali attraverso la previsione di un insieme di misure organiche e complementari in grado di sostenere gli investimenti e lo sviluppo tecnologico del tessuto imprenditoriale italiano, caratterizzato in prevalenza da realtà produttive piccole e medie;

    le predette misure, come confermano i dati dell'Osservatorio Mecspe, hanno avuto un impatto significativo sulla crescita delle aziende sotto il profilo della trasformazione digitale (31 per cento della Ricerca e sviluppo (R&D) (14 per cento), della formazione (26 per cento) e della sostenibilità (14 per cento) consentendo un miglioramento della produttività aziendale (44 per cento), della strumentazione tecnologica (35 per cento) e delle condizioni di lavoro generali (25 per cento);

    a parere del firmatario del presente atto, il timido disegno di legge di bilancio 2025, approvato dal Consiglio dei ministri e attualmente in esame presso la Camera, prevede poco o nulla, nel biennio 2026-2027, in materia di investimenti capaci di consentire alle imprese di avere un orizzonte programmatico, limitandosi a concentrare le scarse risorse disponibili sulla realizzazione di specifici progetti infrastrutturali, primo fra tutti il Ponte sullo Stretto di Messina, e solo residuali misure di sostegno agli investimenti di portata generale, fatta eccezione per la conferma della legge Sabatini per gli acquisti o per il leasing di beni strumentali; i cosiddetti contratti di sviluppo gestiti da Invitalia per i grandi investimenti soprattutto al Sud e infine i cosiddetti accordi per l'innovazione, ovvero i contributi diretti per i progetti di ricerca industriale;

    l'attuale Governo non è andato oltre le solite dichiarazioni generali, prevedendo generiche «misure di sostegno alle micro e piccole imprese nel rinnovamento dei loro processi produttivi», anche per favorire la diffusione delle tecnologie avanzate. Intenti che, de facto, non hanno visto concreta realizzazione. Prova ne è il summenzionato calo della produzione industriale, quale segno evidente dell'assenza di politiche industriali capaci di dare respiro e rilancio alle imprese tramite investimenti urgenti per modernizzazione, la transizione ecologica e digitale dei processi produttivi e un piano nazionale che sappia valorizzare i settori strategici produttivi attraverso cui le piccole e medie imprese possono guadagnare competitività sui mercati internazionali;

    le transizioni digitale ed ecologica costituiscono dei driver di sviluppo che impattano su una molteplicità di interessi generali i quali richiedono una visione d'insieme per il sistema industriale italiano, fatto di imprese anche piccole e medie (Pmi). Ciò implica non solo «programmare» l'innovazione ma anche fare scelte mirate e consapevoli rispetto a dinamiche che toccano la società e l'ambiente nel loro complesso e che esigono una nuova governance nazionale basata su un efficace coordinamento, suscettibile di consentire il dialogo tra i diversi livelli di governo del territorio nelle sedi istituzionali deputate, e al contempo una sintesi dei diversi interessi;

    l'offerta industriale dovrà avere un ruolo fondamentale, non tanto e non solo per le prestazioni ambientali dei suoi impianti, quanto per il mutamento qualitativo della produzione che, condizionato dalla domanda green, influenzerà la struttura produttiva nel suo insieme. Il sistema produttivo e industriale è influenzato da una correlazione positiva tra diminuzione della CO2 da un lato, e aumento degli investimenti in ricerca-sviluppo, nonché innovazione tecnologia dall'altro: è, pertanto, anzitutto strategico «aggredire» i settori più inquinanti, responsabili del 75 per cento delle emissioni di CO2 delle attività industriali, a loro volta responsabili di circa il 20 per cento delle emissioni totali, ma capaci di produrre solo l'11 per cento del valore aggiunto e il 9 per cento degli occupati del comparto industriale. Il percorso di transizione energetica e digitale in questi settori è, infatti, elemento essenziale alla loro stessa futura capacità di competizione nel mercato globalizzato;

    sarà fondamentale promuovere e rafforzare strumenti quali i Power purchase agreements (PPA) per garantire le imprese dalla volatilità dei prezzi dell'energia e minimizzare gli oneri in bolletta;

    coerentemente con il processo di transizione ecologica in atto, occorre puntare poi sull'idrogeno da fonti rinnovabili il cui utilizzo, commisurato alla sua funzione di concorrere al raggiungimento degli obiettivi di riduzione delle emissioni, è da prevedersi solo nei settori «hard to abate» (siderurgia, raffinazione del petrolio, chimica, cemento, vetro e cartiere) e non in quelli dove l'elettrificazione è già ora la soluzione più idonea e conveniente. A tal fine, è fondamentale dare vita ad una filiera nazionale di tecnologie connesse alla sua produzione (elettrolizzatori, celle a combustibile e componenti ancillari al processo produttivo);

    per ridurre in modo significativo la dipendenza energetica dalle importazioni di energia di combustibili fossili, l'approvvigionamento energetico dovrà essere orientato verso un cambiamento strutturale nel mix delle fonti energetiche a favore di un sempre più diffuso aumento di nuova capacità rinnovabile e di un incremento di produzione elettrica da Fer. Una maggiore diffusione di energie rinnovabili e un maggiore ricorso a forme di autoconsumo collettivo e alla costituzione di comunità energetiche rinnovabili, oltre a contribuire alla decarbonizzazione dell'approvvigionamento energetico, determinano prezzi accessibili per le piccole e medie imprese e i consumatori domestici; con specifico riguardo al settore automotive, settore italiano con il più elevato numero di eccellenze nella produzione di autoveicoli di alta gamma e commerciali e relativa componentistica, sarà necessario sviluppare un piano industriale serio e di lungo periodo per accompagnare la riconversione dell'intera filiera, ivi inclusa la riconversione, la riqualificazione e lo sviluppo delle competenze dei lavoratori del comparto, ponendo tuttavia la dovuta attenzione, sia sotto il profilo industriale che occupazionale, alla risoluzione delle crisi aziendali in atto per scongiurare un effetto critico moltiplicatore anche sulle aziende dei servizi e della componentistica,

impegna il Governo:

1) a non intraprendere iniziative tese a consentire nuovamente lo sfruttamento e l'impiego dell'energia nucleare con le tecnologie attualmente disponibili, incapaci di abbattere i costi energetici per le imprese e di renderle competitive nel breve-medio periodo e ad adottare opportune iniziative per un piano di investimenti volto ad incrementare i finanziamenti pubblici per le realtà imprenditoriali che investono nella ricerca scientifica in materia di efficienza energetica, di fonti rinnovabili, di trasmissione, distribuzione e stoccaggio dell'energia elettrica, destinando la gran parte dei fondi disponibili alla ricerca nei predetti campi, da considerare predominanti e con vantaggi maggiori su scala temporale, per il raggiungimento degli obiettivi al 2030 e 2050 e la riduzione dei costi energetici del tessuto industriale;

2) al fine di massimizzare il consumo locale di energia e condividere l'energia prodotta tra imprese, enti locali e cittadini, ad adottare iniziative, anche normative, volte a rimuovere le barriere territoriali, legislative e regolatorie che ancora ostacolano una adeguata diffusione delle comunità energetiche rinnovabili, semplificando al contempo alcuni meccanismi tecnici delle regole operative del Gse e valutando l'introduzione di misure capaci di garantire il credito per le piccole e medie imprese che devono sostenere gli investimenti;

3) ad adottare iniziative normative volte a modificare il Piano «Transizione 4.0» prevedendo:

   a) la maggiorazione del credito d'imposta per l'acquisto di beni strumentali (materiali ed immateriali) e contestualmente l'incremento delle relative aliquote;

   b) la modifica dell'elenco dei beni agevolabili al fine di adeguarlo, se necessario, alle più avanzate tecnologie;

   c) l'introduzione della cessione del credito verso banche per i soli crediti beni strumentali, trattandosi di investimenti certificati e verificabili;

   d) l'incremento delle aliquote dei crediti in ricerca e sviluppo, innovazione, design e ideazione estetica, innovazione green nonché l'innalzamento del 20 per cento dell'aliquota per le attività di R&S nell'ambito della ZES unica;

   e) l'istituzione di un fondo per la formazione in nuove tecnologie teso a favorire l'acquisizione o a consolidare le competenze nelle tecnologie rilevanti per la trasformazione tecnologica e digitale del personale dipendente delle imprese con l'obiettivo di rispondere all'esigenza di queste ultime di ammodernamento dei processi produttivi;

4) ad adottare iniziative normative volte a differire il termine per il completamento degli investimenti del Piano «Transizione 5.0» nonché a semplificare la fruibilità per le imprese degli incentivi previsti dal predetto meccanismo al fine di accelerarne la transizione, di stabilizzare i segnali di crescita dell'economia e scongiurare la frenata degli investimenti;

5) a valorizzare il potenziale sistemico delle imprese partecipate dallo Stato, anche attraverso l'introduzione di un nuovo modello di governance, che favorisca il dialogo su temi comuni (energia, digitale, tecnologie ingegneristiche, logistica e trasporti) per il coordinamento dei piani industriali e l'adozione di nuove iniziative;

6) a favorire interventi che facilitino le reti di impresa ed i processi di aggregazione, in particolare nelle filiere proiettate sui mercati esteri, anche attraverso una riforma del cosiddetto Bonus aggregazioni;

7) ad adottare iniziative normative volte a ripristinare l'aiuto alla crescita Economica (ACE) con agevolazione al 15 per cento per sostenere la crescita economica e la patrimonializzazione delle imprese;

8) ad adottare iniziative normative volte ad estendere il bonus ristrutturazioni edilizie per rilanciare un settore strategico per la crescita del Paese;

9) ad adottare iniziative di competenza volte ad allineare le tariffe di energia agli altri Paesi europei, in modo da favorire sia gli utenti domestici che le imprese;

10) a costituire un Osservatorio sulle applicazioni dell'IA per le Pmi che promuova, in collaborazione sinergica, l'elaborazione di protocolli, progetti di ricerca e linee guida riguardanti le applicazioni dell'IA in ambito produttivo e che favorisca l'utilizzo dell'intelligenza artificiale suggerendo azioni adottabili dalle start-up e dalle Pmi per adeguare i propri sistemi alle tecniche di machine learning di intelligenza artificiale;

11) ad adottare iniziative volte a ripristinare con urgenza la dotazione del fondo automotive, notevolmente definanziato delle risorse destinate al rilancio in chiave green del settore;

12) a definire appositi piani per una «transizione giusta» e una maggiore competitività, nel medio e lungo periodo, dei lavoratori del settore automobilistico, garantendo continuità occupazionale e produttiva attraverso misure di sostegno per il comparto e i dipendenti, di concerto con le organizzazioni di categoria maggiormente rappresentative, con le parti sociali, le istituzioni interessate e i sindacati, nonché ad adoperarsi per la risoluzione delle varie crisi aziendali, ivi incluse quelle afferenti il settore della componentistica, mediante un serio e lungimirante piano industriale volto ad un rilancio del settore nel processo di transizione verso la produzione di nuovi mezzi di trasporto a zero emissioni, anche mediante l'introduzione di investimenti strategici e di lungo periodo volti alla realizzazione di nuove piattaforme produttive di modelli cosiddetti small, di nuovi modelli nonché di investimenti in ricerca e sviluppo;

13) a condizionare la concessione di ulteriori contributi, prestiti o investimenti al mantenimento della produzione di nuovi modelli sul territorio nazionale e alla difesa dei livelli occupazionali e produttivi;

14) a promuovere interventi di riqualificazione produttiva e diversificazione industriale, mediante la progressiva decarbonizzazione del processo produttivo dell'acciaio, incentivando la realizzazione di forni elettrici alimentati con idrogeno verde da installare presso gli impianti siderurgici nazionali;

15) a favorire e sostenere, con particolare riferimento alle filiere a valle della produzione di acciaio primario, partnership industriali garantite dallo Stato con strumenti quali, inter alia, i contratti per differenza, al fine di abbattere i costi di acquisto dell'acciaio verde e renderlo competitivo rispetto a quello prodotto da altiforni a carbone;

16) ad adottare iniziative volte ad incentivare la produzione e l'utilizzo di idrogeno da fonti rinnovabili solo per settori specifici per i quali l'elettrificazione sia tecnicamente difficile o altamente inefficiente e per i quali il ricorso a questo vettore sia la soluzione economicamente ed ambientalmente più efficace esempio settori «hard-to-abate» e trasporti pesanti) nonché a prevedere aiuti agli investimenti e stimolare la domanda di acciaio «verde», facendo leva sugli appalti pubblici e incoraggiando un medesimo comportamento anche nel settore privato;

17) ad implementare misure volte a incentivare tecnologie per la produzione e lo stoccaggio dell'idrogeno prodotto da fonti rinnovabili.
(1-00376) «Pavanelli, Appendino, Cappelletti, Ferrara, Ilaria Fontana, L'Abbate».


