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Resoconto dell'Assemblea

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XIX LEGISLATURA

Allegato A

Seduta di Mercoledì 14 maggio 2025

COMUNICAZIONI

Missioni valevoli
nella seduta del 14 maggio 2025.

  Albano, Ascani, Bagnai, Barbagallo, Barelli, Battistoni, Bellucci, Benvenuto, Bicchielli, Bignami, Bitonci, Bonetti, Borrelli, Boschi, Braga, Brambilla, Calderone, Cappellacci, Carloni, Casasco, Cavandoli, Cecchetti, Centemero, Cesa, Cirielli, Colombo, Colosimo, Alessandro Colucci, Sergio Costa, D'Alessio, D'Alfonso, Deidda, Della Vedova, Delmastro Delle Vedove, Donzelli, Ferrante, Ferro, Foti, Frassinetti, Freni, Gava, Gebhard, Gemmato, Giglio Vigna, Giorgetti, Gribaudo, Gruppioni, Guerini, Gusmeroli, Iaria, Leo, Lollobrigida, Loperfido, Lupi, Magi, Mangialavori, Maschio, Mazzi, Meloni, Michelotti, Minardo, Molinari, Molteni, Morrone, Mulè, Nordio, Osnato, Nazario Pagano, Pellegrini, Pichetto Fratin, Pizzimenti, Prisco, Rampelli, Marianna Ricciardi, Riccardo Ricciardi, Richetti, Rixi, Rizzetto, Roccella, Romano, Romeo, Rosato, Angelo Rossi, Rotelli, Scerra, Schullian, Semenzato, Serracchiani, Siracusano, Sportiello, Tajani, Trancassini, Tremonti, Vaccari, Varchi, Vinci, Zanella, Zaratti, Zoffili, Zucconi.

(Alla ripresa pomeridiana della seduta).

  Albano, Ascani, Bagnai, Barbagallo, Barelli, Battistoni, Bellucci, Benvenuto, Bicchielli, Bignami, Bitonci, Bonetti, Borrelli, Boschi, Braga, Calderone, Calovini, Cappellacci, Carloni, Casasco, Cavandoli, Cecchetti, Centemero, Cesa, Cirielli, Colombo, Colosimo, Alessandro Colucci, Sergio Costa, D'Alessio, D'Alfonso, Deidda, Della Vedova, Delmastro Delle Vedove, Donzelli, Ferrante, Ferro, Foti, Frassinetti, Freni, Gava, Gebhard, Gemmato, Giglio Vigna, Giorgetti, Gribaudo, Gruppioni, Guerini, Gusmeroli, Iaria, Leo, Lollobrigida, Loperfido, Lupi, Magi, Mangialavori, Maschio, Mazzi, Meloni, Michelotti, Minardo, Molinari, Molteni, Morrone, Mulè, Nordio, Osnato, Nazario Pagano, Pellegrini, Pichetto Fratin, Pizzimenti, Prisco, Rampelli, Marianna Ricciardi, Riccardo Ricciardi, Richetti, Rixi, Rizzetto, Roccella, Romano, Romeo, Rosato, Angelo Rossi, Rotelli, Scerra, Schullian, Semenzato, Serracchiani, Siracusano, Sportiello, Tajani, Trancassini, Tremonti, Vaccari, Varchi, Vinci, Zanella, Zaratti, Zoffili, Zucconi.

Annunzio di proposte di legge.

  In data 13 maggio 2025 sono state presentate alla Presidenza le seguenti proposte di legge d'iniziativa dei deputati:

   CASASCO ed altri: «Disposizioni concernenti la temporanea esclusione degli incrementi salariali derivanti dal rinnovo dei contratti collettivi dalla base imponibile dell'imposta sul reddito e dei contributi previdenziali obbligatori» (2398);

   SCHIANO DI VISCONTI: «Istituzione della Fondazione “La Colombaia” per la tutela e la valorizzazione del complesso architettonico e paesaggistico in Forio d'Ischia, già dimora di Luchino Visconti» (2399);

   SERRACCHIANI: «Modifica all'articolo 3 del decreto legislativo 9 aprile 2008, n. 81, concernente la responsabilità in materia di salute e sicurezza nei luoghi di intervento dei volontari di protezione civile» (2400).

  Saranno stampate e distribuite.

Adesione di deputati a proposte di legge.

  La proposta di legge GIORGIANNI ed altri: «Istituzione della figura professionale del consulente per la gestione delle utenze dei servizi energetici e di telecomunicazioni» (1826) è stata successivamente sottoscritta dalla deputata Zurzolo.

  La proposta di legge CERRETO ed altri: «Disposizioni in materia di ricerca, raccolta, coltivazione e commercio dei tartufi destinati al consumo» (2310) è stata successivamente sottoscritta dalla deputata Zurzolo.

Trasmissione dal Senato.

  In data 13 maggio 2025 il Presidente del Senato ha trasmesso alla Presidenza il seguente disegno di legge:

   S. 1466. – «Conversione in legge del decreto-legge 22 aprile 2025, n. 54, recante disposizioni urgenti ai fini dell'organizzazione e della gestione delle esequie del Santo Padre Francesco e della cerimonia per l'inizio del ministero del nuovo Pontefice» (approvato dal Senato) (2397).

  Sarà stampato e distribuito.

Assegnazione di progetto di legge
a Commissione in sede referente.

  A norma del comma 1 dell'articolo 72 del Regolamento, il seguente progetto di legge è assegnato, in sede referente, alla sottoindicata Commissione permanente:

   I Commissione (Affari costituzionali):

  S. 1192. – «Misure per la semplificazione normativa e il miglioramento della qualità della normazione e deleghe al Governo per la semplificazione, il riordino e il riassetto in determinate materie» (approvato dal Senato) (2393) Parere delle Commissioni II (ex articolo 73, comma 1-bis, del Regolamento, per le disposizioni in materia di sanzioni), III, V, VII, VIII, IX, X, XI, XII, XIV e della Commissione parlamentare per le questioni regionali.

Trasmissione dalla Presidenza del Consiglio dei ministri.

  La Presidenza del Consiglio dei ministri, con lettera in data 13 maggio 2025, ha trasmesso, ai sensi dell'articolo 1 del decreto-legge 15 marzo 2012, n. 21, convertito, con modificazioni, dalla legge 11 maggio 2012, n. 56, concernente l'esercizio di poteri speciali nei settori della difesa e della sicurezza nazionale, l'estratto del decreto del Presidente del Consiglio dei ministri 9 maggio 2025, recante l'esercizio di poteri speciali, con condizioni e prescrizioni, in relazione: all'acquisizione da parte di Efesto Bidco Spa dell'intero capitale sociale di Orizzonti 2 Spa, società posta a capo del gruppo Forgital; alla fusione inversa per incorporazione di Efesto Bidco Spa, Orizzonti 2 Spa e F-Brasile Spa in Forgital Italy Spa; all'acquisizione da parte di Irenic Capital Management LP e di The Equity Club Srl di alcune partecipazioni di minoranza in Stonepeak Efesto Upper Holdings Spa, società veicolo che controlla indirettamente Efesto Bidco Spa; alla costituzione di alcuni pegni a garanzia del finanziamento dell'acquisizione (procedimento n. 47/2025).

  Questo documento è trasmesso alla IV Commissione (Difesa) e alla X Commissione (Attività produttive).

  La Presidenza del Consiglio dei ministri, con lettera in data 13 maggio 2025, ha trasmesso, ai sensi dell'articolo 1-bis del decreto-legge 15 marzo 2012, n. 21, convertito, con modificazioni, dalla legge 11 maggio 2012, n. 56, concernente l'esercizio di poteri speciali inerenti ai servizi di comunicazione elettronica a banda larga con tecnologia 5G, basati sulla tecnologia cloud e altri attivi, l'estratto del decreto del Presidente del Consiglio dei ministri 9 maggio 2025, concernente l'esercizio di poteri speciali, con prescrizione, in relazione al Piano annuale relativo agli acquisti di beni e servizi relativi alla progettazione, alla realizzazione, alla manutenzione e alla gestione di servizi di comunicazione elettronica a banda larga basati sulla tecnologia 5G della società Poste italiane Spa (procedimento n. 162/2025).

  Questo documento è trasmesso alla I Commissione (Affari costituzionali) e alla IX Commissione (Trasporti).

Trasmissione dal Sottosegretario di Stato
alla Presidenza del Consiglio dei ministri.

  Il Sottosegretario di Stato alla Presidenza del Consiglio dei ministri, con lettera in data 2 maggio 2025, ha trasmesso, ai sensi dell'articolo 14, comma 1, del decreto-legge 14 giugno 2021, n. 82, convertito, con modificazioni, dalla legge 4 agosto 2021, n. 109, la relazione sull'attività svolta dall'Agenzia per la cybersicurezza nazionale, riferita all'anno 2024 (Doc. CCXVIII, n. 4).

  Questa relazione è trasmessa alla I Commissione (Affari costituzionali) e alla IX Commissione (Trasporti).

Trasmissione dalla Corte dei conti.

  Il Presidente della Sezione centrale di controllo sulla gestione delle Amministrazioni dello Stato della Corte dei conti, con lettera in data 13 maggio 2025, ha trasmesso, ai sensi dell'articolo 3, comma 6, della legge 14 gennaio 1994, n. 20, la deliberazione n. 43/2025 del 1° aprile-13 maggio 2025, con la quale la Sezione stessa ha approvato la relazione concernente il Fondo per la cultura.

  Questo documento è trasmesso alla V Commissione (Bilancio) e alla VII Commissione (Cultura).

  Il Presidente della Corte dei conti, con lettera in data 14 maggio 2025, ha trasmesso, ai sensi dell'articolo 7, comma 7, del decreto-legge 31 maggio 2021, n. 77, convertito, con modificazioni, dalla legge 29 luglio 2021, n. 108, la relazione della Corte dei conti sullo stato di attuazione del Piano nazionale di ripresa e resilienza (PNRR), aggiornata al 28 febbraio 2025 (Doc. XIII-bis, n. 5).

  Questa relazione è trasmessa alla V Commissione (Bilancio), nonché a tutte le altre Commissioni permanenti.

  Il Presidente della Sezione del controllo sugli enti della Corte dei conti, con lettera in data 12 maggio 2025, ha trasmesso, ai sensi dell'articolo 7 della legge 21 marzo 1958, n. 259, la determinazione e la relazione riferite al risultato del controllo eseguito sulla gestione finanziaria dell'Autorità di sistema portuale del Mare Adriatico centrale, per l'esercizio 2022, cui sono allegati i documenti rimessi dall'ente ai sensi dell'articolo 4, primo comma, della citata legge n. 259 del 1958 (Doc. XV, n. 381).

  Questi documenti sono trasmessi alla V Commissione (Bilancio) e alla IX Commissione (Trasporti).

  Il Presidente della Sezione del controllo sugli enti della Corte dei conti, con lettera in data 12 maggio 2025, ha trasmesso, ai sensi dell'articolo 7 della legge 21 marzo 1958, n. 259, la determinazione e la relazione riferite al risultato del controllo eseguito sulla gestione finanziaria della società PagoPA Spa, per l'esercizio 2023, cui sono allegati i documenti rimessi dall'ente ai sensi dell'articolo 4, primo comma, della citata legge n. 259 del 1958 (Doc. XV, n. 382).

  Questi documenti sono trasmessi alla I Commissione (Affari costituzionali) e alla V Commissione (Bilancio).

  Il Presidente della Sezione del controllo sugli enti della Corte dei conti, con lettera in data 13 maggio 2025, ha trasmesso, ai sensi dell'articolo 7 della legge 21 marzo 1958, n. 259, la determinazione e la relazione riferite al risultato del controllo eseguito sulla gestione finanziaria della Società italiana per le imprese all'estero – SIMEST Spa, per l'esercizio 2023, cui sono allegati i documenti rimessi dall'ente ai sensi dell'articolo 4, primo comma, della citata legge n. 259 del 1958 (Doc. XV, n. 383).

  Questi documenti sono trasmessi alla V Commissione (Bilancio) e alla X Commissione (Attività produttive).

Trasmissione dal Ministro per la famiglia,
la natalità e le pari opportunità.

  Il Ministro per la famiglia, la natalità e le pari opportunità, con lettera in data 12 maggio 2025, ha trasmesso, ai sensi dell'articolo 5-bis, comma 7, del decreto-legge 14 agosto 2013, n. 93, convertito, con modificazioni, dalla legge 15 ottobre 2013, n. 119, la relazione sullo stato di utilizzo delle risorse stanziate per potenziare le forme di assistenza e di sostegno alle donne vittime di violenza e ai loro figli, riferita agli anni dal 2021 al 2024 (Doc. CXXIX, n. 2).

  Questa relazione è trasmessa alla XII Commissione (Affari sociali).

Trasmissione dal Ministro
per i rapporti con il Parlamento.

  Il Ministro per i rapporti con il Parlamento, con lettera in data 13 maggio 2025, ha comunicato, ai sensi dell'articolo 9-bis, comma 7, della legge 21 giugno 1986, n. 317, concernente la procedura d'informazione nel settore delle regolamentazioni tecniche e delle regole relative ai servizi della società dell'informazione, che, con notifica 2025/0236/IT – SERV, è stata attivata la predetta procedura in ordine al progetto di regola tecnica recante la determinazione del direttore generale dell'Agenzia per la cybersicurezza nazionale di cui all'articolo 31, commi 1 e 2, del decreto legislativo 4 settembre 2024, n. 138, adottata secondo le modalità di cui all'articolo 40, comma 5, lettera l), che, ai sensi dell'articolo 42, comma 1, lettera c), in fase di prima applicazione, stabilisce le modalità e le specifiche di base per l'adempimento agli obblighi di cui agli articoli 23, 24, 25, 29 e 32 del decreto medesimo.

  Questa comunicazione è trasmessa alla I Commissione (Affari costituzionali), alla IX Commissione (Trasporti) e alla XIV Commissione (Politiche dell'Unione europea).

  Il Ministro per i rapporti con il Parlamento, con lettera in data 13 maggio 2025, ha comunicato, ai sensi dell'articolo 9-bis, comma 7, della legge 21 giugno 1986, n. 317, concernente la procedura d'informazione nel settore delle regolamentazioni tecniche e delle regole relative ai servizi della società dell'informazione, che, con notifica 2025/0235/IT – SERV, è stata attivata la predetta procedura in ordine al progetto di regola tecnica relativa allo schema di disegno di legge sulla tutela dei minori nella dimensione digitale.

  Questa comunicazione è trasmessa alla IX Commissione (Trasporti) e alla XIV Commissione (Politiche dell'Unione europea).

  Il Ministro per i rapporti con il Parlamento, con lettere in data 13 maggio 2025, ha trasmesso, ai sensi dell'articolo 12, comma 1, del decreto legislativo 25 febbraio 1999, n. 66, le seguenti relazioni d'inchiesta dell'Agenzia nazionale per la sicurezza del volo:

   relazione d'inchiesta concernente l'incidente occorso a un aeromobile presso Ronsecco (Vercelli) l'11 gennaio 2025;

   relazione d'inchiesta concernente l'incidente occorso a un elicottero nei pressi dell'isola di Gorgona (Livorno) il 22 luglio 2019.

  Questi documenti sono trasmessi alla IX Commissione (Trasporti).

  Il Ministro per i rapporti con il Parlamento, con lettera in data 13 maggio 2025, ha trasmesso la relazione d'inchiesta dell'Agenzia nazionale per la sicurezza del volo, predisposta ai sensi dell'articolo 12, comma 1, del decreto legislativo 25 febbraio 1999, n. 66, concernente l'inconveniente grave occorso a un aeromobile presso l'aeroporto di Roma Fiumicino (Roma) il 29 aprile 2011.

  Questo documento è trasmesso alla IX Commissione (Trasporti).

Annunzio di progetti di atti
dell'Unione europea.

  Il Dipartimento per le politiche europee della Presidenza del Consiglio dei ministri, in data 13 maggio 2025, ha trasmesso, ai sensi dell'articolo 6, commi 1 e 2, della legge 24 dicembre 2012, n. 234, progetti di atti dell'Unione europea, nonché atti preordinati alla formulazione degli stessi.

  Questi atti sono assegnati, ai sensi dell'articolo 127 del Regolamento, alle Commissioni competenti per materia, con il parere, se non già assegnati alla stessa in sede primaria, della XIV Commissione (Politiche dell'Unione europea).

  Con la predetta comunicazione, il Governo ha inoltre richiamato l'attenzione sui seguenti documenti, già trasmessi dalla Commissione europea e assegnati alle competenti Commissioni, ai sensi dell'articolo 127 del Regolamento:

   Proposta di regolamento del Parlamento europeo e del Consiglio che istituisce un quadro volto a rafforzare la disponibilità e la sicurezza dell'approvvigionamento di medicinali critici, nonché la disponibilità e l'accessibilità dei medicinali di interesse comune, e che modifica il regolamento (UE) 2024/795 (COM(2025) 102 final);

   Comunicazione della Commissione al Parlamento europeo e al Consiglio – Orizzonte Europa: la ricerca e l'innovazione al centro della competitività (COM(2025) 189 final);

   Comunicazione della Commissione al Parlamento europeo, al Consiglio, al Comitato economico e sociale europeo e al Comitato delle regioni sul piano d'azione riveduto della strategia macroregionale dell'Unione europea per la regione adriatica e ionica (COM(2025) 191 final).

  La Commissione europea, in data 13 maggio 2025, ha trasmesso, in attuazione del Protocollo sul ruolo dei Parlamenti allegato al Trattato sull'Unione europea, la relazione della Commissione al Parlamento europeo, al Consiglio, al Comitato economico e sociale europeo e al Comitato delle regioni sull'attuazione delle strategie macroregionali dell'Unione europea (COM(2025) 196 final), che è assegnata, ai sensi dell'articolo 127 del Regolamento, alla V Commissione (Bilancio), con il parere della XIV Commissione (Politiche dell'Unione europea).

Trasmissione dalla Commissione di garanzia dell'attuazione della legge sullo sciopero nei servizi pubblici essenziali.

  La Commissione di garanzia dell'attuazione della legge sullo sciopero nei servizi pubblici essenziali ha trasmesso, ai sensi dell'articolo 13, comma 1, lettera n), della legge 12 giugno 1990, n. 146, le delibere adottate dalla Commissione, ai sensi dei commi 2, 4-quater e 4-sexies dell'articolo 4 e delle lettere d), f), g) e i) del comma 1 dell'articolo 13 della legge 12 giugno 1990, n. 146, nei mesi di marzo e aprile 2025.

  Questa documentazione è trasmessa alla XI Commissione (Lavoro).

Comunicazione di nomine ministeriali.

  La Presidenza del Consiglio dei ministri, con lettere in data 9 e 12 maggio 2025, ha trasmesso, ai sensi dell'articolo 19, comma 9, del decreto legislativo 30 marzo 2001, n. 165, le seguenti comunicazioni concernenti il conferimento, ai sensi dei commi 4 e 6 del medesimo articolo 19, di incarichi di livello dirigenziale generale, che sono trasmesse alla I Commissione (Affari costituzionali), nonché alle sottoindicate Commissioni:

  alla II Commissione (Giustizia) la comunicazione concernente il conferimento del seguente incarico nell'ambito del Ministero della giustizia:

   all'ingegnere Ettore Sala, l'incarico di direttore della Direzione generale per le infrastrutture digitali e l'assistenza all'utenza, nell'ambito del Dipartimento per l'innovazione tecnologica della giustizia;

  alla V Commissione (Bilancio) le comunicazioni concernenti il conferimento dei seguenti incarichi nell'ambito del Ministero dell'economia e delle finanze:

   alla dottoressa Giovanna Ghini, l'incarico di direttore della Ragioneria territoriale dello Stato di Bologna/Ferrara, nell'ambito del Dipartimento della Ragioneria generale dello Stato;

   al dottor Giuseppe Mongelli, l'incarico di direttore della Ragioneria territoriale dello Stato di Bari/Barletta, Andria, Trani, nell'ambito del Dipartimento della Ragioneria generale dello Stato;

   al dottor Paolo Zambuto, l'incarico di ispettore generale capo dell'Ispettorato generale per i rapporti finanziari con l'Unione europea, nell'ambito del Dipartimento della Ragioneria generale dello Stato;

  alla VII Commissione (Cultura) le comunicazioni concernenti il conferimento dei seguenti incarichi nell'ambito del Ministero della cultura:

   al dottor Andrea De Pasquale, l'incarico di direttore della Direzione generale Digitalizzazione e comunicazione, nell'ambito del Dipartimento per l'amministrazione generale;

   alla dottoressa Paola Passarelli, l'incarico di direttore della Direzione generale Biblioteche e istituti culturali, nell'ambito del Dipartimento per le attività culturali;

  alla VIII Commissione (Ambiente) la comunicazione concernente il conferimento del seguente incarico nell'ambito del Ministero delle infrastrutture e dei trasporti:

   all'ingegnere Alessandro Greco, l'incarico di funzione dirigenziale di livello generale di presidente della Seconda sezione del Consiglio superiore dei lavori pubblici.

Atti di controllo e di indirizzo.

  Gli atti di controllo e di indirizzo presentati sono pubblicati nell'Allegato B al resoconto della seduta odierna.

INTERROGAZIONI A RISPOSTA IMMEDIATA

Ulteriori iniziative volte alla prevenzione e al contrasto del disagio giovanile – 3-01948

   BIGNAMI, ANTONIOZZI, GARDINI, MONTARULI, RUSPANDINI e ROSCANI. — Al Presidente del Consiglio dei ministri. — Per sapere – premesso che:

   le nuove generazioni rappresentano il futuro dell'Italia: investire sulle politiche per i giovani significa liberare nuove energie, aprirsi all'innovazione, coltivare talenti, produrre sviluppo; significa costruire il nostro futuro;

   le politiche giovanili hanno rappresentato sin da subito una meta fondamentale dell'agenda politica del Governo Meloni, declinandosi in diverse misure, dal sostegno all'istruzione al rafforzamento del mercato del lavoro, ma anche in misure di contrasto del disagio e della criminalità minorile e della povertà educativa;

   quanto accaduto a Caivano ha alzato il velo su una realtà difficile che per troppo tempo non aveva conosciuto la presenza dello Stato; una situazione a cui il Governo ha prontamente risposto con misure non meramente punitive di condotte delinquenziali minorili, ma di promozione di specifici percorsi socio-educativi, finalizzati al reinserimento e alla rieducazione del minore autore di condotte criminose; interventi per il contrasto del fenomeno della dispersione scolastica, mediante il rafforzamento dei meccanismi di controllo e verifica dell'adempimento dell'obbligo scolastico e l'introduzione di una nuova fattispecie di reato per i casi di elusione; nonché misure per il risanamento, la riqualificazione e la sicurezza di territori a rischio emarginazione e per lo sviluppo economico e sociale delle aree periferiche;

   i recenti dati nazionali dicono, purtroppo, che un giovane su dieci in Italia abbandona precocemente gli studi; un bambino su cinque tra i 6 e i 10 anni non pratica sport; il 12 per cento del mondo giovanile adolescenziale è a rischio di dipendenza da videogiochi; accanto alle dipendenze legate all'uso esclusivo di sostanze, preoccupa la diffusione di nuove dipendenze, come le dipendenze comportamentali e l'aumento di episodi di bullismo e cyberbullismo;

   appare, quindi, sempre più evidente la necessità di prevenire e contrastare il fenomeno del disagio giovanile in tutte le sue forme, al fine di proporre strumenti volti ad affrontare forme di marginalità, emarginazione e devianza minorile, che possono anche sfociare in comportamenti illegali, promuovendo, nel contempo, tra i giovani stili di vita sani, l'accesso paritario allo sport, quale fondamentale strumento educativo e sociale, sostenendo, in particolare, le famiglie in condizioni di svantaggio economico e sociale, una cultura della responsabilità, della partecipazione, della solidarietà e del divertimento legale, da contrapporre a ogni forma di violenza e/o illegalità –:

   quali ulteriori iniziative di competenza il Governo abbia assunto o intenda assumere per intercettare e contrastare in tempo le cause dei fenomeni legati al disagio giovanile, nonché potenziare e sviluppare adeguati programmi di prevenzione.
(3-01948)


Iniziative normative volte a garantire un'equa rappresentanza della comunità della Valle d'Aosta con riferimento alle elezioni del Parlamento europeo – 3-01949

   MANES. — Al Presidente del Consiglio dei ministri. — Per sapere – premesso che:

   per le elezioni europee i meccanismi di tutela contenuti nella legge 24 gennaio 1979, n. 18, in favore delle minoranze linguistiche, non consentono alla regione Valle d'Aosta di avere una ragionevole possibilità di ottenere un seggio al Parlamento europeo;

   l'articolo 12 della legge n. 18 del 1979 prevede delle norme speciali per i partiti politici espressi dalle (sole) minoranze di lingua francese in Valle d'Aosta, tedesca nella provincia di Bolzano e slovena nel Friuli Venezia Giulia;

   si tratta della possibilità di presentare una lista di candidati autonomi collegata a una lista nazionale presente in tutte le circoscrizioni, all'interno della circoscrizione pluriregionale. Il listino di minoranza linguistica collegato deve comprendere tre candidati ed è possibile esprimere una sola preferenza. Concluse le elezioni, i candidati delle due liste (nazionale e collegata) della stessa circoscrizione sono uniti in un'unica graduatoria sulla base delle preferenze;

   il collegamento può far scattare un meccanismo di sostituzione per mezzo del quale il candidato della minoranza linguistica, che abbia ottenuto almeno 50.000 preferenze e che non risulti eletto, acceda al Parlamento europeo al posto dell'ultimo eletto della lista nazionale;

   la cifra di 50.000 preferenze è totalmente illogica se considerata a difesa di una minoranza linguistica di circa 101.729 elettori (dati Ministero dell'interno – elezioni Parlamento europeo 8-9 giugno 2024) come quella valdostana e risulta, infatti, irraggiungibile per qualsiasi candidato valdostano;

   pertanto, a giudizio dell'interrogante, non viene garantita l'eguaglianza sostanziale richiesta dall'articolo 3 della nostra Costituzione e appare non rispettato il dettato dell'articolo 6 della stessa Carta, secondo il quale la Repubblica italiana deve tutelare le minoranze linguistiche con apposite norme;

   la Valle d'Aosta ha avuto nella storia un solo caso di parlamentare europeo, nel 1999, quando Luciano Caveri ottenne 29.000 preferenze, che non furono comunque sufficienti e poter accedere solamente nel 2000 a seguito delle dimissioni di Massimo Cacciari –:

   quale soluzione venga prospettata dal Governo per adottare misure che rendano equa la competizione elettorale per le elezioni europee per la comunità valdostana.
(3-01949)


Posizione del Governo italiano nei confronti del Primo ministro Netanyahu in relazione alla situazione a Gaza e in Cisgiordania e ai più recenti sviluppi – 3-01950

   BONELLI, FRATOIANNI, ZANELLA, BORRELLI, DORI, GHIRRA, GRIMALDI, MARI, PICCOLOTTI e ZARATTI. — Al Presidente del Consiglio dei ministri. — Per sapere – premesso che:

   i feroci attacchi terroristici di Hamas contro inermi cittadini israeliani del 7 ottobre 2023, che sono stati condannati dagli interroganti, hanno innescato una spirale di inaudita violenza nella Striscia di Gaza con ospedali, campi profughi, scuole bombardate e medici e paramedici giustiziati dall'esercito israeliano a sangue freddo;

   secondo Save the Children, oltre il 93 per cento dei bambini di Gaza, circa 930.000, sono a rischio critico di carestia, mentre i nuovi dati dell'Integrated food security phase classification (Ipc), la principale autorità internazionale che misura le crisi della fame, rivelano che il 1° aprile e il 10 maggio 2025 la malnutrizione acuta ha raggiunto livelli di allerta e grave (fase 4 e 5) della classificazione di malnutrizione acuta dell'Ipc. Si prevede che la malnutrizione acuta nei governatorati di Gaza Nord, Gaza e Rafah raggiungerà il livello carestia tra l'11 maggio e la fine di settembre 2025 e coinvolgerà 1 milione di palestinesi;

   la fame come metodo di guerra è severamente vietata dal diritto internazionale ed è considerata un crimine di guerra. Anche negare l'assistenza umanitaria costituisce una violazione del diritto internazionale umanitario;

   davanti all'invasione dell'Ucraina una parte significativa della comunità internazionale ha adottato reiterate sanzioni nei confronti della Russia. Di fronte alle ripetute violazioni israeliane delle risoluzioni delle Nazioni Unite, sia dell'Assemblea generale che del Consiglio di sicurezza, ai crimini di guerra reiterati di Netanyahu a Gaza e in Cisgiordania, alle violazioni sistematiche del diritto internazionale, all'occupazione militare, non c'è nessun atto se non l'auspicio, ipocrita, e la raccomandazione a Israele perché si difenda con proporzionalità;

   dopo il 7 ottobre 2023 in West Bank sono aumentate le demolizioni delle case e l'occupazione delle terre palestinesi, che avvengono con il sostegno dell'esercito israeliano che ha distribuito armi da fuoco ai coloni;

   la Commissione d'inchiesta internazionale indipendente sui territori palestinesi occupati, un organo dell'Onu, ha accusato Israele di aver commesso «atti genocidari» per avere distrutto sistematicamente cliniche riproduttive e altre strutture destinate alla salute sessuale delle donne palestinesi nella Striscia di Gaza e per avere usato la violenza sessuale come metodo di guerra –:

   di fronte agli orrori solo in minima parte descritti, alla fame usata come strumento di guerra per annientare una popolazione, a seguito dell'annunciato piano del Governo israeliano dell'occupazione di tutta la Striscia di Gaza e conseguente deportazione del popolo gazawi e alla luce di quanto accaduto a Gaza e in Cisgiordania, se oggi intenda condannare l'operato di Netanyahu, anche richiamando l'ambasciatore italiano in Israele.
(3-01950)


Ulteriori iniziative a tutela delle forze dell'ordine e del comparto del soccorso pubblico – 3-01951

   MOLINARI, IEZZI, BAGNAI, COIN, FURGIUELE, BORDONALI, ZIELLO, ANDREUZZA, ANGELUCCI, BARABOTTI, BENVENUTO, DAVIDE BERGAMINI, BILLI, BISA, BOF, BOSSI, BRUZZONE, CANDIANI, CAPARVI, CARLONI, CARRÀ, CATTOI, CAVANDOLI, CECCHETTI, CENTEMERO, COMAROLI, CRIPPA, DARA, DE BERTOLDI, DI MATTINA, FORMENTINI, FRASSINI, GIACCONE, GIAGONI, GIGLIO VIGNA, GUSMEROLI, LATINI, LAZZARINI, LOIZZO, MACCANTI, MARCHETTI, MATONE, MIELE, MONTEMAGNI, MORRONE, NISINI, OTTAVIANI, PANIZZUT, PIERRO, PIZZIMENTI, PRETTO, RAVETTO, SASSO, STEFANI, SUDANO, TOCCALINI, ZINZI e ZOFFILI. — Al Presidente del Consiglio dei ministri. — Per sapere – premesso che:

   fin dal suo insediamento l'attuale Governo ha mostrato particolare sensibilità e attenzione al comparto sicurezza, adottando diversi interventi normativi finalizzati al potenziamento degli organici e delle capacità operative delle forze dell'ordine, nonché al rafforzamento delle tutele a favore della loro incolumità;

   a partire dalla prima legge di bilancio con l'istituzione di un fondo per le assunzioni straordinarie e con il ripristino del turn over al 100 per cento, è stata effettuata un'inversione di tendenza storica rispetto ai tagli operati nel passato con la «legge Madia», i cui effetti hanno ancora oggi pesanti conseguenze;

   inoltre, sono stati stanziati 1,5 miliardi di euro per il rinnovo contrattuale del comparto sicurezza-difesa (con 200 euro lordi e 100 euro netti in più in busta paga a partire dalle qualifiche base), mentre altri 100 milioni di euro sono stati destinati al pagamento degli straordinari delle forze di polizia;

   sempre con un'inversione di tendenza rispetto al passato, sono stati assegnati 1.800 militari in più all'operazione «strade sicure», dei quali 800 a presidio delle stazioni ferroviarie;

   con riguardo agli strumenti in dotazione, oltre al taser, che si è rivelato un indispensabile strumento di deterrenza e di tutela, grazie al cosiddetto decreto-legge sicurezza n. 48 del 2025 le forze di polizia saranno dotate di dispositivi di videosorveglianza per registrare l'attività nei servizi di mantenimento dell'ordine pubblico;

   con il cosiddetto decreto-legge Caivano sono state poi potenziate le misure di prevenzione, quali il daspo, l'avviso orale o l'ammonimento, in particolare per il contrasto alla criminalità minorile;

   con l'obiettivo di valorizzare la specificità delle diverse componenti del comparto sicurezza, difesa e soccorso pubblico, è stato approvato il disegno di legge governativo, poi divenuto legge n. 42 del 2025, in materia di ordinamento, organizzazione e funzionamento delle Forze di polizia, delle Forze armate e del Corpo nazionale dei vigili del fuoco: un provvedimento molto atteso dai lavoratori del settore e un altro impegno che questo Governo ha mantenuto;

   da ultimo, in ordine temporale e non di importanza, con il decreto-legge sicurezza citato, fortemente voluto dal Governo, nell'ottica di contrastare la preoccupante e dilagante deriva di violenza e intolleranza verso le forze dell'ordine, l'Esecutivo è intervenuto sul quadro sanzionatorio relativamente agli atti di violenza commessi ai loro danni e, contestualmente, sono state implementate le misure di assistenza legale e il relativo supporto finanziario –:

   se e quali ulteriori iniziative di competenza il Governo intenda adottare a tutela delle forze dell'ordine e del comparto del soccorso pubblico ed a supporto del loro operato.
(3-01951)


Ulteriori iniziative per la riforma del Green deal, al fine di coniugare la tutela ambientale con la competitività economica e produttiva – 3-01952

   BARELLI, NEVI, DEBORAH BERGAMINI, CANNIZZARO, DALLA CHIESA, BATTILOCCHIO, D'ATTIS, BENIGNI, ARRUZZOLO, BAGNASCO, BATTISTONI, BELLOMO, BOSCAINI, CALDERONE, CAPPELLACCI, CAROPPO, CASASCO, CASTIGLIONE, CATTANEO, CORTELAZZO, ENRICO COSTA, DE MONTE, DE PALMA, FASCINA, GATTA, GENTILE, LOVECCHIO, MANGIALAVORI, MARROCCO, MAZZETTI, MULÈ, ORSINI, NAZARIO PAGANO, PATRIARCA, PELLA, PITTALIS, POLIDORI, ROSSELLO, RUBANO, PAOLO EMILIO RUSSO, SACCANI JOTTI, SALA, SORTE, SQUERI, TASSINARI e TENERINI. — Al Presidente del Consiglio dei ministri. — Per sapere – premesso che:

   il Patto verde europeo (cosiddetto Green deal europeo) è un piano composto da una serie di politiche che ha come obiettivo finale il raggiungimento della neutralità climatica in Europa entro il 2050;

   il Green deal, seppure condivisibile negli obbiettivi generali, in fase di attuazione si è caratterizzato fin dalla sua adozione nel 2019 per un'eccessiva rigidità di natura ideologica, perdendo di vista la questione sociale che si pone e che non può essere scissa dalla tutela ambientale;

   un eccesso di procedure burocratiche insite nel Green deal hanno prodotto un impatto negativo in termini di competitività e produttività in diversi settori economici, senza apportare significativi vantaggi in termini di tutela dell'ambiente;

   tra i settori più colpiti vi è quello dell'automotive, per il quale è previsto il divieto di produzione dei motori endotermici entro il 2035;

   il settore riscontra da diversi anni una forte crisi, non solo in Italia, ma anche a livello europeo, dove nel 2023 la produzione, con 12 milioni di veicoli, si è attestata a circa la metà della capacità produttiva teorica. In Italia i primi mesi dell'anno 2025 hanno registrato un calo del 25,3 per cento, rispetto allo stesso periodo del 2024, della produzione dell'intero comparto, riduzione che è giunta addirittura al 63 per cento per quanto riguarda la produzione delle sole autovetture;

   il Governo lavora da tempo alla riforma del Green deal per coniugare l'obiettivo della transizione ecologica con quello della tutela della competitività. A tal fine sono stati presentati in sede europea diversi documenti strategici in collaborazione con altri Paesi che prevedono specifiche proposte sulla semplificazione normativa con i Paesi Bassi, sulla revisione del Cbam con la Polonia, sul settore automotive insieme alla Repubblica Ceca, sullo spazio con la Germania e sulla microelettronica nuovamente con i Paesi Bassi;

   tale posizione strategica è stata ulteriormente confermata e rafforzata dal Presidente del Consiglio dei ministri e da diversi esponenti nel Governo alla luce del possibile mutamento dello scenario internazionale in merito alle politiche commerciali –:

   quali ulteriori iniziative intenda assumere il Governo per proseguire nell'opera di riforma del Green deal al fine di coniugare due obbiettivi strategici irrinunciabili e complementari: la tutela ambientale e la competitività economica e produttiva.
(3-01952)


Iniziative in ordine alle criticità relative alla competitività del sistema produttivo, con particolare riguardo alla questione energetica e al potenziamento del sistema degli incentivi – 3-01953

