TESTI ALLEGATI ALL'ORDINE DEL GIORNO
della seduta n. 626 di Mercoledì 4 marzo 2026

 
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MOZIONI CONCERNENTI INIZIATIVE SULLA STRATEGIA NAZIONALE PER LA PARITÀ DI GENERE IN OCCASIONE DELLA GIORNATA INTERNAZIONALE DELLA DONNA

   La Camera,

   premesso che:

    1) l'8 marzo, Giornata internazionale della donna, nasce storicamente come giornata di lotta per la parità di genere, per i diritti sociali e politici, l'autodeterminazione e la libertà delle donne. L'8 marzo non può essere ridotto a un rito vuoto, a una parentesi comunicativa o a un'occasione di «riconoscimento simbolico» privo di conseguenze materiali, soprattutto in un contesto in cui, nonostante decenni di lotte e conquiste normative, permangono disuguaglianze profonde e sistemiche che tendono a peggiorare in un contesto occidentale internazionale in cui assistiamo e subiamo un attacco dei diritti. La tutela dei diritti di genere è un indicatore essenziale della qualità democratica di un Paese; la capacità di garantire a tutte le persone dignità, sicurezza e libertà non è una questione «settoriale», ma un elemento costitutivo della cittadinanza nel mondo;

    2) la Costituzione italiana, agli articoli 2, 3, 32, 37, 51, impone la rimozione degli ostacoli che limitano di fatto l'uguaglianza e il pieno sviluppo della persona umana, e riconosce il diritto alla salute, la tutela della maternità, l'uguaglianza nell'accesso alle cariche e la parità nel lavoro; tuttavia, l'uguaglianza formale sancita dalla Costituzione non si traduce automaticamente in uguaglianza sostanziale: in Italia la distanza tra diritti che restano sulla carta e diritti reali rimane ampia, e cresce per le persone che subiscono discriminazione multipla. In questo contesto, la politica ha il dovere di riconoscere che la violenza agita sulle donne non è una emergenza improvvisa o eccezionale, ma una costante strutturale; che la discriminazione nel lavoro non è un «ritardo culturale» ma un sistema economico e sociale basato sul potere maschile; che la limitazione dei diritti riproduttivi è controllo sul corpo, sulla salute e sulla libertà delle persone;

    3) la nozione di «diritti di genere» comprende l'insieme delle politiche, delle garanzie e delle misure che rendono effettiva la libertà e sicurezza personale, l'autodeterminazione, la piena partecipazione sociale ed economica, il diritto alla salute sessuale e riproduttiva, il diritto all'educazione e all'informazione, la protezione da violenza e discriminazione, e la tutela delle persone contro i crimini d'odio. La violenza e la discriminazione di genere non sono fenomeni separati ma sono espressione di una stessa matrice culturale e sociale, storicamente radicata nel patriarcato e nei modelli gerarchici di potere, che attribuiscono ruoli rigidi, puniscono la libertà e normalizzano il controllo;

    4) parlare di patriarcato non significa evocare un'astrazione ideologica, ma descrivere un sistema concreto di potere che produce sistematicamente disuguaglianze e oppressione, tra cui quelle economiche e salariali, squilibrio nella divisione del lavoro di cura, violenze, sessismo radicato anche nei media, marginalizzazione delle persone non conformi ai ruoli di genere, ostacoli all'autodeterminazione riproduttiva e si rafforza attraverso la riproduzione e la trasmissione di stereotipi e pregiudizi che influenzano scuola, lavoro, sanità e giustizia;

    5) in Italia i femminicidi continuano a verificarsi con frequenza devastante, con dinamiche ricorrenti dove l'autore è spesso partner o ex partner; nel 2024 sono stati registrati complessivamente 113 femminicidi, con la maggioranza delle vittima uccise da partner o ex partner; secondo i dati del Ministero dell'interno relativi al 2025 aggiornata la tendenza indica una lieve diminuzione dei femminicidi rispetto all'anno precedente, passando da 118 a 97 vittime, di cui 85 in ambito familiare/affettivo; la violenza avviene in casa o in un contesto relazionale, l'evento finale è preceduto da segnali di controllo, minacce, stalking, isolamento, violenza psicologica ed economica; purtroppo una prima mancanza che dobbiamo colmare è proprio relativa ai dati che non sono disaggregati, strutturati e comparabili, dati che permetterebbero di produrre politiche sempre più efficaci. Anche nella narrazione pubblica di molti femminicidi e violenze continua a esserci una narrazione altamente tossica in cui gli stessi femminicidi vengono definiti omicidi, «raptus», si parla di «troppa gelosia» o «troppo amore», «dramma familiare», connotazioni che tendono a ridurre la violenza a incidente emotivo individuale e impediscono di riconoscerne la natura strutturale;

    6) la paura, l'oppressione, i ricatti, la dipendenza economica, la presenza di figli, l'isolamento, ma soprattutto l'assenza di fiducia nella risposta istituzionale, sono ancora ostacoli che non permettono di far emergere tutte le violenze di cui ancora troppe donne sono vittime; secondo l'indagine Istat del 2025 circa il 31,9 per cento, delle donne italiane tra i 16 e i 75 anni ha subìto almeno una forma di violenza fisica o sessuale nella vita, equivalendo a circa 6,4 milioni di donne, con variazioni significative nelle esperienze di violenza tra fasce di età e contesti sociali; troppo spesso le istituzioni arrivano tardi e mancano valutazioni del rischio efficaci, misure di protezione tempestive, coordinamento tra forze dell'ordine, magistratura, servizi sociali e centri antiviolenza; la violenza di genere si manifesta anche come violenza economica attraverso forme di controllo del reddito, l'impedimento all'accesso al lavoro, l'indebitamento forzato, ricatti abitativi e ostacoli alla gestione delle risorse; tale violenza è spesso invisibile nelle statistiche e nelle risposte giudiziarie;

    7) la violenza maschile e di genere è inoltre strettamente legata a modelli tossici radicati nella cultura del possesso e del dominio, alla concezione della relazione come controllo e proprietà, alla delegittimazione dell'autonomia e della libertà delle persone; la violenza sessuale rappresenta una delle forme più devastanti di violenza di genere; nel 2024, secondo i dati del Servizio analisi criminale, sono state registrate 6.587 denunce di violenza sessuale, con continuità di un trend in aumento negli ultimi anni, e le violenze sessuali denunciate risultano in crescita anche rispetto agli anni precedenti, confermando che il fenomeno non si arresta;

    8) la cultura del consenso in Italia è ancora fragile poiché viviamo in una cultura fortemente patriarcale. Il consenso non è una zona grigia di difficile interpretazione: è un sì libero, esplicito attuale e revocabile e la legislazione deve necessariamente contemplare questo principio tanto semplice quanto basilare e necessario. La vittimizzazione secondaria è un problema sistemico; troppe persone che denunciano subiscono colpevolizzazione, interrogatori intrusivi, messa in discussione della credibilità, giudizi moralistici sul comportamento, sull'abbigliamento, sulla vita sessuale, con conseguente scoraggiamento alla denuncia; la mancanza di educazione sessuale e affettiva strutturata nelle scuole alimenta direttamente questo fallimento. Sulla cultura del consenso, al Senato della Repubblica, proprio nelle scorse settimane, ha prevalso, a giudizio dei firmatari del presente atto di indirizzo, un orientamento politico e culturale che, invece di rafforzare la tutela dell'autodeterminazione e della libertà sessuale, rischia di produrre un arretramento gravissimo e vergognoso, riportando il dibattito pubblico indietro di decenni, avallando un'impostazione che, nei fatti, tende a rimettere in discussione il principio stesso per cui ogni atto sessuale senza consenso è violenza, e che insinua pericolosamente l'idea che il consenso possa essere interpretato, presunto, dedotto o «negoziato» sulla base di comportamenti, contesti, precedenti relazionali o stereotipi;

    9) tale impostazione è per i firmatari l'ennesima onta di questo Governo che, stracciando patti pubblici e diritti faticosamente raggiunti in quel della Camera dei deputati, rappresenta un attacco diretto non solo ai diritti delle donne, ma ai diritti di genere nel loro complesso, perché colpisce tutte le persone potenzialmente esposte a violenza sessuale e alla cultura della coercizione: un simile arretramento, in un Paese che già registra livelli drammatici di violenza sessuale, sarebbe non solo irresponsabile ma anche politicamente grave perché sosterrebbe quella cultura patriarcale che è base delle violenze, poiché sposta il fuoco dalla responsabilità dell'aggressore al comportamento della vittima, alimentando la vittimizzazione secondaria, la colpevolizzazione e la sfiducia verso le istituzioni;

    10) in un contesto in cui l'Italia ha obblighi precisi derivanti dalla Convenzione di Istanbul e dagli standard internazionali in materia di diritti umani, a parere dei firmatari del presente atto, il Parlamento non può tollerare che questo Governo contribuisca, direttamente o indirettamente, a una narrazione regressiva che rende più difficile denunciare, più difficile ottenere giustizia;

    11) la violenza di genere si è estesa allo spazio digitale: revenge porn, minacce, ricatti, cyberstalking, doxxing, hate speech, pornografia non consensuale, deepfake sessuali, campagne coordinate di umiliazione; tali violenze colpiscono in modo sproporzionato donne e persone Lgbtqia+, e in particolare persone trans, che sono frequentemente: bersaglio di violenza online e disumanizzazione pubblica; a quanto consta ai firmatari del presente atto di indirizzo, le denunce di misure di protezione per stalking e revenge porn hanno evidenziato nel 2024 2.746 ordini di protezione emessi per questi reati, con un aumento del 44 per cento rispetto all'anno precedente, mentre gli ordini di protezione per violenza domestica sono stati 5.858, con un aumento del 126 per cento rispetto al 2023, evidenziando la crescente diffusione delle forme di violenza anche nel contesto digitale e con strumenti tecnologici; l'impatto della violenza digitale non è «virtuale» ed anzi produce conseguenze materiali gravissime, tra cui isolamento sociale, perdita del lavoro, abbandono scolastico, migrazione forzata, depressione, disturbo post-traumatico, rischio suicidano; le risposte istituzionali sono spesso lente e inadeguate e la rimozione dei contenuti è spesso tardiva, persistono difficoltà investigative, scarsa formazione, mancanza di protocolli rapidi con le piattaforme, insufficiente tutela legale e psicologica, nessun riconoscimento della responsabilità delle piattaforme e nessuna pressione affinché ci sia trasparenza nel funzionamento degli algoritmi;

    12) l'Italia presenta un grave ritardo strutturale in materia di parità nel lavoro; secondo Eurostat, nel 2024 il tasso di occupazione delle donne in Italia era circa il 67,1 per cento per la fascia 20-64 anni, significativamente inferiore alla media europea del 75,8 per cento con un gender gap occupazionale di circa il 19,4 per cento, tra i più ampi nell'Unione europea; inoltre diverse regioni italiane presentano gap nell'occupazione femminile superiori al 25 per cento con il Sud in forte difficoltà rispetto al Nord; anche le discrasie retributive restano evidenti: almeno il 7,3 per cento di gender pay gap medio nel 2023 secondo alcune stime, insieme a una bassa presenza femminile nei ruoli di vertice aziendale (solo circa il 15,3 per cento delle aziende ha top manager donna e meno del 30 per cento dei ruoli manageriali è occupate da donne); il tasso di occupazione femminile è dunque inferiore alla media dell'Unione europea e permangono un'alta incidenza di part-time involontario, segregazione occupazionale, difficoltà di carriera, differenze salariali e pensionistiche; il gender pay gap non si manifesta solo come differenza «a parità di mansione», ma come sistema laddove le donne sono più frequentemente collocate in settori meno pagati, meno valorizzati, più precari e meno tutelati; la maternità e la genitorialità continuano a essere fattori di penalizzazione con dimissioni «in bianco» (dirette o indirette), mancati rinnovi, demansionamenti ed esclusione da avanzamenti;

    13) la disuguaglianza di genere è inseparabile dalla struttura del welfare; in Italia il lavoro di cura è scaricato in modo sproporzionato sulle donne, producendo un effetto diretto su occupazione, reddito, pensioni e carriera, autonomia; la mancanza di servizi pubblici adeguati, nidi, tempo pieno, assistenza domiciliare, servizi per la non autosufficienza, è una precisa scelta politica che produce disuguaglianza; tale carenza colpisce in modo particolarmente duro le famiglie monoparentali (in prevalenza madri), le persone con disabilità e le persone in condizioni di fragilità economica;

    14) la salute deve essere garantita come diritto universale e non discriminatorio, includendo la medicina di genere e la tutela della salute sessuale e riproduttiva; i consultori, presidio essenziale di prevenzione, contraccezione, sostegno psicologico, presa in carico della violenza e tutela della salute, risultano in molte regioni depotenziati, sottofinanziati, con carenze di personale e ridotta capacità di risposta;

    15) la legge n. 194 del 1978, ha rappresentato una conquista fondamentale di autodeterminazione; tuttavia, l'accesso effettivo all'interruzione volontaria di gravidanza in Italia è spesso compromesso e in alcune regioni fino all'80 per cento dei ginecologi si dichiara obiettore di coscienza, rendendo estremamente difficile l'esercizio effettivo del diritto all'aborto, mentre quasi il 40 per cento delle donne nella fascia 18-44 anni segnala difficoltà nell'accesso a cure riproduttive adeguate; dunque, nel nostro Paese l'accesso effettivo all'interruzione volontaria di gravidanza è concretamente ostacolato da tassi ancora elevatissimi di obiezione di coscienza, dalle disomogeneità territoriali, dalla carenza di strutture e dalla presenza di pressioni ideologicamente orientate; dalla presenza di associazioni anti-scelta nei luoghi di cura e consultoriali che rappresenta un tentativo di colonizzazione ideologica della sanità pubblica, in contrasto con la neutralità e laicità dello Stato e con la tutela della libertà delle persone; la libertà riproduttiva non può essere subordinata a moralismi, propaganda o calcoli elettorali: è un diritto sanitario e civile;

    16) l'Italia è uno dei pochi Paesi europei privi di educazione sessuale e affettiva obbligatoria e strutturata; tale assenza alimenta violenza, ignoranza, stigma, gravidanze indesiderate, infezioni sessualmente trasmissibili, bullismo, omotransfobia, stereotipi; la propaganda contro la cosiddetta «ideologia gender» è un dispositivo politico di paura e viene usata per impedire la necessaria educazione al rispetto, alla cultura del consenso, per conservare invece ruoli gerarchici, pregiudizi e stereotipi; introdurre l'educazione sessuale e affettiva significa invece decostruzione, consenso, rispetto, costruzione di relazioni sane, prevenzione abusi, alfabetizzazione emotiva, prevenzione Ist, contraccezione, combattere gli stereotipi e inclusione;

    17) la mancanza di educazione sessuale strutturata in Italia si colloca in netto contrasto con evidenze internazionali che associano la relazione inclusiva alla riduzione di violenze basate sul genere, gravidanze indesiderate e discriminazioni, e a riguardo rappresenta un'onta gravissima l'approvazione da parte di questo Parlamento del cosiddetto «ddl Valditara» che impedisce di fatto l'educazione sessuale nelle scuole laddove ha reso opzionale e limitato l'insegnamento dell'educazione sessuale nelle scuole secondarie, segnando un passo indietro rispetto alle pratiche preventive raccomandate da tutti gli organismi internazionali;

    18) la tutela delle vittime dipende dalla capacità dello Stato di essere presente e competente; insegnanti forze dell'ordine, magistratura, operatori sanitari e sociali devono essere adeguatamente formati; la mancanza di formazione specifica produce sottovalutazione del rischio, ritardi, errori procedurali, vittimizzazione secondaria e perdita di fiducia nelle istituzioni; la protezione non può dipendere dal caso o dalla sensibilità individuale ma deve essere programmata standardizzata, monitorata e verificabile;

    19) il linguaggio non è mai neutro; definire un femminicidio «raptus» o una violenza «dramma passionale» significa minimizzare la responsabilità dell'aggressore e normalizzare la cultura del possesso; la spettacolarizzazione della violenza, la morbosità, la colpevolizzazione delle vittime e l'infantilizzazione delle donne, sono parte del problema; mass media, così come le istituzioni, devono assumersi una reale responsabilità comunicativa volta a non alimentare stereotipi, a non legittimare misoginia, sessismo né altre forme di discriminazione e a non trasformare la libertà delle persone in bersaglio politico;

    20) anche a livello europeo la prevalenza della violenza di genere resta elevata e circa un terzo delle donne nell'Unione europea ha subìto violenza fisica o sessuale nel corso della vita, includendo episodi da parte di partner e non partner, con livelli particolarmente alti tra le giovani donne e con la casa che spesso non è un luogo sicuro;

