XIX LEGISLATURA
Resoconto stenografico dell'Assemblea
Seduta n. 719 di venerdì 2 ottobre 2026
PRESIDENZA DEL VICEPRESIDENTE SERGIO COSTA
La seduta comincia alle 9,30.
PRESIDENTE. La seduta è aperta.
Invito il deputato Segretario a dare lettura del processo verbale della seduta precedente.
RICCARDO ZUCCONI, Segretario, legge il processo verbale della seduta di ieri.
PRESIDENTE. Se non vi sono osservazioni, il processo verbale si intende approvato.
(È approvato).
Missioni.
PRESIDENTE. Comunico che, ai sensi dell'articolo 46, comma 2, del Regolamento, i deputati in missione a decorrere dalla seduta odierna sono complessivamente 82, come risulta dall'elenco consultabile presso la Presidenza e che sarà pubblicato nell'allegato A al resoconto stenografico della seduta in corso (Ulteriori comunicazioni all'Assemblea saranno pubblicate nell'allegato A al resoconto della seduta odierna).
Proclamazione di un deputato a seguito di elezioni suppletive.
PRESIDENTE. Comunico, che a seguito delle elezioni suppletive svoltesi il 27 e 28 settembre 2026, ai sensi dell'articolo 86, comma 3, del testo unico 30 marzo 1957, n. 361, delle leggi per l'elezione della Camera dei deputati, l'Ufficio centrale circoscrizionale presso la corte di appello di Catanzaro ha proclamato, in data 1° ottobre 2026, Fabio Roscioli deputato per il collegio uninominale n. 05-Reggio di Calabria della XXIII circoscrizione Calabria.
Il termine di 20 giorni per la presentazione di eventuali reclami decorre dalla data di proclamazione.
Modifica nella composizione di gruppi parlamentari.
PRESIDENTE. Comunico che il deputato Fabio Roscioli, proclamato in data 1° ottobre 2026, ha dichiarato, con comunicazione pervenuta in pari data, di aderire al gruppo parlamentare Forza Italia-Berlusconi Presidente-PPE.
La presidenza di tale gruppo, con lettera pervenuta in data 1° ottobre 2026, ha comunicato di avere accolto la richiesta.
Approvazione in Commissione.
PRESIDENTE. Comunico che, nella seduta di giovedì 1° ottobre 2026, la XII Commissione permanente (Affari sociali) ha approvato, in sede legislativa, la proposta di legge, approvata dalla 1ª Commissione permanente del Senato, recante “Istituzione della Giornata nazionale della meraviglia, al fine di sensibilizzare sulle sofferenze e far conoscere le fatiche dei bambini che vivono in guerra, per riflettere sul valore fondamentale del diritto alla meraviglia nella vita dei bambini e degli adulti” (C. 1886).
Svolgimento di interpellanze urgenti (ore 9,35).
PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca lo svolgimento di interpellanze urgenti.
(Elementi e intendimenti in ordine al rilascio delle autorizzazioni uniche ZES, con particolare riferimento ai profili ambientali e paesaggistici - n. 2-00930)
PRESIDENTE. Passiamo alla prima interpellanza urgente all'ordine del giorno Bonelli ed altri n. 2-00930 (Vedi l'allegato A).
Chiedo all'onorevole Zaratti se intenda illustrare l'interpellanza di cui è cofirmatario o se si riservi di intervenire in sede di replica. Si riserva.
Il Sottosegretario di Stato alla Presidenza del Consiglio dei ministri, Luigi Sbarra, ha facoltà di rispondere.
LUIGI SBARRA, Sottosegretario di Stato alla Presidenza del Consiglio dei ministri. Signor Presidente, buongiorno. Onorevoli deputati, l'interpellanza in esame è articolata e investe diversi profili del procedimento autorizzativo ZES. Prima di entrare nel merito dei singoli quesiti, è quindi opportuno richiamare sinteticamente il quadro normativo.
Il procedimento unico, speciale e semplificato, introdotto dal decreto-legge n. 91 del 2017 e più puntualmente disciplinato dal decreto-legge n. 124 del 2023 - cosiddetto decreto Sud -, consente il rilascio di un provvedimento omnicomprensivo mediante conferenza di servizi semplificata e, ove necessario, può costituire variante alla pianificazione urbanistica e territoriale. Non si tratta di un potere derogatorio eccezionale, ma di una tecnica di semplificazione già nota all'ordinamento, volta a ridurre aggravamenti regolatori e oneri per le imprese. A titolo esemplificativo, si possono richiamare l'autorizzazione unica per i nuovi impianti di smaltimento e di recupero rifiuti, prevista dall'articolo 208 del decreto-legislativo n. 152 del 2006, e l'autorizzazione unica per gli impianti di produzione di energie alternative, disciplinata dall'articolo 5 del decreto-legislativo n. 28 del 2011, confluita poi nell'articolo 9 del decreto-legislativo 25 novembre 2024, n. 190.
Sono, inoltre, inconferenti i richiami alla sentenza del Consiglio di Stato n. 8387 del 2025, relativa a una fattispecie del tutto peculiare nella quale erano stati attivati due distinti procedimenti per lo stesso progetto, e alla sentenza n. 175 del 2024 della Corte costituzionale, che ha dichiarato inammissibili le questioni di legittimità riguardanti la ZES unica.
Fatte queste premesse, l'attribuzione delle competenze a un unico soggetto - prima la struttura di missione, oggi il Dipartimento per il Sud - risponde a una visione strategica unitaria degli investimenti nel Mezzogiorno e non ridimensiona il ruolo delle regioni, presenti nella cabina di regia, che ha elaborato il Piano strategico della ZES unica con il parere favorevole delle stesse regioni e dei rappresentanti degli enti locali.
Anche la competenza al rilascio dell'autorizzazione attribuita al Dipartimento per il Sud non comporta alcun ridimensionamento del ruolo delle regioni, atteso che le stesse sono coinvolte come amministrazioni competenti alla valutazione dei progetti nell'ambito del procedimento di autorizzazione unica. Lo dimostra il caso richiamato nell'interpellanza, relativo alla variante al piano di lottizzazione in località Mogale, nel comune di Ostuni, oggetto dell'autorizzazione unica n. 423 del 2025.
Qui, difatti, si è valorizzato il parere sulla compatibilità paesaggistica dell'intervento, espresso dalla sezione paesaggio della regione Puglia, che ha escluso il “pregiudizio alla conservazione dei valori paesaggistici dei luoghi” e il contrasto con le previsioni tecniche del Piano paesaggistico territoriale regionale. L'autorizzazione è stata rilasciata nel rispetto dell'articolo 13 del decreto-legge n. 124 del 2023, che attribuisce allo sportello Sud ZES la competenza sugli “interventi di trasformazione del territorio ad iniziativa privata”.
Essa, inoltre, ha acquisito la dichiarazione di sintesi della valutazione ambientale strategica (VAS), già rilasciata dal comune, recependone prescrizioni e osservazioni. La variante comporta, peraltro, una riduzione volumetrica rispetto al piano di lottizzazione già approvato nel 2013. La realizzazione dell'intervento è stata subordinata all'esito favorevole della valutazione di impatto ambientale e a una successiva fase di progettazione per l'avvio dei lavori. Ciò è coerente con l'articolo 15 del decreto-legge n. 124 del 2023, che configura un procedimento unitario, ma progressivo, distinguendo la fase urbanistica pianificatoria dalla successiva progettazione e autorizzazione dell'intervento edilizio-produttivo in senso stretto.
Ebbene la possibilità di rilasciare un provvedimento autorizzativo, limitato o condizionato, funzionale a consentire il corretto prosieguo degli iter progettuali, non rappresenta, dunque, un'anomalia procedimentale, ma costituisce espressione della flessibilità insita nella disciplina ZES, volta ad evitare paralisi amministrative in presenza di procedimenti complessi. Com'è noto, la Commissione europea, rispondendo il 23 settembre a un'interrogazione parlamentare proprio sull'autorizzazione unica n. 423 del 2025, ha confermato la correttezza dell'agire amministrativo della ZES, riconoscendo la possibilità di un'autorizzazione in più fasi e dello svolgimento della VIA nella seconda fase progettuale, richiamando, sul punto, la giurisprudenza della Corte di giustizia.
Leggo testualmente quanto scrive la Commissione europea: “(…) la Corte di giustizia dell'Unione europea ha chiarito che l'articolo 2, paragrafo 1, della direttiva VIA richiede che sia effettuata una valutazione dell'impatto ambientale se, nel caso di un'autorizzazione in più fasi, nel corso della seconda fase si osserva che il progetto può avere un impatto ambientale importante, in particolare per la sua natura, le sue dimensioni o la sua ubicazione”.
Quanto poi agli investimenti relativi alla filiera del turismo, per i quali l'onorevole interpellante pare esprimere un ingiustificato atteggiamento di sfavore, i dati smentiscono che le autorizzazioni riguardino prevalentemente operazioni immobiliari turistiche. In Puglia, alla data del 28 settembre 2026, sono state rilasciate 469 autorizzazioni uniche, corrispondenti a investimenti per oltre 3 miliardi di euro e circa 9.000 ricadute occupazionali. La filiera prevalente è l'agrifood con 132 autorizzazioni, pari al 28 per cento del totale.
Nonostante le autorizzazioni riguardanti il settore del turismo rappresentino solo il 17 per cento del totale regionale, il valore è particolarmente significativo, corrispondendo a 940 milioni di investimenti e a 2.887 nuovi occupati. Nelle province di Bari e Brindisi i provvedimenti rilasciati nel settore turistico sono 62, a fronte dei 93 rilasciati nel settore agroalimentare.
Venendo, poi, ai comuni costieri delle province di Bari e Brindisi, dove sembrerebbero esservi unicamente operazioni immobiliari a vocazione turistica, i dati sono chiari. Ed infatti, nei comuni costieri della provincia di Bari sono soltanto 19 delle 57 autorizzazioni uniche rilasciate, pari al 33 per cento del totale, che hanno ad oggetto progetti riconducibili alla filiera del turismo. Il dato è analogo per i comuni costieri brindisini: dei 68 provvedimenti di autorizzazione unica solo 22, pari al 32 per cento, riguardano progetti riferibili ad attività turistiche.
Rassicuro inoltre l'onorevole interpellante che nessuna delle 1.563 autorizzazioni uniche ad oggi rilasciate ha derogato agli obblighi di VIA o VAS, né è stata rilasciata a fronte di un parere negativo di VAS, la cui acquisizione, nel rispetto dell'articolo 6, comma 12, del decreto legislativo n. 152 del 2006, viene valutata in contraddittorio con gli enti competenti. Lo ribadisco: il procedimento di autorizzazione unica non è una scorciatoia per eliminare valutazioni prescritte dalla legge, ma una semplificazione che consente di ottenerle nello stesso procedimento e con una sola istanza da presentare presso lo sportello Sud ZES.
Quanto ai pareri delle Soprintendenze, la giurisprudenza ha chiarito che, in generale, nella conferenza dei servizi, essi formano oggetto di una valutazione ponderale delle posizioni prevalenti espresse dalle amministrazioni partecipanti, senza assumere efficacia preclusiva assoluta. Il Consiglio di Stato ha altresì precisato che il mancato intervento entro i termini equivale ad assenso tacito anche per le amministrazioni preposte alla tutela di interessi sensibili, come la Soprintendenza.
Il silenzio, quindi, non può essere interpretato come dissenso o come adesione a posizioni negative altrui.
In coerenza con tale quadro, non potendo negare l'autorizzazione unica sulla scorta di richiami generici ai vincoli paesaggistici, il Dipartimento opera sempre una valutazione concreta e motivata dell'impatto dell'intervento, tenendo conto anche del contesto e degli altri interessi in gioco. Il quadro descritto esclude quindi un uso distorto della semplificazione ZES e ne conferma la compatibilità con la disciplina europea in materia di VIA e VAS: non vengono ridotte le tutele, né modificate le autorità competenti, ma le relative valutazioni sono ricondotte a un procedimento unitario, che si sta rivelando un formidabile volano per il tessuto produttivo del Mezzogiorno.
Quanto, infine, alla richiesta di escludere le strutture ricettive turistiche dal regime dell'autorizzazione unica, ricordo che il turismo è una delle nove filiere individuate dal Piano strategico della ZES unica, approvato con DPCM 31 ottobre del 2024 e predisposto con il coinvolgimento e la condivisione di UPI, ANCI e regioni, che hanno espresso parere favorevole in cabina di regia. Il Governo resta pienamente disponibile ad aggiornare e, ove necessario, rivedere la strategia insieme a tutti gli attori istituzionali coinvolti, a partire dalle regioni.
PRESIDENTE. L'onorevole Zaratti ha facoltà di dichiarare se sia soddisfatto per la risposta all'interpellanza Bonelli ed altri n. 2-00930, di cui è cofirmatario.
FILIBERTO ZARATTI (AVS). Grazie, signor Presidente. Signor rappresentante del Governo, non siamo soddisfatti della sua risposta perché, pur essendo articolata, è sostanzialmente elusiva delle questioni che noi abbiamo posto e ce ne sono alcune che io qui voglio chiarire. Partiamo da un presupposto: noi non siamo pregiudizialmente contrari a politiche di sviluppo e di sostegno allo sviluppo ad hoc, in modo particolare del Meridione. Ce n'è necessità, è una delle zone del nostro Paese che ha bisogno di incrementare anche i livelli occupazionali, legati a interventi che devono essere sostenuti certamente dagli enti comunitari come dagli enti statali. Non siamo pregiudizialmente contrari. Noi riteniamo, però, che tutto questo debba essere inserito nel quadro normativo complessivo del nostro Paese.
Intanto bisogna ricordare, signor Sottosegretario, che la nostra Costituzione concede le competenze in materia di pianificazione territoriale in modo sostanzialmente concorrenziale alle regioni e alcune in modo esclusivo ai comuni, così come recitano gli articoli 117 e 118; e tutto questo non può essere derogato dalla legge istitutiva della ZES unica.
Questo è un principio fondamentale perché ovviamente dà alle comunità e agli enti locali la possibilità di svolgere un ruolo attivo e fondamentale nella pianificazione territoriale, partendo da un concetto di autogoverno e di sussidiarietà che è a capo del nostro sistema normativo e che assegna a questi enti la possibilità e il dovere di pianificare il territorio. Non vi può essere alcuna autorizzazione rilasciata da un'autorità centrale che possa bypassare questi pareri previsti e questi poteri che vengono concessi agli enti locali.
Io voglio specificare che l'articolo 117, secondo comma, lettera s), della Costituzione, riserva alla competenza legislativa esclusiva dello Stato la tutela dell'ambiente, dell'ecosistema e dei beni culturali in modo particolare, mentre il terzo comma del medesimo articolo attribuisce alla competenza concorrente delle regioni il governo del territorio e la valorizzazione dei beni culturali e ambientali. L'articolo 118 attribuisce le funzioni amministrative ai comuni sulla base del principio di sussidiarietà, differenziazione e adeguatezza.
Vorrei anche ricordare all'onorevole Sottosegretario che la Corte Costituzionale si è pronunciata più volte su questi argomenti. Vorrei ricordare altresì che la Corte ha ripetutamente affermato che l'autorizzazione paesaggistica costituisce un istituto di protezione ambientale uniforme valido su tutto il territorio nazionale - sentenza n. 201 del 2021 -, che la conservazione ambientale e paesaggistica spetta esclusivamente alla cura dello Stato e che non è consentito introdurre deroghe ai livelli di tutela paesaggistica; sentenza n. 82 del 2024. Altro che funzione ponderale delle soprintendenze!
Bisognerebbe ricordare quello che scrive la Costituzione e come interviene la Corte costituzionale su questi argomenti. Evidentemente la funzione delle soprintendenze non può e non deve essere ponderale così come viene detto.
In merito alle vicende più in generale della ZES, vorrei far notare che, rispetto ai dati che cortesemente ci sono stati dati questa mattina, quasi un terzo degli interventi finanziati - 942 milioni - riguardano la parte immobiliare rispetto alla totalità degli investimenti che sono stati realizzati. Un terzo è una parte sostanziale. Io penso che anche questo ci dia la misura di una gestione forse troppo attenta alle questioni immobiliari, ma poco attenta alle questioni produttive, di cui forse il Mezzogiorno ha particolarmente bisogno, signor Sottosegretario. Questa proporzione ci preoccupa e dovrebbe preoccupare anche lei in verità, perché è una di quelle proporzioni che ci fa pensare che, ancora una volta, si cerca di investire sull'immobiliare, seppur turistico, come giustamente lei ha affermato, ma riguarda unicamente un certo tipo di intervento.
D'altro canto ci sono tanti esempi, e lei ha citato in nostra risposta - lo abbiamo detto nella nostra interrogazione - il resort di lusso in località Mogale, nel comune di Ostuni, autorizzazione n. 423 del 2025. E questo è un esempio effettivamente emblematico della criticità dello strumento, rilasciato non già per l'approvazione di un progetto industriale, come effettivamente stavamo dicendo, ma esclusivamente per l'approvazione di una variante di un piano di lottizzazione. Peraltro, io vorrei ricordare che questo era un progetto bloccato da 30 anni e che insiste su cavità ipogee in un sito di importanza archeologica ambientale, nonostante i pareri negativi anche del comune di Ostuni.
Io vorrei ricordare il comune di Ostuni: su 16 prescrizioni relative alla VAS, ben otto sono state dichiarate negative dal comune di Ostuni senza che questo ente, diciamo, sovracomunale, quest'ente statale, la struttura di missione unica, abbia battuto ciglio rispetto a questo argomento, che è un argomento fondamentale.
Ma qui non è in discussione il sostegno al sistema ricettivo e turistico, bensì il fatto che bisogna saper pianificare lo sviluppo turistico e ricettivo in base alle caratteristiche del territorio, perché né lei, né io, né nessun altro si può dimenticare che le persone vengono nel nostro Paese per soggiornare e per visitare perché è un Paese ricco: un Paese ricco di arte, un Paese ricco di paesaggio, un Paese ricco di risorse archeologiche e di risorse ambientali e vengono qui perché è un posto meraviglioso. Ma se voi o noi distruggessimo costantemente le attrattive anche turistiche del nostro territorio, questo settore importante della nostra economia andrebbe a morire.
Voi sostanzialmente fate finta di niente. Su quel tratto di costa, tra Bari e Brindisi, incidono una serie di interventi di carattere edilizio che riguardano operazioni immobiliari a vocazione turistica, ma spesso anche di tipo speculativo: resort extralusso, villaggi turistici e strutture ricettive. Sembra che la ZES invece di essere uno strumento a servizio di uno sviluppo armonico e sostenibile del Mezzogiorno, come peraltro dice la legge, stia diventando la stura a tutti i vecchi progetti accantonati, messi nel cassetto, nascosti nei cassetti polverosi dei comuni, delle regioni e dello Stato, accantonati perché chiaramente si tratta di operazioni di tipo speculativo; e voi li state ritirando fuori attraverso un'autorizzazione unica statale, bypassando i comuni, i territori, anche con riferimento alle precise competenze che la Costituzione assegna agli enti territoriali.
Voi non siete i padroni del Paese; avete vinto le elezioni e dovete governare in base a quello che stabilisce la Costituzione e in base a quelle che sono le sentenze della Corte costituzionale. Questo è un elemento fondamentale: la congruenza delle proposte di legge che vengono approvate deve essere sempre rapportata alle norme costituzionali del nostro Paese. Con la ZES non avviene questo, con l'autorizzazione unica non avviene questo, ma sembra quasi che stiate espropriando totalmente gli enti locali delle loro competenze.
Quindi, io penso che un sostegno all'economia del Mezzogiorno debba essere dato intelligentemente, ma soprattutto dal punto di vista produttivo, dell'innovazione, della ricerca, del sostegno all'università, ai centri di ricerca e a quelle attività innovative che possono sedimentare uno sviluppo nel Sud per far crescere consapevolezza, cultura, ricchezza e occupazione qualificata.
E invece, ancora una volta, questo strumento voi lo utilizzate per favorire la speculazione, per favorire ciò che è stato bocciato nei decenni passati e ritirarlo fuori come un coniglio dal cilindro perché, ovviamente, potete bypassare tutto attraverso questa interpretazione della ZES.
E guardi, signor Sottosegretario, che, al di là della motivazione del caso specifico affrontato dal Consiglio di Stato con la sentenza n. 8387 del 2025, lei sa benissimo, sicuramente meglio di me, che le sentenze partono sempre da una questione specifica, ma hanno un senso generale, ovviamente, per certi versi erga omnes. E la sentenza del Consiglio di Stato ha chiarito che l'autorizzazione unica ZES ha funzione integrativa, non sostitutiva dei titoli abilitativi di settore, essendo necessaria solo quando il titolo previsto dalla disciplina di settore non risulti sufficiente e dovendo comunque rispettare la clausola di salvaguardia che preserva l'operatività delle norme vigenti in materia ambientale e paesaggistica. Non è che noi la possiamo leggere come ci pare. Queste sono le parole esatte della sentenza che voi dovete rispettare.
L'altro punto al quale vi invito, per l'ennesima volta in questa legislatura, è: dovete rispettare le leggi! Dovete rispettare le sentenze! Dovete rispettare la Costituzione! Questo è l'ennesimo caso nel quale voi fate finta di niente e procedete in un modo che, dal nostro punto di vista, è totalmente illegittimo. A Mogale, a Brindisi, su tutta la costa Bari-Brindisi, nella zona ZES sembra quasi che la struttura di missione sia diventata l'unico gestore del territorio di due terzi del nostro Paese. Questo non può essere e questo non deve essere.
(Iniziative volte a ricostituire il provveditorato regionale dell'amministrazione penitenziaria e ad affrontare il sovraffollamento carcerario in Liguria - n. 2-00928)
PRESIDENTE. Passiamo all'interpellanza urgente Bagnasco ed Enrico Costa n. 2-00928 (Vedi l'allegato A).
Chiedo all'onorevole Bagnasco se intenda illustrare la sua interpellanza o se si riservi di intervenire in sede di replica.
ROBERTO BAGNASCO (FI-PPE). La ringrazio, Presidente. Ovviamente, ringrazio anche il Sottosegretario per l'ascolto. Il sistema penitenziario ligure continua a presentare gravi criticità strutturali, organizzative e di personale, che incidono tanto sulle condizioni di vita delle persone detenute quanto sulla sicurezza e sulle condizioni di lavoro degli appartenenti alla Polizia penitenziaria e degli altri operatori dell'amministrazione penitenziaria.
Alla data del 30 giugno 2026, nei sei istituti penitenziari presenti in Liguria - Chiavari, Genova Marassi, Genova Pontedecimo, Imperia, La Spezia e Sanremo - risultavano complessivamente detenute 1.448 persone a fronte di una capienza regolamentare pari a 1.111 posti, con un tasso di affollamento regionale superiore purtroppo al 130 per cento.
Nell'ambito di tale quadro regionale particolarmente critica appare la situazione della casa circondariale di Sanremo Valle Armea che, secondo i dati ufficiali del Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria riferiti al 31 maggio 2026, ospitava 270 detenuti a fronte di una capienza regolamentare di 223 posti.
Secondo quanto successivamente segnalato dalle organizzazioni sindacali della Polizia penitenziaria, alla fine del mese di luglio 2026 le presenze nell'istituto sanremese avrebbero raggiunto quota 282 a fronte di circa 219 posti effettivamente disponibili, con un indice di affollamento prossimo al 128 per cento.
A seguito di una visita effettuata presso l'istituto - tra l'altro, sono andato e siamo andati in un periodo particolarmente delicato, luglio e agosto, nel quale il calore, come tutti voi sapete, è stato veramente incredibile e, quindi, abbiamo assistito a situazioni sicuramente difficili -, il Garante comunale delle persone private della libertà personale di Sanremo e il Garante regionale dei diritti delle persone sottoposte a misure restrittive hanno evidenziato che numerose celle, aventi uno spazio calpestabile di poco superiore a 18 metri quadrati, risultano già occupate da sei persone. L'eventuale collocazione di una settima persona all'interno delle medesime determinerebbe una disponibilità individuale di circa 2,60 metri quadrati e renderebbe necessaria l'installazione di letti a castello a tre livelli, con evidenti conseguenze sulla dignità delle condizioni detentive, sulla vivibilità degli ambienti e sulla sicurezza complessiva dell'istituto.
I Garanti hanno pertanto chiesto di sospendere ulteriori trasferimenti di detenuti verso la casa circondariale di Sanremo, rilevando la presenza di persone trasferite non soltanto da altri istituti liguri, ma anche dal Piemonte, dalla Lombardia e addirittura dalla Puglia e da altre regioni.
La relazione annuale del Garante regionale ha evidenziato come il sovraffollamento non possa essere valutato esclusivamente sulla base del rispetto formale della superficie minima individuale, ma debba essere considerato anche alla luce della promiscuità, della compressione degli spazi vitali e dei rischi di sopraffazione connessi alla presenza di sei o più persone nella stessa cella. Lo stesso Garante ha definito necessaria e non più procrastinabile una revisione architettonica degli istituti penitenziari liguri da inserire nell'ambito degli interventi nazionali destinati all'edilizia penitenziaria.
Le conseguenze del sovraffollamento non ricadono esclusivamente sulle persone detenute, ma naturalmente incidono direttamente anche sulle condizioni di lavoro degli appartenenti alla Polizia penitenziaria, chiamate a garantire per 24 ore al giorno e per tutti i giorni dell'anno la sicurezza, l'ordine e la legalità all'interno dell'istituto.
All'aumento della popolazione detenuta corrispondono inevitabilmente un incremento dei carichi di lavoro e delle responsabilità del personale, maggiori difficoltà nella gestione delle sezioni detentive e un più elevato rischio di aggressioni, disordini ed eventi critici in un contesto già caratterizzato da organici insufficienti.
Il mantenimento delle condizioni di sicurezza presso la casa circondariale di Sanremo è assicurato quotidianamente dalla professionalità, dal senso dello Stato e dal sacrificio delle donne e degli uomini della Polizia penitenziaria, che abbiamo incontrato in più occasioni, i quali non possono tuttavia essere chiamati a sopperire stabilmente, attraverso turnazioni gravose e un continuo aggravio delle mansioni, alle carenze strutturali e organizzative dell'amministrazione.
La situazione purtroppo è grave. Nel febbraio 2026 un detenuto ha appiccato un incendio all'interno della propria cella e nel maggio successivo un agente è stato ferito al braccio con una lametta mentre interveniva per sedare una violenta rissa tra persone detenute. Nel mese di agosto 2026 la Polizia penitenziaria ha rinvenuto e sequestrato telefoni cellulari e sostanze stupefacenti all'interno di una sezione detentiva. È un episodio che conferma, da un lato, la professionalità e la capacità operativa del personale e purtroppo, dall'altro, la complessità delle attività di controllo da svolgere in un contesto caratterizzato da una popolazione detenuta notevolmente superiore alle capacità dell'istituto.
Secondo quanto rappresentato dalle organizzazioni sindacali, la casa circondariale di Sanremo deve assorbire gli arrestati provenienti dall'intera provincia di Imperia, territorio di confine interessato da peculiari fenomeni criminali e migratori.
Parimenti grave è la situazione della casa circondariale di Genova Marassi, secondo grande istituto dell'intero distretto, dopo Torino, che ospita circa 690 detenuti, a fronte di poco più di 530 posti regolamentari, con un sovraffollamento prossimo al 130 per cento. Nell'istituto genovese si registrano, inoltre, con preoccupante frequenza, aggressioni, incendi nelle camere detentive, danneggiamenti, atti autolesionistici, tentativi di suicidio, minacce e interventi caratterizzati da elevato rischio operativo, con inevitabili conseguenze non soltanto sull'incolumità degli appartenenti alla Polizia penitenziaria, ma anche sulle loro condizioni di lavoro, sulla serietà del servizio e sul morale del personale.
La condizione di grave sofferenza interessa, tuttavia, l'intero territorio regionale e la situazione è ulteriormente aggravata dalla chiusura del carcere di Savona, che ha contribuito a concentrare negli altri istituti, naturalmente, e in particolare in quello di Sanremo, una parte rilevante della pressione detentiva. La carenza di personale incide inevitabilmente anche sulla possibilità di garantire un adeguato svolgimento delle attività trattamentali, scolastiche, lavorative e di reinserimento sociale, fondamentali per assicurare l'effettività della funzione rieducativa della pena e ridurre il rischio di recidiva.
La tutela della dignità delle persone detenute e la garanzia di condizioni di lavoro adeguate per il personale penitenziario costituiscono aspetti inscindibili del medesimo problema, non potendo esistere un carcere rispettoso dei diritti e realmente sicuro senza organici proporzionati alla popolazione detenuta, mezzi adeguati e una struttura amministrativa capace di intervenire tempestivamente sulle esigenze del territorio.
Gli istituti penitenziari liguri fanno attualmente capo - e questo è un punto fondamentale del mio intervento, signor Sottosegretario - al Provveditorato regionale dell'amministrazione penitenziaria per il Piemonte, la Liguria e la Valle d'Aosta, avente sede a Torino a seguito dell'accorpamento disposto nel 2015. Tale accorpamento ha progressivamente allontanato il centro decisionale dalle specifiche esigenze degli istituti liguri, caratterizzati da peculiari condizioni territoriali, logistiche e penitenziarie. Il Sindacato autonomo polizia penitenziaria ha, pertanto, ribadito la necessità di ricostituire un autonomo Provveditorato regionale dell'amministrazione penitenziaria per la Liguria, con sede a Genova, al fine di assicurare una governance dedicata a una maggiore capacità di intervento sulle criticità del territorio.
Lo scorso 13 agosto ho organizzato, insieme al mio capogruppo di Forza Italia, onorevole Enrico Costa, e al segretario generale del SAPPE, Roberto Martinelli, una visita istituzionale presso la casa circondariale di Sanremo Valle Armea, dove abbiamo incontrato il personale della Polizia penitenziaria e i rappresentanti sindacali e verificato direttamente le condizioni dell'istituto. Nel corso del sopralluogo, sono state riscontrate e rappresentate le medesime criticità già denunciate.
Le segnalo, signor Sottosegretario, inoltre, che con nota sindacale unitaria del 7 settembre 2026, SAPPE, OSAPP, UIL, FP Polizia penitenziaria e USPP hanno formalmente rappresentato ai vertici del Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria la gravissima situazione del distretto Piemonte, Liguria e Valle d'Aosta, denunciando il carattere ormai strutturale delle criticità relative al sovraffollamento, alla carenza di personale, all'incremento degli eventi critici, alle aggressioni nei confronti degli appartenenti al Corpo di polizia penitenziaria, al ricorso sistematico allo straordinario e all'accorpamento dei posti di servizio, denunciando le nuove assegnazioni di personale.
Dall'ultimo corso di formazione risulta, infatti, che sarebbero state destinate all'intero distretto Piemonte, Liguria e Valle d'Aosta solo 30 nuove unità di Polizia penitenziaria, contingente ritenuto manifestamente insufficiente rispetto alle scoperture esistenti e non sufficiente, signor Sottosegretario, neppure a compensare il fisiologico turnover derivante da pensionamenti, trasferimenti e cessazioni dal servizio.
Il quadro delineato ha indotto le quattro organizzazioni sindacali firmatarie della nota ad assumere una posizione di particolare gravità, dichiarando formalmente: “È venuta meno la fiducia nell'attuale gestione del provveditore regionale dell'Amministrazione penitenziaria per il Piemonte, la Liguria e la Valle d'Aosta” e hanno chiesto al capo del Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria di valutare, con la massima urgenza, l'avvicendamento dell'attuale provveditore regionale, rilevando la necessità di una discontinuità gestionale e di un effettivo cambio di passo nelle capacità di coordinamento degli istituti di intervento sulle situazioni maggiormente critiche.
Ad avviso dell'interpellante, il quadro emerso dopo la presentazione delle interrogazioni del 6 agosto, non rappresenta soltanto la conferma delle criticità già allora denunciate, ma dimostra un ulteriore e preoccupante deterioramento della situazione, che non appare più riconducibile a singole emergenze locali o a problematiche circoscritte a determinati istituti, bensì a una condizione - ho finito, signor Presidente - strutturale di grave sofferenza dell'intero sistema penitenziario ligure.
La professionalità e il senso del dovere della Polizia penitenziaria hanno consentito fino ad oggi di assicurare la continuità.
Chiedo quindi al Ministro, se alla luce dell'ulteriore aggravamento della situazione e della necessità - ormai indifferibile - di assicurare alla Liguria una capacità di governo del sistema penitenziario più efficace e tempestiva e prossima al territorio, intenda accelerare e portare concretamente a compimento il percorso per la ricostituzione del Provveditorato regionale dell'amministrazione penitenziaria per la Liguria, con sede a Genova, indicando quali atti siano ancora necessari e quali siano i tempi previsti per la sua effettiva riapertura. Ciò anche tenendo in considerazione le dichiarazioni del 16 giugno del Sottosegretario per la giustizia Andrea Ostellari, il quale, al termine di una visita presso la casa circondariale di Genova Marassi, aveva espressamente annunciato che, entro la fine della legislatura, la Liguria avrebbe avuto un autonomo Provveditorato regionale dell'amministrazione penitenziaria.
