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Resoconto dell'Assemblea

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XIX LEGISLATURA

Allegato A

Seduta di Martedì 6 maggio 2025

COMUNICAZIONI

Missioni valevoli
nella seduta del 6 maggio 2025.

  Albano, Ascani, Bagnai, Barbagallo, Barelli, Battistoni, Bellucci, Benvenuto, Bicchielli, Bignami, Bitonci, Boschi, Braga, Brambilla, Caiata, Calderone, Cappellacci, Carloni, Casasco, Cavandoli, Cecchetti, Centemero, Cesa, Cirielli, Colosimo, Alessandro Colucci, Sergio Costa, D'Alessio, Della Vedova, Delmastro Delle Vedove, Dori, Ferrante, Ferro, Foti, Freni, Gava, Gebhard, Gemmato, Giachetti, Giglio Vigna, Giorgetti, Gribaudo, Grippo, Guerini, Gusmeroli, Leo, Lollobrigida, Loperfido, Lupi, Magi, Mangialavori, Maschio, Mazzi, Meloni, Michelotti, Minardo, Molinari, Mollicone, Molteni, Morrone, Mulè, Nordio, Onori, Osnato, Nazario Pagano, Pellegrini, Pichetto Fratin, Pittalis, Polidori, Prisco, Rampelli, Marianna Ricciardi, Riccardo Ricciardi, Richetti, Rixi, Roccella, Romano, Rosato, Angelo Rossi, Rotelli, Scerra, Schullian, Semenzato, Sportiello, Tajani, Trancassini, Tremonti, Vaccari, Varchi, Vinci, Zanella, Zaratti, Zoffili, Zucconi.

(Alla ripresa pomeridiana della seduta).

  Albano, Ascani, Bagnai, Barbagallo, Barelli, Battistoni, Bellucci, Benvenuto, Bicchielli, Bignami, Bitonci, Bonetti, Boschi, Braga, Brambilla, Caiata, Calderone, Cappellacci, Carloni, Casasco, Cavandoli, Cecchetti, Centemero, Cesa, Cirielli, Colosimo, Alessandro Colucci, Sergio Costa, D'Alessio, Della Vedova, Delmastro Delle Vedove, Donzelli, Dori, Ferrante, Ferro, Foti, Freni, Gava, Gebhard, Gemmato, Giachetti, Giglio Vigna, Giorgetti, Gribaudo, Grippo, Guerini, Gusmeroli, Leo, Lollobrigida, Loperfido, Lucaselli, Lupi, Magi, Mangialavori, Maschio, Mazzi, Meloni, Michelotti, Minardo, Molinari, Mollicone, Molteni, Morrone, Mulè, Nordio, Onori, Osnato, Nazario Pagano, Pellegrini, Pichetto Fratin, Pittalis, Polidori, Prisco, Rampelli, Marianna Ricciardi, Riccardo Ricciardi, Richetti, Rixi, Roccella, Romano, Rosato, Angelo Rossi, Rotelli, Scerra, Schullian, Semenzato, Siracusano, Sportiello, Tajani, Trancassini, Tremonti, Vaccari, Varchi, Vinci, Zanella, Zaratti, Zoffili, Zucconi.

Annunzio di proposte di legge.

  In data 5 maggio 2025 sono state presentate alla Presidenza le seguenti proposte di legge d'iniziativa dei deputati:

   MALAGUTI ed altri: «Definizione della nozione di “antisemitismo” e disposizioni per il contrasto degli atti di antisemitismo» (2376);

   LOIZZO: «Delega al Governo per la disciplina delle procedure di accesso anticipato ai farmaci prima dell'autorizzazione all'immissione in commercio» (2377);

   EVI ed altri: «Disposizioni in materia di etichettatura degli alimenti contenenti zuccheri e di impiego dei medesimi nelle mense scolastiche, introduzione dell'insegnamento dell'educazione alimentare nelle scuole dell'infanzia, primaria e secondaria di primo grado nonché modifiche all'articolo 1, commi 665 e 666, della legge 27 dicembre 2019, n. 160, in materia di imposta sul consumo delle bevande edulcorate» (2378).

  Saranno stampate e distribuite.

Adesione di deputati a proposte di legge.

  Le seguenti proposte di legge sono state successivamente sottoscritte dal deputato Malaguti:

   DEIDDA ed altri: «Modifiche al decreto del Presidente della Repubblica 11 luglio 1980, n. 753, in materia di sanzioni per illeciti contro la regolarità e la sicurezza della circolazione ferroviaria» (2168);

   ALMICI ed altri: «Istituzione e disciplina delle figure professionali del soccorritore, dell'autista soccorritore e del tecnico delle centrali di soccorso» (2263);

   CERRETO ed altri: «Disposizioni in materia di ricerca, raccolta, coltivazione e commercio dei tartufi destinati al consumo» (2310).

Trasmissione dal Dipartimento per gli affari europei della Presidenza del Consiglio dei ministri.

  Il Dipartimento per gli affari europei della Presidenza del Consiglio dei ministri, con lettera in data 5 maggio 2025, ha trasmesso, ai sensi dell'articolo 6, commi 4 e 5, della legge 24 dicembre 2012, n. 234, la relazione, predisposta dal Ministero del lavoro e delle politiche sociali, in merito alla proposta di regolamento del Parlamento europeo e del Consiglio che modifica il regolamento (UE) 2021/691 per quanto riguarda il sostegno ai lavoratori la cui espulsione dal lavoro sia imminente in imprese in fase di ristrutturazione (COM(2025) 140 final), accompagnata dalla tabella di corrispondenza tra le disposizioni della proposta e le norme nazionali vigenti.

  Questa relazione è trasmessa alla XI Commissione (Lavoro) e alla XIV Commissione (Politiche dell'Unione europea).

Annunzio di risoluzioni
del Parlamento europeo.

  Il Parlamento europeo, in data 29 aprile 2025, ha trasmesso le seguenti risoluzioni, approvate nella tornata dal 31 marzo al 3 aprile 2025, che sono assegnate, ai sensi dell'articolo 125, comma 1, del Regolamento, alle sottoindicate Commissioni, nonché, per il parere, alla III Commissione (Affari esteri) e alla XIV Commissione (Politiche dell'Unione europea), se non già assegnate alle stesse in sede primaria:

   Risoluzione legislativa sulla proposta di decisione del Parlamento europeo e del Consiglio relativa alla fornitura di assistenza macrofinanziaria al Regno hashemita di Giordania (Doc. XII, n. 596) – alla III Commissione (Affari esteri);

   Risoluzione legislativa sulla proposta di regolamento del Parlamento europeo e del Consiglio recante modifica del regolamento (UE) 2018/196 del Parlamento europeo e del Consiglio, del 7 febbraio 2018, che istituisce dazi doganali supplementari sulle importazioni di determinati prodotti originari degli Stati Uniti d'America (Doc. XII, n. 597) – alla X Commissione (Attività produttive);

   Risoluzione legislativa sulla proposta di regolamento del Consiglio sul rafforzamento della sicurezza delle carte d'identità dei cittadini dell'Unione e dei titoli di soggiorno rilasciati ai cittadini dell'Unione e ai loro familiari che esercitano il diritto di libera circolazione (Doc. XII, n. 598) – alla I Commissione (Affari costituzionali);

   Risoluzione legislativa sulla proposta di direttiva del Parlamento europeo e del Consiglio che modifica le direttive (UE) 2022/2464 e (UE) 2024/1760 per quanto riguarda le date a decorrere dalle quali gli Stati membri devono applicare taluni obblighi relativi alla rendicontazione societaria di sostenibilità e al dovere di diligenza delle imprese ai fini della sostenibilità (Doc. XII, n. 599) – alle Commissioni riunite VI (Finanze) e X (Attività produttive);

   Risoluzione legislativa concernente il progetto di decisione del Consiglio relativa alla conclusione, a nome dell'Unione europea, dell'accordo tra l'Unione europea, l'Islanda, il Principato del Liechtenstein e il Regno di Norvegia relativo ad un meccanismo finanziario del SEE per il periodo maggio 2021-aprile 2028, dell'accordo tra il Regno di Norvegia e l'Unione europea relativo ad un meccanismo finanziario norvegese per il periodo maggio 2021-aprile 2028, del protocollo aggiuntivo dell'accordo tra la Comunità economica europea e il Regno di Norvegia e del protocollo aggiuntivo dell'accordo tra la Comunità economica europea e l'Islanda (Doc. XII, n. 600) – alla III Commissione (Affari esteri);

   Risoluzione legislativa concernente il progetto di decisione del Consiglio relativa alla conclusione, a nome dell'Unione europea, del protocollo di attuazione dell'accordo di partenariato nel settore della pesca tra la Comunità europea e la Repubblica di Guinea-Bissau (2024-2029) (Doc. XII, n. 601) – alla III Commissione (Affari esteri);

   Risoluzione non legislativa sul progetto di decisione del Consiglio relativa alla conclusione, a nome dell'Unione europea, del protocollo di attuazione dell'accordo di partenariato nel settore della pesca tra la Comunità europea e la Repubblica di Guinea-Bissau (2024-2029) (Doc. XII, n. 602) – alla III Commissione (Affari esteri);

   Risoluzione legislativa concernente il progetto di decisione del Consiglio relativa alla firma, a nome dell'Unione europea, di un accordo tra l'Unione europea e la Bosnia-Erzegovina sulla cooperazione tra l'Agenzia dell'Unione europea per la cooperazione giudiziaria penale (Eurojust) e le autorità della Bosnia-Erzegovina competenti per la cooperazione giudiziaria in materia penale (Doc. XII, n. 603) – alla III Commissione (Affari esteri);

   Risoluzione sull'attuazione della politica estera e di sicurezza comune – relazione annuale 2024 (Doc. XII, n. 604) – alla III Commissione (Affari esteri);

   Risoluzione sull'attuazione della politica di sicurezza e di difesa comune – relazione annuale 2024 (Doc. XII, n. 605) – alle Commissioni riunite III (Affari esteri) e IV (Difesa);

   Risoluzione sui diritti umani e la democrazia nel mondo e sulla politica dell'Unione europea in materia – relazione annuale 2024 (Doc. XII, n. 606) – alla III Commissione (Affari esteri);

   Risoluzione sulle industrie ad alta intensità energetica (Doc. XII, n. 607) – alla X Commissione (Attività produttive).

Annunzio di progetti di atti
dell'Unione europea.

  La proposta di regolamento del Parlamento europeo e del Consiglio recante modifica del regolamento (UE) 2021/1057 che istituisce il Fondo sociale europeo Plus (FSE+) per quanto riguarda misure specifiche per affrontare le sfide strategiche (COM (2025) 164 final), già trasmessa dalla Commissione europea e assegnata, in data 2 maggio 2025, ai sensi dell'articolo 127 del Regolamento, alla V Commissione (Bilancio), con il parere della XIV Commissione (Politiche dell'Unione europea), è altresì assegnata alla medesima XIV Commissione ai fini della verifica della conformità al principio di sussidiarietà; il termine di otto settimane per la verifica di conformità, ai sensi del Protocollo sull'applicazione dei princìpi di sussidiarietà e di proporzionalità allegato al Trattato sull'Unione europea, decorre dal 5 maggio 2025.

Annunzio di risoluzioni e raccomandazioni dell'Assemblea parlamentare del Consiglio d'Europa.

  L'Assemblea parlamentare del Consiglio d'Europa ha trasmesso le seguenti raccomandazioni e risoluzioni, approvate dall'Assemblea stessa nel corso della quarta parte della Sessione ordinaria 2024, svoltasi a Strasburgo dal 30 settembre al 4 ottobre 2024, dalla Commissione permanente nel corso della riunione della Commissione stessa, svoltasi a Lussemburgo il 29 novembre 2024, e dall'Assemblea nel corso della prima parte della Sessione ordinaria 2025, svoltasi a Strasburgo dal 27 al 31 gennaio 2025, che sono assegnate, ai sensi dell'articolo 125, comma 1, del Regolamento, alle sottoindicate Commissioni permanenti nonché, per il parere, alla III Commissione (Affari esteri) e alla XIV Commissione (Politiche dell'Unione europea), se non già assegnate alle stesse in sede primaria:

   Raccomandazione n. 2282 – La Banca di Sviluppo del Consiglio d'Europa: attuazione della Dichiarazione di Reykjavik (Doc. XII-bis, n. 156) – alla III Commissione (Affari esteri);

   Raccomandazione n. 2283 – Un approccio europeo condiviso per affrontare il traffico di migranti (Doc. XII-bis, n. 157) – alla I Commissione (Affari costituzionali);

   Raccomandazione n. 2284 – Migranti, rifugiati e richiedenti asilo dispersi: un appello per chiarirne la sorte (Doc. XII-bis, n. 158) – alla I Commissione (Affari costituzionali);

   Raccomandazione n. 2285 – Persone scomparse, prigionieri di guerra e civili sottomessi a seguito della guerra di aggressione della Federazione Russa contro l'Ucraina (Doc. XII-bis, n. 159) – alla III Commissione (Affari esteri);

   Raccomandazione n. 2286 – Garantire il diritto umano all'alimentazione (Doc. XII-bis, n. 160) – alla III Commissione (Affari esteri);

   Risoluzione n. 2566 – La Banca di Sviluppo del Consiglio d'Europa: attuazione della Dichiarazione di Reykjavik (Doc. XII-bis, n. 161) – alla III Commissione (Affari esteri);

   Risoluzione n. 2567 – Propaganda e libertà di informazione in Europa (Doc. XII-bis, n. 162) – alla VII Commissione (Cultura);

   Risoluzione n. 2568 – Un approccio europeo condiviso per affrontare il traffico di migranti (Doc. XII-bis, n. 163) – alla I Commissione (Affari costituzionali);

   Risoluzione n. 2569 – Migranti, rifugiati e richiedenti asilo dispersi: un appello per chiarirne la sorte (Doc. XII-bis, n. 164) – alla I Commissione (Affari costituzionali);

   Risoluzione n. 2570 – La situazione in Iran e la protezione dei difensori dei diritti umani iraniani negli Stati membri del Consiglio d'Europa (Doc. XII-bis, n. 165) – alla III Commissione (Affari esteri);

   Risoluzione n. 2571 – La detenzione e la condanna di Julian Assange e l'effetto deterrente sull'esercizio dei diritti umani (Doc. XII-bis, n. 166) – alla III Commissione (Affari esteri);

   Risoluzione n. 2573 – Persone scomparse, prigionieri di guerra e civili sottomessi a seguito della guerra di aggressione della Federazione Russa contro l'Ucraina (Doc. XII-bis, n. 167) – alla III Commissione (Affari esteri);

   Risoluzione n. 2574 – Il rispetto degli obblighi e degli impegni da parte della Bosnia-Erzegovina (Doc. XII-bis, n. 168) – alla III Commissione (Affari esteri);

   Risoluzione n. 2575 – Commemorazione del 90° anniversario dell'Holodomor: l'Ucraina affronta ancora una volta la minaccia del genocidio (Doc. XII-bis, n. 169) – alla III Commissione (Affari esteri);

   Risoluzione n. 2576 – Prevenire e combattere la violenza e la discriminazione contro le donne lesbiche, bisessuali e queer in Europa (Doc. XII-bis, n. 170) – alla I Commissione (Affari costituzionali);

   Risoluzione n. 2577 – Garantire il diritto umano all'alimentazione (Doc. XII-bis, n. 171) – alla III Commissione (Affari esteri);

   Risoluzione n. 2578 – Rischi e opportunità del metaverso (Doc. XII-bis, n. 172) – alla IX Commissione (Trasporti);

   Raccomandazione n. 2287 – La società civile e l'Assemblea Parlamentare: verso una maggiore trasparenza e partecipazione (Doc. XII-bis, n. 173) – alla III Commissione (Affari esteri);

   Risoluzione n. 2579 – La società civile e l'Assemblea Parlamentare: verso una maggiore trasparenza e partecipazione (Doc. XII-bis, n. 174) – alla III Commissione (Affari esteri);

   Raccomandazione n. 2288 – La necessità di un rinnovato ordine internazionale fondato sulle regole (Doc. XII-bis, n. 175) – alla III Commissione (Affari esteri);

   Raccomandazione n. 2289 – Affrontare i rischi per i diritti umani e lo Stato di diritto rappresentati dai mercenari e dalle compagnie militari e di sicurezza private: un appello per una regolamentazione globale (Doc. XII-bis, n. 176) – alla III Commissione (Affari esteri);

   Raccomandazione n. 2290 – La multiprospettività nell'insegnamento della memoria e della storia al servizio della cittadinanza democratica (Doc. XII-bis, n. 177) – alla VII Commissione (Cultura);

   Raccomandazione n. 2291 – Porre fine alla discriminazione delle persone anziane basata sull'età (Doc. XII-bis, n. 178) – alla XII Commissione (Affari sociali);

   Risoluzione n. 2580 – Stato di avanzamento della procedura di monitoraggio dell'Assemblea (gennaio-dicembre 2024) (Doc. XII-bis, n. 179) – alla III Commissione (Affari esteri);

   Risoluzione n. 2581 – La necessità di un rinnovato ordine internazionale fondato sulle regole (Doc. XII-bis, n. 180) – alla III Commissione (Affari esteri);

   Risoluzione n. 2582 – L'assoluta e urgente necessità di porre fine alla crisi umanitaria per le donne, i bambini e gli ostaggi a Gaza (Doc. XII-bis, n. 181) – alla III Commissione (Affari esteri);

   Risoluzione n. 2583 – Affrontare i rischi per i diritti umani e lo Stato di diritto rappresentati dai mercenari e dalle compagnie militari e di sicurezza private: un appello per una regolamentazione globale (Doc. XII-bis, n. 182) – alla III Commissione (Affari esteri);

   Risoluzione n. 2584 – La multiprospettività nell'insegnamento della memoria e della storia al servizio della cittadinanza democratica (Doc. XII-bis, n. 183) – alla VII Commissione (Cultura);

   Risoluzione n. 2585 – Contestazione, per motivi di merito, delle credenziali non ancora ratificate della delegazione parlamentare della Georgia (Doc. XII-bis, n. 184) – alla III Commissione (Affari esteri);

   Risoluzione n. 2586 – L'immigrazione, una delle risposte all'invecchiamento demografico dell'Europa (Doc. XII-bis, n. 185) – alla I Commissione (Affari costituzionali);

   Risoluzione n. 2587 – L'urgenza di elezioni libere ed eque in Bielorussia (Doc. XII-bis, n. 186) – alla III Commissione (Affari esteri);

   Risoluzione n. 2588 – L'impegno europeo per una pace giusta e duratura in Ucraina (Doc. XII-bis, n. 187) – alla III Commissione (Affari esteri);

   Risoluzione n. 2589 – Le donne nell'economia: occupazione, imprenditorialità e bilancio di genere (Doc. XII-bis, n. 188) – alle Commissioni riunite X (Attività produttive) e XI (Lavoro);

   Risoluzione n. 2590 – Regolamentare la moderazione dei contenuti sui social media per salvaguardare la libertà di espressione (Doc. XII-bis, n. 189) – alla IX Commissione (Trasporti);

   Risoluzione n. 2591 – Il «long Covid» e l'accesso al diritto alla salute (Doc. XII-bis, n. 190) – alla XII Commissione (Affari sociali);

   Risoluzione n. 2592 – Porre fine alla discriminazione delle persone anziane basata sull'età (Doc. XII-bis, n. 191) – alla XII Commissione (Affari sociali).

Richiesta di parere parlamentare su atti del Governo.

  Il Sottosegretario di Stato alla Presidenza del Consiglio dei ministri, con lettera in data 28 aprile 2025, ha trasmesso, ai sensi dell'articolo 4, comma 1, del decreto-legge 18 aprile 2019, n. 32, convertito, con modificazioni, dalla legge 14 giugno 2019, n. 55, la richiesta di parere parlamentare sullo schema di decreto del Presidente del Consiglio dei ministri recante conferimento dell'incarico di Commissario straordinario per la riorganizzazione dei presìdi della Polizia di Stato di Genova e Torino, nonché per i lavori di ristrutturazione della caserma «Cardile» di Alessandria (265).

  Questa richiesta è assegnata, ai sensi del comma 4 dell'articolo 143 del Regolamento, alla VIII Commissione (Ambiente), che dovrà esprimere il prescritto parere entro il 26 maggio 2025. È altresì assegnata, ai sensi del comma 2 dell'articolo 96-ter del Regolamento, alla V Commissione (Bilancio), che dovrà esprimere i propri rilievi sulle conseguenze di carattere finanziario entro il 16 maggio 2025.

Atti di controllo e di indirizzo.

  Gli atti di controllo e di indirizzo presentati sono pubblicati nell'Allegato B al resoconto della seduta odierna.

INTERROGAZIONI

Iniziative volte a rendere pienamente operative le strutture dell'ufficio per il processo e ad assicurare l'effettivo utilizzo delle risorse del PNRR per il potenziamento dell'intero sistema giudiziario – 3-01924

A)

   D'ALESSIO. — Al Ministro della giustizia. — Per sapere – premesso che:

   l'ufficio per il processo è una struttura organizzativa (inizialmente prevista dall'articolo 16-octies del decreto-legge n. 179 del 2012) operativa presso i tribunali ordinari e le corti d'appello con l'obiettivo di «garantire la ragionevole durata del processo, attraverso l'innovazione dei modelli organizzativi ed assicurando un più efficiente impiego delle tecnologie dell'informazione e della comunicazione»;

   la pagina «la struttura Upp» del sito internet istituzionale del Ministero della giustizia riporta che: «è ormai accresciuta la consapevolezza che l'innovazione tecnologica non può portare ai risultati sperati in termini di efficienza e qualità del servizio se non è accompagnata da un valido supporto di risorse e soprattutto da un ripensamento delle logiche organizzative del lavoro. L'ufficio per il processo si colloca dunque in tale riflessione sull'organizzazione del lavoro giudiziario, nella consapevolezza dell'importanza della creazione di uno staff del magistrato (e di strutture tecniche) a supporto dei processi di innovazione tecnologica e organizzativa»;

   la realtà dei tribunali, dei concorsi, dello stesso personale dell'ufficio per il processo, tuttavia, risulta ben diversa dalle intenzioni citate;

   con decreto ministeriale del 6 marzo 2024 è stato rideterminato il contingente degli addetti all'ufficio per il processo da 8.250 a 9.560 unità complessive. Nei mesi successivi, dopo varie anomalie concorsuali e relative alle graduatorie che l'interrogante ha avuto modo di apprendere, ci sono state le prese in servizio dei vincitori, ma anche numerose rinunce e criticità;

   presso il tribunale di Salerno, ad esempio, ci sono ancora molti posti liberi e non ancora assegnati all'ufficio per il processo: nonostante il decreto abbia previsto 266 nuove unità di personale, i vincitori effettivi sono soltanto 93, oltre a due candidati con lo scorrimento della graduatoria e ad ulteriori 17 con lo scorrimento di dicembre 2024. Ad un anno dal concorso per funzionari, la situazione sembra cristallizzata, in quanto la pianta organica attuale, seppur faccia pensare alla copertura quasi totale dei posti disponibili, ha registrato delle dimissioni volontarie di alcuni vincitori del concorso, liberando così nuove caselle per ruoli che il Ministero non ha ancora provveduto a riassegnare. In assenza del numero adeguato del personale, il carico di lavoro si ripercuote, inevitabilmente, sugli addetti provocando diverse criticità al dipartimento;

   queste situazioni vedono protagonisti numerosi tribunali. È chiaro che sia necessario un nuovo scorrimento della graduatoria nazionale per recuperare le attività arretrate e garantire il rispetto dei tempi della giustizia;

   un'azione concreta in questo senso appare essenziale, altrimenti il sistema rischia di non rispettare i target previsti dal Piano nazionale di ripresa e resilienza;

   da quanto emerge dalla Relazione sull'amministrazione della giustizia nell'anno 2024, infatti, l'Italia ha mancato il raggiungimento di uno degli obiettivi più importanti previsti dal Piano nazionale di ripresa e resilienza sulla giustizia per il 2024: la riduzione dell'arretrato civile. Anziché diminuire, come era avvenuto dal 2021 in poi, nel 2024 le pendenze civili presso i tribunali sono aumentate del 3,5 per cento, circa centomila in più del 2023. Rispetto al 2019 le pendenze sono calate del 91,7 per cento, contro l'obiettivo richiesto dal Piano nazionale di ripresa e resilienza del 95 per cento entro il 31 dicembre 2024. Il mancato raggiungimento dell'obiettivo potrebbe comportare la perdita di finanziamenti destinati specificatamente al Ministero, ma potrebbe anche influire sulle risorse assegnate allo Stato italiano nel suo complesso;

   tali fondi rappresenterebbero, invece, un'opportunità vitale per attuare i principi costituzionali del giusto processo e della ragionevole durata dello stesso –:

   quali iniziative urgenti intenda porre in essere al fine di rendere pienamente operative e funzionali le strutture dell'ufficio per il processo presenti presso i tribunali e le corti d'appello italiani, nonché per stabilizzare il personale già entrato in servizio;

   se non ritenga necessario intervenire affinché le risorse del Piano nazionale di ripresa e resilienza siano concretamente spese per il potenziamento dell'intera macchina giudiziaria.
(3-01924)


Dati relativi all'erogazione del cosiddetto contributo affitto – 3-01925

B)

