DISEGNO DI LEGGE COSTITUZIONALE - S1934


ONOREVOLI SENATORI. - Nell'ambito delle discussioni, in sede politica e scientifica, e delle iniziative e deliberazioni, in sede parlamentare, in materia di revisione della Costituzione, un posto tutto speciale é stato riservato da tempo, con grande risonanza nella pubblica opinione, anche a livello di "gente comune", alla materia dell'amministrazione della giustizia nei suoi vari aspetti: esercizio dell'azione penale, ordinamento dei giudici e del pubblico ministero, e delle relative magistrature, guarentigie di indipendenza dei giudici e guarentigie di autonomia dei pubblici ministeri, ordinamento e competenze degli organi di amministrazione dei magistrati, in particolare del Consiglio superiore della magistratura.
Questa materia ha assunto sempre maggiore importanza per le modifiche di fatto e si puó ben dire per i gravi, anche se giustificabili vulnera che la "costituzione materiale" e la prassi giudiziaria hanno portato al principio della divisione dei poteri, al principio base che si voleva accusatorio e non ancora, come invece é avvenuto, maggiormente inquisitorio del nuovo codice di procedura penale, e ai princípi stessi del "giusto processo secondo il diritto", e dello "Stato di diritto"; e ció anche per l'insorgere di situazioni di assoluta emergenza nel campo della lotta alla criminalità organizzata e della lotta alle gravissime deviazioni (non solo con violazione delle leggi penali e delle leggi amministrative, ma, cosa altrettanto e forse anche piú grave, dei princípi etici e organizzativi della trasparenza della vita di una democrazia aperta e dell'economia di mercato, presupposto di un regime di libertà) nell'esercizio del potere politico, della funzione amministrativa, della gestione delle imprese e della vita dei partiti.
Ho avuto modo, piú volte e in sedi diverse, di dichiarare che molte delle "devianze" che in questo campo si sono avute dai principi dello Stato costituzionale basato sulla sovranità "del popolo" e non astrattamente "dell'ordinamento", e dal principio della divisione dei poteri, a regime rappresentativo e quindi di "sovranità parlamentare", e dallo stesso Stato di diritto, sono da imputarsi, da un lato, al regime di "democrazia bloccata", che ha portato parte della magistratura, con gravi pericoli per l'indipendenza della funzione giurisdizionale e per l'autonomia e imparzialità dei magistrati, a "costituirsi" come contro-potere politico rispetto alle forze politiche di maggioranza, teorizzando anche una "giurisdizione dei valori", superiore o di pari dignità rispetto alla "giurisdizione delle leggi" e una funzione politico-costituzionale della giustizia; dall'altro, lo ripeto, all'insorgere di gravissime situazioni di illegalità ordinaria e politico-economica, che non si é ritenuto poter fronteggiare con la legge né ordinaria né speciale, né soprattutto con una "interpretazione ordinaria" delle leggi ordinarie e amministrative.
Se la "politicizzazione" della giustizia puó in parte imputarsi a una parte della magistratura, alla "amministrazione eccezionale" della giustizia (uso della custodia cautelare al fine di ottenere la "collaborazione giudiziale"; tramutamento del "silenzio" dell'indagato da diritto di difesa a elemento, se non addirittura presunzione, di colpevolezza; capovolgimento del principio della presunzione di innocenza in presunzione di colpevolezza, con l'inversione dell'"onere della prova" dalla "prova di colpevolezza" a carico dell'Accusa, alla "prova di non colpevolezza" a carico della Difesa, eccetera, eccetera; uso indiscriminato e massiccio delle intercettazioni di comunicazioni e ambientali; fenomeno delle "polizie speciali parallele", ormai largamente "irresponsabili", eccetera, eccetera) si é giunti per la eccezionalità della situazione politi co-istituzionale, per la crisi degli ordinamenti costituzionali, per la profonda delegittimazione della politica e della rappresentanza elettiva, per la domanda tumultuosa piú di "condanna" che di "giustizia", propria di ogni periodo di crisi, in uno con la mancata, coraggiosa, chiara e aperta assunzione di responsabilità da parte della gran parte del ceto dirigente dell'ultimo quarantennio, "governo" o opposizione.