Chiedo, infine, quali misure intenda adottare alla luce dei nuovi dati e delle criticità che sono anche sopravvenute in questi ultimi tempi, per fronteggiare il grave sovraffollamento, colmare le carenze di organico della Polizia penitenziaria e assicurare condizioni adeguate di sicurezza, tutela e dignità professionale al personale in servizio negli istituti della regione (Applausi dei deputati del gruppo Forza Italia-Berlusconi Presidente-PPE).
PRESIDENTE. Salutiamo le ragazze e i ragazzi, le docenti e i docenti dell'Istituto “Publio Elio Adriano”, liceo classico di Tivoli, in provincia di Roma; parimenti, salutiamo le ragazze e i ragazzi, le docenti e i docenti dell'Istituto di istruzione superiore “Evangelista Torricelli” di Maniago, in provincia di Pordenone, che assistono ai nostri lavori dalle tribune (Applausi). Grazie di essere qui e benvenuti a Montecitorio.
Il Sottosegretario di Stato, Luigi Sbarra, ha facoltà di rispondere.
LUIGI SBARRA, Sottosegretario di Stato alla Presidenza del Consiglio dei ministri. Grazie, Presidente. Onorevoli deputati, l'interpellanza richiama l'attenzione sulle condizioni del sistema penitenziario ligure, e in particolare della casa circondariale di Sanremo, ponendo quesiti relativi al sovraffollamento, alla consistenza degli organici della Polizia penitenziaria e alla possibile ricostituzione di un autonomo Provveditorato regionale dell'amministrazione penitenziaria per la Liguria.
Si tratta di questioni che questo Ministero segue con la massima attenzione, nella consapevolezza che la sicurezza degli istituti, la dignità delle condizioni detentive e la tutela professionale del personale costituiscono aspetti inseparabili di una medesima responsabilità istituzionale.
Quanto alle presenze detentive, i dati più recenti, aggiornati al 22 settembre 2026, confermano una situazione di pressione sui sei istituti penitenziari della Liguria, che questa amministrazione segue attraverso il costante monitoraggio delle presenze e delle condizioni di vivibilità.
In tale quadro, deve tuttavia evidenziarsi che nessun detenuto risulta collocato in uno spazio inferiore alla soglia minima di tre metri quadrati e che nella grande maggioranza dei casi lo spazio individualmente disponibile è superiore a quattro metri quadrati.
Con specifico riferimento alla casa circondariale di Sanremo, ogni detenuto dispone di uno spazio di vivibilità superiore ai quattro metri quadrati, le camere di pernottamento sono complessivamente 109 e non risultano presenti camere con servizio igienico privo di ingresso riservato.
Sono dati che non inducono questa amministrazione a sottovalutare il problema, ma consentono di rappresentarlo nella sua effettiva consistenza. Il sovraffollamento non viene affrontato attraverso interventi episodici, bensì mediante un'attività di costante monitoraggio delle presenze e degli indici di affollamento, condotta a livello nazionale, distrettuale e di singolo istituto. La Direzione generale dei detenuti e del trattamento provvede infatti alla gestione delle procedure di riequilibrio della popolazione appartenente al circuito della media sicurezza. Le richieste di sfollamento sono valutate tenendo conto degli indici registrati nei diversi distretti, così da perseguire una distribuzione più razionale ed equa della popolazione detenuta e un rapporto maggiormente equilibrato tra capienza e presenze.
Dall'inizio dell'anno, 50 provvedimenti di sfollamento hanno consentito di trasferire complessivamente 734 detenuti dagli istituti dei distretti maggiormente affollati verso sedi con minore pressione detentiva. Per la casa circondariale di Sanremo, inoltre, l'8 agosto scorso sono stati trasferiti sei detenuti presso altre sedi del distretto.
Questa amministrazione non si limita a registrare le difficoltà, bensì le governa attraverso gli strumenti disponibili, modulando gli interventi sulla base dei dati e delle esigenze concretamente rilevate. In una realtà complessa come quella penitenziaria, il dato non è soltanto una misura del problema, ma anche il punto di partenza di ogni risposta responsabile.
Quanto agli eventi critici richiamati nell'interpellanza, nel mese di agosto 2026, durante una perquisizione straordinaria finalizzata alla prevenzione e al contrasto delle sostanze stupefacenti, il personale ha rinvenuto 111,9 grammi di sostanza, presumibilmente stupefacente, una micro SD, una penna USB, sei cavetti USB, un microtelefono cellulare con SIM e due batterie, abilmente occultati all'interno di un foro ricavato nel muro. È stato immediatamente avviato il procedimento disciplinare, concluso con l'esclusione del responsabile dalle attività comuni per 15 giorni, cui ha fatto seguito il suo trasferimento per ragioni di ordine e disciplina.
Parimenti, nel marzo del 2026, un detenuto, a seguito di problematiche connesse al trasferimento, ha dato fuoco alle lenzuola e al materasso, danneggiando il televisore e rendendo inagibile la camera. Anche in tale circostanza, l'amministrazione è intervenuta senza indugio, disponendo il trasferimento del detenuto e applicando la prevista sanzione disciplinare.
Questi episodi attestano la complessità del contesto operativo ma dimostrano anche la capacità di controllo, intervento e risposta del personale. La sicurezza penitenziaria si costruisce ogni giorno con vigilanza, con professionalità e con tempestività, e a tutte le donne e gli uomini che operano negli istituti va riconosciuto il valore di un servizio difficile e indispensabile.
Sul versante degli organici, la casa circondariale di Sanremo dispone di una dotazione di personale articolata nei diversi ruoli del Corpo di polizia penitenziaria, rispetto alla quale permangono alcune esigenze di rafforzamento costantemente monitorate da questa amministrazione; l'organizzazione dei servizi assicura la continuità della vigilanza e dell'osservazione all'interno delle sezioni detentive, nonché lo svolgimento degli ulteriori compiti indispensabili al funzionamento dell'istituto; il comando è affidato a un vice commissario del Corpo di polizia penitenziaria.
Proprio in considerazione delle esigenze rilevate sono state adottate specifiche misure di potenziamento: nel maggio 2025, all'esito del corso di formazione iniziale per vice ispettori, sette unità sono state assegnate alla casa circondariale di Sanremo. Nel maggio 2026, inoltre, al termine del primo corso per la nomina dei vice commissari, l'istituto è stato ulteriormente rafforzato con l'assegnazione di un vice commissario con funzioni di vice comandante di reparto. Tali interventi testimoniano l'attenzione riservata alla funzionalità dell'istituto e la volontà di consolidarne progressivamente la capacità operativa.
A tali interventi si aggiungono gli incrementi del ruolo degli agenti e assistenti: tre unità maschili assegnate in occasione della mobilità collegata ai corsi 182° e 183°; tre unità maschili e due femminili connesse al 184° corso; sedici unità maschili e una femminile assegnate in occasione del 185° corso.
L'azione di rafforzamento prosegue: il piano di mobilità collegato al secondo scaglione del 186° corso prevede, a livello nazionale, l'incremento di ulteriori 1.475 unità, mentre il terzo scaglione avrà inizio il 19 ottobre 2026.
Questa amministrazione continuerà quindi a operare affinché le nuove risorse disponibili siano utilizzate per ridurre, nei diversi ruoli, le carenze degli istituti che presentano le maggiori esigenze.
Quanto infine alla ricostituzione del provveditorato regionale dell'amministrazione penitenziaria per la Liguria, va ricordato che l'attuale Governo è già intervenuto sugli effetti della precedente riduzione delle articolazioni territoriali, elevando il numero dei provveditorati regionali da 11 a 13, con l'attivazione del provveditorato per l'Umbria e le Marche e il ripristino di quello per l'Abruzzo e il Molise. L'eventuale riattivazione di un autonomo provveditorato per la Liguria richiede, tuttavia, un atto normativo di rango primario, che preveda anzitutto l'aumento di una unità nella dotazione organica dei dirigenti generali penitenziari, oltre alle ulteriori risorse umane e materiali necessarie al suo funzionamento.
Il tema pertanto non può essere risolto con un mero atto organizzativo, ma presuppone un intervento normativo e la predisposizione delle indispensabili condizioni operative.
Questo Ministero è pienamente consapevole delle esigenze rappresentate dal territorio ligure. Proprio per questo, l'azione amministrativa continuerà a svilupparsi lungo direttrici concrete e, nella specie, quelle del monitoraggio e del riequilibrio delle presenze detentive, del progressivo rafforzamento degli organici e della valutazione degli interventi necessari per rendere la struttura territoriale dell'amministrazione sempre più vicina alle esigenze degli istituti. Non si intende negare la complessità delle criticità esistenti.
Si intende affrontarle con serietà, senza semplificazioni, senza proclami, attraverso un'amministrazione che vigila, interviene e programma. Perché garantire sicurezza e legalità all'interno degli istituti significa, nello stesso tempo, tutelare la dignità delle persone detenute, sostenere il lavoro del personale e assicurare credibilità all'intero sistema penitenziario.
PRESIDENTE. L'onorevole Bagnasco ha facoltà di dichiarare se sia soddisfatto per la risposta alla sua interpellanza.
ROBERTO BAGNASCO (FI-PPE). Grazie, Presidente. Grazie, soprattutto, al Sottosegretario per la risposta estremamente articolata, attenta, puntuale, che ha preso atto di quelle che erano le osservazioni fatte dall'interpellante. Di questo non posso che essergliene assolutamente grato e affermare che quello che si sta facendo - è un settore che seguo da parecchio tempo - esiste realmente e che tra il dire e il fare, evidentemente, c'è proprio il mare. Però, la situazione dei penitenziari italiani, signor Sottosegretario, è certamente un qualcosa che è lontano dalla realtà che vorremmo raggiungere come Paese sviluppato e come Paese che tiene conto del rispetto del diritto dei detenuti, e non solamente dei detenuti ma anche della Polizia penitenziaria. Siamo ancora lontani da quello che vorremmo che ci fosse.
Questo Governo ha fatto molto, lo dico con grande tranquillità e serenità, in questo settore; lo ha fatto costantemente, fin dal primo giorno, e gliene diamo atto con piena convinzione e, soprattutto, in piena serenità di giudizio personale. Però, bisogna fare di più e di meglio e credo che la situazione che noi abbiamo osservato in Liguria - ma ho avuto anche modo di vedere altre realtà, al di fuori della Liguria - è certamente ancora lontana da quella che dovrebbe essere e che vorremmo che fosse per i penitenziari italiani.
Nello specifico, ripeto, signor Sottosegretario, quella che è la domanda quasi centrale della mia interpellanza, ossia quella della ricostituzione del provveditorato regionale dell'amministrazione penitenziaria in Liguria.
Lei ha detto che è un atto normativo - certamente, ci mancherebbe altro - quindi, non è una risposta che si può dare dall'oggi al domani, ma qui ci troviamo di fronte a richieste che vengono da lontano. Ricordo che le dichiarazioni del Sottosegretario Ostellari sono del 16 giugno 2025, quindi ormai è passato più di un anno da allora, ed eventuali interventi normativi avrebbero avuto modo di avere anche uno sviluppo diverso.
Del resto, quello che lei giustamente ha detto - e ne prendo atto in maniera positiva, perché quando si fanno delle cose importanti e significative in altre regioni, non è che noi della Liguria soffriamo perché in regioni anche piccole, tipo il Molise, è stato fatto quello che noi oggi richiediamo - ma credo che ciò dimostri che la volontà può portare anche in Liguria, che è una regione difficile - questo, forse, non l'abbiamo evidenziato fino a questo momento -, è una regione di frontiera, quindi con problemi anche particolari derivanti dalla sua situazione geografica. Io credo che ciò si possa e si debba fare in Liguria.
Finisco il mio intervento, confermando il giudizio positivo su quello che si sta facendo ma chiedendo anche, con la stessa forza con la quale diamo un giudizio positivo, di andare avanti sugli impegni, perché quando si prendono degli impegni su situazioni oggettive, evidentemente, questi devono essere mantenuti.
Chiediamo al Governo di mantenere l'impegno nei confronti non della Polizia penitenziaria, ma nei confronti della situazione delle carceri liguri, cioè di ricostituire anche in Liguria un provveditorato regionale dell'amministrazione penitenziaria. Io spero che, in conseguenza anche a quello che è stato fatto su tutti gli altri settori, si possa fare qualcosa, anche se questo richiede interventi normativi. Signor Sottosegretario, siamo qui apposta per fare questi interventi normativi e, quindi, cerchiamo di non perdere l'occasione (Applausi dei deputati del gruppo Forza Italia-Berlusconi Presidente-PPE).
(Iniziative in merito al trattamento economico e giuridico dei lavoratori marittimi - n. 2-00936)
PRESIDENTE. Passiamo all'interpellanza urgente Caramiello ed altri n. 2-00936 (Vedi l'allegato A). Chiedo all'onorevole Caramiello se intenda illustrare la sua interpellanza o se si riservi di intervenire in sede di replica.
ALESSANDRO CARAMIELLO (M5S). Grazie, Presidente, Sottosegretario Sbarra, onorevoli colleghi. Ancora una volta porto in quest'Aula la voce di una categoria di lavoratori bistrattata da questo Governo, nonostante rappresenti il cuore pulsante della nostra economia. Parlo di centinaia di migliaia di professionisti che passano mesi lontano dalle proprie famiglie, sospesi tra le onde, garantendo la continuità dei trasporti e non solo.
Prendo la parola con un profondo senso di urgenza per illustrare un'interpellanza che tocca un comparto fondamentale della nostra economia e, soprattutto, la vita e la dignità di centinaia di migliaia di lavoratori. Sottosegretario, mi riferisco ai lavoratori marittimi, imprescindibili per la nostra Nazione, che ricordo essere una penisola circondata dal mare la cui economia dipende in modo vitale dal trasporto marittimo delle merci e dei passeggeri. Sottosegretario, eppure - nonostante l'Italia ami definirsi una potenza marittima - nei fatti, nelle leggi, nei decreti e nelle manovre di bilancio di questo Governo i marittimi sono trattati come lavoratori di serie B, invisibili e dimenticati. Peggio ancora, sistematicamente penalizzati.
Il testo che ho depositato e che illustro oggi non è un elenco di problematiche, ma una radiografia impietosa delle gravissime criticità che affliggono il settore: dalla sicurezza alla burocrazia, fino allo sfruttamento vero e proprio. E pretendo, Sottosegretario, oggi, quasi a fine legislatura, che su ogni singolo punto lei ci dia delle risposte e non le solite rassicurazioni di circostanza.
Partiamo dal primo, gravissimo, punto: l'articolo 1, comma 156, della vostra legge di bilancio del 2024, la legge n. 213 del 2023. Con un colpo di spugna avete modificato un regio decreto del 1937, riducendo dal 75 per cento al 60 per cento l'indennità giornaliera di malattia per il personale navigante. Sottosegretario, voglio spiegarle cosa significa questo numero nel mondo reale: un lavoratore marittimo vive e lavora su una nave, in ambienti confinati, sottoposto a sbalzi termici, a sforzi fisici immani, lontano da casa e dalle strutture sanitarie territoriali; se un marittimo si ammala, la sua malattia ha un peso specifico diverso. Decurtare questa indennità significa infliggere un grave pregiudizio economico a famiglie che, spesso, sono monoreddito e significa, soprattutto, innescare una dinamica pericolosissima per l'intera sicurezza della navigazione.
Sottosegretario, si è mai chiesto cosa fa un lavoratore a cui tagliate lo stipendio se si ammala? Stringe i denti e va a lavorare lo stesso. Un marittimo malato costretto a imbarcarsi per non perdere il 40 per cento della sua retribuzione giornaliera è un marittimo che mette a repentaglio la propria vita per portare il pane a casa. Mi chiedo: perché avete effettuato questo taglio? A cosa porta questo risparmio miserevole? Le chiedo con forza, Sottosegretario, come giustificate questa miopia? E, soprattutto, non ritenete urgente - anzi, vitale - fare un passo indietro e ripristinare immediatamente, con il primo veicolo normativo utile, l'indennità di malattia al 75 per cento?
Sottosegretario, passiamo al secondo punto. Mi riferisco agli attestati di addestramento: i famigerati allegato I e allegato II istituiti dal decreto ministeriale n. 51 del 2016. Ma cosa sono nel dettaglio questi documenti? Sono semplici moduli cartacei su cui trascrivere manualmente l'elenco dei corsi frequentati dal marittimo, i riferimenti alla Convenzione internazionale e le relative scadenze. Faccio notare all'Aula la follia della situazione: all'atto dell'imbarco al marittimo non viene chiesto solo questo allegato riassuntivo, ma anche i certificati originali di ogni singolo corso, abbiamo quindi un duplicato cartaceo inutile.
Ma il vero dramma, Sottosegretario, si consuma per colpa dell'errore umano. Trascrivendo a mano decine di date l'errore materiale è all'ordine del giorno: una cifra sbagliata, un giorno invertito con il mese e cosa succede? Succede che, in caso di controllo, emerge una discrepanza tra il certificato originale, valido e perfetto, e l'allegato, sbagliato per colpa di una svista amministrativa. Qual è la conseguenza di tutto questo? La conseguenza è vergognosa: i nostri marittimi subiscono l'ingiusta perdita di validità dei titoli. Per un errore materiale si vedono annullare l'addestramento e sono costretti a ripetere da capo corsi lunghissimi e costosissimi, corsi pagati a spese loro, mentre perdono giorni e mesi di lavoro in attesa di potersi imbarcare nuovamente.
Non siamo noi dell'opposizione a dirlo, è l'EMSA, che è l'Agenzia europea per la sicurezza marittima, ad aver puntato il dito contro l'Italia. L'Europa ci guarda e non capisce, nutre forti dubbi sul fatto che questi ridicoli allegati possano essere equiparati agli effettivi Certificate of proficiency, cioè i famosi Cop, richiesti dalle normative comunitarie. Siamo a rischio infrazione, siamo a rischio di ridicolizzare il nostro Paese sui tavoli internazionali.
Quindi, Sottosegretario, nell'era della digitalizzazione della pubblica amministrazione digitale, dell'identità elettronica, vi chiedo: non ritenete necessario e doveroso eliminare oggi stesso, con un semplice decreto, l'obbligo di presentazione degli allegati I e II, considerando sufficiente l'esibizione dei certificati originali dei corsi? Liberate questi lavoratori dalla morsa di una burocrazia cieca e dannosa.
Arriviamo poi al terzo punto, che tocca la sfera dei diritti sociali e previdenziali. Il lavoro marittimo, lo sappiamo tutti o dovremmo saperlo, rappresenta una delle attività umane più complesse, logoranti e usuranti sotto ogni possibile profilo: fisico, mentale e psicologico. Parliamo di donne e uomini che vivono per mesi confinati su una struttura d'acciaio in mezzo al mare, lavorano con i ritmi imposti dalle onde, dal meteo, dalle maree, dal rumore assordante e costante dei motori e dalle vibrazioni che distruggono la schiena e le articolazioni. Vivono in condizioni di isolamento sociale e affettivo devastanti. C'è una sostanziale continuità della prestazione lavorativa: su una nave non si stacca mai veramente, anche quando sei in cabina a riposare sei a disposizione, sei parte di una macchina che naviga e che può entrare in emergenza in qualsiasi momento. Eppure, a fronte di queste evidenze scientifiche, mediche e umane, i marittimi risultano inspiegabilmente esclusi dalla disciplina dei lavori usuranti di cui al decreto legislativo n. 67 del 2011. Questo è un insulto, Sottosegretario, ed è un insulto ancora più grande se pensiamo che in passato queste categorie erano state ricomprese tra i lavori meritevoli di tale riconoscimento. Ci sono lavoratori a terra con mansioni infinitamente meno impattanti sulla salute che godono, giustamente, dei benefici previdenziali per usura, ma i marittimi no.
Sottosegretario, perché, a distanza di anni e di innumerevoli richieste, questo Governo continua a voltare la testa dall'altra parte? Le chiedo formalmente se il Governo intenda intervenire con la massima urgenza, modificando il decreto legislativo n. 67 del 2011, per sanare questa ferita e reinserire a pieno titolo i lavoratori marittimi tra le categorie ammesse ai benefici previdenziali per i lavori usuranti.
Lo Stato non può spremere questi lavoratori per quarant'anni e poi abbandonarli, acciaccati, senza riconoscere l'oggettivo deterioramento psicofisico subito per servire il Paese.
Sottosegretario, segnalo poi una carenza strutturale gravissima: l'assenza di sistemi oggettivi, automatizzati e soprattutto non alterabili per la rilevazione delle presenze a bordo. In qualsiasi fabbrica, in qualsiasi ufficio, nel commercio, nei servizi, il badge elettronico è la normalità. Anche su alcune grandi navi da crociera è stato adottato, ma sulla stragrande maggioranza delle navi commerciali italiane - e voglio accendere un faro drammatico sui traghetti Ro-Ro/Pax e sul naviglio minore, impiegati nei collegamenti insulari, quelli che usiamo per andare, per esempio, in Sicilia, in Sardegna, all'Elba, a Ischia - non esiste alcun obbligo di legge. E cosa significa questo, Sottosegretario? Significa che la registrazione delle ore di lavoro e di riposo è affidata a diari di bordo cartacei. Senza un badge elettronico certificato non c'è alcuna tracciabilità reale.
L'Italia, in questo, è in stridente contrasto con i pilastri del diritto marittimo internazionale e del diritto del lavoro; e non stiamo parlando di una questione di principio formale, stiamo parlando di carne viva, di dati storici.
Le testimonianze, i dossier sindacali - che lei dovrebbe conoscere bene, essendo stato anche segretario generale della CISL - ci restituiscono una realtà agghiacciante a causa della mancanza di controlli digitali anti-manomissione, e gli orari effettivi a bordo superano costantemente ogni limite legale e umano.
Durante l'alta stagione estiva, nel bacino del Mediterraneo, il sistema collassa. Parliamo di turni massacranti. I registri dicono otto ore al giorno, ma la realtà ci parla di turni che vanno dalle 72 alle 84 ore settimanali. Ci vengono riferite punte patologiche, criminali, di 96 ore di lavoro settimanali.
E ancora, Sottosegretario, affrontiamo oggi, in quest'Aula, un altro aspetto scellerato: mi riferisco alla legge 2 dicembre del 2025, n. 182, che ha modificato gli articoli 328 e 329 del codice della navigazione, introducendo l'arruolamento diretto da parte dei comandanti.
L'intento dichiarato, lo ricordiamo tutti, era snellire, ridurre i tempi di preparazione della nave, togliendo passaggi burocratici dalle capitanerie. Peccato che, però, purtroppo, abbiate fatto un disastro applicativo. Nell'attuare questa norma, avete preso le immense responsabilità amministrative e di garanzia che prima spettavano allo Stato - e quindi, come dicevo, alle capitanerie - e le avete buttate brutalmente sulle spalle dei comandanti delle navi. Il comandante, signor Sottosegretario, è la figura suprema a bordo, colui che deve avere la mente sgombra per dedicarsi alla navigazione, alla sicurezza, alla salvaguardia della vita umana in mare. Oggi invece lo avete trasformato in un burocrate, in un passacarte, in un ufficio di risorse umane e lo avete fatto senza fornirgli gli strumenti. I comandanti si trovano a dover arruolare l'equipaggio senza un modello uniforme nazionale, si trovano senza una guida ministeriale ufficiale e chiara che indichi quali siano esattamente i corsi obbligatori per ogni singola qualifica imbarcata.
Ma ancor più vergognoso, Sottosegretario, è il tema del precariato. Nel settore marittimo italiano abbiamo lavoratori che, pur operando per la stessa compagnia di navigazione, sono impiegati con una successione ininterrotta di contratti a termine che dura, in alcuni casi, da oltre vent'anni. È il cosiddetto turno generale, usato in modo patologico. Persone di quarantacinque, di cinquant'anni, che ogni volta che scendono a terra sono tecnicamente disoccupate, senza certezze per il futuro, senza la possibilità di accendere un mutuo: un precariato istituzionalizzato.
Le chiediamo se intenda farsi promotore e garante di un tavolo negoziale urgente e definito tra armatori e sindacati per la stabilizzazione una volta per tutte di queste figure storiche.
E infine, Sottosegretario, è arrivato il momento di parlare di sicurezza sanitaria a bordo. È scandaloso che nel 2026 non esista ancora un obbligo di legge tassativo che imponga la presenza di defibrillatori semiautomatici - i famosi DAE - sulle navi di ogni classe e dimensione. Un DAE costa poche centinaia di euro ed il personale marittimo è già addestrato, o può esserlo facilmente, nei corsi di base per il suo utilizzo. Come può, Sottosegretario, un Governo non sentire come dovere morale e civile l'istituzione immediata di questo obbligo?
Vado a concludere, Presidente. Con i colleghi firmatari di questa interpellanza abbiamo tratteggiato un quadro che non ammette repliche vaghe, né rinvia a tavoli di concertazione futuri.
I marittimi italiani rappresentano una tradizione, un orgoglio e una risorsa inestimabile per la nostra Nazione. Da troppo tempo subiscono in silenzio, stretti tra le onde del mare e la burocrazia cieca e cinica di chi sta nei palazzi romani. Oggi la loro voce risuona in quest'Aula e noi dell'opposizione non faremo un passo indietro finché a questi professionisti non saranno restituiti i diritti, la sicurezza e la dignità che meritano.
La replica a lei, Sottosegretario, e mi auguro, per il bene del Paese e dei nostri marittimi, che non siano parole vuote (Applausi dei deputati del gruppo MoVimento 5 Stelle).
PRESIDENTE. Il Sottosegretario di Stato alla Presidenza del Consiglio dei ministri, Luigi Sbarra, ha facoltà di rispondere.
LUIGI SBARRA, Sottosegretario di Stato alla Presidenza del Consiglio dei ministri. Signor Presidente, onorevoli deputati, l'interpellanza urgente in esame pone all'attenzione del Governo temi di centrale importanza relativi alle condizioni di lavoro, alla tutela previdenziale e alla sicurezza del personale marittimo, offrendo al contempo l'occasione per fare chiarezza sul quadro normativo e sulle iniziative in corso.
Preliminarmente, è opportuno precisare che, in merito alle richiamate condizioni di lavoro del personale imbarcato sulle navi mercantili battenti bandiera italiana, la disciplina dell'orario di lavoro non discende dal decreto legislativo n. 66 del 2003, bensì dalla normativa speciale del settore marittimo, in particolare dai decreti legislativi n. 108 del 2005 e n. 271 del 1999, che recepiscono la normativa internazionale ed europea sulla gente di mare.
Sul piano operativo, il sistema di vigilanza delle condizioni di lavoro nel comparto marittimo e portuale si fonda su una competenza concorrente e complementare dell'Ispettorato nazionale del lavoro e delle Capitanerie di porto. Il primo ha la competenza generale in materia di legislazione sociale, corretto inquadramento, rispetto dei contratti collettivi e contrasto al dumping contrattuale; le Capitanerie di porto, quali autorità marittime, esercitano invece funzioni specialistiche strettamente connesse alla sicurezza della navigazione, alla vidimazione e al controllo dei registri delle ore di lavoro e di riposo, nonché all'attuazione della Convenzione internazionale, operando sotto il coordinamento del Ministero delle Infrastrutture e dei trasporti.
In merito ai controlli sul rispetto degli orari di lavoro e dei periodi di riposo del personale marittimo, nonché sulla possibilità di disporre verifiche ispettive estemporanee, anche a seguito di segnalazioni o reclami, si rappresenta che il quadro normativo vigente prevede specifici strumenti di controllo delle condizioni di lavoro a bordo.
Particolare rilievo assume il decreto legislativo n. 32 del 2016, che ha dato attuazione alla direttiva 2013/54/UE e rafforzato il sistema nazionale di controllo della Convenzione MLC 2006. Il decreto prevede la possibilità di programmare specifiche campagne ispettive sulle condizioni di vita e di lavoro a bordo e stabilisce che gli ispettori possano accedere alle navi liberamente e senza preavviso, acquisendo la documentazione necessaria agli accertamenti.
Sono, inoltre, previste ispezioni addizionali in presenza di reclami concernenti presunte violazioni della normativa sul lavoro marittimo.
Gli accertamenti, svolti in occasione di ispezioni ordinarie o occasionali ai sensi della normativa sopracitata, possono riguardare non soltanto la documentazione obbligatoria, ma anche la concreta corrispondenza tra le ore di lavoro e di riposo, registrate giornalmente su appositi registri adottati ai sensi dell'articolo 4 del decreto legislativo n. 108 del 2005, e l'effettiva organizzazione dei turni a bordo, assicurando così la piena applicazione della Convenzione MLC 2006, della direttiva 1999/63/CE e della normativa nazionale di riferimento.
Nel quadro delle misure a tutela del personale marittimo, secondo quanto riferito dal Ministero delle Infrastrutture e dei trasporti, è in corso un processo di semplificazione normativa e digitalizzazione delle procedure relative al personale marittimo. Questa iniziativa punta a ridurre gli oneri amministrativi a carico dei comandanti di nave, permettendo loro di concentrarsi sulle funzioni istituzionali primarie: la sicurezza della navigazione, la salvaguardia della vita umana in mare e la protezione dell'ambiente marino.
In tale ambito, si segnala che le disposizioni introdotte dalla legge n. 182 del 2025, dalla legge n. 70 del 2026 e dai conseguenti provvedimenti attuativi hanno già consentito una significativa razionalizzazione delle procedure relative all'arruolamento, alla formazione professionale, al rilascio e rinnovo delle certificazioni e, più in generale, alla gestione amministrativa della documentazione della gente di mare.
Inoltre, in merito alla richiesta di ricomprendere il lavoro marittimo tra le attività particolarmente faticose e pesanti ai fini previdenziali, si evidenzia che determinate attività del settore marittimo risultano già formalmente incluse nell'elenco delle attività cosiddette gravose. Tale qualificazione consente l'accesso ai benefici previdenziali, tra cui l'Ape sociale, la cui sperimentazione è stata prorogata al 31 dicembre del 2026. L'eventuale trasposizione del lavoro marittimo nell'alveo delle mansioni usuranti, al centro dell'attenzione dell'attuale Governo, è oggetto di specifiche valutazioni tecnico-scientifiche dei profili di usura strutturale ed è, certamente, oggetto di tutti gli approfondimenti istituzionali necessari.
Con riferimento al quesito relativo alla determinazione dell'indennità giornaliera di malattia, come modificata dalla legge di bilancio per il 2024, si evidenzia che la nuova disposizione ha introdotto una variazione anche per quanto riguarda la base di calcolo su cui applicare la percentuale. Infatti, mentre precedentemente l'indennità giornaliera era commisurata al salario effettivamente percepito dall'assicurato nei 30 giorni precedenti lo sbarco, con la modifica introdotta, “l'indennità giornaliera è calcolata sulla base della retribuzione media globale giornaliera percepita dall'assicurato nel mese immediatamente precedente a quello in cui si è verificato l'evento di malattia”. Sul tema, naturalmente, permane la piena disponibilità di tutti i soggetti coinvolti ad esaminare le proposte di modifica elaborate dalle parti sociali.
Alla luce di quanto esposto, il Governo ribadisce il proprio impegno a contrastare ogni forma di dumping economico e sociale, attraverso il rafforzamento di un'azione ispettiva mirata e il continuo monitoraggio a tutela della sicurezza della navigazione, nonché della salute e della sicurezza della gente di mare.
Infine, in merito alle richieste di stabilizzazione del personale precario e alle modifiche del regime fiscale dei marittimi, l'Esecutivo conferma la propria disponibilità a un confronto costruttivo con le parti sociali. Si rinnova così la massima attenzione verso un settore strategico per il Paese, con l'obiettivo primario di tutelare i lavoratori e rafforzare la sicurezza della navigazione.
PRESIDENTE. Il deputato Caramiello ha facoltà di dichiarare se sia soddisfatto per la risposta alla sua interpellanza.
ALESSANDRO CARAMIELLO (M5S). Grazie, Presidente. Purtroppo, sono insoddisfatto e deluso. Da parte di chi ha fatto sindacato per tanti anni, mi sarei aspettato un approccio diverso a difesa dei lavoratori. Qui, infatti, ho portato la voce dei marittimi d'Italia e, in particolare, dei lavoratori che vivono a Napoli e in tutta la provincia, in particolare a Portici, ad Ercolano, San Giorgio a Cremano, Torre del Greco, Pompei, Torre Annunziata, Vico Equense, Castellammare di Stabia e Sorrento, città nelle quali risiedono migliaia e migliaia di marittimi.