    21) è sotto gli occhi di tutti e tutte come il mondo stia attraversando una fase di regressione dei diritti; in diversi Paesi si osservano restrizioni dell'aborto, attacchi alle persone trans, censura educativa, riduzione dei fondi per la salute sessuale e riproduttiva;

    22) negli Stati Uniti, il movimento politico e culturale riconducibile al trumpismo e alle reti ultra-conservatrici ha prodotto e rafforzato restrizioni severe all'aborto, attacchi ai programmi educativi inclusivi, campagne contro l'identità di genere, tagli ai fondi per la salute riproduttiva e, soprattutto, una diffusione globale di una pericolosissima retorica reazionaria;

    23) tali reti operano transnazionalmente e influenzano anche il dibattito europeo, con l'obiettivo di smantellare standard internazionali in materia di diritti umani e l'Italia, purtroppo, non ne è immune. Anzi, a giudizio dei firmatari del presente atto di indirizzo, il Governo in carica ha mostrato fin da subito una chiara e imperdonabile complicità culturale con questa regressione, incentivando o tutelando posizioni ideologiche e comunicative regressive a discapito di politiche strutturali basate su evidenze;

    24) su questi temi il Governo ha adottato un approccio di facciata basato su annunci e inasprimenti di pena, senza tuttavia assicurare investimenti e interventi adeguati su prevenzione, educazione, welfare, consultori, centri antiviolenza e autonomia economica; la retorica sulla natalità e sulla «famiglia» è stata usata come dispositivo politico per spostare l'attenzione dall'autodeterminazione e dalla libertà, colpevolizzando implicitamente le donne; la mancanza di educazione sessuale e affettiva, il depotenziamento dei servizi territoriali e la disomogeneità dell'accesso all'aborto rappresentano scelte politiche e non inevitabilità;

    25) l'attuale contesto culturale e politico favorisce gravemente e irresponsabilmente una normalizzazione del sessismo e della discriminazione, in un clima in cui i diritti vengono trattati come «capricci ideologici» e non come garanzie costituzionali;

    26) i diritti di genere sono diritti umani fondamentali e la loro tutela non può essere subordinata a propaganda, moralismi o calcoli elettorali; il Governo in carica si è dimostrato totalmente inadeguato ed anzi gravemente responsabile per la sua impostazione ideologica, la sua retorica familista e penalista, arrivando a normalizzare un clima culturale reazionario;

    27) il Parlamento intero, ha il dovere morale di impegnarsi per cambiare rotta e a scegliere la strada della prevenzione, dell'educazione, del welfare, della libertà riproduttiva, della parità nel lavoro, del contrasto alla violenza in tutte le sue forme contro le donne dell'abbattimento di un sistema patriarcale,

impegna il Governo:

1) ad assumere iniziative affinché la Strategia nazionale per la parità di genere e contro la violenza maschile e di genere sia dotata di risorse strutturali, certe e vincolate, superando la logica dei finanziamenti episodici e degli stanziamenti una tantum, e garantendo che tale Strategia non sia un documento meramente programmatico o simbolico, ma un vero strumento operativo, misurabile e verificabile;

2) ad assumere iniziative, anche normative, volte a istituire un sistema nazionale pubblico, trasparente e integrato di raccolta e analisi dei dati, aperti e disaggregati, che consenta di monitorare in modo omogeneo e comparabile sul territorio nazionale la violenza maschile e di genere, la violenza domestica, la violenza sessuale, lo stalking, la violenza digitale, con dettagli sulle relazioni tra vittima e autore, contesto dei reati, distribuzione territoriale così come chiesto anche il 12 febbraio 2026 dalla rete dati beni comuni; a prevedere che tale sistema non si limiti alla mera raccolta numerica, ma consenta anche l'analisi qualitativa e l'individuazione delle dinamiche ricorrenti; a prevedere altresì una relazione annuale al Parlamento sullo stato dei diritti di genere, con indicatori misurabili, obiettivi verificabili, tempi certi e strumenti di valutazione dell'efficacia delle politiche pubbliche;

3) ad assumere iniziative, anche normative, al fine di introdurre l'educazione sessuale e affettiva obbligatoria in tutte le scuole di ogni ordine e grado, ponendo fine al ritardo storico e culturale che colloca l'Italia tra i Paesi europei privi di un'educazione strutturata su questi temi; a garantire che i programmi siano scientificamente fondati, laici, inclusivi e aggiornati, e che affrontino in modo esplicito e non elusivo la cultura del consenso, le relazioni sane, la prevenzione della violenza, la contraccezione, la prevenzione delle infezioni sessualmente trasmissibili, la decostruzione degli stereotipi di genere, la prevenzione del bullismo, nonché il contrasto all'omotransfobia e alla transfobia, riconoscendo che la prevenzione primaria della violenza inizia dalla scuola e dall'educazione alla cultura del consenso, alla affettività, al rispetto;

4) ad assumere iniziative, anche normative, per finanziare stabilmente e rendere obbligatoria la formazione specifica per docenti, dirigenti scolastici e personale educativo, affinché l'introduzione dell'educazione sessuale e affettiva non sia affidata alla buona volontà individuale o a iniziative frammentarie, ma diventi parte integrante del sistema scolastico nazionale; nonché a istituire protocolli nazionali anti-molestie e anti-violenza nelle scuole, che includano procedure chiare di prevenzione, segnalazione, presa in carico e tutela delle vittime, con particolare attenzione ai contesti di vulnerabilità e al rischio di vittimizzazione secondaria;

5) ad adottare iniziative volte ad aumentare in modo significativo, stabile e strutturale i fondi destinati ai centri antiviolenza e alle case rifugio, superando l'approccio intermittente e insufficiente; a garantire una copertura territoriale uniforme, con particolare attenzione alle aree interne e ai territori in cui l'offerta di servizi è carente; nonché a finanziare adeguatamente percorsi completi di uscita dalla violenza, riconoscendo che la protezione non si esaurisce nella denuncia ma richiede strumenti concreti di autonomia, tra cui accesso alla casa, sostegno economico, inserimento lavorativo, tutela dei figli, supporto psicologico e assistenza legale gratuita, affinché nessuna persona sia costretta a restare in una condizione di violenza per mancanza di alternative materiali;

6) ad adottare iniziative di competenza volte a rafforzare in modo significativo e uniforme su tutto il territorio nazionale l'applicazione delle misure cautelari e di protezione, inclusi l'allontanamento d'urgenza, il braccialetto elettronico e la vigilanza attiva nei casi ad alto rischio, superando le disomogeneità territoriali e le carenze operative che ancora oggi rendono tali strumenti spesso inefficaci; e a promuovere, inoltre, una revisione delle prassi istituzionali e comunicative che ancora tendono a minimizzare la pericolosità del controllo, dello stalking e della violenza domestica, riconoscendo che la prevenzione del femminicidio è prima di tutto una responsabilità dello Stato e della sua capacità di intervenire a vari livelli;

7) a rafforzare in modo organico il contrasto alla violenza sessuale, riconoscendo che essa costituisce una delle più gravi violazioni della libertà e dell'autodeterminazione della persona; ad assicurare una piena cultura del consenso come criterio centrale, concreto e verificabile nelle relazioni, contrastando ogni narrazione che colpevolizzi le vittime, minimizzi la violenza o normalizzi comportamenti coercitivi e ad assumere iniziative normative per introdurre disposizioni che chiariscano che il consenso deve essere libero, esplicito e attuale, e che l'assenza di consenso non può mai essere sostituita da interpretazioni arbitrarie, stereotipi di genere o presunte «attenuanti»; a tal fine, ad attivare campagne nazionali permanenti sulla prevenzione della violenza sessuale e sul consenso, in particolare rivolte alle fasce giovanili, riconoscendo che la prevenzione è un dovere pubblico e non può essere delegata alla sola responsabilità individuale;

8) ad adottare iniziative, anche normative, volte a rafforzare in modo urgente e operativo il contrasto alla violenza digitale e al revenge porn, prevedendo strumenti rapidi e realmente efficaci di rimozione dei contenuti e di tutela immediata delle vittime, in considerazione della rapidità di diffusione online e del danno irreversibile spesso prodotto; a istituire un protocollo nazionale vincolante con piattaforme digitali, autorità garanti e forze dell'ordine, per garantire procedure standardizzate, tempestive e accessibili; nonché a finanziare campagne educative e di prevenzione contro la violenza digitale, con particolare attenzione alle fasce giovanili, riconoscendo che la dimensione online è oggi uno dei principali luoghi di riproduzione della violenza di genere;

9) ad assumere iniziative di competenza, anche di carattere normativo, volte a introdurre una effettiva trasparenza salariale vincolante e non meramente dichiarativa, rafforzando controlli e sanzioni contro le discriminazioni, e adottando strumenti che rendano verificabile il gender pay gap non solo nella forma della retribuzione immediata, ma anche in termini di progressione di carriera, accesso alle posizioni apicali e differenze pensionistiche; a potenziare in modo massiccio e strutturale nidi pubblici, tempo pieno scolastico e servizi di cura, riconoscendo che senza welfare non esiste libertà economica; nonché a rafforzare congedi di genitorialità paritari e obbligatori, superando l'idea che la cura sia un destino femminile e riconoscendo che la piena parità nel lavoro passa inevitabilmente dalla redistribuzione del lavoro domestico e di cura;

10) ad assumere iniziative di competenza per: rimuovere ogni ostacolo di fatto che oggi impedisce l'accesso effettivo all'interruzione volontaria di gravidanza; introdurre misure per garantire il pieno rispetto della salute riproduttiva e sessuale; potenziare consultori e strutture pubbliche, garantendo personale adeguato e servizi tempestivi pienamente accessibili; impedire, per quanto di competenza, che luoghi di cura e consultori siano trasformati in spazi di pressione ideologica, stigmatizzazione o colpevolizzazione; nonché garantire in modo uniforme l'accesso all'aborto farmacologico secondo le linee guida scientifiche, riconoscendo che il diritto all'autodeterminazione riproduttiva non può essere svuotato attraverso ostacoli amministrativi o territoriali e che l'aborto è un diritto sanitario, non una concessione morale;

11) ad assumere iniziative, anche normative, volte a garantire un accesso equo, tempestivo e realmente universale alla procreazione medicalmente assistita nel Servizio sanitario nazionale, riducendo le liste d'attesa e le disuguaglianze territoriali che oggi costringono molte persone alla migrazione sanitaria o all'esclusione per ragioni economiche; nonché a rimuovere ogni forma di discriminazione nell'accesso ai percorsi di genitorialità, riconoscendo che la tutela dei minori e delle famiglie passa attraverso la certezza giuridica e il superamento di barriere ideologiche che producono esclusione e precarietà di diritti; a garantire la sostenibilità e l'accesso alla crioconservazione;

12) ad assumere iniziative volte a rendere obbligatoria e strutturale la formazione su violenza di genere, consenso, discriminazioni e tutela delle vittime per forze dell'ordine, magistratura, operatori sanitari e servizi sociali, affinché lo Stato sia un alleato e non un ulteriore ostacolo; a standardizzare l'iter di valutazione del rischio e i protocolli di protezione, garantendo coordinamento tra istituzioni e tempestività degli interventi; nonché a rafforzare la tutela legale e psicologica delle vittime, assicurando percorsi di supporto adeguati e prevenendo la vittimizzazione secondaria, che rappresenta una forma ulteriore di violenza istituzionale;

13) a sostenere, nell'ambito delle relazioni europee e internazionali, tutte le iniziative volte a contrastare la regressione reazionaria sui diritti di genere, promuovendo la piena tutela dei diritti riproduttivi, la prevenzione della violenza.
(1-00545) «Sportiello, Riccardo Ricciardi, Auriemma, Ilaria Fontana, Alifano, Quartini, Santillo, Aiello, Amato, Appendino, Ascari, Baldino, Barzotti, Bruno, Cafiero De Raho, Cantone, Cappelletti, Caramiello, Carmina, Carotenuto, Caso, Cherchi, Alfonso Colucci, Conte, Sergio Costa, D'Orso, Dell'Olio, Di Lauro, Donno, Fede, Ferrara, Giuliano, Gubitosa, Iaria, L'Abbate, Lomuti, Morfino, Orrico, Pavanelli, Pellegrini, Penza, Perantoni, Raffa, Marianna Ricciardi, Scerra, Francesco Silvestri, Torto, Traversi, Tucci».

(23 febbraio 2026)

   La Camera,

   premesso che:

    1) la parità di genere rappresenta il quinto dei 17 Obiettivi di sviluppo sostenibile dell'Agenda 2030 delle Nazioni Unite ed è un principio fondamentale dell'Unione europea, sancito nel Trattato sul funzionamento dell'Unione europea e nella Carta dei diritti fondamentali dell'Unione;

    2) la Commissione europea, con la «Strategia per la parità di genere 2020-2025», ha inteso costruire un'Europa garante della libertà e della realizzazione personale di tutte le cittadine e di tutti i cittadini, attraverso misure di lotta alla violenza, di riequilibrio tra vita professionale e vita privata, di parità salariale, di aumento della presenza femminile nelle posizioni apicali e di valorizzazione delle diversità sul luogo di lavoro; dal 2022, tutti gli enti di ricerca e le università devono dotarsi di un Gender equality plan (Gep) come requisito per accedere ai finanziamenti su fondi europei;

    3) sussistono in Italia divari evidenti tra uomini e donne nel lavoro: nelle retribuzioni, nella carriera professionale, nelle pensioni e nella previdenza, nella partecipazione decisionale, nella distribuzione dei carichi di cura; la violenza nelle sue più varie declinazioni, le molestie, gli stereotipi di genere e l'odio sono ancora profondamente radicati;

    4) i dati relativi alla presenza delle donne nel mercato del lavoro e nei percorsi di istruzione, i livelli retributivi e pensionistici, gli strumenti di sostegno al lavoro di cura, la violenza di genere appaiono particolarmente centrali. Nel 2024, il tasso di occupazione femminile in Italia si è attestato al 53,3 per cento, rispetto al 71,1 per cento degli uomini, evidenziando un divario di genere significativo pari al 17,8 per cento. Inoltre, le assunzioni femminili hanno rappresentato solo il 42,2 per cento del totale. Anche l'instabilità occupazionale coinvolge, soprattutto, il genere femminile, in quanto, fra le assunzioni a tempo indeterminato, solo il 36,7 per cento sono donne, a fronte del 63,3 per cento di uomini; le lavoratrici con un contratto a tempo parziale sono il 67,2 per cento del totale e anche il part time involontario è prevalentemente femminile, rappresentando il 13,7 per cento degli occupati, rispetto al 4,6 per cento dei maschi;

    5) le donne continuano a farsi carico della maggior parte del lavoro di cura: nel 2024 le giornate di congedo parentale utilizzate dalle donne sono state 15,4 milioni, contro appena 2,8 milioni degli uomini; l'offerta di asili nido rimane insufficiente, solo l'Umbria, l'Emilia-Romagna e la Valle d'Aosta raggiungono o si avvicinano all'obiettivo dei 45 posti nido per 100 bambini 0-2 anni;

    6) per quanto concerne le prestazioni pensionistiche previdenziali, sebbene le donne siano numericamente superiori tra i beneficiari di pensioni, essendo circa 7,99 milioni le pensionate rispetto ai 7,37 milioni di pensionati, permangono significative differenze negli importi erogati; nel lavoro dipendente privato, le pensioni di anzianità/anticipate e di invalidità per le donne sono rispettivamente del 25,1 per cento e del 31,5 per cento inferiori rispetto a quelle degli uomini, mentre nel caso delle pensioni di vecchiaia il divario raggiunge il 44,2 per cento;

    7) questo Governo e la sua maggioranza hanno appena affossato – nuovamente – una proposta avanzata dalle opposizioni che intende e sanare un grave vulnus del nostro ordinamento, un elemento di forte e non tollerabile discriminazione, indegna di un Paese che voglia davvero dirsi civile ed egualitario: l'abissale differenza tra i congedi di paternità e quelli di maternità, introducendo un congedo paritario tra madre e padre, incrementando la durata del congedo di paternità dagli attuali dieci giorni a cinque mesi, al fine di contrastare la crisi della natalità, nonché di favorire l'occupazione femminile, la qualità della vita dei bambini e dei genitori;

    8) si tratta di una misura che non solo supporta le famiglie nella giusta condivisione dei tempi di vita e di lavoro, ma che sostiene e garantisce l'occupazione femminile nel nostro Paese, in cui essa risulta essere la più bassa d'Europa e il carico di cura all'interno delle famiglie viene quasi sempre demandato alle donne;