Su questa crisi si é innestata la pseudo-cultura della "giurisdizione politica", della magistratura come "potere" e non ordine, l'emergere - proprio di ogni periodo di crisi della rappresentanza democratica e popolare - dell'"elitarismo" burocratico, collegato alla struttura tecnocratico-funzionale della nostra magistratura, derivata dalla tradizione centralista francese e assolutista tedesca, priva di collegamenti istituzionali o sociali con la comunità, salvo quelli "auto-assunti" in nome di fumose ideologie. Manifestazione di una subcultura (subcultura non in quanto inferiore ma in quanto parte di una cultura elitaria, corporativo-burocraticistica da un lato e di una cultura "tardo-gauchista" dall'altro: diverso é il discorso tutto politico e tardo-leninista, o piuttosto stalinista, della "via giudiziaria al potere" o dell'uso dell'amministrazione della giustizia come legittimo strumento di lotta politica) che sembra diventata, credo, ufficiale di una parte del ceto dirigente dell'associazionismo in magistratura oltre che di parte dei membri togati del Consiglio superiore della magistratura.
Questa subcultura é penetrata, talvolta pericolosamente e seppure in modo alternato talvolta permane, in settori di partiti che per le loro tradizioni ideali, per la loro matrice culturale, per la loro origine storica, per esser radicati in una storia di lotte sociali e politiche contro il potere e a favore del movimento popolare e del fondamento democratico nella vita istituzionale e civile, dovrebbero e debbono, per rimanere fedeli a se stessi e alla propria missione e soprattutto una volta che abbiano fatto (come con sincerità hanno fatto) l'opzione per lo stato costituzionale e rappresentativo, per il pluralismo, per la "democrazia compiuta" e per lo stato di diritto e il "governo della legge", basato sulla sovranità popolare, considerando quindi superata la "via rivoluzionaria", esser schierati sul fronte della riunificazione dello stato di diritto, respingendo ogni maligna suggestione di "via giudiziaria al potere", di uso politico della giurisdizione, di "partito dei giudici", di supplenza tecnocratica.
É venuto il momento di dire con coraggio e sincerità, forte e chiaro, che il vero pericolo per l'indipendenza e soprattutto per il prestigio della magistratura deriva dalla sua politicizzazione. E la politicizzazione della magistratura non ha niente a che fare con il diritto dei singoli magistrati alla libertà di opinioni politiche e financo alla loro militanza in partiti politici, ma ad una configurazione dell'ordine giudiziario come "potere" perché, per solo questo fatto, l'ordine giudiziario verrebbe di necessità a obbedire alle leggi proprie dei soggetti politici e si vedrebbe trascinato a far politica, e cioé a esercitare ruoli di forza e perció stesso discrezionali all'interno dell'ordinamento statale, con una definitiva compromissione dello Stato di diritto e delle guarentigie dei cittadini.
Sia ben chiaro, il discorso riguarda certa parte della magistratura, anche se invero molto preparata e molto, politicamente e culturalmente, qualificata: non tutta la magistratura, la cui massima parte é stata ovviamente negletta e trascurata dalla classe politica intenta con pari impegno a combattere o ad accattivarsi la "magistratura militante", trascurandone ben piú serie richieste, volte a sanare i mali veri della giustizia. E solo una "manipolazione culturale e del linguaggio", di sapore e valenza vagamente staliniana, ha potuto confondere e inquinare il problema del quale si discute, "criminalizzando", come é ormai uso comune del partito-associazione, coloro che vogliono una riforma, fino a usare a sproposito proprio il termine sacro di "giudice".
Nessuno vuole altra cosa che un giudice veramente indipendente, soggetto solo alla legge, indipendente dal potere politico, anche da qualsiasi altro potere pur se esistente "di fatto", e quindi anche dalle "minac ce" e dalle "lusinghe" dei partiti e dei gruppi di potere, dalle interferenze del Consiglio superiore della magistratura nonché dalle correnti o meglio da alcuni esponenti delle correnti della cosiddetta "magistratura organizzata". Distinguere tra magistrati giudicanti e magistrati del pubblico ministero non significa di per sé sottoporre il pubblico ministero all'esecutivo: e affermare il contrario, non potendo essere - almeno lo si spera| - frutto di ignoranza, é frutto di malafede. Il garantismo non é una forma di "collusione" con la criminalità organizzata e chi lo difende non é "alleato oggettivo" dei trafficanti di droga. Ma ristabilire onesti termini per una concreta discussione non sarà facile...