   SANTILLO, FEDE e CAROTENUTO. — Al Ministro del lavoro e delle politiche sociali. — Per sapere – premesso che:

   a febbraio 2025 l'Inps ha reso disponibili i dati dell'Osservatorio statistico su assegno di inclusione, che ha preso il posto di reddito e pensione di cittadinanza rispettivamente a partire da gennaio 2024 e settembre 2023;

   secondo i dati pubblicati, al 31 dicembre 2024, le domande accolte per l'assegno di inclusione riguardano quasi 760 mila nuclei familiari, un totale di 1,82 milioni di persone. L'importo medio mensile percepito è di 620 euro, con una concentrazione prevalente nel Sud Italia;

   a dicembre 2024, i beneficiari attivi erano circa 608 mila, con un importo medio di 627 euro;

   tra i percettori di assegno di inclusione in 235 mila nuclei erano presenti minori, 229 mila erano le persone disabilità, 302 mila nuclei con presenza di persone over 60 e, infine, in 12 mila nuclei famigliari erano presenti persone in condizioni di svantaggio;

   secondo i dati Inps, il 60 per cento dei nuclei che percepivano il reddito o la pensione di cittadinanza a luglio 2023 ora riceve l'assegno di inclusione o il supporto per la formazione e il lavoro (sfl). Di questi nuclei, il 26 per cento ha visto almeno un componente trovare un impiego nel corso del 2024;

   deriva da questi dati il fatto che al 40 per cento dei percettori di reddito di cittadinanza non è stato riconosciuto l'assegno di inclusione e questo appare molto grave, ma sarebbe significativo avere altri dati;

   oltre all'assegno di inclusione alle famiglie in locazione viene erogato anche un contributo affitto fino a 280 euro mensili;

   dalle statistiche pubblicate dall'Osservatorio non si evince il dato relativo a quante famiglie percepiscono il «contributo affitto», quante di queste sono assegnatarie di alloggi di edilizia residenziale pubblica e quanti hanno contratti di locazione con privati;

   si tratterebbe di un'informazione importante, quella relativa al numero di percettori di assegno di inclusione che percepiscono anche il contributo affitto, l'ammontare di tali risorse e la specifica di quanti percettori sono in locazione da privati e quanti in case popolari di comuni e/o ex Iacp comunque denominati –:

   se il Ministro interrogato sia a conoscenza e intenda fornire, per il tramite dell'Osservatorio statistico su assegno di inclusione, anche i dati relativi alle persone che percepiscono l'assegno di inclusione e il «contributo affitto», l'ammontare medio e annuale del contributo erogato, nonché il numero di famiglie percettrici il «contributo affitto» suddivise per tipologia abitativa, anche territoriale, tra quelle in locazione da privati e quelle in locazione/assegnazione in case popolari, sia comunali che degli enti gestori di edilizia residenziale pubblica.
(3-01925)


Iniziative di competenza, anche attraverso il Comitato provinciale per l'ordine e la sicurezza pubblica, per l'applicazione dello strumento del cosiddetto Daspo urbano nell'ambito del Piano integrato di sicurezza per Torino – 3-01686

C)

   MONTARULI. — Al Ministro dell'interno. — Per sapere – premesso che:

   in data 17 dicembre 2024 il Ministro dell'interno ha emanato la direttiva n. 0105092, avente lo scopo di assicurare sempre più efficaci misure di contrasto alla criminalità diffusa e la piena fruibilità degli spazi pubblici da parte dei cittadini;

   tale direttiva invita le amministrazioni locali ad adottare nuove e più incisive misure di sicurezza, avvalendosi dei numerosi strumenti che il legislatore assegna a sindaci e autorità di pubblica sicurezza per prevenire e contrastare l'insorgenza di condotte di diversa natura, che – anche quando non costituiscono violazioni di legge – sono comunque di ostacolo al pieno godimento di determinate aree pubbliche, caratterizzate dal persistente afflusso di un notevole numero di persone;

   tra questi strumenti rilevano, in particolare, l'ordine di allontanamento e il divieto di accesso, cosiddetto Daspo urbano (articoli 9 e 10 del decreto-legge n. 14 del 2017), che possono trovare applicazione non solo negli ambienti interni e pertinenziali delle infrastrutture del trasporto pubblico, ma anche in altre aree urbane, specificamente individuate dai regolamenti comunali;

   il sindaco di Torino, tuttavia, ha deciso di disattendere tale direttiva, rifiutandosi di adottare misure che prevedono l'applicazione dello strumento del cosiddetto Daspo urbano, fondamentale, invece, per garantire la sicurezza, soprattutto in quei luoghi maggiormente esposti a fenomeni di degrado sociale, quali, ad esempio, le «piazze dello spaccio» che insorgono nelle zone limitrofe alle stazioni ferroviarie e nei quartieri adiacenti;

   in data 23 gennaio 2025 si terrà in prefettura una riunione del comitato provinciale per l'ordine e la sicurezza pubblica – alla quale parteciperanno il sindaco di Torino, il questore ed i comandanti provinciali dell'Arma dei carabinieri e della Guardia di finanza – volta all'esame della situazione in questo capoluogo e all'adozione di misure rafforzate in aree definite della città –:

   se il Ministro interrogato non intenda, anche tramite i referenti preposti nel comitato provinciale per l'ordine e la sicurezza pubblica, evidenziare ulteriormente, per quanto di competenza, la necessità che l'amministrazione locale preveda l'applicazione dello strumento del cosiddetto Daspo urbano nel Piano integrato di sicurezza per Torino e che la stessa individui nuove zone rosse in alcuni quartieri del medesimo capoluogo, quali i Barriera di Milano, Aurora e Nizza Millefonti (Piazza Bengasi), con possibilità di effettuare i dovuti allontanamenti.
(3-01686)


Iniziative per contrastare il fenomeno della mortalità da infezioni ospedaliere – 3-01770

D)

   DI LAURO. — Al Ministro della salute. — Per sapere – premesso che:

   le infezioni correlate all'assistenza e i decessi che ne conseguono continuano a mostrare dati allarmanti nel nostro Paese;

   il dossier dell'Agenzia italiana del farmaco del novembre 2024 mostra chiaramente l'emergenza in corso: nel biennio 2022-2023 in Italia si sono registrati 430 mila ricoverati che hanno contratto un'infezione, pari all'8,2 per cento del totale dei pazienti contro una media dell'Unione europea del 6,5 per cento;

   ancora più allarmante è il dato dei decessi causati dalle infezioni e dalla resistenza dei batteri alle cure: 12 mila morti all'anno;

   uno studio dell'Università di Torino fornisce ulteriori dati sulle infezioni correlate all'assistenza e sull'uso di antibiotici negli ospedali per acuti condotto nel novembre 2022: la media della prevalenza di pazienti con infezioni correlate all'assistenza nei singoli ospedali era 8,8 per cento;

   le infezioni più frequentemente riportate erano: infezioni del basso tratto respiratorio (19,2 per cento), infezioni del sangue (18,8 per cento), infezioni delle vie urinarie (17,1 per cento), Covid-19 (16,3 per cento) e infezioni del sito chirurgico (10,5 per cento);

   nei pazienti non Covid-19, i microrganismi più frequentemente isolati sono stati: escherichia coli (11,7 per cento), klebsiella pneumoniae (11,6 per cento), pseudomonas aeruginosa (8,2 per cento);

   la prevalenza media di pazienti con almeno un trattamento antibiotico, calcolata sul totale degli ospedali, era del 41,7 per cento in tutti i pazienti inclusi;

   i costi che ne derivano sono insostenibili per il sistema sanitario italiano: 2,7 milioni di posti letto l'anno occupati e un conto economico che contempla costi diretti pari a circa 2,4 miliardi di euro; a questi si aggiungono poi i costi annui sostenuti per il risarcimento danno diretto, che secondo alcune stime sarebbero oltre 8 milioni di euro e i risarcimenti morali indiretti, senza contare i costi che si deve accollare il sistema giudiziario per le centinaia di cause pendenti in giudizio;

   a tali costi vanno aggiunti quelli per il richiamo in ricovero dei pazienti e ulteriori operazioni chirurgiche per rimuovere le infezioni più acute;

   con una delle ultime sentenze in materia, la n. 6389 del 3 marzo 2023 della Corte di cassazione, sezione III civile, è stato affermato che, in presenza di infezioni, alla struttura sanitaria spetterà provare: a) di aver adottato tutte le cautele prescritte dalle vigenti normative e dalle leges artis, al fine di prevenire l'insorgenza di patologie infettive; b) di aver applicato i protocolli di prevenzione delle infezioni nel caso concreto; inoltre, nel verificare la sussistenza del nesso causale, il giudizio controfattuale non deve limitarsi al comportamento dei sanitari, ma, nel considerare anche il dato obiettivo della contrazione dell'infezione nosocomiale all'interno dell'ospedale, deve inoltre usare un criterio di valutazione probabilistico;

   l'adozione e il rispetto di protocollo e buone pratiche garantirebbe minori ricoveri, minor impiego di antibiotici e dunque minore incidenza di fattori antibiotici resistenti; a catena ci sarebbero indubbi benefici a livello sanitario collettivo, ma anche ingenti risparmi economici e maggior sostenibilità del sistema sanitario nazionale –:

   quali iniziative di competenza intenda intraprendere al fine di assicurare che le aziende sanitarie ed ospedaliere pongano in essere procedure validate della disinfezione delle suppellettili e/o dei letti e barelle, prevedendo altresì strumenti, anche penalizzanti, nei confronti delle dirigenze sanitarie che non provvedono in tal senso;

   quali iniziative di competenza intenda adottare per contrastare il fenomeno sempre più ricorrente della mortalità da infezioni ospedaliere;

   se non intenda adottare iniziative di carattere normativo per rafforzare il sistema dei controlli e delle sanzioni con riguardo ai responsabili delle aziende sanitarie che non provvedono a sopperire a tali situazioni;

   quali iniziative di competenza intenda adottare al fine di tutelare i cittadini che, affidando la propria vita e quella dei propri cari nelle mani della sanità pubblica, subiscono drammatiche perdite affettive.
(3-01770)


DOCUMENTO APPROVATO DALLA XIV COMMISSIONE NELL'AMBITO DELLA VERIFICA DI SUSSIDIARIETÀ DI CUI ALL'ARTICOLO 6 DEL PROTOCOLLO N. 2 ALLEGATO AL TRATTATO DI LISBONA (DOC. XVIII-BIS, N. 52)

Doc. XVIII- bis , n. 52Ordine del giorno motivato

ORDINE DEL GIORNO MOTIVATO

   La Camera,

   premesso che:

    lo scorso 23 aprile la Commissione XIV (Politiche dell'Unione europea) ha adottato, ai fini della verifica di conformità con il principio di sussidiarietà e all'esito del suo esame, un parere favorevole in relazione all'esame della proposta di direttiva del Parlamento europeo e del Consiglio che modifica la direttiva 92/43/CEE del Consiglio per quanto riguarda lo status di protezione del lupo (Canis lupus) (COM(2025)106 final);

    il Gruppo parlamentare «Movimento 5 Stelle» ha presentato, nel corso della medesima seduta, a firma dei componenti del Gruppo in Commissione XIV (Politiche dell'Unione europea), una proposta di parere motivato, ai sensi dell'articolo 6 del Protocollo n. 2 allegato al Trattato sull'Unione europea ed al Trattato sul funzionamento dell'Unione europea, in cui ha rilevato la mancata conformità della proposta di direttiva di cui in oggetto al principio di sussidiarietà, esponendo le ragioni per le quali ha ritenuto che la Commissione Ue non avrebbe dimostrato in alcun modo la necessità e il valore aggiunto di tale intervento legislativo a livello di Unione europea;

   considerato che:

    la proposta di direttiva è volta ad emendare la direttiva Habitat per classificare il lupo (Canis lupus) come specie tutelata e non più come strettamente tutelata, adeguandola alla modifica della Convenzione di Berna proposta dell'Unione europea ed entrata in vigore il 7 marzo 2025;

    la proposta appare correttamente fondata sull'articolo 192, paragrafo 1 del Trattato sul funzionamento dell'Unione europea (TFUE), che stabilisce le modalità di attuazione degli obiettivi della politica ambientale dell'Unione previsti dall'articolo 191 del TFUE;

    la proposta non appare al contrario conforme al principio di sussidiarietà, in quanto la Commissione europea non ha dimostrato in alcun modo la necessità e il valore aggiunto dell'intervento legislativo a livello di Unione europea;

    la proposta in esame non è corredata da un'autonoma valutazione d'impatto, che ne giustifichi l'intervento legislativo in base ad indicatori qualitativi e quantitativi, come richiesto dall'articolo 5 del Protocollo n. 2 allegato al Trattato di Lisbona;

    le motivazioni addotte dalla Commissione europea nella relazione che accompagna la proposta con riferimento al principio di sussidiarietà sono generiche e tautologiche;

    la proposta non si fonda su solide basi scientifiche, ma è contrassegnata da una carenza di istruttoria e informazione. Non presentando una specifica valutazione d'impatto la Commissione europea, infatti, non ha individuato e ponderato le diverse opzioni regolative atte a conseguire l'obiettivo dell'intervento in oggetto. Un'accurata valutazione sarebbe stata invece necessaria soprattutto alla luce del fatto che, mentre alcune popolazioni di lupo mostrano tendenze positive da decenni e occupano areali stabili o in crescita, altre popolazioni non hanno raggiunto uno stato di conservazione favorevole, e il declassamento potrebbe vanificare i risultati raggiunti fino ad oggi;

    se si considerano, infatti, le popolazioni di lupi già rientranti nel regime di protezione non rigoroso e incluse nell'Allegato V della direttiva habitat, le misure previste dall'articolo 14 della medesima direttiva volte a garantire che il prelievo di tali specie, nonché il loro sfruttamento, avvenga compatibilmente con il loro mantenimento in uno stato di conservazione soddisfacente non hanno assicurato nel tempo un'efficace tutela delle stesse, come nel caso dei lupi dell'area settentrionale della Finlandia;

    anche The Large Carnivore Initiative for Europe (LCIE) ha ritenuto la proposta di declassamento prematura, infondata e non giustificata alla luce delle evidenze scientifiche. Per tale ragione non raccomanda un declassamento generico del lupo su tutto il continente, ribadendo che sei popolazioni su nove di lupi a livello continentale sono ancora considerate vulnerabili o quasi minacciate nelle liste rosse dell'Unione mondiale per la conservazione della natura (IUCN);

    ricerche scientifiche attendibili inoltre attestano che nella maggioranza dei casi liberalizzare il prelievo dei lupi non ha comportato una riduzione delle predazioni sugli animali allevati, ma anzi ha talvolta comportato addirittura un aumento di tale fenomeno. Allo stesso modo non esistono studi scientifici che provino un miglioramento nell'accettazione della presenza dei lupi a seguito della liberalizzazione delle uccisioni;

    attraverso gli abbattimenti, che per questa specie non possono essere selettivi, si andrebbe infine a destabilizzare la rigida struttura sociale del lupo, che prevede una sola coppia dominante e riproduttiva per branco. Rimuovendo una femmina alfa, ad esempio, il branco si potrebbe disperdere, con un aumento delle coppie riproduttive e dunque del rischio di predazione e dispersione;

    non è stata effettuata una verifica puntuale neanche con riferimento alle conseguenze che tale misura potrebbe avere sull'ecosistema e con riferimento alla diffusione di altre specie. Secondo diversi studi scientifici, infatti, il declassamento del lupo potrebbe comportare effetti a cascata negativi su interi ecosistemi, essendo il lupo al vertice di una complessa catena trofica la cui integrità è indispensabile per il mantenimento dell'equilibrio ambientale. La riduzione o l'assenza di questa specie in un ambiente è spesso associata a dinamiche negative, tra cui l'incremento esponenziale di specie preda, come gli ungulati, e specie alloctone invasive, ad esempio la nutria, con conseguenti impatti negativi anche su alcune attività economiche. Il ristabilimento o il mantenimento degli equilibri ambientali è prezioso, infatti, non solo per tutta la biodiversità, ma anche per l'economia stessa;

    allo stesso modo la Commissione europea non ha considerato, o messo in relazione con le proprie proposte, il fenomeno del bracconaggio, che contribuirebbe a peggiorare il quadro di protezione predisposto nei confronti del lupo sommandosi ai prelievi autorizzati;

    il regime di protezione attuale previsto dalla Convenzione di Berna e dall'Allegato IV della Direttiva Habitat inoltre consente già, attraverso l'articolo 16, deroghe per procedere con il prelievo di lupi quando ciò risulta necessario, tra l'altro, per prevenire gravi danni al bestiame ovvero rischi per la sicurezza pubblica. Già la direttiva vigente prevede la possibilità di intervenire in situazioni problematiche e pertanto il declassamento rappresenta una soluzione sproporzionata ed inutile;

    la proposta risulta in contrasto anche con il principio di proporzionalità, proprio per la mancata considerazione di altre soluzioni valide, tra cui l'applicazione e il rafforzamento di misure di prevenzione, rispetto alle quali potrebbero essere garantite informazione, formazione e assistenza tecnica agli imprenditori zootecnici, nonché il riconoscimento di un indennizzo pieno alle attività colpite. La proposta appare in questo senso sproporzionata ed esorbitante in quanto numerose ricerche scientifiche hanno riscontrato infatti un'efficacia delle misure incruente, come i dissuasori visivi, le recinzioni elettrificate, i cani da guardiania e peculiari tecniche di conduzioni degli animali allevati. Alla luce di tali studi, all'abbandono di un approccio di coesistenza e all'abbassamento della protezione del lupo sarebbe preferibile rafforzare le misure di prevenzione esistenti. L'assenza di una valutazione d'impatto e di adeguate giustificazioni a fondamento della proposta impediscono tuttavia di apprezzare gli impatti di tale opzione regolativa alternativa rispetto all'unica prospettata e poi adottata dalla Commissione europea;

    rilevata altresì l'inopportunità di procedere con un intervento normativo così radicale in pendenza di un ricorso dinanzi al Tribunale dell'Unione europea sulla decisione del Consiglio dell'Unione europea con cui è stata proposta la modifica della convenzione di Berna e su ogni atto successivo e connesso, con il quale alcune associazioni hanno contestato, tra le altre cose, proprio una non corretta valutazione dei dati scientifici e tecnici;

    osservato altresì che per le ragioni sopra riportate la proposta si pone anche in contrasto con l'articolo 191, paragrafo 2, del TFUE, che sancisce i principi fondamentali su cui si fonda la politica dell'Unione in materia ambientale, tra cui il principio della precauzione, il quale impone di astenersi dall'adottare provvedimenti che possano causare un danno ambientale qualora vi sia incertezza scientifica circa la portata dei loro effetti, nonché con l'articolo 191, paragrafo 3 TFUE, che stabilisce che nel predisporre la sua politica in materia ambientale l'Unione tiene conto dei dati scientifici e tecnici disponibili;

    sottolineata in ogni caso l'esigenza di operare, nel corso del prosieguo dell'esame della proposta a livello di Unione europea, un'analisi approfondita dei numerosi profili di criticità richiamati in precedenza, nonché la necessità che la Commissione europea presenti una dettagliata valutazione di impatto a sostegno della propria proposta;

    ai sensi del paragrafo 4 del parere della Giunta per il Regolamento del 14 luglio 2020, relativamente all'esame in Assemblea del documento della XIV Commissione contenente la valutazione sulla conformità al principio di sussidiarietà del progetto in causa e alla luce delle considerazioni svolte in premessa ritiene

NON CONFORME

al principio di sussidiarietà la proposta di direttiva del Parlamento europeo e del Consiglio che modifica la direttiva 92/43/CEE del Consiglio per quanto riguarda lo status di protezione del lupo (Canis lupus) (COM(2025)106 final).
9/Doc. XVIII-bis, n. 52/1.Riccardo Ricciardi.


MOZIONI RICHETTI ED ALTRI N. 1-00410, SCERRA ED ALTRI N. 1-00416, LUCASELLI, CANDIANI, PELLA, ROMANO ED ALTRI N. 1-00429, GHIRRA ED ALTRI N. 1-00430 E DE LUCA ED ALTRI N. 1-00433 CONCERNENTI IL MONITORAGGIO E LO STATO DI ATTUAZIONE DEL PNRR

Mozioni

   La Camera,

   premesso che:

    1) il Piano nazionale di ripresa e resilienza (PNRR) rappresenta un'occasione unica di rilancio per il nostro Paese, nonché un nuovo e virtuoso paradigma di programmazione, monitoraggio e rendicontazione della realizzazione dei progetti e della effettiva spesa dei fondi;

    2) a tal fine, l'articolo 2, comma 2, lettera e) del decreto-legge 31 maggio 2021, n. 77, convertito, con modificazioni, dalla legge n. 108 del 2021, prevede che il Governo trasmetta alle Camere con cadenza semestrale, per il tramite del Ministro per i rapporti con il Parlamento, una relazione sullo stato di attuazione del PNRR;

    3) la sesta relazione sullo stato di attuazione del Piano nazionale di ripresa e resilienza, che illustra i risultati raggiunti fino al 31 dicembre 2024, è stata pubblicata solo il 27 marzo 2025, in grave ritardo rispetto alle relazioni precedenti;

    4) i nuovi dati pubblicati mostrano, in linea con quanto aveva già evidenziato la relazione semestrale della Corte dei conti, che a fine 2024 risultavano messe a terra il 33 per cento delle risorse complessive, per una cifra pari a 63,9 miliardi di euro su 194,4 miliardi totali;

    5) si sottolinea come questo risultato sia stato raggiunto a distanza di tre anni e mezzo dall'approvazione del Piano e quando alla sua conclusione manca poco più di un anno, essendo prevista la fine di questo ingente piano di investimenti per giugno 2026;

    6) per riuscire a spendere tutti i fondi previsti, da gennaio 2025 a giugno 2026 sarà necessario spendere in media circa 7,2 miliardi di euro al mese;

    7) nel 2024 risulta una capacità di spesa mensile media pari a 1,5 miliardi di euro: ciò significa che per riuscire a mettere a terra tutti i fondi previsti entro la data di scadenza del piano la capacità di spesa mensile dovrà quintuplicare rispetto agli ultimi dati disponibili;

    8) secondo i dati presentati nell'ultima relazione semestrale del Governo al Parlamento sullo stato di attuazione del PNRR, nel 2024 sono stati spesi poco più di 18 miliardi di euro: nei prossimi tre semestri la spesa dovrà arrivare in media a più di 43 miliardi di euro ogni sei mesi, più del doppio di quanto è stato speso in tutto il 2023, l'anno con i dati migliori per quanto riguarda la spesa di fondi PNRR;

    9) analizzando i dati presentati nella sesta relazione, si evince come nel 2024 siano stati spesi complessivamente 18,1 miliardi di euro, di cui 9,4 miliardi di euro nel primo semestre e 8,7 miliardi di euro nel secondo semestre;

    10) dunque, l'andamento della spesa per semestre, invece di aumentare, diminuisce, così come è in diminuzione la spesa complessiva per anno, che, dopo essere cresciuta costantemente fino al record di 21,2 miliardi di euro del 2023, è per la prima volta diminuita nel 2024 rispetto all'anno precedente, tutto questo nonostante le rassicurazioni pronunciate dall'ex Ministro Fitto in sede di presentazione della quinta relazione, quando disse: «Ci sono stati progetti e gare e sono in corso gli avvii dei lavori; quindi, tra sei mesi ci rivedremo e la spesa crescerà»;

    11) secondo i dati presentati dalla Corte dei conti, risultano particolarmente problematici gli obiettivi legati agli investimenti, mentre per quanto riguarda le riforme la situazione è maggiormente in linea con il cronoprogramma: al giugno 2024 risultava ultimato il percorso degli obiettivi europei da raggiungere per il 63 per cento delle 72 misure di riforma, a fronte del 6 per cento degli investimenti;

    12) nei prossimi tre semestri, sarà necessario completare 284 traguardi e obiettivi per ottenere le ultime rate previste dall'accordo con l'Unione europea, che rappresentano il 45 per cento del totale;

    13) una delle priorità trasversali del Piano riguarda il contrasto ai divari di genere e generazionale. Con il decreto-legge n. 77 del 2021 è stata istituita, presso la Presidenza del Consiglio dei ministri, la Cabina di regia per il PNRR, la quale – tra i vari compiti – è incaricata di trasmettere alle Camere anche ogni elemento utile a valutare lo stato di avanzamento degli interventi, il loro impatto e l'efficacia rispetto agli obiettivi perseguiti, con specifico riguardo anche alle politiche di sostegno per l'occupazione;

    14) l'articolo 47 del medesimo decreto-legge ha stabilito che le stazioni appaltanti prevedano, tra le altre, specifiche clausole sulla parità di genere, sull'assunzione di under 36 e di donne – categorie generalmente penalizzate dal mercato del lavoro – anche al fine di raggiungere l'obiettivo qualitativo e trasversale del miglioramento delle condizioni occupazionali dei giovani e delle donne;

    15) tra il 2021 e il 2022 il Governo Draghi aveva pubblicato due relazioni sugli obiettivi del PNRR di miglioramento delle condizioni di giovani e donne, ma ad oggi non si sa molto di più sugli effetti delle riforme e degli investimenti del Piano in tale ambito;

    16) come sottolineato anche dalla Corte dei conti, l'attuazione delle misure su donne e giovani è stata fino all'anno scorso sostanzialmente in linea con il programma, ma è anche vero che le varie revisioni del PNRR hanno di fatto posticipato molti adempimenti verso gli ultimi anni del Piano, e ci ritroviamo ormai nei sedici mesi finali di attuazione del PNRR;

    17) un'altra priorità del Piano è la coesione territoriale, in particolare per favorire il rilancio del Mezzogiorno, a cui è previsto che vengano assegnate il 40 per cento delle risorse cosiddette «territorializzabili»;

    18) la sesta relazione non presenta dati aggiornati sul rispetto della quota Mezzogiorno, riportando i dati relativi al 31 dicembre 2023, e, fatto più preoccupante, illustrando solo i dati complessivi della ripartizione delle risorse prevista dal Piano e i dati di dettaglio sul rispetto della quota relativamente ai fondi assegnati alle varie amministrazioni titolari di risorse PNRR, senza presentare altri dati fondamentali, in particolare la ripartizione dei fondi territorializzabili divisi per missione, quanti dei 63,9 miliardi di euro effettivamente spesi siano risorse territorializzabili e in che percentuale siano stati spesi nel Mezzogiorno;

