TESTI ALLEGATI ALL'ORDINE DEL GIORNO
della seduta n. 512 di Mercoledì 16 luglio 2025

 
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MOZIONI CONCERNENTI INIZIATIVE IN MATERIA DI POVERTÀ LAVORATIVA

   La Camera,

   premesso che:

    1) secondo quanto emerge dalle recenti tabelle di Eurostat, nel 2024, nel nostro Paese il 9 per cento dei lavoratori impiegati a tempo pieno sono a rischio povertà, con un reddito inferiore al 60 per cento di quello mediano nazionale al netto dei trasferimenti sociali, mentre, se si considerano i lavoratori di almeno 18 anni occupati per almeno la metà dell'anno (sia full time che part time) la percentuale arriva al 10,2 per cento. In entrambi i casi, si registra un netto peggioramento rispetto all'anno precedente;

    2) la povertà lavorativa colpisce soprattutto i lavoratori indipendenti, tra i quali il 17,2 per cento ha redditi inferiori al 60 per cento di quello mediano nazionale, contro il 15,8 per cento nel 2023 e i giovani tra i 16 e i 29 anni, tra cui risultano poveri 1'11,8 per cento degli occupati, a fronte del 9,3 per cento dei lavoratori nella fascia di età tra i 55 e i 64 anni;

    3) tra i fattori che maggiormente incidono sulla condizione di povertà dei lavoratori vi è senz'altro il livello di istruzione, tanto che tra i lavoratori che hanno fatto la sola scuola dell'obbligo si registra un 18,2 per cento di occupati poveri (era il 17,7 per cento del 2023) mentre la percentuale crolla tra i lavoratori laureati, tra i quali solo il 4,5 per cento risulta con un reddito inferiore al 60 per cento di quello mediano nazionale, anche se con un notevole peggioramento rispetto al 3,6 per cento del 2023;

    4) parallelamente, dalle medesime tabelle Eurostat emerge che nel 2024 è tornato ad allargarsi il divario tra chi è in una situazione di indigenza e chi è più benestante, visto che il primo decile delle persone sulla base dei redditi può contare su una quota del reddito nazionale equivalente ad appena il 2,5 per cento, in calo rispetto al 2,7 per cento del 2023, mentre il decile più ricco può contare su una quota del reddito nazionale pari al 24,8 per cento, in aumento rispetto al 2023;

    5) numeri negativi che confermano quanto già emerso nel Rapporto mondiale sui salari 2024-2025 dell'Oil, secondo il quale i salari reali in Italia sono diminuiti nel 2022 e 2023, tornando a crescere solo nel 2024 senza, tuttavia, compensare le perdite subite durante il periodo di alta inflazione e, a differenza della maggior parte dei paesi del G20, si conferma una dinamica salariale negativa nel lungo periodo, con salari reali inferiori a quelli del 2008;

    6) tra i pochi dati positivi spicca quello relativo alla quota della deprivazione materiale – ovvero l'incapacità di permettersi una serie di beni, servizi o attività sociali specifici essenziali per una qualità di vita adeguata –, che nel nostro Paese è scesa all'8,5 per cento della popolazione contro il 9,8 per cento del 2023 e che coinvolge comunque circa 5 milioni di persone;

    7) valori che complessivamente si innestano su una condizione salariale già critica per il nostro Paese, basti considerate che l'Italia è l'unico Paese dell'area Ocse nel quale, dal 1990 al 2020, il salario medio annuale è diminuito (-2,9 per cento), mentre in Germania è cresciuto del 33,7 per cento e in Francia del 31,1 per cento. Si tratta di un andamento composto, infatti nella decade 1990-2000 e in quella 2000-2010 i salari in Italia sono cresciuti, seppure con una dinamica piatta, rispettivamente dello 0,7 per cento e del 5,2 per cento. L'ultima decade 2010-2020 è stata quella maggiormente negativa con una caduta del –8,3 per cento. In queste tre decadi è aumentato il divario tra la crescita media dei salari nei Paesi Ocse e la crescita dei salari in Italia progressivamente dal –14,6 per cento (1990-2000), al –15,1 per cento (2000-2010) e, infine, al –19,6 per cento (2010-2020);

    8) una fotografia davvero sconfortante e in palese contrasto con le finalità enunciate dal primo comma dell'articolo 36 della Costituzione: «Il lavoratore ha diritto a una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un'esistenza libera e dignitosa»;

    9) principi che ritroviamo sviluppati e ribaditi nel preambolo della direttiva (UE) 2022/2041 del Parlamento europeo e del Consiglio, relativa a salari minimi adeguati nell'Unione europea, nel quale si ricorda che la Carta europea sociale (Esc) «Riconosce il diritto di tutti i lavoratori a un'equa remunerazione sufficiente per un tenore di vita dignitoso per sé e per le proprie famiglie. Riconosce inoltre il ruolo dei contratti collettivi liberamente conclusi, nonché dei meccanismi legali di fissazione del salario minimo, per garantire l'effettivo esercizio di tale diritto, il diritto di tutti i lavoratori e datori di lavoro di organizzarsi in organizzazioni locali, nazionali e internazionali per la protezione dei loro interessi economici e sociali e il diritto alla contrattazione collettiva.». O, ancora, quando si ribadisce il principio in base al quale «Migliori condizioni di vita e di lavoro, anche grazie a salari minimi adeguati, vanno a beneficio dei lavoratori e delle imprese dell'Unione, nonché della società e dell'economia in generale, e sono un prerequisito per il conseguimento di una crescita equa, inclusiva e sostenibile. Affrontare le grandi differenze nella copertura e nell'adeguatezza della tutela del salario minimo contribuisce a migliorare l'equità del mercato del lavoro dell'Unione, a prevenire e ridurre le disparità salariali e sociali e a promuovere il progresso economico e sociale e la convergenza verso l'alto»;

    10) ragioni di carattere economico generale dovrebbero altresì indurre a favorire una diversa distribuzione dei redditi e un poderoso recupero di potere d'acquisto dei salari nel nostro Paese, basti pensare al forte ridimensionamento delle prospettive di crescita del Pil reale ammesso dallo stesso Governo, cui potrebbero sommarsi gli ulteriori effetti negativi innescati dalla «guerra» dei dazi decisa dalla nuova amministrazione americana;

    11) per far fronte alla possibile contrazione dell'export a seguito della «guerra» dei dazi, andrebbe favorita la domanda interna, operando una netta inversione di tendenza rispetto alle ricette adottate a seguito della crisi dei mercati finanziari del 2010, improntate alla contrazione dei bilanci pubblici e alla compressione dei salari, quale fattore concorrenziale nei confronti degli altri paesi dell'Unione;

    12) anche i dati del mercato del lavoro, per quanto evidenzino la prosecuzione di dati positivi per quanto concerne il numero degli occupati e del tasso di occupazione totale, ci dicono che questi aumenti di occupazione sono in larga parte concentrati in settori a bassa produttività – basti pensare che la produzione industriale italiana registra in maniera ininterrotta una flessione continua ormai da ben 25 mesi – e vedono un incremento più marcato, solo parzialmente spiegato dalle dinamiche demografiche, nella fascia di età medio-alta, anche come conseguenza delle continue misure, adottate con le tre leggi di bilancio del Governo Meloni, che hanno di fatto cancellato ogni forma di flessibilità pensionistica;

    13) ben altre misure andrebbero approntate per migliorare la condizione economica di milioni di lavoratori che non possono contare su salari dignitosi, come l'introduzione del salario minimo e una norma che riconosca la reale rappresentatività delle organizzazioni dei lavoratori e dei datori di lavoro e la conseguente estensione erga omnes dei contratti stipulati dalle medesime organizzazioni;

    14) anziché portare avanti politiche per rafforzare i diritti e la condizione economica dei lavoratori, il Governo prosegue con una strategia di precarizzazione del mercato del lavoro. Dapprima con la reintroduzione dei voucher lavoro, poi con la liberalizzazione dei contratti a tempo determinato e poi con la somministrazione. Misure che colpiranno soprattutto i giovani e le donne, contribuendo a rendere sempre più incerto il futuro di tanti lavoratori, precarizzandone non solo la condizione economica, ma anche quella esistenziale;

    15) peraltro, come è stato autorevolmente ricordato dal Capo dello Stato, i bassi livelli salariali e la diffusione dei contratti precari rappresentano il principale disincentivo per i tanti giovani, anche altamente qualificati, che ogni anno lasciano il nostro Paese in cerca di migliori condizioni lavorative e del riconoscimento della loro professionalità. Una perdita netta che ogni anno impoverisce il nostro tessuto sociale ed economico e che contribuisce ad alimentare il già grave bilancio demografico;

    16) parimenti, non sono state adottate nessuna delle misure alternative all'introduzione anche nel nostro Paese del salario minimo legale, che pure maggioranza e Governo hanno formulato nel corso degli ultimi due anni, prova ne è la sorte del disegno di legge delega al Governo in materia di retribuzione dei lavoratori e di contrattazione collettiva nonché di procedure di controllo e informazione (atto Senato n. 957);

    17) nel pieno rispetto del ruolo della contrattazione collettiva e della tradizione delle relazioni industriali del nostro Paese, il riferimento per la definizione della retribuzione applicabile ai lavoratori del settore privato dovrà coincidere con il valore del trattamento economico complessivo stabilito dal contratto collettivo nazionale di lavoro stipulato dalle associazioni dei lavoratori e dei datori di lavoro comparativamente più rappresentative sul piano nazionale, prevedendosi altresì una soglia minima, definita per legge, al di sotto del quale neppure il minimo tabellare previsto da questi contratti possa andare;

    18) corollario fondamentale per delineare un quadro certo di regole in materia di individuazione dei livelli retributivi, in coerenza con i princìpi costituzionali e comunitari, è quello legato alla definizione e alla disciplina della misurazione della rappresentanza delle organizzazioni sindacali e datoriali, scongiurando il dumping salariale generato dai cosiddetti «contratti pirata»;

    19) secondo l'ultimo report del Cnel, al 31 dicembre 2024 risulta ulteriormente cresciuto il numero dei contratti collettivi nazionali di lavoro per i dipendenti del settore privato e del settore pubblico depositati al Cnel, che ormai ha raggiunto il numero di 1.037, di cui solo poche decine riguardano il 90 per cento dei lavoratori. Di questi, ne risultano scaduti il 62 per cento, coinvolgendo il 44 per cento dei lavoratori dipendenti,

impegna il Governo:

1) ad adottare ogni iniziativa utile, anche di carattere normativo, finalizzata al riconoscimento a tutti i lavoratori e le lavoratrici di ogni settore di un complessivo trattamento economico non inferiore a quello previsto dal contratto collettivo nazionale stipulato dalle associazioni dei datori e dei prestatori di lavoro comparativamente più rappresentative sul piano nazionale, da applicare a tutti i lavoratori del settore di riferimento, ovunque impiegati nel territorio nazionale, prevedendo in ogni caso che, anche alla luce dei parametri europei e del dettato costituzionale, il trattamento minimo tabellare corrisposto ai lavoratori non possa essere inferiore a 9 euro all'ora al lordo degli oneri contributivi e previdenziali, da, aggiornare periodicamente in ragione del potere d'acquisto e del costo della vita;

2) ad adottare iniziative normative al fine di introdurre chiare disposizioni volte ad assicurare che l'applicazione dei contratti collettivi sottoscritti dalle associazioni comparativamente più rappresentative sul piano nazionale sia condizione per poter intrattenere rapporti economici con le pubbliche amministrazioni, con gli organi dello Stato e con gli organismi di diritto pubblico, nonché per accedere ai benefici di legge previsti dal nostro ordinamento;

3) ad adottare iniziative, anche di carattere normativo, volte a definire misure che assicurino il diritto al risarcimento e la protezione contro trattamenti o conseguenze sfavorevoli sul piano salariale, nonché per l'applicazione di appropriate sanzioni in caso di violazioni dei diritti e degli obblighi in materia di retribuzioni;

