RELAZIONI DELLE COMMISSIONI AL BILANCIO
Relazione al Bilancio Commissione: 01
Relazione al Bilancio Commissione: 03
Relazione al Bilancio Commissione: 04
Relazione al Bilancio Commissione: 06
Relazione al Bilancio Commissione: 07
Relazione al Bilancio Commissione: 08
Relazione al Bilancio Commissione: 09
Relazione al Bilancio Commissione: 10
Relazione al Bilancio Commissione: 12
Relazione al Bilancio Commissione: 14
XIX LEGISLATURA
CAMERA DEI DEPUTATI
N. 2112-bis-A
ALLEGATO 2
RELAZIONI DI MINORANZA DELLE COMMISSIONI PERMANENTI
DISEGNO DI LEGGE
presentato dal ministro dell'economia e delle finanze
(GIORGETTI)
Bilancio di previsione dello Stato per l'anno finanziario 2025
e bilancio pluriennale per il triennio 2025-2027
Presentato il 23 ottobre 2024
(Testo risultante dallo stralcio, disposto dal Presidente della Camera, ai sensi dell'articolo 120, comma 2, del Regolamento, e comunicato all'Assemblea il 29 ottobre 2024, degli articoli 83, 84, commi 2 e 3, e 89, comma 2, del disegno di legge n. 2112)
(Relatori per la maggioranza: COMAROLI, D'ATTIS,
LUCASELLI e ROMANO)
NOTA: Relazioni di minoranza presentate nelle Commissioni permanenti sulle parti del disegno di legge di bilancio di rispettiva competenza.
ALLEGATO 2
relazioni di minoranza delle commissioni permanenti
INDICE
RELAZIONI DI MINORANZA PRESENTATE NELLE COMMISSIONI PERMANENTI AI SENSI DELL'ARTICOLO 120, COMMA 3, DEL REGOLAMENTO, SULLE PARTI DEL DISEGNO DI LEGGE DI BILANCIO DI RISPETTIVA COMPETENZA
I COMMISSIONE PERMANENTE ... Pag. 7
(Affari costituzionali, della Presidenza del Consiglio e interni)
(per le parti di competenza)
III COMMISSIONE PERMANENTE ... Pag. 13
(Affari esteri e comunitari)
(per le parti di competenza)
IV COMMISSIONE PERMANENTE ... Pag. 19
(Difesa)
(per le parti di competenza)
VI COMMISSIONE PERMANENTE ... Pag. 25
(Finanze)
(per le parti di competenza)
VII COMMISSIONE PERMANENTE ... Pag. 33
(Cultura, scienza e istruzione)
(per le parti di competenza)
VIII COMMISSIONE PERMANENTE ... Pag. 43
(Ambiente, territorio e lavori pubblici)
(per le parti di competenza)
IX COMMISSIONE PERMANENTE ... Pag. 51
(Trasporti, poste e telecomunicazioni)
(per le parti di competenza)
X COMMISSIONE PERMANENTE ... Pag. 61
(Attività produttive, commercio e turismo)
(per le parti di competenza)
XII COMMISSIONE PERMANENTE ... Pag. 67
(Affari sociali)
(per le parti di competenza)
XIV COMMISSIONE PERMANENTE ... Pag. 83
(Politiche dell'Unione europea)
(per le parti di competenza)
I COMMISSIONE PERMANENTE
(Affari costituzionali, della Presidenza del Consiglio e interni)
I COMMISSIONE PERMANENTE
(Affari costituzionali, della Presidenza del Consiglio e interni)
RELAZIONE DI MINORANZA
sul
DISEGNO DI LEGGE
Bilancio di previsione dello Stato per l'anno finanziario 2025
e bilancio pluriennale per il triennio 2025-2027 (2112-bis)
(per le parti di competenza)
dei deputati
Bonafè, Cuperlo, Fornaro, Mauri e Schlein
La I Commissione,
esaminato, per le parti di competenza, il provvedimento in oggetto;
premesso che:
con una dimensione complessiva di circa 30 miliardi nel 2025, il disegno di legge di bilancio 2025 presentato dal Governo è una manovra di puro galleggiamento, senza visione e di brevissimo respiro, incapace di dare vere risposte alle persone e alle famiglie, inadeguata ad affrontare le grandi questioni del Paese, a rilanciare la crescita e a ridurre le disuguaglianze sociali;
al di là dell'approccio ragionieristico con cui si punta a rispettare i parametri del nuovo Patto di stabilità e crescita, la manovra è priva di organicità dal punto di vista strutturale, senza alcuna traccia di quelle strategie anticicliche ed espansive che servirebbero a rilanciare la nostra economia e delle riforme profonde di cui avrebbero bisogno i principali settori della vita del Paese, non discostandosi da quelle che l'hanno preceduta;
si rispettano i parametri del nuovo Patto di stabilità e crescita, ma non si prova nemmeno a porre le basi per rilanciare la crescita: la manovra produce un effetto espansivo dello 0,3 per cento nel 2025, 0 nel 2026, 0,1 per cento nel 2027, e nel triennio 2025-2027 la crescita italiana rimane ogni anno mediamente inferiore di 0,6 per cento-0,7 per cento alla crescita UE, ma si tratta probabilmente di stime ottimistiche visto che l'ISTAT ha appena certificato una economia ferma nel terzo trimestre, con una crescita acquisita pari allo 0,4 per cento, rendendo un miraggio il traguardo fissato dal Governo di una crescita dell'1 per cento a fine anno;
oltre a tutto ciò che non prevede, il provvedimento in esame colpisce anche per ciò che contiene di sbagliato e insufficiente;
per il 2025 la Sanità vede crescere il suo finanziamento di soli 1,3 miliardi di euro, assolutamente inadeguati persino per compensare gli aumenti inflazionistici e per affrontare l'aumento considerevole dei costi, di cui circa un miliardo vincolato al rinnovo del contratto 2025-2027 di Asl e Ospedali, senza traccia del maxi piano di assunzioni di medici e infermieri che in un triennio avrebbe dovuto portare nel Sistema sanitario nazionale 30 mila professionisti;
la dotazione di risorse del Fondo sanitario nazionale in rapporto al Pil scenderà al punto più basso mai toccato negli ultimi quindici anni, poco più del 6 per cento, un livello sempre più lontano da quello dei Paesi dell'area Ocse, che ci colloca agli ultimi posti in Europa e che determina un inevitabile incremento della spesa sanitaria privata delle famiglie, aumentata di 4,3 miliardi di euro nel 2023, una cifra tale da neutralizzare i vantaggi derivanti dall'accorpamento degli scaglioni dell'IRPEF;
la politica industriale è totalmente assente e non vengono rifinanziati strumenti essenziali come il Fondo di garanzia per le PMI, i contratti di sviluppo e gli accordi per l'innovazione; soprattutto, con una scelta assurda e gravissima per l'industria e i lavoratori del settore automotive, si opera un drastico taglio, per un totale di 4,55 miliardi di euro di definanziamento, al «Fondo automotive», istituito dal governo Draghi con una dotazione di 700 milioni di euro per il 2022 e di un miliardo di euro per ciascuno degli anni dal 2023 al 2030, per il sostegno e la promozione della transizione verde, della ricerca e degli investimenti nel settore automotive, cui viene lasciata un finanziamento residuo complessivo di soli 1,2 miliardi di euro per il periodo 2025-2030, praticamente un azzeramento delle possibilità affrontare le sfide estremamente impegnative della transizione ecologica e digitale e della crescente competizione globale, che hanno invece bisogno di rilevanti politiche di sostegno;
la proroga per tre anni della deduzione Ires per il costo del lavoro compenserà solo in parte l'aggravio determinato dall'abolizione permanente dell'Ace, mantenendo il saldo della riforma fiscale per quanto riguarda le imprese in territorio fortemente negativo, mentre viene prevista una modifica peggiorativa della Web Tax, che non sarà più applicata solo alle grandi aziende multinazionali ma riguarderà tutti gli operatori del settore, dai giganti alle piccole imprese digitali, colpendo un ecosistema di imprese innovative vitale per il futuro del Paese;
un altro taglio drastico è quello alle agevolazioni ordinarie per le ristrutturazioni e l'efficienza energetica delle abitazioni (dall'attuale livello del 50 per cento per le ristrutturazioni e 65 per cento per l'efficienza energetica al 36 per cento per la prima casa e al 30 per cento per le altre abitazioni previsto nel 2026), che penalizzerà tantissime piccole imprese del settore dell'edilizia e spingerà nuovamente verso il nero e il sommerso;
sulle pensioni il disegno di legge contiene una vera e proprio presa in giro, con un ritocco invisibile delle pensioni minime di 3 euro al mese, 10 centesimi al giorno, a fronte di una situazione allarmante che vedeva 4.786.521 pensionati con una pensione inferiore a 1.000 euro al mese nel 2023, pari al 29,5 per cento del totale;
per quanto riguarda il pubblico impiego, le risorse stanziate per la contrattazione collettiva nazionale sono insufficienti, solo 1.755 milioni di euro per il 2025, 3.550 milioni di euro per il 2026 e 5.550 milioni di euro annui a decorrere dal 2027, che corrispondono ad incrementi retributivi rispettivamente dell'1,8 per cento, del 3,6 per cento e del 5,4 per cento a regime, così da restare molto lontani dall'obiettivo del mero recupero dell'inflazione registrata dal 2022 al 2024, che ha sfondato il 17 per cento, mentre si reintroduce lo strumento del blocco del turn over per gli enti con più di 20 dipendenti, che si trasformerà in un pesante indebolimento delle pubbliche amministrazioni, tenuto conto delle croniche carenze e della stima di circa un milione di lavoratori pubblici che andranno in pensione da qui al 2030;
esce nuovamente penalizzato il Mezzogiorno: il credito d'imposta ZES viene prorogato per il 2025, ma con una dotazione di risorse dimezzata rispetto all'anno precedente: 1,6 miliardi anziché 3,27, mentre le risorse derivanti dalla fine della decontribuzione Sud, che comporterà un aggravio del costo del lavoro per le imprese che operano nel Meridione di ben 12,4 miliardi di euro nel triennio 2025-2027, vengono solo in parte destinate al Mezzogiorno mediante l'istituzione di un Fondo per il finanziamento di interventi volti a mitigare il divario nell'occupazione e nello sviluppo dell'attività imprenditoriale nelle aree svantaggiate, il cui funzionamento concreto è tutto da definire;
rispetto alle tematiche ecologiche si torna indietro di decenni, senza nuove risorse per salvaguardare l'ambiente e contrastare il dissesto idrogeologico e misure per limitare i mutamenti climatici, nonostante i numerosi eventi estremi che hanno ripetutamente devastato il Paese nei mesi scorsi;
anche per la scuola si riduce l'organico di potenziamento introdotto dalla «Buona Scuola» del 2015 e si procede solo con tagli: di 5.660 posti da docente e di 2.174 unità di personale amministrativo e tecnico: per gli insegnanti che fanno da supporto per il potenziamento dell'autonomia scolastica, che sono circa 14 mila, di tratta di una riduzione di oltre un terzo, con le scuole che saranno costrette a tagliare attività di sostegno ai ragazzi, a cominciare da quelle di potenziamento didattico. La riduzione del personale Ata, quando già si era in presenza di una grandissima sofferenza negli organici, significa mettere ancora più in difficoltà le scuole anche rispetto alla realizzazione dei progetti del PNRR;
sul piano del reperimento delle risorse, oltre ai tagli ai Ministeri, che ammontano a circa 7,7 miliardi in tre anni, con tutte le prevedibili conseguenze che ricadranno sul personale e sui cittadini, la tanto sbandierata «tassa sugli extraprofitti» per istituti di credito e assicurazioni è solo una mera anticipazione di imposte, che saranno recuperate nella prossima legislatura;
ai deludenti risultati dei due anni di Governo e alle altrettanto deludenti previsioni di crescita concorrono le scelte poste al centro dell'azione dell'esecutivo, tra cui:
l'assenza di interventi di politica economica in grado di sostenere efficacemente l'economia italiana;
la mancata previsione di misure strutturalmente orientate al recupero del potere d'acquisto dei redditi;
una politica fiscale iniqua, frammentata e categoriale, senza alcun riferimento a un disegno complessivo e razionale, e una lunga sequenza di sanatorie e condoni fiscali, che hanno l'oggettivo effetto di legittimare l'evasione fiscale;
la rinuncia a una efficace azione di spending review in favore di una politica fatta di tagli che hanno colpito e continueranno a colpire ambiti essenziali e settori strategici con ricadute sui soggetti economicamente più deboli;
è necessario esprimere un giudizio estremamente negativo su una manovra lontana da ciò che sarebbe stato necessario per il bene del Paese e degli italiani;
considerato inoltre che la manovra introduce ulteriori e insostenibili tagli per gli enti territoriali, che ammontano a circa 7 miliardi e 780 milioni di euro nel prossimo quinquennio e vanno a sommarsi a quelli già previsti a legislazione vigente, con effetti devastanti per i cittadini, perché le amministrazioni territoriali saranno costrette a tagliare ancora la manutenzione degli immobili pubblici, i servizi alla collettività, i sussidi alle famiglie, la scuola, i trasporti e, soprattutto, i servizi socio-assistenziali,
DELIBERA DI RIFERIRE
IN SENSO CONTRARIO.
III COMMISSIONE PERMANENTE
(Affari esteri)
III COMMISSIONE PERMANENTE
(Affari esteri e comunitari)
RELAZIONE DI MINORANZA
sul
DISEGNO DI LEGGE
Bilancio di previsione dello Stato per l'anno finanziario 2025
e bilancio pluriennale per il triennio 2025-2027 (2112-bis)
(per le parti di competenza)
dei deputati
Provenzano, Boldrini, Quartapelle Procopio e Porta
La III Commissione,
esaminato, per le parti di competenza, il disegno di legge recante il bilancio di previsione dello Stato per l'anno finanziario 2025 e bilancio pluriennale per il triennio 2025-2027;
premesso che:
con una dimensione complessiva di circa 30 miliardi nel 2025, il disegno di legge di bilancio 2025 presentato dal Governo è una manovra di puro galleggiamento, senza visione e di brevissimo respiro, incapace di dare vere risposte alle persone e alle famiglie, inadeguata ad affrontare le grandi questioni del Paese, a rilanciare la crescita e a ridurre le disuguaglianze sociali;
al di là dell'approccio ragionieristico con cui si punta a rispettare i parametri del nuovo Patto di stabilità e crescita, la manovra è priva di organicità dal punto di vista strutturale, senza alcuna traccia di quelle strategie anticicliche ed espansive che servirebbero a rilanciare la nostra economia e delle riforme profonde di cui avrebbero bisogno i principali settori della vita del Paese, non discostandosi da quelle che l'hanno preceduta;
si rispettano i parametri del nuovo Patto di stabilità e crescita, ma non si prova nemmeno a porre le basi per rilanciare la crescita: la manovra produce un effetto espansivo dello 0,3 per cento nel 2025, 0 nel 2026, 0,1 per cento nel 2027, e nel triennio 2025-2027 la crescita italiana rimane ogni anno mediamente inferiore di 0,6-0,7 per cento alla crescita UE, ma si tratta probabilmente di stime ottimistiche visto che l'ISTAT ha appena certificato una economia ferma nel terzo trimestre, con una crescita acquisita pari allo 0,4 per cento, rendendo un miraggio il traguardo fissato dal Governo di una crescita dell'1 per cento a fine anno;
oltre a tutto ciò che non prevede, il provvedimento in esame colpisce anche per ciò che contiene di sbagliato e insufficiente;
per il 2025 la Sanità vede crescere il suo finanziamento di soli 1,3 miliardi di euro, assolutamente inadeguati persino per compensare gli aumenti inflazionistici e per affrontare l'aumento considerevole dei costi, di cui circa un miliardo vincolato al rinnovo del contratto 2025-2027 di Asl e Ospedali, senza traccia del maxi-piano di assunzioni di medici e infermieri che in un triennio avrebbe dovuto portare nel Sistema sanitario nazionale 30 mila professionisti;
la dotazione di risorse del Fondo sanitario nazionale in rapporto al PIL scenderà al punto più basso mai toccato negli ultimi quindici anni, poco più del 6 per cento, un livello sempre più lontano da quello dei Paesi dell'area OCSE, che ci colloca agli ultimi posti in Europa e che determina un inevitabile incremento della spesa sanitaria privata delle famiglie, aumentata di 4,3 miliardi di euro nel 2023, una cifra tale da neutralizzare i vantaggi derivanti dall'accorpamento degli scaglioni dell'IRPEF;
la politica industriale è totalmente assente e non vengono rifinanziati strumenti essenziali come il Fondo di garanzia per le PMI, i contratti di sviluppo e gli accordi per l'innovazione; soprattutto, con una scelta assurda e gravissima per l'industria e i lavoratori del settore automotive, si opera un drastico taglio, per un totale di 4,55 miliardi di euro di definanziamento, al «Fondo automotive», istituito dal governo Draghi con una dotazione di 700 milioni di euro per il 2022 e di un miliardo di euro per ciascuno degli anni dal 2023 al 2030, per il sostegno e la promozione della transizione verde, della ricerca e degli investimenti nel settore automotive, cui viene lasciata un finanziamento residuo complessivo di soli 1,2 miliardi di euro per il periodo 2025-2030, praticamente un azzeramento delle possibilità affrontare le sfide estremamente impegnative della transizione ecologica e digitale e della crescente competizione globale, che hanno invece bisogno di rilevanti politiche di sostegno;
la proroga per tre anni della deduzione Ires per il costo del lavoro compenserà solo in parte l'aggravio determinato dall'abolizione permanente dell'Ace, mantenendo il saldo della riforma fiscale per quanto riguarda le imprese in territorio fortemente negativo, mentre viene prevista una modifica peggiorativa della web tax, che non sarà più applicata solo alle grandi aziende multinazionali ma riguarderà tutti gli operatori del settore, dai giganti alle piccole imprese digitali, colpendo un ecosistema di imprese innovative vitale per il futuro del Paese;
un altro taglio drastico è quello alle agevolazioni ordinarie per le ristrutturazioni e l'efficienza energetica delle abitazioni (dall'attuale livello del 50 per cento per le ristrutturazioni e 65 per cento per l'efficienza energetica al 36 per cento per la prima casa e al 30 per cento per le altre abitazioni previsto nel 2026), che penalizzerà tantissime piccole imprese del settore dell'edilizia e spingerà nuovamente verso il nero e il sommerso;
la manovra introduce ulteriori e insostenibili tagli per gli enti territoriali, che ammontano a circa 7 miliardi e 780 milioni di euro nel prossimo quinquennio e vanno a sommarsi a quelli già previsti a legislazione vigente, con effetti devastanti per i cittadini, perché le amministrazioni territoriali saranno costrette a tagliare ancora la manutenzione degli immobili pubblici, i servizi alla collettività, i sussidi alle famiglie, la scuola, i trasporti e, soprattutto, i servizi socio-assistenziali;
sulle pensioni il disegno di legge contiene una vera e proprio presa in giro, con un ritocco invisibile delle pensioni minime di 3 euro al mese, 10 centesimi al giorno, a fronte di una situazione allarmante che vedeva 4.786.521 pensionati con una pensione inferiore a 1.000 euro al mese nel 2023, pari al 29,5 per cento del totale;
per quanto riguarda il pubblico impiego, le risorse stanziate per la contrattazione collettiva nazionale sono insufficienti, solo 1.755 milioni di euro per il 2025, 3.550 milioni di euro per il 2026 e 5.550 milioni di euro annui a decorrere dal 2027, che corrispondono ad incrementi retributivi rispettivamente dell'1,8 per cento, del 3,6 per cento e del 5,4 per cento a regime, così da restare molto lontani dall'obiettivo del mero recupero dell'inflazione registrata dal 2022 al 2024, che ha sfondato il 17 per cento, mentre si reintroduce lo strumento del blocco del turn over per gli enti con più di 20 dipendenti, che si trasformerà in un pesante indebolimento delle pubbliche amministrazioni, tenuto conto delle croniche carenze e della stima di circa un milione di lavoratori pubblici che andranno in pensione da qui al 2030;
esce nuovamente penalizzato il Mezzogiorno: il credito d'imposta ZES viene prorogato per il 2025, ma con una dotazione di risorse dimezzata rispetto all'anno precedente: 1,6 miliardi anziché 3,27, mentre le risorse derivanti dalla fine della decontribuzione Sud, che comporterà un aggravio del costo del lavoro per le imprese che operano nel Meridione di ben 12,4 miliardi di euro nel triennio 2025-2027, vengono solo in parte destinate al Mezzogiorno mediante l'istituzione di un Fondo per il finanziamento di interventi volti a mitigare il divario nell'occupazione e nello sviluppo dell'attività imprenditoriale nelle aree svantaggiate, il cui funzionamento concreto è tutto da definire;
rispetto alle tematiche ecologiche si torna indietro di decenni, senza nuove risorse per salvaguardare l'ambiente e contrastare il dissesto idrogeologico e misure per limitare i mutamenti climatici, nonostante i numerosi eventi estremi che hanno ripetutamente devastato il Paese nei mesi scorsi;
anche per la scuola si riduce l'organico di potenziamento introdotto dalla «Buona Scuola» del 2015 e si procede solo con tagli, di 5.660 posti da docente e di 2.174 unità di personale amministrativo e tecnico: per gli insegnanti che fanno da supporto per il potenziamento dell'autonomia scolastica – che sono circa 14 mila – di tratta di una riduzione di oltre un terzo, con le scuole che saranno costrette a tagliare attività di sostegno ai ragazzi, a cominciare da quelle di potenziamento didattico. La riduzione del personale Ata, quando già si era in presenza di una grandissima sofferenza negli organici, significa mettere ancora più in difficoltà le scuole anche rispetto alla realizzazione dei progetti del PNRR;
sul piano del reperimento delle risorse, oltre ai tagli ai Ministeri, che ammontano a circa 7,7 miliardi in tre anni, con tutte le prevedibili conseguenze che ricadranno sul personale e sui cittadini, la tanto sbandierata «tassa sugli extra-profitti» per istituti di credito e assicurazioni è solo una mera anticipazione di imposte, che saranno recuperate nella prossima legislatura;
ai deludenti risultati dei due anni di Governo e alle altrettanto deludenti previsioni di crescita concorrono le scelte poste al centro dell'azione dell'Esecutivo, tra cui:
a) l'assenza di interventi di politica economica in grado di sostenere efficacemente l'economia italiana;
b) la mancata previsione di misure strutturalmente orientate al recupero del potere d'acquisto dei redditi;
c) una politica fiscale iniqua, frammentata e categoriale, senza alcun riferimento ad un disegno complessivo e razionale, e una lunga sequenza di sanatorie e condoni fiscali, che hanno l'oggettivo effetto di legittimare l'evasione fiscale;
d) la rinuncia ad una efficace azione di spending review in favore di una politica fatta di tagli che hanno colpito e continueranno a colpire ambiti essenziali e settori strategici con ricadute sui soggetti economicamente più deboli;
è necessario esprimere un giudizio estremamente negativo su una manovra lontana da ciò che sarebbe stato necessario per il bene del Paese e degli italiani;
considerato che, per quanto riguarda le materie di competenza della Commissione III, si segnalano negativamente i principali capitoli della manovra relativi alla cooperazione internazionale allo sviluppo e agli interventi per gli italiani all'estero;
difatti, seppur rispetto alla legge di bilancio 2024, il disegno di legge di bilancio 2025-2027 espone nel 2025 una continuità per il MAECI, in termini assoluti pari a 9,6 milioni di euro (+0,27 per cento), va segnalato come lo faccia con una dequalificazione della spesa che la rende meno produttiva: tale valore è determinato, da un lato, da un aumento di circa 89,4 milioni nelle spese correnti, dall'altro, da una notevole riduzione delle spese in conto capitale, che passano dai precedenti 132,2 milioni, previsti nella legge di bilancio 2024, agli attuali 52,4 milioni (-79,8 milioni; – 60,4 per cento);
ebbene, questi tagli riducono notevolmente per il triennio 2025-2027 capitoli importati e fondamentali per l'asse della politica estera italiani quali:
la cooperazione allo sviluppo, la quale subisce una grave decurtazione di 32,2 milioni per l'anno 2025, di 34,6 milioni per ciascuno degli anni 2026 e 2027;
difatti, gli stanziamenti destinati all'aiuto pubblico allo sviluppo sono suddivisi tra numerosi capitoli degli stati di previsione del MEF e del MAECI. Con riferimento alla cooperazione a dono, attualmente il principale riferimento nel bilancio di previsione riguardante i finanziamenti è proprio l'Agenzia italiana per la cooperazione allo sviluppo (AICS). Ebbene, all'Agenzia, per l'attuazione di iniziative di cooperazione internazionale, sono previste risorse nel 2025 in diminuzione rispetto alla legislazione vigente di 31,6 milioni;
il disegno di legge di bilancio integrato del MAECI registra, a carico dell'intero programma n. 4.2 (Cooperazione allo sviluppo) uno stanziamento di competenza di 861,8 milioni di euro per il 2025, in riduzione appunto rispetto alla legislazione vigente, di 32,2 milioni di euro. Per quanto comunque concerne lo stato di previsione del MAECI, si rileva che gli stanziamenti complessivi per l'aiuto allo sviluppo ammontano per il 2025 a 1.086,9 milioni (1.197,5 milioni nel 2024). Con una diminuzione di oltre 110 milioni di euro;
un reale vulnus all'attività della Agenzia, che è invece uno strumento importante della politica estera italiano e dovrebbe esserlo maggiormente per un Governo che ha fatto degli slogan contro l'immigrazione un mantra e che invece taglia proprio le risorse per progetti che hanno il fine di creare sviluppo nelle realtà da cui parte l'immigrazione;
sempre in tal senso, desta inoltre grave preoccupazione il taglio che riguarda il capitolo per l'esecuzione degli accordi di cooperazione tra MAECI e l'Unione europea, da un lato, e gli Stati dell'Africa, dei Caraibi e del Pacifico, dall'altro, oltre alla partecipazione italiana alle iniziative dell'UE nei confronti dei Paesi inclusi nella Politica di Vicinato: qui passiamo da 225 milioni circa nel 2024 a 113,9 milioni di euro per il 2025;
anche il capitolo dedicato al sostegno all'internazionalizzazione delle imprese e promozione del made in Italy, subisce una riduzione di circa 15,8 milioni per il 2025, 15,9 milioni per il 2026 e 8,4 milioni per il 2027. Un'altra anomalia rispetto a quanto il Governo ha detto di voler realizzare, anche con riguardo al «Piano Mattei»;
per quanto riguarda invece gli interventi per gli italiani all'estero, anche qui il disegno di legge in esame ci riporta una fotografia di gravi tagli, che inevitabilmente arrecheranno notevoli disservizi alla nostra comunità di concittadini all'estero;
il capitolo «Presenza dello Stato all'estero tramite le strutture diplomatico consolari» subisce una decurtazione di 8,1 milioni di euro per il 2025, 7,2 milioni per il 2026 e 7,3 per il 2027;
così come i «Servizi e affari generali per le amministrazioni di competenza» che si riduce di 7,9 milioni per il 2025, 7,7 milioni per il 2026 e 5,3 milioni per il 2027;
inoltre, l'articolo 27 del disegno di legge esclude per i soggetti residenti all'estero il riconoscimento, per l'anno 2025, dell'incremento, a titolo di perequazione automatica, della misura complessiva dei trattamenti pensionistici individuali, limitatamente ai casi in cui tale misura complessiva sia superiore all'importo del trattamento minimo del regime generale INPS;
difatti, viene bloccata la rivalutazione dell'indicizzazione per i pensionati che vivono all'estero, disattendendo le aspettative dei tanti connazionali all'estero, nonché le tante promesse elettorali a riguardo,
DELIBERA DI RIFERIRE
IN SENSO CONTRARIO.
