XIX LEGISLATURA
COMUNICAZIONI
Missioni valevoli
nella seduta del 24 aprile 2025.
Albano, Ascani, Bagnai, Barbagallo, Barelli, Battistoni, Bellucci, Benvenuto, Bicchielli, Bignami, Bitonci, Bonetti, Boschi, Braga, Caiata, Calderone, Cappellacci, Carloni, Casasco, Cavandoli, Cecchetti, Centemero, Cesa, Cirielli, Colosimo, Alessandro Colucci, Sergio Costa, D'Alessio, Della Vedova, Delmastro Delle Vedove, Ferrante, Ferro, Foti, Frassinetti, Freni, Gava, Gebhard, Gemmato, Giachetti, Giglio Vigna, Giorgetti, Gribaudo, Guerini, Gusmeroli, Leo, Lollobrigida, Lupi, Magi, Mangialavori, Maschio, Mazzi, Meloni, Michelotti, Minardo, Molinari, Mollicone, Molteni, Morrone, Mulè, Nordio, Orsini, Osnato, Nazario Pagano, Pichetto Fratin, Pittalis, Polidori, Prisco, Rampelli, Marianna Ricciardi, Riccardo Ricciardi, Richetti, Rixi, Roccella, Romano, Rotelli, Scerra, Schullian, Semenzato, Siracusano, Sportiello, Stefanazzi, Stefani, Tajani, Trancassini, Tremonti, Varchi, Vinci, Zaratti, Zoffili, Zucconi.
(Alla ripresa pomeridiana della seduta).
Albano, Ascani, Bagnai, Barbagallo, Barelli, Battistoni, Bellucci, Benvenuto, Bicchielli, Bignami, Bitonci, Bonetti, Boschi, Braga, Caiata, Calderone, Cappellacci, Carloni, Casasco, Cavandoli, Cecchetti, Centemero, Cesa, Cirielli, Colosimo, Alessandro Colucci, Sergio Costa, D'Alessio, Della Vedova, Delmastro Delle Vedove, Dori, Ferrante, Ferro, Foti, Frassinetti, Freni, Gava, Gebhard, Gemmato, Giachetti, Giglio Vigna, Giorgetti, Gribaudo, Guerini, Gusmeroli, Leo, Lollobrigida, Lucaselli, Lupi, Magi, Mangialavori, Maschio, Mazzi, Meloni, Michelotti, Minardo, Molinari, Mollicone, Molteni, Morrone, Mulè, Nordio, Orsini, Osnato, Nazario Pagano, Pichetto Fratin, Pittalis, Polidori, Prisco, Rampelli, Marianna Ricciardi, Riccardo Ricciardi, Richetti, Rixi, Roccella, Romano, Rotelli, Scerra, Schullian, Semenzato, Siracusano, Sportiello, Stefanazzi, Stefani, Tajani, Trancassini, Tremonti, Varchi, Vinci, Zaratti, Zoffili, Zucconi.
Annunzio di proposte di legge.
In data 23 aprile 2025 è stata presentata alla Presidenza la seguente proposta di legge d'iniziativa della deputata:
PROPOSTA DI LEGGE COSTITUZIONALE ZANELLA: «Modifiche agli articoli 3 e 38 della Costituzione in materia di diritti sociali delle persone con disabilità o fragili» (2367).
Sarà stampata e distribuita.
Atti di controllo e di indirizzo.
Gli atti di controllo e di indirizzo presentati sono pubblicati nell'Allegato B al resoconto della seduta odierna.
DOCUMENTO DI FINANZA PUBBLICA 2025 (DOC. CCXL, N. 1)
Doc. CCXL, n. 1 – Risoluzioni relative al Documento di finanza pubblica 2025
RISOLUZIONI
La Camera,
premesso che:
in coerenza con le nuove regole di governance economica dell'Unione europea e con le risoluzioni approvate dalle Camere, il 10 aprile il Governo ha trasmesso, in luogo del Documento di economia e finanza e nelle more dell'adeguamento della disciplina contabile nazionale alla normativa eurounitaria in materia, il Documento di finanza pubblica 2025 (DFP 2025) articolato in due sezioni tra loro integrate;
la prima sezione del DFP 2025 riporta lo schema di relazione annuale sui progressi compiuti di cui all'articolo 21 del regolamento (UE) 2024/1263 del Parlamento europeo e del Consiglio, nonché alla comunicazione della Commissione europea C/2024/3975 del 21 giugno 2024;
la seconda sezione del DFP 2025 riporta i contenuti di cui all'articolo 10, comma 3, della legge 31 dicembre 2009, n. 196, non inclusi nello schema della relazione annuale sui progressi compiuti;
la presentazione del DFP 2025 avviene in una fase che continua a essere caratterizzata da un contesto globale incerto e nel quale, ai conflitti in atto in Ucraina e in Medioriente, si aggiungono le tensioni commerciali conseguenti alle decisioni di politica economica e commerciale degli Stati Uniti;
in tale contesto, le stime di crescita del PIL italiano sono state riviste, prudentemente, nei primi anni al ribasso rispetto a quelle contenute nel Piano strutturale di bilancio di medio termine 2025-2029 (Piano) dello scorso autunno;
in particolare, per l'anno in corso la crescita reale del PIL è stimata allo 0,6 per cento mentre, nel triennio 2026-2028, si attende una crescita reale dello 0,8 per cento in media annua;
le previsioni macroeconomiche tendenziali del DFP 2025 sono state validate dall'Ufficio parlamentare di bilancio (UPB) con nota del 7 aprile 2025, al termine delle interlocuzioni previste dal Protocollo d'intesa tra l'UPB e il Ministero dell'economia e delle finanze;
il quadro di finanza pubblica tendenziale illustrato nel DFP 2025 mostra il sensibile miglioramento realizzato in base ai dati di consuntivo del 2024 e conferma sostanzialmente gli obiettivi per il periodo successivo indicati nel Piano dello scorso autunno;
il rapporto deficit/PIL si è attestato, nel 2024, al 3,4 per cento, in miglioramento sia rispetto al valore previsto nel Piano, sia alle precedenti stime formulate lo scorso anno. L'aggiornamento delle previsioni, per l'anno in corso e il successivo biennio, conferma il profilo di deficit previsto dal Piano. In particolare, il deficit del 2025 è ancora previsto al 3,3 per cento del PIL mentre, per quanto riguarda il 2026, si mantiene la stima del 2,8 per cento, coerente con l'obiettivo di uscire dalla procedura per disavanzi eccessivi. Il miglioramento è atteso proseguire anche nel biennio successivo, quando si prevede un deficit del 2,6 per cento nel 2027 e del 2,3 per cento nel 2028;
il rapporto debito/PIL, che nel 2024 ha fatto registrare un livello del 135,3 per cento, mostra nel triennio 2025-2027 un andamento leggermente più favorevole rispetto alle previsioni del Piano dello scorso autunno, passando dal 136,6 per cento nel 2025, al 137,6 per cento nel 2026 e al 137,4 nel 2027, a partire dal quale si attende la ripresa di un percorso discendente che dovrebbe portare a un livello del 136,4 per cento già nel 2028;
l'indicatore della spesa netta mostra un andamento conforme con il percorso indicato nel Piano e previsto nelle raccomandazioni del Consiglio; il consuntivo relativo al 2024 ha mostrato una crescita dell'indicatore pari al -2,1 per cento, evidenziando una riduzione maggiore di quanto indicato nel Piano (-1,9 per cento), mentre per l'anno in corso si prevede un tasso di crescita intorno all'1,3 per cento. Gli andamenti a legislazione vigente per gli anni successivi mostrano che, allo stato, il tasso di crescita dell'aggregato di spesa netta è confermato per il 2026, mentre risulta più basso (di circa 0,1 punti percentuali) nel 2027 e nel 2028 rispetto a quanto indicato nel Piano;
il monitoraggio delle riforme e degli investimenti previsti nel Piano illustra i progressi realizzati, fornendo elementi che mostrano un quadro nel complesso positivo, in particolare nelle aree relative all'estensione del periodo di aggiustamento;
una particolare attenzione va rivolta ai costi sanitari per la prevenzione per migliorare lo stato di salute della popolazione, ed in particolare l'immunizzazione e lo screening che sono da considerarsi prioritari per la resilienza sociale ed economica,
impegna il Governo:
1) a rispettare il percorso di spesa netta programmatica indicata nel Piano e previsto nelle raccomandazioni del Consiglio dello scorso mese di gennaio 2025;
2) a perseguire l'implementazione delle riforme e degli investimenti indicati nel Piano, e in particolare gli investimenti degli enti locali in progetti di rigenerazione urbana, volti a ridurre situazioni di emarginazione e degrado sociale;
3) a valutare di adottare misure di sostegno per la prevenzione sanitaria per migliorare lo stato di salute della popolazione ed in particolare l'immunizzazione e lo screening;
4) a valutare di implementare le misure a sostegno delle politiche giovanili e le misure a sostegno della famiglia, con particolare attenzione alle misure dirette a contrastare la crisi demografica, a sostenere la maternità e la paternità e a promuovere ed incentivare la conciliazione famiglia lavoro.
(6-00173) «Bignami, Molinari, Barelli, Lupi».
La Camera,
in sede di esame del documento di finanza pubblica 2025;
premesso che:
lo scenario macroeconomico e finanziario internazionale vive uno stato di profonda incertezza. Le politiche commerciali altalenanti adottate dalla nuova amministrazione Trump, con l'introduzione dei dazi e la successiva sospensione in vista di trattative bilaterali con i diversi Paesi – ivi compresi quelli dell'UE – sta generando effetti negativi sulle prospettive della crescita economica mondiale e una estrema volatilità dei mercati finanziari, accrescendo ulteriormente i rischi economici e sociali già presenti nei mesi precedenti a causa del rallentamento della crescita economica;
a fronte di questo preoccupante scenario, per di più aggravato dal perdurare della guerra d'invasione dell'Ucraina e della situazione nella striscia di Gaza e dalla crescente instabilità dei mercati, l'Italia rischia di essere un attore debole e senza visione, soprattutto di fronte a una UE che si è data obiettivi ambiziosi pur in assenza di strumenti comuni. Proprio quando ci sarebbe maggior bisogno di comprendere le intenzioni del Governo per fronteggiare le conseguenze economiche e sociali della situazione che si è venuta a determinare nel contesto internazionale, l'esecutivo si limita a presentare un documento «tecnico», senza quadro programmatico, senza indicazioni sull'impatto dei dazi né sulle spese per la difesa e privo di contenuti e di prospettive di politica economica a sostegno dei cittadini e del nostro sistema economico;
il DFP 2025 – il primo redatto a seguito dell'entrata in vigore della nuova Governance europea – è pertanto un documento di corto respiro e privo di fondamentali contenuti. La presentazione del documento di finanza pubblica senza l'indicazione degli obiettivi programmatici e l'articolazione della manovra necessaria per il loro conseguimento si pone in contrasto con la normativa esistente, mai modificata e sempre rispettata in passato per questa tipologia di documento, salvo alcuni sporadici casi avvenuti soltanto in presenza di governi dimissionari che non avevano titolo a presentare programmi pluriennali. In questo caso, il Governo è nel pieno delle proprie funzioni e la presentazione di un DFP con tali caratteristiche, palesemente contra legem, evidenzia la mancanza di una visione di politica economica e l'intento di sottrarre al Parlamento e al dibattito pubblico tutte le informazioni necessarie per conoscere la direzione di marcia che il Paese dovrà affrontare nei prossimi mesi;
considerato che:
la prima sezione del DFP 2025, contenente la «Relazione annuale sui progressi compiuti nel 2024», si limita a descrivere i progressi macroeconomici e di finanza pubblica compiuti nel 2024 e ad illustrare gli andamenti tendenziali a legislazione vigente per i prossimi anni con un orizzonte che non va oltre il 2027, limitandosi a fornire informazioni frammentarie e disorganiche per il 2028;
sul fronte macroeconomico, il Governo certifica il dimezzamento del PIL tendenziale rispetto alle previsioni formulate appena sei mesi fa con il PSBMT 2025-2029, determinato dall'indebolimento della domanda estera (-3 per cento di export) e dalla decelerazione dei consumi delle famiglie (da 1,4 per cento all'1 per cento). Un quadro che pure incorpora solo parzialmente le ipotesi di rallentamento globale dell'economia. Anche per gli anni successivi, le previsioni macroeconomiche a legislazione vigente presentano sostanziali differenze rispetto al PSBMT di settembre scorso. Secondo le previsioni del Governo, nel 2026 il PIL è ora atteso aumentare dello 0,8 per cento, con una revisione al ribasso di 0,3 punti percentuali rispetto al PSBMT, mantenendosi sullo stesso livello anche nel 2027 e nel 2028;
in tale contesto, l'apporto alla crescita tendenziale del PIL, per tutto l'arco previsionale preso in considerazione dal documento, poggia ottimisticamente sul positivo andamento della sola domanda interna (in crescita dello 0,9 per cento nel 2025, 1 per cento nel 2026 e 0,7 per cento nel 2027), mentre le esportazioni nette sono previste contribuire negativamente nel 2025 (-0,3) e nel 2026 (-0,2);
nonostante l'andamento al ribasso del PIL, il Governo conferma di fatto il profilo di finanza pubblica previsto nel PSBMT 2025-2029, stimando una tenuta del deficit, del debito pubblico e dell'avanzo primario. Il quadro delineato, secondo le stime ottimistiche del Governo, resterebbe robusto anche in caso di peggioramento economico e tale da garantire la sostenibilità delle finanze pubbliche nel medio periodo;
sui dati di finanza pubblica incidono in modo determinante, oltre alla discesa della spesa in conto capitale e in particolare del Superbonus, la notevole crescita delle entrate tributarie e contributive, tanto che la pressione fiscale – passata dal 41,4 per cento del 2023 al 42,6 per cento del 2024 – è prevista ulteriormente salire al 42,7 per cento nel 2025, per poi attestarsi al 42,5 per cento nel 2026 e al 42,6 per cento nel 2027;
il risanamento dei conti pubblici, alla luce di tali dati, poggia in larga parte sul combinato disposto dell'imposizione sul lavoro dipendente e del fenomeno del fiscal drag. Salgono i contributi sociali (+3 per cento) e cresce l'Irpef per effetto della progressività (+6 per cento), mentre secondo la Banca d'Italia a giugno 2024 le retribuzioni contrattuali in termini reali rimanevano comunque in media inferiori dell'8 per cento circa rispetto ai livelli del 2021. Il potere di acquisto nel corso degli ultimi anni è stato eroso dall'andamento dell'inflazione, ben superiore agli incrementi salariali riconosciuti con i rinnovi contrattuali. Tra il 2022 e il 2025, il drenaggio fiscale ha sottratto 25 miliardi di euro ai lavoratori dipendenti e ai pensionati, senza che la riforma fiscale abbia posto rimedio o contribuito a diminuire tale impatto e vanificando di fatto i possibili effetti della riduzione del cuneo fiscale;
anche le imprese contribuiscono in buona misura al risanamento dei conti pubblici. Nella voce entrate discrezionali, una quota consistente di gettito è recuperata in gran parte dall'abolizione dell'ACE (4 miliardi) e dall'introduzione delle misure sulle imposte anticipate-DTA (Banche);
l'inerzia del Governo si scontrerà inevitabilmente nei prossimi mesi con un forte problema di natura sociale, determinato dai bassi salari e dalle prospettive della crescita economica che virano verso un deciso peggioramento;
anche i dati del mercato del lavoro sono preoccupanti: per quanto evidenzino la prosecuzione di un andamento positivo del numero degli occupati e del tasso di occupazione totale, si tratta di aumenti in larga parte concentrati in settori a bassa produttività e caratterizzati dal peso prevalente dell'aumento dell'occupazione nella fascia di età medio-alta, come conseguenza delle continue misure che hanno di fatto cancellato ogni forma di flessibilità pensionistica;
il Governo prosegue con una strategia di precarizzazione del mercato del lavoro. Dapprima con la reintroduzione dei voucher lavoro, poi con la liberalizzazione dei contratti a tempo determinato e poi della somministrazione. Misure che colpiranno soprattutto i giovani e le donne, contribuendo a rendere sempre più incerto il futuro di tanti lavoratori, precarizzandone non solo la condizione economica, ma anche quella esistenziale;
anche in materia fiscale il Governo si limita sostanzialmente a rivendicare il completamento della riforma. Una riforma che ha peggiorato, invece che contrastarle tutte le principali iniquità e inefficienze l'imposta sul reddito personale – fra cui la previsione di regimi speciali accompagnata alla progressiva erosione della base imponibile, e l'andamento erratico del prelievo in ragione di un andamento irrazionale delle aliquote marginali effettive – non ha previsto una seria riforma del catasto e ha introdotto ulteriori strumenti di definizione agevolata che minano la compliance, determinano una perdita di fiducia da parte dei contribuenti onesti e producono distorsioni della concorrenza tra imprese; il ricorso alla politica delle rottamazioni e, con essa, il via libera a ogni tipo di evasione fiscale, così come la costruzione di un sistema che sottrae componenti di reddito dalla base imponibile, risulta totalmente iniquo e inaccettabile per una società che si voglia coesa e riduce le risorse necessarie a garantire un welfare universale, cioè sanità, istruzione e assistenza per tutti i cittadini;
la spesa sanitaria è prevista al 6,4 per cento PIL fino al 2028, una percentuale superiore a quella del PSBMT esclusivamente a causa della revisione al ribasso del tasso di crescita, ma che resta ancora una volta inferiore sia rispetto agli altri Paesi europei che alle raccomandazioni dell'OCSE. Al tempo stesso, il finanziamento sanitario nazionale, che deve garantire i Lea, e a cui concorre lo Stato, calerà fino a scendere nel 2027 sotto il 6 per cento. Alla differenza dovranno fare fronte le regioni con risorse proprie o andando in disavanzo. E questo mentre il Servizio sanitario nazionale versa in una crisi profonda e strutturale, che non può essere affrontata con risposte tampone e di propaganda a fronte di liste d'attesa sempre più lunghe, a 4,5 milioni di italiani che rinunciano alle cure perché non possono permettersi di rivolgersi al privato, a oltre 40 miliardi di euro di spesa out of pocket, a una crescente diseguaglianza territoriale con un significativo aumento della mobilità sanitaria tra Nord e Sud; a una carenza cronica di personale medico, sanitario e sociosanitario;
per quanto riguarda le misure di supporto economico alle famiglie, nel DFP si rivendica un potenziamento dell'assegno unico universale ma il suo aumento è dovuto all'inflazione e non a precise scelte di Governo; per quanto riguarda il potenziamento della rete di protezione e inclusione sociale e misure di contrasto alla povertà a fronte di un aumento delle persone sia in povertà relativa che assoluta, l'Assegno di Inclusione, nonostante le dichiarazioni del Governo, si conferma una misura fallimentare poiché ha raggiunto meno della metà delle famiglie in povertà pari al 46,7 per cento; per quanto riguarda le persone con disabilità nel DFP non c'è traccia di una politica organica come non c'è nessun riferimento ai caregiver o a politiche in favore degli anziani mancando, in definitiva, una visione di una nuova politica di welfare universalistica e di comunità che non si limiti ad assistere bensì a costruire percorsi di emancipazione e di autonomia con l'aiuto anche del terzo settore al fine di dare risposte alle nuove esigenze;
il quadro delineato dal Documento di finanza pubblica si basa anche sulla piena attuazione del PNRR, in linea con il cronoprogramma stabilito, mentre da mesi si susseguono notizie e dichiarazioni contrastanti sull'attuazione del PNRR da parte del Governo, che da un lato ventila l'ipotesi di una proroga e dall'altro quella di una sua nuova revisione, in ogni caso confermando tutti i ritardi e le difficoltà e l'incapacità di realizzazione del Piano a poco più di un anno dal termine ultimo;
da ultimo, il Governo ha manifestato l'intenzione di utilizzare le risorse derivanti dalla rimodulazione del PNRR, per un ammontare di 14 miliardi di euro, nonché le risorse derivanti dalla riprogrammazione dei Fondi di coesione europei, per un ammontare di 11 miliardi di euro, per misure di sostegno all'economia in risposta ai dazi imposti dagli Stati Uniti;
le ipotesi di revisione comportano una sottrazione di risorse destinate a misure fondamentali per la crescita economica italiana, che rischia di impattare significativamente sulle previsioni macroeconomiche e di finanza pubblica;
l'argomento per cui il quadro programmatico non sarebbe necessario perché con il PSBMT è stata definita la traiettoria per sette anni è insostenibile, dal momento che se la spesa netta è vincolata, non lo è la combinazione tra entrate, spesa primaria e interessi, che offrono margini ampi per manovre di politica economica;
al Parlamento è impedito di esercitare appieno la funzione di indirizzo e controllo, non solo perché manca il quadro programmatico, ma anche perché le informazioni contenute nel Documento sono del tutto insufficienti e frammentarie, non solo con riguardo alle previsioni della legge 31 dicembre 2009, n. 196, di contabilità e finanza pubblica, ma persino rispetto alla risoluzione approvata nelle Commissioni bilancio della Camera e del Senato: non sono riportati gli elementi numerici volti a sostenere quanto rappresentato in modo esclusivamente qualitativo in merito all'esercizio finanziario 2028, non è presente la nota metodologica in cui dovrebbero essere esposti analiticamente i criteri di formulazione delle previsioni tendenziali, non vengono fornite informazioni di dettaglio sulle misure considerate nello scenario a politiche invariate, rendendo impossibile verificare come sia stato calcolato l'impatto di tali misure sull'indebitamento netto e sulla base di quali considerazioni sia stato escluso il predetto impatto sulla crescita della spesa netta; sono limitate le indicazioni sulla composizione della spesa per settori, sono del tutto inadeguati gli elementi e le indicazioni sulle modifiche su cui si sta lavorando per il ridisegno del PNRR, è fortemente carente il corredo informativo sulle condizioni che consentono il rispetto degli obiettivi posti in termini di spesa nazionale netta, manca una chiara indicazione delle voci escluse e delle ipotesi alla base delle entrate discrezionali e la quantificazione dei loro effetti, la lettura della traiettoria non è agevole già per il 2025 e risulta ancora più ardua per gli anni successivi;
l'insufficienza delle informazioni del DFP è stata sollevata da tutti i soggetti auditi, dalla Banca d'Italia alla Corte dei conti, all'UPB, che hanno auspicato che le future edizioni dei documenti di finanza pubblica contengano approfondimenti maggiori, indipendentemente da quanto strettamente richiesto dalla normativa comunitaria, e riprendano la loro natura di avvio del ciclo di programmazione nel primo semestre dell'anno con un orizzonte esteso almeno al triennio successivo, rafforzando l'orientamento di medio termine della programmazione di bilancio;
è altrettanto grave la mancanza di dettagli sugli orientamenti relativi alle scelte che il Governo si propone di assumere sul fronte della spesa per il settore della difesa – su cui il Governo si contraddice, minimizza e assume atteggiamenti dilatori, tanto che, sembrerebbe intenzionato a posticipare l'eventuale richiesta di attivazione della clausola nazionale Defence Readiness 2030 successivamente al vertice Nato di giugno, mentre la Commissione chiede che tale decisione sia assunta entro il 30 aprile –, ai 25 miliardi di euro ancora non spesi tra PNRR e Fondi di coesione, che si ipotizza di utilizzare per compensare le imprese colpite dai dazi americani, a una delle questioni più delicate, l'adeguamento automatico dell'età pensionabile alla speranza di vita, una misura che da sola vale 4 miliardi di euro, dal momento che il Documento formula solo previsioni che scontano gli effetti delle misure contenute negli interventi di riforma già adottati, soprattutto quella del Governo Berlusconi del 2010 che ha aumentato l'età pensionabile e i requisiti per la pensione anticipata senza vincolo di età, un meccanismo di aggancio all'aspettativa di vita che penalizza due volte chi lavora, spostando in avanti l'età pensionabile e riducendo l'importo della pensione attraverso il coefficiente di trasformazione per il calcolo della misura della pensione stessa;
se si vuole perseguire una traiettoria di stabilità senza comprimere la crescita non basta la disciplina di bilancio, serve una strategia, non è sufficiente il rispetto dei limiti europei, sono necessarie scelte di politica economica: decidere di finanziare la riduzione dell'indebitamento con l'incremento della pressione fiscale sui lavoratori o il ritorno all'adeguamento automatico delle pensioni, sono scelte politiche che vanno dichiarate e discusse in Parlamento,
impegna il Governo:
a presentare alle Camere una nuova versione del DFP, contenente il quadro programmatico, l'aggiornamento delle tabelle al fine di includere l'anno 2028, le informazioni di dettaglio sulle misure considerate nello scenario a politiche invariate, la chiara indicazione delle voci escluse e delle ipotesi alla base delle entrate discrezionali e la quantificazione dei loro effetti e tutti gli approfondimenti necessari, indipendentemente da quanto strettamente richiesto dalla normativa comunitaria, a restituire al documento la natura di avvio del ciclo di programmazione, in continuità con quanto avvenuto a partire dal 1988, rafforzando l'orientamento di medio termine della programmazione di bilancio;
a sostenere il negoziato in corso tra l'UE e l'amministrazione Trump finalizzato alla risoluzione del conflitto commerciale conseguente all'introduzione dei dazi sulle merci europee negli Stati Uniti e, in caso di esito negativo, a sostenere tutte le contromisure individuate dall'Unione Europea, ivi incluse quelle relative ai servizi e ai diritti di proprietà intellettuale delle Big Tech, rilanciando anche l'iniziativa multilaterale per l'introduzione della Global Minimum Tax;
a sostenere in ambito UE le iniziative finalizzate a mobilitare le risorse necessarie al rilancio della competitività e della coesione europea e a contrastare i rischi di disoccupazione in emergenza, con un grande piano di investimenti comuni finalizzato alla realizzazione della piena autonomia strategica, sull'esempio del Next Generation EU, e con un Piano orientato ad aiutare a proteggere i posti di lavoro e i lavoratori che risentono della crisi dei dazi, sull'esempio del SURE, capaci di mobilitare complessivamente un ammontare maggiore di risorse;
a favorire la stipula di Accordi di partenariato tra l'Unione Europea e altri Paesi o aree, finalizzati a ridurre le barriere tariffarie esistenti, a favorire l'apertura di nuovi mercati e a rafforzare gli scambi commerciali e l'export delle merci europee, garantendo vantaggi alle nostre imprese e ai cittadini e la tutela dei prodotti UE e del Made in Italy; ad accelerare la Ratifica dell'Accordo Mercosur, al fine di aumentare gli scambi commerciali tra l'UE e il Mercosur, prevedendo adeguate tutele e compensazioni per i settori economici più esposti;
a favorire il completamento del mercato unico europeo rimuovendo la frammentazione e i persistenti ostacoli al fine di recuperare competitività, produttività e livelli di reddito dell'Unione europea, di garantire il benessere dei cittadini e il mantenimento del modello sociale europeo, mediante un maggior coordinamento delle politiche industriali, commerciali e fiscali e la riduzione del divario di innovazione nei settori trainanti; a favorire altresì il completamento del mercato unico dei capitali senza barriere interne e con un sistema comune di regole e vigilanza, e completare l'Unione bancaria;
a sostenere le iniziative in ambito UE finalizzate alla realizzazione degli obiettivi del Green Deal europeo;
a predisporre un Piano di interventi da destinare al sostegno dei settori produttivi maggiormente esposti agli effetti dell'introduzione dei dazi e del conseguente rallentamento del commercio internazionale, in scia con quanto già fatto da altri Paesi UE a partire dalla Spagna, che preveda misure per favorire accesso al credito per le imprese, la previsione di ammortizzatori sociali, interventi per il sostegno all'internazionalizzazione e per evitare le delocalizzazioni, nonché per la riduzione del costo dell'energia e per il rilancio degli investimenti;
a rilanciare la politica industriale, a partire da misure indirizzate a favorire l'innovazione tecnologica e la conversione ecologica dell'industria manifatturiera e la riqualificazione delle lavoratrici e dei lavoratori; all'adozione di interventi per la transizione ecologica e il contrasto della crisi climatica, in linea con le misure del New Green Deal europeo; a riorientare le risorse non utilizzate del Piano transizione 5.0 relative al biennio 2024-2025, al sostegno degli investimenti per la transizione digitale ed energetica delle imprese effettuati nelle annualità successive, semplificando le regole procedurali per la fruizione degli incentivi;
a predisporre misure per migliorare realmente la condizione economica di milioni di lavoratori che non possono contare su salari dignitosi, come l'introduzione del salario minimo, e ridurre la precarietà, rafforzando i diritti e la condizione economica dei lavoratori, e una norma che riconosca la reale rappresentatività delle organizzazioni di rappresentanza dei lavoratori e dei datori di lavoro e la conseguente estensione erga omnes dei contratti stipulati dalle medesime organizzazioni;
a mantenere un livello elevato di investimenti pubblici e privati attuando pienamente e rapidamente il PNRR, rispettando tutti gli obiettivi, le riforme da attuare e le scadenze temporali previste, recuperando la capacità di spesa per compensare i ritardi accumulati, e provvedendo a compensare in tempi brevi i Comuni che hanno anticipato i finanziamenti necessari alla realizzazione dei progetti;
a sostenere e rilanciare gli investimenti pubblici, con particolare riferimento a quelli per gli investimenti in ricerca, sviluppo e innovazione, e privati, sostenendo i processi di innovazione, trasferimento tecnologico e decarbonizzazione dell'economia;
a chiarire se intenda modificare nuovamente il PNRR e ad informare tempestivamente le Camere, con particolare riferimento alle misure del Piano oggetto di modifica, portando, in ogni caso, a termine, senza rimodulazioni o stralci, tutte le misure legate alle priorità trasversali, rappresentate da giovani, parità di genere, Mezzogiorno e riequilibrio territoriale, e i progetti relativi alle politiche abitative, alle politiche per il lavoro, al potenziamento dell'offerta dei servizi di istruzione, alla transizione verde e alla rigenerazione urbana;
a eliminare definitivamente i meccanismi di incremento progressivo dei requisiti anagrafici e contributivi per l'accesso ai trattamenti pensionistici, inaccettabile sul piano politico, soprattutto per i lavoratori più giovani, dal momento che il trattamento pensionistico calcolato con il sistema contributivo corrisponde integralmente al montante dei contributi versati dal lavoratore, moltiplicato per il coefficiente determinato dal dato anagrafico, in ragione dell'aspettativa di vita media, e sconta quindi già gli effetti dell'allungamento dell'aspettativa di vita;
a incrementare il livello della spesa sanitaria al fine di raggiungere nell'orizzonte temporale del Piano una percentuale sul PIL non inferiore al 7,5 per cento allineandola alla media dell'Unione europea, ad abolire gradualmente il tetto di spesa per il personale sanitario e destinare congrue risorse per l'incremento delle retribuzioni di tutte le professioni sanitarie, a ridurre gli attuali divari territoriali nell'offerta dei servizi e delle prestazioni e le interminabili liste d'attesa che costringono i cittadini a ricorrere al privato se non addirittura a rinunciare alle cure;
a prevedere misure di tipo universale volte a contrastare la povertà relativa e quella assoluta e favorire la presa in carico dei nuclei familiari più fragili, con particolare riferimento a quelli in cui sono presenti minori, anziani e persone con disabilità, a incrementare le risorse destinate al finanziamento dell'assegno unico universale riassorbendo in questa misura anche misure temporanee come l'assegno nuovi nati, a disciplinare la figura del caregiver e rafforzare i servizi socioassistenziali di prossimità;
in materia di istruzione, università, ricerca e cultura, ad assicurare livelli di spesa rispetto al PIL in linea con la media UE, in particolare: a) recuperando i tagli all'organico decisi nell'ultima legge di bilancio; b) incrementando i finanziamenti per il rinnovo del contratto di lavoro; c) aumentando gli investimenti nel settore 0-6 anni; d) adottando misure di prevenzione dell'abbandono precoce dell'istruzione e della formazione; e) riducendo il numero degli alunni per classe ed evitando la chiusura delle scuole nelle aree interne e montane; f) garantendo il diritto allo studio scolastico e universitario; g) adeguando la dotazione finanziaria del FFO a partire dal recupero dei tagli del fondo registrati nell'ultimo anno e rivedendo il blocco del turn over; h) avviando un piano pluriennale di contenimento del precariato, favorendo il progressivo accesso a ruolo, in coerenza con le indicazioni della Carta europea dei ricercatori; i) individuando misure per garantire l'innalzamento dell'obbligo di istruzione; l) rafforzando i dottorati e la ricerca universitaria; m) promuovendo un'opera di sensibilizzazione sull'importanza sociale della cultura e del patrimonio culturale, sostenendo il ruolo trainante del patrimonio storico e artistico del nostro Paese e delle elevate professionalità presenti nei relativi settori, favorendo investimenti pluriennali a sostegno del piano Olivetti;
a collocare l'Italia da protagonista nella costruzione di una vera difesa comune europea e non a sostegno di un riarmo degli eserciti nazionali privo di coordinamento, esprimendo la chiara volontà politica di andare avanti nel percorso di realizzazione di un'unione della difesa, anche partendo da forme di cooperazione rafforzata o integrazione differenziata tra Stati membri;
a promuovere, nel corso del negoziato che si aprirà dopo la presentazione del Libro bianco sulla difesa europea e i suoi strumenti, tutti gli elementi che puntano a una governance democratica chiara del settore, agli investimenti comuni necessari per realizzare l'autonomia strategica e colmare i deficit alla sicurezza europea, al coordinamento e all'integrazione della capacità industriali europee e dei comandi militari, all'interoperabilità dei sistemi di difesa verso un esercito comune europeo: a promuovere, pertanto, una radicale revisione del piano di riarmo proposto dalla Presidente Von der Leyen, sulla base delle critiche e delle proposte avanzate in premessa, al fine di assicurare investimenti comuni effettivi non a detrimento delle priorità sociali di sviluppo e coesione, e di condizionare tutte le spese e gli strumenti europei alla pianificazione, lo sviluppo, l'acquisizione e la gestione di capacità comuni per realizzare un'unione della difesa;
a ribadire la ferma contrarietà all'utilizzo dei Fondi di coesione europei per il finanziamento e l'aumento delle spese militari;
a realizzare una vera riforma fiscale fondata sul recupero della base imponibile, necessaria ad assicurare l'equità orizzontale, riducendo drasticamente i regimi sostitutivi, e il rispetto del principio costituzionale della progressività, a evitare di fare ricorso a nuove forme di condono, pur se denominate definizioni agevolate, pace fiscale, sanatoria, che si pongono in netto contrasto rispetto all'esigenza di colmare l'attuale tax gap e a rafforzare le politiche finalizzate alla riduzione del tax gap, a rivedere i valori catastali al fine di riflettere i reali valori di mercato migliorando a parità di gettito l'equità dell'imposizione sugli immobili, a perseguire riforme orientate al conseguimento di obiettivi di equità sociale e miglioramento della competitività del sistema produttivo e sostenibilità ambientale, a rafforzare il capitale umano e tecnologico e il coordinamento tra gli organi di controllo.