4) a favorire, per quanto di competenza, la definizione di una disciplina legislativa della misurazione della rappresentatività delle organizzazioni sindacali e datoriali;

5) ad avviare un concreto e tempestivo confronto con le parti sociali realmente rappresentative, volto a definire una nuova strategia in materia di lavoro nel nostro Paese, anche attraverso la realizzazione di un piano straordinario pluriennale per il lavoro, che metta al centro la buona e stabile occupazione, il contrasto a ogni forma di precarietà attraverso una vera e propria «bonifica» normativa, così come la diffusione del part-time involontario e di quello fittizio, nonché per l'adozione di iniziative di competenza volte a monitorare e rafforzare le misure di contrasto delle forme di penalizzazione del lavoro delle donne e di divario retributivo di genere;

6) a sostenere, per quanto di competenza, l'iter di iniziative legislative volte a ridurre l'uso inappropriato di contratti a tempo determinato comunque denominati, riconducendoli alle loro funzioni proprie, e a contrastare la diffusione del part-time involontario, spesso fonte di lavoro grigio, riaffermando la centralità del lavoro a tempo indeterminato a tempo pieno nel nostro ordinamento;

7) ad adottare le opportune iniziative, anche di carattere normativo, per contrastare il fenomeno delle false partite Iva che coinvolgono, in particolare, molti giovani laureati e professionisti, iscritti agli ordini professionali e non, in monocommittenza, il cui rapporto di lavoro è in realtà assimilabile dal punto di vista organizzativo e gerarchico a quello subordinato – senza le corrispondenti tutele – e con retribuzioni che, se parametrate su base oraria, risultano di gran lunga inferiori a quelle auspicabili per il salario minimo;

8) ad adottare iniziative volte a introdurre ovvero a estendere il sostegno economico al reddito, con lo scopo di contrastare la marginalità, garantire la dignità della persona e favorire il pieno sviluppo della persona, la cittadinanza, attraverso l'inclusione sociale, quale misura di contrasto alla disuguaglianza e all'esclusione sociale, nonché quale strumento di rafforzamento delle politiche finalizzate al sostegno economico e all'inserimento sociale dei soggetti maggiormente esposti al rischio di marginalità nella società e nel mercato del lavoro;

9) ad adottare le opportune iniziative di competenza affinché si pervenga a una significativa revisione dei parametri utili alla determinazione dell'indicatore di povertà lavorativa utilizzato dall'Unione europea in particolare estendendo la platea di riferimento a tutti coloro i quali sono occupati almeno una volta in un anno, con l'esclusione di pensionati e studenti, e incrementando in maniera strutturale la ponderazione dei redditi da lavoro dei singoli individui rispetto al reddito equivalente fruibile all'interno del nucleo familiare di appartenenza, nonché tenendo conto anche del disagio abitativo.
(1-00444) «Scotto, Barzotti, Mari, Aiello, Carotenuto, Fossi, Gribaudo, Laus, Sarracino, Tucci, Guerra».

(21 maggio 2025)

   La Camera,

   premesso che:

    1) secondo i dati più recenti dell'Eurostat, alla fine del 2024 il tasso di occupati in Italia che percepiscono un reddito inferiore al 60 per cento del reddito mediano nazionale – condizione definita come rischio di povertà – si attestava al 10,2 per cento. Da questo valore, superiore alla media dell'Unione europea, che si colloca al 9,7 per cento, ne risulta che circa 1 lavoratore su 10 in Italia è in condizione di povertà relativa, un dato che desta preoccupazione e conferma la persistente debolezza strutturale del mercato del lavoro nazionale nel garantire adeguati livelli retributivi;

    2) l'Istat, nel Rapporto annuale 2024, rileva che il tasso di povertà assoluta tra gli occupati è cresciuto dal 4,9 per cento registrato nel 2014 al 7,6 per cento nel 2023. Tale incidenza risulta significativamente più alta tra alcune categorie di lavoratori: raggiunge il 14,6 per cento tra gli operai e l'8,2 per cento tra i lavoratori dipendenti in generale. Inoltre, l'Istat evidenzia che tra il 2019 e il 2024 le retribuzioni contrattuali hanno perso il 10,5 per cento in termini di potere d'acquisto e alla fine del 2024 la crescita delle retribuzioni contrattuali per dipendente è stata pari al 10,1 per cento rispetto all'inizio del 2019, a fronte di un aumento dell'inflazione (Ipca) pari al 21,6 per cento e a conferma di una tendenza di lungo periodo alla stagnazione dei redditi reali e all'erosione delle possibilità economiche dei lavoratori;

    3) proprio per contrastare tale scenario, il Governo Renzi con l'articolo 1, recante riduzione del cuneo fiscale per lavoratori dipendenti e assimilati, del decreto-legge 24 aprile 2014, n. 66, convertito con modificazioni dalla legge 23 giugno 2014, n. 89, aveva introdotto un credito d'imposta noto come «Bonus Renzi», per i lavoratori a basso-medio reddito, di importo pari a 80 euro mensili: a differenza di altre misure di sostegno al reddito che vengono assegnate sulla base di requisiti stringenti e a fronte di una esplicita richiesta da parte dell'avente diritto, detto beneficio veniva erogato direttamente in busta paga per rafforzare i salari reali attraverso una riduzione netta del carico fiscale, che si traduceva automaticamente in un aumento salariale per il lavoratore;

    4) si registra una crescente condizione di vulnerabilità economica tra i lavoratori, determinata dal progressivo aumento del numero di occupati i cui redditi risultano insufficienti a garantire un livello di vita adeguato. Secondo i dati Istat relativi al 2023, il 21 per cento dei lavoratori risulta a basso reddito. Tale condizione di fragilità economica è particolarmente diffusa tra le donne (26,6 per cento), tra i giovani con meno di 35 anni (29,5 per cento) e tra i cittadini stranieri (35,2 per cento). La vulnerabilità risulta inoltre significativamente più elevata tra i lavoratori autonomi (28,9 per cento) e tra i lavoratori dipendenti con contratto a termine, per i quali il dato raggiunge il 46,6 per cento, evidenziando una correlazione tra forme contrattuali instabili e rischio di povertà lavorativa;

    5) nel 2024 la differenza tra i redditi più alti e quelli più bassi in Italia rimane significativa e persistente, con una concentrazione della ricchezza nelle fasce più abbienti della popolazione. Secondo i dati Eurostat, il divario raggiunge il 32,2 per cento ed è confermato dall'Istat, risultando superiore alla media dell'Unione europea, pari al 29,3 per cento, a conferma di una marcata polarizzazione dei redditi tra le fasce più povere e quelle più ricche, riflesso di disuguaglianze economiche e sociali strutturali, che si manifestano in particolare su base territoriale, generazionale, di genere e in relazione al livello di istruzione e di qualificazione professionale;

    6) il Rapporto mondiale sui salari 2024-2025 dell'Organizzazione internazionale del lavoro (Ilo) ha rilevato che, tra il 2008 e il 2024, i salari reali in Italia sono diminuiti di circa 8,7 punti percentuali, registrando il peggior risultato tra i Paesi del G20, e che la crescita salariale reale nell'ultimo biennio è rimasta pressoché nulla, incapace di compensare l'inflazione e la stagnazione della produttività, determinando un progressivo impoverimento relativo dei lavoratori, anche tra coloro che formalmente godono di un'occupazione stabile;

    7) questi dati certificano come una quota consistente della forza lavoro italiana, pur formalmente occupata, si trova in condizioni economiche incompatibili con una vita dignitosa, in violazione del principio sancito dall'articolo 36 della Costituzione, secondo cui il lavoratore ha diritto a una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un'esistenza libera e dignitosa. La permanenza di questi squilibri, in un contesto di lieve crescita quantitativa dell'occupazione ma di scarsa qualità dei rapporti di lavoro, impone al legislatore un ripensamento profondo delle politiche del lavoro, orientato a promuovere non solo il mero incremento numerico dei posti di lavoro, ma soprattutto la loro qualità, stabilità e capacità di garantire dignità economica e sicurezza sociale ai lavoratori;

    8) la crescita dell'occupazione registrata nel 2024, con un tasso complessivo salito al 62,1 per cento, è stata trainata prevalentemente da forme contrattuali precarie, come i contratti a termine, il part-time involontario e i lavori in settori a basso valore aggiunto, confermando una condizione strutturale di precarietà diffusa. Secondo l'Istat, nel quarto trimestre 2024, tra i giovani sotto i 35 anni, il 28,1 per cento è impiegato con contratto a termine e il 5,9 per cento con part-time involontario, segno che il part-time non è una scelta, ma una necessità imposta — dato ancor più allarmante se si considera che il 9,6 per cento di tutti gli occupati (circa 1 su 10) lavora part-time perché non ha trovato un impiego full-time;

    9) a questo quadro di incertezza economica si aggiunge il ricorso massiccio a tirocini, stage e altre forme di lavoro non standard, spesso non retribuite o sottopagate, in particolare tra i giovani. Il fenomeno degli stage extracurriculari, in assenza di regole stringenti e di un sistema uniforme di tutele economiche e formative, contribuisce a consolidare il bacino dei cosiddetti working poor, esponendo i più giovani a un ingresso nel mercato del lavoro segnato da sfruttamento e assenza di prospettive. Tali criticità necessitano di interventi urgenti e coerenti al fine di contrastare queste pratiche distorsive, sostenere l'emancipazione economica dei giovani e promuovere forme di ingresso nel lavoro che siano davvero orientate anche alla formazione e non esclusivamente all'abbattimento dei costi per le imprese;

    10) secondo diversi studi internazionali, la garanzia di una retribuzione dignitosa e adeguata per tutti i lavoratori favorirebbe senz'altro la realizzazione di un mercato del lavoro più inclusivo, equo e paritario, abbattendo le disuguaglianze, anche in termini di divario retributivo di genere;

    11) a tal riguardo, tra le donne in Italia quasi un quarto risulta occupato in forme contrattuali atipiche o a tempo parziale involontario. Queste modalità di lavoro limitano la sicurezza economica e la capacità di pianificazione familiare, rendendo le lavoratrici più esposte al rischio di working poor, in quanto tali contratti spesso si associano a retribuzioni insufficienti a superare la soglia di povertà;

    12) la penalizzazione delle donne nel mercato del lavoro è ulteriormente aggravata da un persistente divario retributivo di genere o gender pay gap, che l'Istat stima in media al 5,6 per cento per le lavoratrici dipendenti, ma che sale fino al 16,6 per cento tra le laureate e al 30,8 per cento tra le dirigenti. Tale disparità si riflette in un reddito disponibile più basso che si riflette anche sul trattamento pensionistico, traducendosi in una maggiore vulnerabilità del genere femminile alla povertà lavorativa, soprattutto per le madri, costrette a rimanere in posizioni a basso reddito e con poche opportunità di crescita e nella pressoché totale assenza di politiche di welfare aziendale che garantiscano l'equità salariale sia in termini di genere, sia, complessivamente, tra i diversi livelli retributivi, promuovendo una distribuzione più equa delle opportunità economiche tra tutti i lavoratori anche in fase di pensionamento;

    13) le donne risultano penalizzate anche sul piano della maternità, sia per l'accesso al lavoro, dove le garanzie prestate alle donne incinte o alle neomamme vengono spesso viste negativamente e come un «onere» da taluni datori di lavoro, sia per il reinserimento lavorativo delle neomamme in generale, dove la carenza di strutture dedicate e le difficoltà legate alla gestione della genitorialità in assenza di parenti rende di fatto impensabile l'attività lavorativa contemporanea di entrambi i genitori nei primi anni di vita dell'infante;