Il problema delle riforme in questo campo é stato invero anche al centro dei lavori della Commissione bicamerale; anche se non ha ivi trovato soluzione, per l'effetto di trascinamento del "vecchio consociativismo".
Il problema é peró posto ormai in modo indilazionabile dalla urgenza di ristabilire nella sua pienezza la vigenza pratica dei principi dello Stato di diritto e dello Stato costituzionale, del "giusto processo secondo il diritto" e del "governo della legge", via unica (salvo il ricorso all'emergenza del "governo rivoluzionario", seppur temperato, mirabilmente disegnato alla Convenzione da Roberspierre e da Saint Just in non dimenticati, anzi almeno praticamente, ben ricordati discorsi) alla vittoria della legalità contro la illegalità, in un clima di rispetto dello "Stato delle libertà".
Alcuni recenti episodi hanno reso piú acuta la crisi e piú urgente la riforma:

1) il costituirsi di una parte dei magistrati del pubblico ministero in "partito del pubblico ministero", contro una costituita maggioranza "nemica" dei magistrati;
2) l'assunzione di funzioni politiche da parte di uffici del pubblico ministero (peraltro altamente meritevoli per i servizi resi alla giustizia sul piano loro proprio), con prese di posizione in materie riservate, o che dovrebbero essere riservate, dalla Costituzione al Parlamento, al Governo, al Capo dello Stato: soluzione delle crisi di governo, nomina dei ministri, esercizio della funzione legislativa eccetera, eccetera;
3) l'atteggiarsi dell'attuale dirigenza dell'Associazione nazionale dei magistrati a "sovrano reale" dell'ordine giudiziario e insieme a "partito" o lobby della magistratura associata, con un linguaggio al limite della intimidazione verso le rappresentanze politiche.
Il fenomeno é particolarmente grave perché intromissioni, pronuncie, minacce, avvertimenti, "messaggi" provengono da persone che, oltre all'esercizio della propria legittima libertà di pensiero e di espressione del pensiero, dispongono dell'esercizio dell'azione penale, della facoltà di richiedere misure cautelari e infine del potere sovrano di giudicare.
La presente proposta vuole essere una modesta "provocazione" ad affrontare il problema. Essa non vuole avere carattere di completezza e di definitività. Cardini della mia proposta sono:

a) il rafforzamento dell'indipendenza dei giudici, soggetti alla legge e irresponsabili penalmente, civilmente e amministrativamente per gli atti compiuti nell'esercizio delle funzioni loro proprie;
b) la estensione delle guarentigie dei magistrati, inamovibili e sottratti al "governo" del Consiglio superiore della magistratura;
c) l'estensione delle guarentigie di indipendenza anche ai giudici e ai magistrati amministrativi;
d) l'autonomia del pubblico ministero, esercitato da magistrati costituenti un ordine proprio, non soggetto al potere esecutivo, ma responsabili, tramite il proprio vertice, davanti al Parlamento; la legittimazione democratica della magistratura, attraverso la formalità della nomina da parte del Capo dello Stato, in via di prerogativa, previa approvazione da parte del Parlamento della selezione operata per concorso;
e) la configurazione del Consiglio superiore della magistratura, e degli organi analoghi, quali organi di autonoma alta amministrazione della magistratura, e perció esclusiva emanazione elettiva della magistratura stessa;
f) il rafforzamento dell'indipendenza dei magistrati, con l'attribuzione alla Corte costituzionale della giurisdizione penale nei loro confronti, a parziale imitazione del modello tedesco che appunto conosce una giurisdizione esclusiva, anche se piú limitata, sui magistrati federali e dei "Länder";
g) l'introduzione di una piú marcata qualificazione professionale nel reclutamento, nell'impegno e nell'assegnazione del magistrato;
h) la soppressione (finalmente|) degli anacronistici tribunali militari, e la devoluzione delle loro competenze ai giudici ordinari, anche nella conformazione di "sezioni specializzate", salvo che in tempo di guerra e in quelle particolari situazioni di "conflitti a bassa intensità" che hanno acquistato grande importanza dopo la fine del "bipolarismo", la frantumazione dell'Europa dell'Est e la balcanizzazione dell'Africa, a motivo anche del venir meno della rendita di posizione del cosiddetto "non allineamento", sempre preferenziale in alcuni casi per l'Est e in altri per l'Ovest. Sono fatti salvi i diritti dei magistrati militari;
i) l'unificazione del pubblico ministero, ordinario, contabile e amministrativo e cioé di quello costituito presso la giurisdizione ordinaria e presso la giurisdizione della Corte dei conti, sembra corrispondere alle esigenze di unitarietà, autonomia e funzionalità di tutela della legalità;
l) l'attribuzione, al Capo dello Stato, quale garante della Costituzione, della applicazione delle leggi costituzionali e del corretto funzionamento delle istituzioni, della posizione di " dominus " e gestore della fase transitoria di passaggio dal vecchio al nuovo ordinamento dei magistrati, senza obbligo di controfirma dei suoi relativi atti con il concorso degli organi di auto-amministrazione delle magistrature e con la "sanzione" del Parlamento.