IV COMMISSIONE PERMANENTE
(Difesa)
IV COMMISSIONE PERMANENTE
(Difesa)
RELAZIONE DI MINORANZA
sul
DISEGNO DI LEGGE
Bilancio di previsione dello Stato per l'anno finanziario 2025
e bilancio pluriennale per il triennio 2025-2027 (2112-bis)
(per le parti di competenza)
dei deputati
Graziano, De Maria, Fassino e Carè
La IV Commissione,
esaminato, per le parti di competenza, il provvedimento in oggetto;
premesso che:
con una dimensione complessiva di circa 30 miliardi nel 2025, il disegno di legge di bilancio 2025 presentato dal Governo è una manovra di puro galleggiamento, senza visione e di brevissimo respiro, incapace di dare vere risposte alle persone e alle famiglie, inadeguata ad affrontare le grandi questioni del Paese, a rilanciare la crescita e a ridurre le disuguaglianze sociali;
al di là dell'approccio ragionieristico con cui si punta a rispettare i parametri del nuovo Patto di stabilità e crescita, la manovra è priva di organicità dal punto di vista strutturale, senza alcuna traccia di quelle strategie anticicliche ed espansive che servirebbero a rilanciare la nostra economia e delle riforme profonde di cui avrebbero bisogno i principali settori della vita del Paese, non discostandosi da quelle che l'hanno preceduta;
si rispettano i parametri del nuovo Patto di stabilità e crescita, ma non si prova nemmeno a porre le basi per rilanciare la crescita: la manovra produce un effetto espansivo dello 0,3 per cento nel 2025, 0 nel 2026, 0,1 per cento nel 2027, e nel triennio 2025-2027 la crescita italiana rimane ogni anno mediamente inferiore di 0,6 per cento-0,7 per cento alla crescita UE, ma si tratta probabilmente di stime ottimistiche visto che l'ISTAT ha appena certificato una economia ferma nel terzo trimestre, con una crescita acquisita pari allo 0,4 per cento, rendendo un miraggio il traguardo fissato dal Governo di una crescita dell'1 per cento a fine anno;
oltre a tutto ciò che non prevede, il provvedimento in esame colpisce anche per ciò che contiene di sbagliato e insufficiente;
per il 2025 la Sanità vede crescere il suo finanziamento di soli 1,3 miliardi di euro, assolutamente inadeguati persino per compensare gli aumenti inflazionistici e per affrontare l'aumento considerevole dei costi, di cui circa un miliardo vincolato al rinnovo del contratto 2025-2027 di Asl e Ospedali, senza traccia del maxi piano di assunzioni di medici e infermieri che in un triennio avrebbe dovuto portare nel Sistema sanitario nazionale 30 mila professionisti;
la dotazione di risorse del Fondo sanitario nazionale in rapporto al Pil scenderà al punto più basso mai toccato negli ultimi quindici anni, poco più del 6 per cento, un livello sempre più lontano da quello dei Paesi dell'area Ocse, che ci colloca agli ultimi posti in Europa e che determina un inevitabile incremento della spesa sanitaria privata delle famiglie, aumentata di 4,3 miliardi di euro nel 2023, una cifra tale da neutralizzare i vantaggi derivanti dall'accorpamento degli scaglioni dell'IRPEF;
la politica industriale è totalmente assente e non vengono rifinanziati strumenti essenziali come il Fondo di garanzia per le PMI, i contratti di sviluppo e gli accordi per l'innovazione; soprattutto, con una scelta assurda e gravissima per l'industria e i lavoratori del settore automotive, si opera un drastico taglio, per un totale di 4,55 miliardi di euro di definanziamento, al «Fondo automotive», istituito dal Governo Draghi con una dotazione di 700 milioni di euro per il 2022 e di un miliardo di euro per ciascuno degli anni dal 2023 al 2030, per il sostegno e la promozione della transizione verde, della ricerca e degli investimenti nel settore automotive, cui viene lasciato un finanziamento residuo complessivo di soli 1,2 miliardi di euro per il periodo 2025-2030, praticamente un azzeramento delle possibilità di affrontare le sfide estremamente impegnative della transizione ecologica e digitale e della crescente competizione globale, che hanno invece bisogno di rilevanti politiche di sostegno;
la proroga per tre anni della deduzione Ires per il costo del lavoro compenserà solo in parte l'aggravio determinato dall'abolizione permanente dell'Ace, mantenendo il saldo della riforma fiscale per quanto riguarda le imprese in territorio fortemente negativo, mentre viene prevista una modifica peggiorativa della Web Tax, che non sarà più applicata solo alle grandi aziende multinazionali ma riguarderà tutti gli operatori del settore, dai giganti alle piccole imprese digitali, colpendo un ecosistema di imprese innovative vitale per il futuro del Paese;
un altro taglio drastico è quello alle agevolazioni ordinarie per le ristrutturazioni e l'efficienza energetica delle abitazioni (dall'attuale livello del 50 per cento per le ristrutturazioni e 65 per cento per l'efficienza energetica al 36 per cento per la prima casa e al 30 per cento per le altre abitazioni previsto nel 2026), che penalizzerà tantissime piccole imprese del settore dell'edilizia e spingerà nuovamente verso il nero e il sommerso;
la manovra introduce ulteriori e insostenibili tagli per gli enti territoriali, che ammontano a circa 7 miliardi e 780 milioni di euro nel prossimo quinquennio e vanno a sommarsi a quelli già previsti a legislazione vigente, con effetti devastanti per i cittadini, perché le amministrazioni territoriali saranno costrette a tagliare ancora la manutenzione degli immobili pubblici, i servizi alla collettività, i sussidi alle famiglie, la scuola, i trasporti e, soprattutto, i servizi socio-assistenziali;
sulle pensioni il disegno di legge contiene una vera e proprio presa in giro, con un ritocco invisibile delle pensioni minime di 3 euro al mese, 10 centesimi al giorno, a fronte di una situazione allarmante che vedeva 4.786.521 pensionati con una pensione inferiore a 1.000 euro al mese nel 2023, pari al 29,5 per cento del totale;
per quanto riguarda il pubblico impiego, le risorse stanziate per la contrattazione collettiva nazionale sono insufficienti, solo 1.755 milioni di euro per il 2025, 3.550 milioni di euro per il 2026 e 5.550 milioni di euro annui a decorrere dal 2027, che corrispondono ad incrementi retributivi rispettivamente dell'1,8 per cento, del 3,6 per cento e del 5,4 per cento a regime, così da restare molto lontani dall'obiettivo del mero recupero dell'inflazione registrata dal 2022 al 2024, che ha sfondato il 17 per cento, mentre si reintroduce lo strumento del blocco del turn over per gli enti con più di 20 dipendenti, che si trasformerà in un pesante indebolimento delle pubbliche amministrazioni, tenuto conto delle croniche carenze e della stima di circa un milione di lavoratori pubblici che andranno in pensione da qui al 2030;
esce nuovamente penalizzato il Mezzogiorno: il credito d'imposta ZES viene prorogato per il 2025, ma con una dotazione di risorse dimezzata rispetto all'anno precedente: 1,6 miliardi anziché 3,27, mentre le risorse derivanti dalla fine della decontribuzione Sud, che comporterà un aggravio del costo del lavoro per le imprese che operano nel Meridione di ben 12,4 miliardi di euro nel triennio 2025-2027, vengono solo in parte destinate al Mezzogiorno mediante l'istituzione di un Fondo per il finanziamento di interventi volti a mitigare il divario nell'occupazione e nello sviluppo dell'attività imprenditoriale nelle aree svantaggiate, il cui funzionamento concreto è tutto da definire;
rispetto alle tematiche ecologiche si torna indietro di decenni, senza nuove risorse per salvaguardare l'ambiente e contrastare il dissesto idrogeologico e misure per limitare i mutamenti climatici, nonostante i numerosi eventi estremi che hanno ripetutamente devastato il Paese nei mesi scorsi;
anche per la scuola si riduce l'organico di potenziamento introdotto dalla «Buona Scuola» del 2015 e si procede solo con tagli: di 5.660 posti da docente e di 2.174 unità di personale amministrativo e tecnico: per gli insegnanti che fanno da supporto per il potenziamento dell'autonomia scolastica, che sono circa 14 mila, si tratta di una riduzione di oltre un terzo, con le scuole che saranno costrette a tagliare attività di sostegno ai ragazzi, a cominciare da quelle di potenziamento didattico. La riduzione del personale Ata, quando già si era in presenza di una grandissima sofferenza negli organici, significa mettere ancora più in difficoltà le scuole anche rispetto alla realizzazione dei progetti del PNRR;
sul piano del reperimento delle risorse, oltre ai tagli ai Ministeri, che ammontano a circa 7,7 miliardi in tre anni, con tutte le prevedibili conseguenze che ricadranno sul personale e sui cittadini, la tanto sbandierata «tassa sugli extraprofitti» per istituti di credito e assicurazioni è solo una mera anticipazione di imposte, che saranno recuperate nella prossima legislatura;
ai deludenti risultati dei due anni di Governo e alle altrettanto deludenti previsioni di crescita concorrono le scelte poste al centro dell'azione dell'esecutivo, tra cui:
l'assenza di interventi di politica economica in grado di sostenere efficacemente l'economia italiana;
la mancata previsione di misure strutturalmente orientate al recupero del potere d'acquisto dei redditi;
una politica fiscale iniqua, frammentata e categoriale, senza alcun riferimento a un disegno complessivo e razionale, e una lunga sequenza di sanatorie e condoni fiscali, che hanno l'oggettivo effetto di legittimare l'evasione fiscale;
la rinuncia a una efficace azione di spending review in favore di una politica fatta di tagli che hanno colpito e continueranno a colpire ambiti essenziali e settori strategici con ricadute sui soggetti economicamente più deboli;
è necessario esprimere un giudizio estremamente negativo su una manovra lontana da ciò che sarebbe stato necessario per il bene del Paese e degli italiani;
considerato che, per quanto riguarda le materie di competenza della Commissione IV si segnalano per il comparto Difesa poche novità, soprattutto in merito all'assenza di adeguate risorse per il personale, che ancora una volta vede disattese le promesse elettorali di questo Governo;
difatti, sono largamente insufficienti le risorse da destinare per l'incremento del finanziamento dei trattamenti economici accessori di natura non fissa e continuativa del personale non dirigente delle Forze di polizia e delle Forze armate, stabilito nella misura di 55,3 milioni di euro a decorrere dal 2025. Come riportato nella relazione tecnica, la norma individua la quota parte dell'importo corrispondente allo 0,22 per cento del monte salari relativo a ciascuno dei Corpi di polizia e delle Forze armate. Nello specifico, solo 16,67 milioni di euro per le Forze armate; 13,91 milioni di euro per l'Arma dei carabinieri e 7,82 milioni di euro per la Guardia di finanza. Un incremento inadeguato per far fronte al carovita che morde e colpisce in particolar modo le fasce del ceto medio e gli uomini e le donne delle nostre Forze Armate;
in tal senso, desta preoccupazione anche il taglio di 55,2 milioni di euro al programma «Approntamento e impiego Carabinieri per la difesa e la sicurezza» derivanti dalla Spending Review operata dall'articolo 119, comma 1;
inoltre, si registra anche un preoccupante taglio al finanziamento delle missioni militari all'estero, le cui risorse disponibili per il 2025 arrivano a 1.345 milioni di euro: un calo deciso rispetto ai 1.570 milioni stanziati per il corrente anno, e tale da far ipotizzare l'esigenza di rivedere i nostri impegni internazionali, soprattutto alla luce del contesto segnato da fenomeni complessi e conflittuali, come la guerra russo-ucraina e la più recente crisi in Medio Oriente, situazioni che contribuiscono ad incrementare la generale instabilità di questi anni;
invece, grazie ai nuovi rifinanziamenti di diversi fondi e non solo sul Ministero della difesa, ma in particolare su quello del Ministero delle imprese e del made in Italy, – anche a scapito di altre capitoli di spesa per investimenti, quali ad esempio l'automotive – il capitolo di spesa dell'Investimento ha una notevole impennata in termini di risorse disponibili. Al netto della esigenza di comprendere in maniera puntuale (anche a causa della complessità di determinarli con esattezza e della frammentazione a cui sono sottoposti) quali saranno i fondi stanziati e i programmi e i sistemi d'arma che interesseranno, registriamo come ancora una volta il Parlamento non sia adeguatamente e tempestivamente informato riguardo la programmazione della spesa militare, anche considerando che proprio ora è in discussione al Senato il documento programmatico pluriennale per la Difesa per il triennio 2024-2026, che concerne l'approccio strategico nazionale che la Difesa intende adottare non solo nel triennio. Questo crea un grave vulnus, soprattutto in questo contesto di incertezza mondiale così preoccupante e che richiederebbe invece un maggiore coinvolgimento del Parlamento per permettere che il sistema Paese converga il più possibile sugli indirizzi strategici su cui si deve basare il processo di ammodernamento dello Strumento militare, le principali esigenze operative e le discendenti linee di sviluppo capacitivo di tutte le Componenti (interforze, Terrestre, Marittima, Aerospaziale e Polizia militare), anche in merito alle esigenze trasversali (ricerca scientifica e tecnologica e programmazione infrastrutturale);
DELIBERA DI RIFERIRE
IN SENSO CONTRARIO.