    14) la garanzia del diritto alla maternità risulta peraltro indebolita da gravi carenze sul piano delle misure di conciliazione dei tempi lavoro-famiglia: ancora oggi la normativa di riferimento sconta un'impostazione che fa riferimento a una cultura risalente e ampiamente superata dai fatti, che affida quasi integralmente alla madre i doveri di cura dell'infante. È invece indispensabile sostenere una responsabilità genitoriale condivisa, assicurando a entrambi i genitori parità di chances sul piano professionale e, di riflesso, contrastare anche per questa via l'attuale gap salariale tra uomo e donna;

    15) le cause che ostacolano il pieno rispetto del diritto a una giusta retribuzione sono molteplici. Particolarmente rilevante è la diffusione dei cosiddetti «contratti collettivi pirata», ossia accordi siglati soprattutto in determinati settori da soggetti privi di reale rappresentatività, che fissano condizioni economiche e normative peggiorative rispetto a quelle previste dai contratti firmati dalle organizzazioni sindacali più rappresentative, generando distorsioni concorrenziali dannose. Il moltiplicarsi dei contratti collettivi, ivi compresi appunto i contratti collettivi pirata, costituisce un'importante forma di dumping salariale;

    16) tra le cause della persistente disuguaglianza nella distribuzione della ricchezza prodotta dalle imprese e della scarsa partecipazione dei lavoratori alla vita economica aziendale, si rileva la carenza di strumenti normativi e contrattuali che favoriscano un reale coinvolgimento dei dipendenti nei risultati economici delle imprese. La partecipazione agli utili d'impresa, già prevista in diversi ordinamenti europei, rappresenta una buona prassi riconosciuta a livello internazionale, capace di favorire una più equa distribuzione della ricchezza generata, di rafforzare la motivazione e la fidelizzazione dei lavoratori, di ridurre i conflitti industriali e di incrementare la produttività e la competitività delle imprese;

    17) l'assenza di un quadro normativo chiaro, unitamente a un sistema di incentivi fiscali e contributivi adeguati, ha finora limitato la diffusione di tali modelli in Italia, dove solo una quota marginale di imprese applica sistemi di partecipazione agli utili regolati da contratti collettivi, lasciando così inespressa una leva importante per la coesione aziendale e la qualità delle relazioni industriali;

    18) altre concause che incidono negativamente sulla concreta realizzazione del diritto ad una retribuzione equa e proporzionata possono essere individuate nella frammentazione dei settori produttivi, dovuta a trasformazioni economiche, tecnologiche e organizzative, nella crescente diffusione di forme contrattuali atipiche, difficili da ricondurre al lavoro autonomo o subordinato, e nel ricorso massiccio da parte delle imprese a pratiche di esternalizzazione;

    19) alla luce di questo quadro, appare evidente la necessità di un intervento sostenuto e promosso dall'ordinamento statuale a sostegno e rafforzamento della contrattazione collettiva, al fine di assicurare a tutti i lavoratori in Italia trattamenti retributivi adeguati e dignitosi,

impegna il Governo:

1) ad adottare un Piano nazionale di contrasto alla povertà lavorativa, volto a garantire condizioni di lavoro dignitose e il pieno rispetto dei principi sanciti dagli articoli 3 e 36 della Costituzione, mediante misure strutturali finalizzate a promuovere l'occupazione stabile, a ridurre le disuguaglianze salariali e a tutelare le categorie maggiormente vulnerabili;

2) a promuovere misure specifiche e strutturali di sostegno all'occupazione giovanile e femminile, con l'obiettivo prioritario di contrastare la diffusione della povertà lavorativa e garantire a tutti i lavoratori condizioni economiche e professionali dignitose, mediante, in particolare:

   a) l'incremento e la stabilizzazione degli sgravi contributivi previsti per le assunzioni a tempo indeterminato;

   b) l'integrazione degli incentivi con ulteriori misure mirate a target specifici, quali le neomamme e i giovani under 35 disoccupati da lungo periodo prevedendo il dimezzamento dell'Irpef per i primi anni di lavoro;

   c) l'estensione delle misure di sostegno previste dalla legislazione vigente per le madri di due o più figli anche alle madri con un solo figlio, incluse le madri single, al fine di poter affrontare le sfide economiche e di conciliazione lavoro-famiglia fin dal primo figlio;

   d) l'estensione della durata massima dell'esonero contributivo a 36 mesi subordinandolo a condizioni di qualità occupazionale, tra cui il rispetto dei minimi retributivi previsti dalla contrattazione collettiva, la permanenza lavorativa per un congruo periodo e la partecipazione dei lavoratori a percorsi di formazione e aggiornamento professionale;

   e) l'uniformazione della normativa di riferimento al criterio della responsabilità genitoriale condivisa, rivedendo le tutele vigenti per garantire l'eguaglianza tra i genitori, al fine di scongiurare che la donna lavoratrice debba patire qualsivoglia pregiudizio sul piano professionale in ragione della maternità e contrastare il gap salariale uomo-donna;

3) ad avviare un processo di revisione della disciplina dei tirocini e degli stage, eliminando quelli extracurriculari, per garantire un effettivo valore formativo e impedire l'utilizzo distorto di tali strumenti come forme di lavoro sottopagato o gratuito, prevedendo, in particolare, l'introduzione di un'indennità minima obbligatoria per i tirocinanti e un sistema di vigilanza adeguato;

4) ad incentivare, quale forma di retribuzione indiretta, il welfare aziendale come strumento di equità e inclusione, non solo come beneficio accessorio, attraverso l'introduzione di benefici fiscali per le aziende che adottano programmi di welfare aziendale avanzato, anche di concerto con le associazioni dei prestatori di lavoro maggiormente rappresentative sul piano nazionale, inclusivi di piani di equità salariale tra uomini e donne, trasparenza retributiva e servizi di conciliazione famiglia-lavoro, in un'ottica di miglioramento del benessere dei lavoratori e di prevenzione della vulnerabilità economica;

5) a compensare il gap salariale rispetto alla media europea promuovendo la diffusione di modelli di partecipazione dei lavoratori agli utili d'impresa, quale strumento per una più equa distribuzione della ricchezza prodotta, per l'incremento della produttività e per il rafforzamento della coesione aziendale, mediante la predisposizione di un apposito quadro normativo e fiscale di sostegno che disciplini tale istituto attraverso accordi aziendali o territoriali regolati da contratti collettivi, introduca specifiche agevolazioni fiscali in favore delle imprese che adottano tali modelli e preveda iniziative di informazione e formazione destinate alle parti sociali e alle imprese per la diffusione delle migliori prassi già sperimentate a livello nazionale e internazionale, al fine di accrescere la motivazione, la fidelizzazione e la partecipazione consapevole dei dipendenti alla vita economica e strategica delle imprese;

6) ad adottare iniziative normative volte a prevedere incentivi fiscali e contributivi per le imprese che adottano forme contrattuali stabili e modelli di retribuzione trasparenti che garantiscano l'eguaglianza tra uomo e donna, misure di welfare aziendale e forme di partecipazione agli utili di impresa da parte dei lavoratori, nonché trattamenti economici più elevati rispetto alla media nazionale;

7) ad adottare un piano strategico volto a rafforzare l'attrattività degli investimenti esteri diretti, quale strumento essenziale per sostenere la crescita economica, l'innovazione industriale e la creazione di occupazione qualificata e dignitosa nel Paese, con l'obiettivo prioritario di ridurre le disuguaglianze retributive e contrastare la diffusione della povertà lavorativa, garantendo a tal fine un quadro normativo e fiscale stabile e prevedibile, idoneo a offrire certezza giuridica e a ridurre i fattori di rischio per gli investitori esteri, anche attraverso la razionalizzazione della normativa vigente e la limitazione delle modifiche frequenti o retroattive della disciplina fiscale e contributiva;

8) ad assumere iniziative normative volte a contrastare l'uso distorsivo e massivo delle pratiche di esternalizzazione da parte delle imprese, con la finalità di tutelare i lavoratori maggiormente esposti a condizioni di precarietà e a retribuzioni inadeguate, salvaguardando i livelli occupazionali, la qualità dell'impiego e i diritti dei lavoratori coinvolti, anche attraverso la previsione di vincoli contrattuali minimi per le aziende committenti e appaltatrici, la responsabilità solidale estesa per il rispetto delle normative in materia retributiva, contributiva e di sicurezza, nonché l'introduzione di incentivi per le imprese che internalizzano funzioni strategiche garantendo occupazione stabile e dignitosa e contribuendo così alla riduzione della povertà lavorativa;

9) ad assumere iniziative normative per rafforzare la contrattazione collettiva quale strumento fondamentale per garantire condizioni economiche e normative adeguate e per prevenire forme di dumping salariale che alimentano la povertà lavorativa, riconoscendo il ruolo dei contratti collettivi stipulati dalle organizzazioni sindacali e datoriali comparativamente più rappresentative a livello nazionale, e contrastando la diffusione di contratti cosiddetti «pirata» che deteriorano le condizioni di lavoro e minano la coesione sociale;

10) ad adottare politiche di investimento volte a favorire la crescita e, di riflesso, i livelli di retribuzione, nonché a sostenere la contrattazione collettiva nazionale al fine di sostenere forme di welfare aziendale che integrino il trattamento economico del lavoratore, nonché a valutare, nell'ipotesi di introduzione di una retribuzione oraria minima, la contestuale istituzione di una commissione permanente, composta da rappresentanti dei lavoratori e dei datori di lavoro maggiormente rappresentativi a livello nazionale, incaricata di monitorare il livello dei salari minimi, aggiornarne periodicamente l'importo e garantirne la coerenza con l'evoluzione del costo della vita e della produttività;

11) a rafforzare i sistemi di monitoraggio e valutazione del fenomeno della povertà lavorativa, prevedendo la raccolta sistematica e la pubblicazione periodica di dati disaggregati per genere, età, tipologia contrattuale e area geografica, al fine di orientare le politiche pubbliche e consentire un controllo parlamentare sull'efficacia delle misure adottate;

12) a fornire ogni utile elemento alle competenti Commissioni parlamentari, con cadenza semestrale, in ordine allo stato di attuazione delle misure adottate e all'andamento dei principali indicatori economico-sociali connessi al fenomeno della povertà lavorativa, alla disuguaglianza retributiva e alla qualità dell'occupazione.
(1-00475) «Boschi, Gadda, Bonifazi, Del Barba, Faraone, Giachetti».

