SEDE REFERENTE
Martedì 2 luglio 2024. — Presidenza del presidente della II Commissione, Ciro MASCHIO. – Intervengono il Sottosegretario di Stato per la giustizia, Andrea Delmastro Delle Vedove e il Sottosegretario di Stato per l'interno, Nicola Molteni.
La seduta comincia alle 17.20.
Disposizioni in materia di sicurezza pubblica, di tutela del personale in servizio, nonché di vittime dell'usura e di ordinamento penitenziario.
C. 1660 Governo.
(Seguito dell'esame e rinvio).
Le Commissioni proseguono l'esame del provvedimento, rinviato da ultimo nella seduta del 27 giugno 2024.
Ciro MASCHIO, presidente, avverte che è stato richiesto che la pubblicità dei lavori della Commissione sia assicurata anche mediante l'attivazione del circuito chiuso e, in assenza di obiezioni, ne dispone l'attivazione.
Ricorda che relatori e Governo hanno espresso i pareri su tutte le proposte emendative. Nella scorsa seduta le Commissioni hanno concluso l'esame degli emendamenti riferiti all'articolo 11 ed è stato convenuto di proseguire la discussione con riguardo ad emendamenti precedentemente accantonati, su cui i relatori ed il Governo hanno invece formulato il parere. L'esame riprende quindi dall'emendamento Calderone 3.1, di cui è stata proposta una formulazione diversa da quella presentata nella precedente seduta (vedi allegato). Sospende brevemente la seduta per consentire ai deputati di prenderne visione.
La seduta, sospesa alle 17.25, è ripresa alle 17.40.
Ciro MASCHIO, presidente, fa presente che la nuova ulteriore formulazione dell'emendamento Calderone 3.1 è stata accettata dal proponente.
Federico CAFIERO DE RAHO (M5S), intervenendo sull'ulteriore nuova formulazione dell'emendamento Calderone 3.1, esprime una nota di doglianza per l'ennesimo cambiamento del testo in esame, dopo Pag. 4la ulteriore riformulazione proposta nel corso della precedente seduta. In tal senso, critica la scelta dei relatori di presentare all'ultimo momento un'ennesima riformulazione, che preclude ai membri delle Commissioni riunite un adeguato approfondimento.
Nel merito, segnala la confusione del testo del nuovo articolo 94.1, che l'emendamento mira a introdurre, a partire dall'incipit, considerato che l'articolo 67, comma 5, del codice delle leggi antimafia riguarda prerogative del giudice, cui non è invece riconosciuto alcun potere con riferimento all'informazione antimafia interdittiva, di esclusiva competenza del prefetto.
Rispetto poi all'accertamento della mancanza di mezzi di sostentamento, rileva una significativa differenza tra l'ultima riformulazione, che conferisce al prefetto tale potere di accertamento, e la precedente, che imponeva al soggetto interessato di esibire la documentazione necessaria. Sottolinea che in questo modo vengono indebitamente ampliati i compiti del prefetto.
Domandandosi, pertanto, se i divieti e le decadenze previsti dall'articolo 67, comma 1, del codice delle leggi antimafia potranno essere esclusi d'ufficio, evidenzia come tale elemento di novità stravolga la funzione dell'informazione interdittiva antimafia, che è quella di escludere il destinatario della stessa dal suo contesto di affari. Segnala infatti che, con la nuova formulazione, vengono meno i suddetti divieti e decadenze per via delle condizioni economiche del soggetto interessato, che potrà dunque continuare ad operare sul mercato, con evidenti rischi di interferenza di carattere mafioso.
Sottolinea dunque che dall'emendamento in esame sembra trasparire l'intento di indebolire lo strumento dell'interdittiva antimafia, dal momento che tutti i soggetti realmente legati a contesti mafiosi avranno la possibilità di disfarsi per tempo dei propri beni, così da trovarsi apparentemente privi di mezzi di sostentamento e poter così beneficiare dell'intervento del prefetto, che potrà escludere uno o più tra i divieti e le decadenze di cui al citato articolo 67, comma 1.
Evidenzia poi la criticità del riferimento al solo titolare dell'impresa individuale, che suscita forti perplessità sul rispetto del principio di uguaglianza, e richiama al riguardo la sentenza n. 180 del 2022, con la quale la Corte costituzionale, richiamando il contenuto dell'articolo 67, comma 5 – che si riferisce al soggetto «interessato» e non all'imprenditore individuale –, ha affermato che nelle ipotesi di sostanziale sovrapposizione fra persona e attività economica emerge una disparità di trattamento rispetto ad altri possibili assetti che potrebbe avere l'impresa. Rinnova infine il confronto con l'articolo 67, comma 5, che prevede una forma di controllo – da parte del giudice – che manca nella situazione delineata dall'emendamento in esame.