VI COMMISSIONE PERMANENTE
(Finanze)
VI COMMISSIONE PERMANENTE
(Finanze)
RELAZIONE DI MINORANZA
sul
DISEGNO DI LEGGE
Bilancio di previsione dello Stato per l'anno finanziario 2025
e bilancio pluriennale per il triennio 2025-2027 (2112-bis)
(per le parti di competenza)
dei deputati
Merola, D'Alfonso, Toni Ricciardi, Stefanazzi e Tabacci
La VI Commissione,
esaminato, per le parti di competenza, il provvedimento in oggetto;
premesso che:
con una dimensione complessiva di circa 30 miliardi nel 2025, il disegno di legge di bilancio 2025 presentato dal Governo è una manovra di puro galleggiamento, senza visione e di brevissimo respiro, incapace di dare vere risposte alle persone e alle famiglie, inadeguata ad affrontare le grandi questioni del Paese, a rilanciare la crescita e a ridurre le disuguaglianze sociali;
al di là dell'approccio ragionieristico con cui si punta a rispettare i parametri del nuovo Patto di stabilità e crescita, la manovra è priva di organicità dal punto di vista strutturale, senza alcuna traccia di quelle strategie anticicliche ed espansive che servirebbero a rilanciare la nostra economia e delle riforme profonde di cui avrebbero bisogno i principali settori della vita del Paese, non discostandosi da quelle che l'hanno preceduta;
si rispettano i parametri del nuovo Patto di stabilità e crescita, ma non si prova nemmeno a porre le basi per rilanciare la crescita: la manovra produce un effetto espansivo dello 0,3 per cento nel 2025, 0 nel 2026, 0,1 per cento nel 2027, e nel triennio 2025-2027 la crescita italiana rimane ogni anno mediamente inferiore di 0,6 per cento-0,7 per cento alla crescita UE, ma si tratta probabilmente di stime ottimistiche visto che l'ISTAT ha appena certificato una economia ferma nel terzo trimestre, con una crescita acquisita pari allo 0,4 per cento, rendendo un miraggio il traguardo fissato dal Governo di una crescita dell'1 per cento a fine anno;
oltre a tutto ciò che non prevede, il provvedimento in esame colpisce anche per ciò che contiene di sbagliato e insufficiente;
per il 2025 la Sanità vede crescere il suo finanziamento di soli 1,3 miliardi di euro, assolutamente inadeguati persino per compensare gli aumenti inflazionistici e per affrontare l'aumento considerevole dei costi, di cui circa un miliardo vincolato al rinnovo del contratto 2025-2027 di Asl e Ospedali, senza traccia del maxi piano di assunzioni di medici e infermieri che in un triennio avrebbe dovuto portare nel Sistema sanitario nazionale 30 mila professionisti;
la dotazione di risorse del Fondo sanitario nazionale in rapporto al Pil scenderà al punto più basso mai toccato negli ultimi quindici anni, poco più del 6 per cento, un livello sempre più lontano da quello dei Paesi dell'area Ocse, che ci colloca agli ultimi posti in Europa e che determina un inevitabile incremento della spesa sanitaria privata delle famiglie, aumentata di 4,3 miliardi di euro nel 2023, una cifra tale da neutralizzare i vantaggi derivanti dall'accorpamento degli scaglioni dell'IRPEF;
la politica industriale è totalmente assente e non vengono rifinanziati strumenti essenziali come il Fondo di garanzia per le PMI, i contratti di sviluppo e gli accordi per l'innovazione; soprattutto, con una scelta assurda e gravissima per l'industria e i lavoratori del settore automotive, si opera un drastico taglio, per un totale di 4,55 miliardi di euro di definanziamento, al «Fondo automotive», istituito dal governo Draghi con una dotazione di 700 milioni di euro per il 2022 e di un miliardo di euro per ciascuno degli anni dal 2023 al 2030, per il sostegno e la promozione della transizione verde, della ricerca e degli investimenti nel settore automotive, cui viene lasciata un finanziamento residuo complessivo di soli 1,2 miliardi di euro per il periodo 2025-2030, praticamente un azzeramento delle possibilità affrontare le sfide estremamente impegnative della transizione ecologica e digitale e della crescente competizione globale, che hanno invece bisogno di rilevanti politiche di sostegno;
la manovra introduce ulteriori e insostenibili tagli per gli enti territoriali, che ammontano a circa 7 miliardi e 780 milioni di euro nel prossimo quinquennio e vanno a sommarsi a quelli già previsti a legislazione vigente, con effetti devastanti per i cittadini, perché le amministrazioni territoriali saranno costrette a tagliare ancora la manutenzione degli immobili pubblici, i servizi alla collettività, i sussidi alle famiglie, la scuola, i trasporti e, soprattutto, i servizi socio-assistenziali;
sulle pensioni il disegno di legge contiene una vera e proprio presa in giro, con un ritocco invisibile delle pensioni minime di 3 euro al mese, 10 centesimi al giorno, a fronte di una situazione allarmante che vedeva 4.786.521 pensionati con una pensione inferiore a 1.000 euro al mese nel 2023, pari al 29,5 per cento del totale;
è da condannare innanzitutto l'atteggiamento del governo che per la copertura della legge di bilancio interviene sulle risorse destinate agli italiani che vivono all'estero in primis attuando il blocco della rivalutazione dell'indicizzazione per i pensionati non considerando che se una persona ha versato i contributi ha diritto alla propria pensione come tutti gli altri; inoltre si introduce il blocco della disoccupazione per chi è rientrato e ha perso il lavoro; una stretta inaccettabile nei confronti dei connazionali che vivono fuori dal Paese;
per quanto riguarda il pubblico impiego, le risorse stanziate per la contrattazione collettiva nazionale sono insufficienti, solo 1.755 milioni di euro per il 2025, 3.550 milioni di euro per il 2026 e 5.550 milioni di euro annui a decorrere dal 2027, che corrispondono ad incrementi retributivi rispettivamente dell'1,8 per cento, del 3,6 per cento e del 5,4 per cento a regime, così da restare molto lontani dall'obiettivo del mero recupero dell'inflazione registrata dal 2022 al 2024, che ha sfondato il 17 per cento, mentre si reintroduce lo strumento del blocco del turn over per gli enti con più di 20 dipendenti, che si trasformerà in un pesante indebolimento delle pubbliche amministrazioni, tenuto conto delle croniche carenze e della stima di circa un milione di lavoratori pubblici che andranno in pensione da qui al 2030;
esce nuovamente penalizzato il Mezzogiorno: il credito d'imposta ZES viene prorogato per il 2025, ma con una dotazione di risorse dimezzata rispetto all'anno precedente: 1,6 miliardi anziché 3,27, mentre le risorse derivanti dalla fine della decontribuzione Sud, che comporterà un aggravio del costo del lavoro per le imprese che operano nel Meridione di ben 12,4 miliardi di euro nel triennio 2025-2027, vengono solo in parte destinate al Mezzogiorno mediante l'istituzione di un Fondo per il finanziamento di interventi volti a mitigare il divario nell'occupazione e nello sviluppo dell'attività imprenditoriale nelle aree svantaggiate, il cui funzionamento concreto è tutto da definire;
rispetto alle tematiche ecologiche si torna indietro di decenni, senza nuove risorse per salvaguardare l'ambiente e contrastare il dissesto idrogeologico e misure per limitare i mutamenti climatici, nonostante i numerosi eventi estremi che hanno ripetutamente devastato il Paese nei mesi scorsi;
anche per la scuola si riduce l'organico di potenziamento introdotto dalla «Buona Scuola» del 2015 e si procede solo con tagli: di 5.660 posti da docente e di 2.174 unità di personale amministrativo e tecnico: per gli insegnanti che fanno da supporto per il potenziamento dell'autonomia scolastica, che sono circa 14 mila, di tratta di una riduzione di oltre un terzo, con le scuole che saranno costrette a tagliare attività di sostegno ai ragazzi, a cominciare da quelle di potenziamento didattico. La riduzione del personale Ata, quando già si era in presenza di una grandissima sofferenza negli organici, significa mettere ancora più in difficoltà le scuole anche rispetto alla realizzazione dei progetti del PNRR;
ai deludenti risultati dei due anni di Governo e alle altrettanto deludenti previsioni di crescita concorrono le scelte poste al centro dell'azione dell'esecutivo, tra cui:
a) l'assenza di interventi di politica economica in grado di sostenere efficacemente l'economia italiana;
b) la mancata previsione di misure strutturalmente orientate al recupero del potere d'acquisto dei redditi;
c) una politica fiscale iniqua, frammentata e categoriale, senza alcun riferimento a un disegno complessivo e razionale, e una lunga sequenza di sanatorie e condoni fiscali, che hanno l'oggettivo effetto di legittimare l'evasione fiscale;
d) la rinuncia a una efficace azione di spending review in favore di una politica fatta di tagli che hanno colpito e continueranno a colpire ambiti essenziali e settori strategici con ricadute sui soggetti economicamente più deboli;
considerato che, per quanto riguarda le materie di competenza:
con riferimento alla complessiva riforma prevista dall'articolo 2, che rende strutturale la riduzione da quattro a tre aliquote IRPEF già prevista, in deroga alla disciplina del TUIR, per l'anno 2024 e introduce, con riferimento ai percettori di redditi complessivamente superiori a 75.000 euro, alcuni limiti agli oneri e alle spese che possono dare luogo ad una detrazione fiscale, sono da rilevare una serie di criticità;
la tassazione sul reddito da lavoro dipendente è oggi in Italia particolarmente gravosa per livelli di reddito medi; secondo i dati dell'Osservatorio Itinerari previdenziali sulle entrate fiscali il 45,16 per cento degli italiani non ha redditi (o non li dichiara), e di conseguenza solo il 15,26 per cento dei contribuenti, dichiarando redditi superiori a 35 mila euro, pagano il 63,39 per cento dell'IRPEF; una minoranza di contribuenti che paga i costi della sanità e del welfare per l'intera collettività inclusi coloro che hanno optato per i regimi sostitutivi se non addirittura hanno scelto la via dell'omessa dichiarazione o il mancato versamento delle imposte con la speranza di trovare la soluzione nelle sanatorie che il governo sistematicamente introduce a cadenza regolare;
l'IRPEF grava solo su pensionati e lavoratori dipendenti, con un reddito medio e alto; i lavoratori autonomi fino a 85mila euro di fatturato possono infatti optare per il regime sostitutivo dell'IRPEF con la cosiddetta flat tax al 15 per cento mentre i proprietari di case possono optare per la cedolare secca sul canone di locazione al 21 per cento;
il secondo punto di critica riguarda la difficoltà di interpretazione delle norme che vengono introdotte nel testo unico senza considerare gli attuali vincoli e tetti già esistenti a legislazione vigente; non appare chiaramente delineato il confine dei limiti alle spese di cui al citato comma 9 e le disposizioni di cui all'articolo 8 recante le misure di detrazione delle spese per interventi di recupero del patrimonio edilizio e di riqualificazione energetica degli edifici;
non appare altresì chiaro l'effetto complessivo sull'aliquota media effettiva prodotto dalla riduzione progressiva delle detrazioni in relazione allo stato di famiglia per i redditi complessivi compresi tra 75.000 euro e 100.000 euro e il limite di detrazioni previsto dall'articolo 15, comma 3-bis del TUIR che, a decorrere dal 1° gennaio 2020, riduce progressivamente la detrazione riconosciuta al crescere del reddito per valori superiori a 120.000 euro azzerandosi alla soglia di 240.000 euro;
nel nuovo sistema di detrazioni non viene inoltre riprodotta la riduzione pari a euro 260 della detrazione per redditi complessivi superiori a 50.000 euro spettante per l'anno 2024 che era volta a compensare e neutralizzare il vantaggio dovuto al passaggio dalle quattro alle tre aliquote IRPEF;
tutto questo comporta un andamento della curva dell'aliquota media effettiva che incide negativamente sulla progressività prevista dal dettato costituzionale all'articolo 53;
non in ultimo, si rimarca la difficoltà che i contribuenti saranno costretti ad affrontare nella dichiarazione precompilata per il prossimo anno dovuta al fatto che il limite di spesa relativo alle detrazioni genera incertezza sugli effetti netti per cui il contribuente sarebbe tenuto a scegliere, per i sopra determinati limiti di reddito, se vedersi riconosciuta una detrazione ad aliquota del 19 per cento prevista ai sensi dell'articolo 15 del TUIR rispetto ad una detrazione edilizia cui si applica una aliquota almeno del 50 per cento con privilegio ovviamente per la seconda opzione; meccanismo cui si sarebbe potuto ovviare se si fosse considerato il limite all'importo complessivo di detrazione e non il limite alla spesa su cui applicare la detrazione;
infine si rileva che al comma 10, lettera b) dell'articolo 2 viene operata una incostituzionale discriminazione volta ad escludere dalle detrazioni per familiari a carico i contribuenti extracomunitari in relazione ai familiari residenti all'estero con un recupero di gettito stimato in oltre 100 milioni di euro annui;
una norma che appare in contrasto anche con il diritto dell'Unione Europea, in quanto i titolari di permesso di lungo periodo e i titolari di permesso unico lavoro sono parificati ai cittadini dello Stato ospitante per quanto riguarda le «agevolazioni fiscali» e prevedibilmente avrà la stessa sorte degli agli assegni al nucleo familiare sul quale la Corte di giustizia e la Corte costituzionale hanno accertato il diritto dei lavoratori stranieri inizialmente esclusi;
sul piano del reperimento delle risorse il governo ha avuto una mano più leggera a favore delle banche e la tanto sbandierata «tassa sugli extraprofitti» per istituti di credito e assicurazioni è divenuta solo una mera anticipazione di imposte, che saranno recuperate nella prossima legislatura;
sugli altri articoli di competenza della Commissione si esprimono altrettante perplessità e in particolare:
la proroga per tre anni della deduzione IRES per il costo del lavoro compenserà solo in parte l'aggravio determinato dall'abolizione permanente dell'ACE, mantenendo il saldo della riforma fiscale per quanto riguarda le imprese in territorio fortemente negativo;
viene prevista una modifica peggiorativa della Web Tax, che non sarà più applicata solo alle grandi aziende multinazionali; la tassa, al 3 per cento dei ricavi, coinvolge anche le realtà più piccole e rischia di danneggiare le aziende innovative italiane, la produttività generale e il sistema dell'informazione colpendo un sistema di imprese vitale per il futuro del Paese;
un altro taglio drastico è quello alle agevolazioni ordinarie per le ristrutturazioni e l'efficienza energetica delle abitazioni (dall'attuale livello del 50 per cento per le ristrutturazioni e 65 per cento per l'efficienza energetica al 36 per cento per la prima casa e al 30 per cento per le altre abitazioni previsto nel 2026), che penalizzerà tantissime piccole imprese del settore dell'edilizia e spingerà nuovamente verso il nero e il sommerso;
è necessario esprimere un giudizio estremamente negativo su una manovra lontana da ciò che sarebbe stato necessario per il bene del Paese e degli italiani,
DELIBERA DI RIFERIRE
IN SENSO CONTRARIO.
VII COMMISSIONE PERMANENTE
(Cultura, scienza e istruzione)
VII COMMISSIONE PERMANENTE
(Cultura, scienza e istruzione)
RELAZIONE DI MINORANZA
sul
DISEGNO DI LEGGE
Bilancio di previsione dello Stato per l'anno finanziario 2025
e bilancio pluriennale per il triennio 2025-2027 (2112-bis)
(per le parti di competenza)
dei deputati
Manzi, Berruto, Iacono, Orfini
La VII Commissione,
esaminato, per le parti di competenza, il bilancio di previsione dello Stato per l'anno finanziario 2025 e il bilancio pluriennale per il triennio 2025-2027 (A.C. 2112) e le allegate Tabella n. 14; 11 e 7;
esaminato, per le parti di competenza, il provvedimento in oggetto;
premesso che:
con una dimensione complessiva di circa 30 miliardi nel 2025, il disegno di legge di bilancio 2025 presentato dal Governo è una manovra di puro galleggiamento, senza visione e di brevissimo respiro, incapace di dare vere risposte alle persone e alle famiglie, inadeguata ad affrontare le grandi questioni del Paese, a rilanciare la crescita e a ridurre le disuguaglianze sociali;
al di là dell'approccio ragionieristico con cui si punta a rispettare i parametri del nuovo Patto di stabilità e crescita, la manovra è priva di organicità dal punto di vista strutturale, senza alcuna traccia di quelle strategie anticicliche ed espansive che servirebbero a rilanciare la nostra economia e delle riforme profonde di cui avrebbero bisogno i principali settori della vita del Paese, non discostandosi da quelle che l'hanno preceduta;
si rispettano i parametri del nuovo Patto di stabilità e crescita, ma non si prova nemmeno a porre le basi per rilanciare la crescita: la manovra produce un effetto espansivo dello 0,3 per cento nel 2025, 0 nel 2026, 0,1 per cento nel 2027, e nel triennio 2025-2027 la crescita italiana rimane ogni anno mediamente inferiore di 0,6 per cento-0,7 per cento alla crescita UE, ma si tratta probabilmente di stime ottimistiche visto che l'ISTAT ha appena certificato una economia ferma nel terzo trimestre, con una crescita acquisita pari allo 0,4 per cento, rendendo un miraggio il traguardo fissato dal Governo di una crescita dell'1 per cento a fine anno;
oltre a tutto ciò che non prevede, il provvedimento in esame colpisce anche per ciò che contiene di sbagliato e insufficiente;
per il 2025 la Sanità vede crescere il suo finanziamento di soli 1,3 miliardi di euro, assolutamente inadeguati persino per compensare gli aumenti inflazionistici e per affrontare l'aumento considerevole dei costi, di cui circa un miliardo vincolato al rinnovo del contratto 2025-2027 di Asl e Ospedali, senza traccia del maxi piano di assunzioni di medici e infermieri che in un triennio avrebbe dovuto portare nel Sistema sanitario nazionale 30 mila professionisti;
la dotazione di risorse del Fondo sanitario nazionale in rapporto al Pil scenderà al punto più basso mai toccato negli ultimi quindici anni, poco più del 6 per cento, un livello sempre più lontano da quello dei Paesi dell'area Ocse, che ci colloca agli ultimi posti in Europa e che determina un inevitabile incremento della spesa sanitaria privata delle famiglie, aumentata di 4,3 miliardi di euro nel 2023, una cifra tale da neutralizzare i vantaggi derivanti dall'accorpamento degli scaglioni dell'IRPEF;
la politica industriale è totalmente assente e non vengono rifinanziati strumenti essenziali come il Fondo di garanzia per le PMI, i contratti di sviluppo e gli accordi per l'innovazione; soprattutto, con una scelta assurda e gravissima per l'industria e i lavoratori del settore automotive, si opera un drastico taglio, per un totale di 4,55 miliardi di euro di definanziamento, al «Fondo automotive», istituito dal governo Draghi con una dotazione di 700 milioni di euro per il 2022 e di un miliardo di euro per ciascuno degli anni dal 2023 al 2030, per il sostegno e la promozione della transizione verde, della ricerca e degli investimenti nel settore automotive, cui viene lasciata un finanziamento residuo complessivo di soli 1,2 miliardi di euro per il periodo 2025-2030, praticamente un azzeramento delle possibilità affrontare le sfide estremamente impegnative della transizione ecologica e digitale e della crescente competizione globale, che hanno invece bisogno di rilevanti politiche di sostegno;
la proroga per tre anni della deduzione Ires per il costo del lavoro compenserà solo in parte l'aggravio determinato dall'abolizione permanente dell'Ace, mantenendo il saldo della riforma fiscale per quanto riguarda le imprese in territorio fortemente negativo, mentre viene prevista una modifica peggiorativa della Web Tax, che non sarà più applicata solo alle grandi aziende multinazionali ma riguarderà tutti gli operatori del settore, dai giganti alle piccole imprese digitali, colpendo un ecosistema di imprese innovative vitale per il futuro del Paese;
un altro taglio drastico è quello alle agevolazioni ordinarie per le ristrutturazioni e l'efficienza energetica delle abitazioni (dall'attuale livello del 50 per cento per le ristrutturazioni e 65 per cento per l'efficienza energetica al 36 per cento per la prima casa e al 30 per cento per le altre abitazioni previsto nel 2026), che penalizzerà tantissime piccole imprese del settore dell'edilizia e spingerà nuovamente verso il nero e il sommerso;
la manovra introduce ulteriori e insostenibili tagli per gli enti territoriali, che ammontano a circa 7 miliardi e 780 milioni di euro nel prossimo quinquennio e vanno a sommarsi a quelli già previsti a legislazione vigente, con effetti devastanti per i cittadini, perché le amministrazioni territoriali saranno costrette a tagliare ancora la manutenzione degli immobili pubblici, i servizi alla collettività, i sussidi alle famiglie, la scuola, i trasporti e, soprattutto, i servizi socio-assistenziali;
sulle pensioni il disegno di legge contiene una vera e proprio presa in giro, con un ritocco invisibile delle pensioni minime di 3 euro al mese, 10 centesimi al giorno, a fronte di una situazione allarmante che vedeva 4.786.521 pensionati con una pensione inferiore a 1.000 euro al mese nel 2023, pari al 29,5 per cento del totale;
per quanto riguarda il pubblico impiego, le risorse stanziate per la contrattazione collettiva nazionale sono insufficienti, solo 1.755 milioni di euro per il 2025, 3.550 milioni di euro per il 2026 e 5.550 milioni di euro annui a decorrere dal 2027, che corrispondono ad incrementi retributivi rispettivamente dell'1,8 per cento, del 3,6 per cento e del 5,4 per cento a regime, così da restare molto lontani dall'obiettivo del mero recupero dell'inflazione registrata dal 2022 al 2024, che ha sfondato il 17 per cento, mentre si reintroduce lo strumento del blocco del turn over per gli enti con più di 20 dipendenti, che si trasformerà in un pesante indebolimento delle pubbliche amministrazioni, tenuto conto delle croniche carenze e della stima di circa un milione di lavoratori pubblici che andranno in pensione da qui al 2030;
risulta nuovamente penalizzato il Mezzogiorno: il credito d'imposta ZES viene prorogato per il 2025, ma con una dotazione di risorse dimezzata rispetto all'anno precedente: 1,6 miliardi anziché 3,27, mentre le risorse derivanti dalla fine della decontribuzione Sud, che comporterà un aggravio del costo del lavoro per le imprese che operano nel Meridione di ben 12,4 miliardi di euro nel triennio 2025-2027, vengono solo in parte destinate al Mezzogiorno mediante l'istituzione di un Fondo per il finanziamento di interventi volti a mitigare il divario nell'occupazione e nello sviluppo dell'attività imprenditoriale nelle aree svantaggiate, il cui funzionamento concreto è tutto da definire;
rispetto alle tematiche ecologiche si torna indietro di decenni, senza nuove risorse per salvaguardare l'ambiente e contrastare il dissesto idrogeologico e misure per limitare i mutamenti climatici, nonostante i numerosi eventi estremi che hanno ripetutamente devastato il Paese nei mesi scorsi;
sul piano del reperimento delle risorse, oltre ai tagli ai Ministeri, che ammontano a circa 7,7 miliardi in tre anni, con tutte le prevedibili conseguenze che ricadranno sul personale e sui cittadini, la tanto sbandierata «tassa sugli extraprofitti» per istituti di credito e assicurazioni è solo una mera anticipazione di imposte, che saranno recuperate nella prossima legislatura;
ai deludenti risultati dei due anni di Governo e all'altrettanti deludenti previsioni di crescita concorrono le scelte poste al centro dell'azione dell'esecutivo, tra cui:
a) l'assenza di interventi di politica economica in grado di sostenere efficacemente l'economia italiana;
b) la mancata previsione di misure strutturalmente orientate al recupero del potere d'acquisto dei redditi;
c) una politica fiscale iniqua, frammentata e categoriale, senza alcun riferimento a un disegno complessivo e razionale, e una lunga sequenza di sanatorie e condoni fiscali, che hanno l'oggettivo effetto di legittimare l'evasione fiscale;
d) la rinuncia a una efficace azione di spending review in favore di una politica fatta di tagli che hanno colpito e continueranno a colpire ambiti essenziali e settori strategici con ricadute sui soggetti economicamente più deboli;
è necessario esprimere un giudizio estremamente negativo su una manovra lontana da ciò che sarebbe stato necessario per il bene del Paese e degli italiani;
considerato che:
per quanto riguarda le materie di competenza della commissione riferite al settore della scuola e registrate nella Tabella 7, sono previste pochissime misure e, inoltre, assolutamente insufficienti a far fronte ai gravi problemi che affliggono il comparto;
il Governo prosegue nella politica dissennata che ha operato importanti tagli che hanno pesantemente inciso sul settore dell'istruzione, a conferma di una chiara e incomprensibile volontà politica per la quale l'Istruzione non rappresenta una priorità del Paese;
la manovra non restituisce centralità all'istruzione pubblica poiché non stanzia risorse adeguate per innalzare le retribuzioni dei docenti, portandole al livello europeo, nonché per definire incarichi e progressione di carriera del personale scolastico, attraverso un incremento stabile, congruo e duraturo delle risorse stanziate per il rinnovo contrattuale;
stigmatizzato che:
le norme presenti tagliano 5.660 docenti dell'organico dell'autonomia e 2147 posti del personale amministrativo tecnico e ausiliario della scuola e le risorse destinate al rinnovo del contratto sono assolutamente insufficienti e inadeguate a tutelare il potere d'acquisto delle retribuzioni del personale della scuola duramente colpite dall'inflazione;
nulla è previsto per il sostegno al diritto allo studio nella direzione di un'omogeneizzazione delle condizioni di accesso alla gratuità dei libri di testo nelle diverse aree del Paese, anche aumentando le risorse nazionali a tal fine destinate, fino all'estensione della gratuità dei libri a tutta la scuola dell'obbligo per le famiglie meno abbienti;
nulla è previsto per garantire, in forma graduale e progressiva, la gratuità dei costi legati alla mobilità delle studentesse e degli studenti del sistema nazionale di istruzione nel tragitto dall'abitazione alla sede scolastica, anche attraverso l'istituzione di un fondo specifico finalizzato diretto a coprire i costi da essi sostenuti, sia per il trasporto scolastico erogato dagli enti locali sia per il trasporto pubblico locale;
considerato, inoltre, che non risultano risorse strutturali per il contrasto della dispersione scolastica e della povertà educativa ma, al contrario, si registra un definanziamento, di -38 milioni di euro al fondo, di 40 milioni per il 2025, per la «riduzione divari territoriali, contrasto dispersione scolastica»;