    9) tutto questo si traduce non solo in un'ingiustizia di genere, ma in una vera e propria emergenza, perché il congedo paritario sosterrebbe le madri e tutelerebbe la loro carriera professionale e, al tempo stesso, garantirebbe ai padri la possibilità di essere più vicini ai propri figli durante i loro primi mesi di vita;

    10) il Rendiconto di genere 2025 dell'Inps appena pubblicato ha misurato queste disparità, evidenziando come la violenza di genere sia persistente, nonostante l'aumento delle denunce e le novità normative, una limitata efficacia del reddito di libertà rispetto alle grandi potenzialità dello strumento, che necessita però di finanziamenti stabili e strutturali e di procedure per l'erogazione omogenee e accessibili; la dipendenza economica e finanziaria è uno dei principali ostacoli alla fuoriuscita delle donne da contesti di violenza domestica e familiare, che si nutre della ancora rilevanti condizioni di svantaggio delle donne nel nostro Paese, nell'ambito lavorativo, familiare e sociale;

    11) la dipendenza economica e la mancata autosufficienza finanziaria – retaggio delle ancora profonde diseguaglianze nelle retribuzioni, della grave difficoltà nell'accesso alle posizioni apicali e in generale a corrette progressioni e ad avanzamenti di carriera e lavorativi, della responsabilità della cura che grava ancora quasi esclusivamente sulle donne – oltre a rappresentare la distanza dagli standard costituzionali e dai principi sanciti dalle normative sovranazionali, costituiscono uno dei principali ostacoli all'uscita delle donne da contesti di violenza domestica e familiare;

    12) la violenza contro le donne, ormai «strutturata» nel nostro Paese, come è dimostrato purtroppo ogni giorno dalla mostruosa contabilità delle vittime della violenza di genere, non può essere contrastata solo con politiche repressive e con la leva penale, seppur indispensabile; c'è assoluta necessità di politiche integrate di prevenzione, protezione delle vittime e responsabilizzazione dei colpevoli, sono necessarie l'educazione alla parità fin dall'infanzia, campagne culturali, strumenti legali efficaci nei contesti fisici e digitali, formazione obbligatoria e continua del personale docente, sanitario, sociale, giudiziario e delle forze dell'ordine;

    13) vi è l'esigenza di una necessaria formazione e specializzazione di tutto il personale che interviene con donne e minori vittime di violenza, a partire da tutte le operatrici e gli operatori della giustizia; al fine di garantire che le vittime siano immediatamente individuate e ricevano un'assistenza adeguata, è necessario che lo Stato stanzi adeguate risorse finanziarie ed organizzative, quindi dando copertura a quanto previsto dalla legge n. 168 del 2023 e dalla legge 2 dicembre 2025, n. 181;

    14) il Piano nazionale antiviolenza, i centri antiviolenza, le case rifugio e i centri per uomini maltrattanti costituiscono strumenti chiave per proteggere le vittime e prevenire la recidiva;

    15) misure economiche di sostegno, quali il reddito di libertà, il gratuito patrocinio e i fondi per vittime di reati intenzionali violenti, devono essere rese strutturali, accessibili e adeguatamente finanziate;

    16) è di questi giorni l'anniversario della legge che ha finalmente riconosciuto la violenza sessuale come reato contro la persona, mentre la maggioranza e il Governo hanno tradito il patto che aveva portato la Camera ad approvare all'unanimità un progetto di legge che introduceva nell'ordinamento il principio del consenso libero e attuale: senza consenso è violenza; è necessario che – si è ancora in tempo – vi sia un veloce ripensamento che permetta di approvare una legge di civiltà e di tutela per le donne;

    17) oggi si sa che la salute non è uguale per tutti: differenze biologiche, ormonali, genetiche e perfino ambientali e sociali incidono profondamente sul modo in cui una malattia si manifesta, su come viene diagnosticata e su come risponde alle terapie; per troppo tempo, però, la ricerca medica e farmaceutica ha adottato un modello unico, spesso maschile, come misura universale; la conseguenza si è tradotta in diagnosi tardive, cure meno efficaci, reazioni avverse non previste: colmare questo vuoto non è soltanto un'esigenza scientifica, è un atto di giustizia, un investimento nella qualità e nella sostenibilità del nostro Servizio sanitario nazionale; negli ultimi anni, si è registrata una maggiore attenzione, sia con la legge n. 3 del 2018, che ha posto le basi per un approccio sistemico al problema, sia con il Piano nazionale di ripresa e resilienza, che prevede interventi per rafforzare e innovare il Servizio sanitario nazionale, tenendo conto proprio delle differenze di genere;

    18) per troppo tempo la ricerca medica si è basata su un modello maschile come standard universale, con conseguenze negative per la salute delle donne;

    19) integrare la prospettiva di genere nella ricerca, nella pratica clinica e nella comunicazione sanitaria rappresenta un atto di giustizia e un investimento nella qualità e sostenibilità del Servizio sanitario nazionale;

    20) il diritto alla salute riproduttiva e sessuale costituisce parte integrante dei diritti fondamentali della persona, strettamente connesso ai principi di autodeterminazione, dignità, libertà e uguaglianza sanciti dalla Costituzione;

    21) la piena attuazione della legge n. 194 del 1978 rappresenta un presidio irrinunciabile di civiltà giuridica e sociale, volto a garantire alle donne il diritto di scegliere consapevolmente, in condizioni di sicurezza, informazione e accesso effettivo ai servizi sanitari; ogni ostacolo, diretto o indiretto, che limiti l'accesso all'interruzione volontaria di gravidanza, ai consultori, alla contraccezione e ai percorsi di assistenza incide negativamente non solo sulla salute delle donne, ma anche sulla loro autonomia, sulla partecipazione sociale e sulla parità sostanziale;

    22) risulta, pertanto, necessario assicurare uniformità territoriale, adeguate risorse, piena accessibilità delle strutture pubbliche e tutela dell'approccio laico, scientifico e rispettoso dei diritti delle pazienti, contrastando fenomeni di desertificazione dei servizi e garantendo l'effettività delle prestazioni previste dall'ordinamento;

    23) il disinvestimento del Governo, che sta portando alla crisi del Servizio sanitario nazionale, al suo sottofinanziamento e alla carenza di personale, si scontra con l'invecchiamento strutturale della popolazione e l'aumento di cronicità e non autosufficienza;

    24) l'insufficiente risposta pubblica produce un «razionamento sanitario implicito», trasferendo il carico assistenziale sulle famiglie; le ricadute sono fortemente di genere: il lavoro di cura non retribuito grava soprattutto sulle donne, con effetti su occupazione, reddito e salute; investire in sanità territoriale e assistenza domiciliare è, quindi, anche una questione di equità sociale e di genere;

    25) la partecipazione femminile alla scienza, alle tecnologie digitali, alle professioni Stem, all'imprenditoria e alle posizioni dirigenziali deve essere promossa attraverso formazione, mentoring, incentivi all'accesso ai fondi pubblici e privati e campagne culturali per contrastare stereotipi e segregazione verticale e orizzontale e orientamento scolastico mirato: vanno programmati e finanziati programmi concernenti la promozione della parità nell'apprendimento, nella formazione e nel lavoro nelle discipline Stem, le istituzioni nazionali ed europee devono adottare politiche e strumenti concreti per garantire la parità in tutti i settori, promuovere la medicina di genere, sostenere l'occupazione femminile, eliminare violenza e discriminazioni, favorire la partecipazione delle donne alla scienza e alle professioni Stem e assicurare trasparenza retributiva e previdenziale, in linea con gli impegni costituzionali italiani e le convenzioni internazionali ratificate, come la Convenzione di Istanbul;

    26) è urgente, nelle scuole di ogni ordine e grado, l'inserimento dell'educazione sessuo-affettiva, alla parità e al rispetto delle differenze, tenuti da personale specializzato e con esperienza maturata in servizi che si occupano di violenza di genere,

impegna il Governo:

1) ad assumere iniziative, anche di carattere normativo, volte a promuovere e attuare misure strutturali per il sostegno dell'occupazione femminile stabile, il contrasto della precarizzazione dei rapporti di lavoro, la piena parità salariale e il contrasto al divario retributivo e pensionistico di genere, dando piena attuazione agli strumenti normativi esistenti in materia di trasparenza retributiva, rafforzando controlli e sanzioni contro le discriminazioni, sostenendo l'accesso delle donne ai ruoli apicali e contrastando la precarietà e il part time involontario;

2) a rafforzare il sistema di welfare a sostegno della genitorialità e dell'autonomia economica delle donne, a partire dall'introduzione di un sistema di congedi parentali realmente paritario, assumendo iniziative, anche normative, volte a prevedere un congedo di pari durata per entrambi i genitori, adeguatamente retribuito e non trasferibile, al fine di favorire una concreta condivisione delle responsabilità di cura, sostenere la natalità e contrastare le discriminazioni che incidono sull'occupazione femminile;

3) ad assumere iniziative di competenza volte a rafforzare in modo strutturale le politiche di prevenzione e contrasto alla violenza contro le donne, incrementando stabilmente le risorse del Piano nazionale antiviolenza e per i centri antiviolenza e le case rifugio, garantendo copertura territoriale omogenea e tempestività nei trasferimenti, uniformità territoriale e piena attuazione dei meccanismi di monitoraggio sull'utilizzo dei fondi, nonché ad incrementare il reddito di libertà, semplificando e velocizzando le procedure di accesso e di erogazione;

4) ad assumere iniziative di competenza per garantire un'attività di formazione, aggiornamento e qualificazione, a carattere obbligatorio, continuo e permanente, destinata al personale delle forze di polizia, della magistratura, del settore giudiziario, sanitario, socio-sanitario, scolastico e della pubblica amministrazione, al fine di assicurare una corretta valutazione e gestione del fenomeno della violenza di genere e domestica;

5) ad adottare iniziative, anche normative, anche tramite l'istituzione di appositi fondi, volte a introdurre nelle scuole di ogni ordine e grado percorsi strutturali di educazione sessuale e affettiva, alla parità, al rispetto e alla prevenzione della violenza, tenuti da personale qualificato;

6) a promuovere politiche culturali e formative finalizzate al superamento degli stereotipi di genere, con particolare attenzione ai contesti scolastici e lavorativi, anche attraverso l'educazione alla cittadinanza digitale e al contrasto della violenza on line;

7) a garantire la piena tutela della salute della donna, adottando iniziative di competenza volte ad assicurare l'uniforme applicazione della legge n. 194 del 1978 su tutto il territorio nazionale, il potenziamento e la riqualificazione dei consultori familiari, l'adeguata presenza di personale sanitario non obiettore e l'accesso tempestivo ai servizi di prevenzione e cura, evitando che i consultori siano trasformati in luoghi di pressione ideologica, garantendo anche in modo uniforme l'accesso all'aborto farmacologico;

8) ad adottare politiche mirate volte a promuovere la piena partecipazione delle donne ai percorsi di istruzione, formazione e lavoro nelle discipline Stem, anche attraverso incentivi, programmi di orientamento, mentoring e misure di contrasto agli stereotipi di genere;

9) a monitorare sistematicamente, anche attraverso i dati degli enti previdenziali e statistici, l'evoluzione del fenomeno della violenza di genere e l'efficacia delle misure adottate, anche sostenendo la ricerca indipendente, il monitoraggio continuo del fenomeno della violenza di genere, compresa quella on line, nonché a dare finalmente piena e completa attuazione alla legge 5 maggio 2022, n. 53, «Disposizioni in materia di statistiche in tema di violenza di genere»; a rafforzare i programmi di formazione del personale docente, degli operatori sociali, sanitari e delle forze dell'ordine, con particolare riferimento alla prevenzione, al riconoscimento e alla gestione dei fenomeni di violenza di genere;

10) ad adottare iniziative, anche normative, volte a rafforzare la presenza e la rappresentanza delle donne nei luoghi istituzionali, negli organi elettivi e nei centri decisionali pubblici e privati, anche attraverso strumenti di riequilibrio della rappresentanza e monitoraggio dell'effettiva attuazione delle norme sulla parità di accesso.
(1-00546) «Ghio, Braga, Ferrari, Forattini, Bonafè, Roggiani, Bakkali, Berruto, Boldrini, Casu, Cuperlo, Curti, D'Alfonso, De Maria, Di Biase, Evi, Filippin, Fornaro, Furfaro, Gianassi, Girelli, Gribaudo, Guerra, Lacarra, Laus, Madia, Malavasi, Manzi, Marino, Merola, Morassut, Orfini, Pandolfo, Prestipino, Quartapelle Procopio, Romeo, Andrea Rossi, Sarracino, Scotto, Serracchiani, Stefanazzi, Vaccari, Viggiano».

(27 febbraio 2026)

   La Camera,

   premesso che:

    1) l'8 marzo, Giornata internazionale della donna, da un lato celebra i progressi in ambito economico, politico e culturale raggiunti dalle donne in tutto il mondo e, dall'altro, costituisce un'occasione, per le istituzioni, di riflessione e di impegno sulle sfide ancora aperte e le azioni da intraprendere per assicurare pari opportunità nei diversi ambiti della vita di tutte le donne;

    2) l'articolo 3 della Costituzione stabilisce che tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali, impegnando la Repubblica a rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l'eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana;

    3) l'articolo 51 della Costituzione, che costituisce specificazione e conferma del principio di cui all'articolo 3, dispone che tutti i cittadini dell'uno o dell'altro sesso possono accedere agli uffici pubblici e alle cariche elettive in condizioni di eguaglianza, secondo i requisiti stabiliti dalla legge, e che a tal fine la Repubblica debba promuovere con appositi provvedimenti le pari opportunità tra donne e uomini;

    4) le pari opportunità, oltre ad essere un diritto fondamentale di rango costituzionale, sono un principio cardine dell'Unione europea, riconosciuto dal Trattato di Roma del 1957 e dalla Carta dei diritti fondamentali, nonché un principio chiave del pilastro mondiale dei diritti sociali;

    5) la reale attuazione di tali fondamentali principi della vita democratica è un processo continuo che richiede leggi specifiche e politiche pubbliche lungimiranti;

    6) il raggiungimento della parità di genere è uno dei 17 Obiettivi di sviluppo sostenibile individuati dall'Organizzazione delle Nazioni Unite e impegna gli Stati, entro il 2030, a garantire alle donne la piena ed effettiva partecipazione e pari opportunità di leadership a tutti i livelli del processo decisionale nella vita politica, economica e pubblica;

    7) l'Italia, in coerenza con la Gender equality strategy 2020-2025 della Commissione europea, si è dotata per la prima volta della Strategia nazionale per la parità di genere ad agosto 2021, la quale è in linea con il Piano nazionale di ripresa e resilienza e ne rappresenta un importante riferimento, sia in termini di inquadramento di sistema, sia di verifica e monitoraggio. La Strategia si concentra su 5 domini: lavoro, reddito, competenze, tempo e potere;

    8) con la legge 30 dicembre 2021, n. 234, il legislatore ha formalizzato sul piano normativo l'adozione, da parte del Presidente del Consiglio dei ministri o dell'autorità politica delegata per le pari opportunità, di un Piano strategico nazionale per la parità di genere, definendo un'architettura strategica e istituzionale per la parità di genere, coerente con gli obiettivi della Strategia europea sulla parità di genere, che sia elaborato con il coinvolgimento delle amministrazioni competenti e con il contributo delle associazioni impegnate nella promozione della parità e nel contrasto alle discriminazioni;

    9) per l'implementazione del Piano strategico per la parità di genere, il legislatore ha, da un lato, definito un sistema di governance costituito da una cabina di regia interistituzionale, con funzioni di coordinamento tra le amministrazioni coinvolte ed un Osservatorio nazionale per l'integrazione delle politiche per la parità di genere, finalizzato a monitorare l'attuazione delle misure e valutare i risultati, dall'altro ha stabilito un finanziamento, a regime, pari a 5 milioni di euro annui a partire dal 2022;

    10) con decreti ministeriali è stato costituito il sistema di governance della Strategia nazionale per la parità di genere, composto dalla cabina di regia e dall'Osservatorio, disciplinandone composizione, funzioni e modalità operative, quest'ultimo integrato, con decreto del 6 dicembre 2023 della Ministra per la famiglia, la natalità e le pari opportunità, con l'ampliamento, in seno all'assemblea dell'Osservatorio, alla partecipazione della Consigliera nazionale di parità, di un rappresentante del Consiglio nazionale dell'economia e del lavoro (Cnel) e di un rappresentante del Consiglio nazionale dei giovani (Cng) e in seno al Comitato tecnico-scientifico a tre Presidenti delle Commissioni regionali per le pari opportunità in rappresentanza del Nord, del Centro e del Sud-Isole dell'Italia;