Lei, Sottosegretario, è calabrese. Anche nelle sue zone ci sono migliaia e migliaia di marittimi che si lamentano del trattamento ricevuto da questo Governo. Oggi lei aveva l'opportunità, forse storica, di dimostrare che, dopo anni di silenzi, ritardi, rimpalli e colpevoli omissioni, l'Esecutivo aveva finalmente deciso di aprire gli occhi e guardare in faccia la realtà del lavoro marittimo del nostro Paese. Aveva l'occasione formale e politica di sanare ferite aperte, di correggere storture evidenti e di restituire un briciolo di dignità a migliaia di lavoratori che, nel silenzio generale, reggono sulle proprie spalle un asse vitale e strategico dell'economia nazionale.
Invece a cosa abbiamo appena assistito in quest'Aula? Alla lettura di un documento redatto dai suoi uffici, intriso di quel burocratese insopportabile ed evasivo, che serve a una sola cosa: a nascondere il vuoto della vostra volontà politica (Applausi dei deputati del gruppo MoVimento 5 Stelle). Sottosegretario, sono tutte formule vuote, parole di “gomma”. Sono parole che, per chi in questo momento si trova in mezzo al mare, lontano dagli affetti, chiuso in una sala macchine o sferzato dal vento su un ponte di coperta, equivalgono a uno schiaffo in pieno volto. È una mancanza di rispetto intollerabile verso donne e uomini che lavorano in condizioni che, evidentemente, nei vostri Ministeri ovattati non riuscite nemmeno ad immaginare.
Ero partito dal nodo cruciale della sicurezza e della salute, un diritto fondamentale che voi avete scientificamente barattato per un pugno di euro sul taglio dell'indennità di malattia dal 75 al 60 per cento, perpetrato con la vostra legge di bilancio. Io non mi aspettavo che lei oggi venisse qui a fare un passo indietro. Mi aspettavo, però, un'autocritica sincera, mi aspettavo che annunciasse un emendamento riparatore nel prossimo decreto utile, dicendoci: abbiamo sbagliato, ci siamo resi conto che fare cassa sulla salute dei marittimi è un errore madornale. Invece, lei ha glissato, ha eluso il cuore politico della nostra denuncia. Ma noi non ci fermiamo: in legge di bilancio presenteremo l'emendamento per ripristinare l'indennità di malattia al 75 per cento.
Non ha speso una sola parola per confutare il fatto oggettivo che, decurtando lo stipendio di chi si ammala, state di fatto incentivando i lavoratori a nascondere le proprie patologie pur di non perdere quasi metà della retribuzione giornaliera. Lo sa cosa significa, Sottosegretario? Questo significa che padri e madri di famiglia, pur di non vedersi decurtata la busta paga, si imbottiscono di farmaci e salgono a bordo con la febbre, con dolori articolari, con patologie non curate. Come potete riempirvi la bocca delle parole “sicurezza della navigazione” se poi, per racimolare qualche spicciolo di bilancio, create le condizioni economiche affinché imbarchino persone che non sono nel pieno delle loro capacità psicofisiche? Sottosegretario, però, dobbiamo dire che, se dovete trovare miliardi per le armi e per altro, allora sì, in quell'occasione, i soldi si trovano sempre (Applausi dei deputati del gruppo MoVimento 5 Stelle). Questa è una vergogna.
Questo atteggiamento è inconcepibile e inaccettabile, come lo è, Sottosegretario, quando non date risposte chiare e perentorie sulla dotazione dei defibrillatori semiautomatici a bordo. Anche qui, mi sarei aspettato un lapidario: sì, lo facciamo subito. Serve un decreto di due righe. Un DAE costa poche centinaia di euro, ma la vita umana, la vita di un lavoratore, di un padre di famiglia, quella non ha prezzo.
E veniamo al capolavoro dell'ipocrisia governativa: la burocrazia. Nei vostri convegni vi riempite la bocca di termini come transizione digitale, innovazione, snellimento amministrativo, ma alle nostre precise domande sull'odissea burocratica degli Allegati 1 e 2 non avete saputo dare una tempistica certa. Continuate, nel 2026, a tollerare che un lavoratore perda l'abilitazione e debba sborsare migliaia di euro e mesi di tempo per ripetere corsi già superati, solo a causa di un banale refuso nella trascrizione manuale di un certificato cartaceo. Vi avevamo chiesto di eliminare questi fogli inutili, contestati persino dall'EMSA, a livello europeo. Nemmeno questo avete fatto.
E ancora peggio vi siete comportati con i comandanti delle navi. Con l'attuazione della legge n. 182 del 2025 sull'arruolamento diretto avete venduto la narrazione della semplificazione, ma la verità è che avete smantellato il ruolo di garanzia delle Capitanerie di porto per scaricare l'intero peso amministrativo, civile e penale sulle spalle dei comandanti. Li avete lasciati soli. Vi avevamo chiesto di implementare un banale, comunissimo QR Code per permettere a questi professionisti di verificare l'autenticità dei titoli di addestramento in tempo reale e, invece, li costringete a operare alla cieca, a fare gli impiegati delle risorse umane sulla banchina. State trasformando l'eccellenza della nostra marineria in un esercito di passacarte terrorizzato.
Ma il punto in cui la sua replica, Sottosegretario, ha toccato il fondo dell'ignavia politica e dell'abdicazione al ruolo dello Stato è sul fronte dello sfruttamento lavorativo e del lavoro usurante. Le avevo chiesto per quale incomprensibile e disumana ragione un lavoratore che passa quarant'anni a respirare fumi di combustione, esposto a vibrazioni continue, isolato dal mondo, non debba avere gli stessi diritti previdenziali di altri lavori gravosi. Speravo in un moto di orgoglio, in un impegno formale del Governo a modificare il decreto legislativo n. 67 del 2011 per includerli nei benefici previdenziali, ma la sua elusione conferma brutalmente ciò che questi lavoratori sanno già: per voi loro non esistono (Applausi dei deputati del gruppo MoVimento 5 Stelle).
Siete bravi a trovare miliardi in poche ore, ma, quando si tratta di mandare in pensione con dignità un marittimo logorato da una vita di fatiche, tirate fuori la scusa delle coperture finanziarie mancanti.
E sulle ore di lavoro massacranti, Sottosegretario, il vostro silenzio è assordante, complice e imperdonabile. Noi le abbiamo denunciato una realtà spaventosa. Non basta il controllo estemporaneo: le ho parlato di turni che vanno dalle 72 alle 96 ore. Le abbiamo chiesto semplicemente un badge elettronico; ormai in tutte le aziende è presente un badge che possa verificare effettivamente le ore lavorative.
Sottosegretario, nemmeno una parola, non un impegno reale è stato preso da lei per arginare il dumping salariale e il dramma sociale dei contratti a termine ultraventennali. Nel nostro Paese, sotto i vostri occhi, ci sono lavoratori italiani trattati come merce “usa e getta”; persone di 50 anni, padri di famiglia, tenuti sotto perenne ricatto occupazionale, nel cosiddetto turno generale, che firmano contratti a termine da vent'anni con la stessa identica compagnia di navigazione. Appena sbarcano diventano nuovamente disoccupati e non possono accendere un mutuo, non hanno certezze, vivono con il terrore di non essere richiamati al prossimo sbarco. E lo Stato non batte un colpo per le stabilizzazioni, contratti dignitosi e la tutela dell'occupazione nazionale, rispetto all'imbarco massivo di personale extracomunitario a basso costo. Abbandonate i lavoratori italiani al massacro del libero mercato deregolamentato.
Ricordo bene, Sottosegretario, quando nella scorsa legislatura la Presidente del Consiglio era all'opposizione e fu contattata telefonicamente da una sigla sindacale di Torre del Greco. In quell'occasione gridava “prima gli italiani”, si indignava, prometteva mari e monti al comparto marittimo, ma dopo quattro anni non solo né lei né Durigon hanno fatto nulla per migliorare la vita dei marittimi, anzi l'hanno peggiorata.
Concludo, Presidente. Sottosegretario, lei oggi non ha risposto al grido di aiuto di un comparto fondamentale: i marittimi italiani rappresentano la storia, l'eccellenza, il cuore pulsante del nostro Paese; meritano rispetto, meritano tutele vere, meritano uno Stato che stia al loro fianco. È arrivato il momento, Sottosegretario, con tutto il Governo di farvi da parte. Avete governato e avete fallito: la vostra propaganda si è schiantata sulle onde, sugli scogli e in mare aperto, abbandonando i marittimi sulle navi al grido di “si salvi chi può”. Ora tocca a noi. Questa interpellanza, firmata anche dal Presidente Conte, fornisce un messaggio chiaro: il MoVimento 5 Stelle è pronto a prendere in mano la vita di centinaia di migliaia di lavoratori, supportandoli e dandogli tutele e dignità lavorativa, come recita la nostra Costituzione (Applausi dei deputati del gruppo MoVimento 5 Stelle).
(Elementi e iniziative in merito alla gestione dell'impianto di rifiuti urbani della società Eco Energy ad Airola (Benevento), a seguito dell'incendio del 31 agosto 2026 - n. 2-00937)
PRESIDENTE. Passiamo all'interpellanza urgente Santillo ed altri n. 2-00937 (Vedi l'allegato A). Chiedo all'onorevole Santillo se intenda illustrare la sua interpellanza o se si riservi di intervenire in sede di replica.
AGOSTINO SANTILLO (M5S). Presidente, grazie. Intendo illustrare questa interpellanza urgente che riguarda per l'ennesima volta un argomento che parecchie volte affrontiamo in quest'Aula. Ci stiamo quasi abituando, direi, al Governo. In particolare, riguarda un incendio che ha interessato il comune di Airola, un sito di stoccaggio rifiuti dell'impianto Eco Energy, il 31 agosto 2026, sprigionando 100 ore praticamente continue di fumi, di roghi. Purtroppo, è ormai l'ennesimo tassello di un puzzle che in quel territorio è diventato una caratteristica, una peculiarità. A me piacerebbe ricordare in questo momento a chi ci segue e a lei di cosa stiamo parlando, almeno degli ultimi accadimenti.
Il 14 ottobre del 2021 è stata interessata dall'incendio la fabbrica del gruppo SAPA, sempre ad Airola nel beneventano. Il 9 luglio del 2025 - siamo a Pastorano in provincia di Caserta - a incendiarsi è il capannone dell'azienda Sacco. Il 16 agosto del 2025 siamo a Teano, in provincia di Caserta: il deposito della Campania Energia, che - voglio ricordare - era sotto sequestro dal 2018, quindi ben sette anni sotto amministrazione dello Stato, sequestrato. Arriviamo al 31 agosto del 2026 ad Airola: l'impianto Eco Energy, che è già stato in amministrazione giudiziaria e sequestro preventivo nel 2022, ulteriore sequestro nel 2024. E ovviamente come non ricordare Taverna del Re? La più grande area di stoccaggio rifiuti d'Europa, interessata spesso da incendi, non ultimo altri due nel settembre scorso, fino a due giorni fa.
Stiamo parlando, caro Sottosegretario, di un'area vasta sì, ma comunque piuttosto concentrata in una regione particolare, che secondo l'ultimo Rapporto Ecomafia 2026 di Legambiente vede Napoli prima provincia in Italia per reati ambientali, legati cioè al ciclo illegale dei rifiuti, che fa segnare, rispetto all'anno precedente, un più 35 per cento; poi abbiamo Caserta: da quarta in classifica diviene seconda, con un più 57 per cento e Benevento con un più 5 per cento. Quindi, sono province che sempre più sono interessate da questi reati.
Attenzione: l'accento dell'interpellanza non è in generale sul rifiuto - conosciamo la gestione regionale del ciclo rifiuti -, ma qui mi voglio soffermare su quegli impianti che sono sotto sequestro o amministrazione giudiziaria. Quindi la prego, Sottosegretario, quando mi risponderà, mi risponda su questo, perché se poi mi fa lo scaricabarile, significa che allora il Governo si vuole girare dall'altra parte, ma aspetterò la sua risposta.
In quell'area quando c'è stato l'incendio ci sono stati volumi, cioè misurazioni di diossine, che sono stati molto superiori rispetto ai limiti. Per esempio, l'ARPA Campania registra in generale nei pressi del rogo quasi il doppio del limite, ma poi nel comune di Cervinara, in concomitanza con la riattivazione dell'incendio, il picco supera addirittura di cinque volte il limite. Stiamo parlando di una zona dove l'Istituto zooprofilattico ha trovato addirittura tracce di piombo sui pomodori, nella Valle Caudina. E stiamo parlando di un'area interessata da inquinamento che è la Valle Caudina, in provincia di Benevento, la Valle di Suessola, in provincia di Caserta e l'Irpinia, Avellino: abbiamo parlato di tre province che sono a ridosso dell'area di Napoli. Quindi, questa è l'area.
Ora, com'è possibile, Sottosegretario, che in un impianto gestito dallo Stato, sequestrato - c'è un amministratore giudiziario -, che in alcuni giorni i volumi massimi giornalieri di stoccaggio arrivano ad essere addirittura 70 volte superiori? Non 7 volte, Sottosegretario, 70 volte superiori al limite giornaliero, che viene superato. Lì il controllo spetta allo Stato. Allora bisogna capire che cosa intende fare lo Stato, perché la regione Campania - deve sapere - ha saputo che quell'impianto è sotto sequestro nel mese di maggio, perché nel frattempo, questo impianto, che aveva problemi, doveva essere svuotato dei rifiuti, ed è stato quindi firmato un contratto con una società del gruppo Tritor Srl, la EPA Solution International il 30 aprile. Un contratto che è stato autorizzato dal tribunale di Benevento e che prevedeva di iniziare a svuotare quest'impianto. La regione Campania ha saputo, quindi, che questo impianto era sotto sequestro perché c'è stata la richiesta di voltura dalla Eco Energy a questa società e, in quel momento, si è anche attivata con una perizia giurata, richiedendo a quel punto anche una polizza fideiussoria che, come sapete, non è soltanto in funzione della quantità del rifiuto, del tipo di rifiuto, ma forse, soprattutto, del rischio incendio. Ecco, un impianto che è stato incendiato, un impianto controllato dallo Stato.
Noi, con l'interpellanza, Sottosegretario, intendiamo sapere innanzitutto se lo Stato sapeva, in quel bene da lui controllato, che tipi di rifiuti c'erano, quanti ce n'erano e come mai l'impianto antincendio non funzionava. Addirittura, lo Stato ha consentito, nella sua gestione, che all'asta venissero venduti mezzi e attrezzature che, poi, potevano servire nel corso dello spegnimento dell'incendio. Invece, purtroppo, niente. Fate i controlli sull'impianto antincendio? Lo Stato li fa? Non ci venite a dire la provincia, la regione, il comune. È lo Stato che li fa, perché poi quando a inquinare è un privato, lo Stato, la regione, il comune e la provincia vanno dal privato; adesso qui è lo Stato che lo stava gestendo.
Intendete avviare un piano di monitoraggio ambientale e sanitario di quell'area che, veramente, ormai è martorizzata? Ormai dobbiamo aspettare solo la prossima volta.
Poi, volevo chiederle, se non ritenete anche necessario avviare un monitoraggio preventivo di quei siti sotto sequestro e amministrazione giudiziaria per capire che tipo di rifiuti ci stanno e se non è il caso, finalmente, di aggiornare quelle linee guida per la prevenzione incendi che sono ferme, se non sbaglio, al 2019 e che non consentono, per esempio, ai Vigili del fuoco di poter fare un continuo e costante controllo perché, secondo quelle linee - o secondo la regolamentazione attuale -, per molti tipi di impianti, per i tipi di rifiuti che ospitano, i Vigili del fuoco devono solo rilasciare l'autorizzazione iniziale, non svolgere un controllo periodico.
Infine, le chiediamo anche se non intenda istituire un coordinamento permanente tra Ministero dell'Ambiente e sicurezza energetica e il Ministero della Salute per la gestione del post-incendi in impianti di rifiuti. Ricordo che in quell'impianto, a bruciare, non c'erano rifiuti solo urbani e, diciamo, non speciali, perché poi quando brucia la plastica, quando a bruciare sono pneumatici e balle di carta, quei fumi sono tossici (Applausi dei deputati del gruppo MoVimento 5 Stelle).
PRESIDENTE. Salutiamo le ragazze e i ragazzi dell'Istituto omnicomprensivo “Gentili-Tortoreto-Colmurano” di San Ginesio, in provincia di Macerata. Grazie di essere qua e benvenuti a Montecitorio (Applausi).
Il Sottosegretario di Stato alla Presidenza del Consiglio dei ministri, Luigi Sbarra, ha facoltà di rispondere.
LUIGI SBARRA, Sottosegretario di Stato alla Presidenza del Consiglio dei ministri. Signor Presidente, onorevoli deputati, con riferimento all'incendio occorso nell'impianto di Airola, si rappresenta quanto segue. Come già comunicato in occasione della risposta ad atto di sindacato ispettivo dello scorso 16 settembre, il Governo si è attivato con solerzia nelle varie fasi successive all'accaduto, con le modalità e secondo le competenze definite dalla vigente legislazione.
Per quanto riguarda il MASE, la direzione competente ha provveduto ad acquisire puntuali riscontri dagli enti territorialmente pertinenti e ISPRA ha svolto attività di monitoraggio sulla densità e sulla diffusione del plume associato all'incendio, tramite strumentazione di controllo satellitare di ultima generazione, utile alla definizione della durata e dell'estensione del potenziale inquinamento.
Il Comando delle unità forestali dei Carabinieri ha indicato che l'evento ha interessato rifiuti compattati in balle presenti nel capannone e quelli posti all'esterno, in ragione del forte vento caldo presente nell'aria. La quantificazione del danno ambientale è ancora in corso di accertamento, mentre sulle cause dell'incendio e sulla relativa riconducibilità a eventuali responsabili sono in corso indagini coordinate dalla procura della Repubblica presso il tribunale di Benevento, a proposito delle quali non è possibile fornire ulteriori informazioni.
Si rammenta che, ai sensi del testo unico ambientale, la regione è chiamata ad assicurare la conformità alle prescrizioni poste nel titolo autorizzativo a tutela delle matrici ambientali. Il rinnovo dell'autorizzazione unica è stato rilasciato con decreto dirigenziale del 23 ottobre 2023, mentre il 7 luglio 2026 è stata avviata la procedura per la voltura dell'autorizzazione, su istanza di parte. La regione riferisce di aver attivato i procedimenti di competenza, disponendo contestualmente, tra l'altro, la diffida nei confronti della società Eco Energy s.r.l. a provvedere al ripristino ambientale del sito oggetto dell'evento entro il termine di 30 giorni, previo nulla osta dell'autorità giudiziaria competente essendo l'impianto posto sotto sequestro. La regione ha altresì disposto la diffida all'adozione delle misure di messa in sicurezza e ripristino ambientale del sito e, segnatamente, ad attuare le necessarie misure di prevenzione e messa in sicurezza di emergenza di tutte le aree interessate dall'incendio, di installare presidi atti alla tutela delle matrici ambientali nonché sistemi di contenimento al fine di evitare la fuoriuscita delle acque di dilavamento dei rifiuti in caso di precipitazioni atmosferiche, di rimuovere ed avviare a recupero i rifiuti combusti o parzialmente combusti, e attuare un piano di indagini preliminari.
La regione ha infine disposto la sospensione dell'efficacia dell'autorizzazione unica già rilasciata e del procedimento in corso per la voltura, e l'avvio del procedimento volto alla revoca dell'autorizzazione.
In merito al secondo quesito, la direzione regionale preposta al ciclo integrato dei rifiuti segnala di aver avuto formale conoscenza delle pregresse vicende giudiziarie riguardanti la società Eco Energy s.r.l. solo durante il procedimento istruttorio relativo alla voltura - come detto - avviata lo scorso 7 luglio.
Il riferimento è in particolare al decreto di sequestro, emesso dal GIP in data 25 gennaio 2022, con contestuale nomina di un amministratore giudiziario, al successivo decreto del 24 luglio 2023 di autorizzazione alla prosecuzione di attività di impresa, nonché all'ulteriore sequestro preventivo eseguito in data 17 aprile dal Comando carabinieri NOE di Napoli.
Non risulta pertanto comunicata l'adozione dei richiamati provvedimenti giudiziari alla predetta direzione in data precedente né dalla società interessata né degli altri soggetti a vario titolo coinvolti.
Il Dipartimento dei vigili del fuoco, del soccorso pubblico e della difesa civile comunica che, ad esito di verifiche, lo stabilimento in parola non risultava in possesso delle autorizzazioni all'esercizio ai fini antincendio e pertanto sottoposto a sequestro giudiziario dal 17 aprile 2024.
Stante anche l'impossibilità, per il Comando dei Vigili del fuoco di Benevento, di accedere al sito sottoposto a sequestro, non è stato possibile effettuare i controlli di competenza - benché programmati - né verificare lo stato di conformità e di manutenzione degli impianti antincendio prima dell'evento. Il Dipartimento tuttavia precisa che gli impianti di stoccaggio e trattamento dei rifiuti non sono specificamente elencati nell'allegato I del DPR 1° agosto 2011, n. 151 e pertanto non sono puntualmente soggetti alle procedure obbligatorie di prevenzione incendi in esso stabilite.
In tale contesto, il rispetto delle pertinenti disposizioni tecniche di prevenzione incendi sono demandate alla diretta responsabilità del datore di lavoro e del responsabile dell'attività, restando comunque in capo al Comando dei Vigili del fuoco territorialmente competente la possibilità di effettuare controlli attraverso la vigilanza ispettiva, che si realizza attraverso visite tecniche e verifiche disposte su iniziativa del Corpo, anche con metodo a campione o in base a programmi settoriali, ovvero nelle ipotesi di potenziale pericolo.
Dalle verifiche documentali effettuate, l'area interessata risulta suddivisa in tre macroaree. Per quella identificata come Sito 1, risulta presentata un'istanza del progetto per attività di stoccaggio e deposito materiali combustibili e già espresso parere favorevole di prevenzione incendi; tuttavia non risulta mai presentata la prescritta segnalazione certificata di inizio attività, ai sensi del predetto DPR n. 151 del 2011. Pertanto, all'atto dell'incendio, l'impianto non risultava autorizzato ai fini antincendio, né presenti richieste di autorizzazione agli stessi fini antincendio per le altre due macroaree.
Con riguardo al potenziamento delle attività ispettive e di controllo negli impianti di gestione dei rifiuti, si segnala la proposta normativa - in via di definizione - relativa all'inserimento degli impianti e depositi di stoccaggio e trattamento dei rifiuti nell'elenco delle attività soggette alle procedure obbligatorie di prevenzione incendi. Quanto sopra, nell'ambito di un progetto di aggiornamento e ricatalogazione delle attività soggette ai controlli dei Vigili del fuoco.
Mediante l'aggiornamento della disciplina di cui all'allegato I, l'assoggettabilità, da declinarsi in funzione di alcune caratteristiche di pericolosità, consentirà un controllo puntuale e sistematico anche in fase preventiva. Gli elementi emersi dalla vicenda potranno comunque essere valutati nelle competenti sedi tecniche e istituzionali in vista di un eventuale aggiornamento delle linee guida operative nazionali e rafforzamento dei controlli preventivi, ferma restando l'applicazione della normativa vigente in materia di prevenzione incendi, autorizzazione e controllo degli impianti.
Si rammenta inoltre che, grazie all'adozione del nuovo sistema informativo di tracciabilità dei rifiuti, gestito direttamente dal MASE, è possibile un costante monitoraggio dei flussi dei rifiuti basato sulla verifica di ogni codice e di ciascun punto di generazione del rifiuto. Il sistema facilita le verifiche basate su documenti digitali e su dati certi e fruibili ed è perciò un utile strumento di prevenzione e contrasto della gestione illecita.
Nelle relazioni trasmesse da ARPA in occasione del presente atto risulta una giacenza annuale pari a circa 5.000 tonnellate al 31 dicembre 2025.
Nell'impossibilità di fornire un riscontro verbale, si anticipa che nella relazione in possesso di ARPA sono indicati gli ingressi ricevuti da terzi e le uscite conferite ad altri soggetti, nonché la giacenza riepilogativa, con il dettaglio delle annualità dal 2014 al 2025, e la suddivisione per 41 codici EER.
La ricostruzione storica delinea un impianto che ha operato prevalentemente nella gestione di rifiuti di origine urbana al servizio della raccolta differenziata dei comuni della provincia di Benevento ed altri territori soprattutto campani, evidenziando il ruolo nelle filiere di selezione e recupero della raccolta differenziata, con marcato ridimensionamento a partire dal 2021 in poi. Le elaborazioni mantengono comunque la natura dichiarativa delle fonti e non rappresentano un inventario dei rifiuti presenti alla data dell'incendio oggetto di eventuali accertamenti ispettivi sulle effettive condizioni del sito e sulla verifica della conformità alle autorizzazioni ambientali e ai limiti di stoccaggio. Tali accertamenti, che spettano al Dipartimento provinciale ARPA di Benevento, sono resi più agevoli grazie al confronto sui dati RENTRI.
In merito al quarto quesito, la regione riferisce che gli impianti di trattamento rifiuti presenti nella provincia di Benevento sono 28. Per nessuno di questi risulta ad oggi presentata documentazione inerente all'adeguamento al DM Interno 26 luglio 2022. Tuttavia, ai sensi di apposita delibera di giunta regionale n. 223 del 2019, tutti gli impianti di trattamento rifiuti della regione risultano conformi agli stringenti requisiti antincendio da essa prescritti.
Con riferimento ai monitoraggi ambientali, la prefettura di Benevento ha convocato numerose riunioni di coordinamento delle componenti territoriali, coinvolte nelle operazioni di spegnimento e nelle attività di controllo e monitoraggio dei possibili effetti degli inquinanti sulle popolazioni e sulle matrici ambientali. Dalle riunioni è emerso che tutte le matrici ambientali - aria, suolo e acqua - sono state sottoposte a verifica. In particolare, ARPA ha svolto il monitoraggio delle diossine e degli altri inquinanti atmosferici, mentre l'ASL ha indicato ai sindaci le misure precauzionali da adottare e ha avviato il campionamento dei prodotti delle aziende agricole e zootecniche. La risorsa idropotabile non ha evidenziato elementi di contaminazione: difatti, dopo un iniziale superamento dei valori di diossine e furani nel periodo compreso tra il 31 agosto e il 1° settembre, i campionamenti successivi hanno registrato una significativa riduzione delle concentrazioni. Nell'incontro dell'11 settembre è emerso che, a seguito della cessazione dei fumi, i rischi da diossine connessi all'inalazione potevano ritenersi superati, mentre permanevano quelli legati all'ingestione. L'ASL e l'Istituto zooprofilattico sperimentale del Mezzogiorno hanno, quindi, comunicato il completamento della mappatura delle aziende agricole e zootecniche ricadenti nell'area interessata e l'avvio dei campionamenti delle colture e dei foraggi. Nelle more del riscontro sugli esiti, è stato disposto il mantenimento delle misure precauzionali relative al consumo e alla commercializzazione dei prodotti agricoli e della filiera zootecnica.
Riguardo agli accertamenti epidemiologici, con nota del 16 settembre, la ASL Benevento ha indicato le attività disposte dagli uffici ad essa afferenti. Segnatamente, il Servizio di igiene degli alimenti e della nutrizione, nell'elencare le azioni attuate, ha dichiarato che esse risultano ancora in corso, mentre il Servizio igiene e sanità pubblica ha comunicato che, sotto il profilo sanitario, non risultano segnalazioni di sintomatologie acute, mentre prosegue la sorveglianza passiva in attesa degli esiti degli accertamenti ambientali dell'ARPAC.
Alla luce di quanto sopra, si conferma che tutte le autorità locali hanno riferito in prefettura di essersi attivate, ciascuna in aderenza alle proprie competenze, per la gestione della fase successiva all'emergenza sotto i profili sia ambientali sia sanitari.
In merito alla richiesta di istituire un registro epidemiologico territoriale, di dichiarare la Valle Caudina area a rischio di crisi ambientale, di promuovere un piano straordinario di risanamento e bonifica e di istituire un coordinamento permanente per la gestione delle fasi successive agli incendi negli impianti di rifiuti, le relative valutazioni richiedono il coinvolgimento delle amministrazioni competenti in materia sanitaria, di Protezione civile, di governo del territorio, ma, opportunamente, solo a valle dell'acquisizione degli esiti definitivi dei monitoraggi e degli accertamenti tuttora in corso.
Il Ministero continuerà ad assicurare la massima attenzione sulla vicenda, favorendo il necessario coordinamento istituzionale e acquisendo gli esiti dei monitoraggi ambientali e sanitari effettuati e programmati dagli enti competenti, anche al fine di verificare, nelle sedi proprie, le condizioni di sicurezza e di gestione dei rifiuti presenti nel sito, nonché la loro provenienza e destinazione, a garanzia della piena tracciabilità della filiera.
PRESIDENTE. Saluto le dottorande e i dottorandi di ricerca in studi giuspubblicistici del Dipartimento di giurisprudenza dell'Università Tor Vergata di Roma, che assistono ai nostri lavori dalle tribune (Applausi). Grazie di essere qui e benvenuti a Montecitorio.
L'onorevole Santillo ha facoltà di dichiarare se sia soddisfatto per la risposta alla sua interpellanza.
AGOSTINO SANTILLO (M5S). Grazie, Presidente. In realtà, sono molto perplesso. Partirei con il dire, caso di “cognonimia”, significato della parola: Sottosegretario, l'ho messa praticamente alla sbarra, al muro, perché lei ha parlato di solerzia, ma, nel corso della sua lettura, ha detto un paio di cose che veramente gridano vendetta. Cioè, mi è sembrato di capire - poi leggerò bene - che i vigili del fuoco non hanno potuto avere accesso al sito sottoposto a sequestro. Mi è sembrato di capire, dalla sua specifica, che una cosa è il rifiuto inventariato, altra cosa è quello bruciato, che ha preso fuoco, e che quindi nessuno poteva essere in grado, quando ha preso fuoco, di capire di che matrice era la provenienza e che matrice ambientale andava ad inquinare.
Ha detto, poi, che l'attività non rientrava nell'Allegato 1, però cogliamo, caro Sottosegretario, dopo 7-8 incendi di questo tipo, dopo tantissime nostre attività parlamentari, che finalmente avete capito che dovete ad aggiornare il DPCM, che è la cosa più importante, perché i Vigili del fuoco dovevano avere lo strumento per andare a controllare, non: “non potevano accedere”. Com'è possibile che io non posso accedere all'impianto sottoposto a sequestro per verificare l'effettivo funzionamento dell'impianto antincendio, ma, nel contempo, metto all'asta attrezzature, beni e risorse che potevano servire per spegnere l'incendio, arrivando, con un custode giudiziario, addirittura, a superare di 70 volte il limite giornaliero? Sottosegretario, dovete fare qualcosa con questi custodi. Devono custodire qualcosa, devono sorvegliare, devono controllare, altrimenti vanno rimossi. E quelli li nominate voi, non la regione.
Ci sono poi delle questioni di veduta politica, in un'area che, ormai, è diventata semplicemente un'area colpita da calamità naturali. Sa, lì ci sono anche il rischio idrogeologico, sismico, vulcanico, di desertificazione. Non ci facciamo mancare niente in quell'area, io provengo da quell'area.
Praticamente, noi stiamo soltanto aspettando che arrivi il prossimo incendio, perché di questo stiamo parlando. Quindi, secondo me, vi dovete dare veramente un'accelerata sull'aggiornamento delle attività di controllo obbligatorio da parte dei Vigili del fuoco; obbligatorio e direi costante e continuo nel tempo. Infatti, Sottosegretario, quando noi stavamo al Governo abbiamo istituito una Direzione generale speciale per le bonifiche, una Direzione generale che è stata poi cancellata. E quindi non è una priorità di questo Governo.
Quando c'eravamo noi, quelle bonifiche sono aumentate mediamente del 900 per cento in Italia; da quando ci siete voi, le bonifiche dei siti di interesse nazionale, i SIN, sono aumentate del 6 per cento. Capisce l'ordine di grandezza differente? Da quando ci siete voi è arrivata la sentenza della Corte europea dei diritti dell'uomo, CEDU, a seguito della quale nella Terra dei fuochi è stato nominato un commissario di bonifica, Vadala', nominato da voi, per bonificare le aree. Infatti, quella sentenza ha detto: attenzione, al di là del colore politico, qui è chiaro, se ci sono delle aree per colpa del cui inquinamento pagano le conseguenze le persone, i cittadini, lo Stato deve dare una risposta concreta.
Bene, quel generale vi ha chiesto due miliardi in 10 anni, di cui 500 milioni subito; il Governo Meloni ha risposto con 60 milioni, che a malapena servono un po' alla struttura. Quindi c'è una grandissima differenza, signor Sottosegretario. Non è possibile. Va bene che voi siete per l'autonomia differenziata, quindi anche i cittadini differenziati: in questo Paese noi dobbiamo avere i cittadini che vivono in aree in cui ci sono siti di stoccaggio di rifiuti urbani che non prendono mai fuoco, cittadini di serie A; poi abbiamo i cittadini di serie B, che sono i cittadini che vivono nelle regioni in cui quei siti di stoccaggio prendono fuoco; e poi abbiamo i cittadini di serie C: quelli di cui a questa interpellanza, dell'area casertana, beneventana, napoletana, avellinese, dei territori campani, perché a prendere fuoco sono i siti controllati dallo Stato sotto sequestro (Applausi dei deputati del gruppo MoVimento 5 Stelle).