(14 luglio 2025)

   La Camera,

   premesso che:

    1) il fenomeno delle retribuzioni inadeguate e, più in generale, del cosiddetto «lavoro povero» in Italia si concentra in misura significativa all'interno di determinati assetti organizzativi del lavoro e colpisce fasce specifiche di lavoratori, spesso impiegati in settori a bassa intensità tecnologica o con scarsa presenza di contrattazione strutturata. Questo quadro non è il risultato di dinamiche contingenti, bensì l'esito di criticità strutturali che caratterizzano da lungo tempo il sistema economico nazionale;

    2) sul punto, nel corso degli ultimi decenni, il nostro Paese ha manifestato un'insufficienza cronica di investimenti strategici in ambiti fondamentali per la crescita – quali innovazione, digitalizzazione, formazione del capitale umano, ricerca e sviluppo – nonché l'assenza di politiche industriali stabili e coordinate capaci di promuovere il riposizionamento competitivo delle imprese sui mercati a maggiore valore aggiunto. Tale carenza di visione ha inciso negativamente sulla qualità dell'occupazione, ostacolando la transizione verso un modello produttivo fondato sulla competenza e sull'elevata qualificazione professionale;

    3) queste fragilità del tessuto economico si riflettono direttamente sull'andamento del mercato del lavoro, alimentando, in alcune aree e settori, dinamiche di impiego non adeguatamente retribuito e irregolare;

    4) tali problematiche richiedono, dunque, un intervento articolato e sistemico, che non si limiti a misure simboliche o settoriali, ma che affronti in maniera organica le radici del problema, agendo su fattori strutturali e promuovendo politiche attive in grado di rafforzare la competitività dell'economia nazionale e, al contempo, garantire condizioni lavorative giuste, sicure e stabili;

    5) le politiche avviate dall'attuale Governo vanno proprio in tale direzione. E a fronte dei risultati certificati dall'Istat, si registra il successo delle misure e degli interventi messi in campo sul lavoro basati sugli incentivi e la formazione per favorire il lavoro stabile nonché sull'abolizione e la riforma di strumenti inadeguati che mettevano in competizione la dignità del lavoro con scriteriati sussidi di natura assistenziale. A ciò si aggiungono provvedimenti volti a mitigare gli effetti dell'inflazione e ad aumentare il potere di acquisto dei cittadini;

    6) a fronte di tali scelte, dall'insediamento dell'Esecutivo ad aggi, l'Italia ha visto un incremento netto di oltre 1 milione di posti di lavoro e dei contratti a tempo indeterminato, questi ultimi cresciuti di oltre 1,2 milioni di unità. I dati Istat riferiscono che a maggio 2024 il numero di lavoratori occupati ha raggiunto un record storico di 24,3 milioni, il livello più alto dall'inizio delle rilevazioni nel 2004. Il tasso di occupazione è salito al 62,9 per cento, con un aumento di 80 mila occupati rispetto al mese precedente, coinvolgendo soprattutto uomini, donne, lavoratori autonomi e over 50. Il tasso di inattività è sceso, confermando una maggiore partecipazione al mercato del lavoro;

    7) nella media del 2024, l'indice delle retribuzioni orarie è cresciuto del 3,1 per cento rispetto all'anno precedente. Aumenti superiori alla media caratterizzano il comparto industriale (+4,6 per cento) e quello dei servizi privati (+3,4 per cento). Anche nel primo trimestre del 2025 si è registrato un miglioramento della dinamica retributiva in Italia, con segnali positivi sia sul piano congiunturale che tendenziale. Le retribuzioni contrattuali sono cresciute dell'1 per cento rispetto al trimestre precedente e del 3,9 per cento su base annua. A marzo, l'aumento annuo ha raggiunto il 4 per cento, con una performance ancora più marcata nel settore privato (+4,7 per cento). In particolare, l'industria registra una crescita del 4,9 per cento e i servizi del 4,3 per cento. Spiccano gli incrementi nell'alimentare (+7,8 per cento), metalmeccanica (+6,3 per cento), commercio (+6,1 per cento) e DMO (+6 per cento). Le proiezioni per aprile-settembre 2025 indicano un'ulteriore crescita del 2,6 per cento, con una media annua stimata al +2,7 per cento;

    8) al fine di garantire retribuzioni giuste, contrastare il lavoro sottopagato e ripristinare il rinnovo tempestivo dei contratti nazionali, si sta intervenendo per rafforzare la contrattazione collettiva quale strumento privilegiato, in quanto espressione diretta dei sindacati e delle organizzazioni datoriali. Le parti sociali attraverso la contrattazione collettiva nazionale e di secondo livello, sono in grado di definire trattamenti economici adeguati alle specificità settoriali e territoriali, assicurando il necessario equilibrio tra giustizia retributiva e sostenibilità economica. Parallelamente, si sta contrastando il dumping contrattuale e il lavoro irregolare con l'obiettivo di rendere più efficaci l'applicazione e il rispetto dei livelli retributivi collettivi, agendo su più fronti: trasparenza, rafforzamento dei controlli con sistemi tecnologici e banche dati, obblighi di rendicontazione, monitoraggio degli appalti, misure per combattere l'evasione contributiva, con il coinvolgimento dell'Ispettorato nazionale del lavoro e dei suoi organi territoriali;

    9) ed ancora, per favorire un aumento delle retribuzioni, anche indiretto, è stata inoltre fortemente sostenuta dalla maggioranza ed approvata definitivamente dal Parlamento la proposta di legge sulla partecipazione dei lavoratori all'impresa in attuazione dell'articolo 46 della Costituzione, che ha portato all'inserimento nel nostro ordinamento della legge n. 76 del 15 maggio 2025. Tale provvedimento ha introdotto, per la prima volta, un quadro normativo strutturato per la partecipazione dei lavoratori alla gestione, al capitale e agli utili d'impresa che offre strumenti interconnessi per determinare un aumento delle retribuzioni;

    10) al riguardo, tra le misure previste la partecipazione economico-finanziaria prevede che i lavoratori – grazie a piani negoziati nei contratti collettivi – possano ricevere una quota degli utili aziendali (almeno il 10 per cento), con un regime fiscale agevolato al 5 per cento su importi fino a 5.000 euro, rendendo più conveniente l'erogazione di tali somme e incentivando le imprese a redistribuire parte dei profitti. A ciò si aggiunge la possibilità per i lavoratori di entrare negli organi di amministrazione e di controllo aziendale – il consiglio di sorveglianza o il consiglio di amministrazione – rafforzando la loro capacità di influenzare le decisioni strategiche, comprese quelle riguardanti le politiche retributive. Altro fattore decisivo è la prevista partecipazione consultiva che consente di instaurare un dialogo strutturato con effetti positivi anche sulle decisioni salariali affinché tengano conto delle esigenze reali dei lavoratori. In definitiva, la predetta legge contiene misure che tra gli incentivi e l'attuazione delle molteplici forme di partecipazione previste comportano dei benefìci in riferimento al potere contrattuale dei lavoratori, dunque determinando condizioni favorevoli per un incremento delle retribuzioni;

    11) peraltro, nel solco tracciato dalla predetta legge sulla partecipazione, si stanno avviando iniziative volte ad introdurre un vantaggio fiscale per l'assegnazione di azioni aziendali a beneficio di quelle categorie di lavoratori dipendenti più fragili, con la qualifica di operai e impiegati, per consentire l'introduzione di un meccanismo strutturato ed organico di remunerazione partecipativa;

    12) a sostegno del reddito dei cittadini, inoltre, la legge di bilancio 2025 (legge n. 207 del 2024) introduce importanti misure, intervenendo sia attraverso nuovi benefìci fiscali sia mediante la strutturazione definitiva di agevolazioni già previste per l'anno precedente. In particolare, riconosce un beneficio fiscale ai titolari di reddito di lavoro dipendente. Per i contribuenti con reddito complessivo non superiore a 20.000 euro, la misura prevede l'erogazione di una somma esente da imposizione fiscale, calcolata applicando al reddito di lavoro dipendente una percentuale variabile (dal 7,1 per cento al 4,8 per cento) in funzione della fascia reddituale. Per i lavoratori con reddito superiore a 20.000 euro, fino a un massimo di 40.000 euro, è prevista invece una detrazione dall'imposta lorda: fissa a 1.000 euro per redditi fino a 32.000 euro, decrescente fino ad azzerarsi al superamento dei 40.000 euro;

    13) la legge di bilancio 2025 rende inoltre strutturale l'innalzamento a 1.955 euro della detrazione per redditi da lavoro dipendente fino a 15.000 euro, già introdotto per il solo 2024. In questo quadro, è stato rafforzato anche il sistema delle detrazioni, che consente l'esenzione totale dall'IRPEF (no tax area) per i contribuenti con redditi al di sotto di determinate soglie: circa 8.500 euro per lavoratori dipendenti e pensionati e 5.500 euro per lavoratori autonomi,

impegna il Governo:

1) a proseguire e rafforzare le politiche di sostegno all'occupazione stabile e di qualità, in particolare attraverso misure mirate di incentivo all'assunzione a tempo indeterminato, alla trasformazione dei contratti precari e alla valorizzazione delle competenze, con l'obiettivo di favorire una crescita occupazionale sostenibile e un aumento delle retribuzioni reali;

2) ad adottare iniziative di competenza volte a sostenere e potenziare la contrattazione collettiva nazionale, quale strumento fondamentale per garantire trattamenti economici e normativi adeguati, incentivando, altresì, la contrattazione di secondo livello, in coerenza con il reale potere d'acquisto su base territoriale e con le specificità dei settori produttivi, assicurando, in entrambi i casi, trasparenza e certezza nei rapporti di lavoro e contrastando fenomeni di dumping salariale e contrattuale;

3) a promuovere l'attuazione della legge n. 76 del 15 maggio 2025 sulla partecipazione dei lavoratori all'impresa, anche attraverso campagne informative e strumenti di supporto operativo per le imprese e le parti sociali, con l'obiettivo di favorire l'adozione di modelli partecipativi che consentano l'incremento del potere contrattuale dei lavoratori e la redistribuzione equa degli utili;

4) a valutare l'opportunità di potenziare le iniziative volte a introdurre strumenti di incentivazione fiscale, anche attraverso l'assegnazione di azioni aziendali, in favore dei lavoratori dipendenti appartenenti alle fasce più fragili, al fine di promuovere forme strutturate di partecipazione alla vita economica dell'impresa e meccanismi innovativi di remunerazione;

5) ad adottare iniziative volte a rendere pienamente operativi i meccanismi di contrasto al lavoro irregolare e sottopagato, rafforzando gli strumenti di vigilanza, interoperabilità delle banche dati, controlli ispettivi e obblighi di rendicontazione, anche nell'ambito dei contratti pubblici, per garantire il rispetto dei minimi retributivi stabiliti dalla contrattazione collettiva più rappresentativa;

6) a promuovere, in collaborazione con le parti sociali, una strategia nazionale per la produttività e qualità del lavoro, che integri investimenti in formazione, innovazione tecnologica, politiche attive e sviluppo delle filiere ad alto valore aggiunto, quale strumento strutturale per innalzare i livelli retributivi e rafforzare la competitività del sistema Paese;

7) a valutare ulteriori interventi di riduzione del cuneo fiscale e di potenziamento delle detrazioni per i redditi medio-bassi, al fine di incrementare il netto in busta paga e sostenere i consumi interni;

8) a rafforzare il monitoraggio dei livelli retributivi previsti dalla contrattazione collettiva, anche attraverso la pubblicazione periodica di benchmark retributivi settoriali, al fine di garantire trasparenza e prevenire fenomeni di sotto-soglia salariale;

9) a valutare forme di tutela per i lavoratori autonomi e non standard, in particolare per coloro che operano attraverso piattaforme digitali, al fine di contrastare forme di «povertà lavorativa invisibile» e di garantire accesso a strumenti minimi di protezione sociale;

10) ad adottare iniziative volte a rafforzare, per la pubblica amministrazione, nel caso di appalti pubblici di servizi, i criteri utili a garantire trattamenti economici e normativi equi ed adeguati per i lavoratori.
(1-00476) «Rizzetto, Giaccone, Tenerini, Alessandro Colucci, Schifone, Nisini, Battilocchio, Coppo, Caparvi, Tassinari, Giovine, Lazzarini, Malagola, Mascaretti, Volpi, Zurzolo».