Nel ricordare, inoltre, che l'istituto della controfirma ministeriale degli atti del Capo dello Stato svolge in generale una funzione di riconduzione di tali atti entro l'ambito della responsabilità parlamentare del Governo, si fa osservare che nel presente disegno di legge viene espressamente disposta l'esenzione dall'obbligo della controfirma per gli atti del Presidente della Repubblica relativi alle posizioni di stato dei magistrati, poiché in queste fattispecie si é inteso preferire la tutela della assoluta estraneità dell'esecutivo rispetto alle vicende interne dell'organizzazione dell'ordine giudiziario.
Le proposte qui formulate non hanno carattere di originalità.
L'indipendenza dei giudici, garantita oltreché dalla insindacabilità dei loro atti se non da parte di altri giudici, dal carattere vitalizio dell'ufficio, salvo rimozione per decisione del massimo organo di garanzia politico-istituzionale in un regime democratico e rappresentativo e cioé dal Parlamento, é - unitamente alla loro irresponsabilità civile, penale e amministrativa e all'inesistenza di una giurisdizione disciplinare nei loro confronti - mutuata, con gli opportuni adattamenti, dal modello inglese, scozzese e americano.
Cosí pure il collegamento, reale e non auto-assunto, alla sovranità popolare che ha in una democrazia il suo unico titolare nel popolo, attraverso la partecipazione alla nomina dei magistrati, e in particolare dei giudici, da parte del Parlamento, é anch'essa mutuata dal sistema anglosassone; non si é infatti ritenuto che si potessero adottare, anche se vi é una previsione in tal senso nella Costituzione del 1948, forme di elezione diretta dei giudici o dei pubblici ministeri, cosí come praticato nei Cantoni svizzeri e in molti degli Stati dell'Unione americana. E ció per mancanza di una tradizione culturale al riguardo.
Si é temperato il carattere burocratico-funzionariale della carriera dei magistrati, prescrivendo qualifiche di esperienza professionale già maturate nell'ambito delle professioni legali, come previsto sia negli ordinamenti di tipo anglosassone che in quelli germanici. In Francia la qualificazione professionale é realizzata con il passaggio obbligato attraverso una scuola di altissima qualificazione.
Non posso citare i Paesi nei quali la carriera dei giudici é nettamente distinta da quella dei pubblici ministeri perché l'elenco sarebbe troppo lungo: é piú facile indicare i Paesi in cui questo non avviene, praticamente soltanto l'Italia, dato che gli altri Paesi in cui i magistrati " du siége " fanno parte dello stesso ruolo dei magistrati " du parquet " (e cioé praticamente la Francia), prevedono che quando un magistrato passa con il suo consenso dalla giudicante alla inquirente, perda le guarentigie proprie dei magistrati, e a lui si applichi lo statuto degli impiegati civili dello Stato, anche per quanto riguarda la giurisdizione disciplinare.
Il modello organizzativo di pubblico ministero con esclusione di qualunque sottoposizione al potere esecutivo é quasi esclusivo assunto della Repubblica di Irlanda.