(6-00174) «Ubaldo Pagano, Braga, Guerra, Lai, Mancini, Roggiani».
La Camera,
premesso che:
1) il Documento di Finanza Pubblica (DFP) in oggetto, a differenza del precedente Documento di Economia e Finanza, non contiene le stime macroeconomiche né nello scenario a politiche invariate, né nello scenario programmatico, eliminando di fatto i principali contenuti utili a conoscere la visione politica dell'attuale Governo per i prossimi tre anni;
2) in diverse audizioni è stata sottolineata la mancanza di questi contenuti e di ulteriori elementi di dettaglio utili ad analizzare le scelte di politica economica del Governo: ad esempio la Corte dei conti ha evidenziato la mancanza non solo dello sviluppo programmatico, ma anche di un dettaglio informativo determinante su diversi capitoli della politica finanziaria di breve e medio periodo, essendo limitate le indicazioni sulla composizione della spesa per settori, non essendo presenti indicazioni adeguate sulle modifiche su cui si sta lavorando per il ridisegno del PNRR e mancando indicazioni sulle scelte che ci si propone di assumere sul fronte della spesa per il settore della difesa, mentre l'Ufficio Parlamentare di Bilancio ha rilevato come le informazioni in merito ai fattori sottostanti la previsione tendenziale di finanza pubblica non siano complete, dato che gli elementi che determinano il quadro previsivo del conto economico delle Amministrazioni pubbliche sono discussi solo a livello aggregato, senza fornire dettagli rilevanti per una valutazione approfondita delle dinamiche previste, ed essendo fornite ancora meno informazioni in merito alle previsioni per il 2028;
3) sono presenti, tuttavia, alcuni dati relativi alle politiche in essere che il Governo intende confermare, uno scenario inedito e differente dai precedenti scenari a politiche invariate e programmatico, in quanto include solamente le politiche attualmente in vigore che il Governo ha l'intenzione politica di voler prorogare anche per gli anni successivi, illustrando uno scenario ibrido tra i due precedentemente illustrati nel DEF, in quanto non include né tutte le politiche attualmente in vigore, né tutte le politiche che il Governo intende adottare;
4) il Governo quantifica la spesa necessaria per finanziare queste misure in un importo pari a 1,3 miliardi di euro nel 2026 e 2,4 miliardi di euro nel 2027, senza però indicare quali siano le misure specifiche che si intende confermare;
5) nel corso della conferenza stampa di presentazione del DFP tenutasi in seguito all'approvazione dello stesso in Consiglio dei ministri e, di nuovo, durante l'audizione in Commissione, il Ministro Giorgetti ha dichiarato che, secondo la contabilizzazione NATO, la spesa per la difesa raggiungerà il 2 per cento del PIL già nel 2025, in linea con gli impegni assunti nel 2014 e ribaditi nel 2016 con il cosiddetto Defence Investment Pledge (DIP);
6) secondo i dati riportati nel Documento programmatico pluriennale della difesa 2024-2026, presentato dal Ministro Crosetto alle Camere il 12 settembre 2024, la spesa italiana per la difesa, secondo la contabilizzazione Eurostat, era pari all'1,37 per cento del PIL nel 2024, quota destinata a scendere nel 2025 all'1,31 per cento del PIL per poi diminuire ancora nel 2026 all'1,26 per cento del PIL;
7) anche secondo l'ultimo report NATO, e quindi secondo questi diversi criteri di contabilizzazione, nel 2024 la spesa in difesa dell'Italia era pari all'1,5 per cento del PIL, un dato più alto di quello riportato nel documento italiano, grazie al fatto che nel conteggio NATO sono incluse un numero maggiori di voci, come ad esempio la spesa per le pensioni del personale della difesa, che per i criteri Eurostat è invece contabilizzata nella spesa per protezione sociale;
8) nonostante le affermazioni del ministro, nel DFP non sono presenti nuove in formazioni che inducano a ritenere che nel 2025 la spesa per la difesa possa raggi ungere il 2 per cento del PIL, anche solo secondo i criteri di contabilizzazione NATO;
9) il prossimo giugno si terrà un nuovo vertice NATO, dove tra gli argomenti all'ordine del giorno ci sarà senz'altro la discussione su un possibile innalzamento della quota di spese per la difesa in percentuale del PIL che i Paesi alleati devono garantire, anche in considerazione delle ultime dichiarazioni del Segretario generale della NATO Mark Rutte, il quale ha avvertito che si dovrà spendere sostanzialmente di più del 3 per cento per colmare le lacune di capacità e raggiungere gli obiettivi dei piani di difesa;
10) nelle conclusioni della riunione straordinaria dello scorso 6 marzo, il Consiglio europeo ha preso favorevolmente atto della proposta della Commissione relativa a un nuovo strumento dell'UE – denominato SAFE (Security Action for Europe) – finalizzato a fornire agli Stati membri prestiti sostenuti dal bilancio dell'UE per un importo fino a 150 miliardi per finanziare un aumento delle spese nel settore della difesa;
11) per quanto riguarda la spesa sanitaria, il DFP conferma quanto già previsto dal Governo nella precedente sessione di bilancio, ovvero la scelta di non aumentare le risorse destinate a questo settore per i prossimi tre anni;
12) si prevede, infatti, che la spesa sanitaria rimanga costantemente pari al 6,4 per cento del PIL, stanziando solamente le risorse necessarie ad evitare una diminuzione della spesa reale, senza garantire ulteriori investimenti in un settore che versa in condizioni particolarmente critiche, tra liste di attesa sempre più lunghe, pronti soccorso al collasso, personale sanitario in fuga verso il settore privato – o l'estero – e cittadini costretti alternativamente ad indebitarsi per curarsi oppure a rinunciare alle cure a causa delle ristrettezze economiche;
13) secondo i dati aggiornati sulla tax compliance, nel 2021 sono stati incassati 9,7 miliardi di euro in più rispetto all'anno precedente, di cui 6,5 miliardi di euro dovuti a maggiori entrate dell'IVA e 3,2 miliardi di euro grazie a maggiori entrate di IRPEF e IRES;
14) rispetto a quanto ipotizzato nelle previsioni tendenziali formulate nel Piano Strutturale di Bilancio di Medio Termine, si sono registrate maggiori entrate per 2,2 miliardi di euro rispetto a quanto stimato: in particolare 2,9 miliardi di euro in più dall'IRES, 0,6 miliardi di euro in più dall'IVA e, al contempo, 1,3 miliardi di euro in meno dall'IRPEF;
15) con il decreto-legge n. 19 del 2 marzo 2024 è stato introdotto il piano «Transizione 5.0», per sostenere il processo di transizione digitale ed energetica, una misura che prevede crediti di imposta finanziati con 6,3 miliardi del piano REPowerEU e ripartiti nel biennio 2024- 2025;
16) secondo i dati riportati nel DFP, al 5 marzo 2025 erano state prenotate risorse per soli 500 milioni di euro, mentre rimangono circa 5,7 miliardi da concedere entro il secondo trimestre 2026;
17) per giustificare i fallimentari risultati di questa misura fin qui ottenuti, risulta che il Governo abbia sostenuto in audizione che l'alto grado di burocratizzazione di questa misura sia stato imposto dall'Europa, assicurando di essere già al lavoro per rendere più facile l'utilizzo di questo strumento da parte del sistema imprese,
impegna il Governo:
1) a riferire al Parlamento le stime macroeconomiche nello scenario a politiche invariate e nello scenario programmatico, per chiarire il programma politico dell'esecutivo per il prossimo triennio anche in vista della prossima sessione di bilancio;
2) ad accorpare la Nota di Aggiornamento al Documento di Economia e Finanza, da inviare al Parlamento entro il 27 settembre, al Documento Programmatico di Bilancio, integrandola con lo scenario a politiche invariate e con lo scenario programmatico, nonché con tutti gli elementi utili a garantire un maggior dettaglio informativo sui diversi capitoli della politica finanziaria di breve e medio periodo, quali la composizione della spesa per settori, elementi e indicazioni adeguate sulle modifiche su cui si sta lavorando per il ridisegno del PNRR, indicazioni sulle scelte che ci si propone di assumere sul fronte della spesa per il settore della difesa e informazioni in merito alle previsioni per il 2028;
3) ad illustrare quali sono le politiche in essere che il Governo intende confermare e che richiedono uno stanziamento pari a 1,3 miliardi di euro nel 2026 e 2,4 miliardi di euro nel 2027, evidenziando allo stesso tempo quali sono, al contrario, le misure attualmente in vigore che non si intende confermare negli anni seguenti;
4) a chiarire in che modo ritiene di poter raggiungere l'obiettivo NATO di spesa per la difesa pari almeno al 2 per cento nel PIL già quest'anno, indicando quali sono le nuove spese che si intende finanziare e quali sono le spese che, invece, verranno semplicemente contabilizzate sotto una voce diversa per consentire di tenerne conto nel calcolo finale;
5) ad accedere agli strumenti finanziari predisposti dall'Unione europea per il potenziamento delle spese per la difesa, nel caso in cui non si raggiunga la quota del 2 per cento del PIL o qualora in seguito al prossimo vertice NATO venga stabilita di comune accordo un obiettivo più alto, al fine di rispettare gli impegni internazionali;
6) a partecipare attivamente al percorso di costruzione di un sistema di difesa europeo e di progressiva integrazione politica, industriale e militare tra gli Stati membri, favorendo il ripristino di un rapporto sempre più stretto con il Regno Unito;
7) a riferire se, nello scenario programmatico, intende considerare un aumento reale della spesa sanitaria nei prossimi tre anni, e, in caso affermativo, quantificando l'aumento previsto in termini di punti percentuali sul PIL;
8) ad impiegare le maggiori entrate fiscali derivanti dall'IRES e dall'IVA per diminuire queste due specifiche imposte, quantificando i benefici che si prevede di poter garantire a imprese e cittadini;
9) ad illustrare le motivazioni che non hanno consentito di raggiungere gli obiettivi previsti dal Piano Strutturale di Bilancio di Medio Termine per quanto riguarda il miglioramento della tax compliance sull'IRPEF e quali strumenti ulteriori di contrasto all'evasione fiscale per questa specifica imposta si intendono adottare;
10) a semplificare le procedure di richiesta del credito d'imposta previsto dal Piano Transizione 5.0, riducendo i passaggi autorizzativi attraverso l'eliminazione di duplicazioni burocratiche e l'introduzione di strumenti digitali per l'autocertificazione delle imprese, garantendo comunque un adeguato controllo ex post, per rendere il beneficio quanto più automatico possibile, sul modello di Industria 4.0.
(6-00175) «Richetti, Bonetti, Benzoni, D'Alessio, Grippo, Sottanelli, Onori, Pastorella, Rosato, Ruffino».
La Camera,
premesso che:
con il Documento di finanza pubblica 2025 (DFP), approvato lo scorso 9 aprile dal Consiglio dei ministri e trasmesso alla Presidenza il 10 aprile (Doc. CCXL N. 1 e Allegati), il Governo, tenuto conto di quanto indicato nel Piano Strutturale di Medio Termine 2025-2029 (Piano), presentato lo scorso 27 settembre 2024, aggiorna parte delle previsioni in esso contenute alla luce del mutato contesto economico e geopolitico internazionale;
il Governo rileva anzitutto che nel 2024 la crescita reale del PIL in media d'anno si è attestata allo 0,7 per cento, tre decimi di punto al di sotto della previsione contenuta nel Piano;
quanto agli anni successivi, pone in evidenza come, a partire dal secondo trimestre dell'anno in corso, l'andamento dell'economia italiana potrebbe risentire degli annunci riguardanti i dazi imposti dagli Stati Uniti e dell'elevato grado di incertezza circa l'evoluzione delle politiche tariffarie a livello globale. Per tale motivo, adotta stime prudenziali per quanto riguarda l'andamento del PIL nei prossimi trimestri. In sostanza, la crescita reale del 2025 viene rivista al ribasso di sei decimi di punto e di tre decimi di punto per quello successivo, rispettivamente allo 0,6 per cento e allo 0,8 per cento, così come vengono altresì analizzati scenari di rischio al ribasso;
vengono confermati invece gli obiettivi di spesa netta e di riduzione di deficit e debito enunciati nel Piano;
è utile ricordare che il presente DFP è frutto della riforma delle regole della governance economica europea, realizzata a seguito dell'entrata in vigore del regolamento (UE) 2024/1263 del Parlamento europeo e del Consiglio, del regolamento (UE) 2024/1264 del Consiglio e della direttiva (UE) 2024/1265 del Consiglio del 29 aprile 2024, ha modificato l'impostazione della programmazione economica degli Stati membri dell'Unione europea e gli strumenti da utilizzare;
a tal fine, il Gruppo di Lavoro (GdL) parlamentare finalizzato a predisporre i disegni di legge di modifica delle leggi n. 196 del 2009 e n. 243 del 2012 ha predisposto le risoluzioni che, tramite l'approvazione delle Commissioni bilancio di Senato e Camera, hanno autorizzato il Governo, nelle more della definizione del nuovo quadro normativo di contabilità e finanza pubblica, a presentare il documento in oggetto;
le risoluzioni sono state approvate a maggioranza, senza il consenso delle opposizioni, poiché il Governo non ha recepito le richieste, sostenute dal Gruppo M5S, volte a inserire nel DPF un numero di informazioni e dettagli previsionali non inferiori a quelli attualmente previsti nel DEF;
in particolare, sarebbe stato necessario che il documento contenesse previsioni programmatiche per un orizzonte temporale quanto più esteso possibile, almeno fino al 2028 e che riguardasse anche le politiche invariate; tale impostazione avrebbe consentito di acquisire un quadro maggiormente trasparente rispetto agli indirizzi economici del nostro Paese e agli strumenti utilizzati per realizzarli;
il DFP contiene, invece, le sole stime tendenziali senza nulla chiarire in merito ad eventuali interventi correttivi per rilanciare la crescita o i consumi e in generale le politiche future che il Governo intende adottare, anche in considerazione della prevista riduzione della crescita e del mutato contesto economico e geopolitico;
su questo punto occorre preliminarmente sottolineare che l'ufficio Parlamentare di bilancio (UPB), nella nota di validazione del Quadro macroeconomico tendenziale (QMT), ha evidenziato i rischi delle previsioni inserite nel DFP, soprattutto con riguardo ai grandi margini di incertezza relativi, tra gli altri, alle guerre commerciali, ai conflitti e ai piani di riarmo, alla dinamica degli investimenti e il PNRR e alla volatilità dei mercati e delle politiche monetarie;
in generale, il Governo pone in rilievo l'incertezza delle prospettive economiche in considerazione della maggiore complessità in confronto al periodo di elaborazione del Piano. Si rimarca, in particolare, la necessità di «dover rispondere» alle nuove esigenze legate alla sicurezza e alla difesa e al mutamento della politica estera e commerciale della maggiore economia del mondo, auspicando un utilizzo innovativo del bilancio dell'UE a sostegno degli investimenti per la sicurezza e la difesa;
basti pensare che, con riferimento al «più rilevante tema di politica economica, con importanti impatti potenziali sulla finanza pubblica dei prossimi anni» (così viene classificato nel DFP) ovvero il rafforzamento della capacità di difesa europea in considerazione del mutato contesto geopolitico, il Governo si limita a precisare che «sta attualmente valutando» la possibilità di richiedere l'attivazione della clausola di salvaguardia nazionale a tale scopo, facoltà riconosciuta ai singoli Stati dalla Commissione europea nell'ambito del Piano Defence Readiness 2030 e da comunicare alla Commissione possibilmente entro il prossimo 30 aprile;
fatto sta che, in uno scenario più che mai in evoluzione, può oggi affermarsi con certezza che, a distanza di soli pochi mesi dalla definizione del Piano, le «due ipotesi» su cui esso poggiava possono considerarsi ampiamente superate;
va ricordato che, per quanto attiene alle principali variabili macroeconomiche, la prospettiva complessiva del Piano si è basata sulla piena e tempestiva realizzazione dei progetti del Piano nazionale di ripresa e resilienza (PNRR) e sull'assenza di un deterioramento del contesto internazionale;
riguardo all'attuazione del PNRR, a parte le ulteriori modifiche presentate dall'Italia in data 10 ottobre 2024 (due settimane dopo la presentazione del Piano), dalla consultazione della banca dati ReGiS emerge come i dati che riguardano il nostro Paese, aggiornati al 31 dicembre 2024, siano oltremodo preoccupanti: dei 120 miliardi di euro già incassati dall'Unione europea, ne risultano essere stati spesi appena 62,2 miliardi, pari a solo il 32 per cento dei 194 miliardi complessivi ottenuti grazie all'operato del Governo Conte; ma il dato più allarmante è quello riferito al drastico rallentamento della spesa negli ultimi mesi: dalla fine di settembre 2024 a gennaio 2025, sono stati messi a terra solo 5 miliardi di euro in quattro mesi, un ritmo assolutamente insufficiente a garantire la spesa di tutti i fondi previsti per raggiungere gli obiettivi prefissati entro giugno 2026;
il completamento del PNRR richiede ancora la realizzazione di 284 traguardi e obiettivi previsti nei prossimi tre semestri, di cui 177 da conseguire nell'ultimo semestre che avrà scadenza il 30 giugno 2026; secondo le valutazioni economiche effettuate dall'Osservatorio Recovery plan, ipotizzando un andamento costante del regime di spesa, sarebbero infatti 94 i miliardi di euro di spesa a rischio;
il trend negativo è confermato anche dall'ultima Relazione semestrale della Corte dei conti al Parlamento sullo stato di attuazione del PNRR pubblicata il 9 dicembre 2024, in cui si evidenzia come l'avanzamento finanziario, seppur in linea con le scadenze concordate, continui a segnalare – come peraltro già messo in luce in occasione di precedenti relazioni – scostamenti significativi rispetto al cronoprogramma: al 30 settembre 2024, il livello della spesa si era attestato sui 57,7 miliardi di euro, il 30 per cento delle risorse e circa il 66 per cento di quelle che erano programmate entro il 2024;
quanto al contesto internazionale, a seguito della presentazione del Piano, esso risulta profondamente alterato, in conseguenza delle crescenti tensioni e dei mutati scenari geopolitici internazionali;
sul piano geopolitico, infatti, le tensioni hanno anzitutto aperto la strada alla corsa al riarmo. Già nella raccomandazione del 21 gennaio 2025 in merito al Piano, il Consiglio aveva rilevato come le tensioni geopolitiche potevano essere «fonte di pressioni sulle spese per la difesa». In effetti, le conclusioni del successivo Consiglio europeo del 20 e 21 marzo 2025 hanno confermato la pericolosa quanto concreta svolta militarista dell'Europa, preannunciata nel Libro Bianco della Difesa europea e anticipata nella raccomandazione del 21 gennaio, ribattezzando il Piano di riarmo europeo «Rearm Europe» in «ReArm Europe Plan/Readiness 2030», intendendo sottolineare la capacità di prontezza e risposta militare, in totale contrasto con i principi e i valori comuni dell'Unione europea ossia libertà, democrazia, uguaglianza e Stato di diritto, promozione della pace e della stabilità;
il Piano, declinato in 5 punti, vale 800 miliardi di euro e segna un deciso cambio di rotta dell'Unione a favore di una vera e propria militarizzazione dell'Unione europea, come a più riprese denunciato dal gruppo parlamentare «Movimento Cinque Stelle», in cui le priorità politiche su temi centrali quali la transizione verde e digitale, la sanità, l'istruzione e la green economy cedono il passo al rafforzamento della capacità di produzione di armi e munizioni;
in particolare, il piano dell'Unione europea prevede un aumento esponenziale della spesa per la sicurezza e la difesa dell'Europa, declinata nel senso di un rafforzamento della capacità militare, attraverso l'istituzione di un nuovo strumento finanziario basato su prestiti agli Stati membri garantiti dal bilancio dell'Unione europea, per l'acquisto, tra l'altro, di sistemi di difesa aerea e missilistica, artiglieria, missili e munizioni, droni e sistemi anti-drone, nonché investimenti in infrastrutture critiche e protezione dello spazio, mobilità militare, cyber, intelligenza artificiale e guerra elettronica;
gli Stati membri avrebbero inoltre la possibilità di innalzare la propria spesa militare a livello nazionale, tramite l'attivazione della clausola di salvaguardia nazionale del Patto di stabilità e crescita (PSC), ipotesi che – consentendo lo scorporo degli investimenti per la difesa dal calcolo deficit/PIL — libererebbe, nelle intenzioni della Presidente della Commissione europea, complessivamente 650 miliardi di euro in un periodo di quattro anni, da aggiungersi ai 150 miliardi del nuovo strumento di prestiti per la difesa sostenuti dal bilancio dell'Unione europea;
come messo in rilievo anche nel DFP, il piano di riarmo rischia di avere forti ripercussioni sull'Italia e soprattutto sulla programmazione economica dal momento che gli spazi di indebitamento a disposizione degli Stati membri verrebbero così occupati dalle spese per il riarmo, a svantaggio dello stato sociale e dei servizi alla persona, con evidenti disparità a seconda delle disponibilità di bilancio, creando un progetto di investimento industriale non organico, che potrebbe falsare la concorrenza interna, minando i principi stessi del mercato comune, in luogo di una sana e ordinata competizione intra-UE;
alle tragiche «guerre sul campo» e alla corsa agli armamenti si è aggiunta, a livello internazionale, una «guerra commerciale» con l'introduzione di nuove politiche protezionistiche e l'applicazione di dazi commerciali, una linea fortemente voluta dall'amministrazione Trump, entrata in carica il 20 gennaio 2025;
come rilevato nella nota sull'andamento dell'economia italiana diffusa da Istat lo scorso 20 marzo 2025, il contesto degli scambi commerciali internazionali è attualmente caratterizzato da significativi rischi al ribasso, tra cui spiccano gli attriti commerciali internazionali e la potenziale escalation delle tensioni geopolitiche, fattori che potrebbero ostacolare le catene globali di distribuzione e approvvigionamento. L'incremento di politiche industriali «introverse» e orientamenti protezionistici, in particolare da parte degli Stati Uniti, rappresentano ulteriori elementi di incertezza per la crescita del commercio nel breve e medio termine. In tale scenario, l'Italia si distingue per una significativa esposizione dei propri scambi commerciali al di fuori dell'Unione europea, con oltre il 48 per cento del valore totale dell'export indirizzato verso mercati extra-UE nel 2024, una quota superiore a quella di importanti partner europei come Germania, Francia e Spagna. Gli Stati Uniti, in particolare, rappresentano un mercato cruciale per l'export italiano, assorbendo nel 2024 oltre il 10 per cento delle vendite totali all'estero del nostro Paese e più di un quinto delle vendite destinate ai mercati extraeuropei, evidenziando una rilevante interdipendenza commerciale che rende l'Italia particolarmente sensibile alle dinamiche e alle politiche commerciali statunitensi;
le indagini del Centro studi di Confindustria mettono in luce una notevole concentrazione delle esportazioni italiane dirette verso gli Stati Uniti in comparti di primaria importanza come le bevande, il settore automobilistico, altri mezzi di trasporto e l'industria farmaceutica. Tale specificità settoriale rende questi ambiti particolarmente vulnerabili all'introduzione di nuove imposizioni tariffarie;
le proiezioni elaborate da Svimez indicano, nell'eventualità di applicazione di dazi pari al 20 per cento, perdite considerevoli per settori strategici dell'export nazionale, con l'agroalimentare, il comparto farmaceutico e l'industria chimica che potrebbero subire una flessione compresa tra il 13,5 per cento e il 16,4 per cento. Particolarmente preoccupante è la stima fornita da Coldiretti, che quantifica in sei milioni di euro al giorno i potenziali costi per il solo comparto vinicolo italiano;