    19) dopo la corposa modifica del 2023, con la quale è stato anche aggiunto un ulteriore capitolo finanziato dal RePowerEU, nel 2024 sono state apportate altre due modifiche, la prima il 14 maggio 2023 e la seconda il 18 novembre 2024;

    20) il nuovo capitolo introdotto nel 2023 e finanziato con i fondi del RePowerEU prevede l'investimento 15 «Transizione 5.0» con una dotazione finanziaria di 6,3 miliardi di euro, misura che consiste in un regime di crediti d'imposta con l'obiettivo di sostenere la transizione dei processi di produzione verso un modello efficiente sotto il profilo energetico, sostenibile e basato sulle energie rinnovabili;

    21) il Piano Transizione 5.0, approvato dal Governo nell'ottica di incentivare gli investimenti che prevedono una riduzione dei consumi energetici, non sta funzionando: la fruizione dei benefìci non è automatica, essendo subordinata a complesse procedure amministrative, tra cui l'attesa di comunicazioni ufficiali e certificazioni sia ex ante che ex post, con un conseguente aumento delle tempistiche e degli oneri a carico delle imprese;

    22) sono previste, inoltre, soglie minime di risparmio energetico che escludono dalla misura investimenti potenzialmente utili e molti settori strategici, tra cui quelli legati all'economia circolare e alle industrie ad alta intensità energetica;

    23) secondo i dati più recenti, a gennaio 2025 erano arrivate richieste di accesso ai fondi di questo strumento per soli 500 milioni di euro, poco meno dell'8 per cento totale delle risorse a disposizione,

    24) l'8 aprile 2025, la Presidente del Consiglio dei ministri, Giorgia Meloni, ha dichiarato che, per rispondere ai dazi imposti dagli Stati Uniti all'Unione europea, erano stati individuati nell'ambito della dotazione finanziaria del PNRR circa 14 miliardi di euro da rimodulare per sostenere l'occupazione e aumentare l'efficienza della produttività;

    25) la sospensione di 90 giorni annunciata dal presidente Trump il 9 aprile 2025 riguarda i dazi cosiddetti «reciproci», imponendo comunque a tutti i Paesi colpiti da questa misura un dazio del 10 per cento, che, nel caso dell'Unione europea, è comunque molto superiore rispetto al passato, considerando che nel 2023 i dazi imposti dagli Usa ai Paesi dell'Unione europea erano pari all'1,4 per cento,

impegna il Governo:

1) ad inviare al Parlamento la successiva relazione sullo stato di attuazione del PNRR in tempi più ragionevoli ed utili ad un tempestivo monitoraggio, e comunque entro 30 giorni la conclusione del periodo di riferimento;

2) ad illustrare quali strumenti intenda adottare per aumentare la capacità di spesa dei fondi fino a quintuplicarla, per consentire la messa a terra di tutte le risorse di cui è dotato il piano entro il termine perentorio di giugno 2026;

3) nel caso di una conferma da parte del Governo sull'incapacità di rispettare il termine di giugno 2026, a rendere noto quanto prima al Parlamento l'eventuale intenzione di chiedere e ottenere una proroga della scadenza del Piano oltre tale termine e gli eventuali margini di azione che il Governo ritenga di poter utilizzare in una contrattazione con la Commissione europea;

4) a chiarire se intenda adottare iniziative volte ad apportare ulteriori modifiche al Piano, in particolare per utilizzare una parte dei fondi PNRR per misure a sostegno delle imprese colpite dai dazi statunitensi e, in caso affermativo, quali misure intenda definanziare, o se la versione attuale possa essere considerata definitiva e, dunque, da tenere in considerazione per un puntuale e definitivo monitoraggio dello stato di avanzamento della spesa, dei traguardi e degli obiettivi;

5) ad illustrare le motivazioni che hanno portato la spesa complessiva del 2024 e quella dell'ultimo semestre ad una diminuzione rispetto all'anno e al semestre precedenti, contrariamente a tutte le rassicurazioni precedentemente offerte dal Governo, e come intenda porre rimedio a questa situazione per invertire la tendenza;

6) a trasmettere con la massima celerità al Parlamento una relazione aggiornata sul rispetto delle clausole in materia di pari opportunità e inclusione lavorativa di donne e giovani, nonché sugli effetti e il raggiungimento degli obiettivi in tale ambito conseguenti all'attuazione del Piano;

7) ad adottare iniziative normative volte a semplificare le procedure di richiesta del credito d'imposta previsto dal Piano Transizione 5.0, riducendo i passaggi autorizzativi attraverso l'eliminazione di duplicazioni burocratiche e l'introduzione di strumenti digitali per l'autocertificazione delle imprese, garantendo comunque un adeguato controllo ex post, per rendere il beneficio quanto più automatico possibile, sul modello del Piano «Industria 4.0»;

8) ad inviare al Parlamento informazioni esaustive sul rispetto della quota Mezzogiorno, in particolare fornendo i dati aggiornati al 31 dicembre 2024 e illustrando, oltre ai risultati complessivi e per amministrazione titolare, anche la divisione dei fondi territorializzabili per missioni con relativa percentuale di fondi destinati al Mezzogiorno e la percentuale di fondi effettivamente già spesi nel Mezzogiorno.
(1-00410)(Nuova formulazione) «Richetti, Bonetti, Benzoni, D'Alessio, Grippo, Sottanelli, Onori, Pastorella, Rosato, Ruffino».


   La Camera

impegna il Governo:

1) ad inviare al Parlamento la successiva relazione sullo stato di attuazione del PNRR in tempi più ragionevoli ed utili ad un tempestivo monitoraggio;

2) a chiarire se intenda adottare iniziative volte ad apportare ulteriori modifiche al Piano, in particolare per utilizzare una parte dei fondi PNRR anche, eventualmente, per misure a sostegno delle imprese colpite dai dazi statunitensi e, in caso affermativo, ad assicurare un adeguato coinvolgimento delle Camere;

3) a trasmettere al Parlamento un'ulteriore relazione aggiornata sul rispetto delle clausole in materia di pari opportunità e inclusione lavorativa di donne e giovani, nonché sugli effetti e il raggiungimento degli obiettivi in tale ambito conseguenti all'attuazione del Piano;

4) ad adottare iniziative normative volte a semplificare le procedure di richiesta del credito d'imposta previsto dal Piano Transizione 5.0, riducendo i passaggi autorizzativi attraverso l'eliminazione di duplicazioni burocratiche e l'introduzione di strumenti digitali per l'autocertificazione delle imprese, garantendo comunque un adeguato controllo ex post, per rendere il beneficio quanto più automatico possibile, sul modello del Piano «Industria 4.0»;

5) ad inviare al Parlamento informazioni esaustive sul rispetto della quota Mezzogiorno, in particolare fornendo i dati aggiornati al 31 dicembre 2024 e illustrando, oltre ai risultati complessivi e per amministrazione titolare, anche la divisione dei fondi territorializzabili per missioni con relativa percentuale di fondi destinati al Mezzogiorno e la percentuale di fondi effettivamente già spesi nel Mezzogiorno.
(1-00410)(Nuova formulazione – Testo modificato nel corso della seduta) «Richetti, Bonetti, Benzoni, D'Alessio, Grippo, Sottanelli, Onori, Pastorella, Rosato, Ruffino».


   La Camera,

   premesso che:

    1) a meno di un anno e mezzo dalla sua conclusione, prevista per giugno 2026, i ritardi fatti registrare dal Governo nello stato di avanzamento delle riforme e degli investimenti contenuti nel Piano nazionale di ripresa e resilienza rimangano allarmanti, così come il mancato rispetto degli obiettivi prefissati e i rallentamenti nella messa a terra delle relative risorse finanziarie;

    2) dalla consultazione della banca dati ReGiS emerge come i dati che riguardano il nostro Paese, aggiornati al 31 dicembre 2024, siano oltremodo preoccupanti: dei 120 miliardi di euro già incassati dall'Unione europea, ne risultano essere stati spesi appena 62,2 miliardi, pari a solo il 32 per cento dei 194 miliardi complessivi ottenuti grazie all'operato del Governo Conte; ma il dato più allarmante è quello riferito al drastico rallentamento della spesa negli ultimi mesi: dalla fine di settembre 2024 a gennaio 2025, sono stati messi a terra solo 5 miliardi di euro in quattro mesi, un ritmo assolutamente insufficiente a garantire la spesa di tutti i fondi previsti per raggiungere gli obiettivi prefissati entro giugno 2026;

    3) il completamento del Piano nazionale di ripresa e resilienza richiede ancora la realizzazione di 284 traguardi e obiettivi previsti nei prossimi tre semestri, di cui 177 da conseguire nell'ultimo semestre che avrà scadenza il 30 giugno 2026; secondo le valutazioni economiche effettuate dall'Osservatorio Recovery plan, ipotizzando un andamento costante del regime di spesa, sarebbero infatti 94 i miliardi di euro di spesa a rischio del Piano nazionale di ripresa e resilienza;

    4) questo trend negativo è confermato anche dall'ultima Relazione semestrale della Corte dei conti al Parlamento sullo stato di attuazione del Piano nazionale di ripresa e resilienza pubblicata il 9 dicembre 2024, in cui si evidenzia come l'avanzamento finanziario del Piano, seppur in linea con le scadenze concordate, continui a segnalare – come peraltro già messo in luce in occasione di precedenti relazioni – scostamenti significativi rispetto al cronoprogramma: al 30 settembre 2024, il livello della spesa si era attestato sui 57,7 miliardi di euro, il 30 per cento delle risorse del Piano e circa il 66 per cento di quelle che erano programmate entro il 2024;

    5) il Piano nazionale di ripresa e resilienza è stato oggetto di successive modifiche – che hanno comportato il definanziamento totale o parziale di numerose misure – e il Governo sembrerebbe intenzionato, in tempi brevi, ad avanzare alla Commissione europea l'ennesima richiesta di revisione del Piano, la quinta in due anni, a pochi mesi dall'approvazione da parte del Consiglio dell'Unione europea – nel novembre del 2024 – dell'ultima modifica, con il rischio di un ulteriore posticipo degli obiettivi o una loro revisione al ribasso, con conseguente complessiva rimodulazione che coinvolgerebbe inevitabilmente anche gli investimenti del Piano destinati al Mezzogiorno;

    6) a conferma dei timori inerenti a un'ennesima iniziativa di revisione del Piano, in assenza di condivisione con il Parlamento, i soggetti interessati e l'opinione pubblica sulle misure oggetto di modifica, vi è la notizia, riportata dagli organi di stampa, che il Governo italiano avrebbe inviato, lo scorso 21 marzo 2025, la quinta richiesta di modifica del PNRR. Nonostante le rassicurazioni fornite dal Ministro per le politiche dell'Ue Foti circa una tempestiva informativa alle Camere riguardo a un'eventuale nuova revisione del Piano, di tale modifica non si trova notizia nei comunicati ufficiali da parte dell'Esecutivo;

    7) finora, le modifiche apportate hanno infatti determinato uno spostamento generalizzato della spesa negli ultimi anni di attuazione del Piano medesimo, diffondendo incertezza tra i soggetti attuatori. Secondo l'Ufficio parlamentare di bilancio, l'ultima modifica avrebbe ritardato la pubblicazione dei bandi e il loro affidamento, rallentando l'esecuzione dei progetti del 14,2 per cento; criticità sono inoltre state riscontrate dagli enti locali nel funzionamento della piattaforma ReGiS – tra cui disallineamenti nelle informazioni, difficoltà nell'accesso alla piattaforma, nonché di navigazione, inserimento dati e ritardi nella registrazione delle operazioni – che, se da un lato rischiano di sottostimare i risultati raggiunti, dall'altro includono nella spesa anche le anticipazioni finanziarie, ovvero investimenti non ancora realizzati;

    8) a differenza del preoccupante andamento della spesa fatto registrare a livello nazionale, parte del successo del Piano nazionale di ripresa e resilienza è dovuto invece ai comuni, che stanno dando un contributo decisivo nel rispetto della riserva del 40 per cento di investimenti destinati al Mezzogiorno: il 54 per cento di tutti i progetti comunali viene infatti proprio dal Sud. Il problema principale in questo momento, come denunciato a livello degli enti locali, risiede nella certezza e nella puntualità dei pagamenti dall'amministrazione centrale verso i comuni che hanno anticipato dalle proprie casse e che spesso sono in grave difficoltà, così come nelle difficoltà riscontrate dai medesimi enti locali nel monitoraggio della spesa delle risorse destinate alle regioni del Mezzogiorno, ai fini del rispetto del richiamato vincolo di destinazione di almeno il 40 per cento delle risorse del Piano nazionale di ripresa e resilienza alle regioni del Sud;

    9) nonostante il vincolo di destinazione di almeno il 40 per cento delle risorse complessive a favore dei territori del Mezzogiorno previsto dal Piano nazionale di ripresa e resilienza – che si aggiunge alle soglie del 37 per cento delle risorse per interventi per la transizione ecologica e del 25 per cento per la transizione digitale – preoccupano i divari fra i territori a livello di macroaree e fra le regioni del Mezzogiorno che continuano a sussistere, mettendo in dubbio uno dei pilastri del Piano, ovvero la coesione territoriale: la riduzione delle disuguaglianze territoriali è infatti un elemento essenziale non solo dei fondi strutturali e di investimento europei ma anche del Next generation EU e, quindi, dei Piani nazionali di ripresa e resilienza;

    10) proprio con riguardo alla clausola di salvaguardia si denuncia inoltre la mancata pubblicazione della Relazione periodica sul rispetto della clausola di almeno il 40 per cento delle risorse territorialmente allocabili del Piano nazionale di ripresa e resilienza da destinare al Mezzogiorno, con dati relazionati fermi ormai al dicembre 2022, nonostante le numerose richieste in sedi formali e atti di sindacato ispettivo del MoVimento 5 Stelle;

    11) la mancanza di trasparenza e l'assenza di informazioni sui dati sull'avanzamento finanziario della spesa dei progetti del Piano nazionale di ripresa e resilienza pregiudica ad avviso dei firmatari del presente atto di indirizzo le stesse prerogative del Parlamento, oltre che rappresentare una violazione dei fondamentali diritti di informazione e partecipazione democratica. L'accesso a queste informazioni è essenziale per verificare quale sia l'effettivo stato di realizzazione degli interventi e, di conseguenza, per ricostruire a che punto siano le misure del Piano. La pubblicazione tempestiva e completa di questi dati in formato aperto consentirebbe, inoltre, di verificare le informazioni prodotte e quindi segnalare eventuali problemi nei dati e, soprattutto, intervenire nei processi attuativi tempestivamente;

    12) le risorse finanziarie del Piano nazionale di ripresa e resilienza sono preziose e limitate e consentono anche di intervenire sui nodi storici dei divari territoriali, favorendo lo sviluppo, la coesione sociale e la competitività economica e accelerando i processi di transizione ecologica e digitale; per questo motivo è imprescindibile, anche nell'ottica di un corretto impiego dei fondi del Piano nazionale di ripresa e resilienza, scongiurare l'ipotesi contenuta nel piano di riarmo «Rearm EU» dell'utilizzo dei suddetti fondi, su cui poggia anche la programmazione dell'intero Piano nazionale di ripresa e resilienza, per il finanziamento delle spese militari;

    13) affinché il Piano nazionale di ripresa e resilienza rappresenti effettivamente un'occasione storica, probabilmente unica e irripetibile, per investire sul futuro, per fornire ai giovani nuove opportunità di lavoro e, più in generale, disegnare, innestare e realizzare, a tutti i livelli di governo, un nuovo percorso di crescita sostenibile del Paese, sia essa di tipo economico, sociale che ambientale, è fondamentale che il Parlamento, istituzione rappresentativa per eccellenza, svolga maggiormente una funzione di indirizzo e controllo sugli atti del Governo connessi alla relativa attuazione secondo il cosiddetto cronoprogramma; in questo senso, la funzione di monitoraggio, indirizzo e controllo parlamentare sull'attuazione del Piano rimane centrale ed imprescindibile, anche per fornire indicazioni al Governo sui profili sostanziali inerenti al processo di attuazione del Piano nazionale di ripresa e resilienza e al monitoraggio dei relativi traguardi e obiettivi;

    14) anche con riferimento al Piano Transizione 5.0 si ravvisa inoltre come, ad oggi, solo il 6,3 per cento del totale dei fondi disponibili sia stato allocato, segnale evidente delle difficoltà incontrate dalle imprese nell'accesso agli incentivi previsti; numerose aziende continuano, infatti, a segnalare criticità burocratiche che ostacolano la fruizione della misura, con particolare riguardo alla rendicontazione e alla certificazione dei progetti e del conseguente risparmio energetico;

    15) rimangono infine alte le preoccupazioni dovute al rischio di un uso irregolare dei fondi del Piano nazionale di ripresa e resilienza – quantificabili in circa 1,8 miliardi di euro – e delle indebite interferenze della criminalità organizzata sulle risorse, come denunciato da ultimo dalla Commissione europea nella relazione annuale dell'Unione europea 2024 sullo Stato di diritto, che fanno dell'Italia il Paese dell'Unione europea con più indagini per frodi, rispetto ai livelli delle altre nazioni;

    16) il fallimento nell'attuazione del Piano nazionale di ripresa e resilienza significherebbe far perdere al sistema Paese la possibilità del suo definitivo rilancio, lasciarsi sfuggire una capillare rivoluzione in termini di riforme e maggiori investimenti nella sanità, nelle scuole, nelle infrastrutture, in tutto ciò che può consentire all'Italia di affrontare una impegnativa transizione ecologica e digitale, nel segno di una maggiore inclusione sociale, nonché al sistema sovranazionale europeo di tradursi in un'Europa più solidale, capace di allontanare lo spettro di tagli e politiche di austerità, suscettibili solo di rinnovare il senso di sfiducia verso l'Italia e verso l'Europa intera,

impegna il Governo:

1) a pubblicare senza indugio, nel rispetto dell'articolo 2, comma 2, lettera e), del decreto-legge 31 maggio 2021, n. 77, convertito, con modificazioni, dalla legge 29 luglio 2021, n. 108, la sesta relazione sullo stato di attuazione del Piano nazionale di ripresa e resilienza, recante ogni elemento utile a valutare lo stato di avanzamento degli interventi, il loro impatto e l'efficacia rispetto agli obiettivi perseguiti, con specifico riguardo alle politiche di sostegno economico-sociali;

2) ad adottare ogni iniziativa utile, anche di carattere normativo, al fine di garantire l'integrale, tempestivo ed efficiente utilizzo da parte dell'Italia dei fondi europei del programma Next generation EU, come previsto da Piano nazionale di ripresa e resilienza e Piano nazionale complementare in tempi celeri e rispettosi del cronoprogramma, in particolare assicurando prioritariamente il raggiungimento di obiettivi trasversali, come la sostenibilità economica, sociale e ambientale degli interventi, incluso il rispetto delle clausole in materia di pari opportunità e inclusione lavorativa dei giovani e delle donne, nonché la relativa attuazione nell'ambito delle transizioni digitali e green e del riparto bilanciato delle risorse con la destinazione minima del 40 per cento delle stesse al Sud;

3) a pubblicare e ad inviare senza indugio al Parlamento la IV Relazione istruttoria sul rispetto del vincolo di destinazione alle regioni del Mezzogiorno di almeno il 40 per cento delle risorse territorialmente allocabili, al fine di mantenere l'ambizione di riequilibrio territoriale del Piano nazionale di ripresa e resilienza, nonché ad assicurare il rispetto della destinazione minima del 40 per cento dei finanziamenti del Piano nazionale di ripresa e resilienza al Sud ed il vincolo di concentrazione delle risorse nelle regioni del Mezzogiorno previsto dal Fondo di sviluppo e coesione, al fine di consentire, nell'ottica dell'obiettivo della coesione territoriale, il pieno superamento delle disuguaglianze e dei divari territoriali a livello di macroaree e fra le regioni del Mezzogiorno, che rappresenta proprio uno degli obiettivi più qualificanti del Piano nazionale di ripresa e resilienza;

4) ad opporsi, altresì, in tutte le competenti sedi istituzionali nazionali ed europee, alla possibilità di reindirizzare i fondi della politica di coesione verso le spese relative alla difesa, distogliendo tali fondi dalla finalità del rafforzamento della coesione economico e sociale, in quanto pilastro fondamentale su cui poggia la programmazione e il contenuto dell'intero Piano nazionale di ripresa e resilienza, che ha tra i suoi obiettivi proprio il riequilibrio territoriale e il rilancio del Sud, come priorità trasversale a tutte le missioni del Piano;

5) ad adottare, per quanto di competenza, le necessarie iniziative volte ad imprimere un deciso miglioramento nella gestione della spesa a valere sulle risorse di provenienza europea di cui al Piano nazionale di ripresa e resilienza, anche favorendo, per quanto di competenza, l'iter dell'iniziativa legislativa riferita all'istituzione di una Commissione parlamentare per l'indirizzo, la vigilanza e il controllo dell'attuazione del suddetto Piano, al fine di superare le difficoltà nell'utilizzo dei fondi del Next generation EU, a partire dalla scarsa capacità del loro impiego integrale;

6) a chiarire tempestivamente i contenuti della quinta proposta di revisione del PNRR, presentando alle Camere gli effetti e la portata che tali modifiche avranno sull'impianto complessivo del Piano, scongiurando l'ipotesi che, per effetto di tale revisione, una parte delle risorse soggette a riprogrammazione vengano dirottate sul comparto della difesa nonché a garantire, altresì, per quanto di competenza, il coinvolgimento pieno e tempestivo del Parlamento, assicurando una puntuale e corretta informazione nei confronti delle competenti Commissioni parlamentari, su quali siano i cambiamenti richiesti, nonché le conseguenti previsioni in termini di effetti degli investimenti e di crescita del sistema Paese, così come sulla definizione del capitolo dedicato al piano REPowerEU all'interno del Piano nazionale di ripresa e resilienza, al fine di assicurare la coerenza dello stesso rispetto all'evoluzione dell'economia verso un modello sostenibile;

7) a fronte delle segnalazioni di cui alla citata relazione della Corte dei conti, ad assumere altresì tutte le iniziative di competenza volte a contrastare con azioni effettive le irregolarità e le frodi a danno del bilancio europeo, per scongiurare la possibilità di perdere, anche parzialmente, i fondi già ottenuti, essenziali per il nostro Paese per investimenti in sanità, nell'istruzione, nelle infrastrutture, verso una autentica transizione ecologica e digitale, nel segno di una maggiore inclusione sociale;

8) ad assumere urgenti iniziative, anche di carattere normativo, affinché vengano superate le difficoltà legate alla rendicontazione degli investimenti e ai criteri di risparmio energetico ad essi correlati, nonché quelle connesse, laddove non sia ottenuto il risparmio energetico richiesto per l'accesso al Piano 5.0, del passaggio dal medesimo al Piano 4.0, prevedendo per quest'ultimo uno stanziamento aggiuntivo oppure una riserva di fondi utili a scongiurare che le imprese restino escluse da entrambi i benefici fiscali.
(1-00416)(Nuova formulazione) «Scerra, Torto, Appendino, Bruno, Cantone, Carmina, Dell'Olio, Donno».