Federico GIANASSI (PD-IDP), evidenziando quanto la materia delle misure di prevenzione antimafia sia delicata e imponga a tutti specifiche cautele, ritiene opportuno che i relatori e i rappresentanti del Governo forniscano chiarimenti sull'ulteriore nuova formulazione di questo emendamento. Sottolinea infatti che l'emendamento inserisce nel codice delle leggi antimafia un nuovo articolo, che sembra consentire al prefetto di concedere all'imprenditore colpito da una interdittiva antimafia, a seguito di provvedimento dell'autorità giudiziaria, di svolgere alcune attività economiche che attualmente, invece, proprio a causa dell'interdittiva, gli sono precluse. Si chiede quindi se l'intento dell'emendamento sia proprio quello di consentire al prefetto di derogare a quanto disposto dal giudice, ridimensionando l'effetto dell'interdittiva antimafia che scatta automaticamente a seguito della decisione dell'autorità giudiziaria. Si chiede inoltre quali siano le ragioni di tanto interesse della maggioranza per l'approvazione di questa norma, tenuto conto che l'emendamento viene introdotto nel disegno di legge che tratta della sicurezza urbana, ed è già stato più volte riformulato.
Devis DORI (AVS), nel prendere atto del fatto che si tratta di una delle rare occasioniPag. 5 nelle quali la maggioranza sembra avere a cuore le sorti di chi si trova in stato di indigenza, evidenzia che l'interdittiva antimafia è uno strumento di prevenzione delle infiltrazioni mafiose in ambito economico e che, più in generale, le misure interdittive esistono anche in altri settori dell'ordinamento, come ad esempio nel codice di procedura penale sotto forma di misure cautelari personali. Fa presente dunque che se lo stato di indigenza è motivo di esclusione dell'applicazione di specifiche interdizioni previste dalla normativa antimafia, lo stesso effetto dovrebbe produrre anche più in generale in relazione ad altre misure interdittive. Infine, fa presente che lo stato di indigenza dell'imprenditore dovrebbe essere oggetto di specifiche cautele soprattutto considerando che quando i mezzi di sostentamento derivano da atti illeciti, generalmente sono anche occultati.
Federico GIANASSI (PD-IDP) reitera la richiesta di spiegazioni sul significato della ulteriore nuova formulazione dell'emendamento Calderone 3.1 ai rappresentanti del Governo e ai relatori.
Ciro MASCHIO, presidente, prende atto del fatto che al momento né i rappresentanti del Governo né i relatori intendono prendere la parola.
Le Commissioni approvano l'emendamento Calderone 3.1 (nuova ulteriore formulazione) (vedi allegato).
Federico FORNARO (PD-IDP), trattandosi della prima votazione della seduta, invita il presidente a fornire assicurazioni circa l'esito della medesima.
Ciro MASCHIO, presidente, conferma l'esito della votazione testé dichiarato ribadendo quindi l'approvazione dell'emendamento Calderone 3.1 (nuova ulteriore formulazione). Invita dunque ad esaminare l'emendamento Calderone 5.1 (nuova formulazione), avvisando che i proponenti hanno già provveduto ad accettare la riformulazione.
Matteo MAURI (PD-IDP), in considerazione della scarsa propensione dei rappresentanti del Governo a prendere la parola in questa seduta, chiede al proponente dell'emendamento di volerne illustrare la ratio e il contenuto.
Tommaso Antonino CALDERONE (FI-PPE), nel fare presente che nei procedimenti di prevenzione il termine per proporre impugnazione avverso il decreto del giudice è attualmente di 10 giorni, evidenzia che, soprattutto quando si tratta di misure di prevenzione patrimoniali, i decreti che applicano le misure a volte raggiungono le migliaia di pagine, obbligando tanto il Pubblico ministero quanto il difensore che volessero procedere ad impugnazione ad uno sforzo notevole per rispettare un termine così stretto. Sottolineando inoltre come anche nel procedimento di cognizione il legislatore abbia valorizzato l'istituto dell'inammissibilità dell'impugnazione quando non vengono espressamente richiamati i punti dell'atto che si intende impugnare, fa presente che l'emendamento a sua prima firma 5.1 è volto a concedere un termine più ampio per impugnare.
Rammenta quindi che nella stesura originale dell'emendamento il termine era portato da 10 a 60 giorni mentre adesso, dopo l'intervento dei relatori e del Governo, anch'egli ha convenuto che il termine più corretto sia di 30 giorni, anche per ottemperare ad alcuni obblighi previsti dal Piano nazionale di ripresa e resilienza. Evidenzia quindi che non si tratta di una norma di parte, ma solo dell'esigenza di prevedere un termine più congruo per impugnare.
Matteo MAURI (PD-IDP) ringrazia il collega Calderone per la spiegazione esaustiva che contribuirà ad orientare il voto del suo gruppo.
Le Commissioni approvano l'emendamento Calderone 5.1 (nuova formulazione) (vedi allegato).
Ciro MASCHIO, presidente, comunica che le Commissioni passeranno adesso all'esame dell'emendamento Kelany 8.11, sul Pag. 6quale i relatori ed il Governo hanno espresso un parere favorevole.
