Intervento della Presidente della Camera dei deputati Laura Boldrini:
"Saluto il Presidente emerito Giorgio Napolitano, il Direttore Paolo Magri e l'Alto Commissario Filippo Grandi. Ringrazio inoltre l'Istituto per gli Studi di Politica Internazionale per aver scelto la Camera dei deputati come luogo per il conferimento del Premio annuale destinato a personalità che hanno contribuito a rafforzare l'immagine dell'Italia nel mondo.
Il vostro riconoscimento a Filippo Grandi ha un duplice valore. Con il Premio ISPI date risalto al merito di un italiano che ha fatto una brillantissima carriera nelle organizzazioni internazionali e grazie alle sue capacità, alla sua grande esperienza è arrivato al vertice di una delle principali agenzie delle Nazioni Unite. Ritengo inoltre che il conferimento del Premio 2016 voglia anche sottolineare l'importanza cruciale della gestione delle crisi umanitarie in questo preciso momento storico, molto particolare.
Tra pochi giorni, infatti, si aprirà ad Istanbul, in Turchia, un vertice molto importante, il primo Vertice mondiale sulle questioni umanitarie, il World Humanitarian Summit, promosso dal Segretario generale delle Nazioni Unite. Vi parteciperanno i governi nazionali, ma anche tutti gli altri attori coinvolti nell'assistenza umanitaria, dalle organizzazioni internazionali alle ONG. La sede del vertice è interessante. Il Summit si svolge in un Paese che ospita quasi tre milioni di rifugiati, di persone. E' di questi uomini, donne e bambini costretti alla fuga da guerre, violenze e persecuzioni che si occupa l'Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati, che a livello globale assiste sessanta milioni di persone, cioè l'equivalente della popolazione italiana. Un Paese che non ha nome e che è in movimento, non per propria scelta, ma perché non ha il privilegio di potersene stare tranquillo a casa propria.
Queste persone hanno bisogno di sopravvivere, quanto meno; hanno bisogno di assistenza umanitaria. Assistenza umanitaria che in questo tempo si trova a fronteggiare difficoltà senza precedenti. Ci sono sempre più spesso attacchi violenti ai siti e agli operatori sul campo. Ci sono bisogni immensi cui rispondere con fondi sempre più scarsi: c'è la cosiddetta donor fatigue, non si stanzia più, perché quei fondi vengono usati per coprire l'arrivo dei richiedenti asilo. I Paesi donatori dirottano i fondi destinati all'emergenza e alla cooperazione per far fronte all'arrivo dei richiedenti asilo, o peggio ancora alla gestione e al contenimento dei flussi migratori. Stiamo assistendo ad un atteggiamento di progressiva chiusura da parte dei governi, anche di quelli tradizionalmente a fianco delle popolazioni costrette a fuggire. Così come siamo di fronte ad un atteggiamento di chiusura da parte delle opinioni pubbliche, che vivono male questo tempo. Lo vivono come un'invasione. La percezione ha la meglio sulla realtà, la supera, la fagocita. E questo avviene perché ci sono i professionisti della paura, talmente bravi da alterare il senso della realtà. E noi non siamo bravi come loro, a presentare la questione per quella che è, coi dati reali. Non fa notizia la realtà, che l'8 per cento della popolazione italiana è fatta da immigrati. No, nella percezione è il 30, è il 40 per cento. Attenzione, perché viviamo in tempi in cui la percezione travolge completamente la realtà. Se l'arrivo l'anno scorso di poco più di un milione di rifugiati e di migranti in Europa - un continente di 500 milioni di persone - è considerato una crisi, quale termine dobbiamo inventarci per descrivere la situazione in Libano, in Giordania, nella stessa Turchia? Io sono a corto di termini e vi chiedo aiuto.
Le crisi, come sappiamo bene tutti noi che abbiamo lavorato in ambito umanitario, sono ben altro. La crisi è quello che succede in Siria, dilaniata da una guerra civile che va avanti da cinque anni. La crisi è quello che succede in Sud Sudan, dove cinque milioni di persone sopravvivono solo grazie agli aiuti umanitari, interrotti i quali non c'è più nulla. La crisi è l'Afghanistan, due milioni e mezzo di rifugiati, una storia senza fine. La crisi è quella dei campi improvvisati in molte parti del mondo, dove ci sono i cosiddetti rifugiati climatici, quelli di cui, temo, dovremo parlare molto, molto di più, perché aumenteranno assai.