   La Camera,

   premesso che:

    il rapporto del Presidente Mario Draghi sul futuro della competitività in Europa evidenzia come l'Unione europea stia scontando un grave rallentamento della produttività, in un contesto demografico sfavorevole e di deterioramento del quadro di relazioni internazionali nel quale la crescita europea era stata finora garantita, e questo mette a rischio il futuro dell'Unione europea dei suoi Stati membri sia per quanto riguarda le future sfide economiche e geopolitiche, rispetto alle quali l'Unione europea non potrà ambire ad una posizione di leadership, sia per quanto riguarda le posizioni consolidate, a cominciare dal livello di benessere e di sicurezza economica e sociale del cittadini europei;

    lo stesso rapporto individua tre grandi campi d'azione per rilanciare la competitività europea: colmare il divario di innovazione rispetto agli Stati Uniti e la Cina, un piano congiunto per la de-carbonizzazione e la crescita, aumentare la sicurezza e ridurre le dipendenze;

    per raggiungere questi obbiettivi la quota di investimenti in Europa, programmati ed effettuati su scala continentale e non a livello di singoli Stati membri, dovrà aumentare di circa 5 punti percentuali sul Prodotto interno lordo quindi per soddisfare queste straordinarie esigenze di investimento senza sovraccaricare l'economia è necessario che il settore privato sia sostenuto da una rinnovata capacità di investimento pubblica, anche attraverso l'emissione di debito pubblico comune europeo;

    il debito pubblico comune europeo per la produzione di beni pubblici europei potrebbe dapprima seguire la via tracciata dal Next generation Europe, senza dare per il momento ancora vita ad una unione fiscale europea con una politica delle finanze e dei trasferimenti comuni, e rappresenterebbe comunque un debito garantito pro quota dagli stati membri, i quali dovrebbero a maggior ragione rimanere impegnati al controllo dei debiti pubblici nazionali secondo quanto previsto dal nuovo Patto di stabilità e di crescita;

    ad aprile del 2021 la Corte costituzionale tedesca, respingendo i ricorsi contro la condivisione dei debiti nell'Unione europea, ha dato il via libera al Recovery Fund, aprendo la strada alla creazione di strumenti di debito condiviso per rispondere a situazioni di emergenza che mettono a repentaglio la competitività e la sicurezza dell'Unione europea;

    il Governatore della Banca d'Italia Fabio Panetta, intervenendo recentemente al Foro di dialogo Spagna-Italia a Barcellona, ha lanciato la proposta di un productivity compact, ossia di «un programma di spesa comune per finanziare investimenti indispensabili per tutti i cittadini europei» attraverso l'emissione di un titolo pubblico europeo privo di rischio, in modo da creare un mercato unico di capitali in grado di finanziare l'innovazione e la crescita;

    anche Christine Lagarde, nel corso di una recente audizione presso la Commissione Econ del Parlamento europeo, ha definito «auspicabile» uno strumento di finanziamento comune «sia tramite una maggiore capacità fiscale sia tramite un debito congiunto». «Investimenti congiunti dell'Unione europea ben definiti aumenterebbero il potenziale di crescita e contribuirebbero alla stabilità macroeconomica. Invierebbero anche un forte segnale agli investitori», ha affermato la Presidente della Banca centrale europea;

    nel corso delle comunicazioni sul Consiglio europeo del 17 e 18 ottobre 2024, la Presidente del Consiglio dei ministri ha citato il rapporto Draghi sostenendo che nel dibattito sulle risorse necessarie «dovremo essere pronti a verificare la possibilità di nuovi strumenti di debito comune»,

impegna il Governo

1) a sostenere, nel quadro delineato nelle premesse, la necessità di individuare strumenti di debito comune per finanziare la crescita e la competitività europea e a promuovere attivamente le riforme e gli accordi necessari per raggiungere questo obbiettivo nel più breve tempo possibile.
(1-00377) «Della Vedova, Magi, Schullian».

Risoluzione in Commissione:


   La VIII Commissione,

   premesso che:

    gli pneumatici fuori uso (Pfu) sono classificati nel nostro ordinamento come rifiuto speciale non pericoloso, con codice CER 160103 che ne definisce la categoria secondo la direttiva 75/442/CEE. Il decreto legislativo n. 152 del 2006 (meglio noto come Testo unico ambientale – Tua) li classifica tra le «particolari categorie di rifiuti» la cui gestione è sottoposta a disposizioni specifiche;

    per la loro gestione, infatti, l'articolo 228 del Tua affida gli Pfu ad uno schema di responsabilità estesa del produttore (Epr – Extended producer responsibility), in applicazione del principio comunitario del chi-inquina-paga; tale sistema impone, «al fine di garantire il perseguimento di finalità di tutela ambientale», ai produttori/importatori «l'obbligo di provvedere, singolarmente o in forma associata e con periodicità almeno annuale, alla gestione di quantitativi di pneumatici fuori uso pari a quelli dai medesimi immessi sul mercato e destinati alla vendita sul territorio nazionale»;

    lo schema Epr è stato introdotto in Italia con il decreto ministeriale 11 aprile 2011, n. 82, rivisto e corretto con il più recente decreto ministeriale 19 novembre 2019, n. 182; il modello di Epr assicura all'ultimo anello della catena del ricambio, un gommista/meccatronico, una sorta di impegno da parte del sistema al ritiro gratuito dello pneumatico smontato e considerato rifiuto; non esiste, tuttavia, un vero e proprio diritto al ritiro degli Pfu per il gommista da far valere nei frequenti casi in cui il sistema risulta fallace;

    a finanziare il meccanismo di raccolta è destinato un extra prezzo, definito «contributo ambientale», che viene versato dal produttore/importatore al momento dell'immissione nel mercato, e che viene trasferito sul prezzo di vendita ai vari stadi della catena di distribuzione fino a gravare sul prezzo finale dello pneumatico nuovo (compresi quelli usati importati e ricostruiti su carcassa importata), pagato dal consumatore;

    a fine 2023 la Confederazione nazionale dell'artigianato e della piccola e media impresa (Cna), in seguito a un sondaggio interno, ha pubblicato il dato che i tempi d'attesa per il ritiro degli pneumatici fuori uso presso le attività commerciali interessate superano i 60 giorni, mediamente, e in un terzo dei casi ai 90, con sensibile frequenza di ritiri parziali, evidenziando plurime criticità nel sistema di raccolta;

    la situazione descritta espone gli operatori al rischio di sanzioni da parte degli organi di controllo: stando a un'indagine condotta da Cna su più di 500 gommisti, il 45 per cento delle imprese ha segnalato una giacenza superiore a 400 gomme e il 31 per cento una giacenza media di 300 gomme;

    Cna, inoltre, spiega che, sebbene i quantitativi di Pfu da ritirare vengano calcolati in base alle vendite ed esse non esulino dal controllo ministeriale, comunque persiste un problema legato alle piattaforme online: il commercio di gomme via internet è aumentato, si offrono prezzi più bassi a fronte di una sistematica evasione dell'Iva e del contributo ambientale; ciò causa incongruenze nel mercato che il Ministero non riesce a governare a causa della poca trasparenza sulla filiera;

    stando all'osservatorio «Cambio Pulito» di Legambiente, a fronte delle circa 500 mila tonnellate di Pfu raccolti ogni anno in Italia – avviati per circa il 50 per cento a riciclo e per il resto a recupero di energia – i flussi di pneumatici messi illegalmente in commercio oscillerebbero tra le 30 mila e le 40 mila tonnellate annue;

    secondo i dati raccolti dalla Federazione gomma plastica, l'organizzazione di categoria in ambito confindustriale che sostiene gli interessi delle aziende italiane associate, l'Italia è il secondo Paese europeo più rilevante nel settore gomma e plastica, dopo la Germania, per numero di unità locali, valori di fatturato e valore aggiunto: il comparto, infatti, che sostiene le più importanti industrie del Paese, è trainante per l'economia italiana, con oltre 150 mila addetti e con migliaia di aziende che fatturano complessivamente oltre 26 miliardi di euro, pari all'1,3 per cento del Pil del nostro Paese;

    la gestione degli Pfu è intrinsecamente connessa al mondo della gomma che, anche alla luce degli ultimi dati non brillanti sulle nuove produzioni di pneumatici, guarda con sempre maggiore attenzione agli Pfu; secondo Etrma (European tyre & rubber manufacturers' association) – l'associazione europea di riferimento dell'intero mercato dei manufatti in gomma, che monitora costantemente i dati sulle vendite in Europa degli pneumatici di ricambio per autovetture, autocarri e autobus, macchine agricole e moto e scooter – nel 2022, nel settore auto le vendite degli pneumatici di secondo equipaggiamento sono scese da 231.253 migliaia del 2021 a 225.838 migliaia registrando, quindi, una flessione del 2 per cento, mentre nel 2023 sono state vendute 4.600.000 unità di pneumatici invernali, in calo del -3,9 per cento rispetto al 2022; significativo l'incremento del prezzo medio (+6,5 per cento), che è passato da 147 a 156 euro;

    per quanto concerne i principali dati di produzione e gestione, diffusi di recente dall'Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale (Ispra), si rileva che, relativamente alla produzione, i quantitativi di Pfu generati eccedono le 530 mila tonnellate nel 2022, con un incremento del 7,8 per cento rispetto al 2021; per quanto riguarda la gestione, invece, il trattamento ha interessato circa 520mila tonnellate nel 2022, con una crescita del 6,5 per cento rispetto al 2021;

    tra le modalità gestionali prevale il recupero di materia, con 444.333 tonnellate (85,4 per cento), seguono la giacenza (59.634 tonnellate, 11,5 per cento) e il coincenerimento (15.994 tonnellate, 3,1 per cento), mentre 109 tonnellate risultano trattate mediante operazioni di smaltimento; queste stime non collimano con i dati comunicati dalle principali società consortili di gestione e con i quantitativi di materiale di recupero di Pfu effettivamente in circolazione, come sostengono le principali aziende di riciclo di Pfu;

    la principale strada per sostenere l'economia circolare degli Pfu porta necessariamente ai criteri di End of waste (Eow), ovvero la cessazione della qualifica di rifiuto per la gomma derivata da Pfu (granulati e polveri), così come disciplinato dal decreto del Ministro dell'ambiente 31 marzo 2020 n. 78; d'altronde le qualità tecniche e fisiche della gomma recuperata dagli pneumatici garantiscono elevate prestazioni in termini di elasticità e resistenza alla deformazione;