   RICHETTI, BONETTI, BENZONI, D'ALESSIO, GRIPPO, SOTTANELLI, ONORI, PASTORELLA, ROSATO e RUFFINO. — Al Presidente del Consiglio dei ministri — Per sapere – premesso che:

   la competitività economica italiana è condizionata da tre fattori che concorrono a deprimere un tasso di crescita tornato negli ultimi trimestri vicinissimo allo zero: il costo dell'energia elettrica, l'inservibilità degli incentivi per migliorare l'efficienza delle imprese e il collasso del settore automotive;

   nel 2024 l'Italia ha registrato il prezzo medio dell'energia elettrica in borsa più alto dell'Unione europea: il doppio rispetto alla Francia, il 70 per cento in più della Spagna e il 30 per cento in più della Germania. In attesa dell'annunciato rilancio del programma nucleare nazionale, i cui tempi rimangono aleatori (con il disegno di legge governativo ancora mai arrivato in Parlamento), serve una strategia di emergenza per la riduzione del costo dell'energia, che passa, in primo luogo, dalla possibilità di autorizzare il Gestore dei servizi energetici a prelevare a prezzo equo una quota dell'energia prodotta, remunerandola con un contratto a due vie, e di cederla ai consumatori industriali, nonché di condizionare il rinnovo delle concessioni idroelettriche alla definizione di un prezzo dell'energia concordato, non collegato a quello di borsa;

   i piani «Transizione 4.0» e «Transizione 5.0» andranno a scadenza alla fine del 2025. Il secondo versa in una auto-paralisi burocratica e ha mancato totalmente i propri obiettivi, essendo stati prenotati, ovvero utilizzati, meno di 900 milioni a fronte dei 6,2 miliardi di euro disponibili, proprio mentre il primo veniva pesantemente ridotto. La soluzione d'emergenza più razionale sarebbe dirottare le risorse inutilizzate di «Transizione 5.0» per aggiornare e prorogare «Transizione 4.0»;

   Stellantis è passata in Italia da oltre un milione di veicoli prodotti nel 2017 a meno di mezzo milione nel 2024, con una riduzione della forza lavoro da circa 60 mila a 47 mila unità. Questo fenomeno ha aggravato nel nostro Paese la crisi dell'intero settore, con tutti i produttori europei che, peraltro, soffrono la concorrenza cinese. Non è ragionevole limitarsi a sperare nel rispetto dei nuovi impegni dei vertici di Stellantis ed è necessario tornare a potenziare il Piano automotive, pesantemente ridimensionato dalla legge di bilancio per il 2025, con un taglio di 4,6 miliardi di euro fino al 2030 –:

   come intenda procedere per rimediare ai gravi problemi di competitività del sistema produttivo nazionale e alle necessità esposte in premessa, con particolare riferimento alla riduzione del costo dell'energia, al rilancio tempestivo del programma nucleare, del piano «Transizione 4.0» e al potenziamento del Fondo automotive.
(3-01953)


Orientamenti del Governo sulle riforme da adottare per fronteggiare l'attuale congiuntura economica – 3-01954

   BOSCHI, BONIFAZI, DEL BARBA, FARAONE, GADDA, GIACHETTI e GRUPPIONI. — Al Presidente del Consiglio dei ministri. — Per sapere – premesso che:

   gli ultimi dati Istat e il quadro macroeconomico nazionale descrivono una situazione allarmante, con la fiducia dei consumatori e delle imprese in calo e gli indici di produzione e vendite in diminuzione, complice anche il forte deterioramento del potere di acquisto delle famiglie, le stime di crescita e le incertezze derivanti dalle variabili esogene, aumentate dall'acuirsi dei conflitti bellici in corso;

   tale contesto, fortemente condizionato dal rischio di una guerra commerciale globale e dell'imposizione di dazi statunitensi sui prodotti italiani, risulta aggravato dall'inerzia del Governo –:

   quali siano le tre principali riforme in ambito economico che il Governo intende adottare per fronteggiare l'attuale congiuntura economica.
(3-01954)


Ulteriori iniziative, in raccordo con le regioni, volte a incrementare l'efficienza del sistema sanitario, con particolare riferimento all'abbattimento delle liste d'attesa – 3-01955

   LUPI, BICCHIELLI, BRAMBILLA, CARFAGNA, CAVO, ALESSANDRO COLUCCI, PISANO, ROMANO, SEMENZATO e TIRELLI. — Al Presidente del Consiglio dei ministri. — Per sapere – premesso che:

   dopo anni di tagli lineari ai fondi destinati alla sanità, il Governo Meloni ha compiuto importanti passi avanti per garantire il diritto alla salute dei cittadini, mantenendo la promessa di mettere al centro dell'agenda politica, tra le altre, criticità che in passato non erano mai state affrontate efficacemente, quali l'abbattimento delle liste d'attesa e la cronica carenza di medici e personale sanitario;

   dal 2025 il fondo sanitario nazionale è arrivato a 136,5 miliardi di euro e a una spesa pro capite di 2.317 euro, con un aumento di oltre 9 miliardi di euro in due anni. In dieci anni, tra il 2010 e il 2019, prima della pandemia, l'aumento era stato di 8,2 miliardi di euro;

   con gli accordi di coesione stipulati in questi anni con le regioni, sono stati messi a disposizione, inoltre, 1,3 miliardi di euro per investimenti negli ospedali e con la revisione del Piano nazionale di ripresa e resilienza sono stati previsti ulteriori 750 milioni di euro da investire sempre sulla sanità;

   sono state approvate importanti misure che affrontano in modo strutturale i molteplici fattori che hanno contribuito a un aumento delle liste d'attesa: l'istituzione di un sistema nazionale di monitoraggio delle liste, accompagnato da un adeguato e doveroso meccanismo di controlli, premialità e sanzioni; l'ampliamento dell'offerta con il cup unico regionale o intraregionale, per mettere a disposizione sia le prestazioni erogate dal pubblico, sia le prestazioni erogate dal privato accreditato, e l'implementazione, presso l'Agenas, di una piattaforma nazionale, per monitorare i tempi di erogazione delle prestazioni; la previsione di una flat tax al 15 per cento delle prestazioni orarie aggiuntive dei professionisti sanitari impegnati nella riduzione delle liste d'attesa e l'abolizione del tetto di spesa per le assunzioni dei medici e del personale sanitario, solo per citare alcune tra le principali misure adottate;

   la sanità è di competenza delle regioni dalla riforma del titolo V del 2001, ma il Governo ha offerto il suo impegno per sostenere le regioni e affrontare il tema –:

   quali ulteriori iniziative intenda assumere al fine di costruire, di concerto con le regioni, una sanità sempre più efficiente e vicina ai bisogni dei cittadini, con particolare riguardo all'abbattimento dei tempi delle liste di attesa.
(3-01955)


Intendimenti del Governo in merito al piano di riarmo europeo, con particolare riferimento all'esigenza di non proseguire nel sostegno a tale piano e di destinare le relative risorse alla coesione economica e sociale – 3-01956

   CONTE, RICCARDO RICCIARDI, AURIEMMA, ILARIA FONTANA, ALIFANO, QUARTINI e SANTILLO. — Al Presidente del Consiglio dei ministri. — Per sapere – premesso che:

   nei Consigli europei del 6, 20 e 21 marzo 2025 è stato approvato il pacchetto da 800 miliardi di euro per sostenere il Piano ReArm Europe, al fine di incentivare un piano di riarmo europeo attraverso l'aumento degli investimenti a favore del comparto difesa;

   una parte di tali risorse, 150 miliardi di euro, sotto forma di prestiti, genereranno nuovo debito pubblico, mentre la restante parte dei finanziamenti, circa 650 miliardi di euro, previsti da Rearm, graverebbe sui bilanci nazionali degli Stati membri, venendo però esclusa dal calcolo del rapporto tra deficit e prodotto interno lordo, una misura mai adottata nel caso di altri settori come sanità, ricerca e istruzione – soggetti invece da anni a significativi tagli per rispettare i parametri stringenti del Patto di stabilità;

   16 Stati membri hanno chiesto lo scorporo delle spese per la difesa dal Patto di stabilità e di crescita europeo e l'attivazione della clausola di salvaguardia nazionale per utilizzare i finanziamenti pubblici dedicati ad investimenti nella difesa;

   il ricorso a tale deroga avvantaggerebbe la Germania in primis, che ha una significativa capacità fiscale, consolidando il comparto produttivo dei Paesi che investono maggiormente nel comparto della riconversione industriale dalla civile alla militare, con scarso impatto sul nostro Paese, che anzi ne soffrirebbe in termini di competitività e innalzamento del debito pubblico;

   all'Italia e all'Europa, piuttosto che la soluzione prospettata da Rearm Europe servirebbe un piano di rilancio e sostegno agli investimenti che promuovano la competitività, gli obiettivi a lungo termine e le priorità politiche dell'Unione europea, quali: spesa sanitaria, sostegno alle filiere produttive e industriali, incentivi all'occupazione, istruzione, investimenti green e beni pubblici europei, per rendere l'economia dell'Unione più equa, competitiva, sicura e sostenibile;

   la possibilità di reindirizzare i fondi della politica di coesione verso le spese relative alla difesa, prospettata nel piano di riarmo, significherebbe distogliere tali fondi dalla finalità del rafforzamento della coesione economica e sociale, con grave pregiudizio per il riequilibrio territoriale, come priorità trasversale dell'Unione e senza alcuna prospettiva concreta di difesa comune europea –:

   se ritenga – ai fini di recuperare i valori fondanti dell'Unione europea – di non proseguire nel sostegno al piano di riarmo europeo «ReArm Europe/Readiness 2030», facendosi promotore invece di un piano di rilancio e sostegno agli investimenti che favorisca la competitività, gli obiettivi a lungo termine e le priorità politiche dell'Unione, a partire dalla spesa sanitaria, dal sostegno alle filiere produttive, dall'occupazione, dall'istruzione, per rendere l'economia dell'Unione più equa, competitiva, sicura e sostenibile.
(3-01956)


Iniziative in relazione alla grave situazione del Servizio sanitario nazionale e alla necessità di garantire il diritto alla salute a tutti i cittadini – 3-01957

   SCHLEIN, BRAGA, BONAFÈ, CIANI, GHIO, TONI RICCIARDI, DE LUCA, FERRARI, MORASSUT, ROGGIANI, CASU, FORNARO, DE MARIA, FURFARO, GIRELLI, MALAVASI e STUMPO. — Al Presidente del Consiglio dei ministri. — Per sapere – premesso che:

   il Servizio sanitario nazionale è prossimo al punto di non ritorno: liste di attesa infinite, il personale allo stremo sottoposto a turni massacranti e in fuga verso l'estero e il privato; mancano 65.000 infermieri e 30.000 medici; crescenti diseguaglianze territoriale e un aumento della mobilità sanitaria tra Sud e Nord;

   secondo l'Istat nel 2023 4,48 milioni di persone hanno rinunciato a visite specialistiche o esami diagnostici per lunghi tempi di attesa, difficoltà di accesso, di cui 2,5 milioni di persone per motivi economici, quasi 600.000 in più del 2022. Rispetto al 2022 sono calate drasticamente anche le risorse per la prevenzione, scese del 18,6 per cento;

   nonostante tale drammatico quadro la spesa sanitaria, secondo l'ultimo documento di finanza pubblica, rimane ferma al 6,4 per cento del prodotto interno lordo, con un prodotto interno lordo decrescente fino al 2028, ancora una volta inferiore rispetto agli altri Paesi europei, alle raccomandazioni Ocse e lontana dalla media europea del 7,5 per cento del prodotto interno lordo; secondo il rapporto della Corte dei conti 2022-2023, la spesa pro capite italiana è più bassa rispetto alla Germania del 53 per cento, rispetto alla Francia del 42 per cento;

   la spesa pagata direttamente dai cittadini – che nel periodo 2021-2022 ha registrato un incremento medio annuo dell'1,6 per cento – nel 2023 si è impennata, aumentando del 10,3 per cento (+3.806 milioni di euro) in un solo anno;

   la stessa attuazione della missione 6 del Piano nazionale di ripresa e resilienza, che prevede importanti riforme e investimenti destinati a ridisegnare la sanità territoriale da realizzarsi entro il 2026, è in alto mare a 16 mesi dalla scadenza e si calcola che servirebbero almeno 33 mila unità di personale solo per le case e gli ospedali di comunità;

   per quanto riguarda le 1.038 case della comunità dell'ultima rimodulazione, ad oggi, risultano completati solo 81 cantieri, pienamente operative 46, collaudate 38, pari al 2,6 per cento dell'obiettivo originale;

   infine, era settembre 2024 quando il Ministro della salute annunciava un piano straordinario di assunzioni di 30.000 medici e infermieri per far fronte alla «gobba pensionistica» e scongiurare un blocco del Servizio sanitario nazionale, piano che ad oggi è rimasto solo sulla carta;

   il decreto sulle liste d'attesa approvato dal Governo nel maggio 2024 era privo di nuove risorse e fortemente punitivo verso le regioni, che infatti lo contestano –:

   quali misure urgenti il Governo intenda adottare affinché il Servizio sanitario nazionale non sia smantellato e sia assicurato a tutti il diritto alla salute come sancito dall'articolo 32 della nostra Costituzione.
(3-01957)


DISEGNO DI LEGGE: CONVERSIONE IN LEGGE, CON MODIFICAZIONI, DEL DECRETO-LEGGE 28 MARZO 2025, N. 37, RECANTE DISPOSIZIONI URGENTI PER IL CONTRASTO DELL'IMMIGRAZIONE IRREGOLARE (A.C. 2329-A)

A.C. 2329-A – Ordini del giorno

ORDINI DEL GIORNO

   La Camera,

   premesso che:

    il provvedimento in esame estende la possibilità di trasferire nei centri di permanenza per il rimpatrio (CPR) situati in Albania anche i migranti già trattenuti nei CPR italiani, ampliando di fatto l'ambito operativo delle strutture realizzate in Albania sulla base del Protocollo Italia-Albania del 6 novembre 2023;

    solo il 17 febbraio scorso durante una conferenza stampa la Premier Meloni annunciava una drastica riduzione degli sbarchi nel mediterraneo centrale e delle morti in mare, grazie al crollo delle partenze dalla Tunisia e dalla Libia, ed una riduzione complessiva degli ingressi irregolari. Ed infatti il cruscotto statistico del Dipartimento per le libertà civili e l'immigrazione del Ministero dell'Interno ci dice che dal 2023 ad oggi il numero dei migranti sbarcati in Italia è diminuito;

    nonostante i dati indichino un effettivo calo della pressione migratoria, il Ministro dell'Interno, ha comunque annunciato l'apertura di cinque nuovi Centri di permanenza per i rimpatri (CPR) in Italia, che inevitabilmente prevedranno lo stanziamento di nuove risorse;

    le criticità relative ai CPR sono purtroppo tante e note. La più rilevante, ai fini del presente decreto, è sicuramente quella relativa ai rimpatri che il nostro Paese riesce ad effettuare. I dati ci dicono che nel 2024, a fronte di 66.617 arrivi (dati provenienti dal Viminale), sono state presentate 27.975 richieste di rimpatrio (fonte Eurostat), di cui 14.645 nel secondo semestre. Di queste ultime, ne sono state accolte 2.445 (Eurostat), poco più del 16 per cento delle richieste e meno del 6 per cento degli arrivi;

    alla luce di quanto sopra esposto, è lecito aspettarsi che il Governo piuttosto che investire ulteriori risorse per trasferire migranti già trattenuti nei CPR italiani in quello in Albania, – nonostante dichiari che l'operazione non comporterà nuovi stanziamenti di fondi – preveda di potenziare le strutture esistenti, che come ci riportano i dati e chiunque abbia visitato questo tipo di centri, presentano diversi limiti di efficacia sul fronte rimpatri e numerose violazioni dei diritti umani;

    il paradosso di questo sistema risiede nel fatto che, dopo aver trasferito i migranti dal CPR italiano a quello albanese, gli stessi devono essere riportati in Italia per l'esecuzione effettiva del rimpatrio, con un dispendio di risorse e un'ulteriore complicazione delle procedure, senza alcun reale beneficio in termini di efficacia,

impegna il Governo:

   a presentare alle Camere una relazione sui costi previsti per l'attuazione di tali trasferimenti e sull'effettiva efficacia della misura in termini di gestione dei flussi migratori e rispetto dei diritti fondamentali dei migranti;

   a presentare alle Camere una relazione sulla capacità ricettiva e sul tasso di occupazione attuale dei CPR in Italia tale da giustificare la necessità di utilizzare un CPR situato in Albania, soprattutto in considerazione del costo dei trasferimenti necessari.
9/2329-A/1. Ciani.


   La Camera,

   premesso che:

    il provvedimento in esame introduce modifiche significative alla disciplina del trattenimento degli stranieri presso i centri di permanenza per i rimpatri (CPR), ampliando le ipotesi e la durata del trattenimento;

    l'articolo 17 del decreto legislativo 18 agosto 2015, n. 142, di recepimento delle direttive 2013/32/UE e 2013/33/UE, prevede specifiche disposizioni in materia di accoglienza di persone portatrici di esigenze particolari, tra cui minori, donne in stato di gravidanza, genitori singoli con figli minori, vittime di torture, stupri o altri gravi atti di violenza psicologica, fisica o sessuale;

    il trattenimento di tali soggetti in strutture come i CPR, spesso caratterizzate da condizioni di privazione della libertà personale e da carenze assistenziali, può ulteriormente compromettere le loro condizioni di salute fisica o psichica, oltre a porsi in contrasto con gli obblighi internazionali assunti dall'Italia in materia di diritti umani;

    escludere le menzionate categorie da quelle interessate dai trattenimenti risponde a principi riconosciuti a livello internazionale di protezione umanitaria e rispetto della dignità della persona,

impegna il Governo

ad adottare le opportune iniziative normative per prevedere che siano in ogni caso esclusi dal trattenimento presso i centri di permanenza per i rimpatri le donne in stato di gravidanza, genitori singoli con figli minori, gli individui vittime di torture, stupri o altri gravi atti di violenza, nonché le persone portatrici di esigenze particolari ai sensi del menzionato articolo 17 del decreto legislativo 142/2015.
9/2329-A/2. D'Alessio, Ruffino.


   La Camera,

   premesso che:

    il provvedimento in esame introduce modifiche significative alla disciplina del trattenimento degli stranieri presso i centri di permanenza per i rimpatri (CPR);

    secondo quanto emerso da numerose inchieste giornalistiche e rapporti di organizzazioni indipendenti, negli anni è stato documentato un uso smodato di psicofarmaci nei CPR come forma impropria di contenimento del disagio psichico e della sofferenza mentale, in assenza di un'adeguata presa in carico sanitaria e psicologica da parte di professionisti del settore;

    tali pratiche rappresentano senza dubbio una violazione della dignità umana e dei diritti fondamentali della persona, oltre a mettere a rischio la salute fisica e mentale dei trattenuti;

    è essenziale che ogni struttura di trattenimento, tanto in Italia quanto all'estero, garantisca un'assistenza sanitaria qualificata, trasparente e rispettosa dei protocolli clinici, evitando trattamenti impropri o forzati,

impegna il Governo:

   ad adottare le iniziative di competenza affinché in sede di attuazione delle disposizioni recate dal provvedimento in esame:

   sia esclusa ogni forma di trattamento sanitario coercitivo o non giustificato da effettive necessità cliniche all'interno dei centri di permanenza per il rimpatrio, inclusi quelli previsti all'estero e sia garantito che il personale sanitario operante nei CPR sia adeguatamente formato, indipendente e soggetto a verifiche periodiche da parte delle autorità sanitarie pubbliche;

   sia predisposto un sistema di monitoraggio trasparente sull'uso dei trattamenti farmacologici nei CPR, anche mediante la pubblicazione periodica di dati aggregati e ispezioni di organismi terzi, come il Garante nazionale dei diritti delle persone private della libertà personali,

   siano promosse alternative più umane e individualizzate nella gestione del disagio psichico, rafforzando l'assistenza psicologica, la mediazione culturale e il supporto legale nei centri.
9/2329-A/3. Ruffino.


   La Camera,

   premesso che:

    l'articolo 1-bis del provvedimento in esame, introdotto in sede referente, estende al 2026 la facoltà di effettuare la localizzazione, la realizzazione, nonché l'ampliamento e il ripristino dei centri di permanenza per i rimpatri (CPR), anche in deroga ad ogni disposizione di legge diversa da quella penale, fatto salvo il rispetto del codice antimafia e dei vincoli inderogabili derivanti dall'appartenenza dell'Unione europea;

    il rispetto dei diritti fondamentali anche nell'ambito di tali centri è inderogabile. Se, con particolare riferimento ai CPR già presenti sul territorio nazionale, molto spesso inchieste e sentenze hanno sollevato questioni di rilevanza giuridica e costituzionale relativamente al rispetto dei diritti, l'attivazione di quest'ultimi al di fuori del territorio nazionale rende le medesime attività di controllo ancor più difficoltose;

    trasparenza e tracciabilità nonché sistemi di monitoraggio costanti ed efficienti, rappresentano presupposti essenziali al fine di tutelare appieno le persone ivi trattenute non solo dal punto di vista dei diritti ma anche della dignità della persona,

impegna il Governo:

   a garantire il pieno rispetto dei diritti fondamentali delle persone trattenute nei centri di permanenza all'estero, assicurando un adeguato controllo da parte delle autorità giudiziarie italiane;

   a prevedere meccanismi trasparenti e accessibili di monitoraggio delle condizioni di trattenimento e del rispetto delle garanzie procedurali nei centri situati fuori dal territorio nazionale, anche attraverso il pieno e continuo supporto nei confronti delle operazioni condotte dai vari organismi indipendenti e internazionali;

   a riferire periodicamente al Parlamento in merito all'attuazione dell'accordo con l'Albania e agli effetti concreti delle misure adottate, anche in termini di costi sostenuti e risultati ottenuti in materia di rimpatri.
9/2329-A/4. Onori, Ruffino.


   La Camera,

   premesso che:

    il provvedimento all'esame dell'Assemblea prevede disposizioni in merito ai centri di permanenza per i rimpatri (luoghi di trattenimento del cittadino straniero in attesa di esecuzione del provvedimento di espulsione);

    è rilevante sottolineare come la formazione del cittadino extracomunitario sia uno strumento fondamentale, per lo stesso, per una partecipazione più attiva alla realtà socio economica e costituisca al contempo un elemento di inclusione sociale e professionale, attraverso il potenziamento di competenze che i cittadini extracomunitari potrebbero in seguito utilizzare anche nei loro Paesi di origine;

    è importante quindi realizzare, anche nei centri di permanenza per i rimpatri, progetti formativi (come laboratori di formazione tecnica e professionale) per implementare le conoscenze specifiche per l'esercizio di una determinata attività che coinvolgano i cittadini immigrati extracomunitari, anche al fine di promuovere il loro rientro volontario nei Paesi di origine,

impegna il Governo

al fine di promuovere il rientro volontario nei Paesi di origine dei cittadini extracomunitari, a rivedere la politica migratoria, adottando ogni opportuna iniziativa volta a favorire la conversione dei centri di permanenza per i rimpatri in laboratori di formazione tecnica e professionale.
9/2329-A/5. Soumahoro.


   La Camera,

   premesso che:

    preme ai firmatari ribadire che, in ordine al provvedimento in esame:

    esso appare adottato al (solo) fine di rendere utilizzabile, con un escamotage, per circa 40 migranti al momento e circa 140 a regime, almeno uno dei tre centri realizzati in Albania, fino ad ora rivelatisi inutili se pur oltremodo onerosi: in sostanza, il provvedimento in esame, l'ottavo nell'arco del biennio della legislatura in corso che rimaneggia compulsivamente la stessa materia – i flussi migratori – sancisce un fallimento; se sussiste (ancora) un'emergenza, come indicato nel preambolo, è evidente che tutte le iniziative adottate dal Governo in due anni e mezzo, lo scardinamento del sistema pubblico e diffuso di accoglienza e il continuo rimaneggiamento in peius della gestione dei flussi migratori, ai limiti della legittimità e in contrasto con i diritti umani e i principi del nostro ordinamento, non hanno reso i risultati sperati;

    contrasta platealmente con i diritti fondamentali e le tutele garantite dalla nostra Costituzione e desta preoccupazione con riguardo al principio di proporzionalità e per il fatto che essa potrebbe esorbitare, nell'ottica pansecuritaria del Governo in carica, dallo straniero al cittadino, sbilanciandosi nel contemperamento, tipico dello Stato di diritto, dell'esigenza di tutela dell'ordine pubblico e di rispetto dei diritti fondamentali individuali;

    il «modello» propagandato dal Governo utilizza i trasferimenti forzati e la detenzione sistematica come strumenti ordinari di gestione dei flussi migratori, in una visione politica che, ad avviso dei firmatari, forza e piega principi, rischia di creare ampie zone d'ombra e piena discrezionalità fino a sospendere diritti – come di recente messo in luce, ciò fa temere non solo per gli spazi di protezione giuridica e per il rispetto della dignità e dei diritti fondamentali delle persone – oggi ai migranti, domani chissà – ma per la tenuta delle stesse istituzioni democratiche;

    anche in questa occasione, non sono indicate – le norme tacciono completamente su questo punto – le procedure di rimpatrio dei migranti nei Paesi d'origine direttamente dall'Albania; le norme tacciono, altresì, sulle modalità dei trasferimenti dei migranti dai CPR sul territorio nazionale a quello albanese, per i quali non sono previsti criteri di «selezione» né motivazioni né autorizzazioni del giudice competente, in quanto rimessi alla piena discrezionalità dell'autorità amministrativa – che appare alla stregua di un trasferimento obbligato, forzato e casuale di drammatica memoria;

    prevedere l'utilizzo di strutture di accoglienza e detenzione amministrativa al di fuori del territorio europeo è una iniziativa di dubbia legittimità e che non potrà che incrementare i contenziosi, allungare le procedure e le spese a carico dello Stato, acuendo le criticità e i costi, già abnormi, che il nostro Paese ha subìto e sostenuto fin dall'avvio del Protocollo con l'Albania – finora, il Protocollo «cuba» al minimo 800 milioni di euro e impiega centinaia di unità di personale delle forze di polizia ivi allocati, a guardia del vuoto, mentre sul territorio nazionale mancano le risorse per sostenere il crescente numero di famiglie in povertà assoluta e scarseggiano i presìdi di sicurezza a tutela della collettività;

    non è chiaro quale sia il tema vero e di fondo, effetto-annuncio-propaganda a parte, che spinge la maggioranza di Governo ad escogitare sempre nuove forme ed istituti di punizione, ad avviso dei firmatari, ai limiti della tortura verso i migranti – e non solo, si aggiungano le ultime, imbarazzanti innovative ipotesi edilizie paventate, i «container», per il contenimento dei detenuti nelle carceri nostrane;

    grave appare la possibilità che anche i minorenni siano a rischio di permanenza nei CPR nazionali o di trasferimento nelle omologhe strutture su suolo Albanese, a causa della recente introduzione nel nostro ordinamento di una nuova fattispecie di maggiorenni, costituita dai minori stranieri non accompagnati che «appaiano essere» (come si leggeva nella relazione illustrativa del Governo) di «almeno 16 anni» e per i quali è stato disposto un trattamento al pari e insieme ai migranti adulti nei centri governativi e nelle strutture temporanee – gli stessi luoghi la cui capienza può essere raddoppiata e nei quali l'assistenza e i servizi sono ridotti all'osso (combinato disposto dell'art. 7 del decreto-legge n. 133/2023 e norme del decreto c.d. «Cutro»);

    con sgomento e grave preoccupazione, i firmatari assistono al costante e imponente dispiego di energie e tempo per l'amministrazione pubblica, all'enorme dispendio di risorse finanziarie sulle spalle dei cittadini contribuenti per contrastare, senza risultati, gli sbarchi: una rappresentazione plastica e drammatica dello squilibrio nelle priorità del Governo in carica rispetto ai nodi critici del Paese e ai problemi reali dei cittadini e delle imprese;

    si rammenta che, secondo la direttiva europea, i rimpatri cui essa si applica e che si riconoscono giuridicamente come tali, possono avvenire soltanto dal territorio degli Stati membri;

    preme ai firmatari rilevare che l'assenza di trasparenza in ordine all'attività del Governo per la gestione dei flussi migratori e delle frontiere esterne si va via via sempre più estendendo, dalla realizzazione dei CPR sul territorio nazionale, in deroga ad ogni disciplina diversa dalla legge penale, sottratti alla vigilanza ordinaria dell'ANAC, ai centri di detenzione costruiti in Albania, anche secretati per ragioni di sicurezza nazionale ed affidati al genio militare, l'esclusione dall'accesso civico, stabilito con decreto ministeriale del Ministro dell'interno fino alla recente disposizione che secreta in modo assoluto, tramite il cappello della sicurezza nazionale, contratti e appalti concernenti la gestione e il controllo delle frontiere e dei flussi migratori sul territorio nazionale e per le attività di ricerca e soccorso in mare, ed introduce anche una secretazione in deroga, esclusa dalla motivazione rafforzata e dal controllo della Corte dei conti disposte dalla disciplina vigente;

    la trasparenza costituisce uno dei caratteri fondamentali di uno Stato pienamente democratico e che tali dati dovrebbero essere resi noti, anche in ordine alla piena e corretta attuazione del principio di trasparenza, reso livello essenziale delle prestazioni dell'azione amministrativa dalla legge anticorruzione c.d. «Severino»; i dati in parola, di cui al paragrafo precedente nulla hanno a che vedere con la sicurezza nazionale;

    in proposito, i firmatari rammentano, altresì, che ai sensi della disciplina vigente, il Ministro dell'interno è chiamato a rendere alle Camere una relazione annuale, in attuazione dell'articolo 6, comma 2-bis, del decreto-legge 22 agosto 2014, n. 119, sul funzionamento del sistema di accoglienza predisposto per fronteggiare l'immigrazione – l'ultima relazione trasmessa alle Camere riguarda l'anno 2021,

impegna il Governo

ferme restando le prerogative parlamentari, anche in termini di funzioni di indirizzo e controllo, al fine di assicurare la trasparenza nell'uso delle risorse pubbliche, a disporre l'incremento, da parte delle autorità responsabili, delle attività ispettive, di controllo e monitoraggio sulla gestione delle strutture di accoglienza, trattenimento e detenzione situate in Albania, in particolare in ordine all'erogazione dei servizi, al rispetto degli standard e dei criteri di gestione previsti dai capitolati e dalle disposizioni normative e regolamentari nazionali e unionali e a pubblicare le risultanze delle verifiche periodiche sul sito istituzionale internet del dicastero.
9/2329-A/6. Penza, Alifano, Auriemma, Alfonso Colucci.


   La Camera,

   premesso che:

    preme ai firmatari ribadire che, in ordine al provvedimento in esame:

    esso appare adottato al (solo) fine di rendere utilizzabile, con un escamotage, per circa 40 migranti al momento e circa 140 a regime, almeno uno dei tre centri realizzati in Albania, fino ad ora rivelatisi inutili se pur oltremodo onerosi: in sostanza, il decreto-legge in titolo, l'ottavo nell'arco del biennio della legislatura in corso che rimaneggia compulsivamente la stessa materia – i flussi migratori – sancisce un fallimento; se sussiste (ancora) un'emergenza, come indicato nel preambolo, è evidente che tutte le iniziative adottate dal Governo in due anni e mezzo, lo scardinamento del sistema pubblico e diffuso di accoglienza e il continuo rimaneggiamento in peius della gestione dei flussi migratori, ai limiti della legittimità e in contrasto con i diritti umani e i principi del nostro ordinamento, non hanno reso i risultati sperati;

    contrasta platealmente con i diritti fondamentali e le tutele garantite dalla nostra Costituzione e desta preoccupazione con riguardo al principio di proporzionalità e per il fatto che essa potrebbe esorbitare, nell'ottica pansecuritaria del Governo in carica, dallo straniero al cittadino, sbilanciandosi nel contemperamento, tipico dello Stato di diritto, dell'esigenza di tutela dell'ordine pubblico e di rispetto dei diritti fondamentali individuali;

    il «modello» propagandato dal Governo utilizza i trasferimenti forzati e la detenzione sistematica come strumenti ordinari di gestione dei flussi migratori, in una visione politica che, ad avviso dei firmatari, forza e piega principi, rischia di creare ampie zone d'ombra e piena discrezionalità fino a sospendere diritti – come di recente messo in luce, ciò fa temere non solo per gli spazi di protezione giuridica e per il rispetto della dignità e dei diritti fondamentali delle persone – oggi ai migranti, domani chissà – ma per la tenuta delle stesse istituzioni democratiche;

    anche in questa occasione, non sono indicate – le norme tacciono completamente su questo punto – le procedure di rimpatrio dei migranti nei Paesi d'origine direttamente dall'Albania; le norme tacciono, altresì, sulle modalità dei trasferimenti dei migranti dai CPR sul territorio nazionale a quello albanese, per i quali non sono previsti criteri di «selezione» né motivazioni né autorizzazioni del giudice competente, in quanto rimessi alla piena discrezionalità dell'autorità amministrativa – che appare alla stregua di un trasferimento obbligato, forzato e casuale di drammatica memoria;

    prevedere l'utilizzo di strutture di accoglienza e detenzione amministrativa al di fuori del territorio europeo è una iniziativa di dubbia legittimità e che non potrà che incrementare i contenziosi, allungare le procedure e le spese a carico dello Stato, acuendo le criticità e i costi, già abnormi, che il nostro Paese ha subìto e sostenuto fin dall'avvio del Protocollo con l'Albania – finora, il Protocollo «cuba» al minimo 800 milioni di euro e impiega centinaia di unità di personale delle forze di polizia ivi allocati, a guardia del vuoto, mentre sul territorio nazionale mancano le risorse per sostenere il crescente numero di famiglie in povertà assoluta e scarseggiano i presìdi di sicurezza a tutela della collettività;

    non è chiaro quale sia il tema vero e di fondo, effetto-annuncio-propaganda a parte, che spinge la maggioranza di Governo ad escogitare sempre nuove forme ed istituti di punizione, ad avviso dei firmatari, ai limiti della tortura verso i migranti – e non solo, si aggiungano le ultime, imbarazzanti innovative ipotesi edilizie paventate, i «container», per il contenimento dei detenuti nelle carceri nostrane;

    grave appare la possibilità che anche i minorenni siano a rischio di permanenza nei CPR nazionali o di trasferimento nelle omologhe strutture su suolo Albanese, a causa della recente introduzione nel nostro ordinamento di una nuova fattispecie di maggiorenni, costituita dai minori stranieri non accompagnati che «appaiano essere» (come si leggeva nella relazione illustrativa del Governo) di «almeno 16 anni» e per i quali è stato disposto un trattamento al pari e insieme ai migranti adulti nei centri governativi e nelle strutture temporanee – gli stessi luoghi la cui capienza può essere raddoppiata e nei quali l'assistenza e i servizi sono ridotti all'osso (combinato disposto dell'art. 7 del decreto-legge n. 133/2023 e norme del decreto c.d. «Cutro»);

    con sgomento e grave preoccupazione, i firmatari assistono al costante e imponente dispiego di energie e tempo per l'amministrazione pubblica, all'enorme dispendio di risorse finanziarie sulle spalle dei cittadini contribuenti per contrastare, senza risultati, gli sbarchi: una rappresentazione plastica e drammatica dello squilibrio nelle priorità del Governo in carica rispetto ai nodi critici del Paese e ai problemi reali dei cittadini e delle imprese;

    si rammenta che, secondo la direttiva europea, i rimpatri cui essa si applica e che si riconoscono giuridicamente come tali, possono avvenire soltanto dal territorio degli Stati membri;

    preme ai firmatari rilevare che l'assenza di trasparenza in ordine all'attività del Governo per la gestione dei flussi migratori e delle frontiere esterne si va via via sempre più estendendo, dalla realizzazione dei CPR sul territorio nazionale, in deroga ad ogni disciplina diversa dalla legge penale, sottratti alla vigilanza ordinaria dell'ANAC, ai centri di detenzione costruiti in Albania, anche secretati per ragioni di sicurezza nazionale ed affidati al genio militare, l'esclusione dall'accesso civico, stabilito con decreto ministeriale del Ministro dell'interno fino alla recente disposizione che secreta in modo assoluto, tramite il cappello della sicurezza nazionale, contratti e appalti concernenti la gestione e il controllo delle frontiere e dei flussi migratori sul territorio nazionale e per le attività di ricerca e soccorso in mare, ed introduce anche una secretazione in deroga, esclusa dalla motivazione rafforzata e dal controllo della Corte dei conti disposte dalla disciplina vigente;

    la trasparenza costituisce uno dei caratteri fondamentali di uno Stato pienamente democratico e che tali dati dovrebbero essere resi noti, anche in ordine alla piena e corretta attuazione del principio di trasparenza, reso livello essenziale delle prestazioni dell'azione amministrativa dalla legge anticorruzione c.d. «Severino»; i dati in parola, di cui al paragrafo precedente nulla hanno a che vedere con la sicurezza nazionale;

    in proposito, i firmatari rammentano, altresì, che ai sensi della disciplina vigente, il Ministro dell'interno è chiamato a rendere alle Camere una relazione annuale, in attuazione dell'articolo 6, comma 2-bis, del decreto-legge 22 agosto 2014, n. 119, sul funzionamento del sistema di accoglienza predisposto per fronteggiare l'immigrazione – l'ultima relazione trasmessa alle Camere riguarda l'anno 2021,

impegna il Governo

ferme restando le prerogative parlamentari, anche in termini di funzioni di indirizzo e controllo, a rendere semestralmente alle Camere una relazione sull'esecuzione del Protocollo e sull'attuazione delle disposizioni di cui al presente decreto, indicando il numero dei migranti ospitati nelle strutture in Albania e dei trasferimenti di stranieri dai centri di permanenza e rimpatrio situati nel territorio nazionale alla omologa struttura situata in Albania unitamente ai costi sostenuti per l'accoglienza, i trasferimenti, i trattenimenti e gli eventuali rimpatri, le risorse umane e materiali utilizzate, il numero dei rimpatri eseguiti nonché le spese di esecuzione degli accompagnamenti alla frontiera
9/2329-A/7. Appendino, Alifano, Auriemma, Alfonso Colucci, Penza.


