Saluto e ringrazio per l'invito ad intervenire alla celebrazione odierna la Vice Presidente della Camera, Marina Sereni.
Saluto altresì la Ministra Boschi, la rappresentante del Ministero dell'Interno, la Presidente Lodi e gli altri relatori qui presenti.
L'evento di oggi è molto importante. Non è un dovere. Siamo qui perché le Istituzioni devono riuscire a porre al centro dell'agenda politica questo tema. E' il segno di un impegno su un fenomeno che è tra i più drammatici del nostro tempo.
Mentre arrivavo qui mi è stato dato un libro. C'è scritto: "La prima volta che vai sulla strada per lavorare sei nel panico. Io ricordo la strada. Ricordo il marciapiede. Ricordo la mia vergogna di stare lì, con dei vestiti assurdi. E l'attesa. Ricordo l'attesa che qualcuno arrivasse e mi facesse un segno dal finestrino abbassato, che dicesse vieni, che dicesse quanto. Ricordo ancora la voce dei primi che mi hanno chiamato, e la mia voce che rispondeva no, no, no. "
Siamo di fronte a un fenomeno che riduce gli esseri umani - in particolare le donne e le ragazze - a merci, oggetti che devono essere venduti, sui quali fare un commercio ad ogni costo, con la violenza fisica e psicologica.
E' un fenomeno tanto più abietto perché affonda le radici nel bisogno, nella vulnerabilità delle vittime, nella povertà, nella disuguaglianza di genere e nella mancanza di lavoro e di accesso all'istruzione, nel caporalato e nel lavoro minorile.
Siamo di fronte, nella sostanza, ad una nuova forma di schiavitù di cui sono vittime milioni di esseri umani, addirittura 35,8 milioni di persone secondo il più recente Global Slavery index. Provate a immaginare questa cifra. Di queste oltre il 70% sono donne e bambine, vendute a loro insaputa, sottoposte ad un trattamento devastante anche dal punto di vista dell'autostima. Queste persone pensano di meritare la condizione che si trovano a vivere per il processo di umiliazione.
Come ha ben messo in evidenza una risoluzione approvata dal Parlamento europeo nel luglio scorso, "la tratta di esseri umani è un crimine basato sul genere" ed è favorito "dalla tolleranza sociale nei confronti delle disuguaglianze di genere e della violenza contro le donne e le ragazze".
Perché è vero che noi siamo tolleranti verso la violenza sulle donne, la consideriamo quasi come un fattore endogeno: "c'è sempre stata, che ci vogliamo fare?"
E' il frutto - aggiungo io - di un atteggiamento culturale retrogrado e profondamente sessista, che vede nella donna un mero oggetto da utilizzare, un corpo da sottomettere con la violenza.
Cosa facciamo per queste donne, per queste bambine? Cosa facciamo quando ci muoviamo per le nostre città e le vediamo sul bordo delle strade seminude?
Spesso ci voltiamo dall'altra parte, dicendoci: "Ci penserà qualcun altro". Non vogliamo vedere. Da anni abbiamo sentito parlare di "tolleranza zero", tuonare sulla "tolleranza zero". Ma non ho mai sentito usare l'espressione contro chi sfrutta queste donne, contro chi le riduce in schiavitù!
E' un abuso che conviene, che rende. L'Ilo, l'agenzia internazionale del lavoro, ci parla di un profitto di circa 150 miliardi di dollari. Le vittime della tratta - oltre che costrette alla prostituzione - sono infatti sfruttate in numerose altre attività, tra cui il lavoro domestico e l'agricoltura. In Aula adesso noi abbiamo il provvedimento sul caporalato: molte donne migranti vittime di tratta e molte donne italiane oggi sono costrette in condizioni disumane e a morire di fatica.
L'Italia in questo ambito può e deve giocare un ruolo centrale anzitutto perché i dati disponibili dimostrano che stanno aumentando le potenziali vittime di tratta in arrivo nel nostro Paese. Si trovano tra le migliaia di migranti, salvati dalle acque del Mediterraneo dalla Marina Militare e dalla Guardia costiera, che non smetterò mai di ringraziare per quello che fanno.
Conosco questo fenomeno da vicino. Ho lavorato 25 anni per le Nazioni Unite, anche in Africa ed in Medio Oriente. Ne ho viste tante, negli anni in cui ero spesso a Lampedusa per conto dell'Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati. Per questo mi sentite parlare di questo tema con un certo coinvolgimento. Sono tra i migranti ma sono diverse, quelle ragazze. I migranti baciano la terra quando arrivano in segno di gratitudine.
Queste donne e ragazze, invece, non hanno più la luce negli occhi. E viaggiano quasi sempre accompagnate da sedicenti mariti o fratelli. Ma chi sono quegli uomini che viaggiano con loro? E perché sempre quella mestizia sui loro volti?