    11) la Strategia nazionale per la parità di genere 2021-2026 definisce un sistema di azioni e politiche integrate per contrastare le molteplici dimensioni delle discriminazioni di genere, in linea con il Piano nazionale di ripresa e resilienza, che individua, come uno degli obiettivi trasversali alle missioni che compongono il Piano, la parità di genere;

    12) numerosi sono stati gli interventi che hanno dato attuazione alla Strategia, a partire dalla certificazione della parità di genere di cui alla Prassi Uni 125/2022, anche con riferimento al progetto previsto nel Piano nazionale di ripresa e resilienza, con un risultato di notevole riscontro da parte delle organizzazioni interessate (ad oggi più di 12.349 certificate), prevedendo esonero contributivo e punteggi premiali negli appalti pubblici per le imprese;

    13) un altro intervento rilevante è il rafforzamento della presenza femminile nelle discipline Stem, ritenuto un investimento strategico per lo sviluppo tecnologico, la competitività dell'Italia e l'equità sociale; ciò in quanto i dati più recenti evidenziano come la presenza femminile nelle discipline scientifiche, tecnologiche, ingegneristiche e matematiche (Stem) sia ancora inferiore rispetto agli uomini, con rischi di esclusione dal mercato del lavoro ad alto valore aggiunto e a tal fine sono state destinate adeguate risorse, anche nell'ambito del Piano nazionale di ripresa e resilienza;

    14) in questo contesto è intervenuta anche la legge 24 novembre 2023, n. 187, che ha istituito la «Settimana delle Stem», con l'obiettivo di promuovere l'accesso e la partecipazione femminile nelle Stem, assegnando puntuali risorse, oltre a quelle già previste, per le iniziative connesse alla suddetta settimana;

    15) dette risorse sono state utilizzate per il finanziamento di progetti realizzati dalle università finalizzati a corsi di formazione diretti a potenziare e innovare la metodologia e le strategie didattiche dei docenti in tali discipline, con l'obiettivo di incrementare anche le capacità di supporto e di orientamento dei docenti nella scelta del percorso di studio di studentesse e studenti, a partire dalle loro aspirazioni, al di là delle barriere culturali e degli stereotipi di genere, e dalle competenze richieste dal mondo del lavoro nei settori ad alta occupabilità e competitività;

    16) è necessario riconoscere, inoltre, che la piena parità non può prescindere dall'eliminazione della violenza maschile contro le donne e dalla promozione di condizioni che garantiscano a tutte le donne di esercitare i propri diritti e la propria libertà in sicurezza;

    17) in continuità con il precedente, con decreto della Ministra per la famiglia, la natalità e le pari opportunità il 16 settembre 2025 è stato adottato il nuovo Piano strategico nazionale sulla violenza maschile contro le donne e la violenza domestica 2025-2027, che rappresenta uno strumento operativo integrato e coerente con la Strategia per la parità di genere, poiché traduce in obiettivi concreti le azioni di prevenzione, protezione, perseguimento e promozione necessarie per garantire alle donne una reale libertà di vivere senza violenza;

    18) come per il Piano strategico nazionale sulla violenza 2025-2027, predisposto sulla base di un processo ampio e partecipato, il Governo sta avviando le attività per l'elaborazione del nuovo Piano strategico nazionale per la parità di genere che coinvolgeranno in primis l'Osservatorio nazionale per l'integrazione delle politiche per la parità di genere, di recente ricostituito sulla base delle nuove designazioni;

    19) questo scenario mostra un quadro in evoluzione, con progressi significativi negli ultimi anni ma anche sfide ancora aperte e ostacoli da superare per garantire una piena partecipazione delle donne al mondo del lavoro, che merita un impegno costante da parte di tutte le istituzioni, delle imprese e della società civile;

    20) garantire le pari opportunità alle donne nel mondo del lavoro è strettamente correlato anche all'adozione di misure di contrasto alla violenza maschile sulle donne. Tale fenomeno in tutte le sue forme rappresenta uno dei principali ostacoli alla realizzazione delle donne, poiché le costringe a non lavorare o lasciare il lavoro, privandole dell'indipendenza economica e delle opportunità di carriera,

impegna il Governo

1) alla luce dell'adozione della Strategia per la parità di genere 2021-2026, ad assumere ogni utile iniziativa volta a pervenire all'adozione del nuovo Piano strategico nazionale per la parità di genere, continuando a promuovere misure di carattere strutturale volte a rafforzare e consolidare la partecipazione delle donne al mercato del lavoro, anche in funzione del raggiungimento dei ruoli apicali e della libertà di conciliare le scelte di vita e di lavoro, nonché a proseguire nel contrasto alle diverse forme di violenza maschile contro le donne.
(1-00547) «Semenzato, Lancellotta, Ravetto, Marrocco, Almici, Bisa, Patriarca, Caretta, Loizzo, Polidori, Pulciani, Zurzolo, Carfagna».

(2 marzo 2026)

   La Camera,

   premesso che:

    1) l'8 marzo, Giornata internazionale della donna, costituisce una ricorrenza di rilevanza civile e istituzionale nata dalle lotte per l'emancipazione e per i diritti sociali e politici e deve tradursi in un momento di riflessione e verifica dell'azione pubblica rispetto agli obblighi costituzionali e internazionali di tutela della dignità, dell'uguaglianza sostanziale e della libertà delle donne;

    2) l'uguaglianza di genere è indicatrice essenziale della qualità democratica di un Paese e condizione per lo sviluppo sociale ed economico e l'azione delle istituzioni non può ridursi a iniziative simboliche o occasionali, ma deve assumere carattere strutturale, misurabile e verificabile;

    3) il contrasto strutturale alla violenza patriarcale e alle diseguaglianze economiche, salariali, previdenziali e di potere tra donne e uomini non costituisce un insieme di politiche settoriali tra loro distinte, bensì l'intervento su un'unica matrice sistemica; la violenza di genere, la disparità retributiva, la segregazione occupazionale, la penalizzazione della maternità, il divario pensionistico, la sottorappresentanza nei luoghi decisionali e la sproporzionata attribuzione alle donne del lavoro di cura non retribuito sono manifestazioni diverse di uno stesso assetto di potere fondato su gerarchie di genere; tale assetto – riconducibile alla persistenza di strutture patriarcali – produce dipendenza economica, vulnerabilità sociale e limitazione dell'autonomia personale, configurando un circolo vizioso in cui la disuguaglianza materiale alimenta la violenza e la violenza consolida la disuguaglianza; conseguentemente, ogni politica pubblica volta a contrastare la violenza contro le donne deve necessariamente includere misure di riequilibrio economico, redistribuzione della cura, parità salariale, accesso effettivo al lavoro stabile e alla rappresentanza, in coerenza con il principio costituzionale di uguaglianza sostanziale di cui all'articolo 3, secondo comma, della Costituzione;

    4) la Repubblica, ai sensi degli articoli 2, 3, 4, 32, 37, 51 e 117 della Costituzione, è tenuta a rimuovere gli ostacoli che limitano di fatto l'uguaglianza e a garantire pari dignità sociale, tutela del lavoro, parità di trattamento e parità di accesso alle cariche pubbliche; tali obblighi si integrano con quelli derivanti dall'ordinamento dell'Unione europea e dagli strumenti internazionali in materia di diritti umani, in particolare la Convenzione di Istanbul e la Cedaw;

    5) l'uguaglianza tra donne e uomini rappresenta un valore fondamentale dell'Unione europea, sancito nei suoi trattati e nella Carta dei diritti fondamentali (articolo 23). Esso costituisce, inoltre, uno degli obiettivi strategici dello sviluppo sostenibile delle Nazioni Unite incluso nell'Agenda 2030 (Obiettivo 5: Raggiungere l'uguaglianza di genere ed emancipare tutte le donne e le ragazze);

    6) l'articolo 23 della Carta dei diritti fondamentali dell'Unione europea dispone che l'uguaglianza tra donne e uomini «deve essere garantita in tutti i campi, compreso l'impiego, il lavoro e la retribuzione» e ammette misure di azione positiva in favore del sesso sottorappresentato;

    7) la Cedaw e i suoi atti interpretativi vincolanti impongono agli Stati parte di assicurare un'eguaglianza sostanziale, anche mediante misure legislative, amministrative e di bilancio; in particolare, la General recommendation n. 35 (2017) qualifica la violenza di genere contro le donne come fenomeno strutturale e richiama la responsabilità statale di prevenzione, protezione, perseguimento e riparazione («due diligence»), mentre la General recommendation n. 33 (2015) afferma l'obbligo di rimuovere gli ostacoli – inclusi stereotipi e bias – che limitano l'accesso effettivo delle donne alla giustizia;

    8) la Dichiarazione Onu del 1993 sull'eliminazione della violenza contro le donne (A/Res/48/104) e l'Agenda 2030 richiamano l'obbligo degli Stati di adottare «con urgenza» politiche idonee a eliminare la violenza e le discriminazioni, vietando di invocare consuetudini o tradizioni come giustificazione dell'inazione pubblica;

    9) la violenza maschile contro le donne non è un insieme di fatti isolati, ma un fenomeno strutturale, alimentato da stereotipi e gerarchie di potere e strettamente connesso alla disuguaglianza economica e alla dipendenza materiale;

    10) secondo l'Istat, «sono circa 6 milioni e 400 mila (il 31,9 per cento)» le donne tra 16 e 75 anni che hanno subìto nel corso della vita violenze fisiche o sessuali e «a subire stupri o tentati stupri sono il 5,7 per cento delle donne»; tali dati, per ampiezza e gravità, delineano un quadro incompatibile con una risposta esclusivamente repressiva e non accompagnata da investimenti strutturali in prevenzione, protezione e autonomia economica;

    11) la giurisprudenza della Corte europea dei diritti dell'uomo ha più volte affermato che, nei casi di violenza domestica e di genere, lo Stato è tenuto a obblighi positivi di prevenzione e protezione effettiva: nella sentenza Talpis c. Italia (2017) la Corte ha condannato l'Italia per violazione degli articoli 2, 3 e 14 della Convenzione europea dei diritti dell'uomo in ragione di carenze e ritardi nella protezione; e in decisioni successive, tra cui Landi c. Italia (2022), ha nuovamente richiamato l'esigenza di valutazione del rischio immediata e azione tempestiva delle autorità;

    12) nella XIX legislatura la Camera dei deputati ha approvato all'unanimità una proposta di legge volta a riformare la disciplina dei reati sessuali, introducendo il principio del consenso esplicito quale fondamento della libertà sessuale, in linea con gli orientamenti internazionali e con la Convenzione di Istanbul;

    13) nel successivo esame presso il Senato della Repubblica il testo è stato significativamente modificato, con l'eliminazione o l'attenuazione del riferimento centrale al consenso quale elemento costitutivo del reato, trasformando di fatto l'impianto originario – incentrato sull'autodeterminazione sessuale – in una formulazione oggetto di diffuse critiche da parte di associazioni giuridiche, centri antiviolenza e studiosi del diritto penale;

    14) il principio del consenso costituisce oggi lo standard di tutela affermato in numerosi ordinamenti europei e raccomandato dagli organismi internazionali per garantire una protezione effettiva contro la violenza sessuale, superando impostazioni fondate prevalentemente sulla prova della violenza o minaccia. L'unanimità espressa alla Camera dei deputati rappresentava un impegno politico e istituzionale condiviso che non può essere disatteso, soprattutto in un contesto in cui i dati Istat e le pronunce della Corte europea dei diritti dell'uomo richiamano l'Italia alla necessità di rafforzare la tutela effettiva delle donne contro la violenza di genere;

    15) l'autonomia economica costituisce presidio di libertà e condizione materiale per sottrarsi alla violenza; per contro, precarietà, segregazione occupazionale, penalizzazione della maternità e squilibrio nei carichi di cura producono un effetto sistemico di dipendenza e vulnerabilità;

    16) il Rendiconto di genere 2025 del Consiglio di indirizzo e vigilanza Inps, presentato nel febbraio 2026, evidenzia un divario strutturale: nel 2024 il tasso di occupazione femminile è 53,3 per cento contro 71,1 per cento maschile; tra le assunzioni a tempo indeterminato nel settore privato, le donne sono il 36,7 per cento; il part-time involontario è prevalentemente femminile (13,7 per cento contro 4,6 per cento maschile); e permangono divari previdenziali molto elevati, fino al 44,2 per cento in alcune prestazioni di vecchiaia nel lavoro dipendente privato;

    17) lo stesso comunicato Inps sottolinea, in termini netti e non eludibili, che «rilevanti sono ancora le condizioni di svantaggio delle donne nel nostro Paese, nell'ambito lavorativo, familiare e sociale», confermando la necessità di politiche pubbliche non episodiche ma strutturali;

    18) secondo l'Eige – Gender equality index 2025, l'Italia registra un punteggio complessivo di 61,9/100 e l'Istituto segnala – sulla base di nuove fonti – che le donne necessitano di 15 mesi e mezzo per guadagnare quanto gli uomini guadagnano in un anno, evidenziando la dimensione sistemica del divario e la necessità di interventi su salari, carriere e cura;

    19) nelle scorse settimane la maggioranza in Commissione bilancio ha espresso parere negativo determinando l'arresto della proposta di legge inerente al congedo parentale paritario e la motivazione richiamata nel dibattito pubblico riguarda la presunta inidoneità delle coperture finanziarie segnalata dalla Ragioneria generale dello Stato;

    20) tale scelta, al di là delle questioni di copertura, costituisce una decisione politicamente regressiva perché incide su uno dei nodi strutturali della disuguaglianza: la divisione sessuale del lavoro di cura; e, in un Paese in cui – come evidenziato da Inps – la discontinuità lavorativa, il part-time involontario e la penalizzazione previdenziale colpiscono in modo sproporzionato le donne, la rinuncia a strumenti di redistribuzione della cura finisce per consolidare il modello che alimenta gender pay gap e gender pension gap;

    21) la Corte costituzionale ha più volte valorizzato l'uguaglianza sostanziale e il divieto di discriminazioni legate alla maternità e alla genitorialità (articoli 3 e 37 della Costituzione), riconoscendo la necessità di rimuovere discipline che fungano da disincentivo alla partecipazione delle donne al lavoro e alla maternità;

    22) la Corte costituzionale, con sentenza n. 115 del 2025, ha dichiarato l'illegittimità di una disciplina del congedo di paternità obbligatorio nella parte in cui escludeva la «seconda madre» nelle coppie omogenitoriali femminili, riaffermando la logica di eguaglianza e non discriminazione nell'accesso alle tutele di genitorialità;

    23) la disciplina europea sulla trasparenza retributiva impone misure effettive di accesso alle informazioni salariali, criteri di inquadramento trasparenti, reporting e strumenti di tutela, e la scadenza di recepimento è fissata al 7 giugno 2026, rendendo inderogabile un intervento nazionale non meramente formale ma dotato di controlli e sanzioni realmente dissuasive;

    24) la misura denominata «opzione donna», introdotta dall'articolo 1, comma 9, della legge 23 agosto 2004, n. 243, e più volte prorogata negli anni successivi quale strumento di flessibilità pensionistica rivolto alle lavoratrici, è stata oggetto di un progressivo e significativo restringimento dei requisiti soggettivi con la legge di bilancio per il 2023 (legge n. 197 del 2022), che ne ha limitato l'accesso a specifiche categorie (caregiver, invalide civili almeno al 74 per cento, lavoratrici licenziate o dipendenti di imprese in crisi), elevando contestualmente il requisito anagrafico;

    25) le successive leggi di bilancio non hanno ripristinato una disciplina ampia e strutturale della misura, determinando di fatto una drastica riduzione della platea delle beneficiarie e lasciando irrisolto il nodo del divario pensionistico di genere, certificato anche dal Rendiconto di genere dell'Inps 2025, che evidenzia differenze fino al 40 per cento negli importi delle pensioni;

    26) «opzione donna», pur rappresentando un parziale strumento di flessibilità, prevedeva un ricalcolo integralmente contributivo dell'assegno con penalizzazioni anche rilevanti sull'importo finale, risultando pertanto una misura non pienamente equa, né risolutiva rispetto alle carriere discontinue, al part-time involontario e ai periodi di cura non retribuiti che colpiscono in modo sproporzionato le donne;

    27) la mancata previsione di uno strumento strutturale e migliorativo di flessibilità pensionistica in ottica di genere rischia di aggravare il divario previdenziale e di tradursi in un'ulteriore penalizzazione per le donne che hanno sostenuto carichi di cura familiari non riconosciuti economicamente,

impegna il Governo:

1) ad assumere un approccio strutturale e femminista alle politiche pubbliche, riconoscendo la matrice patriarcale della violenza e delle disuguaglianze economiche e integrando, nella Strategia nazionale contro la violenza di genere, misure vincolanti su autonomia economica, casa, lavoro, welfare e accesso alla giustizia, coerentemente con gli obblighi di «due diligence» richiamati dalla Cedaw (General recommendation n. 35) e con gli standard Onu;

2) ad adottare iniziative di competenza volte a garantire un sistema effettivo di protezione e prevenzione che rispetti gli obblighi positivi affermati dalla Corte europea dei diritti dell'uomo (tra cui quelle delle sentenze Talpis e Landi), attraverso valutazione del rischio tempestiva, coordinamento operativo tra forze dell'ordine, magistratura, servizi sociali e sanitari e rafforzamento degli strumenti di protezione, evitando disomogeneità territoriali;

3) ad assumere iniziative volte a stabilizzare e incrementare i finanziamenti per centri antiviolenza e case rifugio, garantendo tempestività nei trasferimenti, uniformità territoriale, livelli essenziali delle prestazioni e monitoraggio pubblico sull'uso delle risorse, riconoscendo che la protezione richiede percorsi completi di fuoriuscita (casa, reddito, lavoro, tutela dei figli, supporto legale e psicologico);

4) ad assumere un'iniziativa politica affinché sia rispettato l'impegno assunto in ordine all'introduzione del principio del consenso quale fondamento della disciplina dei reati sessuali, favorendo, per quanto di competenza, la definizione di un testo che riconosca espressamente la centralità del consenso libero e informato, coerente con la Convenzione di Istanbul e con gli standard internazionali, e che rafforzi la tutela dell'autodeterminazione sessuale senza arretramenti rispetto al testo approvato all'unanimità dalla Camera dei deputati;

5) ad adottare iniziative normative volte a rendere strutturali e rafforzare le misure di autonomia economica (inclusi strumenti analoghi al reddito di libertà), semplificando procedure e garantendo accessibilità, poiché la dipendenza economica è una leva di controllo e una barriera alla denuncia e alla fuoriuscita;

6) ad assumere iniziative normative per recepire pienamente e in modo sostanziale la disciplina dell'Unione europea sulla trasparenza retributiva entro il 7 giugno 2026, assicurando: diritto all'informazione retributiva e criteri di classificazione «gender neutral»; reporting obbligatorio disaggregato per genere; inversione/agevolazione dell'onere probatorio e rimedi effettivi; tutela antiritorsiva; ispezioni e sanzioni proporzionate e dissuasive;

7) ad adottare un Piano straordinario per l'occupazione femminile stabile e di qualità, fondato su obiettivi misurabili e coerente con i dati Inps (gap occupazionale, precarietà, part-time involontario), includendo clausole di parità e anti-molestie negli appalti pubblici e negli incentivi alle imprese;

8) ad assumere iniziative normative volte a intervenire sul divario previdenziale di genere, introducendo misure di riequilibrio e contrasto alle carriere discontinue, valorizzazione dei periodi di cura e verifica degli effetti di ogni riforma pensionistica sulla parità sostanziale, alla luce dei divari certificati dal Rendiconto Inps;

9) ad assumere iniziative normative per un sistema di congedi realmente paritario, obbligatorio e non trasferibile, adeguatamente retribuito, che redistribuisca la cura e rimuova la penalizzazione strutturale della maternità, rilevando che la recente bocciatura del congedo paritario rappresenta una scelta politicamente regressiva rispetto agli obiettivi costituzionali ed europei di parità;

10) ad adottare iniziative di competenza volte a potenziare in modo strutturale i servizi pubblici di cura (nidi, tempo pieno, servizi per non autosufficienza e assistenza domiciliare), riconoscendo che l'arretramento del welfare produce disuguaglianza di genere e alimenta dipendenza economica;

11) ad assumere iniziative di competenza al fine di garantire formazione obbligatoria e continuativa su violenza di genere, stereotipi e vittimizzazione secondaria per forze dell'ordine, magistratura, sanità, servizi sociali e scuola, in coerenza con la Cedaw (General recommendation n. 33) sull'accesso alla giustizia e con gli standard Onu;

12) a presentare annualmente al Parlamento una Relazione sulla parità sostanziale, basata su indicatori disaggregati (violenza, occupazione, contratti, retribuzioni, progressioni, pensioni, cura, accesso ai servizi), utilizzando le evidenze Istat e Inps e includendo obiettivi e scadenze verificabili;

13) ad adottare iniziative di carattere normativo per una riforma strutturale della flessibilità pensionistica in ottica di genere che superi i limiti di «opzione donna», introducendo una modalità di accesso anticipato al pensionamento che riconosca pienamente il valore sociale ed economico dei periodi di cura; non comporti penalizzazioni sproporzionate sull'assegno pensionistico; tenga conto delle carriere discontinue e del part-time involontario; contribuisca in modo effettivo alla riduzione del gender pension gap certificato dagli enti pubblici.
(1-00549) «Ghirra, Zanella, Piccolotti, Bonelli, Borrelli, Dori, Fratoianni, Grimaldi, Mari, Zaratti».

(2 marzo 2026)

   La Camera,

   premesso che:

    1) l'articolo 3 della Costituzione definisce che tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali, impegnando la Repubblica a rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l'eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana;

    2) la democrazia paritaria disegnata dalla Costituzione non si è tuttavia ancora realizzata, anche a causa di un prevalente approccio culturale, che, contravvenendo al dettato costituzionale, alimenta una discriminazione di fatto delle donne sia nel contesto lavorativo che sociale, portando con sé anche un effetto di depotenziamento degli strumenti previsti dall'ordinamento a favore della parità di genere;

    3) nonostante l'abbattimento di numerose barriere formali e l'adozione da parte del legislatore di alcuni strumenti in favore dell'uguaglianza, sono note le difficoltà che ancora incontrano le donne nella loro quotidianità, trovandosi a dover contrastare stereotipi e meccanismi che le vedono svantaggiate e penalizzate rispetto alle persone di sesso maschile;

    4) negli ultimi decenni e soprattutto negli anni più recenti, attraverso la legislazione italiana sono stati compiuti diversi ed importanti progressi, adottando nuove misure volte a migliorare la condizione delle donne. Tuttavia, i dati raccontano un'Italia ancora indietro rispetto alla maggior parte degli altri Paesi, europei e non;

    5) la Strategia nazionale per la parità di genere 2021-2026, documento programmatico adottato in coerenza con la Strategia per la parità di genere 2020-2025 della Commissione europea a marzo 2020, e previsto come strumento strutturale dalla legge 30 dicembre 2021, n. 234 (legge di bilancio per il 2022), definisce un sistema di azioni e politiche integrate per contrastare le molteplici dimensioni delle discriminazioni di genere. Questa strategia, presentata in concomitanza alla presidenza italiana del G20, nella quale per la prima volta si è organizzata una ministeriale sull'empowerment femminile, introduce una nuova metodologia nelle politiche per la parità di genere definendo obiettivi misurabili e Kpi specifici sulle singole azioni strategiche;

    6) la Strategia, inoltre, rappresenta una delle priorità trasversali del Piano nazionale di ripresa e resilienza, nonché il riferimento per l'attuazione della riforma del Family Act. Il documento ha individuato cinque aree di intervento che corrispondono agli ambiti valutati nel contesto europeo sulla gender equality: lavoro, reddito, competenze, tempo, potere;

    7) attraverso la Strategia, il Governo si è impegnato, in particolare, a raggiungere entro il 2026 l'incremento di cinque punti nella classifica dell'Indice sull'uguaglianza di genere elaborato dall'Istituto europeo per l'uguaglianza di genere (Eige), che nel 2020 – momento dell'elaborazione della Strategia – vedeva l'Italia al 14esimo posto nella classifica dei Paesi dell'Unione europea;

    8) in concreto, la classifica generale dell'Italia è migliorata di una posizione nel 2023, portandosi dal 14° al 13° posto nell'Unione europea. Tuttavia, l'incremento maggiore degli altri Stati membri ha portato l'Italia a perdere una posizione, collocandosi nuovamente, nel 2024, al 14° posto;

    9) va comunque segnalato che, nel corso degli ultimi quattro anni, l'Italia ha acquistato un punteggio migliore nella classifica Eige. Infatti, nell'indice sull'uguaglianza di genere 2020, l'Italia aveva ottenuto un punteggio di 63,5 su 100, inferiore alla media dell'Unione europea di 4,4, punti. Mentre, nell'indice dell'anno 2024, l'Italia vanta un punteggio di 69,2 su 100, inferiore di 1,8 rispetto al punteggio dell'Unione europea nel suo complesso (pari a 71). Il principale fattore trainante di questo aumento nel 2024 è stato il miglioramento dell'indice di valutazione relativo al dominio del potere (+ 3,8 punti). Si consideri che i punteggi dell'Italia sono inferiori a quelli della media dell'Unione europea in tutti i settori, ad eccezione di quelli della salute e del potere. Le disuguaglianze di genere sono più marcate nei settori della conoscenza (61 punti), del potere (66,5 punti) – dove tuttavia si registrano i maggiori progressi – e del lavoro (65,5 punti). Da ultimo, l'Italia continua a detenere il punteggio più basso di tutti gli Stati membri dell'Unione nel settore del lavoro (65,5), mentre il punteggio più alto è nel settore della salute (89,3 punti);

    10) non è nota ad oggi una relazione sul monitoraggio degli obiettivi raggiunti o meno della Strategia. Da una prima analisi dei risultati ottenuti si evidenziano: l'aumento dell'occupazione femminile che dal 2022 prosegue un percorso di crescita costante, ma che non ha ancora raggiunto il target europeo e non ha ridotto in modo sufficiente il gap rispetto all'occupazione maschile. Inoltre, nell'ultimo anno, il gap salariale risulta aumentato e non diminuito. Il numero di imprese femminili è rimasto praticamente al dato del 2022, senza avere accelerato come era previsto. Si conferma un dato consolidato positivo di raggiungimento della presenza femminile delle donne nei consigli di amministrazione, ma non con altrettanto aumento delle donne all'apice di ruoli esecutivi. Nelle università aumenta il numero delle donne rettrici, ma, al contempo, non è ancora raggiunto il target sulla presenza di donne nelle materie ad alto impatto di innovazione e materie Stem. Sul fronte del tempo, il congedo di paternità è rimasto lo stesso dal 2022, senza aver visto alcun aumento. La certificazione per la parità di genere, infine, introdotta nel 2022 come strumento volto ad accompagnare ed incentivare le imprese ad adottare policy adeguate a ridurre il divario di genere in tutte le aree maggiormente critiche per la crescita professionale delle donne, sta portando importanti risultati nel mondo imprenditoriale e si propone come uno strumento da rafforzare ulteriormente;

    11) per rafforzare la governance della Strategia 2021-2026, la legge di bilancio per il 2022 (articolo 1, commi 139-148, legge n. 234 del 2021), oltre a prevedere l'adozione di un Piano strategico nazionale per la parità di genere, ha disposto l'istituzione presso il Dipartimento per le pari opportunità di una cabina di regia interistituzionale e di un Osservatorio nazionale per l'integrazione delle politiche per la parità di genere;

    12) la cabina di regia – istituita con successivo decreto del 27 gennaio 2022 – ha funzioni di raccordo tra le diverse amministrazioni coinvolte e tra i diversi livelli di governo, al fine di coordinare le azioni a livello centrale e territoriale. Tra i compiti, spetta alla cabina di regia quello di effettuare la ricognizione periodica sullo stato di attuazione delle misure, degli interventi previsti nel Piano strategico nazionale per la parità di genere, nonché garantire la programmazione delle risorse destinate al finanziamento del Piano;

    13) l'Osservatorio nazionale per l'integrazione delle politiche di genere, istituito con decreto del 22 febbraio 2022, è invece l'organismo tecnico di supporto alla cabina di regia, con funzioni di monitoraggio, analisi, studio e proposta dei possibili strumenti per la definizione e l'attuazione del Piano strategico nazionale, valutandone l'impatto al fine di migliorarne l'efficacia e integrarne gli strumenti;

    14) com'è noto, l'attuale Strategia terminerà il suo corso fra pochi mesi. L'analisi del divario di genere in Italia, però, rivela ancora un quadro complesso: se da un lato si registrano progressi, dall'altro permangono aree critiche che richiedono ulteriori interventi, mirati ed incisivi. La rappresentanza politica femminile, pur migliorata, necessita di ulteriori sforzi per raggiungere una vera parità. Allo stesso tempo, il mercato del lavoro resta un terreno di battaglia cruciale per l'uguaglianza di genere;

    15) il genere femminile rappresenta oltre la metà della popolazione e, pur registrando livelli di istruzione mediamente superiori, le donne continuano a incontrare ostacoli strutturali nell'accesso e nella permanenza nel mercato del lavoro, con ricadute dirette sui livelli retributivi e, in prospettiva, sulla consistenza dei trattamenti pensionistici. Ciò integra non soltanto una criticità di natura sociale, ma altresì un rilevante profilo economico, poiché il divario di genere non si esaurisce in una questione di pari diritti, ma costituisce un vincolo sistemico alla produttività e alla crescita del Paese. Per citare i dati più significativi, il Rendiconto di genere 2025 Inps evidenzia, nel 2024, un tasso di occupazione femminile attestato al 53,3 per cento, a fronte del 71,1 per cento maschile, con uno scarto prossimo ai 18 punti percentuali. Le assunzioni femminili rappresentano il 42,2 per cento del totale e, con specifico riferimento ai contratti a tempo indeterminato, la quota si riduce ulteriormente al 36,7 per cento, delineando una penalizzazione tanto quantitativa quanto qualitativa: minore accesso al lavoro e minore stabilità. Anche laddove l'occupazione è presente, infatti, essa risulta frequentemente connotata da maggiore fragilità: le donne costituiscono il 67,2 per cento dei lavoratori a tempo parziale e il part-time involontario interessa il 13,7 per cento delle occupate, contro il 4,6 per cento degli uomini. Permangono, inoltre, centrali il profilo retributivo, poiché il differenziale salariale di genere risulta ancora superiore a 25 punti percentuali, e la sottorappresentazione nei ruoli apicali, con posizioni dirigenziali ricoperte da donne nel 21,8 per cento dei casi, mentre, tra i quadri, la componente femminile si attesta al 33,1 per cento. Ne derivano, in termini economici e previdenziali, salari mediamente più contenuti, minori versamenti contributivi, ridotta autonomia economica e un incremento del rischio di povertà nel medio periodo;

    16) il divario di genere non può essere qualificato quale profilo «accessorio» o marginale, bensì costituisce un indicatore determinante della capacità competitiva del sistema Paese. In assenza di interventi idonei a ridurre i divari tra percorso formativo e accesso all'occupazione, tra occupazione e livelli retributivi, nonché tra livelli retributivi e adeguatezza dei trattamenti pensionistici, l'Italia è destinata a registrare perdite persistenti in termini di crescita, gettito, dinamica demografica e coesione sociale. In tale prospettiva, la parità di genere non si configura esclusivamente quale obiettivo di civiltà giuridica, ma come asse strategico di politiche tra loro interdipendenti quali quelle industriali, fiscali e demografiche, da perseguire in modo integrato e misurabile;

    17) il Piano nazionale di ripresa e resilienza aveva introdotto target e obiettivi trasversali sulla partita di genere, che, anche a causa delle revisioni che si sono susseguite, ad oggi non sono stati raggiunti, come la copertura dei posti per i servizi educativi 0-3 anni;

    18) la Strategia nazionale per la parità di genere rappresenta un passo importante, ma il suo successo e i miglioramenti all'interno del nostro tessuto sociale dipenderanno dalla capacità di perseguire l'implementazione e monitorare efficacemente le misure previste. Solo attraverso un impegno costante e una visione strategica a lungo termine, l'Italia potrà colmare il divario di genere e garantire pari opportunità a tutte le sue cittadine e i suoi cittadini,

impegna il Governo:

1) a prevedere che l'autorità politica delegata alle pari opportunità illustri quanto prima al Parlamento lo stato di attuazione della Strategia nazionale per la parità di genere 2021-2026, con particolare riferimento alle criticità non colmate in relazione alle priorità strategiche originarie;

2) ad adottare la prossima Strategia nazionale per la parità di genere, con decorrenza dal 2027, nel solco di quella precedente, anche con riferimento a quanto emergerà dalla relazione circa lo stato di attuazione dell'attuale Strategia, mantenendo il medesimo approccio, obiettivi non inferiori e Kpi specifici e misurabili;

3) nelle more della redazione della nuova Strategia, prevista per legge, ad assumere iniziative volte a dare piena attuazione alla Strategia nazionale per la parità di genere 2021-2026;

4) a intraprendere tutte le iniziative di competenza per il raggiungimento dell'obiettivo individuato nel Piano nazionale di ripresa e resilienza circa il superamento delle disparità di genere, prevedendo, altresì, una rendicontazione finale al Parlamento;

5) a valutare l'opportunità di adottare iniziative di carattere normativo per integrare le disposizioni di cui alla legge 30 dicembre 2021, n. 234, al fine di introdurre l'obbligo per l'autorità politica delegata alle pari opportunità di presentare relazioni periodiche, nonché una finale, con oggetto lo stato di attuazione della Strategia.
(1-00551) «Bonetti, Richetti, Benzoni, D'Alessio, Grippo, Sottanelli, Onori, Pastorella, Rosato, Ruffino».