Cioè, riesce a comprendere quello che le voglio dire? Gli imprenditori fanno meno peggio di questo: arriva lo Stato e nomina un custode che non è in grado di dirci se quello inventariato diventa poi quello bruciato; arriva lo Stato e vende i mezzi, anziché aumentare quei mezzi perché sa che in quella zona si possono verificare incendi di materiale tossico. E quindi i cittadini sono stati lasciati, da questo Governo, da soli. Noi non ci arrenderemo, ve li segnaleremo tutti. Ben venga la notizia che ha dato dell'aggiornamento del DPCM; speriamo che venga aggiornato quanto prima, perché, se non lo farete voi, certamente lo faremo noi, quando torneremo al Governo e verificheremo quegli impianti antincendio (Applausi dei deputati del gruppo MoVimento 5 Stelle).
PRESIDENTE. È così esaurito lo svolgimento delle interpellanze urgenti all'ordine del giorno.
Sull'ordine dei lavori.
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare, sull'ordine dei lavori, l'onorevole Caramiello. Ne ha facoltà.
ALESSANDRO CARAMIELLO (M5S). Sì, grazie, Presidente. Intervengo per chiedere un'informativa urgente al Governo ed in particolar modo al Ministro Lollobrigida, visto quello che sta accadendo in Italia, quello che è accaduto ieri a Torrimpietra, località nella quale molti agricoltori hanno versato latte per le strade, e contestualmente ciò è avvenuto anche in Calabria, e in Sicilia i pescatori hanno fermato i pescherecci. Parliamo del caro gasolio: il gasolio agricolo a febbraio costava 85 centesimi, oggi quel gasolio costa 1,70 euro.
Non ce la fanno più gli agricoltori, non ce la fanno più i pescatori. Ho visto sui social che il Ministro Lollobrigida un'ora fa ha pubblicato un post nel quale afferma che l'ENI ha annunciato uno sconto del 20 per cento sul gasolio, ma non è solo questo. Noi conosciamo bene negli anni la propaganda che hanno fatto alcuni Ministri, come Salvini, che, davanti ad una lavagna, voleva tagliare tutte le accise e lo stesso anche il Presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, dinanzi ad una pompa di benzina. Quindi, gli agricoltori e i pescatori non ce la fanno più; non lamentano solo, quindi, il prezzo del gasolio agricolo, che chiaramente poi cosa comporta? Comporta l'aumento dei prodotti agricoli che arrivano sulle nostre tavole; ma lamentano anche i costi di produzione, perché sono sempre costretti, ancora oggi, a vendere sotto i costi di produzione. Poi c'è una concorrenza sleale dei prodotti agricoli extra-Unione europea: noi parliamo sempre di sovranità alimentare, di made in Italy - anche se a me piace sempre parlare di “made in Sud” -, ma abbiamo un problema oggi chiaro.
E quindi il Ministro Lollobrigida non può dichiarare soltanto sui social che l'ENI ha annunciato una scontistica del 20 per cento sul gasolio, ma deve venire in Aula a riferire sulle problematiche degli agricoltori e dei pescatori, che non ce la fanno più. E non è concepibile, non è accettabile che, per sapere qualcosa dal Ministero dell'Agricoltura, lo dobbiamo leggere sui social (Applausi dei deputati del gruppo MoVimento 5 Stelle).
PRESIDENTE. Salutiamo le ragazze e i ragazzi, le docenti e i docenti dell'Istituto di istruzione superiore “Evangelista Torricelli” di Maniago, in provincia di Pordenone, che assistono ai nostri lavori dalle tribune. Grazie di essere qui e benvenuti a Montecitorio (Applausi).
Ha chiesto di parlare, sul medesimo argomento, l'onorevole La Salandra. Ne ha facoltà.
GIANDONATO LA SALANDRA (FDI). Grazie, Presidente. In ordine alla richiesta di informativa, ritengo che la richiesta sia sostanzialmente ultronea o, quantomeno, più frutto di una tendenza a voler cogliere l'occasione rispetto ad alcune proteste che, per quanto legittime, dovrebbero anche fare il paio con quella che è la realtà. Io non credo che il gasolio agricolo abbia quel costo e lo dico con cognizione di causa, avendolo io, come azienda agricola, acquistato poco tempo fa. Certo, non esiste un valore unico, perché dipende da tutta una serie di fattori, così come anche per quanto riguarda il Mezzogiorno.
Guardi, Presidente, io ritengo la richiesta ultronea perché il Ministro Lollobrigida non si è mai sottratto al confronto con l'Aula, ma sento di poter affermare con serenità che le misure adottate dal MASAF rispetto al sistema agricoltura siano misure assolutamente concrete. Non voglio citare il quantitativo, quanto è stato impegnato dal Governo Meloni a tutela dell'agricoltura, ma vorrei anche limitarmi soltanto al sistema del gasolio agricolo: sarebbe sufficiente ricordare come, nel 2025, il costo del gasolio agricolo è stato ampiamente tutelato da questo Governo; così come anche i provvedimenti che sono andati a determinare un credito d'imposta, sia per gli agricoltori sia per i pescatori, quelli che noi abbiamo riconosciuto come “agricoltori del mare”.
Anche rispetto proprio al Mezzogiorno, il collega Caramiello sa benissimo quanto questo Governo abbia investito sul Mezzogiorno, sia rispetto al sistema della ZES sia anche alla possibilità per le imprese agricole di accedere a tutta una serie di benefici. Per questo, signor Presidente, ritengo che sia una richiesta più che altro ultronea e, per certi versi, disancorata dalla realtà, che è fatta di atti normativi che questo Governo e il Ministro Lollobrigida hanno portato avanti da inizio legislatura sino alle note di questa mattina, dove il Ministro Lollobrigida ha comunicato come la stessa ENI abbia portato una riduzione del 20 per cento sul gasolio agricolo a tutela degli agricoltori e a tutela dei pescatori. Una misura aggiuntiva rispetto a quelle che questo Governo ha già portato avanti.
PRESIDENTE. Grazie, onorevole La Salandra. Quindi, di fatto - glielo chiedo per gli atti -, lei si dissocia rispetto all'istanza di informativa? Ok, grazie. Quindi abbiamo terminato anche gli interventi sull'ordine dei lavori e, prima di proseguire con le due discussioni generali, sospendo la seduta per cinque minuti. La seduta è sospesa.
La seduta, sospesa alle 11,50, è ripresa alle 11,58.
Discussione del disegno di legge: “Riconoscimento e tutela delle persone che assistono e si prendono cura dei propri cari” (A. C. 2789-A) e delle abbinate proposte di legge: Panizzut ed altri; Serracchiani; Conte ed altri; Candiani ed altri; Faraone e Giachetti; Ciani ed altri; Malavasi ed altri; Tenerini e De Palma; Stefani ed altri; Giorgianni ed altri; Ciocchetti ed altri; Zanella ed altri (A.C. 114-159-307-344-443-998-1426-1461-1507-1682-1690-2007).
PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca la discussione del disegno di legge n. 2789-A: “Riconoscimento e tutela delle persone che assistono e si prendono cura dei propri cari” e delle abbinate proposte di legge nn. 114-159-307-344-443-998-1426-1461-1507-1682-1690-2007.
Avverto che lo schema recante la ripartizione dei tempi per la discussione generale è pubblicato nell'allegato A al resoconto stenografico della seduta del 1° ottobre 2026 (Vedi l'allegato A della seduta del 1° ottobre 2026).
(Discussione sulle linee generali - A.C. 2789-A e abbinate)
PRESIDENTE. Dichiaro aperta la discussione sulle linee generali.
La XII Commissione (Affari sociali) si intende autorizzata a riferire oralmente.
Ha facoltà di intervenire il relatore, deputato Massimiliano Panizzut.
MASSIMILIANO PANIZZUT (LEGA). Relatore. Grazie, Presidente. Ministro e colleghi del venerdì, l'Assemblea avvia oggi l'esame del disegno di legge n. 2789-A, recante disposizioni in materia di riconoscimento e tutela delle persone che assistono e si prendono cura dei propri cari, nel testo risultante dagli emendamenti approvati presso la Commissione affari sociali.
Il provvedimento in esame si pone l'obiettivo fondamentale di riconoscere dignità sociale alla figura del caregiver familiare, prevedendo il riconoscimento di diritti, misure di supporto economico, sociale e psicologico, nonché l'inquadramento giuridico che garantisca la protezione e la valorizzazione del ruolo all'interno della famiglia e della società.
Ricordo che il disegno di legge in esame nasce dalla volontà di garantire l'approfondimento e il confronto su un tema così complesso, che ha portato all'istituzione, presso gli uffici del Ministero per le Disabilità, d'intesa con il Ministero del Lavoro e delle politiche sociali, di un tavolo tecnico composto da oltre 50 realtà associative, sindacali, del Terzo settore e dell'amministrazione, per l'analisi e la definizione degli elementi utili per una legge.
I lavori del tavolo sono stati condotti al fine di acquisire tutti gli elementi per dotare un riconoscimento del valore del ruolo del caregiver nella cura e nel supporto alle persone con disabilità all'interno del loro percorso di vita, e di approntare quindi tutele a favore dei caregiver stessi.
Il disegno di legge all'esame dell'Assemblea - che in sede referente è stato abbinato ad altre proposte di legge e il cui esame è stato avviato in Commissione a febbraio del 2024 - costituisce l'esito di un iter molto proficuo, svoltosi presso la Commissione affari sociali, durante il quale è stato svolto un approfondito ciclo di audizioni informali e sono state approvate diverse proposte emendative volte a recepire determinate istanze emerse durante il dibattito in Commissione stessa, che si è concluso ieri con il conferimento ai relatori del mandato a riferire in Assemblea.
Passando al contenuto del provvedimento, faccio presente che il testo - quale risultante dalle proposte emendative approvate in sede referente - si compone di 18 articoli.
L'articolo 1 definisce gli obiettivi perseguiti dalle misure previste dal disegno di legge in esame, a tutela della figura del caregiver familiare; in particolare, si prevede che tali misure sono volte a riconoscere il suo ruolo all'interno della società e l'attività di cura e assistenza svolta quale espressione di solidarietà e responsabilità, nonché il valore economico dell'attività prestata; a supportare e valorizzare il caregiver familiare con adeguati sostegni per garantire allo stesso la migliore qualità di vita possibile, nonché a prevenire situazioni di isolamento e discriminazione del caregiver. Segnalo inoltre che, nel corso dell'esame in sede referente, tra gli obiettivi perseguiti da tale misura è stato introdotto quello del riconoscimento del caregiver familiare quale parte attiva dell'integrazione tra le reti formali e informali, prevedendo il suo coinvolgimento nei processi di valutazione, pianificazione e monitoraggio degli interventi rispetto alla volontà della persona assistita.
L'articolo 2 definisce la figura del caregiver familiare e l'attività da esso svolta, distinguendo diversi profili di caregiver in base all'impegno di cura. In particolare, la definizione si basa su due aspetti: la relazione esistente tra il caregiver e la persona assistita e la condizione riconosciuta a quest'ultima. Per quanto riguarda il primo aspetto, si definisce caregiver familiare: la persona maggiorenne che assiste e si prende cura del figlio o di un altro parente entro il secondo grado, del coniuge, dell'altra parte dell'unione civile o del convivente di fatto, di un affine entro il secondo grado o di un parente entro il terzo.
Le persone assistite dal caregiver devono aver riconosciuta una delle seguenti condizioni: condizione di disabilità, titolarità dell'indennità di accompagnamento o condizione di non autosufficienza.
La disposizione in esame individua quattro profili di caregiver familiare in base all'impegno di cura e all'assistenza prestata: il caregiver familiare prevalente, contraddistinto dai requisiti di carico di assistenza uguale o superiore a 91 ore settimanali e convivenza con la persona assistita; caregiver convivente, con un carico assistenziale uguale o superiore a 30 ore settimanali però inferiore a 91; caregiver non convivente con la persona assistita, con un carico uguale o superiore a 30 ore settimanali; caregiver convivente o non convivente con la persona assistita, con un carico uguale o superiore a 10 ore settimanali ma inferiore a 30. Faccio presente che durante l'esame in sede referente è stato introdotto l'articolo 2, comma 8, il quale estende alcune delle misure previste dal provvedimento in esame anche ai minori che convivono con una persona assistita, rispetto ai percorsi di formazione specifica.
L'articolo 3 detta i criteri per l'individuazione del caregiver familiare, prevedendo la possibilità, per la persona assistita, di indicarne sino a un massimo di 3, nonché di sostituire o revocare ciascun caregiver. L'articolo 4 disciplina la procedura per il riconoscimento del caregiver, individuando la persona assistita nel soggetto competente ad avviare le procedure per il riconoscimento, definendo altresì il contenuto dell'istanza per l'attivazione della suddetta procedura. A tale proposito, faccio presente che nel corso dell'esame in sede referente è stato previsto anche - all'interno delle istanze - che, in caso di caregiver non convivente, egli possa attestare la propria residenza non solo nello stesso comune del territorio italiano della persona assistita, ma anche in un comune limitrofo comunque sito ad una distanza non superiore a 40 chilometri.
L'articolo 5 disciplina la partecipazione del caregiver all'interno dei procedimenti di valutazione, pianificazione, attuazione dei percorsi di cura e assistenza per le persone con disabilità e per gli anziani non autosufficienti.
L'articolo 6 prevede disposizioni in materia di partecipazione delle associazioni rappresentative alla programmazione sociale nazionale.
Gli articoli 7 e 8 recano rispettivamente disposizioni relative al riconoscimento della competenza maturata dal caregiver al fine della sua valorizzazione in ambito lavorativo, scolastico e universitario, e misure per la conciliazione tra attività lavorativa e attività di cura e assistenza.
L'articolo 9 è volto a estendere le tutele contro le discriminazioni.
L'articolo 10 prevede che, nell'ambito del servizio civile universale, l'articolazione dell'orario di servizio garantisca agli stessi caregiver la necessaria flessibilità.
L'articolo 11 include gli studenti caregiver familiari con un carico di assistenza uguale o superiore a 30 ore settimanali tra le categorie dei soggetti a beneficio dei quali le università possono prevedere l'esonero parziale o totale della tassa di iscrizione dei contributi.
L'articolo 12 è importante: prevede e disciplina le misure e i sostegni a tutela del caregiver e del suo benessere psicofisico. Possono comprendere: l'essere sostituito entro le ventiquattro ore dal sorgere di un'emergenza; accedere gratuitamente a percorsi di formazione specifica; beneficiare di misure di sostegno psicologico; richiedere visite, anche specialistiche, a domicilio; richiedere televisite e teleconsulti; programmare per tempo con le strutture sanitarie interventi di cura e di assistenza alla salute e accedere, infine, a interventi sanitari e sociosanitari in via preferenziale, al fine di ridurre i tempi d'attesa.
L'articolo 13, introdotto nel corso dell'esame, reca disposizioni in materia di semplificazione della rendicontazione al giudice tutelare per i caregiver familiari conviventi.
L'articolo 14 prevede un contributo a favore dei soggetti rientranti nella nozione di caregiver familiare prevalente.
Il seguente, introdotto nel corso dell'esame in sede referente, prevede la promozione della raccolta dei dati statistici che illustrino la condizione dei caregiver familiare e lo stato di attuazione delle misure previste in loro favore.
L'articolo 16 reca la copertura degli oneri finanziari; mentre l'articolo 17, come modificato in sede referente, prevede che restino ferme le competenze delle regioni e delle province autonome di Trento e Bolzano nella materia e la possibilità per le medesime, nell'ambito delle risorse disponibili nei propri bilanci, di adottare specifiche disposizioni in materia, purché ovviamente compatibili con la normativa statale.
L'articolo 18, infine, dispone l'entrata in vigore del provvedimento stesso.
In conclusione, auspico che il disegno di legge in discussione venga approvato in tempi rapidi in modo da riconoscere il fondamentale contributo sociale ed economico dei caregiver familiari alla nostra società e valorizzare, tramite la predisposizione di tutele graduali, il principio solidaristico su cui si fonda una società coesa.
Infine, ricordo che nel 2018, nella legge di bilancio, venne introdotta la definizione di caregiver; però, successivamente, non ha avuto seguito alcuna normativa per il sostegno e la tutela. E dopo anni e anni e oltre le trenta proposte di legge - e permettetemi, a prima firma Lega, nelle ultime tre legislature - finalmente si è arrivati a qualcosa di concreto.
Siamo arrivati a un punto fisso da cui non bisognerà tornare indietro; anzi, personalmente auspico che chiunque poi sia al Governo aumenti la platea e anche l'importo pro-capite.
PRESIDENTE. Ha facoltà di intervenire la Ministra per le disabilità, Locatelli.
ALESSANDRA LOCATELLI, Ministra per le Disabilità. Grazie, Presidente. Colgo solo l'occasione per ringraziare la Commissione affari sociali per la collaborazione, perché comunque sono stati approvati diversi emendamenti. È un testo che, diciamo, è stato sicuramente migliorato e io mi riservo, poi, di intervenire successivamente nell'iter parlamentare.
PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole Bagnasco. Ne ha facoltà.
ROBERTO BAGNASCO (FI-PPE). Grazie, Presidente. Intervengo con particolare piacere su un tema estremamente delicato, anche perché ho seguito in questi anni l'interesse con il quale il Ministro ha seguito questa situazione e, quindi, prima dell'intervento, ci tengo in modo ufficiale a dargliene atto in maniera estremamente convinta e puntuale.
Cari colleghi - pochi, ma evidentemente interessati al tema - il disegno di legge sul riconoscimento e sulla tutela del caregiver familiare affronta una responsabilità che il Parlamento deve assumere con convinzione: sostenere le persone che dedicano una parte essenziale della propria vita all'assistenza di un familiare con disabilità o non autosufficiente.
Dietro la parola “caregiver” ci sono situazioni molto concrete: c'è un genitore che organizza ogni giornata intorno ai bisogni del figlio; c'è chi assiste il coniuge e deve conciliare la cura con il lavoro; ci sono famiglie nelle quali anche una visita medica, una notte di riposo, o poche ore da dedicare a sé stessi richiedono un'organizzazione difficile.
Il loro impegno merita un riconoscimento pubblico, accompagnato da sostegni effettivamente accessibili. Per Forza Italia questo è un tema prioritario, coerente con la centralità della persona e della famiglia, che ispira la nostra cultura liberale e, soprattutto, cristiana.
La libertà di ciascuno deve poter essere esercitata anche quando la vita presenta una condizione di fragilità e quella libertà riguarda tanto la persona assistita quanto chi se ne prende cura, che deve poter conservare una propria vita, un lavoro e la possibilità di progettare il futuro.
È da questa convinzione che nasce il nostro sostegno convinto al provvedimento: vogliamo che la solidarietà familiare trovi nelle istituzioni un interlocutore affidabile, capace di accompagnarla e di alleggerirne il peso. Il valore della famiglia comporta una precisa responsabilità pubblica verso le famiglie che assistono i propri cari. E sono tante, purtroppo. Il nostro ordinamento contiene già una definizione di caregiver familiare; con questo disegno di legge si costruisce un quadro più articolato di riconoscimento e tutela, collegando il ruolo di chi presta assistenza alla rete dei servizi e ai percorsi di cura della persona assistita.
È un avanzamento che Forza Italia considera importante e al quale ha contribuito con le proprie iniziative parlamentari. Ricordo, in particolare, la proposta di legge della collega e amica, onorevole Chiara Tenerini, abbinata al provvedimento oggi in discussione: nelle sue dichiarazioni sul disegno di legge governativo ha richiamato la necessità di superare la frammentazione delle tutele e le disuguaglianze territoriali. È un'esigenza che condividiamo: le famiglie devono poter contare su regole chiare e su un sostegno riconoscibile, qualunque sia il luogo in cui vivono.
Un principio fondamentale del testo è il rispetto della volontà della persona assistita nella individuazione del caregiver. La disabilità e la non autosufficienza richiedono sostegni adeguati all'esercizio delle proprie scelte; la relazione di cura deve salvaguardare questa autonomia e riconoscere il ruolo del familiare all'interno di un percorso condiviso, ovviamente, con i servizi. In questo senso, considero particolarmente rilevante il coinvolgimento del caregiver nelle valutazioni e nella predisposizione del progetto di vita e del piano di assistenza, naturalmente individualizzato. Chi accompagna quotidianamente una persona può offrire informazioni preziose sui suoi bisogni e sulle difficoltà che incontra, ascoltarlo aiuta a rendere gli interventi più aderenti e puntuali alla realtà.
Da farmacista ritengo essenziale che questa collaborazione favorisca anche la continuità dell'assistenza: le famiglie hanno bisogno di interlocutori riconoscibili e di indicazioni comprensibili. Occorre rafforzare il raccordo tra i servizi sanitari e quelli sociali affinché il caregiver possa svolgere il proprio ruolo con il supporto dei professionisti e senza dover ricostruire, da solo, ogni passaggio del percorso assistenziale. Altrettanto importante è la conciliazione con il lavoro, anche se sempre difficile: le disposizioni sulla possibilità di chiedere modifiche all'orario e sulle modalità della prestazione, sulla priorità nella trasformazione del rapporto a tempo parziale e sul ritorno al tempo pieno, affrontano un problema concreto, reale, di tutti i giorni. Per Forza Italia, tutelare il lavoro significa anche consentire a chi assiste un familiare di mantenere, per quanto possibile, la propria occupazione e la propria autonomia economica.
Apprezziamo, inoltre, il riconoscimento delle competenze maturate secondo i percorsi previsti dal testo. Questa esperienza può essere valorizzata nell'accesso o nel reinserimento lavorativo; è una prospettiva importante per chi, dopo anni dedicati all'assistenza, cerca di rientrare nel mondo del lavoro e ha bisogno di vedere riconosciute le capacità acquisite.
Il provvedimento dedica attenzione anche agli studenti caregiver e, con le modifiche approvate in Commissione, estende ai minori conviventi le misure di conciliazione tra assistenza e percorsi scolastici e universitari. La responsabilità di aiutare un familiare deve poter convivere con il diritto allo studio: il nostro obiettivo deve essere quello di evitare che un giovane rinunci alla propria formazione perché la sua famiglia affronta una situazione difficile.
Sul sostegno economico il testo prevede un contributo destinato ai caregiver familiari prevalenti che soddisfano gli specifici requisiti assistenziali ed economici stabiliti. L'innalzamento della soglia ISEE da 15.000 a 25.000 euro amplia la possibilità di accesso - certo, non è mai sufficiente, ma è un fatto concreto e puntuale di cui prendiamo atto in maniera positiva -, con una gradazione del contributo nella fascia superiore ai 15.000 euro.
Il riconoscimento della figura del caregiver e l'accesso al contributo economico rispondono a condizioni distinte. È necessario che l'informazione ai cittadini sia precisa e che l'attuazione renda comprensibili requisiti e procedure: questo è un fatto, credo, molto importante, non banale, sul quale bisogna porre la dovuta attenzione. Continueremo, inoltre, a lavorare per rafforzare le tutele anche sul piano previdenziale e per verificare l'adeguatezza delle risorse rispetto ai bisogni che emergeranno.
Le disposizioni sul benessere psicofisico dei caregiver più impegnati nell'assistenza richiedono particolare attenzione. Purtroppo, chi presta cure ha bisogno di poter curare anche la propria salute. Il sostegno psicologico e gli interventi di sollievo devono trovare una concreta organizzazione nei percorsi assistenziali, perché la possibilità di riposare o di affrontare una propria necessità sanitaria è essenziale per la continuità della cura. Per questa ragione l'efficacia della legge dipenderà molto dalla sua attuazione: serviranno procedure accessibili, criteri applicati in modo uniforme e un coordinamento effettivo con le regioni. La responsabilità del Parlamento, ovviamente, proseguirà nel controllo dei risultati affinché il riconoscimento previsto dalla legge si traduca in un aiuto che le famiglie possono utilizzare.
Signor Presidente, Forza Italia sostiene con convinzione questo percorso, che è l'occasione per confermare l'importanza che attribuiamo ai caregiver e per assumere l'impegno di accompagnare il provvedimento fino alla sua piena attuazione. Alle persone che si prendono cura dei propri cari dobbiamo offrire la possibilità di continuare a farlo senza compromettere la propria salute e il proprio futuro (Applausi del deputato Paolo Emilio Russo).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole Zaratti. Ne ha facoltà.
FILIBERTO ZARATTI (AVS). Grazie, signor Presidente. Credo che sia molto importante riconoscere il ruolo dei caregiver nel nostro Paese. Purtroppo l'assistenza è delegata spesso - anzi, molto frequentemente - ai familiari, agli amici, ai parenti e questo sta a significare, ahimè, anche una carenza del sistema sanitario nazionale che, invece, dovrebbe avere più cura nel sostenere le persone che hanno bisogno di un'assistenza continua, a volte nelle strutture, a volte a casa.
Purtroppo la situazione è quella che è: il nostro Paese è quello che spende meno per la sanità tra i grandi Paesi del G7. I soldi per la sanità sono sempre meno e questo Governo, in qualche modo, ha determinato un ulteriore e sostanzioso calo dei contributi statali per la sanità e in contemporanea, invece, ha aumentato significativamente le spese militari, tanto che raggiungeremo, aggregando le diverse voci legate al settore militare, 130 miliardi di euro di spese, che è decisamente di più di quanto lo Stato spende per la sanità pubblica. Questa proposta di legge è molto importante, finalmente cerca di riconoscere il ruolo dei caregiver.
Del resto, secondo gli ultimi dati Istat, nel 2024 i caregiver sono 12,3 milioni di persone, il 24,9 per cento degli adulti, con una tendenza all'aumento degli aiuti informali anche da parte di persone con legami affettivi e amicali, non parentali. I caregiver di persone coabitanti con problemi di salute sono 4.400.000; tra questi, coloro che hanno svolto un'attività assistenziale sono il 29,3 per cento. Considerando, invece, complessivamente quanti hanno prestato assistenza sia all'interno della famiglia sia verso persone non coabitanti, coloro che hanno fornito 20 o più ore sono il 31,9 per cento tra tutti i caregiver, pari a circa 4 milioni di persone.
Quello dei caregiver, come dicevamo prima, è un fenomeno strutturale, in costante aumento - dal 1998 al 2024 - e destinato a crescere negli anni, considerando le tendenze dell'invecchiamento demografico e della denatalità, soprattutto a causa di una copertura pubblica dell'assistenza domiciliare ancora limitata rispetto al bisogno potenziale.
Il fenomeno è fortemente segnato dalla dimensione di genere, soprattutto nei casi di cure intense. Tra i caregiver coabitanti che dedicano più di 20 ore settimanali, le donne raggiungono il 33,1 per cento, contro il 24,8 per cento degli uomini. Questa differenziazione aumenta significativamente se alla cura è associata un'occupazione. Le donne coabitanti che svolgono più di 20 ore di cura settimanali mentre svolgono un'occupazione sono quasi il doppio degli uomini: 26,1 per cento contro il 13,9. La cura ad alta intensità e interna alle mura domestiche ha, inoltre, un'incidenza maggiore tra le donne con titolo di studio basso ed è territorialmente disomogenea. Il Mezzogiorno registra le quote più elevate di caregiver familiari.
L'attività del caregiver ha, poi, significative conseguenze sul piano psicologico e occupazionale. Secondo una survey nazionale, su 2.033 caregiver familiari, il 64,2 per cento del campione segnala un carico percepito alto-severo, mentre il 40,6 per cento dichiara di avere disturbi di salute di cui non soffriva prima di assumere il ruolo di caregiver familiare. Il 15,9 per cento ha rinunciato al lavoro a causa dell'attività di assistenza e di cura, con una maggiore incidenza per la componente femminile.
Il testo del disegno di legge licenziato dalla Commissione, che siamo chiamati ad esaminare, prevede misure di tutela e di sostegno del benessere psicofisico del caregiver, quale la sostituzione temporanea, il sostegno psicologico e la formazione, ma ne limita l'applicazione solo ai primi due profili di caregiver, cioè coabitanti e con il maggiore carico orario di cura. Prevede che il caregiver partecipi alla valutazione multidimensionale della persona da assistere e venga coinvolto nella definizione del progetto di vita e del progetto di assistenza individualizzato. Introduce alcune misure di conciliazione tra lavoro e cura, quali la possibilità di modifica dell'orario di lavoro, il ricorso al lavoro agile, la facilitazione del passaggio al part time. Prevede, altresì, un contributo economico, ma condizionato da requisiti molto rigidi.
Tuttavia, mentre il provvedimento stabilisce con precisione le modalità attraverso cui vengono determinate le responsabilità di cura del caregiver nella presa in carico individuale, il sistema di tutele previsto per sostenerlo rimane limitato ed estremamente differenziato. L'inserimento nel sistema, nella presa in carico, affida al caregiver responsabilità assistenziali senza che siano chiarite le prestazioni pubbliche finalizzate alla condivisione o riduzione del carico di cura. Quando sono previste dal provvedimento forme di tutela, come i servizi di sollievo, sostituzione, formazione e supporto psicologico, queste si presentano come tutele che possono essere attivate nei budget dei progetti personalizzati destinati all'assistito e, dunque, la loro attivazione rimane difforme e fortemente condizionata.
Nonostante alcuni miglioramenti, il disegno di legge rimane fortemente selettivo nella definizione del caregiver e nella distribuzione delle tutele. In particolare, rimane l'esclusione del riconoscimento della figura del caregiver per le persone che intrattengono rapporti amicali e/o di vicinato stabili e comprovati. L'accesso alle tutele dipende da profili definiti su soglie orarie rigide - 10, 30, 91 ore settimanali - e, nonostante sia riconosciuto il profilo di caregiver anche a persone non conviventi, la coabitazione permane come un criterio di accesso per buona parte delle misure. Le misure più rilevanti in materia di conciliazione lavoro-cura e di tutela del benessere psicofisico rimangono, dunque, destinate a una platea circoscritta e confinate esclusivamente ai caregiver conviventi, con più di 30 ore di cura settimanali.
La parte più consistente delle risorse direttamente previste dal disegno di legge è destinata al trasferimento di un contributo economico individuale. Di fronte a un rafforzamento molto meno strutturato e scarsamente finanziato dell'assistenza domiciliare e dei servizi dedicati ai caregiver, quali il servizio di sollievo e il sostegno della rete territoriale, il trasferimento economico individuale assume una funzione centrale nell'impianto del provvedimento. In questo senso, il riconoscimento della funzione sociale dei caregiver rischia di limitarsi a un trasferimento monetario compensativo e riparativo, facendo assomigliare il provvedimento più a una misura di sostegno al reddito dei caregiver economicamente fragili che a una politica di protezione sociale integrata nel sistema del welfare.
Inoltre, la forte restrizione delle soglie d'accesso al contributo e l'esiguità dello stesso trasferimento rendono la misura scarsamente efficace. La possibilità di beneficiare del contributo economico è riservata, infatti, solo al caregiver prevalente, ovvero il caregiver convivente che presti almeno 91 ore settimanali di assistenza.
Per quanto riguarda le condizioni economiche, le modifiche intervenute nella definizione di coloro che possono accedere al beneficio hanno portato a un innalzamento della soglia ISEE da 15.000 a 25.000 euro, ma hanno lasciato invariato, per chi svolge un lavoro, il limite di 3.000 euro lordi all'anno di reddito da lavoro. La prestazione economica resta, quindi, circoscritta a una figura di caregiver coabitante, con un carico assistenziale estremamente gravoso e totalizzante e, sostanzialmente, collocato fuori o solo in modo marginale nel mercato del lavoro.
A questa limitazione si aggiunge, inoltre, l'incertezza ed esiguità dell'entità della prestazione monetaria effettiva. Fino a 15.000 euro di ISEE l'importo può raggiungere il tetto massimo di 1.200 euro a trimestre, mentre tra i 15.000 e i 25.000 decresce progressivamente fino a giungere, nella prossimità della soglia dei 24.000 euro di ISEE, a prestazioni irrisorie: circa 40 euro mensili, secondo alcune proiezioni.
La combinazione tra i criteri di accesso molto restrittivi e il sistema di calcolo degli importi indebolisce la stessa portata restrittiva della misura. La parte più rilevante delle risorse viene comunque destinata a una platea molto circoscritta, senza che i trasferimenti previsti, altamente variabili e scarsi, possano modificare significativamente la condizione economica di chi li riceve.
Quindi, bene un provvedimento sui caregiver, ma le misure che sono state prese e le definizioni di caregiver devono essere ancora ulteriormente migliorate per dare una risposta effettiva a questo fenomeno così importante e strutturale che riguarda il nostro Paese.
PRESIDENTE. Saluto le ragazze e i ragazzi, le docenti e i docenti dell'Istituto di istruzione superiore “Morea-Vivarelli” di Fabriano, in provincia di Ancona, che assistono ai nostri lavori dalle tribune. Grazie di essere qua e benvenuti a Montecitorio (Applausi).