   La Camera,

   premesso che:

    preme ai firmatari ribadire che, in ordine al provvedimento in titolo:

    esso appare adottato al (solo) fine di rendere utilizzabile, con un escamotage, per circa 40 migranti al momento e circa 140 a regime, almeno uno dei tre centri realizzati in Albania, fino ad ora rivelatisi inutili se pur oltremodo onerosi: in sostanza, il provvedimento in esame, l'ottavo nell'arco del biennio della legislatura in corso che rimaneggia compulsivamente la stessa materia – i flussi migratori – sancisce un fallimento; se sussiste (ancora) un'emergenza, come indicato nel preambolo, è evidente che tutte le iniziative adottate dal Governo in due anni e mezzo, lo scardinamento del sistema pubblico e diffuso di accoglienza e il continuo rimaneggiamento in peius della gestione dei flussi migratori, ai limiti della legittimità e in contrasto con i diritti umani e i principi del nostro ordinamento, non hanno reso i risultati sperati;

    contrasta platealmente con i diritti fondamentali e le tutele garantite dalla nostra Costituzione e desta preoccupazione con riguardo al principio di proporzionalità e per il fatto che essa potrebbe esorbitare, nell'ottica pansecuritaria del Governo in carica, dallo straniero al cittadino, sbilanciandosi nel contemperamento, tipico dello Stato di diritto, dell'esigenza di tutela dell'ordine pubblico e di rispetto dei diritti fondamentali individuali;

    il «modello» propagandato dal Governo utilizza i trasferimenti forzati e la detenzione sistematica come strumenti ordinari di gestione dei flussi migratori, in una visione politica che, ad avviso dei firmatari, forza e piega principi, rischia di creare ampie zone d'ombra e piena discrezionalità fino a sospendere diritti – come di recente messo in luce, ciò fa temere non solo per gli spazi di protezione giuridica e per il rispetto della dignità e dei diritti fondamentali delle persone – oggi ai migranti, domani chissà – ma per la tenuta delle stesse istituzioni democratiche;

    anche in questa occasione, non sono indicate – le norme tacciono completamente su questo punto – le procedure di rimpatrio dei migranti nei Paesi d'origine direttamente dall'Albania; le norme tacciono, altresì, sulle modalità dei trasferimenti dei migranti dai CPR sul territorio nazionale a quello albanese, per i quali non sono previsti criteri di «selezione» né motivazioni né autorizzazioni del giudice competente, in quanto rimessi alla piena discrezionalità dell'autorità amministrativa – che appare alla stregua di un trasferimento obbligato, forzato e casuale di drammatica memoria;

    prevedere l'utilizzo di strutture di accoglienza e detenzione amministrativa al di fuori del territorio europeo è una iniziativa di dubbia legittimità e che non potrà che incrementare i contenziosi, allungare le procedure e le spese a carico dello Stato acuendo le criticità e i costi, già abnormi, che il nostro Paese ha subìto e sostenuto fin dall'avvio del Protocollo con l'Albania – finora, il Protocollo «cuba» al minimo 800 milioni di euro e impiega centinaia di unità di personale delle forze di polizia ivi allocati, a guardia del vuoto, mentre sul territorio nazionale mancano le risorse per sostenere il crescente numero di famiglie in povertà assoluta e scarseggiano i presìdi di sicurezza a tutela della collettività;

    non è chiaro quale sia il tema vero e di fondo, effetto-annuncio-propaganda a parte, che spinge la maggioranza di Governo ad escogitare sempre nuove forme ed istituti di punizione, ad avviso dei firmatari, ai limiti della tortura verso i migranti – e non solo, si aggiungano le ultime, imbarazzanti innovative ipotesi edilizie paventate, i «container», per il contenimento dei detenuti nelle carceri nostrane;

    grave appare la possibilità che anche i minorenni siano a rischio di permanenza nei CPR nazionali o di trasferimento nelle omologhe strutture su suolo Albanese, a causa della recente introduzione nel nostro ordinamento di una nuova fattispecie di maggiorenni, costituita dai minori stranieri non accompagnati che «appaiano essere» (come si leggeva nella relazione illustrativa del Governo) di «almeno 16 anni» e per i quali è stato disposto un trattamento al pari e insieme ai migranti adulti nei centri governativi e nelle strutture temporanee – gli stessi luoghi la cui capienza può essere raddoppiata e nei quali l'assistenza e i servizi sono ridotti all'osso (combinato disposto dell'art. 7 del decreto-legge n. 133/2023 e norme del decreto c.d. «Cutro»);

    con sgomento e grave preoccupazione, i firmatari assistono al costante e imponente dispiego di energie e tempo per l'amministrazione pubblica, all'enorme dispendio di risorse finanziarie sulle spalle dei cittadini contribuenti per contrastare, senza risultati, gli sbarchi: una rappresentazione plastica e drammatica dello squilibrio nelle priorità del Governo in carica rispetto ai nodi critici del Paese e ai problemi reali dei cittadini e delle imprese;

    si rammenta che, secondo la direttiva europea, i rimpatri cui essa si applica e che si riconoscono giuridicamente come tali, possono avvenire soltanto dal territorio degli Stati membri;

    preme ai firmatari rilevare che l'assenza di trasparenza in ordine all'attività del Governo per la gestione dei flussi migratori e delle frontiere esterne si va via via sempre più estendendo, dalla realizzazione dei CPR sul territorio nazionale, in deroga ad ogni disciplina diversa dalla legge penale, sottratti alla vigilanza ordinaria dell'ANAC, ai centri di detenzione costruiti in Albania, anche secretati per ragioni di sicurezza nazionale ed affidati al genio militare, l'esclusione dall'accesso civico, stabilito con decreto ministeriale del Ministro dell'interno fino alla recente disposizione che secreta in modo assoluto, tramite il cappello della sicurezza nazionale, contratti e appalti concernenti la gestione e il controllo delle frontiere e dei flussi migratori sul territorio nazionale e per le attività di ricerca e soccorso in mare, ed introduce anche una secretazione in deroga, esclusa dalla motivazione rafforzata e dal controllo della Corte dei conti disposte dalla disciplina vigente;

    la trasparenza costituisce uno dei caratteri fondamentali di uno Stato pienamente democratico e che tali dati dovrebbero essere resi noti, anche in ordine alla piena e corretta attuazione del principio di trasparenza, reso livello essenziale delle prestazioni dell'azione amministrativa dalla legge anticorruzione c.d. «Severino»; i dati in parola, di cui al paragrafo precedente nulla hanno a che vedere con la sicurezza nazionale;

    in proposito, i firmatari rammentano, altresì, che ai sensi della disciplina vigente, il Ministro dell'interno è chiamato a rendere alle Camere una relazione annuale, in attuazione dell'articolo 6, comma 2-bis, del decreto-legge 22 agosto 2014, n. 119, sul funzionamento del sistema di accoglienza predisposto per fronteggiare l'immigrazione – l'ultima relazione trasmessa alle Camere riguarda l'anno 2021,

impegna il Governo

a riconsiderare la prosecuzione e l'estensione all'anno 2026 delle norme relative a contratti ed appalti concernenti la realizzazione, ampliamento e ristrutturazione dei centri di permanenza e rimpatrio nella parte completamente derogatoria rispetto all'ordinamento giuridico vigente, considerando imprescindibili le esigenze di tutela della salute, dell'ambiente e della sicurezza nonché il rispetto del codice dei contratti pubblici e del codice dei beni culturali e del paesaggio, adottando a tal fine ogni misura utile, sotto il profilo amministrativo e legislativo, anche in occasione del prosieguo dell'esame del provvedimento, affinché trovino applicazione le tutele e le discipline ordinarie nei settori elencati.
9/2329-A/8. Santillo, Alifano, Auriemma, Alfonso Colucci, Penza, Ilaria Fontana, L'Abbate, Morfino.


   La Camera,

   premesso che:

    preme ai firmatari ribadire che, in ordine al provvedimento in titolo:

    esso appare adottato al (solo) fine di rendere utilizzabile, con un escamotage, per circa 40 migranti al momento e circa 140 a regime, almeno uno dei tre centri realizzati in Albania, fino ad ora rivelatisi inutili se pur oltremodo onerosi: in sostanza, il provvedimento in esame, l'ottavo nell'arco del biennio della legislatura in corso che rimaneggia compulsivamente la stessa materia – i flussi migratori – sancisce un fallimento; se sussiste (ancora) un'emergenza, come indicato nel preambolo, è evidente che tutte le iniziative adottate dal Governo in due anni e mezzo, lo scardinamento del sistema pubblico e diffuso di accoglienza e il continuo rimaneggiamento in peius della gestione dei flussi migratori, ai limiti della legittimità e in contrasto con i diritti umani e i principi del nostro ordinamento, non hanno reso i risultati sperati;

    contrasta platealmente con i diritti fondamentali e le tutele garantite dalla nostra Costituzione e desta preoccupazione con riguardo al principio di proporzionalità e per il fatto che essa potrebbe esorbitare, nell'ottica pansecuritaria del Governo in carica, dallo straniero al cittadino, sbilanciandosi nel contemperamento, tipico dello Stato di diritto, dell'esigenza di tutela dell'ordine pubblico e di rispetto dei diritti fondamentali individuali;

    il «modello» propagandato dal Governo utilizza i trasferimenti forzati e la detenzione sistematica come strumenti ordinari di gestione dei flussi migratori, in una visione politica che, ad avviso dei firmatari, forza e piega principi, rischia di creare ampie zone d'ombra e piena discrezionalità fino a sospendere diritti – come di recente messo in luce, ciò fa temere non solo per gli spazi di protezione giuridica e per il rispetto della dignità e dei diritti fondamentali delle persone – oggi ai migranti, domani chissà – ma per la tenuta delle stesse istituzioni democratiche;

    anche in questa occasione, non sono indicate – le norme tacciono completamente su questo punto – le procedure di rimpatrio dei migranti nei Paesi d'origine direttamente dall'Albania; le norme tacciono, altresì, sulle modalità dei trasferimenti dei migranti dai CPR sul territorio nazionale a quello albanese, per i quali non sono previsti criteri di «selezione» né motivazioni né autorizzazioni del giudice competente, in quanto rimessi alla piena discrezionalità dell'autorità amministrativa – che appare alla stregua di un trasferimento obbligato, forzato e casuale di drammatica memoria;

    prevedere l'utilizzo di strutture di accoglienza e detenzione amministrativa al di fuori del territorio europeo è una iniziativa di dubbia legittimità e che non potrà che incrementare i contenziosi, allungare le procedure e le spese a carico dello Stato acuendo le criticità e i costi, già abnormi, che il nostro Paese ha subìto e sostenuto fin dall'avvio del Protocollo con l'Albania – finora, il Protocollo «cuba» al minimo 800 milioni di euro e impiega centinaia di unità di personale delle forze di polizia ivi allocati, a guardia del vuoto, mentre sul territorio nazionale mancano le risorse per sostenere il crescente numero di famiglie in povertà assoluta e scarseggiano i presìdi di sicurezza a tutela della collettività;

    non è chiaro quale sia il tema vero e di fondo, effetto-annuncio-propaganda a parte, che spinge la maggioranza di Governo ad escogitare sempre nuove forme ed istituti di punizione, ad avviso dei firmatari, ai limiti della tortura verso i migranti – e non solo, si aggiungano le ultime, imbarazzanti innovative ipotesi edilizie paventate, i «container», per il contenimento dei detenuti nelle carceri nostrane;

    grave appare la possibilità che anche i minorenni siano a rischio di permanenza nei CPR nazionali o di trasferimento nelle omologhe strutture su suolo Albanese, a causa della recente introduzione nel nostro ordinamento di una nuova fattispecie di maggiorenni, costituita dai minori stranieri non accompagnati che «appaiano essere» (come si leggeva nella relazione illustrativa del Governo) di «almeno 16 anni» e per i quali è stato disposto un trattamento al pari e insieme ai migranti adulti nei centri governativi e nelle strutture temporanee – gli stessi luoghi la cui capienza può essere raddoppiata e nei quali l'assistenza e i servizi sono ridotti all'osso (combinato disposto dell'art. 7 del decreto-legge n. 133/2023 e norme del decreto c.d. «Cutro»);

    con sgomento e grave preoccupazione, i firmatari assistono al costante e imponente dispiego di energie e tempo per l'amministrazione pubblica, all'enorme dispendio di risorse finanziarie sulle spalle dei cittadini contribuenti per contrastare, senza risultati, gli sbarchi: una rappresentazione plastica e drammatica dello squilibrio nelle priorità del Governo in carica rispetto ai nodi critici del Paese e ai problemi reali dei cittadini e delle imprese;

    si rammenta che, secondo la direttiva europea, i rimpatri cui essa si applica e che si riconoscono giuridicamente come tali, possono avvenire soltanto dal territorio degli Stati membri;

    preme ai firmatari rilevare che l'assenza di trasparenza in ordine all'attività del Governo per la gestione dei flussi migratori e delle frontiere esterne si va via via sempre più estendendo, dalla realizzazione dei CPR sul territorio nazionale, in deroga ad ogni disciplina diversa dalla legge penale, sottratti alla vigilanza ordinaria dell'ANAC, ai centri di detenzione costruiti in Albania, anche secretati per ragioni di sicurezza nazionale ed affidati al genio militare, l'esclusione dall'accesso civico, stabilito con decreto ministeriale del Ministro dell'interno fino alla recente disposizione che secreta in modo assoluto, tramite il cappello della sicurezza nazionale, contratti e appalti concernenti la gestione e il controllo delle frontiere e dei flussi migratori sul territorio nazionale e per le attività di ricerca e soccorso in mare, ed introduce anche una secretazione in deroga, esclusa dalla motivazione rafforzata e dal controllo della Corte dei conti disposte dalla disciplina vigente;

    la trasparenza costituisce uno dei caratteri fondamentali di uno Stato pienamente democratico e che tali dati dovrebbero essere resi noti, anche in ordine alla piena e corretta attuazione del principio di trasparenza, reso livello essenziale delle prestazioni dell'azione amministrativa dalla legge anticorruzione c.d. «Severino»; i dati in parola, di cui al paragrafo precedente nulla hanno a che vedere con la sicurezza nazionale;

    in proposito, i firmatari rammentano, altresì, che ai sensi della disciplina vigente, il Ministro dell'interno è chiamato a rendere alle Camere una relazione annuale, in attuazione dell'articolo 6, comma 2-bis, del decreto-legge 22 agosto 2014, n. 119, sul funzionamento del sistema di accoglienza predisposto per fronteggiare l'immigrazione – l'ultima relazione trasmessa alle Camere riguarda l'anno 2021,

impegna il Governo

ferme restando le prerogative parlamentari, anche in termini di funzioni di indirizzo e controllo, a trasmettere alle Camere, con cadenza almeno semestrale a decorrere dalla data di entrata in vigore del decreto in titolo, ai fini dell'eventuale esame da parte delle Commissioni parlamentari competenti per materia e per i profili finanziari, una relazione sul funzionamento del sistema di accoglienza, trattenimento e detenzione nel territorio nazionale, a tal fine ivi riportando i dati e i costi relativi alla ricezione e alla gestione delle strutture nonché i dati sui servizi resi e la loro adeguatezza, sull'entità e l'utilizzo delle risorse finanziarie, anche di eventuale assegnazione comunitaria.
9/2329-A/9. Auriemma, Alifano, Alfonso Colucci, Penza.


   La Camera,

   premesso che:

    preme ai firmatari ribadire che, in ordine al provvedimento in titolo:

    esso appare adottato al (solo) fine di rendere utilizzabile, con un escamotage, per circa 40 migranti al momento e circa 140 a regime, almeno uno dei tre centri realizzati in Albania, fino ad ora rivelatisi inutili se pur oltremodo onerosi: in sostanza, il provvedimento in esame, l'ottavo nell'arco del biennio della legislatura in corso che rimaneggia compulsivamente la stessa materia – i flussi migratori – sancisce un fallimento; se sussiste (ancora) un'emergenza, come indicato nel preambolo, è evidente che tutte le iniziative adottate dal Governo in due anni e mezzo, lo scardinamento del sistema pubblico e diffuso di accoglienza e il continuo rimaneggiamento in peius della gestione dei flussi migratori, ai limiti della legittimità e in contrasto con i diritti umani e i principi del nostro ordinamento, non hanno reso i risultati sperati;

    contrasta platealmente con i diritti fondamentali e le tutele garantite dalla nostra Costituzione e desta preoccupazione con riguardo al principio di proporzionalità e per il fatto che essa potrebbe esorbitare, nell'ottica pansecuritaria del Governo in carica, dallo straniero al cittadino, sbilanciandosi nel contemperamento, tipico dello Stato di diritto, dell'esigenza di tutela dell'ordine pubblico e di rispetto dei diritti fondamentali individuali;

    il «modello» propagandato dal Governo utilizza i trasferimenti forzati e la detenzione, ad avviso dei firmatari sistematica, come strumenti ordinari di gestione dei flussi migratori, in una visione politica che, ad avviso dei firmatari, forza e piega principi, rischia di creare ampie zone d'ombra e piena discrezionalità fino a sospendere diritti – come di recente messo in luce, ciò fa temere non solo per gli spazi di protezione giuridica e per il rispetto della dignità e dei diritti fondamentali delle persone – oggi ai migranti, domani chissà – ma per la tenuta delle stesse istituzioni democratiche;

    anche in questa occasione, non sono indicate – le norme tacciono completamente su questo punto – le procedure di rimpatrio dei migranti nei Paesi d'origine direttamente dall'Albania; le norme tacciono, altresì, sulle modalità dei trasferimenti dei migranti dai CPR sul territorio nazionale a quello albanese, per i quali non sono previsti criteri di «selezione» né motivazioni né autorizzazioni del giudice competente, in quanto rimessi alla piena discrezionalità dell'autorità amministrativa – che appare alla stregua di un trasferimento obbligato, forzato e casuale di drammatica memoria;

    prevedere l'utilizzo di strutture di accoglienza e detenzione amministrativa al di fuori del territorio europeo è una iniziativa di dubbia legittimità e che non potrà che incrementare i contenziosi, allungare le procedure e le spese a carico dello Stato, acuendo le criticità e i costi, già abnormi, che il nostro Paese ha subìto e sostenuto fin dall'avvio del Protocollo con l'Albania – finora, il Protocollo «cuba» al minimo 800 milioni di euro e impiega centinaia di unità di personale delle forze di polizia ivi allocati, a guardia del vuoto, mentre sul territorio nazionale mancano le risorse per sostenere il crescente numero di famiglie in povertà assoluta e scarseggiano i presìdi di sicurezza a tutela della collettività;

    non è chiaro quale sia il tema vero e di fondo, effetto-annuncio-propaganda a parte, che spinge la maggioranza di Governo ad escogitare sempre nuove forme ed istituti di punizione, ad avviso dei firmatari ai limiti della tortura verso i migranti – e non solo, si aggiungano le ultime, imbarazzanti innovative ipotesi edilizie paventate, i «container», per il contenimento dei detenuti nelle carceri nostrane;

    grave appare la possibilità che anche i minorenni siano a rischio di permanenza nei CPR nazionali o di trasferimento nelle omologhe strutture su suolo Albanese, a causa della recente introduzione nel nostro ordinamento di una nuova fattispecie di maggiorenni, costituita dai minori stranieri non accompagnati che «appaiano essere» (come si leggeva nella relazione illustrativa del Governo) di «almeno 16 anni» e per i quali è stato disposto un trattamento al pari e insieme ai migranti adulti nei centri governativi e nelle strutture temporanee – gli stessi luoghi la cui capienza può essere raddoppiata e nei quali l'assistenza e i servizi sono ridotti all'osso (combinato disposto dell'art. 7 del decreto-legge n. 133/2023 e norme del decreto c.d. «Cutro»);

    con sgomento e grave preoccupazione, i firmatari assistono al costante e imponente dispiego di energie e tempo per l'amministrazione pubblica, all'enorme dispendio di risorse finanziarie sulle spalle dei cittadini contribuenti per contrastare, senza risultati, gli sbarchi: una rappresentazione plastica e drammatica dello squilibrio nelle priorità del Governo in carica rispetto ai nodi critici del Paese e ai problemi reali dei cittadini e delle imprese;

    si rammenta che, secondo la direttiva europea, i rimpatri cui essa si applica e che si riconoscono giuridicamente come tali, possono avvenire soltanto dal territorio degli Stati membri;

    preme ai firmatari rilevare che l'assenza di trasparenza in ordine all'attività del Governo per la gestione dei flussi migratori e delle frontiere esterne si va via via sempre più estendendo, dalla realizzazione dei CPR sul territorio nazionale, in deroga ad ogni disciplina diversa dalla legge penale, sottratti alla vigilanza ordinaria dell'ANAC, ai centri di detenzione costruiti in Albania, anche secretati per ragioni di sicurezza nazionale ed affidati al genio militare, l'esclusione dall'accesso civico, stabilito con decreto ministeriale del Ministro dell'interno fino alla recente disposizione che secreta in modo assoluto, tramite il cappello della sicurezza nazionale, contratti e appalti concernenti la gestione e il controllo delle frontiere e dei flussi migratori sul territorio nazionale e per le attività di ricerca e soccorso in mare, ed introduce anche una secretazione in deroga, esclusa dalla motivazione rafforzata e dal controllo della Corte dei conti disposte dalla disciplina vigente;

    la trasparenza costituisce uno dei caratteri fondamentali di uno Stato pienamente democratico e che tali dati dovrebbero essere resi noti, anche in ordine alla piena e corretta attuazione del principio di trasparenza, reso livello essenziale delle prestazioni dell'azione amministrativa dalla legge anticorruzione c.d. «Severino»; i dati in parola, di cui al paragrafo precedente nulla hanno a che vedere con la sicurezza nazionale;

    in proposito, i firmatari rammentano, altresì, che ai sensi della disciplina vigente, il Ministro dell'interno è chiamato a rendere alle Camere una relazione annuale, in attuazione dell'articolo 6, comma 2-bis, del decreto-legge 22 agosto 2014, n. 119, sul funzionamento del sistema di accoglienza predisposto per fronteggiare l'immigrazione – l'ultima relazione trasmessa alle Camere riguarda l'anno 2021,

impegna il Governo

ad adottare ogni misura utile, sotto il profilo amministrativo e legislativo, affinché nella struttura destinata al trattenimento ai fini del rimpatrio, situata nelle aree del territorio albanese, sia istituito un presidio sanitario fisso in cui sia garantita la presenza di personale medico e sanitario, quest'ultimo per 24 ore al giorno, compresi i giorni festivi, a fini di accertamento e vigilanza sulle condizioni di salute, fisiche e mentali, e sulla necessità di assistenza delle persone ivi trattenute.
9/2329-A/10. Sportiello, Alifano, Auriemma, Alfonso Colucci, Di Lauro, Penza, Quartini, Marianna Ricciardi.


   La Camera,

   premesso che:

    preme ai firmatari ribadire che, in ordine al provvedimento in titolo:

    esso appare adottato al (solo) fine di rendere utilizzabile, con un escamotage, per circa 40 migranti al momento e circa 140 a regime, almeno uno dei tre centri realizzati in Albania, fino ad ora rivelatisi inutili se pur oltremodo onerosi: in sostanza, il provvedimento in esame, l'ottavo nell'arco del biennio della legislatura in corso che rimaneggia compulsivamente la stessa materia – i flussi migratori – sancisce un fallimento; se sussiste (ancora) un'emergenza, come indicato nel preambolo, è evidente che tutte le iniziative adottate dal Governo in due anni e mezzo, lo scardinamento del sistema pubblico e diffuso di accoglienza e il continuo rimaneggiamento in peius della gestione dei flussi migratori, ai limiti della legittimità e in contrasto con i diritti umani e i principi del nostro ordinamento, non hanno reso i risultati sperati;

    contrasta platealmente con i diritti fondamentali e le tutele garantite dalla nostra Costituzione e desta preoccupazione con riguardo al principio di proporzionalità e per il fatto che essa potrebbe esorbitare, nell'ottica pansecuritaria del Governo in carica, dallo straniero al cittadino, sbilanciandosi nel contemperamento, tipico dello Stato di diritto, dell'esigenza di tutela dell'ordine pubblico e di rispetto dei diritti fondamentali individuali;

    il «modello» propagandato dal Governo utilizza i trasferimenti forzati e la detenzione sistematica come strumenti ordinari di gestione dei flussi migratori, in una visione politica che, ad avviso dei firmatari, forza e piega principi, rischia di creare ampie zone d'ombra e piena discrezionalità fino a sospendere diritti – come di recente messo in luce, ciò fa temere non solo per gli spazi di protezione giuridica e per il rispetto della dignità e dei diritti fondamentali delle persone – oggi ai migranti, domani chissà – ma per la tenuta delle stesse istituzioni democratiche;

    anche in questa occasione, non sono indicate – le norme tacciono completamente su questo punto – le procedure di rimpatrio dei migranti nei Paesi d'origine direttamente dall'Albania; le norme tacciono, altresì, sulle modalità dei trasferimenti dei migranti dai CPR sul territorio nazionale a quello albanese, per i quali non sono previsti criteri di «selezione» né motivazioni né autorizzazioni del giudice competente, in quanto rimessi alla piena discrezionalità dell'autorità amministrativa – che appare alla stregua di un trasferimento obbligato, forzato e casuale di drammatica memoria;

    prevedere l'utilizzo di strutture di accoglienza e detenzione amministrativa al di fuori del territorio europeo è una iniziativa di dubbia legittimità e che non potrà che incrementare i contenziosi, allungare le procedure e le spese a carico dello Stato, acuendo le criticità e i costi, già abnormi, che il nostro Paese ha subìto e sostenuto fin dall'avvio del Protocollo con l'Albania – finora, il Protocollo «cuba» al minimo 800 milioni di euro e impiega centinaia di unità di personale delle forze di polizia ivi allocati, a guardia del vuoto, mentre sul territorio nazionale mancano le risorse per sostenere il crescente numero di famiglie in povertà assoluta e scarseggiano i presìdi di sicurezza a tutela della collettività;

    non è chiaro quale sia il tema vero e di fondo, effetto-annuncio-propaganda a parte, che spinge la maggioranza di Governo ad escogitare sempre nuove forme ed istituti di punizione, ad avviso dei firmatari ai limiti della tortura verso i migranti – e non solo, si aggiungano le ultime, imbarazzanti innovative ipotesi edilizie paventate, i «container», per il contenimento dei detenuti nelle carceri nostrane –;

    grave appare la possibilità che anche i minorenni siano a rischio di permanenza nei CPR nazionali o di trasferimento nelle omologhe strutture su suolo Albanese, a causa della recente introduzione nel nostro ordinamento di una nuova fattispecie di maggiorenni, costituita dai minori stranieri non accompagnati che «appaiano essere» (come si leggeva nella relazione illustrativa del Governo) di «almeno 16 anni» e per i quali è stato disposto un trattamento al pari e insieme ai migranti adulti nei centri governativi e nelle strutture temporanee – gli stessi luoghi la cui capienza può essere raddoppiata e nei quali l'assistenza e i servizi sono ridotti all'osso (combinato disposto dell'art. 7 del decreto-legge n. 133/2023 e norme del decreto c.d. «Cutro»);

    con sgomento e grave preoccupazione, i firmatari assistono al costante e imponente dispiego di energie e tempo per l'amministrazione pubblica, all'enorme dispendio di risorse finanziarie sulle spalle dei cittadini contribuenti per contrastare, senza risultati, gli sbarchi: una rappresentazione plastica e drammatica dello squilibrio nelle priorità del Governo in carica rispetto ai nodi critici del Paese e ai problemi reali dei cittadini e delle imprese;

    si rammenta che, secondo la direttiva europea, i rimpatri cui essa si applica e che si riconoscono giuridicamente come tali, possono avvenire soltanto dal territorio degli Stati membri;

    preme ai firmatari rilevare che l'assenza di trasparenza in ordine all'attività del Governo per la gestione dei flussi migratori e delle frontiere esterne si va via via sempre più estendendo, dalla realizzazione dei CPR sul territorio nazionale, in deroga ad ogni disciplina diversa dalla legge penale, sottratti alla vigilanza ordinaria dell'ANAC, ai centri di detenzione costruiti in Albania, anche secretati per ragioni di sicurezza nazionale ed affidati al genio militare, l'esclusione dall'accesso civico, stabilito con decreto ministeriale del Ministro dell'interno fino alla recente disposizione che secreta in modo assoluto, tramite il cappello della sicurezza nazionale, contratti e appalti concernenti la gestione e il controllo delle frontiere e dei flussi migratori sul territorio nazionale e per le attività di ricerca e soccorso in mare, ed introduce anche una secretazione in deroga, esclusa dalla motivazione rafforzata e dal controllo della Corte dei conti disposte dalla disciplina vigente;

    la trasparenza costituisce uno dei caratteri fondamentali di uno Stato pienamente democratico e che tali dati dovrebbero essere resi noti, anche in ordine alla piena e corretta attuazione del principio di trasparenza, reso livello essenziale delle prestazioni dell'azione amministrativa dalla legge anticorruzione c.d. «Severino»; i dati in parola, di cui al paragrafo precedente nulla hanno a che vedere con la sicurezza nazionale;

    in proposito, i firmatari rammentano, altresì, che ai sensi della disciplina vigente, il Ministro dell'interno è chiamato a rendere alle Camere una relazione annuale, in attuazione dell'articolo 6, comma 2-bis, del decreto-legge 22 agosto 2014, n. 119, sul funzionamento del sistema di accoglienza predisposto per fronteggiare l'immigrazione – l'ultima relazione trasmessa alle Camere riguarda l'anno 2021,

impegna il Governo:

   ad adottare ogni misura utile, sotto il profilo amministrativo e legislativo, affinché il trasferimento di migranti ad altro centro di permanenza e rimpatrio, sito in territorio nazionale o nella struttura per il trattenimento a fini di rimpatrio situata in Albania, preveda una visita medica effettuata dal medico della ASL o dell'azienda ospedaliera competente per territorio, disposta dal Questore, anche in ore notturne, volta ad accertare lo stato di salute fisico e mentale dello straniero nonché eventuali profili di vulnerabilità, e a valutarne l'idoneità sanitaria al predetto trasferimento;

   a prevedere, altresì, che la documentazione sanitaria di cui all'impegno precedente sia allegata al fascicolo dello straniero e sottoposta al giudice competente in sede di convalida del trasferimento ad altro centro di permanenza e rimpatrio, sia esso su suolo nazionale che in territorio albanese.
9/2329-A/11. Quartini, Alifano, Auriemma, Alfonso Colucci, Di Lauro, Penza, Marianna Ricciardi.


   La Camera,

   premesso che:

    preme ai firmatari ribadire che, in ordine al provvedimento in titolo:

    esso appare adottato al (solo) fine di rendere utilizzabile, con un escamotage, per circa 40 migranti al momento e circa 140 a regime, almeno uno dei tre centri realizzati in Albania, fino ad ora rivelatisi inutili se pur oltremodo onerosi: in sostanza, il provvedimento in esame, l'ottavo nell'arco del biennio della legislatura in corso che rimaneggia compulsivamente la stessa materia – i flussi migratori – sancisce un fallimento; se sussiste (ancora) un'emergenza, come indicato nel preambolo, è evidente che tutte le iniziative adottate dal Governo in due anni e mezzo, lo scardinamento del sistema pubblico e diffuso di accoglienza e il continuo rimaneggiamento in peius della gestione dei flussi migratori, ai limiti della legittimità e in contrasto con i diritti umani e i principi del nostro ordinamento, non hanno reso i risultati sperati;

    contrasta platealmente con i diritti fondamentali e le tutele garantite dalla nostra Costituzione e desta preoccupazione con riguardo al principio di proporzionalità e per il fatto che essa potrebbe esorbitare, nell'ottica pansecuritaria del Governo in carica, dallo straniero al cittadino, sbilanciandosi nel contemperamento, tipico dello Stato di diritto, dell'esigenza di tutela dell'ordine pubblico e di rispetto dei diritti fondamentali individuali;

    il «modello» propagandato dal Governo utilizza i trasferimenti forzati e la detenzione sistematica come strumenti ordinari di gestione dei flussi migratori, in una visione politica che, ad avviso dei firmatari, forza e piega principi, rischia di creare ampie zone d'ombra e piena discrezionalità fino a sospendere diritti – come di recente messo in luce, ciò fa temere non solo per gli spazi di protezione giuridica e per il rispetto della dignità e dei diritti fondamentali delle persone – oggi ai migranti, domani chissà – ma per la tenuta delle stesse istituzioni democratiche;

    anche in questa occasione, non sono indicate – le norme tacciono completamente su questo punto – le procedure di rimpatrio dei migranti nei Paesi d'origine direttamente dall'Albania; le norme tacciono, altresì, sulle modalità dei trasferimenti dei migranti dai CPR sul territorio nazionale a quello albanese, per i quali non sono previsti criteri di «selezione» né motivazioni né autorizzazioni del giudice competente, in quanto rimessi alla piena discrezionalità dell'autorità amministrativa – che appare alla stregua di un trasferimento obbligato, forzato e casuale di drammatica memoria;

    prevedere l'utilizzo di strutture di accoglienza e detenzione amministrativa al di fuori del territorio europeo è una iniziativa di dubbia legittimità e che non potrà che incrementare i contenziosi, allungare le procedure e le spese a carico dello Stato, acuendo le criticità e i costi, già abnormi, che il nostro Paese ha subìto e sostenuto fin dall'avvio del Protocollo con l'Albania – finora, il Protocollo «cuba» al minimo 800 milioni di euro e impiega centinaia di unità di personale delle forze di polizia ivi allocati, a guardia del vuoto, mentre sul territorio nazionale mancano le risorse per sostenere il crescente numero di famiglie in povertà assoluta e scarseggiano i presìdi di sicurezza a tutela della collettività;

    non è chiaro quale sia il tema vero e di fondo, effetto-annuncio-propaganda a parte, che spinge la maggioranza di Governo ad escogitare sempre nuove forme ed istituti di punizione, ad avviso dei firmatari ai limiti della tortura verso i migranti – e non solo, si aggiungano le ultime, imbarazzanti innovative ipotesi edilizie paventate, i «container», per il contenimento dei detenuti nelle carceri nostrane –;

    grave appare la possibilità che anche i minorenni siano a rischio di permanenza nei CPR nazionali o di trasferimento nelle omologhe strutture su suolo Albanese, a causa della recente introduzione nel nostro ordinamento di una nuova fattispecie di maggiorenni, costituita dai minori stranieri non accompagnati che «appaiano essere» (come si leggeva nella relazione illustrativa del Governo) di «almeno 16 anni» e per i quali è stato disposto un trattamento al pari e insieme ai migranti adulti nei centri governativi e nelle strutture temporanee – gli stessi luoghi la cui capienza può essere raddoppiata e nei quali l'assistenza e i servizi sono ridotti all'osso (combinato disposto dell'art. 7 del decreto-legge n. 133/2023 e norme del decreto c.d. «Cutro»);

    con sgomento e grave preoccupazione, i firmatari assistono al costante e imponente dispiego di energie e tempo per l'amministrazione pubblica, all'enorme dispendio di risorse finanziarie sulle spalle dei cittadini contribuenti per contrastare, senza risultati, gli sbarchi: una rappresentazione plastica e drammatica dello squilibrio nelle priorità del Governo in carica rispetto ai nodi critici del Paese e ai problemi reali dei cittadini e delle imprese;

    si rammenta che, secondo la direttiva europea, i rimpatri cui essa si applica e che si riconoscono giuridicamente come tali, possono avvenire soltanto dal territorio degli Stati membri;

    preme ai firmatari rilevare che l'assenza di trasparenza in ordine all'attività del Governo per la gestione dei flussi migratori e delle frontiere esterne si va via via sempre più estendendo, dalla realizzazione dei CPR sul territorio nazionale, in deroga ad ogni disciplina diversa dalla legge penale, sottratti alla vigilanza ordinaria dell'ANAC, ai centri di detenzione costruiti in Albania, anche secretati per ragioni di sicurezza nazionale ed affidati al genio militare, l'esclusione dall'accesso civico, stabilito con decreto ministeriale del Ministro dell'interno fino alla recente disposizione che secreta in modo assoluto, tramite il cappello della sicurezza nazionale, contratti e appalti concernenti la gestione e il controllo delle frontiere e dei flussi migratori sul territorio nazionale e per le attività di ricerca e soccorso in mare, ed introduce anche una secretazione in deroga, esclusa dalla motivazione rafforzata e dal controllo della Corte dei conti disposte dalla disciplina vigente;

    la trasparenza costituisce uno dei caratteri fondamentali di uno Stato pienamente democratico e che tali dati dovrebbero essere resi noti, anche in ordine alla piena e corretta attuazione del principio di trasparenza, reso livello essenziale delle prestazioni dell'azione amministrativa dalla legge anticorruzione c.d. «Severino»; i dati in parola, di cui al paragrafo precedente nulla hanno a che vedere con la sicurezza nazionale;

    in proposito, i firmatari rammentano, altresì, che ai sensi della disciplina vigente, il Ministro dell'interno è chiamato a rendere alle Camere una relazione annuale, in attuazione dell'articolo 6, comma 2-bis, del decreto-legge 22 agosto 2014, n. 119, sul funzionamento del sistema di accoglienza predisposto per fronteggiare l'immigrazione – l'ultima relazione trasmessa alle Camere riguarda l'anno 2021,

impegna il Governo

ferme restando le prerogative parlamentari, anche in termini di funzioni di indirizzo e controllo, ad adottare ogni misura utile, sotto il profilo amministrativo e legislativo, affinché il Prefetto di Roma garantisca costanti sopralluoghi e monitoraggi del centro di permanenza e rimpatrio sito in territorio albanese, a tutela delle persone ivi trattenute e verifichi, altresì, il trattamento ad essi corrisposto e l'adeguatezza dell'erogazione dei servizi e della loro effettività ad opera del relativo gestore.
9/2329-A/12. Alfonso Colucci, Alifano, Auriemma, Penza.