   La Camera,

   premesso che:

    1) i Piani nazionali di ripresa e resilienza sono i programmi di riforme e investimenti per il periodo 2021-2026 che gli Stati membri definiscono per accedere ai fondi del Dispositivo per la ripresa e la resilienza (Recovery and resilience facility), nel quadro di Next generation EU (Ngeu);

    2) il Piano nazionale di ripresa e resilienza dell'Italia è stato approvato a livello europeo il 13 luglio 2021, con decisione di esecuzione del Consiglio dell'Unione europea. La decisione di esecuzione contiene un allegato con cui vengono definiti, in relazione a ciascun investimento e riforma, precisi obiettivi e traguardi (milestone e target), cadenzati temporalmente, al cui conseguimento è vincolata l'assegnazione delle risorse, che è, a sua volta, articolata in dieci rate entro il 30 giugno 2026;

    3) il Piano nazionale di ripresa e resilienza italiano prevedeva, nella sua originaria formulazione, 132 investimenti e 59 riforme, cui corrispondevano 191,5 miliardi di euro finanziati dall'Unione europea attraverso il Dispositivo per la ripresa e la resilienza, suddivisi tra 68,9 miliardi di euro di sovvenzioni a fondo perduto e 122,6 miliardi di euro di prestiti, da impiegare nel periodo 2021-2026 attraverso l'attuazione del Piano;

    4) in data 8 dicembre 2023 è stata approvata la proposta italiana di revisione del Piano nazionale di ripresa e resilienza;

    5) a seguito della revisione, il Piano nazionale di ripresa e resilienza italiano prevede: una dotazione finanziaria incrementata a 194,4 miliardi di euro, di cui 122,6 miliardi di euro in prestiti e 71,8 miliardi di euro in sovvenzioni; investimenti aggiuntivi per 25 miliardi di euro (di cui 11 miliardi afferenti ai nuovi interventi del capitolo REPowerEU e 14 miliardi derivanti dall'ampliamento di investimenti già previsti dal Piano nazionale di ripresa e resilienza); sette missioni, di cui una relativa al capitolo REPowerEU, che prevedono 66 riforme (sette in più rispetto al piano originario) e 150 investimenti, diretti a promuovere la competitività e la resilienza dell'Italia, nonché la transizione verde e digitale; un numero complessivo di milestone e target pari a 617 (a fronte delle 527 originarie);

    6) allo stato attuale risulterebbero spesi circa il 21 per cento dei prestiti e il 52 per cento di sovvenzioni;

    7) il 23 dicembre 2024 la Commissione europea ha versato all'Italia la sesta rata del Piano nazionale di ripresa e resilienza pari a 8,7 miliardi di euro e il 30 dicembre 2024 l'Italia, primo Paese europeo, ha inviato alla Commissione europea la richiesta di pagamento della settima rata, pari a 18,3 miliardi di euro. In termini di milestone e target, con la richiesta di pagamento della settima rata, l'Italia ha dimostrato di aver conseguito il 54 per cento degli obiettivi previsti dal Piano, ovvero 337 obiettivi su 621. I restanti 284 obiettivi sono, infatti, collegate alle ultime tre rate del Piano;

    8) il pagamento della settima rata costituirà, ancora una volta, la prova tangibile dell'impegno profuso dal Governo nell'attuazione del Piano nazionale di ripresa e resilienza, consolidando ulteriormente il primato dell'Italia in termini di rate incassate, di obiettivi raggiunti e di importo ricevuto che supererà i 140 miliardi di euro, corrispondente a oltre il 72 per cento della dotazione complessiva del Piano;

    9) nonostante si continui a leggere di ritardi nell'attuazione del Piano nazionale di ripresa e resilienza, la Commissione europea, fino ad oggi, ha ritenuto raggiunti tutti gli obiettivi e i traguardi rendicontati dal nostro Paese, come attestato dall'erogazione delle risorse collegate alle rate oggetto di richieste di pagamento; ciò a conferma dell'efficacia dell'azione del Governo e delle iniziative dallo stesso assunte, fin dalla data del suo insediamento, per assicurare il tempestivo raggiungimento delle milestone e dei target previsti dal Piano nazionale di ripresa e resilienza;

    10) per effetto delle revisioni del Piano nazionale di ripresa e resilienza proposte dal Governo e condivise con la Commissione europea, è stato possibile, in coerenza con le indicazioni del Parlamento e in attuazione degli orientamenti in materia della Commissione europea, correggere alcuni errori materiali, apportare alcune modifiche fisiologiche a fronte di circostanze oggettive ed imprevedibili e proseguire nella piena attuazione del Piano nazionale di ripresa e resilienza, che vede l'Italia al primo posto in Europa per numero di obiettivi conseguiti e di rate richieste, per investimenti realizzati e per importo complessivo ricevuto;

    11) avuto riguardo all'attuale scadenza del Piano nazionale di ripresa e resilienza e agli obiettivi collegati alle ultime tre rate, è indispensabile proseguire nell'attività di monitoraggio e di confronto costante con le amministrazioni titolari delle misure in ordine allo stato di attuazione e all'andamento dei singoli investimenti per individuare, per tempo, le eventuali criticità e le possibili soluzioni; al contempo, è necessario continuare nel dialogo e nell'attività di confronto con la Commissione europea, che ha caratterizzato l'operato del Governo fin dal suo insediamento, al fine di superare le eventuali criticità, con l'obiettivo di assicurare la piena realizzazione degli investimenti programmati nel rispetto delle condizionalità e delle scadenze previste, anche mediante un'ulteriore revisione del Piano nazionale di ripresa e resilienza ove ritenuto necessario;

    12) è indispensabile che il Governo assicuri un'adeguata informazione del Parlamento in ordine allo stato di attuazione e all'andamento dei singoli investimenti, anche mediante l'invio della relazione periodica prevista dall'articolo 2, comma 2, lettera e), del decreto-legge 31 maggio 2021, n. 77, convertito, con modificazioni, dalla legge 29 luglio 2021, n. 108, con l'evidenziazione dei risultati conseguiti relativamente all'asse strategico dell'inclusione sociale, che individua come priorità la parità di genere, la parità generazionale, il riequilibrio territoriale e il rilancio del Sud;

    13) è parimenti indispensabile che il Governo assicuri un adeguato coinvolgimento del Parlamento in ordine ai contenuti di un'eventuale nuova proposta di aggiornamento del Piano nazionale di ripresa e resilienza diretta a mantenere inalterate la portata e l'impatto del Piano medesimo e ad assicurare un impiego razionale, efficiente ed efficace delle risorse ad esso assegnate,

impegna il Governo:

1) a proseguire nell'attività di attuazione delle riforme e degli investimenti previsti dal Piano nazionale di ripresa e resilienza, assumendo tutte le iniziative ritenute necessarie al fine di assicurare il tempestivo raggiungimento entro il 2026 delle milestone e dei target;

2) a proseguire nell'attività di informazione del Parlamento in ordine allo stato di attuazione del Piano nazionale di ripresa e resilienza e alle eventuali problematiche di tipo attuativo, nonché ad assicurare, per quanto di competenza, un adeguato coinvolgimento delle Camere con riguardo alla nuova proposta di aggiornamento del Piano nazionale di ripresa e resilienza, ove effettivamente necessaria;

3) ad assicurare che la proposta di aggiornamento del Piano nazionale di ripresa e resilienza, ove realmente necessaria, sia coerente con le finalità e le condizionalità, anche temporali, stabilite dai regolamenti europei, garantendo al contempo l'attuazione delle riforme previste e il raggiungimento degli obiettivi trasversali, quali la parità di genere, il miglioramento delle competenze e delle prospettive occupazionali dei giovani, il riequilibrio territoriale e lo sviluppo del Mezzogiorno, assicurando, a tal fine, per quanto di competenza, l'attuazione della clausola che destina almeno il 40 per cento delle risorse allocabili territorialmente alle regioni del Meridione;

4) a proseguire nell'azione diretta a garantire un utilizzo sinergico, più razionale ed efficiente delle risorse europee e nazionali destinate alla realizzazione degli investimenti pubblici, con particolare riguardo al rafforzamento dell'autonomia energetica, al sostegno alle attività produttive, alla transizione clean e digitale, in linea con la nuova strategia annunciata dalla Commissione europea, nonché all'attuazione delle politiche di coesione.
(1-00429) «Lucaselli, Candiani, Pella, Romano, Mantovani, Comaroli, Pisano, Cannata, Giglio Vigna, Cannizzaro, Giorgianni, Bagnai, D'Attis, Mascaretti, Barabotti, Mangialavori, Rampelli, Cattoi, Angelo Rossi, Frassini, Trancassini, Ottaviani, Tremaglia, Ambrosi, Di Maggio, Donzelli, Gabellone, Giordano, Rotondi, Rachele Silvestri».


   La Camera,

   premesso che:

    1) l'Unione europea ha risposto alla crisi pandemica con il Next generation EU (Ngeu), un programma di portata e ambizione inedite che prevede investimenti e riforme per accelerare la transizione ecologica e digitale, migliorare la formazione delle lavoratrici e dei lavoratori, conseguire una maggiore equità di genere, territoriale e generazionale, e che segna un cambiamento radicale sia per la modalità di messa a terra e di attuazione dei relativi progetti e sia per l'entità di risorse messe in campo pari a 750 miliardi di euro, di cui oltre la metà (390 miliardi) costituita da sovvenzioni a fondo perduto;

    2) per un Paese come l'Italia, che deve modernizzare la sua pubblica amministrazione, rafforzare il suo sistema produttivo e intensificare gli sforzi nel contrasto alla povertà, all'esclusione sociale e alle disuguaglianze, il Next generation EU può essere l'occasione per riprendere un percorso di crescita economica sostenibile e duraturo attraverso la rimozione di quegli ostacoli che negli ultimi decenni ne hanno bloccato la crescita;

    3) l'Italia è la principale beneficiaria, in valore assoluto, dei due strumenti del Next generation EU: il Dispositivo per la ripresa e la resilienza (Rrf) e il Pacchetto di assistenza alla ripresa per la coesione e i territori d'Europa (React-EU);

    4) il solo Dispositivo per la ripresa e la resilienza garantisce risorse totali (ossia per tutti i Paesi dell'Unione europea) per 191,5 miliardi di euro, da impiegare nel periodo 2021-2026, delle quali 68,9 miliardi costituiscono sovvenzioni a fondo perduto. L'Italia intende utilizzare appieno la propria eccezionale dote finanziaria riservatale dal l'Unione europea, stimata in 122,6 miliardi di euro, dietro la presentazione di un pacchetto di investimenti e riforme denominato Piano nazionale di ripresa e resilienza;

    5) il Piano nazionale di ripresa e resilienza, in quanto parte di una più ampia e ambiziosa strategia, può, pertanto, rappresentare una straordinaria occasione per l'Italia, una sorta di «tornante storico» per rispondere ai problemi che la attanagliano, in primis una crisi economica e sociale aggravata dalla pandemia globale, affrontando le grandi trasformazioni determinate dalle transizioni digitale e verde, colmando i persistenti e marcati divari territoriali, recuperando le fratture sociali che minano i rapporti civili, riducendo le disuguaglianze e, soprattutto, rispondendo alla principale emergenza del Paese: la diffusione di tipologie contrattuali di lavoro meno tutelate, precarie e atipiche che interessano quote elevate di donne, giovani e stranieri;

    6) per garantire il corretto andamento del Piano nazionale di ripresa e resilienza, il Governo ha messo in piedi una complessa struttura di governance per monitorare l'attuazione dei progetti e la dinamica della spesa, il cui compito consiste, a seconda dei casi, nel fornire linee di indirizzo, risolvere i conflitti politico-istituzionali, monitorare l'andamento dei progetti e superare eventuali stalli ed elementi di criticità che possano compromettere il rispetto delle scadenze, una condizione essenziale, dirimente ed imprescindibile affinché l'Italia si aggiudichi effettivamente le risorse previste per la realizzazione del Piano;

    7) la suddetta governance prevede che per la concreta attuazione del Piano nazionale di ripresa e resilienza non è sufficiente la sola ed esclusiva azione del Governo, ma anche quella degli enti territoriali (tra cui regioni, province e comuni) individuati, in solido, quali soggetti attuatori del Piano che possono, nel caso in cui non operino correttamente o comunque non rispettino le tappe del cronoprogramma, essere soppiantati dai poteri sostitutivi del Governo (che nel frattempo sono stati progressivamente accentrati e rafforzati), attraverso i quali può attribuire a un altro organo l'esecuzione dei progetti;

    8) nonostante l'esistenza di tale apparato, quella dell'attuazione del Piano nazionale di ripresa e resilienza italiano continua a rappresentare una corsa contro il tempo che accresce gli interrogativi e legittima timori e perplessità circa la capacità di rispettare le scadenze e portare a compimento tutti gli investimenti entro la deadline fissata al 30 giugno 2026. Numerose relazioni ed analisi curate da soggetti istituzionali a ciò preposti (Corte dei conti, Ufficio parlamentare di bilancio ed altri) testimoniano, infatti, come, a fronte di progressi formali, con riferimento a numerosi e fondamentali obiettivi lo stato di attuazione del Piano nazionale di ripresa e resilienza italiano registra ritardi significativi nella spesa che non legittimano l'inspiegabile ottimismo del Governo rispetto alla capacità di spesa dei prossimi sedici mesi;

    9) le vere criticità del Piano nazionale di ripresa e resilienza risiedono anche nella poca trasparenza e nello scarso coinvolgimento della società civile: la situazione – paradossale per un Piano performance-based – sconta la mancanza di un sistema strutturato per la verifica dello stato di avanzamento di milestone e target. A fronte di qualche dato percentuale sulla spesa complessiva, si registra, in particolare, la carenza di informazioni essenziali circa l'efficacia e la qualità dei singoli esborsi che rendono alquanto opaco il processo attuativo;

    10) con la sesta Relazione al Parlamento sullo stato di attuazione del Piano nazionale di ripresa e resilienza, presentata il 31 marzo 2025, a giudizio dei firmatari del presente atto di indirizzo il Governo continua a rivendicare, con toni trionfalistici, risultati che poco hanno a che vedere con la sua azione politica e la sua fallimentare gestione del Piano, tra cui il primato che il nostro Paese occuperebbe nella realizzazione in termini di obiettivi raggiunti, di risorse complessivamente ricevute e di richieste di pagamento formalizzate. Inoltre, il documento metterebbe in evidenza che l'Italia ha ricevuto finora dalla Commissione europea l'importo economico più rilevante, pari a 122 miliardi di euro in termini assoluti e al 63 per cento della dotazione complessiva del Piano, a fronte di 337 traguardi già dichiarati raggiunti su 621 totali e progetti attivati che cumulano il 92 per cento delle risorse disponibili, un'affermazione, quest'ultima, palesemente fuorviante visto che il nostro Paese, pur essendo primo in termini assoluti per numero di obiettivi e traguardi raggiunti, non lo è in termini percentuali, avendo negoziato un numero di milestone e target più elevato rispetto agli altri Paesi membri;

    11) il documento precisa, inoltre, che il Governo, il 30 dicembre 2024 ha avanzato alla Commissione europea la richiesta di pagamento della settima rata, del valore di 18 miliardi e 300 milioni di euro, la più impegnativa tra quelle rendicontate finora, legata al raggiungimento di 67 obiettivi (32 target e 35 milestone), con la cui riscossione l'avanzamento finanziario del Piano dovrebbe superare quota 140 miliardi di euro, corrispondente a oltre il 72 per cento del finanziamento complessivo del Piano nazionale di ripresa e resilienza;

    12) altro primato riguarderebbe il ritmo di implementazione del Piano nazionale di ripresa e resilienza italiano, che sembra essere superiore a quello di altri Paesi europei, essendo il più importante in termini di risorse totali: 194,4 miliardi di euro, seguito da quello spagnolo (163), polacco (60) e francese (42), una condizione che dovrebbe costituire una sfida notevole perché aumenta la pressione sulla struttura amministrativa per la messa a terra dei progetti;

    13) il confronto internazionale restituirebbe il dato che l'Italia si colloca tra i paesi dove il Piano sta procedendo più celermente, in relazione agli accordi stabiliti con la Commissione europea: il 43 per cento dei traguardi e obiettivi sarebbero stati raggiunti, rispetto al 28 per cento medio dei Paesi i cui piani hanno un valore di almeno 5 miliardi di euro; il 64 per cento delle risorse sarebbero già state erogate all'Italia dall'Europa, un valore ben sopra al 48 per cento della media europea, anche se occorre tener presente che, con l'approssimarsi della scadenza del Piano, quei Paesi che hanno ricevuto un importo più limitato di risorse potrebbero rapidamente colmare il vantaggio maturato fino ad oggi dal Piano italiano;

    14) di contro, sotto l'aspetto sostanziale l'avanzamento finanziario a fine 2024 indica pagamenti effettivi per 63,9 miliardi di euro, cioè appena 18,3 miliardi di euro sopra i livelli di fine 2023, pertanto resterebbero da riconoscere in soli due anni 130,5 miliardi di euro, dunque, al ritmo di 65 miliardi di euro l'anno e di 5,5 miliardi di euro al mese: un'accelerazione nella spesa per investimenti (che, tra l'altro, riguardano asili, scuole, ospedali, residenze universitarie, dissesto idrogeologico, linee ferroviarie nel Mezzogiorno e alta velocità) difficile da immaginare rispetto alla capacità di spesa mostrata nell'ultimo biennio, che potrebbe indurre il Governo a rinunciare, in sede di prossima richiesta rimodulazione del Piano già avanzata alla Commissione europea, a qualche finanziamento;

    15) per sua stessa ammissione, secondo il Governo, delle risorse stanziate finora per la missione 7 «Repower EU» è stato speso l'1,45 per cento, per la missione 6 «Salute» il 18 per cento, per la missione 5 «Inclusione e coesione» il 18,6 per cento, tutti dati certificati anche dalla Ragioneria generale dello Stato e che sembrerebbero voler indurre il Ministro dell'economia e finanze a chiedere alla Commissione europea la proroga al 2027 della scadenza del Piano;

    16) un'ulteriore ammissione indiretta di ritardi e difficoltà di completa attuazione del Piano da parte del Governo è anche la proposta di rimodulazione del Piano avanzata alla Commissione europea. Per rispettare il cronoprogramma stabilito, l'Italia deve infatti completare, con la riscossione delle ultime tre rate, 284 traguardi e obiettivi nei prossimi tre semestri, di cui 177 da conseguire nell'ultimo semestre che avrà scadenza il 30 giugno 2026;

    17) i dati riportati dalla sesta Relazione, pur se hanno squarciato parte di quel velo di opacità che ammanta l'iter attuativo del Piano, rivelano che sempre sul fronte dell'avanzamento finanziario si addensano, in realtà, ulteriori nubi ben evidenziate anche con l'ultima Relazione al Parlamento dalla Corte dei conti, secondo la quale il livello attuale di spesa è pari ad un terzo di quello programmato. Inoltre, nonostante il raggiungimento degli obiettivi qualitativi e quantitativi, stabiliti a livello nazionale e concordati a livello europeo, sia in linea con le previsioni, permangono alcune criticità che richiedono attenzione costante e interventi mirati, soprattutto in vista della scadenza del Piano. La magistratura contabile ha, inoltre, rimarcato che i dati della piattaforma Regis mostrano un rinvio di spese programmate per il biennio 2023-2024 pari a circa 2,4 miliardi di euro, con un conseguente incremento della spesa di 1,2 miliardi nel 2025 e 680 milioni nel 2026, e come la carenza di personale negli uffici di rendicontazione e controllo abbia avuto quale conseguenza un rallentamento nelle verifiche di spesa;

    18) la Corte dei conti ha, inoltre, puntato il dito sul mancato regolare aggiornamento dei dati sulla piattaforma Regis da parte di alcune amministrazioni coinvolte anche a causa di frequenti disallineamenti tra dati interni e ufficiali, una circostanza che rappresenta un ulteriore elemento di criticità, soprattutto alla luce della normativa volta a rafforzare le responsabilità nella gestione degli obiettivi del Piano nazionale di ripresa e resilienza;

    19) secondo un'analisi della Fondazione «Openpolis», basata sui dati riportati nell'ultima «Relazione semestrale sullo stato di attuazione del PNRR al Parlamento» della Corte dei conti, i progetti più ritardatari sul fronte della spesa riguardano: la transizione ecologica, con solo l'8 per cento dei fondi spesi a fronte dell'85 per cento delle riforme attuate, la cultura e il turismo, per cui è stato speso l'11 per cento dei fondi a fronte di riforme completate, e la salute, con una spesa del 14 per cento dei fondi a fronte di tutte le riforme completate. Seguono, nella fallimentare classifica, i progetti per la digitalizzazione, con le riforme completate ma la spesa ferma al 22 per cento, e quelli per istruzione e ricerca, per cui è stato speso il 26 per cento dei fondi a fronte del 94 per cento di riforme completate. A trainare, invece, la classifica sarebbero i progetti destinati alle infrastrutture, per cui è stato speso il 46 per cento dei fondi, e quelli destinati alle imprese, con il 47 per cento;

    20) dalla consultazione della banca dati Regis (sistema gestionale unico del Piano nazionale di ripresa e resilienza) emerge che, al 31 dicembre 2024, risultano spesi 62,2 miliardi di euro (appena il 32 per cento delle risorse complessive). Le misure per le quali risulta la maggiore spesa, in termini assoluti, sono il rafforzamento dell'ecobonus per l'efficienza energetica (14 miliardi di euro), il credito d'imposta per i beni strumentali 4.0 (8,8 miliardi di euro), la linea di collegamento ad alta velocità Brescia-Verona-Vicenza-Padova (3 miliardi di euro). La missione 2 («Rivoluzione verde e transizione ecologica») risulta, invece, quella in cui residuano le maggiori risorse da spendere (circa 36 miliardi di euro), nonostante rappresenti uno dei pilastri del progetto Next generation EU e direttrice imprescindibile dello sviluppo futuro;

    21) sin dalle prime previsioni ufficiali, si è assistito ad uno slittamento in avanti della pianificazione annuale di spesa, spesso motivato dalla necessità di tempistiche più lunghe per avviare i progetti, rinvio che oggi potrebbe essere considerato come un vero e proprio ritardo nell'utilizzo delle risorse, una preoccupazione, tra l'altro, che sembra essere compatibile con le stime contenute nell'ultimo Piano strutturale di bilancio dove l'impatto annuale del Piano nazionale di ripresa e resilienza sul prodotto interno lordo registra una percentuale di crescita aggiuntiva per il 2024 di appena 0,1 per cento, rispetto allo 0,9 per cento indicato nel documento di economia e finanza del mese di aprile 2024;

    22) i probabili ritardi hanno un'implicazione ovvia, ossia quella di rinviare l'impatto sulla crescita del prodotto interno lordo, poiché, spostando la pianificazione delle risorse, si spostano gli effetti sul prodotto interno lordo. Infatti, le stime di impatto del Piano sui primi anni di implementazione sono state abbassate dal Governo di pari passo con la revisione della distribuzione temporale della spesa per anno, anch'essa sistematicamente spostata in avanti. Finché si è potuto rinviare le spese agli anni futuri, l'impatto finale del Piano nazionale di ripresa e resilienza è rimasto, per una questione puramente automatica, elevato, ragion per cui nel Piano strutturale di bilancio la stima di impatto cumulato al 2026, nell'ipotesi di efficienza alta, è stata rivista leggermente al rialzo (+0,3 per cento) rispetto all'ultimo documento di economia e finanza di aprile 2024, passando dal 3,4 per cento al 3,7 per cento;

    23) il suddetto rinvio, a due anni dalla conclusione del Piano, può costituire un problema poiché i punti percentuali di crescita aggiuntiva «spariti» dal 2024 sono stati quasi completamente attribuiti all'ultimo anno, il 2026, tanto che la stima di impatto del Piano nazionale di ripresa e resilienza sul prodotto interno lordo 2026 è raddoppiata, da 0,8 per cento a 1,6 per cento. Tuttavia, una stima di crescita aggiuntiva così ampia fa sorgere molte perplessità, poiché prendendola alla lettera e immaginando che al 2026 lo scenario senza l'impatto del Piano nazionale di ripresa e resilienza sia allineato con la crescita media annua pre-pandemia (+0,5 per cento), con un calcolo molto approssimativo ci si dovrebbe aspettare una crescita del prodotto interno lordo oltre il 2 per cento, per quanto, come pure riportato in audizione da Banca d'Italia, si tratti di «prospettive circondate da incertezza straordinaria, su cui gravano forti rischi al ribasso»: una stima che confligge con quella dei maggiori previsori nazionali e internazionali che prevedono una crescita nel 2026 intorno all'1 per cento e non paiono, quindi, scontare uno scenario di impatto del Piano così ampio;

    24) il ritmo di implementazione del Piano nazionale di ripresa e resilienza italiano sembra essere superiore a quello di altri Paesi europei essendo il più importante in termini di risorse totali: 194,4 miliardi di euro, seguito da quello spagnolo (163), polacco (60) e francese (42), una condizione che dovrebbe costituire una sfida notevole perché aumenta la pressione sulla struttura amministrativa per la messa a terra dei progetti;

    25) il confronto internazionale restituirebbe il dato che l'Italia si colloca tra i paesi dove il Piano sta procedendo più celermente, in relazione agli accordi stabiliti con la Commissione europea: il 43 per cento dei traguardi e obiettivi sarebbero stati raggiunti, rispetto al 28 per cento medio dei Paesi i cui piani hanno un valore di almeno 5 miliardi di euro; il 64 per cento delle risorse sarebbero già state erogate all'Italia dall'Europa, un valore ben sopra al 48 per cento della media europea, anche se occorre tener presente che, con l'approssimarsi della scadenza del Piano, quei Paesi che hanno ricevuto un importo più limitato di risorse potrebbero rapidamente colmare il vantaggio maturato fino ad oggi dal Piano italiano;

    26) sul fronte delle politiche sulla casa volte ad incidere sul problema della tensione e del disagio abitativo, il Piano nazionale di ripresa e resilienza destina all'edilizia residenziale pubblica e a quella sociale risorse per 2,8 miliardi di euro, rientranti prevalentemente nel Piano innovativo per la qualità dell'abitare (PINQuA), ai quali aggiungere, in parte, la dotazione pari a 2 miliardi di euro del Piano nazionale complementare «Sicuro, verde e sociale». Tali misure, che puntano soprattutto alla riqualificazione e alla manutenzione, più che a un incremento dello stock mediante nuove costruzioni, evidenziano difficoltà realizzative nel caso di molti progetti: quelli rientranti nel Piano innovativo per la qualità dell'abitare, che rappresenta la misura più strettamente connessa alla questione abitativa, per oltre un terzo presentano ritardi rispetto alla relativa programmazione temporale; inoltre, circa l'80 per cento di questi ritardi si concentra nelle fasi precedenti l'avvio dei lavori, denotando una serie di criticità nei procedimenti autorizzativi;

    27) riguardo all'efficientamento energetico degli edifici, che rappresenta uno dei principali obiettivi del Piano nazionale di ripresa e resilienza, da realizzare, in particolare, attraverso le risorse per il finanziamento del cosiddetto superbonus 110 per cento, dai dati ancora parziali pubblicati dall'Enea, è possibile stimare che gli obiettivi della misura, in termini di risparmio energetico e di emissioni di anidride carbonica, siano stati ampiamente superati. Tuttavia, un'analisi costi-benefici, fatta sia a livello aggregato che a livello di singola tipologia di intervento incentivato, restituisce un tempo di ritorno dell'investimento del superbonus abbastanza elevato (circa 35 anni), non coerente con l'orizzonte di vita utile degli interventi incentivati;

    28) riguardo alle infrastrutture energetiche il Piano nazionale di ripresa e resilienza dedica otto misure volte a sostenerne l'ammodernamento attraverso uno stanziamento pari a 5,5 miliardi di euro, misure delle quali risulta attivata la ripartizione per 53 progetti, che segnano un grado di avvicinamento ai target assegnati pari al 5,7 per cento: un valore ancora molto basso, anche considerata la concentrazione della fase esecutiva dei progetti nel biennio 2025-2026;