    in particolare, l'Allegato 2 del decreto elenca gli scopi specifici nei quali può essere impiegata la gomma vulcanizzata granulare (Gvg) ottenuta dai Pfu, tra cui conglomerati gommosi, mescole di gomma e gomma-plastica a condizione che gli stessi siano destinati a elementi strutturali e di rifinitura per l'edilizia, industria meccanica, componenti di mezzi di trasporto esterni all'abitacolo, costruzioni e infrastrutture ferroviarie e portuali, segnaletica e viabilità, pesi e contrappesi ma anche per la costruzione di asfalti particolarmente performanti;

    al fine di incentivare l'impiego dei materiali da riciclo degli Pfu, sono indispensabili leve economiche e fiscali, capaci di risolvere i fallimenti di mercato, lavorando soprattutto sulla domanda pubblica, attraverso il combinato disposto del green public procurement (Gpp) e dei relativi criteri ambientali minimi (Cam) previsto nel decreto dedicato alla costruzione delle strade da adottare nelle gare, scritto dal Ministero dell'ambiente e della sicurezza energetica (Mase), insieme a Ispra, e pubblicato in Gazzetta Ufficiale il 23 agosto 2024;

    ancora oggi, dopo 15 anni di applicazione concreta della disciplina vigente, non si conoscono alcuni dati fondamentali dello schema Epr nel caso degli Pfu, come, ad esempio, quali siano in Italia – ad oggi – i reali quantitativi di pneumatici nuovi immessi sul mercato o quanti Pfu vengano fittiziamente ritenuti riutilizzabili e reinseriti nel mercato in qualità di pneumatici usati o, ancora, quanti siano i punti di generazione del rifiuto;

    nell'espletamento degli obblighi rientranti all'interno degli schemi di Epr, i gestori collettivi, così come i gestori individuali, non vendono un prodotto, né offrono sul mercato un servizio; più semplicemente, assolvono ad un obbligo di legge – dato dal combinato disposto di Tua e decreto ministeriale n. 182 del 2019 – che ha finalità ambientali, ovvero la raccolta di tutti gli Pfu prodotti annualmente sull'intero territorio nazionale;

    sebbene ciò comporti che i singoli operatori trovino una loro efficienza operativa, anche ai fini di tenere più bassa possibile l'entità del contributo ambientale pagato dai consumatori, ogni altro fine risulta estraneo allo spirito dell'Epr; non a caso, le società consortili nascono senza scopo di lucro;

    poiché alcuni attori interpretando la propria mission all'interno degli schemi di Epr come quella di fornire servizi alle imprese (anche a quelle a carattere non prettamente ambientale), si pone un tema di regola della concorrenza rispetto agli operatori che operano fuori dagli schemi Epr, come lamentano molte imprese impossibilitate a intercettare i rifiuti necessari per le attività di riciclo;

    un modus operandi, quindi, che si pone in contrasto con lo spirito del Tua che vorrebbe tali attività finalizzate alla migliore raccolta degli Pfu e senza fini di lucro; anche se, soprattutto in riferimento agli ultimi due anni, si sta assistendo all'intervento nel sistema di raccolta di Pfu di soggetti con finalità di lucro, che operano alla stregua dei gestori senza scopo di lucro;

    se le società consortili dispongono di uno statuto, di un codice etico e di meccanismi di controllo interni, più o meno strutturati (a seconda dei casi), nel caso dei gestori individuali l'attività è sicuramente meno monitorata e meno tracciata; in pratica, essi rispondono formalmente al Ministero dell'ambiente e della sicurezza energetica, ma non sono disponibili informazioni pubbliche sulle loro performance, su come, e se, raggiungono i rispettivi target;

    non sono chiari quali siano i criteri di sostenibilità che devono essere rispettati dai singoli gestori, né esistono target per l'avvio a riutilizzo o a riciclo; spesso, infatti, un contributo ambientale basso può essere giustificato solo dall'ampio ricorso al recupero energetico, per via dei minori costi di gestione; se, quindi, gli schemi di Epr, nel caso degli Pfu ma anche per le altre filiere, sono sicuramente utili per incanalare i rifiuti presso catene del valore gestite, direttamente o indirettamente dagli stessi produttori, rimane il rischio che si generino dei mercati chiusi; mercati capaci di alimentare segmenti aggiuntivi di valore a beneficio quasi esclusivo dei produttori, al riparo sia dalla concorrenza nella fase di intercettazione dei rifiuti, in questo caso degli Pfu, potendo pure contare sul fatto che a finanziare il sistema sono i consumatori;

    si ottiene, così, una forma di mercato di fatto monopolistica, dove le inefficienze operative endogene e le criticità esogene, come sta accadendo oggi per le tensioni internazionali e l'aumento dei prezzi delle materie prime, sono coperte dal contributo ambientale, quindi dal prezzo finale del prodotto pagato dai consumatori;

    non è nemmeno noto quale sia l'ammontare complessivo del contributo ambientale che ogni anno incassano i gestori degli Pfu, informazione che dovrebbe ricavarsi dai bilanci presentati al Ministero dell'ambiente e della sicurezza energetica ogni anno; in base ad una stima approssimativa, considerando che il valore cambia a seconda della tipologia di pneumatico, con un contributo medio di 1,80 euro, per 40 milioni di pneumatici immessi al mercato in un anno, e ipotizzando una media di 10 kg a gomma, si può arrivare a quantificare una cifra di circa 72 milioni di euro;

    un'altra anomalia riguarda il fatto che – contrariamente alla lettera del Tua – questi modelli Epr hanno sostenuto l'intercettazione ma non hanno incentivato il riutilizzo, quindi le pratiche di prevenzione; dalle stime dell'Associazione italiana ricostruttori pneumatici (Airp), nel 2021 sono stati sottoposti ad attività di ricostruzione, quindi di preparazione per il riutilizzo, poco meno di 20 mila tonnellate di pneumatici usati, a fronte dei circa 400 mila tonnellate di immesso annuo, cioè poco più del 5 per cento;

    un'ulteriore anomalia si può rintracciare all'interno delle dinamiche stesse che hanno portato alla definizione del contributo ambientate, che vede quali unici protagonisti i produttori, singolarmente o tramite i consorzi; solo nel caso delle plastiche e della carta si è riusciti a declinare i contributi ambientali sulla base della riciclabilità dei prodotti immessi nel mercato, mentre nella gran parte dei restanti schemi Epr, i contributi rimangono sganciati da criteri misurabili di sostenibilità;

    nel caso degli Pfu a fronte di una prestazione unica, cioè la raccolta degli Pfu, ogni attore ha determinato il contributo secondo mere logiche interne, di efficienza gestionale e logistica dei singoli gestori, senza che questo rifletta i criteri di riciclabilità. Il problema non è la differenza di per sé dei singoli contributi ambientali, ma l'assenza di criteri per misurarne la loro efficacia nell'assolvimento delle finalità ambientali di cui sopra, visto che questi rappresenterebbero la leva principale a sostegno della prevenzione;

    un'altra criticità riguarda i criteri con i quali vengono definiti i target di raccolta dei singoli gestori e che dovrebbe aiutare a comprendere da dove arrivano gli extra target, ovvero le quantità di Pfu (circa 30-40 mila tonnellate all'anno, stima del Ministero dell'ambiente e della sicurezza energetica) non ritirati; gli extra target sono da attribuire a due fattori: il primo, la crescita del mercato nero di pneumatici nuovi commercializzati in evasione di contributo ambientale e di Iva, il secondo, la fallacia delle modalità di calcolo del target;

    il legislatore non ha, infatti, previsto un criterio oggettivo su come calcolare il target: se il contributo si applica al numero di pneumatici immessi nel mercato, il target di recupero è invece riferito al peso (poiché per convenzione il metro di misurazione dei rifiuti è il peso), quindi, nella pratica ciascun operatore ha scelto un proprio metodo, facendo riferimento, spesso, a metodologie di stima;

    esiste, inoltre, un disallineamento temporale tra i target fissati a inizio anno e le entrate da contributo ambientale che si incassano, invece, nell'anno corrente; è facile comprendere come tale disallineamento temporale tra i costi da sostenere (legati al target dell'anno precedente) e i ricavi dell'anno corrente derivanti dalle vendite degli pneumatici generi delle discrasie che inficiano l'azione degli operatori della raccolta;

    il disallineamento può portare, come è accaduto durante la pandemia di COVID-19, alla situazione concreta in cui i gestori collettivi oppure gli operatori individuali incassano meno contributi di quelli necessari per raccogliere il proprio target; oppure, può accadere l'esatto contrario (quando nell'anno corrente si incassa di più del target da raggiungere, sulla base dell'immesso al mercato dell'anno precedente), portando ad avanzi di gestione, che vengono tassati (altra anomalia) alla stregua di utili e sottratti dalla disponibilità degli operatori per la raccolta degli Pfu per gli anni successivi;

    sarebbe più logico, invece, che questi avanzi venissero «congelati» (per esempio vincolati come accade nel caso del contributo ambientale per i pannelli fotovoltaici) per le future esigenze di raccolta, fungendo da cassa di compensazione per situazioni in cui le risorse non sono sufficienti in relazione ai flussi da gestire;

    altre criticità riguardano la tracciabilità degli Pfu: non esiste un vero sistema di tracciabilità dei flussi dalla raccolta fino al recupero/smaltimento; non esiste, quindi, un meccanismo che consenta ai produttori di seguire l'iter degli pneumatici immessi nel mercato durante la loro vita; ciò perché finora, a livello internazionale, non si è riusciti a implementare un modello condiviso dalle case produttrici, per esempio tramite il marcaggio di ogni singolo pneumatico;

    ancora, si riscontra un'incongruenza legata al principio dell'assenza di fidelizzazione tra gestori e punti di generazione del rifiuto (gommisti), giustificata dal legislatore per evitare che gli obblighi Epr si trasformino in legami commerciali tra i gestori e i punti di generazione del rifiuto;

    il mandato, chiesto dal Tua e ribadito dal decreto ministeriale n. 182 del 2019, a carico di produttori/importatori è, infatti, di raccogliere l'equivalente dell'immesso al consumo; l'obbligo di raccolta per tutti i produttori/importatori che immettono ogni anno nel mercato più di 200 tonnellate di pneumatici si estende a tutto il territorio nazionale, seguendo l'ordine di chiamata per il ritiro; tuttavia, come documentato e segnalato più volte alle autorità competenti, molti distributori promettono alle officine attive anche nella vendita di ritirare gli Pfu sulla base degli pneumatici acquistati, creando una relazione diretta in contrasto col quadro normativo;

    la ratio scelta dal legislatore, infatti, è quella di evitare che si verifichi la situazione in cui il gestore collettivo si ponga in una posizione simile a quello di un intermediario economico, favorendo la raccolta degli Pfu giacenti presso i punti di generazione solo dietro conclusione di rapporti commerciali a favore dei propri clienti; in altre parole, le strategie commerciali degli operatori del settore non devono interferire con l'attività di raccolta degli Pfu;

    sussiste anche la possibilità che ciascun gestore possa raggiungere il target raccogliendo solo in luoghi di facile accesso (ad esempio vicino a grandi arterie stradali, aree commerciali, e altro); un'eventualità, questa, a cui il decreto ministeriale n. 182 del 2019 ha cercato di porre rimedio prevedendo l'obbligo di modulare le raccolte sulla base di aree geografiche;

    l'Allegato V del decreto ministeriale n. 182 del 2019 prevede, infatti, che i produttori e importatori degli pneumatici si ripartiscono semestralmente le quantità di raccolta per ciascuna area geografica, secondo le percentuali indicate nella tabella allegata. Come l'esperienza insegna, anche questa ripartizione per macro aree, si è rivelata inefficace a garantire un ritiro più omogeneo, in quanto di difficile applicazione soprattutto per le gestioni individuali;

    infine, tutti gli schemi di Epr prevedono che la responsabilità dei produttori possa essere assolta in forma collettiva, cioè attraverso delle società consortili appositamente costituite dai produttori stessi, oppure in forme individuali; questa scelta ha generato, concretamente, almeno due percorsi distinti: il primo, quello dei consorzi, che svolgono il proprio ruolo in maniera pubblica, assoggettandosi a forme di controllo interne ed esterne, e che si reggono su appositi statuti e procedure formali aperte e condivise e sulla pubblicità delle informazioni in merito alla loro attività; il secondo, quello dei sistemi Individuali, che invece agisce in maniera meno conosciuta e che risponde individualmente del proprio operato, al di fuori dei circuiti pubblici attivati dai primi;

    ne deriva che, se il Ministero dell'ambiente e della sicurezza energetica e, in generale, l'opinione pubblica può disporre di almeno una parte delle informazioni che i consorzi mettono a disposizione nei propri canali istituzionali, come accade per gli annuali report ambientali, le poche informazioni delle forme individuali transitano solo verso il Ministero dell'ambiente e della sicurezza energetica;

    con decreto Ministero dell'ambiente e della sicurezza energetica del 16 aprile 2024, n. 147, è stato istituito il Registro nazionale pneumatici, ai sensi dell'articolo 7, comma 1, del decreto ministeriale 19 novembre 2019, n. 182; tale registro, tuttavia, non risulta ad oggi idoneo al compito di risolvere le complesse problematiche legate al sistema di raccolta dei Pfu,

impegna il Governo:

   1) ad avviare immediatamente un tavolo con tutti i soggetti interessati, compresi i rappresentanti delle categorie dei produttori e della rete di distribuzione, vendita e montaggio degli pneumatici, nonché delle associazioni ambientaliste riconosciute ai sensi dell'articolo 13 della legge n. 349 del 1986, al fine di individuare problemi e criticità del sistema;

   2) ad adottare iniziative, per quanto di competenza, anche di carattere normativo, al fine di costituire un vero e proprio diritto al ritiro dei Pfu in capo agli operatori-gommisti, in quanto anello fondamentale di un meccanismo che persegue un interesse pubblico;

   3) a creare un sistema telematico di tracciabilità, gestito dal Ministero dell'ambiente e della sicurezza energetica, che comprenda al suo interno tutti i soggetti identificabili come punti di generazione di Pfu i quali matureranno diritti al ritiro in misura proporzionale al quantitativo di pneumatici acquisiti e saranno abbinati al soggetto preposto al ritiro più compatibile; tale compatibilità dovrà essere stabilita attraverso standard di prossimità territoriale ed efficienza nei ritiri, parametri in base al quale sarà modulato anche il costo stesso del ritiro; detto meccanismo dovrà, inoltre, farsi carico a livello di sistema degli extra costi dovuti alla raccolta nelle zone più difficilmente raggiungibili;

   4) ad adottare iniziative volte a sostenere e agevolare le imprese che operano regolarmente, attraverso un meccanismo di raccolta Pfu vincolato alla legittimità degli operatori, che devono essere qualificati ai sensi della legge 5 febbraio 1992, n. 122, e alla regolarità dell'acquisto degli pneumatici, attestata da idonea documentazione, in modo tale da garantire l'effettività del servizio ritiro a fronte del pagamento del contributo e contrastare fenomeni di abusivismo e concorrenza sleale, evitando che i consorzi procedano al ritiro presso operatori-gommisti che praticano irregolarmente la sostituzione di pneumatici, con i conseguenti rischi non solo per l'ambiente, ma anche ai fini della sicurezza stradale;

   5) a rendere pubblici i dati di raccolta degli pneumatici da parte dei soggetti autorizzati e le rispettive quote, attraverso un apposito portale;

   6) ad elaborare un criterio per la misurazione della quantità dei Pfu di riferimento, diverso dalle stime di peso medio non attendibili attualmente in uso, che sia oggettivo e univoco come, ad esempio, quello dei quantitativi delle bolle doganali, in cui viene utilizzato il peso effettivo del prodotto;

   7) a valutare l'opportunità di prevedere un nuovo extra target, quale strumento di supporto per alleviare le difficoltà operative degli autoriparatori-gommisti legate all'accumulo degli pneumatici nelle officine che espone al rischio di incorrere in pesanti sanzioni amministrative;

   8) ad adottare iniziative volte a rivedere il sistema di assegnazione dei quantitativi di Pfu secondo criteri che rispondano alle effettive esigenze e specificità territoriali, superando i problemi di accorpamenti in macroaree poco funzionali sul piano operativo come, ad esempio, quello delle Marche a Umbria e Toscana;

   9) ad adottare iniziative volte a elaborare un'estensione della diversificazione del contributo ambientale, alla stregua di quanto già adottato per gli imballaggi in carta e cartone e in plastica, in base al grado qualitativo di riciclabilità e riutilizzo del rifiuto immesso, al fine di incentivare la riduzione dei rifiuti prodotti e la preparazione per il loro riutilizzo, secondo l'ordinamento preferenziale prescritto dalla gerarchia dei rifiuti.
(7-00271) «Ilaria Fontana, Pavanelli, Sergio Costa, L'Abbate, Morfino, Santillo, Cappelletti, Ferrara».

ATTI DI CONTROLLO

PRESIDENZA DEL CONSIGLIO DEI MINISTRI

Interpellanza urgente (ex articolo 138-bis del regolamento):


   I sottoscritti chiedono di interpellare il Presidente del Consiglio dei ministri, il Ministro per gli affari europei, il Sud, le politiche di coesione e il PNRR, per sapere – premesso che:

   in data 9 luglio 2024, il Cipess ha approvato la delibera n. 40 del 2024 che ha disposto il definanziamento di progetti nell'ambito del piano di sviluppo e coesione Sicilia 2014/2020 per un importo complessivo di 338.734.846,51 euro;

   tale definanziamento è stato giustificato dal mancato raggiungimento di obbligazioni giuridicamente vincolanti (Ogv) entro i termini stabiliti al 31 dicembre 2022 e al 30 giugno 2023, come previsto dal decreto-legge 30 aprile 2019, n. 34;

   gli interventi definanziati riguardano progetti strategici, molti dei quali destinati a migliorare infrastrutture fondamentali, mitigare il rischio idrogeologico e sviluppare la rete dei trasporti e dei servizi pubblici essenziali nella Regione Siciliana e nelle città metropolitane;

   l'allegato 2 della delibera n. 40 del 2024 elenca dettagliatamente i progetti interessati dal definanziamento, comprese le relative implicazioni finanziarie per ciascuna amministrazione;

   il definanziamento colpisce settori cruciali per lo sviluppo socio-economico del territorio siciliano, come dimostrato dai progetti elencati nell'allegato 2, tra cui infrastrutture viarie, interventi idrogeologici e progetti di sviluppo urbano;

   la mancata realizzazione degli interventi rischia di accentuare il divario infrastrutturale ed economico tra la Sicilia e le altre regioni italiane –:

   quali siano le motivazioni precise che hanno impedito il raggiungimento delle Ogv entro i termini previsti per ciascun progetto definanziato;

   quali iniziative il Governo intenda intraprendere per mitigare l'impatto di questo definanziamento sulla Regione Siciliana e sulle città metropolitane interessate;

   quali iniziative saranno adottate per garantire che, nei futuri cicli di programmazione, le amministrazioni locali e regionali siano messe nelle condizioni di rispettare le tempistiche previste per l'attuazione dei progetti;

   se il Governo intenda riprogrammare le risorse economiche attualmente sottratte e ridestinarle nuovamente alla Regione Siciliana, per intervenire su infrastrutture viarie, interventi idrogeologici e progetti di sviluppo urbano;

   se il Governo intenda avviare una revisione del processo decisionale che ha portato a tali definanziamenti, tenendo conto delle particolari criticità e delle esigenze del territorio siciliano.
(2-00490) «Morfino, Carmina, D'Orso, Aiello, Scerra, Cantone, Appendino, Carotenuto, L'Abbate, Baldino, Fede, Donno, Iaria, Barzotti, Alfonso Colucci, Fenu, Quartini, Santillo, Gubitosa, Ilaria Fontana, Cappelletti, Alifano».

Interrogazione a risposta scritta:


   SCARPA. — Al Presidente del Consiglio dei ministri. — Per sapere – premesso che:

   l'inchiesta pubblicata dal quotidiano Domani ha rivelato una rete di rapporti finanziari tra la onlus Pro Vita & Famiglia e il movimento neofascista Forza Nuova. In particolare, il presidente di Pro Vita, Toni Brandi, avrebbe acquistato immobili dal leader di Forza Nuova, Roberto Fiore, per poi trasferirli all'associazione, utilizzando flussi di denaro di dubbia provenienza, tra cui conti in Svizzera;

   ad avviso dell'interrogante, tali operazioni finanziarie sollevano interrogativi sulla trasparenza e sulla possibile connivenza tra un'organizzazione che si presenta come apartitica e un movimento politico di estrema destra, noto per posizioni antidemocratiche e violente;

   esponenti dell'attuale Governo hanno manifestato sostegno a Pro Vita & Famiglia, firmando il suo manifesto e promuovendone di fatto l'agenda politica e ideologica. Questo ad avviso dell'interrogante solleva preoccupazioni sulla possibile influenza di un'associazione con legami con l'estremismo neofascista sulle politiche governative;

   la trasparenza e l'integrità delle istituzioni sono fondamentali per la fiducia dei cittadini nel Governo e nelle organizzazioni che operano nel suo ambito;

   è dovere del Governo assicurare che associazioni con legami con movimenti estremisti non influenzino le politiche pubbliche né beneficino di risorse o riconoscimenti istituzionali –:

   quali siano i rapporti formali e informali tra membri del Governo e la onlus Pro Vita & Famiglia, alla luce delle recenti rivelazioni giornalistiche;

   quali iniziative normative il Governo intenda adottare per garantire che associazioni con legami con l'estremismo neofascista non abbiano accesso a risorse pubbliche o riconoscimenti istituzionali;

   quali iniziative il Governo preveda per assicurare che le politiche pubbliche non siano influenzate da organizzazioni con legami con movimenti estremisti, garantendo il rispetto dei principi democratici e costituzionali.
(4-03949)

AGRICOLTURA, SOVRANITÀ ALIMENTARE E FORESTE

Interrogazione a risposta scritta:


   EVI. — Al Ministro dell'agricoltura, della sovranità alimentare e delle foreste. — Per sapere – premesso che:

   il 27 novembre 2024 il piccolo caseificio artigianale a gestione familiare «Caseificio vegano di Barbara Ferrante & C.», situato a San Giovanni in Persiceto (Bologna) ha ricevuto una diffida dal Ministero dell'agricoltura e della sovranità alimentare che, a seguito di un controllo sull'e-commerce aziendale, ha contestato l'uso della parola «formaggio» per descrivere i prodotti vegetali venduti dall'azienda. Da anni il caseificio offre alternative vegetali ai formaggi tradizionali, promuovendo la sostenibilità ambientale e alimenti che non utilizzano ingredienti di origine animale. Nella sua comunicazione il caseificio precisava l'origine vegetale dei suoi prodotti con la frase «alternativa vegetale al formaggio» e «alimento a base di bevanda di soia/mandorla»;

   questo episodio si inserisce in un quadro più ampio di restrizioni introdotte a livello europeo e nazionale, con normative che penalizzano l'intero settore plant-based, ostacolandone la crescita e limitando l'accesso a prodotti sostenibili da parte dei consumatori;

   tali restrizioni rendono difficile per le aziende descrivere i loro prodotti in modo comprensibile per i consumatori e sono in contraddizione con gli obiettivi del green deal europeo, che mira a promuovere abitudini alimentari sostenibili;

   il settore plant-based è in continua crescita. Il valore delle vendite degli alimenti a base vegetale registrato in Italia riportato nell'ultimo report del Good Food Institute è di 641 milioni di euro nel 2023. Si tratta di un valore in crescita con un aumento del 16,1 per cento rispetto al 2021 e dell'8 per cento rispetto al 2022. Una domanda in crescita nonostante l'aumento dei prezzi causato dall'inflazione;

   secondo il regolamento (UE) n. 1308 del 2013, il termine «formaggio» è legalmente riservato ai prodotti lattiero-caseari ottenuti esclusivamente da latte di origine animale. Questo significa che le alternative vegetali non possono utilizzare questa denominazione, anche se accompagnata da specifiche come «vegano» o «a base vegetale». In alcuni Stati membri, come l'Italia e la Francia, questa logica è stata estesa ai termini «meat-sounding» come «burger» o «salsiccia», creando ulteriori limitazioni per i prodotti vegetali che imitano quelli a base di carne;

   eppure, con sentenza del 4 ottobre 2024, la Corte di giustizia dell'Unione europea ha fatto chiarezza sul «meat sounding» e sulla possibilità, per i singoli Stati, di vietare o porre limiti arbitrari alle denominazioni di prodotti vegetali che ricordano gli omologhi a base di carne: i divieti sono illegittimi;

   appare all'interrogante asimmetrico dunque il divieto in vigore dell'uso di parole come «formaggio», «latte», «burro» per prodotti a base vegetale. Inoltre, appare particolarmente bizzarro che tra le eccezioni già previste dal regolamento n. 1234/2007, poi abrogato dal regolamento 1308/2013, sia presente «latte di mandorla» e i prodotti realizzati dal caseificio diffidato sono a base di soia e mandorla;

   il pericolo di trarre in inganno i consumatori appare infondato, al contrario, si privano i consumatori che ricercano prodotti a base vegetale di informazioni adeguate per una scelta libera, informata ed agevole;

   infine, il recente rapporto della Commissione europea sul Dialogo Strategico sul Futuro dell'agricoltura «osserva una tendenza nell'Unione europea verso una riduzione del consumo di alcuni prodotti di origine animale e un crescente interesse per le proteine di origine vegetale. Per migliorare l'equilibrio sostenibile tra l'assunzione di proteine di origine animale e vegetale a livello di popolazione europea, è fondamentale supportare questa tendenza riequilibrando verso opzioni di origine vegetale e aiutando i consumatori ad abbracciare la transizione. La Commissione europea dovrebbe condurre una revisione completa della legislazione sull'etichettatura alimentare.» –:

   se non ritenga, alla luce di un mercato made in Italy in crescita, delle raccomandazioni scientifiche per la promozione di diete vegetali anche da un punto di vista climatico, come rileva l'Ipcc delle recenti valutazioni europee, di adottare iniziative di competenza anche normative, volte ad eliminare qualsiasi restrizione oggi presente per i prodotti a base vegetale.
(4-03947)

AMBIENTE E SICUREZZA ENERGETICA

Interrogazione a risposta orale:


   SPORTIELLO. — Al Ministro dell'ambiente e della sicurezza energetica. — Per sapere – premesso che:

   la Commissione Pniec/PNRR, cui spettava il compito di esprimere il parere conclusivo sulla procedura di valutazione di impatto ambientale ed incidenza ambientale relativamente al progetto di «Adeguamento del collettore Arena S. Antonio Asa e dei relativi scarichi in mare», in data 29 agosto 2024 ha dato parere positivo, nonostante ben 2 dettagliate relazioni tecniche di parere negativo espresse dall'ente «Parco Sommerso di Gaiola», e nonostante le 88 motivate osservazioni contrarie pervenute dal mondo della ricerca scientifica, dell'università, della cultura, delle associazioni e della società civile che si sono mobilitati in massa partecipando democraticamente all'avviso pubblico del Ministero dell'ambiente e della sicurezza energetica;

   contenuto nel Programma di risanamento ambientale e rigenerazione urbana SIN-Bagnoli-Coroglio, il predetto progetto prevede il raddoppio di portata del collettore fognario Asa e la conseguente apertura di nuovi scarichi di bypass in mare all'interno della Zona Speciale di Conservazione IT8030041 «Fondali marini di Gaiola e Nisida» della Rete Natura 2000;

   secondo quanto riportato nel sito istituzionale del «Parco sommerso di Gaiola», in sintesi, le opere in progetto prevedono il convogliamento di tutte le acque reflue e di dilavamento urbano dell'intero 7 bacino di drenaggio occidentale della città di Napoli al Collettore Asa con recapito finale nell'attuale impianto di pretrattamento di Coroglio (2001) già oggi sottodimensionato e con conseguente raddoppio della portata di piena del collettore Asa;

   il progetto comporta la necessità di aprire un nuovo ulteriore scarico sulla spiaggia di Coroglio per far fronte all'aumento di portata non gestibile dall'attuale impianto, in aggiunta allo scarico di Cala Badessa già attivo nonché la realizzazione di una terza condotta di scarico sottomarina, proprio nei pressi dei banchi di coralligeno;

   il collettore denominato Arena S. Antonio (Asa) è oggi il principale collettore fognario di un sistema di drenaggio misto di circa 2.100 ettari interessato per oltre tre quarti dall'intensa urbanizzazione che interessa i quartieri di Bagnoli, Fuorigrotta, Seccavo e Pianura, con una popolazione di circa 210.000 abitanti; questo significa che oltre ai reflui in caso di pioggia porta in mare acque contenenti sostanze tossiche altamente inquinanti;

   il tratto di costa che sarebbe interessato dall'apertura dei nuovi scarichi in mare è l'area di maggiore pregio naturalistico, archeologico, paesaggistico e turistico-culturale dell'intera fascia costiera della città di Napoli;

   gli studi condotti in questi anni hanno messo in evidenza la presenza di ben 15 differenti comunità biologiche marine tra cui spiccano i tre più importanti ed ormai unici banchi di Coralligeno della costa cittadina; la biocenosi coralligena, assieme alla posidonia oceanica, rappresenta uno dei maggiori «hotspot» di biodiversità del mediterraneo (Bouderesque, 2004), ospitando più specie di qualsiasi altra comunità biologica;

   sono state oltre 7.000 le firme raccolte dal coordinamento tutela mare, costituitosi in rappresentanza di 15 Associazioni territoriali, per chiedere con forza di fermare questo progetto –:

   se sia a conoscenza dei fatti indicati in premessa e quali considerazioni abbiano motivato il parere favorevole della Commissione Pniec/PNRR tenuto conto del temuto rischio di danno ambientale per il mare della città di Napoli.
(3-01608)

CULTURA

Interpellanza:


   Il sottoscritto chiede di interpellare il Ministro della cultura, il Ministro dell'interno, per sapere – premesso che:

   a giudizio dell'interrogante merita una riflessione la vicenda dell'affidamento del Parco di Torre del Fiscale nel VII Municipio della città metropolitana di Roma: un tema di interesse generale non solo a livello locale, ma per tutta la città e per tutta Italia, dato che è parte integrante del Parco archeologico dell'Appia Antica, giacimento naturalistico, paesaggistico e archeologico di chiara vocazione internazionale che ruota intorno alla Via Sacra, strada progettata nel 326 a.C. che congiunge la capitale a Brindisi, attraversando tutto il sud d'Italia; ma anche un banco di prova delle nuove regole per l'affidamento di beni indisponibili del patrimonio pubblico;

   come riportato da fonti di stampa, da mesi i comitati della comunità territoriale del Municipio sono impegnati in una vertenza che riguarda la destinazione del Parco e dei casali di Torre del Fiscale, dal 2010 affidati per dodici anni all'associazione La Torre del Fiscale odv;

   la realizzazione del nuovo «Parco di Torre del Fiscale» ha comportato l'acquisizione pubblica delle aree, la loro sistemazione paesaggistica ed il restauro dei manufatti presenti, anche in un'ottica di recupero e riutilizzo di due antichi casali agricoli; il progetto, che ha preso forma attraverso un costante processo partecipativo, nasceva per riqualificare l'intero tessuto del quartiere, dare una speranza ad un'area di periferia, ex zona di abusivismo con l'indice di vulnerabilità sociale e materiale più alto di Roma, e riqualificarne il paesaggio;

   in particolare, l'associazione vinceva il bando con il progetto «Verde dinamico», facendo nascere una rete di collaborazioni, tra cui anche una cooperativa, per dare lavoro a cittadini del luogo e curare le entrate economiche che sostengono la manutenzione e i servizi del parco stesso (sfalcio, pulizia, apertura e chiusura cancelli, segnalazioni di rischi pericoli o abusi);

   il Casale museo che ospita un punto informativo del Parco regionale Appia Antica e il Casale punto ristoro sono immobili ristrutturati e destinati fin dall'inizio a luoghi di incontro, lavoro, convivialità per un'area di straordinaria importanza, che, prima di tale gestione, era fortemente degradata, priva di servizi, con discariche abusive e malaffare, che con anni d'impegno è stata trasformata in uno splendido e accogliente Parco archeologico di 10 ettari con tanto di premi nazionali e internazionali vinti proprio grazie alla gestione dello spazio pubblico;

   del progetto facevano parte, peraltro, anche l'Ecomuseo della via Latina riconosciuto dall'organizzazione museale regionale, un progetto di outdoor education per 60 bambini dai 3 ai 10 anni, due collaborazioni in corso con La Sapienza e con Uniroma 3;

   all'approssimarsi della scadenza della concessione, nel novembre 2022 l'Associazione ne chiedeva il rinnovo, ma nonostante la direttiva municipale n. 4 del 2023 in cui si «impartisce al Direttore del Municipio di provvedere al rinnovo della Convenzione in essere con l'Associazione "La Torre del Fiscale o.d.v." [...] commisurato al periodo di anni 3 eventualmente prorogabili di altri 3», nel luglio 2023 il Direttore inviava all'associazione un diniego, ignorando l'indicazione della direttiva di giunta e annunciando un bando pubblico come previsto dal nuovo regolamento capitolino per l'affidamento dei beni indisponibili entrato in vigore successivamente al procedimento avviato;

   il 30 luglio 2024, con direttiva di giunta municipale n. 33, venivano approvate le linee guida del bando, che hanno destato particolare preoccupazione, posto che viene espressamente dichiarata una sostanziale modifica delle finalità in quanto prevista una gestione dell'area che individua «il compendio immobiliare Tor Fiscale» e «la rigenerazione urbana quale volano per l'economia della città» perdendo di vista l'importante progetto di promozione sociale originario: una scelta altamente pericolosa, trattandosi di un contesto socialmente fragile, totalmente privo di servizi e a rischio occupazioni abusive e che, pertanto, richiede un presidio costante di controllo, partecipazione della cittadinanza, pulizia e manutenzione delle aree verdi;

   nelle citate linee guida non c'è indicazione alcuna in merito alla tutela delle condizioni di degrado e abbandono sociale dell'area, né vengono considerati il punto informazioni del Parco Appia Antica o l'Ecomuseo; così come nessuna importanza viene riconosciuta ai servizi di manutenzione e pulizia delle aree verdi ridimensionate a 1 solo ettaro;

   come si legge nella nota del Parco Appia Antica Prot. 2757 del 21 novembre 2024 indirizzata al Municipio VII e alla Sovrintendenza Capitolina; «[...] si auspica che sia garantita [...] una gestione unitaria e coordinata al fine di rendere pienamente possibile l'uso pubblico delle aree e soddisfare le necessità manutentive dell'area. A tal fine si ritiene che la riduzione dell'area esterna, affidata in concessione unitamente agli immobili, vada a scapito della connessione inscindibile con l'uso degli immobili, i quali sono a servizio del parco e dunque dell'effettiva gestione unitaria. In considerazione di ciò si richiede una maggiore attenzione agli aspetti manutentivi del parco nel bando di concessione, oltre che al rispetto delle prescrizioni archeologiche, ambientali e paesaggistiche dello specifico ambito di riferimento» –:

   se e quali iniziative per quanto di competenza i Ministri interrogati intendano assumere circa le vicende riportate in premessa relative alla virtuosa esperienza del Parco di Torre del Fiscale, tutelandone il modello di gestione, divenuto simbolo del riscatto della periferia, presidio di legalità sul territorio e punto di riferimento per cittadini e realtà locali, con grande vantaggio economico e di prestigio per le istituzioni e di pulizia, decoro e fruibilità per cittadini e turisti.
(2-00491) «Rampelli».