   La Camera,

   premesso che:

    preme ai firmatari ribadire che, in ordine al provvedimento in titolo:

    esso appare adottato al (solo) fine di rendere utilizzabile, con un escamotage, per circa 40 migranti al momento e circa 140 a regime, almeno uno dei tre centri realizzati in Albania, fino ad ora rivelatisi inutili se pur oltremodo onerosi;

    anche in questa occasione, non sono indicate – le norme tacciono completamente su questo punto – le procedure di rimpatrio dei migranti nei Paesi d'origine direttamente dall'Albania; le norme tacciono, altresì, sulle modalità dei trasferimenti dei migranti dai CPR sul territorio nazionale a quello albanese, per i quali non sono previsti criteri di «selezione» né motivazioni né autorizzazioni del giudice competente, in quanto rimessi alla piena discrezionalità dell'autorità amministrativa – che appare alla stregua di un trasferimento obbligato, forzato e casuale;

    prevedere l'utilizzo di strutture di accoglienza e detenzione amministrativa al di fuori del territorio europeo è una iniziativa di dubbia legittimità e che non potrà che incrementare i contenziosi, allungare le procedure e le spese a carico dello Stato, acuendo le criticità e i costi, già abnormi, che il nostro Paese ha subìto e sostenuto fin dall'avvio del Protocollo con l'Albania – finora, il Protocollo «cuba» al minimo 800 milioni di euro e impiega centinaia di unità di personale delle forze di polizia ivi allocati, a guardia del vuoto;

    grave appare la possibilità che anche i minorenni siano a rischio di permanenza nei CPR nazionali o di trasferimento nelle omologhe strutture su suolo Albanese, a causa della recente introduzione nel nostro ordinamento di una nuova fattispecie di maggiorenni, costituita dai minori stranieri non accompagnati che «appaiano essere» (come si leggeva nella relazione illustrativa del Governo) di «almeno 16 anni» e per i quali è stato disposto un trattamento al pari e insieme ai migranti adulti nei centri governativi e nelle strutture temporanee – gli stessi luoghi la cui capienza può essere raddoppiata e nei quali l'assistenza e i servizi sono ridotti all'osso (combinato disposto dell'art. 7 del decreto-legge n. 133/2023 e norme del decreto c.d. «Cutro»);

    la stessa preoccupazione è rivolta alla sorte delle donne straniere vittime di abusi e violenze trattenute nei centri del territorio nazionale o che rischiano di essere trasferite nei centri di permanenza ai fini del rimpatrio situati in Albania,

impegna il Governo

a prevedere, in ordine ai trasferimenti dei migranti nei centri situati nel territorio nazionale o nella struttura a fini di rimpatrio collocata in Albania, che, per le donne vittime accertate di violenza siano disposti l'accoglienza e il trattenimento, anche ove a fini di rimpatrio, in via prioritaria, presso la rete dei centri di accoglienza antiviolenza nazionali.
9/2329-A/13. Morfino, Alifano, Auriemma, Alfonso Colucci, Penza.


   La Camera,

   premesso che:

    preme ai firmatari ribadire che, in ordine al provvedimento in titolo:

    esso appare adottato al (solo) fine di rendere utilizzabile, con un escamotage, per circa 40 migranti al momento e circa 140 a regime, almeno uno dei tre centri realizzati in Albania, fino ad ora rivelatisi inutili se pur oltremodo onerosi: in sostanza, il provvedimento in esame, l'ottavo nell'arco del biennio della legislatura in corso che rimaneggia compulsivamente la stessa materia – i flussi migratori – sancisce un fallimento; se sussiste (ancora) un'emergenza, come indicato nel preambolo, è evidente che tutte le iniziative adottate dal Governo in due anni e mezzo, lo scardinamento del sistema pubblico e diffuso di accoglienza e il continuo rimaneggiamento ciò della gestione dei flussi migratori, ai limiti della legittimità e in contrasto con i diritti umani e i principi del nostro ordinamento, non hanno reso i risultati sperati;

    contrasta platealmente con i diritti fondamentali e le tutele garantite dalla nostra Costituzione e desta preoccupazione con riguardo al principio di proporzionalità e per il fatto che essa potrebbe esorbitare, nell'ottica pansecuritaria del Governo in carica, dallo straniero al cittadino, sbilanciandosi nel contemperamento, tipico dello Stato di diritto, dell'esigenza di tutela dell'ordine pubblico e di rispetto dei diritti fondamentali individuali;

    il «modello» propagandato dal Governo utilizza i trasferimenti forzati e la detenzione sistematica come strumenti ordinari di gestione dei flussi migratori, in una visione politica che, ad avviso dei firmatari, forza e piega principi, rischia di creare ampie zone d'ombra e piena discrezionalità fino a sospendere diritti – come di recente messo in luce, ciò fa temere non solo per gli spazi di protezione giuridica e per il rispetto della dignità e dei diritti fondamentali delle persone – oggi ai migranti, domani chissà – ma per la tenuta delle stesse istituzioni democratiche;

    anche in questa occasione, non sono indicate – le norme tacciono completamente su questo punto – le procedure di rimpatrio dei migranti nei Paesi d'origine direttamente dall'Albania; le norme tacciono, altresì, sulle modalità dei trasferimenti dei migranti dai CPR sul territorio nazionale a quello albanese, per i quali non sono previsti criteri di «selezione» né motivazioni né autorizzazioni del giudice competente, in quanto rimessi alla piena discrezionalità dell'autorità amministrativa – che appare alla stregua di un trasferimento obbligato, forzato e casuale di drammatica memoria;

    prevedere l'utilizzo di strutture di accoglienza e detenzione amministrativa al di fuori del territorio europeo è una iniziativa di dubbia legittimità e che non potrà che incrementare i contenziosi, allungare le procedure e le spese a carico dello Stato, acuendo le criticità e i costi, già abnormi, che il nostro Paese ha subìto e sostenuto fin dall'avvio del Protocollo con l'Albania – finora, il Protocollo «cuba» al minimo 800 milioni di euro e impiega centinaia di unità di personale delle forze di polizia ivi allocati, a guardia del vuoto, mentre sul territorio nazionale mancano le risorse per sostenere il crescente numero di famiglie in povertà assoluta e scarseggiano i presìdi di sicurezza a tutela della collettività;

    non è chiaro quale sia il tema vero e di fondo, effetto-annuncio-propaganda a parte, che spinge la maggioranza di Governo ad escogitare sempre nuove forme ed istituti di punizione, ad avviso dei firmatari ai limiti della tortura verso i migranti – e non solo, si aggiungano le ultime, imbarazzanti innovative ipotesi edilizie paventate, i «container», per il contenimento dei detenuti nelle carceri nostrane –;

    grave appare la possibilità che anche i minorenni siano a rischio di permanenza nei CPR nazionali o di trasferimento nelle omologhe strutture su suolo Albanese, a causa della recente introduzione nel nostro ordinamento di una nuova fattispecie di maggiorenni, costituita dai minori stranieri non accompagnati che «appaiano essere» (come si leggeva nella relazione illustrativa del Governo) di «almeno 16 anni» e per i quali è stato disposto un trattamento al pari e insieme ai migranti adulti nei centri governativi e nelle strutture temporanee – gli stessi luoghi la cui capienza può essere raddoppiata e nei quali l'assistenza e i servizi sono ridotti all'osso (combinato disposto dell'art. 7 del decreto-legge n. 133/2023 e norme del decreto c.d. «Cutro»);

    con sgomento e grave preoccupazione, i firmatari assistono al costante e imponente dispiego di energie e tempo per l'amministrazione pubblica, all'enorme dispendio di risorse finanziarie sulle spalle dei cittadini contribuenti per contrastare, senza risultati, gli sbarchi: una rappresentazione plastica e drammatica dello squilibrio nelle priorità del Governo in carica rispetto ai nodi critici del Paese e ai problemi reali dei cittadini e delle imprese;

    si rammenta che, secondo la direttiva europea, i rimpatri cui essa si applica e che si riconoscono giuridicamente come tali, possono avvenire soltanto dal territorio degli Stati membri;

    preme ai firmatari rilevare che l'assenza di trasparenza in ordine all'attività del Governo per la gestione dei flussi migratori e delle frontiere esterne si va via via sempre più estendendo, dalla realizzazione dei CPR sul territorio nazionale, in deroga ad ogni disciplina diversa dalla legge penale, sottratti alla vigilanza ordinaria dell'ANAC, ai centri di detenzione costruiti in Albania, anche secretati per ragioni di sicurezza nazionale ed affidati al genio militare, l'esclusione dall'accesso civico, stabilito con decreto ministeriale del Ministro dell'interno fino alla recente disposizione che secreta in modo assoluto, tramite il cappello della sicurezza nazionale, contratti e appalti concernenti la gestione e il controllo delle frontiere e dei flussi migratori sul territorio nazionale e per le attività di ricerca e soccorso in mare, ed introduce anche una secretazione in deroga, esclusa dalla motivazione rafforzata e dal controllo della Corte dei conti disposte dalla disciplina vigente;

    la trasparenza costituisce uno dei caratteri fondamentali di uno Stato pienamente democratico e che tali dati dovrebbero essere resi noti, anche in ordine alla piena e corretta attuazione del principio di trasparenza, reso livello essenziale delle prestazioni dell'azione amministrativa dalla legge anticorruzione c.d. «Severino»; i dati in parola, di cui al paragrafo precedente nulla hanno a che vedere con la sicurezza nazionale;

    in proposito, i firmatari rammentano, altresì, che ai sensi della disciplina vigente, il Ministro dell'interno è chiamato a rendere alle Camere una relazione annuale, in attuazione dell'articolo 6, comma 2-bis, del decreto-legge 22 agosto 2014, n. 119, sul funzionamento del sistema di accoglienza predisposto per fronteggiare l'immigrazione – l'ultima relazione trasmessa alle Camere riguarda l'anno 2021,

impegna il Governo

ad adottare ogni misura utile, sotto il profilo amministrativo e legislativo, al fine di prevedere, onde non pregiudicare la sostanziale uguaglianza con gli stranieri trattenuti nei centri di permanenza e rimpatrio siti nel territorio nazionale, che per gli stranieri trattenuti nelle omologhe strutture collocate nelle aree albanesi, sia riconosciuto e garantito il diritto di accesso dei familiari, dei ministri di culto accreditati presso la confessione religiosa di appartenenza su richiesta dello straniero, del personale della rappresentanza diplomatica o consolare del paese di origine, su richiesta dello straniero o dell'unità organizzativa dell'Ufficio Immigrazione presente nel centro, dei rappresentanti di enti di tutela dei migranti o dei richiedenti protezione internazionale con esperienza consolidata nel settore e associazioni di volontariato o cooperative di solidarietà sociale ammesse a svolgere attività di assistenza nonché del difensore dello straniero, o suoi ausiliari, previa esibizione di apposito mandato, prevedendo altresì che gli eventuali oneri finanziari derivanti siano posti a carico delle risorse per l'attuazione del Protocollo di cui all'articolo 6, della legge 21 febbraio 2024, n. 14.
9/2329-A/14. Marianna Ricciardi, Alifano, Auriemma, Alfonso Colucci, Di Lauro, Penza, Quartini, Sportiello.


   La Camera,

   premesso che:

    preme ai firmatari ribadire che, in ordine al provvedimento in titolo:

    esso appare adottato al (solo) fine di rendere utilizzabile, con un escamotage, per circa 40 migranti al momento e circa 140 a regime, almeno uno dei tre centri realizzati in Albania, fino ad ora rivelatisi inutili se pur oltremodo onerosi: in sostanza, il provvedimento in esame, l'ottavo nell'arco del biennio della legislatura in corso che rimaneggia compulsivamente la stessa materia – i flussi migratori – sancisce un fallimento; se sussiste (ancora) un'emergenza, come indicato nel preambolo, è evidente che tutte le iniziative adottate dal Governo in due anni e mezzo, lo scardinamento del sistema pubblico e diffuso di accoglienza e il continuo rimaneggiamento in peius della gestione dei flussi migratori, ai limiti della legittimità e in contrasto con i diritti umani e i principi del nostro ordinamento, non hanno reso i risultati sperati;

    contrasta platealmente con le tutele garantite dalla nostra Costituzione e desta preoccupazione con riguardo al principio di proporzionalità e per il fatto che essa potrebbe esorbitare, nell'ottica pansecuritaria del Governo in carica, dallo straniero al cittadino, sbilanciandosi nel contemperamento, tipico dello Stato di diritto, dell'esigenza di tutela dell'ordine pubblico e di rispetto dei diritti fondamentali individuali;

    il «modello» propagandato dal Governo utilizza i trasferimenti forzati e la detenzione sistematica come strumenti ordinari di gestione dei flussi migratori, in una visione politica che, ad avviso dei firmatari, forza e piega principi, rischia di creare ampie zone d'ombra e piena discrezionalità fino a sospendere diritti – come di recente messo in luce, ciò fa temere non solo per gli spazi di protezione giuridica e per il rispetto della dignità e dei diritti fondamentali delle persone – oggi ai migranti, domani chissà – ma per la tenuta delle stesse istituzioni democratiche;

    anche in questa occasione, non sono indicate – le norme tacciono completamente su questo punto – le procedure di rimpatrio dei migranti nei Paesi d'origine direttamente dall'Albania; le norme tacciono, altresì, sulle modalità dei trasferimenti dei migranti dai CPR sul territorio nazionale a quello albanese, per i quali non sono previsti criteri di «selezione» né motivazioni né autorizzazioni del giudice competente, in quanto rimessi alla piena discrezionalità dell'autorità amministrativa – che appare alla stregua di un trasferimento obbligato, forzato e casuale di drammatica memoria;

    prevedere l'utilizzo di strutture di accoglienza e detenzione amministrativa al di fuori del territorio europeo è una iniziativa di dubbia legittimità e che non potrà che incrementare i contenziosi, allungare le procedure e le spese a carico dello Stato, acuendo le criticità e i costi, già abnormi, che il nostro Paese ha subìto e sostenuto fin dall'avvio del Protocollo con l'Albania – finora, il Protocollo «cuba» al minimo 800 milioni di euro e impiega centinaia di unità di personale delle forze di polizia ivi allocati, a guardia del vuoto, mentre sul territorio nazionale mancano le risorse per sostenere il crescente numero di famiglie in povertà assoluta e scarseggiano i presìdi di sicurezza a tutela della collettività;

    non è chiaro quale sia il tema vero e di fondo, effetto-annuncio-propaganda a parte, che spinge la maggioranza di Governo ad escogitare sempre nuove forme ed istituti di punizione, ad avviso dei firmatari ai limiti della tortura verso i migranti – e non solo, si aggiungano le ultime, imbarazzanti innovative ipotesi edilizie paventate, i «container», per il contenimento dei detenuti nelle carceri nostrane –;

    grave appare la possibilità che anche i minorenni siano a rischio di permanenza nei CPR nazionali o di trasferimento nelle omologhe strutture su suolo Albanese, a causa della recente introduzione nel nostro ordinamento di una nuova fattispecie di maggiorenni, costituita dai minori stranieri non accompagnati che «appaiano essere» (come si leggeva nella relazione illustrativa del Governo) di «almeno 16 anni» e per i quali è stato disposto un trattamento al pari e insieme ai migranti adulti nei centri governativi e nelle strutture temporanee – gli stessi luoghi la cui capienza può essere raddoppiata e nei quali l'assistenza e i servizi sono ridotti all'osso (combinato disposto dell'art. 7 del decreto-legge n. 133/2023 e norme del decreto c.d. «Cutro»);

    si rammenta che, secondo la direttiva europea, i rimpatri cui essa si applica e che si riconoscono giuridicamente come tali, possono avvenire soltanto dal territorio degli Stati membri;

    preme ai firmatari rilevare che l'assenza di trasparenza in ordine all'attività del Governo per la gestione dei flussi migratori e delle frontiere esterne si va via via sempre più estendendo, dalla realizzazione dei CPR sul territorio nazionale, in deroga ad ogni disciplina diversa dalla legge penale, sottratti alla vigilanza ordinaria dell'ANAC, ai centri di detenzione costruiti in Albania, anche secretati per ragioni di sicurezza nazionale ed affidati al genio militare, l'esclusione dall'accesso civico, stabilito con decreto ministeriale del Ministro dell'interno fino alla recente disposizione che secreta in modo assoluto, tramite il cappello della sicurezza nazionale, contratti e appalti concernenti la gestione e il controllo delle frontiere e dei flussi migratori sul territorio nazionale e per le attività di ricerca e soccorso in mare, ed introduce anche una secretazione in deroga, esclusa dalla motivazione rafforzata e dal controllo della Corte dei conti disposte dalla disciplina vigente;

    la trasparenza costituisce uno dei caratteri fondamentali di uno Stato pienamente democratico e che tali dati dovrebbero essere resi noti, anche in ordine alla piena e corretta attuazione del principio di trasparenza, reso livello essenziale delle prestazioni dell'azione amministrativa dalla legge anticorruzione c.d. «Severino»; i dati in parola, di cui al paragrafo precedente nulla hanno a che vedere con la sicurezza nazionale;

    in proposito, i firmatari rammentano, altresì, che ai sensi della disciplina vigente, il Ministro dell'interno è chiamato a rendere alle Camere una relazione annuale, in attuazione dell'articolo 6, comma 2-bis, del decreto-legge 22 agosto 2014, n. 119, sul funzionamento del sistema di accoglienza predisposto per fronteggiare l'immigrazione – l'ultima relazione trasmessa alle Camere riguarda l'anno 2021,

impegna il Governo:

   ferme restando le prerogative parlamentari, anche in termini di funzioni di indirizzo e controllo, ad adottare ogni misura utile, sotto il profilo amministrativo e legislativo, anche nei confronti dei relativi gestori, a garantire che nelle strutture di accoglienza e trattenimento site in territorio albanese sia garantito il libero accesso dei parlamentari italiani ed europei, dei rappresentanti della stampa nazionale ed estera nonché degli operatori delle radiotelevisioni nazionali ed estere;

   a garantire, altresì, che il gestore del centro di permanenza e rimpatrio situato al di fuori dei confini nazionali assicuri il servizio di spedizione e recapito quotidiano della corrispondenza epistolare e telefonica alle persone ivi trattenute.
9/2329-A/15. Iaria, Alifano, Auriemma, Alfonso Colucci, Penza.


   La Camera,

   premesso che:

    preme ai firmatari ribadire che, in ordine al provvedimento in titolo:

    esso appare adottato al (solo) fine di rendere utilizzabile, con un escamotage, per circa 40 migranti al momento e circa 140 a regime, almeno uno dei tre centri realizzati in Albania, fino ad ora rivelatisi inutili se pur oltremodo onerosi: in sostanza, il provvedimento in esame, l'ottavo nell'arco del biennio della legislatura in corso che rimaneggia compulsivamente la stessa materia – i flussi migratori – sancisce un fallimento; se sussiste (ancora) un'emergenza, come indicato nel preambolo, è evidente che tutte le iniziative adottate dal Governo in due anni e mezzo, lo scardinamento del sistema pubblico e diffuso di accoglienza e il continuo rimaneggiamento in peius della gestione dei flussi migratori, ai limiti della legittimità e in contrasto con i diritti umani e i principi del nostro ordinamento, non hanno reso i risultati sperati;

    contrasta platealmente con i diritti fondamentali e le tutele garantite dalla nostra Costituzione e desta preoccupazione con riguardo al principio di proporzionalità e per il fatto che essa potrebbe esorbitare, nell'ottica pansecuritaria del Governo in carica, dallo straniero al cittadino, sbilanciandosi nel contemperamento, tipico dello Stato di diritto, dell'esigenza di tutela dell'ordine pubblico e di rispetto dei diritti fondamentali individuali;

    il «modello» propagandato dal Governo utilizza i trasferimenti forzati e la detenzione sistematica come strumenti ordinari di gestione dei flussi migratori, in una visione politica che, ad avviso dei firmatari, forza e piega principi, rischia di creare ampie zone d'ombra e piena discrezionalità fino a sospendere diritti – come di recente messo in luce, ciò fa temere non solo per gli spazi di protezione giuridica e per il rispetto della dignità e dei diritti fondamentali delle persone – oggi ai migranti, domani chissà – ma per la tenuta delle stesse istituzioni democratiche;

    anche in questa occasione, non sono indicate – le norme tacciono completamente su questo punto – le procedure di rimpatrio dei migranti nei Paesi d'origine direttamente dall'Albania; le norme tacciono, altresì, sulle modalità dei trasferimenti dei migranti dai CPR sul territorio nazionale a quello albanese, per i quali non sono previsti criteri di «selezione» né motivazioni né autorizzazioni del giudice competente, in quanto rimessi alla piena discrezionalità dell'autorità amministrativa – che appare alla stregua di un trasferimento obbligato, forzato e casuale di drammatica memoria;

    prevedere l'utilizzo di strutture di accoglienza e detenzione amministrativa al di fuori del territorio europeo è una iniziativa di dubbia legittimità e che non potrà che incrementare i contenziosi, allungare le procedure e le spese a carico dello Stato, acuendo le criticità e i costi, già abnormi, che il nostro Paese ha subìto e sostenuto fin dall'avvio del Protocollo con l'Albania – finora, il Protocollo «cuba» al minimo 800 milioni di euro e impiega centinaia di unità di personale delle forze di polizia ivi allocati, a guardia del vuoto, mentre sul territorio nazionale mancano le risorse per sostenere il crescente numero di famiglie in povertà assoluta e scarseggiano i presìdi di sicurezza a tutela della collettività;

    non è chiaro quale sia il tema vero e di fondo, effetto-annuncio-propaganda a parte, che spinge la maggioranza di Governo ad escogitare sempre nuove forme ed istituti di punizione, ad avviso dei firmatari ai limiti della tortura verso i migranti – e non solo, si aggiungano le ultime, imbarazzanti innovative ipotesi edilizie paventate, i «container», per il contenimento dei detenuti nelle carceri nostrane –;

    grave appare la possibilità che anche i minorenni siano a rischio di permanenza nei CPR nazionali o di trasferimento nelle omologhe strutture su suolo Albanese, a causa della recente introduzione nel nostro ordinamento di una nuova fattispecie di maggiorenni, costituita dai minori stranieri non accompagnati che «appaiano essere» (come si leggeva nella relazione illustrativa del Governo) di «almeno 16 anni» e per i quali è stato disposto un trattamento al pari e insieme ai migranti adulti nei centri governativi e nelle strutture temporanee – gli stessi luoghi la cui capienza può essere raddoppiata e nei quali l'assistenza e i servizi sono ridotti all'osso (combinato disposto dell'art. 7 del decreto-legge n. 133/2023 e norme del decreto c.d. «Cutro»);

    con sgomento e grave preoccupazione, i firmatari assistono al costante e imponente dispiego di energie e tempo per l'amministrazione pubblica, all'enorme dispendio di risorse finanziarie sulle spalle dei cittadini contribuenti per contrastare, senza risultati, gli sbarchi: una rappresentazione plastica e drammatica dello squilibrio nelle priorità del Governo in carica rispetto ai nodi critici del Paese e ai problemi reali dei cittadini e delle imprese;

    si rammenta che, secondo la direttiva europea, i rimpatri cui essa si applica e che si riconoscono giuridicamente come tali, possono avvenire soltanto dal territorio degli Stati membri;

    preme ai firmatari rilevare che l'assenza di trasparenza in ordine all'attività del Governo per la gestione dei flussi migratori e delle frontiere esterne si va via via sempre più estendendo, dalla realizzazione dei CPR sul territorio nazionale, in deroga ad ogni disciplina diversa dalla legge penale, sottratti alla vigilanza ordinaria dell'ANAC, ai centri di detenzione costruiti in Albania, anche secretati per ragioni di sicurezza nazionale ed affidati al genio militare, l'esclusione dall'accesso civico, stabilito con decreto ministeriale del Ministro dell'interno fino alla recente disposizione che secreta in modo assoluto, tramite il cappello della sicurezza nazionale, contratti e appalti concernenti la gestione e il controllo delle frontiere e dei flussi migratori sul territorio nazionale e per le attività di ricerca e soccorso in mare, ed introduce anche una secretazione in deroga, esclusa dalla motivazione rafforzata e dal controllo della Corte dei conti disposte dalla disciplina vigente;

    la trasparenza costituisce uno dei caratteri fondamentali di uno Stato pienamente democratico e che tali dati dovrebbero essere resi noti, anche in ordine alla piena e corretta attuazione del principio di trasparenza, reso livello essenziale delle prestazioni dell'azione amministrativa dalla legge anticorruzione c.d. «Severino»; i dati in parola, di cui al paragrafo precedente nulla hanno a che vedere con la sicurezza nazionale;

    in proposito, i firmatari rammentano, altresì, che ai sensi della disciplina vigente, il Ministro dell'interno è chiamato a rendere alle Camere una relazione annuale, in attuazione dell'articolo 6, comma 2-bis, del decreto-legge 22 agosto 2014, n. 119, sul funzionamento del sistema di accoglienza predisposto per fronteggiare l'immigrazione – l'ultima relazione trasmessa alle Camere riguarda l'anno 2021,

impegna il Governo

ad adottare ogni iniziativa utile, sotto il profilo amministrativo e legislativo, al fine di assicurare adeguato sostegno psicologico all'interno della struttura adibita a centro di permanenza e rimpatrio ubicata sul suolo albanese, e ad attivare un monitoraggio costante, almeno quindicinale, della condizione di trattenimento e di erogazione dei servizi resi, anche sanitari, nella struttura medesima, prevedendo, altresì, che gli eventuali oneri finanziari derivanti siano posti a carico delle risorse per l'attuazione del Protocollo di cui all'articolo 6, della legge 21 febbraio 2024, n. 14.
9/2329-A/16. Di Lauro, Alifano, Auriemma, Alfonso Colucci, Penza, Quartini, Marianna Ricciardi, Sportiello.


   La Camera,

   premesso che:

    preme ai firmatari ribadire che, in ordine al provvedimento in titolo:

    esso appare adottato al (solo) fine di rendere utilizzabile, con un escamotage, per circa 40 migranti al momento e circa 140 a regime, almeno uno dei tre centri realizzati in Albania, fino ad ora rivelatisi inutili se pur oltremodo onerosi: in sostanza, il provvedimento in esame, l'ottavo nell'arco del biennio della legislatura in corso che rimaneggia compulsivamente la stessa materia – i flussi migratori – sancisce un fallimento; se sussiste (ancora) un'emergenza, come indicato nel preambolo, è evidente che tutte le iniziative adottate dal Governo in due anni e mezzo, lo scardinamento del sistema pubblico e diffuso di accoglienza e il continuo rimaneggiamento in peius della gestione dei flussi migratori, ai limiti della legittimità e in contrasto con i diritti umani e i principi del nostro ordinamento, non hanno reso i risultati sperati;

    contrasta platealmente con i diritti fondamentali e le tutele garantite dalla nostra Costituzione e desta preoccupazione con riguardo al principio di proporzionalità e per il fatto che essa potrebbe esorbitare, nell'ottica pansecuritaria del Governo in carica, dallo straniero al cittadino, sbilanciandosi nel contemperamento, tipico dello Stato di diritto, dell'esigenza di tutela dell'ordine pubblico e di rispetto dei diritti fondamentali individuali;

    il «modello» propagandato dal Governo utilizza i trasferimenti forzati e la detenzione sistematica come strumenti ordinari di gestione dei flussi migratori, in una visione politica che, ad avviso dei firmatari, forza e piega principi, rischia di creare ampie zone d'ombra e piena discrezionalità fino a sospendere diritti – come di recente messo in luce, ciò fa temere non solo per gli spazi di protezione giuridica e per il rispetto della dignità e dei diritti fondamentali delle persone – oggi ai migranti, domani chissà – ma per la tenuta delle stesse istituzioni democratiche;

    anche in questa occasione, non sono indicate – le norme tacciono completamente su questo punto – le procedure di rimpatrio dei migranti nei Paesi d'origine direttamente dall'Albania; le norme tacciono, altresì, sulle modalità dei trasferimenti dei migranti dai CPR sul territorio nazionale a quello albanese, per i quali non sono previsti criteri di «selezione» né motivazioni né autorizzazioni del giudice competente, in quanto rimessi alla piena discrezionalità dell'autorità amministrativa – che appare alla stregua di un trasferimento obbligato, forzato e casuale di drammatica memoria;

    prevedere l'utilizzo di strutture di accoglienza e detenzione amministrativa al di fuori del territorio europeo è una iniziativa di dubbia legittimità e che non potrà che incrementare i contenziosi, allungare le procedure e le spese a carico dello Stato, acuendo le criticità e i costi, già abnormi, che il nostro Paese ha subìto e sostenuto fin dall'avvio del Protocollo con l'Albania – finora, il Protocollo «cuba» al minimo 800 milioni di euro e impiega centinaia di unità di personale delle forze di polizia ivi allocati, a guardia del vuoto, mentre sul territorio nazionale mancano le risorse per sostenere il crescente numero di famiglie in povertà assoluta e scarseggiano i presìdi di sicurezza a tutela della collettività;

    non è chiaro quale sia il tema vero e di fondo, effetto-annuncio-propaganda a parte, che spinge la maggioranza di Governo ad escogitare sempre nuove forme ed istituti di punizione, ad avviso dei firmatari ai limiti della tortura verso i migranti – e non solo, si aggiungano le ultime, imbarazzanti innovative ipotesi edilizie paventate, i «container», per il contenimento dei detenuti nelle carceri nostrane –;

    grave appare la possibilità che anche i minorenni siano a rischio di permanenza nei CPR nazionali o di trasferimento nelle omologhe strutture su suolo Albanese, a causa della recente introduzione nel nostro ordinamento di una nuova fattispecie di maggiorenni, costituita dai minori stranieri non accompagnati che «appaiano essere» (come si leggeva nella relazione illustrativa del Governo) di «almeno 16 anni» e per i quali è stato disposto un trattamento al pari e insieme ai migranti adulti nei centri governativi e nelle strutture temporanee – gli stessi luoghi la cui capienza può essere raddoppiata e nei quali l'assistenza e i servizi sono ridotti all'osso (combinato disposto dell'art. 7 del decreto-legge n. 133/2023 e norme del decreto c.d. «Cutro»);

    con sgomento e grave preoccupazione, i firmatari assistono al costante e imponente dispiego di energie e tempo per l'amministrazione pubblica, all'enorme dispendio di risorse finanziarie sulle spalle dei cittadini contribuenti per contrastare, senza risultati, gli sbarchi: una rappresentazione plastica e drammatica dello squilibrio nelle priorità del Governo in carica rispetto ai nodi critici del Paese e ai problemi reali dei cittadini e delle imprese;

    si rammenta che, secondo la direttiva europea, i rimpatri cui essa si applica e che si riconoscono giuridicamente come tali, possono avvenire soltanto dal territorio degli Stati membri;

    preme ai firmatari rilevare che l'assenza di trasparenza in ordine all'attività del Governo per la gestione dei flussi migratori e delle frontiere esterne si va via via sempre più estendendo, dalla realizzazione dei CPR sul territorio nazionale, in deroga ad ogni disciplina diversa dalla legge penale, sottratti alla vigilanza ordinaria dell'ANAC, ai centri di detenzione costruiti in Albania, anche secretati per ragioni di sicurezza nazionale ed affidati al genio militare, l'esclusione dall'accesso civico, stabilito con decreto ministeriale del Ministro dell'interno fino alla recente disposizione che secreta in modo assoluto, tramite il cappello della sicurezza nazionale, contratti e appalti concernenti la gestione e il controllo delle frontiere e dei flussi migratori sul territorio nazionale e per le attività di ricerca e soccorso in mare, ed introduce anche una secretazione in deroga, esclusa dalla motivazione rafforzata e dal controllo della Corte dei conti disposte dalla disciplina vigente;

    la trasparenza costituisce uno dei caratteri fondamentali di uno Stato pienamente democratico e che tali dati dovrebbero essere resi noti, anche in ordine alla piena e corretta attuazione del principio di trasparenza, reso livello essenziale delle prestazioni dell'azione amministrativa dalla legge anticorruzione c.d. «Severino»; i dati in parola, di cui al paragrafo precedente nulla hanno a che vedere con la sicurezza nazionale;

    in proposito, i firmatari rammentano, altresì, che ai sensi della disciplina vigente, il Ministro dell'interno è chiamato a rendere alle Camere una relazione annuale, in attuazione dell'articolo 6, comma 2-bis, del decreto-legge 22 agosto 2014, n. 119, sul funzionamento del sistema di accoglienza predisposto per fronteggiare l'immigrazione – l'ultima relazione trasmessa alle Camere riguarda l'anno 2021,

impegna il Governo

ferme restando le prerogative parlamentari, anche in termini di funzioni di indirizzo e controllo, ad adottare ogni iniziativa utile, sotto il profilo amministrativo e legislativo, affinché lo straniero trattenuto nei centri di accoglienza e di trattenimento in territorio albanese sia soggetto a costanti screening sulle condizioni fisiche e psicologiche ai fini dell'accertamento dell'idoneità alla sua permanenza nel predetto centro e affinché al riscontro di elementi di fragilità, consegua la predisposizione delle misure per il rientro dello straniero in Italia.
9/2329-A/17. Ascari, Alifano, Auriemma, Alfonso Colucci, Penza.


   La Camera,

   premesso che:

    preme ai firmatari ribadire che, in ordine al provvedimento in titolo:

    esso appare adottato al (solo) fine di rendere utilizzabile, con un escamotage, per circa 40 migranti al momento e circa 140 a regime, almeno uno dei tre centri realizzati in Albania, fino ad ora rivelatisi inutili se pur oltremodo onerosi: in sostanza, il provvedimento in esame, l'ottavo nell'arco del biennio della legislatura in corso che rimaneggia compulsivamente la stessa materia – i flussi migratori – sancisce un fallimento; se sussiste (ancora) un'emergenza, come indicato nel preambolo, è evidente che tutte le iniziative adottate dal Governo in due anni e mezzo, lo scardinamento del sistema pubblico e diffuso di accoglienza e il continuo rimaneggiamento in peius della gestione dei flussi migratori, ai limiti della legittimità e in contrasto con i diritti umani e i principi del nostro ordinamento, non hanno reso i risultati sperati;

    contrasta platealmente con i diritti fondamentali e le tutele garantite dalla nostra Costituzione e desta preoccupazione con riguardo al principio di proporzionalità e per il fatto che essa potrebbe esorbitare, nell'ottica pansecuritaria del Governo in carica, dallo straniero al cittadino, sbilanciandosi nel contemperamento, tipico dello Stato di diritto, dell'esigenza di tutela dell'ordine pubblico e di rispetto dei diritti fondamentali individuali;

    il «modello» propagandato dal Governo utilizza i trasferimenti forzati e la detenzione sistematica come strumenti ordinari di gestione dei flussi migratori, in una visione politica che, ad avviso dei firmatari, forza e piega principi, rischia di creare ampie zone d'ombra e piena discrezionalità fino a sospendere diritti – come di recente messo in luce, ciò fa temere non solo per gli spazi di protezione giuridica e per il rispetto della dignità e dei diritti fondamentali delle persone – oggi ai migranti, domani chissà – ma per la tenuta delle stesse istituzioni democratiche;

    anche in questa occasione, non sono indicate – le norme tacciono completamente su questo punto – le procedure di rimpatrio dei migranti nei Paesi d'origine direttamente dall'Albania; le norme tacciono, altresì, sulle modalità dei trasferimenti dei migranti dai CPR sul territorio nazionale a quello albanese, per i quali non sono previsti criteri di «selezione» né motivazioni né autorizzazioni del giudice competente, in quanto rimessi alla piena discrezionalità dell'autorità amministrativa – che appare alla stregua di un trasferimento obbligato, forzato e casuale di drammatica memoria;

    prevedere l'utilizzo di strutture di accoglienza e detenzione amministrativa al di fuori del territorio europeo è una iniziativa di dubbia legittimità e che non potrà che incrementare i contenziosi, allungare le procedure e le spese a carico dello Stato, acuendo le criticità e i costi, già abnormi, che il nostro Paese ha subìto e sostenuto fin dall'avvio del Protocollo con l'Albania – finora, il Protocollo «cuba» al minimo 800 milioni di euro e impiega centinaia di unità di personale delle forze di polizia ivi allocati, a guardia del vuoto, mentre sul territorio nazionale mancano le risorse per sostenere il crescente numero di famiglie in povertà assoluta e scarseggiano i presìdi di sicurezza a tutela della collettività;

    non è chiaro quale sia il tema vero e di fondo, effetto-annuncio-propaganda a parte, che spinge la maggioranza di Governo ad escogitare sempre nuove forme ed istituti di punizione, ad avviso dei firmatari ai limiti della tortura verso i migranti – e non solo, si aggiungano le ultime, imbarazzanti innovative ipotesi edilizie paventate, i «container», per il contenimento dei detenuti nelle carceri nostrane –;

    grave appare la possibilità che anche i minorenni siano a rischio di permanenza nei CPR nazionali o di trasferimento nelle omologhe strutture su suolo Albanese, a causa della recente introduzione nel nostro ordinamento di una nuova fattispecie di maggiorenni, costituita dai minori stranieri non accompagnati che «appaiano essere» (come si leggeva nella relazione illustrativa del Governo) di «almeno 16 anni» e per i quali è stato disposto un trattamento al pari e insieme ai migranti adulti nei centri governativi e nelle strutture temporanee – gli stessi luoghi la cui capienza può essere raddoppiata e nei quali l'assistenza e i servizi sono ridotti all'osso (combinato disposto dell'art. 7 del decreto-legge n. 133/2023 e norme del decreto c.d. «Cutro»);

    con sgomento e grave preoccupazione, i firmatari assistono al costante e imponente dispiego di energie e tempo per l'amministrazione pubblica, all'enorme dispendio di risorse finanziarie sulle spalle dei cittadini contribuenti per contrastare, senza risultati, gli sbarchi: una rappresentazione plastica e drammatica dello squilibrio nelle priorità del Governo in carica rispetto ai nodi critici del Paese e ai problemi reali dei cittadini e delle imprese;

    si rammenta che, secondo la direttiva europea, i rimpatri cui essa si applica e che si riconoscono giuridicamente come tali, possono avvenire soltanto dal territorio degli Stati membri;

    preme ai firmatari rilevare che l'assenza di trasparenza in ordine all'attività del Governo per la gestione dei flussi migratori e delle frontiere esterne si va via via sempre più estendendo, dalla realizzazione dei CPR sul territorio nazionale, in deroga ad ogni disciplina diversa dalla legge penale, sottratti alla vigilanza ordinaria dell'ANAC, ai centri di detenzione costruiti in Albania, anche secretati per ragioni di sicurezza nazionale ed affidati al genio militare, l'esclusione dall'accesso civico, stabilito con decreto ministeriale del Ministro dell'interno fino alla recente disposizione che secreta in modo assoluto, tramite il cappello della sicurezza nazionale, contratti e appalti concernenti la gestione e il controllo delle frontiere e dei flussi migratori sul territorio nazionale e per le attività di ricerca e soccorso in mare, ed introduce anche una secretazione in deroga, esclusa dalla motivazione rafforzata e dal controllo della Corte dei conti disposte dalla disciplina vigente;

    la trasparenza costituisce uno dei caratteri fondamentali di uno Stato pienamente democratico e che tali dati dovrebbero essere resi noti, anche in ordine alla piena e corretta attuazione del principio di trasparenza, reso livello essenziale delle prestazioni dell'azione amministrativa dalla legge anticorruzione c.d. «Severino»; i dati in parola, di cui al paragrafo precedente nulla hanno a che vedere con la sicurezza nazionale;

    in proposito, i firmatari rammentano, altresì, che ai sensi della disciplina vigente, il Ministro dell'interno è chiamato a rendere alle Camere una relazione annuale, in attuazione dell'articolo 6, comma 2-bis, del decreto-legge 22 agosto 2014, n. 119, sul funzionamento del sistema di accoglienza predisposto per fronteggiare l'immigrazione – l'ultima relazione trasmessa alle Camere riguarda l'anno 2021,

impegna il Governo

ferme restando le prerogative parlamentari, anche in termini di funzioni di indirizzo e controllo, ad adottare ogni iniziativa utile, sotto il profilo amministrativo e legislativo, affinché siano assicurate costanti visite e sopralluoghi del Garante nazionale dei diritti delle persone detenute o private della libertà personale nei centri di accoglienza e trattenimento e nelle relative aree site in territorio albanese, unitamente ad una relazione periodica alle Camere in ordine alle risultanze, prevedendo, altresì, che gli eventuali oneri finanziari siano posti a carico delle risorse per l'attuazione del Protocollo di cui all'articolo 6, della legge 21 febbraio 2024, n. 14.
9/2329-A/18. L'Abbate, Alifano, Auriemma, Alfonso Colucci, Penza.