E cosa fa allora l'Europa, culla della civiltà giuridica e dei diritti umani, del sistema multilaterale, straordinaria invenzione? Sembra volersi ripiegare su se stessa, alzare bandiera bianca e dire: "io non ce la faccio più, mi arrendo". Arrendersi di fronte a circa un milione di persone che noi dovremmo proteggere, in base ai nostri trattati fondativi. Si abdica così alle proprie responsabilità, la paura ha la meglio. Ma nel fare questo noi perdiamo credibilità. Noi, il moral compass del mondo, facciamo un passo indietro, e cediamo il passo ad altri sentimenti. Fanno il loro triste ritorno in Europa i muri, i fili spinati, le barriere. Ne parlavamo recentemente col Presidente Napolitano, che invece ebbe il grande onore di togliere i confini che dividevano l'Italia dall'Austria.
Questo è il tempo triste dell'Europa. Non sappiamo a cosa ci porterà, quale sarà il nostro futuro. Perché questo flusso, certamente consistente, alla fine si è scaricato su pochi Paesi, e per questo parliamo di crisi. A far fronte sono stati cinque-sei Paesi su ventotto. Sicuramente la Grecia: oltre 800mila persone sono entrate, quasi tutte attraverso l'isola di Lesbo, che ha simboleggiato la speranza e la dignità del continente europeo per circa un anno. Poi sono entrati attraverso l'Italia, con numeri non paragonabili: 150 mila lo scorso anno. E poi la Germania, la metà più ambita: quasi un milione di persone. E l'Austria, che se facciamo le proporzioni rispetto al numero di abitanti è stata sottoposta ad una grande pressione. E ancora la Svezia, un altro Paese che ho visitato recentemente, dove hanno rimesso in discussione alcuni punti di riferimento che avevano contraddistinto quella cultura. La crisi c'è perché gli altri Paesi non se ne sono voluti occupare, non hanno voluto fare la loro parte e la responsabilità è ricaduta su pochi. Io ritengo allora che sia doveroso auspicare che la Commissione europea possa avere seguito nel suo tentativo di revisione del sistema Dublino, perché è quello che serve oggi per poter gestire questo fenomeno all'interno dei 28 Stati. Ognuno si deve prendere la propria responsabilità. E' l'unico modo per non delegare, come stiamo facendo, uno dei diritti più antichi della nostra civiltà: il diritto di asilo non può essere delegato ad altri, subappaltato, esternalizzato alla Turchia. Intanto perché non ne ha il quadro giuridico adeguato, e non devo spiegarne a voi le ragioni. E poi perché ha già tre milioni di rifugiati. E ancora perché per questa pressione sta chiudendo le frontiere con la Siria, perché ritiene di non potercela fare più, violando il principio del non respingimento. Allora dobbiamo assumerci delle responsabilità, e farlo subito, perché la soluzione va trovata all'interno degli Stati europei. La Turchia è una non-soluzione, è rimandare il problema, ed è oggi molto rischioso.
Non dobbiamo darci per vinti. E' una partita molto dura, ma dobbiamo ritrovare noi stessi attraverso i valori della nostra tradizione più ricca, che ci hanno portato ad essere l'Unione europea.
E' per questo che, nel ruolo che ricopro attualmente, ho voluto promuovere, assieme ai Presidenti delle Camere di Francia, Lussemburgo e Germania, una Dichiarazione solenne che ribadisse - in questo momento di crisi, per dare risposta anche alla crisi dei rifugiati - l'importanza di avere più Europa, più integrazione politica. Ho il piacere di dirvi che questa nostra istanza oggi è condivisa da ben 15 Presidenti di assemblea. Non siamo in pochi, non siamo soli a condividere questa esigenza di arrivare ad una Unione federale di Stati, l'unica dimensione che ci consentirà di essere competitivi in futuro e di dare le risposte ai nostri figli.
Filippo Grandi ed io ci conosciamo da una vita. Cominciammo le nostre rispettive carriere all'ONU negli stessi anni, mentre crollava la Cortina di Ferro. Abbiamo fatto quel percorso con convinzione, quegli ideali sono rimasti sempre vivi. In te, Filippo, sicuramente, vista la straordinaria carriera che hai fatto in questo ambito. Ma posso assicurare che io non li ho mai abbandonati, anche in questo nuovo incarico che mi onoro di svolgere. Gli ideali di un futuro che non sia quello della contrapposizione.
Sono felice di questo riconoscimento a Filippo, perché sono certa che sia il migliore 'ambasciatore' della nostra migliore cultura italiana: appassionata ma concreta, creativa ma estremamente professionale, globale e internazionale, ma molto attaccata alle nostre radici.
A lui - ed all'ISPI, che contribuisce a rappresentare quell'Italia nel proprio ambito di competenza - vanno dunque le mie congratulazioni ed i miei auguri".