Valentina D'ORSO (M5S), senza tornare ad esaminare le criticità dell'articolo 8 del disegno di legge, ampiamente denunciate nelle sedute precedenti, evidenzia quanto l'emendamento Kelany 8.11 possa addirittura peggiorare la formulazione della fattispecie penale di occupazione arbitraria di immobile destinato a domicilio altrui, estendendone il campo d'applicazione alle pertinenze dell'immobile. Ribadendo che non è chiara la distinzione tra «occupazione di immobile» e «appropriazione di un immobile altrui», invita a considerare la difficoltà di estendere questi concetti addirittura alle pertinenze, facendo l'esempio di un posto auto scoperto. Dichiarandosi basita per il parere favorevole espresso su questo emendamento, si chiede, in particolare, quali siano le modalità di appropriazione di un posto auto e se ciò possa configurare uno sconfinamento dal diritto penale all'ipotesi civile di usucapione.
Filiberto ZARATTI (AVS), dichiarando la propria perplessità sul contenuto dell'emendamento, fa presente che la maggioranza prefigura una reclusione fino a sette anni a fronte, ad esempio, di una recinzione collocata per un metro entro una proprietà altrui. Invita quindi a un ripensamento, ritenendo l'aggiunta prevista dall'emendamento Kelany 8.11 una grandissima esagerazione.
Matteo MAURI (PD-IDP) fa presente che l'emendamento Kelany 8.11 esula dalla ratio dell'articolo 8 del disegno di legge, che è volto a tutelare – pur a suo dire in modo inaccettabile – il diritto all'abitazione. Evidenzia come, estendendo l'applicazione del delitto alle pertinenze – ovvero alla casa del portiere, al casino di caccia, al pollaio oppure anche ad aree non edificate –, la maggioranza condanna a 7 anni di carcere anche coloro che in realtà non stanno privando i legittimi detentori della propria abitazione. Invita quindi la maggioranza a ricordare sempre, anche quando l'intento appare meramente quello di riconoscere qualcosa a un proprio parlamentare, accogliendone un emendamento, che le norme penali producono effetti anche gravi e auspica quindi che, al di là delle distanze politiche, prima di approvare una disposizione del genere la maggioranza ci ripensi.
Enrica ALIFANO (M5S) fa presente che con l'approvazione di questo emendamento l'articolo 8 del disegno di legge diviene ancor più a rischio di incostituzionalità. Ritiene infatti che la disposizione, con l'aggiunta delle pertinenze, violi ancora di più i principi di determinatezza della fattispecie penale e il principio di proporzionalità e ragionevolezza.
Valentina D'ORSO (M5S) chiede ai relatori e ai rappresentanti del Governo se sia stato fatto un approfondimento tecnico sul tema delle pertinenze, che, esulando dal codice penale, è invece ben noto dal punto di vista civilistico e critica nuovamente il fatto che la maggioranza preveda la pena di sette anni di reclusione a fronte dell'occupazione di un posto auto, immaginando le conseguenze che questa norma avrà in alcuni condomini.
Maria Elena BOSCHI (IV-C-RE) suggerisce alla maggioranza un ripensamento sull'entità della pena prevista per il delitto di occupazione arbitraria di immobili, evidenziando come sette anni di reclusione esprimano un disvalore maggiore rispetto ai sei anni previsti per il c.d. reato di rave party. Invita quindi ironicamente la maggioranza a tornare sulla disciplina di quel reato, introdotto a inizio legislatura, per innalzare ulteriormente la pena.
Alfonso COLUCCI (M5S), evidenziando come il rapporto di pertinenzialità non sia oggettivamente ricostruibile, cioè legato a un vincolo oggettivo con il bene, bensì presupponga un vincolo di destinazione e dunque una dichiarazione da parte del proprietario dell'immobile, fa presente che l'emendamento Kelany 8.11 rende la nuova fattispecie penale indeterminata e indeterminabile, e dunque incostituzionale. Esorta Pag. 7quindi a scrivere meglio le norme, soprattutto se di carattere penale.
Le Commissioni approvano l'emendamento Kelany 8.11. (vedi allegato).
Il Sottosegretario Nicola MOLTENI propone l'accantonamento dell'emendamento Iezzi 9.1, in relazione al quale nella scorsa seduta era stata presentata una nuova formulazione.
Ciro MASCHIO, presidente, accogliendo la richiesta del rappresentante del Governo, condivisa dai relatori, ne dispone l'accantonamento e avverte che l'esame riprende dalle identiche proposte emendative Dori 12.1, Boschi 12.2, Enrico Costa 12.3, Soumahoro 12.4, Di Biase 12.5 e Ascari 12.6.
Devis DORI (AVS), intervenendo in dichiarazione di voto, auspica che la maggioranza approvi gli emendamenti soppressivi in esame, data la larga condivisione che vi è tra i gruppi di opposizione, rivolgendosi in particolare a quelle forze di maggioranza che si ispirano al principio del garantismo.
Ciò premesso, ricorda che l'impostazione degli articoli 146 e 147 del codice penale, sui quali interviene l'articolo 12 del provvedimento, è rimasta tale fin dal 1930 e sottolinea come tale disposizione sia considerata una norma di civiltà, impedendo che le donne incinta o con figli di età inferiore ad un anno possano essere sottoposte alla detenzione carceraria. Al contrario, evidenzia come d'ora in poi sarà possibile applicare anche a tali soggetti la pena detentiva negli istituti penitenziari o negli istituti a custodia attenuata per detenute madri (ICAM), che sono comunque strutture detentive.