   La Camera,

   premesso che:

    preme ai firmatari ribadire che, in ordine al provvedimento in titolo:

    esso appare adottato al (solo) fine di rendere utilizzabile, con un escamotage, per circa 40 migranti al momento e circa 140 a regime, almeno uno dei tre centri realizzati in Albania, fino ad ora rivelatisi inutili se pur oltremodo onerosi: in sostanza, il provvedimento in esame, l'ottavo nell'arco del biennio della legislatura in corso che rimaneggia compulsivamente la stessa materia – i flussi migratori – sancisce un fallimento; se sussiste (ancora) un'emergenza, come indicato nel preambolo, è evidente che tutte le iniziative adottate dal Governo in due anni e mezzo, lo scardinamento del sistema pubblico e diffuso di accoglienza e il continuo rimaneggiamento in peius della gestione dei flussi migratori, ai limiti della legittimità e in contrasto con i diritti umani e i principi del nostro ordinamento, non hanno reso i risultati sperati;

    contrasta platealmente con i diritti fondamentali e le tutele garantite dalla nostra Costituzione e desta preoccupazione con riguardo al principio di proporzionalità e per il fatto che essa potrebbe esorbitare, nell'ottica pansecuritaria del Governo in carica, dallo straniero al cittadino, sbilanciandosi nel contemperamento, tipico dello Stato di diritto, dell'esigenza di tutela dell'ordine pubblico e di rispetto dei diritti fondamentali individuali;

    il «modello» propagandato dal Governo utilizza i trasferimenti forzati e la detenzione sistematica come strumenti ordinari di gestione dei flussi migratori, in una visione politica che, ad avviso dei firmatari, forza e piega principi, rischia di creare ampie zone d'ombra e piena discrezionalità fino a sospendere diritti – come di recente messo in luce, ciò fa temere non solo per gli spazi di protezione giuridica e per il rispetto della dignità e dei diritti fondamentali delle persone – oggi ai migranti, domani chissà – ma per la tenuta delle stesse istituzioni democratiche;

    anche in questa occasione, non sono indicate – le norme tacciono completamente su questo punto – le procedure di rimpatrio dei migranti nei Paesi d'origine direttamente dall'Albania; le norme tacciono, altresì, sulle modalità dei trasferimenti dei migranti dai CPR sul territorio nazionale a quello albanese, per i quali non sono previsti criteri di «selezione» né motivazioni né autorizzazioni del giudice competente, in quanto rimessi alla piena discrezionalità dell'autorità amministrativa – che appare alla stregua di un trasferimento obbligato, forzato e casuale di drammatica memoria;

    prevedere l'utilizzo di strutture di accoglienza e detenzione amministrativa al di fuori del territorio europeo è una iniziativa di dubbia legittimità e che non potrà che incrementare i contenziosi, allungare le procedure e le spese a carico dello Stato, acuendo le criticità e i costi, già abnormi, che il nostro Paese ha subìto e sostenuto fin dall'avvio del Protocollo con l'Albania – finora, il Protocollo «cuba» al minimo 800 milioni di euro e impiega centinaia di unità di personale delle forze di polizia ivi allocati, a guardia del vuoto, mentre sul territorio nazionale mancano le risorse per sostenere il crescente numero di famiglie in povertà assoluta e scarseggiano i presìdi di sicurezza a tutela della collettività;

    non è chiaro quale sia il tema vero e di fondo, effetto-annuncio-propaganda a parte, che spinge la maggioranza di Governo ad escogitare sempre nuove forme ed istituti di punizione, ad avviso dei firmatari ai limiti della tortura verso i migranti – e non solo, si aggiungano le ultime, imbarazzanti innovative ipotesi edilizie paventate, i «container», per il contenimento dei detenuti nelle carceri nostrane –;

    grave appare la possibilità che anche i minorenni siano a rischio di permanenza nei CPR nazionali o di trasferimento nelle omologhe strutture su suolo Albanese, a causa della recente introduzione nel nostro ordinamento di una nuova fattispecie di maggiorenni, costituita dai minori stranieri non accompagnati che «appaiano essere» (come si leggeva nella relazione illustrativa del Governo) di «almeno 16 anni» e per i quali è stato disposto un trattamento al pari e insieme ai migranti adulti nei centri governativi e nelle strutture temporanee – gli stessi luoghi la cui capienza può essere raddoppiata e nei quali l'assistenza e i servizi sono ridotti all'osso (combinato disposto dell'art. 7 del decreto-legge n. 133/2023 e norme del decreto c.d. «Cutro»);

    con sgomento e grave preoccupazione, i firmatari assistono al costante e imponente dispiego di energie e tempo per l'amministrazione pubblica, all'enorme dispendio di risorse finanziarie sulle spalle dei cittadini contribuenti per contrastare, senza risultati, gli sbarchi: una rappresentazione plastica e drammatica dello squilibrio nelle priorità del Governo in carica rispetto ai nodi critici del Paese e ai problemi reali dei cittadini e delle imprese;

    si rammenta che, secondo la direttiva europea, i rimpatri cui essa si applica e che si riconoscono giuridicamente come tali, possono avvenire soltanto dal territorio degli Stati membri;

    preme ai firmatari rilevare che l'assenza di trasparenza in ordine all'attività del Governo per la gestione dei flussi migratori e delle frontiere esterne si va via via sempre più estendendo, dalla realizzazione dei CPR sul territorio nazionale, in deroga ad ogni disciplina diversa dalla legge penale, sottratti alla vigilanza ordinaria dell'ANAC, ai centri di detenzione costruiti in Albania, anche secretati per ragioni di sicurezza nazionale ed affidati al genio militare, l'esclusione dall'accesso civico, stabilito con decreto ministeriale del Ministro dell'interno fino alla recente disposizione che secreta in modo assoluto, tramite il cappello della sicurezza nazionale, contratti e appalti concernenti la gestione e il controllo delle frontiere e dei flussi migratori sul territorio nazionale e per le attività di ricerca e soccorso in mare, ed introduce anche una secretazione in deroga, esclusa dalla motivazione rafforzata e dal controllo della Corte dei conti disposte dalla disciplina vigente;

    la trasparenza costituisce uno dei caratteri fondamentali di uno Stato pienamente democratico e che tali dati dovrebbero essere resi noti, anche in ordine alla piena e corretta attuazione del principio di trasparenza, reso livello essenziale delle prestazioni dell'azione amministrativa dalla legge anticorruzione c.d. «Severino»; i dati in parola, di cui al paragrafo precedente nulla hanno a che vedere con la sicurezza nazionale;

    in proposito, i firmatari rammentano, altresì, che ai sensi della disciplina vigente, il Ministro dell'interno è chiamato a rendere alle Camere una relazione annuale, in attuazione dell'articolo 6, comma 2-bis, del decreto-legge 22 agosto 2014, n. 119, sul funzionamento del sistema di accoglienza predisposto per fronteggiare l'immigrazione – l'ultima relazione trasmessa alle Camere riguarda l'anno 2021,

impegna il Governo

ferme restando le prerogative parlamentari, anche in termini di funzioni di indirizzo e controllo, ad informare previamente il COPASIR in ordine ai programmi di interventi straordinari di cooperazione di polizia con l'Albania e con i Paesi terzi d'importanza prioritaria per le rotte migratorie nonché ai contratti o agli accordi, e ad ogni attività, anche propedeutica, concernente i contratti da essi derivati, anche con riguardo alla cessione di mezzi e materiali a qualunque titolo
9/2329-A/19. Pellegrini, Alifano, Auriemma, Alfonso Colucci, Penza.


   La Camera,

   premesso che:

    preme ai firmatari ribadire che, in ordine al provvedimento in titolo:

    esso appare adottato al (solo) fine di rendere utilizzabile, con un escamotage, per circa 40 migranti al momento e circa 140 a regime, almeno uno dei tre centri realizzati in Albania, fino ad ora rivelatisi inutili se pur oltremodo onerosi: in sostanza, il provvedimento in esame, l'ottavo nell'arco del biennio della legislatura in corso che rimaneggia compulsivamente la stessa materia – i flussi migratori – sancisce un fallimento; se sussiste (ancora) un'emergenza, come indicato nel preambolo, è evidente che tutte le iniziative adottate dal Governo in due anni e mezzo, lo scardinamento del sistema pubblico e diffuso di accoglienza e il continuo rimaneggiamento in peius della gestione dei flussi migratori, ai limiti della legittimità e in contrasto con i diritti umani e i principi del nostro ordinamento, non hanno reso i risultati sperati;

    contrasta platealmente con i diritti fondamentali e le tutele garantite dalla nostra Costituzione e desta preoccupazione con riguardo al principio di proporzionalità e per il fatto che essa potrebbe esorbitare, nell'ottica pansecuritaria del Governo in carica, dallo straniero al cittadino, sbilanciandosi nel contemperamento, tipico dello Stato di diritto, dell'esigenza di tutela dell'ordine pubblico e di rispetto dei diritti fondamentali individuali;

    il «modello» propagandato dal Governo utilizza i trasferimenti forzati e la detenzione sistematica come strumenti ordinari di gestione dei flussi migratori, in una visione politica che, ad avviso dei firmatari, forza e piega principi, rischia di creare ampie zone d'ombra e piena discrezionalità fino a sospendere diritti – come di recente messo in luce, ciò fa temere non solo per gli spazi di protezione giuridica e per il rispetto della dignità e dei diritti fondamentali delle persone – oggi ai migranti, domani chissà – ma per la tenuta delle stesse istituzioni democratiche;

    anche in questa occasione, non sono indicate – le norme tacciono completamente su questo punto – le procedure di rimpatrio dei migranti nei Paesi d'origine direttamente dall'Albania; le norme tacciono, altresì, sulle modalità dei trasferimenti dei migranti dai CPR sul territorio nazionale a quello albanese, per i quali non sono previsti criteri di «selezione» né motivazioni né autorizzazioni del giudice competente, in quanto rimessi alla piena discrezionalità dell'autorità amministrativa – che appare alla stregua di un trasferimento obbligato, forzato e casuale di drammatica memoria;

    prevedere l'utilizzo di strutture di accoglienza e detenzione amministrativa al di fuori del territorio europeo è una iniziativa di dubbia legittimità e che non potrà che incrementare i contenziosi, allungare le procedure e le spese a carico dello Stato, acuendo le criticità e i costi, già abnormi, che il nostro Paese ha subìto e sostenuto fin dall'avvio del Protocollo con l'Albania – finora, il Protocollo «cuba» al minimo 800 milioni di euro e impiega centinaia di unità di personale delle forze di polizia ivi allocati, a guardia del vuoto, mentre sul territorio nazionale mancano le risorse per sostenere il crescente numero di famiglie in povertà assoluta e scarseggiano i presìdi di sicurezza a tutela della collettività;

    non è chiaro quale sia il tema vero e di fondo, effetto-annuncio-propaganda a parte, che spinge la maggioranza di Governo ad escogitare sempre nuove forme ed istituti di punizione, ad avviso dei firmatari ai limiti della tortura verso i migranti – e non solo, si aggiungano le ultime, imbarazzanti innovative ipotesi edilizie paventate, i «container», per il contenimento dei detenuti nelle carceri nostrane –;

    grave appare la possibilità che anche i minorenni siano a rischio di permanenza nei CPR nazionali o di trasferimento nelle omologhe strutture su suolo Albanese, a causa della recente introduzione nel nostro ordinamento di una nuova fattispecie di maggiorenni, costituita dai minori stranieri non accompagnati che «appaiano essere» (come si leggeva nella relazione illustrativa del Governo) di «almeno 16 anni» e per i quali è stato disposto un trattamento al pari e insieme ai migranti adulti nei centri governativi e nelle strutture temporanee – gli stessi luoghi la cui capienza può essere raddoppiata e nei quali l'assistenza e i servizi sono ridotti all'osso (combinato disposto dell'art. 7 del decreto-legge n. 133/2023 e norme del decreto c.d. «Cutro»);

    con sgomento e grave preoccupazione, i firmatari assistono al costante e imponente dispiego di energie e tempo per l'amministrazione pubblica, all'enorme dispendio di risorse finanziarie sulle spalle dei cittadini contribuenti per contrastare, senza risultati, gli sbarchi: una rappresentazione plastica e drammatica dello squilibrio nelle priorità del Governo in carica rispetto ai nodi critici del Paese e ai problemi reali dei cittadini e delle imprese;

    si rammenta che, secondo la direttiva europea, i rimpatri cui essa si applica e che si riconoscono giuridicamente come tali, possono avvenire soltanto dal territorio degli Stati membri;

    preme ai firmatari rilevare che l'assenza di trasparenza in ordine all'attività del Governo per la gestione dei flussi migratori e delle frontiere esterne si va via via sempre più estendendo, dalla realizzazione dei CPR sul territorio nazionale, in deroga ad ogni disciplina diversa dalla legge penale, sottratti alla vigilanza ordinaria dell'ANAC, ai centri di detenzione costruiti in Albania, anche secretati per ragioni di sicurezza nazionale ed affidati al genio militare, l'esclusione dall'accesso civico, stabilito con decreto ministeriale del Ministro dell'interno fino alla recente disposizione che secreta in modo assoluto, tramite il cappello della sicurezza nazionale, contratti e appalti concernenti la gestione e il controllo delle frontiere e dei flussi migratori sul territorio nazionale e per le attività di ricerca e soccorso in mare, ed introduce anche una secretazione in deroga, esclusa dalla motivazione rafforzata e dal controllo della Corte dei conti disposte dalla disciplina vigente;

    la trasparenza costituisce uno dei caratteri fondamentali di uno Stato pienamente democratico e che tali dati dovrebbero essere resi noti, anche in ordine alla piena e corretta attuazione del principio di trasparenza, reso livello essenziale delle prestazioni dell'azione amministrativa dalla legge anticorruzione c.d. «Severino»; i dati in parola, di cui al paragrafo precedente nulla hanno a che vedere con la sicurezza nazionale;

    in proposito, i firmatari rammentano, altresì, che ai sensi della disciplina vigente, il Ministro dell'interno è chiamato a rendere alle Camere una relazione annuale, in attuazione dell'articolo 6, comma 2-bis, del decreto-legge 22 agosto 2014, n. 119, sul funzionamento del sistema di accoglienza predisposto per fronteggiare l'immigrazione – l'ultima relazione trasmessa alle Camere riguarda l'anno 2021,

impegna il Governo

ferme restando le prerogative parlamentari, anche in termini di funzioni di indirizzo e controllo, a trasmettere tempestivamente alle Camere, per il tramite di una relazione, le risultanze in ordine ai dati e alle risorse impegnate, anche di assegnazione europea, per la gestione dell'immigrazione e delle frontiere esterne nonché del funzionamento del sistema di accoglienza e delle misure, anche penali, assunte, in particolare, a tal fine riportando i dati relativi all'ubicazione, alla ricezione, alla gestione e alle procedure autorizzative inerenti ai centri di permanenza e rimpatrio di nuova realizzazione o ampliamento o ristrutturazione sul territorio nazionale nonché i dati sull'entità e l'utilizzo delle risorse finanziarie finalizzate alle misure per l'inclusione e l'integrazione degli stranieri.
9/2329-A/20. Torto, Alifano, Auriemma, Alfonso Colucci, Penza.


   La Camera,

   premesso che:

    preme ai firmatari ribadire che, in ordine al provvedimento in titolo:

    esso appare adottato al (solo) fine di rendere utilizzabile, con un escamotage, per circa 40 migranti al momento e circa 140 a regime, almeno uno dei tre centri realizzati in Albania, fino ad ora rivelatisi inutili se pur oltremodo onerosi: in sostanza, il provvedimento in esame, l'ottavo nell'arco del biennio della legislatura in corso che rimaneggia compulsivamente la stessa materia – i flussi migratori – sancisce un fallimento; se sussiste (ancora) un'emergenza, come indicato nel preambolo, è evidente che tutte le iniziative adottate dal Governo in due anni e mezzo, lo scardinamento del sistema pubblico e diffuso di accoglienza e il continuo rimaneggiamento in peius della gestione dei flussi migratori, ai limiti della legittimità e in contrasto con i diritti umani e i principi del nostro ordinamento, non hanno reso i risultati sperati;

    contrasta platealmente con i diritti fondamentali e le tutele garantite dalla nostra Costituzione e desta preoccupazione con riguardo al principio di proporzionalità e per il fatto che essa potrebbe esorbitare, nell'ottica pansecuritaria del Governo in carica, dallo straniero al cittadino, sbilanciandosi nel contemperamento, tipico dello Stato di diritto, dell'esigenza di tutela dell'ordine pubblico e di rispetto dei diritti fondamentali individuali;

    il «modello» propagandato dal Governo utilizza i trasferimenti forzati e la detenzione sistematica come strumenti ordinari di gestione dei flussi migratori, in una visione politica che, ad avviso dei firmatari, forza e piega principi, rischia di creare ampie zone d'ombra e piena discrezionalità fino a sospendere diritti – come di recente messo in luce, ciò fa temere non solo per gli spazi di protezione giuridica e per il rispetto della dignità e dei diritti fondamentali delle persone – oggi ai migranti, domani chissà – ma per la tenuta delle stesse istituzioni democratiche;

    anche in questa occasione, non sono indicate – le norme tacciono completamente su questo punto – le procedure di rimpatrio dei migranti nei Paesi d'origine direttamente dall'Albania; le norme tacciono, altresì, sulle modalità dei trasferimenti dei migranti dai CPR sul territorio nazionale a quello albanese, per i quali non sono previsti criteri di «selezione» né motivazioni né autorizzazioni del giudice competente, in quanto rimessi alla piena discrezionalità dell'autorità amministrativa – che appare alla stregua di un trasferimento obbligato, forzato e casuale di drammatica memoria;

    prevedere l'utilizzo di strutture di accoglienza e detenzione amministrativa al di fuori del territorio europeo è una iniziativa di dubbia legittimità e che non potrà che incrementare i contenziosi, allungare le procedure e le spese a carico dello Stato, acuendo le criticità e i costi, già abnormi, che il nostro Paese ha subìto e sostenuto fin dall'avvio del Protocollo con l'Albania – finora, il Protocollo «cuba» al minimo 800 milioni di euro e impiega centinaia di unità di personale delle forze di polizia ivi allocati, a guardia del vuoto, mentre sul territorio nazionale mancano le risorse per sostenere il crescente numero di famiglie in povertà assoluta e scarseggiano i presìdi di sicurezza a tutela della collettività;

    non è chiaro quale sia il tema vero e di fondo, effetto-annuncio-propaganda a parte, che spinge la maggioranza di Governo ad escogitare sempre nuove forme ed istituti di punizione, ad avviso dei firmatari ai limiti della tortura verso i migranti – e non solo, si aggiungano le ultime, imbarazzanti innovative ipotesi edilizie paventate, i «container», per il contenimento dei detenuti nelle carceri nostrane –;

    si rammenta che, secondo la direttiva europea, i rimpatri cui essa si applica e che si riconoscono giuridicamente come tali, possono avvenire soltanto dal territorio degli Stati membri;

    grave appare la possibilità che anche i minorenni stranieri non accompagnati siano a rischio di permanenza nei CPR nazionali o di trasferimento nelle omologhe strutture su suolo Albanese, a causa della recente introduzione nel nostro ordinamento di una nuova fattispecie di maggiorenni, costituita dai minori stranieri non accompagnati che «appaiano essere» (come si leggeva nella relazione illustrativa del Governo) di «almeno 16 anni» e per i quali è stato disposto un trattamento al pari e insieme ai migranti adulti nei centri governativi e nelle strutture temporanee – gli stessi luoghi la cui capienza può essere raddoppiata e nei quali l'assistenza e i servizi sono ridotti all'osso (combinato disposto dell'art. 7 del decreto-legge n. 133/2023 e norme del decreto c.d. «Cutro»);

    la gestione dell'accoglienza dei minori stranieri non accompagnati risulta, nell'ultimo anno, sempre più improntata su un'emergenzialità ingiustificata con provvedimenti legislativi lesivi dei diritti dei minori e rischiosi per loro anche da un punto psicofisico: tra questi, oltre a quanto già esposto, si consideri la nuova disciplina introdotta ai fini dell'accertamento dell'età dei migranti, attività oggetto di cautele assolute al livello di disciplina internazionale e di presunzione della minore età in caso di dubbio – unitamente ai migranti e ai detenuti, si è prodotta una vera e propria vessazione anche nei confronti dei minori stranieri;

    a conferma di ciò, si ricorda che la Corte europea dei diritti dell'uomo (Cedu) in tre recenti sentenze ha condannato l'Italia in ragione delle modalità inadeguate di accoglienza e per il trattenimento illegittimo di minori non accompagnati in strutture per adulti,

impegna il Governo:

   ferme restando le prerogative parlamentari, anche in termini di funzioni di indirizzo e controllo, ad adottare ogni misura utile, sotto il profilo amministrativo e legislativo, affinché sia garantita l'esclusione degli stranieri minorenni e degli stranieri «ultrasedicenni» dall'ingresso o dal trasferimento verso le strutture di accoglienza o di trattenimento situate in Albania;

   a cogliere l'occasione, anche nel corso del prosieguo dell'esame del provvedimento, per riconsiderare, alla luce di quanto esposto in premessa, la norma concernente l'equiparazione ai maggiorenni dei minori stranieri ultrasedicenni, che consente il loro trasferimento nei centri destinati agli adulti, al fine di espungerla dalla disciplina vigente.
9/2329-A/21. Alifano, Auriemma, Alfonso Colucci, Penza.


   La Camera,

   premesso che:

    preme ai firmatari ribadire che, in ordine al provvedimento in esame:

    esso appare adottato al (solo) fine di rendere utilizzabile, con un escamotage, per circa 40 migranti al momento e circa 140 a regime, almeno uno dei tre centri realizzati in Albania, fino ad ora rivelatisi inutili se pur oltremodo onerosi: in sostanza, il provvedimento in esame, l'ottavo nell'arco del biennio della legislatura in corso che rimaneggia compulsivamente la stessa materia – i flussi migratori – sancisce un fallimento; se sussiste (ancora) un'emergenza, come indicato nel preambolo, è evidente che tutte le iniziative adottate dal Governo in due anni e mezzo, lo scardinamento del sistema pubblico e diffuso di accoglienza e il continuo rimaneggiamento in peius della gestione dei flussi migratori, ai limiti della legittimità e in contrasto con i diritti umani e i principi del nostro ordinamento, non hanno reso i risultati sperati;

    contrasta platealmente con i diritti fondamentali e le tutele garantite dalla nostra Costituzione e desta preoccupazione con riguardo al principio di proporzionalità e per il fatto che essa potrebbe esorbitare, nell'ottica pansecuritaria del Governo in carica, dallo straniero al cittadino, sbilanciandosi nel contemperamento, tipico dello Stato di diritto, dell'esigenza di tutela dell'ordine pubblico e di rispetto dei diritti fondamentali individuali;

    il «modello» propagandato dal Governo utilizza i trasferimenti forzati e la detenzione sistematica come strumenti ordinari di gestione dei flussi migratori, in una visione politica che, ad avviso dei firmatari, forza e piega principi, rischia di creare ampie zone d'ombra e piena discrezionalità fino a sospendere diritti – come di recente messo in luce, ciò fa temere non solo per gli spazi di protezione giuridica e per il rispetto della dignità e dei diritti fondamentali delle persone – oggi ai migranti, domani chissà – ma per la tenuta delle stesse istituzioni democratiche;

    anche in questa occasione, non sono indicate – le norme tacciono completamente su questo punto – le procedure di rimpatrio dei migranti nei Paesi d'origine direttamente dall'Albania; le norme tacciono, altresì, sulle modalità dei trasferimenti dei migranti dai CPR sul territorio nazionale a quello albanese, per i quali non sono previsti criteri di «selezione» né motivazioni né autorizzazioni del giudice competente, in quanto rimessi alla piena discrezionalità dell'autorità amministrativa – che appare alla stregua di un trasferimento obbligato, forzato e casuale di drammatica memoria;

    prevedere l'utilizzo di strutture di accoglienza e detenzione amministrativa al di fuori del territorio europeo è una iniziativa di dubbia legittimità e che non potrà che incrementare i contenziosi, allungare le procedure e le spese a carico dello Stato, acuendo le criticità e i costi, già abnormi, che il nostro Paese ha subìto e sostenuto fin dall'avvio del Protocollo con l'Albania – finora, il Protocollo «cuba» al minimo 800 milioni di euro e impiega centinaia di unità di personale delle forze di polizia ivi allocati, a guardia del vuoto, mentre sul territorio nazionale mancano le risorse per sostenere il crescente numero di famiglie in povertà assoluta e scarseggiano i presìdi di sicurezza a tutela della collettività;

    non è chiaro quale sia il tema vero e di fondo, effetto-annuncio-propaganda a parte, che spinge la maggioranza di Governo ad escogitare sempre nuove forme ed istituti di punizione, ad avviso dei firmatari, ai limiti della tortura verso i migranti – e non solo, si aggiungano le ultime, imbarazzanti innovative ipotesi edilizie paventate, i «container», per il contenimento dei detenuti nelle carceri nostrane –;

    grave appare la possibilità che anche i minorenni siano a rischio di permanenza nei CPR nazionali o di trasferimento nelle omologhe strutture su suolo albanese, a causa della recente introduzione nel nostro ordinamento di una nuova fattispecie di maggiorenni, costituita dai minori stranieri non accompagnati che «appaiano essere» (come si leggeva nella relazione illustrativa del Governo) di «almeno 16 anni» e per i quali è stato disposto un trattamento al pari e insieme ai migranti adulti nei centri governativi e nelle strutture temporanee – gli stessi luoghi la cui capienza può essere raddoppiata e nei quali l'assistenza e i servizi sono ridotti all'osso (combinato disposto dell'art. 7 del decreto-legge n. 133/2023 e norme del decreto c.d. «Cutro»);

    si rammenta che, secondo la direttiva europea, i rimpatri cui essa si applica e che si riconoscono giuridicamente come tali, possono avvenire soltanto dal territorio degli Stati membri,

impegna il Governo

anche in occasione del prosieguo dell'iter di esame del provvedimento in titolo, a riconsiderare le disposizioni concernenti i trasferimenti dei migranti nella struttura di permanenza e rimpatrio situata in Albania, alla luce di quanto rilevato in premessa, e, a tal fine, onde dare effettività alla volontà di estendere ai predetti trasferimenti gli articoli 14, 42 e 42-bis della legge 26 luglio 1975, n. 354 – resa solo in illustrazione del provvedimento in titolo e non trasposta in norma – ad adottare ogni iniziativa utile, sotto il profilo amministrativo e legislativo, affinché sia espressamente garantita la competenza e la tutela giurisdizionale sulle modalità di esecuzione del trasferimento degli stranieri ad altri centri, rispetto a quello di destinazione originaria, di permanenza e rimpatrio, in particolare in ordine alle motivazioni e all'adeguatezza della sua esecuzione, e del successivo trattenimento.
9/2329-A/22. Giuliano, Alifano, Auriemma, Alfonso Colucci, Penza.


   La Camera,

   premesso che:

    preme ai firmatari ribadire che, in ordine al provvedimento in esame:

    esso appare adottato al (solo) fine di rendere utilizzabile, con un escamotage, per circa 40 migranti al momento e circa 140 a regime, almeno uno dei tre centri realizzati in Albania, fino ad ora rivelatisi inutili se pur oltremodo onerosi: in sostanza, il decreto-legge in titolo, l'ottavo nell'arco del biennio della legislatura in corso che rimaneggia compulsivamente la stessa materia – i flussi migratori – sancisce un fallimento; se sussiste (ancora) un'emergenza, come indicato nel preambolo, è evidente che tutte le iniziative adottate dal Governo in due anni e mezzo, lo scardinamento del sistema pubblico e diffuso di accoglienza e il continuo rimaneggiamento in peius della gestione dei flussi migratori, ai limiti della legittimità e in contrasto con i diritti umani e i principi del nostro ordinamento, non hanno reso i risultati sperati;

    contrasta platealmente con le tutele garantite dalla nostra Costituzione e desta preoccupazione con riguardo al principio di proporzionalità e per il fatto che essa potrebbe esorbitare, nell'ottica pansecuritaria del Governo in carica, dallo straniero al cittadino, sbilanciandosi nel contemperamento, tipico dello Stato di diritto, dell'esigenza di tutela dell'ordine pubblico e di rispetto dei diritti fondamentali individuali;

    il «modello» propagandato dal Governo utilizza i trasferimenti forzati e la detenzione sistematica come strumenti ordinari di gestione dei flussi migratori, in una visione politica che, ad avviso dei firmatari, forza e piega principi, rischia di creare ampie zone d'ombra e piena discrezionalità fino a sospendere diritti – come di recente messo in luce, ciò fa temere non solo per gli spazi di protezione giuridica e per il rispetto della dignità e dei diritti fondamentali delle persone – oggi ai migranti, domani chissà – ma per la tenuta delle stesse istituzioni democratiche;

    anche in questa occasione, non sono indicate – le norme tacciono completamente su questo punto – le procedure di rimpatrio dei migranti nei Paesi d'origine direttamente dall'Albania; le norme tacciono, altresì, sulle modalità dei trasferimenti dei migranti dai CPR sul territorio nazionale a quello albanese, per i quali non sono previsti criteri di «selezione» né motivazioni né autorizzazioni del giudice competente, in quanto rimessi alla piena discrezionalità dell'autorità amministrativa – che appare alla stregua di un trasferimento obbligato, forzato e casuale di drammatica memoria;

    prevedere l'utilizzo di strutture di accoglienza e detenzione amministrativa al di fuori del territorio europeo è una iniziativa di dubbia legittimità e che non potrà che incrementare i contenziosi, allungare le procedure e le spese a carico dello Stato, acuendo le criticità e i costi, già abnormi, che il nostro Paese ha subìto e sostenuto fin dall'avvio del Protocollo con l'Albania – finora, il Protocollo «cuba» al minimo 800 milioni di euro e impiega centinaia di unità di personale delle forze di polizia ivi allocati, a guardia del vuoto, mentre sul territorio nazionale mancano le risorse per sostenere il crescente numero di famiglie in povertà assoluta e scarseggiano i presìdi di sicurezza a tutela della collettività;

    non è chiaro quale sia il tema vero e di fondo, effetto-annuncio-propaganda a parte, che spinge la maggioranza di Governo ad escogitare sempre nuove forme ed istituti di punizione, ad avviso dei firmatari, ai limiti della tortura verso i migranti – e non solo, si aggiungano le ultime, imbarazzanti innovative ipotesi edilizie paventate, i «container», per il contenimento dei detenuti nelle carceri nostrane –;

    grave appare la possibilità che anche i minorenni siano a rischio di permanenza nei CPR nazionali o di trasferimento nelle omologhe strutture su suolo Albanese, a causa della recente introduzione nel nostro ordinamento di una nuova fattispecie di maggiorenni, costituita dai minori stranieri non accompagnati che «appaiano essere» (come si leggeva nella relazione illustrativa del Governo) di «almeno 16 anni» e per i quali è stato disposto un trattamento al pari e insieme ai migranti adulti nei centri governativi e nelle strutture temporanee – gli stessi luoghi la cui capienza può essere raddoppiata e nei quali l'assistenza e i servizi sono ridotti all'osso (combinato disposto dell'art. 7 del decreto-legge n. 133/2023 e norme del decreto c.d. «Cutro»);

    si rammenta che, secondo la direttiva europea, i rimpatri cui essa si applica e che si riconoscono giuridicamente come tali, possono avvenire soltanto dal territorio degli Stati membri;

    preme ai firmatari rilevare che l'assenza di trasparenza in ordine all'attività del Governo per la gestione dei flussi migratori e delle frontiere esterne si va via via sempre più estendendo, dalla realizzazione dei CPR sul territorio nazionale, in deroga ad ogni disciplina diversa dalla legge penale, sottratti alla vigilanza ordinaria dell'ANAC, ai centri di detenzione costruiti in Albania, anche secretati per ragioni di sicurezza nazionale ed affidati al genio militare, l'esclusione dall'accesso civico, stabilito con decreto ministeriale del Ministro dell'interno fino alla recente disposizione che secreta in modo assoluto, tramite il cappello della sicurezza nazionale, contratti e appalti concernenti la gestione e il controllo delle frontiere e dei flussi migratori sul territorio nazionale e per le attività di ricerca e soccorso in mare, ed introduce anche una secretazione in deroga, esclusa dalla motivazione rafforzata e dal controllo della Corte dei conti disposte dalla disciplina vigente;

    la trasparenza costituisce uno dei caratteri fondamentali di uno Stato pienamente democratico e tali dati dovrebbero essere resi noti, anche in ordine alla piena e corretta attuazione del principio di trasparenza, reso livello essenziale delle prestazioni dell'azione amministrativa dalla legge anticorruzione c.d. «Severino»; i dati in parola, di cui al paragrafo precedente nulla hanno a che vedere con la sicurezza nazionale;

    in proposito, i firmatari rammentano, altresì, che ai sensi della disciplina vigente, il Ministro dell'interno è chiamato a rendere alle Camere una relazione annuale, in attuazione dell'articolo 6, comma 2-bis, del decreto-legge 22 agosto 2014, n. 119, sul funzionamento del sistema di accoglienza predisposto per fronteggiare l'immigrazione – l'ultima relazione trasmessa alle Camere riguarda l'anno 2021,

impegna il Governo

a riconsiderare le modalità di vigilanza dell'Autorità nazionale anticorruzione sui contratti ed appalti concernenti le opere di realizzazione, ampliamento e ristrutturazione dei centri di permanenza e rimpatrio, alla luce di quanto esposto in premessa, adottando a tal fine ogni misura legislativa utile, anche in occasione del prosieguo dell'iter di esame del provvedimento, affinché la predetta vigilanza sia garantita nel rispetto della disciplina vigente con riferimento alle opere urgenti, ai sensi dell'articolo 222, comma 3, lettera g), del Codice dei contratti pubblici di cui al decreto legislativo 31 marzo 2023, n. 36.
9/2329-A/23. Ilaria Fontana, Alifano, Auriemma, Alfonso Colucci, Penza, L'Abbate, Morfino, Santillo.