gli Stati Uniti, infatti, sono il primo mercato di destinazione per i vini italiani, tanto che lo scorso anno ha raggiunto i 2 miliardi di euro, assorbendo oltre 3,5 milioni di ettolitri di vino; ma più in generale, è fondamentale considerare che nel 2024, l'export agroalimentare italiano negli Stati Uniti ha toccato una cifra pari a 7,8 miliardi di euro e, come rilevato dalle associazioni di categoria, una tassazione del 20 per cento sulle esportazioni potrebbe costare ai consumatori fino a 2 miliardi di euro in più;
oltre al vino saranno colpiti in maniera particolare i settori di eccellenza dell'olio extravergine di oliva e dei formaggi che costituiscono un'importante fetta della domanda di beni alimentari italiani oltreoceano. Basti pensare che il primo mercato estero per il parmigiano reggiano è proprio quello statunitense;
i possibili effetti avversi di una simile presa di posizione si sostanzierebbero non solo in un drastico calo degli acquisti da parte dei consumatori americani, ma anche in una dilagante diffusione delle imitazioni e del fenomeno dell'Italian sounding, arrecando un gravissimo danno alle imprese italiane e agli stessi consumatori;
le ripercussioni delle nuove tariffe statunitensi si prospettano eterogenee a livello territoriale. Sebbene Liguria, Campania, Molise e Basilicata identifichino gli Stati Uniti come principale mercato di sbocco, in termini di volumi assoluti di vendite oltreoceano spiccano Lombardia, Emilia-Romagna e Toscana (dati Istat 2023). La CGIA di Mestre segnala come le regioni meridionali, in particolare Sardegna, Molise e Sicilia, risulterebbero le più esposte al rischio a causa di una minore diversificazione del loro export, con la potenziale conseguenza di esacerbare le preesistenti difficoltà economiche e sociali di tali aree;
le stime complessive sull'impatto economico per l'Italia oscillano tra i 4 e i 7 miliardi di euro, con la concreta possibilità di perdita di posti di lavoro e una significativa contrazione delle esportazioni in uno scenario di dazi generalizzati;
a deteriorare ulteriormente il quadro economico descritto contribuisce anche il nuovo aumento dei prezzi dell'energia. L'aumento delle tariffe energetiche sta gravando nuovamente e in modo significativo su famiglie e imprese, peggiorando ulteriormente una situazione economica già segnata da un generale incremento del costo della vita. L'ennesimo aumento del costo delle bollette, infatti, si inserisce in un contesto economico già caratterizzato da un generale incremento dei prezzi di beni e servizi essenziali: il caro vita, i tassi d'interesse sui mutui ancora elevati, sebbene in riduzione, e l'inflazione riducono il potere d'acquisto delle famiglie, mettendo in difficoltà soprattutto quelle a basso reddito e i pensionati;
peraltro, sul piano fiscale la pressione sui contribuenti non migliora: secondo i dati diffusi da Istat, nel 2024 la pressione fiscale complessiva (ammontare delle imposte dirette, indirette, in conto capitale e dei contributi sociali in rapporto al PIL) è risultata pari al 42,6 per cento, in aumento rispetto all'anno precedente (41,4 per cento), per effetto di una crescita delle entrate fiscali e contributive (+5,7 per cento) superiore a quella del PIL a prezzi correnti (+2,9 per cento);
stando all'ultimo «Rapporto sulla politica di bilancio – 2024» elaborato dall'UPB, attraverso un'analisi basata su un modello di micro-simulazione, l'inflazione ha completamente neutralizzato il beneficio fiscale del 3 per cento precedentemente garantito ai lavoratori dipendenti nell'ultimo decennio grazie alla decontribuzione e al taglio del cuneo fiscale. Tale vantaggio è stato interamente assorbito dall'effetto del fiscal drag (che rappresenta una quota significativa di Irpef aggiuntiva pagata da dipendenti e pensionati senza un proporzionale incremento del reddito), il quale ha eroso i redditi disponibili del 3,6 per cento;
il provvedimento da ultimo adottato dal Governo per salvaguardare il potere di acquisto delle famiglie, attraverso il decreto-legge cosiddetto «Bollette», si limita a prevedere il riconoscimento nel 2025 di un contributo di 200 euro per il pagamento delle forniture di energia elettrica dei clienti domestici con ISEE fino a 25.000 euro, che si potrà cumulare con la misura del bonus sociale elettrico già esistente. Una misura di sostegno molto contenuta, anche a causa dell'esiguità delle risorse finanziare rese disponibili (peraltro a carico della collettività), e sorretta, in futuro, da fantasiose applicazioni delle regole di finanza pubblica, come nel caso del reimpiego del cosiddetto extra gettito IVA di dubbia compatibilità con la disciplina di cui all'articolo 17, comma 1-bis, della legge n. 196 del 2009 e alla regolamentazione europea;
a livello di produzione industriale, lo stesso anno 2024 si è chiuso con una diminuzione della produzione industriale del 3,5 per cento. Secondo i dati Istat, il PIL ai prezzi di mercato è stato pari a 2.192.182 milioni di euro correnti, con un aumento del 2,9 per cento rispetto all'anno precedente. In volume il PIL è cresciuto dello 0,7 per cento, smentendo dunque le dichiarazioni del Ministro Giorgetti che, solo in autunno, aveva dichiarato «realistico» l'obiettivo dell'1 per cento del PIL per il 2024;
le analisi condotte da certificati centri studi prevedono che con lo scenario più avverso di un'escalation protezionistica il rallentamento possa spingersi fino al +0,2 per cento, ben al di sotto degli obiettivi fissati dal Governo;
le difficoltà dell'industria stanno avendo ripercussioni anche sul mercato del lavoro, con un aumento della cassa integrazione e una possibile riduzione delle nuove assunzioni nel settore manifatturiero;
lo stesso Ministro dell'economia e delle finanze ha recentemente ammesso la necessità di sospendere il Patto di stabilità e di adottare una nuova programmazione;
ritenuto altresì che:
va ribadita con fermezza la netta contrarietà agli insufficienti obiettivi di riforma proposti dal Governo nel Piano, anche alla luce delle misure attuative realizzate nella manovra di bilancio e negli ultimi provvedimenti d'urgenza;
in dettaglio, si rileva quanto segue:
sul piano fiscale:
nell'ambito della riforma Irpef ad avviso dei firmatari del presente atto, l'ingannevolezza delle misure realizzate è manifesta;
l'assorbimento nella disciplina Irpef della decontribuzione temporanea ha comportato una riduzione del netto in busta paga per alcune fasce di contribuenti, in particolar modo per i contribuenti con reddito tra gli 8.500 e i 9.000 euro, per i quali l'effetto in busta paga si sostanzia in una decurtazione della retribuzione netta di circa 100 euro mensili (pari al trattamento integrativo Irpef introdotto dal Governo Conte);
altra significativa distorsione deriva dai criteri di determinazione degli acconti dovuti per i periodi d'imposta 2024 e 2025, che generano acconti d'imposta maggiori rispetto a quelli effettivamente dovuti;
secondo l'analisi sulle misure condotta dall'ufficio parlamentare di bilancio, la riforma IRPEF aumenta le già ampie differenze nel trattamento fiscale delle diverse categorie di contribuenti (dipendenti, pensionati e autonomi) e produce un'architettura fiscale complessa e difficilmente intellegibile per i suoi destinatari;
le misure introdotte anche all'esito della definitiva conversione del decreto-legge n. 155 del 2024, producono effetti negativi anche per le imprese e il mondo delle partite Iva;
analizzando il complesso degli interventi di cui alla manovra di bilancio 2025 e del decreto-legge n. 155 del 2024, convertito con modificazioni dalla legge n. 189 del 2024, l'Upb sottolinea come nel solo 2025 imprese e professionisti vedranno incrementarsi il proprio carico fiscale di 4,5 miliardi di euro, migliorando il saldo in tutti gli anni del triennio 2025-27 rispetto allo scenario a legislazione vigente, per effetto di interventi sia sulle entrate sia sulle spese;
a legislazione vigente, il 2025 sarà anche l'anno in cui termineranno importanti leve fiscali quali Transizione 4.0, l'accesso ai crediti d'imposta per l'attività di innovazione tecnologica (sia nella versione base sia nella versione maggiorata per tecnologie 4.0 e per la transizione energetica) e quelle di design e ideazione estetica nonché Decontribuzione Sud, misure che favoriscono le imprese nazionali attraverso la previsione di un insieme di misure organiche e complementari in grado di sostenere gli investimenti e lo sviluppo tecnologico del tessuto imprenditoriale italiano, caratterizzato in prevalenza da realtà produttive piccole e medie;
le già menzionate misure, come confermano i dati dell'Osservatorio Mecspe, hanno avuto un impatto significativo sulla crescita delle aziende sotto il profilo della trasformazione digitale (31 per cento), della ricerca e sviluppo (14 per cento), della formazione (26 per cento) e della sostenibilità (14 per cento) consentendo un miglioramento della produttività aziendale (44 per cento), della strumentazione tecnologica (35 per cento) e delle condizioni di lavoro generali (25 per cento);
va inoltre considerato il fallimento del Piano transizione 5.0, di fatto mai partito e che nelle ultime settimane ha visto decretata la sua fine a seguito delle dichiarazioni del nuovo Ministro per gli affari europei, il PNRR e le politiche di coesione, Tommaso Foti, dalle quali si deduce l'inefficacia della misura, essendo stato annunciato che parte delle risorse del piano verranno riprogrammate in modo diverso rispetto a quanto previsto. Si tratta di circa la metà dei fondi attualmente riconducibili al piano per un ammontare di circa tre miliardi di euro;
la legge di bilancio 2025 da ultimo approvata prevede poco o nulla in materia di investimenti capaci di consentire alle imprese di avere un orizzonte programmatico, limitandosi a concentrare le scarse risorse disponibili sulla realizzazione di specifici progetti infrastrutturali, primo fra tutti il Ponte sullo Stretto di Messina, e solo residuali misure di sostegno agli investimenti di portata generale;
l'attuale Governo non è andato oltre le solite dichiarazioni generali, prevedendo generiche «misure di sostegno alle micro e piccole imprese nel rinnovamento dei loro processi produttivi», anche per favorire la diffusione delle tecnologie avanzate. Intenti che, de facto, non hanno visto concreta realizzazione. Prova ne è il già menzionato calo della produzione industriale, quale segno evidente dell'assenza di politiche industriali capaci di dare respiro e rilancio alle imprese tramite investimenti urgenti per modernizzazione, la transizione ecologica e digitale dei processi produttivi e un Piano nazionale che sappia valorizzare i settori strategici produttivi attraverso cui le piccole e medie imprese possono guadagnare competitività sui mercati internazionali;
le transizioni digitale ed ecologica costituiscono dei driver di sviluppo che impattano su una molteplicità di interessi generali, i quali richiedono una visione d'insieme per il sistema industriale italiano, fatto di imprese anche piccole e medie (Pmi). Ciò implica non solo «programmare» l'innovazione ma anche fare scelte mirate e consapevoli rispetto a dinamiche che toccano la società e l'ambiente nel loro complesso e che esigono una nuova governance nazionale basata su un efficace coordinamento, suscettibile di consentire il dialogo tra i diversi livelli di governo del territorio nelle sedi istituzionali deputate, e al contempo una sintesi dei diversi interessi;
in merito alle politiche per il lavoro e l'occupazione:
il PNRR attualmente ci consegna uno dei dati più sensibili: le riforme delle politiche attive del mercato del lavoro hanno raggiunto, a oggi, solo il 43 per cento dei traguardi e obiettivi prefissati. Si tratta della percentuale più bassa di tutti gli interventi PNRR. Ciò significa che il cronoprogramma prevede un numero proporzionalmente molto elevato (57 per cento) di obiettivi e traguardi da raggiungere negli anni finali del Piano, con tutte le incognite e i dubbi che possono giustificatamente sorgere rispetto al successo di tali strategiche misure;
il Governo rivendica una crescita degli occupati, ma sottovaluta un dato preoccupante: la produttività del lavoro è in calo (-1,6 per cento). Un'economia che crea lavoro ma non genera valore è un'economia ferma. Il calo della produttività è il segno di un modello basato su lavoro povero e instabile. Appare fondamentale evidenziare che il tasso di partecipazione delle donne è fermo al 57,6 per cento, tra i più bassi in Europa. Le donne pagano il prezzo più alto della precarietà, della mancanza di servizi e della scarsità di politiche realmente incentivanti;
a queste considerazioni deve aggiungersi il fatto che il Programma Garanzia per l'Occupabilità dei Lavoratori (GOL) – il cui obiettivo è qualificare 2,7 milioni di persone entro il 2026 – ha finora avuto un impatto inferiore alle aspettative, contribuendo solo marginalmente alla riduzione della disoccupazione e all'incremento delle competenze professionali;
è del tutto assente una visione politica finalizzata ad assicurare un lavoro stabile, giustamente retribuito, che permetta di costruire un progetto di vita. Il Documento di finanza pubblica ignora colpevolmente la distanza crescente tra domanda e offerta di lavoro. Non è previsto nessun piano serio per l'orientamento professionale nelle scuole e nelle università né alcun tipo di riqualificazione dei lavoratori in settori in trasformazione e sarebbe stato utile apprezzare il rafforzamento dell'apprendistato duale;
un altro tema di grande rilievo è costituito dalla necessità di introdurre il salario minimo nel nostro Paese. Attualmente, circa tre milioni di lavoratrici e lavoratori percepiscono salari inferiori a tale soglia, configurando una situazione di diffusa povertà lavorativa e disuguaglianza retributiva che non può essere ulteriormente ignorata. L'introduzione del salario minimo rappresenta una misura essenziale per contrastare il lavoro povero, garantire dignità salariale e promuovere un'economia più equa;
per comprendere il reale stato del mercato del lavoro italiano, è necessario seguire l'andamento della Cassa integrazione guadagni (CIG), che continua a rappresentare un indicatore sensibile dello stato di salute del mercato del lavoro. Nonostante la narrazione ottimistica sull'occupazione, i dati più recenti mostrano un aumento significativo delle ore autorizzate rispetto al periodo prepandemico, in particolare nei comparti industriali e manifatturieri. L'uso reiterato e passivo dell'ammortizzatore, in mancanza di reali strategie di riconversione produttiva o di riqualificazione dei lavoratori rischia di diventare strumento di congelamento dell'occupazione, più che di tutela transitoria. Invece, dovrebbe essere integrata in un quadro coerente con le politiche attive, con percorsi personalizzati di formazione e reinserimento lavorativo. La mancata riforma del sistema degli ammortizzatori sociali, più volte annunciata, rappresenta l'ennesima promessa disattesa da parte del Governo;
si rileva, inoltre, con preoccupazione il progressivo indebolimento delle tutele per i lavoratori, come dimostrano alcune recenti modifiche normative introdotte con il cosiddetto «Collegato Lavoro». Tra queste, si segnala il rischio di un ritorno alle pratiche delle «dimissioni in bianco», che minano gravemente i diritti fondamentali delle lavoratrici e dei lavoratori, specialmente in contesti di maggiore vulnerabilità;
riguardo alle politiche per l'ambiente:
l'obiettivo della transizione ecologica viene fortemente ridimensionato nel documento, così come gli obiettivi di decarbonizzazione e di raggiungimento della neutralità climatica e della sicurezza energetica per i quali si punta prevalentemente su tecnologie improntate a modelli produttivi inadeguati – come la cattura, l'utilizzo e lo stoccaggio della CO2 – o inadatti a garantire il rispetto degli obiettivi assunti a livello europeo ed internazionale, come il ricorso all'energia nucleare;
il quadro delle misure indicate nel DFP non sembra coerente con le indicazioni del Consiglio dell'Unione europea in merito all'esigenza di ridurre la dipendenza dai combustibili fossili, soprattutto alla luce dell'implementazione degli approvvigionamenti di gas naturale;
la stessa attuazione del Piano Nazionale Integrato Energia e Clima (PNIEC) appare in ritardo rispetto agli obiettivi fissati, come evidenziato nello stesso Documento di Finanza Pubblica e confermato da un'analisi della Piattaforma di Monitoraggio del Piano, nella quale peraltro si registra il mancato aggiornamento del dato sulle emissioni di gas climalteranti nette, fermo all'anno 2022;
giova sottolineare che la finestra temporale per il raggiungimento degli obiettivi dell'Accordo di Parigi è sempre più stretta e che sono necessarie azioni più incisive e che bisogna impegnarsi per ottenere riduzioni delle emissioni significativamente maggiori rispetto a quelle previste dagli attuali impegni e la quasi totale assenza di riferimenti ai cambiamenti climatici nel DFP costituisce un forte elemento di preoccupazione sulla consapevolezza del Governo degli scenari che ci attendono;
in merito alla coesione territoriale:
nonostante il vincolo di destinazione di almeno il 40 per cento delle risorse complessive a favore dei territori del Mezzogiorno previsto dal Piano nazionale di ripresa e resilienza – che si aggiunge alle soglie del 37 per cento delle risorse per interventi per la transizione ecologica e del 25 per cento per la transizione digitale – preoccupano i divari fra i territori a livello di macroaree e fra le regioni del Mezzogiorno che continuano a sussistere: la riduzione delle disuguaglianze territoriali è infatti un elemento essenziale non solo dei fondi strutturali e di investimento europei ma anche del NextgenerationEU e, quindi, dei Piani nazionali di ripresa e resilienza;
oltre ai ritardi nel PNRR, destano preoccupazione le frequenti modifiche che hanno portato al definanziamento di diverse misure. Il Governo sembra intenzionato a richiedere un'ulteriore revisione alla Commissione europea, la quinta in due anni, con il rischio di posticipare o ridurre gli obiettivi, impattando anche gli investimenti per il Mezzogiorno;
le modifiche finora hanno spostato la spesa verso la fine del piano, generando incertezza e rallentando l'attuazione dei progetti, anche a causa di problemi con la piattaforma ReGiS. Contrariamente all'andamento nazionale, i comuni, soprattutto quelli del Sud (dove proviene il 54 per cento dei progetti comunali), stanno contribuendo significativamente al rispetto della quota del 40 per cento degli investimenti per il Mezzogiorno;
tuttavia, preoccupano la certezza e la puntualità dei pagamenti ai comuni e le difficoltà nel monitorare la spesa per il Sud. Nonostante il vincolo del 40 per cento per il Mezzogiorno e le quote per la transizione ecologica e digitale, permangono divari territoriali tra macroaree e regioni del Sud, mettendo a rischio l'obiettivo di coesione territoriale del PNRR;
ai certificati ritardi nell'attuazione del PNRR si aggiungono le preoccupazioni legate all'annunciata intenzione del Governo di destinare parte delle risorse dei fondi di coesione non spesi per finanziare obiettivi inconciliabili con le finalità originarie di inclusione economica, sociale e territoriale di tali risorse, rischiando di aggravare ulteriormente il divario Nord-Sud, con inevitabili ricadute sui bilanci delle regioni destinatarie dei suddetti finanziamenti, oltre alla impossibilità per le stesse di realizzare le opere individuate quali necessarie per l'inclusione sociale e la coesione economica e occupazionale;
la coesione rappresenta un pilastro costitutivo dell'Unione europea e il principio di «non nuocere» alla coesione – come ribadito anche in sede di Consiglio europeo – dovrebbe essere alla base di tutte le politiche e le iniziative dell'Unione europea con un approccio coerente di rafforzamento della coesione economica, sociale e territoriale unionale, attualmente messo a rischio proprio dalla proposta contenuta nel Piano Defence Readiness 2030 e dall'auspicata maggiore flessibilità nell'utilizzo dei fondi di coesione che si traduce nella possibilità di dirottamento dei fondi verso le spese relative alla difesa, senza mantenere l'originaria distribuzione delle risorse;
in riferimento al potenziamento del SSN:
nel DFP si dà conto del completamento degli investimenti del PNRR per rafforzare le cure primarie, velocizzare le prestazioni e migliorare l'assistenza territoriale e da esso emerge come vi sia un rilevante ritardo nell'attuazione delle misure: a dicembre 2024, su 612 Centrali Operative Territoriali ne sono state sono state attivate 230; su 1028 interventi per le Case della Comunità solo 44 risultano collaudati; su 310 interventi relativi agli Ospedali della Comunità solo 14 risultano collaudati;
viene evidenziata l'attuazione di diversi obiettivi intermedi del PNRR, relativi a tra i quali, ad esempio il potenziamento dell'Assistenza domiciliare; tuttavia a riguardo i dati dimostrano che la limitata crescita riguarda solo l'assistenza di breve durata e con scarsa frequenza degli accessi, per gestire esigenze di bassa complessità di tipo episodico (ad esempio per i prelievi) o per fare sanità d'iniziativa; sugli interventi più intensivi, continuativi e multidisciplinari la risposta è ancora estremamente debole; non risulta che sia stata risolta la carenza di un servizio domiciliare pensato per la presa in carico della non autosufficienza e per la disabilità, anche in ragione della mancata attuazione tanto della delega sulla disabilità quanto quella sulle persone anziane;
quanto al personale sanitario, non si fa altro che registrare e confermare che l'incremento del personale sanitario si è avuto solo ed esclusivamente dal 2020 al 2022, grazie agli interventi posti in essere dai Governi precedenti: dai dati risulta infatti che «che dopo aver attraversato un periodo di contrazione annuale tra il 2009 e il 2020, il contingente del personale sanitario è tornato a crescere, fino a tornare, nel 2022, i livelli del 2009». Dal 2019 al 2022, si è registrato un aumento di circa 32.000 unità di personale (pari al 5,0 per cento); in questo periodo, la variazione più significativa in valore assoluto riguarda il personale infermieristico, che è aumentato di oltre 15.000 unità, pari al 6,0 per cento;
tuttavia negli anni 2023 e 2024, con il Governo attualmente in carica, il personale medico e sanitario torna a decrescere e nonostante il documento all'esame evidenzi che rispetto al personale a tempo indeterminato e dirigente per categoria nel 2022, la rilevante componente di ultrasessantenni (il 25,0 per cento dei medici e dirigenti delle professioni sanitarie; il 20,0 per cento dei professionisti con ruolo tecnico), non si evince una programmazione assunzionale idonea a far fronte a tali criticità;
piuttosto gli interventi presenti e futuri si caratterizzano per sovraccaricare ripetutamente il personale sanitario con esigui incrementi delle indennità per alcune attività professionali e una tassazione agevolata per i compensi per il lavoro straordinario dai dipendenti di aziende ed enti del SSN;
quanto alla riduzione delle liste di attesa e altre misure per assicurare un'assistenza specialistica ambulatoriale e ospedaliera tempestiva e di qualità il provvedimento all'esame rivendica il decreto-legge cosiddetto «Liste di attesa», sostanzialmente ancora inattuato, e la cui inefficacia è stata constatata dallo stesso Ministro della salute che ha avuto modo di recriminare alle regioni diffuse inadempienze; a riguardo il documento rileva l'avvio a fine marzo 2025 della Piattaforma nazionale Liste di Attesa, prevista nell'ambito del PNRR, avvio che tuttavia non risulta essere effettivo;
le diseguaglianze sociali nell'accesso alle cure e l'impossibilità di far fronte ai bisogni di salute rischiano di compromettere la salute e la vita dei soggetti più fragili, come ampiamente rilevato anche nel corso dell'esame parlamentare dell'ultima legge di bilancio, con particolare riferimento: all'assenza o all'insufficienza degli incrementi delle risorse destinate alla salute delle persone;
non si rileva, dunque, un indirizzo politico e di un progressivo rilancio del finanziamento del Servizio sanitario nazionale; alle grandi problematiche irrisolte, e non affrontate dal Governo ovvero affrontate inadeguatamente, come quelle del pronto soccorso o delle liste d'attesa, caratterizzate da gravissime criticità strutturali e dalle carenze di personale e dall'ostinazione a voler mantenere il personale in una condizione di perdurante precarietà;