Sono ben consapevole del rischio - che sulla base delle mie vissute esperienze dovrebbe invero tramutarsi in certezza - dei tentativi di mistificazione che verranno fatti delle proposte da me avanzate, essendone stato io vittima per ben sette anni, quando, ad esempio, ci si ostinó a volermi "criminalizzare" come nemico dell'indipendenza dei giudici, perfino per voler io sottrarre i magistrati alla assurda discrezionalità del Consiglio superiore della magistratura nel "trasferimento ex-articolo 2" della Legge sulle Guarentigie, istituto mutuato dalla legislazione canonica di trasferimento dei parroci ( propter odium plebis, etiam injustu ), istituto peraltro abolito nel nuovo Codice di diritto canonico, combattuto in un primo tempo dall'Associazione nazionale magistrati, poi da essa vigorosamente difeso quando ci si accorse che poteva essere strumento di potere, specie sotto forma di minaccia intimidatoria, e che avrebbe potuto essere di utilità all'Associazione nazionale stessa o per meglio dire a esponenti delle sue correnti attraverso il mandato elettivo nel Consiglio superiore della magistratura. In realtà un istituto simile si trova anche nel Codice penale di guerra nelle forme della cosiddetta "esecuzione diretta", e cioé del potere straordinario attribuito al superiore militare, per la "salvezza" della truppa e delle operazioni militari in corso, di assommare in sé i poteri di legislatore, giudice ed esecutore, "passando per le armi" personalmente il militare pericoloso sul campo di battaglia, istituto che a dire il vero peró aveva solide radici non soltanto nell'epoca moderna e medievale, ma, risalendo indietro, anche nel diritto romano.
Naturalmente le proposte da me formulate hanno due vizi "fondamentali": quello di ritenere che l'unica sovranità legittima in regime democratico sia quella popolare e che a essa non possa astrattamente preferirsi l'"ordinamento", né che essa possa fondarsi sul pubblico concorso; quello di ritenere che l'indipendenza dei giudici riguardi i singoli giudici prima ancora che il corpo dei giudici, e non possa trovare alcun limite neanche nel principio del cosiddetto autogoverno dei giudici. Ció contrasta appunto con coloro i quali, in dispregio del principio della divisione dei poteri e della natura propria della funzione giurisdizionale, sono venuti costruendo, attraverso anche forsennate manipolazioni semantiche (ricordo l'uso improprio del termine giudice per indicare qualunque tipo di magistrato, persino quello che esercita le funzioni di Capo di gabinetto di un Ministro|), l'idea dell'ordine giudiziario non appunto come ordine e cioé come reticolo puramente organizzativo di giudici, ognuno dei quali depositario singolarmente e in pienezza di poteri della funzione giurisdizionale, ma come corpo, e cioé soggetto non collettivo ma collegiale della funzione stessa, a esso propriamente attribuita ed esercitata dai giudici non uti singuli, ma come organi dello stesso corpo e quindi postulanti di un'autorità di vertice, che si é tentato di affermare e costruire nel Consiglio superiore della magistratura.
Naturalmente solo il ricorso al concetto di "democrazia bloccata" e l'esigenza, peraltro reale, di costruire comunque un sistema di checks and balances , in un sistema in cui esso non trovava realizzazione attraverso una responsabile possibile alternanza di governo, possono essere l'unica spiegazione del fatto che teorie profondamente antidemocratiche, elitarie e, diciamo pure, di stampo autoritario, abbiano potuto essere spacciate come avanzate teorie democratiche sulla giurisdizione e sulla giustizia e in sieme possa essere stata tollerata la realizzazione, fortunatamente non totale, di tali teorie in una prassi che é espressione di una concezione autoritaria della giustizia e del giudice, incompatibile non soltanto con uno stato costituzionale a democrazia rappresentativa, ma con la stessa avanzata concezione illuministica dello stato di friedrichiana memoria.
Mi é sembrato piú volte risonare, talvolta invano, nei corridoi delle nostre corti di giustizia e nelle strade delle nostre città, il grido, non di interrogazione, ma, per il suo tono retorico, di affermazione di fede, del mugnaio berlinese: "Vi sarà pur un giudice a Berlino|".
Si tratta ovviamente di una proposta del tutto provvisoria, anche perché l'adozione di una diversa forma di Stato in senso federalista non potrebbe non incidere sullo stesso ordinamento giudiziario: dalla Germania alla Svizzera, dalla Federazione Russa agli Stati Uniti d'America, dal Canada all'Australia, infatti, vi é una partecipazione, legislativa e organizzativa, delle provincie, regioni e paesi all'ordinamento e all'esercizio della funzione giudiziaria (giudici e pubblico ministero). Ma questa partecipazione, anche se piú attenuata, vi é perfino in Spagna, ad esempio da parte della "Generalitat" della Catalogna.