   La Camera,

   premesso che:

    preme ai firmatari ribadire che, in ordine al provvedimento in esame:

    esso appare adottato al (solo) fine di rendere utilizzabile, con un escamotage, per circa 40 migranti al momento e circa 140 a regime, almeno uno dei tre centri realizzati in Albania, fino ad ora rivelatisi inutili se pur oltremodo onerosi: in sostanza, il provvedimento in esame, l'ottavo nell'arco del biennio della legislatura in corso che rimaneggia compulsivamente la stessa materia – i flussi migratori – sancisce un fallimento; se sussiste (ancora) un'emergenza, come indicato nel preambolo, è evidente che tutte le iniziative adottate dal Governo in due anni e mezzo, lo scardinamento del sistema pubblico e diffuso di accoglienza e il continuo rimaneggiamento in peius della gestione dei flussi migratori, ai limiti della legittimità e in contrasto con i diritti umani e i principi del nostro ordinamento, non hanno reso i risultati sperati;

    contrasta platealmente con le tutele garantite dalla nostra Costituzione e desta preoccupazione con riguardo al principio di proporzionalità e per il fatto che essa potrebbe esorbitare, nell'ottica pansecuritaria del Governo in carica, dallo straniero al cittadino, sbilanciandosi nel contemperamento, tipico dello Stato di diritto, dell'esigenza di tutela dell'ordine pubblico e di rispetto dei diritti fondamentali individuali;

    il «modello» propagandato dal Governo utilizza i trasferimenti forzati e la detenzione sistematica come strumenti ordinari di gestione dei flussi migratori, in una visione politica che, ad avviso dei firmatari, forza e piega principi, rischia di creare ampie zone d'ombra e piena discrezionalità fino a sospendere diritti – come di recente messo in luce, ciò fa temere non solo per gli spazi di protezione giuridica e per il rispetto della dignità e dei diritti fondamentali delle persone – oggi ai migranti, domani chissà – ma per la tenuta delle stesse istituzioni democratiche;

    anche in questa occasione, non sono indicate – le norme tacciono completamente su questo punto – le procedure di rimpatrio dei migranti nei Paesi d'origine direttamente dall'Albania; le norme tacciono, altresì, sulle modalità dei trasferimenti dei migranti dai CPR sul territorio nazionale a quello albanese, per i quali non sono previsti criteri di «selezione» né motivazioni né autorizzazioni del giudice competente, in quanto rimessi alla piena discrezionalità dell'autorità amministrativa – che appare alla stregua di un trasferimento obbligato, forzato e casuale di drammatica memoria;

    prevedere l'utilizzo di strutture di accoglienza e detenzione amministrativa al di fuori del territorio europeo è una iniziativa di dubbia legittimità e che non potrà che incrementare i contenziosi, allungare le procedure e le spese a carico dello Stato, acuendo le criticità e i costi, già abnormi, che il nostro Paese ha subìto e sostenuto fin dall'avvio del Protocollo con l'Albania – finora, il Protocollo «cuba» al minimo 800 milioni di euro e impiega centinaia di unità di personale delle forze di polizia ivi allocati, a guardia del vuoto, mentre sul territorio nazionale mancano le risorse per sostenere il crescente numero di famiglie in povertà assoluta e scarseggiano i presìdi di sicurezza a tutela della collettività;

    non è chiaro quale sia il tema vero e di fondo, effetto-annuncio-propaganda a parte, che spinge la maggioranza di Governo ad escogitare sempre nuove forme ed istituti di punizione, ad avviso dei firmatari, ai limiti della tortura verso i migranti – e non solo, si aggiungano le ultime, imbarazzanti innovative ipotesi edilizie paventate, i «container», per il contenimento dei detenuti nelle carceri nostrane;

    si rammenta che, secondo la direttiva europea, i rimpatri cui essa si applica e che si riconoscono giuridicamente come tali, possono avvenire soltanto dal territorio degli Stati membri;

    grave appare la possibilità che anche i minorenni siano a rischio di permanenza nei CPR nazionali o di trasferimento nelle omologhe strutture su suolo Albanese, a causa della recente introduzione nel nostro ordinamento di una nuova fattispecie di maggiorenni, costituita dai minori stranieri non accompagnati che «appaiano essere» (come si leggeva nella relazione illustrativa del Governo) di «almeno 16 anni» e per i quali è stato disposto un trattamento al pari e insieme ai migranti adulti nei centri governativi e nelle strutture temporanee – gli stessi luoghi la cui capienza può essere raddoppiata e nei quali l'assistenza e i servizi sono ridotti all'osso (combinato disposto dell'art. 7 del decreto-legge n. 133/2023 e norme del decreto c.d. «Cutro»);

    in proposito, i firmatari rammentano, altresì, che ai sensi della disciplina vigente, il Ministro dell'interno è chiamato a rendere alle Camere una relazione annuale, in attuazione dell'articolo 6, comma 2-bis, del decreto-legge 22 agosto 2014, n. 119, sul funzionamento del sistema di accoglienza predisposto per fronteggiare l'immigrazione – l'ultima relazione trasmessa alle Camere riguarda l'anno 2021,

impegna il Governo

ad adottare ogni iniziativa utile, sotto il profilo amministrativo e legislativo affinché nella struttura adibita a centro di permanenza e rimpatrio situata nelle aree del territorio albanese siano assicurati i servizi di assistenza sanitaria, sociale e psicologica nonché di mediazione linguistico-culturale e i servizi di informazione e orientamento legale ai fini dell'effettività dei diritti esercitabili e, con l'occasione, a ripristinarli in tutti i centri di accoglienza e trattenimento situati sul suolo nazionale.
9/2329-A/24. Caso, Alifano, Amato, Auriemma, Cherchi, Alfonso Colucci, Orrico, Penza.


   La Camera,

   premesso che:

    preme ai firmatari ribadire che, in ordine al provvedimento in esame:

    esso appare adottato al (solo) fine di rendere utilizzabile, con un escamotage, per circa 40 migranti al momento e circa 140 a regime, almeno uno dei tre centri realizzati in Albania, fino ad ora rivelatisi inutili se pur oltremodo onerosi: in sostanza, il decreto-legge in titolo, l'ottavo nell'arco del biennio della legislatura in corso che rimaneggia compulsivamente la stessa materia – i flussi migratori – sancisce un fallimento; se sussiste (ancora) un'emergenza, come indicato nel preambolo, è evidente che tutte le iniziative adottate dal Governo in due anni e mezzo, lo scardinamento del sistema pubblico e diffuso di accoglienza e il continuo rimaneggiamento in peius della gestione dei flussi migratori, ai limiti della legittimità e in contrasto con i diritti umani e i principi del nostro ordinamento, non hanno reso i risultati sperati;

    contrasta platealmente con le tutele garantite dalla nostra Costituzione e desta preoccupazione con riguardo al principio di proporzionalità e per il fatto che essa potrebbe esorbitare, nell'ottica pansecuritaria del Governo in carica, dallo straniero al cittadino, sbilanciandosi nel contemperamento, tipico dello Stato di diritto, dell'esigenza di tutela dell'ordine pubblico e di rispetto dei diritti fondamentali individuali;

    il «modello» propagandato dal Governo utilizza i trasferimenti forzati e la detenzione sistematica come strumenti ordinari di gestione dei flussi migratori, in una visione politica che forza e piega principi, rischia di creare ampie zone d'ombra e piena discrezionalità fino a sospendere diritti – come di recente messo in luce, ciò fa temere non solo per gli spazi di protezione giuridica e per il rispetto della dignità e dei diritti fondamentali delle persone – oggi ai migranti, domani chissà – ma per la tenuta delle stesse istituzioni democratiche;

    anche in questa occasione, non sono indicate – le norme tacciono completamente su questo punto – le procedure di rimpatrio dei migranti nei Paesi d'origine direttamente dall'Albania; le norme tacciono, altresì, sulle modalità dei trasferimenti dei migranti dai CPR sul territorio nazionale a quello albanese, per i quali non sono previsti criteri di «selezione» né motivazioni né autorizzazioni del giudice competente, in quanto rimessi alla piena discrezionalità dell'autorità amministrativa – che appare alla stregua di un trasferimento obbligato, forzato e casuale di drammatica memoria;

    prevedere l'utilizzo di strutture di accoglienza e detenzione amministrativa al di fuori del territorio europeo è una iniziativa di dubbia legittimità e che non potrà che incrementare i contenziosi, allungare le procedure e le spese a carico dello Stato, acuendo le criticità e i costi, già abnormi, che il nostro Paese ha subìto e sostenuto fin dall'avvio del Protocollo con l'Albania – finora, il Protocollo «cuba» al minimo 800 milioni di euro e impiega centinaia di unità di personale delle forze di polizia ivi allocati, a guardia del vuoto, mentre sul territorio nazionale mancano le risorse per sostenere il crescente numero di famiglie in povertà assoluta e scarseggiano i presìdi di sicurezza a tutela della collettività;

    grave appare la possibilità che anche i minorenni siano a rischio di permanenza nei CPR nazionali o di trasferimento nelle omologhe strutture su suolo Albanese, a causa della recente introduzione nel nostro ordinamento di una nuova fattispecie di maggiorenni, costituita dai minori stranieri non accompagnati che «appaiano essere» (come si leggeva nella relazione illustrativa del Governo) di «almeno 16 anni» e per i quali è stato disposto un trattamento al pari e insieme ai migranti adulti nei centri governativi e nelle strutture temporanee – gli stessi luoghi la cui capienza può essere raddoppiata e nei quali l'assistenza e i servizi sono ridotti all'osso (combinato disposto dell'art. 7 del decreto-legge n. 133/2023 e norme del decreto c.d. «Cutro»);

    si rammenta che, secondo la direttiva europea, i rimpatri cui essa si applica e che si riconoscono giuridicamente come tali, possono avvenire soltanto dal territorio degli Stati membri;

    preme ai firmatari rilevare che l'assenza di trasparenza in ordine all'attività del Governo per la gestione dei flussi migratori e delle frontiere esterne si va via via sempre più estendendo, dalla realizzazione dei CPR sul territorio nazionale, in deroga ad ogni disciplina diversa dalla legge penale, sottratti alla vigilanza ordinaria dell'ANAC, ai centri di detenzione costruiti in Albania, anche secretati per ragioni di sicurezza nazionale ed affidati al genio militare, l'esclusione dall'accesso civico, stabilito con decreto ministeriale del Ministro dell'interno fino alla recente disposizione che secreta in modo assoluto, tramite il cappello della sicurezza nazionale, contratti e appalti concernenti la gestione e il controllo delle frontiere e dei flussi migratori sul territorio nazionale e per le attività di ricerca e soccorso in mare, ed introduce anche una secretazione in deroga, esclusa dalla motivazione rafforzata e dal controllo della Corte dei conti disposte dalla disciplina vigente;

    in proposito, i firmatari rammentano, altresì, che ai sensi della disciplina vigente, il Ministro dell'interno è chiamato a rendere alle Camere una relazione annuale, in attuazione dell'articolo 6, comma 2-bis, del decreto-legge 22 agosto 2014, n. 119, sul funzionamento del sistema di accoglienza predisposto per fronteggiare l'immigrazione – l'ultima relazione trasmessa alle Camere riguarda l'anno 2021,

impegna il Governo

ferme restando le prerogative parlamentari, anche in termini di funzioni di indirizzo e controllo, ad adottare ogni misura utile, sotto il profilo amministrativo e legislativo, affinché le amministrazioni competenti per l'attuazione del decreto in titolo vigilino sulla struttura adibita a centro di permanenza e rimpatrio situata in Albania, in particolare in ordine alla gestione e all'erogazione dei servizi, affinché siano assicurate alle persone ivi trattenute le garanzie e le tutele previste e riconosciute dalla direttiva 2008/115/CE (c.d. «rimpatri»), in particolare in ordine al diritto alla difesa, alla tutela legale e alle informazioni sui diritti esercitabili.
9/2329-A/25. Carmina, Alifano, Auriemma, Alfonso Colucci, Penza.


   La Camera,

   premesso che:

    l'articolo 1 del decreto-legge in esame estende la categoria di persone che possono essere condotte nelle strutture in Albania, oggetto del relativo Protocollo del novembre 2023, includendovi coloro i quali sono destinatari di provvedimenti di trattenimento convalidati o prorogati, autorizza la cessione gratuita di due motovedette all'Albania, nell'ambito della procedura di trattenimento, consente il trasferimento dello straniero in altro centro senza necessità di nuova convalida e in caso di mancata convalida iniziale, consente l'adozione di un nuovo provvedimento entro 48 ore, durante le quali il richiedente può rimanere nel centro. Viene infine ampliato l'ambito applicativo della procedura accelerata alla frontiera o in zona di transito;

    nel contesto dell'attuazione di tali misure, rivestono rilievo fondamentale anche le procedure amministrative relative all'ingresso regolare degli stranieri per motivi di lavoro subordinato, in quanto strumenti di prevenzione dell'irregolarità;

    l'articolo 2, comma 1, del decreto-legge 11 ottobre 2024, n. 145, convertito con modificazioni dalla legge 9 dicembre 2024, n. 187, ha previsto che le domande di nulla osta al lavoro subordinato nell'ambito dei flussi annuali siano presentate, oltre che dai datori di lavoro, anche da associazioni datoriali, professionali e di categoria iscritte in appositi elenchi presso il Ministero del lavoro;

    tra i soggetti istituzionalmente deputati all'assistenza dei lavoratori stranieri vi sono altresì gli istituti di patronato e di assistenza sociale, riconosciuti dalla legge 30 marzo 2001, n. 152, che svolgono attività di supporto nella presentazione delle istanze e nell'orientamento giuridico e amministrativo in materia di immigrazione, lavoro e soggiorno;

    l'estensione della legittimazione attiva ai patronati nell'ambito delle procedure di richiesta di nulla osta al lavoro per gli stranieri, in particolare durante le cosiddette procedure a sportello («click day»), potrebbe contribuire a migliorare l'efficienza del sistema, a ridurre il contenzioso e a prevenire fenomeni di irregolarità, favorendo al contempo il canale dell'ingresso regolare,

impegna il Governo

a rivedere le politiche per la gestione dei flussi migratori, accompagnando le misure volte al contrasto dell'immigrazione irregolare e al rafforzamento dell'azione di rimpatrio con interventi volti a favorire il canale dell'ingresso regolare degli stranieri, a tal fine adottando iniziative normative volte ad estendere la possibilità di presentare domande di nulla osta per lavoro subordinato anche agli istituti di patronato e di assistenza sociale di cui alla legge 30 marzo 2001, n. 152, riconoscendone il ruolo di soggetti qualificati a tutela dei lavoratori e come presidio di legalità e regolarità nei flussi migratori di ingresso per motivi di lavoro.
9/2329-A/26. Gadda.


   La Camera,

   premesso che:

    l'articolo 1 del decreto-legge in esame interviene in maniera estensiva sull'apparato normativo in materia di trattenimento amministrativo degli stranieri, introducendo significative deroghe alle garanzie previste dalla normativa vigente, in particolare dal decreto legislativo 25 luglio 1998, n. 286, dal decreto legislativo 18 agosto 2015, n. 142 e dal decreto legislativo 28 gennaio 2008, n. 25;

    le modifiche introdotte, con particolare riferimento alla possibilità di trasferimenti tra centri di trattenimento senza nuova convalida del provvedimento, alla permanenza nei centri in caso di mancata convalida, all'estensione dei casi di applicazione della procedura accelerata alla frontiera e alla cessione di motovedette alla Repubblica di Albania, sollevano profili di criticità sotto il profilo del rispetto dei diritti fondamentali, delle garanzie giurisdizionali e della coerenza costituzionale e sovranazionale della disciplina sull'immigrazione e sull'asilo;

    l'effetto complessivo delle norme rischia di determinare un significativo arretramento delle garanzie giurisdizionali e della tutela dei diritti delle persone migranti, compromettendo i principi di proporzionalità, legalità e controllo giurisdizionale che informano l'intero ordinamento democratico,

impegna il Governo

ad adottare iniziative normative volte a garantire che eventuali modifiche alla disciplina del trattenimento e del rimpatrio degli stranieri siano oggetto di un autonomo e organico intervento normativo, rispettoso delle prerogative parlamentari e dei principi costituzionali e convenzionali in materia di libertà personale, diritto d'asilo e rispetto della dignità umana.
9/2329-A/27. Boschi.


   La Camera,

   premesso che:

    L'articolo 1 del decreto-legge 28 marzo 2025, n. 37, recante disposizioni urgenti per il contrasto dell'immigrazione irregolare, interviene sulla legge n. 14/2024, recante «Ratifica ed esecuzione del Protocollo tra il Governo della Repubblica italiana e il Consiglio dei ministri della Repubblica di Albania per il rafforzamento della collaborazione in materia migratoria, fatto a Roma il 6 novembre 2023, nonché norme di coordinamento con l'ordinamento interno» estendendo, al comma 1, la categoria di persone che possono essere condotte nelle strutture in Albania, includendovi coloro i quali sono destinatari di provvedimenti di trattenimento convalidati o prorogati;

    il comma 2 del medesimo decreto-legge in esame, nell'ambito della procedura del trattenimento dello straniero, fa salva la facoltà di disporre il trasferimento dello stesso in altro centro, senza che venga meno il trattenimento adottato e che sia richiesta una nuova convalida;

    la piena attuazione di tale previsione normativa implica l'attivazione di presidi giuridici e operativi che garantiscano la tutela effettiva dei diritti fondamentali della persona, in coerenza con i principi costituzionali e con gli obblighi internazionali assunti dall'Italia, in particolare quelli derivanti dalla Convenzione europea dei diritti dell'uomo e dalla Carta dei diritti fondamentali dell'Unione europea,

impegna il Governo

ad adottare iniziative normative volte ad assicurare, nell'attuazione del Protocollo Italia-Albania, il pieno accesso alla difesa legale tramite rimborsi adeguati per gli avvocati e gli interpreti che operano nelle aree estere previste dal Protocollo, garantire l'effettivo esercizio delle funzioni di controllo del Garante nazionale mediante l'assegnazione di risorse adeguate, richiamare esplicitamente il rispetto della legalità e dei diritti umani nell'attuazione degli obblighi derivanti dal Protocollo bilaterale e garantire l'applicazione, anche al di fuori del territorio nazionale, delle norme che assicurano il diritto di accesso alle strutture di trattenimento da parte delle autorità preposte alla vigilanza, tra cui parlamentari, magistrati di sorveglianza e garanti dei detenuti.
9/2329-A/28. Bonifazi.


   La Camera,

   premesso che:

    l'articolo 1 del decreto-legge amplia la categoria di persone che possono essere condotte nelle strutture realizzate in Albania in attuazione del Protocollo (Sito portuale di Shengjin – Struttura per l'arrivo dei migranti e Sito di Gjader – Struttura per il trattenimento dei migranti durante lo svolgimento delle procedure di verifica dei requisiti di permanenza in Italia e di procedure per il rimpatrio). In particolare, in virtù della modifica si prevede che possano essere condotte nelle strutture in riferimento anche le persone destinatarie di provvedimenti di trattenimento convalidati o prorogati ai sensi dell'articolo 14 del decreto legislativo n. 286 del 1998 (testo unico sull'immigrazione);

    nell'ambito dell'attuazione del Protocollo, la disciplina vigente prevede all'articolo 3, comma 7, della legge 21 febbraio 2024, n. 14, una deroga generalizzata alla normativa sugli appalti pubblici, con potenziali criticità in termini di trasparenza, concorrenza, legalità e controllo sull'impiego delle risorse pubbliche,

impegna il Governo

ad adottare iniziative normative volte a ripristinare, nel prossimo provvedimento utile, nell'ambito dell'attuazione del Protocollo bilaterale, le ordinarie garanzie giuridiche previste dalla disciplina vigente in materia di contratti pubblici, assicurando la piena trasparenza e la legalità delle procedure amministrative e degli affidamenti connessi all'operatività delle strutture di trattenimento e dei servizi correlati.
9/2329-A/29. Del Barba.


   La Camera,

   premesso che:

    l'articolo 1 del decreto-legge contiene disposizioni volte a rafforzare l'azione di rimpatrio e prevede, in attuazione del Protocollo sottoscritto a Roma il 6 novembre 2023 tra il Governo italiano e il Consiglio dei ministri della Repubblica di Albania, la possibilità di trasferire cittadini stranieri in strutture ubicate nel territorio albanese, per finalità connesse al trattenimento e all'espulsione;

    ad oggi, le strutture costruite in attuazione del Protocollo risultano sostanzialmente inutilizzate, in attesa della pronuncia della Corte di giustizia dell'Unione europea, investita mediante rinvio pregiudiziale da parte del Tribunale di Roma, chiamata a pronunciarsi sul ricorso proposto da alcuni cittadini bengalesi avverso il diniego della protezione internazionale, con particolare riferimento all'interpretazione del concetto di «Paese sicuro» ai sensi della normativa europea vigente;

    tale situazione comporta un dispendio di risorse pubbliche senza efficacia operativa, con la conseguente necessità di individuare una destinazione alternativa, giuridicamente fondata e concretamente realizzabile, che consenta di valorizzare gli investimenti effettuati;

    in questo quadro, si ritiene opportuno destinare le strutture in oggetto all'esecuzione della pena o alla custodia cautelare dei cittadini albanesi, nel rispetto delle convenzioni internazionali vigenti in materia di trasferimento dei detenuti e di cooperazione giudiziaria,

impegna il Governo

ad adottare le misure necessarie volte a destinare le strutture realizzate nel territorio della Repubblica di Albania in attuazione del Protocollo bilaterale del 6 novembre 2023 all'esecuzione della pena e alla custodia cautelare di cittadini di nazionalità albanese, anche al fine di superare l'attuale condizione di inutilizzo e garantire il pieno rispetto dei principi di legalità, efficienza e tutela dei diritti fondamentali.
9/2329-A/30. Giachetti.


   La Camera,

   premesso che:

    è all'esame dell'Assemblea il decreto-legge n. 37 del 2025 recante disposizioni urgenti per il contrasto all'immigrazione irregolare;

    il decreto-legge, in particolare, ha ampliato l'utilizzo del centro di Gjaderb – costruito dopo la firma del Protocollo bilaterale sottoscritto a novembre del 2023 tra il Governo italiano e quello albanese –, trasformandolo in un hub di rimpatrio per migranti la cui richiesta di asilo sia stata respinta e che siano soggetti a ordini di espulsione;

    l'ampliamento dell'utilizzo del centro di Gjaderb è stato deciso quale conseguenza delle numerose polemiche che hanno investito il Governo per gli alti costi sostenuti dall'Italia per aprire e ristrutturare due centri in Albania, poi rimasti vuoti a seguito di numerosi contenziosi giudiziari con le Corti d'appello nazionali e con la Corte di Giustizia europea;

    il centro di Gjader, infatti, non sarà più ora utilizzato principalmente come luogo per la cd. procedura accelerata di frontiera, ed esclusivamente per persone soccorse in acque internazionali, come previsto nel protocollo originariamente firmato, ma verrà utilizzato come un qualsiasi altro Cpr che si trovi sul suolo italiano, potendovisi trasportare persone destinatarie di provvedimenti di trattenimento convalidati o prorogati ai sensi dell'articolo 14 del testo unico immigrazione;

    le modifiche introdotte sollevano gravi dubbi anche rispetto alla violazione dell'articolo 24 della Costituzione che prevede che tutti possano agire in giudizio per la tutela dei propri diritti e interessi legittimi, e che la difesa è diritto inviolabile in ogni stato e grado del procedimento;

    l'effettività del diritto di difesa, infatti, sarà molto problematica per i trattenimenti in Albania, dove è difficile avere contatti con un avvocato, non è possibile effettuare colloqui in presenza con il difensore e le modalità di esercizio di un diritto fondamentale garantito a tutti dalla nostra Costituzione sono affidate al responsabile di un centro di trattenimento amministrativo;

    lo stesso Comitato per i diritti umani delle Nazioni Unite ha ravvisato potenziali conflitti tra il Protocollo Italia-Albania e la Convenzione internazionale sui diritti civili e politici, il Trattato del 1966, emanazione diretta della Dichiarazione Universale dei Diritti dell'Uomo, soprattutto per la parte che riguarda la gestione extraterritoriale delle procedure di migrazione e di asilo, come nel caso della detenzione automatica dei migranti e del rischio di una detenzione prolungata;

    i centri realizzati in Albania, presentati come un modello per la gestione dei flussi migratori, sono rimasti per lo più vuoti e si sono rivelati in questi mesi solo come un'enorme spreco di risorse pubbliche, accompagnato dall'inutile impiego di forze dell'ordine che invece di essere utilmente impiegate per garantire la sicurezza nel nostro paese si sono trovati a scortare i migranti su e giù per il mare che divide l'Italia dall'Albania,

impegna il Governo

a presentare, entro sei mesi dalla conversione in legge del decreto-legge in esame, una relazione dettagliata sulle condizioni di trattenimento dei migranti trattenuti nel centro di Gjader, con particolare riferimento alle condizioni dei migranti provenienti dal Bangladesh.
9/2329-A/31. Berruto.


   La Camera,

   premesso che:

    è all'esame dell'Assemblea il decreto-legge n. 37 del 2025 recante disposizioni urgenti per il contrasto all'immigrazione irregolare;

    il decreto-legge, in particolare, ha ampliato l'utilizzo del centro di Gjaderb – costruito dopo la firma del Protocollo bilaterale sottoscritto a novembre del 2023 tra il Governo italiano e quello albanese –, trasformandolo in un hub di rimpatrio per migranti la cui richiesta di asilo sia stata respinta e che siano soggetti a ordini di espulsione;

    l'ampliamento dell'utilizzo del centro di Gjaderb è stato deciso quale conseguenza delle numerose polemiche che hanno investito il Governo per gli alti costi sostenuti dall'Italia per aprire e ristrutturare due centri in Albania, poi rimasti vuoti a seguito di numerosi contenziosi giudiziari con le corti d'appello nazionali e con la Corte di Giustizia europea;

    le modifiche introdotte sollevano gravi dubbi anche rispetto alla violazione dell'articolo 24 della Costituzione che prevede che tutti possano agire in giudizio per la tutela dei propri diritti e interessi legittimi, e che la difesa è diritto inviolabile in ogni stato e grado del procedimento;

    l'effettività del diritto di difesa, infatti, sarà molto problematica per i trattenimenti in Albania, dove è difficile avere contatti con un avvocato, non è possibile effettuare colloqui in presenza con il difensore, e le modalità di esercizio di un diritto fondamentale garantito a tutti dalla nostra Costituzione sono affidate al responsabile di un centro di trattenimento amministrativo;

    lo stesso Comitato per i diritti umani delle Nazioni Unite ha ravvisato potenziali conflitti tra il Protocollo Italia-Albania e la Convenzione internazionale sui diritti civili e politici, il trattato del 1966, emanazione diretta della Dichiarazione Universale dei Diritti dell'Uomo, soprattutto per la parte che riguarda la gestione extraterritoriale delle procedure di migrazione e di asilo, come nel caso della detenzione automatica dei migranti e del rischio di una detenzione prolungata;

    i centri realizzati in Albania, presentati come un modello per la gestione dei flussi migratori, sono rimasti per lo più vuoti e si sono rivelati in questi mesi solo come un'enorme spreco di risorse pubbliche, accompagnato dall'inutile impiego di forze dell'ordine che invece di essere utilmente impiegate per garantire la sicurezza nel nostro paese si sono trovati a scortare i migranti su e giù per il mare che divide l'Italia dall'Albania,

impegna il Governo

a presentare, entro sei mesi dalla conversione in legge del decreto-legge in esame, una relazione dettagliata sulle condizioni di trattenimento dei migranti trattenuti nel centro di Gjader, con particolare riferimento alle condizioni dei migranti provenienti dall'Algeria.
9/2329-A/32. De Luca.


   La Camera,

   premesso che:

    è all'esame dell'Assemblea il decreto-legge n. 37 del 2025 recante disposizioni urgenti per il contrasto all'immigrazione irregolare;

    il decreto-legge, in particolare, ha ampliato l'utilizzo del centro di Gjaderb – costruito dopo la firma del Protocollo bilaterale sottoscritto a novembre del 2023 tra il Governo italiano e quello albanese –, trasformandolo in un hub di rimpatrio per migranti la cui richiesta di asilo sia stata respinta e che siano soggetti a ordini di espulsione;

    l'ampliamento dell'utilizzo del centro di Gjaderb è stato deciso quale conseguenza delle numerose polemiche che hanno investito il Governo per gli alti costi sostenuti dall'Italia per aprire e ristrutturare due centri in Albania, poi rimasti vuoti a seguito di numerosi contenziosi giudiziari con le corti d'appello nazionali e con la Corte di Giustizia europea;

    le modifiche introdotte sollevano gravi dubbi anche rispetto alla violazione dell'articolo 24 della Costituzione che prevede che tutti possano agire in giudizio per la tutela dei propri diritti e interessi legittimi, e che la difesa è diritto inviolabile in ogni stato e grado del procedimento;

    l'effettività del diritto di difesa, infatti, sarà molto problematica per i trattenimenti in Albania, dove è difficile avere contatti con un avvocato, non è possibile effettuare colloqui in presenza con il difensore, e le modalità di esercizio di un diritto fondamentale garantito a tutti dalla nostra Costituzione sono affidate al responsabile di un centro di trattenimento amministrativo;

    lo stesso Comitato per i diritti umani delle Nazioni Unite ha ravvisato potenziali conflitti tra il Protocollo Italia-Albania e la Convenzione internazionale sui diritti civili e politici, il trattato del 1966, emanazione diretta della Dichiarazione Universale dei Diritti dell'Uomo, soprattutto per la parte che riguarda la gestione extraterritoriale delle procedure di migrazione e di asilo, come nel caso della detenzione automatica dei migranti e del rischio di una detenzione prolungata;

    i centri realizzati in Albania, presentati come un modello per la gestione dei flussi migratori, sono rimasti per lo più vuoti e si sono rivelati in questi mesi solo come un'enorme spreco di risorse pubbliche, accompagnato dall'inutile impiego di forze dell'ordine che invece di essere utilmente impiegate per garantire la sicurezza nel nostro paese si sono trovati a scortare i migranti su e giù per il mare che divide l'Italia dall'Albania,

impegna il Governo

a presentare, entro sei mesi dalla conversione in legge del decreto-legge in esame, una relazione dettagliata sulle condizioni di trattenimento dei migranti trattenuti nel centro di Gjader, con particolare riferimento alle condizioni dei migranti provenienti dal Nord Africa.
9/2329-A/33. Fornaro.


   La Camera,

   premesso che:

    è all'esame dell'Assemblea il decreto-legge n. 37 del 2025 recante disposizioni urgenti per il contrasto all'immigrazione irregolare;

    il decreto-legge, in particolare, ha ampliato l'utilizzo del centro di Gjaderb – costruito dopo la firma del Protocollo bilaterale sottoscritto a novembre del 2023 tra il Governo italiano e quello albanese –, trasformandolo in un hub di rimpatrio per migranti la cui richiesta di asilo sia stata respinta e che siano soggetti a ordini di espulsione;

    l'ampliamento dell'utilizzo del centro di Gjaderb è stato deciso quale conseguenza delle numerose polemiche che hanno investito il Governo per gli alti costi sostenuti dall'Italia per aprire e ristrutturare due centri in Albania, poi rimasti vuoti a seguito di numerosi contenziosi giudiziari con le corti d'appello nazionali e con la Corte di Giustizia europea;

    le modifiche introdotte sollevano gravi dubbi anche rispetto alla violazione dell'articolo 24 della Costituzione che prevede che tutti possano agire in giudizio per la tutela dei propri diritti e interessi legittimi, e che la difesa è diritto inviolabile in ogni stato e grado del procedimento;

    l'effettività del diritto di difesa, infatti, sarà molto problematica per i trattenimenti in Albania, dove è difficile avere contatti con un avvocato, non è possibile effettuare colloqui in presenza con il difensore, e le modalità di esercizio di un diritto fondamentale garantito a tutti dalla nostra Costituzione sono affidate al responsabile di un centro di trattenimento amministrativo;

    lo stesso Comitato per i diritti umani delle Nazioni Unite ha ravvisato potenziali conflitti tra il Protocollo Italia-Albania e la Convenzione internazionale sui diritti civili e politici, il trattato del 1966, emanazione diretta della Dichiarazione Universale dei Diritti dell'Uomo, soprattutto per la parte che riguarda la gestione extraterritoriale delle procedure di migrazione e di asilo, come nel caso della detenzione automatica dei migranti e del rischio di una detenzione prolungata;

    i centri realizzati in Albania, presentati come un modello per la gestione dei flussi migratori, sono rimasti per lo più vuoti e si sono rivelati in questi mesi solo come un'enorme spreco di risorse pubbliche, accompagnato dall'inutile impiego di forze dell'ordine che invece di essere utilmente impiegate per garantire la sicurezza nel nostro paese si sono trovati a scortare i migranti su e giù per il mare che divide l'Italia dall'Albania,

impegna il Governo

a presentare, entro sei mesi dalla conversione in legge del decreto-legge in esame, una relazione dettagliata sulle condizioni di trattenimento dei migranti trattenuti nel centro di Gjader, con particolare riferimento alle condizioni dei migranti provenienti dalla Libia.
9/2329-A/34. Sarracino.


   La Camera,

   premesso che:

    è all'esame dell'Assemblea il decreto-legge n. 37 del 2025 recante disposizioni urgenti per il contrasto all'immigrazione irregolare;

    il decreto-legge, in particolare, ha ampliato l'utilizzo del centro di Gjaderb – costruito dopo la firma del Protocollo bilaterale sottoscritto a novembre del 2023 tra il Governo italiano e quello albanese –, trasformandolo in un hub di rimpatrio per migranti la cui richiesta di asilo sia stata respinta e che siano soggetti a ordini di espulsione;

    l'ampliamento dell'utilizzo del centro di Gjaderb è stato deciso quale conseguenza delle numerose polemiche che hanno investito il Governo per gli alti costi sostenuti dall'Italia per aprire e ristrutturare due centri in Albania, poi rimasti vuoti a seguito di numerosi contenziosi giudiziari con le corti d'appello nazionali e con la Corte di Giustizia europea;

    le modifiche introdotte sollevano gravi dubbi anche rispetto alla violazione dell'articolo 24 della Costituzione che prevede che tutti possano agire in giudizio per la tutela dei propri diritti e interessi legittimi, e che la difesa è diritto inviolabile in ogni stato e grado del procedimento;

    l'effettività del diritto di difesa, infatti, sarà molto problematica per i trattenimenti in Albania, dove è difficile avere contatti con un avvocato, non è possibile effettuare colloqui in presenza con il difensore, e le modalità di esercizio di un diritto fondamentale garantito a tutti dalla nostra Costituzione sono affidate al responsabile di un centro di trattenimento amministrativo;

    lo stesso Comitato per i diritti umani delle Nazioni Unite ha ravvisato potenziali conflitti tra il Protocollo Italia-Albania e la Convenzione internazionale sui diritti civili e politici, il trattato del 1966, emanazione diretta della Dichiarazione Universale dei Diritti dell'Uomo, soprattutto per la parte che riguarda la gestione extraterritoriale delle procedure di migrazione e di asilo, come nel caso della detenzione automatica dei migranti e del rischio di una detenzione prolungata;

    i centri realizzati in Albania, presentati come un modello per la gestione dei flussi migratori, sono rimasti per lo più vuoti e si sono rivelati in questi mesi solo come un'enorme spreco di risorse pubbliche, accompagnato dall'inutile impiego di forze dell'ordine che invece di essere utilmente impiegate per garantire la sicurezza nel nostro paese si sono trovati a scortare i migranti su e giù per il mare che divide l'Italia dall'Albania,

impegna il Governo

a presentare, entro sei mesi dalla conversione in legge del decreto-legge in esame, una relazione dettagliata sulle condizioni di trattenimento dei migranti trattenuti nel centro di Gjader, con particolare riferimento alle condizioni dei migranti provenienti dalla Tunisia.
9/2329-A/35. Scotto.


   La Camera,

   premesso che:

    è all'esame dell'Assemblea il decreto-legge n. 37 del 2025 recante disposizioni urgenti per il contrasto all'immigrazione irregolare;

    il decreto-legge, in particolare, ha ampliato l'utilizzo del centro di Gjaderb – costruito dopo la firma del Protocollo bilaterale sottoscritto a novembre del 2023 tra il Governo italiano e quello albanese –, trasformandolo in un hub di rimpatrio per migranti la cui richiesta di asilo sia stata respinta e che siano soggetti a ordini di espulsione;

    l'ampliamento dell'utilizzo del centro di Gjaderb è stato deciso quale conseguenza delle numerose polemiche che hanno investito il Governo per gli alti costi sostenuti dall'Italia per aprire e ristrutturare due centri in Albania, poi rimasti vuoti a seguito di numerosi contenziosi giudiziari con le corti d'appello nazionali e con la Corte di Giustizia europea;

    le modifiche introdotte sollevano gravi dubbi anche rispetto alla violazione dell'articolo 24 della Costituzione che prevede che tutti possano agire in giudizio per la tutela dei propri diritti e interessi legittimi, e che la difesa è diritto inviolabile in ogni stato e grado del procedimento;

    l'effettività del diritto di difesa, infatti, sarà molto problematica per i trattenimenti in Albania, dove è difficile avere contatti con un avvocato, non è possibile effettuare colloqui in presenza con il difensore, e le modalità di esercizio di un diritto fondamentale garantito a tutti dalla nostra Costituzione sono affidate al responsabile di un centro di trattenimento amministrativo;

    lo stesso Comitato per i diritti umani delle Nazioni Unite ha ravvisato potenziali conflitti tra il Protocollo Italia-Albania e la Convenzione internazionale sui diritti civili e politici, il trattato del 1966, emanazione diretta della Dichiarazione Universale dei Diritti dell'Uomo, soprattutto per la parte che riguarda la gestione extraterritoriale delle procedure di migrazione e di asilo, come nel caso della detenzione automatica dei migranti e del rischio di una detenzione prolungata;

    i centri realizzati in Albania, presentati come un modello per la gestione dei flussi migratori, sono rimasti per lo più vuoti e si sono rivelati in questi mesi solo come un'enorme spreco di risorse pubbliche, accompagnato dall'inutile impiego di forze dell'ordine che invece di essere utilmente impiegate per garantire la sicurezza nel nostro paese si sono trovati a scortare i migranti su e giù per il mare che divide l'Italia dall'Albania,

impegna il Governo

a presentare, entro sei mesi dalla conversione in legge del decreto-legge in esame, una relazione dettagliata sulle condizioni di trattenimento dei migranti trattenuti nel centro di Gjader, con particolare riferimento alle condizioni dei migranti provenienti dall'Egitto.
9/2329-A/36. Boldrini.


