TESTI ALLEGATI ALL'ORDINE DEL GIORNO
della seduta n. 463 di Martedì 8 aprile 2025

 
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INTERROGAZIONI

A)

   EVI. — Al Ministro dell'agricoltura, della sovranità alimentare e delle foreste. — Per sapere – premesso che:

   nel mondo ogni anno vengono abbattuti più di 6 miliardi di pulcini maschi, di questi circa 330 milioni in Europa e 35 milioni in Italia;

   in Europa, si sono sviluppate tecniche di sessaggio precoce, efficaci sia sul pollame con «genetica bianca» quanto su quello con «genetica marrone». Tecniche che consentono di efficientare la produzione aziendale e aumentare i consumi, ponendo fine all'abbattimento di massa;

   il decreto legislativo 7 dicembre 2023, n. 205, recante «Adeguamento della normativa nazionale alle disposizioni del regolamento (CE) n. 1099/2009 del Consiglio, del 24 settembre 2009, relativo alla protezione degli animali durante l'abbattimento, ai sensi dell'articolo 18 della legge 4 agosto 2022, n. 127», ha previsto dal 31 dicembre 2026 il divieto per l'abbattimento selettivo dei pulcini di linea maschile delle galline della specie Gallus gallus domesticus;

   lo stesso decreto legislativo, all'articolo 4, dispone che gli incubatoi devono essere dotati di strumenti che consentono di determinare il sesso dell'embrione quanto prima possibile e, comunque, non oltre il quattordicesimo giorno dall'incubazione;

   l'articolo 5 del decreto, in particolare, prevede «Misure per implementare le tecnologie per il sessaggio», che consentono di riconoscere il sesso dell'embrione prima della schiusa dell'uovo, quindi la sistematica eliminazione delle uova contenenti futuri maschi e, quanto più l'identificazione del sesso è tempestiva, tanto più è possibile operare nell'arco temporale in cui l'embrione non è in grado di percepire il dolore;

   per l'attuazione delle suddette disposizioni, il decreto legislativo in argomento prevede l'adozione di un decreto del Ministro della salute, di concerto con il Ministro dell'agricoltura, della sovranità alimentare e delle foreste e con il Ministro delle imprese e del made in Italy, per stabilire le linee guida dirette a:

    a) promuovere l'utilizzo dei macchinari in grado di determinare il sesso dell'embrione, secondo le più avanzate tecnologie, il prima possibile e comunque non oltre il quattordicesimo giorno dall'incubazione;

    b) sostenere il sessaggio in ovo, attraverso la promozione del miglioramento tecnologico e il monitoraggio dei risultati, con particolare riguardo ai tempi di rilevazione del sesso dell'embrione e alla percentuale di errore di sessaggio;

    c) favorire l'adeguamento strutturale degli incubatoi e l'implementazione delle tecnologie disponibili più avanzate, volte ad evitare l'abbattimento dei pulcini maschi;

    d) promuovere campagne informative sulla filiera di provenienza delle uova e degli ovoprodotti, attraverso un adeguato sistema di etichettatura («labelling»);

   in risposta ad un'interrogazione parlamentare il Governo ha dichiarato che durante la fase di adozione del decreto legislativo suddetto sono emerse, anche nell'ambito delle consultazioni con le associazioni di categoria, le criticità e le difficoltà di attuazione delle misure sopra descritte;

   è necessario promuovere un sistema di etichettatura chiaro e trasparente che risponda alle aspettative dei consumatori in materia di benessere animale e provvedimenti tesi ad incentivare lo sviluppo delle tecnologie di ovo-sessaggio, con particolare attenzione alla riduzione dei tempi entro cui effettuare la determinazione del sesso degli embrioni –:

   quali iniziative di competenza intenda assumere per sostenere finanziariamente gli operatori del settore al fine di incentivare interventi di reingegnerizzazione dei processi produttivi e tecnologie più performanti e con quali tempistiche verranno adottati i provvedimenti attuativi.
(3-01877)

(7 aprile 2025)
(ex 5-03718 del 13 marzo 2025)

B)

   GHIRRA e GRIMALDI. — Al Ministro delle imprese e del made in Italy, al Ministro del lavoro e delle politiche sociali, al Ministro dell'economia e delle finanze, al Ministro dell'ambiente e della sicurezza energetica. — Per sapere – premesso che:

   Versalis è la società chimica del Gruppo Eni impegnata nei settori della petrolchimica e che opera a livello nazionale e internazionale nei settori della chimica di base e degli intermedi, delle materie plastiche, delle gomme e della chimica da fonti rinnovabili;

   a ottobre 2024 l'Eni ha anticipato il piano di trasformazione e decarbonizzazione di Versalis, che si concluderà nel 2029, e che prevede investimenti di circa 2 miliardi di euro per i prossimi 5 anni in funzione dell'obiettivo di ridurre le emissioni di CO2 di circa 1 milione di tonnellate, pari a circa il 40 per cento delle attuali emissioni di Versalis in Italia, ma anche la chiusura degli impianti di cracking a Brindisi e a Priolo e del polietilene a Ragusa;

   è ovviamente forte l'incertezza dei lavoratori e delle organizzazioni sindacali del comparto chimico, per le scelte contenute nel piano strategico di Eni Versalis;

   le scelte di politica industriale del Governo e gli effetti delle strategie di Eni-Versalis rischiano di compromettere la produzione dell'intera filiera della chimica di base in Italia, e questo produce una inevitabile e giustificata preoccupazione per il mantenimento occupazionale dei lavoratori diretti e dell'indotto;

   in realtà l'unica chiusura prevista è quella dello stabilimento di Ragusa, programmata per il 31 dicembre 2024. Gli impianti di etilene di Priolo continueranno a funzionare almeno per un altro anno, producendo la materia prima necessaria a poter mantenere operativo anche lo stabilimento di Ragusa, così come lo stabilimento di Brindisi continuerà a produrre etilene per alimentare il suo impianto di polimeri;

   la chiusura per riconversione degli impianti Eni Versalis ha portato in piazza a Ragusa il 12 novembre 2024, i sindacati della chimica ed energia (Filctem, Femca, Uiltec) che hanno proclamato uno sciopero generale dei lavoratori e dell'indotto, ribadendo che la decisione di Eni di chiudere lo stabilimento siciliano rappresenta non solo un danno per i lavoratori diretti e indiretti, ma anche un pesante danno al territorio e un tradimento della storia industriale che ha dato impulso all'intera economia ragusana;

   come hanno ribadito con forza i sindacati, «la “riconversione” di un impianto non può generare disoccupazione» –:

   se non si intenda intervenire, per quanto di competenza, al fine di considerare un piano alternativo alla chiusura di stabilimenti di cui in premessa, e comunque un piano graduale di riqualificazione, a cominciare dagli stabilimenti di Ragusa, in grado di garantire i livelli occupazionali, diretti e indiretti, e l'economia, per una riconversione capace di preservare i posti di lavoro e l'identità industriale dei relativi territori.
(3-01559)

(13 novembre 2024)

   GHIRRA. — Al Ministro delle imprese e del made in Italy, al Ministro del lavoro e delle politiche sociali. — Per sapere – premesso che:

   da notizie di stampa si apprende delle contestazioni in merito al piano di riorganizzazione presentato a ottobre 2024 per Versalis, società petrolchimica controllata da Eni, nell'ottica di una proclamata trasformazione, decarbonizzazione e rilancio;

   in particolare, il progetto di Eni prevede la chiusura, nel 2025, dei siti di cracking a Priolo e Brindisi e quello del polietilene a Ragusa, che saranno sostituiti da nuovi impianti industriali coerenti con la transizione energetica e la decarbonizzazione, nell'ambito della chimica bio, circolare e di specialità, ma anche della bioraffinazione e dell'accumulo di energia, nel suo annuncio, Eni ha parlato di 2 miliardi di euro di investimenti e un taglio di emissioni di circa 1 milione di tonnellate di CO2, anche se secondo alcuni studi risulterebbe che, a fronte del citato taglio di emissioni, avremmo un impatto di 3 milioni di tonnellate in più per importare la materia prima dal sudest asiatico;

   inoltre, con il cracking si ottengono benzine e solventi quali l'etilene, utilizzati per realizzare materie plastiche e metalli in svariati oggetti di uso comune, ma anziché produrlo in Italia, Eni intenderebbe importarlo dall'estero, con conseguente aumento dei costi per l'intera filiera; una scelta che trasformerebbe, a parere dell'interrogante, Eni in un rivenditore e che non può non celare la logica finanziaria di aumentare i profitti, nell'interesse degli investitori privati e a discapito del nostro Paese;

   evidentemente, l'intero apparato industriale italiano verrà esposto a una ulteriore dipendenza energetica e a una diminuzione aggiuntiva della competitività a livello globale, contribuendo ad accelerare il declino già evidente dopo circa 24 mesi consecutivi di calo della produzione;

   il citato progetto di Eni, che mette a rischio oltre 24 mila posti di lavoro e intere economie provinciali, è oggetto di un tavolo tecnico al Ministero delle imprese e made in Italy;

   la paventata chiusura dell'impianto di Brindisi è prevista per aprile 2025, quella di Priolo entro la fine dell'anno 2025, mentre a Ragusa è già stato fermato e in Sicilia la produzione di etilene sarà sostituita dai biocarburanti, in Puglia dagli accumulatori stazionari di energia elettrica;

   peraltro, la chiusura degli impianti comporterebbe inevitabilmente la necessità di interventi di bonifica, ripristino ambientale, nonché di messa in sicurezza;

   i sindacati hanno organizzato una mobilitazione nazionale affinché il Governo solleciti la modifica del piano e il mantenimento della chimica di base nel nostro Paese;

   sempre da notizie di stampa, si è appreso dell'adesione alla mobilitazione dei lavoratori davanti ai cancelli dell'ex Petrolchimico di Porto Torres dove l'impianto di elastomeri occupa 50 lavoratori diretti e 232 lavoratori dell'indotto i quali nei giorni scorsi hanno protestato in un sit-in davanti agli impianti, perché preoccupati per le ripercussioni che la chiusura dei tre siti di cracking comporterebbe sotto il profilo occupazionale anche in Sardegna –:

   quali siano le valutazioni dei Ministri interrogati in merito a quanto riferito in premessa;

   quali siano tutte le iniziative urgenti che il Governo intenda porre in essere riguardo alla drammatica situazione esposta in premessa, non ultimo per salvaguardare le imprese e l'occupazione dei lavoratori coinvolti e, più in generale, per mettere a punto nell'immediato concreti piani industriali che garantiscano il rilancio di un settore particolarmente rilevante per l'economia del nostro Paese, quale è il comparto industriale, assicurando una transizione ecologica equa, ovvero economicamente e socialmente sostenibile.
(3-01878)