Nel valutare nel suo complesso la proposta di riforma é necessario considerare che essa parte da un presupposto fondamentale: in un regime democratico la sovranità appartiene al popolo e viene esercitata o da esso direttamente o, per suo tramite ed in suo nome, da organi che dal popolo derivano direttamente o indirettamente la propria legittimazione e la propria autorità e verso di esso, direttamente o indirettamente, sono responsabili. La sovranità popolare si svolge attraverso tre funzioni fondamentali, tradizionali, le tre funzioni "storiche": funzione legislativa, che si specifica in funzione costituente, in funzione di revisione costituzionale ed in funzione legislativa ordinaria (leggi e regolamenti); funzione esecutiva, in cui si puó distinguere una funzione di governo ed una funzione amministrativa, in parte "ancillare" della prima ed in parte direttamente attuativa della legge; e, infine, funzione giurisdizionale.
In regime democratico anche la funzione giurisdizionale é una manifestazione della sovranità popolare e ha la sua legittimazione diretta e indiretta nel popolo, e del suo esercizio si deve poter essere chiamati a rispondere, direttamente o indirettamente, al popolo, anzitutto attraverso la soggezione esclusiva alla legge, che della sovranità popolare é la massima espressione. Ció é retoricamente riconosciuto anche nell'attuale ordinamento, nel quale, ad esempio, le sentenze e le decisioni aventi contenuto giurisdizionale sono emanate "in nome del popolo italiano".
Questa subordinazione della giustizia alla sovranità popolare si esprime in altri ordinamenti nella elezione popolare, o a mezzo delle rappresentanze politiche, dei giudici e dei magistrati del pubblico ministero, nella loro temporaneità e nella loro possibilità di revoca (Svizzera e molti Stati degli USA); in altri ordinamenti si attua con la nomina da parte di autorità che ne rispondono al Parlamento o talvolta con il consenso e l'approvazione di esso (Stati Uniti, Inghilterra e Scozia).
In uno stato costituzionale e di libertà, questi principi debbono essere composti con quelli dello "stato di diritto": "governo della legge" e "giusto processo secondo il diritto". E per questo i giudici debbono essere irresponsabili per l'esercizio delle loro funzioni e soggetti solo alla legge nei loro atti, sindacabili e rivedibili solo da altri giudici, e per la loro condotta responsabili solo al piú alto livello: il popolo o rappresentanza politica, anche mediante il concorso di piú organi, con garanzie politiche severe, ad esempio sul piano della maggioranza, come negli Stati Uniti e nel Regno Unito, ove sono rimovibili con la procedura dell' impeachment (Camera dei Rappresentanti "accusatore" e "giudice" il Senato, negli Stati Uniti; il Parlamento e la Corona, nel Regno Unito).
Che poi il pubblico ministero sia assistito da una "presunzione di verità" e che il giudice debba adeguarsi ad essa, salvo riuscire a motivare il contrario: questo non é il go verno dei giudici, già di per sé cosa pessima, ma il "governo dei pubblici ministeri", che é cosa inconcepibile se non in termini di "governo di polizia".
Cosí, occorre ritornare alla normalità di una distinzione tra polizia e pubblico ministero: e soprattutto occorre restaurare la figura dell'"avvocato" ed in particolare dell'"avvocato" della difesa, oggi spesso trattato come un "complice" dell'imputato e un "ostacolo" alla giustizia|
Né si dica che tutto ció aiuta la lotta contro la illegalità. Anzitutto la illegalità, salvo il coraggio di ricorrere all'emergenza (che é una forma eccezionale di "illegalità legittima"), si sconfigge con la legalità e non con la "barbarie giuridica"; e poi solo un processo moderno, pubblici ministeri professionali, specialisti e responsabili e polizia "motivata" e quindi dotata d'iniziativa e con elevata specializzazione, possono combattere la criminalità comune e quella dei colletti bianchi.
La presente é una modesta proposta per tentare di discutere di governo della legge, di giusto processo secondo le norme, di ordinamento della giustizia e di restaurare e ri-instaurare uno stato di diritto in Italia... (senza esser accusato di esser nemico dei giudici, eversore della giustizia e colluso con la criminalità organizzata e con la tratta delle bianche|).
Si osa sperare che la presente proposta possa contribuire almeno all'avvio di un dibattito istituzionale su temi quali la giustizia "giusta" e le garanzie del cittadino che costituiscono l'anima del dibattito sulla ricostruzione liberal-democratica della Repubblica. Almeno questa é l'intenzione sincera del presentatore.


Testo articoli - S1934
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