ECONOMIA E FINANZE

Interrogazione a risposta in Commissione:


   BARBAGALLO. — Al Ministro dell'economia e delle finanze, al Ministro delle infrastrutture e dei trasporti. — Per sapere – premesso che:

   con determinazione 24 ottobre 2024, n. 143, la Corte dei conti ha posto rilievi sulla gestione finanziaria dell'anno 2023 di Anas spa;

   in particolare la Corte ha sottolineato che il bilancio della società relativo al 2023, approvato il 29 aprile 2024, si è chiuso con una perdita di 162,7 milioni di euro, riconducibile principalmente alla svalutazione del valore della partecipazione detenuta nella società Stretto di Messina (SdM);

   la Corte ha ribadito non compatibile con la disciplina vigente il criterio della valorizzazione «al costo» di SdM nel bilancio Anas 2022;

   la non corretta valorizzazione era stata oggetto di specifico intervento del magistrato delegato al controllo il quale faceva rilevare come il progetto di bilancio 2022 ometteva l'analisi dei costi funzionali al riavvio dell'opera di collegamento stabile tra Sicilia e Calabria, esplicitamente richiesta dall'articolo 4, comma 6, e all'articolo 2, comma 8, n. 4, del decreto-legge n. 35 del 2023; infatti, nonostante il medesimo decreto avesse introdotto il principio di rilevanza dei soli costi funzionali al riavvio della citata opera, il Cda di Anas ha approvato il progetto di bilancio 2022 che replicava la valorizzazione di Stretto di Messina seguita negli anni precedenti con una quantificazione indistinta dei costi sostenuti da Stretto di Messina;

   le conseguenze sono state successivamente accertate dal perito indipendente nominato dal Ministero dell'economia e delle finanze che ha ritenuto non funzionali al riavvio dell'opera oltre 85 milioni di euro di costi sostenuti da Stretto di Messina, con conseguente svalutazione delle azioni di Stretto di Messina ed esigenza di ricapitalizzare il capitale sociale di Stretto di Messina che da poco più di 383 milioni di euro si era ridotto a circa 302 milioni. La grave svalutazione ha avuto una ripercussione negativa per oltre 69 milioni sul bilancio Anas 2023. Inoltre, come riportato nella citata determinazione della Corte, la società ha continuato a ricorrere a onerosi pareri richiesti a professionisti esterni, spesso non giustificati dalla linearità della normativa comunitaria e nazionale;

   la Corte rileva, altresì, la necessità che la società, particolarmente esposta a gravi comportamenti corruttivi e di turbativa delle gare riconducibile alla infedeltà di alcuni dipendenti di concerto con imprenditori, debba essere riportata nell'ambito di applicazione della normativa anticorruzione e trasparenza dalla quale attualmente risulta esclusa in quanto partecipata da FS s.p.a.;

   considerato che Anas, con rischio di pregiudizio per gli equilibri finanziari attuali e futuri, ha continuato a valorizzare la concessione confidando nella possibilità di estendere automaticamente la concessione dalla scadenza naturale 2032, fino al 2052, la Corte ha rilevato come la posizione societaria non trovi solidi riferimenti fattuali e giuridici. Invero, la disciplina evocata dalla società all'articolo 1, commi 1018 e 1019, della legge n. 296 del 2006, che prevedono la modifica della durata della concessione da 30 a 50 anni, subordina la proroga del rapporto concessorio al perfezionamento di una convenzione unica di cui non vi è allo stato, secondo la Corte, alcun percorso attuativo;

   va osservato che la direttiva comunitaria 2014/23/UE non consente la modifica della durata della concessione equiparandola a un nuovo affidamento su cui vige l'obbligo comunitario di gara, ad eccezione del caso in cui avvenga in favore di società in house o di titolare un diritto speciale e/o esclusivo –:

   quali iniziative intendano adottare, per quanto di competenza, affinché sia garantita la vigilanza esplicitamente invocata nella relazione della Corte dei conti, nonché superata l'attuale situazione di incertezza determinata dal rapporto concessorio;

   se ritengano di adottare iniziative normative volte a far sì che Anas sia ricompresa nell'ambito di applicazione della normativa anticorruzione e trasparenza;

   quale sia l'impatto della svalutazione della partecipazione detenuta in SdM sui futuri conti di Anas e se tale svalutazione possa in qualche modo incidere negativamente sulla realizzazione dei cantieri in corso di esecuzione.
(5-03224)

GIUSTIZIA

Interrogazione a risposta orale:


   DI BIASE, BRAGA, SERRACCHIANI, GIANASSI, LACARRA, SCARPA, SARRACINO, PROVENZANO, ROGGIANI, PRESTIPINO, ORFINI, PASTORINO, QUARTAPELLE PROCOPIO, VACCARI, FORNARO, STEFANAZZI, BERRUTO, MALAVASI, PORTA, LAI, DE LUCA, TABACCI, FORATTINI, EVI, CUPERLO, MEROLA, ROMEO, MAURI, GHIO e GUERRA. — Al Ministro della giustizia. — Per sapere – premesso che:

   l'articolo 27 della Costituzione sancisce, con il comma terzo, che «le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso d'umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato», così delineando la funzione anche necessariamente rieducativa della pena;

   con la legge 26 luglio 1975, n. 354, l'impianto dell'ordinamento penitenziario ha posto i valori dell'umanità e della dignità alla base del trattamento;

   sul canale YouTube del Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria è apparso un video promozionale del calendario del corpo di polizia penitenziaria per l'anno 2025;

   a giudizio degli interroganti il video, al pari degli scatti del calendario, ritrae scatti e momenti al fine di trasmettere una narrazione del lavoro degli agenti della polizia penitenziaria tutta orientata alla repressione e all'aspetto punitivo. Si vedono agenti in tenuta antisommossa, armati con pistola e altre armi da fuoco, intenti ad esercitazioni per immobilizzare i detenuti;

   nel comunicato stampa di presentazione dell'iniziativa si legge che il tema scelto per l'edizione 2025 del calendario della polizia penitenziaria sia quello della formazione;

   nel comunicato sono riportate le dichiarazioni del sottosegretario Andrea Del Mastro delle Vedove, che ha evidenziato la specializzazione, non comune a nessun'altra polizia in Europa, di gestire le carceri «riuscendo nel delicato compito di miscelare continuamente l'uso legittimo della forza con il trattamento rieducativo dei detenuti», sebbene non vi sia traccia di quest'ultimo nelle immagini apparse in rete –:

   se il Ministro interrogato sia a conoscenza dei fatti esposti e quali iniziative di competenza intenda adottare al fine di scongiurare il rischio che l'immagine del lavoro quotidiano degli agenti della polizia penitenziaria sia tutta orientata all'aspetto repressivo e punitivo, come appare rappresentato nell'edizione del calendario 2025 promossa dal Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria, dimenticando la funzione costituzionalmente prevista per l'esecuzione della pena, che deve essere tesa, anche in termini di prevenzione della recidiva, all'aspetto rieducativo delle persone recluse;

   se non ritenga per queste ragioni di valutare l'opportunità di ritirare il prodotto editoriale in oggetto.
(3-01609)

IMPRESE E MADE IN ITALY

Interrogazione a risposta scritta:


   PASTORINO. — Al Ministro delle imprese e del made in Italy. — Per sapere – premesso che:

   Ericsson è una multinazionale svedese operante in 180 Paesi nella fornitura di tecnologie e servizi di comunicazione, software e infrastrutture in ambito Ict a operatori di telecomunicazioni, pubblica amministrazione e altre industrie. La ricerca e sviluppo di Ericsson è presente in Italia dal 1978, negli ultimi venti anni sono oltre 750 i brevetti prodotti. Grazie ai centri di eccellenza mondiale di Genova, Pisa e Pagani, oggi nel nostro Paese si lavora allo sviluppo del 5G e all'evoluzione delle più importanti tecnologie di rete;

   nel 2005 la società ha creato Ericsson network service Italia (Ensi – società controllata al 100 per cento) nata, ufficialmente, per essere il principale referente italiano di soluzioni di managed service per operatori di servizi di telecomunicazioni, impresa e pubblica amministrazione. Nel 2018 ha assunto il nome di Exi, occupandosi di tecnologie dell'informazione e della comunicazione, di progettazione, costruzione e manutenzione di reti e servizi di comunicazione;

   all'inizio del 2021 è stata acquisita da Mutares group come partecipazione al 100 per cento, ma i bilanci risultano in perdita. Nel 2022 Mutares group acquista da Sirti energia, nata nel 2017 dall'acquisizione di Foi & Vitali elettrodotti, Six energy s.p.a.;

   nel 2023 nasce Conexus dalla fusione delle due realtà, rispettivamente del settore della costruzione e manutenzione di reti elettriche, Six energy s.p.a., e nel settore della progettazione, costruzione e manutenzione di reti e servizi di comunicazione, Exi s.p.a. Scelta probabilmente dettata dalla necessità di portare in positivo il bilancio di quest'ultima;

   a ottobre 2024, Conexus – già in cassa integrazione straordinaria per crisi – ha ceduto un ramo d'azienda, denominato Telco formato da 217 lavoratori unitamente a 10 ulteriori lavoratori della parte staff, in favore di Neuron s.r.l., di proprietà al 19 per cento di Hgm s.p.a. e all'81 per cento di Bsq s.r.l. In detto ramo d'azienda è compreso il marchio Exi, con il quale la società collabora e lavora con la società Ericsson telecomunicazioni s.p.a. Pertanto, in data 27 ottobre 2024, contestualmente al perfezionamento dell'acquisto, la Neuron s.r.l. ha variato la denominazione sociale in Exi s.r.l., al fine di far coincidere la denominazione con il marchio usato dalla stessa;

   la concessionaria Neuron si impegna a non aprire procedure di licenziamento ma il risanamento e il rilancio di Exi richiederanno la necessità di utilizzare la cassa integrazione guadagni straordinaria per sostenere i conti economici e l'attività di reskilling professionale, con l'obiettivo di diversificare l'attuale business con progetti ad alto contenuto tecnologico specialistico;

   inoltre, le attuali condizioni e modalità di lavoro saranno garantite fino al 28 febbraio 2025, pertanto non c'è alcuna garanzia o automatismo e il piano industriale presentato, sprovvisto di investimenti e nuove commesse, non pone le condizioni necessarie per portare la società Conexus fuori dalla crisi in cui versa;

   in data 31 ottobre 2024 è proseguito il confronto presso il Ministero delle imprese e del made in Italy fra le delegazioni sindacali, i rappresentanti di Conexus e i rappresentanti di Neuron e Hgm, per monitorare il percorso di cessione del ramo definito Telco, da Conexus a Neuron s.r.l. In tale occasione non ha partecipato Ericsson che, sebbene formalmente convocata in qualità di principale cliente di Neuron, non ha fornito nessun riscontro al Ministero stesso –:

   alla luce della complicata situazione esposta in premessa, quali ulteriori elementi possa fornire e quali iniziative di competenza intenda adottare al fine di tutelare le lavoratrici e i lavoratori ad oggi impiegati nelle società Conexus ed Exi s.r.l. garantendo la sostenibilità del rilancio del ramo Telco.
(4-03945)