È iscritto a parlare l'onorevole La Salandra. Ne ha facoltà.
GIANDONATO LA SALANDRA (FDI). Grazie, Presidente. Governo, mi associo ai saluti ai colleghi del venerdì. Presidente, io pensavo che su questo provvedimento si potesse anche evitare, quantomeno, il principio di polemica che di solito alberga in questo emiciclo. E lo dico perché? Perché dire che questo Governo ha tagliato le risorse alla sanità mi sembra essere una affermazione contraria a quelli che sono i numeri, così come anche ritenere che la spesa militare, tutta quanta aggregata, superi quanto questo Governo ha investito in sanità mi sembra assolutamente estraneo al vero. Se, poi, qualcuno ritiene che noi dobbiamo ridurre le risorse destinate alle divise, destinate a chi difende il nostro Paese, bene, troverà questa maggioranza esattamente dall'altra parte.
E dico questo perché? Perché io ritenevo che su questo provvedimento si potesse evitare la polemica, perché, sempre ad onor del vero, dobbiamo cercare di essere sinceri su questa materia. Infatti, dal 2013 al 2025 - sempre se la matematica non è un'opinione -, si sono alternati in questo emiciclo ben trenta testi, trenta dichiarazioni d'intenti; trenta volte in cui il Parlamento ha affrontato il tema, senza, però, arrivare mai ad alcuna conclusione.
E questo lo dico con profonda cognizione di causa, signor Ministro. Infatti è servito il coraggio, perché quando si inizia un percorso, ci vuole il coraggio di arrivare alla fine e perché questo provvedimento dà risposte concrete all'insieme delle dichiarazioni di intenti che hanno caratterizzato i Governi precedenti. Dico questo perché, se si eccettua la definizione di caregiver familiare, maturata nel 2015, nel tempo nulla è mai stato fatto. Infatti, dare una definizione giuridica a una categoria vale ben poco, se non essere una sorta di consolazione simbolica.
Signor Presidente, lo dico a lei: il collega Zaratti ha concentrato tutta la sua definizione rispetto a che cosa? Ad una interpretazione dei limiti. Io ritengo che, con buona pace di qualche contraddittore, questo sia un testo che dà risposte ben precise a chi dedica la propria vita o quantomeno una parte significativa della propria vita all'assistenza dei propri familiari e dei fragili.
Questo testo parla con cognizione di causa, perché chiaramente individua sia le condizioni oggettive, sia le risorse economiche da destinare; è un testo che potremo definire giusto e corretto. Stiamo parlando del caregiver convivente, cioè di colui che garantisce il maggior carico di assistenza. E attorno a questa figura si costruisce un sistema di tutele differenziate e graduate sull'impegno reale e sulla convivenza. Chi vive con la persona non autosufficiente e le dedica almeno 91 ore alla settimana non può essere equiparato a chi interviene per un numero di ore inferiori, né tantomeno può essere equiparato a chi assiste senza convivere.
Il convivente con carico pari o superiore a 91 ore settimanali, il convivente con carico tra 30 e 90 ore, il convivente con carico tra 10 e 29 ore, il convivente con almeno 30 ore: vengono definite soglie di assistenza. Perché? Piaccia o non piaccia a qualcuno, non siamo tutti uguali. L'impegno che caratterizza ognuno di noi deve essere tutelato esattamente come i fragili che questa legge tutela visto che, probabilmente, anzi, sicuramente, negli atti parlamentari, se si eccettua il lontanissimo 2015, nulla esiste.
Questa è una legge corretta e giusta, poiché gradua il bisogno e individua una serie di criteri oggettivi, ore e convivenza, e promette ciò che si può mantenere e mantiene ciò che si promette. Chiedo scusa per il gioco di parole, ma un testo di legge è questo: mantenere gli impegni e garantire che questi impegni possano essere mantenuti.
Questa legge prevede anche un complesso di tutele non economiche, perché, talvolta, dobbiamo anche andare a guardare oltre ciò che succede nella vita, in determinate situazioni.
Infatti, il caregiver potrà chiedere che il progetto di vita o il piano assistenziale individualizzato includano: la sostituzione entro 24 ore o nelle emergenze; un supporto psicologico; visite, teleconsulti medici, accesso prioritario agli interventi sanitari e programmazione tempestiva delle cure. Ma soprattutto questa legge prevede un qualcosa di assolutamente semplice, tanto che davvero sarebbe da interrogare questo emiciclo sul perché una cosa così semplice non sia mai stata pensata. Infatti, riconosce al caregiver il diritto di accedere ai dati sanitari della persona assistita, ovviamente con il suo consenso, perché chi cura non può essere tenuto fuori dalle informazioni che rendono la cura possibile. E poi c'è un riconoscimento che guarda al dopo, sempre nel complesso delle tutele non economiche. È per questo che questo testo presenta veramente il carattere del diritto civile - lo intenderei quasi con un'accezione filosofica -, perché le competenze acquisite nell'assistenza potranno essere certificate dagli organismi competenti, secondo le normative regionali, anche ai fini della qualifica di operatore sociosanitario o di altre figure dell'area sociosanitaria. In sintesi, questa sorta di buco di vita - chiamiamolo così - non si traduce in un buco nel curriculum.
Per quanto poi riguarda il lavoro dipendente, il disegno di legge consente di modificare l'orario per le attività di cura e di utilizzare il lavoro agile. Prevede ferie e permessi solidali ceduti dai colleghi secondo le condizioni dei contratti collettivi e apre la tutela antidiscriminatoria contro le condotte subite proprio in ragione dell'attività assistenziale.
Ma vi dico di più in questa discussione generale: questo è un testo che parla anche - se non soprattutto - ai giovani. Il giovane caregiver potrà chiedere la compatibilità dell'orario del servizio civile con l'attività di cura. Lo studente caregiver sarà esonerato dal pagamento delle tasse universitarie e l'esperienza maturata potrà essere riconosciuta come credito formativo nei percorsi di formazione scuola-lavoro. Questa norma protegge il giovane caregiver: protegge il suo avvenire nella stessa misura con cui protegge il fragile assistito.
Dopodiché, dovremmo anche un po' discutere delle risorse. Mia nonna, che aveva solo la quinta elementare, diceva che da 0 a 1 chi fa uno già fa tanto, ma mi sembra che questa norma sia estremamente importante anche rispetto alle risorse che impegna, perché le risorse non vanno destinate a pioggia semplicemente per ottenere qualche consenso, così come è stato in passato, ma vanno destinate in base al criterio dell'effettivo bisogno: l'ISEE non può superare i 15.000 euro e il reddito non può essere superiore a 30.000 euro. Stiamo parlando di una norma che definisce in maniera chiara un sostegno mirato a chi dedica la propria vita all'assistenza.
Signor Presidente, mi avvio alle conclusioni. Ripeto: mi auguravo che questa discussione generale sarebbe stata esonerata dalle polemiche di circostanza, ma sento di affermare, con buona pace di qualunque contraddittore, che questa legge è una legge assolutamente importante e mi auguro davvero possa portare qualcuno a fare un passo indietro. Deve essere approvata all'unanimità da questo emiciclo.
PRESIDENTE. È iscritta a parlare la deputata Malavasi. Ne ha facoltà.
ILENIA MALAVASI (PD-IDP). Grazie, Presidente. Ministra, ci siamo confrontati a lungo in Commissione. È stato veramente un percorso di dialogo costante che abbiamo iniziato molto prima dell'arrivo della sua legge. Lo ha ricordato prima il collega Panizzut: abbiamo iniziato a incardinare le 12 proposte di legge, proposte da tutti i gruppi parlamentari, il 14 febbraio 2024. Sono passati due anni e mezzo di confronti, ma forse di un confronto non abbastanza vero.
Le leggi erano state incardinate in Parlamento con un obiettivo importante: arrivare ad avere un testo unitario, con la condivisione di tutti i partiti politici, che in realtà è stato sminuito dall'arrivo della proposta di legge a sua prima firma, che ha allentato il lavoro della Commissione, lo ha messo su un binario morto, perché l'unico testo che meritava di essere analizzato è stato quello a sua prima firma.
Io ritengo che questo metodo sia stato uno schiaffo al Parlamento, all'autonomia dei parlamentari e anche della Commissione, che stava, lo ripeto, lavorando per arrivare a un testo condiviso. Avevamo fatto tantissime audizioni, avevamo fatto un'analisi comparata dei testi per arrivare, appunto, a un testo che potesse portare a un voto unanime in quest'Aula, ed era questo l'obiettivo che anche lei avrebbe dovuto perseguire, come ha fatto la regione Veneto, solamente pochi giorni fa, con un risultato straordinario. Sono partiti da un testo proposto dalle opposizioni - e ringrazio la collega Chiara Luisetto, che lo ha proposto -, lo ha preso in carico il presidente Stefani, lo ha migliorato, lo ha supportato e sono arrivati a un testo condiviso, che propone una legge lungimirante che si contrappone in modo pesante alla legge che, invece, lei oggi porta in Aula e che noi riteniamo sbagliata, lontana dalla realtà e anche discriminatoria.
La differenza è tutta qui: quando la politica riesce a guardare alla realtà e riesce a interloquire davvero col proprio territorio e coi bisogni delle famiglie, si riesce ad arrivare a una proposta concreta. Quando, invece, la cura viene considerata un po' un destino della propria vita, si arriva a una legge che non riesce davvero a dare tutele, diritti e dignità a tutte queste persone che oggi rappresentano, e sono, figure preziose del nostro welfare, che meritano politiche pubbliche organiche, inclusive e non discriminatorie.
Purtroppo, non abbiamo visto veramente la volontà da parte sua, nonostante la sua presenza in Commissione, di arrivare a questo risultato. E ne siamo amareggiati. Abbiamo fatto un percorso forse deludente, su cui avevamo tantissime aspettative.
Noi siamo d'accordo che il nostro Paese si doti di una legge sui caregiver familiari, ma non crediamo che questo testo, che questa impostazione, sia corretta, sia al passo coi tempi complessi che stiamo vivendo, né che possa dare risposte concrete in una situazione che vede una transizione demografica così forte, con fragilità sociali ed economiche che rendono fragili le famiglie e i nostri territori.
La realtà, infatti, è molto più complessa di quella che viene rappresentata dalla proposta di legge che oggi arriva in Aula. Il collega Zaratti ha ricordato già alcuni numeri: parliamo di figli, fratelli, sorelle, genitori, amici, vicini di casa, che già oggi aiutano e si prendono cura degli altri, spesso in solitudine, facendosi carico da soli delle proprie fragilità familiari, anche in contesti amicali e informali.
Nel nostro Paese abbiamo una transizione demografica importante: abbiamo circa 15 milioni di persone over 65 - sono circa il 25 per cento - che arriveranno ad essere nel 2050 al 35 per cento, il 10 per cento in più; 4 milioni di persone sono non autosufficienti; altre, circa 3 milioni, hanno delle fragilità e delle disabilità; il 30 per cento delle persone over 65 vive da solo, senza reti familiari.
È per questo che questa legge non risponderà a questa realtà.
Serve certamente una legge nazionale giusta ed abbiamo bisogno di nuove politiche per rispondere a bisogni nuovi, forse con politiche nuove non solamente legate ai caregiver, che vanno certamente riconosciuti, ma legate anche a politiche abitative, a politiche per la mobilità, per il sociale, per la sanità, politiche urbanistiche innovative per nuovi quartieri che devono saper rispondere ai nuovi bisogni e ad un cambiamento sociale già in atto.
Ho dato questi numeri perché oggi lo Stato non è in grado di farsi carico di questa transizione demografica semplicemente perché i servizi non ci sono e, laddove ci sono, sono tantissime le liste di attesa. Le strutture residenziali coprono solamente il 7,6 per cento delle persone in età, i centri diurni sono meno dell'1 per cento a livello nazionale e l'assistenza domiciliare integrata risponde a meno del 30 per cento, sempre delle persone in età. E la soluzione, quindi, per tempi e risorse, non può certamente essere quella di aggiungere finanziamenti e di continuare a replicare modelli che non ci permetteranno di dare risposte adeguate.
Abbiamo sicuramente bisogno di nuove organizzazioni sociali e sanitarie, di più integrazione sociale e sanitaria, di più prevenzione, di sostenere un invecchiamento attivo, ma anche di una nuova cultura della cura che sia coraggiosa e che sappia guardare lontano, costruendo un futuro solidale e inclusivo. Purtroppo, questo futuro non lo vediamo nella sua legge. Non vediamo la capacità di leggere una realtà così articolata, così complessa e così differenziata; non vediamo la capacità di dare risposte concrete ai tanti caregiver familiari che già oggi svolgono, in un silenzio assordante, questo prezioso ruolo di cura. Allora mi permetto di ricordare chi sono questi caregiver e di cosa stiamo parlando.
L'Istat ha ricordato, in una delle analisi più recenti, che parliamo di circa 12 milioni di persone: un esercito invisibile di persone che quotidianamente nel silenzio e nell'ombra si fanno carico di quello che lo Stato non riesce a garantire; di questi solo 4 milioni sono conviventi, il 30 per cento, ed è quella percentuale verso la quale si rivolge unicamente la sua legge.
Un quinto dei caregiver ha più di 65 anni, la maggior parte sono donne in età lavorativa dai 45 ai 65 anni, spesso chiamate a rinunciare al lavoro non avendo nessun'altra possibilità, con un tasso di disoccupazione più alto del 4 per cento rispetto alle loro coetanee. Solamente un terzo ha condizioni di buona salute, con il 70 per cento che riporta dei burden molto severi, con fattori di stress, di ansia, di isolamento sociale che - lo sappiamo bene - comportano anche complicazioni neurologiche, sanitarie, a causa degli alti carichi assistenziali che hanno condizionato e peggiorato le loro condizioni di salute.
Con una realtà così complessa che tutti ben conosciamo, noi pensiamo che servisse una legge diversa e glielo continuiamo a dire anche in questa sede in modo costruttivo, come abbiamo fatto con il lavoro svolto in Commissione. Una legge che garantisse una risposta integrata e lungimirante, con obiettivi chiari, affinché si potesse arrivare a dare risposte a tutti, diritti e tutele per tutti, certo in modo graduato; che garantisse la sostenibilità del sistema, la dignità per tutte le persone e un rafforzamento della coesione sociale.
Mentre ci troviamo di fronte a una proposta che genera una contrapposizione sociale tra più fasce, che sono già fragili e già sole, della nostra popolazione. La sua legge infatti divide, contrappone, discrimina, perché crea categorie di caregiver unicamente in base al numero delle ore giornaliere dedicate alla cura e all'assistenza; categorie di caregiver che non hanno tutti gli stessi diritti, non hanno tutti le stesse tutele e non hanno tutti la stessa dignità di essere riconosciuti tali. Riteniamo questo parametro non dignitoso per il lavoro che svolgono; il ruolo del caregiver è molto di più e non può essere ridotto a questo parametro prettamente numerico.
La legge fa alcuni passaggi molto gravi di pensiero culturale, che sono quelli che ci preoccupano di più, perché solamente alla categoria del caregiver familiare prevalente, che deve svolgere almeno 91 ore di cura e di assistenza, viene dato un contributo economico.
Cosa vogliamo dire a questi caregiver? Se sei un bravo caregiver - perché è così che vengono suddivisi i caregiver in questa legge - solamente se convivi e ti fai davvero carico all'interno del nucleo familiare delle esigenze del tuo caro e ti fai almeno 91 ore settimanali, il che significa 13 ore al giorno, festivi compresi, Natale compreso, e se non guadagni - perché il reddito previsto è solo di 3.000 euro lordi annui - e se hai un ISEE dai 15.000 - lo abbiamo aumentato - ai 25.000, ti meriti anche un premio, ossia un piccolo riconoscimento economico, che potrebbe variare dalle stime che abbiamo fatto dai 40 ai 400 euro al mese: meno di un euro all'ora. Una sorta di bonus contro la povertà e non un riconoscimento doveroso per la dignità dei caregiver.
Ma io penso sia ancora peggio l'impostazione culturale che c'è alla base della sua legge: se sei una brava donna e se stai a casa, ti riconosco una premialità. Per me questa è la parte più difficile, più inaccettabile, il retropensiero più pesante che c'è in questa legge, perché la cura in questo modo rimane un fatto familiare, domestico, femminile, privato, un retaggio culturale su cui lottiamo da sempre, visto che gli stereotipi di genere hanno segnato pesantemente i percorsi di emancipazione delle donne. E mi dispiace che sia una donna che propone una legge di questo tipo, ma nel 2026 stiamo ancora parlando di queste cose. La prima donna Premier non solo non ha fatto politiche per le donne, ma continua ad umiliarle, senza riconoscere quella parità a cui hanno diritto, a cui abbiamo diritto.
La divisione asimmetrica dei carichi di cura e di lavoro viene legittimata con questa legge, continuando a vedere nelle donne le principali responsabili della cura domestica, con conseguenze importanti nelle scelte di vita, nelle traiettorie professionali, nella scelta della maternità, nel sostenere percorsi di genitorialità, nel diritto a una cittadinanza paritaria per le donne. Il nostro Paese non ha bisogno di questo, ha bisogno di messaggi diversi: noi abbiamo bisogno che le donne possano continuare a lavorare, abbiamo bisogno delle loro energie, dei loro talenti, perché ne gioverebbe la competitività del Paese e aumenterebbe il PIL del nostro stesso Paese.
Oggi, invece, stiamo alimentando la nascita di una nuova categoria di donne, donne che diventeranno povere, che andranno in pensione o, forse, non ci andranno o che ci andranno con pensioni modeste. Un gruppo di donne povere e sole, con pessime condizioni di salute, che continueranno a gravare sui costi sociali del nostro Paese. È questo uno dei tanti motivi per cui riteniamo che questa legge non sia giusta.
Non è certamente la legge che abbiamo atteso e che, soprattutto, attendevano milioni di persone. Non era difficile, bastava - lo ripeto - guardare cosa ha fatto il Veneto, una regione governata dal suo stesso partito. Il Veneto è stata l'ultima regione che ha realizzato una legge regionale avanzata. Nessuna delle leggi regionali oggi già in vigore presenta una rigidità come quella che lei ha portato in quest'Aula. Le leggi regionali, infatti, nascono sempre dal basso, hanno sperimentato modelli sociali di presa in carico con visioni moderne, al passo con i tempi. E vorrei ricordare queste regioni, perché sono state un apripista importante, partendo dalla mia regione, l'Emilia-Romagna, la prima in Italia, che già nel 2014 - 2014, lo vorrei sottolineare - si è data una legge regionale sui caregiver. Da allora, ne sono seguite molte altre: l'Abruzzo, la Campania, la Puglia, la Basilicata, la Lombardia, il Friuli-Venezia Giulia, la Sardegna, il Lazio, la Calabria, la Sicilia, la Toscana, il Molise e, infine, il Veneto.
La invito a farsi carico di queste leggi regionali e anche a confrontarsi con il presidente Stefani, che è del suo stesso partito, perché non è che chiedevamo di copiare il Partito Democratico, ma semplicemente di copiare il suo presidente di regione. Perché cosa dice quella legge, insieme a tutte le altre leggi regionali? Che caregiver è chi cura, non solo chi convive; che non c'è nessun obbligo di convivenza, nessun vincolo di parentela, nessuna soglia di ore per meritarsi un sostegno, ma, anzi, il caregiver è riconosciuto nel PAI, nel Progetto di vita. È integrato nel sistema dei servizi, che, ovviamente, non devono essere sostituiti dal caregiver stesso, perché la cura non si misura, ovviamente, con numeri, con ore, con chilometri, come lei propone in questa legge.
A Roma, infatti, nella sua legge, Ministra, non c'è niente di tutto ciò, non c'è niente di quello che in modo molto avanzato è già previsto nelle leggi regionali. Stiamo facendo un passo indietro, introducendo vincoli, paletti, ponendo addirittura a 40 chilometri il confine entro il quale devi vivere se vuoi essere riconosciuto come caregiver, con rigidità e cavilli burocratici che non serviranno a dare una risposta al nostro Paese.
Tanta burocrazia, come quella che Silvana Ruggiero ha ricordato pochi giorni fa, in Calabria, parlando davanti alla relatrice speciale dell'ONU sulla disabilità. Da più di 20 anni Silvana dorme tre ore a notte per assistere il proprio figlio con una malattia genetica gravissima; un altro figlio non c'è più. Ha raccontato che, per rinnovare il piano della fisioterapia respiratoria, ci ha impiegato quasi un mese e che per un mese suo figlio è rimasto senza. Così ha detto Silvana davanti alla relatrice: “(…) si muore anche di burocrazia”. E ha detto, ancora: “Non ci basta essere riconosciuti, abbiamo bisogno di vivere”. E Silvana riesce ancora a lavorare grazie al telelavoro; proprio per questo, la sua legge non risponderà a Silvana, perché a lei non spetterà assolutamente nulla.
Questa, infatti, è la prima richiesta che fanno i caregiver: fateci vivere, fateci respirare. Chiedono sollievo, chiedono sostegno e per noi i caregiver devono avere tutti gli stessi diritti. Certo, con tutele crescenti, in base al bisogno di cura che deve essere individuato e sancito nel PAI o nel Progetto di vita. Se vogliamo evitare che la cura diventi una condanna e un destino di vita, abbiamo bisogno di garantire a tutti informazioni chiare e accessibili, formazione, supporto psicologico, gruppi di auto mutuo aiuto, reti di vicinato solidali, interventi di sollievo programmati e in emergenza, domiciliarizzazione delle visite specialistiche, telemedicina, telemonitoraggio, prevenzione del burnout. Chiediamo servizi, non elemosina; chiediamo dignità e la dignità non si può barattare per pochi spiccioli.
Il suo testo invece restringe la platea ai soli conviventi, perché solamente a loro lei garantisce tutele e diritti; esclude amici, vicini e reti di solidarietà. Non prevede sostegni strutturali, non tutela la salute dei caregiver, non affronta la conciliazione con il lavoro e non riconosce i giovani caregiver, se minorenni. Introduce un bonus economico massimo di 400 euro solo per chi convive e a chi rinuncia al lavoro; lega il bonus a condizioni che, di fatto, condannano il caregiver a una vita senza pause, senza sollievo e senza diritti.
Siamo molto delusi da questo testo - l'avevo già anticipato in Commissione -, ma ribadiamo la nostra disponibilità a continuare a lavorare con lei per migliorarlo, se fosse ancora possibile. Perché la cura è un tema importante, è un tema nazionale che richiede tutta la nostra attenzione, è un tema di civiltà ed è un tema di diritti, rispetto al quale vogliamo garantire tutta la nostra disponibilità.
Ma la sfida di oggi, su cui la invitiamo a riflettere, è quella di trasformare la cura da destino privato delle donne e degli uomini - ma, soprattutto, delle donne - a una responsabilità politica condivisa. La cura va riconosciuta, va ridotta, va redistribuita, va remunerata e va rappresentata. Solamente così il tempo potrà diventare davvero una misura di libertà e non il luogo nascosto in cui si riproducono le disuguaglianze.
Allora, se serve qualcosa, bisogna fare una cosa che nessuna legge, probabilmente, può costruire da sola: servono nuovi patti di comunità, perché la solitudine è il nemico più grande dei caregiver, soprattutto degli anziani che, per timore e per dignità, spesso non chiedono nemmeno aiuto. Dobbiamo andarli a cercare noi nelle case di comunità, negli ambulatori, nelle associazioni, nei luoghi di ritrovo, senza rigidità e senza burocrazia. Ognuno di noi può essere un'antenna sociale nel territorio, capace di intercettare un bisogno prima che il vaso trabocchi. E abbiamo visto tante volte la disperazione dei caregiver, dei genitori lasciati soli.
I caregiver non sono sostituti dello Stato, sono il pilastro su cui questo Paese si regge ogni giorno, spesso in silenzio. Non sono una soglia ISEE, non sono un monte ore, non sono un raggio di chilometri, ma hanno un nome. E mi permetto di ricordare in questa sede Valentina, Luca e Bianca, che hanno lasciato una lettera straziante: da soli non ce la facciamo più. Una legge dello Stato ha questo compito, rispondere a loro: non siete soli, perché noi ci saremo.
Per questo motivo, siamo disponibili a lavorare con lei - e chiudo, Presidente -, ma serve del coraggio, che non abbiamo ancora visto. La invitiamo ad andare in questa direzione. Serve una nuova cultura della cura, serve un pensiero coraggioso per una società che deve ritrovare il senso del “noi”, del nostro essere comunità attente e solidali, mettendo sempre al centro la vita delle persone. Per questo motivo, come Partito Democratico, abbiamo sostenuto questo percorso, pur con criticità, e continueremo a batterci per migliorare un testo che crediamo non sia ancora all'altezza delle aspettative (Applausi del deputato Fornaro).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole Quartini. Ne ha facoltà.
ANDREA QUARTINI (M5S). Grazie, Presidente. Colleghe e colleghi, prendo la parola in quest'Aula con profonda preoccupazione politica, istituzionale e sociale, ma anche con la fermezza di chi non intende assistere in silenzio all'ennesima operazione di facciata. Siamo chiamati a legiferare su un tema che entra nelle case, entra nelle vite, nei silenzi di almeno 7,5 milioni di persone, secondo l'Istat 12 milioni. Sono persone che ogni giorno si prendono cura di un familiare, si prendono cura di una persona con disabilità grave, di un genitore malato, di un figlio che non sarà mai autonomo.
Lo fanno nell'ombra, spesso da sole, senza riconoscimento, senza sostegno e senza certezze; eppure forniscono in silenzio un vero e proprio LEA occulto. Questo è il dato di fatto. Noi sappiamo che sono insufficienti le RSA per la transizione demografica che questo Paese sta subendo; sappiamo che sono insufficienti i centri diurni, sappiamo che è assolutamente insufficiente l'assistenza infermieristica domiciliare integrata nei nostri territori; eppure queste persone - padri e madri, figli e figlie, coniugi, persone che rinunciano al lavoro, alla carriera, al tempo libero e alla propria salute - svolgono un LEA occulto. Sono persone che scivolano lentamente verso la povertà economica, l'isolamento sociale e il logoramento psicofisico. Questa non è un'emergenza minore, è un'emergenza nazionale che, ripeto, riguarda almeno 7,5 milioni di persone: secondo l'Istat, 12 milioni.
E qual è la risposta del Governo e della maggioranza? Un DDL - il n. 2789 - sui caregiver, una legge che viene presentata come una svolta storica, ma che, letta davvero, si rivela per quello che è: una gigantesca scatola vuota, un manifesto propagandistico, un modo per piantare una bandierina mediatica ma non per costruire diritti. Si registra il caregiver, si classifica, lo si iscrive in una piattaforma digitale, lo si divide in categorie ma non gli si dà una tutela reale, non gli si danno risorse adeguate, non gli si dà uno strumento vincolante. La cura continua a non essere un bene pubblico, continua a essere una responsabilità privata, familiare e, nella stragrande maggioranza dei casi, imposta.
Colleghi, non facciamoci incantare dalle parole, guardiamo i fatti. L'articolo 1 enuncia bellissime finalità: tutela, valorizzazione, supporto, prevenzione dell'isolamento. Parole condivisibili, ma sono solo parole. Non c'è un solo meccanismo che renda vincolanti per la pubblica amministrazione queste parole. Non c'è un solo diritto esigibile. Sono principi sulla carta, buoni per fare un comunicato stampa.
Poi, arriviamo alla classificazione dei caregiver in base alle ore settimanali. Si parla di 91 ore, si parla di una fascia fra 30 e 90 ore, di un'altra fascia fra 10 e 30 ore. Ma la cura non è un cartellino da timbrare, la cura non è un cronometro, la cura è presenza mentale continua; è reperibilità giorno e notte, è carico emotivo, è gestione delle emergenze, è coordinare visite mediche, farmaci, assistenza, burocrazia, è vivere con il fiato sospeso. Ridurre tutto questo a una rigida griglia oraria è offensivo, ragionieristico e inadeguato.
Poi, arriviamo alla classificazione di altri aspetti, che vedremo successivamente.
C'è il tema della piattaforma INPS, che doveva partire e che è stata rinviata al 2027. Nel frattempo, i caregiver continuano ad aspettare e per accedere a questo sistema cosa si chiede? Autocertificazione, dati, requisiti, ore, parentele, piani assistenziali: una montagna di carte, un labirinto burocratico. Un caregiver, che già non ha tempo per sé, dovrà trovare il tempo per difendersi dalle carte bollate.
Allora, diciamolo chiaramente, si introduce una proposta di riesame, con termini di silenzio assenso, di silenzio rigetto, ricorsi, negoziazione assistita: significa che il legislatore sa già che questo sistema produrrà migliaia di rigetti e contenziosi. Non si aiuta il caregiver, lo si costringe a combattere contro lo Stato per farsi riconoscere un diritto.
E poi c'è il lavoro. L'articolo 8 doveva essere il cuore della conciliazione, ma cosa introduce? Non introduce un bel niente. Per i lavori subordinati la modifica dell'orario o il lavoro agile sono una possibilità subordinata alla compatibilità con l'azienda e alla decisione del datore di lavoro. Non è un diritto: è una richiesta, è una supplica. Non ci sono incentivi per le imprese, non ci sono indennizzi adeguati: il caregiver lavoratore viene abbandonato a se stesso.
Ma il punto più grave, il punto più vergognoso è il silenzio assoluto sulla previdenza. In questo provvedimento non c'è traccia di contribuzione figurativa, non c'è accesso anticipato alla pensione e non ci sono riscatti agevolati degli anni dedicati alla cura. Il Governo finge di non sapere che chi assiste un familiare per anni o decenni accumula vuoti contributivi incolmabili; lascia il lavoro, lo riduce e poi da anziano si ritrova con una pensione da fame.
Lo Stato sfrutta il lavoro gratuito di cura, risparmia sulla spesa sociale e poi punisce due volte chi si è sacrificato. Questa non è politica sociale: è cinismo.
Veniamo alla salute mentale. L'articolo 12 promette sostituzione in caso di emergenza, supporto psicologico, visite domiciliari, telemedicina e accessi preferenziali; belle cose, ma come vengono finanziate? A risorse invariate, nei limiti di budget già insufficienti. Si dice alle regioni e alle ASL di fare tutto questo senza un euro in più, ma le ASL sono al collasso e i servizi di salute mentale sono allo stremo. Come si può pensare di curare il caregiver senza mettere risorse? Si condanna il caregiver a liste d'attesa infinite o a pagarsi lo psicologo di tasca propria. Chi assiste una persona con disabilità grave, con autismo, con Alzheimer e con malattie rare affronta tassi altissimi di burnout, ansia e depressione. E la risposta è una clausola di invarianza finanziaria? È una presa in giro, è una violazione dell'articolo 32 della nostra Costituzione.
Arriviamo al punto più critico. Il Governo parla di un assegno, il Governo ha raccontato al Paese di aver introdotto un assegno per i caregiver. La realtà è diversa. Per accedere a questo contributo devi essere un caregiver prevalente e convivente per almeno 91 ore settimanali: un euro l'ora, un euro l'ora se tutto va bene. Chi assiste 80, 70 o 50 ore alla settimana non prende un centesimo. Non devi svolgere attività lavorativa o devi guadagnare meno di 3.000 euro lordi l'anno; se lavori part time e guadagni 4.000 euro l'anno sei escluso. Il paradosso qual è? Chi prova a lavorare per sopravvivere viene punito. Chi è più povero e più solo forse riceverà qualcosa. Ma quanto? Si parla di un massimo di 1.200 euro a trimestre, cioè 400 euro al mese. E non è fisso: per chi ha ISEE fino a 15.000 euro l'importo è fisso, ma se hai tra 15.000 e 25.000 euro l'importo viene tagliato progressivamente. Con un ISEE di 22.000 euro l'anno si parla di poche decine di euro al mese e se l'importo trimestrale è pari o inferiore a 30 euro, cioè 10 euro al mese, non viene neppure erogato.
Ma il punto più grave è un altro. L'importo non è garantito, ma viene rideterminato trimestralmente in base alle risorse disponibili: se le domande aumentano, l'assegno pro capite scende. Il caregiver non saprà mai all'inizio dell'anno su quale cifra potrà contare per fare la spesa o comprare le medicine; dipenderà da quante altre persone hanno fatto la domanda. È la guerra tra poveri elevata a norma di legge, per avere un euro l'ora.
E non è finita. Il contributo è, per ciascun assistito, fino a un massimo di due caregiver; se entrambi i genitori sono caregiver l'importo non raddoppia, ma viene diviso al 50 per cento. E se uno dei due non ha i requisiti, cosa succede? I dubbi sono enormi. Si rischia di monetizzare il bisogno, di scatenare conflitti dentro le famiglie e di esasperare le fragilità invece di lenirle.
Ma poi c'è una domanda fondamentale: da dove arrivano le risorse? Il Governo non mette un euro fresco.