Rileva, inoltre, come l'articolo 12 sia una norma bandiera della Lega e in particolare del Ministro Salvini, che fa spesso riferimento alla questione delle donne di etnia rom che eviterebbero la pena detentiva in carcere tramite la propria gravidanza, senza essere a conoscenza del fatto che in Italia vi siano soltanto 20 donne con i relativi figli negli istituti penitenziari. A fronte di tali dati, osserva come la maggioranza e il Governo affermino che vi sia un'emergenza nazionale e che lo Stato non possa garantire una modalità alternativa di detenzione per tali soggetti, invitando ad una maggiore e più approfondita riflessione sul tema.
Giudica, infine, questo articolo come la disposizione più vergognosa del provvedimento in esame e dell'intera legislatura.
Maria Elena BOSCHI (IV-C-RE), associandosi a quanto affermato dal collega Dori, dichiara che la disposizione in esame è particolarmente grave e che chi la propone dovrebbe vergognarsene.
Si chiede quanti colleghi si siano recati recentemente a visitare un istituto penitenziario e abbiano notato le condizioni di vita dei bambini che vivono in carcere; cita l'esempio di un bambino che ha vissuto esclusivamente nel carcere di Rebibbia, dove la madre è detenuta, sottolineando come sia evidente a tutti che la vita del carcere non sia idonea alla crescita e allo sviluppo di un bambino, nonostante l'impegno del personale per gestire e migliorare la loro permanenza. Evidenzia, invece, come la situazione sia del tutto diversa nei casi in cui la madre venga sottoposta agli arresti domiciliari in una casa famiglia.
Osserva come in Italia vi siano soltanto venti donne con bambini nelle carceri e che, attualmente, l'articolo 146 stabilisce che la pena deve essere differita se deve avere luogo nei confronti di una donna incinta o di una madre di un figlio di età inferiore ad un anno e che l'articolo 147 del codice penale prevede la facoltà di differire la pena nei confronti di una madre con prole di età inferiore a tre anni. Reputa che sia particolarmente grave basare la propria propaganda politica su una modifica peggiorativa di tali norme.
Evidenzia, infine, come sia rilevante che tale normativa venga proposta e sostenuta dal primo Governo guidato da una donna: si chiede, a tal proposito, se la Presidente del Consiglio Meloni voglia essere ricordata come colei che ha peggiorato le condizioni di vita delle donne e dei loro bambini, prevedendo per loro il carcere.
Federico GIANASSI (PD-IDP) ricorda che, nel corso della legislatura, il suo gruppo aveva presentato la proposta di legge C. 103, in materia di tutela del rapporto tra detenute madri e figli minori, volta a sancire il principio per cui nessun bambino deve vivere in carcere. Rammenta, tuttavia, che, a causa dell'approvazione di alcune proposte emendative della maggioranza che ne avevano modificato il testo in senso peggiorativo, il suo gruppo aveva deciso di ritirare il provvedimento. Rileva, quindi, che la maggioranza ha sostanzialmente trasferito il contenuto di quelle proposte emendative nell'articolo 12 del provvedimento.
Osserva come il Governo, da una parte, dichiari di voler adottare politiche volte ad incentivare la natalità e a supportare le madri e, dall'altra parte, presenti un provvedimento come quello in esame tramite il quale si peggiorano le condizioni di vita delle madri e dei loro bambini. In particolare, si chiede come il gruppo di Forza Italia possa essere favorevole ad una norma del genere e si domanda come si possa ritenere che incarcerare dei bambini possa contribuire alla sicurezza del paese.
Evidenzia come il Governo non offra ai figli delle donne e delle madri di bambini piccoli che delinquono una soluzione diversa rispetto all'alternativa tra la strada e il carcere e sottolinea come tale politica non aumenterà il consenso per il Governo tra i cittadini.
Stefania ASCARI (M5S) sollecita un supplemento di riflessione nel Governo e nella maggioranza sulla disposizione in esame, ritenendo che sia esclusivamente frutto di una scelta ideologica avversa alle detenute madri di etnia rom.
Ritiene più opportuno che vi sia un approccio severo nei confronti della detenzione dei mafiosi in regime di 41-bis, poiché è noto che molti di loro continuino ad avere rapporti con l'esterno al fine di mantenere la guida dei relativi clan. A tale proposito, ricorda al rappresentante del Governo che è stata presentata un'interrogazione parlamentare a risposta scritta in merito al caso di Patrizio Bosti, detenuto in regime di 41-bis, il quale continuava a inviare e ricevere messaggi per controllare gli affari del proprio clan camorristico, evidenziando come si dovrebbe porre maggiore attenzione a questi temi piuttosto che inasprire l'espiazione della pena delle detenute madri.
Evidenzia, inoltre, come i bambini siano detenuti a tutti gli effetti, poiché spesso gli istituti penitenziari non sono in grado di garantire i servizi previsti per alleviare loro la permanenza in carcere.