(7 aprile 2025)
(ex 4-04560 dell'11 marzo 2025)

   BARBAGALLO. — Al Ministro delle imprese e del made in Italy, al Ministro del lavoro e delle politiche sociali. — Per sapere – premesso che:

   il polo industriale siracusano è uno dei principali siti di emissione antropogenica di CO2 e, dunque, la sua riconversione si pone come strategica anche nel quadro di un piano nazionale per il clima e per la riduzione delle emissioni di gas climalteranti;

   nelle varie dichiarazioni di rappresentanti della maggioranza di Governo il polo industriale siracusano dovrebbe divenire un «hub energetico europeo» e il Ministro delle imprese e del made in Italy in occasione di una sua visita, nel maggio 2023, affermava: «siamo intervenuti per evitare la chiusura degli impianti e ovviamente per accompagnare le riforme di risanamento ambientale che sono necessarie. Penso sia importante che adesso le aziende procedano nella loro attività di riconversione e sostenibilità ambientale, anche per quanto riguarda il depuratore di Priolo»;

   permangono tuttavia, dopo oltre un anno, molteplici incertezze di tipo giuridico ed economico, e soprattutto, l'assenza di investimenti pubblici strategici per il polo industriale;

   in tale contesto, l'annuncio che nel nuovo Piano strategico Eni 2024-2027 non sono compresi gli stabilimenti Eni-Versalis di Ragusa e Priolo, sta creando una profonda preoccupazione per la tenuta dell'occupazione nonostante siano stati contemporaneamente annunciati nuovi impianti coerenti con la transizione energetica e la decarbonizzazione dei vari siti industriali, nell'ambito della chimica sostenibile e della bioraffinazione;

   il polo siracusano fa già i conti con i recenti fermi di due impianti, Isab Igcc (cogenerazione energia elettrica) e uno alla raffineria Nord e con gli impianti fermi a rotazione anche alla Sasol di Augusta;

   la decisione di chiudere la produzione chimica dei citati stabilimenti Eni-Versalis rappresenta l'ennesimo duro colpo per l'economia locale e per i lavoratori del settore. In assenza di un piano concreto per la riconversione industriale e per la tutela dei lavoratori, la chiusura di questi impianti avrà ripercussioni gravissime sul territorio, mettendo a rischio centinaia di posti di lavoro dello stabilimento e dell'indotto;

   ma il problema non è solo questo, poiché ad essere compromesso è il futuro dell'intera zona industriale, perché essendo il polo petrolchimico un vasto mosaico, la perdita di un tassello importante come Eni avrebbe delle conseguenze su tutto il comparto, tra i più grandi in Europa, capace di produrre il 22 per cento del carburante che circola in Italia;

   in gioco ci sono 400 lavoratori diretti e altrettanti dell'indotto. Ma la vera questione è che lo stabilimento Versalis è strettamente interconnesso con quello ex Lukoil al quale fornisce etilene e contribuisce al funzionamento delle raffinerie Sonatrach e Sasol. Smantellare questo impianto causerebbe un effetto domino che potrebbe distruggere un polo industriale da 10 mila lavoratori;

   il quadro peggiore è quello di una crisi industriale, occupazionale e ambientale senza precedenti e senza soluzioni: una povertà economica, ambientale e della salute destinata ad alimentarsi e ad aggravarsi nel tempo –:

   se non intendano attivarsi con la massima urgenza per evitare la prevista chiusura degli stabilimenti Eni-Versalis con l'obiettivo di individuare un piano graduale e sostenibile per la riconversione industriale e per la tutela dei lavoratori che possa rappresentare concretamente un tassello importante per garantire la riconversione ecologica del polo;

   se non intendano avviare con la massima urgenza un confronto ampio e profondo finalizzato ad indicare nuovi percorsi strategici di innovazione sostenibile e di rilancio occupazionale del polo industriale siracusano e che individui nel raccordo tra Pnrr e Fsc le risorse pubbliche da affiancare all'iniziativa privata, anche tenendo conto del ruolo propulsivo che può svolgere l'infrastrutturazione dell'Autorità di sistema portuale Sicilia Orientale e che può avere nel campo dell'energia sostenibile il suo punto focale.
(3-01879)

(7 aprile 2024)
(ex 5-03048 del 30 ottobre 2024)

   LAI. — Al Ministro delle imprese e del made in Italy, al Ministro del lavoro e delle politiche sociali, al Ministro dell'ambiente e della sicurezza energetica. — Per sapere – premesso che:

   la chimica verde rappresenta un settore strategico per la transizione ecologica, con importanti ricadute ambientali ed economiche grazie all'utilizzo di materie prime rinnovabili e processi a basso impatto;

   l'Italia ha maturato competenze avanzate nella chimica verde, grazie alla presenza di imprese e centri di ricerca, ma il settore ha subito rallentamenti negli investimenti e nella crescita industriale;

   Versalis, società controllata da Eni e principale operatore della chimica in Italia, ha recentemente annunciato la chiusura degli impianti di cracking a Brindisi e Priolo, decisione che ha suscitato preoccupazione tra i lavoratori e le istituzioni locali;

   la chiusura dei cracking di Brindisi e Priolo segue una serie di dismissioni analoghe avvenute negli ultimi anni a Porto Torres, Gela e Porto Marghera, mettendo a rischio la tenuta dell'intero settore della chimica di base in Italia;

   il decreto-legge 1° marzo 2022, n. 17, convertito con modificazioni dalla legge 27 aprile 2022, n. 34 all'articolo 14, comma 3-bis, ha previsto la convocazione della cabina di regia sulla chimica verde in Sardegna, ma a oggi non risultano sviluppi concreti sulle decisioni prese e sugli investimenti necessari per il rilancio del settore nell'isola;

   la transizione ecologica richiede un quadro normativo stabile e incentivi adeguati per favorire lo sviluppo della chimica verde e attrarre investimenti nel settore –:

   quali siano le strategie e le politiche che il Governo intenda adottare per sostenere e rilanciare la chimica verde in Italia;

   quali siano le valutazioni del Ministro interrogato in merito alla recente decisione di Versalis di chiudere gli impianti di cracking a Brindisi e Priolo e quali iniziative di competenza si intendano adottare per salvaguardare l'occupazione e la produzione nel settore della chimica di base;

   quali iniziative di competenza il Governo intenda adottare per garantire un futuro produttivo e occupazionale al sito di Porto Torres, in considerazione delle difficoltà incontrate nello sviluppo della chimica verde nell'area;

   se il Governo, intenda procedere alla convocazione della cabina di regia sulla chimica verde in Sardegna, come previsto dal citato decreto-legge e quali siano gli esiti finora registrati;

   se il Governo intenda promuovere un piano di investimenti pubblici e privati per il settore, favorendo la ricerca, lo sviluppo e l'industrializzazione di nuove tecnologie basate su materie prime rinnovabili;

   quali iniziative di competenza il Governo intenda adottare per garantire la competitività dell'industria chimica italiana nel contesto europeo e internazionale, salvaguardando l'occupazione e la produzione strategica nazionale.
(3-01880)

(7 aprile 2025)
(ex 5-03642 del 27 febbraio 2025)

   LA SALANDRA. — Al Ministro delle imprese e del made in Italy, al Ministro del lavoro e delle politiche sociali. — Per sapere – premesso che:

   come annunciato da qualche mese da Eni, la chiusura dell'impianto di steam cracking di Brindisi è motivata da una forte crisi di settore che da anni oramai incombe nell'industria petrolchimica. Ingenti perdite economiche accumulate negli anni hanno indotto Eni ad avviare un programma di riconversione aziendale che prevede nuovi progetti industriali di sviluppo;

   l'ipotesi di realizzare di una giga factory nel settore green non fornisce però dei chiari dettagli in riferimento ai tempi di attuazione e soprattutto porta con sé la legittima preoccupazione sul pieno riutilizzo della manodopera e la salvaguardia dei posti di lavoro;

   al tavolo tecnico istituito ad hoc, il Ministero ha discusso la possibilità di rinviare la chiusura dell'impianto (dapprima prevista per marzo, comunque avverrebbe entro il 2025), sottolineando l'importanza di mantenere la chimica di base come parte della capacità produttiva nazionale;

   la riconversione dell'impianto è un tema centrale. È stata proposta la realizzazione di una «giga factory» in collaborazione con Seri Industrial, che dovrebbe entrare in funzione nel 2028. Tuttavia, ci sono preoccupazioni sui tempi e sulle modalità di attuazione di questo progetto, così come sull'impatto occupazionale per i lavoratori diretti e dell'indotto. Come riportato da diversi organi di stampa, le organizzazioni sindacali dei lavoratori sono in pieno stato di agitazione;

   la dismissione di questo impianto industriale comporterebbe inevitabilmente delle ricadute negative per tutto il tessuto economico sociale del comprensorio e del comparto. Aziende come Chemgas Lyondell Basell, la centrale elettrica di Enipower e il Consorzio Brindisi Servizi Generali patirebbero inevitabilmente –:

   quali iniziative il Governo intenda porre in essere per garantire nella città di Brindisi la piena continuità produttiva, attraverso un adeguato processo di riconversione industriale. E soprattutto quali iniziative verranno prese per tutelare i lavoratori dell'intero comparto chimico.
(3-01881)

(7 aprile 2025)
(ex 5-03680 del 6 marzo 2025)

C)

   PICCOLOTTI e GRIMALDI. — Al Ministro dell'istruzione e del merito. — Per sapere – premesso che:

   genitori e studenti di tutta Italia utilizzano il registro elettronico per consultare voti, assenze, ritardi e compiti assegnati a scuola;

   da un'inchiesta de La Stampa è emerso che nell'estensione «MyTools» del registro elettronico ClasseViva sono contenuti pubblicità e giochi elettronici;

   all'interno dell'app del registro elettronico, infatti, sarebbero spuntati una serie di contenuti commerciali che promuovono servizi di vario genere, dal supporto psicologico alle attività sportive, fino a prestiti studenteschi, corsi di lingue e persino videogame;

   il Ministro interrogato è intervenuto dichiarando che «è inaccettabile che sul registro elettronico compaia della pubblicità. Questo lo dico al di là del caso specifico. È improprio che su uno strumento scolastico vi siano giochi elettronici e pubblicità»;

   diverse associazioni, tra cui Cidi (Centro di iniziativa democratica degli insegnanti) e Andis (Associazione nazionale dei dirigenti scolastici), si dicono contrarie a questo tipo di gestione dello strumento scolastico: «No a pubblicità e giochi», è la richiesta delle associazioni, che chiedono «un registro unico comune»;

   l'inserimento di annunci pubblicitari all'interno di uno strumento destinato esclusivamente alla didattica rappresenta una deriva preoccupante, che rischia di trasformare l'istruzione in un mercato. La preoccupazione principale riguarda la possibilità che i dati sensibili di studenti e genitori vengano utilizzati per operazioni di profilazione a fini pubblicitari –:

   se e come questi contenuti commerciali siano stati veicolati, e se risultino essere state rispettate le norme sulla protezione dei dati personali;

   se non ritenga urgente adottare delle linee guida alle quali le aziende fornitrici dei registri elettronici debbano attenersi e se stia valutando l'adozione di un software unico statale allo scopo di evitare l'impiego di strumenti guidati esclusivamente dal profitto privato.
(3-01882)