(3 marzo 2026)

   La Camera,

   premesso che:

    1) l'8 marzo si celebra la Giornata internazionale della donna, una ricorrenza che affonda le proprie radici nelle lotte per l'emancipazione femminile e per il riconoscimento dei diritti civili, sociali e politici delle donne e che rappresenta oggi un momento di riflessione collettiva sulla condizione femminile, sui diritti conquistati e sulle disuguaglianze che ancora persistono;

    2) la parità di genere costituisce un obiettivo fondamentale, riconosciuto dagli ordinamenti internazionali ed europei e che trova radicamento direttamente nella Costituzione della Repubblica italiana quale principio essenziale per la realizzazione dell'eguaglianza sostanziale e per la promozione dello sviluppo democratico, sociale ed economico della collettività;

    3) la Costituzione, agli articoli 3, 31, 37 e 51, sancisce il principio di uguaglianza formale e sostanziale tra uomini e donne, tutela la maternità, promuove l'accesso paritario agli uffici pubblici e alle cariche elettive e attribuisce allo Stato e alla società l'obbligo di rimuovere ogni ostacolo di ordine economico, sociale e culturale che impedisce la piena realizzazione dei diritti di pari opportunità;

    4) l'ordinamento europeo riconosce la parità tra donne e uomini quale valore fondante dell'Unione, ai sensi dell'articolo 2 del Trattato sull'Unione europea e dell'articolo 23 della Carta dei diritti fondamentali dell'Unione europea, imponendo agli Stati membri l'obbligo di attuare politiche coerenti e integrate per la piena effettività della parità di genere;

    5) tale esigenza assume carattere di estrema urgenza alla luce del Rapporto annuale 2025 del World economic forum sul gender gap globale, secondo cui il divario di genere si attesta al 68,8 per cento e, al ritmo attuale, si stima che il pieno raggiungimento della parità di genere richiederà ulteriori 123 anni;

    6) secondo il Rendiconto di genere 2025 dell'Istituto nazionale della previdenza sociale (Inps), presentato a Roma il 24 febbraio 2026, il tasso di occupazione femminile in Italia si attesta al 53,3 per cento per le donne tra i 15 e i 65 anni, a fronte del 71,1 per cento registrato per gli uomini, con un divario di genere pari a 17,8 punti percentuali;

    7) nel Mezzogiorno il tasso di occupazione si ferma al 36,9 per cento, contro il 62,4 per cento registrato nel Nord, con nessuna regione meridionale che abbia raggiunto i target previsti dalla Strategia di Lisbona, aggravando il fenomeno della povertà femminile e della dipendenza economica;

    8) tale livello occupazionale colloca l'Italia nelle ultime posizioni tra i Paesi dell'Unione europea: secondo il Rapporto Cnel-Istat «Il lavoro delle donne tra ostacoli e opportunità», il tasso di occupazione femminile italiano presenta un distacco di 12,6 punti percentuali rispetto alla media dell'Unione europea, mentre il divario di genere nel tasso di occupazione risulta quasi doppio rispetto alla media europea, evidenziando una persistente difficoltà strutturale del mercato del lavoro nazionale a integrare pienamente la componente femminile;

    9) l'uguaglianza di genere e le pari opportunità devono essere oggetto di specifici interventi di politica economica e di investimenti pubblici mirati che riconoscano la parità tra donne e uomini quale elemento strutturale dello sviluppo economico;

    10) secondo stime dell'Agenzia europea Eurofound, il divario occupazionale di genere determina una perdita economica stimata in circa 370 miliardi di euro l'anno, pari a circa il 2,8 per cento del prodotto interno lordo dell'Unione europea, configurando un significativo potenziale produttivo inutilizzato. L'ultimo triennio italiano si è contraddistinto per una produzione industriale e una crescita minima e prossima alla recessione: rinunciare a intervenire sul predetto versante significa dismettere uno strumento fondamentale per la realizzazione di obiettivi di primario interesse sociale prima ancora che economico;

    11) il miglioramento della parità di genere è capace di generare, entro il 2050, un aumento del prodotto interno lordo pro capite dell'Eurozona compreso tra il 6 e il 10 per cento, oltre che la creazione di oltre dieci milioni di posti di lavoro, evidenziando come l'aumento dell'occupazione femminile rappresenti uno dei principali fattori di rafforzamento della competitività economica europea;

    12) nonostante le donne rappresentino il 58 per cento dei laureati, superando gli uomini in termini di tasso di conseguimento di lauree triennali e magistrali, tuttavia continuano a essere fortemente sottorappresentate nelle discipline Stem (science, technology, engineering and mathematics). Solo il 16,6 per cento delle laureate italiane proviene da tali discipline, un dato che evidenzia un divario significativo rispetto agli uomini e che ha implicazioni importanti sul loro accesso ai settori lavorativi più remunerativi e strategici per la crescita economica e tecnologica del Paese;

    13) a più elevati livelli di istruzione non corrispondono, per il genere femminile, altrettanto più elevati livelli di retribuzione o di posizione, confermando come l'adozione di interventi normativi mirati siano indispensabili per ovviare a criticità strutturali per il sistema economico-sociale del Paese;

    14) permane il cosiddetto «soffitto di cristallo»: mentre, in seguito alla legge 12 luglio 2011, n. 120, la presenza femminile nei consigli di amministrazione delle società quotate è aumentata, le donne che ricoprono il ruolo di amministratrice delegata sono inferiori al cinque per cento del totale (Istat-Cnel 2025) e solo il 28,8 per cento delle imprese italiane è a conduzione femminile. Nonostante i fondi messi a disposizione dal Next generation EU, nessuna azione concreta è stata adottata dal Governo per proseguire il percorso di legittimazione inaugurato dalla «legge Golfo-Mosca»;

    15) tra gli uomini circa sette occupati su dieci possono contare su un lavoro standard, dipendente a tempo indeterminato o autonomo con dipendenti; tra le donne tale condizione riguarda poco più della metà delle occupate, evidenziando una maggiore esposizione femminile al lavoro precario e a condizioni occupazionali vulnerabili;

    16) l'incidenza del part-time è particolarmente elevata tra le donne: quasi un terzo delle occupate lavora a tempo parziale e oltre il 40 per cento di queste lo fa in modo involontario, ossia per assenza di alternative a tempo pieno. Quella del tempo parziale si rivela spesso una scelta obbligata da condizioni familiari e culturali, che vedono la donna chiamata a rinunciare al proprio percorso professionale per assolvere a un dovere di cura della famiglia, che, nel 2026, non può che intendersi paritariamente ripartito tra uomo e donna. È obbligata la predisposizione di strumenti alternativi che favoriscano la conciliazione vita-famiglia, ma scoraggino il ricorso al part-time, che, oltre a riflettersi negativamente sulla produzione, inficia irrimediabilmente l'autonomia professionale ed economica della donna: nel 2024 le lavoratrici part-time superano i lavoratori uomini di ben 1,4 milioni di unità, confermando la gravità del fenomeno e dei suoi riflessi sociali ed economici;

    17) la precarietà lavorativa femminile, o l'impegno lavorativo parziale, si riflette negativamente anche sulle prospettive di pensionamento, aggravando ulteriormente le prospettive di emancipazione economica delle donne, costituendo una delle principali cause di vulnerabilità economica femminile in età anziana;

    18) la segregazione occupazionale persiste e risulta marcata, con metà dell'occupazione femminile concentrata in un numero ristretto di professioni, limitando le opportunità di carriera e contribuendo alla permanenza di disuguaglianze strutturali tra i generi;

    19) la carenza di servizi socio-educativi e assistenziali accessibili e flessibili, come asili nido, scuole pubbliche con orari prolungati e strutture per l'assistenza agli anziani, impatta negativamente sulle prospettive occupazionali e di carriera delle donne, inficiando la conquista di un'effettiva parità di genere nel campo lavorativo;

    20) sebbene l'utilizzo del congedo di paternità sia al 64,5 per cento, la durata di 10 giorni del congedo obbligatorio per i padri, prevista dal decreto legislativo n. 105 del 2022, in attuazione della direttiva (UE) 2019/1158, risulta ancora insufficiente a riequilibrare la distribuzione dei carichi familiari;

    21) martedì 24 febbraio 2026 la maggioranza ha bocciato la proposta che prevedeva di equiparare i mesi di sospensione dal lavoro per le madri e i padri e di innalzare la copertura economica dall'80 al 100 per cento, respingendo una misura concreta di condivisione della responsabilità genitoriale; una decisione che, di fatto, perpetua l'asimmetria nei carichi di cura e scarica ancora una volta sulle donne il costo economico e professionale della maternità;

    22) in tante aziende italiane esiste ancora una forte discriminazione di genere basata su stereotipi radicati che presumono erroneamente che le donne, specialmente in età fertile o già madri, siano meno affidabili o meno «dedicate» al lavoro, in quanto vengono spesso percepite come poco disponibili a fare straordinari o a spostarsi per motivi professionali. Tali pregiudizi impliciti portano a una minore fiducia nell'affidare loro ruoli di grande responsabilità o a offrire opportunità di crescita professionale, alimentando il fenomeno del «soffitto di cristallo», ossia di barriere invisibili che impediscono alle donne, anche quando dimostrano di avere le competenze e l'esperienza necessarie per ricoprire ruoli di alto livello, di accedere a posizioni di leadership o di avanzare nella carriera aziendale o istituzionale;

    23) il persistente basso livello di occupazione femminile costituisce un fattore di debolezza strutturale del sistema economico italiano, riducendo il potenziale di sviluppo e contribuendo al progressivo ritardo dell'Italia rispetto agli altri Paesi europei. La piena partecipazione delle donne al mercato del lavoro rappresenta, pertanto, una condizione essenziale per la crescita economica e la competitività del Paese;

    24) il divario di genere è evidente anche nella retribuzione: le donne italiane guadagnano mediamente meno degli uomini, con un gender pay gap complessivo che raggiunge il 43 per cento tra i salari annui medi, uno dei più alti in Europa. Nel settore privato, in particolare, il gender pay gap diventa più marcato, considerando le differenze di carriera che vedono solo il 28 per cento delle posizioni dirigenziali nelle imprese occupate da donne, rispetto al 33 per cento della media europea;

    25) le politiche attuali, nel loro complesso, tendono a incentivare principalmente la nascita del secondo e del terzo figlio, riflettendo una visione che focalizza le politiche di genere sulla promozione della maternità come priorità centrale per le donne, sottintendendo che il ruolo primario delle donne sia quello di madri. Questo orientamento politico e culturale non considera adeguatamente il desiderio di molte donne di conciliarsi con il lavoro, né promuove un sistema equo che condivida il peso delle responsabilità genitoriali e familiari con i padri, ma rafforza una visione tradizionale del ruolo delle donne, limitando le loro opportunità di crescita professionale e occupazionale;

    26) la persistente disuguaglianza economica e la limitata autonomia finanziaria costituiscono, inoltre, elementi che possono incidere sulla condizione di vulnerabilità delle donne, anche con riferimento alla possibilità di sottrarsi a situazioni di violenza o di dipendenza;

    27) la violenza economica è una delle ragioni per cui le donne faticano a denunciare violenze in ambito familiare, soprattutto quando il partner detiene il potere economico, il controllo completo sulle finanze e sulle risorse familiari;

    28) secondo le più recenti rilevazioni dell'Istituto nazionale di statistica (Istat), nel 2025 sono circa 6 milioni e 400 mila, pari al 31,9 per cento, le donne italiane tra i 16 e i 75 anni che hanno subito nel corso della vita almeno una forma di violenza fisica o sessuale a partire dai 16 anni di età e una quota significativa di queste violenze è perpetrata da partner o ex partner. Simili dati confermano la distanza siderale dagli obiettivi prefissati dalla Convenzione di Istanbul e dalla direttiva (UE) 2024/1385 sulla lotta alla violenza contro le donne e alla violenza domestica, che impone agli Stati membri anche di tipizzare penalmente le principali forme di violenza digitale di genere, rafforzare l'assistenza alle vittime e promuovere misure di prevenzione, educazione e formazione, con obbligo di adeguamento entro il 2027;

    29) la violenza digitale di genere, che si concretizza attraverso la diffusione non consensuale di immagini e video intimi, il cosiddetto revenge porn, il cyberstalking, il sextortion (estorsione a sfondo sessuale), le molestie e le minacce online, le campagne d'odio sessista, nonché, sempre più frequentemente, le deepfake (la creazione e la diffusione di contenuti falsi o manipolati mediante sistemi di intelligenza artificiale), spesso a sfondo sessuale, sono in aumento, in particolare tra le giovani donne (i dati della polizia postale relativi al 2024 hanno registrato quasi 2.000 casi di reati online contro le donne, con un aumento del cyberstalking dell'8 per cento; nel 2025 è stato registrato un forte aumento dei reati online a connotazione di genere, con 477 procedure di «codice rosso» attivate, colpendo prevalentemente le donne attraverso stalking, molestie e revenge porn);

    30) la prevenzione della violenza di genere non può limitarsi alla sola dimensione repressiva, ma deve fondarsi su un approccio integrato che comprenda misure di prevenzione di tipo culturale, educazione al rispetto, all'affettività consapevole e alla parità di genere nelle scuole, superando stereotipi di genere e modelli di maschilità tossica in favore di relazioni improntate al rispetto e all'uguaglianza. L'adozione di interventi legislativo mirati, e cioè, volti ad assicurare alle donne parità di chance rispetto agli uomini nell'accesso a posizioni lavorative e retributive, rappresenta una precondizione culturale, prima ancora che economica, capace di contrastare efficacemente il fenomeno della violenza di genere;

    31) in tale contesto assume particolare rilevanza anche la promozione della cultura del consenso libero, consapevole e informato nelle relazioni affettive e sessuali, inteso quale espressione della piena libertà di autodeterminazione della persona e quale presupposto fondamentale per relazioni fondate sul rispetto reciproco e sull'uguaglianza;

    32) la diffusione della cultura del consenso rappresenta uno strumento essenziale per prevenire comportamenti abusivi e per contrastare modelli relazionali basati sul possesso, sulla sopraffazione e sul controllo, contribuendo in modo significativo alla riduzione della violenza di genere, anche alla luce delle nuove forme di violenza digitale che colpiscono, in particolare, le giovani generazioni,

impegna il Governo:

1) ad adottare una strategia nazionale strutturale per la parità di genere, con obiettivi misurabili e verificabili, finalizzata alla riduzione del divario occupazionale, retributivo e previdenziale tra donne e uomini;

2) ad adottare misure concrete per l'incremento dell'occupazione femminile stabile e di qualità, con particolare attenzione alle aree del Mezzogiorno, anche mediante politiche attive del lavoro mirate e interventi volti a favorire la permanenza delle donne nel mercato del lavoro dopo la maternità;

3) a sviluppare misure di sostegno per l'accesso delle donne alle posizioni dirigenziali e di leadership, favorendo politiche di quota di genere nei processi di selezione e assunzione e adottando iniziative, anche normative, volte a introdurre maggiori incentivi per le aziende che adottano politiche inclusive;

4) a prevedere misure che incentivino l'inclusione femminile nei settori caratterizzati da alta disparità di genere, come le discipline Stem (science, technology, engineering and mathematics), strategici per la crescita economica e tecnologica del Paese, attraverso politiche di orientamento, borse di studio dedicate e misure per combattere gli stereotipi di genere che ancora limitano le scelte formative delle ragazze;

5) ad incentivare le politiche di welfare aziendale che favoriscono la conciliazione lavoro-famiglia e sostengono il reinserimento delle donne nel mercato del lavoro dopo periodi di assenza e che favoriscono il lavoro flessibile, con particolare riguardo al lavoro agile, al part-time e ai servizi per l'infanzia e al lavoro agile, incentivandolo e compatibilmente con esigenze organizzative, su base accordi, favorendo anche la settimana corta al fine di favorire di organizzare il lavoro in maniera meno standardizzata e più aderente ai ritmi richiesti dalla combinazione di lavoro e famiglia;