visto che a fronte di tale quadro finanziario e normativo nel quale si registrano tagli un ulteriore dato preoccupante si evince nel Piano Strutturale di bilancio di medio termine 2025-2029;
considerato che, sia pure in ritardo, negli ultimi anni l'Italia ha lavorato per raggiungere l'obiettivo europeo del 33 per cento di copertura del servizio asili nido entro il 2030, e di avvicinarsi all'obiettivo del 45 per cento indicato dall'Unione europea;
visto che:
il Governo, nel Piano Strutturale di bilancio di medio termine 2025-2029, trasmesso all'Unione Europea, in particolare, nell'Allegato VI, investimento 1.1 della M4C1, ha indicato delle risorse stanziate che si discostano fortemente dal quadro finanziario delineato in premessa e dagli obiettivi programmatici concordati con la stessa Unione europea;
nello specifico, nella tavola A.VI.4, il Governo ha rimodulato il LEP del 33 per cento previsto dalla legge n. 234 del 2021 per gli asili nido, impegnandosi a garantire il 33 per cento «a livello nazionale», eliminando il riferimento al «livello comunale» e introducendo una sorta di nuovo LEP del 15 per cento denominato «a livello regionale»;
inoltre, sempre nell'ambito del Piano Strutturale di bilancio 2025-2029, tavola A.VI.4, il Governo ha indicato come obiettivo per il 2027 quello di «aumentare la spesa pubblica per coprire i costi operativi delle strutture di assistenza all'infanzia di almeno il 20 per cento rispetto alla spesa pubblica annua dedicata nel 2021 ai costi di gestione delle strutture di assistenza all'infanzia disponibili per i bambini sotto i 3 anni d'età, considerando anche i nuovi posti resi disponibili dal PNRR»;
considerato che, il nuovo livello di copertura del servizio nidi del 15 per cento regionale – fermo restando quello del 33 per cento medio nazionale – è sensibilmente inferiore a quello di legge; un incremento nel 2027 rispetto al 2021 delle spese di gestione di «almeno il 20 per cento» equivale a un importo minimo annuo di 260 milioni, ovvero meno di un quarto rispetto ai 1.100 milioni effettivamente stanziati e necessari a coprire le spese per 141.855 nuovi posti nei nidi;
visto che, nella manovra si registra solo la presenza di un generico fondo sulla valorizzazione del merito di circa 400 milioni di euro, di cui non si conosce la destinazione e l'estensione, in seguito alla sentenza UE, della carta docente ai precari;
considerato che, si registrano ulteriori tagli ai seguenti capitoli:
fondo «la buona scuola per il miglioramento e la valorizzazione dell'istruzione scolastica»: -52.172; -52.172; -1.748.422;
Istituzioni scolastiche non statali (22.9): -13.917 -14.650 -14.650;
Trasferimenti e contributi per le scuole non statali: -13.917 -14.650 -14.650;
fondo per il funzionamento delle istituzioni scolastiche (istruzione secondaria di secondo grado) (2.1.2) (9.2.2): -6.324.659 -5.304.658 -5.098.508;
Istruzione del primo ciclo (22.17) -27 milioni -8.297.979
Istruzione del secondo ciclo (22.18) -9.347.619 -7.433.961 -7.433.961
Edilizia scolastica e sicurezza nelle scuole (22.20) -4.418.116 -4.418.205 -4.418.205;
sviluppo del sistema istruzione scolastica e promozione del diritto allo studio (22.8): -1.500.990 -1.414.432 -1.414.432;
lotta alla dispersione scolastica, orientamento e prevenzione del disagio giovanile -497.315 -516.236 -516.236;
iniziative per l'orientamento, la prevenzione della dispersione scolastica e potenziamento della scolarizzazione (2.2.13) -36.036 -37.933 -37.933;
considerato che per quanto riguarda l'università e la ricerca e la Tabella 11, i loro capitoli sono i grandi assenti della manovra di bilancio, per il terzo anno consecutivo dall'inizio della legislatura;
negli ultimi due anni, in seguito alle proteste degli studenti davanti le università, è emerso, a partire dall'elevato importo degli affitti (cosiddetto caro affitti), l'enorme problema del costo degli studi e della necessità di implementare gli strumenti di welfare e i fondi per il diritto allo studio;
il problema del caro affitti e della mancanza di alloggi per gli studenti rappresenta una vera e propria emergenza che «discrimina» una parte significativa della popolazione giovanile, impossibilitata per ragioni economiche, a mantenersi agli studi, in palese contrasto con quanto previsto dalla Costituzione;
stigmatizzata l'assenza di interventi a sostegno del welfare studentesco;
premesso che è ormai noto, in quanto anche oggetto di diversi atti di sindacato ispettivo, la presenza di una notevole contrazione rispetto al 2023, registrata nello schema di decreto ministeriale relativo ai criteri di ripartizione del fondo di finanziamento ordinario per l'anno 2024;
visto che risulta certifica dalle tabelle ministeriali una riduzione di ben 8-900 milioni di euro al fondo di finanziamento ordinario derivata dall'avvio di Piani straordinari, messi a carico delle stesse università, di ben 290 milioni per l'assunzione di giovani ricercatori e 50 milioni per l'arruolamento del personale tecnico-amministrativo;
stigmatizzata la previsione di un adeguamento del Fondo per il finanziamento ordinario delle università (FFO);
considerato che a questi tagli si aggiunge ancora il blocco del piano straordinario di reclutamento sia sul fronte della ricerca che del personale tecnico amministrativo e bibliotecari, dove si parla di una riduzione di circa il 25 per cento del turnover;
visto che il comma 14, articolo 110, che prescrive il versamento all'erario della monetizzazione derivante dalla limitazione al turn over limita, di fatto, la possibilità di assumere, e il presunto risparmio determinatosi dovrà essere versato al bilancio dello stato quando, tale «risparmio» è uno dei pochi strumenti che gli Atenei hanno per far fronte ai maggiori costi di gestione, come le spese energetiche, gli stipendi e i contratti per servizi;
stigmatizzato che le disposizioni di norma di cui al comma 14 dell'articolo 110, con l'obbligo di versamento all'erario di tali «risparmi» sono un ulteriore durissimo colpo ai bilanci universitari;
visto che, i tagli alle tabelle per quanto riguarda il diritto allo studio rischiano di incrementare notevolmente il numero di idonei senza borsa;
considerato inoltre che alle norme presenti in legge di bilancio si inserisce il disegno di legge di riforma del reclutamento del personale docente e di ricerca e l'organizzazione delle università che prevede solo figure precarie, senza alcun sbocco di stabilizzazione;
visto inoltre che si registra, per gli effetti della manovra, un definanziamento della Missione «Ricerca e innovazione» di ben 213,82 milioni di euro, riconducibili quanto a 120,82 milioni di euro alla revisione di spesa della riforma del Piano strutturale di bilancio (articolo 119, comma 1) e un taglio di -93 milioni di euro per l'anno 2025 e 73 milioni di euro per l'anno 2026 al programma «Ricerca scientifica e tecnologica di base e applicata (17.22)»;
considerato che:
per quanto riguarda le parti di competenza della Commissione, con riferimento alla cultura e alla Tab 14 si registra un sensibile decremento nel 2025 (in termini assoluti pari a 448,2 milioni di euro; -12,6 per cento);
tale decremento è determinato principalmente da una diminuzione di 357,2 milioni delle spese in conto capitale (-21,31 per cento), che si riduce parzialmente nei successivi esercizi, soprattutto nel 2027. Anche le spese correnti registrano una diminuzione nel 2025, rispetto alla legge di bilancio 2024, pari a 91 milioni di euro (-4,9 per cento): in questo caso la diminuzione prosegue negli anni successivi 2026 e 2027;
si registra un taglio di 147 milioni per il 2025, 178 per il 2026 e 204 per il 2027, a fronte di un bilancio complessivo che si aggira attorno ai 3,5 miliardi di euro;
la riduzione si concentra sulle spese per la tutela del patrimonio culturale, ovvero il programma 1.9 del ministero con -381,2 milioni;
stigmatizzato, con riferimento alla Tabella 14 (Stato di previsione del Ministero della cultura), che vengono operati tagli cospicui su diverse Missioni e Programmi: -33,9 milioni a decorre dall'anno 2025 al «Nuovo Fondo Cultura»; -3,8 milioni al finanziamento volto ad eliminare le barriere architettoniche; -94 milioni per l'anno 2025 e -10,4 milioni per l'anno 2026 al Fondo per la tutela patrimonio culturale;
considerato che, si registrano ulteriori tagli: al sostegno dello spettacolo dal vivo (1,7, 1,9 e 1,8 milioni di euro nei prossimi tre anni, a fronte di dotazioni di competenza per il 2024 di 474 milioni di euro), alla vigilanza, prevenzione e repressione in materia di patrimonio culturale (127 mila euro per tutti i tre anni, dotazioni di 9 milioni), alla tutela dei beni archeologici (528 mila euro nel 2025 e nel 2026, 563 mila nel 2027, dotazioni di 68 milioni), alla tutela e alla valorizzazione dei beni archivistici (7,4 milioni di euro nel 2025 e 2,4 nel 2026 e nel 2027, dotazioni di 162 milioni), alla tutela e alla valorizzazione dei beni librari e alla promozione del libro (6,4, 6,5 e 6,3 milioni, dotazioni di 98 milioni), alla tutela delle belle arti e alla valorizzazione del paesaggio (12,8 nel 2025 e 12,5 milioni nel 2026, dotazioni di 147 milioni), alla valorizzazione del patrimonio culturale e al coordinamento del sistema museale (8,1 nel 2025 e 6,6 milioni nel 2026 e nel 2027, dotazioni di 436 milioni), alla tutela e alla promozione dell'arte e dell'architettura contemporanea (1,5 milioni, dotazioni di 34 milioni), al sostegno, alla valorizzazione e alla tutela del settore cinema e audiovisivo (1,2, 1,3 milioni e 324 mila, dotazioni di 550 milioni), agli interventi per la sicurezza del patrimonio culturale e per le emergenze (3 milioni, dotazioni di 11 milioni) e alla promozione del patrimonio culturale nazionale all'estero (58 mila, 41 mila e 40 mila). Previsti anche tagli per 3,5 milioni nel 2025, 1,5 nel 2026 e 1,5 nel 2027 ai servizi istituzionali del Ministero della cultura;
considerato, inoltre che per quanto riguarda la cultura si registra l'assenza di una strategia anche per quanto riguarda il settore della filiera editoriale;
nessun intervento è previsto ad incrementare il Fondo a sostegno delle biblioteche e a riaprire i termini per beneficiare la carta del merito;
stigmatizzata l'assenza di norme a sostegno della lettura e degli istituti culturali;
considerate, per quanto di competenza, le dotazioni finanziarie del Ministero dell'economia e delle finanze relative all'informazione, all'editoria, alla ricerca e allo sport;
visto che nell'ambito del Programma 10.2 Sostegno al pluralismo dell'informazione, si evidenzia, rispetto alla dotazione a legislazione vigente, una diminuzione, in conto competenza, di circa 12,2 milioni di euro per il 2025, con uno stanziamento che risulta quindi di 232,7 milioni di euro. Tale diminuzione è interamente ascrivibile alla spending review dei Ministeri disposta per il triennio 2025-2027 e anni successivi dall'articolo 119, comma 1 e All. III, del disegno di legge di bilancio;
visto, inoltre, che nell'ambito del Programma 18.1 Attività ricreative e sport, si registra, nello stato di previsione del MEF, rispetto alla dotazione a legislazione vigente, in conto competenza, una diminuzione di circa 4,2 milioni di euro per il 2025,
DELIBERA DI RIFERIRE
IN SENSO CONTRARIO.
VIII COMMISSIONE PERMANENTE
(Ambiente, territorio e lavori pubblici)
VIII COMMISSIONE PERMANENTE
(Ambiente, territorio e lavori pubblici)
RELAZIONE DI MINORANZA
sul
DISEGNO DI LEGGE
Bilancio di previsione dello Stato per l'anno finanziario 2025
e bilancio pluriennale per il triennio 2025-2027 (2112-bis)
(per le parti di competenza)
dei deputati
Simiani, Braga, Curti, Evi e Ferrari
La VIII Commissione,
esaminato, per le parti di competenza, il provvedimento in oggetto;
premesso che:
con una dimensione complessiva di circa 30 miliardi nel 2025, il disegno di legge di bilancio 2025 presentato dal Governo è una manovra di puro galleggiamento, senza visione e di brevissimo respiro, incapace di dare vere risposte alle persone e alle famiglie, inadeguata ad affrontare le grandi questioni del Paese, a rilanciare la crescita e a ridurre le disuguaglianze sociali;
al di là dell'approccio ragionieristico con cui si punta a rispettare i parametri del nuovo Patto di stabilità e crescita, la manovra è priva di organicità dal punto di vista strutturale, senza alcuna traccia di quelle strategie anticicliche ed espansive che servirebbero a rilanciare la nostra economia e delle riforme profonde di cui avrebbero bisogno i principali settori della vita del Paese, non discostandosi da quelle che l'hanno preceduta;
si rispettano i parametri del nuovo Patto di stabilità e crescita, ma non si prova nemmeno a porre le basi per rilanciare la crescita: la manovra produce un effetto espansivo dello 0,3 per cento nel 2025, 0 nel 2026, 0,1 per cento nel 2027, e nel triennio 2025-2027 la crescita italiana rimane ogni anno mediamente inferiore di 0,6 per cento-0,7 per cento alla crescita UE, ma si tratta probabilmente di stime ottimistiche visto che l'ISTAT ha appena certificato una economia ferma nel terzo trimestre, con una crescita acquisita pari allo 0,4 per cento, rendendo un miraggio il traguardo fissato dal Governo di una crescita dell'1 per cento a fine anno;
oltre a tutto ciò che non prevede, il provvedimento in esame colpisce anche per ciò che contiene di sbagliato e insufficiente;
per il 2025 la Sanità vede crescere il suo finanziamento di soli 1,3 miliardi di euro, assolutamente inadeguati persino per compensare gli aumenti inflazionistici e per affrontare l'aumento considerevole dei costi, di cui circa un miliardo vincolato al rinnovo del contratto 2025-2027 di Asl e Ospedali, senza traccia del maxi piano di assunzioni di medici e infermieri che in un triennio avrebbe dovuto portare nel Sistema sanitario nazionale 30 mila professionisti;
la dotazione di risorse del Fondo sanitario nazionale in rapporto al PIL scenderà al punto più basso mai toccato negli ultimi quindici anni, poco più del 6 per cento, un livello sempre più lontano da quello dei Paesi dell'area OCSE, che ci colloca agli ultimi posti in Europa e che determina un inevitabile incremento della spesa sanitaria privata delle famiglie, aumentata di 4,3 miliardi di euro nel 2023, una cifra tale da neutralizzare i vantaggi derivanti dall'accorpamento degli scaglioni dell'IRPEF;
la politica industriale è totalmente assente e non vengono rifinanziati strumenti essenziali come il Fondo di garanzia per le PMI, i contratti di sviluppo e gli accordi per l'innovazione; soprattutto, con una scelta assurda e gravissima per l'industria e i lavoratori del settore automotive, si opera un drastico taglio, per un totale di 4,55 miliardi di euro di definanziamento, al «Fondo automotive», istituito dal governo Draghi con una dotazione di 700 milioni di euro per il 2022 e di un miliardo di euro per ciascuno degli anni dal 2023 al 2030, per il sostegno e la promozione della transizione verde, della ricerca e degli investimenti nel settore automotive, cui viene lasciato un finanziamento residuo complessivo di soli 1,2 miliardi di euro per il periodo 2025-2030, praticamente un azzeramento delle possibilità di affrontare le sfide estremamente impegnative della transizione ecologica e digitale e della crescente competizione globale, che hanno invece bisogno di rilevanti politiche di sostegno;
la proroga per tre anni della deduzione IRES per il costo del lavoro compenserà solo in parte l'aggravio determinato dall'abolizione permanente dell'Ace, mantenendo il saldo della riforma fiscale per quanto riguarda le imprese in territorio fortemente negativo, mentre viene prevista una modifica peggiorativa della Web Tax, che non sarà più applicata solo alle grandi aziende multinazionali ma riguarderà tutti gli operatori del settore, dai giganti alle piccole imprese digitali, colpendo un ecosistema di imprese innovative vitale per il futuro del Paese;
la manovra introduce ulteriori e insostenibili tagli per gli enti territoriali, che ammontano a circa 7 miliardi e 780 milioni di euro nel prossimo quinquennio e vanno a sommarsi a quelli già previsti a legislazione vigente, con effetti devastanti per i cittadini, perché le amministrazioni territoriali saranno costrette a tagliare ancora la manutenzione degli immobili pubblici, i servizi alla collettività, i sussidi alle famiglie, la scuola, i trasporti e, soprattutto, i servizi socio-assistenziali;
sulle pensioni il disegno di legge contiene una vera e proprio presa in giro, con un ritocco invisibile delle pensioni minime di 3 euro al mese, 10 centesimi al giorno, a fronte di una situazione allarmante che vedeva 4.786.521 pensionati con una pensione inferiore a 1.000 euro al mese nel 2023, pari al 29,5 per cento del totale;
per quanto riguarda il pubblico impiego, le risorse stanziate per la contrattazione collettiva nazionale sono insufficienti, solo 1.755 milioni di euro per il 2025, 3.550 milioni di euro per il 2026 e 5.550 milioni di euro annui a decorrere dal 2027, che corrispondono ad incrementi retributivi rispettivamente dell'1,8 per cento, del 3,6 per cento e del 5,4 per cento a regime, così da restare molto lontani dall'obiettivo del mero recupero dell'inflazione registrata dal 2022 al 2024, che ha sfondato il 17 per cento, mentre si reintroduce lo strumento del blocco del turn over per gli enti con più di 20 dipendenti, che si trasformerà in un pesante indebolimento delle pubbliche amministrazioni, tenuto conto delle croniche carenze e della stima di circa un milione di lavoratori pubblici che andranno in pensione da qui al 2030;
esce nuovamente penalizzato il Mezzogiorno: il credito d'imposta ZES viene prorogato per il 2025, ma con una dotazione di risorse dimezzata rispetto all'anno precedente: 1,6 miliardi anziché 3,27, mentre le risorse derivanti dalla fine della decontribuzione Sud, che comporterà un aggravio del costo del lavoro per le imprese che operano nel Meridione di ben 12,4 miliardi di euro nel triennio 2025-2027, vengono solo in parte destinate al Mezzogiorno mediante l'istituzione di un Fondo per il finanziamento di interventi volti a mitigare il divario nell'occupazione e nello sviluppo dell'attività imprenditoriale nelle aree svantaggiate, il cui funzionamento concreto è tutto da definire;
anche per la scuola si riduce l'organico di potenziamento introdotto dalla «Buona Scuola» del 2015 e si procede solo con tagli: di 5.660 posti da docente e di 2.174 unità di personale amministrativo e tecnico: per gli insegnanti che fanno da supporto per il potenziamento dell'autonomia scolastica, che sono circa 14 mila, di tratta di una riduzione di oltre un terzo, con le scuole che saranno costrette a tagliare attività di sostegno ai ragazzi, a cominciare da quelle di potenziamento didattico. La riduzione del personale ATA, quando già si era in presenza di una grandissima sofferenza negli organici, significa mettere ancora più in difficoltà le scuole anche rispetto alla realizzazione dei progetti del PNRR;
sul piano del reperimento delle risorse, oltre ai tagli ai Ministeri, che ammontano a circa 7,7 miliardi in tre anni, con tutte le prevedibili conseguenze che ricadranno sul personale e sui cittadini, la tanto sbandierata «tassa sugli extraprofitti» per istituti di credito e assicurazioni è solo una mera anticipazione di imposte, che saranno recuperate nella prossima legislatura;
ai deludenti risultati dei due anni di Governo e alle altrettanto deludenti previsioni di crescita concorrono le scelte poste al centro dell'azione dell'esecutivo, tra cui: l'assenza di interventi di politica economica in grado di sostenere efficacemente l'economia italiana; la mancata previsione di misure strutturalmente orientate al recupero del potere d'acquisto dei redditi; una politica fiscale iniqua, frammentata e categoriale, senza alcun riferimento a un disegno complessivo e razionale, e una lunga sequenza di sanatorie e condoni fiscali, che hanno l'oggettivo effetto di legittimare l'evasione fiscale; la rinuncia a una efficace azione di spending review in favore di una politica fatta di tagli che hanno colpito e continueranno a colpire ambiti essenziali e settori strategici con ricadute sui soggetti economicamente più deboli;
è necessario esprimere un giudizio estremamente negativo su una manovra lontana da ciò che sarebbe stato necessario per il bene del Paese e degli italiani;
considerato che:
per quanto riguarda le materie di competenza rispetto alle tematiche ambientali si torna indietro di decenni, senza nuove risorse per salvaguardare l'ambiente e contrastare il dissesto idrogeologico e misure per limitare gli effetti dei cambiamenti climatici, nonostante i numerosi eventi estremi che hanno ripetutamente devastato il Paese nei mesi scorsi;
anzi, a fronte della richiesta da parte del Ministro dell'Ambiente di una dotazione di 2,5 miliardi di euro per l'attuazione dei programmi triennali delle Autorità di Bacino, in aggiunta alle risorse della nuova programmazione degli FSC e alle dotazioni già iscritte in bilancio, si registrano solo tagli lineari ai fondi già esistenti: –170 milioni per spese per interventi di mitigazione del rischio idrogeologico; taglio del 5 per cento sulle spese delle Autorità di bacino che rischia di comprometterne la funzionalità, taglio che si aggiunge ad una situazione già critica a bilancio invariato e per la quale il Partito democratico ha chiesto a più riprese un'integrazione delle risorse destinate a tali enti; taglio di 2,4 miliardi dei contributi alle regioni per la messa in sicurezza del territorio e degli edifici nei prossimi 10 anni; taglio di 600 milioni di contributi assegnati ai comuni per investimenti in opere pubbliche di messa in sicurezza degli edifici e del territorio; taglio di 640 milioni fino al 2033 e di 160 milioni a decorrere dal 2034 dei finanziamenti per le piccole opere per i comuni sotto i 1000 abitanti;
si tratta di tagli indiscriminati in un settore come quello della prevenzione del dissesto idrogeologico per il quale è nota la carenza di risorse in un territorio, come quello nazionale, sempre più fragile, e interessato da continue emergenze;
non va meglio dal lato delle procedure autorizzative. Anche qui sono stati operati oltre 2 milioni di tagli alle spese delle commissioni tecniche VIA-VAS. PNRR-PNIEC e AIA-IPCC, le commissioni deputate a fornire i pareri ambientali;
un altro taglio drastico è quello alle agevolazioni ordinarie per le ristrutturazioni e l'efficienza energetica delle abitazioni (dall'attuale livello del 50 per cento per le ristrutturazioni e 65 per cento per l'efficienza energetica al 36 per cento per la prima casa e al 30 per cento per le altre abitazioni previsto nel 2026), che penalizzerà tantissime piccole imprese del settore dell'edilizia e spingerà nuovamente verso il nero e il sommerso;
nonostante il tentativo di limitare parzialmente le prospettive di una riduzione complessiva dei bonus al 36 per cento, le previsioni inserite nel disegno di legge di bilancio ad oggi appaiono assolutamente inadeguate rispetto alle esigenze di salvaguardare le politiche di riqualificazione del parco immobiliare, anche in vista dell'attuazione della direttiva europea «Case green»;
occorrerebbe invece un riordino del sistema delle detrazioni fiscali attraverso un approccio più organico, volto in particolare a dare stabilità al mercato sia rispetto all'orizzonte temporale dei benefici fiscali, sia rispetto ai criteri che devono presiedere ai benefici stessi;
non va meglio sul fronte delle politiche abitative e della casa dove si registra un silenzio assoluto della manovra che, anche questa volta, non prevede alcuna misura concreta per affrontare il crescente disagio abitativo che affligge milioni di cittadini;
in un momento in cui le difficoltà economiche si intensificano, gli interventi specifici in favore della casa non sono una priorità per il governo. Sarebbe necessario un vero piano casa con interventi strutturali, per alloggi con affitti sostenibili, che prevedano la riqualificazione del patrimonio edilizio pubblico, una regolamentazione degli affitti brevi e, nell'immediato, il ripristino dei fondi affitti e per la morosità incolpevole che il governo ha soppresso ormai da due anni;
la risposta data dal Piano casa dall'articolo 71 del disegno di legge di bilancio, con tempistiche discutibili ed esplicitamente senza finanziamenti, dà la misura dello scarso interesse del governo sul tema del diritto alla casa come diritto fondamentale, indispensabile per la coesione sociale e lo sviluppo economico del Paese;
e anche questo settore non è stato indenne da ulteriori tagli indiscriminati: -800 milioni di euro di contributi ai comuni per investimenti in progetti di rigenerazione urbana e -800 milioni per le spese di progettazione degli enti locali. Tagliato anche il Programma innovativo dell'abitare (PINQuA) per complessivi 268,2 milioni di euro;
in materia di investimenti, il disegno di legge di bilancio prevede l'istituzione di un maxi-fondo da 24 miliardi di euro per il finanziamento di investimenti e infrastrutture a partire dal 2027, che dovrebbe garantire le risorse necessarie a dare attuazione a riforme e investimenti nel dopo PNRR. Il Fondo, di fatto, porta ad una centralizzazione delle risorse, col rischio di un allungamento dei tempi effettivi di utilizzo delle stesse, senza precisare, inoltre, gli ambiti di utilizzo lasciando incerta la definizione delle priorità e quindi inficiando la possibilità di programmare al meglio le risorse;
ulteriori effetti sugli investimenti in conto capitale, rischiano di derivare, inoltre, dalle misure di spending review cui ha contribuito il Ministero delle infrastrutture e dei trasporti che, con tagli indiscriminati alla spesa pubblica, rischiano di colpire la spesa più facilmente comprimibile, senza l'introduzione di alcun meccanismo di efficientamento della macchina pubblica;
in particolare, hanno subito tagli il Fondo per la prosecuzione delle opere pubbliche per complessivi 80 milioni di euro, il fondo per la progettazione di fattibilità delle infrastrutture e degli insediamenti prioritari per lo sviluppo del paese per complessivi 73 milioni, nonché il cofinanziamento statale per la redazione dei progetti di fattibilità tecnica ed economica e dei progetti definitivi di opere degli enti locali per 89,7 milioni complessivi sul triennio;
saltano anche parte del contributo pubblico alla società Autostrada tirrenica spa per 20 milioni di euro per ciascuno degli anni 2025 e 2026 e 47 milioni di euro per la messa in sicurezza dell'autostrada A24 e A25, nonché 10 milioni per la realizzazione dell'autostrada regionale cispadana;
in sintesi, una legge di bilancio senza strategia e senza una visione di sviluppo per il Paese;
per tutti questi motivi,
DELIBERA DI RIFERIRE
IN SENSO CONTRARIO.
