Camera dei deputati

Vai al contenuto

Sezione di navigazione

Menu di ausilio alla navigazione

MENU DI NAVIGAZIONE PRINCIPALE

Vai al contenuto

Comunicati stampa

29/09/2015
Intervento della Presidente Boldrini all’Assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa
2411

Risposta umanitaria e politica alla crisi migratoria in Europa

(Strasburgo, 29 settembre 2015)

"Presidente Brasseur, Segretario generale Jagland, Presidente Di Bartolomeo, onorevoli parlamentari, autorità, Signore e Signori, è per me un grande onore essere qui oggi. E' un onore perché il Consiglio d'Europa è la più antica organizzazione sovranazionale del nostro continente e quella cui, ancora oggi, viene riconosciuto il primato in materia di diritti umani. Lo è perché rappresento, per la prima volta in quest'Aula, un ramo del Parlamento italiano. E' un onore anche perché qui hanno preso la parola grandi personalità della vita politica europea, incluso Alcide De Gasperi, che, nel 1951, già poneva come necessaria l'integrazione europea.

Al centro del nostro dibattito odierno c'è la "crisi migratoria in Europa". Io credo che dovremmo parlare piuttosto di "crisi dei rifugiati", dal momento che la maggior parte degli uomini, delle donne e dei bambini che arrivano nei nostri paesi proviene da Stati afflitti da guerre e violenze o governati da dittature militari. Sebbene i flussi con cui ci confrontiamo oggi non abbiano precedenti, chi di noi ha seguito nel tempo gli sviluppi in materia di migrazione ed asilo sa bene che non si tratta di un fenomeno nuovo e che altri paesi sopportano un onere ben più pesante.

Ho trascorso venticinque anni della mia vita lavorando per le agenzie delle Nazioni Unite, quindici dei quali per l'Alto Commissariato dell'ONU per i Rifugiati, svolgendo missioni in molti degli angoli più critici del pianeta. Nei primi anni 2000, in particolare, la mia attività era dedicata ai flussi migratori misti nel Mediterraneo, che proprio allora iniziavano ad arrivare.

Per anni, le persone che attraversavano il Mediterraneo sono state considerate un problema italiano. Quando migliaia di uomini, donne e bambini provenienti dall'Africa, dal Medio Oriente e dall'Asia centrale morivano in mare, le reazioni in Europa sono state minime. Così, con il passare degli anni, il Mediterraneo è diventato una fossa comune, il risultato di ciò che è - a tutti gli effetti - un conflitto a bassa intensità; ciò nonostante, molto poco è stato fatto.

Il mio paese, l'Italia, tradizionalmente in prima linea nel salvare decine di migliaia di vite umane con la sua Marina militare, la sua Guardia costiera e le sue flotte di pescherecci, ha invocato per anni un'azione concertata da parte di tutti gli Stati europei. I nostri appelli sono rimasti inascoltati. Per troppo tempo si è trattato di un problema solo italiano, greco o maltese, anziché di un problema europeo. Secondo la stessa logica, con l'aumento delle richieste d'asilo in alcuni Stati dell'Europa settentrionale, è diventato un problema svedese o tedesco. Ora che i rifugiati che raggiungono il cuore del nostro continente si contano nell'ordine di centinaia di migliaia, emerge con chiarezza che si tratta di un problema europeo che nessuno Stato, da solo, è in grado di affrontare.

Ora è tempo di agire, di agire uniti. L'Unione europea sta muovendosi verso un'autentica politica d'asilo comune, mentre la Commissione europea è impegnata a garantire che tutti gli Stati membri dell'UE riconoscano la necessità di condividere la responsabilità dell'accoglienza dei rifugiati. Ci sono state resistenze. Ma ciò non dovrebbe sorprenderci. Tutti i grandi cambiamenti provocano resistenze, ma è solo unendo le nostre forze che riusciremo a vincere le sfide odierne.

La crisi dei rifugiati può essere gestita soltanto da un'Europa unita. Ogni singolo Stato al mondo è interessato dal fenomeno migratorio in quanto Paese d'origine, di transito o di destinazione. E questo vale anche per l'Europa tutta. Alcuni dei quarantasette Stati membri del Consiglio d'Europa ospitano numeri ingenti di rifugiati. Lo scorso anno, la Turchia ha superato nazioni tradizionalmente impegnati nell'accoglienza dei rifugiati come il Pakistan, l'Iran e il Kenya, sino a diventare il Paese con la più grande popolazione di rifugiati al mondo.

Signora Presidente, stimati colleghi, l'Europa è come un iceberg: in superficie può apparire ostile, inospitale, troppo attenta ai propri problemi per occuparsi del resto del mondo. Sotto le onde, però, c'è l'enorme massa silenziosa di milioni di persone pronte a impegnarsi, pronte ad aiutare chi ha bisogno. Questa è l'Europa che amo. Questa è l'Europa che noi tutti amiamo, l'Europa della solidarietà. Questa è anche l'Europa che vediamo riflessa negli occhi dei rifugiati, per i quali il nostro continente è una terra di pace, di stabilità, di prosperità e di opportunità.

E l'Europa è un modello per il mondo intero. Un luogo in cui sono tutelati i diritti umani, in cui la democrazia prospera ed è rispettato lo Stato di diritto. Una terra in cui, sessantasei anni fa, dei pionieri lungimiranti hanno fondato un organismo sovranazionale a salvaguardia di questi valori e principi fondamentali. A distanza di molti decenni, il Consiglio d'Europa opera ancora per proteggere questi valori da minacce antiche e nuove.

