COMITATO FORMA DI STATO

SEDUTA DI MERCOLEDÌ 16 APRILE 1997

Allegato n. 28

Fisco federale.

Osservazioni e motivazioni.


Allorché ci si appresta a sostenere la tesi che sia necessario e improrogabile introdurre nel sistema tributario italiano una forma di fisco di natura federalistica, o fisco federale, permane l'obbligo di rispondere ad alcuni interrogativi che sorgono alla convenienza di questa ipotesi di riforma con la situazione socio-politica ed economica del Paese.
Innannitutto il Paese sta tuttora correndo un reale pericolo di secessione. Pericolo che, se apparentemente investe solo l'Italia del Nord per l'esplicita azione della Lega, finirà per investire anche le altre Regioni.
Uno degli strumenti più efficaci di cui tentano di impadronirsi i secessionisti è costituito, appunto, dall'autonomia fiscale sotto il profilo della riscossione come primo passo di emancipazione dal potere centrale. Se una Regione, o gruppo di Regioni, tiene una politica legislativa e amministrativa non conforme ai propri limiti costituzionali i poteri centrali non avrebbero strumenti di condizionamento ma solo di coercizione, che sarebbero del tutto eccezionali.
Secondo passo: se una Regione, o un gruppo di Regioni collegate, dovesse rifiutarsi di devolvere allo Stato la quota di prelievo ad esso spettante, per il fatto stesso di mancare dei necessari mezzi finanziari, questo sentirebbe venir meno proprio la stessa forza coercitiva da usare nei confronti delle Regioni.
Si tratta di un interrogativo fondato ed al quale occorre dare risposta.
In secondo luogo, per quanto concerne la perequazione, appare superata la soluzione del federalismo cosiddetto solidale, impostato sul presupposto dell'esistenza di Regioni e/o aree cosiddette svantaggiate e della proposta di rimediarvi attraverso la politica perequativa.
Ora, i due concetti, sia di solidarietà che di perequazione, sono in sostanza assistenzialistici perché non prendono in considerazione le ragioni strutturali che rendono una parte di un unico popolo svantaggiata rispetto ad un' altra parte di esso, per cui prima che di perequazione (o riequilibrio) di risorse il testo costituzionale dovrebbe parlare di politica economica nazionale intesa a permettere a tutto il popolo, in tutto il territorio, di raggiungere l'autosufficienza finanziaria.
Quanto al federalismo cosiddetto competitivo va detto sincerarnente che oggi, in Italia, abbiamo bisogno di tutto meno che di competizione fra le Regioni. La competizione fra le Regioni italiane ha già i suoi tristi precedenti storici nelle lotte preunitarie che ci hanno sottomessi agli stranieri. Trasportato a livello finanziario dovrebbe significare una nobile gara fra Regioni a chi spende meglio le proprie risorse. Sennonché ciò avrebbe come effetto un impatto grave sulla libertà di circolazione e di fruizione delle risorse nazionali, perché quelle preoccupazioni di fornire i servizi locali ai soli propri cittadini, che sorgono a livello nazionale nei confronti di immigrazioni in massa, si trasferirebbero ancor più gravemente a livello interregionale con la tendenza di fare delle Regioni tante piccole realtà parapolitiche su base etnica.
Anche il federalismo cooperativo risulta problematico dagli stessi interventi sentiti nelle sedute precedenti, specialmente in quella del 10 aprile.
Il deputato Salvati, per esempio, prima parla di autosufficienza finanziaria delle Regioni, poi parla giustamente di tributi riscuotibili «dallo Stato centrale per essere restituiti ai soggetti istituzionali del territorio in cui sono stati prelevati», nonché di «funzione riequilibratrice esercitata da un organo centrale di coordinamento in cui siano rappresentati i governi regionali, con competenze influenti anche sui procedimenti legislativi, quando necessario, specialmente nel settore finanziario». Il problema sta nei limiti di tale influenza sulla legislazione da parte delle rappresentanze regionali, perché se si traducono in veti incrociati la situazione peggiorerebbe rispetto a quella attuale.
Comunque, perché lo Stato possa adempiere funzioni perequative verticali nei confronti delle Regioni, deve essere necessariamente collocato in posizione preminente rispetto alla Regione e non già alla pari.
Anche l'ipotesi di vincoli ai bilanci degli enti pubblici substatuali richiede per lo Stato un complesso adeguato di strumenti coercitivi.
Anche il deputato Tremonti mette in guardia rispetto ad alcuni vincoli cui sottoporre la struttura e l'organizzazione dei tributi (mole del debito; persistente tendenza al disavanzo di bilancio, lunghezza e difficoltà del processo di costruzione del federalismo fiscale).
In conclusione, le considerazioni dei deputati Salvati e Tremonti, che credono nel federalismo, sono dettate da mere e oneste constatazioni di fatto, ma fanno emergere la necessità di rivedere alla base le giustificazioni di un sistema federale esteso alla materia fiscale.
In conclusione, se il federalismo fiscale viene richiesto per motivi di natura politica, dovrebbe essere respinto in quanto non solo deleterio per la situazione del Paese, ma perché non rispondente alle esigenze di uno Stato moderno che vede nel coordinamento la sua massima esigenza.
Se poi viene richiesto per motivi di efficienza e speditezza della riscossione e della spesa, allora occorrerebbe rispondere ad altri quesiti.
Innanzitutto occorrerebbe verificare la capacità di spesa delle Regioni e degli enti locali in genere e se essi abbiano a questo riguardo una idoneità superiore a quella dello Stato centrale.
In secondo luogo occorrerebbe ricostruire ipoteticamente la futura organizzazione dei diversi livelli di riscossione per verificare, almeno virtualmente, se il federalismo fiscale comporti delle semplificazioni o meno.