IX COMMISSIONE PERMANENTE
(Trasporti, poste e telecomunicazioni)
IX COMMISSIONE PERMANENTE
(Trasporti, poste e telecomunicazioni)
RELAZIONE DI MINORANZA
sul
DISEGNO DI LEGGE
Bilancio di previsione dello Stato per l'anno finanziario 2025
e bilancio pluriennale per il triennio 2025-2027 (2112-bis)
(per le parti di competenza)
dei deputati
Barbagallo, Bakkali, Casu, Ghio e Morassut
La IX Commissione,
esaminato per le parti di propria competenza il bilancio di previsione dello Stato per l'anno finanziario 2025 e il bilancio pluriennale per il triennio 2025-2027 (A.C. 2112-bis);
premesso che:
con una dimensione complessiva di circa 30 miliardi nel 2025, il disegno di legge di bilancio 2025 presentato dal Governo è una manovra di puro galleggiamento, senza visione e di brevissimo respiro, incapace di dare vere risposte alle persone e alle famiglie, inadeguata ad affrontare le grandi questioni del Paese, a rilanciare la crescita e a ridurre le disuguaglianze sociali;
al di là dell'approccio ragionieristico con cui si punta a rispettare i parametri del nuovo Patto di stabilità e crescita, la manovra è priva di organicità dal punto di vista strutturale, senza alcuna traccia di quelle strategie anticicliche ed espansive che servirebbero a rilanciare la nostra economia e delle riforme profonde di cui avrebbero bisogno i principali settori della vita del Paese, non discostandosi da quelle che l'hanno preceduta;
si rispettano i parametri del nuovo Patto di stabilità e crescita, ma non si prova nemmeno a porre le basi per rilanciare la crescita: la manovra produce un effetto espansivo dello 0,3 per cento nel 2025, 0 nel 2026, 0,1 per cento nel 2027, e nel triennio 2025-2027 la crescita italiana rimane ogni anno mediamente inferiore di 0,6-0,7 per cento alla crescita UE, ma si tratta probabilmente di stime ottimistiche visto che l'ISTAT ha appena certificato una economia ferma nel terzo trimestre, con una crescita acquisita pari allo 0,4 per cento, rendendo un miraggio il traguardo fissato dal Governo di una crescita dell'1 per cento a fine anno;
oltre a tutto ciò che non prevede, il provvedimento in esame colpisce anche per ciò che contiene di sbagliato e insufficiente;
per il 2025 la Sanità vede crescere il suo finanziamento di soli 1,3 miliardi di euro, assolutamente inadeguati persino per compensare gli aumenti inflazionistici e per affrontare l'aumento considerevole dei costi, di cui circa un miliardo vincolato al rinnovo del contratto 2025-2027 di ASL e ospedali, senza traccia del maxi piano di assunzioni di medici e infermieri che in un triennio avrebbe dovuto portare nel Sistema sanitario nazionale 30 mila professionisti;
la dotazione di risorse del Fondo sanitario nazionale in rapporto al PIL scenderà al punto più basso mai toccato negli ultimi quindici anni, poco più del 6 per cento, un livello sempre più lontano da quello dei Paesi dell'area OCSE, che ci colloca agli ultimi posti in Europa e che determina un inevitabile incremento della spesa sanitaria privata delle famiglie, aumentata di 4,3 miliardi di euro nel 2023, una cifra tale da neutralizzare i vantaggi derivanti dall'accorpamento degli scaglioni dell'IRPEF;
la politica industriale è totalmente assente e non vengono rifinanziati strumenti essenziali come il Fondo di garanzia per le PMI, i contratti di sviluppo e gli accordi per l'innovazione; soprattutto, con una scelta assurda e gravissima per l'industria e i lavoratori del settore automotive, si opera un drastico taglio, per un totale di 4,55 miliardi di euro di definanziamento, al «Fondo automotive», istituito dal governo Draghi con una dotazione di 700 milioni di euro per il 2022 e di un miliardo di euro per ciascuno degli anni dal 2023 al 2030, per il sostegno e la promozione della transizione verde, della ricerca e degli investimenti nel settore automotive, cui viene lasciata un finanziamento residuo complessivo di soli 1,2 miliardi di euro per il periodo 2025-2030;
la proroga per tre anni della deduzione IRES per il costo del lavoro compenserà solo in parte l'aggravio determinato dall'abolizione permanente dell'ACE, mantenendo il saldo della riforma fiscale per quanto riguarda le imprese in territorio fortemente negativo, mentre viene prevista una modifica peggiorativa della Web Tax, che non sarà più applicata solo alle grandi aziende multinazionali ma riguarderà tutti gli operatori del settore, dai giganti alle piccole imprese digitali, colpendo un ecosistema di imprese innovative vitale per il futuro del Paese;
un altro taglio drastico è quello alle agevolazioni ordinarie per le ristrutturazioni e l'efficienza energetica delle abitazioni (dall'attuale livello del 50 per cento per le ristrutturazioni e 65 per cento per l'efficienza energetica al 36 per cento per la prima casa e al 30 per cento per le altre abitazioni previsto nel 2026), che penalizzerà tantissime piccole imprese del settore dell'edilizia e spingerà nuovamente verso il nero e il sommerso;
la manovra introduce ulteriori e insostenibili tagli per gli enti territoriali, che ammontano a circa 7 miliardi e 780 milioni di euro nel prossimo quinquennio e vanno a sommarsi a quelli già previsti a legislazione vigente, con effetti devastanti per i cittadini, perché le amministrazioni territoriali saranno costrette a tagliare ancora la manutenzione degli immobili pubblici, i servizi alla collettività, i sussidi alle famiglie, la scuola, i trasporti e, soprattutto, i servizi socio-assistenziali;
sulle pensioni il disegno di legge contiene una vera e proprio presa in giro, con un ritocco invisibile delle pensioni minime di 3 euro al mese, 10 centesimi al giorno, a fronte di una situazione allarmante che vedeva 4.786.521 pensionati con una pensione inferiore a 1.000 euro al mese nel 2023, pari al 29,5 per cento del totale;
per quanto riguarda il pubblico impiego, le risorse stanziate per la contrattazione collettiva nazionale sono insufficienti, solo 1.755 milioni di euro per il 2025, 3.550 milioni di euro per il 2026 e 5.550 milioni di euro annui a decorrere dal 2027, che corrispondono ad incrementi retributivi rispettivamente dell'1,8 per cento, del 3,6 per cento e del 5,4 per cento a regime, così da restare molto lontani dall'obiettivo del mero recupero dell'inflazione registrata dal 2022 al 2024, che ha sfondato il 17 per cento, mentre si reintroduce lo strumento del blocco del turn over per gli enti con più di 20 dipendenti, che si trasformerà in un pesante indebolimento delle pubbliche amministrazioni, tenuto conto delle croniche carenze e della stima di circa un milione di lavoratori pubblici che andranno in pensione da qui al 2030;
esce nuovamente penalizzato il Mezzogiorno: il credito d'imposta ZES viene prorogato per il 2025, ma con una dotazione di risorse dimezzata rispetto all'anno precedente: 1,6 miliardi anziché 3,27, mentre le risorse derivanti dalla fine della decontribuzione Sud, che comporterà un aggravio del costo del lavoro per le imprese che operano nel Meridione di ben 12,4 miliardi di euro nel triennio 2025-2027, vengono solo in parte destinate al Mezzogiorno mediante l'istituzione di un Fondo per il finanziamento di interventi volti a mitigare il divario nell'occupazione e nello sviluppo dell'attività imprenditoriale nelle aree svantaggiate, il cui funzionamento concreto è tutto da definire;
rispetto alle tematiche ecologiche si torna indietro di decenni, senza nuove risorse per salvaguardare l'ambiente e contrastare il dissesto idrogeologico e misure per limitare i mutamenti climatici, nonostante i numerosi eventi estremi che hanno ripetutamente devastato il Paese nei mesi scorsi;
anche per la scuola si riduce l'organico di potenziamento introdotto dalla «Buona Scuola» del 2015 e si procede solo con tagli: di 5.660 posti da docente e di 2.174 unità di personale amministrativo e tecnico: per gli insegnanti che fanno da supporto per il potenziamento dell'autonomia scolastica, che sono circa 14 mila, si tratta di una riduzione di oltre un terzo, con le scuole che saranno costrette a tagliare attività di sostegno ai ragazzi, a cominciare da quelle di potenziamento didattico. La riduzione del personale ATA, quando già si era in presenza di una grandissima sofferenza negli organici, significa mettere ancora più in difficoltà le scuole anche rispetto alla realizzazione dei progetti del PNRR;
sul piano del reperimento delle risorse, oltre ai tagli ai Ministeri, che ammontano a circa 7,7 miliardi in tre anni, con tutte le prevedibili conseguenze che ricadranno sul personale e sui cittadini, la tanto sbandierata «tassa sugli extraprofitti» per istituti di credito e assicurazioni è solo una mera anticipazione di imposte, che saranno recuperate nella prossima legislatura;
ai deludenti risultati dei due anni di Governo e alle altrettanto deludenti previsioni di crescita concorrono le scelte poste al centro dell'azione dell'esecutivo, tra cui:
a) l'assenza di interventi di politica economica in grado di sostenere efficacemente l'economia italiana;
b) la mancata previsione di misure strutturalmente orientate al recupero del potere d'acquisto dei redditi;
c) una politica fiscale iniqua, frammentata e categoriale, senza alcun riferimento a un disegno complessivo e razionale, e una lunga sequenza di sanatorie e condoni fiscali, che hanno l'oggettivo effetto di legittimare l'evasione fiscale;
d) la rinuncia a una efficace azione di spending review in favore di una politica fatta di tagli che hanno colpito e continueranno a colpire ambiti essenziali e settori strategici con ricadute sui soggetti economicamente più deboli;
è necessario esprimere un giudizio estremamente negativo su una manovra lontana da ciò che sarebbe stato necessario per il bene del Paese e degli italiani;
considerato che:
per quanto riguarda le materie di competenza;
l'incremento di 120 milioni di euro previsto per il Fondo TPL (articolo 97) risulta totalmente inadeguato alle esigenze del settore che indica in 800 milioni di euro il fabbisogno per il solo adeguamento alla dinamica inflattiva del Fondo e in 900 milioni di euro il fabbisogno per il rinnovo del contratto dei ferrotranvieri, scaduto nel 2023;
la programmazione degli investimenti diretti dell'amministrazione centrale erogata a favore di soggetti pubblici/privati cui è demandata la realizzazione dei programmi di sviluppo infrastrutturale presenta, nel triennio, un'intonazione restrittiva di particolare rilievo. La riduzione degli investimenti diretti disposta con la Sezione I del disegno di legge di bilancio è da ascrivere esclusivamente alla misura contenuta nell'articolo 119 che reca misure di spending review. Un taglio che è fortemente penalizzante per la spesa in conto capitale: 1,9 miliardi annui per tutto il periodo di programmazione (oltre il 70 per cento del risparmio totale richiesto). Tra le missioni aggredite in misura prioritaria ci sono «Infrastrutture pubbliche e logistica» con –194 milioni, «Diritto alla mobilità e sviluppo dei sistemi di trasporto» con meno 121 milioni che incide sulle risorse per il completamento della Linea metropolita C di Roma, che sono tagliate di 125 milioni nel triennio di riferimento e di 425 milioni di euro in relazione a tutto il periodo di finanziamento dell'opera;
contestualmente, inoltre, la Sezione II interviene con ulteriori e pesanti definanziamenti. Nel triennio 2025-2027, oltre il 72 per cento (3,7 miliardi) riguarda le riduzioni operate sugli stanziamenti di leggi pluriennali. Sono definanziati importanti programmi di spesa, classificati tra le coperture, destinati ai comparti di riferimento del settore dei trasporti, quali quelli della portualità, della mobilità sostenibile, della ciclabilità, del trasporto ferroviario delle merci. Si tratta un azzeramento delle possibilità affrontare le sfide estremamente impegnative della transizione ecologica e digitale e della crescente competizione globale, che hanno invece bisogno di rilevanti politiche di sostegno. La restante parte dei definanziamenti è connessa a interventi di cui al decreto-legge n. 59 del 2021, finanziati a valere del PNC, tra cui quelli per l'elettrificazione delle banchine (cosiddetto cold ironing), l'ultimo/penultimo miglio ferroviario/stradale, il rinnovo delle flotte per il trasporto locale e ferroviario, servizi digitali e strade sicure. Si aggiungono, inoltre, i definanziamenti nell'ambito delle infrastrutture ferroviarie e stradali di competenza di RFI e ANAS (interventi anticipati ex decreto-legge n. 155 del 2024);
il nuovo fondo di cui all'articolo 120 del disegno di legge, con una dotazione finanziaria di 3,5 miliardi di euro difficilmente potrà invertire già nel 2027 la tendenza restrittiva generata dal provvedimento in esame, considerando la gradualità con cui le risorse immesse si traducono in spesa finale. Inoltre, è del tutto assente l'aspetto di pianificazione degli investimenti e il meccanismo del fondo risulta sganciato da una pianificazione nazionale nella logica e secondo il metodo del PNRR e in coerenza con le politiche di coesione, con attenzione non solo all'allocazione delle risorse, bensì anche all'efficienza della spesa e alla performance di cui la stessa è solo la manifestazione finanziaria,
DELIBERA DI RIFERIRE
IN SENSO CONTRARIO.
IX COMMISSIONE PERMANENTE
(Trasporti, poste e telecomunicazioni)
RELAZIONE DI MINORANZA
sul
DISEGNO DI LEGGE
Bilancio di previsione dello Stato per l'anno finanziario 2025
e bilancio pluriennale per il triennio 2025-2027 (2112-bis)
(per le parti di competenza)
dei deputati
Iaria, Cantone, Fede e Traversi
La IX Commissione,
esaminato per le parti di propria competenza il bilancio di previsione dello Stato per l'anno finanziario 2025 e il bilancio pluriennale per il triennio 2025-2027 (A.C. 2112-bis);
ad una prima analisi questa Commissione rileva come nell'atto in esame vi sia un intervento risibile per quanto riguarda le funzioni di competenza del Ministero delle infrastrutture e dei trasporti, di fatti su un testo tipicamente complesso, non vi è traccia di questioni cruciali tra cui la mobilità sostenibile, la portualità, l'intermodalità e il settore aereo;
con riguardo al trasporto pubblico locale, risulta fondamentale sottolineare l'importanza di un trasporto efficiente e accessibile, in un momento in cui le grandi città italiane stanno affrontando problematiche complesse legate alla mobilità e alla sostenibilità ambientale. Nonostante ciò, il Fondo Nazionale per il Trasporto Pubblico Locale (articolo 97) ha ricevuto un incremento di soli 120 milioni di euro, valore chiaramente insufficiente per soddisfare le necessità crescenti del settore;
la crescita della domanda di mobilità sostenibile e l'aumento dei costi di gestione, in particolare per quanto riguarda l'energia e i materiali, richiederebbero un impegno finanziario ben più consistente. In città come Roma e Torino, dove le infrastrutture di trasporto pubblico metropolitano soffrono di carenze croniche e necessitano di investimenti ingenti per miglioramenti e ampliamenti, il finanziamento attuale non è in grado di rispondere in modo adeguato alle sfide esistenti. L'assenza di risorse adeguate comporta quindi un ulteriore rallentamento dell'efficienza e dell'espansione delle reti di trasporto, con un impatto negativo non solo sulla qualità della vita urbana, ma anche sulle possibilità di riduzione dell'inquinamento atmosferico e del traffico;
in un mondo in cui la tecnologia è sempre più al centro della nostra vita quotidiana e delle operazioni economiche, investire in cybersicurezza e intelligenza artificiale è una necessità imprescindibile. Tuttavia, il disegno di legge di bilancio 2025 non prevede stanziamenti significativi in queste aree, lasciando scoperta la difesa digitale nazionale e mancando l'opportunità di posizionare l'Italia come leader nel settore dell'IA;
il crescente numero di attacchi informatici rende fondamentale un approccio proattivo per proteggere sia i dati dei cittadini che le infrastrutture critiche del Paese. Allo stesso tempo, investire nell'intelligenza artificiale rappresenta un'opportunità unica per sviluppare tecnologie che potrebbero aumentare la produttività in settori chiave, come sanità, logistica, trasporti e industria manifatturiera. Trascurare queste aree significa rinunciare a opportunità strategiche di sviluppo e lasciare il Paese esposto a rischi e svantaggi competitivi in un settore di importanza crescente;
il taglio di circa 31,9 milioni di euro destinati alle ciclovie turistiche rappresenta un grave errore strategico, poiché penalizza una forma di mobilità sostenibile che, oltre a ridurre l'impatto ambientale dei trasporti, contribuisce al turismo e alla valorizzazione del territorio;
le ciclovie sono un'opzione di trasporto non solo ecologica, ma anche altamente attrattiva per il turismo internazionale. La scelta di ridurre i finanziamenti per le ciclovie contrasta con le politiche europee di promozione della mobilità dolce e potrebbe avere un impatto negativo sia sull'economia locale sia sugli obiettivi di riduzione delle emissioni. Favorire l'uso della bicicletta e il cicloturismo potrebbe invece rappresentare un volano per la crescita economica e per il miglioramento della qualità della vita nelle aree interessate;
la scelta di destinare ingenti risorse al progetto del Ponte sullo Stretto di Messina è una delle più controverse del disegno di legge di bilancio 2025. Questa infrastruttura, spesso oggetto di dibattito, potrebbe avere un impatto limitato rispetto alle necessità concrete del trasporto pubblico urbano in città come Roma e Torino, dove un miglioramento immediato delle infrastrutture esistenti risulterebbe ben più efficace per i cittadini;
l'investimento nel Ponte sullo Stretto appare quindi una scelta errata, poiché sottrae risorse vitali a progetti che potrebbero migliorare la qualità della vita nelle grandi città. Sotto questo profilo appare dunque critica la scelta di sottrarre tutte le risorse a disposizione di RFI per i navigli e per l'attraversamento dinamico dello Stretto, finanziamento che nasceva proprio dal lavoro di questa Commissione;
un sistema di trasporto urbano ben sviluppato avrebbe effetti benefici sulla riduzione del traffico, sull'inquinamento e sulla qualità del servizio per milioni di cittadini. Una gestione più equilibrata delle risorse risulterebbe in linea con le priorità reali del Paese;
i tagli lineari posti in essere attraverso l'articolo 119, comma 1, vanno ad inficiare investimenti importanti nella sicurezza dei trasporti nonché in progetti fondamentali quali ad esempio il prolungamento della Metro C di Roma Capitale;
un ulteriore aspetto critico della manovra è la mancanza di misure a tutela dei diritti dei lavoratori del trasporto pubblico, in particolare degli autisti. La mancata previsione di risorse per l'adeguamento salariale e per il miglioramento delle condizioni di lavoro nel settore pubblico può portare a un divario sempre più ampio tra il settore pubblico e quello privato, peggiorando la carenza di personale qualificato;
in un periodo in cui il settore dei trasporti è essenziale per il funzionamento delle città, garantire condizioni di lavoro adeguate e retribuzioni competitive dovrebbe essere una priorità. Tale attenzione potrebbe contribuire a migliorare la qualità del servizio offerto agli utenti e a rafforzare l'attrattività di questo settore per il personale qualificato;
da ultimo, il finanziamento per la banda ultra larga (articolo 96) nelle cosiddette «aree bianche» rappresenta un passo necessario per ridurre il divario digitale. Tuttavia, i fondi destinati, pur importanti, rischiano di non essere sufficienti se non accompagnati da una gestione più rigorosa e trasparente dei progetti infrastrutturali;
le aree bianche, ovvero le zone a bassa connettività, necessitano di un intervento rapido ed efficace per garantire accesso paritario alle risorse digitali e alle opportunità economiche. È essenziale che il Governo monitori l'efficacia di questi interventi per evitare ritardi e garantire che le risorse siano utilizzate in modo ottimale,
DELIBERA DI RIFERIRE
IN SENSO CONTRARIO.