con particolare riferimento al settore giustizia:
si rileva come nel Piano il Governo abbia dichiarato di voler continuare nello sforzo avviato con il PNRR – da un lato – potenziando gli investimenti nell'edilizia giudiziaria i cui interventi dovrebbero essere estesi, in particolare, al settore penitenziario, in vista di un miglioramento delle condizioni delle carceri, la riduzione del tasso di affollamento e l'efficientamento economico; dall'altro, attuando le riforme in materia di giustizia civile;
tuttavia, le politiche messe in atto fino ad ora dimostrano un interesse del Governo in carica e della maggioranza che lo sostiene rispetto ad obiettivi ben lontani da quelli dichiarati, se non addirittura in contrasto con gli stessi, come comprovato anche dai più recenti interventi normativi, che, ad avviso dei firmatari del presente atto, sembrano ispirati esclusivamente da logiche repressive e securitarie;
in particolare, sebbene nel Piano il Governo abbia dichiarato di aver rafforzato l'impegno nella riforma del processo civile, prevedendo la prosecuzione e il potenziamento degli obiettivi del PNRR dopo il 2026, basti ricordare, come – invece – la stessa Legge di Bilancio approvata lo scorso dicembre difetti di adeguate risorse volte ad incidere in concreto sulla lentezza dei processi: si ricordi che ciò impedisce ineludibilmente la piena attuazione del principio della ragionevole durata del processo, di cui all'articolo 111 della Costituzione, posto che appare evidente come il vero e unico antidoto alla lentezza dei processi sia costituito dall'incremento delle risorse umane, per rafforzare l'organico della magistratura e consentire di smaltire l'annoso problema dell'arretrato degli uffici giudiziari. Una parte non indifferente della progettualità richiesta per lo smaltimento dell'arretrato negli uffici ed il contenimento in termini fisiologici della durata media dei procedimenti passa per la disponibilità di adeguate risorse umane; ciò incide altresì sulla capacità del nostro Paese di attrarre gli investimenti stranieri;
preliminarmente, desta preoccupazione la grave carenza del personale della magistratura ordinaria, dei giudici di pace – che rischia di paralizzare la giustizia di prossimità, alla luce dei nuovi dati forniti dall'O.C.F. a novembre 2024, secondo cui i Giudici di Pace in funzione giudicante in servizio sono il 33 per cento di quelli previsti dalla pianta organica, mentre negli uffici con pianta organica superiore alle 50 unità, i giudici in servizio sono solo il 20,8 per cento, come quella di Torino dove solo 7 dei 139 magistrati in pianta organica sono attivi. Si riscontrano altresì difetti e interruzioni di servizio nella piattaforma telematica, carenze nella connessione internet, ritardi nella gestione delle cause civili di oltre quattro mesi, depositi di sentenze in cronico ritardo – e del personale amministrativo della giustizia. Siamo, infatti, di fronte ad una situazione di scopertura dell'organico magistratuale senza precedenti: circa 1.500 unità su 10.900;
sotto altro profilo, si stigmatizza come – contrariamente a quanto dichiarato nel Piano, che si limita a richiamare l'impegno del Governo rispetto alla riorganizzazione delle strutture amministrative, alla pianificazione dei posti di servizio, alla razionalizzazione del personale negli istituti penitenziari e all'adeguamento degli impianti di videosorveglianza; nonché all'efficientamento energetico e il miglioramento tecnologico delle strutture penitenziarie tramite interventi di riqualificazione strutturale del patrimonio edilizio penitenziario e partenariato pubblico-privato per ridurre i costi di fornitura – nulla di concreto e risolutivo sia stato ancora disposto per fronteggiare il gravissimo dilagare dei suicidi negli istituti penitenziari: nonostante l'approvazione del decreto-legge Carceri sia avvenuta nello scorso agosto 2024, è innegabile che il nostro Paese stia attraversando una gravissima crisi del sistema penitenziario, esasperata dalle critiche condizioni delle strutture e dal sovraffollamento degli istituti penitenziari – con un drammatico record di 85 suicidi registrato nel 2024 e 22 solo nel 2025 ed una popolazione carceraria progressivamente aumentata da 54.000 a oltre 61.500 detenuti;
nonostante l'indice di sovraffollamento dei penitenziari italiani sia ancora cresciuto esponenzialmente, con una capienza regolamentare di 48.000 posti, da quanto emerge dallo stato di previsione del Ministero della giustizia allegato alla Legge di Bilancio (Tabella n. 5) approvato dal Governo, il Programma Amministrazione penitenziaria presenta uno stanziamento per il 2025 di 3.408,8 milioni. La manovra finanziaria ha, quindi, inciso su questo programma con un decremento della dotazione di 50,9 milioni, derivante per 32,1 milioni da definanziamenti di spesa e per 18,8 milioni dagli effetti finanziari determinati dalla Sezione I del disegno di legge di bilancio. Tale decremento si concentra soprattutto nell'azione «Realizzazione di nuove infrastrutture, potenziamento e ristrutturazione nell'ambito dell'edilizia carceraria». Si segnala inoltre che l'azione «Accoglienza, trattamento penitenziario e politiche di reinserimento delle persone sottoposte a misure giudiziarie», è interessata da un definanziamento di 2,8 milioni nell'ambito della Sezione II;
del pari, non sono state destinate adeguate risorse per far fronte alla situazione del personale di Polizia penitenziaria, che presenta gravissime carenze, a cui occorre fare fronte con investimenti massivi, considerando, altresì, le gravi ripercussioni da ciò derivanti, sia in termini di condizioni di impiego dei lavoratori e di situazioni di stress correlato, che in termini di sicurezza all'interno degli istituti penitenziari;
riguardo al settore dei trasporti:
alcuni cantieri inseriti nell'elenco delle opere del PNRR, alla luce dell'aumento dei prezzi dei materiali da costruzione, specie dell'acciaio, hanno registrato in taluni casi un aumento esponenziale dei costi, il che, in assenza di efficaci politiche compensative, ha reso più difficile non solo la conclusione di quelle iniziate ma anche l'avvio delle gare per nuove opere;
le nuove politiche protezionistiche e l'applicazione di dazi commerciali avranno un impatto determinante sulle merci, come rilevato recentemente da Conftrasporto, che ha lanciato recentemente l'allarme sul fronte della logistica, del trasporto delle merci via mare e delle ricadute che i dazi possono avere sui porti italiani. Un dato che i tecnici di Conftrasporto ricavano sulla base dell'elaborazione dei numeri che riguardano l'export verso gli Usa è che il 60 per cento (in valore) e il 90 per cento in volumi dei circa 65 miliardi di export verso gli Usa si muove via mare;
Svimez stima un effetto diretto sui dazi pari a circa 6 miliardi di euro, con conseguente riduzione di merce trasportata, solo via mare, per oltre 3 miliardi e mezzo di euro e una decina di porti commerciali esposti a rilevanti danni economici;
è necessario che il Governo riveda gli assunti fin qui delineati e, in particolare, sostenga le amministrazioni qualora i cantieri in essere, con particolare riguardo alle infrastrutture di trasporto, abbiano dei costi maggiorati a causa dell'aumento del costo dei materiali valutando una necessaria ed urgente redistribuzione dei fondi PNRR al fine di completare le opere nel tempo richiesto senza alcuna distrazione di fondi per politiche belliciste;
fondamentale risulta inoltre, nell'attesa di valutare le azioni del Governo americano in tema di dazi commerciali, pianificare per tempo una politica di sostegno alla filiera logistica, alla portualità italiana e a tutto il suo indotto, ad oggi non nota;
alla luce della crisi in atto si ritiene urgente interrompere immediatamente l'iter per la progettazione del Ponte sullo Stretto di Messina nonché lo sperpero di ulteriori fondi – stanziati con l'ultima legge di bilancio – per il completamento degli interventi relativi al nuovo collegamento ferroviario Torino- Lione, impegnando invece maggiori risorse a sostegno di un sempre più efficace ed efficiente trasporto pubblico locale, stabilizzando anche la misura del cd. bonus trasporti, che in un'epoca di stagflazione, rappresenta un sostegno diretto alle famiglie e ai lavoratori;
è altresì necessario rivedere le politiche introdotte nell'ultima legge di bilancio sull'aumento delle tasse di imbarco per voli extra UE, considerata la rilevanza del trasporto aereo per l'economia italiana e per l'impatto diretto con il turismo che ad oggi rappresenta una risorsa certa ed insostituibile;
sarebbe invece auspicabile continuare a investire nel green new deal, quale volano della politica economica, scongiurando che la guerra commerciale in corso rappresenti una giustificazione per affossare ideologicamente le politiche di sostenibilità sociale e ambientale con particolare riguardo al settore dei trasporti urbani e alla qualità dell'aria;
quanto al settore dell'istruzione e dell'educazione:
nel DFP, come nei provvedimenti sino ad ora adottati da questo Governo, quali la filiera formativa tecnico-professionale, il liceo del Made in Italy e la riforma del voto in condotta, e in quelli annunciati, come le nuove indicazioni nazionali per la scuola dell'infanzia e del primo ciclo di formazione, emerge chiaramente l'esigenza non solo di subordinare i desideri educativi delle giovani generazioni ai bisogni contingenti provenienti esclusivamente dal mondo produttivo, ma anche quella di reinterpretare le funzioni dell'intero sistema scolastico in chiave ideologica, condizionandone le finalità educative senza un reale coinvolgimento della comunità scolastica e ricorrendo ad espedienti che minano il diritto di espressione, favorendo, altresì, politiche di spesa indirizzate verso il settore privato, a discapito del sistema pubblico d'istruzione. Inoltre, si specifica come una delle politiche chiave del PNRR in materia di istruzione e formazione, la realizzazione del piano asili nido e scuole dell'infanzia, sia fortemente in ritardo rispetto a quanto indicato dal cronoprogramma, con una spesa effettiva del 25,2 per cento rispetto al totale delle risorse stanziate, già fortemente ridimensionate nella revisione dell'8 dicembre 2023. Un'incertezza che permane e che mette a serio rischio il conseguimento dell'obiettivo sia in termini quantitativi, sia temporali;
quanto al settore dell'università e della ricerca, le politiche evidenziate nel documento, come la riforma del sistema reclutamento e organizzazione dell'università, vanno nella direzione opposta a quella auspicata: nonostante la necessità di investimenti, infatti, il sistema universitario statale ha subito una drastica riduzione di finanziamenti, con tagli significativi al Fondo di finanziamento ordinario in un quadro europeo che colloca l'Italia tra gli ultimi posti in termini di percentuale di laureati sugli occupati. A ciò si aggiungono riforme come quella del pre-ruolo, che introduce ulteriori figure precarie e ridimensiona il più tutelante contratto di ricerca, e quella del sistema di accesso ai corsi di laurea magistrale in Medicina e chirurgia, odontoiatria e protesi dentaria e medicina veterinaria, che creerà ulteriori barriere d'ingresso e peggiorerà la qualità formativa a causa, ancora una volta, dell'assenza di risorse. L'assenza di investimenti in settori cruciali per lo sviluppo del Paese si riflette anche nella mancanza di politiche attive rivolte ai giovani e nelle difficoltà a garantire loro il diritto allo studio, come dimostrato dal rischio concreto di non riuscire a raggiungere il target (rimodulato) dei 60.000 nuovi posti letto per studenti universitari fuori sede entro il 2026, con la drammatica conseguenza che, in un Paese con la popolazione sempre più vecchia e un bassissimo tasso di fecondità (1,18 nel 2024), l'emigrazione dei giovani in cerca di una qualità della vita migliore continua ad aumentare: nell'ultimo anno, secondo il rapporto ISTAT, sono 113 mila i giovani espatriati, di cui 93.410 tra i 18 e i 39 anni e quasi ventimila sotto i 17 anni;
il settore della cultura, nonostante lo straordinario patrimonio artistico presente sul nostro territorio, continua a rimanere assente dalle priorità politiche dell'Esecutivo. Il recente provvedimento approvato, al di là delle finalità altisonanti, rischia di rimanere lettera morta se non accompagnato da uno sforzo in termini economici e finanziari, così come la salvaguardia dei beni culturali e patrimoniali non può esistere senza la tutela delle professionalità e dei lavoratori che ogni giorno contribuiscono a valorizzare il nostro immenso patrimonio culturale. Tuttavia, la programmazione del Governo non prevede politiche di superamento del precariato ed investimenti, come l'attuazione della riforma del codice dello spettacolo che sta lasciando interi settori senza risorse, tra i quali il mondo della danza, dei corpi di ballo e quello del cinema, quest'ultimo fortemente destabilizzato anche dal blocco del tax credit, né politiche di rafforzamento delle industrie culturali e creative, le quali continuano a produrre valore aggiunto ed occupazione nonostante la loro assenza tra le priorità dell'Esecutivo;
a ciò si aggiungono le disposizioni approvate dalla recente legge di bilancio, le quali, per il settore della conoscenza, hanno destinato tagli e riduzioni del personale sia nel mondo dell'università e della ricerca, sia nel settore della scuola, che vedrà, nel successivo anno scolastico per i docenti e in quello dopo per il personale amministrativo, tecnico e ausiliario, una riduzione del contingente rispettivamente di 5.660 e di 2.174 unità;
in merito alla riforma P.A.:
con particolare riguardo alla «riduzione dei costi burocratici e del divario rispetto alla frontiera efficiente» indicata nel DFP, esso si rivela un assunto apodittico che non appare sostenuto da dati e risultati concreti, anche da parte degli utenti, né confortato dalla conoscenza in ordine alle rilevazioni dell'eventuale monitoraggio svolto;
in ordine al rafforzamento della capacità amministrativa e del ricambio generazionale delle pubbliche amministrazioni non poche norme adottate o non adottate dal Governo in carica – l'accensione di contratti a tempo determinato di durata anche superiore ai 36 mesi in deroga alla disciplina vigente, quest'ultima, oltre ad alimentare il precariato ci espone ad infrazioni in sede europea, la deroga al divieto di incarichi dirigenziali a lavoratori pubblici in quiescenza, la possibilità di ridurre ad una sola prova scritta le procedure di reclutamento, l'assenza di misure di riqualificazione dei profili professionali, le innumerevoli mini-procedure concorsuali autorizzate in spregio allo scorrimento di graduatorie vigenti, per effetto di una recente interpretazione autentica adottata con decreto-legge – appaiono aggravare le annose criticità in cui versano le pubbliche amministrazioni, né appaiono soddisfare i principi di efficacia, efficienza ed economicità;
il paragrafo dedicato alla pubblica amministrazione è declinato, anche in questa occasione, al pari dell'omologo documento dell'anno passato, al futuro, su ciò che sarà adottato e approntato, che corrisponde esattamente a ciò che avrebbe dovuto essere già fatto da tempo – in particolare con riguardo agli investimenti e alle riforme attuative del PNRR;
il DFP non menziona azioni specifiche né interventi di programmazione e ottimizzazione delle politiche nazionali per il prossimo triennio a sostegno e in attuazione dei tre obiettivi trasversali del PNRR – la parità generazionale, la parità di genere e la coesione territoriale, quest'ultima posta vieppiù a rischio dalla ventilata sottrazione di fondi;
risalta l'assenza di disposizioni che possano favorire l'emancipazione e l'autonomia dei giovani – le norme vantate dal Governo in carica a decorrere dall'avvio del mandato sono esclusivamente proroghe, in alcuni casi monche, quale è il caso dei mutui per la prima casa acquistata da giovani under 36, privati dell'esenzione dalle relative imposte – di misure adottate dai Governi immediatamente precedenti;
la crisi demografica dovrebbe rappresentare una delle principali fonti di preoccupazione per i Governi a causa del suo impatto sulla sostenibilità delle finanze pubbliche e sul finanziamento del sistema di welfare. Ciò vale per tutti i Paesi avanzati, ma, in particolare per le condizioni economico-finanziarie in cui versa il nostro Paese – debito pubblico sconfortante, in particolare nel medio/lungo periodo, crescita debole, spesa per investimenti in forte calo, spesa in aumento – a fronte di una tendenza demografica non solo allarmante, ma, considerando i dati menzionati, la peggiore tra i principali Paesi UE;
il DFP – al pari delle politiche finora adottate o previste per il futuro dal Governo in carica – non assume la sostenibilità del grave impatto economico, sociale dell'inverno demografico in cui versa il nostro Paese, incastrato nel combinato disposto della scarsità di nascite e l'espatrio di cittadini italiani, soprattutto giovani, alla ricerca di opportunità e condizioni migliori, soprattutto in termini di impiego, che rischia di arrestare le possibilità di crescita del Paese in assenza di contro-misure verso un declino irreversibile;
in relazione al settore agricolo ed agroalimentare:
oltre alla necessaria difesa del comparto dovuta alla recente introduzione dei dazi da parte degli Stati Uniti, l'obiettivo del prossimo futuro è quello del raggiungimento di produzioni sostenibili, economicamente, socialmente e ambientalmente, che non compromettano però la redditività degli agricoltori. Ciò sarà possibile solo attraverso politiche che accompagnino l'agricoltore e il produttore attraverso questa complessa ma certamente realizzabile transizione ecologica: dall'investimento nelle agricolture di precisione e nelle nuove tecnologie applicate all'agricoltura, al potenziamento delle misure di gestione del rischio, alla valorizzazione di giovani generazioni e donne che si avvicinano al mondo agricolo;
ritenuto altresì che:
complessivamente, i nuovi parametri di base contenuti nel Patto – in cui sono rimaste immutate le soglie di riferimento del 3 per cento nel rapporto deficit/PIL e del 60 per cento nel rapporto debito/PIL – rischiano di spingere non solo l'Italia, ma l'intera Unione, in recessione, dal momento che comporteranno pesanti conseguenze sulla riduzione degli investimenti; in ragione delle modifiche, ritenute peggiorative, apportate nel corso dei negoziati alla proposta di riforma che hanno dato seguito a regole più severe sul deficit e a un controllo più restrittivo sulla spesa pubblica degli Stati membri, il Movimento 5 Stelle, in sede parlamentare, a livello nazionale ed europeo, si è sempre espresso, coerentemente con gli indirizzi politici a più riprese manifestati, in maniera contraria alla suddetta proposta di riforma. La ferma contrarietà del Movimento 5 Stelle alla riforma è stata ribadita con il voto del 23 aprile 2024 in sede di ultima plenaria del Parlamento europeo prima delle elezioni europee, unica forza politica italiana ad essersi espressa contro nella votazione finale della proposta di regolamento sul «braccio preventivo» del Patto di Stabilità e sulle altre due proposte relative al regolamento sul «braccio correttivo» e alla direttiva sui quadri di bilancio nazionali;
anche alla luce del grave peggioramento del contesto macroeconomico internazionale, si ravvisa la necessità di rinegoziare l'accordo al fine, da una parte, di evitare nuovi vincoli e tagli agli investimenti per l'Italia e, dall'altra, di includervi, tra i fattori da considerarsi rilevanti, anche le spese in investimenti strategici — tra i quali gli investimenti destinati all'istruzione, quelli in ambito di spesa sanitaria, gli investimenti green, quelli destinati alle energie rinnovabili e ai beni pubblici europei che sono ostacolati dall'attuale quadro di bilancio;
è necessario prevenire politiche di austerità, preservare la qualità e il livello di spesa pubblica, evitare pesanti tagli allo stato sociale e sostenere una crescita inclusiva e sostenibile di medio e lungo termine;
alla luce di tutto quanto superiormente esposto,
impegna il Governo:
1) in materia di rinnovata governance economica europea:
a) ad intraprendere ogni iniziativa utile, in sede europea, finalizzata a rinegoziare l'accordo, al fine, da una parte, di evitare nuovi vincoli e tagli agli investimenti per l'Italia, e dall'altra, di includervi, tra i fattori da considerarsi rilevanti, anche le spese in investimenti strategici – tra i quali gli investimenti destinati all'istruzione, quelli in ambito di spesa sanitaria, gli investimenti green quelli destinati alle energie rinnovabili e ai beni pubblici europei che sono ostacolati dall'attuale quadro di bilancio;
b) a promuovere nelle sedi opportune percorsi di rientro dal debito realistici che tengano conto delle specificità degli Stati membri e del loro quadro macroeconomico complessivo, opponendosi a qualsiasi meccanismo che implichi una ristrutturazione automatica del debito pubblico, a sostegno di un quadro di bilancio più favorevole alla crescita economica, finalizzata a rendere le norme sul debito più semplici, più applicabili e concepite per sostenere le priorità politiche per la doppia transizione verde e digitale, con adeguati investimenti pubblici e privati;
c) ad intraprendere inoltre tutte le opportune iniziative volte a adattare alla nuova architettura della politica di bilancio europea, nella prospettiva di una rinnovata governance UE ispirata ai criteri anzidetti, gli elementi di successo dell'esperienza del dispositivo di ripresa e resilienza, trasformando il programma NGEU in uno strumento permanente, da finanziare attraverso il bilancio europeo;
d) in attesa della revisione del codice di condotta sull'attuazione del patto di stabilità e crescita e sulla riforma della normativa di contabilità e finanza pubblica, volta a modificare le disposizioni della legge 24 dicembre 2012, n. 243, e della legge 31 dicembre 2009, n. 196, a preservare e garantire, sotto il profilo qualitativo e quantitativo ai fini delle conseguenti deliberazioni parlamentari, i contenuti informativi attualmente previsti per il Documento di economia e finanza e per la Nota di aggiornamento al medesimo documento ai sensi dell'articolo 10 della legge 31 dicembre 2009, n. 196;
2) in materia di difesa:
a) a non proseguire nel sostegno del Piano di riarmo europeo «ReArm Europe/Readiness 2030»;
b) al fine di recuperare i valori fondanti dell'Unione europea, a sostenere nelle opportune sedi europee la sostituzione integrale del «ReArm Europe/Readiness 2030» con un Piano di rilancio e sostegno agli investimenti che promuovano la competitività, gli obiettivi a lungo termine e le priorità politiche dell'Unione europea quali: spesa sanitaria, sostegno alle filiere produttive e industriali, incentivi all'occupazione, istruzione, investimenti green e beni pubblici europei, per rendere l'economia dell'Unione più equa, competitiva, sicura e sostenibile;
c) ad opporsi, altresì, in tutte le competenti sedi istituzionali nazionali ed europee, alla possibilità di reindirizzare i fondi della politica di coesione verso le spese relative alla difesa, distogliendo tali fondi dalla finalità del rafforzamento della coesione economico e sociale, in quanto pilastro fondamentale su cui poggia la programmazione e il contenuto dell'intero Piano nazionale di ripresa e resilienza, che ha tra i suoi obiettivi proprio il riequilibrio territoriale e il rilancio del Sud, come priorità trasversale a tutte le missioni del Piano;
c-bis) a difendere in tutte le sedi istituzionali, nazionali ed europee, la necessità di rispettare il principio trasversale di «non nuocere» alla coesione, affinché nessuna azione o politica intrapresa a livello nazionale ed europeo sia di ostacolo al processo di convergenza o contribuisca ad aumentare le disparità regionali, assicurando altresì, in un'ottica di sinergia e complementarietà, il rispetto dei principi fondamentali della coesione in termini di partenariato, governance multilivello e programmazione dei finanziamenti.