(14 luglio 2025)

   La Camera,

   premesso che:

    1) il 19 ottobre 2022 è stata approvata la direttiva (UE) 2022/2041, la quale mira a migliorare le condizioni di vita e di lavoro nell'Unione europea istituendo un quadro per l'adeguatezza dei salari minimi legali, la promozione della contrattazione collettiva sulla determinazione dei salari e il miglioramento dell'accesso effettivo di lavoratori e lavoratrici al diritto alla tutela garantita dal salario minimo;

    2) i contratti collettivi nazionali del lavoro (Ccnl), che in Italia dovrebbero garantire un salario dignitoso a tutti i lavoratori, hanno formalmente un tasso di copertura molto elevato (superiore al 90 per cento), ma degli oltre mille Ccnl depositati, solamente il 22 per cento sono firmati dai sindacati maggiormente rappresentativi, mentre altri rientrano nella categoria dei cosiddetti «contratti pirata», i quali offrono condizioni lavorative non dignitose;

    3) inoltre, a dicembre 2024 risultavano scaduti il 62 per cento dei Ccnl depositati, pari a 640 contratti su 1.037, con una copertura di circa 6,2 milioni di lavoratori (47 per cento del totale);

    4) secondo gli ultimi dati Eurostat, nel 2024 il 9 per cento dei lavoratori a tempo pieno in Italia erano poveri (cosiddetti «working poors»), un dato in aumento rispetto al 2023 e molto maggiori rispetto ad altri Paesi dell'Unione europea, come la Germania (3,7 per cento) o la Finlandia (2,2 per cento);

    5) se si considerano, invece, la totalità dei lavoratori, la percentuale di working poors sale al 10,2 per cento, anche questo in aumento rispetto al 2023;

    6) secondo una ricerca dell'Iref, l'Istituto di ricerca delle Acli, negli ultimi dieci anni il numero di lavoratori poveri è aumentato del 55 per cento, e questo fenomeno colpisce in misura maggiore le donne, i giovani e i residenti del mezzogiorno. Per ogni uomo con un lavoro a basso reddito ci sono due donne nelle stesse condizioni, l'incidenza della povertà lavorativa sui giovani è 3,5 volte superiore rispetto agli over-50 e le probabilità di ottenere un contratto mal retribuito sono tre volte superiori nel Mezzogiorno rispetto al Nord Italia;

    7) secondo l'Inps, sarebbero all'incirca 2,2 milioni i dipendenti dei settori privato, agricolo e del lavoro domestico che percepiscono un salario lordo, inclusivo di tredicesima e Tfr, inferiore a 9 euro l'ora;

    8) i salari reali hanno perso il 10,5 per cento del potere d'acquisto tra il 2019 e il 2024 a causa della forte crescita dei prezzi (dati Istat), confermando un trend evidenziato dall'Ocse secondo cui l'Italia è l'unico Paese Ocse in cui i salari reali sono diminuiti rispetto a trent'anni fa;

    9) in tutti i Paesi del G20, tranne l'Italia, è previsto un salario minimo legale, che in tutti i Paesi del G7 è superiore ai 9 euro lordi l'ora, tranne in Giappone e negli Stati Uniti;

    10) secondo le stime più prudenziali, ogni anno verrebbero attivati in Italia un numero che oscilla tra i 400mila e i 600mila tirocini gratuiti, una forma di sfruttamento del lavoro che viene sempre più di frequente utilizzata da piccole e grandi aziende per avere forza lavoro a costo zero, senza realizzare un vero percorso di inserimento lavorativo, considerando che solo il 31 per cento dei tirocini viene poi trasformato in un contratto di lavoro stabile e che la normativa nazionale vieta espressamente l'attivazione di tirocini extracurriculari non retribuiti, salvo specifiche eccezioni regionali;

    11) in seno all'Unione europea è in corso un confronto tra Parlamento, Commissione e Consiglio per introdurre una direttiva che intervenga sul tema dei tirocini e degli stage, con il Parlamento europeo che propone le soluzioni più ambiziose, chiedendo il divieto assoluto di tirocini non retribuiti in tutti i Paesi dell'Unione europea,

impegna il Governo:

1) ad adottare iniziative normative volte ad introdurre un salario minimo legale in Italia pari a 9 euro l'ora, per proteggere i lavoratori poveri e dare attuazione all'articolo 36, primo comma, della Costituzione, laddove si prevede che il lavoratore abbia diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un'esistenza libera e dignitosa;

2) ad adottare iniziative di competenza volte a prevedere nuove forme di incentivi e sanzioni per velocizzare il rinnovo dei Ccnl scaduti, al fine di tutelare i lavoratori coperti dai suddetti contratti;

3) a sostenere in ogni sede opportuna la proposta del Parlamento europeo di vietare qualsiasi forma di tirocinio e stage non retribuito, per valorizzare e riconoscere quelle che sono, a tutti gli effetti, forme di lavoro, e in quanto tali meritevoli di un riconoscimento economico;

4) a potenziare i sistemi di controllo sulla retribuzione dei tirocini, per rendere effettivo il divieto di tirocini e stage extracurriculari non retribuiti già in vigore formalmente ma non rispettato nella sostanza da un ampio numero di aziende.
(1-00477) «D'Alessio, Pastorella, Richetti, Benzoni, Grippo, Sottanelli, Bonetti, Onori, Rosato, Ruffino».

(15 luglio 2025)

MOZIONI CONCERNENTI INIZIATIVE IN ORDINE ALLA DENUNCIA FORMALE DEL MEMORANDUM D'INTESA IN MATERIA DI COOPERAZIONE NEL SETTORE MILITARE E DELLA DIFESA CON IL GOVERNO DELLO STATO DI ISRAELE

   La Camera,

   premesso che:

    1) il Memorandum d'intesa fra il Governo della Repubblica italiana e il Governo dello Stato di Israele in materia di cooperazione nel settore militare e della difesa, siglato a Parigi il 16 giugno 2003, è stato ratificato dall'Italia con la legge 17 maggio 2005, n. 94. Nelle premesse del Memorandum of understanding, le Parti sottolineano la propria convinzione che tale cooperazione avrebbe consolidato le rispettive capacità di difesa;

    2) l'articolo 9, comma 3, del suddetto Memorandum of understanding prevede una durata di cinque anni dello stesso, prorogabili automaticamente per periodi aggiuntivi di altrettanti cinque anni in assenza di una notifica scritta dell'intenzione di denunciarlo inviata da una delle parti. In questo caso cessa di essere in vigore a sei mesi dalla data di ricezione della notifica. Nell'arco degli ultimi venti anni l'accordo si è rinnovato tacitamente tre volte e il prossimo rinnovo è attualmente previsto per il mese di aprile 2026;

    3) a maggio 2025 un gruppo di giuristi ha presentato una diffida formale al Governo, sollecitando l'interruzione del rinnovo automatico. Secondo i firmatari, l'accordo rischia infatti di violare i principi cardine della Costituzione italiana, oltre a rappresentare un sostegno implicito ai crimini contro l'umanità e ai crimini di guerra perpetrati da Netanyahu;

    4) la cornice geopolitica nella quale era stato inquadrato il Memorandum of understanding in oggetto è profondamente mutata e in costante drammatica evoluzione. In particolare, la spregiudicata strategia di guerra del Premier israeliano Netanyahu sta minacciando il già fragile equilibrio della regione mediorientale e l'attuale conflitto in corso con l'Iran rischia di trasformarsi in una lunga guerra con conseguenze devastanti a livello globale sia politiche che economiche;

    5) il nuovo fronte di guerra tra Israele e Iran sembrerebbe utilizzato da Netanyahu per polarizzare l'interesse mondiale sul medesimo, distogliendo l'attenzione sui crimini contro l'umanità in corso a Gaza e sui piani di annessione della Cisgiordania, nonché sulla possibilità di una prospettiva di pace. A causa proprio del rischio escalation in Medio Oriente, è stata rinviata a data da definirsi la conferenza delle Nazioni Unite co-presieduta da Francia e Arabia Saudita in programma dal 17 al 20 giugno a New York che avrebbe dovuto promuovere un piano per l'attuazione della soluzione dei due Stati per Israele e Palestina;

    6) Netanyahu sta utilizzando nella Striscia di Gaza la fame come arma di guerra, non consentendo l'ingresso degli aiuti umanitari. Una nefandezza indescrivibile che contravviene ai basilari principi del diritto internazionale umanitario. Si ricorda, peraltro, che con la risoluzione 2417 del 2018, il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ha condannato in modo inequivocabile l'uso della fame come arma di guerra. La violazione di tale divieto è punibile come crimine di guerra davanti alla Corte penale internazionale;

    7) numerose volte sono stati lanciati appelli alla pace e alla richiesta di intraprendere ogni iniziativa utile volta a promuovere e sostenere una conferenza di pace che accompagni un processo di negoziato sulla base delle legittime aspettative delle parti in conflitto, nel rispetto dei diritti umani e del diritto umanitario, all'interno della cornice di principio «due popoli, due Stati». Il riconoscimento di uno Stato di Palestina, infatti, è in questo momento il presupposto imprescindibile per garantire la convivenza in pace e sicurezza di israeliani e palestinesi;

    8) per la guerra a Gaza e per gli attacchi del 7 ottobre 2023, la Corte penale internazionale ha emesso mandati di arresto nei confronti di Benjamin Netanyahu, del suo ex Ministro della difesa Yoav Gallant e del leader di Hamas Mohammed Diab Ibrahim Al-Masri. Tutti per crimini di guerra e crimini contro l'umanità. Presso la Corte internazionale di giustizia delle Nazioni Unite è invece in corso un procedimento nei confronti dello Stato di Israele per la violazione della Convenzione sul genocidio del 1948;

    9) i Gruppi parlamentari del Movimento 5 Stelle, del Partito Democratico e di Alleanza Verdi e Sinistra hanno reiteratamente chiesto all'Esecutivo di farsi promotore in sede europea della richiesta di adozione di sanzioni nei confronti del Governo israeliano di Netanyahu per la sistematica violazione del diritto internazionale e del diritto internazionale umanitario, anche tramite la sospensione dell'accordo di associazione Unione europea-Israele, considerato il mancato rispetto reiterato dell'articolo 2 che regola le relazioni tra le parti, fondandole sul rispetto dei diritti umani e dei principi democratici;

    10) così come i medesimi gruppi hanno richiesto di sospendere urgentemente, ove in essere, tutte le autorizzazioni di vendita di armi allo Stato di Israele concesse anteriormente alla dichiarazione dello stato di guerra dell'8 ottobre 2023, al fine di scongiurare che tali armamenti possano essere utilizzati per commettere gravi violazioni del diritto internazionale umanitario, nonché di sostenere e farsi promotore, a livello europeo con gli altri Stati membri, di opportune iniziative volte alla totale sospensione della vendita, della cessione e del trasferimento di armamenti allo Stato di Israele, nel rispetto della posizione comune (2008/944/PESC) sulle esportazioni di armi e del Trattato sul commercio di armi (Att) dell'Onu, come richiesto dalla risoluzione approvata il 5 aprile 2024, dal Consiglio dei diritti umani delle Nazioni Unite, nonché dell'acquisto di armamenti dal medesimo Stato di Israele;

    11) è stato chiesto, inoltre, di sospendere ogni altro accordo e/o programma di collaborazione militare e fornitura di armi, compresi quelli che prevedano l'acquisto di armamenti e componenti tecnologiche da Israele, di addestramento, nonché di revocare e non autorizzare la vendita di armi e/o componenti a Paesi terzi che vedano Israele come destinatario finale;

    12) la prosecuzione della cooperazione militare con Israele in tale contesto può configurarsi come contraria agli obblighi internazionali cui l'Italia ha aderito, inclusi quelli derivanti dalla Carta delle Nazioni Unite, dalla Convenzione sul genocidio, dal diritto consuetudinario internazionale e dai Trattati dell'Unione europea e, soprattutto, contraria al dettame costituzionale dell'articolo 11 che ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali;

    13) alla luce di quanto esposto, la tenuta in vigore del Memorandum equivarrebbe, ad avviso dei firmatari del presente atto di indirizzo, a una forma di sostegno politico e logistico a un apparato militare accusato di crimini internazionali, configurando altresì rischi di complicità indiretta nei crimini in questione,

impegna il Governo:

1) ad avviare immediatamente il procedimento di denuncia formale dell'accordo, ai sensi dell'articolo 9, comma 3, del riportato Memorandum d'intesa fra il Governo della Repubblica italiana ed il Governo dello Stato di Israele, di cui alla legge 17 maggio 2005, n. 94;

2) a sospendere altresì con urgenza tutti gli accordi di attuazione del Memorandum of understanding generale in questione, previsti dall'articolo 3, comma 10, del medesimo;

3) a sospendere qualsiasi forma di cooperazione militare con Israele, inclusi la fornitura e l'acquisto di armamenti, trasferimenti tecnologici, compresi quelli verso Paesi terzi che vedano Israele come destinatario finale, e addestramento militare, sino a quando permangano gravi e accertate violazioni del diritto internazionale e umanitario da parte dello Stato di Israele.
(1-00465) «Conte, Schlein, Bonelli, Fratoianni, Riccardo Ricciardi, Braga, Zanella, Lomuti, Provenzano, Grimaldi, Francesco Silvestri, Amendola, Pellegrini, Graziano, Auriemma, Ilaria Fontana, Quartini, Alifano, Santillo, Aiello, Amato, Appendino, Ascari, Baldino, Barzotti, Bruno, Cafiero De Raho, Cantone, Cappelletti, Caramiello, Carmina, Carotenuto, Caso, Cherchi, Alfonso Colucci, Sergio Costa, Dell'Olio, Di Lauro, Donno, D'Orso, Fede, Fenu, Ferrara, Giuliano, Gubitosa, Iaria, L'Abbate, Morfino, Orrico, Pavanelli, Penza, Raffa, Marianna Ricciardi, Scerra, Sportiello, Torto, Traversi, Tucci, Mari, Borrelli, Dori, Ghirra, Piccolotti, Zaratti».