X COMMISSIONE PERMANENTE
(Attività produttive, commercio e turismo)
X COMMISSIONE PERMANENTE
(Attività produttive, commercio e turismo)
RELAZIONE DI MINORANZA
sul
DISEGNO DI LEGGE
Bilancio di previsione dello Stato per l'anno finanziario 2025
e bilancio pluriennale per il triennio 2025-2027 (2112-bis)
(per le parti di competenza)
dei deputati
De Micheli, Di Sanzo, Gnassi, Orlando e Peluffo
La X Commissione,
esaminato, per le parti di competenza, il provvedimento in oggetto;
premesso che:
con una dimensione complessiva di circa 30 miliardi nel 2025, il disegno di legge di bilancio 2025 presentato dal Governo è una manovra di puro galleggiamento, senza visione e di brevissimo respiro, incapace di dare vere risposte alle persone e alle famiglie, inadeguata ad affrontare le grandi questioni del Paese, a rilanciare la crescita e a ridurre le disuguaglianze sociali;
al di là dell'approccio ragionieristico con cui si punta a rispettare i parametri del nuovo Patto di stabilità e crescita, la manovra è priva di organicità dal punto di vista strutturale, senza alcuna traccia di quelle strategie anticicliche ed espansive che servirebbero a rilanciare la nostra economia e delle riforme profonde di cui avrebbero bisogno i principali settori della vita del Paese, non discostandosi da quelle che l'hanno preceduta;
si rispettano i parametri del nuovo Patto di stabilità e crescita, ma non si prova nemmeno a porre le basi per rilanciare la crescita: la manovra produce un effetto espansivo dello 0,3 per cento nel 2025, 0 nel 2026, 0,1 per cento nel 2027, e nel triennio 2025-2027 la crescita italiana rimane ogni anno mediamente inferiore di 0,6 per cento-0,7 per cento alla crescita UE, ma si tratta probabilmente di stime ottimistiche visto che l'ISTAT ha appena certificato una economia ferma nel terzo trimestre, con una crescita acquisita pari allo 0,4 per cento, rendendo un miraggio il traguardo fissato dal Governo di una crescita dell'1 per cento a fine anno;
oltre a tutto ciò che non prevede, il provvedimento in esame colpisce anche per ciò che contiene di sbagliato e insufficiente;
per il 2025 la Sanità vede crescere il suo finanziamento di soli 1,3 miliardi di euro, assolutamente inadeguati persino per compensare gli aumenti inflazionistici e per affrontare l'aumento considerevole dei costi, di cui circa un miliardo vincolato al rinnovo del contratto 2025-2027 di Asl e Ospedali, senza traccia del maxi piano di assunzioni di medici e infermieri che in un triennio avrebbe dovuto portare nel Sistema sanitario nazionale 30 mila professionisti;
la dotazione di risorse del Fondo sanitario nazionale in rapporto al Pil scenderà al punto più basso mai toccato negli ultimi quindici anni, poco più del 6 per cento, un livello sempre più lontano da quello dei Paesi dell'area Ocse, che ci colloca agli ultimi posti in Europa e che determina un inevitabile incremento della spesa sanitaria privata delle famiglie, aumentata di 4,3 miliardi di euro nel 2023, una cifra tale da neutralizzare i vantaggi derivanti dall'accorpamento degli scaglioni dell'IRPEF;
la manovra introduce ulteriori e insostenibili tagli per gli enti territoriali, che ammontano a circa 7 miliardi e 780 milioni di euro nel prossimo quinquennio e vanno a sommarsi a quelli già previsti a legislazione vigente, con effetti devastanti per i cittadini, perché le amministrazioni territoriali saranno costrette a tagliare ancora la manutenzione degli immobili pubblici, i servizi alla collettività, i sussidi alle famiglie, la scuola, i trasporti e, soprattutto, i servizi socio-assistenziali;
sulle pensioni il disegno di legge contiene una vera e proprio presa in giro, con un ritocco invisibile delle pensioni minime di 3 euro al mese, 10 centesimi al giorno, a fronte di una situazione allarmante che vedeva 4.786.521 pensionati con una pensione inferiore a 1.000 euro al mese nel 2023, pari al 29,5 per cento del totale;
per quanto riguarda il pubblico impiego, le risorse stanziate per la contrattazione collettiva nazionale sono insufficienti, solo 1.755 milioni di euro per il 2025, 3.550 milioni di euro per il 2026 e 5.550 milioni di euro annui a decorrere dal 2027, che corrispondono ad incrementi retributivi rispettivamente dell'1,8 per cento, del 3,6 per cento e del 5,4 per cento a regime, così da restare molto lontani dall'obiettivo del mero recupero dell'inflazione registrata dal 2022 al 2024, che ha sfondato il 17 per cento, mentre si reintroduce lo strumento del blocco del turn over per gli enti con più di 20 dipendenti, che si trasformerà in un pesante indebolimento delle pubbliche amministrazioni, tenuto conto delle croniche carenze e della stima di circa un milione di lavoratori pubblici che andranno in pensione da qui al 2030;
esce nuovamente penalizzato il Mezzogiorno: il credito d'imposta ZES viene prorogato per il 2025, ma con una dotazione di risorse dimezzata rispetto all'anno precedente: 1,6 miliardi anziché 3,27, mentre le risorse derivanti dalla fine della decontribuzione Sud, che comporterà un aggravio del costo del lavoro per le imprese che operano nel Meridione di ben 12,4 miliardi di euro nel triennio 2025-2027, vengono solo in parte destinate al Mezzogiorno mediante l'istituzione di un Fondo per il finanziamento di interventi volti a mitigare il divario nell'occupazione e nello sviluppo dell'attività imprenditoriale nelle aree svantaggiate, il cui funzionamento concreto è tutto da definire;
rispetto alle tematiche ecologiche si torna indietro di decenni, senza nuove risorse per salvaguardare l'ambiente e contrastare il dissesto idrogeologico e misure per limitare i mutamenti climatici, nonostante i numerosi eventi estremi che hanno ripetutamente devastato il Paese nei mesi scorsi;
anche per la scuola si riduce l'organico di potenziamento introdotto dalla «Buona Scuola» del 2015 e si procede solo con tagli: di 5.660 posti da docente e di 2.174 unità di personale amministrativo e tecnico: per gli insegnanti che fanno da supporto per il potenziamento dell'autonomia scolastica, che sono circa 14 mila, di tratta di una riduzione di oltre un terzo, con le scuole che saranno costrette a tagliare attività di sostegno ai ragazzi, a cominciare da quelle di potenziamento didattico. La riduzione del personale Ata, quando già si era in presenza di una grandissima sofferenza negli organici, significa mettere ancora più in difficoltà le scuole anche rispetto alla realizzazione dei progetti del PNRR;
sul piano del reperimento delle risorse, oltre ai tagli ai Ministeri, che ammontano a circa 7,7 miliardi in tre anni, con tutte le prevedibili conseguenze che ricadranno sul personale e sui cittadini, la tanto sbandierata «tassa sugli extraprofitti» per istituti di credito e assicurazioni è solo una mera anticipazione di imposte, che saranno recuperate nella prossima legislatura;
ai deludenti risultati dei due anni di Governo e alle altrettanto deludenti previsioni di crescita concorrono le scelte poste al centro dell'azione dell'esecutivo, tra cui:
a) l'assenza di interventi di politica economica in grado di sostenere efficacemente l'economia italiana;
b) la mancata previsione di misure strutturalmente orientate al recupero del potere d'acquisto dei redditi;
c) una politica fiscale iniqua, frammentata e categoriale, senza alcun riferimento a un disegno complessivo e razionale, e una lunga sequenza di sanatorie e condoni fiscali, che hanno l'oggettivo effetto di legittimare l'evasione fiscale;
d) la rinuncia a una efficace azione di spending review in favore di una politica fatta di tagli che hanno colpito e continueranno a colpire ambiti essenziali e settori strategici con ricadute sui soggetti economicamente più deboli;
è necessario esprimere un giudizio estremamente negativo su una manovra lontana da ciò che sarebbe stato necessario per il bene del Paese e degli italiani;
considerato che, per quanto riguarda le materie di competenza,
la politica industriale è totalmente assente e non vengono rifinanziati strumenti essenziali per favorire l'innovazione tecnologica, la conversione ecologica dell'industria manifatturiera e la riqualificazione delle lavoratrici e dei lavoratori interessati come il Fondo di garanzia per le PMI, i contratti di sviluppo e gli accordi per l'innovazione;
con una scelta assurda e gravissima per l'industria e i lavoratori del settore automotive, si opera un drastico taglio, per un totale di 4,55 miliardi di euro di definanziamento, al «Fondo automotive», istituito dal governo Draghi con una dotazione di 700 milioni di euro per il 2022 e di un miliardo di euro per ciascuno degli anni dal 2023 al 2030, per il sostegno e la promozione della transizione verde, della ricerca e degli investimenti nel settore automotive, cui viene lasciata un finanziamento residuo complessivo di soli 1,2 miliardi di euro per il periodo 2025-2030, praticamente un azzeramento delle possibilità affrontare le sfide estremamente impegnative della transizione ecologica e digitale e della crescente competizione globale, che hanno invece bisogno di rilevanti politiche di sostegno;
la proroga per tre anni della deduzione Ires per il costo del lavoro compenserà solo in parte l'aggravio determinato dall'abolizione permanente dell'Ace, mantenendo il saldo della riforma fiscale per quanto riguarda le imprese in territorio fortemente negativo;
un altro taglio drastico è quello alle agevolazioni ordinarie per le ristrutturazioni e l'efficienza energetica delle abitazioni (dall'attuale livello del 50 per cento per le ristrutturazioni e 65 per cento per l'efficienza energetica al 36 per cento per la prima casa e al 30 per cento per le altre abitazioni previsto nel 2026), che penalizzerà tantissime piccole imprese del settore dell'edilizia e spingerà nuovamente verso il nero e il sommerso;
il settore imprenditoriale viene ulteriormente penalizzato con l'estensione della Web tax a tutte le aziende che operano nel digitale, e non più soltanto a quelle che fatturano 750 milioni di euro a livello globale e che percepiscono un ammontare di ricavi da servizi digitali non inferiore 5,5 milioni in Italia, tassa che viene ottusamente estesa a tutto il settore e che rischia di provocare un effetto boomerang sul mercato del digitale nazionale visto che con l'estensione della platea dei contribuenti indipendentemente dalle loro dimensioni o dai profitti realizzati, vengono colpite tutte le imprese digitali italiane, sottoponendole ad una duplice tassazione: questo, assieme all'innalzamento dal 26 per cento al 42 per cento della tassazione sulle plusvalenze da criptovalute avrà un impatto significativo sul settore digitale italiano, influenzando investimenti, occupazione e competitività rappresentando un segnale inequivocabile dell'assoluta mancanza di visione del Governo e del Ministro Urso rispetto alle startup ed alle aziende in fase di crescita di un settore strategico per il nostro Paese,
DELIBERA DI RIFERIRE
IN SENSO CONTRARIO.
XII COMMISSIONE PERMANENTE
(Affari sociali)
XII COMMISSIONE PERMANENTE
(Affari sociali)
RELAZIONE DI MINORANZA
sul
DISEGNO DI LEGGE
Bilancio di previsione dello Stato per l'anno finanziario 2025
e bilancio pluriennale per il triennio 2025-2027 (2112-bis)
(per le parti di competenza)
dei deputati
Furfaro, Ciani, Girelli, Malavasi e Stumpo
La XII Commissione,
esaminato, per le parti di competenza, il provvedimento in oggetto;
premesso che:
con una dimensione complessiva di circa 30 miliardi nel 2025, il disegno di legge di bilancio 2025 presentato dal Governo è una manovra di puro galleggiamento, senza visione e di brevissimo respiro, incapace di dare vere risposte alle persone e alle famiglie, inadeguata ad affrontare le grandi questioni del Paese, a rilanciare la crescita e a ridurre le disuguaglianze sociali;
al di là dell'approccio ragionieristico con cui si punta a rispettare i parametri del nuovo Patto di stabilità e crescita, la manovra è priva di organicità dal punto di vista strutturale, senza alcuna traccia di quelle strategie anticicliche ed espansive che servirebbero a rilanciare la nostra economia e delle riforme profonde di cui avrebbero bisogno i principali settori della vita del Paese, non discostandosi da quelle che l'hanno preceduta;
si rispettano i parametri del nuovo Patto di stabilità e crescita, ma non si prova nemmeno a porre le basi per rilanciare la crescita: la manovra produce un effetto espansivo dello 0,3 per cento nel 2025, 0 nel 2026, 0,1 per cento nel 2027, e nel triennio 2025-2027 la crescita italiana rimane ogni anno mediamente inferiore di 0,6 per cento-0,7 per cento alla crescita UE, ma si tratta probabilmente di stime ottimistiche visto che l'ISTAT ha appena certificato una economia ferma nel terzo trimestre, con una crescita acquisita pari allo 0,4 per cento, rendendo un miraggio il traguardo fissato dal Governo di una crescita dell'1 per cento a fine anno;
oltre a tutto ciò che non prevede, il provvedimento in esame colpisce anche per ciò che contiene di sbagliato e insufficiente;
per il 2025 la Sanità vede crescere il suo finanziamento di soli 1,3 miliardi di euro, assolutamente inadeguati persino per compensare gli aumenti inflazionistici e per affrontare l'aumento considerevole dei costi, di cui circa un miliardo vincolato al rinnovo del contratto 2025-2027 di Asl e Ospedali, senza traccia del maxi piano di assunzioni di medici e infermieri che in un triennio avrebbe dovuto portare nel Sistema sanitario nazionale 30 mila professionisti;
la dotazione di risorse del Fondo sanitario nazionale in rapporto al Pil scenderà al punto più basso mai toccato negli ultimi quindici anni, poco più del 6 per cento, un livello sempre più lontano da quello dei Paesi dell'area Ocse, che ci colloca agli ultimi posti in Europa e che determina un inevitabile incremento della spesa sanitaria privata delle famiglie, aumentata di 4,3 miliardi di euro nel 2023, una cifra tale da neutralizzare i vantaggi derivanti dall'accorpamento degli scaglioni dell'IRPEF;
la politica industriale è totalmente assente e non vengono rifinanziati strumenti essenziali come il Fondo di garanzia per le PMI, i contratti di sviluppo e gli accordi per l'innovazione; soprattutto, con una scelta assurda e gravissima per l'industria e i lavoratori del settore automotive, si opera un drastico taglio, per un totale di 4,55 miliardi di euro di definanziamento, al «Fondo automotive», istituito dal governo Draghi con una dotazione di 700 milioni di euro per il 2022 e di un miliardo di euro per ciascuno degli anni dal 2023 al 2030, per il sostegno e la promozione della transizione verde, della ricerca e degli investimenti nel settore automotive, cui viene lasciata un finanziamento residuo complessivo di soli 1,2 miliardi di euro per il periodo 2025-2030, praticamente un azzeramento delle possibilità affrontare le sfide estremamente impegnative della transizione ecologica e digitale e della crescente competizione globale, che hanno invece bisogno di rilevanti politiche di sostegno;
la proroga per tre anni della deduzione Ires per il costo del lavoro compenserà solo in parte l'aggravio determinato dall'abolizione permanente dell'Ace, mantenendo il saldo della riforma fiscale per quanto riguarda le imprese in territorio fortemente negativo, mentre viene prevista una modifica peggiorativa della Web Tax, che non sarà più applicata solo alle grandi aziende multinazionali ma riguarderà tutti gli operatori del settore, dai giganti alle piccole imprese digitali, colpendo un ecosistema di imprese innovative vitale per il futuro del Paese;
un altro taglio drastico è quello alle agevolazioni ordinarie per le ristrutturazioni e l'efficienza energetica delle abitazioni (dall'attuale livello del 50 per cento per le ristrutturazioni e 65 per cento per l'efficienza energetica al 36 per cento per la prima casa e al 30 per cento per le altre abitazioni previsto nel 2026), che penalizzerà tantissime piccole imprese del settore dell'edilizia e spingerà nuovamente verso il nero e il sommerso;
la manovra introduce ulteriori e insostenibili tagli per gli enti territoriali, che ammontano a circa 7 miliardi e 780 milioni di euro nel prossimo quinquennio e vanno a sommarsi a quelli già previsti a legislazione vigente, con effetti devastanti per i cittadini, perché le amministrazioni territoriali saranno costrette a tagliare ancora la manutenzione degli immobili pubblici, i servizi alla collettività, i sussidi alle famiglie, la scuola, i trasporti e, soprattutto, i servizi socio-assistenziali;
sulle pensioni il disegno di legge contiene una vera e proprio presa in giro, con un ritocco invisibile delle pensioni minime di 3 euro al mese, 10 centesimi al giorno, a fronte di una situazione allarmante che vedeva 4.786.521 pensionati con una pensione inferiore a 1.000 euro al mese nel 2023, pari al 29,5 per cento del totale;
per quanto riguarda il pubblico impiego, le risorse stanziate per la contrattazione collettiva nazionale sono insufficienti, solo 1.755 milioni di euro per il 2025, 3.550 milioni di euro per il 2026 e 5.550 milioni di euro annui a decorrere dal 2027, che corrispondono ad incrementi retributivi rispettivamente dell'1,8 per cento, del 3,6 per cento e del 5,4 per cento a regime, così da restare molto lontani dall'obiettivo del mero recupero dell'inflazione registrata dal 2022 al 2024, che ha sfondato il 17 per cento, mentre si reintroduce lo strumento del blocco del turn over per gli enti con più di 20 dipendenti, che si trasformerà in un pesante indebolimento delle pubbliche amministrazioni, tenuto conto delle croniche carenze e della stima di circa un milione di lavoratori pubblici che andranno in pensione da qui al 2030;
esce nuovamente penalizzato il Mezzogiorno: il credito d'imposta ZES viene prorogato per il 2025, ma con una dotazione di risorse dimezzata rispetto all'anno precedente: 1,6 miliardi anziché 3,27, mentre le risorse derivanti dalla fine della decontribuzione Sud, che comporterà un aggravio del costo del lavoro per le imprese che operano nel Meridione di ben 12,4 miliardi di euro nel triennio 2025-2027, vengono solo in parte destinate al Mezzogiorno mediante l'istituzione di un Fondo per il finanziamento di interventi volti a mitigare il divario nell'occupazione e nello sviluppo dell'attività imprenditoriale nelle aree svantaggiate, il cui funzionamento concreto è tutto da definire;
rispetto alle tematiche ecologiche si torna indietro di decenni, senza nuove risorse per salvaguardare l'ambiente e contrastare il dissesto idrogeologico e misure per limitare i mutamenti climatici, nonostante i numerosi eventi estremi che hanno ripetutamente devastato il Paese nei mesi scorsi;