d) a adottare urgentemente le opportune iniziative, anche di carattere normativo, volte a una graduale diminuzione delle spese per i sistemi di armamento, che insistono sul bilancio dello Stato, al fine di non distrarre ingenti risorse che potrebbero contribuire al sostegno di misure di carattere sociale;
3) in materia di dazi commerciali:
a) a realizzare, al fine della tutela del mercato unico e dell'economia europea, tutte le necessarie, tempestive iniziative affinché l'Europa dia una risposta efficace e proporzionata all'apposizione di dazi da parte degli Stati Uniti, esplorando al contempo l'apertura dell'Italia a nuovi mercati in direzione di una maggiore diversificazione degli scambi commerciali;
b) a valutare, in maniera particolare, le conseguenze dei dazi sul settore agroalimentare italiano e soprattutto sulle più importanti eccellenze del made in Italy, non sottovalutando la portata di questa «tassa» ma al contrario cercando la strada migliore per garantire concreto sostegno ai comparti, anche attraverso l'istituzione di fondi dedicati, nonché ponendo in essere azioni volte a scongiurare i rischi di imitazione e contraffazione dei prodotti ai quali l'introduzione dei dazi potrebbe esporre maggiormente il settore agroalimentare;
4) in materia di attuazione del PNRR:
a) ad adottare ogni iniziativa utile, anche di carattere normativo, al fine di garantire l'integrale, tempestivo ed efficiente utilizzo da parte dell'Italia dei fondi europei del programma NextgenerationEU, come previsto da Piano nazionale di ripresa e resilienza e Piano nazionale complementare in tempi celeri e rispettosi del cronoprogramma, in particolare assicurando prioritariamente il raggiungimento di obiettivi trasversali, come la sostenibilità economica, sociale e ambientale degli interventi, incluso il rispetto delle clausole in materia di pari opportunità e inclusione lavorativa dei giovani e delle donne, nonché la relativa attuazione nell'ambito delle transizioni digitali e green e del riparto bilanciato delle risorse con la destinazione minima del 40 per cento delle stesse al Sud;
b) a informare costantemente il Parlamento sullo stato di attuazione del PNRR e sugli eventuali aggiornamenti dello stesso, sostenendo anche, a tal fine e nelle opportune sedi istituzionali, l'iniziativa parlamentare inerente all'istituzione di una commissione per l'indirizzo, la vigilanza e il controllo dell'attuazione del Piano nazionale di ripresa e resilienza e dei Piano nazionale degli investimenti complementari al PNRR;
c) a procedere con l'urgenza prevista dal caso, in ottemperanza all'articolo 2, comma 6-bis del decreto-legge 31 maggio 2021, n. 77, alla pubblicazione della Quarta relazione istruttoria sul rispetto del vincolo di destinazione alle regioni del Mezzogiorno di almeno il 40 per cento delle risorse territorialmente allocabili, al fine di verificare l'effettiva attuazione del predetto obiettivo in termini di riequilibrio territoriale e di rilancio del Sud come priorità trasversale a tutte le missioni del Piano e a scongiurare eventuali tagli ai progetti destinati alle regioni meridionali conseguenti alla revisione del PNRR;
5) in materia di salute e politiche sociali:
a) a delineare un programma idoneo a tutelare e salvaguardare il Servizio sanitario nazionale pubblico e universalistico attraverso un recupero integrale di tutte le risorse economiche necessarie, garantendo una sostenibilità economica effettiva ai livelli essenziali di assistenza e soddisfacendo in modo più efficace le esigenze di pianificazione e di organizzazione nel rispetto dei princìpi di equità, di solidarietà e di universalismo, anche prevedendo che l'incidenza della spesa sanitaria sul prodotto interno lordo (PIL) sia in linea con i Paesi del G7 e che non sia, comunque, inferiore alla media europea;
b) a superare la sperequazione esistente sul territorio nazionale, introducendo indicatori ambientali, socioeconomici e culturali nonché l'indice di deprivazione economica che tenga conto delle carenze strutturali presenti nelle regioni o nelle aree territoriali di ciascuna regione che incidono sui costi delle prestazioni sanitarie e sottraendo la salute da qualsiasi progetto volto a conferire ulteriori forme di autonomia alle realtà regionali;
c) ad assicurare un'azione strutturale di incremento delle risorse da destinare al funzionamento del Servizio sanitario nazionale, sia in termini di risorse finanziarie che professionali, con particolare riferimento agli investimenti necessari per il personale sanitario – anche programmando e ridefinendo percorsi formativi in relazione ai fabbisogni futuri di professionalità mediche e sanitarie e ai fabbisogni di assistenza alla popolazione – rimuovendone il tetto di spesa per le assunzioni a tempo indeterminato, al finanziamento dei cicli di specializzazione, della domiciliarità, della medicina territoriale, al rafforzamento della governance dei distretti socio-sanitari nonché al potenziamento dell'organico dei consultori, assicurando la presenza di personale non obiettore di coscienza, anche al fine di garantire un accesso sicuro alle procedure per l'interruzione volontaria di gravidanza;
d) a provvedere al potenziamento del SSN e al completamento degli investimenti del PNRR per rafforzare le cure primarie, velocizzare le prestazioni e migliorare l'assistenza territoriale, assicurando che le risorse destinate nell'ambito del PNRR non sia distratte o sottratte in alcun modo e in particolare non siano trasferite per finalità di riarmo;
e) a dare continuità alla tendenza di crescita del personale medico e sanitario registrato dagli anni dal 2020 al 2022, assicurando un piano assunzionale che sia efficace anche nell'affrontare la rilevante questione della crescente componente di ultrasessantenni nel SSN, desistendo da interventi che finiscono per sovraccaricare ripetutamente il personale sanitario in servizio;
f) a rivedere il piano per la riduzione delle liste di attesa, per assicurare un'assistenza specialistica ambulatoriale e ospedaliera tempestiva e di qualità, contemplando più efficaci interventi, anche penalizzanti, per le regioni e per le strutture sanitarie che non assicurano il corretto equilibrio dell'attività istituzionale e dell'attività intramoenia e che non garantiscono la trasparenza e l'unicità dei sistemi di prenotazione;
g) a provvedere ad un effettivo potenziamento dell'assistenza domiciliare per gli interventi più intensivi, continuativi e multidisciplinari, risolvendo la carenza del servizio domiciliare rivolto alla presa in carico della non autosufficienza e della disabilità, dando sollecita attuazione tanto della delega sulla disabilità quanto quella sulle persone anziane e potenziando le tutele per i caregiver;
h) a riordinare gli strumenti per la sanità integrativa e i fondi sanitari con l'unico obiettivo di salvaguardare la sanità pubblica e i presidi sociali pubblici, assicurando che la sanità integrativa e i fondi sanitari intervengano solo ed esclusivamente sulle prestazioni sanitarie e sociali non incluse nei LEA o nei LEP, assicurando in ogni caso trasparenza, risoluzione di ogni conflitto d'interesse nella gestione di fondi e polizze sanitarie ed eliminando ogni forma di beneficio fiscale a soluzioni che, anche indirettamente (es. banche e assicurazioni), comportino lucri o speculazione;
i) a rafforzare l'assegno unico, prima misura universalistica e progressiva a tutela e a sostegno delle famiglie, aumentando gli importi previsti, ampliando la platea dei beneficiari e rafforzando le clausole di salvaguardia;
j) a introdurre una tassazione agevolata per il secondo percettore di reddito, al fine di incrementare il tasso di occupazione femminile; a adottare misure dirette ad ampliare i congedi parentali, incrementandone il trattamento economico e la fruibilità da parte di entrambi i genitori; a rafforzare l'indennità di maternità e di paternità, rendendo gli istituti paritari e remunerati al 100 per cento;
k) ad assicurare la realizzazione degli asili nido, come previsto dal PNRR, e il loro buon funzionamento attraverso un'adeguata dotazione di personale, con l'obiettivo di aumentare l'offerta di lavoro, dare impulso all'occupazione femminile, far emergere il lavoro nero e favorire il reinserimento nel mondo del lavoro dopo il congedo di maternità obbligatorio;
l) a adottare le iniziative necessarie a risolvere le numerose problematiche di carattere sociale, rafforzando le misure per affrontare la povertà alimentare e per ridurre il tasso di persone a rischio di povertà o esclusione sociale che resta ancora superiore alla media dell'Unione europea;
6) in materia di istruzione e cultura:
a) a reperire adeguate risorse da destinare all'incremento dei finanziamenti dei settori pubblici dell'istruzione, dell'università e della ricerca, al fine di portare gli investimenti in istruzione, educazione e formazione al 5 per cento del PIL come nel resto dei paesi OCSE e di rimettere al centro delle politiche di spesa due ambiti fondamentali per lo sviluppo e la crescita del nostro Paese;
b) a rivedere interamente le politiche di riduzione del personale e le disposizioni concernenti i tagli lineari dei contingenti delle professionalità della scuola, dell'università e della cultura, reperendo, altresì, le risorse economiche necessarie per incrementare i salari dei lavoratori di tutti i settori della conoscenza e per stabilizzare il personale precario operante nei medesimi settori;
c) ad attuare urgentemente la riforma del codice dello spettacolo, reperendo le risorse necessarie da destinare ai vari settori coinvolti, con particolare riferimento al mondo della danza e dei corpi di ballo, afflitti dal precariato, e al settore del cinema, paralizzato dal blocco del tax credit e sottoposto a continui definanziamenti;
d) a adottare politiche di investimento e rafforzamento delle industrie culturali e creative, al fine di potenziare uno dei settori economici che produce maggior valore aggiunto ed occupazione per la crescita e lo sviluppo del Paese;
e) ad adottare tutte le iniziative necessarie volte a velocizzare l'attuazione degli obiettivi della Missione 4 «Istruzione e Ricerca» del PNRR, al fine di scongiurare le ipotesi di rimodulazioni di obiettivi e possibili definanziamenti, con particolare riguardo alla realizzazione di nuove residenze universitarie, sempre più fondamentali nel contrasto all'aumento del costo degli affitti per gli studenti fuori sede, anche incrementando adeguatamente il fondo affitti studenti universitari, nonché alla realizzazione di nuovi posti negli asili nido e nelle scuole per l'infanzia;
f) a adottare urgentemente politiche rivolte alle giovani generazioni, garantendo incentivi adeguati all'accesso alla pratica sportiva, alla cultura, all'istruzione e alla formazione, al fine di invertire la tendenza dei giovani ad espatriare alla ricerca di un futuro migliore;
g) ad intervenire urgentemente per sostenere le famiglie in difficoltà a causa dell'inflazione e del caro energia nell'acquisto di libri e materiali scolastici, approvando il prima possibile la proposta di legge concernente l'istituzione di una dote educativa da destinare a tutte le alunne e alunni, studentesse e studenti del primo e del secondo ciclo di istruzione, nonché, al fine di garantire il diritto allo studio in modo uniforme su tutto il territorio nazionale, combattere la povertà educativa e garantire un'istruzione di qualità, ad adottare misure volte a contrastare l'eccessivo affollamento delle classi e a rivedere le disposizioni concernenti il dimensionamento scolastico e le nuove indicazioni nazionali per la scuola dell'infanzia e del primo ciclo di formazione, garantendo, altresì, un reale coinvolgimento delle comunità di settore nell'attuazione di tali politiche, senza ricorrere a stratagemmi finalizzati a reprimere il dissenso;
7) in materia di lavoro;
a) a ripristinare il Reddito di cittadinanza, prevedendo il rafforzamento e la riorganizzazione delle politiche pubbliche volte a contrastare la povertà e l'esclusione sociale, potenziando la componente di servizi alla persona e l'attivazione di un progetto personalizzato di inclusione sociale e lavorativa per l'effettivo superamento della condizione di povertà;
b) a dare piena e tempestiva attuazione, con la massima sollecitudine, ai principi e alle finalità della direttiva (UE) 2022/2041 del Parlamento europeo e del Consiglio, così come agli indirizzi espressi dalla Corte di cassazione, introducendo anche nel nostro ordinamento il riconoscimento ai lavoratori e alle lavoratrici di ciascun settore economico di un trattamento economico complessivo non inferiore a quello previsto dal contratto collettivo nazionale stipulato dalle associazioni dei datori e dei prestatori di lavoro comparativamente più rappresentative a livello nazionale, assicurando in ogni caso livelli retributivi in grado di garantire una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un'esistenza libera e dignitosa, anche attraverso l'introduzione del salario minimo legale, corrispondente a un trattamento economico minimo orario non inferiore a 9 euro, aggiornato annualmente per tenere conto, in particolare, dell'aumento della produttività e dell'inflazione;
c) per quanto di competenza e con il pieno coinvolgimento delle parti sociali, a definire una disciplina normativa di sostegno per la regolamentazione della rappresentanza e rappresentatività delle organizzazioni dei lavoratori e dei datori di lavoro che restituisca certezza nelle relazioni industriali e superi la proliferazione di sigle di comodo, così come la moltiplicazione dei contratti collettivi nazionali sottoscritti da organizzazioni che non hanno alcuna rappresentatività reale, in particolare valorizzando i contratti collettivi «leader», ossia quelli siglati dai soggetti comparativamente più rappresentativi sul Piano nazionale che presentino maggiore connessione, in senso qualitativo, all'attività produttiva del luogo di lavoro, nonché definendo specifici criteri atti a misurare il grado di rappresentatività sia delle organizzazioni sindacali che datoriali e tenendo in debita considerazione i criteri autoprodotti dall'ordinamento intersindacale negli accordi interconfederali stipulati dalle confederazioni maggiormente rappresentative;
d) a favorire, per quanto di competenza, l'adozione di misure volte a promuovere la sperimentazione della riduzione dell'orario lavorativo a parità di salario;
e) ad avviare un concreto e tempestivo confronto con le parti sociali realmente rappresentative, volto a definire una nuova strategia in materia di lavoro nel nostro Paese, anche attraverso la realizzazione di un Piano straordinario pluriennale per il lavoro, che metta al centro la buona e stabile occupazione, il contrasto a ogni forma di precarietà e l'incremento della partecipazione al lavoro, con particolare riguardo alle donne e ai giovani, così come al Mezzogiorno e alle aree interne e coerente con la transizione e conversione ecologica;
f) a rafforzare le politiche attive del lavoro, anche attraverso il potenziamento del fondo nuove competenze; a contrastare le crescenti disparità generazionali, di genere e territoriali, in particolare con interventi volti a favorire l'inserimento lavorativo dei giovani e delle donne; ad assicurare la lotta al lavoro sommerso; a contrastare il precariato, rafforzando gli incentivi volti a favorire le assunzioni a tempo indeterminato, nonché collegando strettamente le tipologie contrattuali a tempo determinato a specifiche causali; ad abolire gli stage extra curriculari in forma gratuita;
g) a favorire l'evoluzione del sistema previdenziale mettendo al centro le donne, i giovani e chi svolge lavori gravosi, prevedendo l'aggiornamento e l'ampliamento della platea dei lavori usuranti, garantendo una prospettiva pensionistica sostenibile e dignitosa;
h) al fine di contrastare gli effetti negativi delle tensioni inflazionistiche, nel pieno ed effettivo rispetto del principio costituzionale di adeguatezza dei trattamenti previdenziali, a adottare altresì le necessarie iniziative volte ad aumentare le pensioni minime, anche attraverso la riduzione delle imposte sulle pensioni più basse;
i) a completare il sistema di tutele in favore dei lavoratori autonomi, avviato con l'introduzione dell'indennità straordinaria di continuità reddituale e operativa, attraverso l'estensione delle misure già previste per i lavoratori dipendenti;
j) a adottare, in linea con le esperienze più avanzate in Europa, le opportune misure per assicurare l'estensione in termini di durata, nonché di copertura del congedo di paternità obbligatorio, prevedendo altresì che il congedo di maternità e il congedo di paternità godano di una copertura retributiva pari al 100 per cento, in modo da ridurre il disincentivo economico all'utilizzo dei congedi parentali per i padri;
k) ad avviare un serio confronto con le parti sociali realmente rappresentative volto a definire una nuova strategia nazionale per la salute e la sicurezza sul lavoro, da implementare annualmente favorendo il pieno coinvolgimento del Parlamento, assicurando, nelle more, l'adozione di immediate misure volte ad affrontare le principali criticità, quali l'equiparazione delle tutele disposte nella disciplina degli appalti pubblici anche agli appalti tra privati, nonché l'eliminazione degli appalti a cascata e delle gare al massimo ribasso;
l) a riconsiderare ogni ipotesi di privatizzazione in atto di aziende controllate e/o partecipate dallo Stato, che, oltre a rappresentare la perdita di asset strategici per il Paese, spesso determinano, come accaduto in passato, fenomeni di precarizzazione del lavoro e riduzione dei livelli occupazionali;
m) a ripristinare il lavoro agile quantomeno in favore dei lavoratori fragili per rendere pieno e garantito il diritto al lavoro;
8) in materia di politiche abitative:
a) a stanziare adeguate risorse per fronteggiare il grave e diffuso disagio abitativo, attraverso la revisione e il rifinanziamento del Fondo nazionale per il sostegno all'accesso alle abitazioni in locazione e del Fondo per la morosità incolpevole, nonché a prevedere misure di sostegno per far fronte alla maggiore spesa conseguente all'aumento dei tassi di interesse sui mutui in favore di coloro che versano in situazione di obiettiva difficoltà, e a incrementare l'offerta di alloggi a canone di locazione sociale mediante interventi di recupero e riqualificazione del patrimonio esistente nell'ambito di una adeguata programmazione nazionale pluriennale;
9) in materia di rafforzamento della sicurezza e controllo del territorio:
a) ad incrementare le risorse economiche sotto il profilo contrattuale e stipendiale del comparto sicurezza nonché a potenziare i presìdi di sicurezza e i servizi di prevenzione e di controllo del territorio;
b) a istituire un fondo nello stato di previsione del Ministero dell'interno volto a sostenere iniziative in materia di sicurezza urbana da parte dei comuni, con particolare riguardo alle assunzioni di ulteriore personale di Polizia municipale, prescindendo dagli equilibri di bilancio e dal cosiddetto «valore soglia», al potenziamento delle sale operative nonché all'installazione e al potenziamento dei sistemi di videosorveglianza;
10) in materia di giustizia:
a) a potenziare gli strumenti di contrasto alle mafie già esistenti, a salvaguardare e rafforzare il regime speciale di cui all'articolo 41-bis Ordinamento Penitenziario;
b) a investire nella lotta alla corruzione, in particolare attraverso l'adozione di misure volte a garantire maggiore trasparenza e controllo dei fondi del PNRR; a ripristinare le fattispecie penali che costituiscono capisaldi nella lotta alla corruzione, tra cui l'abuso d'ufficio e il traffico di influenze illecite, nonché ad intraprendere tutte le necessarie iniziative, nelle opportune sedi istituzionali nazionali ed europee, volte ad una rapida approvazione della proposta di direttiva UE 2023/0135 (COD) in materia di lotta contro la corruzione;
c) a proseguire nella politica di contrasto alle agromafie ed ecomafie, tutelando il diritto alla salute attraverso un efficace sistema di repressione delle attività della criminalità organizzata e dei reati ambientali in generale;
d) ad intervenire con gli investimenti necessari per prevenire e contrastare il fenomeno della violenza sulle donne anche garantendo la continuità dei finanziamenti alle attività e al funzionamento dei centri e delle reti antiviolenza territoriali;
e) a potenziare l'organico del Corpo di Polizia Penitenziaria, al fine di ovviare alla grave scopertura di organico, così da rendere maggiormente efficienti gli istituti penitenziari e garantire migliori condizioni di lavoro al personale addetto alla sicurezza all'interno delle carceri; a prevedere risorse aggiuntive per l'assunzione straordinaria di personale nei ruoli di funzionario giuridico-pedagogico e di funzionario mediatore culturale considerando, altresì il ruolo fondamentale che questi ultimi rivestono all'interno dell'ordinamento ai fini del reinserimento in società dei ristretti;
f) ad assumere iniziative specifiche per contrastare il grave sovraffollamento carcerario, incluso la realizzazione delle case di comunità di reinserimento sociale, ponendo un freno al dilagante e preoccupante fenomeno dei suicidi dei detenuti, anche attraverso la promozione e il sostegno di tutte le attività trattamentali, con particolare riguardo alla prosecuzione del finanziamento del Fondo per il sostegno delle attività teatrali negli istituti penitenziari, nonché percorsi formativi e culturali che favoriscano l'acquisizione di nuove competenze nell'ambito dei diversi mestieri;
g) a stanziare ulteriori risorse per consentire l'ampliamento della pianta organica della magistratura ordinaria di 1000 unità, al fine di avvicinare il rapporto magistrati-cittadini, dagli attuali 11 ogni 100.000 abitanti, alla media europea di 22;
h) in riferimento ad interventi in materia di edilizia giudiziaria, a riqualificare e potenziare il patrimonio immobiliare dell'amministrazione della giustizia in chiave ecologica e digitale, che si tratti di area facilmente accessibile e dotata di servizi e ambienti da adibire a nidi per l'infanzia, nell'attuazione delle politiche volte alla conciliazione tra vita familiare e professionale, con ricadute positive in termini di incremento dell'occupazione femminile e di effettività della parità nell'accesso alle professioni caratterizzanti il comparto giustizia;
i) ad incrementare le risorse destinate alle attività di intercettazione, nonché nel rispetto delle prerogative parlamentari, ad astenersi da qualsivoglia intervento – anche normativo – volto a restringerne l'utilizzo o depotenziarne l'efficacia come strumento di ricerca della prova determinante per l'attività investigativa ed indispensabile per contrastare le forme più insidiose di criminalità organizzata e dei fatti di corruzione, i cui effetti finali ricadono sull'utente, ovvero il cittadino;
l) ad investire adeguate risorse per rendere effettiva la transizione al digitale sia della giustizia penale – considerando che il Processo Penale Telematico, entrato ufficialmente in vigore il 1° gennaio 2025, avrebbe dovuto rappresentare una svolta epocale per il sistema giudiziario italiano, ed invece, già dai primi giorni di operatività ha causato la paralisi di molti tribunali – sia del giudice di pace, alla luce soprattutto del gravissimo arretrato che non si riesce a smaltire a causa della scopertura dell'organico.
11) in materia di coesione territoriale, cooperazione e sviluppo:
a) a rafforzare le politiche per la riduzione dei divari territoriali, con particolare riferimento al Mezzogiorno, alle aree interne, ai territori montani e alle isole, nonché a prevedere, in favore degli enti territoriali, risorse dirette a contenere l'aumento dei prezzi dell'energia anche mediante l'utilizzo di flessibilità di bilancio, nonché a implementare il finanziamento per lo svolgimento delle funzioni fondamentali e servizi in favore dei cittadini;
b) a garantire il rispetto del vincolo di destinazione alle regioni del Mezzogiorno di almeno il 40 per cento delle risorse territorialmente allocabili del PNRR nonché il vincolo di concentrazione delle risorse nelle regioni del Mezzogiorno previsto dal Fondo di sviluppo e coesione, al fine di mantenere l'obiettivo di riequilibrio territoriale quale elemento qualificante del Piano e consentire, nell'ottica dell'obiettivo della coesione territoriale, il pieno superamento delle disuguaglianze e dei divari territoriali a livello di macroaree e fra le regioni del Mezzogiorno;
12) in materia fiscale:
a) avviare una riduzione significativa e progressiva delle tasse per famiglie (soprattutto quelle a reddito medio-basso) e imprese, incentivando lavoro e partecipazione (giovani, donne, percettori di sostegno), garantendo la progressività del sistema tributario e la tassazione in base alla reale capacità contributiva;
b) intensificare la lotta all'evasione fiscale, stabilizzare il gettito (rinunciando a sanatorie) e basare il sistema tributario sui principi di «lealtà e liceità» come prerequisiti per semplificazioni e benefici;
c) razionalizzare i regimi fiscali alternativi, armonizzando deduzioni e detrazioni per diverse categorie di contribuenti, al fine di eliminare disparità di trattamento e garantire maggiore equità del sistema impositivo;
d) introdurre modalità alternative per usufruire delle agevolazioni fiscali (a partire da detrazioni e deduzioni per spese essenziali, soprattutto pagate elettronicamente), come rimborsi diretti o crediti in busta paga, per semplificare e rendere più chiara la percezione del beneficio fiscale;
e) introdurre meccanismi per compensare e redistribuire le maggiori entrate derivanti da consumi, capitale (speculazioni, eventi eccezionali) o dalla lotta all'evasione (inclusi i «giganti del web» e l'elusione internazionale), destinando tali maggiori entrate prioritariamente al contenimento degli effetti negativi sul potere d'acquisto delle famiglie;
13) in materia di trasporti:
a) a sostenere un robusto programma di incentivazione all'uso del trasporto pubblico nonché a sostenere l'attraversamento dinamico dello stretto di Messina migliorando la viabilità sulle due sponde e investendo sul naviglio, definanziando contestualmente il progetto di attraversamento stabile per mezzo del ponte, posto che nella legge di bilancio 2024 l'opera è stata quantificata con un indebitamento per lo Stato di 13 miliardi fino al 2032 e che nelle more dell'iter si era annunciata la riduzione dell'onere attraverso la partecipazione a bandi europei nonché attraverso finanziamenti di altri enti pubblici e privati di cui, tuttavia non si ha ancora certezza;
b) a sostenere le amministrazioni qualora i cantieri in essere, con particolare riguardo alle infrastrutture di trasporto, abbiano dei costi maggiorati a causa dell'aumento del costo dei materiali valutando una necessaria ed urgente redistribuzione dei fondi PNRR al fine di completare le opere nel tempo richiesto;
c) a scongiurare che, nell'attesa di valutare le azioni del Governo americano in tema di dazi commerciali, non si pianifichi per tempo una politica di sostegno alla filiera logistica, alla portualità italiana e a tutto il suo indotto;
d) alla luce della crisi in atto, a interrompere l'iter per la progettazione del Ponte sullo Stretto di Messina, lo sperpero delle risorse dei fondi di sviluppo e coesione destinati alla Calabria nonché gli ulteriori fondi stanziati con l'ultima legge di bilancio per il completamento degli interventi relativi al nuovo collegamento ferroviario Torino-Lione, dando priorità allo sviluppo dell'alta velocità calabrese e all'elettrificazione dell'intera tratta ferroviaria jonica nonché impegnando maggiori risorse a sostegno di un sempre più efficace ed efficiente trasporto pubblico locale, stabilizzando anche la misura del cd. bonus trasporti, che in un'epoca di stagflazione rappresenta un sostegno diretto alle famiglie e ai lavoratori;
e) a rivedere le politiche introdotte in legge di bilancio sull'aumento delle tasse di imbarco per voli extra UE, considerata la rilevanza del trasporto aereo per l'economia italiana e per l'impatto diretto con il turismo che ad oggi rappresenta una risorsa certa ed insostituibile;
14) in materia di Green New Deal e transizione ecologica:
a) a corredare i principali documenti di programmazione economica, come il Piano Strutturale di Bilancio, con adeguate valutazioni di impatto delle misure rispetto agli obiettivi clima ed energia in un quadro temporale pluriennale;
b) a rafforzare le politiche e le misure per la transizione ecologica, il contrasto alla crisi climatica ed il raggiungimento degli obiettivi di clima ed energia, in linea con le misure decise nell'ambito del Green New Deal europeo;