    29) anche la transizione ecologica ricopre un ruolo importante all'interno del Piano nazionale di ripresa e resilienza, che attraverso la missione 2 («Agricoltura sostenibile ed economia circolare; Energia rinnovabile, idrogeno, rete e mobilità sostenibile; Efficienza energetica e riqualificazione degli edifici; Tutela del territorio e della risorsa idrica») punta alla completa neutralità climatica e allo sviluppo ambientale sostenibile per mitigare le minacce di eventi naturali ed alla quale destina almeno il 37 per cento dei fondi a disposizione, ma dei quali circa il 92 per cento, risultano, a tutt'oggi, già impegnati per il suddetto superbonus 110 per cento;

    30) a tre anni dall'avvio del Piano nazionale di ripresa e resilienza e a circa 16 mesi dalla sua scadenza lo stato di attuazione della missione «Salute» (M6) è allarmante, con troppi progetti che procedono a rilento, con ritardi nell'esecuzione dei lavori o ancora fermi alla fase di progettazione. Riguardo alle case della comunità risultano finanziati progetti per 1.416 strutture, per un valore complessivo di 2,8 miliardi di euro. Dei progetti monitorati risultano completati e collaudati solo 25 (1,8 per cento del totale), mentre sono 885 i progetti che presentano un ritardo almeno in uno step (62,6 per cento). A dicembre 2024 risultano effettuati pagamenti per soli 261 milioni di euro (pari al 9,2 per cento), ossia per meno di un decimo dei fondi disponibili. I ritardi maggiori nell'esecuzione dei lavori si registrano in Molise, dove tutti i progetti presentano ritardi nell'inizio lavori, Sardegna (con ritardi nel 93,9 per cento dei progetti), Calabria (86,9 per cento) e Campania (78,4 per cento). Le regioni, invece, che registrano meno ritardi sono il Friuli - Venezia Giulia (4,3 per cento), l'Emilia-Romagna (5,9 per cento) e Veneto (6,4 per cento). Nessun ritardo nei lavori delle strutture della Valle d'Aosta;

    31) non meno critica risulta la situazione degli ospedali di comunità, le strutture sanitarie a prevalente gestione infermieristica, fondamentali per garantire le cure intermedie e la continuità assistenziale dopo le dimissioni del paziente. Nell'ambito del Piano nazionale di ripresa e resilienza sono stati finanziati progetti per 427 strutture, per un valore complessivo di 1,3 miliardi di euro, dei quali ne risultano completati e collaudati solo 10 (2,3 per cento del totale), mentre 264 progetti presentano almeno una fase in ritardo (61,8 per cento);

    32) il declino demografico sta interessando molti Paesi sviluppati, tra cui l'Italia; pertanto, il potenziamento dei servizi per l'infanzia, come politica di contrasto alla crisi della natalità, ha assunto una centralità crescente all'interno dell'agenda politica europea e nazionale. A tal proposito anche il Piano per gli asili nido e le scuole dell'infanzia costituisce parte integrante del Piano nazionale di ripresa e resilienza, avendo individuato nei servizi educativi 0-6 anni una priorità strategica, contribuendo agli obiettivi 4 (istruzione) e 5 (parità di genere) dell'Agenda 2030, oltre che all'obiettivo 7 (energia pulita) tramite la riqualificazione degli edifici ed al quale destina 3,24 miliardi di euro per la realizzazione di 150.480 nuovi posti per il potenziamento dell'offerta delle scuole dell'infanzia e degli asili nido, della cui attuazione sono incaricati i comuni, ma il cui stato di avanzamento dei progetti segnala difficoltà che potrebbero non essere recuperate entro giugno 2026: nessun progetto, infatti, risulta nella fase iniziale di programmazione, mentre 81 progetti (per un valore di 82,6 milioni di euro) del Nuovo piano asili nido sono ancora in fase di progettazione. Circa 2.240 progetti (per 3,1 miliardi di euro) sono in esecuzione, di cui il 92 per cento (2,9 miliardi di euro) in corso di realizzazione. Altri 420 progetti (426,7 milioni di euro) sono nella fase conclusiva, ma solo 88 risultano completati. Infine, per altri 440 progetti (372,5 milioni di euro), tutti relativi al Nuovo piano asili nido, mancano del tutto informazioni aggiornate;

    33) anche in base a quanto riportato dall'Ufficio parlamentare di bilancio, particolari ed evidenti disparità tra le varie macro-aree del Paese emergono in maniera più evidente laddove si considerano la quota di progetti già arrivati a conclusione e la capacità di fare bandi e di assegnare gli appalti. La quota di progetti già conclusi è, infatti, bassa dappertutto, anche se nelle regioni del Nord Italia è quasi doppia, evidenziando le maggiori difficoltà che le regioni meridionali incontrano nell'indire le gare e assegnare i lavori. Secondo l'Ufficio parlamentare di bilancio tali disparità sarebbero attribuibili in parte a storiche difficoltà del Mezzogiorno nella preparazione e nello svolgimento delle gare, soprattutto da parte di stazioni appaltanti di piccole dimensioni, ed in parte all'estrema frammentazione del Piano e all'elevata numerosità di piccoli progetti, i cui soggetti attuatori, di natura privata o mista (scuole, associazioni, imprese, consorzi, singole partite Iva o ragioni sociali ed altri), oltre ad essere dispersi sul territorio, dimostrano una limitata esperienza di gestione delle gare. Se, da un lato, sembrerebbe una chiara scelta pensata per consentire un maggiore coinvolgimento delle comunità territoriali, dall'altro l'Ufficio parlamentare di bilancio individua proprio in questa scelta uno dei motivi dei ritardi accumulati finora, anche in termini di trasmissione dei dati riguardanti l'assegnazione dei lavori e di monitoraggio sul loro avanzamento. Per questo sarebbe necessario intervenire a sostegno dei soggetti attuatori più in difficoltà, anche per evitare che il divario tra Nord e Sud del Paese e tra aree all'interno delle singole regioni si acuisca ancor di più, divario che il Piano nazionale di ripresa e resilienza punta, tra le condizionalità trasversali, a ridurre;

    34) tra le misure meno performanti, inoltre, ne spiccano tre per dimensione: la componente C1-«Politiche attive del mercato del lavoro» (M5C1), per la quale era prevista una spesa di 2,6 miliardi di euro entro il 2024, ma al 31 ottobre 2024 ne erano stati spesi soltanto il 7 per cento; la componente C1-«Sostegno al sistema di produzione per la transizione ecologica, le tecnologie a zero emissioni nette e la competitività e la resilienza delle catene di approvvigionamento strategiche:» e M2C1 «Contratti di filiera in agricoltura», per i quali erano previsti circa 2 miliardi di euro di spesa ciascuno, ma per i quali al 31 ottobre 2024 non risultava alcuna spesa effettuata;

    35) inoltre, anche per le 126 misure con importo inferiore ai 500 milioni di euro e bassi livelli di spesa sono presenti ritardi di realizzazione: su 13,5 miliardi di euro previsti ne sono stati spesi solo 2,6, cioè appena il 19 per cento;

    36) l'Italia, come gli altri Stati membri dell'Unione europea, dovranno individuare entro giugno 2025 i progetti del Piano nazionale di ripresa e resilienza che rischiano di non essere completati entro agosto 2026. Tale revisione di medio termine, pilotata dalla Commissione europea, oltre alla modifica dei progetti a rischio, implicherebbe anche la possibilità, come recentemente chiarito dal Vicepresidente esecutivo della Commissione europea con deleghe alla coesione e alle riforme Raffaele Fitto, di aumentare le spese per la competitività, per la produzione industriale nel settore della difesa, per il miglioramento della mobilità militare, per gli alloggi, per la resilienza idrica e per la transizione energetica, attraverso l'eventuale ricorso ai fondi destinati alla politica di coesione, lasciando, pertanto, ciascun Paese membro libero se avvalersene o meno;

    37) l'eventuale ricorso da parte del Governo italiano ai fondi europei rischierebbe di trasformarli in una forma di finanziamento diretto e indiretto alle lobby militari e in uno strumento al servizio dell'industria della difesa e della militarizzazione dell'economia europea,

impegna il Governo:

1) a escludere categoricamente la possibilità per l'Italia di dirottare i fondi per le politiche di coesione verso la spesa per la difesa, l'industria bellica e la mobilità militare;

2) ad adottare iniziative di competenza volte a completare entro il 30 giugno 2026, senza la richiesta di ulteriori proroghe e/o rimodulazioni, le opere previste dal Piano, con particolare riferimento a quelle relative alle case e agli ospedali di comunità, agli asili nido, alle residenze universitarie, agli interventi contro il dissesto idrogeologico e alle linee ferroviarie nel Mezzogiorno;

3) ad adottare iniziative di competenza volte a rafforzare la capacità amministrativa, in particolare a livello subnazionale, per realizzare gli impegni del Piano;

4) ad esercitare da parte dei rispettivi Ministeri un maggiore impulso sui soggetti attuatori, esercitando il ruolo di coordinamento, monitoraggio, rendicontazione e controllo, assumendo una maggiore responsabilità attraverso un monitoraggio costante e continuativo dei dati di avanzamento fisico, procedurale e finanziario delle misure di propria competenza, esercitando il costante controllo dell'avanzamento dei relativi obiettivi intermedi e finali, nonché della trasmissione e validazione dei dati finanziari e di realizzazione fisica e procedurale dei singoli progetti;

5) ad affrontare i gravi ritardi riportati in premessa, che stanno caratterizzando e inficiando la piena attuazione del Piano nazionale di ripresa e resilienza italiano, attraverso un'attenta analisi e il superamento di tutti quei fattori che, oltre a determinarli, rischiano di compromettere la capacità di spesa delle risorse disponibili e l'efficacia e la tempestività delle misure in esso previste, quali:

  a) la complessità burocratico-amministrativa insita nelle procedure documentali per l'approvazione e la gestione dei progetti, nonché la scarsa flessibilità e tempestività nei processi decisionali;

  b) la mancanza di coordinamento tra i diversi livelli di governo e le difficoltà nella selezione e nel reclutamento del personale necessario per l'implementazione dei progetti;

  c) le difficoltà delle singole amministrazioni nell'attuazione dei progetti e nella loro rendicontazione a causa della mancanza di personale qualificato;

  d) la mancanza di una corretta pianificazione e di un sistema di monitoraggio e di valutazione continuo, che richiedano la raccolta e l'analisi di grandi quantità di dati su aree tematiche eterogenee e trasversali, al fine di garantire l'efficacia e l'efficienza del Piano e l'ottenimento dei risultati attesi;

  e) le potenziali resistenze e conflitti di interesse tra le diverse istituzioni e gli attori chiave coinvolti nell'attuazione del Piano e che concorrono all'ottenimento delle diverse somme finanziarie messe a disposizione;

  f) la mancanza di una piena trasparenza e responsabilità nella gestione delle risorse, nonché di un miglior coordinamento tra i diversi attori coinvolti, al fine di garantire un maggiore controllo civico;

  g) la mancanza di una capacità di spesa effettiva;

  h) le debolezze strutturali e organiche delle amministrazioni, sia centrali che locali, causate da decenni di mancato reclutamento, sia numerico che qualitativo, che continuano a influire pesantemente sul ritmo di attuazione del Piano;

  i) i ritardi nell'implementazione della piattaforma Regis e i disallineamenti contabili tra i sistemi di gestione.
(1-00430) «Ghirra, Zanella, Bonelli, Fratoianni, Borrelli, Dori, Grimaldi, Mari, Piccolotti, Zaratti».


   La Camera,

   premesso che:

    1) a poco più di un anno dal termine ultimo per l'attuazione del Piano nazionale di ripresa e resilienza, la spesa dei fondi e lo stato di avanzamento dei progetti sono in forte ritardo;

    2) la sesta relazione sullo stato di attuazione del PNRR – relativa al conseguimento degli obiettivi previsti per il secondo semestre del 2024 da cui dipende l'erogazione dei 18,3 miliardi di euro della settima rata – oltre ad essere stata trasmessa dal Governo alle Camere soltanto il 31 marzo 2025, non fornisce un quadro completo e trasparente sull'andamento effettivo del Piano e sull'impatto reale per cittadini e imprese, confermando delle criticità;

    3) secondo quanto rilevato nel mese di febbraio 2025 dal Servizio studi di Camera e Senato, a fronte di 194,4 miliardi di euro di risorse totali messe a disposizione dal Piano come revisionato con decisione di esecuzione dell'8 dicembre 2023 (122,6 miliardi in prestiti e 71,8 miliardi in sovvenzioni), di cui 122,1 miliardi di euro già erogati all'Italia dalla Commissione, la spesa contabilizzata era pari, al 31 dicembre 2024, a 62,2 miliardi di euro (64 secondo la relazione del Governo), corrispondente a circa il 32 per cento delle risorse complessive;

    4) per completare il Piano entro il 2026 è necessario spendere oltre 130 miliardi in un anno e mezzo, con un ritmo ben più elevato rispetto a quello attuale;

    5) su base annua, tali dati indicano che la spesa effettiva nel corso del 2024 non raggiungerebbe i 20 miliardi di euro – a novembre 2024, secondo la rilevazione svolta dalla Corte dei conti, era ancora a 12,6 miliardi di euro –, al di sotto di quanto previsto dal cronoprogramma, sia rispetto alle stime di spesa pianificate a sistema ReGiS (a maggio quantificate in 43,2 miliardi di euro, e a novembre scese a 42,1 miliardi di euro) che a quelle ben più contenute indicate dal Governo nel documento programmatico di bilancio a fine ottobre (circa 22 miliardi di euro);

    6) lo scostamento dell'avanzamento finanziario del Piano rispetto al cronoprogramma – più volte rilevato dalla Corte dei conti, da ultimo nella relazione semestrale al Parlamento sullo stato di attuazione del PNRR presentata il 9 dicembre 2024 – persiste nonostante le varie revisioni dello stesso nella direzione di un progressivo rallentamento e di un'ulteriore concentrazione della spesa sugli ultimi anni di attuazione, aggiungendo perplessità a un quadro già preoccupante, tenuto conto dello sforzo realizzativo richiesto nella fase conclusiva e della possibilità di una nuova revisione del Piano;

    7) anche in relazione al cronoprogramma di spesa per il 2025, il dato presente in ReGiS, pari a circa 2,5 punti di Pil, è stato rivisto nelle previsioni del documento programmatico di bilancio a 2 punti di prodotto, con un calo atteso di quasi 12 miliardi di euro;

    8) alla velocità, nonché all'efficienza, della spesa è legata anche la valutazione dell'impatto del PNRR sulla crescita e, quindi, le previsioni macroeconomiche e di finanza pubblica del Paese: tale valutazione è stata rivista più volte nel corso del tempo da parte del Governo, da ultimo nel Piano strutturale di bilancio (Psb) di fine settembre 2024 e nel documento programmatico di bilancio (Dpb) di ottobre 2024, con un progressivo slittamento in avanti degli effetti positivi, che è andato di pari passo con le modifiche apportate al profilo temporale di attuazione e di spesa delle risorse del Piano;

    9) i ritardi nella spesa sono imputabili solo in minima parte alle difficoltà di contabilizzazione sulla piattaforma ReGiS, che i provvedimenti adottati dal Governo per porvi rimedio non hanno in ogni caso sanato;

    10) nel complesso, secondo l'analisi svolta dal Centro studi Confindustria a febbraio 2025 e come confermato dalla relazione del Governo, osservando la capacità di spesa per tipologia al 31 dicembre 2024, la più avanzata è stata quella di più semplice realizzazione, relativa agli incentivi fiscali (in particolare ecobonus e sismabonus, per circa 14 miliardi di euro e Transizione 4.0, per circa 13,4 miliardi di euro), mentre le misure più complesse, quali in primo luogo i lavori pubblici, si fermano al 21 per cento rispetto al budget;

    11) quanto alla distribuzione della spesa tra le missioni, stando ai dati rilevati a dicembre 2024, la Missione 2 «Rivoluzione verde e transizione ecologica» e la Missione 5 «Inclusione e coesione», sono quelle più problematiche: la prima al di là dell'ecobonus presenta il volume maggiore di spesa non ancora avviata, quindi ferma allo 0 per cento, per singola misura (in particolare per le misure su rinnovabili, agrivoltaico, biometano, ed altre), la seconda ha una percentuale di spesa ferma al 29 per cento rispetto al cronoprogramma e pari al 12 per cento del totale delle risorse allocate. Quanto alla Missione 7 su RepowerEU, inserita con la revisione del 2023 e nel cui ambito è prevista la misura Transizione 5.0 (con uno stanziamento di oltre 6 miliardi di euro), addirittura non sarebbe stata ancora rendicontata alcuna spesa;

    12) con riferimento alle singole misure, nel complesso, circa l'80 per cento presenta un avanzamento della spesa rispetto al complesso delle rispettive risorse al di sotto della soglia del 25 per cento, in particolare oltre il 57 per cento delle misure non supera un livello di spesa del 10 per cento rispetto al budget;

    13) particolari criticità presentano, tra i vari, i progetti relativi alle politiche attive del mercato del lavoro e il progetto Garanzia di occupabilità dei lavoratori (Gol) (con un rapporto tra spesa effettuata e spesa pianificata fermo al 7 per cento) e i piani integrati urbani (15 per cento);

    14) tra le misure con livello di spesa tra il 25 e il 50 per cento compaiono il Piano per asili nido e scuole dell'infanzia e gli investimenti per la rigenerazione urbana. Per il Piano per asili nido e scuole dell'infanzia, in particolare, il PNRR destina 3,24 miliardi di euro ai fini del potenziamento dell'offerta. Secondo il cronoprogramma finanziario a tutto il 2024 avrebbero dovuto essere spesi 1,7 miliardi di euro delle risorse PNRR, ma risultano spese effettive per circa la metà (817 milioni di euro). Secondo l'analisi svolta dall'Ufficio parlamentare di bilancio, a gennaio 2025 incerto appare il conseguimento dell'obiettivo anche in termini quantitativi (150.480 nuovi posti da realizzare) e temporali (giugno 2026);

    15) in una situazione analoga versa l'obiettivo dei 60.000 nuovi posti letto negli studentati italiani da creare entro giugno 2026, giacché ad oggi sono disponibili soltanto 11.623 posti, circa il 20 per cento, mentre sono stati spesi soltanto 225 milioni di euro a fronte di 1,2 miliardi di euro messi a disposizione;

    16) in corso di verifica sarebbero i progetti del PinQua (Programma innovativo nazionale per la qualità dell'abitare), che punta a riqualificare in modo particolare le periferie e che rappresenta la misura del Piano più strettamente connessa alla questione abitativa: oltre un terzo dei progetti è in ritardo rispetto alla programmazione temporale e circa l'80 per cento dei ritardi si concentra nelle fasi precedenti l'avvio dei lavori;

    17) nel complesso, ritardi si sono accumulati oltre che nell'avanzamento finanziario del PNRR anche nelle fasi di realizzazione dei progetti: secondo la relazione del Governo, risulta completato il 47 per cento dei progetti caricati su ReGiS, pari solo al 14,28 per cento delle risorse. Quasi il 50 per cento dei progetti, corrispondente a circa l'80 per cento degli importi, dovrà essere ultimato negli ultimi semestri di attuazione. Il 4,2 per cento deve ancora essere avviato o non se ne conosce la fase progettuale;

    18) la prolungata incertezza determinata da possibili e indefinite modifiche contribuisce a rallentare ulteriormente l'attuazione del Piano, in assenza di un quadro stabile delle risorse utilizzabili e di una piena e corretta pianificazione dei progetti;

    19) da mesi si susseguono affermazioni contrastanti da parte del Governo: secondo le dichiarazioni rese dal Ministro dell'economia e delle finanze, Giancarlo Giorgetti, il Governo italiano avrebbe intenzione di chiedere una proroga di almeno un anno per completare l'attuazione degli interventi del PNRR;

    20) tale richiesta appare non solo incompatibile con l'attuale quadro normativo dell'Unione europea e con la volontà della Commissione europea di non concedere proroghe, come confermato dal Commissario Serafin, ma anche contraddittorio rispetto alle rassicurazioni fornite dal Governo sull'efficacia della governance attuale e sul rispetto della tabella di marcia del Piano;

    21) al contempo, il Governo prospetta una nuova revisione del PNRR, per cui sarebbe in corso l'interlocuzione con la Commissione europea e che comporterebbe una nuova modifica degli obiettivi da raggiungere e slittamenti ulteriori nel profilo temporale di attuazione, ferma restando la scadenza finale;

    22) con la nuova revisione, il Governo sembra voler affrontare il ritardo accumulato, anziché migliorando la capacità di spesa e i tempi di implementazione, riducendo gli obiettivi finali di alcune misure ed espungendone altre, giudicate irrealizzabili nei tempi, per far confluire risorse su misure con maggiore capacità di assorbimento;

    23) le modifiche interesserebbero le misure su edilizia pubblica, studentati universitari, asili nido e scuole, e molti interventi infrastrutturali, tra i quali alcuni relativi alla rete ferroviaria ad alta velocità nel Sud del Paese;

    24) da ultimo, la stessa Presidente del Consiglio dei ministri, Giorgia Meloni, ha dichiarato che dalla rimodulazione del PNRR si libererebbero 14 miliardi di euro che il Governo intende utilizzare, insieme agli 11 miliardi recuperati dalla riprogrammazione dei fondi di coesione, per misure di sostegno all'economia in risposta ai dazi imposti dagli Stati Uniti, di cui ha continuato nondimeno a negare il grave impatto;

    25) non è chiaro da quali progetti si dovrebbero recuperare tali risorse, tenuto conto che, pur utilizzando quelle ancora disponibili del programma Transizione 5.0 – rimasto di fatto inattuato – mancano all'appello circa 9 miliardi di euro, con il rischio di sottrarli a misure per famiglie e comunità, oltretutto soggette a vincoli specifici di destinazione territoriale;

    26) anche in caso di approvazione da parte della Commissione europea, tali risorse non potrebbero in ogni caso essere fruite dalle imprese prima di molti mesi,

impegna il Governo:

1) a fornire un quadro completo e dettagliato sullo stato di attuazione del PNRR, al fine di consentire il controllo e il monitoraggio dell'avanzamento del Piano e migliorare la trasparenza;

2) a presentare una nuova relazione sull'attuazione della clausola del 40 per cento di investimenti al Mezzogiorno, aggiornata ai dati relativi al 2024, con l'indicazione delle idonee misure correttive eventualmente necessarie;

3) a rispettare il cronoprogramma di attuazione del PNRR, per cogliere a pieno le opportunità di crescita e rilancio economico ad esso collegate;

4) a rendere note le ragioni dei ritardi accumulati nella spesa e nell'attuazione del PNRR e ad indicare gli strumenti per porvi rimedio, prioritariamente attraverso interventi di supporto ai soggetti coinvolti, al fine di sostenere lo sforzo realizzativo concentrato nel periodo conclusivo del Piano;

5) a chiarire se intenda procedere ad una nuova revisione del PNRR e a fornire tempestivamente informazioni alle Camere, con particolare riferimento alle misure del Piano oggetto di modifica;

6) a portare a termine, senza rimodulazioni o stralci, le misure relative alle politiche abitative, alle politiche per il lavoro, al potenziamento dell'offerta dei servizi di istruzione, alla transizione verde e alla rigenerazione urbana, nonché le misure legate alle priorità trasversali, rappresentate da giovani, parità di genere, Mezzogiorno e riequilibrio territoriale;

7) ad assicurare, anche in caso di revisione del PNRR, il rispetto del vincolo di destinazione alle regioni del Sud di almeno il 40 per cento delle risorse allocabili territorialmente;

8) a prevedere, in vista della fase conclusiva del PNRR, un quadro stabile e definitivo delle risorse utilizzabili e una corretta pianificazione dei progetti, rimuovendo fonti di incertezza al fine di favorire l'accelerazione dell'attuazione del Piano.
(1-00433) «De Luca, Braga, Ubaldo Pagano, Filippin, Madia, Prestipino».


   La Camera

impegna il Governo:

1) a presentare una nuova relazione sull'attuazione della clausola del 40 per cento di investimenti al Mezzogiorno, aggiornata ai dati relativi al 2024, con l'indicazione delle idonee misure correttive eventualmente necessarie;

2) a rispettare il cronoprogramma di attuazione del PNRR, per cogliere a pieno le opportunità di crescita e rilancio economico ad esso collegate;

3) a chiarire se intenda procedere ad una nuova revisione del PNRR e a fornire tempestivamente informazioni alle Camere, con particolare riferimento alle misure del Piano oggetto di modifica;

4) ad assicurare, anche in caso di revisione del PNRR, il rispetto del vincolo di destinazione alle regioni del Sud di almeno il 40 per cento delle risorse allocabili territorialmente.
(1-00433)(Testo modificato nel corso della seduta) «De Luca, Braga, Ubaldo Pagano, Filippin, Madia, Prestipino».