6) ad assumere iniziative normative per rendere obbligatoria l'applicazione delle premialità legate all'inclusione lavorativa delle donne nei bandi di gara e appalti pubblici, garantendo che le aziende che adottano politiche inclusive e paritarie ricevano riconoscimenti tangibili in termini di punteggi aggiuntivi, come previsto dal Piano nazionale di ripresa e resilienza, al fine di promuovere una maggiore partecipazione delle donne al lavoro;

7) ad adottare iniziative volte a sostenere l'imprenditoria femminile e a rafforzare la presenza delle donne nei ruoli decisionali delle imprese e nelle società partecipate pubbliche, confermando le misure della legge 12 luglio 2011, n. 120 (cosiddetta «legge Golfo-Mosca»), così come modificata nel tempo;

8) ad adottare iniziative volte a potenziare il sistema di certificazione della parità di genere, incentivando ulteriormente le imprese a ottenere la certificazione attraverso meccanismi di premialità più efficaci e diffondendo la consapevolezza sui vantaggi derivanti dall'adozione di misure concrete per ridurre il divario di genere;

9) a rafforzare le politiche di conciliazione tra vita lavorativa e responsabilità familiari, attraverso il potenziamento dell'accesso ai servizi di supporto alla famiglia, come asili nido e scuole con orari prolungati, attraverso l'ampliamento dell'offerta di tali servizi su tutto il territorio nazionale, con particolare attenzione alle regioni del Mezzogiorno, al fine di consentire alle donne di partecipare attivamente al mercato del lavoro, senza dover ridurre le proprie ore lavorative o abbandonare il lavoro;

10) ad assumere iniziative di competenza, anche di carattere normativo, volte a introdurre misure di contrasto al gender pay gap, anche mediante il rafforzamento degli strumenti di trasparenza retributiva e dei sistemi di monitoraggio delle differenze salariali tra donne e uomini;

11) ad assumere iniziative normative per prevedere forme di tutela e protezione sociale per le lavoratrici autonome e libere professioniste, anche in materia di maternità, congedi e accesso agli ammortizzatori sociali;

12) ad adottare iniziative normative al fine di rivedere e rafforzare le misure di congedo parentale, introducendo un sistema di congedi parentali pienamente paritario tra madri e padri, attraverso l'equiparazione dei periodi di sospensione dal lavoro e l'innalzamento della copertura economica fino al 100 per cento della retribuzione, in linea con la proposta di congedo parentale paritario recentemente respinta dalla maggioranza parlamentare, al fine di promuovere una reale condivisione delle responsabilità genitoriali e di superare un modello che continua a scaricare prevalentemente sulle donne il costo economico e professionale della maternità;

13) ad adottare iniziative normative volte a ridurre il divario pensionistico tra donne e uomini, anche attraverso il riconoscimento dei periodi di cura familiare e misure finalizzate a compensare gli effetti delle carriere lavorative discontinue sulle prestazioni previdenziali femminili;

14) ad adottare iniziative di competenza volte a rafforzare ed estendere il «reddito di libertà» al fine di sostenere l'autonomia economica delle donne vittime di violenza;

15) ad assumere iniziative di carattere normativo volte a garantire il pieno recepimento e l'effettiva attuazione della direttiva (UE) 2024/1385 sulla lotta alla violenza contro le donne e alla violenza domestica, assicurando il rafforzamento delle misure di prevenzione, protezione e assistenza alle vittime e l'adeguamento dell'ordinamento nazionale alle disposizioni europee entro i termini previsti;

16) ad assumere iniziative di competenza volte a prevenire e contrastare in modo organico e continuativo la violenza di genere, fisica, sessuale, psicologica ed economica, nonché quella digitale, mediante il rafforzamento e la diffusione capillare dei centri antiviolenza e delle case rifugio, il potenziamento degli sportelli di ascolto e dei servizi di supporto psicologico e legale;

17) ad adottare iniziative, anche normative, per promuovere l'introduzione strutturale di programmi di educazione affettiva, relazionale e sessuale nelle scuole, nel rispetto dell'autonomia scolastica, finalizzati alla prevenzione della violenza di genere, al contrasto degli stereotipi di genere e alla promozione di relazioni fondate sul rispetto e sulla parità;

18) ad adottare iniziative normative volte a garantire che la disciplina penale in materia di violenza sessuale sia fondata sul principio del consenso libero, esplicito, attuale e revocabile quale presupposto essenziale della liceità di ogni relazione sessuale;

19) a promuovere campagne permanenti di sensibilizzazione contro la violenza di genere e contro gli stereotipi sessisti, rivolte in particolare alle giovani generazioni e ai contesti digitali;

20) a rafforzare l'impegno dell'Italia nelle sedi europee, internazionali e multilaterali per la prevenzione e il contrasto di ogni forma di violenza contro le donne e le ragazze, con particolare attenzione alla condizione delle donne nei teatri di guerra e nei contesti caratterizzati da gravi restrizioni delle libertà fondamentali e dei diritti civili, quali Afghanistan e Iran, alla protezione delle donne nei conflitti in Ucraina e nell'Africa subsahariana e al sostegno alla prevenzione e alla repressione della violenza di genere nei Paesi colpiti da conflitti armati o da regimi autoritari.
(1-00552) «Gadda, Boschi, Del Barba, Faraone, Bonifazi, Giachetti».

(3 marzo 2026)

INTERROGAZIONI A RISPOSTA IMMEDIATA

   LOIZZO, MOLINARI, ANDREUZZA, ANGELUCCI, BAGNAI, BARABOTTI, BENVENUTO, BILLI, BISA, BOF, BORDONALI, BOSSI, BRUZZONE, CANDIANI, CAPARVI, CARLONI, CARRÀ, CATTOI, CAVANDOLI, CECCHETTI, CENTEMERO, COIN, COMAROLI, CRIPPA, DARA, DE BERTOLDI, DI MATTINA, FORMENTINI, FRASSINI, FURGIUELE, GIACCONE, GIAGONI, GIGLIO VIGNA, GUSMEROLI, IEZZI, LATINI, LAZZARINI, MACCANTI, MARCHETTI, MATONE, MIELE, MONTEMAGNI, MORRONE, NISINI, OTTAVIANI, PANIZZUT, PIZZIMENTI, PRETTO, RAVETTO, SUDANO, TOCCALINI, ZINZI e ZOFFILI. — Al Ministro dell'istruzione e del merito. — Per sapere – premesso che:

   la riforma della filiera formativa tecnologico-professionale prevede un percorso quadriennale di istruzione secondaria di secondo grado, seguito da un percorso formativo presso gli Its academy (filiera 4+2), e rappresenta una delle innovazioni più significative introdotte negli ultimi anni nel nostro sistema di istruzione e formazione. Essa ha l'obiettivo di integrare in modo strutturale la formazione scolastica e l'alta specializzazione tecnica, rafforzando il collegamento con il tessuto produttivo e riducendo il divario tra domanda e offerta di elevate competenze;

   la sperimentazione di questo modello è stata introdotta con il decreto-legge 23 settembre 2022, n. 144, e, successivamente, il decreto-legge 9 settembre 2025, n. 127, ha disposto il consolidamento dei percorsi della filiera formativa tecnologico-professionale all'interno dell'offerta formativa del secondo ciclo del sistema educativo di istruzione e formazione, disciplinandone l'attivazione;

   si tratta di una riforma che guarda alle esigenze del Paese. I dati sull'occupazione dei giovani che conseguono un diploma di tecnico superiore presso un Its academy sono, infatti, estremamente incoraggianti: secondo le rilevazioni più recenti, oltre l'80 per cento dei diplomati trova lavoro a un anno dal conseguimento del titolo, in coerenza con il percorso di studi svolto;

   tale dato è in netta controtendenza rispetto al fenomeno, purtroppo ancora preoccupante, dei giovani che non studiano e non lavorano (neet) in Italia, che rappresentano una delle percentuali più alte in Europa e costituiscono una vera emergenza sociale ed economica;

   in questo quadro, il percorso 4+2 si configura come uno strumento strategico per contrastare la dispersione scolastica, ridurre il mismatch tra competenze richieste dalle imprese e formazione offerta e offrire ai giovani italiani opportunità concrete di inserimento qualificato nel mondo del lavoro;

   i numeri, ad oggi, confermano il successo di questa riforma strategica per il mondo della scuola: si registra un'adesione particolarmente significativa nelle regioni del Mezzogiorno, dove il modello 4+2 sta incontrando un interesse crescente;

   in questo contesto, un impatto positivo della riforma, in termini di orientamento, coinvolgimento delle imprese e prosecuzione naturale verso gli Its academy, potrà tradursi in una reale svolta per il futuro dei nostri giovani e per la competitività del sistema Italia –:

   quali riscontri, in termini di iscrizioni ai percorsi quadriennali della filiera formativa tecnologico-professionale (filiera 4+2) si registrino sul territorio nazionale, se vi siano differenze significative tra le diverse aree geografiche e quali siano i dati aggiornati relativi alle adesioni da parte degli istituti scolastici.
(3-02528)

(3 marzo 2026)

   BICCHIELLI, TASSINARI, DALLA CHIESA, MULÈ, BARELLI, ARRUZZOLO, BAGNASCO, BATTILOCCHIO, BATTISTONI, BELLOMO, BENIGNI, DAVIDE BERGAMINI, DEBORAH BERGAMINI, BOSCAINI, CALDERONE, CANNIZZARO, CAPPELLACCI, CAROPPO, CASASCO, CASTIGLIONE, CATTANEO, CORTELAZZO, ENRICO COSTA, D'ATTIS, DE MONTE, DE PALMA, FASCINA, GATTA, GENTILE, LOVECCHIO, MANGIALAVORI, MARROCCO, MAZZETTI, MINARDO, NEVI, ORSINI, PAGANO, PATRIARCA, PELLA, PIERRO, PITTALIS, POLIDORI, ROSSELLO, RUBANO, PAOLO EMILIO RUSSO, SACCANI JOTTI, SALA, SORTE, SQUERI e TENERINI. — Al Ministro dell'università e della ricerca. — Per sapere – premesso che:

   la ricerca è uno dei principali motori di sviluppo del nostro Paese, che, attraverso il rafforzamento del capitale umano, consente di trasformare la conoscenza in valore e opportunità per la crescita economica, sociale e culturale;

   le università e gli enti pubblici di ricerca hanno storicamente sofferto della discontinuità e della frammentazione degli strumenti di finanziamento, nonché di tempistiche incerte e, a volte, troppo lunghe, anche rispetto alla media europea, tra la presentazione delle domande e l'effettiva assegnazione delle risorse (cosiddetto «time to grant»), con ricadute negative sull'attualità delle linee progettuali e sulla competitività internazionale;

   per creare le condizioni di autonomia, nel segno della sostenibilità e della responsabilità, delle istituzioni della formazione superiore e della ricerca, è necessario garantire tempi e modalità certe di programmazione e di assegnazione delle risorse finanziarie per costruire, anche attraverso collaborazioni pubbliche e private, progetti innovativi e di largo respiro;

   la previsione, nella legge di bilancio per il 2026, di un Fondo unico per la programmazione della ricerca, con una dotazione complessiva di 409 milioni di euro circa per il 2026, con investimenti pari a 1,2 miliardi di euro nel triennio, e di un Piano triennale della ricerca costituisce un importante strumento di semplificazione e di razionalizzazione delle risorse pubbliche nel panorama nazionale;

   la tempestiva approvazione del Piano triennale della ricerca 2026-2028, adottato con decreto ministeriale 30 gennaio 2026, n. 150, rappresenta un fondamentale passo in avanti in questa prospettiva –:

   in che cosa consista, nel dettaglio, il Piano triennale della ricerca, quali siano i relativi tempi di attuazione e le principali innovazioni introdotte con il nuovo sistema di programmazione.
(3-02529)

(3 marzo 2026)

   RICHETTI, BENZONI, D'ALESSIO, GRIPPO e SOTTANELLI. — Al Ministro delle imprese e del made in Italy. — Per sapere – premesso che:

   la provincia di Modena sta purtroppo affrontando alcune gravi crisi industriali;

   il 16 febbraio 2026, nell'ambito di un tavolo interistituzionale alla presenza delle istituzioni regionali dell'Emilia-Romagna e locali, i vertici di Vantive hanno annunciato la volontà dell'azienda, di proprietà del fondo Carlyle, di vendere il sito di Medolla, senza che risultino definiti tempi, perimetro dell'operazione e, soprattutto, un quadro chiaro di scenari industriali e occupazionali per più di 500 persone. Nel corso del primo incontro del tavolo regionale, a dicembre 2025, l'azienda si era impegnata a consegnare entro il 31 marzo 2026 un piano industriale, atteso da mesi;

   nel frattempo, si è appreso negli ultimissimi giorni che il 23 marzo 2026 è stato convocato un tavolo di confronto tra Ministero, regione e vertici aziendali, ma senza alcuna prospettiva certa per le 520 famiglie tristemente coinvolte;

   a Solignano di Castelvetro, lo stabilimento Ceramiche Ascot-Dom avrebbe visto, invece, la sospensione dell'attività produttiva a partire da marzo 2026 per carenza di commesse e sino a data da destinarsi, con ricadute su 69 dipendenti;

   le vicende sopra richiamate insistono su comparti, quello biomedicale e quello ceramico, di rilievo strategico per la manifattura nazionale e per le filiere territoriali, tali da determinare effetti moltiplicativi sull'indotto, sulle competenze specialistiche e sulla tenuta sociale delle comunità interessate;

   l'assenza di un quadro industriale verificabile, composto da piani, investimenti e continuità delle produzioni, accresce l'incertezza e rende necessarie iniziative tempestive di coordinamento istituzionale, anche al fine di prevenire dismissioni e delocalizzazioni non governate –:

   quali iniziative di competenza intenda adottare per prevenire la perdita strutturale di capacità produttiva del territorio modenese e per sostenere percorsi di reindustrializzazione e di rilancio dell'intero tessuto socio-economico, mediante strumenti seri e concreti di politica industriale, anche al fine di attrarre investimenti e accompagnare l'indotto, con particolare riferimento ai distretti biomedicale e ceramico.
(3-02530)

(3 marzo 2026)

   PANDOLFO, DE MICHELI, DI SANZO, GNASSI, PELUFFO, FORNARO, GHIO, CASU e FERRARI. — Al Ministro delle imprese e del made in Italy. — Per sapere – premesso che:

   nelle ultime ore i mercati internazionali dell'energia hanno registrato un nuovo e significativo rialzo dei prezzi del gas e del petrolio in seguito all'escalation militare in Medio Oriente. Il prezzo del gas europeo è tornato a salire con variazioni a doppia cifra, mentre il Brent si è riportato su livelli prossimi agli 80 dollari al barile. Rincari che hanno scatenato forti preoccupazioni tra le associazioni dei consumatori e le imprese italiane, focalizzate principalmente sul rischio di un nuovo shock energetico, inflazione e interruzioni della catena di approvvigionamento;

   l'Italia è infatti uno dei Paesi europei più esposti al gas importato, con un sistema elettrico ancora fortemente legato al prezzo marginale del termoelettrico, e questo significa una cosa molto semplice e molto grave: aumento immediato dei costi energetici per famiglie e imprese;

   bollette più alte, carburanti più cari, maggiori costi di produzione, pressione inflattiva sui beni di largo consumo e sulla logistica, ulteriore perdita di competitività del sistema industriale. È uno schema che si è già visto nel 2022. Allora il precedente Governo intervenne con misure straordinarie, operative e strutturali per evitare effetti recessivi;

   invece, il Governo ha approvato un «decreto energia» che già in condizioni ordinarie appariva insufficiente e che, di fronte a un nuovo shock geopolitico, si dimostra del tutto inadeguato. Non introduce veri strumenti anticiclici, non modifica in modo strutturale la formazione del prezzo elettrico, non accelera in modo deciso su rinnovabili, contratti di lungo termine e riduzione strutturale della dipendenza dal gas, non ha fatto nulla per la riorganizzazione della distribuzione energetica del Paese;

   questa, a parere degli interroganti, non è solo una questione di emergenza: è una questione di errore strategico. Continuare a non intervenire strutturalmente significa lasciare il Paese esposto alla prossima crisi, alimentare l'incertezza per le imprese, rallentare gli investimenti e aumentare il rischio di stagnazione economica;

   il rischio oggi non è teorico: è quello di una nuova spirale di rincari energetici che può comprimere i consumi, bloccare investimenti e trascinare il Paese verso una fase di rallentamento economico, proprio mentre servirebbero stabilità e visione industriale –:

   alla luce di quanto sta accadendo sui mercati energetici e degli aumenti già in corso, se il Governo intenda adottare immediatamente iniziative di competenza per l'introduzione di misure strutturali e realmente efficaci per contenere i prezzi dell'energia elettrica e dei carburanti per cittadini e imprese e mettere finalmente in sicurezza il sistema energetico nazionale rispetto alla volatilità internazionale.
(3-02531)