Proposta di princìpi di riforma fiscale.

1. Princìpi fondamentali.


a. Il sistema fiscale della Repubblica si fonda sui princìpi del coordinamento, della sinergia, della perequazione, della sussidiarietà, della semplificazione, della trasparenza e della pubblicità.
b. Il principio di sussidiarietà consiste nella potestà dell'ente sovraordinato di intervenire nella vita dell'ente sottordinato sostituendosi ad esso, o fornendogli strumenti finanziari o istituzionali aggiuntivi ed eccezionali, solo nel caso in cui l'ente sottordinato per qualsiasi ragione non ottemperi ad una o più delle funzioni costituzionalmente attribuitegli e per il solo tempo necessario alla restaurazione della piena autonomia dell'ente.

2. Princìpi strutturali.


a. In base al principio di coordinamento la facoltà impositiva fiscale appartiene allo Stato e, in base al principio di semplificazione, viene delegata dal medesimo alle Regioni ed agli altri enti locali insieme ad ogni altro strumento, tributario e non, per il finanziamento delle spese connesse alle funzioni costituzionalmente attribuite agli enti locali stessi.
b. Lo Stato determina la base imponibile relativa al finanziamento delle proprie attività e stabilisce con legge organica i criteri generali per la determinazione della base imponibile relativa alle competenze proprie degli enti locali.
c. Lo Stato e gli enti locali dispongono di rispettivi beni demaniali necessari all'espletamento delle rispettive funzioni ed attività connesse.


d. In applicazione del principio di sussidiarietà e di perequazione lo Stato può intervenire per sopperire alle eventuali, eccezionali e momentanee carenze funzionali della Regione e questa può egualmente intervenire nei confronti degli enti locali in essa compresi, in particolare al fine di assicurare a tutti i cittadini:


d.1. eguale effettivo godimento dei diritti fondamentali;


d.2. eguale accesso ai servizi pubblici essenziali.


e. In applicazione del principio di sinergia, al fine di raggiungere obiettivi di interesse nazionale, lo Stato può attribuire agli enti locali contributi speciali, anche attraverso il cofinanziamento.
f. In base al principio della pubblicità e alla trasparenza i bilanci dello Stato debbono essere resi di pubblica ragione con ogni strumento idoneo e nelle forme più perspicue, soprattutto in ordine ai tempi, agli importi ed alle causali delle entrate e delle spese.

SERVELLO, PASQUALI.