MOZIONI BONAFÈ ED ALTRI N. 1-00403, PAVANELLI ED ALTRI N. 1-00435, BOSCHI ED ALTRI N. 1-00437, BENZONI ED ALTRI N. 1-00438 E PIETRELLA, BARABOTTI, MAZZETTI, CAVO ED ALTRI N. 1-00439 CONCERNENTI INIZIATIVE VOLTE A FRONTEGGIARE LA CRISI DEL SETTORE DELLA MODA

Mozioni

   La Camera,

   premesso che:

    1) il settore moda rappresenta un comparto rilevante del made in Italy, rivolto soprattutto all'esportazione in tutti i continenti;

    2) dopo gli anni della pandemia il settore ha inizialmente ripreso a produrre, ma l'incerto e conflittuale contesto internazionale, l'aumento dell'inflazione e la contrazione del potere d'acquisto, il cambiamento nei modelli di consumo hanno determinato una contrazione della domanda e pesanti ricadute sul fatturato delle imprese del comparto;

    3) il settore moda, tessile, abbigliamento, allargato a occhiali, gioielli e beauty, stando alle previsioni della Camera nazionale della moda, chiuderà il 2024 poco sotto i 96 miliardi di euro di fatturato, in calo del 5,3 per cento sul 2023. Più negativi i dati del comparto pelle, pelletteria e calzature: secondo la stima di Confindustria accessori moda, registrerà una flessione dell'8,1 per cento sul 2023;

    4) le associazioni di categoria hanno segnalato da oltre un anno queste criticità, che riguardano, in particolare, la pelletteria, ma anche il calzaturiero e il tessile, evidenziando come la moda non abbia potuto usufruire di misure a sostegno o contributi specifici come quelli sviluppati per altri settori;

    5) la crisi non riguarda solo i grandi marchi, ma principalmente prodotti progettati e commissionati dalle grandi imprese sia italiane che multinazionali, che vengono successivamente realizzate da piccole e micro imprese, da artigiani di altissima specializzazione (aziende contoterziste);

    6) particolarmente colpito è il settore della moda in Toscana che impiega infatti circa 130mila persone: la maggior parte nei segmenti produttivi (tessile, abbigliamento, conceria, calzature, pelletteria, accessori, gioielleria), compresa la produzione di macchinari, un 10 per cento nel terziario (commercio all'ingrosso e intermediazione). Di fatto, quindi il 6-8 per cento di tutti gli occupati della regione lavora in tale comparto, il 40 per cento di tutto il manifatturiero, per un valore aggiunto di 5,5 miliardi di euro. Tutti i principali marchi italiani e stranieri producono direttamente o indirettamente in Toscana;

    7) tali criticità interessano comunque anche altre regioni, come ad esempio l'Emilia-Romagna con 4.000 imprese in crisi e 30.000 addetti coinvolti. Tra i territori più colpiti, spicca il distretto di San Mauro Pascoli, dove la crisi avviatasi nel 2023 si è aggravata nel 2024 facendo sentire i suoi effetti tanto sulle piccole quanto sulle grandi aziende, con un rilevante aumento del ricorso alla cassa integrazione. In base ai dati di Assocalzaturifici, in Emilia-Romagna nei primi 9 mesi del 2024 il ricorso alla cassa integrazione guadagni è quadruplicato rispetto al rispettivo periodo 2023 (1.275.282 ore nel 2024 contro le 315.221 ore del 2023). Su circa 200 aziende produttrici di calzature 12 imprese hanno cessato l'attività nel corso del 2024;

    8) nelle riunioni istituzionali tenute in questi mesi presso il Ministero delle imprese e del made in Italy sono state infatti evidenziate tali criticità, ma non sono state assunte misure efficaci per contrastare la crisi in atto;

    9) nel decreto-legge 28 ottobre 2024, n. 160, convertito, con modificazioni, dalla legge n. 199 del 2024, sono state soltanto predisposte tre settimane di cassa integrazione in deroga (attivate a dicembre 2024) per i dipendenti di imprese, anche artigiane, con un numero di addetti pari o inferiore a 15 operanti nel settore tessile, dell'abbigliamento, calzaturiero e della concia;

    10) dal medesimo decreto-legge sono stati peraltro esclusi numerosi lavoratori delle imprese della filiera, nonostante la segnalazione della XI Commissione della Conferenza delle regioni e delle province autonome al Ministero del lavoro e delle politiche sociali, che aveva tempestivamente inviato una lista di codici Ateco da integrare;

    11) soltanto grazie all'attività parlamentare delle opposizioni e, in particolare, del Partito democratico, nel corso della conversione in legge del suddetto decreto-legge convertito, con modificazioni, dalla legge 20 dicembre 2024, n. 199, le settimane di cassa integrazione straordinaria sono state prorogate almeno fino al 30 gennaio 2025, anche se non sono state inserite tra i beneficiari molte aziende della filiera, rispetto alla citata segnalazione della Conferenza delle regioni e delle province autonome;

    12) secondo le imprese il 2025 segnerà uno spartiacque: dagli ordini di abbigliamento, calzature e pelletteria per l'autunno inverno 2025-2026 e da quelli per tessuti e pellami per la primavera 2026, si capirà se la ripresa del settore potrà davvero attivarsi a fine 2025; oppure se si è di fronte a una crisi strutturale. Sono quindi necessarie misure a tutela dei livelli occupazionali e della liquidità delle imprese almeno per tutto l'anno 2025;

    13) le tre settimane di cassa integrazione attivate con il decreto-legge 28 ottobre 2024, n. 160, per i dipendenti di imprese, anche artigiane, con un numero di addetti pari o inferiore a 15 operanti nel settore tessile, dell'abbigliamento, calzaturiero e della concia, sono scadute a fine gennaio 2025;

    14) nel corso del tavolo ministeriale sulla crisi svolto il 24 gennaio 2025, il Ministero delle imprese e del made in Italy ha reso noto testualmente: «dal monitoraggio dell'Inps rispetto alla cassa integrazione straordinaria per il 2024 e il 2025 per il settore della moda, su cui il Governo ha stanziato circa 110 milioni di euro (73,6 nel 2024 e 36,8 nel 2025), si evince che sono stati erogati allo stato attuale solo 2,9 milioni. Non c'è stato un particolare ricorso delle aziende della moda a questo strumento»;

    15) tali risorse non sarebbero state però utilizzate, non già perché non risulterebbero uno «strumento non utile», come traspare dalle affermazioni del ministero, ma perché (come si evince anche dalla stampa) le aziende interessate avrebbero dovuto anticipare la cassa integrazione straordinaria per poi avere un rimborso dall'Inps, mediamente dopo circa 6 mesi. Si tratta di imprese già in grave difficoltà finanziaria e senza quindi la liquidità necessaria per anticipare tali somme;

    16) questa norma, voluta dallo stesso Governo e come denunciato proprio dalle associazioni delle imprese e dai sindacati di categoria, ha addirittura peggiorato la situazione, costringendo molte piccole e medie imprese alla chiusura per non rischiare il fallimento. L'utilizzo di tali ammortizzatori sociali è infatti applicabile ed utile soltanto per i grandi gruppi industriali che dispongono delle risorse necessarie per anticipare la cassa integrazione guadagni;

    17) alla luce di quanto appena esposto appare ancor più evidente come le norme varate fino ad oggi per contrastare la crisi siano state, ad avviso dei firmatari del presente atto di indirizzo, assolutamente insufficienti rispetto alle criticità ancora in atto;

    18) appare, altresì, eclatante come non bastino interventi spot di sostegno al reddito dei lavoratori dipendenti che non riflettono una prospettiva sistemica di ripresa, né una politica industriale seria;

    19) occorre, quindi, promuovere politiche rapide ed efficaci e stanziare risorse certe sia per contrastare la crisi (tutelando quindi occupazione ed imprese), sia per rilanciare la competitività del settore ed elevare la qualità dei prodotti nei mercati internazionali;

    20) in questi mesi sono stati presentati numerosi atti di controllo e di indirizzo per sollecitare il Governo ed i Ministri competenti ad intervenire sulla crisi del settore moda;

    21) sono stati, altresì presentati molteplici emendamenti, ai numerosi provvedimenti utili discussi dal Parlamento, finalizzati a produrre norme e stanziare risorse a sostegno delle imprese e dei lavoratori del settore;

    22) tali proposte emendative sono state focalizzate:

     a) per quanto riguarda i lavoratori:

      1) all'estensione della cassa integrazione straordinaria per le imprese fino a 15 lavoratori per tutto l'anno 2025;

      2) all'ampliamento della cassa integrazione straordinaria anche per i lavoratori delle imprese facenti parte di tutti i codici Ateco strettamente correlati con i settori già indicati, così come segnalato dalla citata XI Commissione della Conferenza delle regioni e delle province autonome al Ministero del lavoro e delle politiche sociali;

     b) per quanto riguarda le imprese:

      1) all'erogazione di contributi a fondo perduto a favore delle imprese che hanno registrato un consistente calo di fatturato rispetto al 2023;

      2) all'introduzione di incentivi per gli investimenti delle aziende in ricerca, sviluppo, innovazione, riqualificazione del personale, transizione ecologica e transizione digitale;

      3) alla sospensione dei versamenti delle imposte per tutto il 2025 senza applicazione di sanzioni e interessi;

      4) alla sospensione dei pagamenti delle rate dei mutui;

    22) nessuna delle suddette proposte emendative è stata approvata, nonostante le gravissime criticità ancora in atto e le continue richieste di tutte le associazioni sindacali, di tutte le associazioni di categoria e di tutti gli enti locali interessati;

    23) in data 4 dicembre 2024 la Camera dei deputati ha approvato l'ordine del giorno n. 9/02150/006 che impegna Governo a valutare l'opportunità, compatibilmente con il quadro finanziario e i vincoli di bilancio, di introdurre misure di sostegno a favore di imprese e lavoratori del comparto moda;

    24) in data 11 dicembre 2024 la Camera dei deputati ha approvato l'ordine del giorno n. 9/02119-A/022, che impegna il Governo a introdurre nel primo provvedimento utile le opportune disposizioni in favore del comparto moda, finalizzate a riconoscere la cassa integrazione straordinaria per le imprese fino a 15 lavoratori anche per l'anno 2025, nonché ampliare la platea dei lavoratori cui riconoscere l'estensione della cassa integrazione straordinaria anche per i lavoratori delle imprese facenti parte degli altri codici Ateco strettamente correlati con i settori già indicati, così come segnalato dalla XI Commissione della Conferenza delle regioni e delle province autonome al Ministero del lavoro e delle politiche sociali;

    25) con l'articolo 3 del decreto-legge n. 145 del 2013, convertito, con modificazioni, dalla legge n. 9 del 2014, è stato introdotto un credito d'imposta per investimenti in attività di ricerca e sviluppo. Nel mese di luglio 2022 la risoluzione n. 41 dell'Agenzia delle entrate ha mutato l'approccio sul credito d'imposta in ricerca e sviluppo relativo al periodo 2015-2019, escludendo di fatto le imprese del settore moda, che avevano fatto investimenti come ad esempio sui campionari, tra i beneficiari della norma citata;

    26) tale indirizzo, che ha definito anche l'interpretazione retroattiva della norma, ha comportato quindi la richiesta di restituzione, da parte delle aziende, delle somme disposte tramite i crediti di imposta;

    27) appare evidente come oggi, con la crisi del settore, tale procedimento, oltre a mortificare la buona fede delle aziende, rischi di aggravare irrimediabilmente situazioni economiche già precarie;

    28) i nuovi dazi imposti dagli Stati Uniti potrebbero contribuire ad aumentare le criticità del comparto, generando un impatto significativo sui consumatori americani dei settori moda e lusso importati dall'Italia, stimato da Unimpresa fino a 2 miliardi euro annui,

impegna il Governo:

1) a definire in tempi certi e brevi una politica industriale complessiva che valorizzi e sostenga il settore moda, quale seconda manifattura italiana per numero di addetti, con l'adozione di interventi a sostegno della continuità produttiva delle imprese;

2) ad adottare iniziative normative urgenti per sostenere tutta la filiera produttiva del settore moda al fine di garantire gli attuali livelli occupazionali, salvaguardare le professionalità acquisite e sostenere un comparto fondamentale per il made in Italy, dando concretamente seguito agli atti di indirizzo, citati in premessa, già approvati dal Parlamento;

3) ad adottare iniziative normative volte ad estendere la cassa integrazione straordinaria per le imprese fino a 15 lavoratori (introdotta dal decreto-legge 28 ottobre 2024, n. 160) per tutto l'anno 2025, introducendo contestualmente previsioni che possano garantire a tutte le imprese beneficiarie di accedervi senza anticipare la liquidità necessaria;

4) ad ampliare la platea dei beneficiari cui riconoscere l'estensione della cassa integrazione straordinaria includendo anche i lavoratori delle imprese facenti parte degli altri codici Ateco strettamente correlati con i settori già indicati, così come segnalato dalla XI Commissione della Conferenza delle regioni e delle province autonome al Ministero del lavoro e delle politiche sociali;

5) ad adottare iniziative di competenza volte ad erogare contributi a fondo perduto a favore delle imprese che hanno registrato un consistente calo di fatturato rispetto agli anni 2023 e 2024;

6) ad adottare iniziative di competenza per introdurre sia incentivi per gli investimenti delle aziende in ricerca, sviluppo, innovazione, riqualificazione del personale, transizione ecologica e transizione digitale, sia misure strutturali a sostegno della competitività del settore, in particolare per limitare la sleale concorrenza di quelle produzioni di scarsa o pessima qualità che inondano il mercato di nuove collezioni a cadenza quasi giornaliera (cosiddetta «fast fashion»), lasciando al sistema Paese gli oneri di gestione del fine vita di crescenti quantità di materiali scarsamente riciclabili e riutilizzabili;

7) a garantire, tramite apposite iniziative normative, la sospensione per le imprese dei versamenti delle imposte per tutto il 2025 senza applicazione di sanzioni e interessi;

8) ad adottare iniziative di competenza per assicurare la sospensione per le imprese dei pagamenti delle rate dei mutui;

9) ad adottare iniziative di competenza per individuare risorse e strumenti atti a superare l'attuale limite dimensionale delle Pmi del settore, favorendo la creazione di consorzi, accordi di rete, fusioni societarie;

10) ad adottare iniziative, anche di carattere normativo, per superare l'interpretazione retroattiva dell'articolo 3 del decreto-legge n. 145 del 2013, al fine di evitare che le aziende del comparto moda interessate debbano restituire le somme legittimamente fruite derivanti dall'applicazione dei crediti di imposta ricerca e sviluppo 2015-2019;

11) ad attivare un tavolo permanente presso il Ministero delle imprese e del made in Italy, coinvolgendo tutti gli attori e le istituzioni competenti della filiera ed in particolare i sindaci degli enti locali interessati, al fine di monitorare periodicamente le criticità del settore moda e verificare l'efficacia degli interventi predisposti;

12) ad adottare iniziative urgenti per monitorare i possibili effetti dei nuovi dazi Usa sul settore moda nazionale e varare un piano straordinario di interventi al fine di limitarne l'impatto sulla continuità produttiva ed occupazionale delle imprese.
(1-00403)(Nuova formulazione) «Bonafè, Peluffo, Ciani, De Luca, De Maria, Di Sanzo, Fornaro, Fossi, Furfaro, Gianassi, Ghio, Manzi, Merola, Toni Ricciardi, Scotto, Simiani, Vaccari, Braga».


   La Camera,

   premesso che:

    1) il settore della moda, fiore all'occhiello del made in Italy, ha subito negli ultimi anni diversi shock esogeni che vanno dalla chiusura del mercato globale a causa dell'emergenza epidemiologica da Sars-Cov-2, al rialzo dei prezzi dell'energia e delle materie prime fino alla forte diminuzione degli scambi internazionali determinati dall'instabilità geopolitica e dal basso profilo della domanda di alcuni tra i maggiori mercati dei prodotti della moda, quali Germania e Giappone;

    2) nel 2024 il settore della moda ha registrato la performance peggiore del made in Italy, con una produzione del tessile, abbigliamento e pelli che ha segnato un calo dell'8,8 per cento su base annua, con una grave accentuazione (-9,3 per cento) nel mese di marzo, pari ad una perdita di ricavi pari di 15 milioni di euro al giorno rispetto al 2023;

    3) la filiera della moda nazionale è estesa e articolata, caratterizzata da una fase produttiva in cui prevalgono le piccole e medie imprese e una fase finale post-produzione operata in prevalenza da grandi marchi;

    4) la crisi colpisce in modo particolare il sistema della piccola impresa e dell'artigianato. Nel settore sono attive 49.593 micro e piccole imprese con 279.000 addetti, il 61,5 per cento del totale del settore. Le 34.000 imprese artigiane attive danno lavoro a 139.000 addetti, pari al 30,6 per cento dell'occupazione della moda;

    5) a partire dall'inizio degli anni '90 alcune parti della filiera, quelle a più basso valore aggiunto e ad alta intensità di lavoro, sono passate nelle mani di imprenditori stranieri o sono state delocalizzate in paesi con un minor costo del lavoro. L'industria nazionale della moda ha però mantenuto in Italia le produzioni relative alle prime linee, ossia quelle che riguardano i prototipi e i campioni, le produzioni di nicchia e quelle posizionate sulla fascia alta del mercato, per le quali il made in Italy rappresenta un valore apprezzato dal consumatore, soprattutto straniero. Ed è proprio alle produzioni relative alle prime linee che le imprese finali medio-grandi con marchi a elevata visibilità e riconoscibilità si affidano per le loro forniture;

    6) aver mantenuto all'interno dei confini gran parte del processo produttivo e delle competenze di qualità ha garantito al sistema moda italiano un vantaggio competitivo indiscutibile che si registra anche in termini di capacità innovativa: l'innovazione caratterizza da sempre il sistema e contribuisce a renderlo particolarmente resiliente di fronte alle crisi;

    7) anche la filiera della moda, specie nelle fasi di ricerca delle materie prime, fabbricazione e distribuzione, potrebbe essere resa più efficiente e trasparente con l'introduzione di nuovi metodi digitali. In particolare, la digitalizzazione può essere intesa – altresì – anche come driver della stessa sostenibilità permettendo di costruire una catena di fornitura più veloce e flessibile, in modo da ridurre gli sprechi e rendere l'industria fashion meno inquinante;

    8) in molte regioni d'Italia il comparto tessile ha una rilevanza cruciale sotto il profilo economico, sociale e occupazionale, in alcuni casi, come nel distretto umbro, le aziende del settore sono presenti con produzioni di elevata qualità, in grado di coprire tutte le fasi del processo produttivo, dalla filatura al confezionamento. In particolare, il tessile-abbigliamento è uno dei settori di riferimento per la realizzazione di capi di molte griffe francesi, grazie alla presenza di diversi laboratori artigianali al servizio di imprese e brand di lusso nazionali e internazionali;

    9) la «Strategia dell'Unione europea per prodotti tessili sostenibili e circolari», adottata dalla Commissione europea con una Comunicazione del 30 marzo 2022, evidenzia un crescente aumento della produzione e del consumo di prodotti nella filiera del tessile. Secondo quanto riportato dalla Commissione europea, a livello globale, la produzione di prodotti tessili è passata da 58 milioni di tonnellate del 2000 a 109 milioni di tonnellate nel 2020 e si stima possa arrivare a 145 milioni di tonnellate entro il 2030;

    10) secondo i dati forniti dall'Agenzia europea dell'ambiente, gli acquisti di prodotti tessili nell'Unione europea, nel 2020, hanno generato circa 270 chili di emissioni di CO2 per persona, pari a complessive 121 milioni di tonnellate;

    11) il 5 luglio 2023 la Commissione europea ha pubblicato una proposta di revisione della direttiva quadro sui rifiuti (direttiva 2008/98/EC), rivolta in particolare ai comparti dei rifiuti alimentari e tessili, che rappresentano settori ad alta intensità di risorse, che presentano significativi impatti in termini economico-finanziari ed ambientali, e nei quali si rilevano molteplici ostacoli nella transizione verso un'economia circolare e una decarbonizzazione. In particolare, la proposta di direttiva introduce norme volte a rendere i produttori responsabili dell'intero ciclo di vita dei prodotti tessili e a sostenere la gestione sostenibile dei relativi rifiuti in tutta l'Unione europea, attraverso sistemi di responsabilità estesa del produttore (Epr), anche al fine di contrastare la fast fashion e di prevedere nuovi strumenti per la gestione del post consumo, che privilegino la prevenzione dei rifiuti e il riutilizzo e riciclaggio dei prodotti, nel rispetto dei principi di circolarità;

    12) l'innovazione tecnologica e, segnatamente lo sviluppo di sistemi basati sull'intelligenza artificiale generativa, si sta imponendo anche nel settore moda e da questo discende direttamente la necessità di procedere con tempestività e determinazione verso l'upskilling e reskilling degli occupati, adottando e rendendo operative azioni condivise per sostenere processi di innovazione nel campo della formazione e del trasferimento delle competenze, in favore dei lavoratori e delle imprese del settore, volte a migliorare la capacità produttiva delle aziende;

    13) un'ulteriore preoccupazione per il futuro del settore tessile, abbigliamento e pelli – da tutti riconosciuto come strategico per il made in Italy – discende dall'impatto della mancanza del ricambio generazionale che in questo settore, caratterizzato dal trasferimento delle conoscenze tra il lavoratore più esperto e il giovane neoassunto, può facilitare la dispersione di competenze essenziali lungo tutta la filiera produttiva;

    14) gli interventi finora messi a punto appaiono insufficienti, per durata e requisiti dimensionali, e non inclusivi di tutti i settori che compongono la filiera; in particolare, i sindacati hanno evidenziato come il ricorso agli ammortizzatori sociali rischia di risultare inutile se non esteso e rafforzato, nonché accompagnato da politiche industriali mirate, investimenti specifici sulla filiera e sui distretti che favoriscano anche l'aggregazione di impresa, progetti di valorizzazione energetica e interventi di contrasto all'illegalità, al lavoro nero, al dumping contrattuale, ai fenomeni di sfruttamento e alla gravissima piaga della contraffazione a favore della buona e piena occupazione, a partire dalla salute e sicurezza sul lavoro,

impegna il Governo:

1) nel quadro di una complessiva strategia di sostegno e di potenziamento dell'operatività del settore della moda, ad intraprendere tempestive iniziative, anche normative, finalizzate:

  a) ad elaborare interventi di politica industriale di lungo periodo a sostegno del comparto della moda e del relativo indotto, anche attraverso un percorso virtuoso che ristabilisca equilibrio e competitività, a beneficio dei marchi ancora a capitale italiano e dell'intera filiera tessile, moda e accessori, anche preservando le prospettive di ripresa della domanda in un'ottica di medio termine, a garanzia degli attuali livelli occupazionali;

  b) a porre in essere, al fine della tutela del mercato unico e dell'economia europea, tutte le necessarie, tempestive iniziative di competenza affinché l'Europa dia una risposta efficace e proporzionata all'apposizione di dazi da parte degli Stati Uniti, esplorando al contempo l'apertura dell'Italia a nuovi mercati per il settore della moda in direzione di una maggiore diversificazione degli scambi commerciali;

  c) a supportare, attraverso un programma mirato di incentivi di carattere finanziario e fiscale, la creazione di ecosistemi produttivi in cui attivare percorsi di formazione e di affiancamento finalizzati a potenziare le specifiche competenze e professionalità richieste e a favorire la nascita di nuove imprese, anche attraverso accordi di collaborazione tra enti locali, camere di commercio, associazioni di categoria delle micro-piccole e medie imprese, università e istituti tecnici secondari;

  d) a potenziare le misure di tutela della competitività delle aziende titolari dei marchi storici attraverso strumenti di rafforzamento patrimoniale e di sostegno all'internazionalizzazione, nonché a definire agevolazioni di natura fiscale e finanziaria per l'acquisizione da parte di imprese nazionali di aziende titolari di marchi storici in crisi, al fine di tutelarne la proprietà industriale;

  e) a promuovere, anche in ambito europeo, un'azione coordinata e un approccio comune degli Stati membri nella gestione sostenibile dei prodotti tessili, a cominciare dal regime di responsabilità estesa del produttore (Epr), al fine di superare la frammentazione normativa e le conseguenti difficoltà applicative derivanti dalla mancanza di definizioni armonizzate che consentano di individuare soluzioni efficaci a supporto delle piccole e medie imprese, anche nella definizione degli incentivi alla progettazione sostenibile dei prodotti tessili e dei mercati delle materie prime secondarie;

  f) in ossequio al principio di responsabilità estesa del produttore (Epr), ad introdurre una ecotassa da applicare ai prodotti del fast fashion, attraverso la previsione di un sovrapprezzo iniziale per ogni capo prodotto e importato in Italia, al fine di utilizzare i proventi derivanti dalla medesima per finanziare politiche volte a premiare realtà locali che producono capi più durevoli, riciclabili e sostenibili, così disincentivando la vendita e l'acquisto di abbigliamento a basso costo non soggetto agli stessi standard sociali e ambientali vigenti nell'Unione europea;

  g) a qualificare le imprese virtuose anticipando l'introduzione del passaporto digitale di prodotto di cui al regolamento Ue 2024/1781 al fine di rendere accessibili per i consumatori informazioni complete sull'intero ciclo di vita dei prodotti tessili, nonché di migliorare la trasparenza, la tracciabilità end to end e la sostenibilità lungo l'intera filiera produttiva nonché rafforzare la tutela dei diritti di proprietà intellettuale;

  h) a incentivare investimenti in tecnologie e impianti in grado di recuperare materia dagli scarti di lavorazione della frazione tessile e ridurre le emissioni di CO2 con riguardo all'intera filiera, e a definire una strategia nazionale volta a prevenire la produzione di rifiuti tessili in modo strutturale e uniforme sull'intero territorio nazionale;

  i) ad adottare iniziative volte a promuovere la coltivazione della canapa, incrementando la capacità produttiva nazionale, per la realizzazione di tessuti 100 per cento made in Italy nonché a sostenere gli investimenti, la ricerca, la sperimentazione ed innovazione sul territorio nazionale riguardanti i processi relativi alla lavorazione e alla semi-lavorazione a scopo industriale della canapa e delle fibre di canapa, quali prodotti tessili di origine naturale o provenienti da processi di riciclo connotati da una elevata sostenibilità;

  l) a promuovere la ricerca e l'innovazione di nuovi filati di provenienza organica e di nuove tecnologie digitali volte alla riparazione e all'upcycling dei prodotti, anche prevedendo misure di supporto e contributi economici a copertura dei costi di registrazione e protezione della proprietà intellettuale;

  m) a supportare e considerare strategico il settore merceologico dei tessuti per arredamento che comprende produttori di materassi e divani, attraverso un programma mirato di incentivi e norme specifiche per prodotti multimateriali e di grandi volumi che necessitano di un'attenzione particolare nella creazione dei sistemi di responsabilità estesa del produttore (Epr), sistemi di raccolta e trattamento per il riciclo delle materie prime seconde e la creazione di un mercato secondario delle stesse;

  n) a reperire nel primo provvedimento utile di natura finanziaria ulteriori risorse che consentano di prorogare il riconoscimento dell'integrazione salariale a favore dei lavoratori del comparto, estendendone altresì la platea dei beneficiari, ricomprendendo anche i lavoratori delle imprese facenti parte degli altri codici ATECO strettamente correlati con il settore della moda e rimasti esclusi dal beneficio, in un'ottica di valorizzazione e aggregazione di impresa, nonché ad attivare una politica industriale volta a favorire la buona e piena occupazione e a valorizzare l'intero settore, a partire dalla garanzia della salute e della sicurezza sul lavoro;

  o) a prevedere misure agevolative, con particolare riferimento all'abbattimento degli oneri contributivi e alla formazione nelle tecnologie innovative, in favore dei giovani tra i 18 e i 35 anni che vogliano avviare in forma autonoma l'attività di sartoria.
(1-00435) «Pavanelli, Ilaria Fontana, Barzotti, L'Abbate, Cappelletti, Morfino, Appendino, Santillo, Ferrara, Aiello, Carotenuto, Tucci, D'Orso».