Si trovano miliardi per le armi e per il ponte sullo Stretto, ma non si mette un euro su questa legge delega. Non c'è fiscalità generale: si prendono 207 milioni dal fondo per i caregiver, istituito nella legge di bilancio 2025; si prendono 50 milioni in favore delle politiche delle persone con disabilità; si prendono 3 milioni dal fondo per il valore sociale ed economico dei caregiver. È una partita di giro a somma zero. Si spogliano i fondi per la disabilità, per finanziare una misura parziale per i caregiver. Si toglie sostegno alla persona assistita, per dare un'elemosina a chi la assiste. Questa non è politica sociale, è un'operazione contabile cinica: mette in contrapposizione i diritti delle persone con disabilità e quelli dei loro familiari. È inaccettabile, Presidente.
E poi c'è la solita clausola: restano ferme le competenze delle regioni. Tradotto: la tutela del caregiver continuerà a essere frammentata. Chi vive in una regione con un bilancio solido forse avrà qualche servizio, chi vive in una regione commissariata, con piani di rientro, non avrà nulla. Non si introduce un livello essenziale delle prestazioni sociali. Non si garantisce uniformità. Si lascia tutto alla geografia della fortuna, si lascia tutto all'autonomia differenziata che voi avete voluto e al regionalismo differenziato che ha fallito rispetto alla sanità. Anche questo è qualcosa di assolutamente inaccettabile e non solo! Le leggi regionali erano emancipate e più evolute di questa proposta! È fuori discussione. L'ha detto anche la collega Malavasi un attimo fa.
Colleghi, questo disegno di legge non cambia il modello sociale, non cambia il modello di genere, ha una visione culturale ancillare della famiglia. In Italia, il lavoro di cura informale ha un volto preciso: è il volto delle donne. Sono le donne a pagare il prezzo più alto in termini di rinuncia al lavoro, di divario retributivo, di penalizzazione pensionistica. Questo testo non scardina questo equilibrio, lo perpetua: la cura continua a non essere garantita dallo Stato come valore sociale e universale e questo è in aperta tensione con la Costituzione: con l'articolo 2, che impone i doveri inderogabili di solidarietà; con l'articolo 3, che impegna la Repubblica a rimuovere gli ostacoli economici e sociali; con l'articolo 32, che tutela la salute come diritto fondamentale; con l'articolo 38, che garantisce assistenza e mantenimento a chi è inabile al lavoro.
Questa non è una legge di civiltà, è una legge di propaganda, è una legge di manifesto. Per questo il MoVimento 5 Stelle presenterà in Aula una proposta alternativa, chiara, forte e strutturata. Cambiamo paradigma, non parliamo più di assistenzialismo, ma parliamo di lavoro di cura, parliamo di un vero reddito di cura.
Noi proponiamo un reddito riconosciuto a tutti i caregiver registrati sulla piattaforma INPS con ISEE fino a 40.000 euro. Superiamo l'asticella dei 25.000 euro, superiamo la discriminazione verso chi è disoccupato o guadagna meno di 3.000 euro. Il contributo va da un minimo di 600 a un massimo di 1.200 euro al mese: non a trimestre, al mese! La misura piena di 1.200 euro mensili, ossia 14.400 euro l'anno, è garantita a chi ha un ISEE pari o inferiore a 15.000 euro, poi si riduce con gradualità e proporzionalità fino a 40.000 euro. Nel caso di più caregiver per lo stesso assistito o di entrambi i genitori, il contributo non viene azzerato o tagliato, ma viene ripartito in proporzione al carico di cura e all'ISEE. E soprattutto il reddito di cura è esente IRPEF, non rileva ai fini ISEE ed è cumulabile con altre misure di sostegno. Questo perché non è un ammortizzatore sociale, ma è il riconoscimento economico di un'attività di rilevanza pubblica. Leva l'occulto da questo livello essenziale di assistenza che i caregiver forniscono e svolgono. È il riconoscimento del lavoro di cura.
Signor Presidente, non possiamo rassegnarci a una legge vuota. La discussione generale deve servire a scuotere la coscienza della maggioranza e del Governo. Chiediamo un cambio di passo radicale durante l'esame degli emendamenti. Serve il coraggio di ridisegnare la definizione dei caregiver, superando vincoli rigidi di convivenza e parentela. Occorre eliminare la quantificazione rigida delle ore. Bisogna trasformare le facoltà sul lavoro agile, sul part-time e sui congedi in veri diritti soggettivi. È urgente introdurre tutele previdenziali effettive, garantendo la contribuzione figurativa per gli anni dedicati all'assistenza. Bisogna finanziare davvero il supporto psicologico e la salute mentale con capitoli di spesa dedicati. Bisogna prevedere risorse fresche e strutturali, senza definanziare i fondi per la disabilità; il sostegno economico non può essere una lotteria a somma variabile, deve essere un diritto certo e dignitoso. Bisogna implementare l'empowerment di comunità. Bisogna cominciare a far sviluppare dentro le comunità il concetto di autoaiuto. Bisogna cominciare a sviluppare all'interno delle comunità il concetto vero di silver cohousing. Bisogna cominciare a fare operazioni di questo tipo. Dobbiamo prevenire la non autosufficienza, dobbiamo cercare di essere lungimiranti, di guardare lontano. In questa legge non c'è niente di tutto questo.
Se ci sarà la volontà politica di aprire a queste modifiche sostanziali, troverete in noi un interlocutore rigoroso, ma aperto al confronto; se, invece, la maggioranza insisterà nel voler approvare a tutti i costi questo testo vuoto e propagandistico, noi continueremo a denunciare nel Paese l'inganno compiuto ai danni di oltre 12 milioni - secondo l'Istat - di caregiver italiani (Applausi della deputata Auriemma).
PRESIDENTE. Non vi sono altri iscritti a parlare e pertanto dichiaro chiusa la discussione sulle linee generali.
(Repliche - A.C. 2789-A e abbinate)
PRESIDENTE. Ha facoltà di replicare il relatore, onorevole Panizzut, che rinuncia.
Ha facoltà di replicare la Ministra Locatelli, se intende intervenire.
ALESSANDRA LOCATELLI, Ministra per le Disabilità. Grazie, Presidente. Intervengo giusto per ricordare che questa legge parte dal principio del caregiver familiare, convivente e prevalente, cioè colui che ama, che cura, che non vuole essere sostituito, ma accompagnato dalle istituzioni in un percorso di cura che parte, magari per via di burocrazie e di conteggi dovuti alle norme, dalle 91 ore, ma che vuol dire 24 ore su 24. Quindi noi non possiamo trascurare o mettere sullo stesso piano le reti amicali, pur importantissime, per le quali sicuramente anche i territori hanno un occhio di riguardo, con chi svolge questo compito di cura per tutta la sua vita: di notte, di giorno, quando la persona urla, quando la persona chiama, quando una persona sta male, quando la persona è felice, quando ha fame, quando scappa e quando è aggressiva.
Ecco, questa legge parte dall'urgenza di dare una risposta prima di tutto ai familiari che hanno questo compito e non vogliono più essere lasciati da soli. E io credo che sia arrivato il momento, dopo 10 anni, dopo 32 proposte fallite, dopo un vuoto normativo che poteva anche essere colmato prima, di dare una risposta. Quindi, andremo in questa direzione, perché crediamo che ci sia la necessità e l'urgenza di dare una risposta.
Poi mi fa piacere che abbiamo parlato oggi di integrazione sociosanitaria, analisi dei dati, transizione demografica, una spinta al cambiamento, un'innovazione ai servizi. Tutto questo lo dobbiamo fare insieme, insieme anche ai territori. Ricordo anche che la norma, che noi presentiamo e che è condivisa nel rispetto del lavoro che è stato fatto anche dai parlamentari in passato, è assolutamente in linea con il lavoro portato avanti dalla regione Emilia-Romagna, dalla regione Lombardia, dalla regione Veneto e da tutte le regioni che vorranno dare un riconoscimento ai caregiver familiari. Infatti, questo è un tema importantissimo sul quale tutti, a tutti i livelli istituzionali, possiamo impegnarci, ma concretamente: abbiamo già messo risorse, iniziamo a spendere queste e poi miglioreremo la norma.
PRESIDENTE. Il seguito del dibattito è rinviato ad altra seduta.
Discussione della proposta di legge: S.1004 - D'iniziativa dei senatori: Romeo ed altri: “Disposizioni per il contrasto all'antisemitismo e per l'adozione della definizione operativa di antisemitismo” (Approvata dal Senato) (A.C. 2830) e delle abbinate proposte di legge: Malaguti ed altri; Molinari ed altri (A.C. 2376-2383) (ore 13,20).
PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca la discussione della proposta di legge, già approvata dal Senato, n. 2830: “Disposizioni per il contrasto all'antisemitismo e per l'adozione della definizione operativa di antisemitismo” e delle abbinate proposte di legge nn. 2376-2383.
Avverto che lo schema recante la ripartizione dei tempi per la discussione generale è pubblicato in calce al vigente calendario dei lavori dell'Assemblea (Vedi calendario).
(Discussione sulle linee generali - A.C. 2830 e abbinate)
PRESIDENTE. Dichiaro aperta la discussione sulle linee generali.
I presidenti dei gruppi parlamentari MoVimento 5 Stelle e Partito Democratico-Italia Democratica e Progressista ne hanno chiesto l'ampliamento.
La I Commissione (Affari costituzionali) si intende autorizzata a riferire oralmente.
Ha facoltà di intervenire il relatore, onorevole Paolo Emilio Russo.
PAOLO EMILIO RUSSO, Relatore. Grazie, signor Presidente. Onorevoli colleghi, avviamo la discussione di queste disposizioni per il contrasto all'antisemitismo e per l'adozione della definizione operativa di antisemitismo, un testo approvato dal Senato che è il risultato dell'abbinamento di testi presentati dalla maggioranza e dall'opposizione e di un lavoro, certamente complesso, di cucitura tra istanze diverse. Tutti i testi avevano come obiettivo quello di contrastare un fenomeno inaccettabile, purtroppo in costante aumento nel nostro Paese, come in molte altre parti dell'Europa e del mondo, quale l'antisemitismo.
L'antisemitismo sta ritornando con formule nuove e noi abbiamo il dovere di impedirlo. È un testo scritto in costante dialogo e confronto con le associazioni e tutti gli attori che si occupano del tema, che si pone una finalità di prevenzione educativa, che non contiene un apparato sanzionatorio: non introduce nuovi reati né pene.
Prima di depositare la relazione alla Presidenza, perché resti agli atti per illustrare tutti i contenuti nel dettaglio, mi preme sottolineare il contenuto dell'articolo 1 perché risolve esso stesso alcune delle obiezioni che sono emerse nel corso di queste ultime settimane di confronto in Commissione e anche sui giornali, nell'intera società.
L'articolo 1 - che è scritto qua - afferma, infatti, che la Repubblica italiana, in attuazione del principio di uguaglianza dell'articolo 3 della Costituzione, ripudia ogni forma di antisemitismo, favorisce azioni volte a contrastarne qualunque espressione e ostacola la diffusione del pregiudizio antisemita in Italia, ma lo fa, attenzione, ferme restando le libertà di critica politica, di espressione del pensiero, di riunione e di associazione e nel rispetto dei diritti costituzionali.
L'ho voluto sottolineare non solamente perché credo fortemente in questa libertà, ma anche perché, come è noto ai componenti di questa Camera e di quest'Aula, i lavori parlamentari possono essere utilizzati per chiarire le intenzioni del legislatore quando si pone una questione interpretativa di una disposizione. Ecco, nessuno in questo Parlamento, tra coloro che mi hanno dato mandato a riferire in quest'Aula, ha mai inteso limitare in qualunque modo la libertà di espressione e di critica, che è un elemento costitutivo della nostra democrazia. La libertà di espressione e di critica è una conquista che, anzi, custodiamo e continueremo a custodire gelosamente. Chiedo, dunque, Presidente, l'autorizzazione a depositare la relazione per gli aspetti tecnici.
PRESIDENTE. Grazie, onorevole Russo. Ovviamente è autorizzato. Chiedo se intende intervenire la rappresentante del Governo, la Sottosegretaria Siracusano, che si riserva di farlo. È iscritto a parlare l'onorevole Bagnasco. Ne ha facoltà.
ROBERTO BAGNASCO (FI-PPE). Grazie, Presidente. Signor Sottosegretario, colleghi, il provvedimento che oggi discutiamo affronta una questione che, a mio avviso, a nostro avviso, deve essere considerata innanzitutto per ciò che rappresenta sul piano dei principi democratici. Contrastare l'antisemitismo, così come contrastare ogni forma di razzismo, di discriminazione religiosa e di odio fondato sull'appartenenza di una persona a una comunità, significa difendere l'essenza stessa della nostra democrazia.
La democrazia non è soltanto un insieme di regole e di procedure. È, prima ancora, il riconoscimento dell'eguale dignità di ogni persona. È il rifiuto dell'idea che qualcuno possa essere discriminato, minacciato o considerato diverso per la propria origine, per la propria fede religiosa, per la propria identità. Su questi principi crediamo che il Parlamento debba riuscire a trovare il terreno più ampio possibile di condivisione. Questo lo speriamo fortemente e abbiamo lavorato, stiamo lavorando e lavoreremo per questo, per arrivare a questa realtà.
L'antisemitismo ha una storia antica e drammatica nel nostro continente: l'Europa ne ha conosciuto le conseguenze più terribili e l'Italia ha conosciuto la vergogna delle leggi razziali, delle persecuzioni e delle deportazioni. Quella memoria appartiene alla nostra storia nazionale e costituisce un monito che non può essere confinato al passato, per questo dobbiamo guardare con attenzione anche alle manifestazioni contemporanee dell'antisemitismo, che possono assumere forme differenti e che trovano oggi - soprattutto attraverso la rete e i social - strumenti di diffusione particolarmente rapidi, incisivi e molto spesso estremamente negativi.
Il provvedimento in esame cerca di costruire un quadro organico di prevenzione e contrasto. Lo fa attraverso una strategia nazionale triennale, attraverso il monitoraggio degli episodi di antisemitismo, attraverso interventi sul linguaggio d'odio diffuso in rete, con attività formative nelle scuole e nelle università, con iniziative rivolte alle Forze armate, alle Forze dell'ordine, alla magistratura e attraverso campagne di informazione e di sensibilizzazione.
Viene inoltre definito e istituzionalizzato il ruolo del coordinatore nazionale per la lotta contro l'antisemitismo, chiamato a predisporre e aggiornare la strategia nazionale e a favorire il coordinamento tra le diverse istituzioni coinvolte. È dunque un intervento che non si limita ad affermare un principio, ma tenta di costruire strumenti di conoscenza, prevenzione, formazione e coordinamento.
All'interno di questo quadro assume particolare rilievo la scelta di adottare come riferimento la definizione operativa di antisemitismo elaborata nel 2016 dall'International Holocaust Remembrance Alliance (IHRA), insieme ai relativi indicatori. Si tratta di una scelta sulla quale si è sviluppato, anche a livello internazionale, un dibattito che non può e non deve essere ignorato.
Proprio per questo credo sia necessario chiarire con precisione tanto la finalità della norma, quanto i limiti entro i quali debba essere applicata. Il testo, approvato dal Senato, stabilisce espressamente che restano ferme la libertà di critica politica, la libertà di manifestazione del pensiero e le libertà di riunione e di associazione, nel rispetto dei principi costituzionali.
Non vengono introdotte nuove fattispecie di reato, né nuove sanzioni penali per l'espressione di opinioni politiche e, soprattutto, l'adozione della definizione IHRA non può essere interpretata come uno strumento per sottrarre lo Stato di Israele, il suo Governo e le sue politiche alla critica. Ripeto, non può essere interpretata mai come uno strumento per sottrarre lo Stato di Israele, il suo Governo e le sue politiche alla critica.
La critica nei confronti delle decisioni di un Governo è parte integrante del confronto democratico: si possono criticare le politiche dello Stato di Israele anche duramente; si possono contestare le decisioni assunte dal suo Governo; si possono avere opinioni profondamente differenti sulla situazione in Medio Oriente e sulle vicende drammatiche che quella regione continua ad attraversare.
La garanzia contenuta nella legge deve essere letta e applicata precisamente in questo senso; ed è proprio alla luce di queste disposizioni che credo vadano ricondotte alla loro effettiva portata alcune delle preoccupazioni e delle polemiche che hanno accompagnato e ancora accompagnano, forse, l'esame di questo provvedimento.
Nel corso del dibattito è stato paventato il rischio che l'adozione della definizione IHRA possa tradursi in una limitazione della libertà di espressione, della libertà della ricerca, dell'insegnamento o della possibilità di criticare le politiche dello Stato di Israele. Ma non è così e il testo stesso offre su questo punto garanzie precise e puntuali. La libertà di critica politica e la libertà di manifestazione del pensiero sono espressamente fatte salve. Non vi è dunque alcuna volontà di comprimere il confronto culturale, scientifico o politico, né di stabilire ciò che possa o non possa essere oggetto di studio, di insegnamento e di discussione. Anzi, formazione, ricerca e conoscenza costituiscono proprio alcuni degli strumenti attraverso i quali il provvedimento intende prevenire il pregiudizio, promuovere la consapevolezza e favorire il rispetto reciproco.
Occorre però fare una netta distinzione tra la critica politica, anche radicale, e l'antisemitismo. Proprio la chiarezza di questa distinzione ci consente di difendere contemporaneamente la libertà del pensiero, della ricerca, dell'insegnamento e del confronto democratico dal trasformare la critica politica in strumento di ostilità nei confronti degli ebrei in quanto tali, attribuire ad un'intera comunità responsabilità collettive, ricorrere a stereotipi antisemiti o utilizzare vicende politiche e internazionali come pretesto per discriminare persone in ragione della loro appartenenza religiosa o culturale.
Studiare criticamente il sionismo, la storia dello Stato di Israele, il conflitto israelo-palestinese o le politiche dei governi israeliani non può di per sé essere confuso con una manifestazione di antisemitismo. Dobbiamo quindi riuscire a tenere insieme due esigenze che una cultura autenticamente liberale può considerare contrapposte: proteggere la libertà del pensiero e proteggere le persone dalla discriminazione e dall'odio. E proprio partendo da questa consapevolezza che sarebbe importante affrontare il tema dell'antisemitismo, evitando contrapposizioni che rischiano di allontanarci dall'obiettivo comune. È quello che speriamo che verrà fatto da questo Parlamento.
Quando il Parlamento discute di razzismo, antisemitismo e discriminazione religiosa dovrebbe ricordare che questi fenomeni non appartengono a una parte politica e non dovrebbero diventare terreno di una competizione tra maggioranza e opposizione. La condanna dell'antisemitismo non può essere patrimonio esclusivo della destra o della sinistra, così come non può esserlo la condanna del razzismo.
Le differenze politiche sono fisiologiche in una democrazia, è naturale che maggioranza e opposizioni abbiano opinioni differenti sulle politiche economiche, sulla giustizia, sulle riforme istituzionali, sulla politica estera e su molti altri temi. Ma esistono alcuni principi fondamentali sui quali le istituzioni repubblicane dovrebbero essere capaci di riconoscersi reciprocamente. Il rifiuto dell'odio razziale e religioso è uno di questi e, ripeto, il rifiuto dell'odio razziale e religioso.
Per Forza Italia questo principio appartiene pienamente alla tradizione liberale, europeista e garantista nella quale ci riconosciamo pienamente: la centralità della persona, la libertà religiosa, la libertà di manifestazione del pensiero, la tutela delle minoranze e il rifiuto di qualsiasi discriminazione; è proprio una cultura autenticamente liberale ad imporci di tenere insieme libertà e responsabilità.
Difendere la libertà di espressione significa consentire la critica - anche aspra - delle scelte politiche di uno Stato; contrastare l'antisemitismo significa impedire che quella critica diventi il pretesto per colpire una comunità, per alimentare stereotipi, discriminazioni e forme di odio.
Colleghi, credo che il senso più importante di questa discussione possa essere proprio questo: dimostrare che, al di là delle legittime differenze politiche, le istituzioni sanno riconoscere alcuni valori comuni. La memoria della Shoah, il rifiuto dell'antisemitismo, il contrasto al razzismo e a ogni discriminazione religiosa non devono dividerci: devono ricordarci, al contrario, ciò che tiene insieme una comunità democratica. Perché quando una persona viene discriminata per ciò che è, per la propria origine o per la propria religione, non viene colpita soltanto quella persona o quella comunità, ma viene indebolito un principio sul quale si fonda la libertà di tutti.
Forza Italia intende contrastare con fermezza l'antisemitismo e ogni forma di razzismo, assicurando nello stesso tempo che l'attuazione delle misure previste avvenga nel pieno rispetto della libertà di opinione, della libertà di critica, della libertà della ricerca e del pluralismo che costituiscono il fondamento della nostra democrazia (Applausi del deputato Paolo Emilio Russo).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole Fornaro. Ne ha facoltà.
FEDERICO FORNARO (PD-IDP). Grazie, signor Presidente. Sottosegretaria Siracusano, colleghe e colleghi, alcune premesse sono d'obbligo. La piaga dell'antisemitismo è stata drammaticamente parte della nostra storia nazionale ed europea. Il rischio che stiamo correndo è quello di una diffusa recrudescenza dell'antisemitismo, confondendo gli ebrei con le politiche del Governo Netanyahu. Nessuna buona ragione della causa palestinese potrà mai giustificare il pogrom, con oltre 1.000 vittime civili innocenti, del 7 ottobre 2023 (Applausi dei deputati del gruppo Partito Democratico-Italia Democratica e Progressista), nessuna. Allo stesso modo, nessuna buona ragione a difesa del diritto sacrosanto di esistenza di Israele può giustificare le decine di migliaia di civili innocenti morti e le distruzioni a Gaza sotto il piombo dell'esercito israeliano (Applausi dei deputati del gruppo Partito Democratico-Italia Democratica e Progressista).
Un'altra premessa è quella che ad un vero ed efficace contrasto all'antisemitismo e alla solidarietà con il popolo palestinese non servono né liste di proscrizione né gli anatemi. Stiamo trattando di un tema che interroga la coscienza di ognuno come pochi altri.
Siamo - lo ricordo al relatore - in seconda lettura e questo - mi pare che, a leggere i giornali in queste settimane, è passato in secondo piano - non è un decreto in fase di conversione. Siamo - e spesso ce lo dimentichiamo - per la nostra Costituzione, in un sistema di bicameralismo paritario. Questa Camera aveva - e a nostro giudizio ha - il diritto di dire la sua sul testo e, se possibile, migliorarlo nel tentativo di trovare la più larga condivisione possibile.
La domanda da iniziare a porsi è quella se sia più utile per la causa nobile e giusta del contrasto all'antisemitismo approvare un testo che vede la contrarietà di una parte della stessa comunità ebraica italiana oppure emendare il testo in modo da superare critiche, dubbi e riserve. Per il Partito Democratico non ci sono dubbi: mille volte meglio la seconda opzione, per giungere auspicabilmente, come fu per l'istituzione, nel 2005, su iniziativa del compianto Furio Colombo, della Giornata della memoria, a un voto unanime del Parlamento italiano.
Questo è stato, lo rivendichiamo, il senso della nostra astensione al Senato - come ha, giustamente, sottolineato il collega Andrea Giorgis nel suo intervento a nome del gruppo del PD a Palazzo Madama - in prima lettura; e anche, lo vorrei sottolineare, la scelta di non partecipazione al voto sul mandato al relatore che abbiamo compiuto l'altro giorno in I Commissione.
Questo è stato il senso profondo delle nostre proposte emendative in Commissione, a cui la maggioranza ha risposto con un muro, con una totale indisponibilità, che non può non alimentare dubbi sull'uso strumentale, presente e futuro, di questa legge.
Perché non ascoltare l'invito della senatrice a vita Liliana Segre a compiere tutti, nessuno escluso, uno sforzo aggiuntivo per giungere a un testo condiviso e unanime? Perché non ascoltare un gruppo di giuristi - al di sopra di ogni sospetto di pregiudizio antisemita, come Gustavo Zagrebelsky, Gaetano Azzariti, Marcello Flores, e tanti altri - che chiedono di sostituire la definizione di antisemitismo dell'IHRA con la Dichiarazione di Gerusalemme, per evitare il rischio di una - cito - “(…) potenziale, significativa, compressione della libertà di espressione che deriverebbe dalla concreta applicazione di quella definizione, sia pure in mancanza della previsione di sanzioni”? Perché non ascoltarli quando gli stessi scrivono che - cito - “nel contesto attuale, il disegno di legge non contribuisce in nulla a una seria lotta all'antisemitismo”, oltre a mettere in guardia sui connotati potenzialmente liberticidi? Perché non ascoltare donne e uomini ebrei italiani, come Anna Foa, Renata Colorni, Gad Lerner, Stefano Levi Della Torre e tanti altri, quando ricordano a tutti noi che - cito - “l'antisemitismo è una forma di sopraffazione dell'uomo sull'uomo: per combatterlo non servono nuove forme che confondono la critica a Israele con l'odio antiebraico”? E ancora, quando i firmatari di questo appello ci mettono in guardia dal rischio di vedere un antisemitismo che sta rialzando la testa anche a sinistra - apro le virgolette - “alimentato dagli stereotipi di sempre, cui se ne aggiungono di nuovi, primi fra tutti l'identificazione tra Governo israeliano ed ebrei”?
Perché - e lo abbiamo detto in Commissione, lo ribadiamo oggi, lo ribadiremo in Aula nella fase emendativa - non si può tradurre in testo legislativo quanto è scritto nelle premesse agli esempi allegati alla dichiarazione IHRA: “(…) le critiche verso Israele” - c'è scritto nel documento - “simili a quelle rivolte a qualsiasi altro Paese non possono essere considerate antisemite”? Perché non scrivere chiaramente questa precisazione, che non è ultronea, se guardiamo al dibattito che c'è stato in queste settimane?
Perché - e lo abbiamo ribadito nel lavoro di Commissione - dover recepire nel nostro ordinamento gli 11 indicatori e non soltanto la dichiarazione IHRA? Negli 11 indicatori ce ne sono almeno un paio che lasciano degli spazi di ambiguità su una possibile loro applicazione, nei modi e nelle forme che, con più capacità tecniche giuridiche di me, credo illustrerà il collega Gianassi più avanti.
Ebbene, di fronte a queste domande - che, io credo converrete tutti, non hanno nulla di strumentale nulla di propagandistico -, non abbiamo ricevuto risposte. Alle nostre richieste non è stata data risposta, al fine di fugare dubbi sui reali intenti della legge; dubbi che aumentano quando si scopre che in nessuna parte - né nella relazione illustrativa, né nel testo - ci sono riferimenti alla storia dell'antisemitismo in Italia, a cominciare dalla vergogna delle leggi razziali del 1938 e al contributo fattivo e attivo del fascismo e del fascismo repubblichino alla persecuzione degli ebrei italiani da parte dei nazisti durante la Shoah.
E, infine, se tutti conveniamo sulla recrudescenza dell'antisemitismo e sulla fondamentale funzione che possono avere nel contrasto a questo fenomeno la cultura, la scuola, l'università, come si può pensare di realizzare quanto indicato nello stesso testo a invarianza di bilancio? A invarianza di bilancio, non mettendoci neppure un euro.
Fermatevi. Lo dico al relatore, per il suo tramite: vi chiediamo di fermarvi. Fermatevi, finché siete e siamo ancora in tempo. Temi come il contrasto all'antisemitismo e al razzismo non possono e non devono diventare strumenti di propaganda e mezzi contundenti da usare nella lotta politica quotidiana. Noi, coerentemente con la nostra storia e la nostra cultura, vi chiediamo di fermarvi, per ricercare il consenso più ampio possibile. E, se così non sarà, avrete la nostra più netta opposizione, in quest'Aula e nel Paese, e non consentiremo a nessuno di definirci, per questa scelta, antisemiti.
Per noi il contrasto all'antisemitismo, il contrasto alle idee fondate sulla superiorità, sull'odio razziale o etnico, erano e rimangono fondamenta insostituibili della nostra idea di società e di libera convivenza civile; allo stesso modo, il diritto di critica rimane un baluardo della nostra idea di democrazia costituzionale. Si può e si deve credere che la lotta all'antisemitismo e a qualsiasi forma di intolleranza razziale o etnica e la libertà di critica politica, anche a Governi stranieri, come al Governo di Netanyahu in Israele, possano coesistere nel segno della nostra Costituzione italiana (Applausi dei deputati del gruppo Partito Democratico-Italia Democratica e Progressista).
PRESIDENTE. Saluto le ragazze e i ragazzi e le docenti e i docenti dell'Istituto di istruzione superiore “Luigi Angeloni” di Frosinone, che assistono ai nostri lavori dalle tribune. Grazie di essere qui a Montecitorio e benvenuti (Applausi).
È iscritto a parlare l'onorevole Maiorano. Ne ha facoltà.
GIOVANNI MAIORANO (FDI). Grazie, signor Presidente. Sottosegretario, onorevoli colleghi, oggi affrontiamo una questione che riguarda, prima di tutto, la qualità della democrazia del nostro Stato, perché una democrazia sana non si misura soltanto dalla libertà che garantisce a ciascuno di esprimere le proprie idee, si misura anche dalla capacità di difendere la dignità di ogni persona e di contrastare ogni forma di discriminazione.
Quindi, non possiamo non parlare dell'antisemitismo, una delle forme più antiche, più dure, persistenti e resistenti della nostra storia. Perché questo fenomeno non appartiene solo al passato: lo vediamo ancora oggi, quando una persona viene giudicata non per quello che pensa o per quello che fa, ma semplicemente perché è ebrea; lo vediamo nelle teorie del complotto, lo vediamo quando agli ebrei vengono attribuite responsabilità collettive per le decisioni di un Governo o di un singolo e, oggi, lo vediamo anche in Rete, nei social, dove un semplice messaggio carico d'odio può raggiungere milioni di persone in pochi minuti.
Per questo è importante che il Parlamento intervenga. Perché, per contrastare un fenomeno dobbiamo, prima di tutto, essere capaci a riconoscerlo. E con questa proposta di legge si sceglie di adottare la definizione IHRA, unitamente agli 11 relativi indicatori. Questo è un passaggio importante, perché ci offre un riferimento comune per riconoscere le diverse manifestazioni dell'antisemitismo.
E parlando di libertà, proprio per questo c'è un principio che deve essere altrettanto chiaro: contrastare l'antisemitismo non significa limitare la libertà di espressione.
Questo principio è scritto chiaramente nel provvedimento in discussione: sono fatte salve la libertà di critica politica, la libertà di espressione del pensiero, la libertà di riunione e di associazione nel rispetto della Costituzione. È scritto chiaramente che criticare un Governo è legittimo, criticare una decisione politica è legittimo e quindi anche criticare le politiche dello Stato di Israele è legittimo. Esprimere la propria posizione sul conflitto israelo-palestinese è legittimo.
Diverso è colpire gli ebrei in quanto ebrei. Diverso è attribuire colpe a un'intera comunità per azioni compiute dal Governo o da una singola persona, come ho detto prima. Diverso è diffondere teorie del complotto o giustificare la violenza contro una persona per la sua appartenenza. Sono piani diversi, sono cose completamente diverse e una democrazia matura, come quella italiana, deve avere il coraggio di distinguerli.
Se confondiamo la critica politica con l'antisemitismo rischiamo di indebolire la libertà di espressione. Ma se non riconosciamo l'antisemitismo quando si nasconde dietro una posizione politica rischiamo di indebolire la lotta contro la discriminazione. Ecco perché servono chiarezza e responsabilità.
C'è una cosa che non possiamo ignorare: l'antisemitismo oggi può diffondersi con una velocità che fino a pochi anni fa era impensabile. Un pregiudizio può diventare un contenuto e quel contenuto può essere condiviso migliaia di volte, raggiungendo in pochi minuti tantissime persone. Ma il problema non è soltanto la velocità: è la normalizzazione. Quando uno stereotipo viene ripetuto continuamente, quando una falsità viene presentata come una verità, quando una provocazione viene liquidata come una semplice battuta, il confine di ciò che viene percepito come accettabile può man mano spostarsi. Questo riguarda soprattutto i più giovani. Ecco perché la prevenzione è fondamentale e la prevenzione deve passare dalla scuola, dalla cultura, dalla formazione dei ragazzi, ma anche dagli addetti ai lavori. È prevenzione anche la capacità delle istituzioni di riconoscere i segnali prima ancora che diventino problemi molto più seri. Per questo è importante sottolineare la parte del provvedimento dedicata alla formazione.
Per esperienza personale so quanto sia importante, per chi è chiamato ogni giorno a prevenire e contrastare fenomeni criminali, ma anche di discriminazione, poter disporre non soltanto di strumenti operativi idonei, ma anche delle conoscenze necessarie. Chi deve intervenire deve prima saper riconoscere ciò che ha davanti, deve sapere distinguere, deve sapere quando intervenire, perché prevenire significa anche questo: intervenire prima che sia troppo tardi. Per questo è fondamentale intervenire nella formazione delle Forze dell'ordine, delle Forze armate, del personale delle prefetture, ma anche del personale della magistratura, non per limitare le libertà, ma per essere più capaci di garantirle.
