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Comunicati stampa

27/10/2016
Intervento Boldrini al Seminario del Gruppo Speciale sul Mediterraneo e il Medio Oriente e della Sottocommissione sui partenariati dell’Assemblea parlamentare della Nato
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Aula Montecitorio

Intervento della Presidente della Camera dei deputati, Laura Boldrini:

"Ministro Gentiloni, Presidente Manciulli, Presidente Le Bris, Presidente Lamers, onorevoli parlamentari, Signore e Signori, è per me un onore ed un piacere aprire i lavori di questo Seminario per il quarto anno consecutivo. Dopo le tappe di Catania e di Firenze, i parlamentari dei Paesi NATO e di quelli partner si riuniscono nuovamente a Roma, presso la Camera dei deputati.
E' in quest'Aula che, tra oggi e domani, discuterete di alcuni dei temi cruciali dei nostri tempi e di come impattino sulla sicurezza di tutti noi, non soltanto qui nel Mediterraneo, ma su entrambe le sponde dell'Atlantico, come anche ai confini orientali e meridionali dell'Europa.
Pochi giorni fa, durante un'iniziativa qui alla Camera dell'Assemblea parlamentare dell'Unione per il Mediterraneo - attualmente sotto Presidenza italiana - il medico di Lampedusa che da venticinque anni presta le prime cure ai migranti sbarcati sulla piccola isola, ha presentato il suo lavoro mostrando immagini dei pazienti, specialmente donne, con evidenti segni di violenza: ferite, ecchimosi, bruciature, fratture.
In queste condizioni giungono sulle nostre coste molte delle persone che cercano sicurezza in Italia e in Europa.
Nel 2016 nel Mediterraneo è morto il numero più alto di sempre di uomini, donne e bambini in fuga da guerre, persecuzioni e povertà. Il numero fa impressione. Oltre 3.700 persone, tra cui almeno 600 bambini: due al giorno dall'inizio dell'anno. Questi dati sono agghiaccianti, e lo sarebbero ancor di più senza gli sforzi incessanti delle autorità marittime italiane, delle navi commerciali, delle navi delle ONG e di quelle dell'operazione congiunta dell'UE, EUNAVFOR MED. Ma non sono casuali. Sono il frutto di strategie sempre più orrende da parte dei trafficanti, che imbarcano centinaia di migranti su gommoni fatiscenti, ormai quasi sempre sprovvisti di sistemi di navigazione e perfino di motori. Ci raccontano che, appena lasciate le imbarcazioni, i trafficanti tolgono loro i motori per poterli riutilizzare, e i migranti vengono dunque abbandonati alla deriva.
E questa strage senza fine colpisce persone che provengono da odissee lunghe mesi, se non anni. Chi muore nel Mediterraneo non ha soltanto lasciato dietro di sé la propria casa,i propri affetti, le proprie certezze, ma è già sopravvissuto alla traversata del deserto, così come alle angherie ed agli abusi dei trafficanti.
E' passato, nella stragrande maggioranza dei casi, dall'inferno che è la Libia d'oggi. Un Paese dove le bande di milizie collaborano tra di loro soltanto per spartirsi il bottino derivante dai flussi migratori. Dove chiunque possegga un kalashnikov può disporre dei corpi e della vita di migranti e rifugiati. Dove le donne in viaggio sanno che per raggiungere la salvezza in Europa dovranno pagare un terribile prezzo aggiuntivo: lo stupro sistematico come strumento di sottomissione.
Di queste donne, di questi bambini, di questi uomini dobbiamo parlare quando discutiamo di gestione dei flussi migratori, restituendo loro un volto e la dignità. Perché non si tratta solo di numeri, cifre, statistiche. Perché il necessario controllo delle frontiere, non può avvenire senza tenere a mente tutto questo e senza che i Paesi più sicuri, più stabili se ne occupino direttamente anziché delegare le proprie responsabilità di accoglienza ad altri.
Sono presenti tra di noi i rappresentanti dei Parlamenti di Stati, talvolta anche molto piccoli, che accolgono milioni di rifugiati. Paesi che hanno osservato con stupore l'Europa - un continente di 500 milioni di abitanti - andare in crisi per l'arrivo di poco più di un milione di persone.
In quest'Aula ci sono anche i rappresentanti di Stati dai quali partono centinaia di migliaia di persone in fuga da violenze e insicurezza, spesso ragazzini, che per raggiungere l'Europa affrontano ogni tipo di rischio. Perché la sicurezza non è solo una nostra prerogativa, ma è di tutti.
Persone che in Europa, se osservate con uno sguardo obliquo e torvo, perdono la propria umanità, agli occhi di qualcuno non sono più persone, ma diventano stereotipi negativi utili alla propaganda populista che dipinge ogni straniero come pericoloso e potenzialmente criminale, anche quando si tratta di donne e bambini.
I professionisti della paura guadagnano consenso così, scavando solchi sempre più profondi nelle nostre società, noncuranti del danno che causano al nostro vivere quotidiano.
"Noi contro loro" è il paradigma avvelenato che propongono, oppure "cacciamoli tutti che vivremo più sicuri".
E sono proprio queste semplicistiche e distorte proposte a fenomeni complessi ed epocali, a generare ancora più insicurezza.
Ma non è chiudendoci all'interno delle nostre frontiere ed escludendo il diverso da noi, che saremo più sicuri.
Gli abitanti del Sahel stentano oggi a produrre cibo a sufficienza a causa della desertificazione crescente causata dal cambiamento climatico. E il cambiamento climatico è a sua volta il prodotto di secoli di produzione industriale in Occidente basata sui combustibili fossili.
Allo stesso modo, in un mondo globalizzato, la nostra sostanziale inazione di fronte alle stragi che avvengono quotidianamente in Siria ha un impatto nei nostri Paesi, attraverso i flussi di rifugiati in arrivo e l'effetto della propaganda jihadista che attecchisce ad ogni latitudine e che ci dipinge come complici nei massacri di civili innocenti.
La risposta a tutto ciò, dunque, non può essere esclusivamente di sicurezza, anche se l'azione militare - decisiva in queste ore per liberare Mosul dal controllo di DAESH - gioca ovviamente un ruolo importante nello sconfiggere chi vorrebbe distruggere la nostra comune civiltà euromediterranea, dalle radici millenarie.
Ne ho avuto la riprova due settimane fa, in occasione della mia visita ufficiale in Albania, un Paese oggi stabile e democratico. L'Albania si trova in un contesto regionale, quello dei Balcani, attraversato da crescenti e contrapposti nazionalismi, tensioni interetniche ed una radicalizzazione islamista sempre più diffusa.
A far avanzare l'Albania, negli ultimi decenni, sono stati il progetto europeo e la prospettiva dell'integrazione euroatlantica.
Oggi come vent'anni fa, non dobbiamo distogliere lo sguardo dalla regione balcanica. Perché la storia, purtroppo anche quella recente, c'insegna che una miccia accesa nei Balcani può avere conseguenze nefaste e contagiare il resto del continente europeo.
In conclusione una considerazione da convinta europeista. Solo un'Europa unita e coesa può contare a livello internazionale e influenzare le dinamiche macroregionali, come dimostrano le lezioni amare tratte dalle azioni talvolta unilaterali in Libia messe in atto da alcuni Paesi europei. Un'Europa che, all'interno ed all'esterno dell'Alleanza atlantica, sappia parlare con una sola voce ed agire di conseguenza.
Un'Europa di cui il mondo oggi ha un disperato bisogno."

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