Rammenta che la disposizione in esame si pone in netto contrasto con le regole di Bangkok approvate dalle Nazioni Unite in merito alle donne detenute e donne autrici di reato e in particolare con la regola 64 che afferma che «le pene non privative della libertà devono essere privilegiate, quando ciò sia possibile e indicato, per le donne incinte e per le donne con bambini, in luogo di pene privative della libertà previste in caso di reati gravi o violenti o quando la donna rappresenta ancora un pericolo e dopo aver considerato l'interesse superiore del bambino o dei bambini, restando inteso che devono essere trovate soluzioni appropriate per la presa in carico di questi ultimi».
Stigmatizza il tentativo del Governo di colpire le madri di etnia rom, presumendo che siano dedite alla criminalità e che rimangano appositamente incinte al fine di evitare la detenzione carceraria, evidenziando che le statistiche riportano come le donne di etnia rom attualmente detenute in carcere siano pochissime.
Riccardo MAGI (MISTO-+EUROPA) si associa alle considerazioni svolte dai colleghi negli interventi precedenti e chiede al rappresentante del Governo di fornire delle risposte alle questioni che sono state avanzate. In proposito, rammenta anche di aver evidenziato, già nella precedente seduta, la necessità di sospendere l'esame del provvedimento in attesa di conoscere le misure che l'Esecutivo intende adottare per fronteggiare la grave situazione nella quale versano gli istituti penitenziari, evidenziando come tale situazione si aggravi ancor di più nel corso dei mesi estivi.
Osserva inoltre come il disegno di legge in discussione vada nella direzione diametralmente opposta a quelle che erano le Pag. 9convinzioni del Ministro Nordio in tema di riforma del codice penale sulle riforme possibili, manifestate anche in un libro redatto insieme a Giuliano Pisapia, nel quale si affermava la necessità di depenalizzare e di ridurre il ricorso alla pena detentiva in carcere e si evidenziava come non fosse opportuno introdurre nuovi reati.
Osservando il contenuto del provvedimento in esame, che addirittura prevede, a discrezione del giudice, l'ingresso in carcere delle donne incinte e della loro prole, conviene con quei colleghi che in passato hanno definito il Ministro della giustizia «lo smemorato di Treviso».
Ritiene vergognoso l'utilizzo propagandistico che il Governo fa del codice penale – prendendo spunto da alcune trasmissioni televisive sulle borseggiatrici di etnia rom – e sottolinea come tale utilizzo sia stato rivendicato anche nel caso del cosiddetto «decreto rave-party» dalla stessa Presidente del Consiglio che ha giustificato la necessità di introdurre nuovi reati affermando che occorre dare dei segnali.
Con particolare riferimento alla disposizione di cui all'articolo 12 del disegno di legge in discussione, inoltre, ritiene come sia assolutamente sbagliato attribuire al giudice la discrezionalità su tale punto in quanto essa potrebbe ledere l'interesse superiore del minore e sottolinea come si debba, al contrario, rendere obbligatorio il ricorso ai percorsi alternativi.
Paolo Emilio RUSSO (FI-PPE) annuncia che il gruppo di Forza Italia non parteciperà al voto sugli emendamenti che riguardano l'articolo 12 del disegno di legge in esame pur comprendendo le ragioni per cui la maggioranza ha inteso intervenire. Precisa infatti che anche il suo gruppo è persuaso che sia necessario creare le condizioni per cui la gravidanza non venga utilizzata strumentalmente – e cinicamente – come espediente per evitare il carcere, per assicurare impunità a delinquenti abituali. Tuttavia, Forza Italia ritiene che per penalizzare – giustamente – queste madri – che non sarebbero degne di essere chiamate tali – non si debbano colpire anche i figli piccoli che sono evidentemente innocenti a prescindere.
Sottolinea, infatti, come sia possibile punire anche severamente chi reitera reati facendosi scudo del suo stato senza tuttavia fare vittime collaterali, cioè bambini costretti a nascere o a trascorrere i primi mesi delle loro vite dentro un istituto carcerario non attrezzato per accoglierli.
Preannuncia che, nel corso dell'esame in Assemblea, il suo gruppo proporrà di mantenere l'obbligo di differimento della pena o l'obbligo di scontarla in un istituto protetto per le madri con figli tra 0 e 12 mesi, per scongiurare che anche solo un bambino sia costretto a crescere dietro le sbarre per colpe della madre.
Ciò premesso, desidera chiarire che il suo gruppo non ritiene a sua volta condivisibili neanche gli emendamenti presentati dai gruppi dell'opposizione che ripropongono soluzioni che evidentemente non hanno funzionato.
Sottolinea come i dubbi del suo gruppo sulla questione siano anche di merito, politici: di fronte alla nota situazione delle carceri, drammatica al punto che le forze politiche stanno discutendo misure per ripristinare le condizioni di umanità imposte dalla Costituzione, l'articolo 12 del disegno di legge va nella direzione opposta.
Nel ringraziare i relatori ed il sottosegretario Molteni per il loro impegno, rammenta tuttavia come il disegno di legge in discussione sia stato caricato di contenuti alla fine del mese di maggio, alcuni dei quali non condivisi nella maggioranza.