INFRASTRUTTURE E TRASPORTI

Interrogazione a risposta scritta:


   GHIO, BARBAGALLO, BAKKALI, CASU e MORASSUT. — Al Ministro delle infrastrutture e dei trasporti. — Per sapere – premesso che:

   notizie di stampa riferiscono che nella giornata di domenica 8 dicembre 2024 si sono verificati due guasti sulla rete ferroviaria ligure, il primo a Savona (dalle ore 4:40 alle 10:00 del mattino) e il secondo a Voghera in direzione Liguria (dalle ore 15 fino alla serata);

   a questi due guasti si sono aggiunti gli inevitabili disagi dovuti ai lavori programmati per il potenziamento dei binari tra le stazioni di Genova Piazza Principe e Genova Brignole;

   nel pomeriggio si è verificato un ulteriore guasto a un sensore che ha provocato ulteriori ritardi nella tratta tra Genova Nervi e Recco;

   i passeggeri hanno dichiarato alla stampa di non aver ricevuto informazioni tempestive sulle cause di quanto stava accadendo, né sulle soluzioni alternative che Trenitalia avrebbe dovuto approntare, non ricevendo adeguata assistenza né in treno né alla stazione di Genova Piazza Principe;

   i passeggeri hanno inoltre dichiarato di aver atteso ore e ore i bus sostitutivi senza avere notizie certe e, nonostante l'intera giornata di paralisi, non vi sono state comunque possibilità di usufruire dei mezzi sostitutivi;

   la circolazione ferroviaria è stata ripristinata solo attorno alle 19:00. I guasti hanno causato diversi treni bloccati nelle stazioni che non hanno ripreso la corsa e un ritardo compreso tra i 120 e i 200 minuti a diversi treni, sia Intercity che regionali;

   sempre secondo quanto riportato dalla stampa, alcuni treni regionali sono partiti da Genova, in direzione Lombardia, ma a causa del guasto hanno fatto una sosta forzata ad Arquata Scrivia, dove però non vi erano locali adatti a riparare dalle condizioni meteo-climatiche avverse tutti i passeggeri del treno, che sono stati costretti ad aspettare per ore al freddo senza alcuna notizia certa sulla continuazione del viaggio –:

   quali iniziative di competenza abbia intrapreso o intenda intraprendere il Ministro interrogato per affrontare e risolvere le gravissime difficoltà del trasporto ferroviario che il caso sopra esposto ha ancora una volta evidenziato;

   se possa fornire elementi, per quanto di competenza, in ordine al motivo per cui non siano state fornite tempestive informazioni, assistenza e adeguati servizi alternativi ai passeggeri dei treni che erano in attesa nelle stazioni di Genova Piazza Principe e Arquata Scrivia e cosa sia stato previsto per evitare che un'analoga situazione possa nuovamente ripetersi.
(4-03950)

INTERNO

Interrogazione a risposta in Commissione:


   GIRELLI e SERRACCHIANI. — Al Ministro dell'interno. — Per sapere – premesso che:

   fonti di stampa riportano la notizia di numerosi arresti avvenuti nei giorni scorsi a seguito di un'inchiesta della procura di Brescia relativa ad infiltrazioni della criminalità organizzata nella provincia di Brescia;

   fatta salva la presunzione d'innocenza per le persone coinvolte nella citata inchiesta, resta il fatto che la presenza delle organizzazioni criminali è ormai da tempo accertata nel territorio bresciano;

   come ha ricordato il procuratore della Repubblica di Brescia in una conferenza stampa, l'indagine in corso non è la prima che vede la presenza di organizzazioni di stampo mafioso ('ndrangheta nel caso specifico) e le risultanze di molte altre confermano quanto sopra esposto;

   sempre secondo il procuratore i criminali riescono ormai ad infiltrarsi facilmente nel tessuto produttivo, prima «aiutando» gli imprenditori in difficoltà e poi «strozzandoli», rendendoli succubi per l'impossibilità di restituire i prestiti;

   la stampa ha anche sottolineato come alcuni esponenti politici sarebbero coinvolti nel sistema messo in piedi dalle organizzazioni criminali con reati legati allo scambio elettorale politico-mafioso;

   secondo i dati dell'Unità di informazione finanziaria per l'Italia (Uif), che, nel sistema di prevenzione del riciclaggio e del finanziamento del terrorismo, è l'autorità incaricata di acquisire i flussi finanziari, e le informazioni riguardanti ipotesi di riciclaggio e di finanziamento del terrorismo principalmente attraverso le segnalazioni di operazioni sospette trasmesse da intermediari finanziari, professionisti e altri operatori, nel 2023 sono state 1.366 le segnalazioni di operazioni sospette, a rischio di infiltrazioni di criminalità organizzata nella provincia di Brescia;

   il territorio bresciano, sempre secondo i dati dell'Unità di informazione finanziaria per l'Italia, si piazza al quinto posto, nella graduatoria nazionale, dopo Roma, Milano, Napoli e Torino per segnalazioni sospette che toccano, sul territorio, il 41 per cento di quelle registrate;

   infiltrazioni di carattere 'ndranghetista e mafioso risultano presenti ed operanti sul territorio da decenni, così come agganci con Cosa Nostra, la Stidda, la mafia russa, la mafia nigeriana;

   la presenza delle organizzazioni criminali nel bresciano è confermata, oltre che dalle indagini della magistratura e dai dati sopra ricordati, anche da numerosi esperti, tra i quali basti ricordare a tal riguardo appaiono particolarmente significative le dichiarazioni del professor Nando Dalla Chiesa, che, come noto, rappresenta un'autorità indiscussa per quanto riguarda l'analisi del fenomeno mafioso e che, oltre all'attività universitaria, alla promozione di specifici osservatori sulla mafia, alle consulenze con la Commissione parlamentare di inchiesta sul fenomeno delle mafie e sulle altre associazioni criminali, anche straniere, alle collaborazioni internazionali sulla criminalità organizzata, ha negli scorsi anni redatto per la regione Lombardia uno specifico studio sulla mafia regionale;

   il professore ha ricordato più volte che molte ricerche evidenziano la presenza delle organizzazioni criminali e che negare, come purtroppo molti ancora si ostinano a fare, la presenza della camorra e delle analoghe organizzazioni mafiose al Nord, non può fare altro che favorire le stesse organizzazioni criminali che hanno bisogno proprio di silenzio e negazione;

   al riguardo il Gruppo del Partito Democratico ha presentato il 3 aprile 2024 un atto di sindacato ispettivo (n. 5-02233), che non ha ancora avuto risposta –:

   quali concrete iniziative di competenza intenda adottare il Ministro interrogato per affrontare la questione della presenza di organizzazioni criminali di stampo mafioso, tema che, a giudizio degli interroganti, deve diventare motivo di particolare attenzione ed attività nel contrastare ogni forma di mafia presente nel territorio lombardo.
(5-03223)

Interrogazioni a risposta scritta:


   DORI, GRIMALDI, BONELLI, BORRELLI, FRATOIANNI, GHIRRA, MARI, PICCOLOTTI, ZANELLA e ZARATTI. — Al Ministro dell'interno. — Per sapere – premesso che:

   le amministrazioni comunali di Mulazzano, in provincia di Lodi, e di Biella hanno allestito una scritta natalizia evocando, di fatto, la XMAS, il corpo militare legato al fascismo e alla Repubblica di Salò, giustificandola per una contrazione del termine inglese Christmas, oltraggiando di fatto la celebrazione di una delle più importante ricorrenze del cattolicesimo;

   il Natale è un simbolo di pace non solo per chi è credente, ma a livello universale per la società civile;

   ad avviso degli interroganti è un evidente richiamo a questo simbolo della destra estrema, tristemente famoso per i crimini di guerra compiuti, mentre la ricorrenza del Natale è pace e gli addobbi, le manifestazioni e i festeggiamenti sono ovunque espressione di questo spirito, non di altro;

   si ricorda che la nostra Repubblica, antifascista, è nata dal sacrificio di tante e tanti italiani; grazie anche al loro sacrificio possiamo celebrare oggi queste festività liberamente e nel rispetto del credo di ciascuno –:

   se il Ministro interrogato non ritenga, di adottare urgentemente iniziative di competenza in ordine ai fatti esposti in premessa, al fine di evitare il protrarsi di una situazione che offende sia la nostra memoria collettiva sia il comun sentire della comunità cristiana.
(4-03948)


   QUARTAPELLE PROCOPIO e BRAGA. — Al Ministro dell'interno. — Per sapere – premesso che:

   la tutela del pluralismo religioso e il rispetto delle libertà di culto sono princìpi fondamentali sanciti dalla Costituzione italiana e rappresentano elementi essenziali per una società democratica e inclusiva;

   dai tempi del Governo Berlusconi III, Ministro dell'interno l'onorevole Pisanu, il Viminale ha adottato una strategia di dialogo con le comunità islamiche che, nel tempo, ha prodotto risultati importanti quali la sottoscrizione da parte della associazioni islamiche della Carta dei valori (pubblicata in Gazzetta Ufficiale il 15 giugno 2007) e quindi, il 1° febbraio del 2017, del Patto per l'Islam italiano, che punta al riconoscimento giuridico delle comunità islamiche nel quadro di un rinnovato impegno delle associazioni islamiche alla trasparenza amministrativa, alla formazione di imam qualificati e integrati nella società italiana, a azioni di contrasto alla radicalizzazione;

   quest'ultimo risultato e coerenti iniziative di formazione e dialogo, anche con i giovani musulmani, sono stati favoriti dall'azione di un consiglio per le relazioni con l'Islam presso il Ministero dell'interno, presieduto dal Ministro dell'interno o da un suo delegato e composto da riconosciuti esperti afferenti a varie Università italiane;

   il consiglio per le relazioni con l'Islam forniva anche un contributo importante dal punto di vista della sicurezza, in particolare coinvolgendo leader e comunità islamiche nell'azione di prevenzione e contrasto di processi di radicalizzazione;

   nell'ultimo anno e mezzo, nonostante varie sollecitazioni dei suoi membri al Ministro e alla sottosegretaria delegata, tale consiglio non è più stato convocato né sono stati avviati i programmi concordati con la sottosegretaria nella riunione del 14 luglio 2023, di cui peraltro si trova ancora comunicazione sul sito ufficiale del Ministero;

   i membri del consiglio hanno recentemente rassegnato le dimissioni in blocco, segnalando come motivo la mancata convocazione e il disinteresse delle istituzioni, affermando che il consiglio è stato svuotato di strumenti e significato operativo, e senza per altro ricevere alcun riscontro, se non altro di formale cortesia, per il lavoro svolto pro bono a servizio del Ministero dell'interno;

   negli ultimi mesi è stata altresì interrotta la collaborazione con l'Associazione nazionale dei comuni italiani (Anci) per affrontare la questione dei cimiteri islamici, né sono state avviate iniziative rilevanti o calendarizzate nuove attività di dialogo con le comunità religiose di minoranza prive di intesa;

   da parte del Ministero interrogato non è stato dato alcun seguito alle richieste di riconoscimento giuridico degli enti islamici lungamente pendenti e rispetto ai quali si è espresso positivamente il Consiglio di Stato;

   la mancanza di un efficace consiglio per le relazioni con l'Islam, tanto più data la vigenza dell'obsoleta e farraginosa legislazione sui culti ammessi (1159 del 1929), a giudizio dell'interrogante rischia di penalizzare la comunità islamica, privata di un chiaro interlocutore istituzionale;

   la mancanza di un efficace consiglio per le relazioni con l'Islam, inoltre, non favorisce il rafforzamento di una comunità islamica italiana, fondamentale per arginare la penetrazione di influenze di Stati esteri in una situazione internazionale particolarmente tesa in cui si conferma la forza del radicalismo di matrice islamista –:

   quali iniziative di competenza intenda adottare per garantire il pluralismo religioso e promuovere una piena integrazione delle comunità musulmane e delle altre minoranze religiose presenti in Italia, in assenza di una regolare convocazione del consiglio per le relazioni con l'Islam o di altre strutture di dialogo interreligioso;

   quali misure intenda adottare per individuare possibili elementi a rischio radicalizzazione e per garantire la sicurezza;

   se preveda di convocare nuovamente il Consiglio per le relazioni con l'Islam o di istituirne uno nuovo o, in caso contrario, quali alternative siano state pensate per fornire alle comunità islamiche e ad altre minoranze religiose la possibilità di un confronto costante con le istituzioni;

   se abbia in programma di promuovere iniziative di carattere normativo volte all'adozione di una legge quadro sui diritti di libertà religiosa che garantisca a tutte le confessioni non riconosciute strumenti adeguati di tutela e partecipazione alla vita pubblica, assicurando così il pieno rispetto del pluralismo religioso in Italia.
(4-03951)


