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Resoconto dell'Assemblea

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XIX LEGISLATURA


Resoconto stenografico dell'Assemblea

Seduta n. 667 di giovedì 28 maggio 2026

PRESIDENZA DEL VICEPRESIDENTE SERGIO COSTA

La seduta comincia alle 9,30.

PRESIDENTE. La seduta è aperta.

Invito il deputato Segretario a dare lettura del processo verbale della seduta precedente.

ALESSANDRO COLUCCI, Segretario, legge il processo verbale della seduta di ieri.

PRESIDENTE. Se non vi sono osservazioni, il processo verbale si intende approvato.

(È approvato).

Missioni.

PRESIDENTE. Comunico che, ai sensi dell'articolo 46, comma 2, del Regolamento, i deputati in missione a decorrere dalla seduta odierna sono complessivamente 107, come risulta dall'elenco consultabile presso la Presidenza e che sarà pubblicato nell'allegato A al resoconto stenografico della seduta in corso (Ulteriori comunicazioni all'Assemblea saranno pubblicate nell'allegato A al resoconto della seduta odierna).

Modifica nella composizione della Commissione parlamentare per l'infanzia e l'adolescenza.

PRESIDENTE. Comunico che, in data di ieri, mercoledì 27 maggio 2026, il Presidente del Senato ha chiamato a far parte della Commissione parlamentare per l'infanzia e l'adolescenza la senatrice Felicia Gaudiano, in sostituzione del senatore Luca Pirondini, dimissionario.

Seguito della discussione della proposta di legge: Enrico Costa e Matone: “Modifiche al codice di cui al decreto legislativo 30 giugno 2003, n. 196, in materia di pubblicità delle sentenze di assoluzione o proscioglimento” (A.C. 632-A​) e dell'abbinata proposta di legge: Matone ed altri (A.C. 2328​) (ore 9,37).

PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca il seguito della discussione della proposta di legge n. 632-A​: “Modifiche al codice di cui al decreto legislativo 30 giugno 2003, n. 196, in materia di pubblicità delle sentenze di assoluzione o proscioglimento” e dell'abbinata proposta di legge n. 2328​.

Ricordo che, nella seduta di ieri, si è concluso l'esame degli ordini del giorno.

Preavviso di votazioni elettroniche (ore 9,38).

PRESIDENTE. Poiché nel corso della seduta potranno aver luogo votazioni mediante procedimento elettronico, decorrono da questo momento i termini di preavviso di 5 e 10 minuti previsti dall'articolo 49, comma 5, del Regolamento.

Si riprende la discussione.

(Dichiarazioni di voto finale - A.C. 632-A​ e abbinata)

PRESIDENTE. Passiamo alle dichiarazioni di voto finale.

Ha chiesto di parlare, per dichiarazione di voto, l'onorevole Giachetti. Ne ha facoltà.

ROBERTO GIACHETTI (IV-C-RE). Grazie, signor Presidente. Diciamo subito che l'oggetto del provvedimento che esaminiamo oggi affronta un tema di grandissima serietà e concretezza. È un tema delicato che riguarda, congiuntamente, la dignità della persona, il diritto all'informazione e il rapporto che è sempre più complesso tra la giustizia, i media e l'opinione pubblica. Ed è giusto dire che è un problema serio, serissimo. È un problema che esiste ed esiste in maniera importante. Basta soltanto che apriamo i giornali per scoprirlo ogni giorno ormai. Anche oggi; dico oggi perché, tra l'altro, c'è un articolo che riguarda una nostra collega, ma c'è anche un articolo che riguarda un'altra persona che, a distanza di dieci anni da una prima condanna a 17 anni, è stata assolta e, ovviamente, non c'è una riga sui giornali, se non in quelli che seguono con particolare attenzione queste vicende. Quindi, è un problema che esiste perché troppo spesso nel nostro Paese l'avviso di garanzia, signor Presidente, diventa sostanzialmente una sentenza anticipata; esiste perché l'apertura di un'indagine riceve titoli di prime pagine, nei talk show, dibattiti televisivi, mentre l'eventuale assoluzione arriva mesi o addirittura anni dopo, nel silenzio generale, spesso e volentieri in un trafiletto, quando arriva. Spesso e volentieri neanche arriva. E questo produce inevitabilmente conseguenze reali sulla vita delle persone, sulla reputazione, sul lavoro, sulle relazioni sociali, sulla credibilità pubblica.

Da questo punto di vista, il richiamo contenuto nella proposta di legge al nostro esame, che fa riferimento alla necessità di un'informazione aggiornata e completa, è un richiamo per noi assolutamente condivisibile. È condivisibile anche il principio affermato dalla giurisprudenza della Corte di cassazione, secondo cui una notizia, inizialmente vera, può diventare parziale, quindi sostanzialmente inesatta, se non viene aggiornata con gli sviluppi successivi della vicenda giudiziaria.

Noi di Italia Viva non abbiamo mai sottovalutato questo tema, non abbiamo mai sottovalutato l'esigenza di un garantismo reale, trasversale e non a fasi alterne, ma anzi abbiamo sempre sostenuto che, in uno Stato liberale, la presunzione di innocenza non possa essere un principio astratto da evocare, magari, nei convegni, ma debba tradursi in comportamenti concreti, istituzionali, culturali e anche mediatici, perché la gogna non può mai sostituire il processo, perché il sospetto non può diventare una condanna sociale preventiva e perché la dignità delle persone viene prima della convenienza di qualche titolo sensazionalistico.

Tuttavia, proprio perché il tema è serio, riteniamo che le soluzioni debbano essere equilibrate e coerenti con i principi costituzionali. È qui che emergono alcune nostre perplessità rispetto alle soluzioni che sono state individuate. La proposta attribuisce, infatti, al Garante per la protezione dei dati personali un potere molto penetrante nei confronti delle testate giornalistiche, prevedendo la possibilità di intervenire quando una notizia di assoluzione o di proscioglimento non riceva la stessa evidenza attribuita inizialmente alla notizia dell'indagine o del procedimento penale. Ovviamente noi comprendiamo benissimo l'intenzione dei proponenti, ma il punto su cui ci interroghiamo è se questa sia davvero la strada più adeguata. Infatti, colleghi, il confine tra la tutela della persona e la compressione della libertà editoriale è un confine davvero molto, molto sottile. E noi crediamo che uno Stato liberale debba sempre muoversi con cautela quando entra nel terreno delle scelte editoriali.

Il rischio che vediamo è di trasformare un principio per noi assolutamente condivisibile, quello dell'equilibrio dell'informazione, in una forma che rischia di diventare indiretta pressione sulle redazioni. Guardi, questa perplessità non credo che appartenga soltanto a noi. Io ho visto che anche molte autorevoli persone, che pure hanno un'impronta chiaramente garantista, hanno manifestato alcune perplessità, anche autorevoli osservatori, cito fra tutti Mattia Feltri, che su La Stampa, qualche giorno fa ha ricordato come il problema del cattivo costume mediatico esista da tempo, ma ci mette in guardia dal rischio che sia l'autorità pubblica a decidere che cosa deve pubblicare un direttore, e con quale portata, e pone una domanda che a mio avviso merita attenzione: fino a che punto il legislatore può intervenire, senza compromettere l'autonomia dell'informazione?

È una questione che, a mio avviso, non si può liquidare con superficialità perché la libertà di stampa non coincide con l'assenza di responsabilità, ci mancherebbe altro. Ma non può nemmeno essere sottoposta a una forma di controllo amministrativo sulle scelte giornalistiche. Il tema è: e allora? Perché, se noi partiamo dall'assunto che le premesse che sono all'origine di questo provvedimento siano premesse assolutamente convincenti e reali, ma se riteniamo che quel tipo di soluzione sia una soluzione che rischia di intervenire in modo eccessivo sulla libertà di stampa, giustamente chi è vittima o è stata vittima di determinate cose, la domanda è: qual è la soluzione che si può proporre per ovviare a una degenerazione che è sotto gli occhi di tutti?

Ecco, noi pensiamo che il tema della qualità dell'informazione si debba affrontare, anzitutto, attraverso la responsabilità professionale e qui, dall'altra parte, da parte del mondo dell'informazione, ci vorrebbe una disponibilità a fare in modo che, per esempio, il tema della deontologia professionale sia molto più vissuto con responsabilità da chi esercita quel mestiere, sicuramente un rafforzamento delle regole già esistenti, una cultura garantista più solida e anche più formativa, probabilmente, nel mondo della formazione e dell'informazione e, soprattutto - diciamocelo, colleghi -, forse il tema sarebbe risolto alla radice, se i tempi della giustizia fossero più rapidi. Infatti, è evidente che una parte enorme del problema nasce anche dalla durata interminabile dei processi.

Quando un'indagine dura anni, quando una persona rimane sospesa per un decennio tra accuse, rinvii, udienze e attese, il danno reputazionale diventa inevitabile. E, allora, la vera riforma strutturale che dovrebbe essere realizzata è quella di una giustizia più veloce, più efficace e più certa. E qui, probabilmente, ci vorrebbe anche un po' di onestà intellettuale da parte di tutti coloro che rappresentano determinate posizioni in quest'Aula per lavorare, davvero, per raggiungere questo obiettivo.

C'è poi un altro elemento che ci induce alla prudenza: può un'autorità amministrativa entrare così nel merito delle scelte redazionali - e vado a concludere, signor Presidente - senza produrre inevitabili contenziosi o effetti distorsivi? Sono interrogativi che meritavano, a nostro giudizio, un approfondimento maggiore. Questo non significa - ripeto - ignorare il problema, anzi, ma noi crediamo che il Parlamento debba continuare a lavorare per rafforzare concretamente la tutela della presunzione di innocenza e per contrastare le degenerazioni della spettacolarizzazione giudiziaria.

Riteniamo, però, anche che ciò debba avvenire evitando soluzioni che possano alterare l'equilibrio costituzionale tra diritti fondamentali. Per questa ragione, pur riconoscendo pienamente le intenzioni positive che hanno animato i proponenti e pur condividendo l'esigenza di una riflessione seria sul rapporto tra informazione e vicende giudiziarie, il gruppo di Italia Viva non ritiene di poter esprimere un voto favorevole. Al contempo, è ovvio, non intendiamo nemmeno collocarci in una posizione di contrapposizione ideologica rispetto a un tema che tocca diritti e sensibilità reali di tanti cittadini e che noi condividiamo a pieno.

Per questo motivo, annuncio la nostra astensione. Un'astensione motivata e che vuole segnalare insieme la condivisione del problema, il rispetto della finalità della proposta, ma anche alcune riserve sullo strumento individuato. Perché in democrazia i diritti si difendono sempre insieme: la dignità della persona, la presunzione di innocenza e la libertà di stampa non devono essere messi gli uni contro gli altri, ma tenuti in equilibrio con intelligenza, misura e spirito liberale.

PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare l'onorevole Dori. Ne ha facoltà.

DEVIS DORI (AVS). Grazie, Presidente. Il DDL che ci apprestiamo, fra poco, a votare si occupa della pubblicità sui mezzi di comunicazione di quei provvedimenti favorevoli all'imputato e all'indagato, che sono resi nel corso del processo penale. Nello specifico, ci riferiamo alle sentenze di assoluzione, di proscioglimento, di non luogo a procedere o al provvedimento di archiviazione.

Questa proposta di legge prevede che la persona nei cui confronti sono stati adottati questi provvedimenti possa richiederne la pubblicazione e che, quindi, in caso di inadempimento di quest'obbligo, possa rivolgere una segnalazione al Garante per la protezione dei dati personali, che può ordinare di pubblicare la notizia del provvedimento favorevole all'indagato o all'imputato.

Ciò premesso, va anzitutto detto che questo tema non attiene minimamente al tema del garantismo, del giustizialismo, qui non c'entra nulla. Noi come AVS ci riteniamo assolutamente dalla parte del garantismo, rispetto al tema della presunzione di innocenza e dei diritti del cittadino a veder riconosciuto quanto è già anche all'esito del procedimento penale.

Qui il tema, quindi, non è il garantismo o il giustizialismo - non c'entra nulla - ma il bilanciamento: il bilanciamento di quegli interessi che, costituzionalmente garantiti, potenzialmente possono entrare in conflitto o comunque tra loro in rapporto; e quindi capire qual è la soluzione giusta. Qui abbiamo le esigenze della dignità della persona, il diritto all'oblio ma, allo stesso tempo, la libertà di stampa e il diritto di cronaca: tutti valori e principi di rango costituzionale.

Ciò detto, il principio sancito da questo provvedimento non solo lo condividiamo, ma è assolutamente sacrosanto. Da questo punto di vista, basta andare a leggere l'articolo 24 del codice deontologico delle giornaliste e dei giornalisti - già lì è sancito questo obbligo - dove si parla di cronaca giudiziaria e si dice che “il giornalista, in caso di assoluzione o proscioglimento, non appena informato, ne dà notizia, con appropriato rilievo e adeguata tempestività”. Il principio non è quindi contestato: nessuno lo mette in dubbio. Tant'è vero che qualche giorno fa - e qui leggo direttamente - si è espressa anche la Federazione nazionale stampa italiana sul punto. Leggo testualmente perché fa riferimento non solo al provvedimento, ma anche ad altri provvedimenti, in relazione al fatto che, in realtà, sul tema stampa e giornalismo, in generale, bisognerebbe intervenire ma il legislatore, questa maggioranza non lo sta facendo.

La Federazione nazionale stampa italiana afferma quindi: “In un Paese civile i giornalisti non dovrebbero subire querele temerarie, per cercare di imbavagliarne il lavoro di ricerca. Invece in Italia accade, nonostante le pressanti richieste del sindacato al Parlamento e a tutti i Governi che si sono succeduti almeno negli ultimi 15 anni. “Giusto è” - ecco, lì affermano - “ridare dignità ai colletti bianchi, ai politici e soprattutto ai comuni cittadini che vengono prosciolti, ma è altrettanto giusto dare dignità all'informazione (…)”. Quindi secondo quest'ultima affermazione è giusto restituire dignità. Parliamo, ad esempio, dei cittadini comuni che vengono prosciolti. Perché li ho letti, sia il codice deontologico che il comunicato stampa? Per dire che nessuno contesta il principio: motivo per il quale non voteremo contro il provvedimento. Però non possiamo esimerci dall'evidenziare alcuni aspetti che sono, per nostra parte, di assoluta preoccupazione. Anzitutto, nei lavori di Commissione, abbiamo avuto certamente un notevole miglioramento, laddove nel testo originario si affermava espressamente: “è tenuto a dare immediata pubblicità alla sentenza di assoluzione o di proscioglimento” - e si affermava - “con le stesse modalità, lo stesso spazio e la stessa evidenza (…)”. Quindi, benissimo l'approvazione di quell'emendamento che toglie il riferimento alle stesse modalità, che sarebbe stato davvero un legare le mani ai giornalisti.

Quei termini - “le stesse modalità” - giustamente sono stati espunti, però è rimasta - e questo lo dicevo anche ieri, nella discussione sugli emendamenti - l'espressione “rilievo adeguato allo spazio”.

Quel termine “spazio” può, però, dar adito a interpretazioni nella fase applicativa, visto che sarà il garante a dover, secondo questo, ordinare la pubblicazione della notizia. Si tratta di un elemento, a nostro parere, di preoccupazione, perché - rileggo - nell'articolo 24 del codice deontologico delle giornaliste e dei giornalisti non si fa riferimento allo spazio, ma si dice che “in caso di assoluzione o proscioglimento, non appena informato, ne dà notizia con appropriato rilievo e adeguata tempestività”. Quindi l'obbligo è già esistente: non si entra nelle modalità e, a nostro parere, il termine “spazio” è già una forma di modalità. Quindi, nel momento in cui si toglie il riferimento alle modalità, doveva essere tolto anche quello e quindi utilizzare formule di “appropriato rilievo”, “adeguata tempestività”, “rilievo adeguato” - ecco, quello sì -, che è rimasto all'interno del testo.

Altro aspetto che per noi è di preoccupazione nella fase applicativa di questo provvedimento, voluto dalla maggioranza, è con riferimento all'Autorità che si occuperà di dare quell'ordine di pubblicazione della notizia, cioè l'Autorità garante per la privacy. Stiamo pur sempre parlando di un'autorità amministrativa ma con questo strumento l'Autorità garante ha un potere veramente significativo, penetrante, che, a nostro parere, rischia di ottenere l'effetto di provocare comunque pressioni sulle redazioni.

Da questo punto di vista, quindi, esprimiamo perplessità rispetto a quel necessario bilanciamento che doveva essere effettuato - principio, ribadisco, condivisibile, che nessuno nega, a partire ovviamente dai giornalisti - con riferimento allo strumento con il quale lo si realizza. Evidentemente, una valutazione interna all'Ordine dei giornalisti stesso, rispetto a possibili sanzioni di natura deontologica, il legislatore, quindi la maggioranza non la ritiene sufficiente. Da lì, la necessità di un organo esterno di natura amministrativa, qual è il Garante della privacy, per intervenire e dare questo ordine di pubblicazione.

Ciò detto, dobbiamo anche rilevare che, parallelamente a questo tema, non bisogna dimenticare tutto quello che nel provvedimento non c'è. So che poteva non essere, magari, l'intento della proposta di legge, però dobbiamo ricordare che ci sono anche sentenze della Corte costituzionale che hanno cancellato, ad esempio, il carcere per i giornalisti. Invece, su questi temi, su quest'altro tema, tutto tace in Commissione giustizia al Senato. Da questo punto di vista, devo dire che, pur condividendone gli intenti, esprimiamo nuovamente, come già abbiamo fatto anche in occasione, ieri, delle votazioni sugli emendamenti, queste preoccupazioni.

Questo bilanciamento tra esigenze che hanno tutte un valore costituzionale, attraverso questo provvedimento, ottiene il giusto equilibrio? Ecco, su questo non siamo assolutamente convinti: il rischio è comunque quello di un potere penetrante nei confronti delle redazioni. Motivo per il quale, pur condividendo - ribadisco - il principio che viene portato avanti, come AVS esprimeremo un voto di astensione (Applausi dei deputati del gruppo Alleanza Verdi e Sinistra).

PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare l'onorevole D'Alessio. Ne ha facoltà.

ANTONIO D'ALESSIO (AZ-PER-RE). Grazie, Presidente. È un tema molto delicato quello affrontato oggi in Aula: un tema anche tecnicamente impegnativo ma, soprattutto, di grandissima attualità e rilevanza sociale. Trattiamo della tutela e della difesa di un principio giusto, di un principio ragionevole e - io aggiungerei - di un principio sacrosanto: se si dà conto sugli organi di informazione di un procedimento penale e dei fatti oggetto del procedimento penale, si deve altrettanto dar conto dell'esito di quel procedimento. È, dal punto di vista teorico, un principio che coniuga il diritto-dovere di cronaca, il diritto-dovere all'informazione e il diritto-dovere alla verità e, naturalmente, la tutela della dignità umana.

Lo è stata in maniera enorme in passato, ma onestamente lo è quotidianamente: è una piaga, una distorsione che caratterizza la quotidianità del nostro Paese, quella della celebrazione mediatica dei processi e delle sostanziali condanne rese al momento della sola diffusione della notizia di un procedimento penale. E questo, naturalmente, ha fatto il paio con la lungaggine dei procedimenti penali, che è il vero grande problema. Se avessimo una giustizia più celere, più veloce, che, nel giro di uno spazio ragionevole, andasse a celebrare… allora la gogna mediatica è una gogna non esageratamente lunga, è una gogna sopportabile, anche laddove ingiusta.

Perché è chiaro che quando, in tempi ragionevoli, si arriva a un risultato dell'accertamento della verità ed eventualmente dell'assoluzione, del non luogo a procedere per altre ragioni, della estraneità dei fatti di un soggetto che è stato sottoposto alla gogna mediatica, ripeto, se i tempi sono ragionevoli, questo problema non è così amplificato e, seppur nella sua enormità e nella sua pregnanza, sarebbe leggermente sfumato. E invece la lungaggine dei processi che cosa determina? Innanzitutto dei patimenti molto lunghi da un punto di vista personale, e anche al momento della notizia non c'è un margine di prospettiva di una lungaggine enorme, da un punto di vista penale, che ti porta già uno scoramento.

Bisogna anche saper immedesimarsi nelle persone che affrontano un procedimento penale, soprattutto quando lo fanno con la consapevolezza di essere innocenti. Poi che cosa comporta la lungaggine processuale? L'irrisoria rilevanza, con il tempo, della notizia. È chiaro che la notizia bomba è quella che si butta in pasto ai giornali. Poi diventa veramente estremamente complicato recuperare l'interesse da parte dell'opinione pubblica rispetto a una notizia che, ormai, è datata negli anni e riguarda una persona che, magari, è uscita dalla scena pubblica.

Ma non dobbiamo parlare soltanto dei soggetti che sono esposti mediaticamente da un punto di vista pubblico, perché esiste nei piccoli centri anche l'uomo comune che viene sbattuto sui giornali, e naturalmente la notizia del fatto occorso è una notizia che ha un rilievo nell'immaginario collettivo, nella quotidianità, nella società; una rilevanza immediata che poi sfuma nel corso dei tempi e resta soltanto come un ricordo lontano. Terzo elemento che caratterizza le lungaggini processuali e i problemi che in questo campo essa crea è l'irrisarcibilità.

Quando, per uno spazio di tempo ragionevole, io sono sottoposto a una gogna mediatica, c'è un profilo di risarcibilità perché il tempo è circoscritto, ho tanta vita da vivere davanti. Quando, invece, la gogna mediatica ti spezza la vivibilità per anni, anni e anni, tua, della persona, e della famiglia, e all'interno di una comunità queste persone vengono marchiate con riferimento alla loro reputazione, il danno diventa veramente irrisarcibile per la spettacolarizzazione della giustizia che calpesta i diritti, la dignità.

Se la sentenza naturalmente è favorevole, diventa complicato restituire, ripeto, onore, credibilità, dignità, e l'assoluzione del tribunale diventa totalmente insufficiente proprio, ripeto, per l'irrisarcibilità del danno. Per cui oggi questo provvedimento riequilibra un po', sotto certi profili, obbligando la stampa e l'informazione a ridare quella amplificazione mediatica pari, adeguata a quella che era la diffusione della notizia che era stata data. Come in ogni provvedimento che tocca dei temi così sensibili, il punto da individuare è il punto di equilibrio dei valori in gioco.

Cioè la cronaca, ovviamente, è un pilastro fondamentale, il diritto e il dovere all'informazione è un pilastro fondamentale della nostra democrazia. Ovviamente va bilanciato, questo presidio fondamentale di un Paese democratico, come dicevo, con la tutela della dignità personale e del riequilibrio con riferimento all'informazione. Noi troviamo giusto il collegamento con il Garante per la protezione dei dati personali, chiamato a intervenire in caso di mancato adempimento.

Non che il controllo domestico dei giornalisti fosse inidoneo, ma, a volte, è poco sereno quando si tratta di giurisdizione e di valutazioni di natura domestica. Ovviamente dobbiamo stare molto attenti, attenti a che non diventi un attacco alla stampa, che non diventi un boomerang; che questo provvedimento, per difendere, per tutelare e per recuperare la dignità e la difesa dei diritti, non vada a creare degli squilibri sotto altri profili, questo assolutamente sì. Tenere sempre alta la guardia sul bilanciamento dei valori in gioco e, naturalmente, a tutta difesa della stampa.

Qualche riflessione sul termine dell'adeguatezza: è ovvio che ogni tematica deve avere, poi, il buonsenso e la discrezionalità delle valutazioni di chi è chiamato a valutare e a fare valutazioni di questo tipo. Qualche riflessione anche su quello che abbiamo sentito in ordine all'eliminazione dal perimetro, dalla portata del provvedimento, dei provvedimenti di prescrizione. Qualche riflessione va fatta, però, tutto sommato, non sempre la prescrizione, così come non è un esonero dalla responsabilità di chi ha subito il procedimento penale, non è nemmeno così automaticamente una condanna, non può esserlo.

Allora, riportare anche la sentenza di prescrizione, precisando, naturalmente, che non si tratta di un'assoluzione piena, ma di una prescrizione, anche questo può essere assolutamente condivisibile, perché ogni prescrizione ha una storia a sé; basta precisare che quella è una prescrizione e non un'assoluzione piena. Questo è un provvedimento che poteva essere migliorato? Sì. Questo è un provvedimento che lascia qualche perplessità? Sì.

Questo è un provvedimento che ci deve tenere svegli rispetto all'attenzione che dobbiamo al bilanciamento dei valori, con riferimento al diritto di cronaca, alla libertà di stampa, alla figura dei giornalisti? Sì. Però, a nostro avviso, non votarlo significherebbe non avere capito il grado di inciviltà che si è raggiunto in un meccanismo dove, a volte, non ci sono i responsabili, perché il responsabile, tante volte, lo abbiamo detto, è il tempo, però, in un quadro di concause di sistema, secondo noi è necessario creare un argine di civiltà e pertanto noi voteremo “sì” (Applausi dei deputati del gruppo Azione-Popolari Europeisti Riformatori-Renew Europe).

PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare l'onorevole Cafiero De Raho. Ne ha facoltà.

FEDERICO CAFIERO DE RAHO (M5S). Grazie, Presidente. La proposta di legge di cui ci occupiamo si compone di un unico articolo e introduce, nel decreto legislativo n. 196 del 2003, il nuovo articolo 144-ter. La norma prevede che, su richiesta della persona nei cui confronti sono state pronunciate sentenze di assoluzione, proscioglimento, sentenza di non luogo a procedere e vi sia stata, precedentemente, un'evidenza mediatica, i giornalisti intervengano con un obbligo di comunicazione della sentenza stessa, un obbligo di pubblicazione.

Iniziamo a dire che, dal punto di vista sistematico, come è stato rilevato anche nel corso delle audizioni, l'obbligo di pubblicazione avrebbe dovuto trovare collocazione nel codice di procedura penale, nell'ambito della norma codicistica che già conosce il diritto all'oblio, l'articolo 64-ter delle disposizioni di attuazione del codice di procedura penale. Il rimedio previsto, in caso di inadempimento da parte del direttore responsabile, è quello di ricorrere al Garante della privacy.

Il principio posto alla base di questa legge è sicuramente condivisibile: chi ha subìto un procedimento penale che abbia avuto risonanza mediatica nei vari mezzi di comunicazione ha l'aspettativa e il diritto alla pubblicazione della notizia della sentenza che ha accertato la sua innocenza. Bisogna, cioè, che la comunità tutta sappia che quella persona era innocente. È evidente, però, che, intervenendo la norma anche sulla compressione del diritto di stampa, nel senso che impone un obbligo, quindi impone un articolo, una serie di articoli, una serie di interventi, tutto va fatto bilanciando il diritto di informazione, che non deve essere mai compresso, con il diritto della persona.

Allora, il primo punto da evidenziare è che questa norma, che risponde all'esigenza della persona che è stata assolta, bisogna che abbia un perimetro che risponda esattamente alla sentenza di assoluzione che affermi l'innocenza della persona.

Cioè, il principio tutelato dalla norma dovrebbe trovare applicazione nel perimetro delle formule assolutorie o di proscioglimento pieno; vale a dire per le persone che, indicate dai mezzi di comunicazione come sottoposti a procedimento penale per determinati reati, poi, risultino innocenti. Il perimetro in cui dovrebbe trovare applicazione la proposta di legge è quello delle formule che esprimono la completa estraneità al reato. Solo queste formule meritano pubblicità.

Non è ugualmente meritevole di pubblicità la sentenza di non doversi procedere, se il reato è estinto per prescrizione o amnistia (Applausi dei deputati del gruppo MoVimento 5 Stelle). Questa formula viene, infatti, adottata solo quando non ricorrono elementi dimostrativi dell'innocenza della persona e, infatti, è principio costante in diritto che l'estinzione del reato non può essere dichiarata quando risulta evidente una causa di assoluzione nel merito in applicazione del principio della prevalenza del favor innocentiae sul favor rei. La formula di non doversi procedere perché il reato è estinto per prescrizione o amnistia non può essere parificata alla sentenza di assoluzione piena. La formula assolutoria piena prevale su quella di improcedibilità per estinzione del reato; ugualmente, non dovrebbe trovare applicazione la norma nel caso di assoluzione ex articolo 530, comma 2, cioè nel caso di insufficienza o contraddittorietà della prova. In questo caso, la pubblicazione riparativa non gioverebbe, dovendo, comunque, il giornalista spiegare perché non vi è stata l'assoluzione piena e, quindi, riportare i contenuti della sentenza e il quadro probatorio ritenuto insufficiente.

A nostro parere, esistono, quindi, delle criticità sul perimetro di applicazione della norma. Tale norma, inoltre, determina, come è stato detto, una sorta di compressione del diritto di stampa, laddove la stampa è libera. Imporre un obbligo deve essere, fortemente, come dire, ristretto a casi specifici.

Tale norma, come si è detto, finisce per incidere sulla libertà di stampa; peraltro, i professionisti dell'informazione sottolineano che il diritto di cronaca deve basarsi sull'effettivo interesse pubblico alla notizia e anche questo va valutato. Molti giornalisti evidenziano l'assurdità di dover impiegare spazio redazionale e costi per assoluzioni riguardanti notizie che, magari, all'epoca dei fatti, erano state trattate da altre testate e, quindi, si era stati quasi costretti a darne informazione.

Non vi è dubbio che si crea un'interferenza sulla libertà di stampa e ciò è tanto più evidente in quanto manca una disciplina delle spese. Il rilievo non è marginale perché si prevede un obbligo di pubblicazione senza responsabilità. Com'è noto, il codice di procedura penale prevede diverse ipotesi di pubblicazione di sentenze, per ciascuna delle quali, è disciplinato l'aspetto del profilo delle spese: ad esempio, in caso di pubblicazione della sentenza di condanna, come pena accessoria, le spese sono poste a carico del condannato; la pubblicazione della sentenza che accoglie la domanda di revisione è posta a carico della cassa delle ammende, come previsto dall'articolo 642, comma 2, del codice di procedura penale. La disciplina di questa proposta di legge non prevede alcunché in tema di spese e questa è una lacuna perché, certamente, le spese di pubblicazione non potrebbero essere poste a carico del soggetto interessato il quale è colui che beneficia di questa forma di riparazione.

Chiaramente, l'obbligo di pubblicazione di cui si occupa questa proposta di legge, è una forma di riparazione posta, però, a carico dei mezzi d'informazione senza colpa e questo è grave. In questa proposta di legge, vi è una condotta specifica dei mezzi di informazione, cioè una pubblicazione perfettamente legittima, la pubblicazione originaria, quella oggetto della notizia del procedimento penale, che è stata effettuata in maniera legittima, sono stati rispettati tutti i parametri per una notizia corretta, eppure vi è un obbligo: quello della pubblicazione della sentenza di assoluzione. Essa pure quando è, come ho detto poc'anzi, ristretta ai limiti dell'affermazione dell'innocenza, quindi dell'innocenza piena, dell'assoluzione piena, nell'ambito del bilanciamento dei diritti e degli interessi, può sicuramente essere prevista. Da parte della testata, come è stato detto, non vi è nessuna pubblicazione illegittima. Questa proposta crea, però, un obbligo in casi così diversi e così ampi che determinano, sicuramente, una coartazione.

Ma cosa succederà nel caso Garlasco, se qualcuno dovesse essere assolto? Ecco, si avrà nei prossimi mesi - è vero - tutta Rai 1, Rai 2 e tutte le altre televisioni ad occuparsi unicamente di questo caso.

E allora cerchiamo di capire anche come poi ci si dovrà muovere, visto che bisogna riconoscere uno spazio adeguato e che, laddove la sentenza di assoluzione è un'assoluzione piena, come si è detto, si è perfettamente d'accordo che il principio venga affermato.

Orbene, il principio di fondo, come ho detto, è corretto laddove viene mantenuto nel perimetro che è stato precisato. Diverse però sono, come ho detto, anche le criticità: inesattezze sistematiche, l'incongruità del perimetro di applicazione, la limitazione della libertà di stampa con obbligo di riparazione senza colpa, la lacuna sul tema delle spese.

Ebbene, queste criticità, di fronte però a un principio che pure condividiamo, inducono il MoVimento 5 stelle a dichiarare il proprio voto di astensione (Applausi dei deputati del gruppo MoVimento 5 Stelle).

PRESIDENTE. Prima di passare la parola al prossimo oratore, salutiamo le ragazze e i ragazzi, le docenti e i docenti dell'Istituto comprensivo “Elsa Morante”, scuola primaria “Leopoldo Franchetti”, di Roma, che assistono ai nostri lavori dalle tribune. Grazie di essere qua, benvenuti. Grazie a tutti quanti (Applausi).

Ha chiesto di parlare l'onorevole Enrico Costa. Ne ha facoltà.

ENRICO COSTA (FI-PPE). Grazie, Presidente. Forza Italia affronta il tema della giustizia e del procedimento penale con riferimento alla persona. La persona è al centro del procedimento penale, la persona offesa, la persona che chiede giustizia, la persona che vuole difendersi nell'ambito del procedimento.

È giusto ed è fondamentale che lo Stato, di fronte a dei fatti di reato, chiami a rispondere delle persone. Noi in quest'Aula voteremo sempre a favore per assegnare degli strumenti di indagine, per assegnare del personale, per assegnare delle risorse per svolgere le indagini. Lo Stato chiama delle persone a rispondere nel procedimento penale, è un suo dovere, ma è anche dovere dello Stato che, se la persona chiamata a rispondere risulta innocente, esca dall'ingranaggio giudiziario con la stessa immagine, la stessa reputazione, la stessa credibilità, lo stesso portafoglio che aveva nel momento in cui è stata chiamata a rispondere ed è entrata nell'ingranaggio giudiziario (Applausi dei deputati del gruppo Forza Italia-Berlusconi Presidente-PPE).

È per questo che, nel corso degli anni, abbiamo approvato delle norme che sono stati tanti tasselli in questa direzione. Pensiamo alle norme sulle spese legali agli assolti, affinché lo Stato contribuisca alle spese legali degli assolti: perché un innocente chiamato a rispondere deve farsi carico di pagarsi le spese legali, quando è stato ingiustificatamente inserito in questo ingranaggio giudiziario? Le norme sull'oblio per gli assolti: se una persona che è stata chiamata a rispondere in un procedimento penale e ne è uscita magari con l'archiviazione o con l'assoluzione va a cercare lavoro e colui che gli fa il colloquio digita il nome in rete, si trovano “papale, papale” le notizie delle indagini, magari non seguite da quelle del proscioglimento. Oblio per gli assolti non significa cancellare la notizia: significa deindicizzarla, fare in modo che al Mario Rossi di turno non corrisponda, come prima notizia, quella dell'indagine a suo carico, dalla quale è uscito innocente. Questo è l'oblio per gli assolti.

Le norme sulla presunzione di innocenza, la comunicazione delle indagini da parte delle procure sono fondamentali, perché le indagini devono essere svolte, ma le accuse e le contestazioni sono un prodotto che potrà essere capovolto durante il procedimento penale, con l'assoluzione e con l'archiviazione.

E allora, il trasferimento all'esterno, all'opinione pubblica di questo prodotto di accusa è fondamentale che venga fatto in modo accorto e corretto, bilanciando il diritto a informare e ad essere informati con la presunzione di non colpevolezza. Accade questo oggi nel nostro Paese oppure accade qualcosa di diverso?

PRESIDENTE. Colleghi, un po' di silenzio per favore.

ENRICO COSTA (FI-PPE). Nel nostro Paese assistiamo a una sorta di processo capovolto, perché, studiando il codice di procedura penale e chiedendo a uno studente di giurisprudenza qual è il cuore del procedimento penale, la risposta è il dibattimento, il momento in cui si forma la prova, il momento in cui viene pronunciata la sentenza da un giudice. Ebbene, oggi pensate che il cuore del procedimento penale sia realmente il dibattimento? A nostro giudizio, a livello esterno, mediatico, di opinione pubblica, il cuore del procedimento penale è diventato quello delle indagini preliminari, perché è lì che si consolida un prodotto, si consolida un marchio sulla persona, che non è il marchio della sentenza pronunciata da un giudice, ma è il marchio di un'accusa pronunciata da una parte del processo, che è il pubblico ministero. Questo è un qualcosa di cui abbiamo dibattuto moltissimo nella fase referendaria, sostenendo che il prodotto dell'accusa deve essere recepito anche mediaticamente come tale, come un prodotto provvisorio, invece accade esattamente l'opposto, ossia che la stampa prende per oro colato le accuse e le trasferisce all'esterno come fossero sentenze. Si confonde il contenuto e si confonde l'opinione pubblica, che magari non è così attrezzata da apprezzare la differenza.

Il marketing giudiziario. Il marketing è una tecnica che è applicata al commercio, ma applicarla alla comunicazione giudiziaria è un qualcosa di incivile, illiberale e arbitrario (Applausi dei deputati del gruppo Forza Italia-Berlusconi Presidente-PPE) e lo si fa per trasferire all'esterno questo prodotto, che consente di rafforzare le indagini e le inchieste. Chiediamoci: ma durante quel dibattimento, che dovrebbe essere il cuore del procedimento penale, i riflettori sono accesi esattamente come sono accesi durante la fase delle indagini? No. I riflettori si spengono, la stampa si disinteressa di quella fase. Eppure dovrebbe essere la fase in cui si forma la prova. Questo è il punto della nostra proposta di legge: fare in modo che all'opinione pubblica venga esteso e comunicato il procedimento penale nella sua interezza, perché il procedimento penale è un procedimento a formazione progressiva: c'è prima la fase delle indagini, viene comunicata la fase delle indagini, dovrebbe essere comunicata con una grande cautela; poi, c'è la fase o dell'archiviazione o del rinvio a giudizio; poi, c'è la fase del dibattimento; poi c'è la fase della sentenza e poi quella, eventualmente, delle impugnazioni. Dovrebbero essere trasferite all'esterno tutte con la stessa intensità. Intensità significa che, se io dedico uno spazio, un'attenzione, un'ossessione mediatica alla fase delle indagini, espongo una persona, la sua reputazione, la sua immagine e, poi, se quella persona viene assolta, viene dichiarata innocente ha diritto al recupero dell'immagine e della reputazione. Questo non è un obbligo morale (Applausi dei deputati del gruppo Forza Italia-Berlusconi Presidente-PPE e di deputati del gruppo Fratelli d'Italia), come qualcuno ha detto, ossia che noi scriviamo in una legge un obbligo che dovrebbe essere semplicemente un obbligo morale. No! Noi abbiamo norme legate proprio alla reputazione, ai dati personali, che chiedono che i dati personali pubblicati all'esterno siano corretti, esatti, e, se non sono esatti, possono essere aggiornati. Quando qualcuno dice che questa norma che andiamo ad approvare è una sorta di rettifica, vi dico che non è così, perché la rettifica è qualcosa di diverso, è correggere qualcosa di errato: io invio la rettifica al giornale, perché voglio correggere una notizia che, a mio giudizio, è stata pubblicata in modo errato. Non è una rettifica, è un aggiornamento del percorso processuale, perché le notizie delle indagini, se sono state trasferite all'esterno in modo corretto, devono però dipanarsi ed essere pubblicate successivamente. Ecco, quando vedo “paginate” di cronaca giudiziaria, mi piacerebbe che in testa a queste pagine fosse pubblicato un numero: 500.000. Sono 500.000 le persone che ogni anno sono indagate e poi o si archivia o queste persone sono assolte in primo grado (Applausi dei deputati del gruppo Forza Italia-Berlusconi Presidente-PPE). Cinquecentomila! Mi piacerebbe che i giornalisti si ponessero e ponessero all'opinione pubblica la seguente domanda, quando pubblicano notizie di un'indagine: e se fosse innocente? Infatti, nella stragrande maggioranza dei casi quella persona esposta viene assolta o si archivia. Questo è lo spirito della nostra proposta. È una norma di civiltà. Mi dispiace, non voglio polemizzare con il collega De Raho, che abbia pensato che l'assoluzione per prescrizione equivalga a una condanna, a un accertamento di responsabilità. Ieri ha detto: “La prescrizione vuole che il soggetto sia sostanzialmente responsabile”. Ecco, è esattamente l'opposto. Questa è la vostra concezione della giustizia. La prescrizione è un fallimento dello Stato, ma è anche la garanzia che non si scarichino sul cittadino le inefficienze, le superficialità e le lungaggini di un Paese (Applausi dei deputati dei gruppi Forza Italia-Berlusconi Presidente-PPE, Fratelli d'Italia e Lega-Salvini Premier).

PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare la deputata Matone. Ne ha facoltà.

SIMONETTA MATONE (LEGA). Buongiorno a tutti. Io vorrei cominciare il mio intervento citando il titolo di un bellissimo film di Marco Bellocchio del 1972, Sbatti il mostro in prima pagina. Fu una delle prime volte che in Italia si affrontava il tema dei legami tra stampa e politica.

Il protagonista era Gian Maria Volonté, grandissimo attore, grande militante del vecchio Partito Comunista. Erano gli anni in cui il PCI era garantista e non era manettaro. Tanti anni sono passati da allora e da Tangentopoli in poi i rapporti tra stampa e politica sono mutati addirittura in peggio. Abbiamo assistito, dal 1992 in poi, a gogne mediatiche vergognose. Il punto di non ritorno fu il lancio delle monetine a Craxi davanti all'hotel Raphael organizzato a freddo e scientemente dai militanti del vecchio PCI.

Il rapporto tra stampa, gogna mediatica e assoluzioni andrebbe, però, analizzato anche alla luce dei risultati dei processi a carico degli esponenti della Prima Repubblica: 1.400 condanne a fronte di 800 assoluzioni, 445 declaratorie di estinzione del reato tra prescrizioni e amnistie che per alcuni miei ex colleghi sono affermazioni di colpevolezza - l'ho sentito, rabbrividendo, in quest'Aula - e 41 suicidi. Sono numeri che ci dovrebbero far riflettere non tanto sulla fallacia dell'umana giustizia quanto piuttosto sulla devastazione di tante vite per la campagna mediatica che io chiamerei gogna che si accompagnava all'epoca ad ogni arresto. Riflettori puntati su arresti, custodia cautelare e assoluto silenzio sulle assoluzioni successive.

La storia recente nulla ci ha insegnato, perché abbiamo poi assistito addirittura a un peggioramento della situazione, con la saldatura tra alcune procure, le più importanti, e certi organi di stampa, i più autorevoli (Applausi dei deputati del gruppo Lega-Salvini Premier): operazioni giudiziarie e mediatiche decise a tavolino e per le quali si è dovuto aspettare di arrivare in Cassazione per annullamenti tombali senza rinvio.

Dovrebbe soccorrere l'etica professionale per entrambe le categorie, magistrati e giornalisti, ma evidentemente non basta, anche alla luce della nuova deriva innescata da un morboso interesse per i fatti di cronaca nera. Se esaminiamo i casi più clamorosi, vediamo come la demonizzazione dei protagonisti è all'ordine del giorno: si scandaglia la vita privata, si studiano aspetti del privato, che nulla c'entrano col processo, e si comunicano al pubblico, si rovinano matrimoni per lo svelamento di relazioni, si distrugge la vita dei figli. Io ricordo un episodio che mi turbò profondamente: la figlia quindicenne di una politica, portando fuori il cane, chiese ai giornalisti, assiepati fuori di casa, letteralmente: abbiate pietà di noi. L'effetto moltiplicatore lo fanno i social, che diventano lo sfogatoio di frustrazioni e fallimenti personali, che danno voce a chi spesso, alla luce di ciò che scrive, a mio sommesso avviso giustamente non la deve avere.

Questa deriva non è arginabile, almeno lo è difficilmente da un punto di vista tecnologico. Noi, però, come legislatori abbiamo il dovere di intervenire pesantemente e fermamente per porre rimedio ai danni. È un rimedio parziale, è un segnale forte, però, che la politica dà, è un risarcimento tardivo, parziale, se volete, per il male fatto, ma è un atto dovuto. Cosa contiene questa legge? Il titolo è semplice ed esplicativo: pubblicità dei provvedimenti favorevoli all'imputato e all'indagato resi nel processo penale. Segnalazioni al Garante. Prevede, infatti, che, su richiesta della persona nei cui confronti sono state pronunciate sentenze di assoluzione, proscioglimento, non luogo a procedere e provvedimenti di archiviazione, il direttore o il responsabile del mezzo di comunicazione - quale che esso sia: giornale, radio, TV e online - che ha dato notizia dell'avvio di un procedimento penale o dichiarazioni o informazioni o atti relativi al procedimento, è tenuto a dare pubblicità ai provvedimenti favorevoli con relativo adeguato spazio, già riservato al procedimento penale e senza alcun onere per l'interessato (Applausi dei deputati del gruppo Lega-Salvini Premier).

Voi direte: c'era già la legge Cartabia del 2022. Non è esattamente così, perché nel 2022 era stato disciplinato il diritto all'oblio dei soggetti destinatari di proscioglimenti, di non luogo a procedere e di archiviazioni. In particolare, la legge prevedeva che venisse preclusa l'indicizzazione o venisse disposta la deindicizzazione sulla rete Internet dei dati personali riportati in quel provvedimento giudiziario e il cosiddetto diritto all'oblio era già stato regolato dal regolamento dell'Unione europea. Ora noi assistiamo ad un fenomeno curioso: la giurisprudenza di legittimità della Cassazione pone rimedio a tutta una serie di storture e di abusi creati dal giudizio di merito e poi questa giurisprudenza, così seria, così rassicurante e così profonda, viene recepita dal legislatore. La Cassazione cosa ha detto? Che il giudice di merito deve valutare l'interesse pubblico, concreto ed attuale, alla menzione degli elementi identificativi delle persone che furono protagoniste di quelle vicende, ma l'interesse deve essere attuale per il ruolo pubblico rivestito. In caso contrario prevale il diritto degli interessati alla riservatezza rispetto ad avvenimenti del passato che comunque li vedono feriti nella dignità e nell'onore e dei quali la memoria collettiva si è addirittura dimenticata.

Quindi, quanto mai opportuna è questa previsione legislativa, che dà uno strumento diretto in mano a chi sia stato esposto a campagne anche non giuridicamente diffamatorie: non è necessario il ricorso alla fattispecie penale, ma diffamatorie comunque nella sostanza e da attivare con immediatezza e con semplicità. In caso di inadempimento dell'obbligo, il secondo comma prevede, una volta tanto, una legge non farraginosa ma chiarissima, checché ne dica l'opposizione che si astiene. Il comma 2 prevede che l'interessato possa rivolgere una segnalazione al Garante per la protezione dei dati personali, che nei cinque giorni successivi può ordinare la pubblicazione della notizia del provvedimento favorevole all'indagato e all'imputato.

Quindi, noi andiamo a votare una norma agile, una norma giusta, una norma necessaria, ma soprattutto un atto di civiltà giuridica. Per questo annuncio il voto favorevole della Lega-Salvini Premier (Applausi dei deputati del gruppo Lega-Salvini Premier).

PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare l'onorevole Gianassi. Ne ha facoltà.

FEDERICO GIANASSI (PD-IDP). Grazie, Presidente. Il provvedimento che è oggi in votazione nell'Aula attiene all'affermazione del principio di pubblicità delle notizie che attengono alle sentenze di assoluzione e di proscioglimento. È un principio che ovviamente deve considerarsi ragionevole, cioè se si è fornito informazioni durante quel procedimento si fornisce anche l'informazione del provvedimento che ne determina la chiusura. Tuttavia, vi sono una serie di criticità, che abbiamo manifestato nei lavori di Commissione, che non sono certamente di poco conto e che meritano di essere approfondite anche all'esito di un lavoro in Commissione che ha determinato significative modificazioni su iniziative del nostro gruppo. Quindi, riteniamo positiva l'evoluzione che vi è stata, ma credo che sia assolutamente necessario esporre qui, in questa sede, in modo pubblico e trasparente, di quali temi noi stiamo parlando.

Innanzitutto, non stiamo parlando del tema, pur rilevante, del diritto all'oblio, anzi per certi versi stiamo definendo un principio di natura radicalmente opposta. Mentre con il diritto all'oblio si afferma l'esigenza di ridurre la pubblicità di notizie attinenti a fatti pregressi o a procedimenti pregressi, in questo caso si afferma il principio opposto, cioè dell'allargamento della pubblicità delle notizie che attengono ad un procedimento, in questo caso - ripeto - all'esito conclusivo del procedimento.

Si è detto che questo principio attiene al principio di presunzione di innocenza. Non lo si può integralmente notare, ma forse non è necessariamente questo il cuore del tema, nel senso che le esigenze maggiori per la presunzione di innocenza si manifestano durante il procedimento, soprattutto nella fase penale e soprattutto nella fase iniziale del procedimento, dove per natura esiste un maggior squilibrio tra le parti. Ad esempio, le indagini sono segrete, riservate alla Polizia giudiziaria coordinata dalle procure, e solo nel dibattimento le parti in rapporto di parità, davanti al giudice, si presentano per sostenere le proprie ragioni. Diciamo che la pubblicità relativa alla conclusione del procedimento rappresenta il completamento del principio di presunzione di innocenza che, però, deve costruirsi e manifestarsi durante il procedimento. Qui il tema è soprattutto quello di prevedere e affermare il principio per cui le notizie relative a fatti procedimentali e processuali si pubblicano.

Perché io ho detto che vi sono state nel corso dei lavori nostre iniziative per contrastare storture del provvedimento? Perché? Perché inizialmente abbiamo assistito alla proposizione di due testi diversi: il testo Matone e il testo Costa. Il testo Matone non è stato scelto come il testo su cui la Commissione ha concentrato i lavori e dunque è decaduto, ma quel testo già presentava culturalmente problematicità molto significative, perché noi coglievamo un atteggiamento punitivo nei confronti del giornalismo, con tutta una rete di sanzioni. Dunque, è meglio che si sia lavorato sul testo Costa, che non conteneva questa matrice.

Tuttavia, anche nel testo Costa, evidenziavamo due significative criticità. La prima è che nel testo originario l'onorevole Costa proponeva che, in relazione all'atto conclusivo del procedimento, fosse data notizia nelle stesse modalità, nello stesso spazio e con la stessa evidenza che il procedimento ebbe durante il suo svolgimento. Questo principio, a nostro giudizio, era del tutto irragionevole, eccessivo, punitivo e limitativo dell'attività libera della stampa. È vero che, in relazione a questo principio, lo stesso relatore in corso di Commissione ha presentato un emendamento e ha cancellato il principio delle stesse modalità, dello stesso spazio e della stessa evidenza, sostituendolo con il principio dell'analogo spazio e del rilievo adeguato della notizia. Anche su questo intervento manifestavamo criticità, perché il principio di analogia, certamente più dolce e meno forte del principio dello stesso spazio, delle stesse modalità e della stessa evidenza, era comunque un principio da respingere. Non è possibile e accettabile imporre alla stampa di concedere al provvedimento finale l'analogo e quindi stesso spazio che fu concesso durante il procedimento che si è svolto in più fasi: la notizia sulle indagini, la notizia sul rinvio a giudizio, la notizia sul dibattimento.

Devo dire che, a seguito di un nostro emendamento, anche il concetto di analogo spazio è stato cancellato ed è rimasto il principio del rilievo adeguato. Rispetto a questo principio, abbiamo proposto anche qui in Aula una modificazione e abbiamo sostanzialmente proposto un cambiamento. Per quale motivo? Perché già oggi questo principio, che è affermato nella legge, è definito nel codice deontologico dei giornalisti, cioè stiamo parlando di un'iniziativa legislativa, che ovviamente non abbiamo promosso noi, ma l'onorevole Costa, che però attiene a un principio che è già affermato nel codice deontologico dei giornalisti. All'articolo 24, rubricato “cronaca giudiziaria”, è previsto che “in caso di assoluzione o proscioglimento, non appena informato” - il giornalista - “ne dà notizia con appropriato rilievo e adeguata tempestività”. Quindi, suggerivamo, anche per coerenza dell'ordinamento, di utilizzare l'esatta formulazione prevista nel codice deontologico, cioè l'affermazione per cui, appena si è a conoscenza della notizia relativa alla conclusione del procedimento, quella notizia viene comunicata con appropriato rilievo e adeguata tempestività.

Questo nostro ulteriore emendamento non è stato accolto. Rimane il principio del rilievo adeguato, vicino alla previsione del codice deontologico, che è certamente migliore della previsione originaria, che era una stortura che non potevamo in alcun modo accettare.

L'altro aspetto che abbiamo considerato positivo è che, riducendo l'invasività della previsione, resta un principio intoccabile. Quali sono le modalità e i contenuti della comunicazione della notizia: questo spetta esclusivamente al giornalista e nessuno può metterci ovviamente bocca.

L'altro aspetto molto critico, sul quale siamo intervenuti e abbiamo apprezzato che sia stato accolto un nostro emendamento, era il riferimento al ruolo del Garante per la privacy. Nella versione originaria e anche nei lavori di Commissione con gli emendamenti del relatore, si era fatto inizialmente riferimento a due articoli: l'articolo 144 e l'articolo 142 del codice sulla privacy, che fanno riferimento ai procedimenti di segnalazione e reclamo del cittadino interessato che si rivolgono al Garante per la privacy. Quei due articoli ne richiamano altri che attengono ai poteri del Garante e tra questi poteri molto ampi e molto discrezionali, talvolta persino arbitrali, vi è anche quello di irrogare sanzioni. Noi ritenevamo questo esito assolutamente inaccettabile. Non è possibile sanzionare i giornalisti né tantomeno attribuire al Garante, su cui deve essere fatta urgentemente una riflessione sulla qualità del lavoro e sui poteri di cui dispone, anche il potere di sanzionare i giornalisti.

Abbiamo dunque presentato un emendamento ed è stato accolto. Penso sia un fatto positivo, anche perché non succede molto spesso che nella Commissione giustizia il dibattito sia aperto, laico e la maggioranza mostri qualche forma di disponibilità verso i contributi delle opposizioni. In questo caso è stato accolto un nostro emendamento che cancella la possibilità per il Garante di irrogare sanzioni.

Dunque, la segnalazione consente al Garante esclusivamente di richiedere la pubblicazione della notizia, come, appunto, previsto dalla norma e come previsto anche dal codice deontologico. È sostanzialmente l'introduzione nell'ordinamento di una norma speciale più favorevole ai giornalisti rispetto a quello che avviene nei confronti di altre categorie, ma assolutamente necessaria per presidiare la libertà della stampa e non consentire a un soggetto terzo di utilizzare poteri coercitivi molto significativi. Sarebbe stato un significativo problema. Sono dunque miglioramenti importanti che ci consentono di attestarci sull'astensione.

Però voglio aggiungere una considerazione: se il tema rilevante è che è importante - e lo è - dare conto delle notizie, dare conto dei fatti, e l'esito di un procedimento è un fatto, invito la maggioranza a non essere così platealmente contraddittoria. È la stessa maggioranza, ad esempio, che ha impedito di pubblicare le ordinanze cautelari. Anche quello è un fatto. Allora credo che non dobbiamo temere o fuggire dai fatti che debbono essere raccontati. È questo il compito importante del giornalismo, che è un presidio di democrazia.

Allora, la maggioranza ha detto questo ed è un principio ragionevole, ma io dico che i principi ragionevoli non possono valere a giorni alterni: devono valere sempre. E soprattutto, se i principi ragionevoli devono valere sempre, occorre intervenire oggi a tutela della categoria dei giornalisti. La sentenza della Corte costituzionale del 2021 che impone al Parlamento di cancellare il carcere per i giornalisti in caso di condanna per diffamazione aggravata deve essere attuata. Perché non lo si fa, se siamo favorevoli ai principi ragionevoli? Perché la direttiva anti-SLAPP a tutela dei giornalisti contro le querele temerarie, nella legge di delegazione europea è stata recepita solo parzialmente rispetto alle potenzialità che essa ha? Perché la maggioranza rifiuta di allargare quel perimetro a tutela dei giornalisti? Perché, incalzato, il Ministro Nordio e il Governo non accettano le richieste della Federazione nazionale della stampa italiana sulla riforma della professione e sulla rivisitazione dell'equo compenso a tutela della dignità lavorativa dei giornalisti?

Allora, di fronte a un principio ragionevole, non ci scagliamo contro e - come abbiamo fatto in questa sede - abbiamo dato contributi importanti per eliminare storture significative, ma i principi ragionevoli debbono valere sempre, altrimenti è ipocrisia. Noi invitiamo, chiediamo, pretendiamo dalla maggioranza che, se chiede al giornalismo di dare conto di tutte le notizie, sia anche disponibile, nella potestà legislativa di cui dispone, a progredire sulla tutela dei giornalisti, in una fase storica nella quale anche nelle democrazie il ruolo del giornalismo libero e di inchiesta è messo continuamente sotto torchio. Altrimenti è ipocrisia e ovviamente non possiamo accettarla (Applausi dei deputati del gruppo Partito Democratico-Italia Democratica e Progressista).

PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare l'onorevole Vinci. Ne ha facoltà.

GIANLUCA VINCI (FDI). Grazie, signor Presidente. Questa è una norma che molti, veramente tanti aspettavano da tempo. L'aspettavano gli avvocati, ma l'aspettavano soprattutto - come è stato ricordato poco fa dai colleghi - 500.000 cittadini che tutti gli anni vengono prosciolti, assolti in Italia, con fascicoli archiviati. Molte di quelle persone vengono citate sui giornali, sulla stampa, anche con un mezzo che fino a pochi anni fa non esisteva, era sconosciuto, che è la stampa online, che rimane, che raggiunge tutti, anche chi non legge i giornali e chi non guarda in quel momento la televisione, e riesce a infamare la persona sotto indagine o sotto processo.

Quello che dispiace è che, in un'operazione di trasparenza come questa - perché non si tratta assolutamente di presunzione di innocenza, come è stato detto da qualcuno che mi ha preceduto, perché, a questo punto, quando c'è una sentenza di assoluzione, si tratta di innocenza, non più di presunzione di innocenza -, dalle opposizioni si siano voluti mantenere alcuni distinguo. C'è chi ha detto che si astiene, c'è chi ha terminato l'intervento senza neanche dichiarare cosa voterà e quindi ci si immagina magari un voto di astensione, ma neppure dichiarato; magari ci sarà qualcuno che voterà in modo difforme all'interno del gruppo.

Ma chi è che beneficia di questa norma? Ne beneficiamo tutti, ne beneficiano tutti i cittadini. Perché sarebbe stato bello, veramente bello sentirci dire che viviamo in un Paese in cui questa normativa è inutile, ma non è così. Infatti, quando ci si sente dire che sarebbe un obbligo morale la pubblicazione della successiva sentenza di assoluzione, di archiviazione, in cui il cittadino esce pulito da una vicenda, se approviamo questa norma è perché sappiamo che questo - lo vediamo tutti i giorni - non accade. Ci sono casi illustri - ce lo dicono le cronache - di politici e di persone importanti che vengono assolti e c'è solo un piccolo trafiletto o magari si riesce ad avere sulla stampa qualcosa in più. Questo tipo di normativa serve a proteggere non soltanto chi fa politica o chi ha incarichi importanti. Serve a proteggere l'idraulico che viene arrestato, magari, con un'accusa infamante; perde tutti i clienti e nessuno sa più che è stato successivamente assolto. Serve a proteggere, magari, il tassista che viene accusato di un reato, finisce sulle prime pagine dei giornali, poi scompare e nessuno sa che è stato assolto e tra i conoscenti e i clienti rimane questa ombra negativa nei suoi confronti.

Allora questa normativa è importante. Dispiace anche il fatto che ciò sia diventato fondamentale, perché tale normativa non è legata soltanto alla moralità dei giornalisti, visto che non è stata sufficiente fino ad oggi. Infatti, le cronache giudiziarie dicono altro, dicono che, non attribuendosi la stessa importanza alla notizia, si procede quando si pensa di incriminare qualcuno, ma non si procede con altrettanto clamore o con adeguatezza, cioè con il principio che inseriamo in questa norma per dare il giusto risalto anche alle sentenze di chiusura. Ho sentito dire che una sentenza dovuta alla prescrizione o l'archiviazione non siano la stessa cosa che parlare di innocenza, ma il nostro ordinamento le rende di fatto identiche e pensavamo che questa questione fosse già stata superata da tempo, visto che è stata oggetto di un fluente dibattito negli ultimi anni e si è arrivati a ritenere che, se non vi è una sentenza di condanna, non si parla solo di presunzione di innocenza, ma di innocenza.

Questo per dire che questa normativa porterà avanti principi sacrosanti, che per troppi decenni nel nostro ordinamento non sono stati giustamente difesi, non come il diritto all'oblio, ma come il diritto, in questo caso, alla verità, all'onore e alla fama della persona che è stata attaccata, che possono essere un politico, un professionista, un magistrato e essere altre persone che per sbaglio sono finite sotto processo e che ne sono uscite perfettamente pulite. Per questo motivo, questa norma è stata fortemente voluta, oltre che da Forza Italia, anche da Fratelli d'Italia e da tutta la maggioranza. Siamo riusciti a trovare una formulazione che, da quanto ho sentito dire dalle opposizioni, a questo punto - più o meno, magari un po' a denti stretti - aggrada anche alle opposizioni. È bello vedere che oggi si porta un tassello ulteriore alla giustizia “giudiziaria”, anche fuori dalle aule di giustizia.

Per questo, il voto di Fratelli d'Italia è assolutamente favorevole a questo provvedimento (Applausi dei deputati del gruppo Fratelli d'Italia).

PRESIDENTE. Sono così esaurite le dichiarazioni di voto finale.

(Coordinamento formale - A.C. 632-A​ e abbinata)

PRESIDENTE. Se non vi sono obiezioni, la Presidenza si intende autorizzata al coordinamento formale del testo approvato.

(Così rimane stabilito).

(Votazione finale ed approvazione - A.C. 632-A​ e abbinata)

PRESIDENTE. Passiamo alla votazione finale.

Indìco la votazione nominale finale, mediante procedimento elettronico, sulla proposta di legge n. 632-A​: "Modifiche al codice di cui al decreto legislativo 30 giugno 2003, n. 196, in materia di pubblicità delle sentenze di assoluzione o proscioglimento".

Dichiaro aperta la votazione.

(Segue la votazione).

Dichiaro chiusa la votazione.

La Camera approva (Vedi votazione n. 1).

Dichiaro così assorbita l'abbinata proposta di legge n. 2328​.

Seguito della discussione della Relazione della XIV Commissione sul Programma di lavoro della Commissione per il 2026 e sulla Relazione programmatica sulla partecipazione dell'Italia all'Unione europea nell'anno 2026 (Doc. LXXXVI, n. 4-A) (ore 10,55).

PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca il seguito della discussione della Relazione della XIV Commissione sul Programma di lavoro della Commissione per il 2026 e sulla Relazione programmatica sulla partecipazione dell'Italia all'Unione europea nell'anno 2026 (Doc. LXXXVI, n. 4-A).

Ricordo che nella seduta del 18 maggio si è conclusa la discussione generale e sono state presentate le risoluzioni Ambrosi, Giglio Vigna, Rossello, Alessandro Colucci ed altri n. 6-00250, De Luca ed altri n. 6-00251, Fratoianni ed altri n. 6-00252, Bonetti ed altri n. 6-00253 e Scerra ed altri n. 6-00254.

(Parere del Governo - Doc. LXXXVI, n. 4-A)

PRESIDENTE. Il rappresentante del Governo si è riservato di intervenire per esprimere il parere su tali risoluzioni. Invito, pertanto, la rappresentante del Governo ad esprimere il parere su tali risoluzioni, specificando quale intenda accettare ai sensi dell'articolo 126-ter, comma 7, del Regolamento. Prego, Sottosegretaria Siracusano. Ne ha facoltà.

MATILDE SIRACUSANO, Sottosegretaria di Stato per i Rapporti con il Parlamento. Grazie, Presidente. Esprimo i pareri: parere favorevole sulle premesse e sugli impegni della risoluzione di maggioranza a firma degli onorevoli Ambrosi, Giglio Vigna, Rossello, Colucci, Mantovani ed altri e parere contrario sulle premesse e sugli impegni delle altre risoluzioni.

(Dichiarazioni di voto - Doc. LXXXVI, n. 4-A)

PRESIDENTE. Passiamo alle dichiarazioni di voto.

Ha chiesto di parlare la deputata Madia. Ne ha facoltà.

MARIA ANNA MADIA (IV-C-RE). Grazie, Presidente. Il programma di lavoro della Commissione europea ha un obiettivo, che è quello di rendere autonoma e indipendente l'Unione europea. Un obiettivo condiviso da molti, molto efficace dal punto di vista comunicativo, ma molto, molto impegnativo da fare.

E dunque, siccome noi riteniamo che l'Italia debba stare nel gruppo di testa…

PRESIDENTE. Colleghi, per favore un po' di silenzio. Sennò non ascoltiamo nulla. Prego, onorevole.

MARIA ANNA MADIA (IV-C-RE). Siccome riteniamo che l'Italia debba stare nel gruppo di testa dei Paesi che portano avanti questa battaglia per una maggiore integrazione, autonomia e indipendenza europea, la domanda che ci vogliamo fare in quest'Aula oggi è: ma il Governo italiano, il Governo Meloni, è in grado di assumersi questo impegno?

E per rispondere io vorrei prendere in prestito quello che il professor Mario Draghi ha detto qualche giorno fa ancora ad Aquisgrana, parlando della necessità, in Europa, di un federalismo pragmatico che racchiuda la sfida di un'Europa più autonoma e più indipendente. Ecco, diceva Mario Draghi che le condizioni necessarie sono due. E già sottolineando queste due condizioni ci renderemo conto che il Governo Meloni non può assumersi l'impegno, con credibilità, di portare avanti una maggiore autonomia e indipendenza europea. Infatti, le condizioni sono delle leadership nazionali credibili e, la seconda, una delega precisa e vincolante degli elettori.

Vede, Presidente, questa è la ragione per cui il nostro gruppo oggi ha deciso di non presentare risoluzioni, perché noi crediamo che sia impossibile impegnare un Governo con questa destra al potere, di fatto, per svolgere la più grande missione europea dal dopoguerra, ossia quella di rendere l'Europa finalmente autonoma e indipendente.

E vorrei anche rispondere alla Presidente Meloni che dall'assemblea di Confindustria ha di nuovo voluto…

PRESIDENTE. Colleghi, per favore.

MARIA ANNA MADIA (IV-C-RE). Vorrei di nuovo, anche da qui, rispondere alla Presidente Meloni, che dall'assemblea di Confindustria ha voluto attaccare i tecnocrati brussellesi come ostacoli agli interessi dell'Italia. Ecco, l'Europa non la cambieranno certo gli apparati di Bruxelles, ma la cambieranno, questo sì, politici, leader politici coraggiosi, determinati e forti del consenso popolare.

E proprio sul consenso popolare mi vorrei soffermare, perché l'accusa che da sempre viene rivolta a chi porta avanti le istanze di un sovranismo degli Stati nazionali, e, dunque, da chi vorrebbe invece smontare l'integrazione europea, è quella di non avere dietro il consenso del popolo, la volontà del popolo. Allora, io penso che su questo punto, in Italia stia succedendo qualcosa, si stia verificando un cambiamento. Perché? Perché gran parte dell'opinione pubblica oggi segue, è attenta, giudica, valuta, valuta la collocazione dell'Italia in Europa e nel mondo, valuta il ruolo dell'Italia in Europa e nel mondo, valuta il rapporto dell'Italia con gli alleati storici e il modo in cui noi ci muoviamo in Europa e nel mondo rispetto alle guerre che, purtroppo, ci sono, dall'Ucraina al Medio Oriente, valuta ed è attenta al modo in cui noi ci difendiamo da nuove minacce e da grandi crisi globali.

Io ricordo un mio intervento in quest'Aula. Eravamo anni fa, all'indomani delle ultime elezioni europee e alla vigilia di un importante Consiglio europeo, e chiedevo alla Premier Meloni: Presidente, dove sta schierando l'Italia? Le chiedevo, ora come allora, se la schierava con la Russia unita di Salvini o con l'Europa unita. Domanda quanto mai attuale dopo che ieri, ancora, la maggioranza si è spaccata sull'adesione futura dell'Ucraina all'Unione europea. Le chiedevo - alla Presidente Meloni - dove stava schierando l'Italia. Se con Viktor Orbán, che era Presidente in Ungheria, o con lo Stato di diritto, e devo leggere ancora nella risoluzione di maggioranza, oggi, la richiesta di affievolire quel meccanismo sacrosanto per cui i finanziamenti europei arrivano solo agli Stati membri che rispettano lo Stato di diritto.

Chiedevo alla Premier Meloni dove stava schierando l'Italia, se con un alleato come Trump, allora non ancora Presidente degli Stati Uniti, o se con un'Europa autonoma dentro il Patto atlantico. Anche questa domanda quanto mai attuale, perché la risoluzione di maggioranza è solo piena di impegni che hanno come obiettivo quello - su ogni tema, su ogni dossier - di limitare le competenze europee. Ecco, io credo che questo, di fatto, sia il punto, la ragione per cui nell'opinione pubblica, oggi, si sta verificando un fatto nuovo, un cambiamento. Perché, anche nei momenti più critici della nostra storia repubblicana, la collocazione dell'Italia in Europa e nel mondo era sempre una collocazione che non era messa in discussione. Cioè, di fronte alle crisi più gravi si sapeva sempre dove stava l'Italia, con chi stava l'Italia, che ruolo avrebbe giocato e svolto. Ed oggi, questo è il punto, non è più così. E non è più così neanche rispetto alla definizione di come si pratica l'atlantismo, visto che abbiamo un Presidente americano che, da quando si è insediato, anzi, da prima, già in campagna elettorale, tutto fa semplicemente per indebolire e disgregare l'Europa.

Allora, Presidente, in questo scenario così imprevedibile, così drammatico, io credo che Europa non possa significare soltanto direttive, bilanci e politiche comunitarie. Oggi l'Europa è un campo di battaglia. Purtroppo lo è in senso anche non metaforico, perché l'Ucraina sta combattendo per i nostri confini e per i nostri valori, ed è un campo di battaglia anche politico. Sono sotto attacco pilastri, pilastri della nostra Europa che noi ritenevamo scontati e che scontati non sono, messi in discussione da vecchie e nuove autocrazie, da poteri tecnologici che ci vedono come intralci, come ostacoli alla loro potenza e ai loro interessi.

Ed è proprio l'enormità della posta in gioco ad avere, lo ribadisco, introdotto questo fatto nuovo nella dinamica politica italiana, e cioè che le scelte di politica europea e di politica internazionale vengono giudicate e valutate dai cittadini quando sono chiamati a votare, anche quando sono chiamati a votare su altro. Perché questo è stato l'esito del referendum costituzionale, dove io penso ci stia dentro molto del pericolo che i cittadini hanno sentito sulla loro pelle per le alleanze internazionali del Governo Meloni, che erano, sono alleanze che, di fatto, aiutano non a rafforzare l'Europa, ma a disgregare l'Europa.

E allora qui si apre un altro capitolo, e su questo vorrei chiudere. Io credo che il Governo Meloni, questo Governo che ci ha portato, che ha portato l'Italia in un radicalismo globale, con alleati molto pericolosi che stanno portando il mondo sull'orlo del baratro, abbia poca credibilità, ancor meno credibilità dopo questa presunta svolta cinica e opportunistica, improvvisata post-referendum. Il problema in più, peraltro, deriva dal fatto che questa svolta, che arriva per un cinico calcolo elettorale, la fanno forze politiche - ricordiamolo - come Fratelli d'Italia e la Lega che hanno un mandato popolare chiaro come forze euroscettiche, come forze contro l'Europa, come forze nazionaliste. E allora, non avendo noi sentito la Premier Meloni, poi, nei fatti dire che Vance, a Monaco, quando ingiuriava l'Europa, sbagliava, o dire che la posizione presa sul diritto di veto di ogni singolo Stato membro, che in questi anni ha sistematicamente bloccato qualunque passo in avanti per una maggiore autonomia strategica europea, è una cosa sbagliata, dobbiamo dedurre - e concludo - che si tratti appunto di una svolta solo opportunistica, ma non sostanziale.

Per tutte queste ragioni, noi non possiamo che votare contro la risoluzione di maggioranza, perché pensiamo che, sì, sia l'ora di un'Europa più autonoma e indipendente, ma che il primo ostacolo affinché l'Italia giochi un ruolo in questo processo così importante è proprio il Governo Meloni (Applausi dei deputati del gruppo Italia Viva-il Centro-Renew Europe).

PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare l'onorevole Alessandro Colucci. Ne ha facoltà.

ALESSANDRO COLUCCI (NM(N-C-U-I)M-CP). Grazie, Presidente. Onorevoli colleghe e colleghi, signori del Governo, Noi Moderati esprime un voto favorevole sulla Relazione programmatica di maggioranza, sulla Relazione del Governo sulla partecipazione dell'Italia all'Unione europea per l'anno 2026. Lo facciamo non per un atto di fedeltà alla maggioranza, ma perché questo documento, nella sua impostazione strategica, nelle sue priorità concrete, rappresenta ciò in cui crediamo: un'Italia protagonista in Europa, non spettatrice; un'Europa che sa coniugare ambizione e pragmatismo; un Occidente che non rinuncia alla propria capacità di deterrenza e di pace.

Signor Presidente, Noi Moderati vota a favore di questa Relazione perché esprime una visione di Italia che non si accontenta di essere presente in Europa. Vuole contare, influenzare, proporre, vuole che l'Europa cambi; cambi in un metodo che è troppo burocratico, cambi nel merito, che troppo spesso è di tipo ideologico, che soffoca famiglie e imprese.

Come ha ben sintetizzato la Presidente del Consiglio Meloni nell'assemblea nazionale di Confindustria, un'Europa che faccia meno e che, quello che fa, lo faccia meglio, e che faccia scelte coerenti con la realtà che stiamo vivendo. Allora siamo per un'Europa che non si chiuda, ma che sappia con chi e dove vuole andare. Siamo per un'Italia che porta il proprio peso nelle missioni internazionali, che non delega ad altri la propria sicurezza, che sostiene i partner aggrediti, che non teme di chiamare le cose con il loro nome, ovvero aggressore chi aggredisce e alleato chi difende i valori condivisi. Siamo per una politica europea che sia al servizio degli italiani, delle imprese, delle famiglie, delle comunità e non un esercizio burocratico autoreferenziale.

Il Governo ha tracciato la rotta giusta. Il Parlamento deve vigilare e correggere dove è necessario, rafforzare dove è possibile. Noi Moderati ovviamente farà la sua parte.

Per quanto riguarda il merito più dettagliato del mio intervento, Presidente, rinvio alla relazione che ho illustrato sinteticamente, che desidero depositare, ovviamente con il suo permesso e con il suo consenso.

PRESIDENTE. Ovviamente, è autorizzato a depositare la relazione.

Ha chiesto di parlare la deputata Piccolotti. Ne ha facoltà.

ELISABETTA PICCOLOTTI (AVS). Grazie, Presidente. Colleghi e colleghe, interveniamo su questa risoluzione in un momento che definiremmo di chiarezza drammatica, perché tutto ciò che avevamo denunciato come rischio, in questi anni, in particolare da questi banchi, sta diventando realtà e lo sta diventando in modo accelerato e brutale.

Il nostro Governo sta agendo per indebolire l'Europa, dimenticando la ragione per cui è nata: quella di difendere la giustizia sociale, i diritti umani, la pace e impedendo una maggiore integrazione, in nome di un nazionalismo che si collega al pensiero MAGA che viene dagli Stati Uniti. Noi siamo molto preoccupati dalla risoluzione che avete presentato perché, in qualche modo, ci pare fare il paio con quelle dichiarazioni sconnesse e vergognose di Tajani, con cui il Ministro degli Affari esteri disse: il diritto internazionale vale fino ad un certo punto. Senza spiegare quale fosse questo “certo punto”, ma sottintendendo che la forza, l'utilizzo della forza da parte delle potenze internazionali, a partire da Israele e dagli Stati Uniti, potesse giustificare la violazione del diritto internazionale.

Ecco, siamo preoccupati perché ci pare che la vostra risoluzione dica che lo Stato di diritto in Europa vale fino ad un certo punto, cioè vale finché non incontra la volontà di persone come Orbán, finché non incontra la volontà di potenza di leader che puntano a soluzioni autoritarie. E non è un caso che in questa risoluzione, al punto 20) degli impegni, la maggioranza proponga di espungere dalla proposta i meccanismi sanzionatori previsti nei casi di asserita violazione dello Stato di diritto da parte degli Stati membri. Cioè, state dicendo che l'Unione non deve intervenire con sanzioni quando uno Stato membro viola i principi democratici, viola l'equilibrio dei poteri, minaccia l'autonomia della magistratura, minaccia la libertà delle persone. Questo punto della risoluzione è completamente inaccettabile, dimostra tutta la vostra subalternità a Trump, a Putin, a Orbán e a tutta la filiera dell'“internazionale nera” e mette a rischio l'Europa così come noi, come le generazioni prima di noi, quelle che erano uscite dalla Seconda guerra mondiale, l'avevano concepita, cioè come uno spazio di libertà e democrazia.

E poi veniamo agli altri temi gravi di questa risoluzione. Iniziamo dalla questione più urgente, quella della guerra, perché proprio in queste ore stanno riprendendo i combattimenti in Iran. Si tratta di una guerra illegale, criminale, che Trump ha avviato senza nemmeno chiedere il voto del proprio Parlamento nazionale e senza nemmeno fare una telefonata agli alleati europei. In queste ore, Trump dice che riaprirà lo Stretto di Hormuz. Noi vorremmo fargli notare che lo Stretto, prima della sua guerra, era aperto e che le navi passavano, che questa guerra produce e ha prodotto danni ingenti alle economie globali, in particolare a quelle europee.

E ci fa davvero specie che la vostra risoluzione non punti a rafforzare la politica estera e diplomatica dell'Europa, a dare all'Europa un ruolo, a permettere che venga rimosso anche il potere di veto che impedisce a questa Europa di farsi, in qualche modo, potenza nello scenario geopolitico. Ogni volta, in ogni passaggio, ciò che voi ribadite è che l'Europa deve rimanere silente, deve rimanere complice di questa irrilevanza diplomatica - che noi di Alleanza Verdi e Sinistra denunciamo da mesi -, perché devono venire prima gli Stati nazionali. Voi promuovete un nanismo diplomatico che impedisce anche, poi, di perseguire la pace. E le cause non sono casuali, perché, di fatto, siete uno dei Governi che agiscono dall'interno per la destabilizzazione, la destrutturazione e l'indebolimento dello spazio europeo, in relazione a chi, fuori dall'Europa, a partire dagli Stati Uniti in questo momento, sta cercando di indebolire il nostro ruolo.

Poi c'è la guerra in Ucraina, che continua: anche qui, nessun riferimento all'unica soluzione sostenibile, che è quella diplomatica. State rinunciando al ruolo di attori di pace che l'Italia avrebbe dovuto avere e anche questo è un errore storico.

E, ancora, il riarmo, che fa il paio con questi errori di prospettiva. Noi siamo contrari, a differenza di quello che voi dichiarate nella vostra risoluzione, all'impostazione della comunicazione congiunta Preserving Peace e contrari a ogni ulteriore aumento delle spese militari nazionali senza alcun avanzamento verso una vera difesa comune europea, che potrebbe ridurre e razionalizzare le spese. Le risorse pubbliche che si vogliono dirottare verso l'industria bellica sono le stesse che dovrebbero finanziare la sanità, l'istruzione, la ricerca e la transizione ecologica. La pace e la sicurezza non si costruiscono con gli arsenali: si costruiscono, invece, con la diplomazia, il dialogo e le garanzie reciproche. State sbagliando a dare il vostro via libera ad un programma di centinaia di miliardi di investimenti in armamenti.

E, poi, veniamo al cuore di ciò che stiamo discutendo oggi: l'Agenda europea e il suo stravolgimento, sotto la spinta del rafforzamento politico della destra. L'Europa, che già aveva tantissimi limiti, con voi e con la vostra crescita non solo non migliora, ma addirittura peggiora. La Commissione europea, con una maggioranza sempre più dipendente dal Partito popolare e dalle sue convergenze con le destre nazionaliste, ha presentato un quadro finanziario pluriennale per il 2028-2034 che definiamo, senza mezzi termini, totalmente inadeguato: non offre risposte alle emergenze sociali e climatiche, frammenta e riduce il Green Deal, incrementa spese militari e strumenti dual use e azzera il coinvolgimento dei territori nella programmazione. È la vittoria politica di chi - come dicevo prima - in questi anni ha lavorato per svuotare l'Europa dei suoi valori fondativi: della solidarietà, della sussidiarietà, dell'attenzione ai luoghi e alle comunità territoriali.

L'eliminazione del programma LIFE come strumento autonomo, uno dei pochi strumenti che enti locali e associazioni avevano per finanziare progetti ecologici, è un simbolo perfetto di questa regressione. Non è solo una scelta tecnica, ma è una scelta politica, derivante dalla vostra ossessione contro i programmi green e dalla vostra grande attrazione per i programmi che, invece, promuovono fonti fossili, petrolio, inquinamento, tutto ciò che distrugge la prospettiva di una vita dignitosa per le giovani generazioni.

E infatti, anche sul cambiamento climatico, colleghi e colleghe, questa risoluzione e, in generale, il nuovo programma sono un pesantissimo arretramento. Fra poche settimane arriverà l'estate e sappiamo già cosa ci aspetta: ondate di calore, siccità, alluvioni, incendi. Chi legge i report dei climatologi, dei tecnici e degli scienziati che stanno studiando il fenomeno, sa che quest'anno sarà, ancora una volta, l'anno più caldo da quando registriamo le temperature. Lo abbiamo visto: ogni anno, con intensità crescente, crescono anche gli eventi catastrofici, per i quali paghiamo miliardi e miliardi di danni.

E voi che cosa fate? Mettete in discussione gli obiettivi di decarbonizzazione per dirottare priorità e investimenti verso il riarmo e la difesa: un atto di totale irresponsabilità, di cui ormai non solo le generazioni future, ma anche le generazioni attuali vi chiederanno conto. Questa vostra scelta rischia di demolire decenni di tutela dell'ambiente e della salute pubblica e fa indietreggiare l'Europa proprio nel momento in cui la transizione ecologica sta ridisegnando gli equilibri economici globali. La cecità è doppia: è ambientale, ecologica, ed è anche, però, strategica.

Ecco perché con questa risoluzione chiediamo al Governo impegni precisi. Provo ad illustrarli brevemente.

Sulla pace ho già detto: lavorare attivamente a una soluzione diplomatica per l'Ucraina; sanzionare lo Stato di Israele; mettere fine all'oscenità dell'accordo di associazione fra l'Unione europea e Israele. Noi abbiamo, in parte, raccolto un milione di firme per chiedere questo stop e ve lo ribadiamo.

Sul riarmo bisogna opporsi all'ulteriore aumento delle spese militari.

Sull'energia, vogliamo che vengano adottate misure urgenti per proteggere i redditi di famiglie e imprese dagli shock energetici, ma senza toccare gli ETS, che sono un pilastro del Green Deal (Applausi dei deputati del gruppo Alleanza Verdi e Sinistra). Dobbiamo ridurre progressivamente…

PRESIDENTE. Concluda.

ELISABETTA PICCOLOTTI (AVS). …le importazioni di gas e aumentare la produzione da rinnovabili.

Presidente, l'Europa che vogliamo è quella che fu promessa alle nostre generazioni: un progetto di pace, di diritti, di futuro comune. È ancora possibile costruirlo, ma serve il coraggio di dirlo anche qui, oggi, in quest'Aula: tutto questo diventerà realtà solo quando le destre verranno cacciate dai Palazzi del potere (Applausi dei deputati del gruppo Alleanza Verdi e Sinistra).

PRESIDENTE. Ha chiesto di intervenire la rappresentante del Governo per una precisazione.

MATILDE SIRACUSANO, Sottosegretaria di Stato per i Rapporti con il Parlamento. Grazie, Presidente. C'è una modifica sul parere alla risoluzione Bonetti ed altri n. 6-00253. Si esprime parere contrario sulle premesse, parere contrario sugli impegni 1), 2) e 5) e parere favorevole sugli impegni 3) e 7); sull'impegno 4) c'è una piccola riformulazione, previa sostituzione delle parole: “della difesa comune” con le seguenti: “della difesa”; parere favorevole sull'impegno 6), previa espunzione delle parole: “in sede di revisione intermedia del Green Deal”.

PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare la deputata Bonetti. Ne ha facoltà.

ELENA BONETTI (AZ-PER-RE). Grazie Presidente. Sottosegretaria, colleghe e colleghi, oggi discutiamo il voto su una relazione che, in qualche modo, deve definire come il nostro Paese sta all'interno dell'Unione europea. Sono quei passaggi che talvolta sono sottovalutati per importanza e incidenza politica all'interno di quest'Aula ma, dato il contesto dell'oggi nel quale questo dibattito avviene in quest'Aula, invece diventano di una rilevanza strategica e definitiva per la politica non solo europea del nostro Paese, ma anche per la politica interna.

L'Europa ha permesso di ripartire… per il nostro Paese, per l'intera Europa, dopo una lacerazione drammatica che ha avuto forme di esplosione enormi: penso alla guerra, penso alla violazione della dignità umana, alla povertà, alle dittature. L'Unione europea, la scelta degli Stati, in primis del nostro Paese, di costruire l'Unione europea è stato quel percorso di apertura, di una rinascita e di un rilancio che anche per l'Italia è stato particolarmente significativo, direi necessario e irrinunciabile. Credo che questo richiamo, apparentemente teorico, astratto, di rilevanza storica, oggi debba essere invece evocato in quest'Aula come l'assioma sul quale costruire il percorso di discernimento che deve portare alla decisione e alla postura con cui l'Italia sta in Europa.

L'Italia ha scelto di essere tra i Paesi fondatori e lo ha fatto, in primis, lasciatemelo ricordare, attraverso l'opera di De Gasperi, il quale, da rappresentante di un Paese tra quelli che, per la dittatura del nazifascismo, avevano disgregato drammaticamente l'Europa, è andato a chiedere di essere tra i Paesi operanti per la costruzione dell'Unione europea; e non con la viltà dello sconfitto che chiedeva aiuto agli altri Paesi, ma con il coraggio di riconoscere che l'Italia poteva e doveva essere uno dei Paesi leader che coraggiosamente potevano costruire l'Unione europea. Senza quella decisione lungimirante le nostre imprese non avrebbero avuto la forza - che, invece, hanno avuto - di rilanciare la produttività industriale del nostro Paese. Senza quella scelta lungimirante, le nostre famiglie, i nostri diritti, le pagine scritte nella nostra Costituzione non avrebbero avuto il modo per potersi incarnare nella costruzione reale di un principio democratico di uguaglianza e di coesione sociale.

Ecco, questa non è solo l'eredità, ma è l'impegno che oggi dobbiamo richiamare. Altro che quel sovranismo, qualunquista e provinciale, di chi vuole oggi riportare l'Italia, invece, a quell'irrilevanza feudale, anche in Europa, per poter dipendere dalle grandi potenze ancora imperialiste che ci sovrastano. E ogni riferimento a partiti, che siedono in quest'Aula, è voluto e non certo casuale.

Ecco, questo è il bivio in cui oggi ci troviamo rispetto alla decisione di come votare le risoluzioni. Vogliamo contribuire, di nuovo, a una maturazione dell'Unione europea, anche rilanciando il suo ruolo, rafforzando il processo e il potere delle sue istituzioni, per andare avanti su questo solco, invece di dare adito al qualunquismo sovranista di chi ci vuole far sfilare dal contesto europeo e metterci in coda e non contare più nulla. Ecco, è una decisione che non permette alcuna ambiguità e, qui, oggi celebriamo, invece, l'evidenza dell'ambiguità delle due coalizioni: quella della maggioranza e del campo largo.

Questa settimana, la Presidente del Consiglio, ha, purtroppo, lo diciamo con grande rispetto, rispolverato argomenti retorici, antieuropeisti; e, questo apparentemente per dare una risposta alla fatica espressa dall'industria e dalle imprese del nostro Paese che giustamente chiedono al Governo strumenti per poter rilanciare una produttività che non sta ripartendo, per poter fronteggiare il rischio di recessione, al quale l'Italia è evidentemente esposta, e per poter, come dire, contro-invertire quella dinamica che, oggi, ci vede ultimi, per crescita, in Europa. Queste richieste, lecite, meritano risposte che siano efficaci e non, certamente, una retorica qualunquista e sovranista che danneggerebbe ulteriormente le nostre imprese perché le risposte, che andavano e vanno date, sono politiche energetiche che sono state sbagliate e che vanno corrette.

Noi su questo abbiamo avanzato proposte chiare. Siamo anche d'accordo a dire che l'Unione europea si debba impegnare negli investimenti, per la sicurezza e l'indipendenza energetica di tutti gli Stati membri perché vuol dire sicurezza e indipendenza energetica dell'intera Europa, ma, signori, questa roba qui la si fa dopo che noi, in casa, abbiamo corretto le storture che, oggi, fanno sì che le imprese italiane paghino quattro volte tanto il costo dell'energia rispetto agli altri Paesi. Questo significa togliere le rendite di trasmissione e di distribuzione dell'energia; significa avere il coraggio di rinnovare le concessioni idroelettriche, imponendo un prezzo equo; vuol dire andare contro quei monopoli che si sono costruiti, negli anni, che sono i poteri forti dell'energia, nel nostro Paese, e che questo Governo, nell'interesse nazionale, dovrebbe smantellare; vuol dire accelerare, con forza e determinazione (Applausi dei deputati del gruppo Azione-Popolari Europeisti Riformatori-Renew Europe), sul nucleare, proprio per raggiungere quel mix energetico che permetterebbe una piena ed efficace decarbonizzazione anche del nostro Paese.

Servono investimenti, che sono mancati, a me spiace dirlo, ma l'ho detto con riferimento alla legge di bilancio. Accontentarsi di una legge di bilancio che, dal punto di vista programmatico, valeva zero sull'impatto di crescita del PIL avrebbe esposto il Paese al rischio che stiamo adesso vedendo, cioè alla prima tempesta… sì, signori, siamo in difficoltà, perché? Perché non abbiamo fatto gli investimenti che erano necessari per il sostegno dell'industria e delle imprese. Serve investire sul tema del debito pubblico che non è certo colpa di questo Governo. Serve andare avanti a smantellare la burocrazia italiana prima che quella europea, la burocrazia italiana prima che quella europea.

E, poi, sì, forti di questo argomento, andare in Europa per chiedere, porre in Europa un interesse primario che sia l'interesse primario europeo, consapevoli che solo in questo modo daremo la massima risposta alle nostre imprese, alle nostre famiglie, allo sviluppo europeo.

Noi prendiamo le distanze da quella visione per cui la Presidente ha detto: “L'Europa deve fare meno e fare meglio”. Noi pensiamo, invece, che l'Europa, per fare meglio, debba fare di più, e che l'Italia debba fare di più nell'Europa (Applausi dei deputati del gruppo Azione-Popolari Europeisti Riformatori-Renew Europe) per costruire un'Europa coesa, forte e significativa. Quando chiediamo di rimuovere il diritto di veto, lo facciamo per poter dare slancio all'azione europea integrata di investimenti industriali, energetici, di difesa comune. Quando diciamo che dobbiamo portare avanti il federalismo pragmatico, sulla scorta di quello che è stato l'euro, lo diciamo perché noi dobbiamo mettere un'accelerazione all'Europa, togliere quegli orpelli egoistici di alcuni Paesi che si permettono di essere egoisti perché hanno anche, come dire, le spalle più forti delle nostre. Che l'Italia vada in Europa a fare l'egoista, con il debito pubblico che ha, sarebbe la strategia più sbagliata anche nell'interesse nazionale.

Dopodiché, lasciatemi altrettanto dire sui mercati unici, a cui noi ci vogliamo rivolgere, io faccio un appello ai partiti. Siamo il primo Paese che pone il veto sul MES: signori, non si fa il mercato unico dei capitali se quello non passa. Di questo ci dobbiamo rendere conto. Il problema è che la forza sovranista che voi avete nella maggioranza di centrodestra vi sta facendo da zavorra per portare avanti una spinta europea forte, e così la stessa cosa la ritroviamo nella possibile alternativa del “campo largo”, dall'altra parte, dove, evidentemente, ci sono due partiti che portano avanti una visione, invece, che è contraddittoria nel tema della difesa europea comune, nel tema del portare avanti, con forza, delle politiche energetiche a sostegno delle imprese, e questo noi non ce lo possiamo assolutamente permettere.

Io vorrei richiamare tutti voi al fatto che, nella risoluzione di maggioranza, l'impegno è: “prosegua pienamente il sostegno dell'Unione all'Ucraina sotto il profilo politico, finanziario, militare e nel percorso di ricostruzione di progressiva integrazione europea”. Noi sottoscriviamo questo impegno, dopodiché ci asterremo sulla vostra risoluzione, perché quello che voi avete scritto nulla ha a che fare, poi, con i discorsi della Premier o con la postura che state tenendo fuori. Mi chiedo come la Lega possa votare in questo modo, ma se l'avete convertita ben venga.

Mi lasci concludere, Presidente, dicendo che ieri è stato depositato un testo di legge sulla nuova legge elettorale. Bene, signori, voi avete insistito nell'andare avanti a voler creare un sistema elettorale che forzerà due coalizioni a presentarsi agli elettori con le contraddizioni che ho messo in evidenza. Oggi, che l'Europa è la stella polare dell'orientamento della politica industriale, di difesa e di coesione sociale del nostro Paese, voi vi state condannando ad andare di fronte agli elettori senza la possibilità di avere una linea chiara e precisa su questo fronte perché entrambi portate in seno le contraddizioni di zavorre irrisolte. Mi rivolgo a Forza Italia, al Partito Democratico e anche alla Presidente Meloni per dire: fermatevi.

Ecco, noi, invece, al di là di quello che farete, andremo avanti, convintamente, nella convinzione che l'Europa oggi sia l'unica speranza per il nostro Paese di poter ripartire, e, ad oggi, l'unico partito pienamente europeista di questo arco parlamentare rimane Azione (Applausi dei deputati del gruppo Azione-Popolari Europeisti Riformatori-Renew Europe).

PRESIDENTE. Salutiamo le ragazze, i ragazzi, le docenti e i docenti dell'Istituto comprensivo “Galliano Binotti” di Pergola, provincia di Pesaro e Urbino. Benvenuti qui, benvenuti a Montecitorio (Applausi).

Ha chiesto di parlare l'onorevole Arnaldo Lomuti. Ne ha facoltà.

ARNALDO LOMUTI (M5S). Grazie, Presidente. Io direi subito che questa Relazione programmatica per quanto riguarda la partecipazione del nostro Paese all'Unione europea per il 2026 potremmo definirla come una relazione su tutti i nodi al pettine che stanno per arrivare e per i quali noi abbiamo detto sempre quali sarebbero stati i pericoli e, soprattutto, le conseguenze.

Oggi le conseguenze sono che il nostro Governo ci sta portando verso uno sfacelo economico e finanziario senza precedenti. Per capirlo, basta fare qualche piccolo passo indietro nel tempo, come ad esempio il 29 aprile 2024: Presidente, quello era il giorno in cui questo Governo dice “sì” al Patto di stabilità. Un'operazione che noi abbiamo subito definito come “pacco di stabilità”, ma perché? Perché era evidente a tutti come quell'operazione fosse un'ipoteca sul nostro Paese o, meglio, un cappio al collo per il nostro Paese, perché avrebbe imposto una austerità per i cittadini italiani, che si vedono costretti a sborsare dalle proprie tasche cifre esorbitanti, che vanno dai 10 ai 15 miliardi all'anno, nonostante il nostro aut aut, il nostro avviso.

Noi abbiamo sempre detto che saremmo andati verso questa direzione e oggi, purtroppo, il tempo ci deve dare ragione. Il bello è che poi è stata anche decantata questa operazione come un grande successo. Il Ministro Giorgetti, addirittura, si è scomodato per dire che sì, è un compromesso inevitabile, ma sono stati fatti grandi passi avanti. Beh, secondo noi quei grandi passi in avanti sono stati fatti in tutt'altra direzione, cioè nella direzione dello sfacelo economico e finanziario del nostro Paese.

Ora che finalmente il Governo ha capito di avere messo un cappio al collo a milioni di cittadini italiani, che cosa fa? La Premier Meloni manda una letterina alla sua amica Ursula von der Leyen. Beh, dobbiamo dire che in quella lettera è sancito il fallimento di 4 anni di questo Governo, perché oggi ci ritroviamo a guardare un Paese con un'alta fiscalità, un reddito bassissimo, un debito pubblico enorme, una crescita manco a parlarne, perché siamo gli ultimi in Europa come PIL a livello europeo. Ci avete fatto entrare dentro una procedura di infrazione, dalla quale non siete stati capaci di farci uscire. Insomma, qui andrebbero fatti veramente tanti complimenti al Governo Meloni, che sulle reti, su TeleMeloni, sulle sue reti nazionali e non, ormai, viene detta sempre tutt'altra realtà ai cittadini.

In un Paese che non cresce, che non ha possibilità di promuovere politiche di innovazione e investimenti, non vanno mandate letterine. Guardate, avevate già un esempio: il Presidente Giuseppe Conte, che nel periodo più drammatico della storia della Repubblica italiana non ha mandato letterine, è andato in Europa e ha difeso gli interessi degli italiani (Applausi dei deputati del gruppo MoVimento 5 Stelle) con le unghie e con i denti, facendo anche asse con gli altri Paesi che si trovavano in pari difficoltà. Questo doveva fare, non scrivere letterine.

Veniamo a una seconda importante data, quella del 6 marzo 2025. Anche lì, il Governo Meloni dice “sì” a un'operazione scellerata, ma non per tutti, perché per altri invece porterà molto bene, che riguarda il ReArm Europe, tanto promosso indovinate da chi? Da Ursula von der Leyen. Senza però scordarci che Ursula von der Leyen, Presidente - perché fa bene ricordare la storia di alcuni protagonisti della politica europea -, è stata Ministro della Difesa della Germania. E il ReArm Europe porterà benefici solo ed esclusivamente alla Germania - aggiungerei anche un altro avverbio, pericolosamente (Applausi dei deputati del gruppo MoVimento 5 Stelle) -, perché 800 miliardi di euro non sono distribuiti per mettere in piedi un'auspicata politica militare comune europea. No, noi andremo a spendere 800 miliardi in Europa diversamente, in base alle priorità, ma soprattutto alla capacità fiscale di 27 Stati.

Torno a dire che capacità fiscale vuol dire in base al fatto se uno Stato o meno tenga i conti in ordine. Noi no, ma i baltici sì, la Polonia sì, la Germania sì, e quindi godranno dello sconto nel Patto di stabilità per le spese militari. Non è che ci vuole un genio per arrivare a capire questo meccanismo, per il quale noi abbiamo detto “sì” e continuiamo ad essere servi, non soltanto degli Stati Uniti d'America, con i dazi, con il “sì” al gas liquido, con il 5 per cento nella NATO, ma anche a casa nostra, in Europa. Noi siamo servi anche della Germania, perché dire sì a quella follia del ReArm Europe vuol dire che noi diciamo “sì”, senza battere ciglio, a qualunque cosa che ci viene proposta, perché noi, evidentemente, non dobbiamo dare fastidio. Questa è la politica europea e internazionale del Governo Meloni.

Ora, torno a dire: quel ReArm Europe è pericoloso anche per il fatto che soprattutto la Germania diventerà una superpotenza militare, tant'è che Berlino già sta dicendo che mira ad essere leader europeo per quanto riguarda la potenza militare - verrebbe da dire al grido di Deutschland über alles, che è la prima frase dell'inno nazionale tedesco, e in un momento storico nel quale il partito neonazista AfD avanza senza ostacoli e potrebbe vincere le prossime elezioni. Anche qui noi rivolgiamo i nostri complimenti e il nostro plauso al Governo Meloni per come si sta muovendo.

Vede, quello che va fatto in Europa, Presidente, è andare lì e chiedere tutt'altro che politiche di spesa militare forsennata e folle. È andare lì e chiedere - se avessimo le spalle dritte - un Energy Recovery Fund. Questo perché, in Europa, la necessità prioritaria del nostro continente è di rientrare in una sicurezza energetica per dare serenità alle nostre famiglie e alle nostre imprese. Niente di questo però è stato fatto - Nemo propheta in patria mi verrebbe da dire -, perché queste cose le diceva il nostro Presidente Conte quattro anni fa, all'indomani dell'invasione russa ai danni dell'Ucraina. Non è stato fatto nemmeno questo. Si continua sempre ad andare in Europa con il cappello in mano, con le letterine. Tra l'altro, in Europa si va in ginocchio, poi quando si torna qui in Italia si fa i forti contro l'Europa. Siamo dinanzi all'ennesima caratterizzazione di questo Governo, che forse è la più evidente, ossia quella dell'ipocrisia.

Senza parlare poi di un altro pericolo, sul quale noi… Paradossalmente, Presidente, noi facciamo anche il tifo per il Governo Meloni quando va in Europa, perché se questo Governo ottiene i successi, non li dovrebbe ottenere per il Governo, ma per gli italiani. E, allora, noi mandiamo un altro alert, un'altra spia rossa, che riguarda un altro pericolo che sta arrivando e noi temiamo che insieme ad esso arrivi anche un ulteriore e pesantissimo danno per il nostro Paese, che è rappresentato dal quadro finanziario pluriennale europeo per il settennio 2027-2034, che noi consideriamo - e ve lo stiamo dicendo già da oggi - un quadro degli orrori. Infatti, anche lì si quintuplicano le spese militari, da 29 a 131 miliardi, e non per creare un mercato unico della difesa con la razionalizzazione di spese comuni in ricerca, sviluppo, integrazione logistica e operativa di quello che dovrebbe essere l'esercito europeo. No, lo si fa così, sempre dando autorità e monopolio di gestione a 27 Stati. Quindi, ognuno degli Stati membri spenderà in base alle proprie priorità e - torno a dire - in base alla propria capacità fiscale.

È un quadro finanziario pluriennale che ci preoccupa, anche perché andrà a rimodulare PAC e Fondi di coesione. Ora per quanto riguarda la PAC, se avessimo un leader forte, dovrebbe andare lì e dire che quella misura non deve essere toccata, perché l'Italia in questo momento ha un ruolo da protagonista nell'agricoltura. Il pericolo è che la PAC venga assorbita in altre misure, venga depotenziata e ridimensionata, tanto da andare a colpire tre pilastri fondamentali che rappresentano la PAC: la sicurezza alimentare, il reddito per gli agricoltori e la rappresentanza del nostro Paese, quale protagonista in questo settore. La seconda paura è che quel quadro vada a toccare anche le politiche di coesione. A quel punto, sarebbe proprio una bandiera bianca che il nostro Governo porta in Europa per quanto riguarda le politiche a difesa dei territori più deboli e delle periferie.

Insomma, concludo, Presidente. Erano belli i tempi in cui Giorgia Meloni sbraitava dai banchi dell'opposizione, criticando la qualunque e avendo una soluzione per qualunque problema.

Abbiamo capito che tutti quegli interventi fatti con tutta quella rabbia non erano altro che fuffa (Applausi dei deputati del gruppo MoVimento 5 Stelle).

PRESIDENTE. Salutiamo le ragazze e i ragazzi, le docenti e i docenti dell'Istituto comprensivo “Galliano Binotti” di Pergola, in provincia di Pesaro-Urbino, che assistono ai nostri lavori dalle tribune. Grazie di essere venuti a Montecitorio e benvenuti (Applausi).

Ha chiesto di parlare la deputata De Monte. Ne ha facoltà.

ISABELLA DE MONTE (FI-PPE). Grazie, Presidente. Signora Sottosegretaria, onorevoli colleghi, il voto che oggi esprimiamo sulla Relazione della XIV Commissione riguarda non soltanto un adempimento parlamentare, ma più concretamente l'idea di Europa che l'Italia intende contribuire a costruire nei prossimi anni. Per questa ragione, il gruppo di Forza Italia esprimerà un voto convintamente favorevole sulla risoluzione di maggioranza, un voto favorevole innanzitutto perché questa relazione fotografa con chiarezza un dato politico che riteniamo centrale.

L'Europa oggi può continuare a essere protagonista globale, solo se saprà tornare a essere più competitiva, più pragmatica e più consapevole dei propri interessi strategici. Noi riconosciamo nella relazione un'impostazione chiara e pienamente condivisibile, quando richiama come priorità la necessità di una profonda semplificazione normativa, di una migliore qualità della legislazione europea e di un'applicazione più rigorosa dei principi di sussidiarietà e proporzionalità. Infatti - diciamolo con chiarezza -, in questi anni, l'Europa troppo spesso ha imposto alle imprese di correre con il freno tirato, ha prodotto regole eccessive, ha moltiplicato obblighi, ha stratificato procedure, ma non sempre ha misurato con sufficiente attenzione il costo reale di quelle decisioni sul tessuto produttivo. In Europa, in particolar modo in Italia, il tessuto produttivo è composto quasi interamente da micro, piccole e medie imprese. Questo significa che ogni scelta regolatoria europea produce effetti diretti sull'economia reale. Allora, il principio think small first non può restare una formula da convegno, ma deve diventare un criterio permanente della produzione normativa europea ed è positivo che la relazione faccia proprio questo e sottolinei questo indirizzo.

Un secondo punto per noi essenziale riguarda la politica industriale europea. L'Europa non può parlare di transizione senza parlare di industria e non può parlare di sostenibilità ignorando la competitività, l'occupazione, le filiere produttive e gli investimenti. Per questo condividiamo pienamente il richiamo contenuto nella relazione programmatica: la transizione energetica e la competitività industriale devono procedere insieme. Questo vale in modo particolare per un settore strategico che è quello dell'automotive. L'Italia ha fatto bene a chiedere che la transizione energetica sia fondata sul principio della neutralità tecnologica, perché la politica deve fissare obiettivi, non scegliere per decreto un'unica tecnologia, non deve mettere fuori mercato intere filiere prima che esistano condizioni industriali, infrastrutturali e sociali realmente sostenibili. Su questo terreno la relazione della XIV Commissione esprime una linea equilibrata, concreta e pienamente coerente con gli interessi del nostro sistema produttivo.

Passando al tema relativo al prossimo quadro finanziario pluriennale, che va dal 2028 al 2034, va detto che proprio sul QFP si misurerà la credibilità politica dell'Unione.

Noi diciamo con chiarezza che la PAC e la politica di coesione non possono diventare il bancomat delle nuove priorità europee, anche perché difendere la PAC oggi significa difendere la sicurezza alimentare, la qualità delle produzioni europee e la reciprocità nei rapporti commerciali internazionali.

Queste politiche devono restare pilastri strutturali dello sviluppo europeo, della competitività territoriale e della sicurezza alimentare. Ma diciamo anche una cosa altrettanto chiara: non basta difendere ciò che esiste, occorre spiegare come finanziare ciò che l'Europa vuole e deve costruire. La risposta, a nostro avviso, non può essere soltanto un automatico aumento dei contributi nazionali, perché sappiamo che l'Italia è contributore netto del bilancio dell'Unione, ma servono strumenti europei adeguati alla dimensione delle sfide comuni, inclusa la possibilità di ricorrere a strumenti finanziari comuni per sostenere gli investimenti strategici. Serve anche una piena mobilitazione degli strumenti già esistenti, del risparmio privato europeo, dell'integrazione del mercato dei capitali, perché, prima ancora che chiedere nuovi contributi ai cittadini, l'Europa deve dimostrare di saper utilizzare gli strumenti già esistenti. È questa, a nostro avviso, la strada per finanziare la competitività, la sicurezza, l'innovazione, la gestione dei flussi migratori e il rafforzamento della capacità industriale europea. Questo deve avvenire senza indebolire l'agricoltura, i territori e la coesione sociale e senza indebolire quel principio di partenariato e di governance multilivello che da sempre rappresenta una delle condizioni essenziali per trasformare le politiche europee in sviluppo reale nei territori. Vengo, quindi, alla dimensione esterna dell'Unione, perché, anche su questo punto, la relazione detta una linea che Forza Italia condivide pienamente, cioè l'Europa deve essere più forte verso l'esterno, più credibile, più presente e più consapevole del proprio ruolo geopolitico. Questo significa continuare a sostenere con convinzione il percorso di allargamento ai Balcani occidentali che non rappresenta soltanto una scelta politica, ma anche una precisa scelta di sicurezza, stabilità e interesse strategico europeo.

Significa rafforzare la presenza europea nel Mediterraneo allargato e significa consolidare anche il rapporto transatlantico, che per noi continua a rappresentare un pilastro della sicurezza e della prosperità europea. Significa anche rafforzare la cooperazione strategica tra Unione europea e Regno Unito nei settori della sicurezza, della difesa e della politica estera, in una logica di complementarietà euro-atlantica. E significa affrontare il tema migratorio non con slogan, ma con strumenti politici, diplomatici e operativi, perché la gestione dei flussi migratori irregolari non riguarda soltanto il controllo delle frontiere, ma riguarda la sicurezza, la costruzione di partenariati strutturali con i Paesi di origine e di transito, il rafforzamento operativo di Frontex e una più stabile proiezione europea nel Mediterraneo e nel continente africano; riguarda, in ultima analisi, la credibilità stessa dell'Unione europea.

Quindi, signor Presidente, colleghi, questa relazione non propone soltanto un'Europa ideologica - non la vogliamo -, non propone un'Europa burocratica, non propone un'Europa ripiegata su se stessa, ma propone un'Europa più autorevole, libera, competitiva, più attenta ai territori, alle imprese e agli interessi strategici dei propri cittadini. È un'impostazione che sentiamo pienamente nostra.

Vorrei fare un ultimo passaggio, a proposito di aspetti concreti che riguardano questa Relazione, la programmazione dell'attività della Commissione europea, su un provvedimento che stiamo in questo momento trattando in Commissione XIV, che è EU Inc. o 28° regime, che costituisce un quadro giuridico societario unico a livello europeo, quindi unico per tutti i 27 Stati membri: riguarda in modo particolare le startup, le scaleup e decide di intervenire finalmente con la semplificazione, con la digitalizzazione e con la riduzione degli oneri amministrativi. Questo, certamente, è un modo per attuare la semplificazione e la digitalizzazione, e superare anche il gap con gli Stati Uniti, ma significa anche finalmente dare concretezza a quel mercato unico che noi vogliamo. Per questa ragione, e per tutto quanto illustrato, Forza Italia voterà convintamente a favore della risoluzione di maggioranza (Applausi dei deputati del gruppo Forza Italia-Berlusconi Presidente-PPE).

PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare l'onorevole Candiani. Ne ha facoltà.

STEFANO CANDIANI (LEGA). Grazie, Presidente. Ci avviamo, come ogni anno, all'approvazione delle risoluzioni - nel caso specifico e, segnatamente, di quella di maggioranza che abbiamo sottoscritto - relativamente alla Relazione della XIV Commissione sul Programma di lavoro della Commissione europea per il 2026 e sulla Relazione programmatica sulla partecipazione dell'Italia all'Unione europea. Questo non è un provvedimento solo formale ed è molto, molto, molto, molto più importante rispetto alle risoluzioni che vengono approvate ogni volta sulle comunicazioni del Presidente del Consiglio dei ministri relativamente alle riunioni del Consiglio europeo. Perché? Perché qui dentro c'è un po' l'ossatura stessa di come l'Unione europea deve lavorare e di come il Paese - ovviamente, l'Italia - intende operare in seno all'Unione europea perché le decisioni prese non siano incoerenti sia rispetto al nostro interesse che a quello generale dell'Unione europea. Sono state scritte delle risoluzioni; noi ne abbiamo una che, si potrà notare, si differenzia anche da quelle degli altri gruppi politici, a partire proprio dal merito politico del contenuto, anche per la lunghezza e per l'estensione.

La nostra risoluzione prevede ben 64 punti di impegno al Governo: potrebbe essere, in maniera molto riduttiva, definita un'esagerazione? No, la ragione è molto semplice: non è stringata come quelle dell'opposizione, che sono fatte essenzialmente per contrastare, ma è fatta per dare un messaggio, un sussidio, un aiuto all'Unione europea attraverso l'azione politica della maggioranza, che si esplica attraverso l'azione di Governo in sede europea. Sono punti molto precisi, si parla di tutto: dall'agricoltura al digitale, dalla transizione energetica, passando attraverso le politiche migratorie, alle difficoltà che stiamo attraversando con la crisi energetica, alle guerre aperte - dall'Ucraina al Medio Oriente -, quindi alla politica estera e a tutto ciò che riguarda il welfare europeo e l'economia.

Ecco, qui dentro abbiamo cercato di inserire ciò che appartiene alla nostra cultura, che non è una cultura di opposizione all'Unione europea. La Lega non è mai opposta all'Unione europea. La Lega è opposta all'euro-burocrazia europea, la Lega è opposta a quella degenerazione dell'Unione europea (Applausi dei deputati del gruppo Lega-Salvini Premier) che ha allontanato l'Unione europea dai suoi cittadini. Noi addirittura - lo ricordo non per amarcord, ma per correttezza di storia -, alla fine degli anni Novanta, avevamo inserito nella nostra tesserina di partito la bandierina dell'Unione europea. Non era uno svarione casuale, ma perché allora, come oggi, l'Unione europea può risolvere quelle aporie che, a livello di singolo Paese nazionale, restano irrisolte. Erano la questione meridionale e la questione settentrionale irrisolte, il rapporto regionale tra lo Stato centrale e le regioni.

La nostra visione di Unione europea doveva andare in quella direzione: risolvere quelle aporie, rompere i confini nazionali e fare nascere finalmente un'Europa delle regioni. Non è stato così, è stato esattamente l'opposto. Ci troviamo oggi di fronte a un'autorità centrale di Bruxelles che comanda e che impone agli Stati membri, a prescindere dagli interessi dei singoli cittadini, delle logiche politiche che, spesso e volentieri, appaiono, se non in tutto, ma nella gran parte, nella maggioranza, piegate a interessi economici lobbistici. Questo è quanto di più lontano ci sia dalla visione politica che la Lega ha sempre avuto dell'Unione europea e l'abbiamo anche inserito in questa risoluzione.

Presidente, passo direttamente a spiegare alcuni punti degli impegni che abbiamo chiesto al Governo di prendere, a partire dall'impegno 1), quello principale: “sia data, da parte della Commissione europea e delle altre istituzioni dell'UE, un'applicazione più rigorosa ai principi di sussidiarietà e proporzionalità” - quanto dicevo poco fa - “anche tenendo in maggiore considerazione le specificità economiche, sociali e territoriali dei singoli Paesi membri e delle regioni”. E, poi: “siano a questo scopo presi in considerazione, in modo sistematico e dando conto dei relativi seguiti, i rilievi formulati in merito a ciascuna iniziativa politica e legislativa dai Parlamenti nazionali, nell'ambito della procedura di allerta precoce di cui al Protocollo (…)”, eccetera. Abbiamo approvato in questa legislatura molti pareri motivati che, tecnicamente, sono pareri contrari rispetto ai regolamenti europei. Questo non è dato in funzione altro che di una valutazione nel merito.

Ci siamo trovati troppo spesso di fronte - penso soprattutto ai temi ecologici - a scelte ideologiche, svincolate dalla realtà dei fatti, che hanno imposto e cercano di imporre delle suggestioni ideologiche, che producono, poi, invece, crisi economiche profonde, come quella che stiamo vivendo, perché svincolate dalla realtà. Allora, su questo, il nostro Parlamento, ovvero la Commissione politiche dell'Unione europea, ha dato un parere contrario, motivandolo, alla Commissione europea e al Parlamento europeo. Occorre che questi pareri, però, siano tenuti in debita considerazione.

Presidente, sono andato a riguardarmi, per questione statistica e anche di logica rispetto a quello che stiamo argomentando, le proposte normative, ovvero gli atti normativi dell'Unione europea degli ultimi cinque anni. Nel 2021, l'Unione europea ha emesso 2.115 atti normativi, di cui 210 primari; nel 2022, 1.973, di cui 190 atti primari, ovvero direttive e regolamenti; nel 2023, ben 2.148, di cui 220 atti primari; nel 2024, altri 1.388, di cui 146 atti primari; nel 2025, 1.832, di cui 150 atti primari. Un'esagerazione. Questa è l'euro-burocrazia che noi contrastiamo, che rende impossibile la vita ai nostri operatori economici, alle nostre imprese, ai nostri artigiani e ai nostri commercianti, ma che rende anche difficile la vita al nostro Paese. Spesso e volentieri, ci siamo trovati di fronte a proposte di regolamenti o direttive dell'Unione europea prive della valutazione di impatto. La valutazione di impatto - lo specifico - è importantissima, perché considera gli effetti che producono quelle regolamentazioni europee. Mancando questo tipo di indicazione, ovviamente l'Unione europea dice: dovete adottare questi atti a prescindere da tutto, perché servono all'Unione europea. Ribadisco, con la visione del buon padre di famiglia, che noi non possiamo adottare ciò che fa male alla nostra famiglia e alle future generazioni. Quindi, abbiamo dato pareri contrari.

Presidente, giusto per avere un'idea, anche lo stesso modo con cui vengono titolate le normative europee dà l'idea di quanto la burocrazia si sia impossessata della regolamentazione europea, rendendola addirittura elefantiaca rispetto a ciò che dovrebbe esprimere. Ne prendo uno non insignificante: il regolamento sull'intelligenza artificiale.

Leggo testualmente il titolo imposto dalla Commissione europea: Regolamento UE 2024/1689 del Parlamento europeo e del Consiglio del 13 giugno 2024, che stabilisce regole armonizzate sull'intelligenza artificiale, legge sull'intelligenza artificiale e modifica i regolamenti (CE) n. 300/2008, (UE) n. 167/2013, (UE) n. 168/2013, (UE) n. 2018/858, (UE) n. 2018/1139 e (UE) n. 2019 (…) e va avanti ancora così (Applausi dei deputati del gruppo Lega-Salvini Premier).

Possiamo andare oltre, ma andiamo al Data Act, ovvero il regolamento sui dati: Regolamento (UE) del 2023/2854 del Parlamento europeo e del Consiglio del 13 dicembre 2023 riguardante norme armonizzate sull'accesso equo ai dati e sul loro utilizzo e che modifica il Regolamento (UE) n. 2017/2394 e la direttiva UE n. 2020/1828 (regolamento sui dati).

Questo non è dare ai cittadini europei delle regole, questo è rendergli la vita impossibile. Certo che poi nasce una pletora di professioni che non producono, ma consumano al solo scopo di interpretare e di applicare normative che sono oggettivamente barocche e completamente lontane da quella necessità di velocità che noi oggi avremmo bisogno per poter essere competitivi rispetto al resto del mondo (Applausi dei deputati del gruppo Lega-Salvini Premier e di deputati del gruppo di Fratelli d'Italia). Questo è ciò che ci differenzia rispetto all'Unione europea.

Abbiamo sentito - Presidente, mi avvio a concludere - che il nostro Governo sta agendo per indebolire l'Unione europea. È un'affermazione che viene dai banchi di sinistra. Ma l'Unione europea siete voi a governarla, l'Unione europea, se è debole, non è perché da questa parte ci sono critiche che vogliono stimolare un dibattito. L'Unione europea è debole perché le scelte ideologiche che avete imposto in sede europea rendono oggi l'Unione europea elefantiaca e impossibilitata nel competere rispetto (Commenti del deputato Amendola)… imparate ad ascoltare e a portare rispetto…

PRESIDENTE. Colleghi, no, no…

STEFANO CANDIANI (LEGA). …nel dibattito parlamentare.

PRESIDENTE. Onorevole Amendola, per favore!

STEFANO CANDIANI (LEGA). …di fianco avete appena messo una targa con scritto “Giacomo Matteotti”. Si rispettano i parlamentari, non si offendono le opinioni altrui (Commenti dei deputati Braga, Morassut e Fornaro - Commenti del deputato Trancassini)!

PRESIDENTE. Chiedo ai colleghi, per favore, recuperiamo un attimo la calma.

STEFANO CANDIANI (LEGA). E imparate a portare (Commenti del deputato Amendola)

PRESIDENTE. Per favore, parli col Presidente, onorevole Candiani. Chiedo all'onorevole Amendola, per favore… La prego! Prego, onorevole Candiani, può proseguire. Ovviamente, ho bloccato il tempo.

STEFANO CANDIANI (LEGA). La ringrazio, Presidente. Un istante e chiudo. C'è una differenza fondamentale tra noi e loro. Anche noi nella nostra maggioranza abbiamo visioni non combacianti totalmente rispetto all'Unione europea. Noi siamo critici nei termini che ho detto prima. Altri, come chi fa riferimento al partito europeo, è entusiasta, come è stato dichiarato prima. Abbiamo appena sentito le dichiarazioni del MoVimento 5 Stelle estremamente euro-critiche. Sappiamo che il Partito Democratico ha una posizione estremamente euro-entusiasta.

La differenza tra noi e voi è molto semplice: voi agite da oppositori in Italia, utilizzando l'Unione europea per colpire il Governo italiano. Noi agiamo con responsabilità, dalla maggioranza, dal Governo italiano, per cercare di raddrizzare quell'Unione europea che la vostra ideologia ha fatto deragliare (Applausi dei deputati dei gruppi Lega-Salvini Premier e Fratelli d'Italia). Questa è la differenza tra chi guarda l'interesse e il bene del Paese e chi, invece, utilizza l'Europa per affondare l'interesse degli italiani. Questa è la differenza tra voi e noi (Applausi dei deputati dei gruppi Lega-Salvini Premier e Fratelli d'Italia)!

PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare la deputata Prestipino. Ne ha facoltà.

PATRIZIA PRESTIPINO (PD-IDP). Grazie, Presidente. La discussione sulle linee programmatiche delle politiche europee del 2026 avviene in un momento - lo vediamo - straordinariamente difficile per l'Europa e per il mondo ma, da quello che sento oggi in Aula da parte della maggioranza, anche in un momento di tensioni, perché, come ha detto bene il mio collega Amendola, qualcuno dimentica di aver governato per 4 anni questi processi europei e di non aver aggiunto nulla, ma casomai sottratto (Applausi dei deputati del gruppo Partito Democratico-Italia Democratica e Progressista). Poi ricordiamolo a pochi giorni dall'attacco che la Presidente Giorgia Meloni dall'assemblea della Confindustria ha fatto, appunto, all'Europa. Tutto questo avviene in un momento di trasformazioni straordinarie: la guerra in Ucraina, il conflitto in Medio Oriente, la nuova instabilità energetica, la competizione globale sempre più aggressiva, il ritorno dei dazi, delle politiche protezionistiche, la crisi del multilateralismo.

Di fronte a questo scenario, l'unica risposta possibile è questa: l'Europa deve essere un soggetto politico capace di decidere e di proteggere i cittadini, non un insieme di Stati che reagiscono ognuno per conto proprio. Noi pensiamo che non sia più possibile amministrare l'esistente. Pensiamo che serva un salto politico vero.

Per questo la nostra risoluzione parte da un punto chiaro: occorre rilanciare il progetto europeo nella direzione federale, rafforzarne l'integrazione politica, superare quei meccanismi che oggi ne limitano la capacità di azione, a partire dal diritto di veto e dalla logica dell'unanimità. Il nostro Paese deve scegliere senza esitazioni e ambiguità l'interesse europeo, all'interno del quale si promuove e si realizza il nostro interesse nazionale. Perché, guardate, colleghi, la verità è che l'Europa in questi anni ha dimostrato di funzionare meglio quando ha scelto di agire insieme. È accaduto durante la pandemia con Next Generation EU, è accaduto quando si sono condivisi strumenti comuni per sostenere imprese, occupazioni e investimenti.

Quella stagione ha dimostrato che un'altra Europa è possibile, un'Europa che investe, che protegge, che riduce le disuguaglianze, che utilizza la solidarietà come leva di crescita, ma anche che prevede un allargamento dell'Unione europea per motivi anche di difesa comune. E invece oggi vediamo riaffacciarsi una tendenza opposta: meno integrazione, più frammentazione; meno politiche comuni, più ritorno alle logiche nazionali, come sta dimostrando il vostro Governo, il Governo di una Presidente che, appunto, appena tre giorni fa è tornata ad attaccare l'Europa, invece dei Governi sovranisti ai quali resta saldamente ancorata. Ed è una scelta sbagliata.

Noi diciamo che la risposta alla crisi non può essere il ridimensionamento del progetto europeo. Non può esserlo sul piano economico, non può esserlo sul piano energetico né su quello della sicurezza. Per questo chiediamo di proseguire lungo quella strada, con investimenti europei comuni molto più forti, sostenendo un grande piano europeo anche attraverso il ricorso al debito comune europeo, per la competitività, l'innovazione e la transizione ecologica e digitale.

Guardate, non è una posizione ideologica, ormai è una necessità economica e geopolitica. I grandi attori globali - Stati Uniti, Cina - stanno investendo enormi risorse pubbliche per sostenere le proprie industrie strategiche. Pensare che l'Europa possa competere senza una politica industriale comune significa condannarla a un declino inesorabile; ed è un tema che riguarda direttamente anche l'Italia. Il nostro sistema produttivo soffre il costo dell'energia, la frammentazione degli investimenti, il ritardo delle strutture innovative e una crescita salariale inefficiente. Per questo l'interesse nazionale oggi coincide con un'Europa più forte, più integrata e più capace di investire, che sostenga crescita e lavoro.

E diciamolo con chiarezza che è un errore raccontare la transizione ecologica come un problema da rallentare o un vincolo da aggirare. La transizione può essere, invece, una linea di sviluppo industriale e occupazionale, se accompagnata da investimenti, politiche industriali e protezione sociale; e non, guardate, qualcosa da negare con caparbietà e quasi con rabbia quando il cambiamento climatico lo stiamo vivendo anche in questi giorni, con questo caldo surreale che sta attanagliando l'Italia e l'Europa intera.

Allo stesso modo non condividiamo l'idea che la semplificazione normativa debba tradursi in un indebolimento degli standard ambientali e sociali europei. Semplificare è necessario, deregolamentare in maniera indiscriminata, no. Il punto centrale è questo: nessuna trasformazione sarà possibile, se produrrà nuove disuguaglianze.

L'Europa deve tornare a essere non soltanto un mercato, ma un modello sociale e culturale ed è nella qualità di questo modello che risiede la forza dell'Europa, non solo nella sua capacità economica. E quindi riteniamo insufficiente l'attenzione che il Governo dedica alla dimensione sociale delle trasformazioni in corso. L'Italia continua ad avere i salari più bassi per giovani e lavoratori poveri, mentre voi continuate a negare il salario minimo che la coalizione di centrosinistra vi ha presentato un anno e mezzo fa.

E poi c'è il tema della sicurezza. Pensiamo che l'Europa debba rafforzare la propria capacità di difesa, ma questo non può essere una semplice somma di riarmi nazionali scollegati tra loro. Una vera difesa europea significa coordinamento strategico, investimenti comuni, governance democratica comune e significa anche autonomia strategica europea perché non si costruisce una politica estera autorevole senza strumenti comuni e non si costruisce una vera autonomia europea restando sempre subordinati alle scelte di altri attori internazionali. E qui, puntini, puntini…

Allo stesso tempo vogliamo essere, però, molto chiari: non riteniamo accettabile utilizzare i fondi di coesione per aumentare le spese militari. Le risorse destinate a ridurre i divari territoriali, sociali e infrastrutturali devono restare finalizzate a tale scopo, coesione sociale.

Colleghe e colleghi, questa discussione riguarda in fondo una scelta politica molto importante. Noi possiamo immaginare un'Europa più debole, più frammentata e meno solidale, dove prevalgono gli egoismi nazionali - il gioco del più e del meno -, oppure possiamo scegliere un'Europa più politica, più integrata, più capace di proteggere i cittadini e di guidare le trasformazioni dei nostri tempi.

Ebbene, noi del Partito Democratico diciamo che l'Italia deve scegliere e perseguire nella propria azione politica questa seconda strada ed è un problema di più e di meno. Il punto oggi non è avere meno Europa, ma avere finalmente un'Europa più forte, più democratica, più coesa e più unita (Applausi dei deputati del gruppo Partito Democratico-Italia Democratica e Progressista).

PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare l'onorevole Rotondi. Ne ha facoltà.

GIANFRANCO ROTONDI (FDI). Colleghi, la risoluzione che ci apprestiamo ad approvare costituisce un passaggio parlamentare molto importante. L'esame della Relazione sul Programma di lavoro della Commissione e della Relazione programmatica sulla partecipazione dell'Italia all'Unione europea costituisce l'unica procedura annuale che consente a tutti gli organi parlamentari, le 14 Commissioni permanenti e l'Aula, di esprimersi in modo organico e, al tempo stesso, approfondito sulle linee di azione del nostro Paese a livello europeo.

Al tempo stesso, la risoluzione che stiamo esaminando oggi non è certo l'unico atto con cui il Parlamento definisce la politica europea del nostro Paese. Il Parlamento è stato ed è protagonista regolarmente in occasione delle comunicazioni del Presidente Meloni prima di ogni riunione del Consiglio europeo, come avverrà, ad esempio, il prossimo 11 giugno. In questa legislatura le Commissioni parlamentari - prima fra tutte quella di cui mi onoro di essere Vice Presidente - hanno, in discontinuità con le legislature precedenti, esaminato in modo regolare tutti gli atti più importanti dell'Unione europea.

Il valore aggiunto della risoluzione odierna è di mettere a sistema questi interventi della Camera su provvedimenti o in vista di riunioni specifiche, di iscriverli in una logica organica in raccordo con l'azione europea del Governo. La risoluzione valorizza il lavoro svolto dalla Commissione politiche dell'Unione europea definendo una cornice complessiva della politica europea dell'Italia e lo fa partendo da una valutazione accurata del modo di produrre norme europee, che è - come sottolineato recentemente dal Presidente Giorgia Meloni - la questione preliminare quando si parla del ruolo dell'Europa, percepita spesso come un gigante burocratico giunto a sacrificare competitività, crescita e visione sull'altare di approcci ideologici e tecnocratici. Le istituzioni dell'Unione hanno contribuito a spingere il continente verso un progressivo declino economico e geopolitico, moltiplicando le regole ma esitando, invece, nelle dinamiche globali quando si tratta di far sentire la propria voce.

Nella risoluzione abbiamo preso atto che anche in questa legislatura europea spesso si legifera lentamente, troppo e male. Si continua ad adottare, anche per disciplinare settori di grande delicatezza, il regolamento piuttosto che la direttiva e si ignorano i principi di sussidiarietà e proporzionalità, come più volte denunciato dalla stessa Commissione dell'UE nelle sue pronunce su specifici progetti legislativi.

Abbiamo constatato che la Commissione europea presenta spesso proposte legislative non accompagnate da valutazioni di impatto e, pertanto, la risoluzione chiede che le nuove iniziative legislative dell'Unione europea siano presentate solo quando realmente necessarie, evitando di introdurre oneri e aggravi non necessari e non giustificati da una effettiva esigenza regolatoria.

Un secondo grande ambito affrontato dalla risoluzione è il quadro finanziario pluriennale dell'Unione europea 2028-2034, oggetto di un negoziato difficile in cui l'Italia sta tenendo una posizione molto forte, come dimostra il documento sottoscritto qualche giorno fa dal nostro Paese con altri 15 Paesi membri.

La risoluzione chiede, in coerenza con la posizione del Governo, di assicurare finanziamenti adeguati non inferiori ai livelli attuali per le politiche tradizionali dell'Unione europea, con particolare riferimento alla politica agricola comune e alle politiche di coesione.

Contestiamo, inoltre, il nuovo metodo di programmazione previsto dalla Commissione europea, basato su un unico fondo e su programmi nazionali anziché regionali. Proponiamo che esso sia rimodulato per assicurare, per le regioni e per gli enti locali, un ruolo chiaro e centrale nella programmazione e nell'attuazione dei piani di partenariato.

Un terzo ambito della risoluzione riguarda la necessità di contemperare il processo di decarbonizzazione in atto con una logica di sostenibilità socio-economica, sfruttando tutte le soluzioni disponibili con un approccio tecnologicamente neutrale. La Commissione politiche dell'Unione europea, attraverso il controllo di sussidiarietà, ha rilevato criticità molto gravi nell'azione europea in materia, soprattutto nella passata legislatura, in cui è prevalso un approccio ideologico verso la transizione verde. La risoluzione chiede, pertanto, di garantire un maggiore equilibrio tra l'ambizione climatica e la sostenibilità economica e sociale, coniugando gli obiettivi climatici che condividiamo con la tutela dell'industria nazionale, dello sviluppo tecnologico e del sostegno ai consumatori.

Complementare al tema della combinazione tra competitività e transizione è quello della costruzione di una vera politica industriale europea. Condividiamo certo l'idea di una sovranità industriale europea, al tempo stesso, però, bisogna evitare un dirigismo europeo volto a imporre modelli…

PRESIDENTE. Colleghi, un po' di silenzio per favore.

GIANFRANCO ROTONDI (FDI). …che non tengano conto delle specificità e delle potenzialità nazionali e che tendono a privilegiare esclusivamente i nuovi settori, ignorando la base industriale e manifatturiera dell'Europa.

La risoluzione sostiene pertanto la posizione del Governo nei lavori su alcune importanti proposte legislative essenziali, per garantire il rilancio del sistema industriale europeo a partire dal pacchetto legislativo volto a sostenere gli sforzi del settore automobilistico nella transizione verso una mobilità pulita.

Un quinto tema, su cui interviene la risoluzione, è il settore digitale e della cybersicurezza.

Un sesto ambito riguarda le politiche relative alla gestione dei flussi migratori e all'asilo. È un altro settore in cui, purtroppo, hanno prevalso in passato posizioni permeate di retorica, di richiamo a buoni sentimenti non dimostrati, piuttosto che alla difesa effettiva dei diritti umani. È stato a lungo ignorato come i flussi migratori siano ormai un'arma ibrida nelle mani di potenze non democratiche, volte a destabilizzare la democrazia stessa e la serenità della convivenza nei nostri Paesi e, in ultima analisi, lo stesso modello civile di vita europeo. Sono stati derubricati e derisi i casi di allarme sociale generati dall'afflusso improvviso di migranti nelle nostre città.

Un'ultima serie di impegni concerne l'azione esterna dell'Unione europea, in cui la risoluzione ribadisce il sostegno ai capisaldi dell'azione del Governo: un approccio aperto all'autonomia strategica dell'Unione europea, la imprescindibile complementarità tra l'Unione europea e la NATO, il potenziamento della resilienza dell'Unione europea contro minacce ibride, spaziali e sottomarine.

Ribadiamo, inoltre, che il rapporto con gli Stati Uniti rappresenta un punto di riferimento imprescindibile della proiezione esterna dell'Unione, cornice fondamentale entro cui sviluppare e tutelare gli interessi e i valori europei. Così come ribadiamo il pieno sostegno politico, militare e finanziario all'Ucraina. Fondamentale, a nostro avviso, è poi promuovere un progressivo consolidamento di controllo democratico e di raccordo parlamentare nelle materie di politica estera, sicurezza e difesa comune. Infine, chiediamo di sostenere sul piano politico tutti i Paesi candidati all'adesione, con particolare riferimento ai Paesi dei Balcani.

Per tutte queste ragioni, dichiaro convintamente il voto favorevole del gruppo di Fratelli d'Italia alla risoluzione Ambrosi, Giglio Vigna, Rossello, Alessandro Colucci ed altri n. 6-00250 (Applausi dei deputati del gruppo Fratelli d'Italia).

PRESIDENTE. Sono così esaurite le dichiarazioni di voto. Prima di passare ai voti, do la parola all'onorevole Stefano Candiani, per un intervento sull'ordine dei lavori.

STEFANO CANDIANI (LEGA). Grazie, Presidente. Come anche nei precedenti anni, chiedo che ci sia il nulla osta da parte dell'Assemblea all'invio della risoluzione o delle parti di risoluzione che saranno approvate alla Commissione europea e al Parlamento europeo, nell'ambito del più ampio confronto e dibattito politico.

PRESIDENTE. Grazie, onorevole Candiani. La competenza è ovviamente della Presidenza, che sicuramente procederà in tal senso, come appunto già avvenuto nelle volte precedenti.

(Votazioni - Doc. LXXXVI, n. 4-A)

PRESIDENTE. Passiamo ai voti.

Avverto che, ai sensi dell'articolo 126-ter, comma 7, del Regolamento, verrà posta in votazione per prima la risoluzione accettata dal Governo.

Come da prassi, le risoluzioni saranno poste in votazione per le parti non assorbite e non precluse dalle votazioni precedenti. Per quanto riguarda le votazioni per parti separate, faccio presente che i presentatori delle risoluzioni - ove necessario - hanno prestato il consenso previsto.

Passiamo dunque ai voti.

Passiamo alla votazione della risoluzione Ambrosi, Giglio Vigna, Rossello, Alessandro Colucci ed altri n. 6-00250, accettata dal Governo. Avverto che ne è stata chiesta la votazione per parti separate da parte del gruppo Azione.

Indìco la votazione nominale, mediante procedimento elettronico, sulla risoluzione Ambrosi, Giglio Vigna, Rossello, Alessandro Colucci ed altri n. 6-00250 nella sua interezza, ad eccezione degli impegni 21°, 22°, 23°, 24°, 51°, 52° e 53°, con il parere favorevole del Governo.

Dichiaro aperta la votazione.

(Segue la votazione).

Dichiaro chiusa la votazione.

La Camera approva (Vedi votazione n. 2).

Indìco la votazione nominale, mediante procedimento elettronico, sugli impegni 21°, 22°, 23° e 24° della risoluzione Ambrosi, Giglio Vigna, Rossello, Alessandro Colucci ed altri n. 6-00250, con il parere favorevole del Governo.

Dichiaro aperta la votazione.

(Segue la votazione).

Dichiaro chiusa la votazione.

La Camera approva (Vedi votazione n. 3).

Indìco la votazione nominale, mediante procedimento elettronico, sugli impegni 51°, 52° e 53° della risoluzione Ambrosi, Giglio Vigna, Rossello, Alessandro Colucci ed altri n. 6-00250, con il parere favorevole del Governo.

Dichiaro aperta la votazione.

(Segue la votazione).

Dichiaro chiusa la votazione.

La Camera approva (Vedi votazione n. 4).

Passiamo alla votazione della risoluzione De Luca ed altri n. 6-00251. Avverto che ne è stata chiesta la votazione per parti separate da parte dei gruppi Alleanza Verdi e Sinistra, Azione e MoVimento 5 Stelle.

Indìco la votazione nominale, mediante procedimento elettronico, sulla risoluzione De Luca ed altri n. 6-00251 nella sua interezza, ad eccezione della lettera f) del 2° impegno, del 3°, del 4° e dell'8° impegno, con il parere contrario del Governo.

Dichiaro aperta la votazione.

(Segue la votazione).

Dichiaro chiusa la votazione.

La Camera respinge (Vedi votazione n. 5).

Indìco la votazione nominale, mediante procedimento elettronico, sulla lettera f) del 2° impegno e sul 4° impegno della risoluzione De Luca ed altri n. 6-00251, con il parere contrario del Governo.

Dichiaro aperta la votazione.

(Segue la votazione).

Dichiaro chiusa la votazione.

La Camera respinge (Vedi votazione n. 6).

Indìco la votazione nominale, mediante procedimento elettronico, sul 3° impegno della risoluzione De Luca ed altri n. 6-00251, con il parere contrario del Governo.

Dichiaro aperta la votazione.

(Segue la votazione).

Dichiaro chiusa la votazione.

La Camera respinge (Vedi votazione n. 7).

Indìco la votazione nominale, mediante procedimento elettronico, sull'8° impegno della risoluzione De Luca ed altri n. 6-00251, con il parere contrario del Governo.

Dichiaro aperta la votazione.

(Segue la votazione).

Dichiaro chiusa la votazione.

La Camera respinge (Vedi votazione n. 8).

Passiamo alla votazione della risoluzione Fratoianni ed altri n. 6-00252.

Indìco la votazione nominale, mediante procedimento elettronico, sulla risoluzione Fratoianni ed altri n. 6-00252, per le parti non precluse, con il parere contrario del Governo.

Dichiaro aperta la votazione.

(Segue la votazione).

Dichiaro chiusa la votazione.

La Camera respinge (Vedi votazione n. 9).

Passiamo alla votazione della risoluzione Bonetti ed altri n. 6-00253. Avverto che i presentatori hanno accettato le riformulazioni proposte dal Governo. Avverto, altresì, che ne è stata chiesta la votazione per parti separate da parte del gruppo Partito Democratico.

Indìco la votazione nominale, mediante procedimento elettronico, sugli impegni 1°, 2° e 5° della risoluzione Bonetti ed altri n. 6-00253, con il parere contrario del Governo.

Dichiaro aperta la votazione.

(Segue la votazione).

Dichiaro chiusa la votazione.

La Camera respinge (Vedi votazione n. 10).

Indìco la votazione nominale, mediante procedimento elettronico, sul 3° impegno della risoluzione Bonetti ed altri n. 6-00253, con il parere favorevole del Governo.

Dichiaro aperta la votazione.

(Segue la votazione).

Dichiaro chiusa la votazione.

La Camera approva (Vedi votazione n. 11).

Indìco la votazione nominale, mediante procedimento elettronico, sul 4° impegno, come riformulato, della risoluzione Bonetti ed altri n. 6-00253, con il parere favorevole del Governo.

Dichiaro aperta la votazione.

(Segue la votazione).

Dichiaro chiusa la votazione.

La Camera approva (Vedi votazione n. 12).

Indìco la votazione nominale, mediante procedimento elettronico, sul 6° impegno, come riformulato, della risoluzione Bonetti ed altri n. 6-00253, con il parere favorevole del Governo.

Dichiaro aperta la votazione.

(Segue la votazione).

Dichiaro chiusa la votazione.

La Camera approva (Vedi votazione n. 13).

Indìco la votazione nominale, mediante procedimento elettronico, sul 7° impegno della risoluzione Bonetti ed altri n. 6-00253, con il parere favorevole del Governo.

Dichiaro aperta la votazione.

(Segue la votazione).

Dichiaro chiusa la votazione.

La Camera approva (Vedi votazione n. 14).

Indìco la votazione nominale, mediante procedimento elettronico, sulle premesse della risoluzione Bonetti ed altri n. 6-00253, con il parere contrario del Governo.

Dichiaro aperta la votazione.

(Segue la votazione).

Dichiaro chiusa la votazione.

La Camera respinge (Vedi votazione n. 15).

Passiamo alla votazione, per le parti non precluse, della risoluzione Scerra ed altri n. 6-00254. Avverto che ne è stata chiesta la votazione per parti separate da parte del gruppo Partito Democratico.

Indìco la votazione nominale, mediante procedimento elettronico, sulla risoluzione Scerra ed altri n. 6-00254 nella sua interezza, ad eccezione degli impegni 3° e 4° e delle premesse, con il parere contrario del Governo.

Dichiaro aperta la votazione.

(Segue la votazione).

Dichiaro chiusa la votazione.

La Camera respinge (Vedi votazione n. 16).

Indìco la votazione nominale, mediante procedimento elettronico, sugli impegni 3° e 4° della risoluzione Scerra ed altri n. 6-00254, con il parere contrario del Governo.

Dichiaro aperta la votazione.

(Segue la votazione).

Dichiaro chiusa la votazione.

La Camera respinge (Vedi votazione n. 17).

Non essendo stato approvato il dispositivo della risoluzione, le premesse non verranno poste in votazione. Si sono così concluse le votazioni odierne.

Colleghi, prima di passare agli interventi per l'80° anniversario del riconoscimento del diritto di voto alle donne, sospendo la seduta per cinque minuti. La seduta è sospesa.

La seduta, sospesa alle 12,30, è ripresa alle 12,40.

Nell'ottantesimo anniversario del riconoscimento del diritto di voto alle donne.

PRESIDENTE. Come convenuto in sede di Conferenza dei presidenti di gruppo, avrà luogo ora lo svolgimento di interventi in occasione dell'ottantesimo anniversario del voto alle donne.

Ha chiesto di parlare la deputata Gilda Sportiello. Ne ha facoltà.

GILDA SPORTIELLO (M5S). Grazie, Presidente. Sono passati 80 anni da quando la nostra voce, la nostra volontà politica è stata raccolta all'interno delle urne; 80 anni da quando le donne hanno iniziato a varcare le aule di questi palazzi e dei consigli comunali; 80 anni in cui non si è tracciato un punto di inizio, ma un pezzo di un percorso. Quella fu una conquista di un movimento che parte da lontano, un movimento fatto di manifestazioni, di scioperi, di ribellioni, di silenzi che sono stati spezzati e che hanno portato a quel pezzo di storia che oggi celebriamo con emozione e gratitudine, pensando alle 21 Madri costituenti che sedettero tra questi banchi e che sedettero sapendo che erano lì non solo per loro, ma per le donne che c'erano state, per le donne del loro tempo e per le donne di oggi che siedono in quest'Aula e che sono fuori e devono essere rappresentate da chi oggi siede nelle istituzioni. Una conquista, ma come spesso succede, le conquiste delle donne - e anche oggi è così - vengono irrise, ridicolizzate. Veniamo viste con uno sguardo infantilizzante, come se spesso i nostri fossero capricci che vanno ascoltati, ma mai presi davvero sul serio.

Ottanta anni e, ancora oggi, ci dobbiamo chiedere: se, 80 anni fa, abbiamo iniziato a varcare quelle porte, se oggi siamo più della metà della popolazione di questo Paese, come è possibile che ci siano voluti quasi tre decenni affinché 50 donne entrassero nelle Aule parlamentari? Come è possibile che solo nel 2018 si sia toccato il tetto, il massimo della rappresentanza delle donne in queste Aule - il 35 per cento - e dobbiamo festeggiarlo come un successo (Applausi dei deputati del gruppo MoVimento 5 Stelle)? Come è possibile che in questa legislatura, per la prima volta, la presenza delle donne è calata? Che nei consigli comunali siamo circa 3 su 10 consiglieri? Che il 15 per cento delle donne è sindaca? E che nelle ultime amministrative, tra i candidati e le candidate a sindaco e a sindaca, c'erano solo 9 donne e 77 uomini? Allora, il mormorio che siamo purtroppo abituati a sentire… perché veramente questi lamenti non ce li risparmiano neanche in occasioni come queste (Commenti dei deputati del gruppo Fratelli d'Italia)… come ieri in Commissione affari sociali, quando abbiamo proposto insieme, sottoscrivendo una proposta che arrivava dal Partito Democratico, di inserire la parità di genere nei direttivi degli ordini delle professioni sanitarie. E alle parole: perché bisogna abbattere un sistema di potere squilibrato che si chiama patriarcato: sommossa, non l'avessimo mai detto. Dal Sottosegretario Gemmato alla maggioranza si sono rivoltati, alzando gli occhi al cielo, dicendo: ma ancora con questo patriarcato? Ma siamo noi a dire a voi: e basta, non lo sopportiamo più (Applausi dei deputati del gruppo MoVimento 5 Stelle) e non lo vogliamo subire più questo patriarcato! E ve lo ripeteremo ancora, e chiameremo le cose con il loro nome.

Allora, come è possibile che siamo arrivati a questo punto? Come è possibile che siamo ancora qui? Come è possibile che la nostra presenza sembra essere tollerata e mai veramente messa al centro? E non mi parlate della prima donna Presidente del Consiglio, perché, se vuole farsi chiamare “il Presidente” e se schiaccia tutte le altre, non sappiamo davvero perché dovremmo sentirci rappresentate (Applausi dei deputati del gruppo MoVimento 5 Stelle). Si tratta di visibilità, si tratta di centralità dei nostri diritti e delle nostre istanze, che vengono sempre considerate come ancillari.

Allora, vedete, noi vogliamo essere presenti nelle istituzioni, nelle decisioni. Vogliamo essere presenti nei luoghi di potere non perché ce lo concedete, ma perché ci spetta. Noi vogliamo essere in questi luoghi non per rappresentare soltanto noi stesse, noi vogliamo essere qui per e insieme alle donne che vengono dimenticate, come Sara e come Lyuba: due persone, due donne (Applausi dei deputati del gruppo MoVimento 5 Stelle), due sex workers che sono state dimenticate, giudicate e colpevolizzate per questo. E sui giornali sapete cosa abbiamo trovato? Le dichiarazioni dell'uomo che le ha uccise, che ha detto: sono un uomo generoso; è vero, ho ucciso due donne, ma in fondo sono un bravo padre di famiglia. E di loro nulla, nessun pianto, nessun ricordo. Eppure sono state ammazzate. Una donna oggi è stata segregata in casa per tre giorni e abusata: sono indiziati 5 uomini.

Vogliamo essere qui per e insieme alle donne che vengono licenziate quando rientrano dalla maternità; vogliamo essere qui e insieme alle donne che, da single, non possono accedere alla procreazione medicalmente assistita; qui e insieme alle donne che ancora devono cambiare provincia e regione per poter abortire e scegliere liberamente sui propri corpi cosa fare. Qui e insieme (Commenti di deputati del gruppo Fratelli d'Italia - La deputa Boldrini:“Basta!”)… Silenzio per favore! Qui e insieme alle donne che devono rinunciare alle proprie passioni, ai propri talenti e alle proprie carriere semplicemente perché lo Stato non è in grado di offrire servizi, perché il carico di cura, quando c'è una persona con disabilità in casa, genitori anziani, quando c'è un figlio che si ammala, pesa sempre sulle spalle delle donne. Qui e insieme alle donne - e concludo, Presidente - che, quando rientrano al lavoro dopo la nascita di un figlio, loro perdono il lavoro e le carriere degli uomini, invece, è stato visto che crescono e si rafforzano.

Allora, è chiaro che c'è uno squilibrio di potere. Noi non siamo ospiti, non siamo ospiti dei luoghi di lavoro o dei luoghi delle decisioni. Se veramente oggi stiamo commemorando 80 anni di voto alle donne, 80 anni della presenza delle donne nelle istituzioni - e non è un esercizio di retorica, ma memoria viva -, significa che dobbiamo agire oggi e non aspettare ancora domani (Applausi dei deputati del gruppo MoVimento 5 Stelle). Allora, c'è solo una cosa che vogliamo fare (I deputati del gruppo MoVimento 5 Stelle espongono cartelli recanti le scritte: “34% di donne nei vertici aziendali”, “8.000 € GAP salariale annuo”, “1 donna su 4 lascia il lavoro una volta madre”, “Nei consigli regionali solo il 25% di donne”, “Italia ultima in UE per occupazione femminile”, “In Parlamento solo il 33% di donne”, “Stesso lavoro stessa paga”, “La maternità non è una condanna” ,“Solo il 15% di sindache” , “Amministrative 2026: 9 candidate sindache, 77 candidati sindaci”)

PRESIDENTE. Grazie. Chiedo di rimuovere i cartelli…

GILDA SPORTIELLO (M5S). …abbattere questo sistema patriarcale, e noi lo faremo. Oggi, sempre e comunque (Applausi dei deputati del gruppo MoVimento 5 Stelle).

PRESIDENTE. …agli assistenti, cortesemente. Grazie. Chiedo agli assistenti d'Aula la cortesia di ritirare i cartelli. Il messaggio è arrivato. Quindi, chiedo un attimo di pazienza alla collega che interverrà dopo. Se cortesemente ritiriamo i cartelli, se cortesemente li diamo (Gli assistenti parlamentari ottemperano all'invito del Presidente)... Ringrazio.

Ha chiesto di parlare la deputata Di Maggio. Un attimo ancora, deputata. Facciamo un attimo quietare tutti. Prego.

GRAZIA DI MAGGIO (FDI). Grazie, Presidente. Onorevoli colleghi, mi dispiace che, anche in queste occasioni in cui dovremmo essere uniti, si cerca di fare propaganda elettorale fine a sé stessa, piuttosto che incentrare il nostro ricordo nei confronti di quelle donne che hanno combattuto per i diritti di tutte noi in quest'Aula (Applausi dei deputati dei gruppi Fratelli d'Italia, Lega-Salvini Premier e Forza Italia-Berlusconi Presidente-PPE).

Quindi, vado al mio intervento dicendo che 80 anni fa, in un'Italia che si rialzava dalle macerie della guerra, milioni di donne italiane si avvicinavano per la prima volta a un seggio elettorale. Era il 1946: camminavano certamente con un passo incerto, di chi compie un gesto nuovo, ma, allo stesso tempo, con la fermezza di chi sa di compiere un gesto giusto. Quel giorno l'Italia smise di essere una metà della Nazione che decide per l'altra metà e divenne finalmente una Repubblica pienamente rappresentativa. Non fu soltanto un diritto che si aggiungeva ad altri diritti, fu una Nazione che si guardava allo specchio e che riconosceva per la prima volta anche il volto delle proprie cittadine. Le donne entrarono nello spazio pubblico portando con sé quello che avevano custodito nello spazio privato - la cura, la pazienza, la concretezza - e offrirono il loro contributo non come rivendicazione, ma semplicemente come prova concreta del loro valore. Non chiedevano di prendere il posto di nessuno, chiedevano semplicemente il proprio.

Colleghi, permettetemi di ricordare in questa occasione due donne che, in stagioni diverse e con appartenenze diverse, hanno reso visibile quel cammino: Maria Federici, Madre costituente, scrisse alcune tra le pagine più alte della nostra Costituzione sui temi del lavoro e della famiglia, perché sapeva che la parità di diritti senza la parità di condizioni resta soltanto una parola sulla carta. E, poi, Jole Giugni Lattari, allieva di Benedetto Croce, professoressa di filosofia a Crotone, fu la prima donna eletta in Parlamento nelle file della destra italiana; partì dai banchi di scuola per battersi per l'istruzione delle ragazze nel Mezzogiorno e diceva - diceva bene - che senza cultura non c'è libertà e senza libertà non c'è cittadinanza. Due storie, colleghi, due culture politiche, ma un'unica eredità, ovvero la convinzione che una donna in più nelle istituzioni non toglie nulla a un uomo, ma aggiunge qualcosa alla nostra Nazione.

Da quel primo voto nel 1946, il cammino è stato lungo, lo sappiamo: soltanto nel 1979, per la prima volta, una donna salì sullo scranno più alto di quest'Aula, presiedendo la Camera dei deputati; soltanto pochi anni fa, anche il Senato è stato presieduto da una donna. Poi, onorevoli colleghi, è accaduto qualcosa che neppure la più ambiziosa fra quelle pioniere avrebbe potuto immaginare: una donna è arrivata alla guida del Governo della Repubblica italiana, Giorgia Meloni (Applausi dei deputati del gruppo Fratelli d'Italia), cresciuta da una madre sola, in un quartiere popolare di Roma, militante fin da ragazzina in un'area politica dove tutto era più difficile e, oggi, Presidente del Consiglio. Non per concessione, non per delle quote, ma è arrivata dove è arrivata perché glielo hanno concesso gli italiani, perché gli italiani l'hanno votata.

Questa mi pare, forse, la lezione più alta e più limpida di questi ottant'anni, perché la parità vera non è un'opera di redistribuzione, è un'opera di riconoscimento. Le quote sono state certamente per una stagione politica per certi versi comprensibili, ma la vera misura del cammino fatto è quando una donna può partecipare, può candidarsi, può vincere e può governare senza che nessuno debba ricordarle che è una donna, quando la sua competenza basta a se stessa.

Le donne italiane, Presidente, in questi ottant'anni non hanno chiesto di sostituire nessuno. Hanno chiesto progressivamente e ottenuto di esserci: di esserci nelle aziende, di esserci nelle università, di esserci nelle aule dei tribunali, negli ospedali, nelle caserme e in quest'Aula. Per questo oggi non celebriamo soltanto una data, celebriamo un'idea d'Italia: l'Italia che fa spazio, senza togliere a nessuno; l'Italia che riconosce, senza dover concedere; l'Italia che si fida delle sue donne, perché si fida di se stessa.

Allora, a quelle donne del 1946, madri, figlie e sorelle, che entrarono in silenzio nei seggi elettorali e ne uscirono cittadine a pieno titolo, dobbiamo molto. A noi in quest'Aula spetta il compito forse più difficile, ovvero di non disperdere ciò che ci hanno consegnato, oltre ogni scevra polemica che abbiamo sentito (Applausi dei deputati del gruppo Fratelli d'Italia).

PRESIDENTE. Saluto gli studenti e i docenti dell'Istituto comprensivo “Galliano Binotti” di Pergola, in provincia di Pesaro e Urbino, che assistono ai nostri lavori dalle tribune. Grazie di essere venuti qua, benvenuti a Montecitorio (Applausi).

Ha chiesto di parlare la deputata Braga. Ne ha facoltà.

CHIARA BRAGA (PD-IDP). Grazie, Presidente. Ottant'anni di protagonismo femminile nella vita democratica del Paese non sono soltanto una ricorrenza da celebrare, sono una storia collettiva da custodire e da continuare a scrivere. È una storia lunga, fatta di lotte, conquiste, delusioni e speranze, che parla dell'Italia, della sua crescita democratica e civile, della forza delle donne che hanno saputo cambiare il Paese anche quando il Paese non era ancora pronto a riconoscerle. Questa storia ci ricorda innanzitutto una verità semplice, ma fondamentale: i diritti non sono mai concessi o conquistati per sempre, sono frutto di impegno, partecipazione e coraggio. Dietro ogni conquista delle donne italiane, ci sono volti, sacrifici, mobilitazioni e battaglie individuali e collettive spesso silenziose, ma decisive.

“Lunghissima attesa davanti ai seggi elettorali. Sembra di essere tornati alle code per l'acqua, per i generi razionati. Abbiamo tutte nel petto un vuoto da giorni d'esame, ripassiamo mentalmente la lezione: quel simbolo, quel segno, una crocetta accanto a quel nome. Stringiamo le schede come biglietti d'amore (…). Le conversazioni che nascono tra uomini e donne hanno un tono diverso, alla pari”. Così Anna Garofalo, giornalista, scrittrice e femminista, commentava l'appuntamento alle urne del 2 giugno 1946. Quel 2 giugno, quando le donne votarono per la prima volta in tutto il Paese esercitando per la prima volta il diritto all'elettorato passivo oltre che attivo, accadde qualcosa di straordinario. Per la prima volta tutte le donne furono poste sullo stesso piano: ricche e povere, istruite e analfabete, donne della città e delle campagne. Per la prima volta milioni di donne uscirono simbolicamente dalle pareti domestiche, in cui il fascismo le aveva volute rinchiudere, per entrare pienamente nella vita pubblica del Paese, esercitando in autonomia il proprio diritto di cittadinanza. È importante ricordarlo oggi, in un tempo in cui troppo spesso vediamo crescere disillusione, sfiducia e astensionismo. La democrazia non vive solo il giorno delle elezioni: vive nella partecipazione, nella responsabilità e nella capacità di informarsi, di scegliere e di chiedere conto a chi ci rappresenta.

Molto è stato fatto grazie alle battaglie delle donne. Pensiamo alle battaglie per il lavoro, per il diritto allo studio e alla salute pubblica, per il divorzio, per la tutela della maternità, per la libertà di scelta e di autodeterminazione del proprio corpo contro la violenza e le discriminazioni. Sappiamo anche che molti altri capitoli devono essere ancora scritti, perché persistono in questo Paese disuguaglianze inaccettabili: disuguaglianze salariali, precarietà, carichi di cura distribuiti in modo ingiusto, ostacoli all'accesso ai ruoli decisionali (Applausi dei deputati del gruppo Partito Democratico-Italia Democratica e Progressista). Persistono stereotipi che limitano le opportunità e una violenza fisica e verbale che continua a colpire troppe donne e troppe volte nel silenzio. Essere all'avanguardia nelle politiche per la parità significa assumersi una responsabilità: quella di aprire strade nuove e di dimostrare che un Paese più giusto per le donne è un Paese migliore per tutti e anche di riconoscere che, purtroppo, non sempre buone leggi significano automaticamente buone politiche o che posti di potere di una significano che il tetto di cristallo sia stato infranto per tutte, tutt'altro (Applausi dei deputati del gruppo Partito Democratico-Italia Democratica e Progressista).

Tra pochi giorni celebreremo gli ottant'anni della nostra Repubblica, gli ottant'anni di una democrazia che fin dal suo inizio deve molto alle donne, al loro voto, alla loro resistenza e al contributo essenziale delle 21 Madri costituenti, che ricordiamo in questi giorni nella mostra allestita qui alla Camera dei deputati, così come ricordiamo le Madri costituenti e tutte le altre prime donne che hanno assunto incarichi istituzionali in quella Sala delle donne voluta dalla presidente Boldrini.

E se oggi possiamo raccontare quasi ottant'anni di protagonismo femminile è grazie a donne che hanno avuto il coraggio di esporsi, di lottare e di partecipare, donne che quel 2 giugno 1946 hanno creduto nella democrazia anche quando la democrazia non garantiva ancora loro piena uguaglianza. A noi, tutte e tutti, spetta il compito di continuare quel cammino (Applausi dei deputati del gruppo Partito Democratico-Italia Democratica e Progressista, che si levano in piedi).

PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare la deputata Matone. Ne ha facoltà.

Un attimo ancora, deputata. Prego.

SIMONETTA MATONE (LEGA). Vorrei iniziare la mia commemorazione con un piccolo viaggio attraverso i diritti delle donne dall'unità d'Italia al voto del 1946, perché serve a capire come si sia trattato di una strada in salita.

All'indomani dell'unità d'Italia, il nuovo regno esclude totalmente le donne dal diritto di voto e limita la loro capacità giuridica, sancendo la subordinazione economica e sociale all'interno della famiglia. Solo nel 1874 le donne sono autorizzate ad accedere all'istruzione superiore, ai licei e alle università. Nel 1882 vengono ammesse a ricoprire alcune mansioni non dirigenziali negli uffici pubblici. Nel 1919 viene abolita l'autorizzazione maritale. Che cos'era? Era un istituto giuridico che subordinava la capacità di agire della donna sposata alla volontà del marito. Era stata introdotta nel 1865 e privava le donne della piena autonomia finanziaria e giuridica: non potevano donare, non potevano sottoscrivere mutui, non potevano investire, non potevano fare nulla di giuridicamente rilevante.

La Camera approvò nel 1919 il suffragio universale femminile, ma tutto ciò venne bloccato dal fascismo, che concesse alle donne il voto per le elezioni comunali, ma lo strapotere del regime fascista fu tale che venne abrogato pure questo. Nel 1944 nacque l'UDI, l'Unione delle donne italiane, su iniziativa dei partiti di sinistra, e contestualmente nacque il CIF, il Centro italiano femminile, di orientamento cattolico.

La svolta decisiva fu l'accordo tra Palmiro Togliatti e De Gasperi, pur tra diffidenze reciproche, perché la sinistra temeva lo strapotere della chiesa cattolica sulle donne che sarebbero state ammesse al voto e la destra temeva lo strapotere della sinistra sulle donne che avrebbero votato da quella parte. Il 10 marzo 1946 finalmente abbiamo il decreto che consente anche alle donne di essere elette e 2.000 furono elette nelle elezioni amministrative. L'affluenza ci dovrebbe far riflettere, perché fu di oltre il 90 per cento, con un pari equilibrio tra uomini e donne. Le elette, poi, all'Assemblea costituente purtroppo furono solo 21, però aprirono una strada.

Il passo successivo fu l'ingresso delle donne in magistratura ed esilarante fu il dibattito in questa Aula del Parlamento, dove alcuni esponenti più retrivi sentenziarono che le donne non potevano amministrare la giustizia perché le sentenze avrebbero profumato di sugo e le sentenze non potevano essere emesse - questo fu il livello del dibattito - durante il ciclo mestruale.

Il tetto di cristallo c'è ancora o non c'è più? È difficile dirlo. Le donne, purtroppo, sono ancora abbastanza lontane dalle istituzioni. I meccanismi di accesso al potere sono fortunatamente, ma anche sfortunatamente, lontani dalle logiche femminili. Esistono ancora, purtroppo, meccanismi di autoesclusione, perché ancora vige la purtroppo orrenda scelta tra affetti e lavoro, e la situazione è ancora più complicata perché, con l'allungamento della vita degli anziani, le donne si sono beccate - scusate il termine - anche questo tipo di cura.

L'altro pericolo è l'omologazione a modelli maschili, purtroppo richiesta all'interno di tutta una serie di società. Ora, io voglio riflettere su un dato: la parità, a mio sommesso avviso e ritengo anche del gruppo che io rappresento in questo momento, non passa per le “o”, che diventano “a”, non passa per l'orrenda “schwa” e non passa attraverso le sceneggiate (Applausi dei deputati del gruppo Lega-Salvini Premier e di deputati del gruppo Forza Italia-Berlusconi Presidente-PPE) che abbiamo appena visto in Parlamento. La parità passa per una società che cancelli violenze e femminicidi, per una società che rifugga l'inclusione di cui ci riempiamo la bocca senza riflessione sull'immettere, nel nostro Occidente, modelli familiari inaccettabili che accogliamo nel nostro Paese. La parità passa attraverso la ferma condanna di ciò che accade alle donne nei Paesi dove domina una religione che non nomino. La parità passa attraverso la condanna del vero patriarcato, quello che impera nell'altra parte del mondo e di cui noi non parliamo mai. Ed io vorrei dedicare questo intervento a tutte le donne che voce non hanno (Applausi dei deputati del gruppo Lega-Salvini Premier).

PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare la deputata Marrocco. Ne ha facoltà.

PATRIZIA MARROCCO (FI-PPE). Grazie, Presidente. Presidente, mi permetta di sottolineare che è davvero avvilente usare un anniversario così importante e spendere i nomi delle nostre Costituenti per polemiche che durano lo spazio di un giorno o per un like sui social.

Dobbiamo ritornare, in quest'Aula - questo lo dico a tutti noi, ma soprattutto alla collega che mi ha preceduto -, a una politica un po' più alta, proprio alla politica delle nostre Costituenti.

Ma torniamo al tema. Ottant'anni fa le donne italiane conquistarono finalmente il diritto di votare e di essere elette. Non fu un regalo, fu il riconoscimento di un diritto che sarebbe dovuto esistere da sempre. Oggi non siamo qui solo per ricordare una data storica. Siamo qui per ricordare cosa ha significato davvero quel momento per il nostro Paese. Immaginiamo quelle donne davanti ai seggi nel 1946, donne che avevano attraversato la guerra, la fame, i bombardamenti, donne che avevano mandato avanti famiglie, campi, ospedali, fabbriche e che, per la prima volta, entravano in una cabina elettorale, sapendo di contare finalmente come cittadine.

In quel gesto, in quel semplice gesto, dentro un'urna, c'era una rivoluzione enorme, silenziosa, ma potentissima. Quel voto ha cambiato l'Italia e ha reso la nostra democrazia più giusta, più vera, più completa.

Sarebbe sbagliato pensare che quella battaglia oggi sia finita, perché anche oggi esistono ostacoli reali: il divario salariale, le difficoltà per tante donne nel conciliare lavoro e famiglia, la scarsa presenza femminile nei luoghi decisionali. E allora celebrare questo anniversario significa anche avere il coraggio di guardare la realtà con onestà.

Oggi vogliamo rendere omaggio soprattutto alle donne che hanno scritto una pagina fondamentale della nostra Repubblica, alle 21 donne elette nell'Assemblea Costituente, donne diverse per idee politiche, ma unite nella consapevolezza di stare costruendo il futuro dell'Italia. Penso a Nilde Iotti, a Lina Merlin, ad Angela Gotelli, a Maria Federici. Erano donne che non chiedevano privilegi; chiedevano semplicemente di poter servire il proprio Paese e lo hanno fatto con una straordinaria dignità.

Il loro esempio ci insegna una cosa semplice: la democrazia funziona meglio quando nessuno resta indietro, quando tutte le voci vengono ascoltate, quando uomini e donne partecipano insieme alla vita pubblica.

Per questo, oggi, non dobbiamo limitarci alla memoria, dobbiamo prenderci una responsabilità, la responsabilità di difendere il valore del voto, soprattutto in un tempo in cui troppi cittadini si sentono lontani dalla politica e la responsabilità di trasformare la parità da principio scritto sulla carta a realtà concreta nella vita quotidiana.

Ottant'anni fa le donne italiane hanno aiutato questo Paese a diventare una vera democrazia. Oggi tocca a noi dimostrare di esserne all'altezza (Applausi dei deputati dei gruppi Forza Italia-Berlusconi Presidente-PPE e Noi Moderati (Noi con l'Italia, Coraggio Italia, UDC e Italia al Centro)-MAIE-Centro Popolare).

PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare la deputata Ruffino. Ne ha facoltà.

DANIELA RUFFINO (AZ-PER-RE). La ringrazio, signor Presidente. Ottant'anni fa, in Italia, milioni di donne entrarono in una cabina elettorale per la prima volta, un gesto che oggi ci sembra naturale, quasi automatico, ma allora non lo era affatto.

Per la prima volta alle donne veniva riconosciuto non solo il diritto di parlare, ma anche il diritto di contare, di scegliere, di partecipare al destino del proprio Paese. Immaginiamo le mani di una donna che aveva attraversato la guerra, la fame, i bombardamenti, una donna che forse aveva perso un marito, un fratello, un figlio, una donna che aveva mandato avanti la famiglia nel silenzio, senza mai essere considerata parte della vita pubblica del Paese e poi, improvvisamente, lo Stato le dice: la tua voce vale. Fu una conquista di dignità. Ci furono donne colte, impegnate nei movimenti antifascisti e nella Resistenza, ma ci furono tante donne semplici, operaie, contadine, lavoratrici, che magari non avevano mai studiato politica, ma che compresero perfettamente il peso di quel momento.

Molte entrarono nei seggi emozionate, altre intimorite. Ottant'anni dopo quella conquista parla ancora a noi e forse ci interroga ancora di più oggi, in un tempo segnato da un crescente disincanto verso la politica e da un astensionismo sempre più alto. Sempre più persone scelgono di non votare ed è un sentimento che mi sento di dire che dobbiamo comprendere e non giudicare. Ogni volta che rinunciamo a partecipare, qualcun altro decide al posto nostro e questi, troppi, smettono di credere nella partecipazione. La democrazia si indebolisce lentamente. E credo che il modo migliore per onorare quelle donne non sia soltanto ricordarle, ma essere all'altezza della loro consapevolezza. Infatti, ottant'anni fa le donne italiane non conquistarono solo il diritto di voto, conquistarono il diritto di essere protagoniste della storia. E sta a noi fare in modo che quella storia continui. Come? Pensando a cosa hanno provato le donne che entrarono per la prima volta in una cabina elettorale: l'emozione di poter finalmente dire la propria. Scrive Anna Garofalo: “Stringiamo le schede come biglietti d'amore”. E credo sia vero. E finalmente i discorsi degli uomini e delle donne avevano un altro sapore, un sapore da pari.

Nel 1946, su 25 milioni di elettori, 13 furono donne, l'89 per cento di chi non avrebbe neanche potuto immaginare di avere questo diritto decise di esercitarlo. Questa mattina, entrando nell'Aula ancora vuota, ho pensato a chi ha occupato questi banchi prima di me, prima di noi, e ho pensato a Giacomo Matteotti, lo abbiamo ricordato ieri, ho pensato alla gratitudine che dobbiamo avere nei confronti delle donne italiane per le loro lotte. Già tra la fine dell'Ottocento e i primi del Novecento chiedevano il riconoscimento dei diritti politici, lottando. Sono state le donne che hanno aperto la strada alle successive generazioni, contribuendo a costruire una democrazia più giusta e più forte.

Cosa possiamo fare oggi per onorare le donne che hanno aperto una strada, che abbiamo il dovere di difendere e rafforzare? Onorare quella conquista con il massimo impegno, al servizio delle istituzioni, dell'Italia, non andando alla ricerca del consenso facile, ma agendo con responsabilità, studio, ascolto e capacità di guardare lontano (Applausi dei deputati del gruppo Azione-Popolari Europeisti Riformatori-Renew Europe).

PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare la deputata Ghirra. Ne ha facoltà.

FRANCESCA GHIRRA (AVS). Grazie, Presidente. Onorevoli colleghe e colleghi superstiti, signore Sottosegretarie, ottant'anni fa le donne italiane entrarono per la prima volta nei seggi elettorali non come spettatrici della storia, ma come cittadine. Era il 1946. In un Paese distrutto dalla guerra, lacerato dai conflitti sociali, attraversato dalla fame avveniva finalmente uno dei fatti più rivoluzionari: il diritto per le donne di votare ed essere votate. Attenzione, non fu però un regalo, fu una conquista ottenuta dopo anni e anni di esclusione, paternalismo e subordinazione.

Nel film C'è ancora domani, Paola Cortellesi racconta in maniera estremamente efficace quelle emozioni. “Stringiamo le schede come biglietti d'amore”: questa frase di Anna Garofalo restituisce in maniera potente il desiderio fortissimo dalle donne che la Repubblica nascesse anche dalla loro voce, dalle loro intelligenze, dalla loro fatica. Oggi, a 80 anni di distanza, noi abbiamo il dovere di dire una verità con chiarezza: quella conquista non è compiuta, perché il diritto formale di partecipare non coincide ancora con il pieno potere di decidere. Nonostante le donne rappresentino il 51,1 per cento della popolazione del nostro Paese e nonostante i correttivi che sono stati introdotti in quest'Aula, ad esempio, la presenza femminile rappresenta poco più del 33 per cento.

La situazione non è diversa nei nostri comuni: i dati del dossier di ANCI “Donne in Comune 2026” ci dicono che le donne rappresentano appena il 35,3 per cento degli amministratori locali italiani; le sindache sono il 15,4 per cento. Ma c'è un dato ancora più impressionante, emerso proprio nelle ultime elezioni amministrative: nei 18 capoluoghi di provincia chiamati al voto, le candidate sindache erano solo 9 su 77 uomini, il 10,5 per cento del totale, la percentuale più bassa degli ultimi anni. Nove città capoluogo italiane sono andate al voto senza neppure una candidata sindaca. È qui che cade tutta la retorica sulla parità ormai raggiunta, perché dopo 80 anni dal suffragio universale continuiamo ad avere elezioni in cui quasi il 90 per cento dei candidati sindaci è costituito da uomini e più di 8 comuni su 10 hanno un uomo al vertice dell'amministrazione.

Questa non è una semplice asimmetria, è una questione democratica, perché una democrazia in cui metà della popolazione continua a essere sottorappresentata nei luoghi decisionali è una democrazia incompleta.

È interessante esaminare anche il modo in cui il potere continua a essere distribuito. Le donne vengono considerate adeguate solo quando si tratta di prendersi cura: scuola, famiglia, welfare, politiche sociali. Quando invece si tratta di incarichi tradizionalmente associati al potere materiale, lavori pubblici, urbanistica, infrastrutture, risorse strategiche, la presenza femminile cala drasticamente. È come se questo Paese continuasse a dire alle donne: potete occuparvi di fragilità, ma non di potere; potete gestire il sociale, ma non decidere degli equilibri economici. È esattamente per questo che un approccio femminista resta ancora oggi necessario, perché è indispensabile una critica radicale dell'attuale distribuzione del potere nella società. Occorre combattere l'idea che esistano ruoli naturali per uomini e donne, rivendicare una libertà piena per tutte, senza dimenticare le condizioni materiali che, ancora oggi, impediscono a molte donne di poter fare politica, perché purtroppo la politica continua a essere costruita su un modello maschile del potere, che si estrinseca nella precarietà economica di tante donne, nell'assenza di servizi in tempi incompatibili con la cura, relazioni escludenti, violenza verbale normalizzata. Tutto questo ci dice che il patriarcato non è un residuo folcloristico del passato, ma è ancora oggi un sistema di potere profondamente radicato nelle istituzioni, nel lavoro, nella cultura, nei media e nel linguaggio.

Lo vediamo ogni volta che una donna in politica viene giudicata per il tono della voce, anziché per le idee; ogni volta che il corpo femminile diventa terreno di delegittimazione pubblica; ogni volta che la maternità viene considerata un ostacolo professionale; ogni volta che una donna autorevole viene definita aggressiva, mentre un uomo è considerato determinato.

Per questo, celebrare oggi l'ottantesimo anniversario del voto alle donne non può essere una commemorazione retorica, deve essere un'assunzione di responsabilità collettiva perché la libertà e il diritto all'autodeterminazione dalle donne non sono questioni da donne, ma sono il termometro della qualità democratica del nostro Paese (Applausi dei deputati dei gruppi Alleanza Verdi e Sinistra e Partito Democratico-Italia Democratica e Progressista).

PRESIDENTE. Salutiamo le ragazze e i ragazzi, le docenti e i docenti della Scuola primaria “Gianni Rodari” di Civitavecchia, Roma, che assistono ai nostri lavori dalle tribune. Grazie di essere qui e benvenuti a Montecitorio (Applausi).

Ha chiesto di parlare la deputata Carfagna. Ne ha facoltà.

MARIA ROSARIA CARFAGNA (NM(N-C-U-I)M-CP). Grazie, Presidente. Celebrare l'anniversario degli 80 anni dal referendum istituzionale del 2 giugno 1946 significa ricordare che l'atto fondativo della Repubblica italiana è legato a una scelta che allora sembrò assolutamente rivoluzionaria, cioè consegnare alle donne, in condizioni di assoluta parità con gli uomini, ogni decisione riguardante il futuro dell'Italia dopo un ventennio di dittatura fascista, dopo una guerra che aveva falciato la vita di oltre 400.000 cittadini italiani e dopo l'ignominia delle leggi razziali, che aveva associato l'immagine del nostro Paese agli orrori della Shoah e dei campi di concentramento. Fino ad allora, lo sappiamo, le donne non avevano alcun potere decisionale anche sulle questioni più minute. Erano considerate poco più che un accessorio dell'uomo di famiglia, del padre, del marito oppure del fratello.

L'arrivo nelle case delle italiane delle schede elettorali rappresentò una svolta: una svolta personale e una svolta politica. Una svolta personale, perché quella scheda diceva alle donne: la tua opinione conta, la tua opinione vale esattamente al pari di qualunque altro uomo. Politica, perché quella scheda consegnò alle donne la responsabilità di esercitare una scelta. Da lì a poco, la parità fu scolpita nell'articolo 3 della Costituzione e, anche in quel caso, furono le donne a fare la differenza: le nostre Madri costituenti, che provenivano da tradizioni culturali differenti, da percorsi politici differenti, se non conflittuali o addirittura opposti. Ma seppero unirsi, seppero fare squadra, seppero costruire un'alleanza trasversale e si batterono perché non solo fosse riconosciuta la parità, ma perché fosse scritto nero su bianco che compito della Repubblica è abbattere gli ostacoli che, di fatto, limitano libertà e uguaglianza dei cittadini. Quella frase, quel “di fatto”, quell'articolo hanno rappresentato la piattaforma costituzionale di ogni successivo avanzamento legislativo e di ogni progresso politico, civile ed economico in materia di parità.

Personalmente, scusate il riferimento personale, ha costituito per me un faro che ha ispirato la mia attività di parlamentare di maggioranza e di opposizione ma anche ogni mia azione da Ministro, sicuramente delle Pari opportunità, ma anche di Ministro per il Sud e la coesione territoriale: dalla promozione di azioni per favorire la partecipazione delle donne al mercato del lavoro al contrasto di ogni forma di violenza sulle donne; dagli interventi per rafforzare la presenza femminile nei luoghi decisionali fino al finanziamento del primo LEP per gli asili nido. Ogni azione, ogni scelta mia e delle colleghe di ogni partito politico, con cui ho sempre collaborato, nell'esempio delle Madri costituenti, è stata guidata da un'idea molto semplice: senza le donne il Paese è più debole.

Tuttavia, dobbiamo essere onesti perché, nonostante i progressi, il cammino da fare resta ancora lungo. Persistono divari salariali, persistono difficoltà di accesso ai ruoli decisionali e anche carenza o, addirittura, assenza di servizi di assistenza all'infanzia o alla non autosufficienza che impediscono l'esercizio del diritto alla maternità. E soprattutto dobbiamo fare attenzione a quello che ci sta succedendo intorno, perché vecchi stereotipi rimangono ma nuovi pericoli si affacciano: l'intelligenza artificiale viene usata irresponsabilmente per esercitare nuove forme di bullismo e di sessismo nei confronti delle donne; gli algoritmi replicano, su vasta scala, stereotipi maschilisti e discriminatori; e contenuti virali contrastano l'impegno delle famiglie e delle scuole per promuovere l'educazione alla libertà e al rispetto. E allora, se per le Madri e i Padri costituenti la battaglia fu affermare il principio di parità, per noi deve essere quella di difendere questo principio e di tenerlo saldo affrontando le sfide dei tempi nuovi.

Per questo ricordare il 1946 non è solo memoria, ma è impegno ad essere all'altezza di chi ci ha preceduto affrontando i problemi dei nostri giorni con la stessa determinazione, la stessa energia e la stessa lungimiranza che ha ispirato 80 anni fa, in un'Italia completamente diversa da quella attuale, una svolta e una rivoluzione così moderna e così indispensabile (Applausi).

PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare la deputata Boschi. Ne ha facoltà.

MARIA ELENA BOSCHI (IV-C-RE). Grazie, Presidente. Il 2 giugno 1946 è una data fondamentale per tutti gli italiani e tutte le italiane, perché il 2 giugno 1946 abbiamo scelto la Repubblica, abbiamo scelto la democrazia e abbiamo scelto la libertà. È come se fossimo tornati a respirare dopo oltre un ventennio in cui il regime fascista aveva soffocato le libertà politiche, ma anche quelle civili e sociali.

Il 2 giugno 1946, però, è una data che ha un significato ancora più profondo per noi donne italiane perché, per la prima volta, abbiamo potuto esercitare il nostro diritto di voto. Il 2 giugno 1946 abbiamo smesso di essere trasparenti per lo Stato; per la prima volta, il 2 giugno 1946 abbiamo avuto una voce pubblica; il 2 giugno 1946 abbiamo smesso di essere soltanto oggetto di doveri e abbiamo cominciato a poter esercitare anche dei diritti, essere cittadine a tutti gli effetti al pari degli uomini.

Del resto, dopo la partecipazione attiva delle donne non soltanto al secondo conflitto mondiale - quando sostituirono gli uomini al fronte, lavorando nei campi, negli uffici, nelle fabbriche - ma soprattutto alla guerra di resistenza, di liberazione, con donne partigiane che parteciparono non soltanto come staffette o come informatrici, ma anche alla lotta armata, sarebbe stato impossibile relegarle di nuovo al ruolo di appendice, di orpello degli uomini che avevano avuto per secoli. Eppure, anche allora nel dibattito pubblico il tema del voto alle donne non fu semplice da far passare, ci fu un dibattito molto intenso anche all'interno dei partiti principali, i giornali di allora titolavano: le persone muoiono di fame e si preoccupano del diritto alle donne. Eppure, quel giorno fu un giorno storico per tantissime donne italiane che parteciparono in maniera massiccia alle elezioni per l'Assemblea costituente e al referendum costituzionale. L'unico dispiacere per molte di loro, come ricordava anche Tina Anselmi, fu quello di essere troppo giovani per poter partecipare al voto perché l'età fu messa a 25 anni. Molte, compresa mia nonna, erano troppo giovani per poter esercitare quel diritto, ma lo vissero lo stesso con l'emozione ma anche con la consapevolezza che era una grande responsabilità, un dovere da esercitare, come ha ricordato anche Anna Garofalo.

Il contributo delle donne elette fu fondamentale non soltanto con le prime 6 sindache, ma soprattutto con le 21 donne in Assemblea costituente, 5 fecero parte della Sottocommissione dei 75 che redasse la Costituzione e dettero un contributo fondamentale per quelli che oggi sono i principi fondamentali e, ovviamente, per il principio di uguaglianza sostanziale. Ma come mise allora in luce Teresa Mattei nel suo intervento, quel risultato doveva essere considerato per le donne italiane un punto di partenza, non un punto d'arrivo, perché quei diritti, sanciti dalla nostra Carta costituzionale, dovevano poi essere fatti vivere concretamente ogni giorno.

Noi sappiamo che, per raggiungere la piena parità tra uomini e donne, il percorso non è ancora completato, non è completato nemmeno nella rappresentanza delle istituzioni e lo dico facendo parte di un partito che è l'unico che in Parlamento ha più donne che uomini. Eppure, noi sappiamo che ancora la partecipazione delle donne non è pari a quella degli uomini, nonostante negli anni abbiamo promosso anche leggi con norme antidiscriminatorie per favorire questa partecipazione nei consigli comunali, nelle giunte, in Parlamento europeo e nel Parlamento italiano, che sono servite. Io non vedo l'ora che possano essere cancellate quelle norme antidiscriminatorie, che arrivi il giorno in cui non serviranno più, ma sappiamo che purtroppo sono ancora necessarie. Sappiamo sulla nostra pelle che per una donna fare politica è ancora più complicato che per un uomo, perché deve andare incontro a pregiudizi, aggressioni, spesso non soltanto sui social, in ragione del proprio essere donna, non per le proprie idee politiche. Noi sappiamo però che l'impegno deve essere portato avanti con ancora più costanza proprio perché ci sono donne in altri Paesi - penso all'Iran, penso all'Afghanistan - che quella voce, quel diritto purtroppo non ce l'hanno ancora.

Chiudo, Presidente, ricordando che il diritto di voto ci dà la possibilità di incidere, di cambiare il mondo intorno a noi, certo, per migliorare le condizioni di conciliazione dei tempi di vita e lavoro, per la parità salariale, per la possibilità di concorrere alla leadership del nostro Paese. Abbiamo bisogno, però, di avere quel potere di cambiare le cose attraverso il diritto di voto. È stato raccontato benissimo, in modo magistrale, da Paola Cortellesi nel suo film C'è ancora domani quando la figlia Marcella ritrova la fiducia e la stima per questa madre, che vedeva così debole e a cui imputava di non fare mai niente per cambiare la sua condizione, quando la madre finalmente vota per la prima volta quel 2 giugno 1946 e quella mamma, Delia, la guarda negli occhi e trova la forza per cambiare la propria condizione anche dal vedere tante donne intorno a lei che, come lei, stavano cambiando il mondo. Allora, io credo che il modo migliore per onorare quel diritto e quella grande responsabilità, che è la possibilità di votare, è esercitarlo quel diritto di voto. Buona festa della Repubblica a tutte e a tutti (Applausi).

PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare la deputata Gebhard. Ne ha facoltà.

RENATE GEBHARD (MISTO-MIN.LING.). Grazie, Presidente. In vista del 2 giugno, è fondamentale ricordare anche un traguardo storico che segna profondamente la nostra identità: l'ottantesimo anniversario del diritto di voto alle donne in Italia. Questo diritto, conquistato grazie alle lotte e ai sacrifici di innumerevoli donne, ha rappresentato una pietra miliare nel cammino verso la parità e la giustizia sociale anche in Italia. Vogliamo rendere omaggio a tutte le suffragette: donne coraggiose che, con instancabile determinazione, hanno sfidato le convenzioni del loro tempo e hanno lottato per un futuro in cui le donne potessero avere voce in capitolo. Grazie al loro coraggio e alla loro perseveranza, oggi possiamo esercitare un diritto che era negato alle generazioni precedenti. Mentre ci prepariamo a celebrare la Repubblica, è importante riflettere su quanto questo diritto sia stato fondamentale nella costruzione della nostra democrazia: le donne non sono solo partecipanti, ma protagoniste attive nella vita politica e sociale; la loro presenza e il loro contributo sono essenziali per un Paese che aspira a essere davvero giusto, inclusivo e moderno. Questo anniversario ci invita a non dimenticare il passato, ma anche a guardare al futuro. Dobbiamo continuare a combattere per garantire che ogni donna, in ogni angolo del nostro Paese, possa esercitare i propri diritti e contribuire alla nostra società e che si possano superare tutte le diseguaglianze e le difficoltà per le donne, che a tutt'oggi ci sono.

In questo 2 giugno rendiamo omaggio non solo alla nostra Repubblica, quindi, ma anche a tutte le donne che hanno lottato per i diritti che oggi diamo per scontati. Ricordiamo il loro sacrificio e impegniamoci a portare avanti la loro eredità (Applausi di deputati dei gruppi Misto-Minoranze Linguistiche e Italia Viva-il Centro-Renew Europe).

Modifica nella composizione della Commissione parlamentare di inchiesta sul fenomeno delle mafie e sulle altre associazioni criminali, anche straniere.

PRESIDENTE. Comunico che, in data 28 maggio 2026, il Presidente della Camera ha chiamato a far parte della Commissione parlamentare di inchiesta sul fenomeno delle mafie e sulle altre associazioni criminali, anche straniere, il deputato Dario Iaia, in sostituzione del deputato Riccardo De Corato, dimissionario.

Sull'ordine dei lavori.

PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare, sull'ordine dei lavori, l'onorevole Francesco Silvestri. Ne ha facoltà.

FRANCESCO SILVESTRI (M5S). Grazie, Presidente. Chiedo di intervenire rispetto alla situazione e a quello che sta avvenendo a Cuba. L'intervento lo chiedo al Ministro Tajani, per prendere una posizione che sia molto più dignitosa rispetto a quella tenuta dal suo Sottosegretario in un question time in Commissione esteri.

Attualmente la situazione a Cuba è questa: c'è un blocco energetico, che adesso si è addirittura acutizzato, visto che anche il Messico ha smesso di fare approvvigionamenti energetici a Cuba. Oggi la situazione a Cuba, grazie agli Stati Uniti, è che la mortalità neonatale è raddoppiata, che sono state sospese, in parte, le cure di chemioterapia alle persone che devono fare cure oncologiche e che anche tutta la parte di medicina è stata sospesa in parti dell'isola per mancanza di medicinali e per mancanza di elettricità. La crisi ormai ha raggiunto un livello umano addirittura tremendo, tremendo. Tutta una comunità scientifica si sta cercando di appellare anche al nostro Presidente del Consiglio: ci sono scienziati e medici che hanno scritto una bellissima lettera al Presidente del Consiglio per chiedergli di non voltarsi dall'altra parte, per chiedergli di mandare una Commissione per la salute per verificare lo stato di quello che sta succedendo a Cuba.

Ieri io faccio un question time per chiedere la posizione del Governo e del Ministero degli Affari esteri sulla questione cubana e la risposta del Governo è la seguente: riteniamo per questo necessario che le autorità cubane avviino un percorso credibile di riforme politiche ed economiche non più rinviabili, che possa restituire fiducia ai cittadini e democratizzare il sistema.

Per il Governo italiano democratizzare il sistema cubano vuol dire che gli Stati Uniti possono portare una portaerei davanti a Cuba, dicendo loro: se non si fanno queste riforme, noi vi invadiamo, oltre a portare la vostra economia e il vostro livello sanitario al collasso (Applausi dei deputati del gruppo MoVimento 5 Stelle).

Questa sarebbe la posizione del Governo. È una posizione indegna sotto il piano umano, sotto il piano politico e sotto il piano istituzionale. Quindi, vorrei che il Ministro Tajani venisse a confermare le parole del suo Sottosegretario, perché noi non accettiamo una posizione del nostro Governo. Noi ci vergogniamo di un Governo che ha una posizione del genere (Applausi dei deputati del gruppo MoVimento 5 Stelle). Ci vergogniamo! Quindi, vogliamo un dialogo diretto con il Ministro degli Affari esteri in Commissione o qui in Parlamento, dove vuole lui, però venga lui e non mandi più una persona a dirmi delle cose del genere, perché è indegno.

Quindi, chiedo la sua presenza sulla questione cubana, perché stiamo mantenendo anche noi dei rapporti con i parlamentari cubani. Ci stanno descrivendo delle situazioni su cui bisogna intervenire. È impossibile voltarsi dall'altra parte. Quindi, anche davanti a questa richiesta, il Ministro degli Affari esteri non si volti dall'altra parte, ma venga in quest'Aula e discuta con le opposizioni, con la maggioranza, con tutti noi, su quella che è una crisi umanitaria e politica, su cui noi dobbiamo fare qualcosa. Lo dobbiamo al popolo cubano, ma lo dobbiamo anche alla nostra storia (Applausi dei deputati del gruppo MoVimento 5 Stelle).

PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare, sul medesimo argomento, la deputata Ferrari. Ne ha facoltà.

SARA FERRARI (PD-IDP). Grazie, Presidente. Intervengo perché proprio ieri, in quest'Aula, abbiamo chiesto le stesse cose che ho appena sentito dire al collega. Pertanto, non posso che associarmi e ribadirlo. Ieri abbiamo incontrato, come Intergruppo Italia-Cuba, l'ambasciatore cubano in Italia. La situazione che ci ha rappresentato è drammatica, ai limiti della sopravvivenza. Oggi noi non possiamo chiudere gli occhi di fronte a questo e il nostro Paese non può limitarsi a chiedere che Cuba faccia passi avanti rispetto ai diritti umani, su cui non possiamo che essere d'accordo, ma non è possibile assolutamente collegare questa richiesta alla mancata censura del rischio di attacco militare che gli Stati Uniti stanno spudoratamente facendo a Cuba.

Avere schierato una portaerei nel Mar dei Caraibi è un chiaro segno di rischio di aggressione, nei termini, forse, ancora una volta, di quell'attacco preventivo che già abbiamo visto operare da parte del Presidente Trump sia in Iran sia in Venezuela, come se fosse giustificabile l'aggressione fatta al Venezuela e gli spari sui civili venezuelani, come oggi l'uccisione dei civili iraniani, perché, comunque, in casa loro avevano o hanno un Governo repressivo. Non è questo che noi intendiamo per responsabilità italiana nei confronti della tutela dell'interesse collettivo e del diritto internazionale.

Se il nostro Paese ancora non è in grado di riconoscere la responsabilità militare di Trump e Netanyahu rispetto a quanto accade in Medio Oriente, almeno chieda il rispetto del diritto internazionale nel Mar dei Caraibi, visto che l'Italia ha sempre sottoscritto le risoluzioni dell'ONU che censurano l'embargo americano. Pertanto, anche noi chiediamo al Governo di non girarsi dall'altra parte, ma di fare la propria parte, perché il nostro Paese partecipi a un intervento diplomatico di de-escalation di quanto sta succedendo (Applausi dei deputati del gruppo Partito Democratico-Italia Democratica e Progressista).

Interventi di fine seduta.

PRESIDENTE. Passiamo agli interventi di fine seduta. Ha chiesto di parlare l'onorevole Padovani. Ne ha facoltà.

MARCO PADOVANI (FDI). Grazie, Presidente. Onorevoli colleghi, ieri, a Verona, nel cuore della città scaligera, è stato imbrattato con della vernice rossa uno dei luoghi più significativi della città veneta: il Ponte Pietra. Un ponte di epoca romana, del I secolo avanti Cristo, sotto custodia della sovrintendenza, è stato vandalizzato con scritte che inneggiavano a “Gaza libera”, a firma di sedicenti anarchici. Un gesto vergognoso, indegno e intollerabile da parte di chi, con il pretesto di una battaglia civile, adotta metodi talebani, che non rispettano la storia, la cultura e la nostra millenaria civiltà, convinti di poter trasformare tutto in propaganda ideologica.

In Italia non viene negata a nessuno la libertà di parola o di pensiero, ma danneggiare un simbolo storico non è libertà; è mancanza di rispetto verso la nostra città, verso la nostra storia e verso quelle tradizioni che hanno costruito le nostre comunità. Dietro queste scritte “Free Gaza” e i simboli anarchici non vi è nessuna battaglia di civiltà, ma esclusivamente vandalismo. Mi aspetto, assieme a tutti i veronesi, una presa di distanza netta per quanto accaduto da parte del sindaco di Verona, che ad oggi non ha rilasciato alcuna dichiarazione in merito.

E sinceramente mi aspetterei una presa di distanza anche da coloro i quali in quest'Aula hanno manifestato il loro attivismo, per capire se ritengono idonei questi metodi di inciviltà e barbarie, che sono esempio di fanatismo (Applausi dei deputati del gruppo Fratelli d'Italia).

PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare la deputata Forattini. Ne ha facoltà.

ANTONELLA FORATTINI (PD-IDP). Grazie, Presidente. Domani ricorreranno 14 anni dal terremoto del 29 maggio 2012, che colpì duramente l'Emilia-Romagna e la Lombardia, segnando profondamente comunità, famiglie, imprese e amministrazioni locali. Un evento che nei territori mantovani ha lasciato ferite profonde, ma anche mostrato una straordinaria capacità di resilienza delle istituzioni, del volontariato e dei cittadini.

A distanza di 14 anni, però, non possiamo limitarci alla memoria, dobbiamo parlare delle criticità che sono ancora aperte. Il 31 dicembre 2025 è cessato lo stato di emergenza relativo al sisma di Mantova del 2012, ma ad oggi non vi sono ancora risposte chiare e definitive da parte del Dipartimento nazionale della protezione civile e del Ministero dell'Economia e delle finanze sul passaggio alla gestione ordinaria post-emergenza in capo a regione Lombardia. E questo significa lasciare i comuni nell'incertezza amministrativa e finanziaria proprio mentre stanno completando opere pubbliche, ricostruzioni e interventi attesi da anni dai cittadini.

Molti enti locali stanno anticipando risorse proprie, andando in anticipazione di cassa, per garantire la continuità dei cantieri e degli interventi programmati. Una situazione che mette seriamente in difficoltà i bilanci comunali, soprattutto quelli dei piccoli comuni, che non possono essere lasciati soli a sostenere il peso economico della ricostruzione. Per questo noi chiediamo al Governo di intervenire rapidamente, definendo modalità, tempi e coperture certe per il passaggio alla gestione ordinaria, garantendo continuità amministrativa e finanziaria ai territori colpiti dal sisma.

Perché la ricostruzione non si conclude con la fine formale dello stato di emergenza, si conclude quando le comunità vengono messe davvero nelle condizioni di tornare alla normalità (Applausi dei deputati del gruppo Partito Democratico-Italia Democratica e Progressista).

PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare la deputata Viggiano. Ne ha facoltà.

FRANCESCA VIGGIANO (PD-IDP). Grazie mille, Presidente. Presidente, onorevoli colleghe e colleghi, intervengo oggi in quest'Aula per dare voce e pieno sostegno alle lavoratrici e ai lavoratori impiegati nell'appalto del Ministero della Giustizia per il servizio di documentazione degli atti processuali. Parliamo di circa 1.500 lavoratrici e lavoratori che, pur operando all'interno dei nostri tribunali come fonici, tecnici e stenotipisti forensi, sono assunti tramite società cooperative, anche costituite in consorzio, e inquadrati con il contratto collettivo nazionale Multiservizi.

Persone che vivono sulla propria pelle il peso della precarietà, costrette a mandare avanti le proprie vite e famiglie con contratti part time anche di sole tre ore al giorno, trascinati da oltre 20 anni, a fronte di una paga oraria di appena 9,50 euro lordi. Per il tramite delle organizzazioni sindacali Filcams-CGIL, Fisascat-CISL e Uiltrasporti Nazionale, questi lavoratori hanno proclamato uno sciopero nazionale per l'intera giornata del 29 maggio 2026, a cui farà seguito una seconda astensione dal lavoro, già proclamata per le giornate del 24 e 25 giugno 2026, e ovviamente non lo fanno per fare il weekend lungo.

Questa mobilitazione giunge dopo l'attivazione dello stato di agitazione dello scorso giovedì 7 maggio 2026, resosi necessario perché la richiesta di proseguire il confronto con il Ministro della Giustizia, avviato ormai nel lontano gennaio 2025, è rimasta totalmente priva di riscontro. La situazione è drammatica. Attualmente moltissimi lavoratori si trovano in cassa integrazione e la riforma Cartabia ha introdotto rilevanti incertezze nella gestione del servizio, aggravando le condizioni di precarietà legate all'appalto.

Ma ciò che lascia sbigottiti è l'atteggiamento delle istituzioni. All'esame congiunto, convocato dal Ministero del Lavoro e delle politiche sociali, il Ministero della Giustizia ha scelto di non presentarsi; ha preferito limitarsi a inviare una nota scritta, dichiarando che le questioni attinenti al trattamento dei dipendenti esulano dalle proprie competenze. E ciò è inaccettabile, Presidente.

Chi amministra la giustizia nel nostro Paese non può dimenticare che la normativa vigente attribuisce precise responsabilità alle stazioni appaltanti in merito alla tutela dei diritti delle lavoratrici e dei lavoratori, a partire dal corretto trattamento normativo ed economico. Non si può ignorare chi, con il proprio lavoro quotidiano, garantisce il funzionamento della giustizia italiana.

Come Partito Democratico-Italia Democratica e Progressista esprimo quindi la mia più ferma solidarietà, ma anche quella ovviamente del gruppo, a questa protesta contro il silenzio del Ministero e chiediamo con forza al Ministro Carlo Nordio di assumersi le proprie responsabilità, aprendo immediatamente un confronto serio che tuteli le prospettive occupazionali, i salari e la dignità di questi lavoratori (Applausi dei deputati del gruppo Partito Democratico-Italia Democratica e Progressista).

PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare il deputato Carotenuto. Ne ha facoltà.

DARIO CAROTENUTO (M5S). Grazie, Presidente. Per chiedere al Governo che ha minacciato sanzioni a Ben Gvir ma ancora le stiamo aspettando, cosa pensa di fare con il Ministro delle Finanze, sempre di Israele, Smotrich, che ha appena dichiarato e pubblicato sul social X questa minaccia: distruggeremo 100 edifici per ogni militare israeliano ucciso in combattimento.

Di fronte a parole del genere che cosa pensa di fare il nostro Governo? Ve lo dico io: non farà nulla. Perché da due anni non sta facendo nulla per fermare il genocidio a Gaza. Quello che sta facendo è attaccare Francesca Albanese che, ancora una volta, è stata punita dal Governo Trump per il solo fatto di essere dalla parte dei palestinesi e, ancora una volta, è stata colpita da sanzioni. Ma nessuna sanzione sta partendo da questo Governo, invece, di fronte a delle minacce di questo tipo.

E allora, io dico che si sta creando un vuoto di valori e si sta creando un vuoto incredibile tra cittadini italiani che hanno valori cristiani, che hanno il coraggio di scendere in piazza; domani ci sarà ancora uno sciopero, ci saranno lavoratori che incroceranno le braccia perché si rifiutano rispetto al fatto di caricare le navi di Israele… le navi dirette a Israele cariche di armi; loro si rifiutano giustamente. Noi siamo dalla loro parte. Invece questo Governo cerca di punire anche loro, li ridicolizza, parla di weekend lungo. Io dico che se questo Paese ha un futuro di pace, se il Mediterraneo ha un futuro di pace, è grazie a questi lavoratori e grazie al popolo della Flotilla. E non è un caso che ieri Papa Leone XIV si sia espresso a favore della Flotilla perché questi sono i semi di pace che dobbiamo seminare, perché questo è l'atteggiamento che dovrebbe avere il nostro Paese. Ed invece questo Paese sta tradendo attraverso questo Governo… ed io penso che la Prima Ministra Meloni dovrà rispondere, prima o poi, di tutto questo e dovrà rispondere dell'accusa di tradimento degli interessi degli italiani. Perché li sta esponendo non solo a un'inflazione galoppante perché stiamo facendo fare, in politica estera, agli Stati Uniti e a Israele quello che vogliono ma, soprattutto, perché la pace si costruisce con la diplomazia e, invece, loro, questo Governo sta facendo solamente il cagnolino servo, sciocco di Trump e di Netanyahu. Vergogna (Applausi dei deputati del gruppo MoVimento 5 Stelle)!

PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare la deputata Carmina. Ne ha facoltà.

IDA CARMINA (M5S). Grazie, Presidente. “Se la gioventù le negherà il consenso, anche l'onnipotente e misteriosa mafia svanirà come un incubo” così asseriva Paolo Borsellino. Il 23 maggio hanno sfilato a Palermo migliaia di giovani che rappresentano il volto bello della Sicilia, quello dell'antimafia civile, sociale, autentica. Giovani coraggiosi che non vogliono dimenticare che portano sulle loro gambe le idee di Falcone e Borsellino e seguono le orme di Peppino Impastato, che rappresentano il bisogno di verità e giustizia, e di fare piena luce sulle stragi, indagando anche sui mandanti occulti esterni alla mafia.

Ebbene, uno di questi, giornalista e attivista antimafia, Jamil El Sadi, è stato querelato dalla Presidente della Commissione antimafia Colosimo per aver esercitato il diritto costituzionale di libertà di manifestazione del pensiero, una critica politica anche dura che non può essere in una Repubblica democratica oggetto di azioni legali che sanno di intimidazione e di ritorsione. Querelato per aver detto ciò che molti pensiamo e abbiamo dichiarato in questo Parlamento.

Piuttosto che cercare la verità sulle stragi, voi pensate a delegittimare la magistratura, a colpire l'indipendenza della magistratura, a favorire i corrotti e i corruttori e gli impresentabili in Parlamento e a delegittimare coloro che in questa Commissione sono esperti dell'antimafia. La strage di Falcone è emblematica e certifica che Cosa Nostra e le organizzazioni criminali del nostro Paese sono state utilizzate da un sistema più alto, quello del deep State, lo Stato profondo. Ebbene riteniamo inammissibile che chi ha un ruolo che dovrebbe garantire in modo imparziale la rigorosa ricerca della verità, dall'alto della sua posizione di immunità parlamentare, promuova azioni legali nei confronti di chi esercita il diritto di critica e indaga sulla verità, rispetto a ricostruzioni dell'accaduto non condivise, che non rientrano neppure nella definizione legislativa dell'articolo 416-bis del codice penale che definisce la mafia non una semplice organizzazione criminale che si occupa di recepire, percepire tangenti, ma qualcosa di ben altro.

Nino Di Matteo era presente, al fianco di questi giovani e di Jamil, ha espresso parole durissime ai sepolcri imbiancati, che fingono di commemorare Giovanni Falcone, quando invece il resto dell'anno lavorano per ostacolare quella parte di magistratura che è rimasta convinta di voler accertare ancora le verità nascoste, aggiungo ai mandanti occulti. Bene, presidente Colosimo, vuole querelare anche Nino Di Matteo? Bene, noi sappiamo da che parte stare. Stiamo dalla parte dei giovani di Palermo, di Jamil, della rete sociale di antimafia e dei magistrati che ancora con coraggio e - come dire - opponendosi a ogni forma di intimidazione e di sottovalutazione, continuano a lottare per la ricerca della verità e della giustizia in Italia (Applausi dei deputati del gruppo MoVimento 5 Stelle).

PRESIDENTE. Sono così terminati gli interventi di fine seduta.

Sui lavori dell'Assemblea.

PRESIDENTE. Avverto che, tenuto conto della ricorrenza del 2 giugno, per la prossima settimana il termine per la presentazione delle interpellanze urgenti è differito a mercoledì 3 giugno, alle ore 10.

Ordine del giorno della prossima seduta.

PRESIDENTE. Comunico l'ordine del giorno della prossima seduta.

Mercoledì 3 giugno 2026 - Ore 11,30:

1. Discussione sulle linee generali della mozione Merola ed altri n. 1-00570 concernente iniziative nell'ambito del settore dei giochi pubblici .

2. Discussione sulle linee generali del disegno di legge:

S. 1781 - Proroga di termini per l'esercizio di deleghe legislative di competenza del Ministero dell'interno (Approvato dal Senato). (C. 2865​)

Relatore: URZÌ.

(ore 16,15)

3. Discussione della Relazione della Giunta per le autorizzazioni sulla richiesta di deliberazione in materia di insindacabilità, ai sensi dell'articolo 68, primo comma, della Costituzione, nell'ambito di un procedimento civile nei confronti di Vittorio Sgarbi (deputato all'epoca dei fatti). (Doc. IV-ter, n. 15-A)

Relatrice: DONDI.

4. Discussione della Relazione della Giunta per le autorizzazioni sulla richiesta di deliberazione in materia di insindacabilità, ai sensi dell'articolo 68, primo comma, della Costituzione, nell'ambito di un procedimento penale nei confronti di Vittorio Sgarbi (deputato all'epoca dei fatti). (Doc. IV-ter, n. 19-A)

Relatore: BENVENUTI GOSTOLI.

5. Discussione della Relazione della Giunta per le autorizzazioni sulla applicabilità dell'articolo 68, primo comma, della Costituzione, nell'ambito di un procedimento penale nei confronti di Flavio Tosi (deputato all'epoca dei fatti). (Doc. IV-quater, n. 2)

Relatrice: CAVANDOLI.

6. Seguito della discussione della mozione Merola ed altri n. 1-00570 concernente iniziative nell'ambito del settore dei giochi pubblici .

7. Seguito della discussione del disegno di legge:

S. 1781 - Proroga di termini per l'esercizio di deleghe legislative di competenza del Ministero dell'interno (Approvato dal Senato). (C. 2865​)

Relatore: URZÌ.

8. Seguito della discussione delle mozioni Scerra ed altri n. 1-00569 e Comaroli, Lucaselli, Pella, Romano ed altri n. 1-00575 concernenti la revisione integrale del Patto di stabilità e crescita e gli investimenti europei e nazionali in armamenti .

9. Seguito della discussione del disegno di legge (previo esame e votazione delle questioni pregiudiziali di costituzionalità presentate):

Delega al Governo in materia di energia nucleare sostenibile. (C. 2669-A​)

e dell'abbinata proposta di legge: LUPI ed altri. (C. 1742​)

Relatori: ZINZI e ZUCCONI, per la VIII Commissione; CAVO e SQUERI, per la X Commissione.

La seduta termina alle 13,50.

TESTI DEGLI INTERVENTI DI CUI È STATA AUTORIZZATA LA PUBBLICAZIONE IN CALCE AL RESOCONTO STENOGRAFICO DELLA SEDUTA ODIERNA: ALESSANDRO COLUCCI (DOC. LXXXVI, N. 4-A)

ALESSANDRO COLUCCI (NM(N-C-U-I)M-CP). (Dichiarazione di voto - Doc. LXXXVI, n. 4-A). Signor Presidente, onorevoli colleghe e colleghi, signore e signori del Governo, Noi Moderati esprime voto favorevole sulla Relazione programmatica del Governo sulla partecipazione dell'Italia all'Unione europea per l'anno 2026. Lo facciamo con convinzione, non per un atto di fedeltà alla maggioranza, ma perché questo documento - nella sua impostazione strategica e nelle sue priorità concrete - rappresenta ciò in cui crediamo: un'Italia protagonista in Europa, non spettatrice; un'Europa che sa coniugare ambizione e pragmatismo; un Occidente che non rinuncia alla propria capacità di deterrenza e di pace.

Sarebbe sbagliato discutere questa relazione in astratto, come se il mondo fuori da quest'Aula fosse immobile. Non lo è. Siamo al quarto anno di guerra di aggressione russa in Ucraina. Il Medio Oriente attraversa una fase di transizione pericolosamente aperta. Il Mar Rosso è un teatro di instabilità. La Cina consolida la propria proiezione globale. Gli Stati Uniti ridisegnano il perimetro dei propri impegni internazionali.

In questo scenario, il titolo del Programma di lavoro della Commissione europea - “Il momento dell'indipendenza dell'Europa” - non è retorica. È una risposta necessaria. L'Europa deve saper stare in piedi da sola, o almeno saper camminare senza dipendere da un solo appoggio. Noi Moderati condivide questa visione con determinazione.

Il cuore politico di questa relazione, nella sua dimensione esterna, è la nuova era della difesa e della sicurezza europea. Lo diciamo chiaramente: non si tratta di militarizzare l'Europa. Si tratta di dotarla degli strumenti per proteggere i propri cittadini, le proprie frontiere, i propri interessi.

Il pacchetto Omnibus V sulla prontezza della difesa - che semplifica le regole per l'industria europea della difesa, migliora l'accesso ai finanziamenti, promuove gli investimenti in alta tecnologia - va nella direzione giusta. Il Fondo europeo per la difesa, la revisione della Direttiva Appalti in ambito difesa, i trasferimenti intraeuropei dei prodotti militari: sono passi concreti verso un'autonomia strategica che smette di essere uno slogan.

Ma voglio essere preciso, perché Noi Moderati ha una posizione chiara: l'autonomia strategica europea non è alternativa alla NATO, è complementare. Per l'Italia, come indica giustamente la relazione, la strada verso una vera indipendenza strategica deve riconoscere il ruolo centrale degli alleati atlantici. Chi pensa che l'Europa possa fare a meno degli Stati Uniti sbaglia. Chi pensa invece che l'Europa possa permettersi di non investire nella propria difesa sbaglia ancora di più.

Il rafforzamento dell'industria europea della difesa - con maggiore competitività, mercati più aperti e interoperabilità tra le forze - non è un lusso: è una necessità strutturale nel mondo che ci troviamo ad abitare.

Voglio soffermarmi su un punto che mi sta particolarmente a cuore, e che questa relazione affronta con correttezza: il ruolo delle missioni internazionali dell'Unione europea e il contributo italiano ad esse.

L'Italia è il paese europeo con la più lunga tradizione di presenza nelle missioni PSDC - Politica di sicurezza e difesa comune - dalla Bosnia al Kosovo, dal Libano all'Afghanistan, dall'Africa subsahariana al Corno d'Africa. Questa non è solo storia: è identità. È la nostra firma nel mondo.

La relazione illustra chiaramente il quadro in Libano: con la scadenza del mandato UNIFIL prevista per la fine del 2026, si pone con urgenza la questione di un possibile impegno PSDC non esecutivo, centrato su consulenza, formazione e sviluppo capacitivo a favore delle Forze Armate libanesi. L'Italia è pronta a valutare questo impegno. Lo deve fare. Il Libano è un Paese strategicamente cruciale per la stabilità del Medio Oriente e per il controllo dei flussi migratori verso le nostre coste. Abbandonarlo a se stesso non è un'opzione.

Parimenti, la prosecuzione del contributo italiano alle missioni EUBAM Rafah e EUPOL COPPS in Palestina è una scelta che condividiamo. Non è neutralità: è scelta di campo in favore di uno Stato palestinese credibile, capace di governare, alternativo all'estremismo. È nell'interesse di Israele, nell'interesse della regione, nell'interesse dell'Italia.

L'assistenza alle Forze armate libanesi attraverso lo Strumento europeo per la pace - 60 milioni di euro nel 2025, con previsione di 100 milioni nel 2026 - è un investimento nella stabilità, non un costo. Lo stesso vale per il sostegno alla transizione siriana e per il rafforzamento del controllo di frontiera lungo la direttrice Libano-Siria.

Su questo punto voglio essere diretto: il Parlamento italiano ha il dovere di vigilare che le risorse messe a disposizione attraverso lo Strumento europeo per la pace - di cui l'Italia è tra i principali contributori - siano utilizzate con efficienza e con piena trasparenza. Noi Moderati chiede che il Governo riferisca con regolarità a questa Assemblea sulle missioni in corso e su quelle in fase di progettazione.

Il sostegno all'Ucraina non è un capriccio ideologico: è una necessità strategica. Chi si illude che cedere all'aggressore porti stabilità, sbaglia. La storia insegna che la debolezza invita ulteriore aggressione.

Noi Moderati sostiene il percorso delineato nella relazione: assistenza finanziaria, sostegno alla ricostruzione, monitoraggio delle riforme in vista dell'adesione europea. Il prestito da 90 miliardi di euro approvato dal Consiglio europeo per il biennio 2026-2027 - garantito dal bilancio UE - è una risposta concreta, solida sul piano giuridico, che l'Italia ha contribuito a disegnare rifiutando soluzioni tecnicamente insostenibili.

La Conferenza internazionale per la ripresa dell'Ucraina organizzata a Roma nel luglio 2025 è stata un successo diplomatico di cui questo Governo può legittimamente essere orgoglioso. Ora tocca dare seguito concreto ai 314 milioni di euro di impegni assunti, e garantire che l'industria italiana partecipi attivamente alla ricostruzione.

Sull'allargamento ai Balcani occidentali, Noi Moderati esprime piena adesione alla linea del Governo. L'integrazione europea di questi Paesi è una questione di sicurezza prima ancora che di valori. Il vuoto che l'Europa non riempie, altri lo riempiono: la Russia, la Cina, la Turchia.

La relazione affronta con equilibrio la dimensione mediterranea e mediorientale. Noi Moderati ne condivide l'impostazione: stabilizzare il Libano, accompagnare la transizione siriana, sostenere il dialogo libico, monitorare con attenzione l'Iran e il Mar Rosso.

Il Piano Mattei, richiamato nel contesto del cambiamento climatico e dell'adattamento in Africa, è la cornice giusta per proiettare l'influenza italiana nel continente. Ma non basta nominarlo: occorre finanziarlo adeguatamente e misurarne i risultati.

Sul fronte israelo-palestinese, la relazione indica correttamente la necessità di sostenere il Piano di Pace del Presidente Trump per Gaza, mantenendo viva la prospettiva della soluzione a due Stati. Non c'è contraddizione: c'è pragmatismo. La pace si costruisce con ciò che c'è sul campo, non con formule che restano sulla carta.

La relazione non è solo politica estera: è anche politica industriale e finanziaria. Noi Moderati sostiene con convinzione l'agenda di competitività europea: il Chips Act 2.0, l'European Innovation Act, la semplificazione normativa, la difesa della Politica agricola comune e dei fondi di coesione nel prossimo Quadro finanziario pluriennale 2028-2034.

Il negoziato sul QFP è cruciale. L'Italia non può accettare che la coesione e la PAC siano sacrificate sull'altare di una flessibilità che avvantaggia chi già è avvantaggiato. La posizione del Governo - che difende con fermezza queste politiche - è corretta e dobbiamo sostenerla con unità.

Sul PNRR, l'obiettivo è chiaro: rispettare le scadenze, evitare infrazioni, massimizzare la spesa. La relazione dà conto degli strumenti di coordinamento e prevenzione delle procedure d'infrazione. È un lavoro silenzioso ma essenziale.

Signor Presidente, Noi Moderati vota a favore di questa relazione perché esprime una visione di Italia che non si accontenta di essere presente in Europa: vuole contare, influenzare, proporre.

Siamo per un'Europa che non si chiude, ma che sa chi è e dove vuole andare. Siamo per un'Italia che porta il proprio peso nelle missioni internazionali, che non delega ad altri la propria sicurezza, che sostiene i partner aggrediti, che non teme di chiamare le cose con il loro nome: aggressore chi aggredisce, alleato chi difende i valori condivisi.

Siamo per una politica europea che sia al servizio degli italiani - delle imprese, delle famiglie, delle comunità - e non un esercizio burocratico autoreferenziale.

Il Governo ha tracciato la rotta giusta. Il Parlamento deve vigilare, correggere dove necessario, rafforzare dove è possibile. Noi Moderati farà la sua parte.

SEGNALAZIONI RELATIVE ALLE VOTAZIONI EFFETTUATE NEL CORSO DELLA SEDUTA

Nel corso della seduta sono pervenute le seguenti segnalazioni in ordine a votazioni qualificate effettuate mediante procedimento elettronico (vedi Elenchi seguenti):

nella votazione n. 11 il deputato Sbardella ha segnalato che ha erroneamente espresso voto contrario mentre avrebbe voluto esprimere voto favorevole;

nelle votazioni nn. 12, 13 e 14 i deputati Madia e Giachetti hanno segnalato che si sono erroneamente astenuti mentre avrebbero voluto esprimere voto favorevole;

nelle votazioni nn. 13 e 14 il deputato Tabacci ha segnalato che non è riuscito ad esprimere voto contrario;

nella votazione n. 14 il deputato Maullu ha segnalato che non è riuscito ad esprimere voto contrario.

VOTAZIONI QUALIFICATE EFFETTUATE MEDIANTE PROCEDIMENTO ELETTRONICO

INDICE ELENCO N. 1 DI 2 (VOTAZIONI DAL N. 1 AL N. 13)
Votazione O G G E T T O Risultato Esito
Num Tipo Pres Vot Ast Magg Fav Contr Miss
1 Nominale PDL 632-A E ABB - VOTO FINALE 209 127 82 64 127 0 88 Appr.
2 Nominale DOC LXXXVI, N 4-A - RIS 6-250, I P. 228 218 10 110 129 89 83 Appr.
3 Nominale RIS 6-250, IMP 21, 22, 23 E 24 228 225 3 113 135 90 83 Appr.
4 Nominale RIS 6-250, IMP 51, 52 E 53 227 224 3 113 135 89 83 Appr.
5 Nominale RIS 6-251 NO F) IMP 2, NO 3, 4, 8 226 225 1 113 98 127 83 Resp.
6 Nominale RIS 6-251 LETTERA F) IMP 2 E IMP 4 229 228 1 115 89 139 83 Resp.
7 Nominale RIS 6-251 IMPEGNO 3 228 192 36 97 63 129 83 Resp.
8 Nominale RIS 6-251 IMPEGNO 8 230 229 1 115 92 137 83 Resp.
9 Nominale RIS 6-252 PARTI NON PRECLUSE 228 225 3 113 88 137 83 Resp.
10 Nominale RIS 6-253 IMPEGNI 1, 2 E 5 228 220 8 111 62 158 83 Resp.
11 Nominale RIS 6-253 IMPEGNO 3 226 225 1 113 187 38 83 Appr.
12 Nominale RIS 6-253 IMPEGNO 4 RIF 226 165 61 83 137 28 83 Appr.
13 Nominale RIS 6-253 IMPEGNO 6 RIF 228 225 3 113 137 88 83 Appr.

F = Voto favorevole (in votazione palese). - C = Voto contrario (in votazione palese). - V = Partecipazione al voto (in votazione segreta). - A = Astensione. - M = Deputato in missione. - T = Presidente di turno. - P = Partecipazione a votazione in cui é mancato il numero legale. - X = Non in carica.
Le votazioni annullate sono riportate senza alcun simbolo. Ogni singolo elenco contiene fino a 13 votazioni. Agli elenchi é premesso un indice che riporta il numero, il tipo, l'oggetto, il risultato e l'esito di ogni singola votazione.

INDICE ELENCO N. 2 DI 2 (VOTAZIONI DAL N. 14 AL N. 17)
Votazione O G G E T T O Risultato Esito
Num Tipo Pres Vot Ast Magg Fav Contr Miss
14 Nominale RIS 6-253 IMPEGNO 7 224 222 2 112 132 90 83 Appr.
15 Nominale RIS 6-253 PREMESSE 226 174 52 88 12 162 83 Resp.
16 Nominale RIS 6-254 NO IMP 3, 4 E PREMESSE 227 224 3 113 88 136 83 Resp.
17 Nominale RIS 6-254 IMPEGNI 3 E 4 228 172 56 87 36 136 83 Resp.