(23 giugno 2025)

   La Camera,

   premesso che:

    1) la legge 9 luglio 1990, n. 185, all'articolo 1, comma 2, stabilisce che l'esportazione, l'importazione, il transito, il trasferimento intracomunitario e l'intermediazione dei materiali di armamento, nonché la cessione delle relative licenze di produzione, sono soggetti a autorizzazioni e controlli dello Stato;

    2) come riportato nella Relazione sulle operazioni autorizzate e svolte per il controllo dell'esportazione, importazione e transito dei materiali di armamento (anno 2024), presentata dal Sottosegretario di Stato alla Presidenza del Consiglio dei ministri, Alfredo Mantovano, nel 2024 il valore complessivo delle autorizzazioni per movimentazioni di materiali d'armamento è stato pari a 8,436 miliardi di euro;

    3) nella stessa, inoltre, viene segnalato come rispetto al 2023 si sia registrato un incremento del 35,34 per cento del valore delle autorizzazioni individuali di esportazione, il cui ammontare complessivo nel 2024 è stato di 6,451 miliardi di euro, in linea con un aumento del numero di provvedimenti rilasciati (da 2.101 a 2.569, +22,28 per cento): a livello complessivo, si è registrato un incremento del valore delle autorizzazioni in uscita, le quali sono passate dai 6,224 miliardi di euro nel 2023 ai 7,692 miliardi di euro nel 2024;

    4) secondo il rapporto diffuso dall'Istituto internazionale di Stoccolma per la ricerca della pace (Sipri), l'Italia ha registrato un aumento delle esportazioni di armi del 138 per cento nel quinquennio 2020-2024 rispetto a quello precedente 2015-2019, superando come sesto esportatore a livello globale la Spagna, che ha registrato un incremento del 29 per cento;

    5) secondo un rapporto delle Nazioni Unite, dopo la decisione del Governo israeliano, guidato da Benjamin Netanyahu, di condurre operazioni militari di terra al fine di occupare la Striscia di Gaza e costringere la popolazione palestinese a spostarsi verso la zona Sud, risulta che l'esercito israeliano attualmente controlli l'82 percento del territorio tramite zone militari e zone sottoposte a ordini di evacuazione;

    6) come drammaticamente noto, il 7 ottobre 2023, le milizie di Hamas, organizzazione terroristica che nei propri principi fondativi proclama la distruzione dello Stato di Israele, hanno lanciato un violento attacco sul territorio israeliano. Durante questa incursione sono stati compiuti brutali massacri che hanno causato la morte di migliaia di civili innocenti, compiendo una vera e propria strage a carattere pogromista e un femminicidio di massa: numerose persone, tra cui cittadini stranieri, sono state torturate, mentre oltre 250 individui sono stati rapiti e condotti nella Striscia di Gaza, dove molti di loro risultano tuttora ostaggio dei terroristi;

    7) in risposta all'attacco terroristico compiuto da Hamas, Israele sta portando avanti da ormai venti mesi un massiccio attacco nella Striscia di Gaza, con incursioni militari sia per via aerea che terrà;

    8) il diritto legittimo a esistere di Israele va riaffermato con forza, anche se nessuna azione volta a garantirne la sicurezza e l'integrità può tradursi in attacchi alla popolazione civile, il che comporterebbe una gravissima violazione del diritto internazionale e provocherebbe ulteriori sofferenze a un popolo ormai inerme e affamato, oltre che provato da anni di dominio di Hamas, rischiando di allontanare ancora di più la cessazione delle ostilità e la fine della guerra;

    9) in questo contesto occorre considerare che la legge 17 maggio 2005, n. 94, ha ratificato e dato esecuzione al Memorandum d'intesa tra il Governo della Repubblica italiana ed il Governo dello Stato di Israele in materia di cooperazione nel settore militare e della difesa, siglato a Parigi il 16 giugno 2003: lo stesso Memorandum disciplina la cooperazione in settori quali l'industria della difesa, la politica degli approvvigionamenti, lo scambio di materiali militari, le operazioni umanitarie, l'organizzazione, la formazione e l'addestramento delle forze armate, e i servizi medici.

    10) è necessario che il Governo si assicuri che attualmente non sia in corso alcun tipo di collaborazione militare e di fornitura di armi al Governo israeliano, affinché sia possibile prevenire l'utilizzo di tali armamenti in operazioni che comportino ulteriori gravi violazioni del diritto internazionale umanitario all'interno della Striscia di Gaza;

    11) allo stesso tempo, appare doveroso che il Governo ponga in essere misure volte ad assicurare che le imprese italiane che attualmente hanno in essere l'esecuzione di contratti di natura commerciale ed economia – fuori dal contesto dell'armamento militare – siano tutelate, accertandosi che non subiscono alcun tipo di pregiudizio;

    12) l'Italia deve finalmente assumere un ruolo di mediazione volto alla normalizzazione dei rapporti in un conflitto che rischia di trascendere ulteriormente e debordare in una nuova ondata di destabilizzazione della regione e di terrorismo internazionale: in questa prospettiva è fondamentale assicurare l'assenza o l'uso esclusivamente difensivo dei sistemi d'arma e dei servizi offerti dallo Stato di Israele in forza del predetto Memorandum, approntando strumenti ulteriori e specifici volti a garantire il controllo parlamentare sul rispetto di tale criterio,

impegna il Governo:

1) a garantire, a partire dal Memorandum d'intesa di cui in premessa, il pedissequo rispetto della legge 9 luglio 1990, n. 185, e, in particolare:

   a) a conformare le relative esportazioni alla politica estera dell'Italia e assicurare che le medesime non si rivelino in contrasto con la Costituzione, con gli impegni internazionali dell'Italia, con gli accordi concernenti la non proliferazione e con i fondamentali interessi della sicurezza dello Stato, della lotta contro il terrorismo e del mantenimento di buone relazioni con altri Paesi, nonché quando mancano adeguate garanzie sulla definitiva destinazione dei materiali di armamento;

   b) a vietare le esportazioni verso i Paesi in conflitto armato e la cui politica contrasti con l'articolo 11 della Costituzione, o sia stato dichiarato l'embargo, si siano resi responsabili di gravi violazioni internazionali in materia di diritti umani o abbiano ricevuto aiuti dall'Italia ma destinino con il bilancio del proprio Paese risorse eccedenti alle proprie esigenze di difesa.
(1-00474) «Boschi, Gadda, Bonifazi, Del Barba, Faraone, Giachetti».

(14 luglio 2025)

INTERROGAZIONI A RISPOSTA IMMEDIATA

   BENZONI, D'ALESSIO, GRIPPO e SOTTANELLI. — Al Ministro delle infrastrutture e dei trasporti. — Per sapere – premesso che:

   il raccordo autostradale noto come «Corda Molle», è un'opera infrastrutturale molto importante per il territorio di riferimento, in quanto finalizzato a liberare dal traffico numerosi comuni a Sud di Brescia;

   la convenzione con la concessionaria Autovia Padana, firmata 15 anni fa, prevede che alla fine dei lavori potrebbe essere introdotto un pedaggio;

   il Ministro interrogato ha più volte assicurato – a mezzo stampa, in sede di campagna elettorale e in risposta a diversi atti parlamentari – che il tratto non sarebbe diventato a pagamento e che i portali installati sarebbero stati destinati esclusivamente al controllo degli accessi. Aveva aggiunto, inoltre, che avrebbe incontrato i sindaci dei comuni coinvolti;

   non solo tali incontri non avrebbero mai avuto luogo, ma i portali installati presentano cartelli che ne indicano chiaramente l'utilizzo per la rilevazione del pedaggio;

   lo scorso 24 maggio 2025, alla 73° fiera del vino di Polpenazze, il Ministro interrogato dichiarava «ho chiesto chiarimenti su costi e responsabilità, con un obiettivo chiaro: azzerare, o quantomeno ridurre drasticamente, i costi a carico dei residenti» annunciando così, indirettamente, la mancata gratuità del tratto;

   il 27 maggio 2025, con una nota del Ministero delle infrastrutture e dei trasporti, veniva invece ribadito: «nessun pedaggio da giugno»;

   pochi giorni fa, il Governo ha espresso parere favorevole all'ordine del giorno 9/02416-A/031 recante il seguente impegno riformulato: «ad adottare ogni opportuna iniziativa di competenza volta ad evitare ulteriori pedaggi sul raccordo autostradale». Tuttavia, il testo originariamente presentato impegnava «a mantenere la gratuità del raccordo autostradale»;

   in sede di risposta dell'ultimo question time alla Camera dei deputati sul tema (n. 3-01835), il Ministro interrogato pronunciava le seguenti parole: «sarà quindi mia cura, come faccio da 2 anni a questa parte, mantenere un costante confronto con il territorio sulle soluzioni che saranno tecnicamente individuate in sede di aggiornamento del PEF, che dovrebbe essere finalizzato prima della prossima pausa estiva»;

   il presunto «costante confronto con il territorio» non è in realtà mai avvenuto: le parti interessate non hanno ricevuto alcuna risposta diretta da parte del Ministro interrogato né, tantomeno, alcun invito a partecipare a tavoli di confronto. Ci si chiede, pertanto, se e quante riunioni si siano effettivamente tenute con il concessionario nonché quali soluzioni il Ministero delle infrastrutture e dei trasporti abbia proposto –:

   quali iniziative intenda adottare per coinvolgere pienamente il concessionario e gli enti locali interessati e per garantire, quantomeno entro la pausa estiva – come già promesso in passato –, che la Corda Molle rimanga gratuita.
(3-02089)

(15 luglio 2025)