   La Camera,

   premesso che:

    è all'esame dell'Assemblea il decreto-legge n. 37 del 2025 recante disposizioni urgenti per il contrasto all'immigrazione irregolare;

    il decreto-legge, in particolare, ha ampliato l'utilizzo del centro di Gjaderb – costruito dopo la firma del Protocollo bilaterale sottoscritto a novembre del 2023 tra il Governo italiano e quello albanese –, trasformandolo in un hub di rimpatrio per migranti la cui richiesta di asilo sia stata respinta e che siano soggetti a ordini di espulsione;

    l'ampliamento dell'utilizzo del centro di Gjaderb è stato deciso quale conseguenza delle numerose polemiche che hanno investito il Governo per gli alti costi sostenuti dall'Italia per aprire e ristrutturare due centri in Albania, poi rimasti vuoti a seguito di numerosi contenziosi giudiziari con le corti d'appello nazionali e con la Corte di Giustizia europea;

    le modifiche introdotte sollevano gravi dubbi anche rispetto alla violazione dell'articolo 24 della Costituzione che prevede che tutti possano agire in giudizio per la tutela dei propri diritti e interessi legittimi, e che la difesa è diritto inviolabile in ogni stato e grado del procedimento;

    l'effettività del diritto di difesa, infatti, sarà molto problematica per i trattenimenti in Albania, dove è difficile avere contatti con un avvocato, non è possibile effettuare colloqui in presenza con il difensore, e le modalità di esercizio di un diritto fondamentale garantito a tutti dalla nostra Costituzione sono affidate al responsabile di un centro di trattenimento amministrativo;

    lo stesso Comitato per i diritti umani delle Nazioni Unite ha ravvisato potenziali conflitti tra il Protocollo Italia-Albania e la Convenzione internazionale sui diritti civili e politici, il trattato del 1966, emanazione diretta della Dichiarazione Universale dei Diritti dell'Uomo, soprattutto per la parte che riguarda la gestione extraterritoriale delle procedure di migrazione e di asilo, come nel caso della detenzione automatica dei migranti e del rischio di una detenzione prolungata;

    i centri realizzati in Albania, presentati come un modello per la gestione dei flussi migratori, sono rimasti per lo più vuoti e si sono rivelati in questi mesi solo come un'enorme spreco di risorse pubbliche, accompagnato dall'inutile impiego di forze dell'ordine che invece di essere utilmente impiegate per garantire la sicurezza nel nostro paese si sono trovati a scortare i migranti su e giù per il mare che divide l'Italia dall'Albania,

impegna il Governo

a presentare, entro sei mesi dalla conversione in legge del decreto-legge in esame, una relazione dettagliata sulle condizioni di trattenimento dei migranti trattenuti nel centro di Gjader, con particolare riferimento alle condizioni dei migranti provenienti dal Marocco.
9/2329-A/37. Bakkali.


   La Camera,

   premesso che:

    è all'esame dell'Assemblea il decreto-legge n. 37 del 2025 recante disposizioni urgenti per il contrasto all'immigrazione irregolare;

    il decreto-legge, in particolare, ha ampliato l'utilizzo del centro di Gjaderb – costruito dopo la firma del Protocollo bilaterale sottoscritto a novembre del 2023 tra il Governo italiano e quello albanese –, trasformandolo in un hub di rimpatrio per migranti la cui richiesta di asilo sia stata respinta e che siano soggetti a ordini di espulsione;

    l'ampliamento dell'utilizzo del centro di Gjaderb è stato deciso quale conseguenza delle numerose polemiche che hanno investito il Governo per gli alti costi sostenuti dall'Italia per aprire e ristrutturare due centri in Albania, poi rimasti vuoti a seguito di numerosi contenziosi giudiziari con le corti d'appello nazionali e con la Corte di Giustizia europea;

    le modifiche introdotte sollevano gravi dubbi anche rispetto alla violazione dell'articolo 24 della Costituzione che prevede che tutti possano agire in giudizio per la tutela dei propri diritti e interessi legittimi, e che la difesa è diritto inviolabile in ogni stato e grado del procedimento;

    l'effettività del diritto di difesa, infatti, sarà molto problematica per i trattenimenti in Albania, dove è difficile avere contatti con un avvocato, non è possibile effettuare colloqui in presenza con il difensore, e le modalità di esercizio di un diritto fondamentale garantito a tutti dalla nostra Costituzione sono affidate al responsabile di un centro di trattenimento amministrativo;

    lo stesso Comitato per i diritti umani delle Nazioni Unite ha ravvisato potenziali conflitti tra il Protocollo Italia-Albania e la Convenzione internazionale sui diritti civili e politici, il trattato del 1966, emanazione diretta della Dichiarazione Universale dei Diritti dell'Uomo, soprattutto per la parte che riguarda la gestione extraterritoriale delle procedure di migrazione e di asilo, come nel caso della detenzione automatica dei migranti e del rischio di una detenzione prolungata;

    i centri realizzati in Albania, presentati come un modello per la gestione dei flussi migratori, sono rimasti per lo più vuoti e si sono rivelati in questi mesi solo come un'enorme spreco di risorse pubbliche, accompagnato dall'inutile impiego di forze dell'ordine che invece di essere utilmente impiegate per garantire la sicurezza nel nostro paese si sono trovati a scortare i migranti su e giù per il mare che divide l'Italia dall'Albania,

impegna il Governo

a presentare, entro sei mesi dalla conversione in legge del decreto-legge in esame, una relazione dettagliata su quante sono state e sul modo in cui sono state utilizzate le risorse sin qui impiegate.
9/2329-A/38. Bonafè.


   La Camera,

   premesso che:

    è all'esame dell'Assemblea il decreto-legge n. 37 del 2025 recante disposizioni urgenti per il contrasto all'immigrazione irregolare;

    il decreto-legge, in particolare, ha ampliato l'utilizzo del centro di Gjaderb – costruito dopo la firma del Protocollo bilaterale sottoscritto a novembre del 2023 tra il Governo italiano e quello albanese –, trasformandolo in un hub di rimpatrio per migranti la cui richiesta di asilo sia stata respinta e che siano soggetti a ordini di espulsione;

    l'ampliamento dell'utilizzo del centro di Gjaderb è stato deciso quale conseguenza delle numerose polemiche che hanno investito il Governo per gli alti costi sostenuti dall'Italia per aprire e ristrutturare due centri in Albania, poi rimasti vuoti a seguito di numerosi contenziosi giudiziari con le corti d'appello nazionali e con la Corte di Giustizia europea;

    le modifiche introdotte sollevano gravi dubbi anche rispetto alla violazione dell'articolo 24 della Costituzione che prevede che tutti possano agire in giudizio per la tutela dei propri diritti e interessi legittimi, e che la difesa è diritto inviolabile in ogni stato e grado del procedimento;

    l'effettività del diritto di difesa, infatti, sarà molto problematica per i trattenimenti in Albania, dove è difficile avere contatti con un avvocato, non è possibile effettuare colloqui in presenza con il difensore, e le modalità di esercizio di un diritto fondamentale garantito a tutti dalla nostra Costituzione sono affidate al responsabile di un centro di trattenimento amministrativo;

    lo stesso Comitato per i diritti umani delle Nazioni Unite ha ravvisato potenziali conflitti tra il Protocollo Italia-Albania e la Convenzione internazionale sui diritti civili e politici, il trattato del 1966, emanazione diretta della Dichiarazione Universale dei Diritti dell'Uomo, soprattutto per la parte che riguarda la gestione extraterritoriale delle procedure di migrazione e di asilo, come nel caso della detenzione automatica dei migranti e del rischio di una detenzione prolungata;

    i centri realizzati in Albania, presentati come un modello per la gestione dei flussi migratori, sono rimasti per lo più vuoti e si sono rivelati in questi mesi solo come un'enorme spreco di risorse pubbliche, accompagnato dall'inutile impiego di forze dell'ordine che invece di essere utilmente impiegate per garantire la sicurezza nel nostro paese si sono trovati a scortare i migranti su e giù per il mare che divide l'Italia dall'Albania,

impegna il Governo

a presentare, entro sei mesi dalla conversione in legge del decreto-legge in esame, una relazione dettagliata su quanti migranti, e di quale provenienza geografica, sono stati sin qui trattenuti nel centro di Gjader.
9/2329-A/39. Orfini.


   La Camera,

   premesso che:

    è all'esame dell'Assemblea il decreto-legge n. 37 del 2025 recante disposizioni urgenti per il contrasto all'immigrazione irregolare;

    il decreto-legge, in particolare, ha ampliato l'utilizzo del centro di Gjaderb – costruito dopo la firma del Protocollo bilaterale sottoscritto a novembre del 2023 tra il Governo italiano e quello albanese –, trasformandolo in un hub di rimpatrio per migranti la cui richiesta di asilo sia stata respinta e che siano soggetti a ordini di espulsione;

    l'ampliamento dell'utilizzo del centro di Gjaderb è stato deciso quale conseguenza delle numerose polemiche che hanno investito il Governo per gli alti costi sostenuti dall'Italia per aprire e ristrutturare due centri in Albania, poi rimasti vuoti a seguito di numerosi contenziosi giudiziari con le corti d'appello nazionali e con la Corte di Giustizia europea;

    le modifiche introdotte sollevano gravi dubbi anche rispetto alla violazione dell'articolo 24 della Costituzione che prevede che tutti possano agire in giudizio per la tutela dei propri diritti e interessi legittimi, e che la difesa è diritto inviolabile in ogni stato e grado del procedimento;

    l'effettività del diritto di difesa, infatti, sarà molto problematica per i trattenimenti in Albania, dove è difficile avere contatti con un avvocato, non è possibile effettuare colloqui in presenza con il difensore, e le modalità di esercizio di un diritto fondamentale garantito a tutti dalla nostra Costituzione sono affidate al responsabile di un centro di trattenimento amministrativo;

    lo stesso Comitato per i diritti umani delle Nazioni Unite ha ravvisato potenziali conflitti tra il Protocollo Italia-Albania e la Convenzione internazionale sui diritti civili e politici, il trattato del 1966, emanazione diretta della Dichiarazione Universale dei Diritti dell'Uomo, soprattutto per la parte che riguarda la gestione extraterritoriale delle procedure di migrazione e di asilo, come nel caso della detenzione automatica dei migranti e del rischio di una detenzione prolungata;

    i centri realizzati in Albania, presentati come un modello per la gestione dei flussi migratori, sono rimasti per lo più vuoti e si sono rivelati in questi mesi solo come un'enorme spreco di risorse pubbliche, accompagnato dall'inutile impiego di forze dell'ordine che invece di essere utilmente impiegate per garantire la sicurezza nel nostro paese si sono trovati a scortare i migranti su e giù per il mare che divide l'Italia dall'Albania,

impegna il Governo

a presentare, entro sei mesi dalla conversione in legge del decreto-legge in esame, una relazione dettagliata sulle condizioni di trattenimento dei migranti presso il centro di Gjader, e in particolare sul rispetto del diritto di difesa così come garantito dall'articolo 24 della Costituzione.
9/2329-A/40. Scarpa.


   La Camera,

   premesso che:

    è all'esame dell'Assemblea il decreto-legge n. 37 del 2025 recante disposizioni urgenti per il contrasto all'immigrazione irregolare;

    il decreto-legge, in particolare, ha ampliato l'utilizzo del centro di Gjaderb – costruito dopo la firma del Protocollo bilaterale sottoscritto a novembre del 2023 tra il Governo italiano e quello albanese –, trasformandolo in un hub di rimpatrio per migranti la cui richiesta di asilo sia stata respinta e che siano soggetti a ordini di espulsione;

    l'ampliamento dell'utilizzo del centro di Gjaderb è stato deciso quale conseguenza delle numerose polemiche che hanno investito il Governo per gli alti costi sostenuti dall'Italia per aprire e ristrutturare due centri in Albania, poi rimasti vuoti a seguito di numerosi contenziosi giudiziari con le corti d'appello nazionali e con la Corte di Giustizia europea;

    le modifiche introdotte sollevano gravi dubbi anche rispetto alla violazione dell'articolo 24 della Costituzione che prevede che tutti possano agire in giudizio per la tutela dei propri diritti e interessi legittimi, e che la difesa è diritto inviolabile in ogni stato e grado del procedimento;

    l'effettività del diritto di difesa, infatti, sarà molto problematica per i trattenimenti in Albania, dove è difficile avere contatti con un avvocato, non è possibile effettuare colloqui in presenza con il difensore, e le modalità di esercizio di un diritto fondamentale garantito a tutti dalla nostra Costituzione sono affidate al responsabile di un centro di trattenimento amministrativo;

    lo stesso Comitato per i diritti umani delle Nazioni Unite ha ravvisato potenziali conflitti tra il Protocollo Italia-Albania e la Convenzione internazionale sui diritti civili e politici, il trattato del 1966, emanazione diretta della Dichiarazione Universale dei Diritti dell'Uomo, soprattutto per la parte che riguarda la gestione extraterritoriale delle procedure di migrazione e di asilo, come nel caso della detenzione automatica dei migranti e del rischio di una detenzione prolungata;

    i centri realizzati in Albania, presentati come un modello per la gestione dei flussi migratori, sono rimasti per lo più vuoti e si sono rivelati in questi mesi solo come un'enorme spreco di risorse pubbliche, accompagnato dall'inutile impiego di forze dell'ordine che invece di essere utilmente impiegate per garantire la sicurezza nel nostro paese si sono trovati a scortare i migranti su e giù per il mare che divide l'Italia dall'Albania,

impegna il Governo

a presentare, entro sei mesi dalla conversione in legge del decreto-legge in esame, una relazione dettagliata sulle condizioni di trattenimento dei migranti presso il centro di Gjader, con particolare riferimento al rispetto dei diritti umani fondamentali così come tutelati dalle norme internazionali generali.
9/2329-A/41. Cuperlo.


   La Camera,

   premesso che:

    è all'esame dell'Assemblea il decreto-legge n. 37 del 2025 recante disposizioni urgenti per il contrasto all'immigrazione irregolare;

    il decreto-legge, in particolare, ha ampliato l'utilizzo del centro di Gjaderb – costruito dopo la firma del Protocollo bilaterale sottoscritto a novembre del 2023 tra il Governo italiano e quello albanese –, trasformandolo in un hub di rimpatrio per migranti la cui richiesta di asilo sia stata respinta e che siano soggetti a ordini di espulsione;

    l'ampliamento dell'utilizzo del centro di Gjaderb è stato deciso quale conseguenza delle numerose polemiche che hanno investito il Governo per gli alti costi sostenuti dall'Italia per aprire e ristrutturare due centri in Albania, poi rimasti vuoti a seguito di numerosi contenziosi giudiziari con le corti d'appello nazionali e con la Corte di Giustizia europea;

    le modifiche introdotte sollevano gravi dubbi anche rispetto alla violazione dell'articolo 24 della Costituzione che prevede che tutti possano agire in giudizio per la tutela dei propri diritti e interessi legittimi, e che la difesa è diritto inviolabile in ogni stato e grado del procedimento;

    l'effettività del diritto di difesa, infatti, sarà molto problematica per i trattenimenti in Albania, dove è difficile avere contatti con un avvocato, non è possibile effettuare colloqui in presenza con il difensore, e le modalità di esercizio di un diritto fondamentale garantito a tutti dalla nostra Costituzione sono affidate al responsabile di un centro di trattenimento amministrativo;

    lo stesso Comitato per i diritti umani delle Nazioni Unite ha ravvisato potenziali conflitti tra il Protocollo Italia-Albania e la Convenzione internazionale sui diritti civili e politici, il trattato del 1966, emanazione diretta della Dichiarazione Universale dei Diritti dell'Uomo, soprattutto per la parte che riguarda la gestione extraterritoriale delle procedure di migrazione e di asilo, come nel caso della detenzione automatica dei migranti e del rischio di una detenzione prolungata;

    i centri realizzati in Albania, presentati come un modello per la gestione dei flussi migratori, sono rimasti per lo più vuoti e si sono rivelati in questi mesi solo come un'enorme spreco di risorse pubbliche, accompagnato dall'inutile impiego di forze dell'ordine che invece di essere utilmente impiegate per garantire la sicurezza nel nostro paese si sono trovati a scortare i migranti su e giù per il mare che divide l'Italia dall'Albania,

impegna il Governo

a presentare, entro sei mesi dalla conversione in legge del decreto-legge in esame, una relazione dettagliata sulle condizioni di trattenimento dei migranti presso il centro di Gjader, con particolare riferimento al rispetto dei diritti umani fondamentali così come tutelati dalle convenzioni internazionali ratificate dall'Italia.
9/2329-A/42. Toni Ricciardi.


   La Camera,

   premesso che:

    è all'esame dell'Assemblea il decreto-legge n. 37 del 2025 recante disposizioni urgenti per il contrasto all'immigrazione irregolare;

    il decreto-legge, in particolare, ha ampliato l'utilizzo del centro di Gjaderb – costruito dopo la firma del Protocollo bilaterale sottoscritto a novembre del 2023 tra il Governo italiano e quello albanese –, trasformandolo in un hub di rimpatrio per migranti la cui richiesta di asilo sia stata respinta e che siano soggetti a ordini di espulsione;

    l'ampliamento dell'utilizzo del centro di Gjaderb è stato deciso quale conseguenza delle numerose polemiche che hanno investito il Governo per gli alti costi sostenuti dall'Italia per aprire e ristrutturare due centri in Albania, poi rimasti vuoti a seguito di numerosi contenziosi giudiziari con le corti d'appello nazionali e con la Corte di Giustizia europea;

    le modifiche introdotte sollevano gravi dubbi anche rispetto alla violazione dell'articolo 24 della Costituzione che prevede che tutti possano agire in giudizio per la tutela dei propri diritti e interessi legittimi, e che la difesa è diritto inviolabile in ogni stato e grado del procedimento;

    l'effettività del diritto di difesa, infatti, sarà molto problematica per i trattenimenti in Albania, dove è difficile avere contatti con un avvocato, non è possibile effettuare colloqui in presenza con il difensore, e le modalità di esercizio di un diritto fondamentale garantito a tutti dalla nostra Costituzione sono affidate al responsabile di un centro di trattenimento amministrativo;

    lo stesso Comitato per i diritti umani delle Nazioni Unite ha ravvisato potenziali conflitti tra il Protocollo Italia-Albania e la Convenzione internazionale sui diritti civili e politici, il trattato del 1966, emanazione diretta della Dichiarazione Universale dei Diritti dell'Uomo, soprattutto per la parte che riguarda la gestione extraterritoriale delle procedure di migrazione e di asilo, come nel caso della detenzione automatica dei migranti e del rischio di una detenzione prolungata;

    i centri realizzati in Albania, presentati come un modello per la gestione dei flussi migratori, sono rimasti per lo più vuoti e si sono rivelati in questi mesi solo come un'enorme spreco di risorse pubbliche, accompagnato dall'inutile impiego di forze dell'ordine che invece di essere utilmente impiegate per garantire la sicurezza nel nostro paese si sono trovati a scortare i migranti su e giù per il mare che divide l'Italia dall'Albania,

impegna il Governo

ad adottare ogni iniziativa utile atta a garantire il pieno rispetto dei diritti umani fondamentali delle persone trattenute a Gjader, con particolare riferimento al diritto di conferire con i propri familiari.
9/2329-A/43. Di Biase.


   La Camera,

   premesso che:

    è all'esame dell'Assemblea il decreto-legge n. 37 del 2025 recante disposizioni urgenti per il contrasto all'immigrazione irregolare;

    il decreto-legge, in particolare, ha ampliato l'utilizzo del centro di Gjaderb – costruito dopo la firma del Protocollo bilaterale sottoscritto a novembre del 2023 tra il Governo italiano e quello albanese –, trasformandolo in un hub di rimpatrio per migranti la cui richiesta di asilo sia stata respinta e che siano soggetti a ordini di espulsione;

    l'ampliamento dell'utilizzo del centro di Gjaderb è stato deciso quale conseguenza delle numerose polemiche che hanno investito il Governo per gli alti costi sostenuti dall'Italia per aprire e ristrutturare due centri in Albania, poi rimasti vuoti a seguito di numerosi contenziosi giudiziari con le corti d'appello nazionali e con la Corte di Giustizia europea;

    le modifiche introdotte sollevano gravi dubbi anche rispetto alla violazione dell'articolo 24 della Costituzione che prevede che tutti possano agire in giudizio per la tutela dei propri diritti e interessi legittimi, e che la difesa è diritto inviolabile in ogni stato e grado del procedimento;

    l'effettività del diritto di difesa, infatti, sarà molto problematica per i trattenimenti in Albania, dove è difficile avere contatti con un avvocato, non è possibile effettuare colloqui in presenza con il difensore, e le modalità di esercizio di un diritto fondamentale garantito a tutti dalla nostra Costituzione sono affidate al responsabile di un centro di trattenimento amministrativo;

    lo stesso Comitato per i diritti umani delle Nazioni Unite ha ravvisato potenziali conflitti tra il Protocollo Italia-Albania e la Convenzione internazionale sui diritti civili e politici, il trattato del 1966, emanazione diretta della Dichiarazione Universale dei Diritti dell'Uomo, soprattutto per la parte che riguarda la gestione extraterritoriale delle procedure di migrazione e di asilo, come nel caso della detenzione automatica dei migranti e del rischio di una detenzione prolungata;

    i centri realizzati in Albania, presentati come un modello per la gestione dei flussi migratori, sono rimasti per lo più vuoti e si sono rivelati in questi mesi solo come un'enorme spreco di risorse pubbliche, accompagnato dall'inutile impiego di forze dell'ordine che invece di essere utilmente impiegate per garantire la sicurezza nel nostro paese si sono trovati a scortare i migranti su e giù per il mare che divide l'Italia dall'Albania,

impegna il Governo

ad adottare ogni iniziativa utile atta a garantire il pieno rispetto dei diritti umani fondamentali delle persone trattenute a Gjader, con particolare riferimento al diritto di conferire con il proprio difensore sin dall'inizio della restrizione.
9/2329-A/44. Serracchiani.


   La Camera,

   premesso che:

    è all'esame dell'Assemblea il decreto-legge n. 37 del 2025 recante disposizioni urgenti per il contrasto all'immigrazione irregolare;

    il decreto-legge, in particolare, ha ampliato l'utilizzo del centro di Gjaderb – costruito dopo la firma del Protocollo bilaterale sottoscritto a novembre del 2023 tra il Governo italiano e quello albanese –, trasformandolo in un hub di rimpatrio per migranti la cui richiesta di asilo sia stata respinta e che siano soggetti a ordini di espulsione;

    l'ampliamento dell'utilizzo del centro di Gjaderb è stato deciso quale conseguenza delle numerose polemiche che hanno investito il Governo per gli alti costi sostenuti dall'Italia per aprire e ristrutturare due centri in Albania, poi rimasti vuoti a seguito di numerosi contenziosi giudiziari con le corti d'appello nazionali e con la Corte di Giustizia europea;

    le modifiche introdotte sollevano gravi dubbi anche rispetto alla violazione dell'articolo 24 della Costituzione che prevede che tutti possano agire in giudizio per la tutela dei propri diritti e interessi legittimi, e che la difesa è diritto inviolabile in ogni stato e grado del procedimento;

    l'effettività del diritto di difesa, infatti, sarà molto problematica per i trattenimenti in Albania, dove è difficile avere contatti con un avvocato, non è possibile effettuare colloqui in presenza con il difensore, e le modalità di esercizio di un diritto fondamentale garantito a tutti dalla nostra Costituzione sono affidate al responsabile di un centro di trattenimento amministrativo;

    lo stesso Comitato per i diritti umani delle Nazioni Unite ha ravvisato potenziali conflitti tra il Protocollo Italia-Albania e la Convenzione internazionale sui diritti civili e politici, il trattato del 1966, emanazione diretta della Dichiarazione Universale dei Diritti dell'Uomo, soprattutto per la parte che riguarda la gestione extraterritoriale delle procedure di migrazione e di asilo, come nel caso della detenzione automatica dei migranti e del rischio di una detenzione prolungata;

    i centri realizzati in Albania, presentati come un modello per la gestione dei flussi migratori, sono rimasti per lo più vuoti e si sono rivelati in questi mesi solo come un'enorme spreco di risorse pubbliche, accompagnato dall'inutile impiego di forze dell'ordine che invece di essere utilmente impiegate per garantire la sicurezza nel nostro paese si sono trovati a scortare i migranti su e giù per il mare che divide l'Italia dall'Albania,

impegna il Governo

ad adottare ogni iniziativa utile atta a garantire il pieno rispetto dei diritti umani fondamentali delle persone trattenute a Gjader, con particolare riferimento al diritto alla salute.
9/2329-A/45. Malavasi.


   La Camera,

   premesso che:

    è all'esame dell'Assemblea il decreto-legge n. 37 del 2025 recante disposizioni urgenti per il contrasto all'immigrazione irregolare;

    il decreto-legge, in particolare, ha ampliato l'utilizzo del centro di Gjaderb – costruito dopo la firma del Protocollo bilaterale sottoscritto a novembre del 2023 tra il Governo italiano e quello albanese –, trasformandolo in un hub di rimpatrio per migranti la cui richiesta di asilo sia stata respinta e che siano soggetti a ordini di espulsione;

    l'ampliamento dell'utilizzo del centro di Gjaderb è stato deciso quale conseguenza delle numerose polemiche che hanno investito il Governo per gli alti costi sostenuti dall'Italia per aprire e ristrutturare due centri in Albania, poi rimasti vuoti a seguito di numerosi contenziosi giudiziari con le corti d'appello nazionali e con la Corte di Giustizia europea;

    le modifiche introdotte sollevano gravi dubbi anche rispetto alla violazione dell'articolo 24 della Costituzione che prevede che tutti possano agire in giudizio per la tutela dei propri diritti e interessi legittimi, e che la difesa è diritto inviolabile in ogni stato e grado del procedimento;

    l'effettività del diritto di difesa, infatti, sarà molto problematica per i trattenimenti in Albania, dove è difficile avere contatti con un avvocato, non è possibile effettuare colloqui in presenza con il difensore, e le modalità di esercizio di un diritto fondamentale garantito a tutti dalla nostra Costituzione sono affidate al responsabile di un centro di trattenimento amministrativo;

    lo stesso Comitato per i diritti umani delle Nazioni Unite ha ravvisato potenziali conflitti tra il Protocollo Italia-Albania e la Convenzione internazionale sui diritti civili e politici, il trattato del 1966, emanazione diretta della Dichiarazione Universale dei Diritti dell'Uomo, soprattutto per la parte che riguarda la gestione extraterritoriale delle procedure di migrazione e di asilo, come nel caso della detenzione automatica dei migranti e del rischio di una detenzione prolungata;

    i centri realizzati in Albania, presentati come un modello per la gestione dei flussi migratori, sono rimasti per lo più vuoti e si sono rivelati in questi mesi solo come un'enorme spreco di risorse pubbliche, accompagnato dall'inutile impiego di forze dell'ordine che invece di essere utilmente impiegate per garantire la sicurezza nel nostro paese si sono trovati a scortare i migranti su e giù per il mare che divide l'Italia dall'Albania,

impegna il Governo

ad adottare ogni iniziativa utile atta a garantire il pieno rispetto dei diritti umani fondamentali delle persone trattenute a Gjader, con particolare riferimento al diritto alla salute mentale, laddove i sintomi non si siano manifestati al momento dell'invio in Albania.
9/2329-A/46. Lacarra.


   La Camera,

   premesso che:

    è all'esame dell'Assemblea il decreto-legge n. 37 del 2025 recante disposizioni urgenti per il contrasto all'immigrazione irregolare;

    il decreto-legge, in particolare, ha ampliato l'utilizzo del centro di Gjaderb – costruito dopo la firma del Protocollo bilaterale sottoscritto a novembre del 2023 tra il Governo italiano e quello albanese –, trasformandolo in un hub di rimpatrio per migranti la cui richiesta di asilo sia stata respinta e che siano soggetti a ordini di espulsione;

    l'ampliamento dell'utilizzo del centro di Gjaderb è stato deciso quale conseguenza delle numerose polemiche che hanno investito il Governo per gli alti costi sostenuti dall'Italia per aprire e ristrutturare due centri in Albania, poi rimasti vuoti a seguito di numerosi contenziosi giudiziari con le corti d'appello nazionali e con la Corte di Giustizia europea;

    le modifiche introdotte sollevano gravi dubbi anche rispetto alla violazione dell'articolo 24 della Costituzione che prevede che tutti possano agire in giudizio per la tutela dei propri diritti e interessi legittimi, e che la difesa è diritto inviolabile in ogni stato e grado del procedimento;

    l'effettività del diritto di difesa, infatti, sarà molto problematica per i trattenimenti in Albania, dove è difficile avere contatti con un avvocato, non è possibile effettuare colloqui in presenza con il difensore, e le modalità di esercizio di un diritto fondamentale garantito a tutti dalla nostra Costituzione sono affidate al responsabile di un centro di trattenimento amministrativo;

    lo stesso Comitato per i diritti umani delle Nazioni Unite ha ravvisato potenziali conflitti tra il Protocollo Italia-Albania e la Convenzione internazionale sui diritti civili e politici, il trattato del 1966, emanazione diretta della Dichiarazione Universale dei Diritti dell'Uomo, soprattutto per la parte che riguarda la gestione extraterritoriale delle procedure di migrazione e di asilo, come nel caso della detenzione automatica dei migranti e del rischio di una detenzione prolungata;

    i centri realizzati in Albania, presentati come un modello per la gestione dei flussi migratori, sono rimasti per lo più vuoti e si sono rivelati in questi mesi solo come un'enorme spreco di risorse pubbliche, accompagnato dall'inutile impiego di forze dell'ordine che invece di essere utilmente impiegate per garantire la sicurezza nel nostro paese si sono trovati a scortare i migranti su e giù per il mare che divide l'Italia dall'Albania,

impegna il Governo

ad adottare ogni iniziativa utile atta a garantire il pieno rispetto dei diritti umani fondamentali delle persone trattenute a Gjader, con particolare riferimento al diritto ad avere spazi adeguati così come riconosciuto anche dalla cd. Sentenza Torreggiani della Corte europea dei diritti dell'uomo per la violazione dell'articolo 3 della CEDU.
9/2329-A/47. Gianassi.


   La Camera,

   premesso che:

    è all'esame dell'Assemblea il decreto-legge n. 37 del 2025 recante disposizioni urgenti per il contrasto all'immigrazione irregolare;

    il decreto-legge, in particolare, ha ampliato l'utilizzo del centro di Gjaderb – costruito dopo la firma del Protocollo bilaterale sottoscritto a novembre del 2023 tra il Governo italiano e quello albanese –, trasformandolo in un hub di rimpatrio per migranti la cui richiesta di asilo sia stata respinta e che siano soggetti a ordini di espulsione;

    l'ampliamento dell'utilizzo del centro di Gjaderb è stato deciso quale conseguenza delle numerose polemiche che hanno investito il Governo per gli alti costi sostenuti dall'Italia per aprire e ristrutturare due centri in Albania, poi rimasti vuoti a seguito di numerosi contenziosi giudiziari con le corti d'appello nazionali e con la Corte di Giustizia europea;

    le modifiche introdotte sollevano gravi dubbi anche rispetto alla violazione dell'articolo 24 della Costituzione che prevede che tutti possano agire in giudizio per la tutela dei propri diritti e interessi legittimi, e che la difesa è diritto inviolabile in ogni stato e grado del procedimento;

    l'effettività del diritto di difesa, infatti, sarà molto problematica per i trattenimenti in Albania, dove è difficile avere contatti con un avvocato, non è possibile effettuare colloqui in presenza con il difensore, e le modalità di esercizio di un diritto fondamentale garantito a tutti dalla nostra Costituzione sono affidate al responsabile di un centro di trattenimento amministrativo;

    lo stesso Comitato per i diritti umani delle Nazioni Unite ha ravvisato potenziali conflitti tra il Protocollo Italia-Albania e la Convenzione internazionale sui diritti civili e politici, il trattato del 1966, emanazione diretta della Dichiarazione Universale dei Diritti dell'Uomo, soprattutto per la parte che riguarda la gestione extraterritoriale delle procedure di migrazione e di asilo, come nel caso della detenzione automatica dei migranti e del rischio di una detenzione prolungata;

    i centri realizzati in Albania, presentati come un modello per la gestione dei flussi migratori, sono rimasti per lo più vuoti e si sono rivelati in questi mesi solo come un'enorme spreco di risorse pubbliche, accompagnato dall'inutile impiego di forze dell'ordine che invece di essere utilmente impiegate per garantire la sicurezza nel nostro paese si sono trovati a scortare i migranti su e giù per il mare che divide l'Italia dall'Albania,

impegna il Governo

ad effettuare un monitoraggio con particolare riferimento a quante persone siano state sino ad oggi trattenute a Gjader e a quante di queste abbiano in precedenza attraversato un lager libico.
9/2329-A/48. Ghio.


   La Camera,

   premesso che:

    il decreto-legge in corso di conversione interviene, da un lato, sulla normativa riguardante i centri di permanenza per i rimpatri (CPR) situati in Albania e, dall'altro, sulle disposizioni, in deroga ad ogni disposizione di legge diversa da quella penale, relative alla localizzazione, alla realizzazione di nuovi CPR, nonché all'ampliamento e al ripristino dei centri già esistenti, ivi inclusi, quindi, quello su suolo italiano;

    dalle ripetute notizie di stampa e dai numerosi report di autorevoli istituzioni e associazioni, si è appreso come le condizioni nei CPR situati in Italia siano preoccupanti;

    è quantomai opportuno, dunque, che il Governo intervenga anche per il miglioramento delle condizioni delle persone che si trovano in tali strutture;

    nello specifico, molteplici testimonianze realizzate da parte di organismi istituzionali, quali il Garante nazionale dei diritti delle persone private della libertà personale, di organizzazioni non governative come Amnesty International, il NAGA, ASGI, Antigone, nonché svariate inchieste giornalistiche, hanno testimoniato consistenti violazioni dei diritti umani all'interno del CPR di Via Corelli (Milano);

    nel CPR di via Corelli, così come in molte altre strutture, è documentato l'abuso di psicofarmaci, che vengono somministrati senza o quasi alcun supporto diagnostico effettivo, come testimoniato dall'audizione dell'Associazione Altreconomia presso la Commissione consiliare Welfare del Comune di Milano in data 11 maggio 2023;

    nella struttura di via Corelli, sono attualmente trattenute senza adeguato supporto medico e farmacologico numerosi individui, anche minorenni, spesso vittime di traumi violenti;

    il Comune di Milano si è impegnato a chiedere, già nel dicembre 2018, la chiusura della struttura, al fine di riconvertirla in centro per le famiglie in emergenza abitativa o studentato,

impegna il Governo

ad adoperarsi con la massima urgenza affinché si giunga quanto prima alla chiusura della struttura di Via Corelli e al trasferimento degli ospiti in spazi più adeguati e dignitosi in attesa del rimpatrio.
9/2329-A/49. Pastorella.


   La Camera,

   premesso che:

    il decreto-legge in via di conversione prevede, tra l'altro, disposizioni urgenti ai fini del rafforzamento dell'azione di rimpatrio, anche per quel che riguarda le strutture in Albania, oggetto del relativo Protocollo del novembre 2023;

    come noto, al momento in Albania esistono due centri per migranti, che risultano vuoti, presidiati da decine di agenti di polizia e dotati di centinaia di telecamere;

    si tratta del sito portuale di Schengjin, una frazione del comune di Lezhe, allestito per identificare e accogliere i migranti soccorsi in mare, tassativamente maschi adulti e all'apparenza in buona salute, e di quello di Gjader, privo di servizi idrici e fognari, adibito a Centro di permanenza e rimpatrio con 880 posti per richiedenti asilo, 144 per migranti da espellere e 20 per il penitenziario;

    il Governo ha già stanziato circa 300 milioni di euro per i centri in Albania nel biennio in corso e, secondo il protocollo firmato, la spesa totale prevista supererà i 726 milioni di euro in dieci anni, con un costo complessivo che potrebbe superare il miliardo;

    nonostante ciò, i centri restano vuoti e, temendo di essere giustamente accusato di danno erariale, il Governo tenta di giustificare la spesa utilizzandoli, in maniera non prevista dal Protocollo del 2023 né dalle direttive europee, come centri di detenzione ed espulsione dei migranti irregolari;

    il cambiamento di destinazione dimostra il fallimento anche in ordine all'obiettivo dichiarato di fungere da deterrente contro l'immigrazione clandestina;

    inoltre, secondo notizie di stampa, per «esigenze di alloggiamento presso strutture alberghiere» delle forze di polizia impiegate nei servizi connessi al protocollo, per un anno a partire dal 28 maggio 2025, è stato recentemente diffuso un bando di gara da 8,9 milioni di euro;

    siamo di fronte a costi esorbitanti con risultati nulli, anche tenendo conto del fatto che, nonostante l'impegno meritorio del Genio militare italiano, le strutture sopra citate sono state costruite in luoghi degradati e destinate a usurarsi in breve tempo, mentre continuano a restare di fatto vuote e inutilizzate;

    è di tutta evidenza, quindi, che non esiste alcun «modello Albania» mentre ci si trova di fronte ad un vero e proprio monumento allo spreco dovuto alla volontà propagandistica del Governo,

impegna il Governo

a riconsiderare le politiche per la gestione dei flussi migratori, rivedendo gli effetti applicativi del provvedimento in esame e adottando tutte le iniziative necessarie per chiudere rapidamente i centri in Albania, recuperando così le risorse umane ed economiche necessarie per garantire effettivamente la sicurezza delle nostre città, con particolare attenzione per le periferie.
9/2329-A/50. Casu.