Il suo gruppo desidera, quindi, marcare il proprio dissenso rispetto a una parte di questo singolo articolo senza rompere il vincolo e la lealtà di coalizione, astenendosi dal voto.
Simonetta MATONE (LEGA) ritiene che il problema sia stato mal posto dai colleghi e che l'utilizzo del tema dei minori da parte delle opposizioni per affermare che la maggioranza sia crudele ed incivile sia assolutamente scorretto.
A suo avviso, chi fa tali affermazioni non conosce la struttura dei campi rom che sono organizzati in maniera piramidale, con al vertice gli uomini e alla base le donne e i bambini, e nei quali vige un Pag. 10regime di sudditanza psicologica in virtù della quale vengono commessi reati.
Ricorda come nei confronti delle associazioni rom siano state condotte, anche da lei stessa, diverse operazioni processuali nelle quali è stata contestata l'associazione a delinquere di stampo mafioso, caratterizzata proprio dal vincolo di subordinazione che impone di commettere reati e dallo sfruttamento delle attività criminose.
Cita inoltre alcuni dati, risalenti a oltre 30 anni fa, in base ai quali un bambino dedito al borseggio, così come una donna, rendeva circa 900 mila lire al giorno ai suoi sfruttatori.
Ritiene, quindi, che le donne rom, vessate e percosse se non tornano al campo con i proventi del borseggio o dei furti in appartamento, debbano essere tutelate e sottolinea come la disposizione in discussione è volta proprio ad evitare il perpetrarsi di un intenso sfruttamento di donne che in virtù del loro essere gravide non possono essere arrestate.
Chiede quindi ai colleghi di opposizione se ritengano più civile che queste donne siano accolte all'interno degli ICAM – dove è fornita loro e alla loro prole assistenza sanitaria e pedagogica – o lasciare che continuino a delinquere essendo soggette a vessazioni.
Sottolinea inoltre come la norma in discussione lasci la discrezionalità al giudice perché valuti nell'interesse della donna e della sua prole.
Invita quindi i colleghi a verificare i numeri del rapporto tra la presenza dei rom sul territorio e gli episodi criminali.
A suo avviso, quindi, è necessario porre un limite a questa situazione proprio per non continuare a tollerare lo sfruttamento di queste donne.
Enrica ALIFANO (M5S) sottolinea come sul territorio italiano vi siano soltanto cinque ICAM e, preso atto che dall'attuazione dell'articolo in discussione dovrebbe discendere una maggiore recettività di tali strutture, si domanda come il Governo intenda procedere, anche alla luce del fatto che l'articolo 29 del disegno di legge prevede la clausola di invarianza finanziaria.
Ritiene quindi che, in assenza di tali strutture, il rischio che le detenute madri scontino la loro pena all'interno delle carceri sia particolarmente elevato.
Nel replicare quindi alla collega Matone, ritiene che prevedere una norma che criminalizzi una categoria di persone per la propria appartenenza ad una determinata etnia sia assolutamente inaccettabile. Pur rammentando il carattere di generalità e astrattezza della norma penale in questione – elemento che comunque la rassicura – stigmatizza la finalità sottesa alla disposizione, che intende colpire soltanto una determinata categoria di donne, peraltro vessate e che vivono in contesti sociali difficili. La necessaria tutela di tali soggetti fragili deve essere assicurata con soluzioni che non prevedano la carcerazione.
Filiberto ZARATTI (AVS) preliminarmente ritiene che l'intervento del collega Russo, che ha annunciato la contrarietà del proprio gruppo sulla norma in discussione, costituisca un passaggio politico di estrema rilevanza, non soltanto nell'ambito della discussione di questo provvedimento. Difatti, finalmente Forza Italia, che da sempre ha fatto del garantismo un proprio elemento identitario, reagisce alle politiche eccessivamente punitive della maggioranza di governo, con un sussulto di dignità. Si augura che la maggioranza prenda atto di tale posizione, che ha segnato la profonda distanza tra Forza Italia e la visione securitaria di Lega e Fratelli d'Italia, che vogliono trasformare il nostro Paese in un unico grande carcere.
Ritiene particolarmente gravi le affermazioni razziste della collega Matone, alla quale rammenta che le norme hanno portata generale e astratta e non possono essere rivolte a singole categorie di soggetti.
Reputa che suggestioni razziali della collega – sicuramente non condivise da numerosi colleghi della maggioranza – sembrano riportare alla memoria l'ignominia dei campi di concentramento. Pertanto, invita la collega a scusarsi e a chiarire le proprie gravi affermazioni e tutti i colleghi di maggioranza a riflettere attentamente su tale disposizione, anche alla luce della posizionePag. 11 testé espressa da un importante gruppo della coalizione di governo.
Ciro MASCHIO, presidente, ritiene che, pur nella asprezza del confronto politico che caratterizza la dialettica parlamentare, non si debba mai prescindere dal reciproco rispetto dei colleghi e delle diverse opinioni espresse. Pertanto, ritiene che le affermazioni del collega Zaratti nei confronti dell'onorevole Matone siano irrispettose.