c) a perseguire, senza indugi, il raggiungimento dei target di decarbonizzazione al 2030 e di neutralità climatica al 2050, attraverso il pieno superamento della dipendenza del Paese da importazioni di combustibili fossili e l'incremento degli investimenti nelle fonti rinnovabili, accelerando il recepimento nell'ordinamento nazionale delle direttive Red III e «Case green» allo scopo di introdurre adeguate misure per aumentare l'efficienza energetica e la sicurezza sismica degli edifici, prestando particolare attenzione alla riqualificazione degli edifici con prestazioni energetiche basse, ivi compresi gli edifici pubblici, in linea con gli indirizzi europei, anche attraverso la previsione di misure a carattere strutturale e finanziariamente sostenibili;
d) a orientare la strategia nazionale per l'indipendenza energetica verso un ulteriore potenziamento della produzione di energia da fonti rinnovabili, anche mediante la definizione, in tempi certi, di un percorso finalizzato allo sviluppo e alla costruzione di filiere strategiche ed innovative in questo settore nonché alla creazione di un sistema interconnesso e sempre più slegato dagli approvvigionamenti di fonti fossili anziché verso il ricorso a tecnologie, come quella della cattura, l'utilizzo e lo stoccaggio della CO2 (CCS) e del nucleare che, come noto, presentano notevoli limiti e richiedono ancora un'attenta valutazione dei potenziali effetti ambientali ed economici, oltre a presupporre, ai fini dell'equilibrio economico e finanziario, ricadute dirette sulle bollette di cittadini ed imprese;
e) a garantire la messa in sicurezza, la completa bonifica e il ripristino ambientale di tutti i siti temporanei e delle strutture del territorio nazionale dove sono attualmente collocati i rifiuti radioattivi, e a adottare adeguate misure volte a dare soluzione al problema del deposito unico dei rifiuti radioattivi a media e alta attività attivando specifiche procedure di consultazione pubblica e coinvolgimento dei territori;
f) ad adottare misure volte a sviluppare una fiscalità favorevole alla transizione verso la decarbonizzazione del sistema economico ed industriale, che persegua in modo efficace la progressiva eliminazione dei sussidi dannosi all'ambiente e la tempestiva definizione di appositi indicatori per gli investimenti ecosostenibili, destinando le relative risorse all'incentivazione di processi produttivi e di consumo con minore impatto ambientale nonché all'adozione di misure compensative per le famiglie e le imprese più vulnerabili;
g) a adottare idonee misure per promuovere iniziative di concreto sostegno alla risoluzione delle varie crisi aziendali afferenti al settore automobilistico nazionale;
h) a finanziare gli interventi di riqualificazione dei corpi idrici naturali e del reticolo minore e a istituire un fondo per la sostituzione e manutenzione degli acquedotti, rimodulando il fondo complementare del PNRR;
i) a recepire le misure previste dalle strategie per la «Biodiversità 2030», «Firm farm to fork» e «Suolo» nell'ambito del Green New Deal UE e riprese dalla recente «Nature restoration law»;
j) a individuare strategie ed obiettivi di implementazione dell'economia circolare mediante l'adozione di pratiche gestionali finalizzate alla riduzione della produzione di rifiuti, alla raccolta differenziata, alla tariffazione puntuale e alla promozione di filiere produttive volte al riuso, al riciclo, alla riparabilità e alla compostabilità, escludendo il ricorso a soluzioni impiantistiche basate sull'incenerimento dei rifiuti e allo smaltimento in discarica in quanto pratiche idonee a incidere negativamente sulla qualità dell'aria e dei suoli;
k) al fine di rispondere alle sfide inerenti la salvaguardia del clima e la riduzione dell'inquinamento atmosferico, e in linea con quanto previsto dalla Country-specific Recommendation CSR 3.6, a potenziare la mobilità sostenibile mediante l'elettrificazione del parco veicolare per il trasporto pubblico e privato e la relativa impiantistica di ricarica, anche indirizzando le politiche di mobilità urbana su un consistente spostamento dal trasporto privato motorizzato alle altre forme di mobilità (trasporto pubblico, sharing, bicicletta, mobilità leggera), nonché a rilanciare il settore della logistica cosiddetto «green» prevedendo un Piano di evoluzione del sistema anche attraverso strumenti di governance dedicati all'incentivazione del trasporto intermodale – in considerazione di quanto già previsto con i contributi al trasporto combinato strada-mare (Marebonus) e strada-rotaia (Ferrobonus) –, alla digitalizzazione e all'automazione, per garantire la sostenibilità del settore e la sua compartecipazione agli obiettivi del Green New Deal europeo;
l) a dare tempestiva attuazione alla strategia nazionale per la biodiversità in linea con gli obiettivi di ripristino degli ecosistemi danneggiati e con gli impegni internazionali dell'Unione europea in materia di clima e di biodiversità e a stanziare ulteriori risorse da destinare all'attuazione delle misure di ripristino della natura, quali la rinaturalizzazione, il reimpianto di alberi e il rinverdimento dei contesti urbani ed extraurbani;
15) in materia di energia:
a) a presentare alla Commissione, nei tempi previsti dal regolamento 2023/955 ovvero entro il 30 giugno 2025, il Piano sociale per il clima al fine di garantire alle famiglie e alle micro-imprese vulnerabili, nonché agli utenti vulnerabili dei trasporti l'accesso ai finanziamenti finalizzati a mitigare l'impatto dell'inclusione nel sistema ETS2 dei settori degli edifici e del trasporto stradale; ad utilizzare, coerentemente con le finalità e le condizionalità stabilite dal regolamento (UE) 2023/955, le risorse del Piano per interventi strutturali e di lungo periodo capaci di ridurre la dipendenza dai combustibili fossili ed aumentare la resilienza dei predetti soggetti;
b) a adottare con urgenza, nel primo provvedimento utile, opportune iniziative normative volte ad introdurre idonee misure correttive al Fondo nazionale per l'efficienza energetica di cui all'articolo 15, comma 1, del decreto legislativo 4 luglio 2014 n. 102, in linea con le deliberazioni n. 26/2023/CCC e n. 14/2025/CCC della Corte dei conti, al fine di rimuovere le criticità da quest'ultima evidenziate e necessarie al concreto funzionamento del fondo medesimo;
c) allo scopo di rendere lo strumento del Conto termico maggiormente efficace in termini di efficientamento del patrimonio edilizio privato e pubblico e di contenimento della povertà energetica, ad adottare le opportune iniziative volte ad includere tra i beneficiari della misura anche gli alloggi di edilizia residenziale pubblica; ad estendere gli incentivi per la PA anche agli interventi di miglioramento sismico, dilazionando i tempi di realizzazione degli interventi e incrementando i relativi massimali di spesa;
d) nell'ambito del processo di semplificazione e potenziamento del sistema dei certificati bianchi, a prevedere che una percentuale obbligatoria minima dell'obiettivo annuale di risparmio energetico cui sono obbligati i distributori di energia elettrica e di gas naturale sia destinata e vincolata, in via prioritaria, alla realizzazione di misure e interventi a beneficio delle famiglie vulnerabili, delle famiglie a basso reddito, delle famiglie che vivono in alloggi sociali e delle famiglie in condizione di povertà energetica;
e) ad esentare dall'imposta sul reddito delle persone fisiche i contributi alla spesa percepiti per l'efficientamento energetico delle abitazioni delle persone in condizioni di povertà energetica, dei clienti vulnerabili, delle persone appartenenti a famiglie a basso reddito e delle persone che vivono negli alloggi di edilizia residenziale pubblica e sociale;
f) ad adottare iniziative volte a ristabilire con urgenza, nei rispettivi mercati del gas naturale e dell'energia elettrica, un equilibrio a favore dei consumatori per preservare i clienti finali da ulteriori abusi; ad intraprendere idonee iniziative normative volte a contrastare, in modo nuovo e più incisivo, il fenomeno del telemarketing e del teleselling aggressivo, anche valutando di inserire tali fenomeni nel novero delle c.d. pratiche sempre aggressive, e quindi vietate, di cui all'articolo 26 del codice di consumo, considerati i risultati non completamente soddisfacenti prodotti dal registro pubblico delle opposizioni nonché a rendere più efficaci e funzionali le periodiche campagne di comunicazione istituzionale a carattere pubblicitario in relazione agli strumenti e gli incentivi disponibili per la realizzazione di interventi rivolti alla decarbonizzazione e alla transizione ecologica, alla riduzione e all'efficientamento dei consumi di energia, alla produzione di energia rinnovabile, anche mediante configurazioni di autoconsumo individuale e collettivo e la costituzione di comunità energetiche rinnovabili;
16) in materia di crescita economica, digitalizzazione e innovazione:
a) a sostenere e rilanciare gli investimenti pubblici e le politiche dell'innovazione per favorire la crescita economica, la digitalizzazione, l'industrializzazione equa, responsabile e sostenibile e la creazione di nuovi posti di lavoro; ad adottare con urgenza le necessarie iniziative affinché i fondi non impegnati a valere sulla misura «Piano Transizione 5.0» siano resi disponibili, in via immediata e senza ulteriori difficoltà, per il rifinanziamento del Piano transizione 4.0 al fine di incentivare gli investimenti in ricerca, sviluppo e innovazione, formazione del personale, a partire dal potenziamento della ricerca di base e applicata, preservando in ogni caso, con particolare riferimento agli investimenti finalizzati alla transizione ecologica ed energetica, il pieno automatismo degli incentivi e la più ampia diffusione tra le imprese;
b) ad intraprendere tutte le necessarie iniziative finalizzate ad assicurare all'interno della ZES unica adeguate risorse per la copertura nonché per la proroga – almeno su base triennale – della durata della concessione dei benefici fiscali del credito di imposta previsto a favore delle imprese del Mezzogiorno, così come un quadro regolamentare stabili e certi nel tempo, al fine di permettere al tessuto imprenditoriale di programmare con maggiore certezza i propri investimenti;
17) in relazione alla politica agricola:
a) a garantire maggiore attenzione al settore primario e maggiore sostegno nel percorso verso la transizione ecologica e la sostenibilità alla quale il comparto è chiamato, senza dover rinunciare alla propria redditività, attraverso:
1) interventi concreti volti ad incrementare le risorse destinate all'agricoltura a garanzia di un vero sostegno alle imprese;
2) il potenziamento dei contratti di filiera mettendo in atto politiche volte a rafforzare il ruolo degli agricoltori all'interno della catena che va dal produttore al consumatore;
3) l'attuazione di misure volte a realizzare politiche che valorizzino e potenzino il ruolo delle giovani generazioni e delle donne che decidono di investire in agricoltura poiché il ricambio generazionale è fondamentale sia per la competitività di lungo periodo della nostra agricoltura, sia per il percorso di transizione ecologica e sostenibilità a cui il settore è chiamato;
4) il rafforzamento del contrasto ad ogni forma di pratica commerciale sleale che tocca la filiera agroalimentare, sia per i canali classici che nelle vendite online;
5) uno studio, attraverso il potenziamento del lavoro degli enti preposti, sui costi di produzione dei prodotti agricoli tenendo conto del ciclo delle colture, della loro collocazione geografica, della destinazione finale dei prodotti, delle caratteristiche territoriali e organolettiche, delle tecniche di produzione medie ordinarie e del differente costo della manodopera negli areali produttivi, stimato sulla base dei dati forniti annualmente dai singoli Stati dell'Unione europea;
6) il potenziamento della ricerca in agricoltura, che è uno strumento fondamentale poiché l'innovazione è un tassello imprescindibile per il settore e anch'essa è parte integrante del percorso verso la transizione ecologica agricola;
7) il sostegno alla sperimentazione delle nuove tecnologie applicabili all'agricoltura, affinché attraverso l'innovazione tecnologica si possano aumentare e valorizzare le produzioni in maniera sempre più sostenibile;
8) l'incremento concreto delle politiche di sostegno per gli interventi inerenti alla gestione del rischio, supportando in particolare quelli relativi alla prevenzione.
18) nell'ambito delle decisioni strategiche in tutti i settori, in particolare dell'occupazione, della salute e dell'inclusione sociale, valutarne gli effetti sui giovani, promuovendo il principio di equità generazionale e introducendo strumenti di valutazione dell'impatto generato sulle giovani generazioni dalle politiche pubbliche; prevedere un adeguato sistema previdenziale e di protezione sociale per i giovani lavoratori.
(6-00176) «Riccardo Ricciardi, Torto, Alfonso Colucci, D'Orso, Pellegrini, Fenu, Caso, Ilaria Fontana, Iaria, Pavanelli, Barzotti, Quartini, Caramiello, Scerra, Dell'Olio, Donno, Carmina».
La Camera,
premesso che:
per definizione il Documento di Finanza pubblica (DFP) dovrebbe indicare le modalità e le tempistiche attraverso le quali il Governo intende conseguire il risanamento strutturale dei conti pubblici e perseguire gli obiettivi in materia di occupazione, innovazione, istruzione, integrazione sociale, energia e sostenibilità ambientale definiti nell'ambito dell'Unione europea: insomma un documento che ha acquisito col tempo un ruolo centrale nel bilancio dello Stato dovendo evidenziare in maniera dettagliata la direzione politico-economica che il Paese intende imboccare per un certo periodo di tempo;
tuttavia, nonostante il ruolo chiave nella definizione ed esposizione delle linee guida di politica economica del Paese, il DFP 2025 si presenta per il secondo anno consecutivo in una veste «minimalista», come una fotografia statica del passato, come un documento scarno, poco coraggioso, del tutto aleatorio e, soprattutto, privo di una visione chiara per il collocamento dell'Italia nel nuovo assetto geopolitico e commerciale che va delineandosi e di quei dettagli indispensabili per delineare la traiettoria di finanza pubblica, con il solo quadro tendenziale, e che non rappresenta la strategia politica su come il Governo intenda affrontare le emergenze del Paese e quali obiettivi perseguire in termini di sviluppo e benessere sociale, predisponendo gli strumenti finanziari per raggiungerli e verificando a consuntivo gli eventuali scostamenti;
il sistema dei vincoli europei ha inoltre relegato il Parlamento ad un ruolo marginale avendone gradualmente eroso il potere di controllo democratico, se si considera che le decisioni di finanza pubblica sono oggi concertate tra il Governo e le Istituzioni dell'Unione europea nel semestre europeo, in un sistema che, essendo sfociato in un maggiore coinvolgimento del livello europeo nella programmazione come metodo di governo dei conti pubblici e come strumento di governance ha condotto alla sincronizzazione delle attività istituzionali ed economiche dei Paesi membri ed all'unificazione delle tempistiche nelle valutazioni in materia di politica economica e di bilancio;
sotto il profilo metodologico il minimalismo si manifesta anche riguardo all'orizzonte temporale di riferimento essendo principalmente incentrato sulla rendicontazione dei progressi compiuti negli ultimi sei mesi dal Piano strutturale di bilancio di medio termine 2025-2029 presentato al Parlamento nell'autunno 2024;
nel quadro dipinto dal Governo con il DFP 2025 ove regnano il buon andamento del mercato del lavoro, una minore disoccupazione, nuove politiche per la famiglia, finanziamenti da 500 milioni di euro per favorire la transizione energetica e tecnologica delle aziende, redditi da lavoro dipendente in lieve aumento, mancano risposte strutturali per limitare l'impennata dei prezzi e sostenere i redditi da lavoro e pensione e tutti quegli interventi necessari per sostenere la coesione sociale attraverso le politiche per l'inclusione a partire dal contrasto alla povertà, il sostegno ai presidi di cittadinanza, come sanità, istruzione e non autosufficienza;
invero, a parte il catastrofico scenario determinato da un contesto internazionale caratterizzato prima dall'emergenza della pandemia e poi dalla guerra in Ucraina, che vede ridimensionate e di molto, le previsioni di crescita del Pil stimate allo 0,6 per cento per il 2025 e 0,8 per cento per il biennio 2026-2027, dimezzando così il valore pari all'1,2 per cento previsto dal Piano strutturale di bilancio dello scorso autunno, il rapporto deficit-Pil stimato al 3,3 per cento nel 2025, 2,8 per cento nel 2026 e 2,6 per cento nel 2027, ed in lieve calo il debito pubblico in rapporto al Pil che si manterrà al 136,6 per cento nel 2025, 137,6 per cento nel biennio 2026-2027, con il DFP 2025 il Governo, pur certificando nel quadro tendenziale una situazione economica molto grave, sembra irresponsabilmente non voler tenere in adeguata considerazione il deterioramento del quadro internazionale e l'impatto sulla programmazione economica di alcuni avvenimenti recenti, primi fra tutti la guerra commerciale scatenata con l'introduzione dei dazi dall'amministrazione americana e il piano di riarmo europeo annunciato dalla presidente della Commissione europea, che potrebbero ridurre ulteriormente il Pil, con il rischio che l'Italia precipiti in una vera e propria recessione;
tale atteggiamento del Governo, che non è scevro dal generare perplessità anche nelle istituzioni che vigilano sulla politica economica del Governo, come ad esempio l'Ufficio parlamentare di bilancio (Upb) e la Corte dei conti, unito alla parziale opacità e reticenza del DFP 2025, suggeriscono di affidarsi ad altri osservatori istituzionali per delineare, con più realismo, l'attuale contesto economico-sociale italiano;
con lettera di validazione del 7 aprile 2025 l'Upb, istituzionalmente chiamato a una valutazione indipendente delle previsioni macroeconomiche contenute nei documenti programmatici del Governo al fine di limitare un eventuale eccessivo ottimismo delle previsioni, ha esplicitamente espresso le sue riserve sul DPF 2025 stante l'incertezza straordinariamente elevata che caratterizza le previsioni in esso contenute, a causa delle forti e continue tensioni geopolitiche. L'Upb inoltre precisa che le previsioni riportate nel documento sono comunque validate in quanto il quadro macroeconomico tendenziale per l'economia italiana del Ministero dell'economia e delle finanze è ricompreso in un intervallo accettabile (ossia due anni anziché tre e quindi più attendibile), per quanto attiene alle principali variabili macroeconomiche, anche se subordinate alla piena e tempestiva realizzazione sia dei progetti del PNRR che delle ipotesi del Ministero dell'economia e delle finanze sul contesto internazionale. In ogni caso le stime di tutti i previsori del panel Upb sono sovrapponibili e realizzate sulla base delle stesse ipotesi sulle variabili esogene internazionali adottate nell'esposizione dal Ministero dell'economia e delle finanze;
ciononostante lo stesso Upb precisa che essendo il contesto internazionale attualmente perturbato da alcune variabili esogene, come la politica protezionistica americana, i conflitti internazionali e l'annunzio da parte della Germania di nuovi piani infrastrutturali e di riarmo, che potrebbero avere un impatto significativo anche sull'economia italiana, al momento non ragionevolmente quantificabile, i rischi delle previsioni per i prossimi anni sono fortemente orientati al ribasso. Infatti rispetto al profilo di crescita del Pil delineato per il 2025 dal Ministero dell'economia e delle finanze esso appare accettabile, sebbene nei trimestri successivi al primo sia soggetto a rischi al ribasso. L'Upb poi avverte che vi sono degli scostamenti tra la sua previsione sul Pil e quella del Ministero dell'economia e delle finanze rispetto all'anno 2027 essendo l'intervallo del panel molto ampio a causa dell'incertezza sugli effetti del venire meno dello stimolo esercitato dal programma Next Generation EU (NGEU) per la realizzazione dei progetti predisposti con il PNRR;
tra le altre variabili esogene che possono influenzare il quadro previsionale rappresentato dal Governo vi sono, inoltre, la volatilità dei mercati e le politiche monetarie. Infatti in seguito all'annuncio del 2 aprile di forti dazi da parte degli Stati Uniti i prezzi degli attivi finanziari sono repentinamente diminuiti e il dollaro si è fortemente deprezzato, una situazione che rende i mercati molto volatili, per via della forte incertezza globale e delle tensioni geopolitiche, che incidono anche sulle decisioni delle banche centrali, il cui orientamento di politica monetaria sta diventando più cauto;
invero il Governo sta sottovalutando l'impatto dell'offensiva che la politica protezionistica degli Stati Uniti può sferrare nei confronti della nostra economia che con effetto domino può pervadere tutti i settori, probabilmente pensando di poter sfruttare il vantaggio offertogli dalla momentanea moratoria di Trump. Si tratta per Trump dell'estremo tentativo di rimediare ad una devastante crisi debitoria determinatasi negli anni passati da un globalismo senza regole (dumping) che ha generato enormi squilibri commerciali oggi ben visibili nel debito record degli Stati uniti verso il resto del mondo;
secondo l'Upb un'altra variabile esogena è rappresentata dal rischio climatico e ambientale. La tendenza al riscaldamento globale, infatti, aumenta gli eventi meteorologici estremi che sospingono i prezzi, prevalentemente degli alimentari e dell'energia, e danneggiano il tessuto produttivo. L'aumento della probabilità e dell'intensità di tali eventi spingerebbe, di conseguenza, governi e operatori privati a destinare risorse alla gestione e prevenzione delle emergenze, riducendo i margini di manovra per politiche economiche espansive;
la Corte dei conti rileva che per una puntuale disamina del quadro offerto manca nel documento non solo lo sviluppo programmatico, ma anche (e soprattutto) un dettaglio informativo determinante su diversi capitoli della politica finanziaria di breve e medio periodo, ritenendo, in particolare, «limitate» le indicazioni sulla composizione della spesa per settori, sulle modifiche al PNRR e sulla spesa per il settore della difesa, insomma tutte assenze che rendono difficile valutare la tenuta del quadro complessivo e la sua coerenza con quelle che sono le priorità dell'azione di Governo; l'economia italiana, pur recuperando i livelli pre-pandemici sta esaurendo la sua spinta espansiva indebolendo anche le attività industriali. Infatti secondo l'ISTAT l'industria italiana è in caduta libera e continua a sprofondare, mettendo a segno lo scorso mese di febbraio il 25° calo annuo consecutivo: uno scenario fosco, che peraltro non sconta ancora l'impatto dei dazi americani ma che testimonia la totale assenza (quando non fallimentare) di una politica industriale nel nostro Paese. A febbraio 2025 la produzione industriale è diminuita dello 0,9 per cento rispetto al mese precedente, e su base annua scende del 2,7 per cento, certificando la lunga fase di flessione innescatasi a partire dal febbraio 2023. Secondo l'istituto di statistica dinamica è negativa per tutti i settori industriali, ad eccezione di quelli della fornitura di energia elettrica, gas, vapore ed aria (+ 19,4 per cento), dell'industria di legno, carta e stampa (+3,4 per cento) e delle industrie di alimentari, bevande e tabacco (+1,6 per cento);
i settori nei quali si registra un calo le perfomance peggiori sono quelli dell'automotive con una flessione del 14,1 per cento, del tessile (abbigliamento, pelli e accessori) con una flessione del 12,9 per cento, quelli della raffinazione di prodotti petroliferi con una flessione del 12 per cento;
l'Italia, che tipicamente è un Paese a vocazione manifatturiera e orientato all'export, ha scontato un rallentamento nella crescita economica già a partire dalla seconda metà del 2024. La debolezza del settore manifatturiero è imputabile a più fattori, tra cui il costo dell'energia, la crisi dell'industria automobilistica, la flessione della produzione industriale in Germania e la caduta della domanda interna cinese. Inoltre, l'economia italiana, come il resto del mondo, ha vissuto la riconfigurazione dell'economia e dei modelli di specializzazione produttiva per effetto della concorrenza internazionale; in questo contesto non è possibile l'inversione di rotta e si dovrà rafforzare la competitività e la resilienza del Paese, migliorando le condizioni di contesto in cui le imprese operano e aprendo nuove opportunità per le esportazioni e gli investimenti internazionali;
ai suddetti impietosi valori il Ministero delle imprese e del made in Italy ha risposto riducendo drasticamente i fondi per l'automotive, (settore più penalizzato non per colpa, come sostiene, della transizione ecologica) ed avanzando alla Ue la richiesta di sospendere le regole del Green Deal, in cambio di una riconversione del settore in produzione militare, mostrando, senza pudore, miopia e subalternità alle lobby dell'industria bellica;
tali dati mostrano che quello che si sta ormai stratificando nel Paese è un lento e inesorabile cambio del paradigma produttivo: quelli che solo alcuni anni fa erano i settori di punta del nostro sistema industriale stanno via via diventando «residuali», lasciando il campo a settori a ridotto valore aggiunto o, come nel caso del settore della fornitura di energia elettrica, unico in costante crescita, dove la competizione non si gioca su innovazione e manifattura, ma sui servizi;
con un'altra rilevazione l'ISTAT certifica che la povertà assoluta nel Paese è cresciuta e che almeno il 23,1 per cento della popolazione si trova in almeno una delle tre seguenti condizioni: a rischio di povertà, in grave deprivazione materiale e sociale oppure a bassa intensità di lavoro;
è sempre l'ISTAT a rilevare che nel primo trimestre del 2025 la pressione fiscale è cresciuta ancora, e non a scapito delle grandi ricchezze ma di lavoratori dipendenti e pensionati, avendo superato, la soglia del 50,6 per cento;
secondo, invece, la Banca d'Italia l'inflazione al consumo si manterrà su valori intorno all'1,5 per cento nel biennio 2025-2026, per salire al 2,0 per cento nel 2027, valori che potrebbero subire, specie nel breve termine, pressioni al rialzo derivanti da un aumento ritorsivo dei dazi da parte della UE, ma anche e soprattutto per l'aumento dei prezzi dei beni energetici che esclude che possa rientrare del tutto nel breve termine;
secondo l'ultimo «Rapporto della politica di bilancio – 2024» curato dall'Ufficio parlamentare di bilancio (Upb), che riporta un'analisi condotta con il modello di micro-simulazione, l'inflazione ha cancellato del tutto il vantaggio fiscale pari al 3 per cento che era stato assicurato ai lavoratori dipendenti negli ultimi dieci anni dai sopra riportati provvedimenti e completamente annullato dall'effetto del fiscal drag, (che per lavoratori dipendenti e pensionati costituisce una quota non indifferente di Irpef pagata in più senza un corrispondente aumento del reddito), che ha ridotto i redditi disponibili del 3,6 per cento. Per fare qualche esempio: rispetto al 2014 oggi un lavoratore dipendente con un reddito annuale pari a 20.000 euro versa 319 euro in più di IRPEF all'anno, mentre un lavoratore con un reddito pari a 100.000 euro ne versa 1.020, cosa che dimostra la minore incisività del fiscal drag, in termini percentuali, man mano che il livello di reddito aumenta;
sempre secondo l'Upb, alle suddette modifiche della struttura dell'imposta personale si è affiancata una progressiva erosione della base imponibile dell'imposta, che ha ridotto l'equità del prelievo e la sua capacità redistributiva, tutti effetti riconducibili, soprattutto, alla successiva decisione del Governo di adottare, al fine di compensare i redditi bassi dagli effetti del fiscal drag, misure di decontribuzione a soglia (e non a scaglioni), come nel caso del cuneo fiscale introdotto con il decreto-legge n. 48 del 2023, scelta che, andando ad alterare il profilo delle aliquote marginali, ha comportato una distorsione per i redditi «a cavallo» delle due soglie di reddito oltre le quali si abbassa o viene meno lo sgravio contributivo, contribuendo, così, a complicare e rendere più iniquo il sistema fiscale nel suo complesso;
il fiscal drag, fenomeno strettamente connesso soprattutto alla fiammata inflazionistica degli ultimi anni, è un serio problema per chi versa un'imposta progressiva (come lavoratori dipendenti e pensionati). Infatti, utilizzando i dati del Ministero dell'economia e delle finanze sulle dichiarazioni fiscali suddivise per classi di reddito, si può calcolare che il fiscal drag nel 2022, anno nel quale vi è stata una sensibile variazione percentuale dei prezzi rispetto al 2021, è stato pari al 9 per cento, con un corrispondente maggior gettito erariale pari a circa 14 miliardi di euro, dei quali 9 da contribuenti con lavoro dipendente prevalente e 3,9 dai pensionati;