anche per la scuola si riduce l'organico di potenziamento introdotto dalla «Buona Scuola» del 2015 e si procede solo con tagli: di 5.660 posti da docente e di 2.174 unità di personale amministrativo e tecnico: per gli insegnanti che fanno da supporto per il potenziamento dell'autonomia scolastica, che sono circa 14 mila, di tratta di una riduzione di oltre un terzo, con le scuole che saranno costrette a tagliare attività di sostegno ai ragazzi, a cominciare da quelle di potenziamento didattico. La riduzione del personale Ata, quando già si era in presenza di una grandissima sofferenza negli organici, significa mettere ancora più in difficoltà le scuole anche rispetto alla realizzazione dei progetti del PNRR;
sul piano del reperimento delle risorse, oltre ai tagli ai Ministeri, che ammontano a circa 7,7 miliardi in tre anni, con tutte le prevedibili conseguenze che ricadranno sul personale e sui cittadini, la tanto sbandierata «tassa sugli extraprofitti» per istituti di credito e assicurazioni è solo una mera anticipazione di imposte, che saranno recuperate nella prossima legislatura;
ai deludenti risultati dei due anni di Governo e alle altrettanto deludenti previsioni di crescita concorrono le scelte poste al centro dell'azione dell'esecutivo, tra cui:
a) l'assenza di interventi di politica economica in grado di sostenere efficacemente l'economia italiana;
b) la mancata previsione di misure strutturalmente orientate al recupero del potere d'acquisto dei redditi;
c) una politica fiscale iniqua, frammentata e categoriale, senza alcun riferimento a un disegno complessivo e razionale, e una lunga sequenza di sanatorie e condoni fiscali, che hanno l'oggettivo effetto di legittimare l'evasione fiscale;
d) la rinuncia a una efficace azione di spending review in favore di una politica fatta di tagli che hanno colpito e continueranno a colpire ambiti essenziali e settori strategici con ricadute sui soggetti economicamente più deboli;
è necessario esprimere un giudizio estremamente negativo su una manovra lontana da ciò che sarebbe stato necessario per il bene del Paese e degli italiani;
considerato che:
per quanto riguarda le materie di competenza della XII commissione e nello specifico per quanto riguarda la sanità oltre al già citato inadeguato finanziamento di soli 1,3 miliardi euro a fronte dei 3,7 promessi, non c'è nessuna niente per le assunzioni del personale sanitario (erano stati promessi 30 mila assunzioni) nè nessuna risorsa per lo sblocco del tetto di spesa per le assunzioni;
senza tali misure è impossibile ridurre il carico di lavoro dei dipendenti e migliorare quindi le condizioni lavorative negli ospedali, oggi inaccettabili;
lo scorso anno quasi 4,5 milioni di persone hanno rinunciato alle cure, a visite specialistiche o esami diagnostici, e in un solo anno è aumentata di più del 10 per cento la spesa che gli italiani sostengono di tasca propria (out of pocket) per le prestazioni sanitarie di cui hanno bisogno (+3.806 milioni), raggiungendo circa 40,6 milioni;
lunghi tempi di attesa, problemi economici (2,5 milioni di persone: quasi 600 mila in più rispetto all'anno precedente), difficoltà di accesso (struttura lontana, mancanza di trasporti, orari scomodi) sono i motivi che portano alla rinuncia alle cure;
si tratta di una situazione in continuo peggioramento, che rischia di lasciare l'universalismo del Servizio sanitario nazionale solo sulla carta visto che l'accesso alle prestazioni è sempre più legato alla possibilità di sostenere le spese o di disporre di un fondo sanitario o di una polizza assicurativa che, comunque, non sempre garantiscono una copertura totale come quella offerta dal SSN;
senza adeguate risorse e coraggiose riforme di sistema bisogna dire definitivamente addio all'universalismo, all'uguaglianza e all'equità, princìpi fondanti del nostro servizio sanitario nazionale;
le risorse attualmente stanziate sono ampiamente insufficienti per finanziare anche solo le misure già previste dal governo e all'appello mancano 19 miliardi da qui al 2030;
era stata assicurata la defiscalizzazione al 15 per cento dell'indennità di specificità medica, un riconoscimento vero della peculiarità della professione mentre nella realtà non è prevista alcuna defiscalizzazione ma solo lo stanziamento di un misero finanziamento aggiuntivo che porterà nelle tasche dei medici nel 2025 circa 17 euro mensili e in quella degli infermieri circa 7 euro;
la sanità pubblica sta sperimentando una crisi del personale sanitario senza precedenti dovuta da una crescente frustrazione e disaffezione per il SSN. Turni massacranti, burnout, basse retribuzioni, prospettive di carriera limitate ed escalation dei casi di violenza stanno demolendo la motivazione e la passione dei professionisti, portando la situazione verso il punto del non ritorno;
a documentare il progressivo abbandono del Servizio sanitario di medici e infermieri sono i numeri: secondo i dati della Fondazione ONAOSI, tra il 2019 e il 2022 il Ssn ha perso oltre 11mila medici per licenziamenti o conclusione di contratti a tempo determinato, mentre il sindacato dei medici ospedalieri ANAAO-Assomed stima ulteriori 2.564 abbandoni nel primo semestre 2023;
a tale crisi poi si somma quella del personale infermieristico. Con 6,5 infermieri ogni mille abitanti, l'Italia è ben al di sotto della media OCSE (9,8), collocandosi tra i Paesi europei con il più basso rapporto infermieri/medici (1,5 a fronte di una media europea di 2,4);
nonostante i crescenti bisogni, anche per la riforma dell'assistenza territoriale, il numero di infermieri è largamente insufficiente e, soprattutto, le iscrizioni al Corso di Laurea sono in continuo calo, con sempre meno laureati;
l'incremento remunerativo delle borse di specializzazione meno richieste, sebbene apprezzabile, non è di sicuro sufficiente a convincere i giovani medici ad iniziare un percorso formativo che li porterà a lavorare in condizioni inaccettabili;
per quanto riguarda la formazione dei medici in medicina generale nonostante la loro carenza riguardi tutte le regioni non viene stanziato un euro per incentivare tale scelta e spesso diventa sempre più impossibile scegliere un Mmg vicino a casa, con conseguenti disagi e rischi per la salute, in particolare per anziani e fragili;
era stata dichiarata guerra contro i cosiddetti medici gettonisti, e invece il Governo ha proposto un disegno di legge che intende contrastarli attraverso il ricorso a contratti precari co.co.co.;
era stato promesso un vero finanziamento per la sanità pubblica, e invece ogni provvedimento adottato dal Governo aumenta le risorse destinate alla sanità privata, senza tenere in considerazione lo scandaloso dumping salariale tra medici del pubblico e medici dipendenti di aziende private, molti dei quali attendono il rinnovo del contratto di lavoro da 20 anni;
rispetto ai LEA – Livelli Essenziali di Assistenza, ovvero le prestazioni e i servizi che devono essere garantiti dallo Stato a tutti i cittadini gratuitamente o pagando il ticket, nel 2022 solo 13 regioni hanno rispettato gli standard essenziali di cura, con un ulteriore aumento del divario Nord-Sud (Puglia e Basilicata sono le uniche regioni meridionali promosse, ma comunque in fondo alla classifica);
si tratta di una vera e propria frattura strutturale Nord-Sud nell'esigibilità del diritto alla tutela della salute a cui si aggiunge la legge sull'autonomia differenziata, che affonderà definitivamente la sanità del Mezzogiorno, assestando il colpo di grazia al Servizio sanitario nazionale con conseguenze devastanti per milioni di persone;
considerato che:
per quanto riguarda le politiche sociali di competenza della XII commissione le scarne norme presenti confermano ancora una volta che anche per il prossimo anno la dimensione sociale e welfare è messa in secondo piano;
povertà, disuguaglianze crescenti, disagio giovanile sono tutte priorità del nostro Paese che questa Legge di Bilancio non affronta;
carta dedicata a te; bonus 1000 euro per ogni nuovo nato in famiglie con Isee inferiore a 40.000 euro annui; estensione del bonus nido; aumento a 3 mesi, dagli attuali 2, dei congedi parentali all'80 per cento, proroga per il 2025 di Quota 103, Ape sociale e Opzione donna tutte con forti restrizioni; stretta sulle detrazioni nonché estensione della normativa prevista per i cani guida delle persone ciechi ai cani d'assistenza (ovvero cani addestrati per il supporto delle persone) sono solo queste le poche misure previste in ambito sociale;
anche nella strategia di riequilibrio territoriale negli interventi infrastrutturali di rafforzamento nell'offerta di asili nido il governo ha cambiato rotta visto che nel Piano strutturale di bilancio ha disposto che gli obiettivi del programma sono quelli di raggiungere mediante strutture pubbliche e private, un tasso di copertura a livello regionale pari ad almeno il 15 per cento del numero dei bambini sotto i 3 anni (33 per cento a livello nazionale);
tale scelta va contro la strategia sin qui seguita, seppure con approcci ed esiti diversi, dal PNRR e dal «Nuovo piano asili nido» nell'avvicinare i territori in ritardo verso l'asticella del 33 per cento di copertura accettando così un esito finale in cui i territori in ritardo restano bloccati su dotazioni infrastrutturali di asili nido assai più deboli rispetto al resto del paese;
negli ultimi anni, l'unica vera rilevante misura a sostegno delle famiglie resta l'Assegno Unico Universale introdotta del 2021 con una dotazione di otto miliardi di euro annui;
per quanto riguarda la lotta alle dipendenze, uno degli aspetti più sconcertanti riguarda l'abrogazione dell'Osservatorio per il contrasto alla dipendenza da gioco d'azzardo, istituito nel 2019, che fino ad ora svolgeva un ruolo cruciale nella raccolta di dati e nella formulazione di strategie per limitare la diffusione del gioco patologico a favore di un organismo che, secondo molti esperti, sarà meno incisivo;
inoltre, la manovra prevede anche la soppressione del Fondo per il Gioco d'Azzardo Patologico, istituito nel 2015, il cui scopo era finanziare interventi di prevenzione, cura e riabilitazione delle persone affette da dipendenza da gioco. Al suo posto, verrà creato un «Fondo per le Dipendenze Patologiche» (FDP), con una dotazione annua di 44 milioni di euro. Cifra considerevolmente inferiore rispetto alle risorse richieste dalle associazioni di settore sebbene il nuovo fondo copra una gamma più ampia di dipendenze (non solo il gioco, ma anche alcol, droghe e altre forme di dipendenza), indebolendo così gli interventi specifici per il gioco d'azzardo, già in difficoltà;
la legge di bilancio, anziché rafforzare le tutele, sembra offrire un'attenzione superficiale a un problema sociale in rapida crescita, rischiando di lasciare senza un supporto adeguato chi soffre di dipendenze. In assenza di un controllo rigoroso e di investimenti mirati, la dipendenza da gioco d'azzardo rischia di continuare a espandersi, con conseguenze gravi per la salute pubblica e per la società italiana,
DELIBERA DI RIFERIRE
IN SENSO CONTRARIO.
XII COMMISSIONE PERMANENTE
(Affari sociali)
RELAZIONE DI MINORANZA
sul
DISEGNO DI LEGGE
Bilancio di previsione dello Stato per l'anno finanziario 2025
e bilancio pluriennale per il triennio 2025-2027 (2112-bis)
(per le parti di competenza)
dei deputati
Quartini, Sportiello, Marianna Ricciardi e Di Lauro
La XII Commissione,
esaminato, ai sensi dell'articolo 120, comma 3, del Regolamento, il disegno di legge n. 2112, recante il «Bilancio di previsione per l'anno finanziario 2025 e bilancio pluriennale per il triennio 2025-2027», per le parti di propria competenza;
esaminati gli stati di previsione del Ministero dell'economia e delle finanze, limitatamente alle parti di competenza, del Ministero del lavoro e delle politiche sociali, limitatamente alle parti di competenza, e del Ministero della salute;
evidenziato il grave contingentamento dei tempi con il quale il disegno di legge di bilancio è esaminato alla Camera dei deputati, che sta impedendo nei fatti un esame approfondito delle disposizioni, senza che neppure sia consentito di esprimere il parere di competenza dopo lo svolgimento dell'audizione del Ministro dell'economia e delle finanze, Giancarlo Giorgetti, prevista successivamente al termine entro il quale questa commissione è chiamata a votare il parere di competenza;
esaminati, quanto alla spesa sanitaria, i rilievi particolarmente critici della Corte dei conti, dell'Istat e dell'Upb proprio con specifico riferimento alla impostazione particolarmente recessiva della predetta spesa e comunque non risolutiva dei problemi conclamati del SSN;
visti in particolare i rilievi sul tasso di crescita del finanziamento del SSN che resta sempre inferiore a quello del PIL nominale, avvicinandosi a quest'ultimo solo nel 2026 e che, dunque, gli effetti complessivi della manovra in campo sanitario, già indicati nel PSB, risultano inferiori all'incremento del finanziamento, anche per effetto degli oneri riflessi calcolati sulle accresciute remunerazioni del personale;
rilevato in particolare che la distanza tra la spesa sanitaria e il finanziamento del SSN aumenta significativamente nell'intero periodo di previsione, tanto che il divario nel 2027 risulta circa triplo rispetto a quello del 2024, con il rischio significativo di aumento del disavanzo dei Servizi sanitari regionali (SSR), paventato dall'UPB, e che potrebbe protrarsi anche negli anni successivi al 2027;
rilevate con preoccupazione le osservazioni degli esperti di salute e dei principali rappresentati del settore, a cominciare dalle categorie rappresentative dei medici e dei sanitari che hanno annunciato uno sciopero per il prossimo 20 novembre nonché dall'autorevole Fondazione GIMBE che ha rappresentato come la riferita crescita del FSN nel 2025, di euro 2.520 milioni (+1,9 per cento), sia riconducibile solo per euro 1.302 milioni a nuove risorse, atteso che euro 1.218 milioni erano invero già stati stanziati dalla precedente manovra economica;
premesso che:
le risorse destinate alla sanità, indicate all'articolo 47 del provvedimento in esame, come rilevato anche dalla citata Fondazione Gimbe, segnatamente i euro 5.078 milioni per il 2026, euro 5.780 milioni per il 2027, rappresentano l'incremento cumulativo del FSN e non gli stanziamenti specifici per ciascun anno;
gli aumenti effettivi previsti dalla legge di bilancio sono in realtà: euro 4.062 milioni nel 2026 (+3 per cento), euro 536 milioni nel 2026 (+0,4 per cento), euro 883 milioni nel 2028 (+0,6 per cento), euro 1.062 milioni nel 2029 (+0,7 per cento) e euro 1.173 milioni dal 2030 (+0,8 per cento);
è apparsa particolarmente odiosa questa fuorviante rappresentazione dei numeri della sanità sia nel testo del disegno di legge sia negli organi di informazione e nelle trasmissioni televisive, allorquando finanche la Presidente del Consiglio, munita di calcolatrice, si è cimentata in improbabili calcoli che tuttavia hanno finito per rendere il tema della salute quasi grottesco, in grave dispregio di tutti quei cittadini che ogni giorno non riescono a curarsi a causa delle infinite liste di attesa o perché non hanno le risorse necessarie per pagare l'alternativa «privata» che questo Governo spregiudicatamente propone in ogni suo decreto-legge e da ultimo, nuovamente, anche in questa stessa legge di bilancio;
buona parte degli incrementi (euro 883 milioni per il 2028, euro 1.945 milioni per il 2029 e euro 3.117 milioni a decorrere dall'anno 2030), oltretutto, saranno impiegati per i rinnovi contrattuali relativi al periodo 2028-2030 e solo una parte residuale sarà finalizzata ad altri obiettivi, alcuni dei quali, tra l'altro, vanno a foraggiare soluzioni privatistiche ai problemi della SSN pubblico e universalistico e, pertanto, ben poche risorse saranno destinate a risollevare la situazione fortemente regressiva in cui si trova il servizio sanitario nazionale, penalizzato dalla diffusa carenza di personale sanitario;
il provvedimento all'esame non reca l'auspicato, e in parte promesso, piano straordinario di assunzioni di medici e infermieri né si evince alcuna misura finalizzata ad eliminare il tetto di spesa per il personale sanitario;
come rilevato anche dall'UPB, seppure «alcuni interventi dispongono aumenti delle remunerazioni del personale, tuttavia non sono finanziate nuove assunzioni e non viene dunque affrontata la principale criticità del SSN, ossia la carenza di personale sanitario, se non indirettamente attraverso i limitati incrementi retributivi, che potrebbero in qualche misura aumentare l'attrattività del SSN»;
particolarmente critico è poi l'intervento che il provvedimento all'esame compie su chi è vittima del gioco d'azzardo patologico laddove interviene in materia di gioco, incrementando dal 2025 il montepremi, prorogando nuovamente le concessioni in scadenza e introducendo dal 2025 un'estrazione settimanale aggiuntiva per il Lotto e il Superenalotto e andando a finanziare addirittura il Fondo per le emergenze nazionali sulla pelle dei giocatori e delle loro famiglie;
le misure per il sostegno degli indigenti e per gli acquisti di beni di prima necessità e il rifinanziamento della cosiddetta Carta «Dedicata a te» sono gravemente insufficienti e addirittura sono anche ridotte rispetto allo stanziamento dell'anno precedente; si riduce infatti da 600 a 500 milioni il Fondo destinato all'acquisito di beni alimentari di prima necessità, caricando su di esso anche le risorse necessarie a risolvere la fallimentare gestione della carta «dedicata a te» da parte del Ministro dell'Agricoltura;
si introduce una disposizione relativa all'accesso alla pensione per le lavoratrici con quattro o più figli, una misura che riguarda una platea ridottissima di beneficiari ed è la stessa relazione tecnica del Governo a dichiararlo laddove, sulla base delle rilevazioni relative all'assegno unico e universale, riferisce che la quota dei richiedenti con 4 o più figli rispetto al totale con figli risulta essere pari a circa l'1,5 per cento, senza considerare, oltretutto, che tale disposizione riguarda solo le pensioni calcolate con il metodo contributivo;
si ripropone l'ormai esautorata «politica dei bonus» che oggi non è più in grado di risollevare il paese dalla grave crisi sociale ed economica che richiede invece interventi strutturali che siano in grado di ripensare l'intero sistema paese; bonus che, oltretutto, vengono ridotti nell'entità e nella platea dei beneficiari, facendo quasi rimpiangere chi quei bonus almeno li garantiva a tutti!