I rifugiati che cercano la salvezza in Europa ci hanno ricordato cosa significhi essere europei e che dobbiamo esserne fieri. Ci hanno ricordato quali siano i valori su cui si fonda il progetto europeo. Le recinzioni di filo spinato o i muri sono in contrasto con tutti questi valori e non sono un segnale di forza - al contrario, sono sintomo di debolezza e di miopia.

Come abbiamo potuto pensare che le conseguenze delle guerre in Siria, Iraq e Ucraina non avrebbero toccato i nostri paesi? Era soltanto questione di tempo.

"Perché ne giungono così tanti in Europa, adesso?", potrebbe chiedersi qualcuno. Arrivano ora perché hanno perso ogni speranza di vivere in pace nei propri luoghi d'origine, perché sono circondati sempre più da violenza e insicurezza crescenti e anche perché le condizioni nei Paesi confinanti come la Turchia, il Libano e la Giordania, dove le agenzie umanitarie fanno sempre più fatica a rispondere alle necessità per carenza di fondi, sono disperate. E oggi dobbiamo tener conto di un fattore nuovo - la comunicazione istantanea attraverso i social media consente ai rifugiati di orientarsi durante il tragitto.

Come tutti, anche i rifugiati vogliono rimanere o tornare a casa. Se ciò non è possibile, cercano altrove un futuro migliore per i propri figli. Un futuro sicuro. Vivere una vita sicura non è una prerogativa del mondo occidentale. È un diritto universale.

Ora che sono moltissimi i rifugiati che raggiungono l'Europa, abbiamo bisogno di una risposta collettiva per far fronte alle grandi sfide che ci attendono. Consentitemi di suggerire alcune idee per contribuire al dibattito.

In primo luogo, dovremmo garantire che chi fugge dalla guerra e dalla violenza non rischi la propria vita, arricchendo le reti criminali per raggiungere l'Europa. Le operazioni di ricerca e soccorso nel Mediterraneo devono rimanere una priorità per tutti gli Stati, e a chi ha bisogno di protezione occorre offrire alternative ai trafficanti di essere umani, compresi quote più consistenti per il reinsediamento ed altri canali legali.

In secondo luogo il Regolamento di Dublino, che stabilisce su quale Stato europeo ricada la responsabilità per l'esame delle richieste d'asilo, deve essere sottoposto a una nuova valutazione ed essere rivisto, come ribadirà fra pochi minuti il Presidente della delegazione italiana nonché Vicepresidente dell'Assemblea parlamentare, Michele Nicoletti, nella sua relazione.

In terzo luogo, tutti i nostri paesi devono assumersi la responsabilità di offrire un'accoglienza dignitosa a coloro che arrivano ai nostri confini, secondo la nostra tradizione europea.

Occorre inoltre identificare le cause profonde che spingono le persone a scappare, intensificando l'azione diplomatica per porre fine alla carneficina in Siria e in Iraq. Dobbiamo anche esercitare pressioni sul regime in Eritrea, fermare il conflitto in Ucraina e stabilizzare la Libia, solo per citare le crisi più urgenti. Altrimenti ci limiteremo a continuare a curare i sintomi.

Da ultimo, non per importanza, dovremmo anche profondere maggiori sforzi per coinvolgere e informare i nostri cittadini, contrastando le voci di chi cerca di spaventarli parlando d''invasione', ricordando che l'Europa è un continente di oltre 800 milioni di persone. Le manifestazioni pubbliche di razzismo e xenofobia non possono più essere tollerate ed è per questo che le iniziative come la campagna 'No Hate' del Consiglio d'Europa sono così importanti.

Io credo che questo momento ci offra un'opportunità unica. L'opportunità di guidare l'Europa verso una fase nuova. L'Unione europea, in particolare, dovrebbe diventare un'UE un'UE 2.0, come direbbero le giovani generazioni. Un'Europa più unita e forte, un'Europa che sia in grado di rispondere ai bisogni dei propri cittadini e di agire come attore globale. Due settimane fa, insieme ai Presidenti delle Camere basse di Francia, Germania e Lussemburgo - con il mio caro amico Mars, che oggi è qui con noi - abbiamo ribadito il nostro impegno a favore di questo ideale, sottoscrivendo una dichiarazione congiunta a Roma in cui si invoca una più forte integrazione europea.

Settant'anni fa, in un'Europa devastata dalla guerra, la visione dei padri fondatori ha dato vita ad un progetto fondato sul rispetto dei diritti fondamentali e della dignità umana, sulla crescita sostenibile e sulla solidarietà tra gli Stati europei. La loro visione ci ha permesso di vivere in pace e prosperità per decenni.

Onorevoli Parlamentari, avrebbero forse potuto darci un dono più grande? Oggi spetta a noi portare a termine il progetto che hanno iniziato, con la creazione degli Stati Uniti d'Europa.

E dobbiamo agire ora, se non vogliamo che le prossime generazioni si guardino indietro e ci accusino di esserci fatti sfuggire un'occasione unica. L'occasione di costruire un'Europa più forte, che offra opportunità a tutti. Dobbiamo agire ora per dare speranza alle migliaia di persone che guardano all'Europa come a un porto sicuro - e per far sì che i figli di chi arriva oggi crescano orgogliosi di essere europei".

Cerca comunicati stampa
VEDI ANCHE