   La Camera,

   premesso che:

    1) l'Italia è il primo Paese dell'Unione europea per occupazione dei settori del tessile, abbigliamento e pelletteria;

    2) la moda costituisce uno dei comparti produttivi più iconici del made in Italy nel mondo, nonostante sia uno dei settori che maggiormente colpito dagli effetti della recessione e della crisi pandemica;

    3) la filiera tessile-abbigliamento rappresenta un settore fortemente produttivo in grado di generare un fatturato, nell'anno 2019, di 98 miliardi di euro, con un saldo commerciale fortemente attivo (32 miliardi di euro il consuntivo 2019). Prima della pandemia ben 68 miliardi di euro erano generati dall'export, l'8 per cento delle esportazioni annuali del manifatturiero italiano (novembre 2019 – ottobre 2020), confermando il respiro internazionale del settore e la capacità di soddisfare tanto la domanda dei mercati tradizionali europei e Nord americani, quanto quella delle nuove realtà dell'estremo oriente;

    4) il sistema moda occupa quasi 500.000 addetti (pari al 12,5 per cento dell'occupazione del comparto) di cui circa 312.000 (il 66,6 per cento) impiegati in circa 55.000 micro-piccole imprese del tessile, abbigliamento e pelle: il nostro, infatti, è il primo Paese europeo per numero di occupati nelle micro e piccole imprese del settore. Nel sistema moda operano, altresì, 36 mila imprese artigiane che danno lavoro a 158 mila addetti, un terzo (34,8 per cento) dell'occupazione del settore;

    5) nelle sole cinque regioni che trainano il settore (Toscana, Marche, Emilia-Romagna, Veneto e Lombardia) sono occupate 227 mila persone nelle micro e piccole imprese, valore che supera del 25,6 per cento l'occupazione delle omologhe imprese di Spagna, Germania e Francia messe insieme;

    6) pur essendo necessario incentivare la crescita dimensionale delle imprese interessate, la ridotta dimensione media delle aziende rispetto a quella degli altri Paesi dell'Unione europea risulta bilanciata da una forte interrelazione tra le imprese, che comporta un'elevata capacità di innovazione e consente una maggiore flessibilità e un elevato grado di specializzazione, garantendo una forte competitività della filiera della moda, caratterizzata da una distribuzione commerciale di circa 100.000 imprese;

    7) le esportazioni di questo settore sono cresciute notevolmente dai 20 miliardi di euro degli anni Novanta ai 68 del 2019 e nell'arco degli anni 2012-2019 l'industria della moda italiana nel suo complesso è cresciuta più del Pil, raggiungendo circa il 2 per cento del Prodotto interno lordo;

    8) la moda italiana, se si considerano i tredici mesi della pandemia, da marzo 2020 a marzo 2021, ha subito una perdita di fatturato rispetto ai 13 mesi precedenti di circa 20,6 miliardi di euro;

    9) il periodo di lockdown ha determinato il blocco di tutte le attività commerciali dei negozi di abbigliamento e accessori e l'e-commerce ha rappresentato allora uno dei principali fattori di resilienza, garantendo la sussistenza di un giro d'affari minimo per le imprese attive nelle vendite online. Allo stesso tempo, la migrazione verso soluzioni full digital è uno dei fattori che oggi rappresenta un rischio per l'occupazione nel settore: l'attuazione diffusa della dematerializzazione dell'attività di vendita infatti comporta un cambiamento dell'assetto organizzativo delle imprese, nelle competenze future-proof del settore e, di conseguenza, nei profili professionali, rendendo più deboli alcune tipologie di lavoratori, soprattutto quelli a più bassa qualifica come gli addetti alle vendite al dettaglio;

    10) il comparto moda nazionale era parso risollevarsi nella prima metà del 2021 e nel secondo trimestre era stato possibile registrare un forte rimbalzo del 63,9 per cento, ma comunque insufficiente a riportare il giro d'affari della moda fashion made in Italy ai livelli pre-Covid;

    11) dopo la pandemia da COVID-19, i consumatori hanno accumulato risparmi grazie a sussidi governativi e alla riduzione delle opportunità di spesa. Con la riapertura, si è registrato un aumento significativo dei consumi nei settori della moda, del lusso e del turismo, spingendo i brand del lusso a rivedere i propri modelli di pricing. Come sottolineato da Andrea Guerra, Ceo del gruppo Prada, immediatamente dopo il Covid, «è stato fatto un errore gigante sui prezzi. Si è sbagliato ad aumentarli tanto solo perché era facile». Questa strategia ha contribuito a far percepire ai consumatori che il valore dei prodotti non fosse in linea con i prezzi richiesti, erodendo la loro fiducia nel tempo e inducendo loro a ridurre drasticamente i consumi;

    12) a partire dall'estate 2023, il settore moda ha iniziato a registrare un calo drastico dei consumi, con una riduzione della produzione stimata tra il 50 per cento e il 60 per cento in Italia. Questo crollo è stato determinato da un mix di cause interconnesse:

     a) aumento del costo della vita: l'inflazione crescente e l'aumento dei costi energetici legati anche all'impatto a livello globale del conflitto russo-ucraino hanno ridotto il potere d'acquisto delle famiglie;

     b) saturazione del mercato post-pandemia: dopo il boom dei consumi, il mercato ha raggiunto un punto di saturazione;

     c) calo della domanda cinese: la Cina, uno dei principali mercati per la moda italiana, ha registrato una contrazione dei consumi dovuta al rallentamento economico, alle politiche «zero Covid» e alla crescente concorrenza dei brand locali;

     d) aumento dei tassi d'interesse: il rialzo dei tassi da parte della Bce ha reso più costoso il debito sia per i consumatori che per le aziende;

     e) cambiamenti nei comportamenti di spesa: i consumatori stanno privilegiando esperienze e beni di prima necessità rispetto all'abbigliamento;

     f) impatti climatici: le alterazioni stagionali hanno influito negativamente sulla domanda di capi stagionali, creando difficoltà di programmazione produttiva;

    13) a questa situazione, già fortemente compromessa, si sono aggiunte di recente le conseguenze generate dall'applicazione da parte del Presidente Trump di dazi e dall'annuncio di ulteriori dazi da parte degli Usa dando avvio di fatto ad una guerra commerciale che ha generato un clima di profonda incertezza per le imprese e di generale sfiducia, a cui si connette sempre una drastica riduzione dei consumi;

    14) il settore moda, tessile, abbigliamento, allargato a occhiali, gioielli e beauty, stando alle previsioni della Camera nazionale della moda, chiuderà il 2024 poco sotto i 96 miliardi di euro di fatturato, in calo del 5,3 per cento sul 2023. Maggiormente negativi i dati del comparto pelle, pelletteria e calzature: secondo la stima di Confindustria accessori moda, registrerà una flessione dell'8,1 per cento sul 2023;

    15) le associazioni di categoria hanno segnalato da tempo queste criticità, che riguardano, in particolare, la pelletteria, ma anche il calzaturiero e il tessile, con una crisi che non riguarda solo i grandi marchi ma anche il tessuto delle Pmi e che trascina l'intero indotto (dal packaging alla logistica), come più volte segnalato anche da Italia Viva al Governo;

    16) solo grazie all'impegno delle opposizioni, le settimane di cassa integrazione straordinaria sono state prorogate fino al 30 gennaio 2025, per le imprese anche artigiane con un numero di addetti pari o inferiore a 15 operanti nel settore tessile, dell'abbigliamento, calzaturiero e della concia, ma non sono state inserite tra i beneficiari molte aziende della filiera, nonostante le richieste delle opposizioni e la segnalazione della Conferenza Stato-regioni. Tuttavia, la maggior parte delle risorse non sarebbero state però utilizzate, non già perché risulterebbero uno «strumento non utile», ma perché le aziende interessate – già in crisi di liquidità – avrebbero dovuto anticipare la cassa integrazione straordinaria per poi avere un rimborso dall'Inps, mediamente dopo circa 6 mesi. L'impostazione del Governo (come denunciato dalle associazioni delle imprese e dai sindacati di categoria) ha addirittura peggiorato la situazione, costringendo molte piccole e medie imprese alla chiusura per non rischiare il fallimento;

    17) l'industria risulta ormai proiettata alla transizione ecologica ponendo le condotte di tutela ambientale al centro delle proprie scelte: in tale quadro, le imprese sono chiamate ad uno sforzo ulteriore che consenta di coniugare innovazione, sviluppo, produzione e sostenibilità ambientale;

    18) le diverse stime sulle emissioni globali di gas serra del settore moda variano dal 3 al 10 per cento. Considerato l'elevato impiego di energia e l'utilizzo di una vasta quantità di acqua, sia per la coltivazione di cotone e altre fibre tessili sia nella fase di produzione. Il maggior impatto ambientale è riconducibile al crescente utilizzo di fibre a base di combustibili fossili (il 64 per cento dei tessuti prodotti è realizzato in materiali sintetici, compresi poliestere, nylon, acrilico e poliammide), ma anche alle abitudini di consumo e alla catena di approvvigionamento. In risposta a tali criticità il nuovo Piano d'azione europeo 2020 sull'economia circolare (COM/2020/98) individua il tessile tra i settori strategici per il raggiungimento degli obiettivi di prevenzione e riduzione della produzione dei rifiuti e l'incremento sostanziale del riciclaggio dei rifiuti urbani e dei rifiuti d'imballaggio;

    19) il mondo della moda da sempre ha cercato di unire queste due sfere (produzione e sostenibilità), cercando un difficile equilibrio tra i diversi interessi. L'industria italiana della moda sta facendo fronte, con convinzione, anche alla sfida della transizione energetica, attuando le buone pratiche per una moda circolare che guardi a una produzione e un consumo sostenibili, in cui i materiali e i prodotti vengano recuperati, riciclati e riutilizzati, riducendo sprechi ed emissioni e preferendo al fast fashion un modello di produzione che conservi qualità e ambiente nel medesimo piano di priorità;

    20) la sostenibilità è richiesta dai consumatori e le aziende e i marchi ne chiedono certificazione, tramite etichette intelligenti o tramite l'utilizzo di blockchain;

    21) alla luce degli attuali e preoccupanti scenari economico-politici, non è più immaginabile che le imprese operino una transizione ecologica in assenza di un intervento collettivo che fornisca gli adeguati strumenti normativi. Permettere lo sviluppo dell'economia circolare e una produzione «green» del comparto moda significa investire nel settore e predisporre azioni politiche e legislative adeguate a consentire all'ecosistema tessile di realizzare una realtà ecosostenibile lungo tutte le fasi del processo produttivo. Per il settore sarà, dunque, di fondamentale importanza affrontare temi, quali digitalizzazione e sostenibilità;

    22) l'innovazione tecnologica avanza prepotentemente nel settore moda e da questo discende direttamente la necessità di procedere con tempestività e determinazione verso l'upskilling e reskilling degli occupati: da subito occorre impostare e rendere operative azioni condivise per sostenere processi di innovazione nel campo della formazione e del trasferimento delle competenze, in favore delle lavoratrici, dei lavoratori e delle imprese del settore della moda, volte a migliorare la capacità produttiva;

    23) un'ulteriore preoccupazione per il futuro del settore tessile, abbigliamento e pelletteria – da tutti riconosciuto come strategico per il made in Italy – discende dall'impatto della mancanza del ricambio generazionale che in questo settore, caratterizzato dal trasferimento delle conoscenze tra il lavoratore più esperto e il giovane neoassunto, può facilitare la dispersione di competenze essenziali lungo tutta la filiera produttiva. Particolare importanza deve essere dedicata al tema di giovani, a come costruire un percorso che porti al mondo del lavoro attraverso una più stretta correlazione e integrazione tra scuola e lavoro, tra mondo dell'istruzione e formazione e imprese: si devono preparare nuovi tecnici, preparati nell'utilizzo delle nuove tecnologie, ma salvaguardare anche le professionalità tradizionali;

    24) appare indispensabile affrontare il tema della formazione di un artigianato di grande qualità, cioè delle professionalità che fanno della moda italiana il prodotto ricercato in tutto il mondo;

    25) l'articolo 3 del decreto-legge n. 145 del 2013, convertito, con modificazioni, dalla legge n. 9 del 2014, ha introdotto un credito d'imposta per investimenti in attività di ricerca e sviluppo. Nel mese di luglio 2022 la risoluzione n. 41 dell'Agenzia delle entrate ha mutato l'approccio sul credito d'imposta in ricerca e sviluppo relativo al periodo 2015-2019, escludendo di fatto le imprese del settore moda, che avevano fatto investimenti tra i beneficiari; l'interpretazione retroattiva della norma ha comportato, quindi, la richiesta di restituzione da parte delle aziende delle somme disposte tramite i crediti di imposta, con l'evidente difficoltà – in un quadro segnato già da una profonda crisi – di far fronte a tali obblighi;

    26) in tale contesto, una recente sentenza della Corte di giustizia Tributaria di secondo grado della Lombardia (n. 2660/11/24) ha ribadito che il credito d'imposta, come previsto dall'articolo 3 del decreto-legge n. 145 del 2013, è applicabile a tutte le imprese, indipendentemente dal settore economico di appartenenza, chiarendo, inoltre, che, in caso di contestazioni sul carattere innovativo delle attività di ricerca e sviluppo, l'Agenzia delle entrate è tenuta ad acquisire un parere tecnico preliminare dal Ministero delle imprese e del made in Italy, poiché essa non dispone delle competenze tecniche necessarie per valutare autonomamente la natura innovativa di un progetto, specie in ambiti altamente specializzati;

    27) alla luce di quanto esposto, è evidente che la crisi del settore moda richiede interventi rapidi e mirati per sostenere un comparto cruciale per l'economia italiana. Gli aiuti devono essere vincolati all'effettivo sostegno delle Pmi della filiera, evitando che i fondi vengano monopolizzati dai grandi brand. Al contempo, la compliance ESG rappresenta un'opportunità per rafforzare il posizionamento del made in Italy, rendendo il sistema moda un esempio di sostenibilità e innovazione. Affrontare questa sfida significa non solo preservare il passato, ma costruire il futuro di uno dei settori più rappresentativi dell'identità economica e culturale italiana;

    28) è necessario mettere in campo un piano straordinario e strategico di supporto alle imprese del sistema moda italiano che, oltre a far fronte alle esigenze immediate generate dalla crisi, si sviluppi su tre principali direttrici: lo sviluppo della filiera, incentivi alla transizione ecologica e il supporto ai giovani,

impegna il Governo:

1) a riconoscere la filiera della moda come settore strategico per l'Italia, analogamente a quanto fatto per l'industria dell'acciaio al fine di adottare iniziative normative specifiche a suo sostegno, proteggendo le Pmi e la produzione nazionale;

2) ad istituire in modo permanente il «tavolo della moda» presso il Ministero delle imprese e del made in Italy, attraverso il coinvolgimento di tutte le realtà interessate, finalizzato ad affrontare la gestione della crisi del settore ma anche progettare il futuro;

3) ad adottare iniziative di competenza, anche di carattere normativo volte a prevedere una diminuzione del costo energetico mediante defiscalizzazione e/o sostegni economici volti a compensare l'aumento dei costi del settore, anche attraverso la riduzione degli oneri in bolletta;

4) ad attuare interventi mirati a sostenere l'internazionalizzazione delle Pmi del settore in nuovi mercati, anche attraverso finanziamenti agevolati che favoriscano l'ingresso nelle imprese di competenze nuove e adeguate alle sfide del mercato internazionale, rafforzando le misure del Piano di promozione straordinaria del made in Italy, previsto dall'articolo 30 del decreto-legge 12 settembre 2014, n. 133, per la partecipazione delle imprese del Sistema Moda Italia alle manifestazioni nazionali e internazionali di settore;

5) ad adottare iniziative normative per prevedere, nel primo provvedimento utile, ulteriori risorse che consentano di prorogare il riconoscimento dell'integrazione salariale a favore dei lavoratori del comparto, estendendone altresì la platea dei beneficiari, ricomprendendo anche i lavoratori delle imprese facenti parte degli altri codici ATECO strettamente correlati con il settore della moda e rimasti esclusi dal beneficio;

6) ad adottare iniziative di competenza per introdurre moratorie sui debiti delle imprese della filiera, anche valutando la possibilità di deroghe alle normative Bce;

7) ad adottare iniziative per istituire un fondo pubblico-privato dedicato alle Pmi della filiera moda, vincolato al sostegno delle attività produttive con tassi agevolati per ridurre il peso del debito e promuovere altresì partnership pubblico-private per la creazione di prodotti finanziari dedicati, come, ad esempio, finanziamenti rotativi vincolati al pagamento dei fornitori;

8) ad adottare iniziative, anche di carattere normativo, per superare l'interpretazione retroattiva data dall'Agenzia delle entrate dell'articolo 3 del decreto-legge n. 145 del 2013, al fine di evitare che le aziende del comparto moda interessate debbano restituire le somme legittimamente fruite derivanti dall'applicazione dei crediti di imposta ricerca e sviluppo 2015-2019, in coerenza con i principi affermati dalla recente sentenza della Corte di giustizia Tributaria di secondo grado della Lombardia (n. 2660/11/24), che riconosce l'applicabilità del beneficio a tutte le imprese indipendentemente dal settore economico;

9) ad incentivare iniziative volte a favorire il reperimento di materie prime anche al di fuori delle tradizionali linee di approvvigionamento, promuovendo l'accesso delle imprese italiane del comparto a nuovi mercati e approntando un framework tecnico – normativo idoneo ad accompagnare le iniziative di reshoring, anche al fine di premiare la scelta degli operatori di puntare su mercati che garantiscono più alti livelli di tutela dei diritti dei lavoratori;

10) ad adottare iniziative volte a supportare, attraverso un programma mirato di incentivi di carattere finanziario e fiscale, la creazione di ecosistemi produttivi in cui attivare percorsi di formazione e di affiancamento finalizzati a favorire – anche attraverso il potenziamento della collaborazione tra enti locali, camere di commercio ed associazioni di categoria delle micro-piccole e medie imprese della filiera moda – la nascita di nuove imprese, nonché il passaggio dalla micro attività artigianale locale a realtà imprenditoriali di maggiori dimensioni, nella prospettiva di un'evoluzione di tali ecosistemi in veri e propri distretti produttivi della moda;

11) ad adottare iniziative a sostegno delle politiche di transizione ecologica, permettendo alle filiere produttive del tessile abbigliamento, pelletteria, cuoio, calzature e occhialeria di attuare una più efficace politica di tutela ambientale, attraverso il sostegno alle imprese verso modelli produttivi sostenibili;

12) ad adottare iniziative volte ad incentivare investimenti in tecnologie e impianti in grado di recuperare materia dagli scarti della lavorazione tessile, definendo una strategia nazionale che prevenga la produzione di rifiuto tessile e incrementi la raccolta differenziata, anche attraverso la previsione di un marchio di sostenibilità con cui qualificare le imprese che raggiungano determinati target energetici e ambientali;

13) ad adottare iniziative volte a incentivare la crescita e la tutela del tessuto commerciale delle città italiane attraverso modelli di sostenibilità che valorizzino il punto vendita come luogo di interazione ed esperienziale in grado di reggere la concorrenza con l'e-commerce, favorendo e implementando l'e-commerce come strumento di supporto e sostegno alla vendita diretta specialmente sul mercato internazionale;

14) a prevedere strumenti agevolativi per chi investe in tecnologie innovative e sostenibili al livello sociale ed ambientale per il comparto del tessile, della calzatura, della conceria e della pelletteria, al fine di garantire ulteriormente il processo di tracciabilità, trasparenza e transizione ecologica del comparto e in conformità agli standard ESG;

15) ad adottare iniziative per istituire appositi programmi di studio e formazione, valorizzando il know-how delle imprese e degli enti del comparto all'interno di tali programmi, favorendo la partecipazione delle imprese del settore in sinergia con proposte formative già sviluppate dagli Its e dagli istituti di formazione tecnica superiore, nonché sostenendo la proficua collaborazione tra le università e la filiera dell'artigianato della moda, favorendo, mediante il sostegno pubblico, l'accesso gratuito ai giovani talenti.
(1-00437) «Boschi, Bonifazi, Del Barba, Faraone, Gadda, Giachetti, Gruppioni».


   La Camera

impegna il Governo:

1) ad adottare iniziative a sostegno delle politiche di transizione ecologica, permettendo alle filiere produttive del tessile abbigliamento, pelletteria, cuoio, calzature e occhialeria di attuare una più efficace politica di tutela ambientale, attraverso il sostegno alle imprese verso modelli produttivi sostenibili;

2) a prevedere strumenti agevolativi per chi investe in tecnologie innovative e sostenibili al livello sociale ed ambientale per il comparto del tessile, della calzatura, della conceria e della pelletteria, al fine di garantire ulteriormente il processo di tracciabilità, trasparenza e transizione ecologica del comparto e in conformità agli standard ESG.
(1-00437)(Testo modificato nel corso della seduta) «Boschi, Bonifazi, Del Barba, Faraone, Gadda, Giachetti, Gruppioni».