Poi dobbiamo parlare del diritto di manifestare. Anche su questo dobbiamo essere chiari: in questi anni abbiamo visto numerose manifestazioni a sostegno del popolo palestinese. Manifestare per chiedere la tutela della popolazione palestinese, manifestare per chiedere la soluzione politica del conflitto: tutto questo è assolutamente legittimo, tutto questo appartiene pienamente alla libertà di espressione della nostra libertà democratica. Ma, proprio perché dobbiamo difendere queste libertà, dobbiamo essere altrettanto attenti. Quando, all'interno di alcune manifestazioni, compaiono messaggi antisemiti, minacce o messaggi che incitano alla violenza, la solidarietà al popolo palestinese non può diventare una giustificazione per l'antisemitismo. Così come la critica alle politiche del Governo israeliano non può trasformarsi nella colpevolizzazione di chi è ebreo. Sono distinzioni che dobbiamo avere il coraggio di mantenere, anche quando politicamente possono risultare scomode.
Permettetemi di aggiungere un altro principio: chi manifesta ha il diritto di manifestare, chi protesta ha il diritto di protestare, ma nessuno ha il diritto di aggredire chi indossa una divisa, mentre sta svolgendo il proprio lavoro, che è lì per garantire la sicurezza di tutti e il regolare svolgimento di quella stessa manifestazione.
C'è, infine, una parola che non possiamo non considerare: memoria. Ecco, la memoria della Shoah non può essere soltanto una cerimonia, non può essere soltanto un giorno sul calendario, ma deve stimolarci a riconoscere i primi segnali della discriminazione. Infatti, l'odio non comincia subito con la violenza, comincia molto prima: comincia quando una persona viene descritta come diversa o inferiore soltanto per ciò che è; comincia quando un pregiudizio viene ripetuto fino a diventare, per qualcuno, una verità; comincia quando la discriminazione viene considerata normale. Ed è lì che dobbiamo intervenire: prima, non dopo.
Colleghi, questa proposta di legge rappresenta un'affermazione di principio. La Repubblica sceglie di riconoscere, prevenire e contrastare l'antisemitismo, ma deve farlo senza sacrificare le libertà garantite dalla nostra Costituzione. Deve combattere l'odio senza avere paura delle libertà. Deve proteggere le minoranze senza comprimere il dissenso. Deve distinguere una critica politica da una discriminazione e deve essere capace di dire, nello stesso momento, due cose che non sono in contrapposizione: che l'antisemitismo non può essere tollerato e che la libertà di espressione e di critica politica deve essere sempre difesa. Questo perché l'antisemitismo non riguarda soltanto la comunità ebraica, riguarda tutti quanti noi.
PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole Carotenuto. Ne ha facoltà.
DARIO CAROTENUTO (M5S). Grazie, Presidente. Vedete, il testo che abbiamo di fronte è una legge discriminante, in quanto distingue ed eleva un popolo sopra gli altri. Per questo andrebbe ribattezzato da “DDL Antisemitismo” a “DDL Pro-apartheid”, per i motivi che mi accingo a spiegare.
Questo disegno di legge trova la sua ispirazione nella definizione operativa di antisemitismo, approvata nell'Assemblea plenaria dell'Alleanza internazionale per la memoria dell'Olocausto, svoltasi a Bucarest il 26 maggio 2016. E oggi questa legge, al suo articolo 1, comma 2, adotta questa definizione di antisemitismo e lo fa, cito, “ivi inclusi i relativi indicatori”.
Innanzitutto, voglio denunciare che di quei documenti e delle relazioni operative, in una risposta a un gruppo di avvocati che ne ha chiesto conto, questa Presidenza del Consiglio ha ammesso di non avere copia. Quindi stiamo approvando una legge basata su una definizione di antisemitismo che poggia su elementi non noti e, dunque, non avendo le basi teoriche su cui poggia, possiamo solo leggere la definizione. Leggiamola: “L'antisemitismo è una certa percezione degli ebrei”. “Una certa percezione”. Questa è la base giuridica su cui volete costruire. E poi la farcite di undici esempi, sette dei quali non riguardano gli ebrei, ma riguardano lo Stato di Israele.
La stessa IHRA scrive che quegli esempi “potrebbero” includere certi comportamenti, tenendo conto del contesto. Ecco, si prende quel “potrebbe” e lo si trasforma in una legge dello Stato.
L'uomo che ha scritto la prima versione di quel testo si chiama Kenneth Stern ed è un avvocato ebreo americano; ha spiegato che serviva a chi raccoglieva dati in Europa e che non doveva mai diventare un codice per punire le parole.
Oggi Stern è tra i più netti oppositori all'idea che gli Stati lo adottino come base per norme di controllo sulle opinioni politiche. Lo dice l'autore e voi lo ignorate.
Ed ecco il punto: una legge contro l'antisemitismo dovrebbe proteggere gli ebrei per ciò che sono. Questa legge protegge uno Stato per quel che fa. E sapete cosa succede quando questo “potrebbe” entra in una legge? Succede che un insegnante che spiega alla classe cosa ha detto la Corte dell'Aia si chiede se stia facendo lezione o antisemitismo. Succede che un rettore, prima di autorizzare un convegno, si chiede se i relatori siano quelli giusti. Nessuno vi arresta, ma smettete di parlare.
Allora, questa legge arriva nelle scuole e nelle università e le trasforma in presidi che vigilano su quelle idee, su quali idee possono circolare; proprio quelle università e la ricerca che dovrebbero essere il luogo del sapere e del confronto, del libero confronto. Beh, così se ne fa un censore delle idee. E succede un'altra cosa, ancora più grave. Un concetto nato per proteggere una minoranza diventa uno strumento per disciplinarla. Pensateci: noi italiani, che le leggi razziali le abbiamo viste scritte proprio in quest'Aula, ci mettiamo a stabilire qui, per legge, 90 anni dopo, quali ebrei sono accettabili, quelli che difendono Israele, e quali no, - quelli che dicono “non in mio nome” quando guardano il genocidio a Gaza.
Il testo dell'IHRA è al centro, tra l'altro, di un acceso dibattito proprio nella comunità ebraica nel mondo e in Italia. Ci sono storiche come Anna Foa, c'è Moni Ovadia, c'è Gad Lerner, che ne hanno criticato apertamente l'uso, temendo che diventi lo scudo dietro cui si mettono a tacere le voci critiche. Allora noi del MoVimento 5 Stelle vi abbiamo chiesto almeno di adottare la Dichiarazione di Gerusalemme, scritta da oltre 200 studiosi, molti dei quali ebrei, molti dei quali studiosi della Shoah. Una definizione che distingue l'odio dalla critica, che separa l'antisemitismo vero, il razzismo e l'odio contro gli ebrei in quanto ebrei dalla critica, anche radicale, a Israele e dal boicottaggio, che sono espressione politica tutelata dalla libertà di parola.
Ecco, di questa distinzione in questo testo non c'è neanche l'ombra. E allora potremmo fare la prova del nove. Facciamola qui, adesso. Ci dite che questo testo non vieta la critica a Israele. Scrivetelo, una riga, non vi costa niente. Se non la scrivete è perché non è così, non esiste una terza spiegazione. Nell'articolo 3 della Costituzione è scritto che tutti sono uguali davanti alla legge. Beh, con questa legge siamo tutti uguali, ma lo Stato di Israele un po' di più e i palestinesi assai di meno. Guardate cosa ha fatto questo Parlamento in questi anni, mentre a Gaza si moriva: non ha riconosciuto lo Stato di Palestina, ha votato contro ogni richiesta di sanzioni, contro la sospensione del Patto di collaborazione UE-Israele, ha votato perfino contro il boicottaggio dei prodotti delle colonie illegali.
E voi, alla fine di tutto questo, che fate? Una legge. Una legge che fa da scudo a chi? Allo Stato che quelle colonie le garantisce, le tutela e le difende. Ma nel luglio 2024 la Corte internazionale di giustizia ha dichiarato illegale l'occupazione e riconosciuto la violazione della norma che vieta la segregazione razziale e l'apartheid; ha ricordato che gli insediamenti violano la Quarta Convenzione di Ginevra, che l'Italia ha firmato. E allora la commissione d'inchiesta delle Nazioni Unite ha concluso che a Gaza è stato commesso un genocidio e tra chi usa quella parola ci sono storici israeliani della Shoah, come Omer Bartov, organizzazioni israeliane per i diritti umani, come B'Tselem, nonché rabbini ultraortodossi.
Io allora vi domando: ma sono antisemiti i giudici dell'Aja, sono antisemiti i rabbini, sono antisemiti tutti quegli israeliani che criticano Israele e Benjamin Netanyahu per quello che sta facendo a Gaza? È pensabile che in questo Paese un solo Stato al mondo non possa essere accusato di apartheid e che quello Stato sia Israele? Cioè, noi negli anni Ottanta avremmo approvato una legge che metteva in un elenco di esempi di razzismo chi diceva che il Sudafrica era uno Stato razzista? E pensate a un nostro concittadino di origine palestinese che magari esce dal cinema in questi giorni dopo avere visto Naza.
Magari ha avuto la casa di famiglia sotto le macerie, i cugini sotto una tenda, i nipotini rosicchiati dai topi, proprio come sta succedendo a Gaza. Magari ha visto anche quei mille camion, come abbiamo visto noi tre che siamo qui - io, la collega Ascari e la collega Auriemma -, davanti al valico di Rafah, bloccati da Israele, pieni di aiuti umanitari, mentre lì dentro si moriva di fame. Come gli chiedete di misurare la sua rabbia in piazza? Con il metro dei vostri indicatori? Proprio voi che intanto non avete fatto nulla, nulla, nulla? Nessun riconoscimento della Palestina, nessuna sanzione, nessuna legge contro il razzismo antipalestinese, nessuna contro l'islamofobia. Per lui non avete fatto niente e per lo Stato che gli ha distrutto la casa e la famiglia una legge: è allucinante. Avete anche votato contro i loro rimpatri, la loro remigrazione che, ammesso che quel decreto avesse un solo senso, ce lo aveva proprio nel loro caso, quello dei tanti palestinesi che oggi in Italia vorrebbero tornare nella loro terra d'origine, ma a cui Israele lo proibisce.
Anche io non posso più tornarci dopo essere stato sulla Flotilla. Prima ero stato, giusto un anno fa, in Cisgiordania e sono stato due volte al valico di Rafah, la prima nel marzo 2024. I palestinesi sotto le bombe e le organizzazioni umanitarie ci chiedevano una cosa prima di tutto: non soldi, non armi, non il cessate il fuoco, ma, prima di tutto, volevano l'accountability, cioè che Israele rispondesse dei crimini che compie. E noi qui che facciamo? L'esatto opposto, una legge che tutela Israele per i crimini che compie, una legge pro-apartheid.
Non solo non chiamiamo Israele a rispondere, ma diciamo che è antisemita chi chiede che ciò accada. Se volete combattere l'antisemitismo, allora cominciate dal piromane che ha un nome e cognome, si chiama Benjamin Netanyahu. È lui che, con i suoi crimini di guerra, infiamma l'antisemitismo ed è lui che pretende di parlare a nome di tutti gli ebrei del mondo e, così facendo, espone tutti gli ebrei del mondo, ogni giorno, per ogni bomba che sgancia su Gaza e sui bambini innocenti, all'antisemitismo. Allora, se voleste davvero spegnere quel focolaio, spegnereste l'incendio arrestandolo, come chiede la Corte penale internazionale.
Voi, invece, gli passate la tanica di benzina. Abbiamo visto, tra l'altro, il Ministro Tajani ad un convegno dell'ELNET dire che per lui la Palestina non esiste, esponendoci all'ennesima vergogna, a cui si espone e, di conseguenza, ci espone. In queste Aule ci aveva detto che le esportazioni di armi verso Israele erano completamente bloccate; poi abbiamo scoperto dall'amministratore delegato di Leonardo, attraverso le pagine del Corriere della Sera, che le consegne sono continuate dopo il 7 ottobre. Vedete, il problema è che il Paese sa tutto, ha capito e, forse, è proprio per questo che siete così spaventati che l'opinione pubblica italiana sappia benissimo cos'è successo a Gaza, perché lo ha visto in diretta sugli schermi dei propri cellulari.
Allora, questa legge serve anche a farla tacere. In questi giorni il film più visto in Italia è Naza, un documentario su Gaza firmato da un giornalista israeliano: 240.000 spettatori in tre giorni. Accanto a questo, in classifica, c'è The Bibi Files, sull'uomo che voi proteggete. Lo abbiamo proiettato l'altro giorno proprio qui, alla Camera. Gli italiani sono nei cinema a guardare, vogliono sapere di più, mentre il Governo è qui per coprire. Forse pensate di pulirvi la coscienza.
Lo capisco, il primo partito di questa maggioranza porta ancora nel simbolo la fiamma del Movimento Sociale, fondato dai reduci di Salò; il suo leader storico, Giorgio Almirante, era segretario di redazione de La difesa della razza. Non parlo solo del passato, perché, nelle sue sezioni giovanili, come ha documentato l'inchiesta di Fanpage, c'è chi del Ventennio ha nostalgia. Vi dico, con grande nettezza, che il debito dell'Italia con gli ebrei, il debito del 1938 e delle leggi razziali, quando dal ghetto di Roma portarono via più di mille persone e ne ritornarono 16, quel debito di sangue non si salda con il sangue dei palestinesi.
Non si paga una colpa con un'altra colpa. Allora, forse potrete avvisare Washington e Tel Aviv che il compitino è stato svolto, ma non fermerete la coscienza di milioni di italiani che, con i loro occhi, hanno visto l'orrore di Gaza e non fermerete le migliaia di voci libere che continuano a chiedere giustizia per la Palestina. Nel 1898 Emile Zola, concludo, scrisse J'Accuse…! per difendere un ufficiale ebreo, Alfred Dreyfus, dall'antisemitismo di Stato.
Io, oggi, prendo in prestito quelle parole: io accuso questo Governo di avere trasformato la memoria della Shoah in uno scudo per uno Stato, mentre è accusato di genocidio; io accuso questo Governo di avere raccontato al Paese che le armi erano bloccate, mentre, in realtà, sappiamo che i rifornimenti non si sono mai fermati; io accuso questo Governo di non avere riconosciuto la Palestina, di non avere sanzionato chi la occupa e di avere lasciato l'Italia fuori da ogni misura contro le colonie illegali, mentre altri Paesi europei le sanzionavano.
Per tutti questi motivi, io accuso la Presidente del Consiglio Giorgia Meloni e i Vicepresidenti del Consiglio Matteo Salvini e Antonio Tajani di complicità con il genocidio del popolo palestinese. Al popolo palestinese dico: vi chiedo scusa, scusa per ciò che il mio Governo ha fatto e per ciò che non ha fatto, ma l'Italia che riempie le piazze, che riempie i cinema, che blocca i carichi di armi nei porti e negli aeroporti e che è salita su quelle barche non è questo Governo. Noi non vi abbiamo dimenticati e non vi dimenticheremo mai. Voi, se potete, perdonateci (Applausi dei deputati del gruppo MoVimento 5 Stelle).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole Della Vedova. Ne ha facoltà.
BENEDETTO DELLA VEDOVA (MISTO-+EU-SUEU). Grazie, Presidente. Noi stiamo affrontando la discussione su un testo che si pone un obiettivo: contrastare il risorgente antisemitismo, che è un fatto in Europa e in Italia. È un fatto certificato, io ho i dati della FRA, Agenzia dell'Unione Europea per i diritti fondamentali. Sono stato a Vienna, a una grande Conferenza interparlamentare su quello che sta succedendo in termini di antisemitismo in Europa e in Italia. Ci sono i dati. Sia chiaro, l'antisemitismo non ha nulla a che fare e viene molto prima la recrudescenza dell'antisemitismo in Europa e in Italia, molto prima del 7 ottobre.
Possiamo interrogarci se serva o meno in Italia - l'Italia, quella del 1938, quella dei ghetti come nel resto d'Europa - oggi, di fronte al risorgere dell'antisemitismo, una strategia specifica che affronti un tema specifico. Possiamo dire di no.
Possiamo usare argomenti, possiamo fare il derby: io non ho visto nessuno dei due tra Naza e Fauda, possiamo discutere del 7 ottobre e di quello che è seguito, ma non c'entra nulla con quello di cui la legge per me deve occuparsi. Deve occuparsi del risorgente antisemitismo, dell'odio e della discriminazione degli ebrei europei e degli ebrei italiani che vivono in Italia, a prescindere da quello che accade in Israele o nel resto del mondo. Questa recrudescenza di odio e di discriminazione c'è ed è un fatto incontrovertibile stando alle autorità che di questo si occupano.
Questo testo poteva essere migliore e potrebbe essere migliorato? Assolutamente sì, questo vale per tutti i testi. La dichiarazione di Gerusalemme poteva essere meglio della definizione dell'IHRA? Io non sono un esperto fino a questo punto, potrebbe anche essere, forse si poteva fare. Certamente la definizione dell'IHRA è il testo più ampiamente utilizzato e non controverso fino a poco tempo fa. Io posso dire che da segretario di +Europa nel 2021-2022 - simbolicamente, naturalmente - +Europa adottò in tutte le sue parti il testo dell'IHRA.
È un testo contro la libertà di parola? Io credo che questa sarebbe una discussione non solo fuorviante, ma che proprio, al limite, guarda un pezzettino di dito e non guarda la luna. Peraltro, il Governo italiano l'aveva adottata in modo non integrale in questa proposta di legge a cui hanno partecipato in tanti alla redazione al Senato. Questo testo basa, utilizza, come definizione quella dell'IHRA in tutte le sue parti.
Ricordiamo che prima degli esempi, che sono esempi, quindi non hanno valore e non verranno usati per estendere il potere dell'articolo 604-bis del codice penale, per capirci; gli esempi vengono preceduti da un chiarimento: le critiche verso Israele simili a quelle rivolte verso qualsiasi altro Paese non possono essere considerate antisemite. Punto. Questo è già definitivo. Sarebbe definitivo in qualsiasi tribunale in cui un giudice volesse usare una definizione che non ha nulla, non deve portare a nulla in termini di sanzione penale o amministrativa per applicare il codice penale.
La strategia è affidata a un responsabile, potrà essere discussa. Però, io vorrei, colleghi, che tenessimo il perimetro della discussione dentro lo specifico testo e lo specifico obiettivo. So che ci sono discussioni anche nella comunità ebraica italiana e c'è una discussione in Israele, che è un posto libero, spero che lo resti. Io faccio il tifo, se potessi andrei a votare contro Netanyahu. Uso contro Netanyahu, posso usare contro Netanyahu un linguaggio che magari è simile a quello che posso usare contro Putin, ma questo cosa c'entra con l'antisemitismo e con la definizione di antisemitismo? Mi auguro, come ha detto il collega Fornaro, che sia possibile aprire sapendo però perfettamente a che punto della legislatura siamo e come sta funzionando questo Parlamento su tutto, non sulla legge antisemitismo.
Vado a chiudere, signor Presidente, che sia possibile integrare, migliorare, correggere e chiarire, oltre ogni possibile dubbio che nessuno vuole mettere in discussione la libertà di criticare il Governo israeliano per quello che fa o per quello che non fa. Però, cari colleghi, se non fosse possibile arrivare a delle modifiche di consenso, io leggo, all'opposto di quanto ho sentito fare, il richiamo della senatrice Segre.
Quel non dividersi, a quel punto, per me, e quello - e chiudo - sarà il mio comportamento di voto, se questa “inessenziale modifica” - dice la Segre - non dovesse essere possibile, magari nemmeno… votiamo migliaia, decine di migliaia di ordini del giorno, magari attraverso anche fosse solo un ordine del giorno con l'unanimità del Parlamento, chiederemo a uno di votarlo così sarà votato all'unanimità del Parlamento. A scanso di ogni equivoco, qui si parla di antisemitismo, di discriminazione, di odio e di persecuzione, perché questa è la realtà degli ebrei italiani. A quel punto, il richiamo di Liliana Segre, a mio avviso, se questa “inessenziale modifica” non può essere fatta, il richiamo all'unità, per quel che mi riguarda, significa votare a favore di questo testo imperfetto, come tutti i testi che votiamo, che non c'entra nulla con sanzioni penali e amministrative, che non c'entra nulla con la possibilità, in quest'Aula e fuori da quest'Aula, di protestare, di dire qualsiasi cosa, di parlare o no di genocidio…
PRESIDENTE. Concluda.
BENEDETTO DELLA VEDOVA (MISTO-+EU-SUEU). …di criticare, di vituperare Netanyahu - che in buona misura, o forse al 100 per cento, lo merita -, ma ha a che fare con l'antisemitismo. E credo che sarebbe un errore - chiudo davvero - anche da parte delle opposizioni lasciare che questo segnale, che arriverà anche in Israele, venga dato solo da una destra che in parte forse è sincera, in parte è strumentale.
PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole Zaratti. Ne ha facoltà.
FILIBERTO ZARATTI (AVS). Grazie, signor Presidente. Signora Sottosegretaria, colleghi e colleghe, se la domanda è se vi è una recrudescenza dell'antisemitismo, nel nostro Paese e in Europa, la risposta è “sì”; se è necessario intervenire, la risposta è, ancora una volta, “sì”.
Non possiamo permettere che cresca ancora - nel nostro Paese, in Europa e a livello mondiale -l'antisemitismo, una delle peggiori piaghe della storia dell'umanità. Anche se, io inviterei tutti, a cominciare dalle Forze dell'ordine fino alla magistratura, molto sommessamente, ad applicare intanto la legge Mancino, la legge del 1993. Una buona legge, una legge che punisce odio, violenza, la discriminazione per motivi razziali, etnici, nazionali o religiosi; che, peraltro, vieta anche le manifestazioni pubbliche, i gesti e i simboli legati all'ideologia nazifascista, che è stata il principale veicolo, nel secolo scorso, della propaganda e delle azioni antisemite.
Io lo voglio ricordare, l'antisemitismo è una piaga secolare nella nostra civiltà, vi è una lunga e nefasta tradizione di antisemitismo: i pogrom che nell'Ottocento e nel Novecento hanno caratterizzato la storia del nostro continente lo stanno a testimoniare, culminati poi nella grande tragedia dell'Olocausto; ma anche le leggi razziali del 1938, di cui purtroppo il nostro Paese si deve ancora vergognare.
Ma io voglio qui, come dire, portare un esempio concreto di che cosa significhi l'antisemitismo. “Il razzismo ha da essere cibo di tutti e per tutti, se veramente vogliamo che in Italia ci sia, e sia viva in tutti, la coscienza della razza”, e passo alle conclusioni di questo pezzo: “Altrimenti finiremo per fare il gioco dei meticci e degli ebrei; degli ebrei che, come hanno potuto in troppi casi cambiar nome e confondersi con noi, così potranno, ancor più facilmente e senza neppure il bisogno di pratiche dispendiose e laboriose, fingere un mutamento di spirito e dirsi più italiani di noi, e simulare di esserlo, e riuscire a passare per tali. Non c'è che un attestato col quale si possa imporre l'altolà al meticciato e all'ebraismo: l'attestato del sangue”.
Queste sono le parole che Giorgio Almirante il 5 maggio 1942 scriveva su La difesa della razza.
Ecco: questo è l'esempio dell'antisemitismo. Sono stupito peraltro che alcuni esponenti politici in questi ultimi mesi, in questi ultimi anni, hanno pensato di intitolare a questo personaggio politico strade e piazze del nostro Paese, perché l'antisemitismo, il razzismo, è un peccato politicamente imperdonabile, imperdonabile.
Quindi che la nostra posizione sia quella di combattere sempre coloro che sono antisemiti è una lunga tradizione anche della parte politica che globalmente, politicamente e culturalmente rappresento. Abbiamo condannato il 7 ottobre, con tutta la nostra forza, in ogni occasione: il massacro del 7 ottobre è una vergogna. Ma questo non può giustificare quello che è accaduto a Gaza: il genocidio di un popolo. Decine di migliaia di persone morte, inermi, innocenti, senza le armi, sono state massacrate da un Governo, che è il Governo israeliano, che si è macchiato di crimini contro l'umanità, che si è macchiato di un genocidio nel vero senso della parola.
Io penso che l'antisemitismo sia una di quelle questioni sulle quali effettivamente non bisognerebbe dividersi: non ci si deve dividere. Abbiamo accolto favorevolmente anche noi le parole della senatrice Segre che invitava a trovare un testo condiviso e che diceva esplicitamente: se sono necessarie modifiche sul testo, si facciano. Su questo tema non ci dobbiamo dividere, non ci dobbiamo dividere soprattutto noi italiani con quel passato pesante che, purtroppo, abbiamo; ma da parte di questa maggioranza non vi è stata alcuna disponibilità a nessun confronto, perché qui non è in discussione la possibilità e anche la volontà di fare una legge sull'antisemitismo, anche se appunto la legge Mancino è già molto efficace: siamo disposti e saremo disposti volentieri a farlo. Ma una legge ovviamente che sia equilibrata.
Noi ci troviamo di fronte a uno Stato, quello israeliano, signor Presidente, che, addirittura, taccia di antisemitismo gli autori israeliani ed ebrei del film Naza; addirittura l'esercito israeliano, per dire quanto il militarismo e quanto i militari incidono su quel Governo. Anche l'esercito israeliano ha fatto la stessa richiesta. Quindi la situazione è drammatica da questo punto di vista. Perché noi solleviamo dubbi? Solleviamo dubbi perché la definizione dell'IHRA, dell'International Holocaust Remembrance Alliance, del 2016 è una definizione di antisemitismo vaga, aperta a interpretazioni tali da limitare il dibattito legittimo su Israele e Palestina. Questo è il punto: il punto è che non vi può essere alcuna ambiguità su chi è antisemita e chi legittimamente critica lo Stato di Israele, critica quello Stato che ha messo in atto il genocidio su Gaza; quello Stato che sta massacrando i palestinesi in Cisgiordania, nella West Bank, che ha bombardato e continua a bombardare la città di Beirut.
Questo è il punto di dissenso, ma noi non chiediamo di non mettere su questa legge una definizione di antisemitismo: siamo d'accordo. Chiediamo di inserire la Jerusalem Declaration on Antisemitism del 25 marzo 2021, che, così come è stato detto, è una definizione che ha visto impegnati oltre 200 studiosi, moltissimi ebrei, studiosi dell'Olocausto, che sono arrivati a presentare questa dichiarazione, accompagnata da 15 linee guida. Lo scopo è identificare l'odio antiebraico, chiarendo al contempo i confini tra quest'ultimo e la critica politica allo Stato di Israele o al sionismo, tutelando la libertà di espressione.
Ma la questione della libertà di espressione, Presidente, è molto importante anche nel nostro Paese. L'articolo 21 garantisce a tutti quanti noi il diritto di espressione. Non si può limitare la libertà di espressione, pensando che chi critica Israele nelle università, nelle piazze o in qualunque luogo possa essere tacciato di antisemitismo, atteso che essere accusati di antisemitismo è una delle peggiori accuse, è uno dei peggiori insulti che possono essere fatti, dal mio punto di vista, a un essere umano: è uguale a quello di essere fascista, oppure nazista. Il maggiore insulto, che non può essere, così, in qualche modo, non definito.
Si diceva: in mancanza di un testo migliore, si voti questo. Ma questo non è accettabile, perché su una materia importante come questa, su una questione fondamentale come questa è giusto che ci sia una legge, ma che questa legge non abbia ambiguità alcuna né sul diritto di espressione, né sulla definizione di che cos'è e di chi può essere accusato di antisemitismo.
Perché questa è una questione fondamentale: più importante è la materia che trattiamo e più le leggi devono essere precise, devono essere chiare. Perché - io ribalto la domanda alla maggioranza -, ma perché la Dichiarazione di Gerusalemme non vi sta bene? Per quale ragione questa dichiarazione, che è accettata in tantissime parti del nostro pianeta, scritta da studiosi di tutti gli orientamenti religiosi, politici e razziali, a voi non sta bene? Ci deve essere una risposta chiara su questo. È una risposta che io ancora non ho ascoltato. Quindi, combattiamo insieme l'antisemitismo, combattiamolo in ogni luogo: nelle scuole, nella società, in ogni angolo d'Europa e del pianeta. Ma non ci limiteremo e non limiteremo mai il diritto di alcuno di criticare uno Stato che in questo momento si è macchiato del più nefando dei delitti, quello di genocidio, come è accaduto a Gaza.
E non giustificheremo mai il fatto che i coloni israeliani, coperti dall'esercito israeliano, possano giocare a tirassegno con i bambini palestinesi. Questo è inaccettabile, è assolutamente inaccettabile.
Per questo vi chiediamo ancora una volta: modificate questo testo, inserite la Dichiarazione di Gerusalemme, diamo un segnale chiaro come Parlamento di questo Paese e combattiamo l'antisemitismo e le ideologie che più l'hanno praticato: il fascismo e il nazismo.
PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole Gianassi. Ne ha facoltà.
FEDERICO GIANASSI (PD-IDP). Grazie, Presidente. La lotta all'antisemitismo e il contrasto alle discriminazioni razziali sono il patrimonio genetico della comunità politica alla quale io appartengo. È un tratto distintivo, identitario. Non vi può essere militanza, appartenenza al Partito Democratico, se non si percepisce, non si sente l'offesa per ragioni razziali come un'offesa a se stessi. Questo l'ho imparato da giovinetto, quando ho iniziato la mia militanza politica da chi era più esperto; l'ho imparato nella mia città; l'ho imparato per storia e tradizione familiare. E la storia della sinistra italiana è sempre stata una storia che si è caratterizzata per il contrasto alle discriminazioni, per il contrasto alla violenza della moltitudine che discrimina la minoranza. È sempre stato un tratto comune di questa storia, anche quando era molto difficile affermare questi principi come, ad esempio, sotto il fascismo e le leggi razziali, quando rifiutarsi di riconoscere quei principi significava subire una fine terribile; come quella degli italiani che nel Nord Italia rifiutarono di aderire alla Repubblica Sociale Italiana, serva e vassalla dell'occupante nazista, i quali, di fronte alla scelta tra aderire alla Repubblica Sociale e rastrellare gli ebrei o finire nei campi in Germania, sotto il comando dei nazisti, scelsero in 700.000 - tra quelli anche mio nonno - il cammino difficile dei campi di concentramento.
Questa è la nostra storia e, poiché questa è la nostra storia, possiamo stare in quest'Aula, in questo Paese, a testa alta e con la schiena dritta. Noi sì e non tutte le forze politiche di questo Parlamento possono farlo. Non possono farlo quelli che hanno paura, ancora oggi, di dichiararsi antifascisti; non possono farlo quelli che sostengono un provvedimento, ma non hanno mai avuto il coraggio di un'analisi critica su questa storia.
Noi, invece, lo possiamo fare. E, poiché è un tratto distintivo della nostra militanza politica, del nostro modo di essere cittadini, possiamo venire in quest'Aula e dire con chiarezza che i contenuti di questo provvedimento, che sono ispirati a un titolo straordinario che condividiamo, cioè la lotta all'antisemitismo, contengono, in alcune parti, aspetti estremamente problematici. Non lo diciamo da oggi, lo stiamo dicendo da mesi: ci sono in quel testo delle criticità significative che devono essere eliminate, perché, se non fossero eliminate, produrrebbero conseguenze potenzialmente negative.
Nell'articolo 1, comma 2, di questa proposta di legge, come è stato detto anche da chi ci ha preceduto e mi ha preceduto, viene adottata la dichiarazione dell'IHRA, “(…) inclusi” - dice la legge - “i relativi indicatori” e aggiunge “necessari ai fini dell'applicazione della legge medesima”.
Ora, questa dichiarazione - come è stato detto - contiene gli indicatori; la dichiarazione stessa li voleva come indicatori non vincolanti. Sei di questi, su undici, riguardano la parziale associazione tra antisemitismo e critica allo Stato di Israele. La critica è molto dura, certamente: ad esempio, l'accusa allo Stato di Israele di essere espressione di razzismo o l'accusa di associare la politica israeliana a quella dei nazisti. Non ho citato a caso questi due elementi, perché noi sappiamo che nel dibattito pubblico, politico, l'accusa di razzismo e, addirittura, l'associazione a metodologie che richiamano al nazismo è stata fatta.