il bonus nuove nascite, il bonus bebè o altri analoghi strumenti, gli unici che questo Governo riesce a concepire, sono stati introdotti già circa 20 anni fa, con il narrato obiettivo di incentivare la natalità e contribuire alle spese per il suo sostegno; tuttavia il decorso degli anni e soprattutto l'inarrestabile e progressivo inverno demografico dimostrano come tali strumenti, a distanza di anni, sono evidentemente insufficienti o non idonei all'obiettivo dichiarato che, probabilmente andrebbe quantomeno accompagnato da altri interventi strutturali che invece questo Governo pensa bene di cancellare o ostacolare, come il reddito di cittadinanza, il salario minimo o un numero di asili nido adeguato al fabbisogno;
sugli asili nido si introducono misure timidissime, pressoché inesistenti, laddove con un miserrimo stanziamento di 5 milioni di euro annui dall'anno 2025, si dispone l'esclusione del computo dell'Assegno unico per la richiesta del bonus nido oppure laddove, come misura di supporto al pagamento di rette relative alla frequenza di asili nido (cosiddetto Bonus nido), si prevede che, per i nati a decorrere dal 1° gennaio 2024, per i nuclei familiari con un valore dell'ISEE fino a 40.000 euro, l'incremento del buono è previsto a prescindere dalla presenza di almeno un figlio di età inferiore ai dieci anni;
queste misure, condivisibili pur nella loro esiguità, risultano tuttavia totalmente insufficienti o inadeguate se sul territorio non esistono asili nido in grado di soddisfare il fabbisogno richiesto, fabbisogno che il Governo ha pensato bene di tagliare dal 33 per cento al 15 per cento, penalizzando soprattutto le regioni del Sud;
sui congedi parentali si fa qualcosa ma sempre troppo poco o comunque non si fa nulla per recuperare lo svantaggio in cui si trova il nostro Paese rispetto ad altri Paesi dell'Unione europea e quindi ci si limita a prevedere che l'indennità all'80 per cento della retribuzione nel congedo parentale facoltativo sia riconosciuta per tre mesi anziché due; sul congedo obbligatorio paritario alla nascita si continua a rimanere gravemente indietro;
sulla disabilità si continua ad arrancare, con misure che spostano risorse da una parte all'altra delle esigenze della disabilità, senza aggiungere le risorse che servono per dare concreta ed effettiva attuazione alla delega sulla disabilità e alla delega sugli anziani, a comprova del fatto che, come da noi ampiamente rappresentato, l'attuazione della delega sulla disabilità (decreto legislativo 3 maggio 2024, n. 62) non era adeguatamente finanziata; in questa legge di bilancio, in sostanza, si sottraggono risorse già destinate all'Inps per l'assunzione del personale necessario per dare attuazione alle procedure valutative di base, per assegnarle alla incerta e confusa sperimentazione relativa alla valutazione multidimensionale;
sulle politiche di contrasto alla droga le misure presenti nel provvedimento all'esame (Uffici antidroga, Fondo per gli accertamenti medico-legali e tossicologico-forensi e il sistema nazionale di allerta rapida – NEWS-D) rivelano l'ormai noto approccio poliziesco e militarizzato che va a sacrificare gravemente la componente della salute e della prevenzione;
a titolo di esempio, certamente non esaustivo, l'articolo 42 trasferisce dall'ISS al Dipartimento antidroga della Presidenza del Consiglio dei ministri il sistema nazionale di allerta rapida quale strumento di coordinamento operativo delle informazioni di allerta, finalizzato alla prevenzione e alla tutela della salute pubblica per individuare tempestivamente e prevenire fenomeni potenzialmente pericolosi correlati alla comparsa di nuove sostanze psicoattive o al consumo di sostanze stupefacenti già vietate; inoltre si prevede che per garantire la piena operatività del Sistema nazionale di allerta rapida e la tempestiva individuazione di nuove sostanze stupefacenti e psicoattive, nonché i loro effetti sulla salute, il Dipartimento per le politiche antidroga possa stipulare convenzioni e contratti con strutture private, senza ulteriormente specificare; in sostanza si toglie alla salute un ruolo decisivo sulla prevenzione;
ancora, si istituisce presso il MEF il Fondo nazionale per la prevenzione, il monitoraggio e il contrasto del diffondersi delle dipendenze comportamentali tra le giovani generazioni con una dotazione di euro 500.000 annui a decorrere dall'anno 2025, diminuendo in tal maniera le risorse che già la Ministra Dadone aveva previsto allo scopo, istituendo con legge di bilancio per il 2022 un Fondo analogo per le giovani generazioni, con una dotazione di ben 2 milioni di euro e che questo Governo non ha successivamente rifinanziato;
si dettano disposizioni sui limiti di spesa per l'acquisto di prestazioni sanitarie da soggetti privati accreditati incrementando ulteriormente il limite di spesa entro il quale le regioni possono acquistare prestazioni da soggetti privati e a riguardo appare altresì grave e preoccupante il vincolo di risorse di tale incremento per le prestazioni di ricovero e ambulatoriali, erogate dalle strutture sanitarie private accreditate dotate di pronto soccorso e inserite nella rete dell'emergenza, conseguenti all'accesso in pronto soccorso, con codice di priorità rosso o arancio; il timore è che questo vincolo stia a significare l'apertura a pronto soccorso privati, quale soluzione unica per risollevare il sistema dell'emergenza-urgenza nel nostro paese e per creare un accesso di serie A (privato e a pagamento) e di serie B (pubblico e non a pagamento) al sistema sanitario;
anche l'UPB sottolinea come vi siano misure a favore dei soggetti privati che operano nella sanità, dalle strutture accreditate alla distribuzione farmaceutica all'ingrosso e alle comunità terapeutiche;
anche l'incremento significativo (più di 900 milioni nel 2025 e circa 500 negli anni successivi) delle risorse per gli obiettivi di carattere prioritario e di rilievo nazionale, senza tuttavia che si indichino le finalità che si intendono perseguire, parrebbe finalizzato proprio a finanziare la sanità privata e al riguardo anche l'UPB ricorda come, malgrado tali risorse rappresentino una quota del finanziamento del SSN vincolata appunto al perseguimento di tali obiettivi di carattere prioritario e di rilevo nazionale, di recente sono state utilizzate anche per coprire altre esigenze come, ad esempio, la flat tax sulle prestazioni aggiuntive, introdotta dal DL 73/2024 per la riduzione dei tempi di attesa delle prestazioni sanitarie, e l'incremento del tetto per i privati accreditati, come disposto dallo stesso DDLB;
le misure in materia di farmaci innovativi consentono l'accesso al Fondo dei farmaci innovativi e innovativi oncologici anche ai medicinali antinfettivi per infezioni da germi multiresistenti per un importo massimo di 100 milioni e ai farmaci a innovatività condizionata fino ad un massimo di 300 milioni; poiché la misura è ad invarianza finanziaria, di fatto, si sottraggono risorse per i farmaci innovativi e innovativi oncologici; in sostanza si prevede una diversa destinazione di quota parte delle risorse del Fondo per i farmaci innovativi che, a legislazione vigente, ha una dotazione di 1.300 milioni di euro annui e che con questa legge di bilancio potrà contare su 900 milioni di euro per i farmaci innovativi e innovativi oncologici;
il finanziamento destinato all'aggiornamento delle tariffe delle prestazioni di riabilitazione ospedaliera e lungodegenza erogate in post acuzie e delle prestazioni di assistenza ospedaliera per acuti erogate in regime di ricovero ordinario e diurno, andrebbe meglio finalizzato per evitare che vada a foraggiare in maniera incondizionata il privato convenzionato (che gestisce in larga parte la lungodegenza), anche valutando la contestuale implementazione di soluzioni assistenziali domiciliari ovvero collegando le tariffe anche ai processi di deistituzionalizzazione e agli esisti di salute;
al discreto finanziamento delle prestazioni di riabilitazione ospedaliera e lungodegenza fa da contraltare un scarso finanziamento, presente nel provvedimento all'esame, per l'aggiornamento dei Livelli Essenziali di Assistenza, per il quale è vincolata una quota pari a 50 milioni di euro annui a decorrere dall'anno 2025, prevedendo, tra l'altro, una fumosa integrazione del sistema di garanzia per valutare le performance regionali anche in relazione agli aspetti gestionali, organizzativi, economici, contabili, finanziari e patrimoniali e senza tuttavia includervi quegli indicatori della deprivazione economica che invece potrebbero riequilibrare la sperequazione regionale;
sull'attuazione del fantomatico Piano pandemico 2025-2029, più volte annunciato ma mai entrato in vigore, si vincolano risorse non quantificate e non quantificabili, senz'altro risibili se raffrontate alle risorse che, nell'ordine di miliardi, i precedenti Governi hanno messo in campo non solo per gestire l'emergenza allora in atto ama anche per rafforzare la futura resilienza del SSN;
la grande assente di questa manovra, a parte il risibile articolo di un Piano pandemico definanziato e gravemente in ritardo, è purtroppo la prevenzione! A riguardo la manovra riflette la miopia di questo Governo sull'importanza di investire in prevenzione e in promozione per la salute, e tale miopia è emblematica proprio con l'operazione scellerata sul gioco d'azzardo la cui prevenzione viene totalmente azzerata;
si insiste sulla remunerazione della malattia e dell'ospedalizzazione e nulla si fa per l'ambiente, per gli stili di vita, per gli screening, per la prevenzione, per ridurre determinati fattori di rischio ambientali e comportamentali, nonostante i numeri raccontino ormai da decenni che tra le principali cause di decessi prevenibili spiccano il cancro ai polmoni, le cardiopatie ischemiche e i disturbi alcol-correlati; l'Organizzazione Mondiale della Sanità stima che circa l'80 per cento delle patologie cardiovascolari, almeno il 40 per cento dei tumori e la quasi totalità dei casi di diabete di tipo 2 potrebbero essere prevenuti semplicemente cambiando gli stili di vita;
sulla disposizione relativa alla mobilità sanitaria si esprimono dubbi sull'opportunità che debbano farsi gli accordi tra regioni confinanti solo se registrano una mobilità passiva pari almeno al 20 per cento del fabbisogno sanitario standard annualmente assegnato o se invece sia più giusto che gli accordi si facciano a prescindere in relazione alla mera sussistenza degli scambi;
gli incrementi delle indennità al personale sanitario, quantunque esigui, appaiono condivisibili nella doverosa necessità di remunerare il personale sanitario stremato dal doversi fare carico di un SSN definanziato e privo di organici adeguati; tuttavia tali misure rappresentato anche la prova provata di come il Governo si limiti a finanziarie, al limite della sussistenza, chi cerca disperatamente di far sopravvivere quel che rimane di un SSN allo sbando ma non pensa in alcun modo di risollevarlo attraverso una Piano assunzionale straordinario;
sulle cure palliative, le risorse di 10 milioni annui dal 2025, continuano ad essere gravemente insufficienti e l'esiguità delle risorse getta la maschera sulla grande ipocrisia che questa Governo ha sul fine vita e su quanto davvero non ha cura alcuna di chi muore tra gravi e insopportabili sofferenze;
si butta lì, quasi per caso, una non chiara «premialità sulle liste di attesa», che nella sua sommaria declinazione sembrerebbe rafforzare ulteriormente le regioni più virtuose e peggiorare invece le condizioni dei cittadini dove le liste di attesa sono più lunghe;
a riguardo anche l'UPB rileva come alcune misure intervengono sul riparto del finanziamento tra le regioni, «tendenzialmente favorendo quelle con SSR più forti, attraverso l'introduzione di forme di premialità sulla gestione delle liste di attesa ed eventualmente tramite l'introduzione di ulteriori indicatori nell'ambito del Nuovo sistema di garanzia (NSG) volto al monitoraggio dell'erogazione dei livelli essenziali delle prestazioni (LEA)»;
le misure per la prevenzione, cura e riabilitazione delle patologie da dipendenze, rappresentano un gravissimo vulnus al gioco d'azzardo patologico (GPA) e alle dipendenze tutte; si abroga infatti la norma vigente sul gioco d'azzardo (GPA) e si introduce una nuova disposizione che, nell'ambito del FSN, destina annualmente una quota pari a 50 milioni di euro alla prevenzione, alla cura e alla riabilitazione «delle patologie da dipendenza» come definite dall'Organizzazione mondiale della sanità; si prevede poi l'adozione di linee di azione per garantire le prestazioni di prevenzione, cura e riabilitazione rivolte alle persone affette da ogni forma di dipendenza e si istituisce un nuovo Osservatorio per tutte le dipendenze di cui faranno parte, oltre che anche dicasteri diversi dal Ministero della salute, anche esponenti delle associazioni operanti nel settore;
in sostanza si elimina ogni specificità sul GPA, si fa un'unica norma per tutte le dipendenze, si destina la stessa quantità di risorse (50 mlm), si riduce la titolarità del Ministero della salute sul GPA, affiancandovi anche il MEF al quale viene attribuito un ruolo sulla valutazione e osservazione delle patologie, alcune delle quali assicurano un cespite per lo Stato, com'è il caso del consumo di alcol, della produzione e commercializzazione di prodotti contenenti nicotina (sigari-sigarette tradizionali e device a tabacco surriscaldato) e, per l'appunto, il gioco d'azzardo su concessione statale, che prosegue nella sua crescita esponenziale (147,5 miliardi nel 2023 e una previsione di oltre 160 a consuntivo del 2024);
le «patologie da dipendenza» saranno dunque prive di confini rigidi e di corrispondenti e adeguate tutele in spregio alla lunga storia e lotta per classificarle adeguatamente e contrastarle nella maniera più appropriata; sparisce sia l'Osservatorio quale «organo consultivo del ministro della Salute per il contrasto al gioco d'azzardo» sia il finanziamento dedicato all'offerta di presa in carico terapeutica, assistenziale e di prevenzione per le dipendenze da gambling; sparisce una grande conquista di civiltà!
quanto al Fondo di solidarietà comunale non si evincono incrementi specifici per lo sviluppo dei servizi sociali comunali, per gli asili nido o per il trasporto degli studenti con disabilità, ma al contrario si depotenziano i comuni con un odioso blocco del turn over che andrà a colpire soprattutto piccoli comuni e quelle realtà in cui è sempre più necessario il bisogno di personale deputato ai servizi sociali;
da ultimo, occorre considerare come in questa legge di bilancio le regioni tutte e gli enti locali siano chiamati a contribuire alla finanza pubblica e all'osservanza dei vincoli economici e finanziari derivanti dal nuovo quadro della governance economica europea; in particolare, le regioni a statuto ordinario saranno tenuti ad assicurare un contributo alla finanza pubblica, aggiuntivo rispetto a quello previsto a legislazione vigente, pari a 280 milioni di euro per l'anno 2025, 840 milioni di euro per ciascuno degli anni dal 2026 al 2028 e 1.310 milioni di euro per l'anno 2029; le regioni a statuto speciale e le province autonome di Trento e di Bolzano assicureranno un contributo alla finanza pubblica, aggiuntivo rispetto a quello previsto a legislazione vigente, pari a 150 milioni di euro per l'anno 2025, 440 milioni di euro per ciascuno degli anni dal 2026 al 2028 e 700 milioni di euro per l'anno 2029; infine i comuni, le province e le città metropolitane delle regioni a statuto ordinario, della Regione Siciliana e della regione Sardegna assicureranno un ulteriore contributo alla finanza pubblica, rispetto a quello previsto a legislazione vigente, pari a 140 milioni di euro per l'anno 2025, 290 milioni di euro per ciascuno degli anni dal 2026 al 2028 e 490 milioni di euro per l'anno 2029, di cui 130 milioni di euro per l'anno 2025, 260 milioni di euro per ciascuno degli anni dal 2026 al 2028 e 440 milioni di euro per l'anno 2029 a carico dei comuni e 10 milioni di euro per l'anno 2025, 30 milioni di euro per ciascuno degli anni dal 2026 al 2028 e 50 milioni di euro per l'anno 2029 a carico delle province e città metropolitane;
i predetti e rilevanti contributi aggiuntivi richiesti a regioni e comuni inevitabilmente comporteranno per questi enti di dover «ridurre» le spese per i servizi sanitari e per i servizi sociali;
considerato che:
per salvaguardare il Servizio sanitario nazionale, garantire una sostenibilità economica effettiva ai livelli essenziali di assistenza (LEA) e soddisfare in modo più efficace le esigenze di pianificazione e di organizzazione, nel rispetto dei princìpi di equità, di solidarietà e di universalismo, l'incidenza della spesa sanitaria sul prodotto interno lordo (PIL) deve essere in linea con la spesa dei Paesi del G7 e, comunque, non inferiore alla media europea;
per superare la sperequazione esistente sul territorio nazionale, si deve intervenire affinché, in sede di ripartizione del Fondo sanitario nazionale, abbiano il giusto peso gli indicatori ambientali, socio-economici e culturali e l'indice di deprivazione economica, così da tener conto delle carenze strutturali presenti nelle regioni o nelle aree territoriali di ciascuna regione;
per salvaguardare realmente il SSN deve superarsi, senza più alcun indugio, il tetto di spesa per l'assunzione di personale per avviare un rilevante e straordinario piano di assunzioni;
per ovviare all'utilizzo inappropriato delle risorse del SSN, salvaguardare il SSN pubblico e universalistico e rendere equilibrato il rapporto pubblico/privato, occorre riordinare il sistema dell'autorizzazione, accreditamento e stipulazione degli accordi contrattuali per l'esercizio di attività sanitarie e socio-sanitarie e rendere uniformare sull'intero territorio nazionale il sistema di rilevazione del fabbisogno territoriale e gli elementi essenziali da ricomprendere all'interno degli accordi contrattuali, garantendo la necessaria trasparenza e un efficace piano di controlli;
occorre incrementare il FSN al fine di mantenere e potenziare gli ambulatori e servizi di continuità assistenziale sul territorio, intercettando i bisogni di salute dei cittadini, fornendo loro prestazioni e esami di base, deflazionando così l'attività ed il carico dei pronto soccorso; occorre altresì ampliare la rete di consultori esistenti sul territorio, in modo proporzionato alla popolazione, per rispondere adeguatamente ai bisogni della popolazione e garantire il rispetto dei LEA,
DELIBERA DI RIFERIRE
IN SENSO CONTRARIO.
XIV COMMISSIONE PERMANENTE
(Politiche dell'Unione europea)
XIV COMMISSIONE PERMANENTE
(Politiche dell'Unione europea)
RELAZIONE DI MINORANZA
sul
DISEGNO DI LEGGE
Bilancio di previsione dello Stato per l'anno finanziario 2025
e bilancio pluriennale per il triennio 2025-2027 (2112-bis)
(per le parti di competenza)
dei deputati
De Luca, Guerini, Letta, Madia e Prestipino
La XIV Commissione,
esaminato, per le parti di competenza, il provvedimento in oggetto;
premesso che:
con una dimensione complessiva di circa 30 miliardi nel 2025, il disegno di legge di bilancio 2025 presentato dal Governo è una manovra di puro galleggiamento, senza visione e di brevissimo respiro, incapace di dare vere risposte alle persone e alle famiglie, inadeguata ad affrontare le grandi questioni del Paese, a rilanciare la crescita e a ridurre le disuguaglianze sociali;
al di là dell'approccio ragionieristico con cui si punta a rispettare i parametri del nuovo Patto di stabilità e crescita, la manovra è priva di organicità dal punto di vista strutturale, senza alcuna traccia di quelle strategie anticicliche ed espansive che servirebbero a rilanciare la nostra economia e delle riforme profonde di cui avrebbero bisogno i principali settori della vita del Paese, non discostandosi da quelle che l'hanno preceduta;
si rispettano i parametri del nuovo Patto di stabilità e crescita, ma non si prova nemmeno a porre le basi per rilanciare la crescita: la manovra produce un effetto espansivo dello 0,3 per cento nel 2025, 0 nel 2026, 0,1 per cento nel 2027, e nel triennio 2025-2027 la crescita italiana rimane ogni anno mediamente inferiore di 0,6 per cento-0,7 per cento alla crescita Ue, ma si tratta probabilmente di stime ottimistiche visto che l'ISTAT ha appena certificato una economia ferma nel terzo trimestre, con una crescita acquisita pari allo 0,4 per cento, rendendo un miraggio il traguardo fissato dal Governo di una crescita dell'1 per cento a fine anno;
oltre a tutto ciò che non prevede, il provvedimento in esame colpisce anche per ciò che contiene di sbagliato e insufficiente;
per il 2025 la Sanità vede crescere il suo finanziamento di soli 1,3 miliardi di euro, assolutamente inadeguati persino per compensare gli aumenti inflazionistici e per affrontare l'aumento considerevole dei costi, di cui circa un miliardo vincolato al rinnovo del contratto 2025-2027 di Asl e Ospedali, senza traccia del maxi piano di assunzioni di medici e infermieri che in un triennio avrebbe dovuto portare nel Sistema sanitario nazionale 30 mila professionisti;
la dotazione di risorse del Fondo sanitario nazionale in rapporto al Pil scenderà al punto più basso mai toccato negli ultimi quindici anni, poco più del 6 per cento, un livello sempre più lontano da quello dei Paesi dell'area Ocse, che ci colloca agli ultimi posti in Europa e che determina un inevitabile incremento della spesa sanitaria privata delle famiglie, aumentata di 4,3 miliardi di euro nel 2023, una cifra tale da neutralizzare i vantaggi derivanti dall'accorpamento degli scaglioni dell'IRPEF;
la politica industriale è totalmente assente e non vengono rifinanziati strumenti essenziali come il Fondo di garanzia per le PMI, i contratti di sviluppo e gli accordi per l'innovazione; soprattutto, con una scelta assurda e gravissima per l'industria e i lavoratori del settore automotive, si opera un drastico taglio, per un totale di 4,55 miliardi di euro di definanziamento, al «Fondo automotive», istituito dal Governo Draghi con una dotazione di 700 milioni di euro per il 2022 e di un miliardo di euro per ciascuno degli anni dal 2023 al 2030, per il sostegno e la promozione della transizione verde, della ricerca e degli investimenti nel settore automotive, cui viene lasciata un finanziamento residuo complessivo di soli 1,2 miliardi di euro per il periodo 2025-2030, praticamente un azzeramento delle possibilità affrontare le sfide estremamente impegnative della transizione ecologica e digitale e della crescente competizione globale, che hanno invece bisogno di rilevanti politiche di sostegno;
la proroga per tre anni della deduzione Ires per il costo del lavoro compenserà solo in parte l'aggravio determinato dall'abolizione permanente dell'Ace, mantenendo il saldo della riforma fiscale per quanto riguarda le imprese in territorio fortemente negativo, mentre viene prevista una modifica peggiorativa della Web Tax, che non sarà più applicata solo alle grandi aziende multinazionali ma riguarderà tutti gli operatori del settore, dai giganti alle piccole imprese digitali, colpendo un ecosistema di imprese innovative vitale per il futuro del Paese;
un altro taglio drastico è quello alle agevolazioni ordinarie per le ristrutturazioni e l'efficienza energetica delle abitazioni (dall'attuale livello del 50 per cento per le ristrutturazioni e 65 per cento per l'efficienza energetica al 36 per cento per la prima casa e al 30 per cento per le altre abitazioni previsto nel 2026), che penalizzerà tantissime piccole imprese del settore dell'edilizia e spingerà nuovamente verso il nero e il sommerso;
la manovra introduce ulteriori e insostenibili tagli per gli enti territoriali, che ammontano a circa 7 miliardi e 780 milioni di euro nel prossimo quinquennio e vanno a sommarsi a quelli già previsti a legislazione vigente, con effetti devastanti per i cittadini, perché le amministrazioni territoriali saranno costrette a tagliare ancora la manutenzione degli immobili pubblici, i servizi alla collettività, i sussidi alle famiglie, la scuola, i trasporti e, soprattutto, i servizi socio-assistenziali;
sulle pensioni il disegno di legge contiene una vera e proprio presa in giro, con un ritocco invisibile delle pensioni minime di 3 euro al mese, 10 centesimi al giorno, a fronte di una situazione allarmante che vedeva 4.786.521 pensionati con una pensione inferiore a 1.000 euro al mese nel 2023, pari al 29,5 per cento del totale;
per quanto riguarda il pubblico impiego, le risorse stanziate per la contrattazione collettiva nazionale sono insufficienti, solo 1.755 milioni di euro per il 2025, 3.550 milioni di euro per il 2026 e 5.550 milioni di euro annui a decorrere dal 2027, che corrispondono ad incrementi retributivi rispettivamente dell'1,8 per cento, del 3,6 per cento e del 5,4 per cento a regime, così da restare molto lontani dall'obiettivo del mero recupero dell'inflazione registrata dal 2022 al 2024, che ha sfondato il 17 per cento, mentre si reintroduce lo strumento del blocco del turn over per gli enti con più di 20 dipendenti, che si trasformerà in un pesante indebolimento delle pubbliche amministrazioni, tenuto conto delle croniche carenze e della stima di circa un milione di lavoratori pubblici che andranno in pensione da qui al 2030;
esce nuovamente penalizzato il Mezzogiorno: il credito d'imposta ZES viene prorogato per il 2025, ma con una dotazione di risorse dimezzata rispetto all'anno precedente: 1,6 miliardi anziché 3,27, mentre le risorse derivanti dalla fine della decontribuzione Sud, che comporterà un aggravio del costo del lavoro per le imprese che operano nel Meridione di ben 12,4 miliardi di euro nel triennio 2025-2027, vengono solo in parte destinate al Mezzogiorno mediante l'istituzione di un Fondo per il finanziamento di interventi volti a mitigare il divario nell'occupazione e nello sviluppo dell'attività imprenditoriale nelle aree svantaggiate, il cui funzionamento concreto è tutto da definire;
rispetto alle tematiche ecologiche si torna indietro di decenni, senza nuove risorse per salvaguardare l'ambiente e contrastare il dissesto idrogeologico e misure per limitare i mutamenti climatici, nonostante i numerosi eventi estremi che hanno ripetutamente devastato il Paese nei mesi scorsi;
anche per la scuola si riduce l'organico di potenziamento introdotto dalla «Buona Scuola» del 2015 e si procede solo con tagli: di 5.660 posti da docente e di 2.174 unità di personale amministrativo e tecnico: per gli insegnanti che fanno da supporto per il potenziamento dell'autonomia scolastica, che sono circa 14 mila, di tratta di una riduzione di oltre un terzo, con le scuole che saranno costrette a tagliare attività di sostegno ai ragazzi, a cominciare da quelle di potenziamento didattico. La riduzione del personale Ata, quando già si era in presenza di una grandissima sofferenza negli organici, significa mettere ancora più in difficoltà le scuole anche rispetto alla realizzazione dei progetti del PNRR;
sul piano del reperimento delle risorse, oltre ai tagli ai Ministeri, che ammontano a circa 7,7 miliardi in tre anni, con tutte le prevedibili conseguenze che ricadranno sul personale e sui cittadini, la tanto sbandierata «tassa sugli extraprofitti» per istituti di credito e assicurazioni è solo una mera anticipazione di imposte, che saranno recuperate nella prossima legislatura;
ai deludenti risultati dei due anni di Governo e alle altrettanto deludenti previsioni di crescita concorrono le scelte poste al centro dell'azione dell'esecutivo, tra cui:
a) l'assenza di interventi di politica economica in grado di sostenere efficacemente l'economia italiana;
b) la mancata previsione di misure strutturalmente orientate al recupero del potere d'acquisto dei redditi;
c) una politica fiscale iniqua, frammentata e categoriale, senza alcun riferimento a un disegno complessivo e razionale, e una lunga sequenza di sanatorie e condoni fiscali, che hanno l'oggettivo effetto di legittimare l'evasione fiscale;
d) la rinuncia a una efficace azione di spending review in favore di una politica fatta di tagli che hanno colpito e continueranno a colpire ambiti essenziali e settori strategici con ricadute sui soggetti economicamente più deboli;
è necessario esprimere un giudizio estremamente negativo su una manovra lontana da ciò che sarebbe stato necessario per il bene del Paese e degli italiani;
considerato che, per quanto riguarda le materie di competenza, non si rinvengono misure significative in relazione alla partecipazione italiana ad iniziative e politiche dell'Unione europea e all'attuazione del Next Generation Eu – Italia;
DELIBERA DI RIFERIRE
IN SENSO CONTRARIO.