   D'ALFONSO. — Al Ministro dell'interno. — Per sapere – premesso che:

   nell'ambito della gestione delle funzioni di sicurezza pubblica e del mantenimento dell'efficacia operativa dell'amministrazione dell'interno si ritiene a giudizio dell'interrogante di dover segnalare due criticità:

    la prima è legata alla figura del questore, in relazione alla quale è da evidenziare che la sua autonomia ed esperienza operativa sono considerate fondamentali per garantire una gestione efficace della sicurezza pubblica in sinergia con l'autorità politica dei sindaci, senza interferenze da parte di chi è lontano dal territorio, che indeboliscono sensibilmente la sua capacità di prendere decisioni operative e strategiche, soprattutto anche di carattere organizzativo interno, fra le quali le nomine dirette dei dirigenti che da lui dipendono;

    nel corso degli anni, al contrario, a parere dell'interrogante il potere e l'autonomia dei questori sono progressivamente diminuiti, anche a seguito di una sempre maggiore centralizzazione di alcune competenze, che ingessano ed irrigidiscono la fluidità dell'azione sul territorio, indebolendone l'efficacia operativa e gestionale, fino a compromettere il rapporto collaborativo con l'amministrazione locale;

    la seconda criticità è legata alla gestione delle carriere all'interno della polizia di Stato, soprattutto per le posizioni apicali come i questori e i direttori centrali dipartimentali, la cui esperienza nella materia dell'ordine e della ps, unitamente alla organizzazione generale, alla logistica ed alla gestione del personale, rappresenta la prioritaria esigenza a cui deve attendere il dipartimento della ps, perché incide in maniera significativa sull'adeguatezza delle risposte della polizia ai vari livelli di emergenza e di controllo del territorio. Oggi invece, sempre a giudizio dell'interrogante, a causa di una norma troppo genericamente formulata e alla eccessiva discrezionalità lasciata ai vertici decisori, le promozioni e le progressioni di carriera all'interno della polizia di Stato non risponderebbero ad un criterio oggettivo e meritocratico e il più delle volte sarebbero il frutto di scelte ingiustificate se non addirittura arbitrarie, tanto da generare disagi e insoddisfazione tra i dirigenti, specialmente tra coloro con anni di servizio alle spalle e risultati raggiunti sul campo. Infatti, accade che nei quaderni di valutazione e scrutinio per le promozioni alle qualifiche di dirigente superiore, nonostante alcune voci siano ancorate a parametri oggettivi, queste hanno un peso decisamente limitato rispetto all'ultima voce, che dipende completamente dalla discrezionalità dell'amministrazione; il peso di quest'ultima voce è talmente rilevante da alterare significativamente la graduatoria finale;

   a giudizio dell'interrogante, occorrerebbe agire in primo luogo per riassegnare al questore, autorità tecnico-operativa, un ruolo di decisivo rilievo, che consenta di garantirne una maggiore efficacia sul territorio, senza che essa risulti ingessata da disposizioni ricevute dall'alto, spesso conseguenza di analisi di dati valutati da dirigenti ministeriali che non hanno mai svolto funzioni operative sul territorio, di cui spesso non conoscono le singolari criticità;

   in secondo luogo, sempre a giudizio dell'interrogante, sarebbe necessario operare per ridurre la discrezionalità, per migliorare la trasparenza, per privilegiare un approccio basato su parametri oggettivi e meritocratici nelle modalità di promozione all'interno della polizia di Stato, soprattutto nei casi in cui i dirigenti siano chiamati a ricoprire incarichi di grande responsabilità come quello del questore, prevedendo una valutazione basata su criteri chiari e verificabili, che tenga conto soprattutto delle competenze acquisite sul campo e dei risultati operativi raggiunti, evitando che logiche politiche e personalistiche influenzino le decisioni e introducendo un sistema di monitoraggio e di verifica delle scelte promozionali da parte di una commissione indipendente –:

   quali iniziative, anche di carattere normativo il Ministro interrogato intenda assumere per affrontare le problematiche sollevate, al fine sia di riassegnare al questore un ruolo di rilievo decisivo, sia di privilegiare parametri oggettivi e meritocratici nelle modalità di promozione all'interno della polizia di Stato.
(4-03952)

ISTRUZIONE E MERITO

Interrogazione a risposta scritta:


   SCARPA. — Al Ministro dell'istruzione e del merito, al Ministro per la famiglia, la natalità e le pari opportunità. — Per sapere – premesso che:

   Teen Star è un ente accreditato per la formazione del personale della scuola dal Ministero dell'istruzione con decreto n. AOODPIT.784 del 1° agosto 2016;

   tale associazione è stata oggetto di numerose polemiche pubbliche in relazione alla natura dei corsi da essa proposti nelle scuole all'interno del programma anch'esso denominato «Teen Star», principalmente incentrato sulla «educazione affettiva e sessuale» per adolescenti, ma che sembra essere legato a tematiche che destano preoccupazione per il loro contenuto e per le modalità con cui viene realizzato;

   recentemente sono emersi episodi in cui l'iniziativa dell'associazione è stata oggetto di forte critica in diverse scuole italiane (in particolare nei casi avvenuti a San Donà di Piave [a Caorle] e a Torino riportati dalla stampa locale e nazionale) dove i corsi hanno suscitato forte indignazione tra genitori, insegnanti e opinione pubblica, sollevando questioni di trasparenza, rispetto dei principi educativi e dei diritti dei minori;

   tali eventi hanno suscitato preoccupazioni in merito alla sicurezza e al benessere psicofisico degli studenti coinvolti, con interrogativi su come questi corsi vengano selezionati e autorizzati nelle scuole, e sul ruolo che le istituzioni devono svolgere nel garantire che le attività extrascolastiche siano in linea con i valori di incisività, rispetto e protezione delle pari opportunità;

   è fondamentale che le iniziative educative nelle scuole siano affidate solo a soggetti qualificati e che tali iniziative vengano monitorate adeguatamente per evitare rischi per la salute psicologica e per il rispetto della privacy degli studenti;

   l'educazione sessuale, l'affettività e il rispetto dei diritti individuali sono temi fondamentali per la formazione dei giovani, ma è necessario che questi temi vengano trattati in modo scientificamente corretto e nel rispetto delle normative in vigore in materia di tutela dei minori –:

   se i Ministri interrogati siano a conoscenza delle problematiche emerse in merito all'associazione Teen Star e dei casi verificatisi a San Donà di Piave, Caorle e Torino, nonché degli eventuali rischi che questi corsi potrebbero comportare per la salute e il benessere degli studenti;

   quali iniziative intendano adottare per garantire un controllo rigoroso sulla selezione e sull'autorizzazione delle associazioni che operano nelle scuole, in particolare per quanto riguarda i corsi legati all'educazione sessuale e affettiva, al fine di evitare il coinvolgimento di soggetti che non rispettano gli standard di qualità educativa e scientifica richiesti;

   se, alla luce di quanto accaduto, si ritenga opportuno avviare una riflessione sulle modalità di monitoraggio e regolamentazione delle attività educative extrascolastiche, affinché siano tutelati i diritti dei minori e siano garantiti principi di trasparenza, rispetto e pari opportunità, in linea con le normative vigenti e le linee guida in materia di educazione affettiva e sessuale nelle scuole.
(4-03946)

SALUTE

Interrogazione a risposta in Commissione:


   GIRELLI, FURFARO, CIANI, MALAVASI, STUMPO, FERRARI, FORATTINI e GHIO. — Al Ministro della salute, al Ministro degli affari esteri e della cooperazione internazionale. — Per sapere – premesso che:

   notizie di stampa informano che nella Repubblica democratica del Congo una malattia che l'Organizzazione mondiale della sanità definisce «non diagnosticata» ma simile all'influenza sta causando un numero imprecisato di vittime;

   secondo le autorità del Paese, i decessi sarebbero 71, ma si stima che in due settimane le autorità locali ritengono siano morte tra 67 e 143 persone. In particolare, sembra essere particolarmente colpita la zona rurale di Panzi, nella provincia di Kwango;

   un team di esperti epidemiologi inviati dall'Organizzazione mondiale della sanità sta lavorando per tentare di identificare il patogeno, che a quanto sembra colpisce, soprattutto, i più piccoli. Sono, infatti, colpiti soprattutto bambini sotto i cinque anni di età;

   i sintomi della malattia, causata da un virus o da un batterio o da altro patogeno – non essendo ancora conosciuta l'origine – sono simili all'influenza: febbre alta, mal di testa severo, tosse. Come hanno dichiarato martedì scorso in conferenza stampa Remy Saki, Vicegovernatore della provincia di Kwango, e Apollinaire Yumba, Ministro della salute locale, tra i sintomi ci sarebbe anche l'anemia. Gli specialisti hanno già escluso l'ipotesi Covid, ma sono giunti alla conclusione che si tratti di una malattia che colpisce l'apparato respiratorio;

   si tratta di una situazione che richiede, a parere degli interroganti, molta attenzione da parte del Governo, e fa ritenere assolutamente indispensabile ed urgente l'emanazione del nuovo Piano pandemico 2024-2028, che, annunciato ad inizio 2024 è ancora inspiegabilmente fermo –:

   quali iniziative di competenza i Ministri interrogati intendano adottare al fine di collaborare con l'Organizzazione mondiale della sanità in modo da sostenerne l'azione nella Repubblica democratica del Congo, tenendo conto che la zona colpita con maggior virulenza è confinante con l'Angola e vi è, quindi, un potenziale rischio di trasmissione transfrontaliera;

   se il Ministro della salute non ritenga di dover adottare misure di tutela sanitaria alla frontiera da coloro che provengono dalle zone colpite da questa influenza al fine di tutelare la salute pubblica nel nostro territorio;

   se il Ministro della salute non ritenga, inoltre, di adottare, per quanto di competenza, misure di tutela sanitaria anche nel territorio del nostro Paese per evitare eventuali diffusioni della malattia.
(5-03222)

Apposizione di una firma ad una mozione.

  La mozione Scutellà e altri n. 1-00372, pubblicata nell'Allegato B ai resoconti della seduta del 4 dicembre 2024, deve intendersi sottoscritta anche dal deputato Cappelletti.