(7 aprile 2025)
(ex 4-04542 del 7 marzo 2025)

MOZIONI IN ORDINE AL PIANO DI RIARMO EUROPEO

   La Camera,

   premesso che:

    1) le conclusioni del Consiglio europeo del 20 e 21 marzo 2025 confermano la pericolosa quanto concreta svolta militarista dell'Europa, preannunciata nel Libro Bianco della Difesa europea, ribattezzando il Piano di riarmo europeo «Rearm Europe» in «ReArm Europe Plan/Readiness 2030», intendendo sottolineare la capacità di prontezza e risposta militare, in totale contrasto con i principi e i valori comuni dell'Unione europea ossia libertà, democrazia, uguaglianza e Stato di diritto, promozione della pace e della stabilità. Una vera e propria chiamata alle armi;

    2) in particolare, al titolo IV – Difesa e Sicurezza europee, delle conclusioni del Consiglio europeo, si chiede al paragrafo 21 «un'accelerazione dei lavori su tutti i filoni per potenziare in modo decisivo la prontezza dell'Europa alla difesa nel corso dei prossimi cinque anni», a tal fine invitando «il Consiglio e i co-legislatori a portare avanti rapidamente i lavori sulle recenti proposte della Commissione». Al paragrafo 23, del medesimo titolo, il Consiglio europeo invita la Commissione e l'Alta rappresentante a riferire periodicamente in merito agli avanzamenti compiuti nell'attuazione delle conclusioni sulla difesa;

    3) al Consiglio europeo sono comunque emerse varie divergenze tra gli Stati membri in materia di debito comune e sul tema degli investimenti. Il debito comune dovrà essere necessariamente affrontato nel prossimo Consiglio di giugno 2025, considerato che al summit Nato in programma all'Aia dal 24 al 26 giugno 2025 verrà indicato il nuovo target di spesa per i Paesi membri dell'Alleanza atlantica;

    4) il 19 marzo 2025, la Commissione e l'Alta rappresentante hanno presentato il Libro Bianco sulla difesa europea, contestualmente la Commissione ha presentato, nell'ambito del piano ReArm Europe/Readiness-2030, un pacchetto di difesa che fornisce leve finanziarie agli Stati membri dell'Unione europea al fine di facilitare l'aumento degli investimenti nelle capacità di difesa;

    5) ReArm Europe Pian/Readiness 2030 ha ottenuto un prima via libera nel corso del Consiglio europeo straordinario dello scorso 6 marzo 2025, tra cui il sostegno del Governo italiano, dopo esser stato annunciato già qualche giorno prima, in maniera alquanto irrituale in considerazione della portata e dell'impatto, con una lettera del Presidente della Commissione europea Von der Leyen all'attenzione dei capi di Stato e di Governo dei Paesi membri;

    6) il piano, declinato in 5 punti, vale 800 miliardi di euro e segna un deciso cambio di rotta dell'Unione a favore di una vera e propria militarizzazione dell'Unione europea, come a più riprese denunciato dal gruppo parlamentare «Movimento Cinque Stelle», in cui le priorità politiche su temi centrali quali la transizione verde e digitale, la sanità, l'istruzione e la green economy, cedono il passo al rafforzamento della capacità di produzione di armi e munizioni;

    7) in particolare, il piano dell'Unione europea prevede un aumento esponenziale della spesa per la sicurezza e la difesa dell'Europa, declinata nel senso di un rafforzamento della capacità militare, attraverso l'istituzione di un nuovo strumento finanziario basato su prestiti agli Stati membri garantiti dal bilancio dell'Unione europea, per l'acquisto, tra l'altro, di sistemi di difesa aerea e missilistica, artiglieria, missili e munizioni, droni e sistemi anti-drone, nonché investimenti in infrastrutture critiche e protezione dello spazio, mobilità militare, cyber, intelligenza artificiale e guerra elettronica;

    8) gli Stati membri avrebbero inoltre la possibilità di innalzare la propria spesa militare a livello nazionale, tramite l'attivazione della clausola di salvaguardia nazionale del Patto di stabilità e crescita, (Psc) ipotesi che – consentendo lo scorporo degli investimenti per la difesa dal calcolo deficit/Pil – libererebbe, nelle intenzioni della Presidente della Commissione europea, complessivamente 650 miliardi di euro in un periodo di quattro anni, da aggiungersi ai 150 miliardi del nuovo strumento di prestiti per la difesa sostenuti dal bilancio dell'Unione europea. Gli spazi di indebitamento a disposizione degli Stati membri verrebbero così occupati dalle spese per il riarmo, a svantaggio dello stato sociale e dei servizi alla persona, con evidenti disparità a seconda delle disponibilità di bilancio, creando un progetto di investimento industriale non organico, che potrebbe falsare la concorrenza interna, minando i principi stessi del mercato comune, in luogo di una sana e ordinata competizione all'interno dell'Unione europea. La possibilità di attivare la clausola di salvaguardia è stato uno dei punti che ha fatto emergere distanze profonde tra Stati membri al Consiglio europeo di marzo 2025, considerate le singole situazioni debitorie dei Paesi;

    9) allo stato attuale, dunque, si prospetta unicamente una mobilitazione senza precedenti di risorse finanziarie per l'aumento delle spese militari a livello nazionale dei singoli Stati membri, peraltro senza una revisione delle regole fiscali europee ma incidendo esclusivamente sul debito dei singoli Paesi membri;

    10) la svolta bellicista descritta sta minando le fondamenta dello spirito originale del grande progetto di pace che avrebbe dovuto essere l'Unione europea e che auspichiamo si torni a perseguire, come rivoluzionariamente sancito dal testo del «Il Manifesto di Ventotene», ovvero uno dei testi fondanti dell'Unione europea, per creare una federazione europea ispirata ai principi di pace, libertà e democrazia;

    11) considerati i futuri sviluppi a livello europeo in materia di difesa, come riportato nelle conclusioni del Consiglio europeo di marzo 2025, è fondamentale tenere costantemente informati gli organi parlamentari competenti, come previsto dalla legge 24 dicembre 2012, n. 234 recante «Norme generali sulla partecipazione dell'Italia alla formazione e all'attuazione della normativa e delle politiche dell'Unione europea», all'articolo 4, comma 2, disponendo che «Il Governo informa tempestivamente i competenti organi parlamentari su iniziative o su questioni relative alla politica estera e di difesa comune presentate al Consiglio dell'Unione europea o in corso di esame da parte dello stesso, dando specifico rilievo a quelle aventi implicazioni in materia di difesa.»,

impegna il Governo:

1) a non proseguire nel sostegno del piano di riarmo europeo «ReArm Europe/Readiness 2030»;

2) al fine di recuperare i valori fondanti dell'Unione europea, a sostenere nelle opportune sedi europee la sostituzione integrale del «ReArm Europe/Readiness 2030» con un piano di rilancio e sostegno agli investimenti che promuovano la competitività, gli obiettivi a lungo termine e le priorità politiche dell'Unione europea quali: spesa sanitaria, sostegno alle filiere produttive e industriali, incentivi all'occupazione, istruzione, investimenti green e beni pubblici europei, per rendere l'economia dell'Unione più equa, competitiva, sicura e sostenibile;

3) a dare seguito tempestivamente, per quanto di competenza, al dettato normativo di cui all'articolo 4 della legge n. 234 del 2012, al fine di aggiornare costantemente gli organi parlamentari competenti in merito alle evoluzioni in materia di difesa di cui in premessa, nel rispetto del dialogo politico e a salvaguardia delle prerogative parlamentari alla luce di quella che i firmatari del presente atto ritengono essere la nuova postura bellicista assunta dalla Commissione europea.
(1-00422) «Riccardo Ricciardi, Francesco Silvestri, Pellegrini, Scerra, Conte, Baldino, Lomuti, Bruno, Cantone, Alfonso Colucci, D'Orso, Torto, Fenu, Caso, Ilaria Fontana, Iaria, Pavanelli, Barzotti, Quartini, Caramiello, Morfino, Auriemma, Cherchi, Dell'Olio, Aiello».

(25 marzo 2025)

   La Camera,

   premesso che:

    1) secondo i dati del Kiel Institute, dall'inizio dell'invasione su vasta scala della Russia al 31 dicembre 2024 l'Italia ha fornito aiuti bilaterali all'Ucraina per complessivi 2,26 miliardi di euro e ulteriori 6,76 miliardi di euro di contributi per gli aiuti forniti direttamente dall'Unione europea;

    2) gli aiuti italiani, nel periodo considerato, sono quindi stati mediamente di poco inferiori allo 0,15 per cento del Prodotto interno lordo annuo, comprendendo sia il sostegno militare sia gli impegni di solidarietà umanitaria e finanziaria;

    3) nello stesso periodo, i Paesi europei hanno fornito aiuti, sia bilaterali che intermediati dall'Unione europea, pari a 132,3 miliardi di euro e ne hanno programmati per ulteriori 115,1 miliardi di euro. Gli Stati Uniti hanno fornito aiuti per 114,2 miliardi di euro e ne hanno programmati per ulteriori 4,8 miliardi;

    4) complessivamente, l'impegno finanziario europeo e statunitense per l'Ucraina dall'inizio del 2022 alla fine del 2024 è stato pari a circa 366 miliardi di euro. In termini teorici, se l'impegno europeo proseguisse per l'intero 2025 come nel triennio precedente e surrogasse per intero l'impegno statunitense, nel frattempo venuto meno, nel complesso assorbirebbe circa lo 0,6 per cento del Prodotto interno lordo complessivo dei Paesi membri dell'Unione europea, del Regno Unito e della Norvegia;

    5) nel febbraio 2025, l'Alta rappresentante dell'Unione europea per gli affari esteri e la politica di sicurezza, Kaja Kallas, aveva proposto un piano da 40 miliardi di euro per aiuti militari urgenti all'Ucraina, di fronte al completo disimpegno degli Usa. Nell'ultimo Consiglio europeo, tenutosi il 20 marzo 2025, il piano è stato fortemente ridimensionato sia nell'importo (sceso da 40 a 5 miliardi di euro), sia nel meccanismo di funzionamento (non una ripartizione in base al Prodotto interno lordo dei Paesi membri, ma su base volontaria);

    6) lungi dall'essere stato avviato un vero processo di pace, non è stato ancora perfezionato neppure l'accordo per una tregua, cioè per una – almeno temporanea – sospensione dell'aggressione militare della Russia all'Ucraina, annunciata come imminente dopo la recente telefonata tra Donald Trump e Vladimir Putin; al contrario, proprio dopo il vertice, si sono intensificate sia le operazioni militari, sia gli attacchi russi su obiettivi e infrastrutture civili;

    7) nel Documento programmatico pluriennale (Dpp) della difesa per il triennio 2024-2026, trasmesso alle Camere il 12 settembre 2024, risulta che nel 2024 il rapporto percentuale tra il budget della difesa (29,18 miliardi di euro) e il Prodotto interno lordo nominale (2.130,48 miliardi di euro) si attestava al valore dell'1,37 per cento ed era destinato a decrescere all'1,31 per cento nel 2025 e all'1,26 per cento nel 2026 rispetto ai corrispondenti valori di Prodotto interno lordo previsionale;

    8) in base agli impegni assunti in occasione del summit Nato svoltosi in Galles nel settembre 2014, poi ribaditi a Varsavia nel 2016 con il cosiddetto Defence investment pledge (Dip), ciascuna nazione alleata avrebbe dovuto raggiungere entro il 2024 tre obiettivi: il 2 per cento delle spese per la difesa rispetto al prodotto interno lordo (cash), il 20 per cento della quota del budget della difesa da destinare agli investimenti (capabilities) e un contributo a missioni, operazioni ed altre attività (contributions);

    9) se pure la percentuale delle spese in conto capitale per la difesa è aumentata negli ultimi anni in Italia, nel 2024 sarebbero stati necessari ulteriori 13,4 miliardi di euro per raggiungere il rapporto del 2 per cento sul Prodotto interno lordo, che, come ha ammesso lo stesso Ministro della difesa, «oggi non è più un obiettivo, ma un requisito minimo»;

    10) i Paesi che, secondo le stime Nato, nel 2024 hanno raggiunto l'obiettivo del 2 per cento del Prodotto interno lordo per le spese per la difesa sono circa due terzi, ventitré su trentuno. Le spese (e quindi le percentuali) considerate dalla Nato non sono del tutto coincidenti con quelle autorizzate dal bilancio nazionale in quanto – come dà conto il documento programmatico pluriennale per la difesa relativo al periodo 2022/2024 – il cosiddetto budget della difesa in chiave Nato viene individuato sulla base di parametri specifici, per rendere rapportabili i dati finali di tutti i Paesi membri dell'Alleanza;

    11) sulla base dei criteri adottati dalla Nato, il bilancio per la difesa italiana nel 2024 è stato pari all'1,49 per cento del Prodotto interno lordo e l'obiettivo dichiarato dal Governo nel documento programmatico pluriennale 2024-2026 è di raggiungere l'obiettivo del 2 per cento del Prodotto interno lordo entro il 2028;

    12) al prossimo vertice Nato previsto all'Aja nel giugno 2025 sarà presumibilmente presentata da parte del Segretario generale una nuova proposta sulla percentuale di spesa per la difesa, che dovrebbe superare il 3 per cento del Prodotto interno lordo, a fronte di una richiesta dell'amministrazione americana del 5 per cento;

    13) nelle conclusioni della riunione straordinaria del 6 marzo 2025, il Consiglio europeo aveva accolto con favore l'intenzione della Commissione di formulare una raccomandazione per l'attivazione della clausola di salvaguardia nazionale prevista dal Patto di stabilità e crescita, al fine di agevolare un aumento della spesa per la difesa a livello nazionale e di aprire uno spazio di spesa aggiuntiva potenziale di 650 miliardi di euro nell'intera Unione europea;

    14) il Consiglio europeo aveva, altresì, preso favorevolmente atto della proposta della Commissione relativa a un nuovo strumento dell'Unione europea – denominato SAFE (Security action for Europe) – finalizzato a fornire agli Stati membri prestiti sostenuti dal bilancio dell'Unione europea per un importo fino a 150 miliardi di euro;

    15) nella riunione del 20 marzo 2025 il Consiglio europeo, in ordine alle conclusioni della riunione straordinaria del 6 marzo e alla luce del libro bianco sul futuro della difesa europea del 19 marzo 2025, ha chiesto «un'accelerazione dei lavori su tutti i filoni per potenziare in modo decisivo la prontezza dell'Europa alla difesa nel corso dei prossimi cinque anni»;

    16) la risoluzione del Parlamento europeo del 2 aprile 2025 sull'attuazione della politica di sicurezza e di difesa comune – relazione annuale 2024 – ha accolto con favore il piano «ReArm Europe» e il Libro bianco sulla prontezza europea alla difesa per il 2030, confermando gli indirizzi della Commissione,

impegna il Governo:

1) nelle more di un negoziato di pace, di cui al momento neppure si intravedono i possibili contorni politici e giuridici, a rendere disponibili per il sostegno militare all'Ucraina stanziamenti almeno in linea con quelli assicurati finora dall'Italia, in modo bilaterale o attraverso il bilancio dell'Unione europea, al Governo di Kyiv e in ogni caso non inferiori allo 0,15 per cento del Prodotto interno lordo annuo;

2) a cooperare con gli altri Paesi europei «volenterosi» e con il Regno Unito a fare in modo che la fornitura di munizioni di artiglieria di grosso calibro e di missili, che l'ultimo Consiglio europeo ha individuato come necessarie per corrispondere alle pressanti esigenze militari dell'Ucraina, siano assicurate tempestivamente alle forze di difesa ucraine;

3) ad innalzare entro il 2025 le spese per la difesa dell'Italia al 2 per cento del Prodotto interno lordo e ad operare perché sia rapidamente attivato lo strumento, individuato nel Consiglio europeo del 6 marzo 2025, di un prestito garantito dal bilancio dell'Unione europea per il finanziamento dell'incremento della spesa per la difesa, fino agli obiettivi stabiliti in ambito Nato;

4) qualora questo strumento, o altri di analoga funzione e convenienza finanziaria per il bilancio nazionale, non fossero resi disponibili in tempi brevi, ad innalzare le spese per la difesa al 2 per cento del Prodotto interno lordo ricorrendo alla clausola di salvaguardia di cui all'articolo 26 del Regolamento (UE) 2024/1263 del 29 aprile 2024;

5) a partecipare attivamente, in base al piano ReArm Europe e al programma European Defense/Readiness 2030, al percorso di costruzione di un sistema di difesa europea e di progressiva integrazione politica, industriale e militare tra gli Stati membri, favorendo il ripristino di un rapporto sempre più stretto con il Regno Unito, al fine di contrastare le incombenti minacce alla libertà e sicurezza dell'Europa, in primo luogo da parte della Federazione Russa e in prospettiva da parte di altri Paesi ostili, a fronte dell'annunciato disimpegno statunitense dallo scenario europeo.
(1-00423) (Nuova formulazione) «Richetti, Rosato, Bonetti, Benzoni, D'Alessio, Grippo, Sottanelli, Onori, Pastorella, Ruffino».

(27 marzo 2025)

   La Camera,

   premesso che:

    1) nella riunione del Consiglio europeo del 20 e 21 marzo 2025 è stato approvato il piano «ReArm Europe», già esposto dalla Presidente Von der Leyen in una lettera al Consiglio europeo in vista della riunione straordinaria del 6 marzo 2025;

    2) esso è declinato in cinque punti principali. Il primo è una clausola di salvaguardia per consentire ai paesi membri di fare debito per le spese militari senza violare il Patto di stabilità e crescita che regola strettamente gli eccessi di spesa. In pratica si tratta di un'eccezione al Patto: finché spendono per la difesa, i Paesi membri potranno aumentare il loro debito oltre i limiti consentiti senza rischiare di incorrere in procedure di infrazione da parte della Commissione. Questa eccezione varrà per un massimo di 650 miliardi di euro complessivi per un periodo di quattro anni, che dovrebbero consentire ai paesi membri di aumentare la loro spesa militare fino all'1,5 per cento in più del proprio Prodotto interno lordo rispetto ad ora;

    3) la seconda misura prevede 150 miliardi del fondo Safe (Security action for Europe) messi a disposizione degli Stati membri: si tratta di prestiti a lungo termine finanziati dalla Commissione europea con l'emissione di titoli, dunque facendo in sostanza debito, finalizzati agli investimenti nel settore della difesa;

    4) quindi, invece di fare debito per rilanciare l'economia lo si fa esclusivamente per la spesa militare, mentre restano al palo il green deal, il lavoro, il welfare;

    5) il terzo punto vuole l'utilizzo di fondi dell'Unione, in particolare dei «fondi per la coesione», per finanziare progetti con finalità legate alla difesa. Con il quarto ed il quinto punto la Commissione vuole mobilitare il capitale privato e quello della Banca europea degli investimenti al fine di sostenere il riarmo degli Stati europei;

    6) il piano ReArm Europe non può essere definito o connesso alla difesa europea: esso consiste, al contrario, in un enorme piano di riarmo nazionale senza che questo comporti alcun passo in avanti in termine di integrazione europea;

    7) nelle conclusioni approvate in esito alla riunione del Consiglio europeo del 20 e 21 marzo 2025 al paragrafo 21 si legge che «il Consiglio europeo chiede un'accelerazione dei lavori su tutti i filoni per potenziare in modo decisivo la prontezza dell'Europa alla difesa nel corso dei prossimi cinque anni. Invita il Consiglio e i colegislatori a portare avanti rapidamente i lavori sulle recenti proposte della Commissione. Il Consiglio europeo chiede che sia avviata con urgenza l'attuazione delle azioni individuate nelle sue conclusioni del 6 marzo 2025 nel settore delle capacità e che siano portati avanti i lavori relativi alle pertinenti opzioni di finanziamento.»;

    8) nel paragrafo successivo si dice che «Il Consiglio europeo ricorda che un'Unione europea più forte e più capace nel settore della sicurezza e della difesa contribuirà positivamente alla sicurezza globale e transatlantica ed è complementare alla Nato, che, per gli Stati che ne sono membri, resta il fondamento della loro difesa collettiva.» Tale approccio è in palese contraddizione con l'idea di autonomia strategica europea e colloca lo stesso piano ReArm Europe in una evidente subalternità rispetto alle richieste del Presidente Trump ed agli impegni non vincolati presi in sede Nato;

    9) l'aumento della spesa per la difesa non determina in alcun modo maggiore sicurezza. L'indebitamento comune e le deroghe alle norme sulla governance economica europea dovrebbero essere utilizzati piuttosto per finanziare la transizione ecologica e digitale, per sostenere settori fondamentali come la sanità e l'istruzione e per mettere in campo misure volte a risolvere le emergenze sociali che affliggono molti cittadini europei. Inoltre, se ci si è sempre opposti ad ogni ipotesi di scorporo di investimenti produttivi o sociali dal Patto di stabilità e crescita è ora inopportuno ed immorale aprire a tale opportunità per la spesa in armamenti;

    10) i fondi connessi alla politica di coesione europea sono vitali per lo sviluppo delle comunità locali negli stati membri, motivo per cui ci si oppone ad ogni distorsione o deroga che consenta il loro utilizzo, anche parziale per sostenere la spesa militare. Come ricordato anche da Svimez nei giorni scorsi, la coesione «rappresenta un pilastro costitutivo dell'Unione europea che non può essere indebolito di fronte ad ogni emergenza». Tuttavia, il basso tasso di spesa del ciclo 2021-2027 e il debole consenso politico intorno a questa politica «potrebbe determinare, come avvenuto in passato, e nonostante le dichiarazioni di principio, una forte pressione della Commissione e delle stesse istituzioni nazionali per un loro utilizzo per investimenti nella difesa. Non basta dunque opporsi a tale proposta ma occorre prendere atto dell'urgenza di una profonda riforma che faccia i conti con i suoi "fallimenti" ma che sia in grado di valorizzarne il potenziale in termini di costruzione di un'Europa più inclusiva e competitiva»;

    11) l'idea di un'unione di tutti gli Stati europei prende forma dopo la seconda guerra mondiale: l'intero continente usciva dilaniato dai combattimenti, dalle atrocità compite dagli eserciti nemici sulle popolazioni civili, dallo sterminio nazista degli ebrei e di altre minoranze. Il sogno europeo fu allora quello di mettere fine a conflitti e divisioni e di dare l'avvio ad un lungo processo di cooperazione tra Stati. Un progetto che si è dimostrato efficace, perché ha portato il periodo di pace più lungo nella storia dell'Europa occidentale;

    12) all'invasione russa dell'Ucraina e al protrarsi da oltre due anni della guerra, l'Unione europea e i suoi Stati membri sono stati incapaci di una risposta che promuovesse una iniziativa politica e diplomatica per la cessazione del conflitto, percorrendo esclusivamente al seguito degli Stati Uniti la via del sostegno militare;

    13) oggi di fronte ai mutamenti degli scenari geopolitici determinati dai nuovi orientamenti, ispirati ad un nazionalismo sovranista aggressivo, della nuova amministrazione americana e del suo Presidente Trump e alla sua iniziativa verso la Federazione Russa e il suo Presidente Putin per la cessazione del conflitto in Ucraina, operata da entrambi con spirito padronale nei confronti dell'Ucraina e del suo popolo, invece di rispondere con la politica i leader europei scelgono la corsa al riarmo e il via libera alla spesa nazionale;

    14) la pace e la sicurezza non si ottengono promuovendo una politica di scontro e di guerra, aumentando le spese militari, la militarizzazione dell'Unione europea e la sua trasformazione in un blocco militare, ma piuttosto attraverso la diplomazia, il dialogo e la soluzione politica dei conflitti e la costruzione di una sicurezza collettiva, nel rispetto dei principi della Carta delle Nazioni Unite e del diritto internazionale;

    15) oggi, più che mai occorrerebbe costruire una politica estera e una difesa comune, agire insieme nel campo dell'immigrazione e degli aiuti ai Paesi in via di sviluppo, proseguire e ampliare la cooperazione nella politica economica e nei grandi progetti scientifici dai quali dipende il nostro futuro. Tutti obiettivi semplici da individuare, ma che esigono una visione politica comune ancora molto difficile da mettere in atto. La difesa comune dovrebbe camminare accanto a un grande piano di investimenti comuni per l'autonomia strategica dell'Unione europea, che è insieme cooperazione industriale, coesione sociale, transizione ambientale e digitale, sicurezza energetica;

    16) la spesa militare globale è in crescita da oltre due decenni, come dimostrano tutti i dati internazionali più attendibili: una tendenza ulteriormente rafforzata negli ultimi due anni e mezzo a seguito dell'invasione russa dell'Ucraina. Il continuo aumento della spesa militare mondiale è estremamente preoccupante: una corsa agli armamenti non creerà sicurezza per i cittadini europei, ma al contrario aumenterà il rischio di conflitti violenti. Secondo i dati del Sipri (Stockholm international peace research Institute) per il 2023, gli Stati membri europei insieme al Regno Unito spendono già in termini nominali per la difesa più di tutti gli altri paesi del mondo, ad eccezione degli Stati Uniti. Tra il 2021 e il 2024 la spesa totale per la difesa degli Stati membri dell'Unione europea è aumentata di oltre il 30 per cento;

    17) il fatto che l'Unione europea decida di investire maggiori risorse pubbliche non per fronteggiare l'invecchiamento della popolazione, per l'istruzione di milioni di giovani legati ai grandi spostamenti di popolazione, per la trasformazione produttiva in termini sostenibili, per le profonde disuguaglianze evidenzia che per le leadership europee nessuna di queste esigenze strutturali ha un valore paragonabile a quello delle armi, tanto da consentire ai singoli Stati membri non solo di tenere fuori dal patto le spese militari, ma di poter negoziare persino le somme attribuite per le politiche di coesione o per altre finalità purché simili rinegoziazioni finiscano in armi,

impegna il Governo:

1) ad interrompere il sostegno al piano di riarmo europeo «ReArm Europe»;

2) ad impegnarsi in sede europea affinché l'Unione europea ponga in essere una urgente iniziativa politica e diplomatica con il coinvolgimento dell'Onu per una tregua nel conflitto russo-ucraino, finalizzata al raggiungimento di una pace stabile e duratura;

3) in luogo di qualsiasi sostegno al piano di riarmo europeo, a promuovere, nelle opportune sedi europee, la definizione di deroghe alle norme sulla governance economica per finanziare la transizione ecologica e digitale, per sostenere settori fondamentali come la sanità e l'istruzione e per mettere in campo misure volte a risolvere le emergenze sociali;

4) a lavorare in sede di Consiglio europeo per non consentire nessuna deroga finalizzata all'utilizzo dei fondi di coesione per finanziare l'acquisto o la produzione di armamenti;

5) a sostenere in tutte le sedi opportune la necessaria strada per la creazione di una difesa europea, attraverso un percorso opposto a quello scelto dell'aumento delle capacità militari nazionali, che consiste in una razionalizzazione ed integrazione della spesa esistente.
(1-00424) «Zanella, Fratoianni, Bonelli, Borrelli, Dori, Ghirra, Grimaldi, Mari, Piccolotti, Zaratti».

(7 aprile 2025)

   La Camera,

   premesso che:

    1) il 19 marzo 2025, la Commissione europea e l'Alta rappresentante per gli affari esteri e la politica di sicurezza hanno presentato il Libro bianco sulla difesa europea, un documento strategico per orientare le politiche di rafforzamento della difesa e della sicurezza dell'Unione europea;

    2) nei giorni immediatamente precedenti la presentazione del Libro bianco, la Presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, aveva presentato alcune linee per un piano di rafforzamento delle capacità difensive degli Stati membri, denominato ReArm Europe, poi ridenominato Readiness 2030;

    3) la presentazione del Libro bianco sulla difesa europea arriva in un contesto internazionale caratterizzato da instabilità, minacce e sfide inedite;

    4) la criminale aggressione militare dell'Ucraina da parte della Russia di Putin ha mostrato la volontà di colpire l'ordine internazionale basato su regole, minacciando la sicurezza globale e in particolare dell'Europa;

    5) la nuova amministrazione Trump – con le sue decisioni che minano le istituzioni del multilateralismo (a partire dalle sanzioni alla Corte penale internazionale), con le ostilità aperte nei confronti dell'Europa, con la dichiarazione che la sicurezza europea non è più una priorità strategica e i dubbi sull'impegno nell'Alleanza atlantica – pone ai principi fondativi dell'Europa Unita sfide e minacce senza precedenti;

    6) l'Unione europea ha l'urgenza di mettere in campo una risposta all'altezza di questo tornante della storia, con una svolta nel segno dell'integrazione e della solidarietà tra i Paesi membri, affermando a pieno la sua autonomia strategica, difendendo e promuovendo i pilastri della sua fondazione, la democrazia, lo stato di diritto, il sostegno all'ordine internazionale basato su regole e alle istituzioni multilaterali, contro una pratica e una narrativa – apertamente in contrasto con l'articolo 11 della nostra Carta costituzionale – che legittima l'uso della forza per risolvere le controversie internazionali;

    7) il Partito Democratico ha più volte ribadito che, ai fini della realizzazione di una piena autonomia strategica europea, è cruciale la definizione di una vera politica estera comune a servizio dell'ideale fondativo di un'Europa progetto di pace: strumentale ma essenziale a questo obiettivo è la creazione di una «vera unione di difesa», superando la mancanza di volontà politica degli Stati membri – attraverso cooperazioni rafforzate o altre forme di accelerazione nell'integrazione tra paesi che condividono questo obiettivo (inclusi partner strategici europei fuori dall'Unione, come Regno Unito, Norvegia e Islanda) – che tenda all'orizzonte federalista di un vero e proprio esercito comune;

    8) all'Unione europea serve pertanto la difesa comune e non la corsa al riarmo dei singoli Stati. La Commissione europea sta preparando il Libro bianco sul futuro della difesa europea che rappresenta l'avvio di un percorso di discussione per la costruzione di una difesa comune, per cui serve un cambiamento radicale del modo in cui agiamo e investiamo nella nostra sicurezza e difesa, per fare in modo che d'ora in poi pianifichiamo, innoviamo, sviluppiamo, acquistiamo, manteniamo e dispieghiamo le capacità insieme, in modo coordinato e integrato, per conseguire una difesa comune europea;

    9) la riluttanza del Consiglio europeo e degli Stati membri nell'affrontare le profonde sfide strutturali del panorama industriale della difesa europea e la mancanza di ambizione nella cooperazione tra le loro forze armate a livello dell'Unione europea, va superata con un decisivo impegno per aumentare i common procurements per strumenti di difesa europea, aggregare la domanda e migliorare l'interoperabilità delle forze armate europee, facendo economie di scala e superando la frammentazione tra gli Stati membri, chiamati a unire le forze e a sostenere un passo decisivo verso un quadro ambizioso e globale per la difesa;

    10) il piano ReArmEU, proposto dalla Presidente della Commissione europea Von der Leyen, va invece nella direzione di favorire soprattutto il riarmo dei 27 Stati membri e va radicalmente cambiato, poiché così come presentato non risponde all'esigenza indifferibile di costruire una vera difesa comune che garantisca la deterrenza e un percorso di investimenti comuni in sicurezza realizzati non a detrimento delle priorità sociali, di coesione e sviluppo dell'Unione. L'attivazione della clausola di salvaguardia nazionale consente di fare debito nazionale senza alcun vincolo a utilizzare le risorse per progetti di difesa comune insieme a più Stati membri in modo da realizzare maggiore integrazione e coordinamento, con il rischio ulteriore di creare profonde asimmetrie tra le capacità di investimento, i sistemi nazionali di difesa, a svantaggio degli Stati membri con un indebitamento maggiore;

    11) il piano ReArmEU, ancora molto indefinito su aspetti fondamentali, va profondamente cambiato per garantire l'autonomia strategica in materia di sicurezza: trasformando lo strumento finanziario Safe – l'unico strumento che presenta un embrione di solidarietà europea, con 150 miliardi di euro destinati a potenziare alcune capacità strategiche comuni – da erogatore di prestiti (loans) che gravano sui bilanci degli Stati a fornitore di sovvenzioni (grants) capaci di garantire l'effettività dell'obiettivo; condizionando tutti gli strumenti previsti a progetti di difesa comune insieme a più Stati membri in modo da favorire l'interoperabilità, il coordinamento tra i sistemi di difesa e il rafforzamento della capacità industriale comune, anche con l'obiettivo di superare un sistema di acquisti dei paesi membri che, privo dell'obbligo di coordinamento, favorirebbe i sistemi produttivi al di fuori dell'Unione europea (a partire da quello statunitense) che al momento pesano circa l'80 per cento dell'approvvigionamento complessivo, in questo modo rischiando di rafforzare le dipendenze strategiche anziché ridurle; escludendo la facoltà di utilizzare per il riarmo i fondi di coesione, che i Trattati dedicano all'obiettivo, cruciale anche per il nostro Paese, di ridurre i divari territoriali e favorire la convergenza socio-economica, e che pertanto non possono essere dirottati per il finanziamento dell'aumento delle spese militari;

    12) l'Unione europea, per conseguire l'obiettivo di una difesa comune, deve significativamente aumentare la coerenza tra i suoi strumenti esistenti e futuri, anche a livello di governance per assicurare un efficace «controllo democratico» e di condivisione dell'intelligence. Sulle politiche di sicurezza occorre uno sforzo significativo di semplificazione e coerenza, in particolare: tra la Pesco (Cooperazione strutturata permanente) per quel che riguarda il consolidamento della domanda e il Fed (Fondo europeo per la difesa) per quel che riguarda le tabelle di marcia programmatiche, tra lo strumento per il rafforzamento dell'industria europea della difesa mediante appalti comuni (Edirpa) e il regolamento Asap (sostegno alla produzione di munizioni) per quel che riguarda il potenziamento industriale, tra un significativo rafforzamento anche della dotazione finanziaria dell'Edip (European defence industry programme) per quel che riguarda l'individuazione delle dipendenze e il Fed per quel che riguarda la risoluzione delle dipendenze individuate, o all'interno dell'Edip stesso per quel che riguarda la coerenza con lo strumento dell'attuazione delle azioni relative al consolidamento della domanda e dell'offerta;

    13) gli investimenti in sicurezza devono accompagnarsi e non sostituirsi a quelli necessari a realizzare l'autonomia strategica in altri settori prioritari, a partire da quelli per la coesione e la protezione sociale, garantiti dai Fondi strutturali e di investimento dell'Unione europea su cui l'attuale Governo ha accumulato un drammatico ritardo nell'attuazione, che penalizza la necessaria convergenza delle regioni meno sviluppate, a partire dal nostro Mezzogiorno;

    14) la difesa non può essere considerata un bene pubblico separato dal benessere sociale, ma è parte integrante di una strategia globale che prevede di garantire non solo la sicurezza fisica dei cittadini europei, ma anche la loro sicurezza sociale ed economica: tanto più l'affermazione dei nazionalismi disgregatori dell'unità europea è legata anche alla percezione di insicurezza economica e sociale, nonché alla paura nei confronti delle sfide globali,

impegna il Governo:

1) a collocare l'Italia da protagonista nella costruzione di una vera difesa comune europea e non di un riarmo degli eserciti nazionali privo di coordinamento, esprimendo la chiara volontà politica di andare avanti nel percorso di realizzazione di un'unione della difesa, anche partendo da forme di cooperazione rafforzata o integrazione differenziata tra Stati membri;

2) a promuovere, nel corso del negoziato che si è aperto con la presentazione del Libro bianco sulla difesa europea e i suoi strumenti, tutti gli elementi che puntano a una governance democratica chiara del settore, agli investimenti comuni necessari per realizzare l'autonomia strategica e colmare i deficit alla sicurezza europea, al coordinamento e all'integrazione della capacità industriali europee e dei comandi militari, all'interoperabilità dei sistemi di difesa verso un esercito comune europeo: a promuovere, pertanto, una radicale revisione del piano di riarmo proposto dalla Presidente Von der Leyen, sulla base delle critiche e delle proposte avanzate in premessa, al fine di assicurare investimenti comuni effettivi non a detrimento delle priorità sociali di sviluppo e coesione, e di condizionare tutte le spese e gli strumenti europei alla pianificazione, lo sviluppo, l'acquisizione e la gestione di capacità comuni per realizzare un'unione della difesa;

3) a ribadire la ferma contrarietà all'utilizzo, ancorché facoltativo, dei Fondi di coesione europei per il finanziamento e l'aumento delle spese militari;

4) in tale contesto, a promuovere un'iniziativa per una risposta all'altezza delle sfide strategiche, politiche, economiche e di sicurezza poste all'Europa, mobilitando le risorse necessarie al rilancio della competitività e della coesione europea, con un grande piano di investimenti comuni finalizzato alla realizzazione della piena autonomia strategica, sull'esempio del Next Generation EU, capace di mobilitare complessivamente un ammontare maggiore di risorse;

5) ad adottare una posizione forte e determinata in sede europea, chiedendo un sostanziale raddoppio delle risorse per il nuovo Quadro Finanziario Pluriennale, al fine di renderlo più ambizioso e adeguato a realizzare le politiche necessarie a fronteggiare le nuove sfide globali.
(1-00425) «Braga, Provenzano, Amendola, De Luca, Graziano».

(7 aprile 2025)

MOZIONI CONCERNENTI IL MONITORAGGIO E LO STATO DI ATTUAZIONE DEL PNRR

   La Camera,

   premesso che:

    1) il Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr) rappresenta un'occasione unica di rilancio per il nostro Paese, nonché un nuovo e virtuoso paradigma di programmazione, monitoraggio e rendicontazione della realizzazione dei progetti e della effettiva spesa dei fondi;

    2) a tal fine, l'articolo 2, comma 2, lettera e) del decreto-legge 31 maggio 2021, n. 77, convertito, con modificazioni, dalla legge n. 108 del 2021, prevede che il Governo trasmetta alle Camere con cadenza semestrale, per il tramite del Ministro per i rapporti con il Parlamento, una relazione sullo stato di attuazione del Pnrr;

    3) l'ultima relazione presentata in Parlamento risale al 22 luglio 2024, non risultando ad oggi ancora presentata la sesta relazione sullo stato di attuazione del Pnrr, che illustri lo stato di avanzamento del Piano fino alla fine del 2024;

    4) i dati disponibili più recenti sono, dunque, quelli presentati nell'ultima relazione semestrale della Corte dei conti, pubblicata il 9 dicembre 2024, quelli disponibili sulla piattaforma OpenPNRR, un progetto realizzato dalla fondazione Openpolis che monitora la messa a terra del Piano, nonché quelli inclusi nel dossier di monitoraggio relativo alla VII rata redatto dai servizi studi di Camera e Senato lo scorso 20 febbraio 2025;

    5) in seguito a numerose richieste e dopo diversi mesi di attesa, a fine dicembre 2024 il Governo ha risposto alla richiesta di accesso agli atti presentata da Openpolis per conoscere lo stato di avanzamento dei quasi 290 mila progetti finanziati dal Pnrr;

    6) sono quindi oggi disponibili i dati su ogni progetto aggiornati al 31 dicembre 2024, e questi mostrano, in linea con quanto aveva già evidenziato la relazione semestrale della Corte dei conti, che a fine 2024 risultavano messe a terra il 32 per cento delle risorse complessive, per una cifra pari a 62,2 miliardi di euro su 194,4 miliardi totali;

    7) si sottolinea come questo risultato sia stato raggiunto a distanza di tre anni e mezzo dall'approvazione del Piano e quando alla sua conclusione mancano meno di un anno e mezzo, essendo prevista la fine di questo ingente piano di investimenti per giugno 2026;

    8) per riuscire a spendere tutti i fondi previsti, da gennaio 2025 a giugno 2026 sarà necessario spendere in media circa 5,6 miliardi di euro al mese;

    9) sia osservando i dati della Corte dei conti, secondo i quali nei primi nove mesi del 2024 sono stati spesi 12,6 miliardi di euro, sia considerando i dati di spesa complessiva per il 2024, pari a circa 16,4 miliardi di euro, risulta una capacità di spesa mensile media pari a 1,4 miliardi di euro: ciò significa che per riuscire a mettere a terra tutti i fondi previsti entro la data di scadenza del piano la capacità di spesa mensile dovrà quadruplicare rispetto agli ultimi dati disponibili;

    10) secondo i dati presentati nell'ultima relazione semestrale del Governo al Parlamento sullo stato di attuazione del Pnrr, nel primo semestre 2024 erano stati spesi 9,4 miliardi di euro: nei prossimi tre semestri la spesa dovrà arrivare in media a 45 miliardi di euro ogni sei mesi, più del doppio di quanto è stato speso in tutto il 2023, l'anno con i dati migliori per quanto riguarda la spesa di fondi Pnrr;

    11) analizzando i dati presentati nell'ultimo dossier sul monitoraggio del Pnrr pubblicato dai Servizi Studi di Camera e Senato, si evince come nel 2024 siano stati spesi complessivamente 16,4 miliardi di euro, di cui 9,4 miliardi di euro nel primo semestre e 7 miliardi di euro nel secondo semestre;

    12) dunque, l'andamento della spesa per semestre, invece di aumentare, diminuisce, così come è in diminuzione la spesa complessiva per anno, che, dopo essere cresciuta costantemente fino al record di 21,2 miliardi di euro del 2023, è per la prima volta diminuita nel 2024 rispetto all'anno precedente, tutto questo nonostante le rassicurazioni pronunciate dall'ex Ministro Fitto in sede di presentazione della quinta relazione, quando disse: «Ci sono stati progetti e gare e sono in corso gli avvii dei lavori; quindi, tra sei mesi ci rivedremo e la spesa crescerà»;

    13) secondo i dati presentati dalla Corte dei conti, risultano particolarmente problematici gli obiettivi legati agli investimenti, mentre per quanto riguarda le riforme la situazione è maggiormente in linea con il cronoprogramma: al giugno 2024 risultava ultimato il percorso degli obiettivi europei da raggiungere per il 63 per cento delle 72 misure di riforma, a fronte del 6 per cento degli investimenti;

    14) nei prossimi tre semestri, sarà necessario completare 284 traguardi e obiettivi per ottenere le ultime rate previste dall'accordo con l'Unione europea, che rappresentano il 45 per cento del totale;

    15) una delle priorità trasversali del Piano riguarda il contrasto ai divari di genere e generazionale. Con il decreto-legge n. 77 del 2021 è stata istituita, presso la Presidenza del Consiglio dei ministri, la Cabina di regia per il Pnrr, la quale – tra i vari compiti – è incaricata di trasmettere alle Camere anche ogni elemento utile a valutare lo stato di avanzamento degli interventi, il loro impatto e l'efficacia rispetto agli obiettivi perseguiti, con specifico riguardo anche alle politiche di sostegno per l'occupazione;

    16) l'articolo 47 del medesimo decreto-legge ha stabilito che le stazioni appaltanti prevedano, tra le altre, specifiche clausole sulla parità di genere, sull'assunzione di under 36 e di donne – categorie generalmente penalizzate dal mercato del lavoro – anche al fine di raggiungere l'obiettivo qualitativo e trasversale del miglioramento delle condizioni occupazionali dei giovani e delle donne;

    17) tra il 2021 e il 2022 il Governo Draghi aveva pubblicato due relazioni sugli obiettivi del Pnrr di miglioramento delle condizioni di giovani e donne, ma ad oggi non si sa molto di più sugli effetti delle riforme e degli investimenti del Piano in tale ambito;

    18) come sottolineato anche dalla Corte dei conti, l'attuazione delle misure su donne e giovani è stata fino all'anno scorso sostanzialmente in linea con il programma, ma è anche vero che le varie revisioni del Pnrr hanno di fatto posticipato molti adempimenti verso gli ultimi anni del Piano, e ci ritroviamo ormai nei sedici mesi finali di attuazione del Pnrr;

    19) dopo la corposa modifica del 2023, con la quale è stato anche aggiunto un ulteriore capitolo finanziato dal RePowerEU, nel 2024 sono state apportate altre due modifiche, la prima il 14 maggio 2023 e la seconda il 18 novembre 2024;

    20) il nuovo capitolo introdotto nel 2023 e finanziato con i fondi del RePowerEU prevede l'investimento 15 «Transizione 5.0» con una dotazione finanziaria di 6,3 miliardi di euro, misura che consiste in un regime di crediti d'imposta con l'obiettivo di sostenere la transizione dei processi di produzione verso un modello efficiente sotto il profilo energetico, sostenibile e basato sulle energie rinnovabili;

    21) il Piano Transizione 5.0, approvato dal Governo nell'ottica di incentivare gli investimenti che prevedono una riduzione dei consumi energetici, non sta funzionando: la fruizione dei benefìci non è automatica, essendo subordinata a complesse procedure amministrative, tra cui l'attesa di comunicazioni ufficiali e certificazioni sia ex ante che ex post, con un conseguente aumento delle tempistiche e degli oneri a carico delle imprese;

    22) sono previste, inoltre, soglie minime di risparmio energetico che escludono dalla misura investimenti potenzialmente utili e molti settori strategici, tra cui quelli legati all'economia circolare e alle industrie ad alta intensità energetica;

    23) secondo i dati più recenti, a gennaio 2025 erano arrivate richieste di accesso ai fondi di questo strumento per soli 500 milioni di euro, poco meno dell'8 per cento totale delle risorse a disposizione,

impegna il Governo:

1) ad inviare al Parlamento quanto prima la sesta relazione sullo stato di attuazione del Pnrr, contenente i dati più aggiornati sullo stato di avanzamento della spesa, dei traguardi e degli obiettivi, con un focus particolare sullo stato di avanzamento degli investimenti;

2) ad illustrare quali strumenti intenda adottare per aumentare la capacità di spesa dei fondi fino a quadruplicarla, per consentire la messa a terra di tutte le risorse di cui è dotato il piano entro il termine perentorio di giugno 2026;

3) nel caso di una conferma da parte del Governo sull'incapacità di rispettare il termine di giugno 2026, a rendere noto quanto prima al Parlamento l'eventuale intenzione di chiedere e ottenere una proroga della scadenza del Piano oltre tale termine e gli eventuali margini di azione che il Governo ritenga di poter utilizzare in una contrattazione con la Commissione europea;

4) a chiarire se intenda adottare iniziative volte ad apportare ulteriori modifiche al Piano o se la versione attuale possa essere considerata definitiva e, dunque, da tenere in considerazione per un puntuale e definitivo monitoraggio dello stato di avanzamento della spesa, dei traguardi e degli obiettivi;

5) ad illustrare le motivazioni che hanno portato la spesa complessiva del 2024 e quella dell'ultimo semestre ad una diminuzione rispetto all'anno e al semestre precedenti, contrariamente a tutte le rassicurazioni precedentemente offerte dal Governo, e come intenda porre rimedio a questa situazione per invertire la tendenza;

6) a trasmettere con la massima celerità al Parlamento una relazione aggiornata sul rispetto delle clausole in materia di pari opportunità e inclusione lavorativa di donne e giovani, nonché sugli effetti e il raggiungimento degli obiettivi in tale ambito conseguenti all'attuazione del Piano;

7) ad adottare iniziative normative volte a semplificare le procedure di richiesta del credito d'imposta previsto dal Piano Transizione 5.0, riducendo i passaggi autorizzativi attraverso l'eliminazione di duplicazioni burocratiche e l'introduzione di strumenti digitali per l'autocertificazione delle imprese, garantendo comunque un adeguato controllo ex post, per rendere il beneficio quanto più automatico possibile, sul modello del Piano «Industria 4.0».
(1-00410) «Richetti, Bonetti, Benzoni, D'Alessio, Grippo, Sottanelli, Onori, Pastorella, Rosato, Ruffino».

(6 marzo 2025)

   La Camera,

   premesso che:

    1) a meno di un anno e mezzo dalla sua conclusione, prevista per giugno 2026, i ritardi fatti registrare dal Governo nello stato di avanzamento delle riforme e degli investimenti contenuti nel Piano nazionale di ripresa e resilienza rimangano allarmanti, così come il mancato rispetto degli obiettivi prefissati e i rallentamenti nella messa a terra delle relative risorse finanziarie;

    2) dalla consultazione della banca dati ReGiS emerge come i dati che riguardano il nostro Paese, aggiornati al 31 dicembre 2024, siano oltremodo preoccupanti: dei 120 miliardi di euro già incassati dall'Unione europea, ne risultano essere stati spesi appena 62,2 miliardi, pari a solo il 32 per cento dei 194 miliardi complessivi ottenuti grazie all'operato del Governo Conte; ma il dato più allarmante è quello riferito al drastico rallentamento della spesa negli ultimi mesi: dalla fine di settembre 2024 a gennaio 2025, sono stati messi a terra solo 5 miliardi di euro in quattro mesi, un ritmo assolutamente insufficiente a garantire la spesa di tutti i fondi previsti per raggiungere gli obiettivi prefissati entro giugno 2026;

    3) il completamento del Piano nazionale di ripresa e resilienza richiede ancora la realizzazione di 284 traguardi e obiettivi previsti nei prossimi tre semestri, di cui 177 da conseguire nell'ultimo semestre che avrà scadenza il 30 giugno 2026; secondo le valutazioni economiche effettuate dall'Osservatorio Recovery plan, ipotizzando un andamento costante del regime di spesa, sarebbero infatti 94 i miliardi di euro di spesa a rischio del Piano nazionale di ripresa e resilienza;

    4) questo trend negativo è confermato anche dall'ultima Relazione semestrale della Corte dei conti al Parlamento sullo stato di attuazione del Piano nazionale di ripresa e resilienza pubblicata il 9 dicembre 2024, in cui si evidenzia come l'avanzamento finanziario del Piano, seppur in linea con le scadenze concordate, continui a segnalare – come peraltro già messo in luce in occasione di precedenti relazioni – scostamenti significativi rispetto al cronoprogramma: al 30 settembre 2024, il livello della spesa si era attestato sui 57,7 miliardi di euro, il 30 per cento delle risorse del Piano e circa il 66 per cento di quelle che erano programmate entro il 2024;

    5) il Piano nazionale di ripresa e resilienza è stato oggetto di successive modifiche – che hanno comportato il definanziamento totale o parziale di numerose misure – e il Governo sembrerebbe intenzionato, in tempi brevi, ad avanzare alla Commissione europea l'ennesima richiesta di revisione del Piano, la quinta in due anni, a pochi mesi dall'approvazione da parte del Consiglio dell'Unione europea – nel novembre del 2024 – dell'ultima modifica, con il rischio di un ulteriore posticipo degli obiettivi o una loro revisione al ribasso, con conseguente complessiva rimodulazione che coinvolgerebbe inevitabilmente anche gli investimenti del Piano destinati al Mezzogiorno;

    6) finora, le modifiche apportate hanno infatti determinato uno spostamento generalizzato della spesa negli ultimi anni di attuazione del Piano medesimo, diffondendo incertezza tra i soggetti attuatori. Secondo l'Ufficio parlamentare di bilancio, l'ultima modifica avrebbe ritardato la pubblicazione dei bandi e il loro affidamento, rallentando l'esecuzione dei progetti del 14,2 per cento; criticità sono inoltre state riscontrate dagli enti locali nel funzionamento della piattaforma ReGiS – tra cui disallineamenti nelle informazioni, difficoltà nell'accesso alla piattaforma, nonché di navigazione, inserimento dati e ritardi nella registrazione delle operazioni – che, se da un lato rischiano di sottostimare i risultati raggiunti, dall'altro includono nella spesa anche le anticipazioni finanziarie, ovvero investimenti non ancora realizzati;

    7) a differenza del preoccupante andamento della spesa fatto registrare a livello nazionale, parte del successo del Piano nazionale di ripresa e resilienza è dovuto invece ai comuni, che stanno dando un contributo decisivo nel rispetto della riserva del 40 per cento di investimenti destinati al Mezzogiorno: il 54 per cento di tutti i progetti comunali viene infatti proprio dal Sud. Il problema principale in questo momento, come denunciato a livello degli enti locali, risiede nella certezza e nella puntualità dei pagamenti dall'amministrazione centrale verso i comuni che hanno anticipato dalle proprie casse e che spesso sono in grave difficoltà, così come nelle difficoltà riscontrate dai medesimi enti locali nel monitoraggio della spesa delle risorse destinate alle regioni del Mezzogiorno, ai fini del rispetto del richiamato vincolo di destinazione di almeno il 40 per cento delle risorse del Piano nazionale di ripresa e resilienza alle regioni del Sud;

    8) nonostante il vincolo di destinazione di almeno il 40 per cento delle risorse complessive a favore dei territori del Mezzogiorno previsto dal Piano nazionale di ripresa e resilienza – che si aggiunge alle soglie del 37 per cento delle risorse per interventi per la transizione ecologica e del 25 per cento per la transizione digitale – preoccupano i divari fra i territori a livello di macroaree e fra le regioni del Mezzogiorno che continuano a sussistere, mettendo in dubbio uno dei pilastri del Piano, ovvero la coesione territoriale: la riduzione delle disuguaglianze territoriali è infatti un elemento essenziale non solo dei fondi strutturali e di investimento europei ma anche del Next generation EU e, quindi, dei Piani nazionali di ripresa e resilienza;

    9) proprio con riguardo alla clausola di salvaguardia si denuncia inoltre la mancata pubblicazione della Relazione periodica sul rispetto della clausola di almeno il 40 per cento delle risorse territorialmente allocabili del Piano nazionale di ripresa e resilienza da destinare al Mezzogiorno, con dati relazionati fermi ormai al dicembre 2022, nonostante le numerose richieste in sedi formali e atti di sindacato ispettivo del MoVimento 5 Stelle;

    10) la mancanza di trasparenza e l'assenza di informazioni sui dati sull'avanzamento finanziario della spesa dei progetti del Piano nazionale di ripresa e resilienza pregiudica ad avviso dei firmatari del presente atto di indirizzo le stesse prerogative del Parlamento, oltre che rappresentare una violazione dei fondamentali diritti di informazione e partecipazione democratica. L'accesso a queste informazioni è essenziale per verificare quale sia l'effettivo stato di realizzazione degli interventi e, di conseguenza, per ricostruire a che punto siano le misure del Piano. La pubblicazione tempestiva e completa di questi dati in formato aperto consentirebbe, inoltre, di verificare le informazioni prodotte e quindi segnalare eventuali problemi nei dati e, soprattutto, intervenire nei processi attuativi tempestivamente;

    11) le risorse finanziarie del Piano nazionale di ripresa e resilienza sono preziose e limitate e consentono anche di intervenire sui nodi storici dei divari territoriali, favorendo lo sviluppo, la coesione sociale e la competitività economica e accelerando i processi di transizione ecologica e digitale; per questo motivo è imprescindibile, anche nell'ottica di un corretto impiego dei fondi del Piano nazionale di ripresa e resilienza, scongiurare l'ipotesi contenuta nel piano di riarmo «Rearm EU» dell'utilizzo dei suddetti fondi, su cui poggia anche la programmazione dell'intero Piano nazionale di ripresa e resilienza, per il finanziamento delle spese militari;

    12) affinché il Piano nazionale di ripresa e resilienza rappresenti effettivamente un'occasione storica, probabilmente unica e irripetibile, per investire sul futuro, per fornire ai giovani nuove opportunità di lavoro e, più in generale, disegnare, innestare e realizzare, a tutti i livelli di governo, un nuovo percorso di crescita sostenibile del Paese, sia essa di tipo economico, sociale che ambientale, è fondamentale che il Parlamento, istituzione rappresentativa per eccellenza, svolga maggiormente una funzione di indirizzo e controllo sugli atti del Governo connessi alla relativa attuazione secondo il cosiddetto cronoprogramma; in questo senso, la funzione di monitoraggio, indirizzo e controllo parlamentare sull'attuazione del Piano rimane centrale ed imprescindibile, anche per fornire indicazioni al Governo sui profili sostanziali inerenti al processo di attuazione del Piano nazionale di ripresa e resilienza e al monitoraggio dei relativi traguardi e obiettivi;

    13) anche con riferimento al Piano Transizione 5.0 si ravvisa inoltre come, ad oggi, solo il 6,3 per cento del totale dei fondi disponibili sia stato allocato, segnale evidente delle difficoltà incontrate dalle imprese nell'accesso agli incentivi previsti; numerose aziende continuano, infatti, a segnalare criticità burocratiche che ostacolano la fruizione della misura, con particolare riguardo alla rendicontazione e alla certificazione dei progetti e del conseguente risparmio energetico;

    14) rimangono infine alte le preoccupazioni dovute al rischio di un uso irregolare dei fondi del Piano nazionale di ripresa e resilienza – quantificabili in circa 1,8 miliardi di euro – e delle indebite interferenze della criminalità organizzata sulle risorse, come denunciato da ultimo dalla Commissione europea nella relazione annuale dell'Unione europea 2024 sullo Stato di diritto, che fanno dell'Italia il Paese dell'Unione europea con più indagini per frodi, rispetto ai livelli delle altre nazioni;

    15) il fallimento nell'attuazione del Piano nazionale di ripresa e resilienza significherebbe far perdere al sistema Paese la possibilità del suo definitivo rilancio, lasciarsi sfuggire una capillare rivoluzione in termini di riforme e maggiori investimenti nella sanità, nelle scuole, nelle infrastrutture, in tutto ciò che può consentire all'Italia di affrontare una impegnativa transizione ecologica e digitale, nel segno di una maggiore inclusione sociale, nonché al sistema sovranazionale europeo di tradursi in un'Europa più solidale, capace di allontanare lo spettro di tagli e politiche di austerità, suscettibili solo di rinnovare il senso di sfiducia verso l'Italia e verso l'Europa intera,

impegna il Governo:

1) a pubblicare senza indugio, nel rispetto dell'articolo 2, comma 2, lettera e), del decreto-legge 31 maggio 2021, n. 77, convertito, con modificazioni, dalla legge 29 luglio 2021, n. 108, la sesta relazione sullo stato di attuazione del Piano nazionale di ripresa e resilienza, recante ogni elemento utile a valutare lo stato di avanzamento degli interventi, il loro impatto e l'efficacia rispetto agli obiettivi perseguiti, con specifico riguardo alle politiche di sostegno economico-sociali;

2) ad adottare ogni iniziativa utile, anche di carattere normativo, al fine di garantire l'integrale, tempestivo ed efficiente utilizzo da parte dell'Italia dei fondi europei del programma Next generation EU, come previsto da Piano nazionale di ripresa e resilienza e Piano nazionale complementare in tempi celeri e rispettosi del cronoprogramma, in particolare assicurando prioritariamente il raggiungimento di obiettivi trasversali, come la sostenibilità economica, sociale e ambientale degli interventi, incluso il rispetto delle clausole in materia di pari opportunità e inclusione lavorativa dei giovani e delle donne, nonché la relativa attuazione nell'ambito delle transizioni digitali e green e del riparto bilanciato delle risorse con la destinazione minima del 40 per cento delle stesse al Sud;

3) a pubblicare e ad inviare senza indugio al Parlamento la IV Relazione istruttoria sul rispetto del vincolo di destinazione alle regioni del Mezzogiorno di almeno il 40 per cento delle risorse territorialmente allocabili, al fine di mantenere l'ambizione di riequilibrio territoriale del Piano nazionale di ripresa e resilienza, nonché ad assicurare il rispetto della destinazione minima del 40 per cento dei finanziamenti del Piano nazionale di ripresa e resilienza al Sud ed il vincolo di concentrazione delle risorse nelle regioni del Mezzogiorno previsto dal Fondo di sviluppo e coesione, al fine di consentire, nell'ottica dell'obiettivo della coesione territoriale, il pieno superamento delle disuguaglianze e dei divari territoriali a livello di macroaree e fra le regioni del Mezzogiorno, che rappresenta proprio uno degli obiettivi più qualificanti del Piano nazionale di ripresa e resilienza;

4) ad opporsi, altresì, in tutte le competenti sedi istituzionali nazionali ed europee, alla possibilità di reindirizzare i fondi della politica di coesione verso le spese relative alla difesa, distogliendo tali fondi dalla finalità del rafforzamento della coesione economico e sociale, in quanto pilastro fondamentale su cui poggia la programmazione e il contenuto dell'intero Piano nazionale di ripresa e resilienza, che ha tra i suoi obiettivi proprio il riequilibrio territoriale e il rilancio del Sud, come priorità trasversale a tutte le missioni del Piano;

5) ad adottare, per quanto di competenza, le necessarie iniziative volte ad imprimere un deciso miglioramento nella gestione della spesa a valere sulle risorse di provenienza europea di cui al Piano nazionale di ripresa e resilienza, anche favorendo, per quanto di competenza, l'iter dell'iniziativa legislativa riferita all'istituzione di una Commissione parlamentare per l'indirizzo, la vigilanza e il controllo dell'attuazione del suddetto Piano, al fine di superare le difficoltà nell'utilizzo dei fondi del Next generation EU, a partire dalla scarsa capacità del loro impiego integrale;

6) a garantire, altresì, per quanto di competenza, il coinvolgimento pieno e tempestivo del Parlamento nel processo di definizione di un'eventuale proposta di modifica del Piano nazionale di ripresa e resilienza, assicurando una puntuale e corretta informazione nei confronti delle competenti Commissioni parlamentari, su quali siano i cambiamenti richiesti, nonché le conseguenti previsioni in termini di effetti degli investimenti e di crescita del sistema Paese, così come sulla definizione del capitolo dedicato al piano REPowerEU all'interno del Piano nazionale di ripresa e resilienza, al fine di assicurare la coerenza dello stesso rispetto all'evoluzione dell'economia verso un modello sostenibile;

7) a fronte delle segnalazioni di cui alla citata relazione della Corte dei conti, ad assumere altresì tutte le iniziative di competenza volte a contrastare con azioni effettive le irregolarità e le frodi a danno del bilancio europeo, per scongiurare la possibilità di perdere, anche parzialmente, i fondi già ottenuti, essenziali per il nostro Paese per investimenti in sanità, nell'istruzione, nelle infrastrutture, verso una autentica transizione ecologica e digitale, nel segno di una maggiore inclusione sociale;

8) ad assumere urgenti iniziative, anche di carattere normativo, affinché vengano superate le difficoltà legate alla rendicontazione degli investimenti e ai criteri di risparmio energetico ad essi correlati, nonché quelle connesse, laddove non sia ottenuto il risparmio energetico richiesto per l'accesso al Piano 5.0, del passaggio dal medesimo al Piano 4.0, prevedendo per quest'ultimo uno stanziamento aggiuntivo oppure una riserva di fondi utili a scongiurare che le imprese restino escluse da entrambi i benefici fiscali.
(1-00416) «Scerra, Torto, Appendino, Bruno, Cantone, Carmina, Dell'Olio, Donno».

(17 marzo 2025)

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