   SCHULLIAN. — Al Ministro delle infrastrutture e dei trasporti. — Per sapere – premesso che:

   il sistema di informazione elettronico di interscambio dei dati di immatricolazione dei veicoli circolanti nei Paesi dell'Unione europea (Eucaris), ai sensi della direttiva 2011/82, sostituita dalla direttiva 2015/413 e recepita in Italia con decreto legislativo 4 marzo 2014, n. 37, consente lo scambio tra gli Stati membri, delle informazioni relative a determinate infrazioni in materia di sicurezza stradale, qualora queste siano commesse con un veicolo immatricolato in uno Stato membro diverso da quello in cui è stata commessa l'infrazione;

   l'interscambio avviene attraverso i «punti di contatto nazionali» dei vari Paesi e, nel caso dell'Italia, attraverso la direzione generale per la motorizzazione del Ministero delle infrastrutture e dei trasporti, che ha reso disponibile, sul proprio portale, l'applicazione informatica per l'inoltro delle richieste di informazioni agli altri Stati membri da parte delle forze di polizia;

   l'accesso ai dati è ammesso solo per la contestazione di infrazioni appartenenti ad una delle otto tipologie elencate nell'articolo 2 della direttiva stradale, tra cui, ad esempio, l'eccesso di velocità e il mancato arresto davanti a un semaforo rosso;

   sebbene limitato a talune tipologie di infrazioni, il sistema Eucaris è un efficace strumento per la sicurezza stradale, in quanto consente agli organi di polizia di risalire rapidamente agli intestatari dei veicoli per i quali è stata accertata l'infrazione e di avviare i conseguenti procedimenti sanzionatori a loro carico;

   tuttavia, i comuni segnalano che da tempo non è più possibile effettuare interrogazioni massive, ossia verificare in blocco i dati di numerosi veicoli. Questa limitazione impedisce, di fatto, di sanzionare le violazioni commesse in Italia da veicoli immatricolati in altri Stati membri, soprattutto nei comuni in cui vengono accertate tante infrazioni;

   rimane possibile eseguire interrogazioni singole, ma in tanti comuni, soprattutto in quelli con una forte presenza turistica e in quelli di confine, il numero di infrazioni commesse con veicoli immatricolati all'estero è così elevato che la verifica dei dati caso per caso comporta un carico amministrativo insostenibile per l'organico del personale in servizio. Di conseguenza, molte violazioni commesse restano di fatto impunite, con ricadute negative sia sulla sicurezza stradale sia sulle entrate degli enti locali –:

   quali siano i motivi per i quali non è possibile effettuare le interrogazioni massive attraverso il sistema Eucaris e se siano in corso iniziative volte a superare tale criticità.
(3-02090)

(15 luglio 2025)

   BARBAGALLO, BAKKALI, CASU, GHIO, MORASSUT, FORNARO e FERRARI. — Al Ministro delle infrastrutture e dei trasporti. — Per sapere – premesso che:

   l'Autorità di regolazione dei trasporti con la delibera n. 113 del 2025 del 10 luglio 2025 ha avviato un procedimento, nei confronti di Rete ferroviaria italiana S.p.A., per l'adozione di un provvedimento sanzionatorio ai sensi dell'articolo 37, comma 14, lettere a) e d), del decreto legislativo 15 luglio 2015, n. 112, perché, da quanto sembra emergere in relazione all'evento del 2 ottobre 2024, la società non ha adottato misure idonee a garantire l'esercizio e la manutenzione dell'infrastruttura, assicurandone l'accessibilità e la funzionalità, in violazione dell'articolo 11, comma 3, del decreto legislativo 15 luglio 2015, n. 112, e del paragrafo 6.2.2 del Prospetto informativo della rete relativo all'anno 2024;

   a parere degli interroganti la richiamata delibera smentisce, in sostanza, le ipotesi di sabotaggio su cui il Ministro interrogato si è attestato cercando di nascondere le negligenze gravi del gestore che emergono con chiarezza dalla delibera;

   inoltre, il caos nei trasporti ferroviari continua, il Governo si nasconde dietro il numero di cantieri ma è sempre più evidente l'assenza di una gestione del problema da parte del Ministro interrogato;

   i dati analizzati indicano che sia le interruzioni di linea sia la durata nel primo semestre 2025 sono aumentati esponenzialmente rispetto al primo semestre 2024, passando nella sola tratta Roma-Milano da 5.210 (2024) a 7.080 (2025) con una durata complessiva da 22905 ore circa (2024) a 32320 ore circa (2025);

   le associazioni a difesa degli utenti denunciano inoltre che gli orari estivi porteranno il tempo di percorrenza ad agosto ad aumentare mediamente di 100 minuti in più per compiere, ad esempio, la tratta Roma-Milano, 2 ore in più per la tratta Milano-Napoli, 1 ora in più per la tratta Roma-Firenze, la tratta Bologna-Milano, oggi coperta in poco più di 1 ora, richiederà ad agosto da 1 ora e 52 minuti a 2 ore e 22 minuti, a seconda del collegamento scelto;

   a fronte di tali gravi disservizi il costo dei biglietti non diminuisce ed è del tutto assente la previsione di indennizzi per compensare gli enormi disagi e disservizi che i passeggeri ed i lavoratori stanno vivendo, in particolare nelle aree interne –:

   quali misure urgenti il Ministro interrogato abbia adottato a seguito della delibera dell'Autorità di regolazione dei trasporti per evitare che le gravissime negligenze da parte dei gestori dell'attività ferroviaria possano ripetersi e per istituire il fondo dedicato ai disagi ferroviari per risarcire adeguatamente i passeggeri colpiti dai disservizi.
(3-02091)

(15 luglio 2025)

   CAPPELLETTI e IARIA. — Al Ministro delle infrastrutture e dei trasporti. — Per sapere – premesso che:

   la Concessioni autostradali venete (Cav) è una società per azioni costituita per legge (articolo 2, comma 290, legge n. 244 del 2007) il 1° marzo 2008 da Anas s.p.a. e Regione Veneto;

   nei mesi scorsi, dagli articoli dei quotidiani locali veneti è emersa la volontà da parte del governatore Luca Zaia di far subentrare la Regione Veneto nella concessione dell'autostrada A4 Brescia-Padova attraverso Cav (Concessioni autostradali venete), con l'obiettivo di creare una holding autostradale regionale;

   la candidatura è stata già avanzata presso il Ministero delle infrastrutture e dei trasporti che ha ricevuto il via libera dal Ministro Matteo Salvini per attivare la procedura che dovrà essere sottoposta anche al benestare europeo ed altri pareri;

   su Pedemontana Veneta, in diversi atti di sindacato ispettivo l'interrogante ha già denunciato i rischi economici che rischiano di correre i cittadini del Veneto: a fronte del costo di 2 miliardi e 258 milioni di euro, di cui 915 erogati da Stato e regione, la Regione Veneto corrisponderà al concessionario dell'infrastruttura ulteriori 12 miliardi e 108 milioni di euro per canone di disponibilità. L'apporto pubblico per quest'opera sarà dunque incredibilmente di 13 miliardi e 23 milioni di euro, al netto dell'Iva. Questo significa che a fronte di un'opera di 94,5 chilometri più 68 di opere complementari, verrà corrisposta al concessionario la cifra astronomica di 80,14 milioni di euro più Iva al chilometro, per realizzare l'opera e remunerarne la gestione e la manutenzione nel periodo della concessione. Grosso modo 10 miliardi di euro in più di quello che avrebbe potuto costare se si fosse scelto di realizzarla con normale gara di appalto;

   dall'articolo scritto da Di Marco Palombi e pubblicato su Il Fatto Quotidiano dal titolo «La Pedemontana col buco: il Veneto perde già 160 milioni» emerge chiaramente come la gestione dell'infrastruttura stia già facendo sborsare per il bilancio della Regione Veneto circa 160 milioni di euro –:

   quali iniziative di competenza intenda porre in essere per favorire l'obiettivo per cui, in caso di ottenimento della concessione, i proventi del pedaggio dell'A4 vengano destinati al territorio regionale e non per colmare il buco di bilancio aperto in regione, per realizzare la superstrada Pedemontana Veneta.
(3-02092)

(15 luglio 2025)

   BOSCAINI. — Al Ministro dell'interno. — Per sapere – premesso che:

   il corpo nazionale dei vigili del fuoco svolge un ruolo fondamentale nella tutela e sicurezza pubblica, intervenendo tempestivamente in occasioni diverse, sia in caso di incendi o fenomeni naturali e climatici che di incidenti e di eventi che necessitano di un'attività di pronto intervento;

   come riportato da recenti notizie di stampa diverse rappresentanze di categoria e sigle sindacali segnalano che la città di Verona e provincia presentano da tempo criticità legate all'organico e ai mezzi a disposizione dei vigili del fuoco sul territorio, che riducono l'efficienza delle operazioni di intervento, con tempi medi che a Verona risulterebbero essere i più lunghi di tutto il Veneto: 18 minuti rispetto alla media regionale di 16,4 minuti;

   sempre secondo quanto evidenziato dalla succitata fonte giornalistica, in base al numero di residenti e all'estensione della provincia, Verona dovrebbe avere una dotazione di 331 unità a fronte di una dotazione effettiva di 258, che scende a 244 valutando solo i turnisti;

   anche la distribuzione delle sedi di servizio, con una sede ogni 231.808 abitanti, risulta essere al di sotto della media nazionale di una sede ogni 106.025 abitanti. Tale distribuzione rischia di essere inadeguata per un territorio vasto come quello di Verona, che presenta un bacino di utenza di 928.907 abitanti ed un territorio di 3.121 chilometri quadrati con una presenza turistica di 13 milioni di persone l'anno sul Lago di Garda, di cui 2 milioni nella sola città di Verona;

   il comando di Verona risulta essere al di sotto della pianta organica con evidenti problematiche che investono, in particolare, la sede centrale, dove viene svolto il 60 per cento degli interventi, la sede aeroportuale e il distaccamento di Bardolino che viene potenziato, con difficoltà, nella sola stagione estiva –:

   se il Ministro interrogato intenda adottare iniziative di competenza in merito alle criticità esposte in premessa.
(3-02093)

(15 luglio 2025)

   ZIELLO, MOLINARI, ANDREUZZA, ANGELUCCI, BAGNAI, BARABOTTI, BENVENUTO, DAVIDE BERGAMINI, BILLI, BISA, BOF, BORDONALI, BOSSI, BRUZZONE, CANDIANI, CAPARVI, CARLONI, CARRÀ, CATTOI, CAVANDOLI, CECCHETTI, CENTEMERO, COIN, COMAROLI, CRIPPA, DARA, DE BERTOLDI, DI MATTINA, FORMENTINI, FRASSINI, FURGIUELE, GIACCONE, GIAGONI, GIGLIO VIGNA, GUSMEROLI, IEZZI, LATINI, LAZZARINI, LOIZZO, MACCANTI, MARCHETTI, MATONE, MIELE, MONTEMAGNI, MORRONE, NISINI, OTTAVIANI, PANIZZUT, PIERRO, PIZZIMENTI, PRETTO, RAVETTO, SASSO, STEFANI, SUDANO, TOCCALINI, ZINZI e ZOFFILI. — Al Ministro dell'interno. — Per sapere – premesso che:

   diverse sono state le misure finora adottate dal Governo, sia sul piano normativo che amministrativo, per rafforzare e garantire la sicurezza urbana, l'ordine pubblico, il contrasto all'illegalità diffusa e alla criminalità organizzata, tra cui, solo a titolo esemplificativo, l'implementazione degli organici destinati alle operazioni ad alto impatto, l'estensione del daspo urbano, i progetti di riqualificazione urbana e il rifinanziamento del Fondo per la sicurezza urbana, istituito nel 2018 con il cosiddetto «decreto Sicurezza Salvini»;

   a partire dal decreto-legge n. 123 del 2023 convertito, con modificazioni, dalla legge n. 159 del 2023, conosciuto come «decreto Caivano», fino all'ultimo decreto-legge n. 48 del 2025, noto come «decreto Sicurezza» e appena convertito con la legge n. 80 del 2025 dal Parlamento, diversi sono stati gli interventi normativi che hanno introdotto importanti misure volte a garantire un più efficace e capillare controllo del territorio e che, nel complesso, attestano l'attenzione costante del Governo a questo tema e alle istanze degli enti territoriali per le problematiche legate alla sicurezza locale;

   ciononostante, da notizie di stampa si apprende che il 3 luglio 2025 l'Anci, l'Associazione nazionale comuni italiani, avrebbe inviato al Viminale una lettera con cui sarebbe stato chiesto di avviare un tavolo di confronto con il Ministro interrogato, per valutare ulteriori iniziative in materia di sicurezza urbana, in particolare per definire specifiche linee di intervento per il contrasto al degrado, alla criminalità e al disagio sociale nelle aree più critiche delle città;

   prontamente lo scorso 7 luglio 2025 si sarebbe svolto al Viminale un incontro con i sindaci, i prefetti e i questori di Roma, Milano e Napoli, proprio per fare un punto di situazione sulle tante iniziative messe in campo per migliorare le condizioni di sicurezza urbana, anche grazie al potenziamento degli organici delle forze dell'ordine che ha comunque interessato tutto il territorio nazionale –:

   se e quali ulteriori e specifiche iniziative di propria competenza intenda assumere in materia di sicurezza urbana.
(3-02094)

