"Saluto il direttore dell'agenzia dell'Unione europea per i Diritti fondamentali (FRA), Morten Kjaerum, il Commissario europeo Dimitris Avramopoulos e il sottosegretario Benedetto Della Vedova. E' per me un grande onore ospitare presso la Camera dei Deputati la Conferenza annuale della Agenzia dell'Unione europea per i Diritti fondamentali (FRA) che quest'anno è basata sull'importanza dei diritti fondamentali nelle politiche dell'Unione europea in materia di migrazioni. La scelta di svolgere presso la Camera dei deputati la prima giornata dei lavori della Conferenza non è casuale ma si inserisce pienamente nelle iniziative organizzate nell'ambito della dimensione parlamentare del Semestre di Presidenza italiana del Consiglio dell'Unione europea. Ricordo che presso la Camera si è tenuta, il 13-14 ottobre scorso, la riunione interparlamentare delle Commissioni competenti in materia di diritti fondamentali. Il Parlamento italiano ha ritenuto di dedicare a questo tema una particolare attenzione nella convinzione che il rispetto e la garanzia dei diritti fondamentali delle persone costituiscono veri e propri valori identitari dell'Europa come solennemente sancito dall'articolo 2 del Trattato e che quindi ad esso devono ispirarsi tutte le politiche settoriali dell'Unione europea. Questo dato colloca l'Unione Europea in una posizione del tutto peculiare a livello internazionale, ne fa un modello esemplare e rappresenta uno degli elementi più preziosi del patrimonio faticosamente costruito negli scorsi decenni nella prospettiva dell'integrazione europea. Si tratta, tuttavia, di un dato che non può rimanere un'affermazione astratta e di principio ma che deve essere continuamente aggiornato e concretamente declinato nelle politiche condotte nei diversi campi dell'Unione Europea. Per questo motivo mi pare particolarmente meritoria la scelta compiuta dall'Agenzia dell'UE per i diritti fondamentali di affrontare il tema delle politiche migratorie assumendo a riferimento il parametro della salvaguardia dei diritti fondamentali. Scelta coraggiosa perché non possiamo ignorare il fatto che in molti dei nostri Paesi trovano un riscontro ampio e purtroppo crescente i messaggi allarmistici di chi propone di affrontare il tema dell'immigrazione essenzialmente come una minaccia alla sicurezza e alla coesione sociale dei Paesi europei. Di pochi giorni fa un sondaggio commissionato dal quotidiano britannico The Guardian all'istituto Ipsoso Mori, sondaggio che ha riguardato 14 paesi Ocse. Agli intervistati sono state poste una serie di domande su questioni di stringente attualità: l'immigrazione e la presenza di musulmani sul territorio in cui si vive, la percentuale di disoccupati, il numero di votanti alle ultime elezioni politiche. Una volta incrociate le risposte con il dato reale, è emerso un preoccupante "scollamento" tra ciò che pensa l'opinione pubblica e i risultati oggettivi. Il gap tra percezione e realtà ovviamente cambia da Paese a Paese ed particolarmente interessante constatare che anche in importanti Paesi europei (Francia, Belgio, Gran Bretagna) questo divario tra realtà e percezione è molto alto. In questo quadro, purtroppo, il mio Paese, l'Italia, è risultato all'ultimo posto. Faccio qualche esempio: gli italiani pensano che la percentuale degli immigrati sulla popolazione sia del 30%, in realtà siamo al 7%. E ancora, il numero di musulmani in Italia sfiora una percentuale del 4%, al sondaggio è stato risposto che la percentuale sia del 20%. Sulla politica interna, la convinzione comune è che alle ultime politiche abbia votato poco più della metà degli aventi diritto, a causa del tanto sbandierato allontanamento dei cittadini dalla politica. La verità è che a votare è andato il 75% degli aventi diritto. Dico questo per spiegare quanto il dato mediatico e di certe campagne politiche basate sull'esclusione, sulla discriminazione e sulla paura dell'altro, facciano breccia nella percezione dell'opinione pubblica. Quindi politica e media hanno un ruolo fondamentale e una responsabilità enorme. In questo senso il lavoro accurato di documentazione e studio svolto dall'Agenzia europea per i diritti fondamentali risulta particolarmente prezioso perché offre utili elementi di informazione e di analisi anche comparata che possono smentire rappresentazioni superficiali e aiutare ad affrontare