Certo, motivi ce ne sono. Sono quasi tutte passate attraverso la Libia, che vuol dire aver subito il peggio. Molte di loro sono già vittime di tratta, ma sperano che, una volta messo piede nella civile Europa, tutto questo finirà. E invece non finisce, prende un altro volto, non meno drammatico.
Cosa facciamo per sottrarle alle forme più aberranti di sfruttamento?
Va riconosciuto che in Italia siamo dotati di una buona legislazione - ha ben lavorato chi c'era prima di noi - e abbiamo sviluppato capacità investigative di altissimo livello. Abbiamo messo assieme un assetto che ha tutte le carte in regola.
Già nel 1998, abbiamo adottato una legge che prevede la protezione fisica e giuridica e l'assistenza alle vittime. Non c'è bisogno della denuncia per ottenere questi scudi protettivi: basta che ci sia un rischio concreto. Ancora oggi c'è questo grande equivoco, guardo la rappresentante dell'Oim che è qui davanti a me e che lo sa bene. Ma questo non si sa e non lo si dice alla vittima. Dal 2000 abbiamo poi progressivamente rafforzato le disposizioni del codice penale.
L'impianto normativo a tutela delle vittime di tratta si configura come una buona pratica a livello europeo ed internazionale, ma purtroppo non sempre viene applicato con la dovuta sistematicità. Se così fosse, saremmo un Paese leader nel contrasto alla tratta. E invece vediamo che ci sono grossi problemi, a livello italiano ma anche a livello europeo. A riprova di ciò, cito un dato eloquente: in tutta l'Unione europea, nel biennio 2013-2014, le vittime registrate sono state poco meno di 16mila. Vi rendete conto di quanto sia irrealistico questo numero? E' evidente che questo dato non restituisce la fotografia reale del fenomeno.
Un fenomeno che prima di tutto deve essere riconosciuto. Se noi non riconosciamo la vittima di tratta, è evidente che i dati non saranno comprensivi di tutte le figure. Bisogna fare molta formazione di tutti gli attori coinvolti: operatori umanitari nel luoghi di sbarco, personale di polizia, personale investigativo e giudiziario, medici e sanitari, autorità locali, ispettori del lavoro e sindacati. Saper individuare una vittima di tratta può letteralmente salvare la vita a molte persone; saper intercettare e bloccare i flussi di denaro provenienti da questo commercio indegno impedirà ai criminali di arricchirsi ulteriormente.
Ritengo che anche in questo ambito occorra un intervento più forte ed unitario a livello europeo: in mancanza di una armonizzazione, chi ci guadagna sono i trafficanti. E' vero, l'Unione si è dotata nel 2011 di una direttiva concernente la prevenzione e la repressione della tratta e la protezione delle vittime. Ha adottato inoltre una apposita strategia per sradicare la tratta.
Questi strumenti, tuttavia, hanno ridotto solo parzialmente le differenze tra le legislazioni degli Stati membri, differenze che agevolano notevolmente le attività della criminalità organizzata. Occorre dunque armonizzare ulteriormente le normative nazionali in questo ambito per avere una legislazione organica.
E dobbiamo capire che questa legislazione va inserita in una politica realistica sull'immigrazione. L'Unione europea deve riuscire ad avere un'unica politica migratoria, all'interno della quale la lotta alla tratta diventa un passaggio fondamentale. Si rafforzino i canali legali di accesso all'Europa, che oggi non ci sono. Oggi bisogna solo fare domanda d'asilo, per arrivare in Europa, dopo aver rischiato la vita. Legalmente non si entra.
E bisogna avere un'attenzione particolare alla presenza femminile: più noi integriamo le donne, più le sottraiamo a questa terrificante realtà. Quindi si deve intensificare la cooperazione tra Europol, Eurojust, Stati membri e Paesi terzi, per identificare le potenziali vittime di tratta e contrastare i trafficanti.
Per chiudere, Internet. Oggi si cercano queste giovani donne sulla Rete, si promette loro qualcosa che non sarà. La rete è diventato uno strumento essenziale anche per reclutare giovani donne e buttarle sui nostri marciapiedi.
Concludo ribadendo che il nostro impegno deve essere rivolto non soltanto a liberare le vittime della tratta - vergogna del nostro tempo - ma anche a riscattare le nostre società da questa onta con la quale abbiamo dovuto convivere.
Per noi donne, in particolare, questo deve essere un impegno imprescindibile. Grazie ancora una volta alla Presidente Sereni e a tutti voi. Mi auguro che si riesca a dare un seguito legislativo concreto per cancellare questa bruttissima macchia che ci portiamo dietro.