   La Camera,

   premesso che:

    1) il settore della moda, che rappresenta un settore produttivo estremamente rilevante del made in Italy, sta da tempo attraversando un periodo di forte contrazione e crisi;

    2) secondo le previsioni della Camera nazionale della moda, l'anno 2024 si sarà chiuso con poco meno di 96 miliardi di euro di fatturato totale, in calo di oltre il 5 per cento rispetto al 2023, dato che peggiore all'8,1 per cento per il comparto pelle, pelletteria e calzature;

    3) la crisi riguarda, in particolare, non tanto i grandi marchi ma i prodotti realizzati dalle piccole e micro imprese costituite da artigiani ad altissima specializzazione per i quali l'Italia è il primo Paese europeo, con circa 312 mila occupati in circa 55 mila micro-piccole attività nel tessile, abbigliamento e pelle;

    4) tale crisi è venuta a generarsi per un insieme di fattori, quali, ad esempio, l'aumento del costo della vita e dei costi energetici, l'aumento dei tassi di interesse, le alterazioni stagionali legate ai cambiamenti climatici, la saturazione del mercato a seguito del boom di consumi durante e dopo la pandemia e un conseguente cambiamento nelle abitudini di spesa dei cittadini;

    5) tali fattori sono ulteriormente esacerbati dalla guerra commerciale e dal clima di incertezza a livello globale che non possono che danneggiare pesantemente un settore che basa la propria attività su cicli di programmazione e di produzione a lungo termine;

    6) queste imprese, pur essendo eccellenze nel loro campo, possiedono una strategia di specializzazione funzionale piuttosto che di integrazione verticale, il che le rende estremamente dipendenti anche dai marchi con cui collaborano;

    7) il 2025 segnerà sicuramente uno spartiacque per moltissime attività del comparto: dagli ordini per la prossima stagione 2025-2026 e da quelli per la primavera 2026 si potrà capire se la ripresa del settore potrà davvero attivarsi già entro la fine dell'anno in corso oppure se la crisi è destinata a rimanere strutturale;

    8) fin qui, le misure correttive e di supporto per il settore sono risultate del tutto insufficienti. La cassa integrazione straordinaria per il settore della moda ha avuto un bassissimo ricorso non perché non ce ne fosse bisogno, bensì in quanto prevede che le aziende – appunto, di piccole e micro dimensioni – anticipino la cassa integrazione straordinaria per poi avere un rimborso dall'Inps solamente dopo diversi mesi. Difficile aspettarsi razionalmente un ricorso a tali strumenti da parte di imprese che si trovano già in difficoltà finanziaria e con scarsa disponibilità di liquidità;

    9) non possono, poi, bastare solamente interventi una tantum di sostegno temporaneo al reddito o a costi variabili (come quelli energetici) per prevedere un rilancio industriale sistemico del settore;

    10) un'ulteriore problematica riguarda la grave mancanza di un adeguato ricambio generazionale in un settore caratterizzato dal trasferimento delle conoscenze tra il lavoratore più esperto e il giovane neoassunto, con una conseguente dispersione di competenze lungo tutta la filiera. Il rilancio del settore non potrà avvenire senza strumenti che favoriscano la formazione dei giovani e il cruciale ricambio delle professionalità artigiane esperte;

    11) l'articolo 3 del decreto-legge n. 145 del 2013, convertito, con modificazioni, dalla legge n. 9 del 2014, aveva introdotto un credito d'imposta per investimenti in attività di ricerca e sviluppo. Nel mese di luglio 2022 la risoluzione n. 41 dell'Agenzia delle Entrate ha mutato, retroattivamente, l'approccio su tale credito d'imposta relativo al periodo 2015-2019, escludendo di fatto le imprese del settore moda, alle quali è stata richiesta la restituzione delle somme disposte, ad ulteriore aggravio di una già palese crisi delle stesse;

    12) tuttavia, una recente sentenza della Corte di giustizia tributaria di secondo grado della Lombardia (n. 2660/11/24) ha ribadito come il credito d'imposta, come previsto dal menzionato articolo 3 del decreto-legge n. 145 del 2013, sia applicabile a tutte le imprese, indipendentemente dal settore economico di appartenenza, chiarendo, inoltre, che, in caso di contestazioni sul carattere innovativo delle attività di ricerca e sviluppo, l'Agenzia delle entrate è tenuta ad acquisire un parere tecnico preliminare dal Ministero delle imprese e del made in Italy, poiché essa non dispone delle competenze tecniche necessarie per valutare autonomamente la natura innovativa di un progetto, specie in ambiti altamente specializzati come quello in oggetto,

impegna il Governo:

1) a istituire in modo permanente presso il Ministero delle imprese e del made in Italy un tavolo della moda, finalizzato ad affrontare la gestione della crisi del settore e a programmarne lo sviluppo attraverso il coinvolgimento delle realtà interessate;

2) ad adottare con la massima priorità una politica industriale complessiva con interventi mirati, sia nel breve che nel lungo periodo, a favore delle imprese del settore moda;

3) ad adottare iniziative volte a prevedere, in tale contesto, strumenti di tutela e garanzia dei livelli occupazionali, a salvaguardia delle professionalità acquisite e a sostegno degli investimenti in ricerca, sviluppo, innovazione e formazione del personale;

4) a favorire, attraverso adeguate iniziative politiche e normative, la realizzazione da parte delle aziende del settore di una realtà ecosostenibile lungo tutte le fasi del processo produttivo;

5) a predisporre un piano di sostegno economico specifico che possa alleviare il peso dei costi anticipati e migliorare la liquidità delle imprese del comparto, nonché la programmazione di iniziative strategiche a lungo termine per rafforzare la resilienza del settore, favorendo una maggiore integrazione verticale e riducendo la dipendenza da marchi esterni;

6) a evitare, per quanto di competenza, che gli strumenti e le iniziative a supporto del settore diventino monopolio dei grandi brand e prevedere, al contrario, il vincolo di destinazione all'effettivo sostegno delle medie, piccole e micro imprese dell'intera filiera;

7) ad adottare iniziative normative volte a prorogare il riconoscimento dell'integrazione salariale a favore dei lavoratori del comparto, estendendone la platea dei beneficiari anche ai lavoratori delle imprese facenti parte dei codici Ateco strettamente correlati con il settore della moda e rimasti esclusi dal beneficio previsto dal decreto-legge n. 160 del 2024;

8) ad adottare iniziative, anche di carattere normativo, per superare l'interpretazione retroattiva data dall'Agenzia delle entrate dell'articolo 3 del decreto-legge n. 145 del 2013, al fine di evitare che le aziende del comparto moda interessate debbano restituire le somme legittimamente fruite derivanti dall'applicazione dei crediti di imposta ricerca e sviluppo 2015-2019, in coerenza con i principi affermati dalla recente sentenza della Corte di giustizia tributaria di secondo grado della Lombardia (n. 2660/11/24), che riconosce l'applicabilità del beneficio a tutte le imprese indipendentemente dal settore economico;

9) ad adottare iniziative volte a supportare, anche attraverso un programma mirato di incentivi di carattere finanziario e fiscale, la creazione di ecosistemi produttivi in cui attivare percorsi di formazione e di affiancamento finalizzati a favorire – con il potenziamento della collaborazione tra enti locali, camere di commercio ed associazioni di categoria delle micro-piccole e medie imprese della filiera moda – la nascita di nuove imprese e il passaggio a realtà imprenditoriali di maggiori dimensioni;

10) ad adottare iniziative volte a istituire appositi programmi di studio e formazione, valorizzando il know-how delle imprese e degli enti del comparto all'interno di tali programmi, favorendo la partecipazione delle imprese del settore in sinergia con proposte formative già sviluppate dagli Its e dagli istituti di formazione tecnica superiore, anche attraverso la possibilità di detrarre i costi sostenuti dalle stesse aziende in supporto agli istituti, nonché sostenendo la proficua collaborazione tra le università e la filiera dell'artigianato della moda, prevedendo in tale contesto un sostegno pubblico per l'accesso gratuito a favore dei giovani talenti.
(1-00438) «Benzoni, Richetti, Bonetti, D'Alessio, Grippo, Sottanelli, Onori, Pastorella, Rosato, Ruffino».


   La Camera,

   premesso che:

    1) con un valore aggiunto di 75 miliardi di euro e 1,2 milioni di addetti, la filiera estesa della moda occupa la sesta posizione per importanza economica in Italia, segnando un contributo al Pil superiore al 5 per cento un peso sull'occupazione prossimo al 6 per cento;

    2) il sistema comprende circa 54 mila imprese, per il 70 per cento localizzate principalmente in 7 regioni: Toscana, Lombardia, Veneto, Piemonte, Campania, Emilia-Romagna e Marche. In tale ambito di particolare rilievo sono le micro e piccole imprese che assommano a circa 49.000;

    3) nel 2024, la moda italiana ha esportato circa 62 miliardi di euro, pari al 10 per cento dell'export totale nazionale, con oltre i 55 per cento diretto verso Paesi extra-Ue. L'Italia si posiziona come il primo produttore mondiale di alta moda: circa il 29 per cento dei fornitori dei gruppi europei della moda ha sede nel nostro Paese, quota che sale ai due terzi nel caso dei marchi del lusso;

    4) sin dall'inizio della XIV legislatura, il Governo ha riconosciuto il valore strategico del comparto, attivando numerosi e concreti strumenti a sostegno dell'intera filiera. Nel tavolo della moda tenutosi presso il Ministero delle imprese e il made in Italy il 6 agosto 2024 le rappresentanze delle imprese del settore hanno espresso le richieste del settore, consistenti in ammortizzatori sociali più flessibili, in una moratoria dei prestiti contratti durante il periodo Covid e una misura di saldo e stralcio in arrivo per le imprese che hanno utilizzato i crediti d'imposta R&S tra il 2015 e il 2019;

    5) in tale sede è stato evidenziato che nel 2024 il settore è stato colpito da una crisi dovuta a una serie di fattori convergenti, tra cui l'aumento dei costi energetici, la crisi delle materie prime, la concorrenza internazionale sleale, il rallentamento del mercato del lusso in Cina e gli impatti della pandemia da COVID-19, evidenziando una riduzione del fatturato del 5,6 per cento rispetto al 2023. In termini di comparto, flessione che sale all'8,1 per cento nei settori della pelletteria e delle calzature. La filiera, in dieci anni, ha perso 28 mila addetti nel solo comparto tessile-moda-pelle e oltre 12 mila imprese. L'annuncio della possibili applicazione di dazi da parte degli Stati Uniti, dove il comparto esporta il 7 per cento della produzione totale, mette in forse la ripresa che era prevista per la seconda metà del 2025. In tal caso la contrazione delle esportazioni prevista dal Centro studi Confindustria è del 2,6 per cento;

    6) i dati di fine 2024 mostrano che la crisi ha colpito, in particolare, talune aree geografiche come la Toscana, dove sono impiegate nel comparto circa 130.000 operatori, e soprattutto la provincia di Prato, dove la Cig è cresciuta del 128 per cento nei primi nove mesi 2024. Il numero delle imprese artigiane iscritte nei settori tessile, confezioni-abbigliamento e fabbricazione articoli in pelle si è contratto in Toscana dalle 10.264 di fine 2023 alle 9.960 del primo semestre del 2024. A dicembre 2024 il settore tessile in Piemonte registrava una perdita del 2,4 per cento di fatturato in un anno. In Emilia-Romagna la crisi ha coinvolto 4.000 imprese e 30.000 addetti coinvolti, soprattutto nel calzaturiero;

    7) al fine di rispondere alle difficoltà emerse, sono stati messi in campo una serie di interventi normativi e finanziari, volti a garantire la crescita sostenibile del settore, a stimolare l'innovazione e a supportare le imprese nelle sfide legate alla transizione ecologica, alla digitalizzazione e alla promozione di modelli di business circolari e sostenibili;

    8) in tale contesto si inserisce il Piano Italia per la moda, presentato dal Ministro Urso il 18 marzo 2025 a Palazzo Piacentini alle principali associazioni di categoria, che rappresenta una strategia strutturata per affrontare con strumenti organici la crisi congiunturale e le criticità strutturali della filiera moda; tra i pilastri del Piano si evidenziano, in particolare: il consolidamento della filiera, attraverso processi di aggregazione orizzontale e verticale, anche con il coinvolgimento di soggetti pubblici; il sostegno agli investimenti con una dotazione di circa 250 milioni di euro per il 2025, attraverso strumenti come i contratti di sviluppo, mini-contratti di sviluppo, iniziative per le fibre tessili naturali e riciclate, a cui si aggiungono i 15 milioni della legge per il made in Italy destinati alla transizione ecologica e digitale; la gestione della crisi di liquidità, con soluzioni rapide come i basket bond. Il fondo di garanzia e meccanismi rotativi di credito; la riapertura della procedura di riversamento del credito ricerca e sviluppo per sanare criticità del passato, con una dotazione di 250 milioni di euro;

    9) il contrasto alla contraffazione è una priorità del Governo, poiché tale fenomeno danneggia gravemente le imprese italiane e la reputazione del made in Italy. A tal proposito è stato adottato un Protocollo anti-contraffazione e legalità, volto a tutelare il diritto di proprietà industriale e la trasparenza dell'intera filiera e sono state introdotte misure per combattere la diffusione di prodotti contraffatti, anche attraverso l'uso di tecnologie innovative, come il blockchain, per certificare l'autenticità dei prodotti e garantire una maggiore tracciabilità;

    10) si stima, infatti, che la contraffazione nel settore della moda costi all'economia italiana circa 7,8 miliardi di euro all'anno, danneggiando la competitività delle imprese e riducendo le entrate fiscali. A farne le spese sono principalmente le micro, piccole e medie imprese della filiera, vero scheletro dell'intera catena di produzione ed eccellenza del made in Italy. Recenti inchieste hanno dimostrato la pervasività di tale fenomeno in talune specifiche aree del territorio nazionale;

    11) tali importanti interventi si aggiungono alle numerose misure già adottate dal Governo Meloni: il Fondo per made in Italy di 5 miliardi di euro su base pluriennale per i settori strategici, tra cui la moda; il Fondo per la transizione industriale di 300 milioni di euro per sostenere economia circolare e sostenibilità nella manifattura, inclusa la moda; il Fondo sovrano italiano di 1 miliardo di euro per il rafforzamento patrimoniale delle filiere strategiche; il credito d'imposta Formazione 4.0, sostegno agli Its academy, azioni promozionali internazionali tramite Ice Agenzia, legge quadro sul made in Italy (n. 206 del 2023);

    12) anche sul piano degli ammortizzatori sociali il Governo ha stanziato circa 110 milioni di euro per la cassa integrazione straordinaria nel biennio 2024-2025, intervenendo direttamente sul settore moda. Le imprese, in particolare le micro e le piccole imprese, hanno segnalato difficoltà nella fruizione del beneficio, dovuta alla necessità di anticipare la cassa integrazione e chiedere successivamente il rimborso all'Inps;

    13) per quanto riguarda il processo di transazione verso un'economia sostenibile, l'introduzione della responsabilità estesa del produttore («Epr tessile») e del regolamento recante la disciplina per la cessazione della qualifica di rifiuti (cosiddetta «EoW tessile») rappresentano una tappa decisiva nel processo di evoluzione del settore tessile in direzione di una maggiore circolarità;

    14) con la «Strategia dell'Unione europea per prodotti tessili sostenibili e circolari», adottata dalla Commissione europea nel marzo 2022, e la successiva revisione della direttiva quadro sui rifiuti (direttiva 2008/98/EC), si è inteso rendere i produttori responsabili dell'intero ciclo di vita dei prodotti tessili attraverso sistemi di responsabilità estesa del produttore (Epr);

    15) in sede di attuazione il Governo, tramite una consultazione pubblica, ha tenuto conto del ruolo delle imprese manifatturiere a monte della filiera nei sistemi di gestione collettiva, tutelando le esigenze e gli interessi dell'attuale struttura della filiera tessile italiana, rispetto ai soggetti a valle, spesso puramente commerciali e a controllo estero, che potrebbero condizionare l'operato dei consorzi Epr. Inoltre, si è previsto che obblighi per le microimprese siano allineati a quelli previsti per le entità di economia sociale, al fine di ridurre quanto più possibile gli oneri in capo a questi operatori (audizione Mase su Epr del marzo 2025);

    16) quanto all'end of waste (EoW) il settore tessile ha richiesto che nel relativo regolamento (emanato ai sensi dell'articolo 184-ter, comma 2, del decreto legislativo 3 aprile 2006, n. 152) l'elenco delle materie prime secondarie sia il più ampio e dinamico possibile e rileva che sarebbe opportuno un confronto per definire le priorità, valorizzando i processi produttivi che impiegano i materiali tessili riciclati, sui quali le nostre imprese stanno investendo da anni e rispetto ai quali il nostro Paese è all'avanguardia. Ha inoltre chiesto di prestare particolare attenzione alle esigenze di approvvigionamento delle Mpmi, assicurando l'equilibrio tra sostenibilità ambientale e competitività economica;

    17) la circolarità nel settore tessile e della moda è stata uno dei pilastri delle attività svolte durante la Presidenza italiana del G7. Questo impegno si è concretizzato con l'approvazione, a dicembre 2024 a Roma, dell'Agenda G7 ACT (Agenda on circular textiles and fashion), un documento che definisce un quadro condiviso di azioni politiche, iniziative industriali e forme di cooperazione tra governi, imprese e stakeholder;

    18) sin dal forum di Ginevra del 2018, l'Onu ha messo sotto accusa il fast fashion, l'industria della moda basata sul consumo continuo, responsabile del 20 per cento delle acque di scarico e della diffusione di microplastiche negli oceani. Tuttavia, si tratta di un'accusa che non riguarda, se non marginalmente la filiera del tessile-moda-abbigliamento italiana, che lavora sulla sostenibilità ambientale da almeno dieci anni in questo ambito. Il rapporto Unicircular sui rifiuti tessili urbani in Italia mostra come il nostro Paese sia sensibilmente più virtuoso in tema di riutilizzo dei rifiuti tessili: il 68 per cento degli abiti viene recuperato e riutilizzato, il 29 per cento viene riciclato e solo il 3 per cento smaltito nella raccolta indifferenziata;

    19) il distretto tessile di Prato, ad esempio, rappresenta un caso significativo di competenze tecniche e professionali in materia di riciclo di materiali tessili, in particolare di fibre nobili. A titolo esemplificativo, negli impianti pratesi di filatura cardata si stima che siano processate ogni anno 35.000 tonnellate di filati cardati, che danno origine a circa 100 milioni di metri tessuto, di cui oltre il 40 per cento ottenuto da fibre riciclate;

    20) nella stessa Prato è presente il più grande «mercato» all'ingrosso di fast fashion d'Europa con più di 4.300 aziende cinesi che nel giro di 48 ore sono in grado di confezionare migliaia e migliaia di capi, in un circuito sino a oggi impermeabile a valutazioni ambientali, fiscali, di ordine pubblico e di rispetto delle regole competitive;

    21) nota è, infatti, la gravissima situazione dell'area di Prato, in relazione alla presenza criminale nel tessuto economico e sociale della mafia cinese e di organizzazioni criminali di ogni genere, in un'escalation di illegalità che rappresenta un'emergenza, non solo per il mondo della moda, in termini di contraffazione di merce e di concorrenza sleale con i nostri marchi;

    22) è importante, infine, affrontare le tematiche relative alla creazione percorsi finalizzati di istruzione professionale nel campo della moda, sul modello di quello francese, organizzato in sistema. Nei prossimi anni andranno in pensione 45-50 mila addetti di alta specializzazione che, ad oggi, si è in grado di sostituire solo con 7-8 mila persone. C'è un problema di formazione di un artigianato di grande qualità, cioè delle professionalità che fanno della moda italiana il prodotto ricercato in tutto il mondo. È opportuno sostenere con la mediazione pubblica gli sforzi dei soggetti privati che operano in accordo con gli operatori del settore;

    23) il settore della moda è fondamentale per l'economia italiana e il suo futuro dipende anche dalla capacità di affrontare le sfide moderne, come la sostenibilità, la digitalizzazione e la competizione internazionale. Appare evidente la volontà dell'Esecutivo non solo di fronteggiare l'attuale congiuntura negativa, ma anche di sostenerne le richieste in sede di redazione e di applicazione delle normative comunitarie e di rilanciare il comparto attraverso politiche industriali sistematiche e di medio-lungo periodo,

impegna il Governo:

1) ad intraprendere ogni iniziativa utile ad individuare e sostenere le Mpmi del settore più in difficoltà, con particolare riguardo al settore della conceria, anche valutando l'ampliamento dell'accesso alla cassa integrazione guadagni in deroga coinvolgendo tutte le imprese del comparto a partire da quelle artigiane;

2) a valutare l'opportunità di adottare iniziative normative volte ad estendere le misure di sostegno al reddito, come la cassa integrazione straordinaria per le imprese fino a 15 lavoratori (introdotta dal decreto-legge 28 ottobre 2024, n. 160) per tutto l'anno 2025, introducendo contestualmente previsioni che possano garantire a tutte le imprese beneficiarie di accedervi senza anticipare la liquidità necessaria e prevedere, altresì, l'azzeramento dei contatori o un modello di cassa integrazione speciale simile a quello pandemico, per sostenere anche le Pmi in difficoltà;

3) a procedere nell'attuazione del previsto Piano Italia per la moda, al fine di restituire al settore stabilità economico-finanziaria e competitività, in particolare a beneficio dei marchi ancora a capitale italiano e dell'intera filiera tessile, moda e accessori, valutando l'introduzione di agevolazioni di natura fiscale e finanziaria per l'acquisizione da parte di imprese nazionali di aziende titolari di marchi storici in crisi, al fine di tutelarne la proprietà industriale;

4) a valutare l'opportunità di stanziare adeguate risorse volte ad ampliare le agevolazioni per la restituzione spontanea del credito di imposta 2015-2019 per le attività di ricerca e sviluppo delle aziende di moda;

5) ad adottare iniziative volte a promuovere politiche attive del lavoro, anche attraverso fa collaborazione con le regioni, per favorire la riqualificazione professionale, la trasmissione generazionale delle competenze e la formazione di nuove competenze nei settore, con particolare attenzione alle tecnologie digitali, alla sostenibilità e all'economia circolare, anche mediante iniziative che favoriscano la creazione di scuole di moda o creazione di corsi di apprendistato delle competenze artigianali del settore della moda, favorendo, mediante il sostegno pubblico, l'accesso gratuito ai giovani talenti e prevedendo forme di incentivazione fiscali e sul lato previdenziale;

6) a sostenere programmi di internazionalizzazione per le imprese del distretto, rendendo più agevoli le procedure di accesso ai prestiti Simest, facilitando l'accesso a nuovi mercati strategici, potenziando la collaborazione tra Ice e le associazioni di categoria e promuovendo all'estero l'eccellenza di produzioni, con l'obiettivo di salvaguardare e incrementare l'occupazione;

7) ad incrementare il sostegno agli investimenti per la transizione ecologica e digitale, adottando iniziative destinate al comparto del tessile, della calzatura, della conceria e della pelletteria che, compatibilmente con le esigenze di finanza pubblica, prevedano l'introduzione di specifici strumenti agevolativi per chi investe in tecnologie innovative o al revamping delle tecnologie esistenti, in termini di sostenibilità energetica, ambientale e sociale, al fine di garantire ulteriormente il processo di transizione sostenibile del comparto;

8) ad avviare iniziative, valutando anche la possibilità di introdurre specifici incentivi, per favorire percorsi di consolidamento, aggregazione e modernizzazione delle imprese della filiera, favorendo accordi di innovazione e migliorando gli strumenti atti a rafforzare le attività di ricerca e sviluppo;

9) a promuovere in ambito europeo, per quanto di competenza, un'azione coordinata e un approccio comune degli Stati membri nella gestione sostenibile dei prodotti tessili, a cominciare dal regime di responsabilità estesa del produttore (Epr), valutando l'adozione di misure volte a contrastare i prodotti del fast fashion, attraverso la previsione di un sovrapprezzo iniziale per ogni capo prodotto o importato in Italia e l'adozione di misure volte a contrastarne gli impatti ambientali e in termini di violazione delle regole di competitività;

10) ad adottare misure ulteriori per il contrasto alla contraffazione e per favorire il rispetto della legalità, anche mediante la piena attuazione delle disposizione relativa alla introduzione di un «contrassegno ufficiale di attestazione dell'origine italiana delle merci» (articolo 41 legge n. 206 del 2023), nonché ad adottare iniziative di competenza nelle sedi europee e internazionali, per una regolamentazione più stringente in materia di traffico di rifiuti tessili;

11) ad adottare iniziative per incentivare l'acquisto di capi rigenerati provenienti da filiere certificate, al fine di sostenere la domanda e contrastare il fenomeno della delocalizzazione di fornitori esteri, quali produttori di macchinari, materie prime e servizi di manutenzione;

12) a sostenere l'eccellenza della filiera Italiana del riciclo dei prodotti tessili, anche rispetto all'impostazione dell'unione europea che ritiene preferibile il riuso;

13) ad adottare ogni opportuna iniziativa di competenza utile a contrastare l'illegalità economica di cui si alimenta la mafia cinese.
(1-00439) «Pietrella, Barabotti, Mazzetti, Cavo, Rizzetto, Nisini, Deborah Bergamini, La Porta, Montemagni, Tenerini, Caramanna, Andreuzza, Squeri, Antoniozzi, Gusmeroli, Casasco, Colombo, Toccalini, Polidori, Comba, Ziello, Giovine, Maerna, Schiano Di Visconti, Zucconi, Semenzato, Ambrosi».


DISEGNO DI LEGGE: RATIFICA ED ESECUZIONE DELLO SCAMBIO DI LETTERE TRA LA REPUBBLICA ITALIANA E LA SANTA SEDE, FATTO A ROMA IL 12 NOVEMBRE 2024 E NELLA CITTÀ DEL VATICANO IL 23 DICEMBRE 2024, COSTITUENTE UN ACCORDO EMENDATIVO DELL'ACCORDO MEDIANTE SCAMBIO DI LETTERE TRA LA REPUBBLICA ITALIANA E LA SANTA SEDE SULL'ASSISTENZA SPIRITUALE ALLE FORZE ARMATE, FATTO A ROMA E NELLA CITTÀ DEL VATICANO IL 13 FEBBRAIO 2018, NONCHÉ NORME DI ADEGUAMENTO DELL'ORDINAMENTO INTERNO (A.C. 2307)

A.C. 2307 – Articolo 1

ARTICOLO 1 DEL DISEGNO DI LEGGE NEL TESTO DELLE COMMISSIONI IDENTICO A QUELLO DEL GOVERNO

Art. 1.
(Autorizzazione alla ratifica)

  1. Il Presidente della Repubblica è autorizzato a ratificare lo Scambio di lettere tra la Repubblica italiana e la Santa Sede, fatto a Roma il 12 novembre 2024 e nella Città del Vaticano il 23 dicembre 2024, costituente un Accordo emendativo dell'Accordo mediante Scambio di Lettere tra la Repubblica italiana e la Santa Sede sull'assistenza spirituale alle Forze armate, fatto a Roma e nella Città del Vaticano il 13 febbraio 2018.

A.C. 2307 – Articolo 2

ARTICOLO 2 DEL DISEGNO DI LEGGE NEL TESTO DELLE COMMISSIONI IDENTICO A QUELLO DEL GOVERNO

Art. 2.
(Ordine di esecuzione)

  1. Piena ed intera esecuzione è data allo Scambio di lettere di cui all'articolo 1, a decorrere dalla data della sua entrata in vigore, in conformità a quanto disposto dallo Scambio di lettere stesso.

A.C. 2307 – Articolo 3

ARTICOLO 3 DEL DISEGNO DI LEGGE NEL TESTO DELLE COMMISSIONI IDENTICO A QUELLO DEL GOVERNO

Art. 3.
(Modifiche al codice dell'ordinamento militare, di cui al decreto legislativo 15 marzo 2010, n. 66)

  1. Al codice dell'ordinamento militare, di cui al decreto legislativo 15 marzo 2010, n. 66, sono apportate le seguenti modificazioni:

   a) all'articolo 1549, comma 1, le parole: «non avere meno di ventotto anni e più di quaranta anni» sono sostituite dalle seguenti: «avere compiuto il venticinquesimo anno di età»;

   b) all'articolo 1559, comma 1:

    1) alla lettera b), la parola: «cinque» è sostituita dalla seguente: «due»;

    2) la lettera c) è abrogata;

   c) all'articolo 1594, comma 1, secondo periodo, la parola: «cinque» è sostituita dalla seguente: «due».

A.C. 2307 – Articolo 4

ARTICOLO 4 DEL DISEGNO DI LEGGE NEL TESTO DELLE COMMISSIONI IDENTICO A QUELLO DEL GOVERNO

Art. 4.
(Clausola di invarianza finanziaria)

  1. Dall'attuazione delle disposizioni di cui alla presente legge non devono derivare nuovi o maggiori oneri a carico della finanza pubblica.
  2. Le amministrazioni competenti provvedono alle attività previste dalla presente legge mediante l'utilizzo delle risorse umane, strumentali e finanziarie disponibili a legislazione vigente.

A.C. 2307 – Articolo 5

ARTICOLO 5 DEL DISEGNO DI LEGGE NEL TESTO DELLE COMMISSIONI IDENTICO A QUELLO DEL GOVERNO

Art. 5.
(Entrata in vigore)

  1. La presente legge entra in vigore il giorno successivo a quello della sua pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale.