Camera dei deputati

Vai al contenuto

Sezione di navigazione

Menu di ausilio alla navigazione

MENU DI NAVIGAZIONE PRINCIPALE

Vai al contenuto

Resoconto dell'Assemblea

Vai all'elenco delle sedute

XIX LEGISLATURA


Resoconto stenografico dell'Assemblea

Seduta n. 679 di venerdì 19 giugno 2026

PRESIDENZA DEL VICEPRESIDENTE FABIO RAMPELLI

La seduta comincia alle 9,35.

PRESIDENTE. La seduta è aperta.

Invito il deputato Segretario a dare lettura del processo verbale della seduta precedente.

FRANCESCO BATTISTONI, Segretario, legge il processo verbale della seduta di ieri.

PRESIDENTE. Se non vi sono osservazioni, il processo verbale si intende approvato.

(È approvato).

Missioni.

PRESIDENTE. Comunico che, ai sensi dell'articolo 46, comma 2, del Regolamento, i deputati in missione a decorrere dalla seduta odierna sono complessivamente 81, come risulta dall'elenco consultabile presso la Presidenza e che sarà pubblicato nell'allegato A al resoconto stenografico della seduta in corso (Ulteriori comunicazioni all'Assemblea saranno pubblicate nell'allegato A al resoconto della seduta odierna).

Discussione del disegno di legge: S. 1518 - Revisione delle modalità di accesso, valutazione e reclutamento del personale ricercatore e docente universitario (Approvato dal Senato) (A.C. 2735​) (ore 9,37).

PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca la discussione del disegno di legge, già approvato dal Senato, n. 2735: Revisione delle modalità di accesso, valutazione e reclutamento del personale ricercatore e docente universitario.

Avverto che lo schema recante la ripartizione dei tempi è pubblicato in calce al vigente calendario dei lavori dell'Assemblea (Vedi calendario).

(Discussione sulle linee generali - A.C. 2735​)

PRESIDENTE. Dichiaro aperta la discussione sulle linee generali.

La VII Commissione (Cultura) si intende autorizzata a riferire oralmente.

Ha facoltà di intervenire il relatore, deputato Gerolamo Cangiano.

GEROLAMO CANGIANO, Relatore. Grazie, Presidente. L'Assemblea avvia oggi l'esame del disegno di legge recante “Revisione delle modalità di accesso, valutazione e reclutamento del personale ricercatore e docente universitario”. Il disegno di legge in esame, approvato dal Consiglio dei Ministri nella riunione del 19 maggio 2025, è stato dapprima esaminato dal Senato, che lo ha approvato, e poi trasmesso alla Camera, dove è stato assegnato, in sede referente, alla VII Commissione (Cultura). La Commissione cultura ha avviato l'esame del provvedimento il 21 gennaio 2026 e, nell'ambito della propria attività conoscitiva, ha organizzato una giornata di audizioni e, nel corso del seguito dell'esame, tutte le proposte emendative presentate sono state esaminate, discusse e respinte. L'esame si è quindi concluso il 17 giugno 2026, con il conferimento del mandato al relatore a riferire in Assemblea.

L'obiettivo principale del provvedimento, come si evince dalla relazione illustrativa che lo accompagna, è quello di superare l'attuale sistema di accesso, valutazione e reclutamento del personale ricercatore e docente universitario, basato sull'abilitazione scientifica nazionale, sostituendo quest'ultima con un sistema estremamente più snello, nell'ambito del quale i requisiti minimi di produttività e qualificazione scientifica, che sono mantenuti come condivisi a livello nazionale e la cui proposta di identificazione, per ciascun gruppo scientifico-disciplinare e per ciascuna fascia di docenza, viene demandata all'Anvur, sono meramente autocertificati dai candidati, tramite dichiarazione sostitutiva dell'atto di notorietà.

Tutto questo tramite il caricamento della necessaria documentazione su una piattaforma telematica, messa a disposizione dal Ministero, senza che a quest'ultimo sia richiesto alcun vaglio preventivo. Quindi io mi fermerei qui e ringrazio il Presidente.

PRESIDENTE. Ringrazio il deputato Cangiano. Ha facoltà di intervenire il rappresentante del Governo: si riserva di farlo.

È iscritto a parlare il deputato Antonio Caso. Ne ha facoltà.

ANTONIO CASO (M5S). Grazie, Presidente. Oggi parliamo di università, di un nuovo provvedimento della Ministra Bernini che va a riformare la modalità di reclutamento di ricercatori e di docenti universitari, ovvero si va a modificare la procedura da seguire per essere assunti come ricercatore o professore all'interno delle università italiane. Come funziona oggi? Come si diventa oggi, prima di questo provvedimento, docente universitario? Bisogna, ovviamente, partecipare e vincere un concorso in uno degli atenei italiani. Però, per poter partecipare ad uno di questi concorsi, è necessario superare prima l'abilitazione scientifica nazionale. In pratica, c'è una commissione nazionale che valuta il candidato e, se la sua produzione scientifica è all'altezza, si dice: ok, questa persona ha una qualificazione scientifica sufficiente per concorrere a uno dei concorsi per posto di docente all'interno dell'università; può partecipare, insomma, ai concorsi locali. Quindi, c'è questo filtro nazionale da superare prima di poter, poi, concorrere in locale.

Questa procedura fu introdotta dalla famosa riforma Gelmini nel 2010, attivata, poi, nel 2012. E perché fu introdotta? Perché si voleva contrastare un sistema fatto solo di concorsi locali, che era fortemente criticato per l'eccessivo baronato, per i concorsi cuciti su misura. Quindi, gli obiettivi dichiarati all'epoca dalla Ministra del Governo Berlusconi erano: contrastare il localismo, uniformare gli standard, premiare il metodo scientifico, avvicinare l'Italia ai modelli internazionali.

Allora, cosa hanno deciso ora di fare la Ministra Bernini e il Governo Meloni con questo provvedimento? Hanno deciso di abolire questa abilitazione scientifica nazionale: sostituiamola con una bella autocertificazione e torniamo esclusivamente ai concorsi locali. Quindi ora ci va bene il localismo, ci va bene il baronato, ci vanno bene i concorsi cuciti su misura; anche perché con questo provvedimento non state solo abolendo l'abilitazione scientifica nazionale, ma state dando la possibilità alle università di fare concorsi locali sempre più specifici, per profili sempre più dettagliati, restringendo sempre di più la platea che vi può partecipare.

Ma arriviamo ad un'altra cosa assurda, ovvero la motivazione principale avanzata dal Governo, dalla Ministra per giustificare questa riforma; una motivazione che è scritta nero su bianco nel dossier ufficiale che accompagna questo provvedimento. Leggo testualmente: “(…) si è osservato negli anni un progressivo radicarsi, negli abilitati, di una vera e propria aspettativa che l'abilitazione scientifica nazionale costituisca una sorta di diritto acquisito alla chiamata in ruolo”. Ma, Dio santo, se l'abilitazione serve proprio per poter diventare docente, perché una persona dovrebbe prenderla? Per hobby? È ovvio che se prendo questa abilitazione è perché voglio fare un percorso universitario e voglio diventare docente, voglio diventare professore. Questa è psicopatia. Siamo seri.

Ma, attenzione, non stiamo assolutamente dicendo che l'attuale sistema fosse perfetto - sia chiaro, lo abbiamo ribadito a più riprese - perché non è che il baronato, con l'abilitazione scientifica nazionale, fosse scomparso, non è che non ci fossero più concorsi strani. Quindi, è chiaro che l'abilitazione nazionale non fosse sufficiente per combattere le distorsioni locali, però ragione vuole che, quando uno strumento non funziona bene, non è sufficiente, che cosa si fa? Cosa è normale fare? Lo si cambia, lo si modifica, lo si migliora, lo si perfeziona. E, invece, il Governo Meloni cosa fa? Lo elimina e sostituisce una valutazione di una commissione nazionale con un'autocertificazione: questo state facendo.

Nel lavoro precedentemente fatto al Senato, ma anche qui all'interno della Commissione, noi abbiamo provato a fare proposte alternative - proprio perché sappiamo che il sistema attuale è perfettibile -, ma abbiamo anche provato a migliorare questo provvedimento: lo abbiamo fatto anche come opposizioni unite, con emendamenti congiunti, a più firme e anche con un appello alla Ministra nel fermarsi, nell'aprire un vero tavolo, nell'aprire un vero dialogo e un vero confronto. Ebbene, cosa è accaduto? La Ministra ci ha anche risposto a mezzo stampa, pubblicamente e, anche qui, cito testualmente. Cosa diceva, dopo il nostro appello, la Ministra Bernini? Diceva: “Il dialogo è sempre utile quando serve a rafforzare qualità, trasparenza ed efficacia del sistema universitario. Per questo accolgo con favore l'invito delle opposizioni ad aprire un confronto sulla riforma del reclutamento. Organizzeremo a breve un incontro strutturato (…)”.

Quindi, di fatto, si fermano veramente i voti in Commissione, si blocca l'inizio dell'analisi del provvedimento nella VII Commissione e c'è stato un primo incontro con il Governo da parte delle opposizioni, anche con il relatore; un incontro dove abbiamo espresso le nostre principali perplessità, le criticità principali di questo provvedimento e abbiamo proposto correttivi, migliorie. E ci siamo lasciati, dopo questo incontro, con il Ministero che ci diceva: vi faremo sapere.

Però cosa è accaduto, poi? Dopo un mese di silenzio, dopo un mese di nulla, ci siamo improvvisamente, semplicemente, ritrovati di nuovo i voti calendarizzati in Commissione, senza che il Governo dicesse nulla, assolutamente nulla, senza neanche che ci dicesse: noi vogliamo comunque andare avanti, abbiamo colto le vostre perplessità, ma andiamo avanti. Ma no, semplicemente hanno messo in votazione di nuovo il provvedimento senza dire nulla. E perché? Cosa era accaduto, intanto, dietro le quinte? Cosa aveva calmato un po' le acque? Era successa una cosa tanto semplice, quanto becera: una spartizione vera e propria delle poltrone all'interno dell'Anvur, all'interno dell'Agenzia - che dovrebbe essere indipendente - che valuta la ricerca e l'università in Italia. E prima di questo, infatti, la Ministra aveva anche cambiato i regolamenti dell'Agenzia, aveva fatto in modo che il Governo potesse nominare, avesse più forza per nominare direttamente i membri all'interno di questa Agenzia. Quindi, cambio il regolamento e, poi, la spartizione becera, classica: una poltrona a Fratelli d'Italia, una poltrona alla Lega, una poltrona a Forza Italia. E la cosa più assurda e, c'è da dire, squallida, è che ci si è vantati anche sui giornali. Forza Italia esce sui giornali dicendo: abbiamo messo il nostro all'interno dell'Anvur, abbiamo occupato una poltrona. Bravi, bravi, almeno uscite allo scoperto, almeno questo.

Ma Presidente, in tutto questo c'è da sottolineare che questo provvedimento, che abolisce l'abilitazione scientifica nazionale, e la modifica del regolamento dell'Anvur non sono episodi a sé stanti: fanno parte di una serie di provvedimenti che intervengono su aspetti diversi ma che, messi insieme, delineano una riforma radicale e preoccupante - molto preoccupante - del mondo dell'università e della ricerca.

Difatti, con quest'azione della Ministra Bernini si prospettano un ridimensionamento dell'università pubblica, la frammentazione del sistema, il ritorno di poteri accademici locali, l'aggravamento del precariato e l'emigrazione all'estero e anche un ulteriore allontanamento dagli standard internazionali. Dobbiamo, infatti, mettere insieme a questo provvedimento la legge che ha introdotto nuove modalità di contratti precari per la ricerca all'interno delle università e degli enti di ricerca; dobbiamo mettere insieme la riforma dell'Anvur che vede l'invasione totale del Governo all'interno del mondo dell'università; dobbiamo mettere anche la riforma del Consiglio universitario nazionale che ora è incardinata al Senato e che riduce la rappresentanza un po' di tutte le categorie dei docenti e degli studenti e rafforza la presenza del Governo.

In tutto questo, chi festeggia è sempre e solo una categoria, quella delle università telematiche; quelle università che vedono, nella loro azione, non tanto la diffusione della cultura e dei saperi, ma il profitto. Sono società nate per fare profitto, ma la cultura e la ricerca sono un'altra cosa.

Soprattutto, la cosa più grave che stiamo denunciando, fin dal principio, è che si tagliano le risorse: si taglia il Fondo di finanziamento ordinario per le università e la ricerca che già sono indietro rispetto agli altri Paesi dell'Europa. E, per quanto la Ministra voglia dire e voglia provare a sostenere che questi tagli non ci sono, facendo sempre il solito giochetto - non si conta l'inflazione, non si contano gli aumenti stipendiali, non si conta l'aumento delle spese -, i dati sono dati e gli atenei, alla fine, avranno meno soldi.

Ora che ormai siamo anche alla fine del PNRR, il disastro totale è dietro l'angolo, anzi è già in corso, perché non dobbiamo mai dimenticare che abbiamo ormai circa 30.000 ricercatori precari tra università ed enti di ricerca che stanno, letteralmente, venendo espulsi dal sistema della ricerca italiana e, ovviamente, con loro vanno via anche i progetti a cui lavorano. Questo è stato un enorme spreco dei fondi del PNRR perché quei fondi servivano per dare un boost che poi doveva continuare e, invece, noi abbiamo preso questi ragazzi e queste ragazze, queste persone che dovrebbero rappresentare l'eccellenza del nostro Paese, e li stiamo espellendo. Stiamo dicendo loro: l'Italia non fa per voi. Stiamo dicendo ai nostri ricercatori che l'unica via che hanno è quella di lasciare il nostro Paese.

Questa è l'Italia che ci state consegnando. Questa è l'Italia di Giorgia Meloni. Questa è l'università della Ministra Bernini e questo è un Paese senza futuro, ma è anche un Paese meno democratico. Sì, perché quando un Governo, qualunque esso sia, mette le mani così pesantemente all'interno del mondo dell'università, c'è da preoccuparsi. Sì, c'è da preoccuparsi perché è quello che è accaduto e sta accadendo in quei Paesi dove la democrazia inizia seriamente a vacillare.

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il deputato Fabio Roscani. Ne ha facoltà.

FABIO ROSCANI (FDI). Grazie, Presidente. Onorevoli colleghi, oggi iniziamo, in quest'Assemblea, la discussione generale di un provvedimento che affronta con coraggio e visione uno dei nodi più delicati e strategici per il futuro della Nazione, il sistema di reclutamento e valorizzazione del personale universitario.

La riforma nasce da una consapevolezza semplice, ma fondamentale: non può esistere un'Italia più competitiva, più innovativa, più autorevole, nello scenario nazionale e internazionale, senza università forti, dinamiche, meritocratiche e capaci di attrarre e valorizzare i migliori talenti.

Per troppo tempo, il sistema universitario italiano è stato appesantito da procedure complesse, sovrapposizioni burocratiche e meccanismi che, pur nati con finalità condivisibili, hanno finito per produrre effetti distorsivi. Ed è questo il caso dell'abilitazione scientifica nazionale, l'ASN, che era stata introdotta con l'obiettivo di garantire elevati standard di qualità nell'accesso alla docenza universitaria. Tuttavia, dopo oltre un decennio di applicazione, è emersa con chiarezza una realtà che non possiamo ignorare: cioè, un sistema nato per selezionare si è progressivamente trasformato in un ulteriore livello burocratico, spesso scollegato dalle reali esigenze degli atenei e incapace di assicurare uniformità e certezza nelle valutazioni.

I dati e le analisi che hanno accompagnato il percorso della riforma evidenziano criticità note: procedure lunghe e costose, elevate conflittualità amministrative, forti differenze tra settori disciplinari, duplicazione delle valutazioni e una crescente percezione dell'abilitazione come una sorta di diritto acquisito alla chiamata, in evidente contrasto con la sua funzione originaria.

La scelta del Governo è, dunque, chiara: superare un meccanismo che non risponde più alle esigenze del sistema e sostituirlo con un modello più semplice, più responsabile, più efficace.

Attenzione, ovviamente noi non stiamo eliminando il merito, assolutamente, ma stiamo eliminando la burocrazia inutile: questa è la differenza, fondamentale, che forse, alcuni, dentro e fuori da quest'Aula, fingono di non comprendere. I requisiti di qualificazione scientifica e di produttività non vengono aboliti, ma, al contrario, rimangono definiti a livello nazionale sulla base di criteri elaborati dall'Anvur e condivisi con il Consiglio universitario nazionale. Rimane, quindi, una cornice nazionale di qualità, ma viene superata una procedura farraginosa che, negli anni, ha mostrato limiti evidenti.

La vera innovazione consiste, quindi, nel riportare al centro la responsabilità delle università. Noi crediamo nel principio di autonomia delle università, ma l'autonomia non può essere soltanto uno slogan, deve significare anche responsabilità delle scelte e, per questo, la riforma affida agli atenei un ruolo più incisivo nel reclutamento, accompagnandolo con meccanismi di valutazione e di premialità che consentiranno di verificare nel tempo la qualità delle scelte effettuate.

È una logica semplice: un'università deve essere valutata anche sulla capacità di selezionare i docenti e i ricercatori che producano risultati, che migliorino la qualità della ricerca, che contribuiscano alla crescita dell'istituzione e del sistema Paese. Una concezione moderna dell'autonomia che supera sia il centralismo burocratico sia l'autoreferenzialità.

Un secondo elemento di grande importanza è la valorizzazione della didattica perché, per anni, il dibattito sul regolamento universitario si è concentrato quasi esclusivamente sugli indicatori della produzione scientifica. La ricerca, ovviamente, è fondamentale, ma un'università non vive, evidentemente, soltanto di pubblicazione: vive di relazioni tra docenti e studenti, forma competenze, costruisce cittadinanza, trasmette sapere. Quindi, riteniamo particolarmente significativa la scelta di inserire, tra gli elementi di valutazione, anche le esperienze didattiche, le attività svolte negli atenei e, più in generale, il contributo complessivo offerto dal candidato alla comunità accademica, introducendo, quindi, specifiche prove didattiche nella procedura di selezione, rafforzando l'attenzione verso la qualità dell'insegnamento. Scelte che riteniamo di buonsenso.

Tema centrale, ovviamente, per noi, è anche quello della trasparenza: le nuove modalità di composizione delle commissioni, con il ricorso a componenti esterni e a meccanismi di sorteggio, rappresentano un passo avanti importante per rafforzare imparzialità, credibilità e fiducia nelle procedure di reclutamento. Sappiamo bene che uno dei mali storici del sistema universitario italiano è stato il sospetto che le procedure fossero eccessivamente condizionate da logiche localistiche.

Quindi, è un tema che non va affrontato con slogan demagogici, ma con regole serie, quelle che stiamo implementando. Ed è precisamente questa, quindi, la direzione della riforma, una direzione che vede anche il rafforzamento delle misure destinate a favorire la mobilità accademica. In sintesi, Presidente, l'Italia ha bisogno di università aperte, di uomini e donne del sapere che si confrontano con realtà diverse e di favorire la circolazione delle competenze e delle esperienze. Per questa ragione, condividiamo la scelta di incrementare le quote destinate al reclutamento esterno e di introdurre strumenti che incentivino maggiore mobilità tra atenei e una più forte apertura internazionale.

Si tratta di un passaggio culturale, prima ancora che organizzativo, perché la qualità cresce quando si favoriscono il confronto e non quando si alimentano delle chiusure. Questa riforma è stata criticata da chi sostiene che il superamento dell'ASN possa indebolire le garanzie di qualità, ma noi riteniamo esattamente il contrario: le garanzie di qualità non derivano dalla moltiplicazione degli adempimenti burocratici; derivano da criteri chiari, da responsabilità definite, da valutazioni trasparenti e dalla capacità di misurare concretamente i risultati.

È proprio questa la filosofia del provvedimento, una filosofia che guarda al merito autentico e non a rendite di posizione, che valorizza il talento e non la burocrazia, che costruisce un'università più competitiva e che consente a questa università di saper trattenere i nostri giovani migliori e attrarre studiosi anche dall'estero. Quindi, un'università che torna protagonista dello sviluppo nazionale. Per Fratelli d'Italia il rilancio dell'università italiana rappresenta una priorità strategica: significa investire sul capitale umano, significa sostenere la ricerca, rafforzare la capacità del Paese di innovare e costruire opportunità per le giovani generazioni.

Con questa riforma il Governo Meloni e il Ministro Bernini dimostrano, ancora una volta, di avere il coraggio di affrontare problemi che per troppo tempo sono stati rinviati. Nessuna imposizione ideologica, ma una riforma pragmatica che metta al centro qualità, responsabilità, merito e autonomie. Queste sono le ragioni per cui il gruppo di Fratelli d'Italia ha espresso e continua a esprimere convinto sostegno al provvedimento (Applausi del deputato Cangiano).

PRESIDENTE. È iscritta a parlare la deputata Piccolotti. Ne ha facoltà.

ELISABETTA PICCOLOTTI (AVS). Grazie, Presidente. Colleghi e colleghe, siamo di fronte a un provvedimento che porta con sé la promessa - abbiamo appena ascoltato il collega Roscani enuclearla e illustrarla - di modernizzare il reclutamento universitario. Tuttavia, la verità è che il provvedimento la tradisce in modo sostanzialmente sistematico. Questa riforma arriva nel momento peggiore per l'università italiana, quando l'università ha urgente bisogno di stabilità, di investimenti e di un piano serio per i ricercatori precari, che hanno tenuto in piedi i nostri atenei in questi anni, gli anni del PNRR. La Ministra Bernini ha scelto, invece, la strada opposta.

Altro che merito, altro che qualità, altro che trasparenza, altro che priorità strategica! Per l'università italiana abbiamo visto soltanto tagli, aumento della precarietà e ora anche una riforma dei concorsi che si configura come una riduzione delle garanzie. Allora, io direi di partire dai fatti: negli anni di attuazione del PNRR le università italiane hanno assunto, in modo piuttosto massivo, personale a tempo determinato.

Questo era inevitabile ed era necessario per far partire i progetti, ma quei contratti, in questi ultimi 2 anni, sono scaduti e stanno scadendo, e adesso ci troviamo con decine di migliaia di ricercatori, assegnisti, dottorandi e RTDA, che guardano al proprio futuro accademico e non vedono sostanzialmente nulla, se non la prospettiva di un'emigrazione forzata, quella che noi di Alleanza Verdi e Sinistra già 3 anni fa chiamammo, in un'iniziativa organizzata per segnalare questo problema, “la grande espulsione dei ricercatori e delle ricercatrici italiane”.

I dati che emergono dalle audizioni in Commissione sono piuttosto impietosi: sono circa 25.000 tra assegnisti e dottorandi che oggi si trovano in una condizione di precariato strutturale, senza particolari prospettive occupazionali nel sistema universitario. A questi si aggiungono i circa 40.000 dottorandi iscritti a cicli attivi oppure che hanno appena finito, la stragrande maggioranza dei quali non troverà un posto nell'accademia.

Come ha denunciato chiaramente l'Associazione dottorandi e dottori di ricerca in Italia, siamo davanti alla più grande crisi del precariato accademico della storia recente del nostro Paese. Allora, cosa fa la Ministra Bernini di fronte a questa emergenza? Non vara un piano straordinario di reclutamento che possa dare risposta a queste decine di migliaia di ricercatori, non aumenta il Fondo di finanziamento ordinario e vara una riforma del meccanismo concorsuale.

Come se il problema del precariato universitario italiano fosse la burocrazia dell'abilitazione e non la mancanza cronica di posti e di risorse. Quindi, veniamo al cuore del provvedimento: il Governo ha deciso di abolire l'abilitazione scientifica nazionale, lo strumento introdotto dalla legge Gelmini nel 2010, quindi introdotto dal centrodestra proprio per porre fine e per porre un argine al fenomeno del baronato universitario, o almeno così veniva raccontata nel 2010; naturalmente, alla riforma corrispondevano tagli per miliardi e miliardi all'università.

Mentre si discuteva in quest'Aula, nel 2010 c'era La Sapienza occupata e migliaia di ragazzi e ragazze in strada che protestavano contro le scelte della Gelmini. Era evidente, però, che quell'abilitazione nazionale nel 2010 fu istituita dopo anni e anni di polemiche durissime sul localismo dei concorsi, sulle commissioni plasmate attorno al candidato da assumere e sulle carriere costruite per cooptazione. Vi ricordo, infatti, che, prima del 2010, il dibattito parlamentare e pubblico sul cosiddetto baronato era così acceso da portare addirittura, infine, all'intervento del Parlamento con una riforma strutturale.

Oggi, diciamolo, la riforma della Ministra Bernini smonta la riforma della Ministra Gelmini, non per la parte peggiore, quella del taglio dei finanziamenti, ma per la parte che riguarda il filtro nazionale, che è stato costruito per evitare, appunto, i concorsi cuciti a misura di specifici candidati. La relazione illustrativa del disegno di legge, da questo punto di vista, è di una chiarezza disarmante, io direi quasi imbarazzante: parla esplicitamente di eccesso di aspettative generate dall'abilitazione del sistema universitario e parla di persone che immaginano di avere un diritto acquisito.

Quindi, traduciamo, sta dicendo che ci sono troppi abilitati, troppi docenti con i titoli per ambire a una cattedra; sta dicendo che il sistema, secondo il Governo, ha creato un eccesso di aspiranti. È esattamente quello che stavo cercando di illustrare prima, quando ho parlato delle decine di migliaia di persone che, finito il PNRR, sono costrette ad emigrare verso altri atenei e verso altri Paesi d'Europa. Sto parlando di dati concreti perché noi sappiamo che, nonostante la grande retorica sulla Nazione di questo Governo, nel 2024 abbiamo avuto il record assoluto di giovani che hanno lasciato l'Italia, e sappiamo che più della metà di quei giovani erano laureati o erano, per l'appunto, ricercatori e ricercatrici in cerca di Paesi capaci di valorizzare davvero le loro competenze e di dare loro un percorso professionale stabile.

La soluzione a questo eccesso di aspiranti, secondo la relazione e secondo il Governo, è semplicemente ridurre la concorrenza; non aumentare gli stanziamenti, non aumentare le risorse e, quindi, non aumentare i posti. Con il nuovo sistema le università potranno bandire concorsi su misura del candidato che vogliono già assumere, perché di fatto sarà così, senza più l'obbligo di verificare preventivamente che il candidato soddisfi i requisiti minimi stabiliti a livello nazionale con una commissione terza rispetto a quella che farà il concorso.

Come ha denunciato ROARS - la comunità dei ricercatori italiani - il rischio concreto è quello di un esasperato localismo nella scelta dei professori e di un'ulteriore disgregazione del sistema universitario nazionale. L'unico presidio rimasto contro questo rischio, cioè la verifica del possesso dei requisiti nazionali, è demandato a un decreto ministeriale, su proposta dell'Anvur. Ma di quale Anvur stiamo parlando? Ci torneremo dopo, perché questa è un'altra questione fondamentale che ci spinge a respingere completamente questa riforma e il percorso con cui ci si è arrivati.

Però, prendiamoci una parentesi per parlare delle proposte alternative che le opposizioni hanno fatto e anche di quella che ha fatto Alleanza Verdi e Sinistra, perché nel percorso di approvazione della proposta, oltre ai normali emendamenti che noi abbiamo ovviamente depositato e discusso lungamente in Commissione, cercando di far capire alla maggioranza che c'erano dei correttivi minimi almeno da approvare per rendere la proposta e la riforma dignitosa, c'è stato anche, a un certo punto, un accadimento imbarazzante e misterioso, perché la Ministra, proprio nel mentre della discussione, ha fatto fermare i lavori della Commissione, si è detta aperta al dialogo e ci ha fatto convocare dagli uffici del Ministero. Si è fatta una riunione sostanzialmente vuota e inutile e poi, senza che ci fosse alcuna risposta sulle proposte che noi avevamo avanzato, i lavori sono magicamente ripresi in Commissione e hanno avuto anche un'impostazione di assoluta celerità. Poi diremo del perché la Ministra ci ha presi in giro convocandoci per discutere delle nostre proposte, perché quel meccanismo, che era sostanzialmente un prendere tempo, serviva sostanzialmente ad aprire una trattativa interna alla maggioranza che è durata qualche settimana e che poi ha portato alla vergognosa spartizione dell'Anvur.

Ma veniamo alle proposte che noi abbiamo avanzato al Ministero. Noi di Alleanza Verdi e Sinistra abbiamo una posizione chiara su cosa servirebbe davvero all'università italiana. Condividiamo su questo anche la proposta avanzata dalla FLC-CGIL: serve un sistema di concorso nazionale con ruolo unico della docenza universitaria. Non abbiamo mai pensato che l'abilitazione scientifica nazionale andasse bene così come era stata disegnata nel 2010 dalla Ministra Gelmini, ma abbiamo sempre pensato che una riforma fosse necessaria, perché, appunto, quell'abilitazione nazionale spinge su criteri eccessivamente quantitativi a discapito di criteri qualitativi e dell'eguaglianza dei candidati. L'attuale distinzione, inoltre, tra gli RTDA, gli RTDB, il professore associato e quello ordinario ha generato nel tempo una stratificazione gerarchica che non risponde più né alle esigenze della ricerca né a quelle della didattica, per non parlare della Terza missione che doveva essere uno degli obiettivi di questa riforma, cioè la valorizzazione delle attività svolte, appunto, all'interno della Terza missione, ma che poi è completamente scomparsa sia dall'articolato che dal dibattito.

Noi chiediamo, quindi, un ruolo unico con accesso tramite concorso nazionale trasparente e con progressioni di carriera legate a valutazioni periodiche che garantirebbero sia la mobilità, cioè la lotta concreta al localismo, sia la certezza giuridica per i ricercatori. L'abilitazione in questa prospettiva non va abolita, ma va riformata. Deve diventare uno strumento snello e realmente basato sul merito scientifico, come ho detto prima qualitativo e non quantitativo, non un ostacolo burocratico ma nemmeno un passaporto da eliminare per favorire le baronie locali.

E soprattutto qualunque riforma del reclutamento è priva di senso se non è accompagnata da un piano straordinario per il personale. Noi troviamo scandaloso che si sia architettata l'ennesima fregatura ai danni dei ricercatori e delle ricercatrici che in Italia aspirano ad avere un percorso nell'accademia italiana. Siccome c'erano troppi precari e troppi aspiranti, il Governo ha messo in piedi una modalità per tentare di lasciare che i concorsi fossero controllati e pilotati a livello locale. Noi non possiamo riformare le regole del gioco e lasciare fuori dal campo decine di migliaia di ricercatori che hanno già dimostrato le loro capacità, che hanno già investito anni della loro vita nell'accademia e che ora rischiano di essere semplicemente espulsi dal sistema con la scusa della riorganizzazione post-PNRR. Non possiamo per ragioni che riguardano la tutela delle competenze e del lavoro di questi ricercatori, ma lasciatemelo dire: non possiamo anche per ragioni che riguardano la competitività del Paese a livello internazionale. Buttare fuori dall'Italia decine di migliaia di intelligenze, decine di migliaia di persone che abbiamo formato con soldi pubblici italiani, è semplicemente uno scempio, una scelta miope e il segno di una cecità intollerabile rispetto alla necessità di potenziare e riorganizzare l'economia italiana intorno agli assi dell'innovazione.

Quindi, noi chiediamo risorse straordinarie per stabilizzare chi è già nel sistema. Chiediamo che il piano di reclutamento tenga conto della bolla che si sta formando in questi mesi con la scadenza dei contratti del PNRR e tenga conto delle necessità degli atenei. Chiediamo anche che il Fondo di finanziamento ordinario, che questo Governo ha tagliato in termini reali checché ne dica la Ministra, perché questo dicono i numeri e i conti, venga adeguatamente rifinanziato.

Ma c'è, come dicevo prima, un altro aspetto di questa vicenda che non possiamo ignorare e che in queste settimane ha suscitato la reazione unitaria di tutta l'opposizione parlamentare. Il 22 maggio scorso il Consiglio dei ministri ha avviato la procedura per nominare i nuovi vertici dell'Anvur, l'Agenzia nazionale di valutazione del sistema universitario e della ricerca. Abbiamo assistito a una vergognosa spartizione: uno a Fratelli d'Italia, uno alla Lega, uno a Forza Italia. Addirittura uno dei componenti era, fino a poco tempo fa, un consigliere regionale della Lega. Addirittura abbiamo letto sui giornali comunicati di Forza Italia che rivendicavano felici di aver avuto un componente nell'Anvur. Una scena inguardabile, mai vista e imbarazzante per le istituzioni. Siamo di fronte a una vera e propria lottizzazione politica non di un CdA qualsiasi, ma dell'Agenzia di valutazione dell'università italiana. È stata la conferma dei peggiori timori, perché l'Agenzia è stata definitivamente trasformata in uno strumento piegato alle logiche spartitorie e di potere di questa maggioranza.

Lo so che sto dicendo parole forti, ma sono giustificate da fatti incontrovertibili. Non è una questione di curriculum dei singoli, perché naturalmente tutti i curriculum possono essere discussi: è una questione di sistema. L'Anvur, con il DPR varato in modo irrituale su una delega di vent'anni fa, è diventata sempre di più un dipartimento del Ministero con funzioni crescenti: non solo valutazione ma accreditamento, monitoraggio degli apprendimenti, proposte sui requisiti di accesso alla docenza. Ora questa Agenzia, sempre più potente, che determina anche il trasferimento premiale dei fondi alle università e agli atenei, che quindi ha un ruolo di condizionamento della vita degli atenei in barba a quanto c'è scritto nella Costituzione italiana, viene retta da persone scelte in base alla fedeltà partitica alle correnti di maggioranza, in maniera sfacciata come mai lo era stata prima.

Allora, ricordate cosa dicevo prima? La riforma del reclutamento lascia all'Anvur il compito di definire anche i requisiti nazionali per accedere ai concorsi. È la stessa Anvur che ora viene lottizzata dal Governo, con il controllore che è anche controllato dalla politica. È un cortocircuito istituzionale gravissimo e ne chiediamo conto in quest'Aula, perché la libertà della ricerca è il fondamento della democrazia ed è costituzionalmente tutelata.

Quindi, colleghi e colleghe, il nostro voto su questo provvedimento sarà contrario. Lo sarà perché questa riforma non risponde alle emergenze reali dell'università italiana, cioè al precariato dilagante, al sottofinanziamento cronico e alla fuga dei cervelli verso l'estero.

E lo sarà perché smontare l'abilitazione scientifica nazionale, senza un sistema alternativo robusto e davvero terzo oppure senza un concorso e un ruolo nazionale unico, significa riaprire la porta a quelle pratiche di cooptazione che il sistema universitario italiano ha conosciuto per decenni e che la riforma del 2010 aveva cercato, pur imperfettamente e in mezzo a un mare di giuste polemiche, di arginare. Noi abbiamo scritto, voi avete scritto in questa norma che è possibile, addirittura, cucire i concorsi su specifici aspetti tematici e non più soltanto sui gruppi scientifico-disciplinari o i settori scientifico-disciplinari.

Quindi, voteremo contro, anche perché l'Anvur, che dovrà vigilare sull'applicazione di questa riforma, è la stessa Anvur che questo Governo sta trasformando in uno strumento di potere politico. E lo è, perché questa riforma manca di ciò che sarebbe stato davvero necessario: un piano straordinario di reclutamento, capace di assorbire il precariato accumulato e di fermare l'ondata che si sta per abbattere con la fine dei contratti del PNRR. Non serviva una riforma dei meccanismi concorsuali o, meglio, serviva, ma non era la priorità. Prima servivano risorse, investimenti, un progetto per l'università pubblica italiana, perché - vi voglio ricordare - che molti di questi studiosi e studiose vivono con stipendi che non sono sufficienti a garantire una vita degna e adeguata a se stessi e alla propria famiglia, come impone l'articolo 36 della Costituzione. È per questo che se ne vanno dall'Italia, se ne andranno sempre di più.

Questa legislatura, sul terreno delle politiche per l'università, è stata un fallimento totale: semplicemente un tempo passato a cercare di mettere pezze sul definanziamento e sui tagli che sono stati imposti dalle politiche di bilancio. Quindi, noi continueremo a batterci, a chiedere tutto questo, a chiedere un'alternativa, in quest'Aula e fuori, perché l'università pubblica non è una variabile di aggiustamento del bilancio, ma il futuro del Paese.

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il deputato Bicchielli. Ne ha facoltà.

PINO BICCHIELLI (FI-PPE). Signor Presidente, onorevoli colleghi, signor Sottosegretario, ci sono provvedimenti che riguardano le regole e ci sono provvedimenti che, invece, riguardano le persone. Ecco, il disegno di legge che oggi trattiamo appartiene alla seconda categoria, parla di giovani studiosi che hanno dedicato anni alla ricerca, che hanno scelto di investire nella conoscenza come vocazione di vita e che chiedono a questo Parlamento qualcosa di semplice e, al tempo stesso, fondamentale: un sistema chiaro, trasparente, giusto.

La legge n. 240 del 2010, 15 anni fa, tentò di rispondere a queste esigenze reali del sistema universitario italiano. Era la risposta giusta, ma ai problemi di allora. Il sistema è cambiato, il mondo della ricerca è cambiato, le aspettative dei candidati si sono evolute e il meccanismo dell'abilitazione scientifica nazionale ha generato, nel tempo, distorsioni che non possiamo ignorare, con contenziosi in crescita esponenziale: parliamo di oltre 2.200 contenziosi dal 2012 ad oggi. Parliamo di disomogeneità valutative tra settori disciplinari, duplicazione delle procedure e, soprattutto, un'aspettativa di reclutamento che l'abilitazione non era strutturalmente in grado di soddisfare: su 1.000 abilitati, solo 200 venivano effettivamente chiamati dagli atenei. Un meccanismo che prometteva, senza poter mantenere.

Questa riforma parte da qui: dall'esigenza di restituire al sistema universitario italiano coerenza, merito e futuro. Il disegno di legge, nella sua struttura essenziale di quattro articoli, interviene in modo organico sul sistema di reclutamento universitario, ridefinendo le tre grandi questioni che erano al cuore della criticità dell'abilitazione scientifica nazionale: chi può partecipare alle selezioni, chi valuta e come si valuta. Quanto ai requisiti di accesso, il provvedimento sostituisce l'abilitazione con un sistema basato sul possesso dei requisiti di produttività e qualificazione scientifica, distinti per fascia e definiti per ciascun gruppo scientifico-disciplinare, con un decreto ministeriale, su proposta dell'Anvur e parere del CUN. Si tratta di una innovazione che sposta il baricentro valutativo dal livello nazionale alla selezione locale, responsabilizzando gli atenei nella fase più delicata, quella del reclutamento. Il candidato autocertifica digitalmente il possesso dei requisiti, mentre la valutazione effettiva avviene nelle commissioni degli atenei.

E quanto alle commissioni, la soluzione individuata è tra le più significative del provvedimento. Il nuovo articolo 17-bis introduce liste nazionali biennali di commissari, distinte per gruppo scientifico-disciplinare e per fascia, costruite sulla base di domande volontarie dei professori e soggette a criteri rigorosi di inclusione, esclusione e rotazione. Quattro commissari su cinque sono sorteggiati dalle liste nazionali, uno solo è indicato dall'ateneo. Quindi non è un sistema localistico, è un sistema che coniuga autonomia universitaria e terzietà della valutazione, che preserva la libertà degli atenei di attrarre i profili più rispondenti alle proprie esigenze, senza sacrificare l'imparzialità.

E quanto alla procedura valutativa, viene introdotta la prova didattica obbligatoria, un elemento fino ad oggi, paradossalmente, assente da un sistema che selezionava professori senza verificarne le capacità di insegnamento.

E, poi, abbiamo il curriculum standardizzato per garantire comparabilità tra i candidati. La valutazione ex post affidata all'Anvur, tre anni dopo la presa di servizio dei vincitori, introduce un meccanismo premiale per gli atenei virtuosi nell'assegnazione del Fondo di finanziamento ordinario. L'articolo 2 completa il disegno riformatore, con misure volte a incentivare la mobilità interateneo e internazionale, da tempo indicata come uno dei nodi strutturali del sistema italiano. La tendenza alla permanenza nello stesso ateneo di formazione e reclutamento ha alimentato nel tempo quelle logiche che tutti, a parole, dicono di voler superare. Il provvedimento introduce meccanismi concreti, signor Presidente - inclusa la possibilità di trasferimento unidirezionale per professori con almeno cinque anni di servizio -, che finalmente trasformano l'obiettivo della mobilità da enunciazione di principio in strumento normativo operante.

È giusto che quest'Assemblea esamini il provvedimento con occhio critico. Alcune obiezioni circolano nel dibattito pubblico e parlamentare, e meritano una risposta diretta. La prima riguarda il rischio di localismo: si teme che l'abolizione dell'ASN - l'abilitazione scientifica nazionale - restituisca agli atenei un potere di selezione non sufficientemente vigilato e che i vecchi vizi concorsuali riemergano. È un'obiezione che avremmo dovuto sicuramente prendere sul serio se il testo, invece, non avesse risposto puntualmente. Il sorteggio di quattro commissari su cinque dalle liste nazionali, i criteri di rotazione e la possibilità esplicita che il commissario interno sia un docente stabilmente impegnato all'estero, la previsione che almeno due commissari afferiscano allo stesso settore del bando, sono tutte misure che costruiscono un sistema di garanzie robusto.

Le commissioni sono locali nei loro effetti, decidono per un ateneo specifico, ma non sono localistiche, né nella composizione né nelle regole. E vale la pena ricordare che il vecchio sistema non era esente dal localismo: era semplicemente un localismo sdoppiato in due fasi invece di una, con un doppio contenzioso annesso. La riforma riduce le fasi, concentra la responsabilità, la rende verificabile: e questo è il contrario del localismo.

Poi, la seconda obiezione riguarda le risorse: alcuni hanno sostenuto che senza un aumento dei finanziamenti all'università, questa riforma rischia di essere vuota. Signor Presidente, questo è il ragionamento che noi condividiamo nella sua premessa: il sistema universitario italiano ha certamente bisogno di più risorse. Ma quale settore del Paese, in questo momento, non ha bisogno di più risorse? È un ragionamento che condividiamo, ma che sbaglia la conclusione. Non si può fare di ogni provvedimento che riguarda l'università un ostaggio del tema delle risorse.

Questa è una riforma sulle regole di reclutamento, non una legge di bilancio, e va giudicata per quello che è. Il Fondo di finanziamento ordinario ha registrato un aumento di 336 milioni di euro; il Fondo italiano per la scienza ha distribuito 500 milioni ai ricercatori; il Fondo ordinario per gli enti e le istituzioni di ricerca ha superato il miliardo. Il quadro complessivo non è quello di un Governo che taglia l'università, e su questo dobbiamo fare un plauso all'attività della Ministra Bernini, che, con passione e dedizione, sta investendo le sue capacità nel mondo dell'università italiana.

Poi, la terza obiezione riguarda la bibliometria, cioè si teme che i nuovi requisiti scientifici introducano una logica meccanicistica nella valutazione del merito, penalizzando discipline umanistico-sociali che non si misurano facilmente con indicatori quantitativi. È una preoccupazione legittima e il testo la affronta. I requisiti terranno conto dell'attività didattica e di ricerca svolta in Italia e all'estero, della titolarità o partecipazione a progetti competitivi e degli indicatori minimi di produzione scientifica; saranno poi definiti per ogni gruppo disciplinare, non con una griglia unica, e anche aggiornati nel tempo.

Quindi, non è una gabbia bibliometrica, è un sistema di soglie minime di qualificazione, modulato per settore.

Signor Presidente, ogni concorso universitario è la storia di una persona, di qualcuno che ha scelto di dedicare la propria vita alla conoscenza, che ha accettato anni di precarietà nella speranza di un percorso che avesse senso. A queste persone dobbiamo procedure che funzionino, chiare nell'accesso, imparziali nella valutazione, coerenti negli esiti. E quindi, 15 anni dopo la legge Gelmini, il sistema sicuramente mostra i segni del tempo, non per colpa di chi lo ha costruito, ma perché i sistemi invecchiano, le aspettative cambiano, i contesti evolvono.

E questa riforma non cancella il passato, lo supera con intelligenza, mantenendo ciò che ha funzionato - l'autonomia degli atenei, il ruolo dell'Anvur, il riferimento ai gruppi scientifico-disciplinari - e correggendo ciò che non ha funzionato: la doppia procedura, il doppio contenzioso, le aspettative irrealizzabili. Quindi, in conclusione, possiamo dire che il testo è solido, costruisce un sistema in cui il merito ha una strada chiara, in cui la responsabilità degli atenei è commisurata all'autonomia che esercitano, in cui la valutazione ex ante ed ex post è strumento di qualità e non strumento di potere. Favorisce la mobilità interateneo, incentiva gli scambi, agevola il trasferimento di competenze, promuove una maggiore apertura nazionale e internazionale.

È una scelta che va nella direzione giusta, perché la qualità cresce quando le idee circolano, quando le esperienze si contaminano, quando il merito incontra opportunità diverse. E quindi sostenere questo provvedimento, che noi come gruppo di Forza Italia facciamo con grande convinzione, significa credere che un'università più aperta e più giusta sia possibile, significa dare ai nostri giovani ricercatori la certezza che il talento, nel nostro Paese, non vada sprecato. Significa, in definitiva, investire non solo nel sistema universitario, ma nel futuro dell'Italia.

PRESIDENTE. È iscritta a parlare la deputata Sara Ferrari. Ne ha facoltà.

Prima di darle la parola, saluto gli studenti e i docenti delle classi ottave della “Deutsche Schule Rom - Scuola Germanica Roma”, di Roma, che assistono ai nostri lavori dalle tribune (Applausi). Li ringraziamo e gli auguriamo ogni fortuna. Ricordiamo che sono presenti in Aula soltanto i deputati che sono iscritti a parlare per svolgere i propri interventi su questo provvedimento.

Prego, deputata Ferrari.

SARA FERRARI (PD-IDP). Grazie. Also willkommen! Onorevoli colleghe e colleghi, signor Presidente, membro del Governo, prendo la parola in quest'Aula per esprimere la più netta e ferma opposizione al disegno di legge in esame. Un provvedimento che viene presentato sotto le mentite spoglie della semplificazione - lo abbiamo sentito anche questa mattina - e della razionalizzazione, ma che, in realtà, rappresenta un drammatico salto all'indietro per il nostro sistema universitario e di ricerca.

Siamo di fronte all'ennesimo tassello di un puzzle frammentato, un disegno che avanza per pezzi slegati e che svela un'assenza totale di visione organica e strategica per il futuro della conoscenza nel nostro Paese. Eppure stiamo parlando del reclutamento di coloro ai quali affidiamo e sui quali confidiamo per un passo in avanti, per il potenziamento della competitività del nostro Paese attraverso la conoscenza. Con questa riforma, invece, il Governo non risolve i nodi strutturali dell'università pubblica italiana.

Al contrario, sceglie di aggravarli, assestando un colpo durissimo alla trasparenza, all'autonomia reale e soprattutto al merito. Il cuore di questo provvedimento, infatti, è l'abolizione dell'abilitazione scientifica nazionale, che viene sostituita da un modello basato su requisiti minimi, verificati a livello locale attraverso autocertificazioni e piattaforme telematiche, senza alcun controllo preventivo da parte dell'amministrazione.

Scardinando il filtro nazionale unitario, questo testo abdica alla funzione di garanzia dello Stato e spalanca le porte al rischio concreto di un ritorno a dinamiche localistiche e pratiche opache, baronali, spesso truccate secondo affiliazioni. Stiamo riconsegnando i concorsi a poteri locali e a logiche di cooptazione, come era in passato. Consideriamo che l'Italia soffre già di una piaga profonda. Guardiamo qual è la realtà dei fatti in questo Paese: ben l'80 per cento del personale docente ha compiuto gli studi nella stessa università, nello stesso ateneo in cui insegna, contro una media europea del 55 per cento e del 35 per cento nel Regno Unito.

Invece di spezzare queste catene, che ci permettiamo di pensare non sempre meritocratiche, questa riforma rischia di istituzionalizzarle. E che dire, allora, della valutazione? Si mantiene e si esaspera quella valutazione quantitativa delle pubblicazioni che ha distorto la ricerca in questi anni, ignorando totalmente le raccomandazioni del Consiglio d'Europa che chiedono di mettere al centro la qualità rispetto ai meri indicatori numerici. Avete respinto tutti i nostri emendamenti volti a valorizzare l'eccellenza qualitativa della ricerca.

E veniamo al taglio dei finanziamenti. Non si può riformare il reclutamento ignorando lo stato di salute del nostro Paese e il sistema economico che prevede per la spesa pubblica all'università un costante calo. Siamo passati dallo 0,53 per cento del prodotto interno lordo nel 2022, allo 0,51 per cento di oggi. Ed è vero che questa è una legge che modifica le regole di ingaggio, di assunzione, ma nel contempo non c'è nessuna previsione. Non c'è stata finora, speriamo senz'altro che le vostre promesse possano essere mantenute nella prossima legge di bilancio.

Al momento, sul bilancio non c'è alcuna tendenza positiva. Ci sono tagli mascherati da riprogrammazione, ci sono 118 milioni di euro sottratti nel triennio e 568 milioni rinviati al 2029, mentre i fondi per i PRIN toccano i minimi storici rispetto alla scorsa legislatura. In questo deserto di risorse, il 35 per cento del personale di ricerca vive in condizioni di totale precarietà.

E qual è la risposta del Governo nella relazione illustrativa a questo disegno di legge? Una riga che trasuda cinismo. Si afferma che l'abilitazione nazionale andava abolita perché creava aspettative illusorie di assunzione dei precari. È una vergogna inaccettabile, a nostro avviso. La vostra soluzione per eliminare le aspettative dei giovani non è stabilizzarli con un piano strutturale di assunzioni, ma cancellare il loro futuro. Passiamo da un precariato con aspettative a un precariato permanente senza alcuna speranza.

La fine dei fondi PNRR rischia di tradursi in un'ecatombe: l'espulsione di oltre 15.000 ricercatori dai nostri atenei. Eppure, la fuga dei cervelli e la perdita di competitività è davvero un dramma per il nostro Paese. È qui che risiede il punto più doloroso e politicamente più grave di questo provvedimento. Questo sistema neofeudale, sottofinanziato e privo di una bussola meritocratica, sta privando i nostri migliori ricercatori di un sistema che premi il talento e le competenze. E qual è la conseguenza? Appunto, la fuga, una vera e propria emorragia di intelligenze che priva l'Italia della sua risorsa più preziosa: il capitale umano.

Almeno la metà dei giovani espatriati negli ultimi anni era laureata. I nostri giovani scienziati, le nostre ricercatrici e i nostri ricercatori non fuggono perché non amano il proprio Paese, fuggono perché altrove trovano laboratori attrezzati, contratti dignitosi e, soprattutto, concorsi trasparenti dove a vincere è il progetto scientifico, non l'affiliazione locale: e tante volte vincono proprio i nostri ricercatori e le nostre ricercatrici. E lì - in America, nel Regno Unito, in Germania - fanno la fortuna di quelle Nazioni e di quelle università.

Nessun ateneo italiano figura oggi tra i primi 100 nel mondo e nei rating internazionali. E mentre Paesi come gli Stati Uniti e la Gran Bretagna creano centinaia di startup universitarie multimiliardarie grazie alle scoperte nate nei loro campus, l'Italia ne conta a malapena una negli ultimi 5 anni. Eppure, l'università è nata in Italia: l'Alma Mater a Bologna, all'inizio del millennio scorso.

La tecnologia che muove l'economia globale nasce oggi ad Harvard, a Oxford, all'MIT, all'Imperial College. Perché non può nascere a La Sapienza, a Bologna, a Napoli, a Padova? Perché costringiamo chi ha le capacità di innovare a scappare per essere valorizzato? Non c'è nulla di male nel fatto che i nostri ragazzi e le nostre ragazze vadano all'estero, il dramma è che non tornano più. E il dramma speculare è che l'Italia ha azzerato la sua attrattività internazionale: gli scienziati stranieri non scelgono i nostri atenei perché un sistema governato da requisiti autocertificati e chiamate locali è un sistema strutturalmente chiuso rispetto all'esterno. E questo provvedimento è privo di una sua coerenza.

Ricordiamo tutti quando, nell'aprile del 2024, la Ministra difendeva la riforma del sistema AFAM introducendo l'abilitazione nazionale per garantire, diceva, l'omogeneità e la qualificazione dei docenti sul modello universitario. Oggi, a distanza di tempo, siamo qui in quest'Aula per distruggere quello stesso modello che lei aveva preso ad esempio.

La verità è che, dietro la retorica dell'efficienza, si nasconde una pericolosa torsione centralistica: è un tentativo di controllo politico sulla libertà della ricerca. Lo si vede dalle modifiche alla governance dell'Anvur, trasformata nel braccio operativo dell'Esecutivo per gestire fondi premiali in modo discrezionale.

Sullo scandalo di Anvur hanno già detto i colleghi che mi hanno preceduta, ma voglio anch'io sottolineare l'inaccettabilità di quella vergognosa spartizione partitica di un ente che dovrebbe essere l'agenzia indipendente di valutazione della ricerca, dove ciascun partito della maggioranza ha piazzato qualche proprio riferimento. Ed è un livello di degrado, questo, impressionante e con pochi precedenti in ambito universitario.

A questo, poi, si è aggiunto il fatto che la Ministra Bernini, dopo aver modificato quel regolamento attribuendosi la nomina diretta del Presidente, abbia posto il segretario generale del Ministero a coordinare il comitato di selezione delle candidature.

E allora, in conclusione, noi non abbiamo nostalgia del passato, ma abbiamo a cuore il nostro futuro. Il futuro di questo Paese non si costruisce livellando verso il basso la qualità del reclutamento né, tantomeno, rassegnandosi a essere un esportatore netto di giovani talenti formati da noi per poi regalare la loro produttività e le loro invenzioni al resto del mondo.

L'università ha il compito fondamentale di spingere più in là il limite di ciò che sappiamo e di ciò che sappiamo fare, creando ricchezza e competitività per l'intera Italia. Per fare questo servono investimenti strutturali, commissioni di concorso indiscutibili a sorteggio qualificato, pacchetti di finanziamento iniziali per chi entra nel sistema e una valutazione autenticamente qualitativa, non quantitativa.

Questo disegno di legge tradisce le promesse fatte alla comunità scientifica, umilia il talento, mortifica il merito e condanna l'Italia alla marginalità tecnologica e culturale. Ed è per questi motivi, a difesa della dignità dei nostri ricercatori e delle nostre ricercatrici e del futuro produttivo e democratico del nostro Paese, che il Partito Democratico non potrà che votare contrariamente.

PRESIDENTE. Non vi sono altri iscritti a parlare e pertanto dichiaro chiusa la discussione sulle linee generali.

(Repliche - A.C. 2735​)

PRESIDENTE. Ha facoltà di replicare, se lo ritiene, il relatore, deputato Cangiano, che rinuncia.

Ha facoltà di replicare, se lo ritiene, il rappresentante del Governo, che rinuncia.

Il seguito del dibattito è rinviato ad altra seduta.

Discussione del disegno di legge: Conversione in legge, con modificazioni, del decreto-legge 7 maggio 2026, n. 66, recante disposizioni urgenti per il Piano Casa (A.C. 2920-A​) (ore 10,48).

PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca la discussione del disegno di legge n. 2920-A​: Conversione in legge, con modificazioni, del decreto-legge 7 maggio 2026, n. 66, recante disposizioni urgenti per il Piano Casa.

Ricordo che nella seduta del 14 maggio sono state respinte le questioni pregiudiziali Braga ed altri n. 1, Grimaldi ed altri n. 2 e Santillo ed altri n. 3.

(Discussione sulle linee generali - A.C. 2920-A​)

PRESIDENTE. Dichiaro aperta la discussione sulle linee generali.

I presidenti dei gruppi parlamentari Partito Democratico-Italia Democratica e Progressista e MoVimento 5 Stelle ne hanno chiesto l'ampliamento.

La VIII Commissione (Ambiente) si intende autorizzata a riferire oralmente.

Ha facoltà di intervenire il relatore, deputato Dario Iaia.

DARIO IAIA, Relatore. Grazie, Presidente. Onorevoli colleghi, il decreto-legge all'esame dell'Assemblea reca misure straordinarie, necessarie e urgenti volte a fronteggiare l'acuta tensione abitativa che interessa il territorio nazionale, attraverso una strategia diretta a incrementare l'offerta di alloggi a prezzi accessibili.

L'intervento si concentra sulla valorizzazione e sulla rifunzionalizzazione del patrimonio immobiliare esistente, privilegiando il recupero e la riconversione di beni pubblici non utilizzati e non redditizi, ed è strettamente connesso all'incremento dello stock di edilizia residenziale pubblica e sociale destinata alla vendita e alla locazione a canoni calmierati, nonché alla tutela di specifiche categorie considerate prioritarie - quali giovani, studenti universitari, lavoratori fuori sede, giovani coppie e genitori separati - e alla sperimentazione di modelli di coabitazione solidale e intergenerazionale.

Nel corso dell'esame in sede referente presso la Commissione ambiente, sono state approvate alcune modifiche al contenuto del provvedimento attraverso l'approvazione di emendamenti, alcuni anche sottoscritti dai gruppi di opposizione.

L'articolo 1 definisce le finalità e l'oggetto del provvedimento. Il comma 1 stabilisce che il Piano Casa contiene misure straordinarie, necessarie e urgenti, per favorire la realizzazione e la valorizzazione di interventi di edilizia residenziale pubblica, sociale e integrata, destinati alla vendita o alla locazione a prezzo calmierato, anche mediante interventi di sostituzione edilizia, di recupero e riconversione di immobili del patrimonio pubblico non redditizi e non in uso e progetti di contrasto al degrado urbanistico, edilizio, ambientale e sociale o di rigenerazione urbana. Il comma 2 precisa che gli interventi sono finalizzati, in particolare, a fornire una risposta ai fabbisogni abitativi dei giovani, degli studenti universitari, dei lavoratori fuori sede, delle giovani coppie e dei genitori separati ovvero a realizzare modelli di coabitazione solidale domiciliare per le persone anziane e di coabitazione intergenerazionale. Nel corso dell'esame, in sede referente, è stato precisato che i riferimenti ai lavoratori fuori sede riguarda sia quelli privati che quelli pubblici, con particolare riferimento al personale scolastico, sanitario, delle Forze di polizia, del Corpo nazionale dei vigili del fuoco e delle Forze armate.

L'articolo 2 istituisce, al comma 1, un programma straordinario nazionale di recupero e manutenzione del patrimonio di edilizia residenziale, pubblica e sociale, finalizzato all'ampliamento urgente dell'offerta abitativa a canone sostenibile attraverso il ripristino del residuo storico degli alloggi non assegnabili per carenze manutentive e recupero di immobili destinati all'edilizia sociale. Il comma 2 autorizza il Ministero delle Infrastrutture e dei trasporti all'erogazione di contributi in favore dei soggetti titolari di funzioni in materia di edilizia pubblica, compresi gli ex Istituti autonomi case popolari, qualificati come soggetti attuatori mediante apposita convenzione con Invitalia Spa quale soggetto gestore delle risorse accreditate su un conto corrente infruttifero ad essa è intestato. Il comma 3 disciplina il contenuto della convenzione che definisce i criteri e le modalità di selezione mediante avvisi pubblici delle offerte presentate dai soggetti attuatori dirette a promuovere proposte di manutenzione straordinaria degli immobili di edilizia residenziale pubblica e di recupero degli immobili destinati all'edilizia sociale anche attraverso operazioni di partenariato pubblico-privato; tali avvisi devono prevedere, sulla base di una modifica approvata nel corso dell'esame in Commissione, l'inserimento degli interventi volti a soddisfare i fabbisogni abitativi nell'ambito di programmi di contrasto del degrado urbanistico, edilizio, ambientale, sociale e di rigenerazione urbana, definiti nel rispetto della normativa e della pianificazione territoriale di settore. Il comma 4 autorizza, per l'attuazione del programma straordinario, una spesa complessiva di 970 milioni di euro per il periodo 2026-2030 da destinare all'alimentazione del conto corrente intestato a Invitalia Spa mediante corrispondente riduzione delle autorizzazioni di spesa indicate. Il comma 5 destina, al medesimo conto corrente, una quota pari al 50 per cento delle risorse del Fondo sociale per il clima relative alla componente di edilizia residenziale pubblica. Il comma 6 prevede la possibilità di conferire ulteriori risorse, di cui all'articolo 1, comma 42, della legge n. 160 del 2019, nel limite di 500 milioni di euro per ciascuno degli anni dal 2027 al 2030 e di 700 milioni per ciascuno degli anni dal 2031 al 2034, per un totale di 4,8 miliardi di euro. Il comma 7 stabilisce che, agli interventi realizzati da soggetti attuatori, si applica il codice dei contratti pubblici. Nel corso dell'esame in sede referente, sono stati precisati i soggetti attuatori destinatari dei contributi ed è stata rimodulata la disciplina dei criteri di selezione delle proposte e di individuazione degli immobili oggetto di recupero con conseguenti modifiche di coordinamento agli articoli 3 e 8.

L'articolo 3 disciplina la figura del Commissario straordinario per la ricognizione dei fabbisogni e del Programma degli interventi. Il comma 1 prevede che il Commissario sia nominato con decreto del Presidente del Consiglio dei ministri, su proposta del Ministro delle Infrastrutture e dei trasporti; resti in carica fino al 31 dicembre 2027 e possa nominare un sub-commissario. Il comma 2 attribuisce al Commissario poteri derogatoria a mezzo di ordinanza mentre il comma 3 gli affida il compito di avviare, entro 30 giorni dalla nomina, una procedura straordinaria di ricognizione degli immobili di proprietà dello Stato, delle regioni, degli enti locali, degli enti pubblici, delle società a partecipazione pubblica non quotate, da destinare a progetti di edilizia sociale. Il comma 4 prevede che il Commissario, con ordinanza, disponga la realizzazione degli interventi secondo specifiche procedure tra cui, in caso di dissenso di amministrazioni idoneo a precludere la realizzazione dell'intervento, la possibilità di sottoporre la questione al Consiglio dei ministri, nonché, ai fini della procedura di gara, l'avvio anticipato delle verifiche antimafia. I commi da 5 a 9 recano disposizioni in materia di codice unico di progetto-CUP, previsto per l'identificazione degli interventi di progettazione universale a favore delle persone con disabilità nonché disposizioni relative alla struttura di supporto del Commissario e le risorse per l'esercizio delle funzioni commissariali con possibilità, per il Commissario, di avvalersi della società Infrastrutture Milano Cortina 2020-2026 Spa e del supporto, a titolo gratuito, di Invitalia. Il comma 10 istituisce la Cabina di monitoraggio degli interventi, presieduta dal Presidente del Consiglio dei ministri o dal Ministro delle Infrastrutture e dei trasporti, composta, tra gli altri, dai sindaci dei comuni e dai presidenti delle regioni interessate. Nel corso dell'esame in sede referente, la composizione della Cabina è stata integrata con il Presidente dell'Associazione nazionale dei comuni italiani-ANCI, e ne sono state precisate le funzioni di monitoraggio.

L'articolo 4 istituisce un Fondo rotativo di garanzia per morosità incolpevole relativo ai contratti di locazione edilizia residenziale pubblica con una dotazione iniziale di 22 milioni di euro per il 2026 e di 2 milioni per il 2027, destinato alla copertura del rischio di morosità incolpevole e del deposito cauzionale nel caso di sopravvenuta impossibilità del conduttore di adempiere per cause non imputabili alla sua volontà.

Nel corso dell'esame in sede referente, sono stati introdotti due articoli aggiuntivi: l'articolo 4-bis reca disposizioni volte a inserire le famiglie, cui appartengono soggetti con disabilità grave, tra le categorie prioritarie ammesse all'accesso al Fondo di garanzia per la prima casa di cui all'articolo 1, comma 48, lettera c), della legge 27 dicembre 2013, n. 147; l'articolo 4-ter reca disposizioni volte a incrementare di 8,5 milioni di euro, per il 2026, il Fondo destinato a corrispondere un contributo per le spese di locazione abitativa sostenute dagli studenti fuori sede di cui all'articolo 1, comma 526, della legge 30 dicembre 2020, n. 178.

L'articolo 5, come modificato nel corso dell'esame in sede referente, reca disposizioni in materia di riscatto degli alloggi di edilizia residenziale pubblica esistenti, demandando, a un decreto interministeriale, previa intesa in Conferenza unificata, la definizione delle procedure con cui i comuni, gli enti pubblici anche territoriali e le aziende territoriali per l'edilizia residenziale pubblica e sociale possono alienare gli immobili di proprietà facenti parte del patrimonio di edilizia residenziale pubblica e sociale, con riconoscimento del diritto di opzione all'acquisto in favore dell'assegnatario non moroso che non sia già proprietario di un'altra abitazione. La destinazione dei proventi delle alienazioni è rimessa a un ulteriore provvedimento in coerenza con il percorso della spesa netta di cui al Regolamento UE 2024/1263 e nel rispetto degli equilibri di finanza pubblica.

L'articolo 6 è diretto a favorire la formula della locazione di lunga durata con facoltà di riscatto progressiva, cosiddetto “rent to buy”, in relazione ai progetti di edilizia sociale realizzati mediante recupero e riqualificazione del patrimonio edilizio pubblico esistente, ivi compresi gli interventi di demolizione, ricostruzione ovvero di acquisto e trasformazione di edifici di proprietà unitaria composti da almeno 25 unità immobiliari.

Infine, le unità immobiliari sono assoggettate ad apposito atto d'obbligo da trascrivere a favore del comune, recante l'impegno a mantenerne la destinazione a locazione di lunga durata. Gli immobili devono, inoltre, rispondere a standard di elevata sostenibilità ambientale ed efficienza energetica e tecnologica.

PRESIDENTE. Ha facoltà di intervenire la relatrice, la deputata Erica Mazzetti.

ERICA MAZZETTI, Relatrice. Grazie, Presidente. Sottosegretario Ferrante, colleghi, l'articolo 7 istituisce lo strumento finanziario denominato “Fondo Housing Coesione” finalizzato a sostenere interventi di edilizia residenziale pubblica e sociale, anche mediante la valorizzazione del patrimonio immobiliare esistente e il contenimento del consumo del suolo. Il comma 1 autorizza il Dipartimento per le politiche di coesione della Presidenza del Consiglio dei ministri a sottoscrivere, nel 2026, quote del fondo istituito e gestito da INVIMIT SGR per 100 milioni di euro con risorse a valore del Fondo per lo sviluppo e la coesione 2021-2027. Il comma 2 prevede la possibilità di incrementare la dotazione del fondo mediante la sottoscrizione di ulteriori quote da parte del Dipartimento per le politiche di coesione utilizzando le risorse di cofinanziamento nazionale del Fondo di rotazione per l'attuazione delle politiche europee. I commi 3 e 8 disciplinano il regolamento di gestione del Fondo, la facoltà di adesione da parte delle regioni, delle province autonome e delle amministrazioni centrali titolari di programmi nazionali della politica di coesione 2021-2027.

E, ancora, l'applicazione contabile delle risorse, europee e nazionali, la destinazione dei proventi derivanti dall'alienazione delle quote del Fondo sottoscritte, nonché l'informativa annuale che il Ministro per gli Affari europei, il PNRR e le politiche di coesione rende alle Camere sull'applicazione delle disposizioni in esame.

L'articolo 8 reca misure di semplificazione e coordinamento. Il comma 1 estende agli interventi di ristrutturazione urbanistica, edilizia o di demolizione e ricostruzione, di cui al Capo II, le procedure di semplificazione di cui all'articolo 10, comma 7-ter, del decreto-legge n. 76 del 2020, cosiddetto decreto Semplificazioni, che ne consentono la realizzazione tramite segnalazione certificata di inizio attività, la cosiddetta SCIA.

Il comma 2 prevede la convocazione della conferenza dei servizi semplificata con termini ridotti. Il comma 3 rende applicabile la disciplina del mutamento di destinazione d'uso di cui all'articolo 23-ter del testo unico dell'edilizia, con un vincolo trentennale di destinazione, alle singole unità immobiliari da destinare alle finalità previste dal decreto.

Il comma 4 stabilisce che l'approvazione di interventi di edilizia residenziale pubblica o sociale inseriti in programmi di contrasto al degrado urbanistico, edilizio, ambientale e sociale o di rigenerazione urbana, comporta la dichiarazione di pubblica utilità. I commi da 6 a 8 recano disposizioni di coordinamento con la previgente normativa in materia di contrasto al disagio abitativo. Il comma 9 fissa i requisiti dimensionali degli alloggi di edilizia residenziale sociale.

L'articolo 9 disciplina i programmi infrastrutturali di edilizia integrata, realizzati con l'attrazione di investimenti privati, volti a soddisfare la domanda abitativa dei soggetti per i quali, pur non potendo accedere all'edilizia residenziale pubblica, l'accesso al libero mercato rappresenta un onere non sostenibile. L'accesso è esteso anche agli studenti universitari fuori sede e ai lavoratori del settore privato, ivi inclusi i lavoratori stagionali. L'articolo 9 definisce, inoltre, le condizioni dei programmi, tra cui la realizzazione congiunta, nel medesimo contesto territoriale, di edilizia convenzionata e di edilizia residenziale non convenzionata, la destinazione dell'edilizia convenzionata alla locazione o vendita, a canone o a prezzo calmierati, e l'investimento di edilizia convenzionata in misura non inferiore al 70 per cento del totale. L'articolo reca, inoltre, disposizioni in materia di contenimento del consumo del suolo, obblighi di mantenimento della destinazione d'uso e, per i grandi programmi di investimento, dichiarazione di interesse strategico nazionale e nomina di un commissario.

Nel corso dell'esame in sede referente l'articolo è stato oggetto di alcune modifiche parlamentari. Sono stati introdotti i requisiti dei soggetti privati legittimati a presentare programmi infrastrutturali di edilizia integrata, quali capacità economica e finanziaria, esperienza documentata e impegno a mantenere la destinazione convenzionata. In sede referente sono state, inoltre, introdotte le definizioni di contesto territoriale in cui si prevede la realizzazione congiunta di edilizia convenzionata e di edilizia residenziale libera non convenzionata ed è stata anche introdotta la previsione, per la componente di edilizia convenzionata, di spazi e servizi di prossimità, funzionali alla coesione sociale, anche tramite senior cohousing e cohousing intergenerazionale, con il coinvolgimento del Terzo settore. È stata, inoltre, estesa la destinazione delle unità abitative di edilizia convenzionata alle residenze per le Forze di polizia e sono stati riformulati i criteri di determinazione del prezzo e del canone calmierati, ancorabili alle quotazioni semestrali dell'Osservatorio del mercato immobiliare. Sono state, inoltre, ampliate le tipologie di servizio pubblico, la cui presenza è assicurata per gli insediamenti oggetto di intervento di edilizia convenzionata, aggiungendo le attività commerciali di vicinato, le attività artigianali, di promozione di beni e di prestazione di servizi.

A seguito dell'esame in sede referente non è più prevista la condizione della presenza di una componente di investimento diretto estero in misura non inferiore ad almeno un miliardo di euro affinché il programma di investimento possa avvalersi della disciplina riservata alle opere di preminente interesse strategico nazionale, con dichiarazione di interesse strategico e nomina di un commissario straordinario. Nel corso dell'esame in sede referente sono stati, inoltre, introdotti due articoli aggiuntivi: l'articolo 9-bis, che reca disposizioni in materia di alloggi di servizio all'Arma dei carabinieri, con una nuova tipologia di alloggi per esigenze temporanee; l'articolo 9-ter, che reca disposizioni in materia di disciplina della valorizzazione del patrimonio immobiliare pubblico, di cui all'articolo 33 del decreto legge n. 98 del 2011, ammettendone il ricorso a società partecipate dagli enti pubblici in misura maggioritaria, in luogo delle sole società interamente partecipate.

L'articolo 10 contiene disposizioni procedimentali riguardanti la realizzazione delle unità immobiliari di edilizia residenziale convenzionata nell'ambito dei programmi di edilizia integrata. In particolare, l'articolo 10 reca norme di semplificazione, tra cui l'applicazione della conferenza dei servizi semplificata, della disciplina dei mutamenti di destinazione d'uso prevista per le residenze universitarie, l'esclusione della superficie interessata dall'intervento di edilizia residenziale convenzionata dal conteggio della superficie lorda dell'intervento e la possibilità di avvio in parallelo degli interventi edilizi rispetto alle attività di bonifica.

L'articolo 11 reca ulteriori disposizioni in materia di edilizia residenziale. Il comma 1 rinvia a un decreto del Presidente del Consiglio dei ministri l'adozione delle misure attuative. Il comma 2 consente all'INPS di destinare i propri immobili non strumentali alla stipula di nuovi contratti di locazione, anche ad uso abitativo, nell'ambito degli interventi del Capo II. I commi 3 e 4 disciplinano le operazioni di conferimento di immobili non adibiti a finalità istituzionali da parte degli enti territoriali e la partecipazione degli enti gestori di forme di previdenza e assistenza obbligatorie ai programmi di edilizia integrata.

Nel corso dell'esame in sede referente sono state introdotte ulteriori disposizioni: è stata innanzitutto prevista la possibilità per il Ministro dell'Università e della ricerca di avvalersi del supporto tecnico-specialistico di Invitalia, sulla base di apposite convenzioni, per la realizzazione di alloggi e residenze per studenti universitari. Inoltre, sempre in sede referente, sono stati introdotti due articoli aggiuntivi: l'articolo 11-bis, che reca misure per il potenziamento del patrimonio immobiliare destinato alle esigenze alloggiative delle Forze armate, compresa l'Arma dei carabinieri, e del Corpo della guardia di finanza; l'articolo 11-ter, che reca una clausola di salvaguardia che subordina l'applicazione del decreto, nelle regioni a statuto speciale e nelle province autonome di Trento e di Bolzano, alla compatibilità con i rispettivi statuti e le relative norme di attuazione, fermo restando quanto previsto dall'articolo 8, comma 5.

Da ultimo, l'articolo 12 disciplina l'entrata in vigore del decreto legge.

In conclusione, Presidente, segnalo che il Comitato per la legislazione e la Commissione competente in sede consultiva hanno espresso il proprio parere e che la Commissione bilancio ha espresso parere favorevole, con condizioni recepite con emendamenti del relatore.

PRESIDENTE. Ha facoltà di intervenire il rappresentante del Governo, che si riserva.

È iscritto a parlare l'onorevole Fede. Ne ha facoltà.

GIORGIO FEDE (M5S). Grazie, Presidente. Oggi parliamo del Piano Casa, un provvedimento a prima firma Meloni e Salvini, approvato dal Consiglio dei Ministri e pubblicato il 7 maggio di quest'anno. È indubbiamente un tema molto atteso, molto importante, che da anni aspetta soluzioni concrete e sul quale si vive proprio la sofferenza della maggior parte degli italiani, persone che hanno difficoltà economiche per tante motivazioni, comprese le scelte anche di questo Governo, ma sicuramente anche una congiuntura non favorevole. C'è un numero non indifferente di persone che in Italia, italiani, vive in povertà: parliamo di 650.000 famiglie che attendono un alloggio di edilizia economica popolare, parliamo di un plafond di 1,4 milioni di persone, di residenti, di cittadini italiani. Quindi, capiamo bene che queste aspettative erano e sono molto alte.

Leggendo i nomi dei primi firmatari, Meloni e Salvini, che è stato un pochettino il portabandiera di questo provvedimento, e avendo vissuto, nelle cronache, la loro abilità nel trovare case a buon prezzo di mercato e a trovare soluzioni favorevoli, pensavamo che la stessa logica sarebbe stata applicata a tutti gli italiani e non solamente a loro. Ma, ahimè, andando a vedere questo provvedimento e i 12 articoli che lo compongono, ci siamo resi conto che, effettivamente, tante abilità per gli immobili personali non sono state trovate per gli immobili di edilizia residenziale pubblica, di edilizia agevolata e di housing sociale. Una complessità che veramente ci ha lasciato basiti.

Ci ha lasciato basiti, ma non solo noi, perché adesso, uscendo dalla Commissione bilancio, dove pochi minuti fa abbiamo dato l'ultimo parere, e chiaramente il nostro è stato negativo, ci hanno raccontato che, insomma, questa problematica era irrisolta da tanti anni. È vero, uno degli ultimi Piani casa è del 1949. Una delle leggi decisamente più importanti, forse l'ultima, è stata la legge n. 167 del 1962, che istituì le zone PEEP, e, attraverso quel provvedimento, sono state date tante abitazioni in quella fase in cui l'Italia era in uno slancio demografico, in cui c'erano tante nuove famiglie e c'erano tanti figli. Erano gli anni del benessere. Oggi, ovviamente, questi scenari sono cambiati.

Viviamo una contrazione di residenti italiani, viviamo decine, centinaia di migliaia di giovani che lasciano la nostra Nazione e viviamo una popolazione che sta andando sempre più verso l'invecchiamento. Allora, qualcuno inneggia ai rischi della sostituzione etnica e al dover creare le condizioni per la qualità e per far sì che “l'Italia agli italiani” e tutti quegli slogan che facilmente portano consenso elettorale e che rappresentano sicuramente un problema, lungi da me volerlo negare, ma alla fine, però, dobbiamo vedere che in questi atti e in questi provvedimenti dovremmo trovare le soluzioni. Ma - ahimè - tolto il bel nome “Piano Casa”, che fa attribuire una bandierina di un problema che sembrerebbe sulla carta risolto, perché qui c'è la soluzione, poi andiamo a vedere all'interno il contenuto di questo provvedimento e ci rendiamo conto che, anziché un Piano Casa, questa è una “casa di carta”, richiamando una nota serie TV che, insomma, è di altra natura.

Andiamo a vedere perché. Chiaramente, leggendo quelli che sono stati definiti i tre pilastri di questo provvedimento, parliamo del Fondo housing coesione, parliamo del recupero del patrimonio degli alloggi di edilizia residenziale pubblica e parliamo dei programmi infrastrutturali di edilizia integrata. Tante buone indicazioni sulla carta - ripeto, sulla carta -, ma un pochettino è quello schema che abbiamo visto quando si parla di sicurezza e passiamo dal primo decreto Sicurezza al secondo, al terzo, al quarto, al quinto e vai ancora così a finire.

Poi, alla fine, vediamo che i numeri sono sempre gli stessi e le situazioni non cambiano. Quindi, oltre a fare provvedimenti bandiera, non si fanno provvedimenti risolutivi. Questo è un problema effettivamente che ci lascia molto basiti, ma non lo riduciamo e non lasciamolo rinchiuso nella protesta delle solite minoranze che devono dire di no a tutti i costi e che per immaturità o per convenienza politica fanno tanta caciara - chiamiamola così -, ma non danno soluzioni e non danno proposte, perché questo è quello che facilmente viene detto in questa politica che è fatta più di propaganda che di azioni concrete, più di proteste che di proposte.

Qui, lo ribadisco, le proposte non ci sono. Qui le proposte non ci sono! Questo è il problema che noi vogliamo segnalare oggi in discussione generale e poi faremo conseguentemente. È un tema che noi abbiamo fatto con concretezza e con la maturità che ci appartiene, perché questo facciamo. La propaganda la riserviamo agli altri. Abbiamo combattuto inutilmente in Commissione ambiente, dove non solo le minoranze, ma anche la maggioranza ha contribuito a portare un corposo documento migliorativo per implementare le lacune di questo atto.

Lo hanno detto anche i membri di maggioranza. Ora potrei raccontarvi la cronaca di quelle 11-12 ore di dibattito, di discussioni scoordinate, di pareri che non arrivavano e che mancavano, di tempi e modi non congrui, di forzature dei regolamenti, di una serie di modalità di gestione davvero imbarazzanti di questo problema, che è così importante per i presupposti che vi ho indicato prima. E poi andiamo a vedere che, di questi 423 emendamenti, ne sono stati approvati il 2 per cento, quindi il 98 per cento sono stati respinti. Lì c'erano, sì, la ricchezza di proposte concrete, articolate, motivate e circostanziate, non solo della minoranza, ma anche della maggioranza.

Ma, siccome bisogna portare avanti e a conclusione a tutti i costi, in maniera ottusa, questi provvedimenti, l'esito è stato che il 98 per cento di queste proposte, quindi la maggior parte… poi gli altri sono stati rimodulati per assecondare la volontà del conducente, perché è il Ministro dei Trasporti quello che, insomma, ha fatto questo tipo di lavoro. Chiaramente abbiamo visto che, insomma, nulla è stato portato in maniera concreta. Quindi, anche quel contributo di miglioramento proattivo e propositivo è stato negato.

L'esito è questo documento, che rimane ancora più scarno e ancora più vuoto. Ora, come dicevo prima, non parliamo di un banale giochino di quella pessima politica che è fatta di annunci e di pubblicità social. Parliamo di cose concrete. Quindi, non solamente noi dell'opposizione abbiamo osservato gli aspetti negativi di questa misura, ma è stata la Conferenza unificata Stato-regioni, in cui tutte le regioni italiane non si sono espresse favorevolmente e hanno bocciato questo provvedimento con le stesse motivazioni che abbiamo dato noi, a conferma che noi, l'ANCI, le regioni, l'Unione Inquilini e tutte quelle persone che conoscono e vivono sulla propria pelle questi problemi abbiamo percepito e confermato l'inutilità di questo provvedimento.

Ricordo a tutti quanti, laddove qualcuno volesse negarlo, che di 20 regioni italiane il 70 per cento è governato dalla destra. Cos'è che ha mosso le loro osservazioni, che sono le stesse che abbiamo portato noi? Alcuni aspetti che sono oggettivi. Andiamo un attimino a vederli. Per esempio, una delle circostanze - devo dire molto ricorrente e molto frequente, quella sì, in ogni provvedimento di questo Governo - è stata la risoluzione dei problemi non abitativi, non del contenitore, ma del contenuto. Quindi, anziché sui mattoni, ci si è soffermati e focalizzati sulle poltrone.

Come sempre, immancabilmente, compare l'ennesimo commissario, l'ennesimo commissario che ha potere di vita o di morte su tutti i provvedimenti, su tutti gli enti territoriali e su tutte le amministrazioni locali, bypassando e spianando tutto quel sistema organico di dialogo, di dibattito e di confronto che compete agli organismi che amministrano questa Nazione a tutti i livelli, da Roma alle regioni, alle province, ai comuni.

Quindi, un commissario dai poteri speciali non per risolvere, ma per assolvere alle necessità di quella che potrebbe diventare - temiamo che quella diventerà - un'ennesima opportunità per forzare e per incrementare speculazioni edilizie, che vanno ben oltre quelle che sono le maschere dei contenuti riportati in questo documento. Questo lo vediamo banalmente, vi cito un numero per tutti. Praticamente, uno dei problemi più grandi d'Italia è che la gente è in difficoltà quando un Governo non dà le risorse ai cittadini italiani e quando un Governo va ad investire sugli armamenti, sulle armi e sui rapporti sbagliati.

Queste cose portano a una difficoltà, cioè le persone non possono pagare gli affitti e diventano morosi incolpevoli. Allora, il Governo progressista nel 2021 stanziò 50 milioni di risorse per dare questa soluzione. Cosa prevede questa cosa per la morosità incolpevole nel 2027? Due milioni! Quindi vuol dire che, diviso i 12 mesi di affitto e i 30.000 che attualmente subiscono queste problematiche, dà 5,50 euro a persona, ossia 4 caffè! Questo è il provvedimento dei 4 caffè e su questo non c'è null'altro da aggiungere.

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il deputato Massimo Milani. Ne ha facoltà.

Prima di dargli la parola, saluto gli studenti e i docenti dell'Istituto comprensivo “Mahatma Gandhi” di Roma, plesso “Pennabilli”, e dell'Istituto “My School” di Civitanova Marche, in provincia di Macerata, che assistono ai nostri lavori dalle tribune (Applausi). Stiamo sostenendo gli interventi in discussione generale su questo provvedimento. Sono presenti, pertanto, in Aula, visto che le votazioni non sono previste per oggi, i deputati che sono iscritti a parlare per le loro considerazioni. Deputato Milani, a lei la parola.

MASSIMO MILANI (FDI). Grazie, Presidente. Colleghi, allora, siamo qui dopo diverse ore, come già raccontato dai relatori e anche da chi mi ha preceduto, di discussione in Commissione per parlare del Piano Casa. Un progetto importante, che il Governo Meloni ha varato da ultimo con questo decreto-legge, ma che parte da un lavoro di analisi attenta di diversi mesi. Allora, qual è l'obiettivo di questo nuovo Piano Casa? L'obiettivo è quello di aumentare rapidamente l'offerta di abitazioni a prezzi accessibili attraverso il recupero del patrimonio pubblico inutilizzato, la riqualificazione urbana e il sostegno all'edilizia sociale.

E a chi si rivolge questo piano? Si rivolge, innanzitutto, a quelle che potremmo definire le nuove fragilità, le nuove esigenze abitative, quindi in particolare ai giovani, ai giovani studenti universitari che spesso, per motivi di studio, si debbono spostare fuori sede e hanno bisogno di alloggi che possano costare poco e che consentano loro di vivere in un'altra città per poter conseguire il loro corso di studi; alle giovani coppie che già nell'ordinamento - sicuramente - sono agevolate in diverse leggi, ma c'è sempre bisogno, fortunatamente, di incentivare le giovani coppie e i progetti di vita e di formazione delle nuove famiglie.

Poi abbiamo - ahimè - anche i genitori separati, una nuova esigenza, una nuova emergenza sociale, ai quali questa norma dà attenzione.

Inoltre, una nuova grande fragilità che è quella degli anziani; e sappiamo tutti che la nostra società invecchia, invecchia rapidamente, e quindi si dà loro la priorità, in questo grande Piano di costruzione o, meglio, di rigenerazione urbana.

Entreremo più volte nel merito di questo tema ma, intanto, cominciamo a dire che l'obiettivo non è quello di cementificare, ma è quello di rigenerare l'esistente. Tant'è vero che, all'articolo 1, molto chiaramente si stabilisce che questi interventi debbano essere realizzati su patrimonio pubblico già esistente.

Ebbene, il problema abitativo - è stato censito - è molto ampio: noi oggi abbiamo circa 650.000 famiglie in attesa di un alloggio popolare e 1,4 milioni di persone attendono un alloggio di edilizia residenziale pubblica. Vengono emessi circa 40.000 sfratti all'anno e questo ci dà la dimensione di quanto il problema sia un problema sociale.

Peraltro, in altri provvedimenti si sta cercando, anche qui, di facilitare e semplificare: perché se, da un lato, bisogna dare una risposta, chiaramente, a coloro che - magari anche per morosità incolpevole - hanno la necessità di trovare un sostegno da parte della pubblica amministrazione, dall'altro lato, abbiamo anche la necessità che gli immobili privati vengano messi a disposizione. E, quindi, vi è anche un'attenzione in altri provvedimenti - non in questo - alla semplificazione degli sfratti per morosità. È un provvedimento molto importante che continuiamo a perseguire, che porteremo a casa e che - ne sono sicuro - darà un'offerta chiaramente non alle fasce sociali magari più deboli, ma darà un'offerta abitativa importante e potrà contribuire, sicuramente, a risolvere il problema di questa domanda abitativa.

Poi esistono, almeno 80.000-100.000 alloggi pubblici vuoti, vuoti perché necessitano di manutenzione, in quanto sono vecchi o sono stati costruiti negli anni Cinquanta, negli anni Sessanta, negli anni Settanta o non sono adeguati e vanno adeguati alle nuove normative, soprattutto di sicurezza con riferimento agli impianti elettrici, all'efficientamento energetico, eccetera. Quindi, non sono assegnabili.

E allora, questo è il quadro nel quale ci muoviamo. Ecco perché si è inteso varare questo programma straordinario per il recupero e la manutenzione dell'edilizia residenziale pubblica e sociale.

Quindi, il primo pilastro di questa norma è proprio questo: censire il patrimonio pubblico già destinato a questo genere di attività e che oggi non è utilizzabile, e dotare, quindi dotarsi, di strumenti utili per poterlo rimettere in circolazione; e rimetterlo, quindi, a disposizione degli enti preposti per poterlo dare in uso, in affitto, a chi ne ha diritto, secondo i criteri che la legge stabilisce.

Le risorse economiche destinate a questa parte del programma sono importanti: parliamo di 970 milioni, quindi quasi un miliardo, e queste risorse vanno a sostituire interamente quello che era il precedente piano, il cosiddetto “Piano Casa Italia”. Ma a queste risorse, che sono immediatamente disponibili, si vanno ad aggiungere anche ben altri 4,8 miliardi, fino a 4,8 miliardi, che sarebbe il 50 per cento del Fondo sociale per il clima; fondo chiaramente destinato anche, tra i vari obiettivi, all'efficientamento energetico e che quindi è assolutamente coerente con questo programma.

Quindi, una dotazione iniziale di ristrutturazione di circa un miliardo, ma anche successiva, nei prossimi sette anni - dal 2027 al 2034 - fino a 4,8 miliardi.

Ebbene, il soggetto attuatore chiamato a supportare questo programma governativo è individuato in Invitalia, che non dovrà essere un sostituto, come dire, rispetto a quelle che sono le competenze degli ATER, degli IACP, dei comuni e, in alcuni casi, delle stesse regioni, ma deve essere il soggetto che aiuta ad attuare questo programma attraverso la stipula di specifiche convenzioni che verranno poi a valle di bandi pubblici fatti per capire, dalle amministrazioni locali, dagli enti locali, dagli IACP e dagli ATER, quali sono le necessità.

Gestirà quindi le risorse e le distribuirà in base a criteri di priorità che poi, successivamente, in parte sono già definiti sicuramente anche in questa norma.

Il lavoro di Invitalia - che è un lavoro abbastanza complesso perché riguarda l'intero territorio nazionale - sarà agevolato e supportato da un Commissario straordinario che, non a caso - ho sentito molte critiche su questo - scadrà il 31 dicembre 2027. Ma qual è il ruolo di questo Commissario? Il ruolo è quello di predisporre un programma che Invitalia e i soggetti pubblici che ad essa si rivolgono andranno poi a svolgere. Quindi, il ruolo è un ruolo di ricognizione, di predisposizione di una graduatoria chiara per far partire nel più breve tempo possibile gli interventi di cui stiamo parlando, ossia, in particolare, quelli di ristrutturazione del patrimonio edilizio esistente.

Saranno favoriti, ovviamente, i progetti che riducono ulteriormente i canoni calmierati, e sicuramente quelli che recuperano gli immobili esistenti e che si inseriscono in programmi più ampi di rigenerazione urbana; tutto ciò, quindi, senza nulla togliere a quella che è la capacità di programmazione degli enti locali e dei comuni in particolare, e privilegiando quelle fasce sociali che dicevo prima - giovani, studenti e anziani - anche attraverso l'inserimento, con un potenziamento attraverso l'attività emendativa, di lavoratori, sia in ambito privato sia in ambito pubblico, i quali per necessità di lavoro si debbano spostare. Pensiamo ai lavoratori della scuola, agli insegnanti e a tutti coloro che partecipano all'educazione dei nostri giovani; pensiamo agli operatori nel campo sanitario che magari si devono spostare per esigenze di lavoro di città in città. Bene, soprattutto a queste fasce sociali di lavoratori viene dedicata anche qui una priorità, un'attenzione maggiore.

La seconda parte di questo Piano si rivolge invece alla realizzazione di nuovi interventi. E quindi qui, attraverso un altro importante soggetto pubblico, che è Invimit, prova a dare una mano alle amministrazioni locali, cercando non solo di attrarre fondi pubblici ma anche fondi privati, e andando a costruire dei fondi specifici per la realizzazione di nuovi interventi. Ricordo che parliamo sempre di trasformazione e recupero di tessuti urbanistici comunque già compromessi, già costruiti, già edificati e, attraverso lo strumento Invimit, si va a sostenere l'impegno degli enti locali per importanti piani di rigenerazione urbana.

Ovviamente, in questo caso, abbiamo come priorità il recupero di alloggi pubblici vuoti, magari destinati anche ad altre funzioni. E quindi i primi esempi che vengono in mente sono sicuramente vecchie caserme o possono essere anche ospedali o complessi a questo scopo dedicati in precedenza e che, oggi, non lo sono più; ma possono essere vecchi uffici pubblici che, oggi, magari, sono vuoti o lo sono, addirittura, in alcuni casi da decenni perché è cambiato anche il ruolo e l'erogazione dei servizi da parte della pubblica amministrazione; quindi molte volte gli spazi necessari per svolgere queste attività, che prima prevedevano molti impiegati, oggi sono ridotti e quindi si liberano molti contesti immobiliari che possono essere sicuramente trasformati.

Ovviamente, però, occorrono i fondi per farlo e quindi, oltre a quelli che il pubblico può mettere, si può pensare di coinvolgere ovviamente anche fondi privati. E ancor più questo avviene con il cosiddetto terzo pilastro che si rivolge non a quelle fasce sociali con un ISEE molto basso, che possiamo definire di edilizia residenziale pubblica o ERP; andiamo ad aggredire con il terzo pilastro le problematiche relative alla cosiddetta zona grigia, cioè di quelle famiglie che hanno un ISEE più alto rispetto a quello previsto per accedere all'ERS ma che, contemporaneamente, si trovano in difficoltà.

E questo terzo pilastro si pone l'obiettivo, attraverso operazioni di grande trasformazione urbana, di offrire case a prezzi calmierati, stipulando convenzioni con soggetti che saranno o si dimostreranno interessati a realizzare questo tipo di piani e che si impegneranno a dare almeno il 70 per cento degli immobili costruiti a uso abitativo, appunto, con valori calmierati. Questo è rivoluzionario; fino a oggi non c'era stato nessun programma così ambizioso.

L'edilizia convenzionata non è uno strumento nuovo, è uno strumento che nel nostro ordinamento è presente da decenni, ma mai si era arrivati a livelli di questo genere. Quindi, è una sfida ambiziosa, vedremo come il mercato risponderà a questo tipo di sollecitazione.

Il Piano, in sintesi, rifiuta l'espansione urbanistica incontrollata. Si pone l'obiettivo di convertire gli immobili esistenti o le aree comunque urbanizzate e che possono essere trasformate; si pone l'obiettivo di dare risposte a quelle fragilità che ho citato in precedenza e si pone l'obiettivo anche di farlo attraverso importanti semplificazioni. Una cosa, anche qui innovativa, è che per realizzare questi piani, quando sono complessi, abbiamo una struttura commissariale; quando sono più semplici, comunque si potranno attuare sempre con segnalazione certificata e, quindi, sono, diciamo, estremamente facilitati.

C'è un'ultima cosa - e concludo - che voglio ricordare: ho sentito che c'è stata poca discussione. Ebbene, gli emendamenti approvati in Commissione sono 20, non sono esattamente pochi.

Alcuni - anche molto importanti - aprono, per esempio, a una fascia che era stata vagamente accennata nel provvedimento, ma che, invece, viene richiamata in almeno tre provvedimenti in maniera importante: mi riferisco a quella del personale della pubblica amministrazione che svolge attività per le Forze armate e per l'Arma dei Carabinieri in particolare, ma anche per altre forze del Ministero dell'Interno.

PRESIDENTE. Concluda.

MASSIMO MILANI (FDI). Quindi si è inteso aumentare questa possibilità.

In sostanza, signor Presidente, concludo semplicemente dicendo che questo è un grande Piano non solo per il rilancio dell'edilizia e per la risposta alle esigenze abitative, ma è un grande Piano anche per attuare finalmente la rigenerazione urbana di cui tante volte si è parlato e per attrarre, soprattutto, anche investimenti privati, destinati a questi importanti Piani di rigenerazione.

Con il supporto agli enti locali - non in sostituzione, come pure ho sentito in alcuni interventi - ma, al contrario, lo Stato dà un obiettivo strategico e pone strumenti a supporto degli enti locali per poter realizzare questo ambizioso Piano.

PRESIDENTE. È iscritta a parlare la deputata Sara Ferrari. Ne ha facoltà.

SARA FERRARI (PD-IDP). Grazie, Presidente. Colleghe e colleghi, membro del Governo, il rapporto nazionale della Caritas in questi giorni ci ha parlato di un più 200 per cento di persone che hanno avuto bisogno di aiuto, più 200 per cento gli over 65 e tutto questo all'interno di una serie di bisogni che vanno da quelli sanitari al problema della casa, alla solitudine e a quelli che sono poveri, pur lavorando.

Ecco, qui dentro c'è scritto a chiare lettere che “resta molto forte anche il tema abitativo, non soltanto nella forma più estrema della mancanza di una dimora - sono state oltre 24.000 le persone senza casa e senza tetto incontrate”, da Caritas, “ma anche nelle crescenti difficoltà legate alla gestione della casa: affitti, utenze, spese ordinarie, condizioni abitative precarie e inadeguate. L'abitare continua così a rappresentare” - scrive Caritas - “uno degli snodi più delicati della povertà in Italia, perché incide sulla stabilità delle famiglie, sulla salute, sui percorsi educativi e sulla possibilità stessa di progettare il futuro”.

Ecco, dentro a tutto questo, ci troviamo qui, oggi, a discutere un provvedimento Meloni-Salvini che è un decreto che si chiama Piano Casa ed è, in realtà, a nostro avviso, un bluff rispetto a un'emergenza reale che ho appena illustrato, con limiti strutturali in questa proposta e, addirittura, il rischio di aggravare un'emergenza abitativa nell'incapacità di dare le risposte più giuste.

Inizio a illustrare la nostra profonda, ferma e motivata contrarietà dal tema di metodo, che è un insulto, l'ennesimo insulto al dibattito parlamentare. Ci avete costretto a discutere un provvedimento che impatta sulla vita di milioni di cittadini comprimendo i tempi in Commissione: meno di una settimana per uno straordinario pilastro di questa legislatura che dovrebbe essere questo Piano Casa. Un esame lampo, una corsa al buio in cui non avete voluto ascoltare nessuno. E il risultato qual è? Il 98 per cento degli emendamenti bocciato. Ho sentito dire, poco fa, che ben 20 sono stati quelli approvati, esattamente su 413 presentati. E, se vogliamo restare agli emendamenti, forse è bene ricordare che in queste settimane dalla presentazione alla discussione di questi giorni ci sono stati veramente molti momenti in cui questo provvedimento è stato il campo di confronto delle vostre divisioni politiche all'interno della coalizione.

Ad un certo punto è stata addirittura presentata e poi ritirata fortunatamente - o meglio, anche a seguito di numerose proteste anche nostre - una proposta di Forza Italia che era un condono mascherato e che, grazie alla nostra mobilitazione, ha fatto sì che quella che rischiava di essere una proposta pericolosa, che avrebbe potuto aprire la strada a nuove sanatorie e abusi in aree vincolate, è stata ritirata.

Così come è stato ritirato ieri un emendamento che, in pompa magna, era stato annunciato avrebbe portato 1,2 miliardi di euro di risorse del PNRR a Cassa depositi e prestiti, che erano inizialmente previsti per l'efficienza ferroviaria, da destinare poi ad alloggi sociali. E avete dovuto ritirarlo perché oggettivamente, al momento, quella spesa non è autorizzabile.

Bene, dentro a tutto questo, finalmente, se vogliamo restare sugli emendamenti, solo ieri pomeriggio, in limine mortis, proprio all'ultimo, avete dovuto correggere - grazie soprattutto alle proteste dell'opposizione, ma anche delle regioni, che hanno bocciato questo provvedimento all'interno della Conferenza delle regioni - quella previsione infausta, per cui le risorse dell'alienazione dell'edilizia residenziale pubblica - quella delle regioni, dei comuni e dei territori nei quali le amministrazioni locali cercano di dare risposte al bisogno di povertà dei cittadini - venivano destinate anziché a questo stesso provvedimento, quindi anziché effettivamente alla rimessa in circolo di edilizia residenziale pubblica, al risanamento dei conti pubblici e del debito dello Stato, esautorando le amministrazioni locali dalla possibilità di dare quelle risposte e andando a negare totalmente l'obiettivo che avete annunciato con questo bluff del Piano Casa.

Ieri pomeriggio, proprio all'ultimo, questo emendamento ha modificato tale previsione e ha rinviato la condivisione - così come molti emendamenti nostri avevano chiesto: bocciati - di dare alle regioni e agli enti locali la responsabilità di condividere dove andare ad allocare quelle risorse. Quindi, quell'emendamento ha previsto che quella destinazione sarà condivisa in sede di Conferenza unificata Stato-regioni.

Veniamo ora, però, al bluff generale di questo Piano Casa, perché questo Piano non è la risposta strutturale che l'Italia si aspetta. Avete annunciato in pompa magna uno stanziamento di 10 miliardi di euro, ma la verità, che emerge chiaramente dalle carte, è che non c'è un solo euro di liquidità nuova immesso nel sistema. Siamo di fronte all'ennesima operazione di maquillage contabile: avete preso soldi che erano già destinati ad altre politiche fondamentali - dal Fondo sviluppo e coesione al Programma Metro Plus, dai residui del PNRR al Fondo sociale per il clima - e li avete semplicemente ribattezzati. E per giunta, la quota del Fondo sociale per il clima è un'incognita totale, bloccata in attesa di un via libera da Bruxelles che ancora non c'è.

La Presidente del Consiglio ha sbandierato l'obiettivo minimo di 100.000 alloggi in 10 anni, ma basta leggere il testo per scoprire l'inganno: di questi, ben 60.000 derivano semplicemente dal recupero del patrimonio già esistente. Non state creando nuova offerta pubblica, state solo promettendo di aggiustare quello che già c'è senza, tra l'altro, rafforzare la capacità amministrativa dei territori per farlo davvero. I dati ci dicono che in Italia ci sono 650.000 famiglie in graduatoria per una casa popolare: parliamo di quasi 1,5 milioni di persone. E la vostra risposta, in 10 anni, copre a malapena una frazione minima di questo bisogno.

Ma il paradosso più doloroso e inaccettabile è un altro: nel momento di massima crisi, invece di espandere l'edilizia residenziale pubblica, voi aprite la strada alle dismissioni e alle privatizzazioni. Avete inserito quella norma che prevedeva la vendita delle case popolari per destinare i proventi alla riduzione del debito pubblico. Bene, ho già detto: se non altro ieri, all'ultimo minuto, su quello siete corsi ai ripari. Avete dovuto fare una marcia indietro che vi abbiamo continuato a chiedere inutilmente, finché poi, alla fine, sono state le regioni fortunatamente a fermarvi.

Avete disegnato una governance che toglie potere ai territori. Accentrate tutto in strutture romane dando poteri dominanti a Invitalia e Invimit e abusando dello strumento dei commissari straordinari con deroghe selvagge. Questo decreto non parla ai comuni, non parla ai sindaci, non parla alle periferie. È una politica abitativa selettiva scritta su misura per i grandi operatori finanziari, con grande rischio di speculazione immobiliare. Lasciate che sia il mercato privato a dettare le regole del gioco, rinunciando al ruolo dello Stato. Ma il mercato fa il suo dovere, che è quello del profitto, mentre lo Stato dovrebbe fare il proprio: garantire il diritto all'abitare come prestazione sociale fondamentale. E qui, invece, voi quel diritto lo state cancellando, lasciando campo libero alla rendita e alle speculazioni, perché avete nel frattempo azzerato i fondi che davano ossigeno immediato alle famiglie: nessuna risorsa per il Fondo affitti, nessuna risorsa reale per il Fondo morosità incolpevole. Qui ribadisco che questo decreto-legge reca misure che dovrebbero affrontare l'emergenza abitativa, ma non affrontano in modo strutturale le cause dell'emergenza abitativa: non prevedono un rafforzamento delle politiche di edilizia residenziale pubblica e di rigenerazione urbana e si fondano prevalentemente sulla riprogrammazione di risorse già esistenti, appunto come detto, senza destinare adeguati nuovi investimenti alla riqualificazione del patrimonio abitativo pubblico.

L'andamento crescente del numero di sfratti per morosità rappresenta un indicatore allarmante della gravità del disagio abitativo che colpisce un numero sempre più ampio di famiglie, giovani, studenti, lavoratori e nuclei monoreddito. Il Governo conferma di non voler affrontare l'emergenza abitativa e di ignorare le condizioni di chi cerca un'abitazione a canoni sostenibili, di chi attende da anni una casa popolare e di chi vive il dramma degli sfratti senza alcuna soluzione alternativa.

Il Fondo nazionale per il sostegno all'accesso alle abitazioni in locazione non viene rifinanziato dal 2023. Nel 2026 siamo, quindi, al quarto esercizio finanziario senza rifinanziamento statale. L'ultimo stanziamento statale risale al 2022, quando il Fondo fu portato a 330 milioni di euro, dunque prima del vostro arrivo.

La scelta operata da questo decreto di istituire un nuovo Fondo per la morosità incolpevole destinato esclusivamente agli inquilini dell'edilizia residenziale pubblica, azzerando il Fondo esistente per i morosi incolpevoli del mercato privato per indebolire ulteriormente la già precaria sostenibilità economica del sistema, scarica sui comuni, privati di adeguati strumenti finanziari e normativi, il gravoso compito di gestire ogni giorno le difficoltà dei cittadini. Quindi, l'assenza di questo adeguato intervento statale si scarica, appunto, sugli enti locali, costretti a supplire con risorse proprie o mediante indebitamento, aggravando, dunque, anche le disuguaglianze territoriali e indebolendo la capacità di programmazione locale. È su questo che la Conferenza delle regioni ha motivato il proprio parere negativo, evidenziando, tra le principali carenze del testo, la totale assenza di tutele economiche dirette per i locatari del mercato privato, derivante dal mancato rifinanziamento degli storici strumenti statali di supporto alle locazioni.

Quindi, noi vi abbiamo chiesto e continueremo a chiedervi, nonostante poniate oggi la fiducia su questo decreto, di accompagnare quelle misure recate in questo provvedimento con ulteriori interventi normativi a sostegno dei soggetti più fragili per ripristinare e rifinanziare con urgenza, a partire dal primo altro provvedimento utile, a questo punto, gli stanziamenti relativi al Fondo nazionale per il sostegno all'accesso alle abitazioni in locazione, cioè il contributo affitti, e al Fondo destinato agli inquilini morosi incolpevoli, perché li riteniamo strumenti indispensabili da inserire in una strategia nazionale al fine di mitigare l'impatto del caro affitti e prevenire l'aggravarsi di quell'emergenza sociale causata dalle procedure di sfratto delle famiglie in condizioni di maggiore fragilità economica.

Ebbene, il Partito Democratico ha presentato, in questo provvedimento, moltissimi emendamenti che non erano ostruzionistici, ma… Che succede?

PRESIDENTE. C'è stato un cattivo funzionamento del conta minuti. Prego, prosegua.

SARA FERRARI (PD-IDP). Quanto tempo ho, Presidente?

PRESIDENTE. Ancora quattro minuti.

SARA FERRARI (PD-IDP). Grazie. Dunque, il Partito Democratico ha presentato moltissime proposte costruttive per avere risorse certe e fresche, che chiedevamo fossero recuperate, almeno per 2 miliardi di euro, da quell'assurdità ormai ridicola, agli occhi di tutti, che è il ponte sullo Stretto, per blindarli e destinarli, per almeno il 70 per cento, alla riqualificazione delle case popolari esistenti. Abbiamo chiesto il rifinanziamento, come dicevo, del Fondo nazionale affitti con 700 milioni di euro annui, cioè vero rifinanziamento, e il Fondo morosità incolpevole con 200 milioni per il prossimo triennio, bloccando lo svuotamento totale che voi continuate a tenere vivo.

Abbiamo chiesto che non ci siano svendite; abbiamo chiesto trasparenza, legalità e consumo di suolo zero; abbiamo chiesto lo stop ai superpoteri dei commissari, il rispetto del codice degli appalti e un vincolo di consumo di suolo zero, imponendo il riuso di aree dismesse e vietando le speculazioni in zone agricole; abbiamo proposto modelli innovativi, come una riserva del 25 per cento di alloggi assistiti per i nostri anziani over 65; abbiamo proposto un fisco amico degli inquilini; proponevamo di abbassare l'IVA al 5 per cento per l'edilizia convenzionata; di estendere la cedolare secca al 10 per cento per i canoni concordati in tutta Italia e di premiare, con sconti IMU e cedolari, i proprietari che riducono l'affitto di almeno il 30 per cento, fino ad arrivare a un bonus di 2.000 euro per i conduttori di alloggi sociali.

Aggiungo qui che avete ignorato del tutto in questo provvedimento anche il tema drammatico degli affitti brevi che svuotano le nostre città e che stanno rendendo impossibile a famiglie, giovani, lavoratori e studenti la possibilità di abitare dentro le città in cui lavorano. Ebbene, tutto questo è stato ignorato. Avete preferito la fretta alla qualità, l'arroganza ideologica, come sempre, al bene comune. Questo provvedimento non risolverà la crisi abitativa, non fermerà la crescita dei canoni, non aiuterà le famiglie sotto sfratto, non darà una casa a chi è in graduatoria da anni.

È un manifesto elettorale scritto, purtroppo, sulla pelle delle fasce più deboli del Paese. Per queste ragioni di metodo e di merito, il Partito Democratico voterà convintamente “no” a questo decreto. Noi vogliamo continuare a stare dalla parte dei cittadini, dei territori e del diritto inalienabile ad avere un tetto sopra la testa con dignità (Applausi del deputato Casu).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il deputato Alessandro Battilocchio. Ne ha facoltà.

ALESSANDRO BATTILOCCHIO (FI-PPE). Grazie, Presidente. Sottosegretario Ferrante, onorevoli colleghi, ci troviamo di fronte a uno dei provvedimenti più importanti di questa legislatura. È merito indiscusso del Governo di centrodestra avere rimesso la casa al centro dell'agenda politica, dopo anni di vuoto, con risorse e competenze chiare, come da sempre Forza Italia sostiene. Il Piano Casa è una risposta concreta al bisogno abitativo degli italiani, con rigenerazione urbana, sociale, economica, ma anche ambientale ed energetica, con il rilancio del social housing.

Si tratta di un cambio di paradigma: per la prima volta, l'abitare viene riconosciuto come priorità strutturale di politica pubblica e come componente di una più ampia politica industriale. Il Piano Casa non è un punto di arrivo, ma di partenza, per una politica che investa su più settori del comparto immobiliare, ma, soprattutto, investa sulla qualità, nella vivibilità, nell'efficienza costruttiva e nella programmazione delle nostre città.

Nonostante l'Italia, infatti, conti oltre 35 milioni di alloggi, la domanda insoddisfatta resta elevata, specialmente nelle aree urbane e per le fasce a reddito medio-basso. Questa contraddizione sottolinea una forte asimmetria tra domanda e offerta, resa ancora più acuta da un mercato della locazione debole. Appena il 13,1 per cento delle abitazioni è in affitto contro il 33,3 della Francia e il 53,8 della Germania. L'attenzione di questo Piano Casa è, quindi, concentrata sui fabbisogni abitativi dei giovani, degli studenti universitari, dei lavoratori fuori sede, ivi compreso il personale pubblico dei settori scuola, sanità e comparto sicurezza, delle giovani coppie, dei genitori separati e degli anziani fragili.

Il provvedimento al nostro esame, come sappiamo, si compone e si regge su 3 pilastri: il primo pilastro è un programma straordinario di interventi per il recupero e la manutenzione del patrimonio attuale di edilizia residenziale pubblica e sovvenzionata; un secondo pilastro prevede la concentrazione, in un apposito strumento finanziario gestito da INVIMIT SGR, delle risorse di derivazione europea e nazionale che sono oggi destinate all'housing sociale e all'emergenza abitativa nei vari livelli di governo; un terzo pilastro riguarda le misure volte a favorire programmi infrastrutturali di edilizia integrata, con l'obiettivo prioritario di costruire alloggi da affittare o vendere ai cittadini a prezzi calmierati.

Un ultimo accenno alle proposte. Il provvedimento punta sul recupero del patrimonio di edilizia residenziale pubblica già esistente, con un programma da 970 milioni di euro tra il 2026 e il 2030 e con Invitalia come soggetto attuatore. Altre risorse, quasi 5 miliardi fino al 2034, arriveranno dal Fondo sociale per il clima e dal Fondo per la rigenerazione urbana, nato con la legge di bilancio del 2020. Ulteriori risorse per 8,5 milioni di euro andranno al Fondo affitto studenti fuori sede con basso ISEE e 50 milioni sono destinati, nel prossimo triennio, per gli alloggi del comparto sicurezza.

Concludo ricordando che Forza Italia ha messo in campo una serie di emendamenti per migliorare il Piano Casa. Ci tengo a ringraziare la relatrice Mazzetti e il relatore Iaia per il grande lavoro che hanno portato avanti (Applausi dei deputati del gruppo Forza Italia-Berlusconi Presidente-PPE). Ribadiamo la nostra assoluta volontà di mettere il tema casa, dello sviluppo, della rigenerazione urbana, al centro della nostra azione politica. Per noi la casa è sempre stata al centro della nostra politica e siamo qui a dimostrarlo con fatti concreti.

Forza Italia porterà avanti le sue proposte ulteriori in materia, tra le quali, oltre alla già citata rigenerazione urbana e al codice dell'edilizia, la cedolare secca sulle locazioni commerciali e zero tasse sulla prima casa per gli under 35. Dunque, siamo qui per esprimere il nostro apprezzamento a questo testo, che certamente era perfettibile e che sicuramente sarà migliorato con la sua applicazione nei territori. Forza Italia porterà avanti ancora le sue battaglie ed è pronta a continuare a dare un contributo in questa direzione (Applausi dei deputati del gruppo Forza Italia-Berlusconi Presidente-PPE).

PRESIDENTE. È iscritta a parlare la deputata Elisabetta Piccolotti. Ne ha facoltà.

ELISABETTA PICCOLOTTI (AVS). Grazie, Presidente. Stando qui in quest'Aula si ascoltano molte cose e molte frasi che sembrano proclami. Abbiamo sentito dire che questo è il più importante provvedimento della legislatura. Ebbene, devo dire che, ai nostri occhi, questo non solo non è il più importante provvedimento della legislatura, ma è il più grande bluff della legislatura. È, infatti, un provvedimento che arriva in straordinario ritardo, cioè arriva alla fine della legislatura, dopo anni in cui noi abbiamo vissuto una crisi inflattiva potentissima, che ha eroso in maniera profonda il potere d'acquisto dei salari. Voglio ricordare a tutti che, secondo Istat, non secondo Alleanza Verdi e Sinistra, i salari degli italiani, tra il 2021 e il 2025, hanno perso l'8 per cento del loro valore. Quindi, è quasi come se avessero visto andare in fumo l'intera tredicesima. Nel frattempo, i prezzi delle case e i canoni di affitto sono aumentati vertiginosamente fino a occupare tra il 30 e il 50 per cento della capacità di spesa delle famiglie.

È una situazione drammatica che è stata registrata anche nei dati che riguardano l'aumento incredibile degli sfratti per morosità incolpevole, cioè degli sfratti di quelle famiglie che non hanno pagato gli affitti non perché non hanno voluto o perché hanno voluto fare le furbe, ma semplicemente perché non erano più nella condizione economica di poterli pagare. Ecco, dopo questa tempesta incredibile, dopo questo dramma sociale che ha colpito l'Italia, alla fine della legislatura, arriva il Governo, vara un provvedimento che chiama Piano Casa e dice che metterà a disposizione degli italiani 100.000 alloggi in 10 anni. Cioè, sostanzialmente il Governo sta dicendo: noi approviamo queste norme, ma la loro realizzazione, i loro effetti e il benessere che potrebbe portare - perché poi vedremo che non è così - al tessuto sociale italiano lo vedremo fra 10 anni, lo vedranno i Governi che seguono. È davvero imbarazzante questa affermazione, perché, innanzitutto, 10 anni sono tantissimi. Non lo so: andiamo a chiedere a chi è in affitto, a chi non riesce a pagarlo, a chi è sotto sfratto, se gli vada bene ricevere un alloggio fra 10 anni. Ma soprattutto 100.000 alloggi sono nulla rispetto alle reali esigenze del Paese, considerato che le persone in grave disagio abitativo sono 1,5 milioni e nelle graduatorie attuali per l'edilizia popolare, che non vengono evase, a volte anche da decenni, ci sono tra le 350.000 e le 650.000 famiglie. Quindi, stiamo parlando di un provvedimento che anche nei dati del Governo non produrrà alcun effetto risolutivo di questa situazione.

Poi entriamo nel merito perché il primo pilastro riguarda il recupero di circa 60.000 alloggi di edilizia residenziale pubblica oggi non assegnabili: si promettono 100.000 alloggi in 10 anni, di questi 100.000, 60.000 sono già esistenti e semplicemente da ristrutturare. Anche volendo sforzarci di considerare positivamente questo obiettivo, perché sono decenni che protestiamo per la cattiva gestione degli immobili pubblici in tutta Italia; sappiamo che in Lombardia c'erano migliaia e migliaia di appartamenti abbandonati con funzionari della regione che non sono mai nemmeno andati a controllare come fossero gestiti per più di un decennio. Ebbene, le tempistiche annunciate dal Governo, un anno, secondo il Ministro Salvini, che è un vero primatista degli annunci che poi si rivelano del tutto inattendibili, questo anno appare del tutto irrealistico al pari degli altri proclami a cui questo Esecutivo ci ha abituato. Si tratta, infatti, di un intervento che, anche se realizzato, risponderebbe solo a una minima parte della domanda inevasa e del fabbisogno reale e le risorse stanziate, se va bene, bastano a recuperare 35.000 alloggi e non certo in un anno, come ha dichiarato il Ministro Salvini. Ancor più grave è il fatto che non si riscontra alcuna strategia strutturale di rilancio dell'edilizia pubblica. Al contrario, nella vostra proposta, si intravede un progressivo smantellamento del settore attraverso meccanismi di riscatto degli alloggi da parte degli assegnatari e una crescente marginalizzazione del ruolo pubblico. L'edilizia residenziale, al contrario, dovrebbe essere considerata un'infrastruttura sociale strategica ed essenziale da rafforzare con finanziamenti stabili, che qui non si vedono, e regole chiare, che qui non si vedono, e non da ridimensionare per lasciare spazio al mercato.

Fa abbastanza specie ascoltare gli interventi che ho sentito qui in Aula, perché, per esempio, il collega di Fratelli d'Italia - poi ci verremo -, alla fine del suo intervento, ha sostenuto che questo Piano Casa serve ad attrarre investimenti privati per riaprire il mercato. Ecco, noi siamo dell'opinione opposta. Non abbiamo bisogno di nuove speculazioni e di operazioni che mettono a disposizione dei privati risorse pubbliche, promettendo affitti calmierati che poi si riveleranno, invece, essere spesso e volentieri persino a prezzi più alti rispetto a quelli di mercato. Poi vedremo cosa è accaduto con le residenze universitarie finanziate col PNRR. Abbiamo bisogno di investimenti pubblici, immobili pubblici e regole chiare che sostengano i comuni e le regioni nella loro gestione.

Ecco, le regole chiare non ci sono, però ci sono dei commissari straordinari che vengono dotati dalla vostra norma di poteri derogatori amplissimi che rappresentano l'ennesima scorciatoia per aggirare le autonomie locali, svilire il ruolo dei comuni e delle regioni e nascondere le inefficienze dell'amministrazione ordinaria senza risolverle.

L'articolo 3 del provvedimento, infatti, individua la figura del commissario e quella del subcommissario che potranno operare in deroga a tutto - questo è davvero inquietante - e decidere autorizzazioni urbanistiche anche in aree vincolate, non rispettando i piani regolatori decisi dai comuni, i vincoli idrogeologici e gli standard urbanistici. Alla faccia del fatto che non state promuovendo una nuova cementificazione! Il Governo ha previsto, inoltre, di dare un compenso annuo di 416.000 euro al commissario, derogando al tetto massimo previsto nella pubblica amministrazione per motivi che non conosciamo, e di 248.000 euro per il subcommissario. È, come al solito, la moltiplicazione dei posti e dei compensi milionari fatta con l'alibi dell'emergenza casa che è un drammatico problema sociale che meriterebbe maggiore considerazione e rispetto.

Per quanto riguarda il commissario straordinario, questi, per l'esercizio dei propri compiti, potrà avvalersi della SIMICO, la società costituita per la realizzazione del Piano delle opere olimpiche Milano-Cortina 2026. Torniamo su questo punto perché abbiamo già assistito qualche mese fa, in quest'Aula, ad una vergognosa contesa fra la Lega e Fratelli d'Italia che riguardava la proroga delle attività della SIMICO anche dopo l'evento di Milano-Cortina 2026, perché, come ci siamo accorti in Commissione, la lamentela della Lega era rivolta a Fratelli d'Italia e riguardava l'opportunità di affidare consulenze e progetti attraverso Sport e Salute. Quindi, la Lega stessa chiedeva “perché noi no?” e diceva “vogliamo che la SIMICO possa continuare a fare appalti anche dopo la fine della sua missione”. Avete trovato il modo per prorogare questa macchina per gli investimenti, nel migliore dei casi; macchina per distribuire soldi e consulenze nel peggiore, visto che nella SIMICO non c'è, guardando lo statuto costitutivo della società, alcuna finalità che possa avere nulla a che fare con un piano di recupero delle case popolari e sociali di proprietà pubblica.

Quindi, davvero, nei gangli di questo provvedimento ci sono norme che destano scalpore e grande inquietudine.

Ma veniamo al secondo pilastro, che è quello relativo al cosiddetto social housing, che ripropone modelli già sperimentati in passato e che hanno dimostrato tutti i loro limiti. Il sistema dei fondi, che viene gestito attraverso Invimit, rischia di produrre, ancora una volta, interventi episodici, incapaci di rispondere ai bisogni delle fasce più fragili e orientati, invece, verso quella parte più solvibile della cosiddetta fascia grigia. Ecco, senza una forte regia pubblica, senza limiti ai profitti e senza un controllo rigoroso sui prezzi e sulle destinazioni d'uso, il rischio è evidente: trasformare l'edilizia sociale in un nuovo terreno di rendita immobiliare. Un capolavoro che solo questo Governo poteva immaginare: lo Stato, invece di guidare e programmare, abdica al proprio ruolo e delega al mercato la soluzione di problemi che il mercato stesso ha contribuito a creare, perché, se il mercato fosse capace di risolverli, oggi non saremmo qui a fare questa discussione. E, basta guardare all'esperienza recente degli studentati finanziati con il PNRR - di cui dovremmo discutere nei prossimi mesi - perché, all'inizio della legislatura, noi di Alleanza Verdi e Sinistra denunciammo un meccanismo che dava i soldi ai privati per fare delle speculazioni e, alla fine della legislatura, dopo la realizzazione dell'intervento, vedrete che potremo dimostrare che questa è la realtà: quegli studentati non servono a dare affitti a prezzi calmierati agli studenti delle università italiane, ma servono a qualcuno per guadagnarci, dopo aver, tra l'altro, acquisito risorse pubbliche molto importanti.

Poi veniamo al terzo pilastro, che introduce un sistema di semplificazioni e incentivi per attrarre investimenti privati, anche qui. Emergono sempre delle criticità profonde: la promessa di alloggi a prezzi ridotti del 33 per cento rispetto al mercato non è accompagnata da una definizione chiara dei parametri e rischia di essere del tutto insufficiente, soprattutto nelle aree a più alta tensione abitativa, dove i prezzi sono ormai fuori controllo. La stessa Lega delle cooperative, che è un soggetto di mercato sostanzialmente privato, su questo punto ha espresso una criticità, affermando che se teniamo conto dei prezzi di mercato, che ora sono fra i 15 e i 20 euro al metro quadro nelle aree a maggiore tensione abitativa, offrire alloggi sociali o convenzionati a 12-14 euro al metro quadro può essere considerato offrire alloggi accessibili? A noi pare che la soluzione non possa essere questa. Si tratta di piccoli sconti sui prezzi di mercato, che, però, non sono comunque sufficienti a offrire l'accesso a un lavoratore povero che ha uno stipendio basso.

A fronte di 8 milioni di abitazioni sfitte, il Governo e la sua maggioranza, decidono, quindi, di utilizzare questa emergenza sociale, per consentire ai fondi immobiliari, anche esteri - e noi sappiamo che c'è una discussione della maggioranza sui fondi esteri che devono finanziarie questa grande operazione speculativa -, di investire oltre un miliardo di euro per avere semplificazioni urbanistiche, mentre il commissario straordinario potrà anche facilitare la devastazione ulteriore del territorio. Prova di questa volontà è l'emendamento dei relatori, che poi è stato ritirato, con cui si chiedeva di prevedere che gli immobili di proprietà dello Stato, degli enti territoriali e delle altre pubbliche amministrazioni, anche ad uso abitativo, non utilizzati, non redditizi, non strumentali o sottoutilizzati, potessero essere ceduti, anche separatamente, con le modalità di cui all'articolo 11-quinquies, comma 1, del decreto-legge del 2005, ossia con vendita a trattativa privata effettuata per il tramite dell'Agenzia del demanio. Ovvero stavate progettando - poi non ci siete riusciti, per l'opposizione e le proteste non solo dei parlamentari dei partiti di opposizione, ma anche degli enti locali e delle regioni - una gigantesca dismissione di patrimonio pubblico che, invece, servirebbe ad affrontare l'emergenza abitativa che è in corso.

Tra le misure di semplificazione che venivano richiamate, c'era anche la possibilità di ricorrere allo strumento della Conferenza dei servizi semplificata, a cui partecipano tutte le amministrazioni interessate, allo strumento degli accordi di programma, per la valorizzazione, la vendita e il conferimento di beni immobili. Ancora una volta, il Governo dimostra una visione sbilanciata, che non ha mai risolto alcun problema sociale in questo Paese, verso l'intervento privato, per il semplice motivo che il privato fa il suo mestiere, deve produrre utili, ma lo Stato dovrebbe farne un altro, soprattutto quando approccia problemi di carattere sociale, cioè problemi su cui non si possono fare utili, perché non si può tentare di fare utili sulla povertà delle persone.

Ed è surreale che si abbia avuto il coraggio, in quest'Aula, di dire che le norme che servono a velocizzare gli sgomberi che intervengono sulle situazioni di morosità sono norme che servono a risolvere la crisi abitativa. Cioè, voi buttate fuori dalle case persone che sono morose dal punto di vista del pagamento dell'affitto, incolpevoli perché non hanno i soldi per pagare l'affitto, le mettete per strada - perché non avete scritto nessuna norma per il passaggio da casa a casa, non avete finanziato il Fondo affitti e avete tagliato i fondi sulla morosità incolpevole - e, secondo voi, questa - è stato detto oggi - è la soluzione per liberare appartamenti che potranno risolvere la crisi abitativa. La crisi abitativa di chi? Non certo di quelli che vengono buttati fuori, senza altra soluzione, da questo Governo.

Si continua, quindi, a incentivare l'acquisto e non l'affitto calmierato, anche attraverso garanzie sui mutui, mentre si ignora la necessità di rafforzare un'offerta di affitti a canone sociale e agevolato. Questo decreto-legge, che reca il Piano Casa, è infarcito di parole quali “alloggi sostenibili”, “prezzi accessibili” oppure “canoni calmierati”, però non indica mai cosa si intende con queste definizioni e come si individuano tali affitti, lasciando, di fatto, la definizione degli affitti di “alloggi sociali convenzionati” o di “edilizia integrata” alla determinazione dei soggetti privati attuatori.

Una delle criticità più gravi riguarda infine l'assenza di risorse, come ho detto prima, per il Fondo di sostegno all'affitto e per quello per la morosità incolpevole. Azzerati da anni. Azzerati. È grave, perché vuol dire che avete lasciato ai comuni e alle regioni - molte delle quali in mano al centrodestra e che protestano contro il Governo nazionale - il compito di far fronte a situazioni di criticità abitativa senza avere i soldi per farlo. Avete lasciato decine di migliaia di persone in situazioni insostenibili e ingiuste. E questo lo avete fatto mentre introducete le norme per accelerare gli sfratti, perché è chiaro che chi è povero è colpevole e, quindi, va anche buttato fuori di casa. Oggi gli sfratti sono quasi esclusivamente per morosità incolpevole: parliamo di circa 40.000 famiglie ogni anno, di cui oltre 20.000 subiscono l'esecuzione con la forza pubblica, spesso senza alcuna alternativa abitativa. Questo Piano Casa non parla a queste famiglie, non parla alle famiglie in graduatoria per un alloggio popolare, non parla al milione di famiglie in povertà assoluta che vivono in affitto, non parla ai lavoratori poveri, non parla alle persone senza fissa dimora, mentre nel nostro Paese queste continuano a morire per strada: sono oltre 400 ogni anno e ad oggi, nel 2026, risultano 165 le persone senza fissa dimora morte, e ignorate del tutto da questo provvedimento.

Come dicevo, anche le regioni hanno espresso forti perplessità, hanno rinviato il parere in sede di Conferenza unificata, hanno denunciato la mancanza di attenzione al fabbisogno reale, l'assenza di finanziamenti per il sostegno all'affitto e l'eccessivo accentramento nelle mani di un solo commissario straordinario, che può agire con forti deroghe.

Questo vostro Piano Casa sarà un completo fallimento. Per fortuna non farà danni prima della fine della legislatura, ma ci sarà presto un nuovo Piano Casa, che definiremo in un percorso veramente partecipativo con le regioni, con gli enti locali, con le parti sociali, con i sindacati degli inquilini, con il Terzo settore, con le associazioni di studenti e le cooperative. Non sarà il Piano Casa dell'attuale Governo, che strizza l'occhio alla finanza immobiliare, che finanzia con ingenti risorse pubbliche, ma sarà un Piano Casa strutturale e programmatico, che metterà al centro il diritto all'abitare.

PRESIDENTE. È iscritta a parlare la deputata D'Orso. Ne ha facoltà.

VALENTINA D'ORSO (M5S). Grazie, Presidente. A maggio del 2026, dopo quasi quattro anni di legislatura, arriva il fantomatico Piano Casa a firma Salvini, il piano più annunciato della storia ed insieme il più tardivo e inconsistente, perché, vedete, la verità è che per questo Governo il contrasto al disagio abitativo non è mai stata una priorità, al netto dei proclami di facciata. Questo decreto-legge esiste solo perché siete stati messi con le spalle al muro dal MoVimento 5 Stelle, che con determinazione, nonostante tutti gli ostacoli frapposti per rallentarne l'esame in Commissione, ha portato in Aula la proposta di legge a prima firma Santillo. Si tratta di una proposta organica, completa, strutturale e finanziata in modo serio e congruo, una proposta, insomma, all'altezza della doppia sfida che occorrerebbe affrontare oggi: aumentare l'offerta di alloggi di edilizia residenziale pubblica e sociale, a canoni accessibili, da destinare alle fasce della popolazione economicamente più fragili e provvedere alla riqualificazione del patrimonio immobiliare pubblico, anche in termini di efficientamento energetico e di rigenerazione urbana.

Avete preso tempo, rinviando la nostra proposta in Commissione, e siete corsi ai ripari abbozzando in fretta e furia questo decreto che, per molti versi, suona come una presa in giro. La superficialità e la sciatteria con cui state affrontando questo grave problema che affligge oltre un milione e mezzo di famiglie - come è stato documentato da Nomisma lo scorso febbraio, ed è un numero che fa tremare i polsi, che dovrebbe farvi tremare i polsi - sono dimostrate anche dall'andamento dei lavori in Commissione. Si sono avvicendati ben quattro esponenti di “sottogoverno”. Ogni istituto ha visto presenziare un Sottosegretario diverso. Abbiamo visto Prisco, Gava, Iannone, il Vice Ministro Rixi, e oggi vediamo qui in Aula lei, Sottosegretario Ferrante, il quinto. Ebbene, questo è il segno lampante di un generale disinteresse per il tema, perché altrimenti il provvedimento sarebbe stato seguito dall'inizio alla fine da un unico interlocutore governativo, pronto e preparato a dare risposte e chiarimenti. L'unico che non si è visto, però, è il Ministro Salvini, che si è ben guardato dal metterci la faccia, forse perché troppo impegnato a giocare con il plastico del ponte sullo Stretto.

I pareri sugli emendamenti sono arrivati completi ieri, alle 11,30 di mattina, e i tempi di discussione degli emendamenti sono stati contingentati. Insomma, i lavori in Commissione sono stati una farsa, non all'altezza di un tema così serio. Non si è riusciti ad esaminare, in modo approfondito, tutta una serie di proposte delle opposizioni, non c'è stata alcuna disponibilità verso i nostri contributi, eccezion fatta per un paio di emendamenti approvati solo perché accorpati ad analoghi emendamenti di maggioranza. L'impianto, insufficiente e in certe parti per noi assolutamente inaccettabile, non è stato minimamente scalfito dalla fase emendativa in Commissione e, come dicevo, si tratta di una presa in giro nei confronti dei cittadini e proverò, nei pochi minuti che mi restano, a spiegarvi perché e a indicare gli aspetti che, a mio avviso, sono più critici in questo provvedimento.

Intanto sgombriamo il campo da un equivoco: in questo Piano Casa non viene messo un euro di risorse aggiuntive rispetto a risorse già stanziate in passato per finalità analoghe o anche per finalità diverse. Ad esempio, nell'articolo 2, l'attuazione del Programma straordinario nazionale di recupero e di manutenzione del patrimonio di edilizia pubblica e di edilizia sociale viene finanziato in parte con risorse già appostate nelle ultime due leggi di bilancio, in parte con risorse attinte dal Fondo sociale per il clima, ma per larghissima parte, per la maggior parte, viene finanziato svuotando del tutto il Fondo istituito dal Governo “Conte 2” con la legge di bilancio per il 2020 e destinato ai comuni per la rigenerazione urbana. Si tratta di 700 milioni di euro per ciascuno degli anni dal 2026 al 2034: saranno risorse che ha messo il Governo “Conte 2”. Ancora una volta avete fatto il gioco delle tre carte, ma siete solo, quindi, dei prestigiatori e pure scarsi, perché scopriamo sempre i vostri trucchetti.

D'altra parte, però, risorse fresche il Governo Meloni le ha trovate e sapete per fare cosa? Per foraggiare un nuovo commissario straordinario di cui, per alcune delle funzioni che gli sono attribuite con questo decreto, vedremo che proprio non c'era alcun bisogno; per altri versi, è un commissario straordinario che avrà dei poteri assolutamente abnormi e senza precedenti: 500.000 euro per il 2026 e un milione di euro per il 2027 al commissario straordinario, ma per fare cosa? Per raccogliere gli elenchi degli immobili di proprietà pubblica inutilizzati e non redditizi che comuni, regioni, articolazioni statali ed enti pubblici o a partecipazione pubblica dovranno individuare e inviare. Una volta pervenuti quegli elenchi, il commissario, però, avrà la massima discrezionalità sulla loro destinazione, soprattutto avrà il potere di superare un eventuale dissenso, diniego od opposizione preclusivi della realizzazione dell'intervento in sede di conferenza dei servizi. È la norma - e mi vien da ridere - che ha provocato le barricate da parte delle regioni, anche di quelle guidate dal centrodestra. La Conferenza delle regioni ha dovuto rinviare il voto finale sul parere al Piano Casa per non dover formalizzare la contrarietà delle regioni tutte, con un presidente Fedriga visibilmente imbarazzato e una richiesta di interlocuzione tra lo Stato e le regioni per accogliere i rilievi critici, interlocuzione del cui esito non abbiamo idea.

Ma la presa in giro più grande risiede nell'articolo 4, quello che istituisce il Fondo di garanzia per morosità incolpevole per i contratti di locazione di edilizia residenziale pubblica. Il nome è bello, apprezzabile è la finalità dichiarata. Ma con il Governo Meloni dobbiamo stare con gli occhi bene aperti perché, si sa, il diavolo si nasconde nei dettagli. E allora, tra le pieghe delle belle parole, scopriamo che questo Fondo sarà finanziato in due modi. Il primo: svuotando il Fondo morosità incolpevole generalista, ormai lo potremmo definire, perché quello che è stato istituito nel 2013 - se non sbaglio - è dedicato a una platea ben più ampia della platea che beneficerà di questo nuovo Fondo che voi indicate, che è destinato ai soli assegnatari di alloggi popolari, realizzando, peraltro, una partita di giro, perché guardate che il Fondo, questo Fondo di garanzia nuovo, si sostituirà all'assegnatario dell'alloggio popolare pagando il canone a chi? Agli istituti autonomi case popolari o altri soggetti analoghi, ovvero a soggetti pur sempre pubblici: una partita di giro. La seconda linea di finanziamento sarà, invece, una quota dei canoni corrisposti sempre dagli assegnatari degli alloggi popolari: i sacrifici dei penultimi che soccorrono alle necessità degli ultimi. Mentre guai a toccare le banche, le assicurazioni, le lobby delle armi, i giganti del web, le società energetiche; guai a togliere il giochino e i soldi del ponte di Messina a Salvini e a tutti coloro che su quel progetto si stanno arricchendo per dare un tetto alle famiglie.

Questa è la visione del Paese del Governo Meloni, e lo voglio ripetere: i sacrifici dei penultimi che soccorrono alle necessità degli ultimi, senza capire neanche che oggi i penultimi spesso appartengono a quel ceto medio che si sta sempre più impoverendo e che voi dite sempre di voler difendere, a parole. Sono lavoratori precari a tempo determinato, con part time involontario, con buste paga da fame; sono coloro che vengono improvvisamente messi in cassa integrazione; sono piccole partite IVA che vedono contrarsi il fatturato per congiunture economiche difficili ma magari assolutamente contingenti, o che sono costretti a chiudere la propria azienda, il proprio negozio; sono liberi professionisti - perché ci sono pure loro - con introiti a singhiozzo. Sono tutti lavoratori, questi che vi ho elencato, non sono nullafacenti sul divano come piace a voi raccontare per deresponsabilizzarvi. Sono proprio questi i soggetti che possono incorrere nella morosità incolpevole, sono questi che hanno difficoltà a reperire un nuovo alloggio quando scade un contratto di locazione magari stipulato 12 anni fa, quando i canoni sul libero mercato ammontavano a circa la metà di quelli che vengono richiesti oggi, sono questi i soggetti che si trovano tagliati fuori da un mercato privato delle locazioni che oggi è assolutamente incontrollato, con richieste di canoni inaccessibili per la maggior parte della popolazione.

Ecco perché noi proponevamo, piuttosto, di rifinanziare il Fondo morosità incolpevole generalista e di semplificarne i meccanismi di erogazione, in modo da rendere l'accesso ai contributi più semplice ma soprattutto più tempestivo, idoneo a intervenire ben prima della convalida di sfratto esecutiva. Volevamo farne una misura per prevenire gli sfratti a monte, ma voi avete bocciato questa nostra proposta. Avete bocciato pure la proposta di istituire un fondo di garanzia statale che faccia da garante per tutti quei soggetti che vi dicevo prima, che non hanno buste paga solide e che vengono sistematicamente scartati dai proprietari di case perché ritenuti economicamente inaffidabili: non trovano nessuna casa queste persone. Al contempo, però, al Senato, con il DDL Sfratti, addirittura vi accanite proprio contro questi, contro gli inquilini che non sono morosi ma che, alla scadenza del contratto, hanno difficoltà a reperire un nuovo alloggio, di passare da casa a casa, e magari si intrattengono un po' più del previsto nell'immobile oltre la scadenza del contratto.

Concludo. Mentre tentate di realizzare tardivamente, in 10 anni peraltro, questa serie di interventi per incrementare l'offerta di alloggi, la verità è che dovevate fare altre cose per alleviare le difficoltà economiche della maggior parte della popolazione: dovevate aumentare i salari e contrastare il lavoro precario, calmierare i canoni, finanziare seriamente i fondi di sostegno all'affitto per la morosità incolpevole e introdurre misure di integrazione…

PRESIDENTE. Concluda.

VALENTINA D'ORSO (M5S). …del reddito, e concludo. Non avete fatto nulla di tutto ciò perché, in realtà, voi siete elitari e della maggior parte della popolazione non ve ne frega proprio nulla.

PRESIDENTE. Non vi sono altri iscritti a parlare e pertanto dichiaro chiusa la discussione sulle linee generali.

(Repliche - A.C. 2920-A​)

PRESIDENTE. Hanno facoltà di replicare i relatori, deputati Iaia e Mazzetti. Non replicano.

Ha facoltà di replicare, se lo ritiene, il rappresentante del Governo: si riserva di farlo.

(Esame dell'articolo unico - A.C. 2920-A​)

PRESIDENTE. Passiamo all'esame dell'articolo unico del disegno di legge di conversione e delle proposte emendative riferite agli articoli del decreto-legge (Vedi l'allegato A).

La V Commissione (Bilancio) ha espresso il prescritto parere (Vedi l'allegato A), che è in distribuzione.

(Posizione della questione di fiducia - Articolo unico - A.C. 2920-A​)

PRESIDENTE. Ha chiesto di intervenire il Ministro per i Rapporti con il Parlamento, senatore Luca Ciriani. Ne ha facoltà.

LUCA CIRIANI, Ministro per i Rapporti con il Parlamento. Grazie, Presidente. Onorevoli deputati, a nome del Governo e autorizzato dal Consiglio dei ministri, pongo la questione di fiducia sull'approvazione, senza emendamenti, subemendamenti e articoli aggiuntivi, dell'articolo unico del disegno di legge n. 2920-A​, recante conversione in legge, con modificazioni, del decreto-legge 7 maggio 2026, n. 66, nel testo approvato dalla Commissione.

PRESIDENTE. Secondo le intese intercorse tra i gruppi, la votazione per appello nominale sulla questione di fiducia avrà luogo nella seduta di lunedì 22 giugno, alle ore 14, previe dichiarazioni di voto a partire dalle ore 12,20.

Al termine, con prosecuzione notturna, e nella seduta di martedì 23 giugno dalle ore 9,30 alle ore 13,15 e dalle ore 15,30 alle ore 20, con prosecuzione notturna, nonché, eventualmente, nella seduta di venerdì 26 giugno a partire dalle ore 9,30, avranno luogo le successive fasi di esame del provvedimento.

Estraggo a sorte il nominativo del deputato dal quale avrà inizio la chiama.

(Segue sorteggio).

La chiama avrà inizio dal deputato Pozzolo.

Sui lavori dell'Assemblea.

PRESIDENTE. Avverto che, all'ordine del giorno della seduta di martedì 23 giugno, sarà iscritta, dopo l'eventuale seguito dell'esame del decreto-legge n. 66 del 2026 recante disposizioni urgenti per il Piano Casa, la deliberazione in merito alla proposta di elevazione di un conflitto di attribuzione innanzi alla Corte costituzionale nei confronti della procura della Repubblica presso il tribunale di Palermo, nonché del giudice per le indagini preliminari presso il medesimo tribunale.

Interventi di fine seduta.

PRESIDENTE. Passiamo agli interventi di fine seduta.

Ha chiesto di parlare il deputato Andrea Casu. Ne ha facoltà.

ANDREA CASU (PD-IDP). Grazie, Presidente. Intervengo per esprimere tutto il cordoglio del gruppo del Partito Democratico in questo momento drammatico. Ci stringiamo, nel dolore, alla famiglia del piccolo Joele. Siamo vicini al sindaco, Marco Massari, a tutta la comunità di Reggio Emilia, colpiti, ieri, da una tragedia devastante: la morte di un bambino di 11 anni travolto e ucciso da un camion mentre pedalava in bicicletta. Joele doveva andare incontro all'estate e alla vita, non alla morte.

Non possiamo più chiamarli incidenti: non sono fatalità, ma sono tragedie. Dobbiamo, invece, interrogarci su cosa possiamo e dobbiamo fare di più per evitarle.

Sapremo, nelle prossime ore, la dinamica e le responsabilità, ma, sulle nostre spalle, dobbiamo sentire la responsabilità di non aver ancora fatto il nostro dovere per dotare tutti i mezzi circolanti di dispositivi all'avanguardia per la segnalazione al guidatore di pedoni, ciclisti, passeggini, che transitano negli angoli ciechi.

Ogni anno, vengono schiacciate centinaia di persone, sulle strade, senza nemmeno essere viste. Nell'ottobre 2023, abbiamo presentato, a prima firma Gianassi, con l'Associazione Vittime della Strada, una proposta di legge anche per creare un fondo per garantire questi dispositivi, per non scaricare il costo della sicurezza sulle imprese del trasporto e per coinvolgere i lavoratori nell'installazione.

Nel luglio 2025, abbiamo depositato una nuova proposta, a prima firma Ghio, costruita con la FIAB e con il prezioso lavoro di Andrea Colombo, più ampia, sulla mobilità attiva che contiene anche queste indicazioni. Purtroppo, nel codice della strada, tutti i nostri emendamenti per rendere obbligatori questi dispositivi su tutti i mezzi sono stati bocciati.

Abbiamo appena ascoltato l'ennesima richiesta di fiducia nei confronti dell'ennesimo decreto, ma la straordinaria necessità e urgenza di cui chiediamo al Governo di occuparsi è un'altra: fermare la scia di sangue sulle nostre strade e calendarizzare e approvare, al più presto, le nostre proposte di legge.

Ordine del giorno della prossima seduta.

PRESIDENTE. Comunico l'ordine del giorno della prossima seduta.

Lunedì 22 giugno 2026 - Ore 12,20:

1. Seguito della discussione del disegno di legge:

Conversione in legge, con modificazioni, del decreto-legge 7 maggio 2026, n. 66, recante disposizioni urgenti per il Piano Casa. (C. 2920-A​)

Relatori: IAIA, MAZZETTI e MONTEMAGNI.

La seduta termina alle 12,35.