(15 luglio 2025)

   BONELLI, ZANELLA, FRATOIANNI, BORRELLI, DORI, GHIRRA, GRIMALDI, MARI, PICCOLOTTI e ZARATTI. — Al Ministro dell'interno. — Per sapere – premesso che:

   il 4 giugno 2025, l'interrogante presentava un'interrogazione al Governo sull'imminente arrivo in Italia di Carla Zambelli, condannata il 14 maggio 2025 dal Tribunale supremo federale brasiliano, a 10 anni di reclusione per l'invasione del sistema del Consiglio nazionale di giustizia con l'obiettivo d'inserire un mandato d'arresto falso contro il giudice Alexandre de Moraes;

   nel 2022 ha inseguito armata un oppositore politico a San Paolo, puntandogli una pistola, circostanza per cui è sottoposta a processo;

   l'Interpol il 5 giugno 2025 alle 16.40 ha trasmesso alle autorità italiane la nota rossa nei suoi confronti;

   nonostante il Governo italiano fosse a conoscenza della volontà di Zambelli di venire in Italia – situazione nota al Ministero dell'interno almeno dal 4 giugno 2025, data di presentazione di una interrogazione – e del fatto che le autorità da lì a poche ore avrebbero trasmesso via Interpol la red notice, il 5 giugno 2025, alle 11.40, è atterrata all'aeroporto di Roma-Fiumicino da Miami, zona sottoposta a controllo di frontiera, dove non è stata decisa alcuna sorveglianza per poterla localizzare successivamente;

   la giustizia brasiliana ha chiuso i conti correnti di Zambelli rendendo inutilizzabili le sue carte di credito: lecito porsi la domanda su chi supporta la latitanza in Italia dal punto di vista organizzativo ed economico;

   Zambelli in Italia ha aperto un profilo Instagram con indirizzo @carlazambellireserva, dal quale si dichiara perseguitata politica e attacca il Governo Lula e il giudice Alexandre de Moraes;

   il marito della Zambelli, Aginaldo De Oliveira, colonnello dell'esercito, secondo i quotidiani brasiliani che citano dichiarazioni degli assistenti parlamentari della Zambelli, avrebbe accompagnato la moglie nel suo viaggio negli Stati Uniti e si troverebbe in Italia;

   il leader del partito di Zambelli, Jair Bolsonaro, ex Presidente della Repubblica federale brasiliana, è sotto processo per tentato colpo di stato dopo la vittoria del Presidente democraticamente eletto Lula da Silva;

   l'avvocato brasiliano della Zambelli, Fabio Pagnozzi, in un'intervista al portale brasiliano Metropoles del 14 luglio 2025 ha dichiarato che la sua assistita ha avviato contatti con le forze conservatrici italiane per una sua candidatura alle prossime elezioni –:

   sulla base di quanto esposto in premessa, quali siano le ragioni che hanno impedito alle forze di polizia di provvedere all'individuazione della ricercata Zambelli per l'applicazione del fermo previsto dalla red notice dell'Interpol, nonostante comunichi con il Brasile in video, gestisca una pagina social e se, conseguentemente, possa confermare che il marito Aginaldo de Oliveira sia entrato in Italia.
(3-02095)

(15 luglio 2025)

   BIGNAMI, ANTONIOZZI, GARDINI, MONTARULI, RUSPANDINI, LUCASELLI, DEIDDA, CANNATA, GIORGIANNI, MASCARETTI, RAMPELLI, ANGELO ROSSI, TRANCASSINI, TREMAGLIA, CIANCITTO, LAMPIS, LONGI, MESSINA, MURA, POLO e VARCHI. — Al Ministro per la protezione civile e le politiche del mare. — Per sapere – premesso che:

   per la prima volta su iniziativa di un Governo, si terranno «Gli Stati generali delle isole minori marine» promossi dal Ministro Musumeci per il prossimo ottobre 2025 a Lipari per affrontare in maniera organica e multidisciplinare le specificità delle isole minori: dalle infrastrutture, all'erogazione delle prestazioni sanitarie, dalla lotta all'erosione costiera, ai trasporti;

   in particolare, le tratte di collegamento marittimo da e per le isole minori non sono considerate redditizie dalle compagnie di navigazione e questa situazione porta a una quasi totale assenza di concorrenza nei bandi di gara gestiti dalle regioni, con il risultato finale di avere spesso flotte meno efficienti e un continuo aumento dei costi dei biglietti, aggravato dai limiti imposti dalle normative europee all'intervento dello Stato;

   al fine di rafforzare la politica nazionale per la promozione della sicurezza a fronte di rischi naturali e, al contempo, rivolgere un'attenzione particolare ai territori insulari che presentano gravi e permanenti svantaggi, già nel gennaio 2024, il dipartimento Casa Italia aveva indetto una procedura per la selezione di manifestazioni di interesse da parte di regioni ed enti locali su progetti di interventi di prevenzione del rischio sismico su edifici e infrastrutture pubblici, con uno stanziamento complessivo di 100 milioni di euro a cui si sono aggiunti ulteriori 30 milioni di euro per interventi di prevenzione del rischio sismico concernenti le infrastrutture;

   anche il Piano del mare, approvato nel luglio 2023 dal Comitato interministeriale per le politiche del mare, ha riconosciuto grande rilevanza alle isole minori, valorizzando l'importanza di collocare tali territori al centro della programmazione nazionale in tema di sanità, scuola, turismo, ambiente, energia, demanio, mobilità, rifiuti e trasporto marittimo. Alla logistica marittima delle isole minori sono legati, per natura, temi fondamentali quali la salute, la scuola, gli approvvigionamenti, la socialità oltre, più in generale, le attività umane ed economiche;

   sono circa 220.000 gli italiani che per sei mesi all'anno, in autunno e inverno, vivono in condizioni difficili per carenza di servizi essenziali e, a volte, per l'interruzione dei collegamenti, motivo per cui è diventato di fondamentale importanza lavorare a una legislazione speciale per rilanciare le piccole isole, veri gioielli della nostra Italia ed evitare un loro spopolamento;

   l'insularità non deve più essere vista come un problema ma come una opportunità, come recita l'articolo 119 della Costituzione –:

   quali ulteriori iniziative di competenza il Ministro interrogato intenda assumere per tutelare il territorio, nonché valorizzare e rilanciare lo sviluppo sociale ed economico delle isole minori.
(3-02096)

(15 luglio 2025)

   LUPI, SEMENZATO, BICCHIELLI, BRAMBILLA, CARFAGNA, CAVO, ALESSANDRO COLUCCI, PISANO, ROMANO e TIRELLI. — Al Ministro per la famiglia, la natalità e le pari opportunità. — Per sapere – premesso che:

   la violenza contro le donne è un fenomeno di vaste proporzioni e di forte allarme sociale, che richiede grande consapevolezza per essere contrastato con efficacia;

   molto spesso i fenomeni di violenza si manifestano attraverso comportamenti in apparenza di minore gravità e segnali che è importante cogliere con tempestività;

   l'interazione con le vittime e il riconoscimento della peculiarità dei fenomeni richiedono un'adeguata preparazione e la giusta consapevolezza, per via delle situazioni di forte impatto emotivo che si generano, di tale evidenza da aver suscitato da parte del Governo un'iniziativa legislativa di riconoscimento e tipizzazione del reato di femminicidio attraverso un disegno di legge dedicato, che ad oggi risulta all'esame della Commissione giustizia del Senato;

   la capillarità e la funzionalità delle reti di accoglienza nei confronti delle donne vittime di violenza rivestono anch'esse un ruolo fondamentale per contrastare i fenomeni citati;

   risulta da fonti di stampa essere in dirittura di arrivo il nuovo Piano strategico nazionale contro la violenza nei confronti delle donne e la violenza domestica, adottato per la prima volta in base alle procedure definite dalla legislazione introdotta nel corso della XVII legislatura;

   il funzionamento delle reti di accoglienza costituisce uno dei pilastri che sorreggono la definizione del piano citato, a cominciare dalle principali strutture di supporto quali i centri anti-violenza e le case rifugio –:

   quale sia lo stato di definizione del nuovo Piano strategico nazionale contro la violenza nei confronti delle donne e la violenza domestica e il percorso che ne ha accompagnato la stesura, anche con riferimento alla formazione degli operatori che entrano in contatto con le situazioni di violenza e alla funzionalità della rete di accoglienza delle vittime.
(3-02097)

(15 luglio 2025)

   BOSCHI, DEL BARBA, GADDA, FARAONE, BONIFAZI e GIACHETTI. — Al Ministro per la famiglia, la natalità e le pari opportunità. — Per sapere – premesso che:

   la difficoltà economica di molte famiglie italiane, soprattutto a reddito medio-basso e monogenitoriali, nell'affrontare i costi elevati dei servizi educativi estivi e la carenza di alternative pubbliche adeguatamente accessibili e capillarmente diffuse costituiscono un problema ampiamente avvertito, con effetti negativi anche sulla natalità e sulla possibilità per molte madri di mantenere un lavoro stabile;

   esempio emblematico di tale situazione è la recente vicenda, riportata dagli organi di stampa, di una madre di Lecco che, impossibilitata a sostenere i 535 euro richiesti per l'iscrizione della figlia per un mese di centro estivo comunale, ha segnalato all'amministrazione la propria difficoltà economica chiedendo eventuali soluzioni o possibilità di sostegno;

   la scarsa accessibilità dei centri estivi non solo priva i minori di un'importante opportunità educativa, ricreativa e sociale durante la sospensione delle attività scolastiche, ma incide negativamente anche sulla possibilità per i genitori, e in particolare per le madri, di conciliare i tempi di cura con le esigenze lavorative, alimentando le disuguaglianze di genere;

   tali criticità si inseriscono in un contesto nazionale già segnato da forti disuguaglianze territoriali nell'offerta di servizi estivi, legate alla variabile disponibilità di risorse e progettualità locali e non adeguatamente compensate da misure di coordinamento o sostegno statali, anche in termini di politiche per la famiglia e per le pari opportunità;

   a partire dal 2021, è stato promosso il cosiddetto «Piano Estate», finanziato con risorse del bilancio statale, del Piano nazionale di ripresa e resilienza e del Fondo sociale europeo Plus 2021-2027, per sostenere iniziative educative estive per promuovere inclusione sociale, recupero delle competenze e socialità dei minori;

   tuttavia, l'attuazione della misura non sembra aver garantito una copertura uniforme su tutto il territorio nazionale. Inoltre, pur rappresentando uno strumento di supporto per le famiglie con figli frequentanti la scuola primaria e secondaria, il Piano non prevede interventi analoghi per le famiglie con figli che frequentano la scuola dell'infanzia, le quali affrontano comunque esigenze educative ed economiche onerose –:

   se il Governo intenda intervenire con risorse dedicate, misure fiscali o contributive e ulteriori iniziative normative per rendere i servizi educativi estivi più accessibili ed economicamente sostenibili per tutte le famiglie, in particolare per i nuclei monogenitoriali e con figli sotto i sei anni, oggi esclusi dal «Piano Estate», nonché se non ritenga opportuno fornire un quadro aggiornato delle risorse impegnate per il Piano dal 2021, indicando il numero di iniziative e strutture beneficiarie – comprese scuole, enti del Terzo settore e altri soggetti gestori – e i criteri di riparto territoriale adottati.
(3-02098)

(15 luglio 2025)

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