Alfonso COLUCCI (M5S) precisa che, se pur ci fossero stati dubbi sulla portata discriminatoria e razzista della disposizione in questione, l'intervento della collega Matone li ha dissipati. Ritiene che la norma in questione si ponga in netto contrasto con il principio di uguaglianza e che si accanisca su soggetti fragili, che dovrebbero essere destinatari di protezione da parte dell'ordinamento. Inoltre, oltre a essere contrarie all'ordinamento costituzionale, tali norme rappresentano un oltraggio al senso stesso di umanità, che dovrebbe collocarsi in una dimensione ben più alta di qualsiasi ragionamento giuridico.
Prende atto della posizione espressa dal rappresentante di Forza Italia, ma ritiene che essa sia comunque insufficiente: non partecipare a delle votazioni è un atteggiamento pilatesco che non consente ai rappresentanti di Forza Italia di manifestare le proprie opinioni, partecipando alla dialettica parlamentare, compito che è alla base del mandato elettorale ricevuto. Sottolinea che tale gruppo, non presentando proprie proposte emendative e astenendosi sulle votazioni degli emendamenti di opposizione riferiti ad un intero articolo, abbia pertanto rinunciato alle proprie idee, per un mero accordo di potere interno alla maggioranza.
Rammenta che un analogo atteggiamento è stato tenuto nel corso della discussione sull'autonomia differenziata, in cui il medesimo gruppo non ha presentato proposte emendative ma si è limitato a presentare semplici ordini del giorno.
Infine, invita la collega Matone a fare chiarezza in merito alle gravissime opinioni espresse, in quanto esse tradiscono l'intento palesemente razzista e discriminatorio che è alla base di tale disposizione e che la maggioranza intende perseguire.
Valentina D'ORSO (M5S), nel sottoscrivere tutti gli interventi dei colleghi dell'opposizione, richiama le considerazioni dell'Unione delle camere penali in merito all'utilizzo distorto del diritto penale per punire il soggetto invece che il fatto. Ritiene che l'articolo 12 del disegno di legge, anche a causa delle spiegazioni fornite in quest'aula, rappresenti più di altre norme un esempio di tale uso distorsivo. Esprime quindi la convinzione che il gruppo di Forza Italia avrebbe potuto fare di più, esprimendo con un voto la propria opposizione a questo uso strumentale del diritto penale.
Matteo MAURI (PD-IDP) si dichiara disponibile a rinviare il proprio intervento per consentire alla collega Matone di intervenire nuovamente, avendone fatto richiesta.
Ciro MASCHIO, presidente, fa presente all'onorevole Mauri che alla collega Matone verrà concessa la parola per fatto personale al termine della seduta.
Matteo MAURI (PD-IDP) fa presente di essersi dichiarato disponibile a rinviare il proprio intervento, oltre che per cortesia nei confronti della collega, anche per il desiderio di ascoltare una versione diversa rispetto alla precedente.
Aggiunge di aver trovato discutibile, per quanto legittima, il richiamo del presidente Maschio sulle espressioni utilizzate dal collega Zaratti. Nel sottolineare che la collega Matone ha collocato una norma penale in una dimensione soggettiva, cosa che non andrebbe fatta nemmeno al primo anno del corso di laurea in giurisprudenza, dichiara di essere spaventato dal fatto che tale dichiarazione provenga da un parlamentare, a maggior ragione se si tratta di persona che ha fatto un certo tipo di percorso professionale. Si stupisce quindi del fatto che non si ravvisi alcun problema di fronte a simili affermazioni, evidenziando Pag. 12che nel momento in cui si dichiara che la disposizione è rivolta alle donne rom si sta sostanzialmente attribuendo una pregiudiziale etnica ad una norma penale.
Nel riconoscere che l'estensore della disposizione ha avuto l'accortezza di non scrivere ciò esplicitamente, rileva che la maggioranza ha costruito una narrazione contro le borseggiatrici nella metropolitana come se tale fenomeno costituisse il problema principale del Paese, piegando la politica al servizio della propaganda.
Alla gravità delle affermazioni fatte da chi, per rispondere alle considerazioni svolte sul tema dalle opposizioni, ha messo in piazza le reali intenzioni della maggioranza, aggiunge la dissociazione, fatta con argomenti seri ed esposti pubblicamente, del secondo maggior partito che sostiene il Governo. Pur non volendo strumentalizzare la posizione di Forza Italia, ritiene che, a fronte di tale situazione, maggioranza e Governo dovrebbero fermarsi un momento, per un supplemento di riflessione, per evitare da un lato una brutta figura ed una spaccatura al loro interno e dall'altro una norma che avrà gravi ripercussioni sulla vita dei bambini e anche sul futuro del Paese.
Per quanto consapevole della tendenza della maggioranza a dimenticare i minori, come dimostrato anche con la misura che consente ai ragazzi sopra i 16 anni di essere ospitati nei centri di permanenza destinati agli adulti, ritiene sia giunto il momento di riflettere sulla pericolosità sociale delle norme adottate, tanto più in un provvedimento che dovrebbe occuparsi di sicurezza. Considera evidente la malafede di chi, da un lato, spiega che gli ICAM non sono poi la soluzione peggiore e, dall'altro, non destina neanche un euro al miglioramento delle condizioni di vita al loro interno.