   La Camera,

   premesso che:

    il decreto-legge stabilisce che potranno essere trasferiti in Albania non solo i migranti intercettati in acque internazionali durante operazioni di soccorso, ma anche tutti i cittadini stranieri destinatari di provvedimenti di trattenimento. Si aprono così le carceri albanesi ai migranti irregolari già presenti sul territorio italiano e destinati ai CPR in attesa di espulsione ed amplia notevolmente la portata dell'Accordo, prevedendo trasferimenti di cittadini stranieri già presenti in CPR italiani a quello di Gjader, senza necessità di ulteriore convalida giudiziaria;

    il provvedimento istituisce un pericoloso meccanismo di delocalizzazione verso un Paese terzo, esterno all'Unione europea, prefigurando, di fatto, la costituzione di centri detentivi per stranieri in violazione anche delle norme legislative nazionali vigenti (decreti legislativi n. 286 del 1998, n. 251 del 2007 e n. 25 del 2008). Questo perché, ad avviso dei firmatari, lo straniero portato in Albania rispetto allo straniero sbarcato o «detenuto» nel CPR in Italia si troverebbe in una condizione di evidente discriminazione legale dovuta a motivi di condizione personale;

    all'articolo 1, la lettera b-bis) del comma 1, introdotta in sede referente, inserisce il comma 7-bis all'articolo 3 della legge n. 14 del 2024, autorizzando per il 2025 il Ministero delle infrastrutture e dei trasporti a cedere a titolo gratuito alla Repubblica di Albania due motovedette della classe 400 Cavallari in dotazione alla Guardia costiera. La cessione avviene con contestuale cancellazione delle motovedette dai registri inventariali e dai ruoli speciali del naviglio militare dello Stato;

    l'articolo 2 prevede che dall'attuazione del decreto-legge in esame non debbano derivare nuovi o maggiori oneri a carico della finanza pubblica e che le amministrazioni interessate vi provvedano nell'ambito delle risorse umane, strumentali e finanziarie disponibili a legislazione vigente;

    se da una parte si afferma la volontà di cedere a titolo gratuito per il 2025 due motovedette della classe 400 Cavallari in dotazione alla Guardia costiera, con contestuale cancellazione dai registri inventariali e dai ruoli speciali del naviglio militare dello Stato, dall'altro, con l'articolo 2 si prevede che dall'attuazione del decreto-legge non debbano derivare nuovi o maggiori oneri, eppure il costo cadauno delle motovedette classe 400 Cavallari si aggirerebbe intorno ai 3 milioni di euro,

impegna il Governo

ad adottare iniziative, anche normative, volte a rientrare in possesso delle due motovedette classe 400 Cavallari entro e non oltre il 1 gennaio 2026, provvedendo, con immediatezza, alla reimmatricolazione delle motovedette ai registri inventariali e dai ruoli speciali del naviglio militare dello Stato.
9/2329-A/51.Zaratti, Zanella, Bonelli, Fratoianni, Borrelli, Dori, Ghirra, Grimaldi, Mari, Piccolotti.


   La Camera,

   premesso che:

    il decreto-legge stabilisce che potranno essere trasferiti in Albania non solo i migranti intercettati in acque internazionali durante operazioni di soccorso, ma anche tutti i cittadini stranieri destinatari di provvedimenti di trattenimento;

    la lettera a) del comma 1, opera sull'articolo 3, comma 2, della legge sulla legge n. 14 del 2024, recante «Ratifica ed esecuzione del Protocollo tra il Governo della Repubblica italiana e il Consiglio dei ministri della Repubblica di Albania per il rafforzamento della collaborazione in materia migratoria, fatto a Roma il 6 novembre 2023, nonché norme di coordinamento con l'ordinamento interno», ampliando la categoria di persone che possono essere condotte nelle strutture in Albania attraverso due novelle;

    si ricorda che, nella versione previgente, la disposizione oggetto della modifica consentiva di condurre nelle strutture in Albania realizzate in attuazione del Protocollo, esclusivamente persone imbarcate su mezzi delle autorità italiane all'esterno del mare territoriale della Repubblica o di altri Stati membri dell'Unione europea, anche a seguito di operazioni di soccorso;

    non sembra affatto, che il diritto dell'Unione autorizzi in alcun modo la collocazione e la gestione da parte di un Paese UE di una propria struttura di trattenimento al di fuori del territorio UE;

    il diritto UE non ha finora mai contemplato la possibilità che centri di trattenimento europei possano venire aperti a piacimento in giro per il mondo e prevede che il trattenimento per eseguire l'espulsione dal territorio di uno Stato membro dell'Unione può essere applicato solo come ultima ratio, se non «possono essere efficacemente applicate altre misure sufficienti ma meno coercitive» e «soltanto per preparare il rimpatrio e/o effettuare l'allontanamento» (articolo 15 par. 1), inteso, come sopra indicato, come il trasporto fisico fuori dal territorio UE. «Il trattenimento deve essere il più breve possibile, deve essere periodicamente riesaminato per valutare in concreto se ci sono le ragioni per proseguirlo e se non c'è alcuna prospettiva ragionevole di allontanamento per motivi di ordine giuridico o per altri motivi ...il trattenimento non è più giustificato e la persona interessata è immediatamente rilasciata» (articolo 15 par. 4);

    si rammenta che gli stranieri trattenuti devono avere la possibilità «di entrare in contatto, a tempo debito, con rappresentanti legali, familiari e autorità consolari competenti» (articolo 16 par. 2) nonché con organizzazioni non governative di tutela, le quali «hanno la possibilità di accedere ai centri di permanenza temporanea» (articolo 16 par. 4). L'accesso a tali diritti deve essere effettivo, non può solamente essere sancito ma non essere concretamente esercitabile, come avverrebbe in caso di strutture ubicate al di fuori del territorio dello Stato membro dell'UE. Il familiare non può in concreto incontrare chi è trattenuto se il centro di detenzione si trova in zone remote o inaccessibili e sarebbe del tutto privo di ogni logica sostenere che l'Albania non presenta problemi perché in fondo è geograficamente vicina, giacché l'effettività dell'esercizio dei diritti garantiti ai trattenuti non è questione di chilometraggio. A ben guardare neppure le visite ispettive svolte da parlamentari e le stesse funzioni di monitoraggio e controllo svolte dal Garante nazionale per le persone private della libertà personale potrebbero essere svolte in modo efficace in strutture ubicate al di fuori del territorio nazionale. Nei centri di detenzione ubicati al di fuori degli Stati dell'Unione non risulta dunque possibile attuare il trattenimento dei trattenuti «nel pieno rispetto dei loro diritti fondamentali (considerando n. 17) e semmai ben si può ritenere che le persone che vi verrebbero rinchiuse assomiglierebbero ad ostaggi di un potere arbitrario»,

impegna il Governo

ad adottare tutte le iniziative utili volte a istituire presso i centri in Albania uno speciale ufficio di servizi del Garante nazionale dei diritti delle persone private delle libertà personali.
9/2329-A/52.Zanella, Zaratti, Bonelli, Fratoianni, Borrelli, Dori, Ghirra, Grimaldi, Mari, Piccolotti.


   La Camera,

   premesso che:

    stando alla lettera dell'Accordo il trattenimento dovrebbe durare al massimo 28 giorni, allo scadere dei quali lo straniero deve essere rimpatriato, mentre la detenzione in un CPR può durare fino a 18 mesi, che l'Accordo si riferisca soltanto alle procedure di frontiera è confermato dalla Corte costituzionale albanese, la quale, nella sentenza n. 2 del 2024, ha sottolineato come nessun migrante potrà rimanere in Albania oltre i 28 giorni previsti dalla legislazione italiana;

    il Governo, ad avviso dei firmatari, ha quindi ha modificato unilateralmente la portata del trattato, rischiando così una contestazione da parte albanese per violazione della Convenzione di Vienna sul diritto dei trattati, che prevede l'esecuzione in buona fede degli accordi internazionali secondo il principio «Pacta sunt servanda»;

    questa situazione non solo potrebbe creare tensioni diplomatiche con l'Albania, ma solleva interrogativi sulla legittimità costituzionale dell'operato governativo, considerando che l'articolo 117 della Costituzione impone il rispetto degli obblighi internazionali nell'esercizio della funzione legislativa;

    il caso Albania ancora una volta si dimostra essere ad avviso dei firmatari un campo di sperimentazione per un approccio giuridico spregiudicato, governato dall'idea che il diritto internazionale e le garanzie costituzionali siano liberamente manipolabili per il raggiungimento dei fini governativi, a nulla importando lo strappo di regole maturate in lunghi e accurati processi democratici in contesti nazionali e internazionali;

    il limite massimo di permanenza nei CPR è di 18 mesi. Il termine ordinario è di 3 mesi, prorogabile di altri 3 mesi. Ulteriori proroghe, fino al massimo di altri 12 mesi possono essere stabilite in determinati casi: se lo straniero non collabora al suo allontanamento o per i ritardi nell'ottenimento della necessaria documentazione da parte dei Paesi terzi;

    si ricorda che l'articolo 9, comma 1, del Protocollo Italia-Albania prevede che «Il periodo di permanenza dei migranti nel territorio della Repubblica d'Albania in attuazione del presente Protocollo, non può essere superiore al periodo massimo di trattenimento consentito dalla vigente normativa italiana. Le autorità italiane, al termine delle procedure eseguite in conformità alla normativa italiana, provvedono all'allontanamento dei migranti dal territorio albanese. Le spese relative a tali procedure sono totalmente sostenute dalla Parte italiana conformemente alle disposizioni del presente Protocollo»;

    l'ipotesi di trattenimento in centri per il rimpatrio collocati fuori dal territorio nazionale non è allo stato presa in considerazione dalla vigente direttiva 2008/115/CE in materia di rimpatri;

    la lettera a) del comma 1, dell'articolo 1, amplia la categoria di persone che possono essere condotte nelle strutture in Albania attraverso due novelle;

    l'articolo 2 prevede che dall'attuazione del decreto-legge in esame non debbano derivare nuovi o maggiori oneri a carico della finanza pubblica e che le amministrazioni interessate vi provvedano nell'ambito delle risorse umane, strumentali e finanziarie disponibili a legislazione vigente,

impegna il Governo

ad adottare ogni opportuna iniziativa al fine di trasferire nei centri Albanesi i migranti nel solo caso di effettivo e accertato sovraffollamento dei centri di permanenza e rimpatrio situati nel territorio nazionale e comunque in ottemperanza del diritto dell'Unione europea e delle convenzioni internazionali.
9/2329-A/53.Mari, Zanella, Zaratti, Bonelli, Fratoianni, Borrelli, Ghirra, Grimaldi, Dori, Piccolotti.


   La Camera,

   premesso che:

    il sistema di accoglienza dei migranti nel territorio italiano si articola in diverse fasi. La prima fase consiste nel soccorso e identificazione, nonché nella prima assistenza dei migranti, soprattutto nei luoghi di sbarco. Le procedure di soccorso e identificazione dei cittadini irregolarmente giunti nel territorio nazionale si svolgono presso i c.d. punti di crisi (hotspot), allestiti nei luoghi dello sbarco per consentire assistenza, screening sanitario, identificazione e fornire informazioni circa le modalità di richiesta della protezione internazionale o di partecipazione al programma di relocation;

    le funzioni di prima assistenza sono assicurate nei centri governativi di accoglienza, dove avvengono anche l'identificazione dello straniero (ove non sia stato possibile completare le operazioni negli hotspot), la verbalizzazione e l'avvio della procedura di esame della domanda di asilo, l'accertamento delle condizioni di salute e la sussistenza di eventuali situazioni di vulnerabilità;

    i centri di permanenza per il rimpatrio – CPR sono luoghi di trattenimento del cittadino straniero in attesa di esecuzione di provvedimenti di espulsione. Quando non è possibile eseguire con immediatezza l'espulsione mediante accompagnamento alla frontiera o il respingimento, a causa di situazioni transitorie che ostacolano la preparazione del rimpatrio o l'effettuazione dell'allontanamento, lo straniero è trattenuto, per il tempo strettamente necessario, presso il centro di permanenza per i rimpatri più vicino, tra quelli individuati;

    il limite massimo di permanenza nei CPR è di 18 mesi. Il termine ordinario è di 3 mesi, prorogabile di altri 3 mesi. Ulteriori proroghe, fino al massimo di altri 12 mesi possono essere stabilite in determinati casi: se lo straniero non collabora al suo allontanamento o per i ritardi nell'ottenimento della necessaria documentazione da parte dei Paesi terzi;

    secondo la Corte costituzionale «il trattenimento dello straniero presso i centri di permanenza temporanea e assistenza (oggi centri di permanenza per i rimpatri) è misura incidente sulla libertà personale, che non può essere adottata al di fuori delle garanzie dell'articolo 13 della Costituzione». La Corte rileva che «il trattenimento è quantomeno da ricondurre alle altre restrizioni della libertà personale», di cui pure si fa menzione nell'articolo 13 della Costituzione;

    la Corte, proseguendo nel ragionamento, ritiene si determini nel caso del trattenimento «quella mortificazione della dignità dell'uomo che si verifica in ogni evenienza di assoggettamento fisico all'altrui potere e che è indice sicuro dell'attinenza della misura alla sfera della libertà personale» (Corte cost. 105/2001 e, nello stesso senso anche le pronunce n. 127 del 2022 e n. 212 del 2023);

    la lettera b) del comma 1, modificata in sede referente, interviene sul comma 4 dell'articolo 3 della legge n. 14 del 2024. Si ricorda che tale comma 4 equipara le strutture indicate nel Protocollo Italia-Albania alle corrispondenti strutture previste dalla normativa nazionale,

impegna il Governo:

ad adottare ogni opportuna iniziativa volta a trasferire i migranti in Albania, salvo i minori non accompagnati, previo consenso dello straniero interessato dal trasferimento e convalida del giudice, entro le 48 ore successive, del provvedimento motivato di trasferimento disposto dal questore.
9/2329-A/54.Borrelli, Zanella, Zaratti, Bonelli, Fratoianni, Ghirra, Grimaldi, Mari, Piccolotti, Dori.


   La Camera,

   premesso che:

    al fine di evitare un possibile danno erariale, la soluzione escogitata dal Governo è stata quella di cambiare, con il decreto-legge in esame, la natura dei centri albanesi;

    si tratta di uno dei segnali più significativi dell'inconsistenza del Governo che, pur di non ammettere il colossale flop della sua politica migratoria è costretto a far funzionare a tutti i centri albanesi, tutto ciò mentre i centri nazionali per il rimpatrio sono pieni soltanto al 50 per cento della loro capienza: è una chiara scelta politica senza alcun interesse pubblico, a danno delle casse dello Stato;

    la Presidente del Consiglio aveva dichiarato, in Parlamento, come i centri in Albania avessero una funzione deterrente, per contrastare il fenomeno dell'immigrazione irregolare. Oltre ad osservare quanto tali dichiarazioni rivelino una grave sottovalutazione delle motivazioni che spingono i migranti a tale viaggio, il decreto-legge in esame non presenta alcuna finalità di deterrenza, prevedendo un trattenimento di carattere punitivo e a favore di telecamere, ad imitazione di quanto fatto dal presidente Trump con migranti di paesi del centro America;

    vi è poi la questione della detenzione penitenziaria nell'ambito del CPR da istituirsi in Albania allorché si debbano adottare misure cautelari personali e pene detentive in ottemperanza alle disposizioni di cui agli articoli 18 e 19 del decreto sicurezza, poiché verrebbe punito chiunque, all'interno di uno dei centri per migranti, «mediante atti di violenza o minaccia, di resistenza anche passiva all'esecuzione degli ordini impartiti ovvero mediante tentativi di evasione, commessi in tre o più persone riunite, promuove, organizza o dirige una rivolta» con pene che possono arrivare fino a 8 anni;

    si ricorda che l'articolo 9, comma 1, del Protocollo Italia-Albania prevede che «Il periodo di permanenza dei migranti nel territorio della Repubblica d'Albania in attuazione del presente Protocollo, non può essere superiore al periodo massimo di trattenimento consentito dalla vigente normativa italiana. Le autorità italiane, al termine delle procedure eseguite in conformità alla normativa italiana, provvedono all'allontanamento dei migranti dal territorio albanese. Le spese relative a tali procedure sono totalmente sostenute dalla Parte italiana conformemente alle disposizioni del presente Protocollo»;

    l'ipotesi di trattenimento in centri per il rimpatrio collocati fuori dal territorio nazionale non è allo stato presa in considerazione dalla vigente direttiva 2008/115/CE in materia di rimpatri;

    la lettera a) del comma 1, dell'articolo 1, amplia la categoria di persone che possono essere condotte nelle strutture in Albania attraverso due novelle,

impegna il Governo:

ad adottare ogni opportuna iniziativa volta a trasferire i migranti in Albania, salvo le persone fragili e minori, previo consenso dello straniero interessato dal trasferimento e convalida del giudice, entro le 48 ore successive, del provvedimento motivato di trasferimento disposto dal questore e comunque in ottemperanza al diritto dell'Unione europea e alle convenzioni internazionali.
9/2329-A/55.Grimaldi, Borrelli, Zanella, Zaratti, Bonelli, Fratoianni, Ghirra, Mari, Piccolotti, Dori.


   La Camera,

   premesso che:

    i centri per migranti in Albania, soprattutto quelli stabiliti nell'ambito dell'accordo tra Italia e Albania, presentano una serie di problematiche legate alla loro validità giuridica, alla gestione dei rimpatri, e ai diritti dei migranti trattenuti e per evitare un possibile danno erariale, la soluzione escogitata dal Governo è stata quella di cambiare, con il decreto-legge in esame, la natura dei centri albanesi;

    i centri costruiti dall'Italia in Albania di fatto non hanno mai funzionato, perché i tribunali italiani non hanno confermato il trattenimento delle persone richiedenti asilo che vi erano stati trasferiti per essere sottoposti alla procedura accelerata di asilo. Per questo, il 28 marzo, il Consiglio dei ministri ha approvato uno scarno decreto-legge per trasformare quei centri in CPR, nonostante le strutture di questo tipo in Italia siano mezze vuote: è una chiara scelta politica senza alcun interesse pubblico, a danno delle casse dello Stato;

    si tratta di uno dei segnali più significativi dell'inconsistenza del Governo che, pur di non ammettere il colossale flop della sua politica migratoria è costretto a far funzionare a tutti i costi i centri albanesi;

    il provvedimento in esame istituisce un pericoloso meccanismo di delocalizzazione verso un Paese terzo, esterno all'Unione europea, prefigurando, di fatto, la costituzione di centri detentivi per stranieri in violazione, ad avviso dei firmatari, anche delle norme legislative nazionali vigenti (decreti legislativi n. 286 del 1998, n. 251 del 2007 e n. 25 del 2008). Questo perché lo straniero portato in Albania rispetto allo straniero sbarcato o «detenuto» nel CPR in Italia si troverebbe in una condizione di evidente discriminazione legale dovuta a motivi di condizione personale;

    il comma 2-bis dell'articolo 1, introdotto dalla I Commissione in sede referente, aggiunge all'articolo 6 del decreto legislativo 18 agosto 2015, n. 142 il comma 2-bis. In particolare alla lettera a) si prevede la possibilità di adozione successiva del provvedimento di trattenimento, precedentemente non convalidato, per i richiedenti rimasti nei centri di cui all'articolo 14 del decreto legislativo n. 286 del 1998 nel caso disciplinato dal comma 3 del decreto legislativo n. 142 del 2015, ovvero se vi sono fondati motivi per ritenere che la loro domanda sia stata presentata al solo scopo di ritardare o impedire l'esecuzione dell'espulsione o del respingimento;

    si prevede, altresì, che il richiedente permanga nel centro fino alla decisione sulla convalida del provvedimento se questo è adottato immediatamente o, comunque, non oltre quarantotto ore dalla comunicazione della mancata convalida. La disposizione interviene, inoltre, sul comma 3 dell'articolo 6 introducendo un ulteriore periodo in virtù del quale la disciplina dettata dal primo periodo è estesa anche ai casi in cui i centri siano situati in zone di frontiera o di transito;

    la lettera b) della citata disposizione esclude anche i richiedenti di cui ai commi 2-bis e 3 del citato decreto legislativo dall'applicazione dell'articolo 6-bis, comma 14. Di conseguenza tali soggetti non possono essere trattenuti al solo scopo di accertarne il diritto di entrare nel territorio dello Stato durante lo svolgimento della procedura accelerata di frontiera ai sensi dell'articolo 28-bis, comma 2-bis, del decreto legislativo 28 gennaio 2008, n. 25;

    il comma 2-ter, aggiunto nel corso dell'esame in sede referente, reca alcune modifiche al decreto legislativo n. 25 del 2008 (decreto procedure). In particolare, la lettera a), modificando l'articolo 28-bis, comma 2-bis, estende la possibilità di procedura accelerata per l'esame della domanda di protezione internazionale direttamente alla frontiera o nelle zone di transito. Nella versione attualmente in vigore tale procedura è limitata ai casi in cui la domanda di protezione internazionale è presentata da un richiedente direttamente alla frontiera o nelle zone di transito, dopo essere stato fermato per avere eluso o tentato di eludere i relativi controlli (articolo 28-bis, comma 2, lettera b), decreto legislativo n. 25 del 2008) o in cui la domanda di protezione internazionale è presentata direttamente alla frontiera o nelle zone di transito da un richiedente proveniente da un Paese designato di origine sicuro;

    il decreto legislativo n. 25 del 2008 («decreto procedure») non contiene una definizione di «procedura accelerata», espressione con la quale pertanto si intende una procedura caratterizzata da termini ridotti, rispetto alla procedura generale o ordinaria, per l'adozione della decisione finale,

impegna il Governo:

   ad ottemperare, con riferimento al trasferimento dello straniero in altro centro situato in uno Stato estero, alla normativa italiana, europea e alle convenzioni internazionali;

   a garantire l'accesso agli avvocati, ai loro ausiliari, nonché alle organizzazioni internazionali e alle agenzie dell'Unione europea che prestano consulenza e assistenza ai richiedenti protezione internazionale.
9/2329-A/56.Ghirra, Borrelli, Zanella, Zaratti, Bonelli, Fratoianni, Grimaldi, Mari, Piccolotti, Dori.


   La Camera,

   premesso che:

    stando alla lettera dell'Accordo il trattenimento dovrebbe durare al massimo 28 giorni, allo scadere dei quali lo straniero deve essere rimpatriato, mentre la detenzione in un CPR può durare fino a 18 mesi, che l'Accordo si riferisca soltanto alle procedure di frontiera è confermato dalla Corte costituzionale albanese, la quale, nella sentenza n. 2 del 2024, ha sottolineato come nessun migrante potrà rimanere in Albania oltre i 28 giorni previsti dalla legislazione italiana;

    il Governo, quindi, ad avviso dei firmatari, ha modificato unilateralmente la portata del trattato, rischiando così una contestazione da parte albanese per violazione della Convenzione di Vienna sul diritto dei trattati, che prevede l'esecuzione in buona fede degli accordi internazionali secondo il principio «Pacta sunt servanda»;

    questa situazione non solo potrebbe creare tensioni diplomatiche con l'Albania, ma solleva interrogativi sulla legittimità costituzionale dell'operato governativo, considerando che l'articolo 117 della Costituzione impone il rispetto degli obblighi internazionali nell'esercizio della funzione legislativa;

    il caso Albania ancora una volta si dimostra essere, ad avviso dei firmatari, un campo di sperimentazione per un approccio giuridico spregiudicato, governato dall'idea che il diritto internazionale e le garanzie costituzionali siano liberamente manipolabili per il raggiungimento dei fini governativi, a nulla importando lo strappo di regole maturate in lunghi e accurati processi democratici in contesti nazionali e internazionali;

    il limite massimo di permanenza nei CPR è di 18 mesi. Il termine ordinario è di 3 mesi, prorogabile di altri 3 mesi. Ulteriori proroghe, fino al massimo di altri 12 mesi possono essere stabilite in determinati casi: se lo straniero non collabora al suo allontanamento o per i ritardi nell'ottenimento della necessaria documentazione da parte dei Paesi terzi;

    si ricorda che l'articolo 9, comma 1, del Protocollo Italia-Albania prevede che «Il periodo di permanenza dei migranti nel territorio della Repubblica d'Albania in attuazione del presente Protocollo, non può essere superiore al periodo massimo di trattenimento consentito dalla vigente normativa italiana. Le autorità italiane, al termine delle procedure eseguite in conformità alla normativa italiana, provvedono all'allontanamento dei migranti dal territorio albanese. Le spese relative a tali procedure sono totalmente sostenute dalla Parte italiana conformemente alle disposizioni del presente Protocollo»;

    l'ipotesi di trattenimento in centri per il rimpatrio collocati fuori dal territorio nazionale non è allo stato presa in considerazione dalla vigente direttiva 2008/115/CE in materia di rimpatri;

    la lettera a) del comma 1, dell'articolo 1, amplia la categoria di persone che possono essere condotte nelle strutture in Albania attraverso due novelle;

    l'UNHCR ha sollecitato le autorità italiane a chiarire le modalità con cui saranno svolte le attività di registrazione delle domande di asilo e i colloqui della fase amministrativa della procedura di riconoscimento della protezione internazionale;

    sebbene l'uso della modalità di colloquio a distanza può contribuire all'efficienza dei sistemi nazionali di asilo, i colloqui dovrebbero essere svolti in presenza ogni qualvolta ciò sia possibile, poiché il colloquio stesso e la possibilità per il richiedente di esprimersi al meglio sono aspetti fondamentali per garantire l'equità procedimentale;

    i colloqui o le audizioni a distanza possono non essere adatti o appropriati per tutti gli individui, ad esempio quando esigenze specifiche, come quelle legate all'età, alla vista o all'udito, alla salute mentale o a traumi o fattori di altra natura impediscono una partecipazione efficace al colloquio;

    l'articolo 1-bis, introdotto in sede referente, estende al 2026 la facoltà, per la localizzazione, la realizzazione, nonché l'ampliamento e il ripristino dei centri di permanenza per i rimpatri (CPR), di derogare ad ogni disposizione di legge diversa da quella penale, fatto salvo il rispetto del codice antimafia e dei vincoli inderogabili derivanti dall'appartenenza dell'Unione europea;

    la disposizione oggetto di modifica prevede, inoltre, che per le procedure relative all'ampliamento della rete nazionale dei CPR, l'Autorità nazionale anticorruzione (ANAC) assicuri l'attività di vigilanza collaborativa di cui all'articolo 222, comma 3, lettera h), del codice dei contratti pubblici. L'intervento normativo proroga, pertanto, anche l'estensione temporale dell'efficacia di tale previsione,

impegna il Governo:

   a garantire al richiedente e al suo legale rappresentante la possibilità di esercitare in modo significativo ed efficace il diritto all'assistenza e alla difesa legale, con specifico riferimento sia all'effettiva possibilità di scegliere il proprio rappresentante legale tra professionisti qualificati, sia alla necessità di stabilire un vero rapporto di fiducia con il proprio rappresentante legale;

   a garantire l'accesso agli avvocati, ai loro ausiliari, nonché alle organizzazioni internazionali e alle agenzie dell'Unione europea che prestano consulenza e assistenza ai richiedenti protezione internazionale;

   ad adottare le opportune iniziative volte ad assicurare all'Autorità nazionale anticorruzione (ANAC) tutti gli strumenti utili e necessari affinché possa assicurare, in piena autonomia, l'attività di vigilanza così come disciplinata dal codice dei contratti pubblici durante tutto l'iter per la localizzazione, la realizzazione, nonché l'ampliamento e il ripristino dei centri di permanenza per i rimpatri (CPR).
9/2329-A/57.Dori, Zanella, Zaratti, Bonelli, Fratoianni, Borrelli, Ghirra, Grimaldi, Mari, Piccolotti.


   La Camera,

   premesso che:

    il provvedimento in esame stabilisce che potranno essere trasferiti in Albania non solo i migranti intercettati in acque internazionali durante operazioni di soccorso, ma anche tutti i cittadini stranieri destinatari di provvedimenti di trattenimento. Si aprono così le «carceri» albanesi ai migranti irregolari già presenti sul territorio italiano e destinati ai CPR in attesa di espulsione e si amplia notevolmente la portata dell'Accordo, prevedendo trasferimenti di cittadini stranieri già presenti in CPR italiani a quello di Gjader, senza necessità di ulteriore convalida giudiziaria;

    il provvedimento istituisce un pericoloso meccanismo di delocalizzazione verso un Paese terzo, esterno all'Unione Europea, prefigurando, di fatto, la costituzione di centri detentivi per stranieri in violazione anche delle norme legislative nazionali vigenti (decreti legislativi n. 286 del 1998, n. 251 del 2007 e n. 25 del 2008). Questo perché lo straniero portato in Albania rispetto allo straniero sbarcato o «detenuto» nel CPR in Italia si troverebbe in una condizione di evidente discriminazione legale dovuta a motivi di condizione personale;

    la lettera a) del comma 1, opera sull'articolo 3, comma 2, della legge sulla legge n. 14 del 2024, recante «Ratifica ed esecuzione del Protocollo tra il Governo della Repubblica italiana e il Consiglio dei ministri della Repubblica di Albania per il rafforzamento della collaborazione in materia migratoria, fatto a Roma il 6 novembre 2023, nonché norme di coordinamento con l'ordinamento interno», ampliando la categoria di persone che possono essere condotte nelle strutture in Albania attraverso due novelle;

    si ricorda che, nella versione previgente, la disposizione oggetto della modifica consentiva di condurre nelle strutture in Albania realizzate in attuazione del Protocollo, esclusivamente persone imbarcate su mezzi delle autorità italiane all'esterno del mare territoriale della Repubblica o di altri Stati membri dell'Unione europea, anche a seguito di operazioni di soccorso;

    non sembra affatto, ad avviso dei firmatari, che il diritto dell'Unione autorizzi in alcun modo la collocazione e la gestione da parte di un Paese UE di una propria struttura di trattenimento al di fuori del territorio UE;

    infine, la Corte europea dei diritti dell'uomo, così come la Corte di giustizia Ue, hanno precisato che non esiste una presunzione assoluta di sicurezza per nessuno, neanche per gli stati membri dell'Unione europea; l'Albania non è peraltro uno Stato membro UE,

impegna il Governo:

   a porre in essere tutte le misure necessarie affinché sia istituito uno speciale ufficio di servizi di assistenza psicologica, che, attraverso l'impiego di personale qualificato, garantisca condizioni minime di serenità psicologica e psichica sia agli operatori che ai migranti;

   a garantire l'accesso alle strutture delocalizzate in Albania ai parlamentari, ai rappresentati dell'UNHCR e delle ONG.
9/2329-A/58.Bonelli, Zaratti, Zanella, Fratoianni, Borrelli, Dori, Ghirra, Grimaldi, Mari, Piccolotti.


   La Camera,

   premesso che:

    il provvedimento in esame stabilisce che potranno essere trasferiti in Albania non solo i migranti intercettati in acque internazionali durante operazioni di soccorso, ma anche tutti i cittadini stranieri destinatari di provvedimenti di trattenimento. Si aprono così le «carceri» albanesi ai migranti irregolari già presenti sul territorio italiano e destinati ai CPR in attesa di espulsione e si amplia notevolmente la portata dell'Accordo, prevedendo trasferimenti di cittadini stranieri già presenti in CPR italiani a quello di Gjader, senza necessità di ulteriore convalida giudiziaria;

    il provvedimento istituisce un pericoloso meccanismo di delocalizzazione verso un Paese terzo, esterno all'Unione europea, prefigurando, di fatto, la costituzione di centri detentivi per stranieri in violazione anche delle norme legislative nazionali vigenti (decreti legislativi n. 286 del 1998, n. 251 del 2007 e n. 25 del 2008). Questo perché lo straniero portato in Albania rispetto allo straniero sbarcato o «detenuto» nel CPR in Italia si troverebbe in una condizione di evidente discriminazione legale dovuta a motivi di condizione personale;

    la lettera a) del comma 1, opera sull'articolo 3, comma 2, della legge sulla legge n. 14 del 2024, recante «Ratifica ed esecuzione del Protocollo tra il Governo della Repubblica italiana e il Consiglio dei ministri della Repubblica di Albania per il rafforzamento della collaborazione in materia migratoria, fatto a Roma il 6 novembre 2023, nonché norme di coordinamento con l'ordinamento interno», ampliando la categoria di persone che possono essere condotte nelle strutture in Albania attraverso due novelle;

    si ricorda che, nella versione previgente, la disposizione oggetto della modifica consentiva di condurre nelle strutture in Albania realizzate in attuazione del Protocollo, esclusivamente persone imbarcate su mezzi delle autorità italiane all'esterno del mare territoriale della Repubblica o di altri Stati membri dell'Unione europea, anche a seguito di operazioni di soccorso;

    non sembra affatto, ad avviso dei firmatari, che il diritto dell'Unione autorizzi in alcun modo la collocazione e la gestione da parte di un Paese UE di una propria struttura di trattenimento al di fuori del territorio UE;

    infine, la Corte europea dei diritti dell'uomo, così come la Corte di giustizia Ue, hanno precisato che non esiste una presunzione assoluta di sicurezza per nessuno, neanche per gli stati membri dell'Unione europea; l'Albania non lo è nemmeno,

impegna il Governo:

   ad adottare iniziative normative volte ad istituire anche presso le strutture delocalizzate in Albania uno speciale ufficio di servizi del Garante nazionale dei diritti delle persone private delle libertà personali, al fine di svolgere in piena autonomia le sue funzioni di monitoraggio come previsto dalla legislazione in materia;

   a garantire l'accesso, in ogni momento, alle strutture delocalizzate in Albania ai parlamentari ed europarlamentari.
9/2329-A/59.Fratoianni, Bonelli, Zaratti, Zanella, Borrelli, Dori, Ghirra, Grimaldi, Mari, Piccolotti.


   La Camera,

   premesso che:

    il provvedimento in esame stabilisce che potranno essere trasferiti in Albania non solo i migranti intercettati in acque internazionali durante operazioni di soccorso, ma anche tutti i cittadini stranieri destinatari di provvedimenti di trattenimento;

    la lettera a) del comma 1, opera sull'articolo 3, comma 2, della legge sulla legge n. 14 del 2024, recante «Ratifica ed esecuzione del Protocollo tra il Governo della Repubblica italiana e il Consiglio dei ministri della Repubblica di Albania per il rafforzamento della collaborazione in materia migratoria, fatto a Roma il 6 novembre 2023, nonché norme di coordinamento con l'ordinamento interno», ampliando la categoria di persone che possono essere condotte nelle strutture in Albania attraverso due novelle;

    si ricorda che, nella versione previgente, la disposizione oggetto della modifica consentiva di condurre nelle strutture in Albania realizzate in attuazione del Protocollo, esclusivamente persone imbarcate su mezzi delle autorità italiane all'esterno del mare territoriale della Repubblica o di altri Stati membri dell'Unione europea, anche a seguito di operazioni di soccorso;

    non sembra affatto, che il diritto dell'Unione autorizzi in alcun modo la collocazione e la gestione da parte di un Paese UE di una propria struttura di trattenimento al di fuori del territorio UE;

    il diritto UE non ha finora mai contemplato la possibilità che centri di trattenimento europei possano venire aperti a piacimento in giro per il mondo e prevede che il trattenimento per eseguire l'espulsione dal territorio di uno Stato membro dell'Unione può essere applicato solo come ultima ratio, se non possono essere efficacemente applicate altre misure sufficienti ma meno coercitive e soltanto per preparare il rimpatrio e/o effettuare l'allontanamento (articolo 15 par. 1 della direttiva 2008/115/CE), inteso, come sopra indicato, come il trasporto fisico fuori dal territorio UE. Il trattenimento deve essere il più breve possibile, deve essere periodicamente riesaminato per valutare in concreto se ci sono le ragioni per proseguirlo e se non c'è alcuna prospettiva ragionevole di allontanamento per motivi di ordine giuridico o per altri motivi il trattenimento non è più giustificato e la persona interessata è immediatamente rilasciata (articolo 15 par. 4);

    si rammenta che gli stranieri trattenuti devono avere la possibilità di entrare in contatto, a tempo debito, con rappresentanti legali, familiari e autorità consolari competenti (articolo 16 par. 2) nonché con organizzazioni non governative di tutela, le quali hanno la possibilità di accedere ai centri di permanenza temporanea (articolo 16 par. 4). L'accesso a tali diritti deve essere effettivo, non può solamente essere sancito ma non essere concretamente esercitabile, come avverrebbe in caso di strutture ubicate al di fuori del territorio dello Stato membro dell'UE. Il familiare non può in concreto incontrare chi è trattenuto se il centro di detenzione si trova in zone remote o inaccessibili e sarebbe del tutto privo di ogni logica sostenere che l'Albania non presenta problemi perché in fondo è geograficamente vicina, giacché l'effettività dell'esercizio dei diritti garantiti ai trattenuti non è questione di chilometraggio. A ben guardare neppure le visite ispettive svolte da parlamentari e le stesse funzioni di monitoraggio e controllo svolte dal Garante nazionale per le persone private della libertà personale potrebbero essere svolte in modo efficace in strutture ubicate al di fuori del territorio nazionale. Nei centri di detenzione ubicati al di fuori degli Stati dell'Unione non risulta dunque possibile attuare il trattenimento dei trattenuti nel pieno rispetto dei loro diritti fondamentali (considerando n. 17) e semmai ben si può ritenere che le persone che vi verrebbero rinchiuse assomiglierebbero ad ostaggi di un potere arbitrario;

    l'articolo 1-bis, introdotto in sede referente, estende al 2026 la facoltà, per la localizzazione, la realizzazione, nonché l'ampliamento e il ripristino dei centri di permanenza per i rimpatri (CPR), di derogare ad ogni disposizione di legge diversa da quella penale, fatto salvo il rispetto del codice antimafia e dei vincoli inderogabili derivanti dall'appartenenza dell'Unione europea;

    la disposizione oggetto di modifica prevede, inoltre, che per le procedure relative all'ampliamento della rete nazionale dei CPR, l'Autorità nazionale anticorruzione (ANAC) assicuri l'attività di vigilanza collaborativa di cui all'articolo 222, comma 3, lettera h), del codice dei contratti pubblici. L'intervento normativo proroga, pertanto, anche l'estensione temporale dell'efficacia di tale previsione,

impegna il Governo:

   ad adottare iniziative normative volte ad istituire presso i centri in Albania uno speciale ufficio di servizi del Garante nazionale dei diritti delle persone private delle libertà personali;

   ad adottare le opportune iniziative di competenza volte a istituire preso i centri in Albania, per tutto il tempo necessario, un ufficio dell'Autorità nazionale anticorruzione (ANAC) affinché possa espletare, in collaborazione con le autorità pubbliche Albanesi, l'attività di vigilanza così come disciplinata dal codice dei contratti pubblici durante tutto l'iter per la localizzazione, la realizzazione, nonché l'ampliamento e il ripristino dei centri di permanenza per i rimpatri (CPR).
9/2329-A/60.Piccolotti, Zanella, Zaratti, Bonelli, Fratoianni, Borrelli, Dori, Ghirra, Grimaldi, Mari.