argomenti complessi e delicati come quelli delle politiche migratorie sulla base di dati di fatto e non di pregiudizi o di informazioni errate. Voglio ricordare, a questo proposito, che proprio in occasione della riunione interparlamentare sui diritti fondamentali svoltasi alla Camera il 13 e 14 ottobre scorso si registrò un largo consenso sull'opportunità di instaurare con l'Agenzia europea per i diritti fondamentali una interlocuzione più stretta in modo da consentire ai Parlamenti dell'Unione Europea di poter usufruire del suo prezioso patrimonio di conoscenza. Lo sviluppo di questo rapporto può peraltro costituire un modello che può essere esteso successivamente a molte altre agenzie europee. Le questioni relative alla salvaguardia dei diritti fondamentali e alle politiche migratorie vanno trattate anche attraverso l'analisi dei numeri. Il primo dato che merita di essere segnalato è che l'Europa non è affatto esposta a flussi di rifugiati e richiedenti asilo di dimensioni insostenibili. Basta paragonare i dati europei a quelli dei Paesi vicini alle zone di conflitto per rendersene conto. Penso ad un piccolo Paese come il Libano. Attualmente ospita circa 1milione e 200mila rifugiati siriani, su una popolazione di circa 4milioni di abitanti. Facendo le dovute proporzioni con il mio Paese, ad esempio, sarebbe come se in Italia ci fossero 14 milioni di rifugiati. In Giordania i numeri sono simili. E, in generale, l'80 % dei rifugiati vive nel sud del mondo. La presenza dei rifugiati nei 28 paesi dell'Unione europea alla fine del 2013, secondo gli ultimi dati disponibili dell'Unhcr, è di 980mila così suddivisi: Francia 232.000; Germania 187.000; Regno Unito 126.000; Svezia 114.000; Italia 78.000. Ecco dunque come i numeri facciano chiarezza e offrano un'altra prospettiva che smonta quella dell'invasione. Viviamo un momento di grandi tensioni tutto intorno a noi, ad oriente come nel Mediterraneo. I conflitti, oltre a causare morte e distruzione, generano anche spostamenti forzati di popolazioni che si riversano principalmente nei paesi confinanti. Una minoranza cerca di raggiungere l'UE. Dall'inizio dell'anno, nel Mediterraneo sono morte circa tremila persone e questo nonostante l'operazione di soccorso Mare nostrum. tremila persone morte suona come una guerra. Mi chiedo allora se non sia giunto il momento per l'Europa, per i 28 Paesi dell'Unione, di pensare a fornire alternative concrete alla traversata in mare, sottraendo anche risorse ai trafficanti. Alternative che in effetti esistono già. Penso ad esempio al programma di Resettlement, ovvero la possibilità di ogni paese membro di ospitare una quota di rifugiati che sarebbero trasferiti legalmente dai paesi di transito come la Libia, dopo che gli organismi internazionali come l'UNHCR hanno selezionato le persone bisognose di protezione. Il Resettlement da tempo viene messo in pratica e Paesi come gli Stati Uniti, l'Australia e il Canada nel 2013 hanno accolto 66mila, 13mila e 12mila rifugiati, rispettivamente. E l'Europa? I 28 stati dell'UE attraverso il Resettlement, nel 2013, hanno accolto meno di 5mila persone. Nel frattempo però, non posso che esprimere forte preoccupazione per la situazione che si potrebbe creare con la chiusura dell'operazione Mare Nostrum ed in assenza di un'operazione che la sostituisca davvero. Triton, come hanno spiegato bene i vertici dell'Agenzia Frontex, non è un'operazione sostitutiva nè per mezzi nè per risorse. Mare Nostrum è stata un'operazione meritoria della Marina Militare italiana, un'operazione con la quale il nostro governo, anche in un momento di crisi, ha deciso di dire no al cinismo salvando decine di migliaia di vite umane. Adesso che l'operazione volge al termine come si fa a non vedere che i morti aumenteranno? Si può veramente immaginare che chi fugge da guerre e persecuzioni cesserà di attraversare il Mediterraneo perché non c'è più Mare Nostrum? E' irrealistico immaginare qualcosa del genere. Ecco perché sono molto preoccupata per ciò che potrà succedere nel Mediterraneo, che - lo ricordo - è frontiera europea. In questo senso, auspico, quindi, che, anche grazie all'aiuto concreto fornito dalle analisi dell'Agenzia, l'Unione europea possa davvero comprendere l'assoluta necessità di un approccio condiviso di questo fenomeno e affrontarlo come una delle priorità dell'Europa tutta".