il DFP 2025 è in grado di anticiparci che nonostante sia stata appena approvata una manovra di circa 30 miliardi, già se ne certifica una perdita cumulata – rispetto alle previsioni – nel prossimo biennio di oltre 31 miliardi di Pil nominale;
si tratta del primo impatto sulla finanza pubblica italiana della nuova governance economica europea, da cui è derivato un Piano strutturale di bilancio che ha imposto all'Italia un lungo ciclo di «austerità selettiva» sia se considera chi la sta subendo, in primis lavoratori e pensionati, già duramente colpiti da un'inflazione da profitti che ha raggiunto il 18,6 per cento nel solo quadriennio 2021-2024, sia se considerano i settori più colpiti dai tagli decisi per rientrare nei i nuovi parametri europei, come pubblico impiego, istruzione, sanità, regioni ed enti locali;
l'unico settore che, non solo non subirà alcuna austerità, ma che vedrà – in base a quanto previsto in Legge di Bilancio – un incremento delle risorse senza precedenti: è la spesa per la difesa, con circa 35 miliardi di euro aggiuntivi da qui al 2039, un approccio che rischia di acuirsi alla luce del piano «Rearm europe – Readiness 2030», che prevede la possibilità per i Paesi membri di richiedere l'attivazione della clausola di salvaguardia nazionale del Patto di stabilità, per indebitarsi oltre i vincoli vigenti, al fine di finanziare spese aggiuntive per la difesa fino al 1,5 per cento del Pil per 4 anni;
sul fronte difesa il DFP 2025 mostra una vera è propria corsa al riarmo e alla conversione dell'economia italiana in un'economia di guerra. In esso si legge che saranno proprio gli investimenti per la difesa, insieme a quelli del PNRR, ad essere il motore del nuovo incremento degli investimenti pubblici, previsti nel triennio 2025-2027 in crescita del 16 per cento (+12,3 miliardi circa poiché passerebbero dai 77,2 miliardi investiti nel 2014 agli 89,5 miliardi previsti nel 2027). A tali investimenti il documento affida il ruolo di parte integrante e componente fondamentale della domanda interna chiamata a riparare il dimezzamento (che si è visto essere pari allo 0,6 per cento nel 2025 e 0,8 per cento nel biennio 2026/2027) della percentuale di crescita legato all'incertezza del commercio internazionale;
tra le pieghe del documento trova spazio anche un nuovo calendario di dismissioni degli asset pubblici con l'orizzonte per il prossimo biennio di riuscire ad incassare circa 17 miliardi di euro, anche se il grosso dell'operazione è spostato al 2027. Il Governo così conferma, nel vano tentativo di contenere la dinamica del debito pubblico, la sua pericolosa volontà di proseguire il progressivo smantellamento dei suoi asset più strategici a tutto vantaggio dei fondi esteri;
entrando nel dettaglio il DFP 2025 sembra ignorare completamente i problemi strutturali del nostro mercato del lavoro e la qualità dell'occupazione, limitandosi a celebrare l'aumento numerico degli occupati, senza specificare che l'84 per cento dei nuovi contratti è di natura precaria, spesso part-time involontario e concentrato tra over 50 e settori a basso salario;
non c'è evidenza nella realtà del lusinghiero risultato evidenziato nel DFP 2025 sullo stato di avanzamento del Piano Nazionale Giovani, Donne e Lavoro, di Garanzia occupabilità lavoratori, del Piano Nuove Competenze Transizioni, del Piano nazionale per la lotta al lavoro sommerso e delle Misure di contrasto al caporalato in agricoltura, tra l'altro con affermazioni confliggenti con le decisioni assunte nel favorire azioni di compliance e alleggerimento di sanzioni e controlli alle imprese, nel completo svilimento del confronto tra le parti sociali che i piani citati prevederebbero. Di contro, anche i provvedimenti più recenti si caratterizzano per la durezza verso le persone che lavorano o cambiano lavoro: norme punitive e colpevolizzanti come l'inasprimento dei requisiti di accesso alla Naspi o l'introduzione di nuove fattispecie di dimissioni;
sul fronte del lavoro pubblico, in sintesi, si prevedono i rinnovi ma senza risorse ed inoltre la stagione contrattuale appena conclusasi non fa i conti con l'impennata dell'inflazione. È pertanto necessario a partire dalla prossima legge di bilancio prevedere risorse adeguate a finanziare il rinnovo dei contratti per il triennio 22-24 dei settori pubblici;
il quadro delineato dal DFP 2025 rispetto al sistema sanitario e socio-assistenziale sembra ancora condannarlo a doversi misurare con la sostenibilità a lungo termine e con numerose sfide: dalla necessità di un equilibrio tra spesa e Pil, alla gestione dell'invecchiamento della popolazione, passando per il rafforzamento della sanità territoriale;
secondo il DFP 2025 la spesa sanitaria sarebbe destinata a crescere dai 138,3 miliardi di euro del 2024 ai 151,6 miliardi nel 2027, con una proiezione in aumento anche per il 2028. In termini di incidenza sul Pil, il rapporto, che si attesterebbe al 6,4 per cento (con un risibile aumento dell'0,1 per cento) per l'intero periodo 2025-2028, è pressoché invariato e stabile rispetto al triennio precedente. In realtà quello che può apparire un lusinghiero trend di crescita è, nei fatti, soltanto illusorio essendo in buona parte attribuibile a un mero spostamento di risorse indirizzate, nel dettaglio, principalmente verso il rinnovo dei contratti del personale sanitario ancora al palo, la digitalizzazione e il potenziamento dell'assistenza territoriale, tutti ambiti peraltro già compresi nel perimetro del PNRR;
la suddetta sostanziale invarianza di risorse avvalora l'assenza di una visione nuova che valorizzi il territorio e la prossimità, e di un piano organico di riforma della sanità di base, insomma di un cambio di rotta da parte del Governo che sembra sottovalutare le critiche «condizioni di salute» in cui versa il nostro Servizio sanitario nazionale, i cui princìpi fondamentali di universalità, uguaglianza ed equità sono stati traditi, con conseguenze che condizionano la vita delle persone, dai lunghissimi tempi di attesa all'affollamento inaccettabile dei pronto soccorso; dalle diseguaglianze regionali e locali nell'offerta di prestazioni sanitarie; dalla migrazione sanitaria dal Sud al Nord; dall'aumento della spesa privata; dall'impoverimento delle famiglie e dalla rinuncia alle cure, tutti esiti di una trascuratezza ed un disimpegno da parte del Governo confermati anche dai ritardi di attuazione dei numerosi progetti del PNRR riferibile alla Missione 6 (Salute) dei quali a tutt'oggi ne risultano completati e collaudati solo l'1,8 per cento del totale;
in alcune zone del Paese il nostro sistema sanitario è affetto anche di «desertificazione sanitaria», ossia di quella assenza o rarefazione in rapporto alla popolazione residente di operatori sanitari che determina una concreta e crescente incapacità di quest'ultima di accedere in maniera tempestiva e adeguata ai servizi sanitari. Inoltre tutte le professioni sanitarie vivono una crisi profonda, fatta di carichi di lavoro insostenibili, retribuzioni non adeguate alla complessità e responsabilità del ruolo, mancanza del riconoscimento professionale e di valorizzazione e prospettive di carriera;
per concludere, se da un lato i numeri macroeconomici sembrano mostrare una flebile tenuta del settore sanitario, dall'altro il settore sanitario continua ad apparire sotto finanziato ed a viaggiare su una traiettoria che secondo molti osservatori non è più sostenibile sul lungo periodo: l'approccio riportato nel documento governativo non affronta le criticità di fondo, a partire dalla marginalizzazione della medicina generale e dal sovraccarico cronico dei medici di famiglia. È pertanto oramai ineludibile intervenire partendo dal capitale umano e dalla fiducia nei professionisti che ogni giorno reggono la prima linea della sanità pubblica, se non si vuole assistere al progressivo indebolimento di un sistema sanitario incapace di garantire quell'equità e quella capillarità che lo hanno storicamente caratterizzato;
cattive notizie anche per il capitolo previdenziale per il quale non si intravede, neppure all'orizzonte, alcun tentativo di mitigazione della riforma Fornero. Secondo il DFP 2025, infatti, la spesa per le prestazioni sociali (pensioni, sussidi e ammortizzatori sociali) sarebbe, destinata a lievitare in modo sostenuto passando dai 446 miliardi di euro nel 2024 ai 484,6 miliardi di euro nel 2027, mantenendo un'incidenza sul Pil pari a circa il 20,4 per cento e rendendo eccessivamente ristretti gli spazi per le tanto attese nuove misure sui pensionamenti anticipati;
il DFP 2025 fa inoltre notare come nel quinquennio 2019-2023 si sia registrato un accesso al pensionamento a livelli superiori a quelli del periodo precedente la riforma Fornero di fine 2011, perché al fisiologico incremento degli accessi dovuto alla maturazione dei requisiti previsti e ai progressivi effetti della transizione demografica si sono sommati gli effetti derivanti da agevolazioni e ampliamenti delle possibilità di accesso al pensionamento anticipato in discontinuità rispetto al processo di riforma implementato nei decenni precedenti (come Quota 100 successivamente sostituita da Quota 102 e 103). Queste considerazioni confermerebbero che i tempi della nuova riforma delle pensioni sembrano allungarsi, e, quindi, anche quelli per l'eventuale introduzione della cosiddetta «Quota 41 contributiva»;
questa dinamica strutturale che rifletterebbe gli effetti della transizione demografica, con l'aumento della popolazione anziana e l'uscita dal lavoro di numerose coorti nate nel boom demografico del dopoguerra, se non bloccata rischia di rendere ancora più fragile, compromettendolo, il già precario equilibrio del welfare italiano;
la scuola in Italia è attraversata da profonde diseguaglianze nell'offerta dei servizi educativi, che compromettono i percorsi di crescita di bambini, bambine e adolescenti, soprattutto nelle regioni del Sud e delle Isole, dove si continuano a registrare, nonostante i miglioramenti, livelli di dispersione scolastica tra i più alti in Europa;
ad oggi, poco più di un bambino su due della scuola statale primaria ha accesso alla mensa (55,2 per cento) e solo il 10,5 per cento nella secondaria di I grado, con profonde differenze territoriali. Se nelle regioni del Centro e del Nord si concentrano le province con oltre il 50 per cento di accesso al servizio da parte degli alunni della scuola primaria e secondaria di I grado – con punte del 70 per cento e oltre a Biella e Monza e della Brianza, fino al 91,3 per cento della Provincia Autonoma di Trento – gran parte delle province del Sud sono sotto la media nazionale (che è del 36,9 per cento, considerando sia scuole primarie che secondarie di I grado);
la mensa scolastica è fondamentale per garantire a studentesse e studenti, soprattutto quelli in condizioni di maggior bisogno, il consumo di almeno un pasto sano ed equilibrato al giorno. È, inoltre, un servizio essenziale nell'ottica di incentivare l'estensione del tempo pieno e quindi di potenziare l'offerta formativa, con benefici sia per i ragazzi, sia per le famiglie con effetti positivi in particolare per l'occupazione femminile. Eppure solo due alunni della scuola primaria su cinque beneficiano del tempo pieno – con le percentuali più basse in Molise (9,4 per cento), Sicilia (11,1 per cento) e Puglia (18,4 per cento), le più alte nel Lazio (58,4 per cento), in Toscana (55,5 per cento) e in Lombardia (55,1 per cento) – e solo poco più di un quarto delle scuole (il 28,1 per cento delle classi della primaria e secondaria di I grado) offrono il tempo prolungato;
secondo l'anagrafe del Ministero dell'università e della ricerca i professori ordinari sono 17.957, i professori associati 28.665, i ricercatori a tempo indeterminato 4.158, i ricercatori a tempo determinato in tenure track (Rtt) 2.225, i ricercatori a tempo determinato di tipo B 4.701 , i ricercatori a tempo determinato di tipo A 7.527, gli assegnisti di ricerca 24.352. Quindi i precari puri (ricercatori a tempo determinato di tipo A e assegnisti di ricerca) sono 31.869, ma a questi vanno aggiunti quasi 2.000 ricercatori a tempo determinato di tipo A scaduti negli ultimi sei mesi inquadrati nel Programma operativo nazionale (Pon) e nel Programma nazionale per la ricerca (pnr). Inoltre, ci sono 40.000 dottorandi, personale in formazione, al quale è sostanzialmente riconosciuta una borsa di studio con una qualifica simile all'apprendistato;
non va meglio negli enti di ricerca, dove ci sono circa 6.000 precari su 25 mila addetti. Una situazione che si è determinata anche grazie al contributo del Piano nazionale di ripresa e resilienza, che, pur avendo reso disponibili tante risorse, lo ha fatto esclusivamente per rapporti a termine. Rapporti che, se non interverrà il Governo, finiranno nel 2026, «espellendo» dalla ricerca un grande contingente di lavoratori e lavoratrici. Vanno, inoltre, considerati i recenti tagli al fondo di finanziamento ordinario dell'università e le norme sul turnover che impongono di ricalcolare al 75 per cento la spesa per il personale di ruolo uscito l'anno precedente: in questo quadro circa 2/3 degli attuali ricercatori precari e i 40.000 dottorandi rischiano di essere lasciati senza alcuna prospettiva di carriera;
la continuità di numerose attività didattiche e di ricerca, anche nelle università pubbliche, è sostanzialmente garantita da personale qualificato impiegato con contratti precari e bassi salari. Questo sistema porta a disperdere in modo irrazionale gli investimenti in ricerca, perché determina l'espulsione di fatto dei ricercatori verso Paesi dove la ricerca è meglio finanziata e dove questo lavoro è ben tutelato e pagato oppure la brusca interruzione dei loro percorsi professionali;
sotto altro aspetto è mancata al Governo una visione che metta al centro il problema del diritto allo studio. In Italia, infatti, studiano fuori sede quasi 900.000 studenti, dei quali solo il 5 per cento riesce a trovare ospitalità presso strutture pubbliche, essendo solo 46.193 i posti letto disponibili sul territorio nazionale, con una forte disomogeneità tra Nord e Sud (Lombardia 8.621 posti, Emilia-Romagna 4.232, Abruzzo 243, Campania 1.041);
negli ultimi anni il mercato degli affitti ha registrato un incremento vertiginoso: secondo Immobiliare.it, nel 2024 i canoni di affitto per una camera singola sono aumentati del 7 per cento rispetto al 2023 e il costo medio di una singola è passato dai 335 euro del 2021 agli attuali 461 euro al mese. Per tale ragione obiettivo dichiarato della Missione 4 del PNRR (Istruzione e ricerca) è la creazione di 60.000 nuovi posti letto entro giugno 2026;
il Piano nazionale di ripresa e resilienza avrebbe potuto rappresentare un'occasione per investire in modo strutturale sulle residenze universitarie pubbliche, garantendo alloggi accessibili anche agli studenti provenienti da fasce di reddito medio-basse, ma il Governo ha scelto di privilegiare gli investitori privati, indirizzando con i bandi una parte significativa delle risorse verso strutture private, favorendo così la speculazione a discapito dei bisogni degli studenti;
inoltre è maturato un clamoroso ritardo: 11.623 sono i posti letto ad oggi confermati dai decreti pubblicati dal Ministero dell'università e della ricerca, il quale ne dichiara però 23.000. In ogni caso si è molto lontani dall'obiettivo dei 60.000 e per giunta con una distribuzione non omogenea sul territorio nazionale: sembrerebbe che importanti città universitarie come Chieti, Genova, Urbino, Lecce, Taranto, Sassari, Firenze e Perugia, solo per fare alcuni esempi, siano totalmente prive di interventi;
per soli dodici anni i privati dovranno garantire una quota minima di posti letto a tariffe calmierate, poi potranno affittare gli alloggi a prezzi di mercato. A peggiorare la situazione, le tariffe applicabili risultano in alcuni casi addirittura superiori ai prezzi medi del mercato (circa 620 euro per una singola e 445 per una doppia);
secondo il rapporto «The European state of the climate 2024», pubblicato recentemente dal servizio europeo Copernicus insieme all'Organizzazione meteorologica mondiale (Wmo) l'Europa è il continente che si riscalda più in fretta e nel 2024 ha vissuto l'anno più caldo mai registrato, con gravi impatti del meteo estremo e dei cambiamenti climatici, i cui effetti si sono manifestati con violente tempeste e inondazioni abbattutesi su aree abitate da 413 mila persone, provocando 335 decessi e con ondate di siccità che hanno causato forti carenze idriche e impatti sulle produzioni agricole e la biodiversità;
il cambiamento climatico colpisce ovunque e si traduce in un impoverimento per tutti. Il recente rapporto Climate risk index 2025 dell'organizzazione ambientalista Germanwatch, basato sui dati dell'International disaster database e su quelli socio-economici del Fondo monetario internazionale, conferma che il cambiamento climatico è una realtà che colpisce duramente diversi Paesi del mondo. Il Rapporto rivela che nel trentennio 1993-2022, oltre 765 mila persone nel mondo sono morte a causa di eventi meteorologici estremi e le perdite economiche globali hanno superato i 4,2 mila miliardi di dollari, con l'Italia paese europeo più colpito, con oltre 38 mila morti, principalmente a causa delle ondate di calore, e danni economici stimati in circa 60 miliardi di dollari; misure di adattamento come la gestione sostenibile del territorio, la protezione delle aree costiere e la creazione di infrastrutture resilienti sono essenziali per affrontare le conseguenze del cambiamento climatico e parallelamente agire rapidamente per la mitigazione e la drastica riduzione delle emissioni di gas serra, investendo nelle energie rinnovabili e abbandonando progressivamente i combustibili fossili;
nel dicembre 2023, dopo un lungo iter durato sei anni, è stato finalmente approvato il Piano Nazionale per l'Adattamento ai Cambiamenti Climatici (PNACC), in attuazione della strategia nazionale per l'adattamento ai cambiamenti climatici del 2015, ma le 360 azioni indicate rischiano di rimanere sulla carta. Nonostante il PNACC abbia previsto, entro tre mesi dalla sua approvazione, l'istituzione dell'Osservatorio nazionale per l'adattamento ai cambiamenti climatici, ancora non risulta sia stato nominato tale organismo, che ha tra le sue priorità il compito di individuare le priorità e monitorare l'efficacia delle 360 azioni indicate dal Piano;
per attuare le azioni di mitigazione del rischio nei diversi ambiti e gli interventi mirati per fronteggiare fenomeni come desertificazione, siccità, dissesto idrogeologico e compromissione degli ecosistemi naturali, serve una mappatura delle risorse necessarie e un coordinamento tra i diversi piani di investimento, ma anche con una serie di fondi nazionali ed europei, ai quali si possono aggiungere programmi regionali e locali. Così come appare sempre più necessario dotarsi di un quadro generale che definisca, politiche, azioni e risorse per far fronte alla crisi climatica in atto, fissando specifici obiettivi di medio e lungo periodo, attraverso una legge quadro sul clima e indicatori di bilancio che prevedano specifiche misure per la decarbonizzazione;
per sostenere famiglie ed imprese considerate vulnerabili nell'accesso ai servizi energetici e ai trasporti nel processo di transizione socialmente equo verso la neutralità climatica la Commissione europea ha istituito il Fondo Sociale per il Clima che mette a disposizione 65 miliardi di euro per il periodo 2026-2032, con un importo differenziato tra i vari Stati membri. L'Italia potrà beneficiare per una quota di circa 7 miliardi, ai quali deve aggiungersi il 25 per cento di cofinanziamento nazionale;
si rende necessario ridurre progressivamente, fino al totale azzeramento, le spese fiscali dannose per l'ambiente (SAD) destinando le risorse per interventi di riqualificazione e produzione energetica da fonti rinnovabili, messa in sicurezza del territorio, rigenerazione urbana delle città con arresto del consumo di suolo, infrastrutture per il trasporto urbano pubblico e collettivo, sviluppo della filiera agricola sostenibile e per il mantenimento della qualità e fertilità del territorio;
mentre si dichiara di voler perseguire la transizione energetica che deve portare all'abbandono delle fonti fossili, in realtà si prosegue con iniziative che continuano a mettere al centro le fonti energetiche climalteranti, con la ripresa delle trivellazioni, l'importazione di gas liquefatto e la realizzazione dei rigassificatori, il famigerato Piano Mattei che vuole far l'Italia l'hub europeo per il gas, promettendo trionfalisticamente di riuscire tra cinque anni a smistare al resto dei partner della Unione europea sino 60 miliardi di metri cubi di gas e forse anche di più;
considerata la variabilità dei prezzi del gas e l'incertezza che ancora emerge dal quadro internazionale, la migliore strategia di abbassamento dei prezzi dell'energia elettrica per l'Italia dovrebbe essere quella di accelerare sulla transizione energetica e raggiungere il prima possibile un elevato livello di penetrazione delle rinnovabili. Questo permetterebbe di stabilizzare i prezzi al ribasso, riducendo drasticamente la volatilità dei prezzi causata dalla dipendenza dal gas, consentendo anche di raggiungere una maggiore indipendenza energetica;
l'Italia ha un solo modo per diminuire il costo dell'energia e aumentare la propria indipendenza energetica: raggiungere l'obiettivo di soddisfare almeno il 42,5 per cento di domanda di energia da FER entro il 2030, come prevede la Direttiva REDIII sulle rinnovabili prevedendo l'istallazione di almeno 12 GW annui di nuovi impianti a fonte rinnovabile;
nell'ambito delle strategie per le infrastrutture, la mobilità e la logistica del DEF 2025, l'opera di attraversamento stabile delle Stretto di Messina (Ponte sullo Stretto) rappresenta, secondo il Governo, un'opera strategica anche a livello di politiche di coesione nazionali, in quanto capace di ridurre il divario fra il Centro-Nord e il Sud e il ritardo nello sviluppo economico e produttivo delle regioni meno favorite;
con l'articolo 1, comma 528 della legge 30 dicembre 2024, n. 207 (legge di bilancio 2025) è stata modificata l'autorizzazione di spesa per la realizzazione del Ponte sullo Stretto di Messina prevista dai commi 272 e 273 della legge di bilancio 2024, elevando il totale della previsione di spesa oltre i 15 miliardi e operando al contempo una riduzione complessiva di 2,35 miliardi di euro della spesa a carico del bilancio dello Stato e un aumento della quota a carico del FSC per 3,88 miliardi di euro;
parliamo di risorse che potrebbero essere utilizzate per il superamento del gravissimo ritardo infrastrutturale trasportistico che caratterizza il Mezzogiorno, e che comunque vengono prese in buona parte riducendo il fondo per lo sviluppo e la coesione (FSC 2021 -2027), compresa una quota di pertinenza delle regioni Calabria e Sicilia. Vengono in realtà distolte risorse decisive per i territori del Mezzogiorno per lo sviluppo e la riduzione degli squilibri di questi territori;
nell'ambito della filiera della mobilità sostenibile, anche il settore dell'automotive e la sua riconversione rivestono ovviamente un ruolo centrale e strategico. La filiera automotive italiana si posiziona nei segmenti a più elevato valore aggiunto grazie non solo alle eccellenze nella produzione di autoveicoli di alta gamma e di autoveicoli commerciali, ma anche in virtù delle specializzazioni produttive che caratterizzano in particolare i distretti della componentistica;
il mercato italiano delle auto elettriche tuttavia continua a calare, mentre in Europa cresce; nel 2022 le immatricolazioni di auto elettriche in Italia sono scese del 27,1 per cento (quota di mercato al 3,7 per cento), mentre in tutti gli altri grandi Paesi europei hanno registrato una robusta crescita: in Germania +32,3 per cento, nel Regno Unito +40,1 per cento, in Francia +25,3 per cento, in Spagna +30,6 per cento;
il suddetto trend si pone in contrasto con gli obiettivi previsti dagli impegni nazionali e comunitari, ostacolando in modo determinante la crescita del comparto, la transizione ecologica e lo sviluppo stesso del mercato dei veicoli elettrici;
nel corso della precedente legislatura, per contrastare la crisi indotta dalla pandemia e sostenere la produzione e l'occupazione del settore, sono state stanziate molte risorse: quelle del PNRR (800 milioni di euro di dotazioni finanziarie, distribuite per finanziare due linee di contratti di sviluppo, di cui 500 milioni per la realizzazione della filiera nazionale delle batterie e 300 milioni destinati a investimenti finalizzati alla realizzazione di una filiera nazionale di bus elettrici, la dotazione del Fondo IPCEI che finanzia progetti di batterie e progetti di sviluppo della filiera dell'idrogeno) e quelle stanziate col Fondo Automotive, 8,7 miliardi della legge 34 del 2022 che costituiscono insieme un pacchetto di 11-12 miliardi di euro per il settore dell'auto disponibili fino alla fine del decennio per favorire la riconversione, ricerca e sviluppo del settore automotive, fondi sensibilmente e drasticamente ridotti con la legge di Bilancio per il 2025;
le novità introdotte nel contesto normativo europeo, l'evoluzione tecnologica nella propulsione elettrica, delle batterie di ricarica e dei circuiti, e le nuove esigenze di mobilità dei cittadini, pertanto, impongono alle grandi aziende automobilistiche l'avvio immediato di un processo di ulteriore profonda trasformazione del loro assetto produttivo e della filiera di distribuzione e, di conseguenza, una politica industriale finora assente nell'azione di Governo, proprio in un contesto in cui questa fase di trasformazione, se ben supportata, potrebbe rappresentare una opportunità di ritornare a crescere in considerazione del fatto che l'approssimarsi della scadenza del 2035 richiede certezza, stabilità e programmazione da parte del decisore politico, come richiesto da tutti gli attori della filiera;
una politica industriale che non contrasta il ritardo e, anzi, in qualche modo lo incentiva rischia, nel corso dei prossimi anni, di aggravare la situazione, mentre sarebbe necessario farsi promotori di un piano per la gestione a livello europeo della transizione ecologica con strumenti comuni e sviluppare strumenti di sostegno finalizzati a favorire l'acquisto di vetture a basse emissioni dal lato della domanda e a sviluppare la filiera dell'elettrico dal lato dell'offerta, attraendo grandi investimenti (dalla produzione dei veicoli a quella dei componenti) e nuovi produttori, e comunque vincolando l'erogazione di risorse pubbliche all'assunzione di precisi impegni da parte dei produttori esistenti e futuri, con una radicale inversione dell'azione del Governo, sino ad oggi debole e ambigua; il contesto internazionale è sempre più drammaticamente caratterizzato da una estrema instabilità e da una escalation del confronto militare. Il ritorno di Donald Trump alla presidenza degli Stati Uniti sta già influenzando in maniera significativa il panorama globale della cooperazione internazionale e dell'aiuto umanitario, mettendo alla prova la resilienza di istituzioni e programmi multilaterali. Con una serie di ordini, il nuovo corso della politica estera americana promette di seguire la filosofia «America First», puntando a rinegoziare impegni internazionali e a ridefinire il ruolo degli USA nelle organizzazioni globali;
la pace e la sicurezza non si ottengono promuovendo una politica di scontro e di guerra, aumentando le spese militari, la militarizzazione dell'Unione europea e la sua trasformazione in un blocco militare, ma piuttosto attraverso la diplomazia, il dialogo e la soluzione politica dei conflitti e la costruzione di una sicurezza collettiva, nel rispetto dei principi della Carta delle Nazioni Unite e del diritto internazionale;
nel 2025 abbiamo registrato un aumento delle spese militari (allocate nel Ministero della difesa, nel Ministero dell'economia e delle finanze e nel Ministero delle imprese e del made in Italy) di oltre il 12 per cento nel 2025, con ben 40 miliardi di euro per acquisto e costruzione di sistemi d'arma in tre anni, dal 2025 al 2027. Per il 2025 la spesa militare è di 32 miliardi, di cui 13 solo per le armi; la guerra in Ucraina ha provocato centinaia di migliaia di vittime da entrambe le parti e gli analisti militari hanno sempre considerato improbabile una soluzione militare al conflitto. La fornitura di equipaggiamento militare era stata considerata come uno strumento volto a determinare migliori condizioni negoziali per l'Ucraina, ma con estremo disappunto bisogna constatare che le iniziative diplomatiche per porre fine alla guerra sono state vistosamente assenti e la mancanza di iniziativa, di partecipazione e collaborazione dell'Italia e dell'Unione a qualsiasi percorso negoziale e l'assenza di sforzi volti ad individuare condizioni concrete e realistiche in cui tale negoziato possa aver luogo hanno creato una condizione peggiore per il popolo ucraino;