Ritiene in conclusione che intervenire in questo modo, senza alcuna ragione su un fenomeno limitato e su una presenza carceraria risibile, rappresenti esclusivamente un atto di propaganda e non costituisca certamente una buona azione di governo.
Michela DI BIASE (PD-IDP) interviene per lasciare agli atti la sua preoccupazione personale e quella del gruppo del Partito democratico, evidenziando l'approccio panpenalistico e punitivo della maggioranza che per la prima volta nella storia repubblicana introduce una norma ad hoc contro l'etnia rom e sinti.
Sottolineato che i dati del fenomeno non sono certamente allarmanti e non configurano quindi un'emergenza nazionale, fa presente, a fronte di una tale foga discriminatoria, che il suo gruppo aveva tentato nella scorsa legislatura di mettere al centro dell'attenzione esclusivamente il superiore interesse del minore.
Nel dichiararsi positivamente colpita dalla scelta di Forza Italia di astenersi dalle votazioni, aggiunge che l'interesse superiore del minore non dovrebbe essere sacrificato per motivi di convenienza ma dovrebbe essere un principio fondamentale e condiviso. Ricorda a tale proposito il lavoro straordinario compiuto da Paolo Siani che riuscì a raccogliere ampie convergenze sulla sua proposta di legge sulle detenute madri, sulla quale si espressero in senso favorevole Forza Italia e Lega. Si domanda quindi come si sia potuto passare da quel voto favorevole all'attuale abominio nei confronti dei bambini e rivolge ai colleghi un accorato appello ad accogliere gli identici emendamenti soppressivi dell'articolo 12. Sottolinea che si tratta di un tema importante, che merita un supplemento di discussione, trattandosi di una norma aberrante sia dal punto di vista giuridico sia dal punto di vista umano.
Andrea QUARTINI (M5S), nel dichiarare di aver assistito ad una narrazione che rasenta la follia, sottolinea la gravità di una norma che autorizza la carcerazione di bambini al di sotto dei tre anni e la cui unica ragione risiede nel panpenalismo indiscriminato della maggioranza. Al di là dell'inappropriatezza di una norma penale declinata in una dimensione soggettiva, considera incredibile che, per proteggere donne vittime di sistemi gerarchici criminali, le si metta in carcere insieme ai loro bambini, invece di intervenire sui carnefici.
Evidenzia quindi il completo ribaltamento delle regole, per sole ragioni di propaganda sostenute da alcune reti televisive, Pag. 13aggiungendo che da questa maggioranza, che si è tanto adoperata per proteggere le imprese dalle interdittive antimafia, ignorando invece gli indigenti, c'è da aspettarsi di tutto. Nel far presente, con riguardo alla posizione di Forza Italia, che avrebbe apprezzato un atteggiamento più radicale, invita la maggioranza a fare attenzione perché dichiarare che una norma è rivolta contro un'etnia rappresenta un'affermazione grave.
Ciro MASCHIO, presidente, pone in votazione gli identici emendamenti Dori 12.1, Boschi 12.2, Enrico Costa 12.3, Soumahoro 12.4, Di Biase 12.5 e Ascari 12.6 e, all'esito della votazione, ne comunica la reiezione.
Valentina D'ORSO (M5S) chiede alla presidenza di procedere a un puntuale riscontro dell'esito della votazione.
Ciro MASCHIO, presidente, pur ritenendo che non vi siano dubbi sull'esito della votazione, invita la deputata segretaria Bordonali al banco della presidenza al fine di procedere alla verifica del risultato della votazione mediante appello nominale.
(votazione per appello nominale)
Ciro MASCHIO, presidente, dà conto dell'esito del voto, confermando la reiezione degli identici emendamenti Dori 12.1, Boschi 12.2, Enrico Costa 12.3, Soumahoro 12.4, Di Biase 12.5 e Ascari 12.6, con 21 voti contrari e 18 voti favorevoli. Precisa che la presidenza non ha partecipato alla votazione.
Prima di rinviare il seguito ad altra seduta, dà la parola all'onorevole Matone per fatto personale.
Simonetta MATONE (LEGA) dichiara di confermare integralmente ogni parola del suo precedente intervento. Precisa quindi che rappresenta un principio di diritto fornire una risposta specifica ad un fenomeno specifico. Ritiene che l'opposizione sia stata spiazzata dal suo precedente intervento a difesa delle donne e dei minori sfruttati, vessati e schiavizzati. Sottolineato quindi che i processi cui si è riferita sono processi gravissimi per riduzione in schiavitù e non certamente per fatti bagatellari, ritiene che non sia lei a doversi scusare, bensì coloro che sono intervenuti pur nella totale ignoranza del tema.
Ciro MASCHIO, presidente, rinvia il seguito dell'esame ad altra seduta.
La seduta termina alle 19.50.
UFFICIO DI PRESIDENZA INTEGRATO
DAI RAPPRESENTANTI DEI GRUPPI
Martedì 2 luglio 2024.
L'ufficio di presidenza si è riunito dalle 19.55 alle 20.05.