(3 marzo 2026)

   BONELLI, BORRELLI, DORI, FRATOIANNI, GHIRRA, GRIMALDI, MARI, PICCOLOTTI, ZANELLA e ZARATTI. — Al Ministro delle imprese e del made in Italy. — Per sapere – premesso che:

   con l'inizio dei bombardamenti da parte israeliana e statunitense dell'Iran e il conseguente blocco dello Stretto di Hormuz, il prezzo del petrolio e del gas sui mercati ha fatto registrare immediati aumenti, con l'indice Ttf, riferimento per il prezzo naturale del gas naturale in Europa, che ha fatto registrare un'impennata raggiungendo nella giornata di ieri i 59 euro al megawattora, ai massimi da 3 anni;

   secondo gli analisti di Goldman Sachs il blocco del passaggio marittimo, dal quale transitano circa un quinto del petrolio mondiale e una quota analoga di gas naturale liquefatto, anche per un solo mese potrebbe far impennare i prezzi del gas in Europa e in Asia fino al 130 per cento, con un effetto immediato sulle forniture e sui costi dell'energia per cittadini ed imprese;

   secondo una prima stima di Assium, l'associazione italiana degli utility manager, l'impennata delle quotazioni del gas sui mercati internazionali potrebbe tradursi in una vera e propria stangata per le famiglie italiane, con aumenti delle bollette di gas e luce fino a +585 euro l'anno;

   nel settembre 2025 è stata sottoscritta la dichiarazione congiunta per una cooperazione rafforzata in materia di sicurezza energetica tra gli Stati Uniti d'America e la Repubblica italiana, che prevede accordi commerciali per aumentare per i prossimi anni la fornitura di gas naturale liquefatto da parte degli Usa;

   il 40 per cento dell'elettricità in Italia si produce con il gas e la crescita delle importazioni italiane di gas naturale liquefatto nei primi sei mesi del 2025 sono aumentate del 35,9 per cento rispetto allo stesso periodo del 2024;

   all'indomani della crisi ucraina, il Governo, invece di rafforzare la sovranità energetica del nostro Paese aumentando la produzione da fonti energetiche rinnovabili, ha costruito una politica energetica di dipendenza dal gas, in particolare arabo e americano, rallentando l'installazione di impianti da rinnovabili, che nel 2025 ha avuto una riduzione del 27 per cento con –67.000 impianti nel periodo gennaio-ottobre 2025, ed esponendo ancora una volta il sistema di approvvigionamento e il costo dell'energia agli effetti delle crisi geopolitiche globali –:

   quali iniziative di competenza il Ministro interrogato intenda assumere a sostegno di cittadini ed imprese di fronte all'ennesimo incremento generalizzato della spesa energetica, per effetto della guerra, promuovendo modifiche alla politica energetica per ridurre il peso del gas quale fonte principale di produzione di energia elettrica e implementando le rinnovabili.
(3-02532)

(3 marzo 2026)

   CAPPELLETTI, PAVANELLI, APPENDINO, FERRARA e ILARIA FONTANA. — Al Ministro delle imprese e del made in Italy. — Per sapere – premesso che:

   lo shock sui mercati e sul commercio internazionale, seguito agli attacchi di Stati Uniti e Israele all'Iran, rischia di ripercuotersi, partendo dal settore energetico, sui prezzi finali di beni e servizi di largo consumo e riflettersi sul potere d'acquisto delle famiglie, nonché sui costi di produzione industriale, esacerbando ulteriormente le difficoltà economiche già esistenti;

   l'instabilità politica mediorientale e la chiusura dello Stretto di Hormuz potrebbero, infatti, generare effetti tangibili sull'aumento dei prezzi dell'energia, come già testimoniato dal forte balzo delle quotazioni del greggio internazionale. Gli analisti stimano una crescita del Ttf tra i 90 euro per megawattora e i 100 euro per megawattora se le rotte attraverso lo Stretto dovessero rimanere interrotte per più di un mese, con impatti indiretti anche sui prezzi del gas naturale liquefatto e dei futures energetici regolati sui mercati europei e asiatici;

   come noto, lo Stretto di Hormuz è costituito da quella lingua di mare che collega il Golfo Persico con il Mar Arabico e dal quale transita circa un quinto del petrolio consumato nel mondo, oltre a una quota significativa di gas naturale liquefatto;

   il 2 marzo QatarEnergy ha annunciato che «a causa di attacchi militari alle infrastrutture dei poli industriali di Ras Laffan e Mesaieed in Qatar, è cessata la produzione di gas naturale liquefatto e prodotti associati». Per il nostro Paese il Qatar costituisce il primario fornitore di gas, principalmente importato tramite il terminale offshore di Porto Viro (Rovigo) in base a un contratto pluriennale di Edison con QatarEnergy;

   la linea politica seguita dal Governo, anche nell'ambito del recente «decreto bollette» – attualmente in esame presso la Commissione X della Camera dei deputati –, anziché intervenire sulle criticità strutturali del sistema energetico nazionale e valorizzare pienamente i benefici derivanti dalle fonti rinnovabili e dall'efficienza energetica, prosegue nel consolidare un modello basato sulle fonti fossili, così contribuendo a perpetuare la dipendenza dell'Italia dalle oscillazioni dei mercati e dalle tensioni geopolitiche internazionali, in totale assenza di una strategia di medio e lungo periodo per la decarbonizzazione dell'assetto energetico del Paese –:

   quali urgenti iniziative, per quanto di competenza, intenda adottare per contrastare il rialzo dei costi energetici e dei carburanti e consentire al tessuto produttivo di fronteggiare nuovi possibili rincari di natura strutturale, anche alla luce delle recenti tensioni sui mercati petroliferi internazionali conseguenti alla temporanea compromissione del traffico nello Stretto di Hormuz.
(3-02533)

(3 marzo 2026)

   BOSCHI, GADDA, DEL BARBA, FARAONE, BONIFAZI e GIACHETTI. — Al Ministro delle imprese e del made in Italy. — Per sapere – premesso che:

   la crisi in atto in Medio Oriente, con l'attacco degli Stati Uniti e di Israele all'Iran e le successive ritorsioni di quest'ultimo nei confronti di alcuni Paesi del Golfo, segna l'inizio di un'ulteriore fase di crisi geopolitica, con crescenti rischi di escalation e impatti sugli equilibri internazionali;

   gli indici petroliferi hanno registrato un incremento di circa +9,7 per cento per il Brent e +9,4 per cento per il Wti in una sola seduta e sono in costante crescita, così come in aumento risulta il prezzo del gas all'ingrosso;

   i crescenti aumenti dei prezzi all'ingrosso di petrolio e gas si ripercuoteranno rapidamente sui prezzi dei carburanti, dell'energia elettrica, del gas e dei trasporti, incidendo direttamente sui costi di produzione delle imprese italiane (in particolare nei settori energivori, manifatturieri, logistici e agroalimentari), che già scontano uno dei più alti livelli di costi di produzione e di costo dell'energia d'Europa, pagando i beni energetici, in media, il 20 per cento in più dei principali partner europei, con conseguente ulteriore perdita di competitività per le imprese italiane;

   detti aumenti si tradurranno rapidamente nell'aumento dei prezzi finali, contraendo ulteriormente il potere di acquisto delle famiglie, già fortemente deteriorato nell'ultimo quinquennio;

   le tensioni in Medio Oriente hanno avuto immediati riflessi sui mercati finanziari, con un marcato ribasso della Borsa di Milano che ha chiuso in calo di circa –2 per cento in una seduta caratterizzata da elevata volatilità legata ai timori per l'economia globale;

   la crisi sta mettendo a rischio la stabilità dello Stretto di Hormuz, snodo essenziale per il commercio petrolifero mondiale e il transito di materie prime e componenti essenziali per il sistema produttivo italiano: la chiusura dello Stretto, peraltro già attuata da parte delle autorità iraniane, rischia di strozzare i canali di approvvigionamento mondiali dei carburanti, dei fertilizzanti e mezzi tecnici di produzione, con un possibile aumento dei costi di trasporto dei container e con effetti devastanti sul piano economico e occupazionale –:

   quale sia l'impatto economico, in termini di crescita e produzione industriale, atteso dal conflitto iraniano e dalla conseguente chiusura dello Stretto di Hormuz, quali siano i comparti produttivi maggiormente esposti e quali misure il Governo abbia elaborato per sostenere le imprese e mitigare l'aumento dei costi di produzione e dei beni energetici.
(3-02534)

(3 marzo 2026)

   PASTORINO. — Al Ministro delle imprese e del made in Italy. — Per sapere – premesso che:

   in data 25 febbraio 2026, la sezione XV civile del tribunale di Milano, avendo riscontrato il mancato rispetto di fondamentali prescrizioni ambientali relative alle emissioni e alla tutela della salute dei residenti, ha emesso un decreto che ordina la sospensione delle attività dell'area a caldo dello stabilimento ex Ilva di Taranto a decorrere dal 24 agosto 2026, subordinando la prosecuzione produttiva all'integrazione delle prescrizioni dell'autorizzazione integrata ambientale;

   tale decisione, conseguente all'inosservanza delle prescrizioni, interviene in un contesto di estrema fragilità per Acciaierie d'Italia, minando la continuità operativa dell'intera filiera siderurgica nazionale e, di riflesso, l'operatività degli altri siti, fra cui quello di Genova Cornigliano, la cui attività di trasformazione dipende strettamente dalle forniture provenienti dalla fase a caldo di Taranto;

   pertanto, vacillano le precedenti rassicurazioni ministeriali, secondo cui si sarebbe assistito a un rilancio dei poli siderurgici e la strategia di decarbonizzazione avrebbe garantito i livelli occupazionali e la continuità operativa degli impianti. Per il rappresentante dell'Esecutivo nessuna chiusura, ma unicamente un programma di manutenzione straordinaria per consegnare a un futuro acquirente, entro marzo 2026, impianti sicuri con una capacità produttiva di almeno 4 milioni di tonnellate;

   infatti, il Ministro interrogato ha manifestato viva preoccupazione, evidenziando come la sentenza rischi di alterare profondamente le condizioni del negoziato in corso con i potenziali investitori, con specifico riferimento al fondo statunitense Flacks group, e possa compromettere l'erogazione del prestito di 390 milioni di euro autorizzato dall'Unione europea, la cui restituzione è vincolata proprio alla conclusione della vendita;

   la possibile chiusura dell'area a caldo imporrebbe una revisione drastica dei piani di manutenzione degli altoforni e degli investimenti tecnologici previsti, con il rischio di un danno irreversibile per un asset strategico dell'economia nazionale;

   urge avere un quadro aggiornato e trasparente sullo stato delle interlocuzioni e sulle procedure finalizzate alla cessione degli asset aziendali. In tale contesto risulta fondamentale chiarire se il Governo consideri ancora percorribile il piano di rilancio precedentemente illustrato o se intenda valutare un intervento pubblico più deciso per assicurare la sopravvivenza delle Acciaierie d'Italia –:

   alla luce della sentenza del tribunale di Milano, quali siano gli intendimenti di Acciaierie d'Italia e quali potranno essere le concrete ricadute sui rapporti con il fondo Flacks group e con gli altri potenziali partner industriali, chiarendo i rischi per il piano di rilancio del settore siderurgico italiano.
(3-02535)

(3 marzo 2026)

   LUPI, BRAMBILLA, CARFAGNA, CAVO, ALESSANDRO COLUCCI, ROMANO, SEMENZATO e TIRELLI. — Al Ministro delle imprese e del made in Italy. — Per sapere – premesso che:

   nel mercato elettrico il prezzo all'ingrosso, corrisposto a tutta l'energia elettrica scambiata indipendentemente dalla tecnologia di produzione, è fissato dalla tecnologia con costi marginali più elevati e include anche il costo dei permessi del sistema Emissions trading system (Ets) dell'Unione europea, che viene così pagato dalle imprese e dai consumatori;

   questo meccanismo, concepito in ambito europeo per un sistema elettrico storicamente dipendente dalle «operating expense» (OpEx-driven) con costi marginali elevati, oggi incide su un sistema sempre più orientato dalle «capital expenditure» (CapEx-driven), caratterizzato da investimenti fissi elevati e costi marginali bassi, tipico, in particolare, delle produzioni rinnovabili e del nucleare, al contrario della produzione da carbone, marginale ed in fase di dismissione in Italia, e soprattutto da gas, caratterizzato da prezzi elevati e da elevata volatilità;

   le produzioni da fonti rinnovabili beneficiano oggi di un complesso di misure incentivanti, spesso a carico delle imprese e delle famiglie attraverso gli oneri di sistema, aventi le medesime finalità del sistema Ets;

   nel febbraio 2026 il Cancelliere tedesco Friedrich Merz ha aperto alla possibilità di rivedere o rinviare il sistema Ets qualora esso comprometta la competitività industriale senza contribuire in modo proporzionato alla decarbonizzazione, richiamando l'esigenza di valutare gli effetti di strumenti come il sistema Ets rispetto alla sostenibilità economica della transizione ecologica;

   altri Paesi, tra cui la Repubblica ceca, hanno manifestato orientamenti volti a ridurre il peso del cosiddetto «carbon pricing» sui costi industriali, evidenziando il rischio che il differenziale di prezzo dell'energia si traduca in perdita di quote di mercato e in spostamento della produzione fuori dall'Unione;

   il cosiddetto «décalage» delle quote Ets gratuite rischia di aggravare ulteriormente gli oneri per le imprese energivore in una fase di tensioni geopolitiche e volatilità dei mercati energetici, con effetti diretti sul costo dell'elettricità e sull'intera catena dei prezzi industriali –:

   quali iniziative di competenza il Governo intenda promuovere in sede europea per riformare il sistema Ets dell'Unione europea, sostenendo il mantenimento e l'estensione delle assegnazioni gratuite, la riforma del funzionamento della riserva stabilizzatrice del mercato, nonché l'eventuale sospensione dell'Ets in attesa di una riforma complessiva, al fine di contenere i costi energetici e tutelare la competitività delle imprese.
(3-02536)

(3 marzo 2026)

   BIGNAMI, ANTONIOZZI, GARDINI, MAULLU, MONTARULI, RUSPANDINI, CARAMANNA, COMBA, GIOVINE, MAERNA, PIETRELLA, SCHIANO DI VISCONTI e ZUCCONI. — Al Ministro delle imprese e del made in Italy. — Per sapere – premesso che:

   la riforma della giustizia rappresenta un punto qualificante del programma di Governo nell'ambito di un percorso di revisione dell'ordinamento giudiziario portato avanti dall'inizio della legislatura;

   il corretto funzionamento della giustizia, in termini di certezza del diritto, prevedibilità delle decisioni ed effettività delle tutele, costituisce un fattore strutturale di competitività economica ed è riconosciuto come prerequisito essenziale per l'attività di impresa e per l'attrazione di investimenti esteri: in particolare, l'istituzione di un'alta corte disciplinare punta a separare la gestione delle carriere dal giudizio degli illeciti, con un impatto, diretto e indiretto, ma significativo sul sistema imprenditoriale;

   secondo le stime della Cgia di Mestre, il cattivo funzionamento della sola giustizia civile comporta per il sistema delle imprese un costo diretto e indiretto pari a circa 2,6 miliardi di euro l'anno, legato a ritardi nei contenziosi, difficoltà nel recupero dei crediti e inefficienze nelle procedure concorsuali;

   ulteriori stime dell'Ocse indicano che una riduzione significativa dei tempi dei processi civili, in linea con la media dei Paesi avanzati, determinerebbe, nel medio-lungo periodo, un incremento del prodotto interno lordo pro capite fino all'1,6 per cento, con un valore potenziale stimabile in decine di miliardi di euro annui;

   allo stesso modo, la riforma della giustizia mira a ridurre del 25 per cento, entro giugno 2026, i tempi di trattazione dei procedimenti penali rispetto al 2019, semplificando le procedure e aumentando la produttività, con impatti diretti anche sulla giustizia economica;

   gli effetti dell'inefficienza della giustizia, tanto penale quanto civile, si traducono in una riduzione della propensione agli investimenti nazionali ed esteri, in un aumento del costo del credito e in una perdita di attrattività del Paese, contribuendo al cosiddetto «costo Italia» –:

   quali siano le ricadute positive della riforma della giustizia sul sistema imprenditoriale italiano, soprattutto in termini di certezza del diritto, prevedibilità delle decisioni e attrattività del Paese per investimenti esteri.
(3-02537)

(3 marzo 2026)

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