il 4 marzo 2025 la Presidente della Commissione europea ha annunciato il Piano ReARM Europe-Readiness 2030, poi delineato in dettaglio nel Joint White Paper for European Defence Readiness 2030 del 19 marzo 2025, finalizzato a rafforzare le capacità difensive dell'Unione europea attraverso rilevanti investimenti nel settore della difesa. Questo piano non può essere definito o connesso alla difesa europea: esso consiste, al contrario, in un enorme piano di riarmo nazionale senza che questo comporti alcun passo in avanti in termine di integrazione europea;
il suddetto Piano prevede, tra l'altro, l'attivazione della clausola di salvaguardia, per cui gli Stati membri possono aumentare, rispetto al livello del 2021, la spesa per la difesa fino a un massimo di 1,5 punti percentuali di Pil oltre il limite della spesa netta stabilito nel Piano strutturale di bilancio. A tal proposito l'Upb ha spiegato nel corso della sua audizione come l'aumento delle spese militari, anche attivando la clausola di salvaguardia, avrebbe un effetto regressivo sulla finanza pubblica producendo un aumento del debito maggiore all'aumento del Pil con un moltiplicatore economico medio stimato allo 0,5 per cento e non al 3 per cento come sostenuto in più occasioni dal Ministro della difesa, ed ha concluso sostenendo che l'aumento delle spese militari comporterà necessariamente l'esigenza di tagliare la spesa pubblica nelle prossime manovre;
l'Europa spende già 730 miliardi di dollari per la difesa, il 58 per cento in più rispetto alla Russia. Il problema non è la quantità di risorse destinate agli eserciti, ma l'assenza di una politica estera comune e di una strategia di difesa unificata;
quanto premesso evidenzia l'urgenza di cambiare rotta recuperando risorse da profitti ed extra-profitti, rendite e grandi patrimoni, evasione fiscale e contributiva, ed imprimendo una maggiore progressività al sistema fiscale; rafforzando il welfare pubblico e universalistico e finanziando investimenti e politiche industriali in grado di affrontare la transizione digitale, energetica ed ecologica; rilanciando il nostro sistema produttivo; evitando qualsiasi delocalizzazione oltre l'Oceano Atlantico. Una rotta consentita anche dalla nuova governance economica europea come alternativa ai tagli alla spesa pubblica, ma che il Governo si è ben guardato dall'imboccare,
impegna il Governo:
sul fronte economico-fiscale:
1) ad avviare una nuova forma di gestione delle relazioni internazionali in ambito finanziario e monetario che comporti controlli sulla libertà di movimento di capitali e merci nei confronti di quegli Stati che praticando politiche di concorrenza mirate al ribasso sui salari, sulle tasse, sui diritti sociali, sulle condizioni di lavoro e sui regimi di tutela ambientale e sanitaria accumulano forti squilibri commerciali verso gli altri Paesi;
2) a sterilizzare, a decorrere dall'anno 2025, l'effetto del fiscal drag che si determina a carico dei lavoratori a seguito dell'applicazione delle vigenti disposizioni normative sul taglio del cuneo contributivo, attraverso un meccanismo automatico di recupero del drenaggio fiscale basato sull'indicizzazione dei limiti degli scaglioni e delle detrazioni d'imposta loro spettanti;
3) a valutare l'opportunità di individuare congrue risorse finanziarie al fine di restituire la quota indebitamente pagata fino ad oggi dai lavoratori per effetto del fiscal drag determinatosi a seguito dell'applicazione della normativa sul taglio del cuneo contributivo;
4) ad istituire un'imposta ordinaria sostitutiva unica e progressiva sui grandi patrimoni;
5) a contrastare le condotte speculative a vantaggio della stabilità dei mercati finanziari e della tutela di risparmiatori ed imprese, e ad introdurre una regolamentazione fiscale delle operazioni di trading speculativo di cripto valute;
6) a provvedere, nell'ambito della riforma fiscale, al riordino delle cosiddette spese fiscali (tax expenditures) ferma restando la necessaria tutela, costituzionalmente garantita, dei contribuenti più deboli, della famiglia, della salute, dell'istruzione e della ricerca, del patrimonio artistico nonché dell'ambiente e dell'innovazione tecnologica, anche prevedendo un limite di reddito al di sotto del quale il riordino non opera;
7) a vietare, per il futuro, qualsiasi accordo di vantaggio fiscale preventivo tra fisco ed imprese multinazionali (cosiddetto tax ruling);
8) a stabilire un livello minimo di imposizione fiscale effettiva della cosiddetta Global minimum tax domestica pari al 20 per cento;
sul fronte della salute:
1) ad incrementare nel prossimo triennio la spesa sanitaria ad un livello in rapporto al Pil non inferiore al 7 per cento al fine di allinearla entro il 2030 alla media dei Paesi europei e di garantire: congrui rinnovi contrattuali per il personale sanitario; un piano straordinario di assunzioni; l'ampliamento e l'erogazione uniforme dei LEA; l'accesso equo alle innovazioni; l'abolizione del tetto di spesa per il personale sanitario; le prestazioni di assistenza specialistica ambulatoriale;
2) a prevedere l'incremento delle risorse disponibili per il finanziamento e il potenziamento del Servizio sanitario nazionale incluse la domiciliarità e la medicina territoriale, al fine di rafforzare la governance dei distretti sanitari e promuovere una rinnovata rete sanitaria territoriale attraverso modelli organizzativi integrati, nonché superare le attuali carenze del sistema delle Residenze sanitarie assistenziali evitando che i costi di queste ricadano sulle famiglie sia per quanto riguarda le spese per cure sanitarie che socio sanitarie;
3) ad adottare una riforma organica per il riordino delle professioni sanitarie improntato allo sviluppo delle competenze e al rafforzamento di condizioni di lavoro più attrattive;
4) ad adottare provvedimenti normativi finalizzati al riconoscimento e alla valorizzazione delle competenze professionali con percorsi di carriera più flessibili e meritocratici;
5) a stanziare le risorse necessarie alla piena attuazione alla legge 22 maggio 1978, n. 194 al fine di potenziare e riqualificare l'attività dei consultori familiari nel territorio nazionale, di assicurare la presenza di figure professionali non obiettrici di coscienza e in grado di garantire la necessaria multidisciplinarità, di potenziare la dotazione organica per la medicina di genere;
6) a garantire le risorse necessarie per assicurare integralmente l'attuazione e la tempestiva realizzazione, nonché la piena operatività di tutti gli investimenti relativi ai seguenti programmi del PNRR: 1.1 «Case della Comunità» e 1.3 «Ospedali di Comunità», di cui alla Missione 6, Componente 1, del PNRR, e dell'investimento 1.2. «Verso un ospedale sicuro e sostenibile», di cui alla Missione 6, Componente 2, del PNRR, e di tutti gli interventi già posti a carico del Piano nazionale per gli investimenti complementari al PNRR;
sul fronte della previdenza:
1) a definire una riforma del sistema previdenziale che metta al centro le donne, i giovani, i lavori gravosi e che garantisca una prospettiva pensionistica sostenibile e dignitosa, anche introducendo la flessibilità in uscita a partire dai 62 anni di età o 41 anni di contributi a prescindere dall'età anagrafica, riconoscendo sul fronte previdenziale il lavoro di cura, il lavoro delle donne e le condizioni delle categorie più fragili;
2) a riconoscere, individuando adeguate risorse finanziarie, a coloro con una carriera lavorativa discontinua o con forte incidenza di lavoro part-time o lavoro povero, una pensione contributiva di garanzia, collegata ed eventualmente graduata rispetto al numero di anni di lavoro e di contributi versati, valorizzando, ai fini previdenziali, anche i periodi di disoccupazione, di formazione e di basse retribuzioni, per assicurare a questi un assegno pensionistico dignitoso, anche attraverso il ricorso alla fiscalità generale;
3) a garantire ai redditi da pensione la piena tutela del potere d'acquisto, anche attraverso il rafforzamento della quattordicesima mensilità;
4) ad individuare congrui finanziamenti per sostenere l'istituzione di un meccanismo di indicizzazione di salari e pensioni per adeguarli al costo della vita e tutelarli dall'aumento incontrollato dei prezzi;
sul fronte del lavoro:
1) ad individuare adeguate risorse finanziarie che garantiscano la prosecuzione dei rinnovi contrattuali del pubblico impiego e il recupero della perdita di potere d'acquisto, a causa dell'inflazione, dei relativi trattamenti retributivi;
2) ad individuare congrui finanziamenti per sostenere l'istituzione di un meccanismo di indicizzazione di salari e pensioni per adeguarli al costo della vita e tutelarli dall'aumento incontrollato dei prezzi;
3) a definire un piano straordinario di assunzioni nel pubblico impiego, finalizzato al superamento del precariato e all'abuso dell'uso dei contratti a tempo determinato nella pubblica amministrazione e in particolare nell'ambito del Servizio sanitario nazionale;
4) a prevedere un congruo rifinanziamento a carattere triennale di lotta contro il «caporalato», al fine di potenziare le attività di formazione per ispettori e mediatori culturali, task force multidisciplinari, attività di informazione;
5) ad adottare misure normative sulla rappresentanza e sul salario minimo per rafforzare la contrattazione collettiva e per contrastare la precarietà, il lavoro nero e sommerso;
6) ad avviare con le parti sociali un percorso in tempi certi di definizione delle modalità per introdurre nel nostro ordinamento, una disciplina sperimentale dell'organizzazione del lavoro che consenta, a chi lo richiede, di ridurre l'orario di lavoro giornaliero e settimanale, a parità di retribuzione, anche in via sperimentale, tenuto conto che questa consentirebbe di adeguare la disciplina dell'orario di lavoro e le modalità di esecuzione del rapporto stesso alle nuove dinamiche sociali ed economiche nonché alle ricadute dirette e indirette dello sviluppo delle nuove tecnologie sulla produttività del lavoro, promuovendo al contempo occupazione e conciliazione dei tempi di vita e lavoro;
sul fronte della conoscenza:
1) a rendere obbligatorio il ciclo di istruzione, a partire dalla scuola dell'infanzia sino al compimento dei 18 anni di età;
2) a ridurre il numero degli alunni in classe per garantire qualità della didattica, maggiore coinvolgimento e apprendimento da parte degli studenti, nonché piena integrazione dei ragazzi, soprattutto quelli con più disabilità;
3) ad estendere il tempo pieno nelle scuole primarie, ma anche il tempo prolungato negli istituti di istruzione secondaria di primo e secondo grado;
4) a garantire l'accesso all'asilo nido e alla scuola dell'infanzia a tutte le bambine e a tutti i bambini all'interno del territorio nazionale, superando ogni forma di discriminazione sociale e territoriale;
5) a finanziare un piano di reclutamento straordinario di Ricercatori in tenure track, Rtt;
6) a finanziare la stabilizzazione dei 6.000 precari in scadenza presso i diversi enti di ricerca italiana;
7) a orientare maggiori risorse verso la realizzazione di residenze universitarie pubbliche, individuando quelle necessarie a facilitare la partecipazione degli enti locali o adoperandosi nelle opportune sedi europee affinché ne sia autorizzato lo spostamento verso gli enti regionali per il diritto allo studio, valutando, inoltre, l'istituzione di un soggetto pubblico nazionale che coordini gli interventi al fine di risolvere il problema del caro affitti nelle città universitarie;
sul fronte ambientale:
1) a dotarsi di un quadro generale che definisca, politiche, azioni e risorse per far fronte alla crisi climatica in atto, fissando specifici obiettivi di medio e lungo periodo, attraverso una legge quadro sul clima e indicatori di bilancio che prevedano specifiche misure per la decarbonizzazione;
2) a dare immediata operatività al PNACC attraverso il rafforzamento della governance per l'individuazione delle azioni di adattamento nei diversi settori, con la definizione delle priorità e dei soggetti interessati attuando una mappatura delle risorse necessarie e un coordinamento tra i diversi piani di investimento e i fondi a livello europeo, nazionale e regionale;
3) ad adottare entro giugno 2025 il Piano sociale per il clima finalizzato a una transizione socialmente equa verso la neutralità climatica, delineando misure ed investimenti che intervengano in modo strutturale sulle condizioni di vulnerabilità di cittadini ed imprese nel processo di riduzione della dipendenza dai combustibili fossili, nel quadro degli obiettivi climatici della UE;
4) a ridurre progressivamente, fino al totale azzeramento, le spese fiscali dannose per l'ambiente (SAD) destinando le risorse per interventi di riqualificazione e produzione energetica da fonti rinnovabili, messa in sicurezza del territorio, rigenerazione urbana delle città con arresto del consumo di suolo, infrastrutture per il trasporto urbano pubblico e collettivo, sviluppo della filiera agricola sostenibile e per il mantenimento della qualità e fertilità del territorio;
sul fronte della mobilità e dei trasporti:
1) a riconsiderare la realizzazione del progetto del Ponte sullo Stretto, i cui enormi costi di realizzazione dovrebbero essere meglio e più utilmente utilizzati investendo sulla manutenzione delle infrastrutture trasportistiche e sull'ammodernamento della rete ferroviaria di molti quei territori del Mezzogiorno che si trovano in una situazione di fortissimo ritardo infrastrutturale;
2) a garantire le opportune iniziative normative e le risorse finanziarie anche a supporto delle amministrazioni locali, affinché la mobilità sostenibile, pubblica e condivisa, possa diventare la principale modalità di spostamento, al fine di realizzare uno spostamento significativo del traffico dalle auto private verso il sistema di trasporto pubblico;
3) a incrementare le risorse a favore del trasporto pubblico locale e del trasporto merci favorendo quello su ferro rispetto a quello su gomma, e per accelerare il rinnovo della flotta degli autobus per il TPL e l'acquisto di mezzi elettrici e alimentati a idrogeno verde;
4) a implementare le risorse e gli investimenti per la manutenzione, la messa in sicurezza e l'ammodernamento della rete ferroviaria in particolar e di quei territori più penalizzati, anche al fine di ridurre il forte squilibrio infrastrutturale che caratterizza diverse aree del nostro Paese;
5) a garantire i collegamenti tra le aree a domanda debole o comunque poco servite dai servizi a mercato, anche rafforzando a tal fine il regime di obblighi di servizio pubblico;
6) ad adottare tutte le iniziative, anche di intesa con gli enti territoriali, al fine di favorire i trasporti da e per le isole e garantire finalmente per tutti il diritto alla mobilità, e assicurare la continuità territoriale marittima;
sul fronte delle politiche industriali:
1) ad attivarsi nelle sedi istituzionali europee per sostenere e valorizzare il ruolo strategico della filiera dell'automotive, affinché l'intero settore sia adeguatamente supportato nei prossimi anni, con politiche, strumenti e risorse aggiuntive per la riconversione delle imprese e la riqualificazione dei lavoratori (sul modello del programma Sure) rispetto a quelle finora stanziate, rivalutando i criteri di assegnazione degli stanziamenti tra i diversi Paesi comunitari rispetto a quanto avvenuto negli ultimi anni;
2) a mettere in atto tutte le iniziative volte a incentivare e favorire il passaggio dalla produzione dell'auto endotermica alla produzione sul territorio nazionale dei veicoli elettrici attraverso l'adeguato sostegno agli investimenti in ricerca e sviluppo (anche aumentando la copertura dedicata nella ricerca e sviluppo di prodotto e processo) e produzioni in grado di garantire l'occupazione, nell'ambito delle politiche di rilancio dell'industria dell'automotive, a favorire le aziende che garantiscono produzione e piena e buona occupazione, escludendo dall'accesso alle risorse pubbliche chi delocalizza;
3) ad adottare iniziative di competenza per favorire il rapido superamento delle situazioni di crisi industriale emerse nel corso degli ultimi mesi nella filiera dell'automotive, in particolare nel settore della componentistica, al fine di evitare licenziamenti di addetti e la delocalizzazione di importanti aziende operanti nel settore e ad affrontare, per tempo, con adeguati strumenti e risorse, le situazioni di potenziale crisi che stanno per emergere e che rischiano di avere pesanti ricadute occupazionali nei territori coinvolti, in particolare nella filiera della componentistica tradizionale;
4) a sostenere e proporre un piano industriale di rilancio della produzione di autovetture elettriche che, unitamente ai necessari investimenti in ricerca e sviluppo, sostenga anche l'intera filiera della componentistica, promuovendo, insieme alle regioni interessate, iniziative di formazione per le lavoratrici e i lavoratori dell'automotive affinché possano acquisire le competenze necessarie alla transizione ecologica utilizzando a tale scopo anche parte del fondo automotive costituito dal decreto-legge n. 17 del 2022 e prevedendo altresì che tutti gli incentivi e le risorse pubbliche utilizzate devono essere condizionati agli impegni e agli obbiettivi che Stellantis deve garantire in termini di prospettive industriali e tenuta occupazionale in tutti gli stabilimenti;
sul fronte della difesa:
1) ad interrompere la cessione di mezzi e materiali d'armamento in favore delle autorità governative dell'Ucraina, concentrando le risorse sull'assistenza umanitaria e sulla ricostruzione anche attraverso l'aumento e il finanziamento dei Progetti dei Corpi Civili di Pace;
2) a promuovere all'interno delle istituzioni Ue l'istituzione di un Corpo civile di pace europeo, che riunisca le competenze degli attori istituzionali e non istituzionali in materia di prevenzione dei conflitti, risoluzione e riconciliazione pacifica dei conflitti lavorando in ogni sede internazionale per arrivare con urgenza ad un cessate il fuoco immediato ed incondizionato a Gaza.
(6-00177) «Grimaldi, Zanella, Bonelli, Borrelli, Dori, Fratoianni, Ghirra, Mari, Piccolotti, Zaratti».
La Camera,
premesso che:
nella seduta dello scorso 9 aprile il Consiglio dei ministri ha approvato il Documento di finanza pubblica 2025, il più importante documento programmatico di politica economica volto anche a illustrare gli interventi e le priorità individuate dal Governo in materia di finanza pubblica;
ai sensi degli articoli 7 e 10 della legge 31 dicembre 2009, n. 196, il Governo è tenuto a presentare alle Camere, entro il 10 aprile di ogni anno, per le conseguenti deliberazioni parlamentari, il DFP, che costituisce il documento di riferimento per la programmazione economica e finanziaria nazionale;
la prima e la terza sezione del DFP recano, rispettivamente, lo schema del Programma di stabilità, per la definizione degli obiettivi programmatici per l'anno di riferimento e il triennio successivo, e lo schema del Programma nazionale di riforma, per l'indicazione delle riforme da realizzare per il raggiungimento degli obiettivi di crescita, occupazione e competitività;
il Programma di stabilità e il Programma nazionale di riforma costituiscono i documenti programmatici di riferimento nell'ambito della previgente disciplina della governance economica europea e, ai sensi dell'articolo 9, comma 1, della legge 31 dicembre 2009, n. 196, sono presentati al Consiglio dell'Unione europea e alla Commissione europea entro il 30 aprile di ogni anno e comunque nei termini e con le modalità previsti dal Codice di condotta sull'attuazione del Patto di stabilità e crescita;
nondimeno, il Governo, anche quest'anno, ha ritenuto opportuno presentare solo il quadro macroeconomico tendenziale, rendicontando i progressi fatti nell'attuazione del Piano strutturale di bilancio 2025-2029, nonostante il completamento della riforma del quadro regolatorio della governance economica europea si sia avuto il 30 aprile dello scorso anno, con la pubblicazione di tre atti legislativi: il regolamento (UE) 1263/2024 (cosiddetto «braccio preventivo»), il regolamento (UE) 1264/2024 (cosiddetto «braccio correttivo») e la direttiva (UE) 2024/1265;
obiettivo della suddetta riforma è quello di adottare una programmazione di medio-lungo periodo per conseguire finanze pubbliche sane e sostenibili; affrontare le sfide della transizione ecologica e digitale, della sicurezza energetica, del pilastro europeo dei diritti sociali, della difesa dell'Unione europea; consentire un maggiore margine per le politiche fiscali anticicliche;
in assenza di un quadro programmatico, diventa fondamentale riconoscere il ruolo del Parlamento nel vincolare il Governo a specifiche azioni di politica economica, non potendosi ritenere sufficiente un rinvio implicito al Piano strutturale di bilancio a medio termine del 27 settembre 2024, soprattutto alla luce di un quadro geopolitico ed economico profondamente mutato;
secondo il PSB, infatti, l'Italia nel 2025 e 2026 si sarebbe concentrata sul conseguire la piena attuazione del Piano nazionale di ripresa e resilienza, ma nonostante la revisione del PNRR dello scorso 4 marzo, sul piano degli investimenti il 20 per cento dei progetti risulta in ritardo, con un livello di attuazione della spesa complessiva inferiore al 36 per cento (e pari a circa il 20 per cento per le opere infrastrutturali): secondo il Governo delle risorse stanziate per la Missione 7 «Repower EU» è stato speso l'1,45 per cento, della Missione 6 «Salute» il 18 per cento, della Missione 5 «Inclusione e coesione» il 18,6 per cento, della Missione 4 «Istruzione e ricerca» il 33,9 per cento, della Missione 3 «Infrastrutture per una mobilità sostenibile» e Missione 2 «Rivoluzione verde e transizione ecologica» il 38,7 per cento e, infine, della Missione 1 «Digitalizzazione» il 52,2 per cento;
tra gli altri obiettivi indicati dal Governo nel PSB dello scorso anno è riportato, tra gli altri, il rafforzamento delle PMI, l'internazionalizzazione delle imprese e misure per la competitività, politiche di conciliazione lavoro-famiglia, potenziamento del sistema sanitario, attuazione dell'autonomia differenziata, Piano Mattei, investimenti nel sistema idrico, infrastrutture digitali, prolungamento dell'età lavorativa e potenziamento delle infrastrutture energetiche;
nell'Appendice VI al PSB di medio termine 2025-2029 il Governo ha dettagliato le principali riforme e investimenti volti ad aumentare il potenziale di crescita e resilienza che l'Italia si impegna ad adottare al fine di giustificare una proroga del periodo di aggiustamento di bilancio da 4 a 7 anni (articolo 14 del regolamento UE 1263/2024), indicando le seguenti aree interessate: giustizia, tassazione, ambiente imprenditoriale, PA, servizi di cura per la prima infanzia, spesa pubblica e razionalizzazione delle imprese a partecipazione pubblica;
tali generici ambiti di intervento non offrono rassicurazioni circa le prospettive concrete delle politiche economiche del Paese, ingenerando incertezza tra operatori economici, finanziari e famiglie;
dette incertezze risultano fortemente aggravate dalla prospettiva di una guerra commerciale globale, nonché dell'imposizione di dazi statunitensi sui prodotti italiani ed europei, posto che le esportazioni italiane verso gli USA valgono circa il 3 per cento del PIL;
il tasso di crescita del PIL reale per l'anno 2025 risulta dimezzato (0,6 per cento, contro l'1,2 per cento stimato dal PSB), così come l'anno 2024 si è concluso con una crescita dello 0,7 per cento, contro l'1 per cento stimato dal PSB nonostante l'impatto positivo del PNRR, dati peraltro ben inferiori al tasso di crescita di altri Stati europei a parità di condizioni esogene, come ad esempio la Spagna che avrà quest'anno una crescita del Pil del 2,5 per cento;
secondo alcune previsioni, le prospettive di crescita si attesterebbero su livelli ampiamente inferiori alle stime governative, con riduzioni che vanno dal -0,2 al -0,4 per cento nel 2025 e del -0,4/-0,6 per cento per il 2026;
il rapporto debito/Pil, già in aumento nel 2024 sul 2023, è previsto cresca ancora nel 2025 sino al 136,6 per cento e arrivi nel 2026 al 136,6 per cento;
in questo scenario di forte recessione le politiche del Governo si sono contraddistinte per un innalzamento delle spese dei singoli ministeri e della Presidenza del Consiglio con riguardo alle consulenze e agli uffici di diretta collaborazione (cresciuti in misura esponenziale) ma al contempo applicando ampli tagli alla spesa pubblica dei ministeri, riducendo così i servizi ai cittadini in particolare per sanità e welfare, per un valore di circa 2,8 miliardi di euro negli anni 2023 e 2024, di 2,3 miliardi di euro per il solo anno 2025 e di 900 milioni di euro dall'anno 2026, nonché di un contributo alla finanza pubblica ulteriore da parte degli enti territoriali pari a 570 milioni di euro nel 2025 che ha comportato aumento della tassazione locale o riduzione dei servizi sul territorio a scapito dei cittadini, circa 1,6 miliardi di euro annui per ciascuno degli anni 2026-2028 e 2,5 miliardi di euro per l'anno 2029 (per complessivi 7,8 miliardi di euro in cinque anni) cui ha fatto eco un paradossale aumento della pressione fiscale dell'1,2 per cento, dal 41,4 al 42,6 per cento in un solo anno;
il nostro Paese – a seguito del Piano per l'economia sociale approvato dalla Commissione europea nel 2021 e della Raccomandazione del Consiglio del 2023 – è chiamato altresì ad implementare il piano d'azione nazionale per l'economia sociale entro i 18 mesi successivi all'adozione della Raccomandazione, al fine di rafforzare la risposta a bisogni sociali crescenti e sviluppare modelli di sviluppo resilienti;
lo scarso quadro informativo offerto dal Governo, la definizione di priorità di intervento del tutto generiche, nonché il perseguimento di una politica economica del tutto paradossale, in cui si rinuncia alla politica industriale per aumentare la pressione fiscale, scoraggiare gli investimenti e al contempo ridurre la spesa sociale, il taglio di risorse agli enti locali, impongono di definire un piano di interventi preciso, condiviso col Parlamento e in grado di offrire prospettive di crescita al sistema-Paese, competitività e operatività alle imprese, oltre che salvaguardare concretamente il potere di acquisto e il benessere delle famiglie,
impegna il Governo:
1) a trasmettere alle Camere un DFP che tenga in debita considerazione le incognite derivanti dalle prospettive di una guerra commerciale e dell'imposizione di dazi statunitensi su prodotti italiani ed europei, nonché del nuovo piano di riarmo europeo annunciato nell'ambito dell'Unione europea;
2) ad adottare iniziative volte a ridurre la pressione fiscale anche solo al fine di condurla verso il valore medio dell'eurozona, nonché a scongiurare che gli ingenti tagli alla spesa pubblica operati dal governo pregiudichino servizi essenziali per la popolazione;
3) a definire in maniera dettagliata e aggiornata il quadro programmatico di politica economica del Paese e a trasmettere alle Camere ogni informazione utile in merito, avviando un percorso di elaborazione di un piano di interventi condiviso che preveda, oltre a misure di immediata attuazione, provvedimenti volti a garantire, nel medio-lungo periodo, l'incremento della produttività e dell'internazionalizzazione delle imprese anche attraverso forme di incentivazione di super/iper-ammortamento, il rafforzamento e la diversificazione delle filiere, ad implementare il piano per l'economia sociale, l'incentivazione del rientro in Italia del capitale umano di competenze oggi all'estero (cosiddetto cervelli in fuga), nonché la sburocratizzazione dei processi amministrativi ad ogni livello di governo;
4) ad accelerare, anche alla luce del carattere fondamentale delle relative risorse ai sensi del PSB, l'attuazione del PNRR e l'implementazione degli investimenti, aumentando la capacità di spesa dei soggetti attuatori e garantendo la consegna delle opere infrastrutturali nei tempi previsti, senza ulteriori ritardi o rinvii;
5) ad adottare ogni iniziativa utile a calmierare i costi dell'energia e a rivedere il decoupling del prezzo del gas e dell'energia elettrica per contrastare l'aumento delle tariffe, incrementare il mix delle fonti energetiche anche in un'ottica di ridurre il peso del costo dell'energia per imprese e famiglie;
6) ad adottare misure volte ad aumentare le risorse destinate all'istruzione, alla formazione professionale e all'inserimento lavorativo dei giovani, anche sostenendo la formazione continua e il salario di ingresso, nonché approvare misure che escludano stage professionali gratuiti e lo sfruttamento del lavoro giovanile al fine di disincentivare la perdita di capitale umano;
7) ad aumentare le risorse destinate al Servizio sanitario nazionale al fine di ridurre le liste di attesa e garantire in modo omogeneo su tutto il territorio nazionale la prestazione degli stessi servizi ai cittadini e destinare risorse aggiuntive per la revisione degli stipendi del personale medico e sanitario (attualmente tra i più bassi in Europa).
(6-00178) «Boschi, Gadda, Bonifazi, Del Barba, Faraone, Giachetti, Gruppioni».