Allora, qual è l'elemento preoccupante rispetto alla scelta di introdurre questi indicatori nella legge? I sostenitori del provvedimento dicono: la dichiarazione è già stata recepita, sia in sede europea che in sede nazionale. Verrebbe da dire e rispondere: se vi è questa condivisione, togliamola. Perché intestardirsi a dividere il Parlamento se i sostenitori di questo provvedimento ritengono che è già stata recepita? Perché, in realtà, c'è un elemento di novità. È giuridico, ma anche politico, perché produce conseguenze e, cioè, che tutti gli atti che hanno riconosciuto la dichiarazione IHRA e i relativi indicatori ad oggi sono atti non vincolanti: la risoluzione del Parlamento europeo, la dichiarazione del Consiglio dell'Unione europea, il documento conclusivo del Consiglio europeo, persino la delibera del Consiglio dei ministri, presieduto da Giuseppe Conte nel 2020. Atti di principio, coerenti con la filosofia che ispirava la dichiarazione IHRA: un atto di principio. Trasformarlo per la prima volta, nel nostro ordinamento, come atto vincolante, trasforma le conseguenze che derivano. Non si dica che è un fatto giuridico, è un fatto giuridico e politico.
Aggiungo il secondo tema. I sostenitori dicono, lo ha detto anche il relatore: non vi è una nuova fattispecie penale. Questo è vero, ma non si dice che, introducendo per legge gli indicatori IHRA che diventano vincolanti, si assume nell'ordinamento una presunzione legale di antisemitismo. Esistono norme dell'ordinamento giuridico - il codice penale, la legge Mancino - che puniscono, e doverosamente, la discriminazione razziale e religiosa. Il collegamento tra questa norma e quelle già esistenti determina, può determinare - e nessuno può smentire che questo succederà - un allargamento dell'applicazione delle fattispecie penali. Detta altrimenti: dichiarazioni politiche, anche le più censurabili, che oggi non costituiscono fatto penalmente rilevante, domani potrebbero costituirlo. Non è un tema irrilevante, non è un tema che può essere affrontato con superficialità. E poiché io penso che la stragrande maggioranza dei parlamentari sarebbe ostile a una tale presunzione, per quale motivo non raccogliere l'appello che il Partito Democratico sta facendo da molto tempo per modificare quel testo, laddove si può esplicitare, si possono evitare le conseguenze di cui si è parlato?
Avete letto la denuncia della Federazione nazionale della stampa italiana, non è certamente un'organizzazione antisemita; avete letto le dichiarazioni preoccupate di tanti ebrei italiani - li ha citati prima Federico Fornaro -, non sono certamente antisemiti. Ci sono elementi di preoccupazione che si associano anche alla fase storica nella quale noi viviamo. Una democrazia saggia, matura, combatte e legifera per contrastare l'antisemitismo; combatte e legifera per difendere la libertà di opinione. Vi possono essere zone grigie in una democrazia, ma il legislatore saggio ed equilibrato sa individuare il giusto punto di equilibrio e non sacrifica un bene per l'altro, perché la democrazia non lo consente.
Dunque, noi crediamo davvero necessario in questa fase non spaccare il Parlamento su questo tema e riaprire un percorso per introdurre quelle modificazioni che consentirebbero un'approvazione unanime, come ha già detto prima Fornaro, è già successo in questo Parlamento. Procedere senza modificazioni significa decidere, da parte di chi ha il potere di determinare il voto e, cioè, la maggioranza parlamentare, che il Parlamento deve essere diviso su questo tema ed è un errore clamoroso.
Badate bene che gli appelli al cambiamento non vengono solo dalla nostra forza politica, che ha espresso queste criticità, ma sono stati espressi - lo ha ricordato ancora una volta l'onorevole Fornaro - dalla senatrice a vita Liliana Segre, che non ha espresso queste criticità sul provvedimento, ma che ha comunque posto all'attenzione di tutte le forze politiche un appello affinché, anche attraverso modifiche circoscritte, sia possibile recuperare l'unanimità.
Io credo che questi appelli meritino di essere ascoltati, perché la fase nella quale noi stiamo vivendo è estremamente complessa. Stiamo assistendo ovunque a un arretramento pericoloso delle democrazie, a uno scivolamento verso l'autoritarismo. Anche questa legislatura ne è stata un esempio, con la proliferazione di reati anche sul dissenso, accompagnata dal cedimento delle norme a tutela del cittadino dinnanzi alla pubblica amministrazione. E non succede solo in Italia, è un contesto globale che mal tollera la libertà di opinione, il dissenso.
Allora la sacrosanta, necessaria e urgente battaglia contro l'antisemitismo, una bestia malefica che si diffonde - come avete detto voi -, può e deve essere combattuta con l'unità delle forze politiche, espungendo dal testo, invece, quegli elementi di preoccupazione. Anche questo è stato citato prima: la dichiarazione dell'IHRA ha sollevato un dibattito pubblico in relazione proprio agli indicatori; è nata, anche come forma di reazione, la Dichiarazione di Gerusalemme, con studiosi competenti sul conflitto mediorientale ed esperti in studi ebraici, i quali hanno costruito, tra gli indicatori, un modello diverso. Ad esempio, hanno precisato nella Dichiarazione di Gerusalemme anche i comportamenti che non possono essere accusati di antisemitismo. Ad esempio, dicono: non sono antisemite le dichiarazioni che si oppongono al sionismo come forma di nazionalismo o schierarsi a favore di un qualche accordo costituzionale tra ebrei e palestinesi nell'area tra il fiume Giordano e il Mediterraneo. Oppure: non è antisemita segnalare la sistematica discriminazione razziale.
Sono temi estremamente complessi. Gli studiosi ci mettono a disposizione un patrimonio enorme, il codice genetico di molti partiti, del nostro, è radicalmente ostile all'antisemitismo: non consentiamo, con una forzatura strumentale, di dividere il Parlamento su questo. C'è il tempo per compiere e realizzare nel testo quelle modifiche che tutelano, difendono e promuovono la lotta all'antisemitismo, ma, al contempo, evitano pericolosi scivolamenti sulla riduzione della libertà di pensiero, anche quella critica e anche quella censurabile, che è un pezzo fondamentale e irrinunciabile della democrazia.
Se questo sarà fatto, troveremo la convergenza. Se questo non sarà fatto, prenderemo atto della volontà della maggioranza di spaccare il Paese. Come ha già detto il collega Fornaro, noi diremo “no”. Fino ad allora, continueremo a dare il nostro contributo perché le buone ragioni prevalgano anche laddove, sino ad oggi, hanno faticato a prevalere (Applausi del deputato Fornaro).
PRESIDENTE. È iscritta a parlare la deputata Auriemma. Ne ha facoltà.
CARMELA AURIEMMA (M5S). Grazie, Presidente. Colleghe e colleghi, parto da ciò che ci unisce, così nessuno qui dentro potrà dire di non aver capito: l'antisemitismo è razzismo, un razzismo antico e odioso; esiste, cresce e va combattuto nelle scuole, nelle piazze, in Rete, ma anche nelle sezioni giovanili di certi partiti. Su questo il MoVimento 5 Stelle non prende lezioni da nessuno. Ma proprio perché questa battaglia è seria, non accettiamo che venga combattuta con lo strumento sbagliato, e lo strumento sbagliato è proprio l'articolo 1, nel quale viene inserita la definizione dell'IHRA, che diventa legge dello Stato, con tutti i suoi esempi.
Guardiamoli questi esempi, sono undici. Ebbene, sei su undici non parlano degli ebrei, parlano di uno Stato: lo Stato di Israele. Alcuni sono giusti, come, ad esempio, che è antisemita ritenere tutti gli ebrei responsabili di ciò che fa un Governo - ci mancherebbe altro -, ma altri aprono una porta che una democrazia non dovrebbe aprire.
Si dice antisemita, per esempio, applicare a Israele un doppio standard. E chi lo decide, chi decide quando una critica è troppo? Si dice antisemita chi nega al popolo ebraico il diritto all'autodeterminazione, ma questo stesso diritto oggi è negato ai palestinesi. Il doppio standard, colleghi, è già dentro il testo che ci state chiedendo di votare. La docente Valentina Pisanty dell'università di Bergamo ha scritto un libro molto interessante dal titolo: Antisemita. Una parola in ostaggio.
La sua tesi è semplice. In 20 anni il significato di quella parola è stato spostato: non più l'ostilità verso gli ebrei in quanto ebrei, ma l'ostilità verso Israele in quanto Stato degli ebrei. E poi, il passo successivo: mettere quella definizione nelle leggi, nei regolamenti delle università e nei codici di condotta. Il risultato? Lo dice l'autrice in una riga: a chi si opporrà con troppa forza alle scelte di quel Governo, del Governo israeliano, mancheranno le parole per dirlo.
Ecco, è esattamente quello che stiamo facendo qui oggi. Mi direte: ma abbiamo tolto le sanzioni penali, abbiamo tolto il divieto di manifestare. È vero e lo si deve soprattutto grazie alle opposizioni, ma una definizione scritta in una legge non ha bisogno del codice penale per fare danni; diventa il criterio con cui si formano le Forze dell'ordine, con cui si scrivono le linee guida per le scuole e con cui un rettore decide se autorizzare o no un convegno.
Non serve punire, basta che le persone, nel dubbio, tacciano. E chi tacerà? L'insegnante che spiega in classe una decisione della Corte internazionale di giustizia, il giornalista che racconta Gaza, lo studente che scende in piazza e tanti ebrei in Italia e in Israele che quel Governo lo criticano, lo criticano fortemente e che addirittura si sentono dire di non essere veri ebrei. La maggioranza ha sollevato l'obiezione che questa definizione l'adottò il Governo Conte nel 2020.
Sì, ma come strumento di lavoro per monitorare e per contare gli episodi di odio, ed è l'IHRA stessa a dire che quel testo non è giuridicamente vincolante, come invece state facendo voi. L'IHRA è una bussola per raccogliere dati e questa è una cosa. Altra cosa è una legge della Repubblica che diventa vincolante e strumento di interpretazione. Voi state facendo ciò che gli autori di quella definizione non hanno mai voluto fare, e allora una domanda dobbiamo farcela, perché abbiamo un obbligo di verità: a chi giova confondere l'antisemitismo con la critica di Israele?
Non c'è dubbio, giova a Benjamin Netanyahu e al suo Governo, a chi ha bisogno di dipingere ogni avversario come nemico degli ebrei; giova a certe destre europee eredi di chi antisemita lo è davvero: a loro basta una dichiarazione di amicizia verso Israele per ripulirsi la coscienza. Non giova agli ebrei italiani, trascinati dentro un conflitto che non hanno scelto, e non giova alla memoria della Shoah, che è una memoria di tutti e non può essere la clava di una parte.
Le democrazie non dovrebbero tollerare le prepotenze linguistiche dei regimi totalitari. Noi l'alternativa ve l'abbiamo proposta, era sul tavolo: la Dichiarazione di Gerusalemme, scritta da centinaia di studiosi dell'antisemitismo e della Shoah, che condanna l'odio con la stessa fermezza, ma distingue l'odio dalla critica politica. E voi l'avete respinta, senza una motivazione. Abbiamo chiesto risorse vere per la prevenzione e voi avete respinto anche quello.
Allora diciamolo, questa legge non dà uno strumento in più a chi protegge una sinagoga, non dà uno strumento in più a chi protegge una scuola ebraica, ma dà un argomento a chi vuole mettere a tacere il dissenso, dà un argomento per mettere a tacere chi grida che il Governo di Israele sta compiendo crimini di guerra e sta compiendo un genocidio ai danni del popolo palestinese.
Noi l'antisemitismo lo vogliamo combattere per davvero, per questo non voteremo una legge che ne confonde il significato. Una parola presa in ostaggio non protegge più nessuno: liberiamola e torniamo a usarla per quello che è. Non possiamo permettere che una legge che, di fatto, va a ledere una delle nostre prerogative costituzionali, cioè il diritto di critica e di manifestazione, possa avere l'appoggio e il sostegno del MoVimento 5 Stelle, anche e soprattutto dopo la mobilitazione nazionale di centinaia di migliaia di cittadini nelle piazze in questi giorni, come ha detto il mio collega Carotenuto. Non lo possiamo permettere e per questo la contrasteremo in ogni piazza e nelle Aule, come abbiamo già fatto anche in Commissione (Applausi dei deputati Ascari e Carotenuto).
PRESIDENTE. È iscritta a parlare la deputata Ascari. Ne ha facoltà.
STEFANIA ASCARI (M5S). Grazie, Presidente. Criticare Israele non è antisemitismo; è un dovere giuridico, morale, sociale e, soprattutto, significa restare umani. Non avete trovato il tempo per scrivere leggi sul cambiamento climatico, con le nostre città che bruciano; leggi per la benzina, che ha superato i 2 euro al litro, perché siamo dentro a guerre che non abbiamo scelto; leggi contro il carovita; leggi per le reali esigenze delle persone.
Ma avete trovato tutto il tempo per approvare questa legge bavaglio, questa legge criminale, che, al pari di una legge razziale, tappa la bocca a chi tenta di tutelare le vittime, invece di fermare il carnefice. Avete messo sotto processo la solidarietà; l'umanità è finita sul banco degli imputati, quando siete proprio voi che avete dimostrato di non avere umanità e nemmeno empatia. Nelle sedi internazionali non avete votato per il riconoscimento dello Stato di Palestina, non avete votato per interrompere immediatamente ogni rapporto commerciale, economico, militare, accademico con questo Governo terrorista e genocida.
Con questa legge cosa fate? Con questa legge un giornalista non potrà raccontare la realtà dei fatti, esattamente come non potrà farlo un insegnante con i suoi alunni e le sue alunne, neanche loro potranno farlo. Un cittadino o una cittadina non potrà criticare il Governo criminale israeliano, perché poi rischia di trovarsi la DIGOS sotto casa. Questa, signori e signore, si chiama censura, si chiama paura della verità.
A voi dell'antisemitismo non interessa nulla, come non vi interessa l'islamofobia, né ogni altra forma odiosa di discriminazione e di razzismo.
Se vi interessasse davvero, usereste le leggi che già esistono per fermare chi minaccia le persone ebree, chi nega la Shoah, chi diffonde odio. Invece, scegliete di mettere sotto accusa chi protesta contro i crimini di guerra e contro l'umanità del Governo terrorista israeliano. Se il vostro interesse fosse stato davvero la lotta all'antisemitismo, avreste cominciato dal guardare in casa vostra, perché vi ricordo che tra le vostre fila siede chi si faceva fotografare con camicie nere e simboli nazisti, chi ha busti di Mussolini in casa.
O vi ricordo frasi come: gli ebrei sono una casta, campano di rendita in virtù dell'Olocausto; gli ebrei sono troppi, io li disprezzo come razza, perché oggettivamente sono una razza. Queste sono frasi razziste, antisemite, discriminatorie. E sapete da chi sono state dette? Dai militanti di Fratelli d'Italia - vergogna! -, pronunciate da Gioventù Nazionale, l'organizzazione giovanile di Fratelli d'Italia, come emerso dall'inchiesta di Fanpage.it. Invece di puntare il dito verso questa vergogna, puntate il dito contro chi scende in piazza per il popolo palestinese. La verità è che avete paura delle piazze e delle persone che ragionano, perché vi sbattono in faccia la vostra coscienza sporca di sangue. Pensavate che il vostro silenzio complice sul genocidio del popolo palestinese sarebbe bastato a spegnere tutto, invece non è successo, perché il dissenso non si silenzia.
Centinaia di migliaia di cittadine e di cittadini si sono informati su fonti indipendenti, hanno formato presìdi, comitati, associazioni, hanno organizzato assemblee, incontri, manifestazioni. Hanno fatto sentire la loro voce quando voi avreste preferito che non se ne parlasse, e ora quelle voci le volete incriminare. Ci avete già provato con i decreti Sicurezza, con la repressione, e ora tentate il ricatto morale dell'antisemitismo per colpire un dissenso che non riuscite a fermare sul piano politico.
Non siete neanche riusciti a pronunciare la parola “genocidio”, quando i terroristi israeliani hanno sterminato oltre 70.000 esseri umani, oltre 30.000 bambini, causato 2 milioni di sfollati, 400.000 abitazioni distrutte, più di tre su quattro: chi sopravvive al genocidio non ha una casa in cui ripararsi. E poi i feriti, i malati, i danni psicologici, i danni psichiatrici, l'aria inquinata, le strutture sanitarie distrutte, così come strade, elettricità, scuole, luoghi religiosi. Gaza è stata rasa al suolo e noi l'abbiamo visto con i nostri occhi al valico di Rafah, l'abbiamo toccato con mano.
E invece sapete chi ha detto “sì, è un genocidio”? I soldati, gli ufficiali dell'intelligence israeliana che hanno svelato la macchina della morte sviluppata, anche con l'intelligenza artificiale, per distruggere Gaza e il popolo palestinese. Lo ha riportato il documentario Naza, che vi invito ad andare a vedere: “Io sono contro il nazismo, ma mi chiedo: io cosa sono (…). Ascoltavamo tutte le loro conversazioni telefoniche e sapevamo quando erano tutti a casa (…). Sembrava un videogioco (…). Distruggiamo tutto: case, famiglie, libri (…)”. E poi gli attacchi deliberati contro i bambini, disumanizzati. Sono frasi aberranti, ma lo hanno ammesso loro.
Voi, invece, non siete riusciti a dirlo, perché dovevate coprire i vostri amici israeliani ed essere servi degli USA, i cui crimini già furono denunciati da Julian Assange, che poi fu privato della libertà per 14 anni, a cui non smetteremo mai di dire grazie.
Noi vogliamo la pace, il rispetto della Costituzione, il rispetto del diritto internazionale, vogliamo poter dire basta al genocidio a Gaza e in Libano, basta occupazione illegale e criminale israeliana. Soprattutto basta occupazione, veramente, nei territori palestinesi.
E continueremo a farlo, continueremo a farlo: continueremo a denunciare l'apartheid, i crimini di guerra e contro l'umanità, i silenzi complici; continueremo a chiedere sanzioni per i criminali israeliani e a sostenere il boicottaggio, e qui ci tengo a ringraziare BDS che fa un grande lavoro di informazione e di sensibilizzazione.
L'antisemitismo non è uno scudo per proteggere lo Stato terrorista di Israele dalle critiche. Basta con il dire che l'antisionismo è uguale all'antisemitismo: l'antisemitismo colpisce le persone ebree in quanto ebree, il sionismo è un'idea politica suprematista e criminale. Il sionismo è il male assoluto. L'obiettivo dei sionisti e l'obiettivo di Netanyahu è creare la Grande Israele sulle macerie della Palestina, della Cisgiordania, del Libano e di chissà quante altre terre, visto che sta aprendo fronti di guerra ovunque per realizzare questo obiettivo criminale.
La libertà di manifestare e urlare la verità non la fermerete. E qual è la verità? Diciamola e ripetiamola qui, in quest'Aula del Parlamento: è Israele che ha commesso un genocidio e sta continuando a commetterlo a Gaza e in Libano; è Israele che occupa illegalmente i territori palestinesi, la Cisgiordania è completamente occupata e noi l'abbiamo visto perché noi eravamo lì pochi mesi fa.
In queste ore Israele ha bloccato tutti i valichi. Un palestinese non può raggiungere neanche un ospedale se ne ha bisogno e Ben-Gvir ha annunciato che faranno in Cisgiordania ciò che hanno fatto a Gaza. È Israele che pratica apartheid ogni giorno; è Israele a processo per genocidio e vuole deportare i palestinesi dalla loro terra; è Israele che si sta comportando come e peggio dei nazisti.
Oggi - e chiudo, Presidente - il più grande pericolo per gli ebrei e per il mondo intero è lo Stato terrorista di Israele. Non c'è legge che potrà mai cancellare la verità e nemmeno la vostra complicità nel non aver fatto nulla per fermare tutto questo orrore.
La storia vi chiederà il conto, perché state per votare una legge razziale e pro-apartheid. Ritornate a essere umani (Applausi dei deputati Auriemma e Carotenuto).
PRESIDENTE. Non vi sono altri iscritti a parlare e pertanto dichiaro chiusa la discussione sulle linee generali.
(Repliche - A.C. 2830 e abbinate)
PRESIDENTE. Ha facoltà di replicare il relatore, l'onorevole Paolo Emilio Russo, che rinuncia.
Quindi, chiedo alla Sottosegretaria Siracusano se intende intervenire.
MATILDE SIRACUSANO, Sottosegretaria di Stato per i Rapporti con il Parlamento. Sì, grazie, Presidente. Intervengo per esprimere il mio rammarico, il mio profondo rammarico per la mancata condivisione che oggi si registra in quest'Aula, che si è registrata già precedentemente in Commissione su un provvedimento di questo tipo.
Ritengo profondamente ingiusto, sbagliato e illogico dividersi su un provvedimento che vuole contrastare l'antisemitismo. Perché - lo dico ai colleghi che sono intervenuti finora e, infatti, hanno parlato anche di cose che non c'entrano nulla con il provvedimento - non vi è una sola ragione valida che giustifichi un voto contrario a questo provvedimento. Si è detto in ogni modo, si è chiarito in ogni sede.
In Senato è stato scelto un testo che scongiuri il rischio di comprimere ogni forma di libertà di espressione e di critica politica. Non viene istituito alcun reato, potrete continuare legittimamente a criticare il Governo di Israele, a partecipare pacificamente alle manifestazioni ProPal, nessuno verrà colpito da alcuna sanzione.
Non c'è una ragione valida per dividersi su questo provvedimento. Perché la verità, la triste verità, è che questo provvedimento si è voluto strumentalmente trasformare in una misura pro o contro il Governo di Netanyahu e non c'entra nulla con lo spirito del provvedimento.
E lo dico perché? Perché lo dico? Perché questo provvedimento adotta la definizione operativa dell'IHRA e, quindi, attua una risoluzione del Parlamento europeo del 2017 che - lo dico ai colleghi del PD - è sottoscritta da molti colleghi del PD, e salta all'occhio la firma della segretaria del PD, Elly Schlein. Non è cambiato nulla da allora, si tratta dello stesso testo, e quindi dico che questo provvedimento è strumentalmente discusso, è stato utilizzato strumentalmente per altri obiettivi.
Questo provvedimento serviva a lanciare un messaggio forte, che doveva partire da questo Parlamento, contro quei fenomeni orrendi di antisemitismo che si sono quadruplicati dopo il 7 ottobre.
Quel 7 ottobre che, per un tragico paradosso, vede quel popolo che ha visto massacrare i propri bambini, le proprie famiglie, stuprare le proprie donne, bruciare famiglie nelle proprie case dai terroristi, diventare il bersaglio di un odio crescente. Quindi, noi dovevamo fare questo, lanciare un messaggio compatto. Non c'è nessuna premessa che giustifichi un voto contrario a questo provvedimento.
Abbiamo perso una grande occasione (Applausi dei deputati Maiorano e Paolo Emilio Russo).
PRESIDENTE. Il seguito del dibattito è rinviato ad altra seduta.
Interventi di fine seduta.
PRESIDENTE. Passiamo agli interventi di fine seduta.
Ha chiesto di parlare la deputata Auriemma. Ne ha facoltà.
CARMELA AURIEMMA (M5S). Grazie, Presidente. Oggi in quest'Aula abbiamo parlato dei caregiver. Io ne ho conosciuti tanti, in modo particolare ho conosciuto Giovanni De Luca, il papà di Francesco, un ragazzo meraviglioso affetto da un disturbo dello spettro autistico. Con lui ho visto da vicino il mondo della disabilità ma, ancora di più, il mondo di chi si dedica a una persona, a un familiare con disabilità. Giovanni mi ha insegnato tantissimo, lui per Francesco lottava ogni giorno contro la burocrazia, contro lo Stato. Mi ricordo che ho conosciuto Giovanni e Carmela, i due genitori di Francesco, perché combattevano per ottenere delle ore in più per fare una terapia che portasse più beneficio a Francesco.
Presidente, io non ero iscritta stamattina per parlare del provvedimento sui caregiver, però per uno strano segno del destino ieri Giovanni è venuto a mancare e l'idea, il pensiero che noi abbiamo avuto in questo mese era soltanto uno: adesso Francesco come farà? Francesco e Carmela adesso come faranno senza Giovanni? E io sono convinta che Giovanni ha combattuto un mese in terapia intensiva, ma lo ha fatto solo per Francesco e per restare ad aiutarlo.
In uno Stato che nega i diritti anche la morte è un lusso, anche ammalarsi è un lusso, perché Giovanni non stava bene da tempo ma si rifiutava di essere ricoverato, proprio per non lasciare Francesco da solo.
Questa è un'eredità che noi ci portiamo: i caregiver sono persone invisibili, che faticano e che combattono ogni giorno, che non si curano e che non possono né ammalarsi, né morire in santa pace (Applausi dei deputati del gruppo MoVimento 5 Stelle e di deputati del gruppo Forza Italia-Berlusconi Presidente-PPE).
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare il deputato Carotenuto. Ne ha facoltà.
DARIO CAROTENUTO (M5S). Grazie, Presidente. C'è un'Italia che la Presidente Giorgia Meloni non vuole guardare. E non perché si nasconda: sta scendendo nelle piazze per protestare; certo, magari i giornali, i telegiornali non se ne vogliono accorgere, nonostante le loro grida di disperazione.
In questo Paese ci sono circa 5 milioni di poveri: è un dato che ci dà l'Istat. Ci sono lavoratori che un lavoro ce l'hanno e non gli basta, perché in questo Paese, nonostante l'articolo 32 della Costituzione parli chiaro - ci dice che a un lavoratore deve essere garantita la dignità di vita per sé e la sua famiglia -, ci sono persone che non arrivano alla fine del mese.
E ci sono, da qualche tempo a questa parte, anche persone che un lavoro ce l'avrebbero, ma che non hanno i soldi per mettere il gasolio nel camion o per i mezzi agricoli. Ci sono barche ferme ai porti perché non hanno modo di pagarsi la nafta per andare a pescare.
Questa è la realtà e, mentre succede questo, la Presidente Meloni fa video, comunicati, in cui dice che va tutto bene, che c'è una ripresa anche dell'occupazione. Ma cosa va bene? Qui noi abbiamo persone che contano gli spiccioli per comprare il pane. Oggi sono andato al mercato per vedere io stesso com'era la situazione e ho trovato pomodori a 5 euro al chilo; ormai la gente non si può permettere più neanche un'insalata.
Va tutto bene cosa? Va tutto bene a chi? Forse qui dentro a noi privilegiati, a questo Governo, formato chiaramente da chi difende la casta, che cerca ancora soldi per i petrolieri, non paghi di aver avuto tutti i fondi del PNRR che erano destinati all'energia verde e sono stati dirottati a loro, e ancora si chiedono soldi da dare a loro.
Allora governare vuol dire scegliere: questo Governo ha scelto da che parte stare. Noi saremo ancora dalla parte di chi vuole redistribuire i soldi, redistribuire la ricchezza e siamo dalla parte di chi oggi sta scendendo in piazza: non siete soli (Applausi dei deputati del gruppo MoVimento 5 Stelle).
PRESIDENTE. Sono terminati gli interventi di fine seduta.
Ordine del giorno della prossima seduta.
PRESIDENTE. Comunico l'ordine del giorno della prossima seduta.
Lunedì 5 ottobre 2026 - Ore 14:
1. Seguito della discussione della proposta di legge:
BIGNAMI ed altri: Disposizioni in materia di elezioni della Camera dei deputati e del Senato della Repubblica (Approvata dalla Camera e modificata dal Senato). (C. 2822-B)
Relatori: PAGANO, ALESSANDRO COLUCCI, IEZZI e ANGELO ROSSI, per la maggioranza; FORNARO, MAGI, AURIEMMA e ZARATTI, di minoranza.
La seduta termina alle 15,03.
TESTI DEGLI INTERVENTI DI CUI È STATA AUTORIZZATA LA PUBBLICAZIONE IN CALCE AL RESOCONTO STENOGRAFICO DELLA SEDUTA ODIERNA: PAOLO EMILIO RUSSO (A.C. 2830 E ABB.)
PAOLO EMILIO RUSSO, Relatore. (Relazione – A.C. 2830 e abb.). Onorevoli colleghi! L'Assemblea avvia la discussione della proposta di legge C. 2830, approvata dal Senato, a cui sono abbinate le proposte di legge C. 2376 Malaguti, C. 2383 Molinari, recante “Disposizioni per il contrasto all'antisemitismo e per l'adozione della definizione operativa di antisemitismo”.
La Commissione Affari costituzionali della Camera ha avviato l'esame delle tre proposte di legge, abbinate d'ufficio, lo scorso 16 aprile. A seguito dell'esame preliminare, nel corso del quale sono stati trasmessi alla Commissione, su richiesta dei Gruppi, contributi scritti di professori universitari e figure esperte della materia, volti ad acquisire elementi di valutazione ai fini dell'istruttoria, la Commissione ha proceduto, lo scorso 22 luglio, all'adozione della proposta di legge C. 2830, approvata dal Senato, come testo base. Successivamente la Commissione ha esaminato le proposte emendative presentate, senza introdurre alcuna modifica al testo: ha quindi poi conferito il mandato al sottoscritto a riferire favorevolmente sul testo come approvato dal Senato.
Passando all'illustrazione del contenuto della proposta di legge, rilevo che essa consta di 5 articoli.
L'articolo 1 afferma che la Repubblica italiana ripudia ogni forma di antisemitismo, ne contrasta la diffusione nel rispetto delle libertà costituzionali e adotta la definizione operativa dell'IHRA (Alleanza internazionale per la memoria dell'Olocausto) come riferimento. Prevede, inoltre, la collaborazione tra tutte le istituzioni per prevenire e contrastare atti antisemiti, considerati una minaccia alla convivenza civile, alla stabilità sociale e alla sicurezza pubblica.
Nel dettaglio, il comma 1 prevede che la Repubblica italiana, in attuazione del principio di uguaglianza di cui all'articolo 3 della Costituzione, ripudia ogni forma di antisemitismo, favorisce azioni volte a contrastarne qualunque espressione e ostacola la diffusione del pregiudizio antisemita in Italia, ferme restando le libertà di critica politica, di espressione del pensiero, di riunione e di associazione, nel rispetto dei princìpi costituzionali.
Il comma 2 stabilisce che, in attuazione della risoluzione 2017/2692 del Parlamento europeo del 1° giugno 2017 sulla lotta contro l'antisemitismo, e riconosciuta l'unicità storica del fenomeno, è adottata, ai fini delle attività e delle disposizioni di cui alla proposta di legge, la definizione operativa di antisemitismo formulata dall'Assemblea plenaria dell'IHRA (Alleanza internazionale per la memoria dell'Olocausto) il 26 maggio 2016, compresi i relativi indicatori. In base a tale definizione, l'antisemitismo viene identificato come “una determinata percezione degli Ebrei che può essere espressa come odio nei loro confronti, le cui manifestazioni, di natura verbale o fisica, sono dirette verso le persone ebree e non ebree, i loro beni, le istituzioni della comunità e i luoghi di culto ebraici”.
Il comma 3 dispone che le istituzioni della Repubblica collaborino tra loro per individuare gli interventi necessari a prevenire e contrastare ogni atto o manifestazione di antisemitismo che rappresenti una minaccia non solo verso una parte dei cittadini, ma anche nei confronti della convivenza civile, della stabilità sociale e della sicurezza pubblica.
Segnalo, al riguardo, che l'Alleanza internazionale per la memoria dell'Olocausto (International Holocaust Remembrance Alliance-IHRA) è un'organizzazione intergovernativa fondata nel 1998, composta da 35 Stati membri, tra cui l'Italia, con il mandato di rafforzare e promuovere l'educazione, la memoria e la ricerca sull'Olocausto.
A corredo della definizione adottata dalla proposta di legge in esame, l'IHRA ha fornito, a titolo chiarificatore e non esaustivo, undici esempi di comportamenti che possono essere considerati antisemiti.
Ricordo che tale definizione di antisemitismo è stata raccolta dal Parlamento europeo, che, con la Risoluzione n. 2692 del 1° giugno 2017 sulla lotta contro l'antisemitismo, ha invitato gli Stati membri, le Istituzioni e le agenzie dell'Unione europea ad adottare la definizione operativa dell'IHRA, anche considerato il significativo aumento del numero degli episodi di antisemitismo verificatisi negli ultimi anni negli Stati membri dell'Unione europea.
Ricordo, inoltre, che nel 2021 la Commissione europea e l'IHRA, con il supporto della presidenza tedesca del Consiglio dell'Unione europea, hanno pubblicato un manuale per l'uso pratico della definizione operativa di antisemitismo, che ha fornito una panoramica delle buone pratiche adottate dalle organizzazioni internazionali, dalle amministrazioni nazionali, dalla società civile e dalle comunità ebraiche di tutta Europa.
Sempre nel 2021, l'Unione europea ha altresì adottato la prima Strategia per la lotta all'antisemitismo e la promozione della vita ebraica (2021-2030), di cui alla Comunicazione della Commissione al Parlamento europeo, al Consiglio, al Comitato economico e sociale europeo e al Comitato delle regioni del 5 ottobre 2021 ( COM(2021) 615 final), con l'obiettivo di porre l'Unione alla guida della lotta globale contro l'antisemitismo.
Faccio presente che nel 2024 la Commissione ha pubblicato la prima relazione sui progressi compiuti nell'ambito della Strategia 2021-2030, nella quale viene rilevato un drammatico peggioramento dei livelli di antisemitismo nell'Unione dopo l'attacco terroristico di Hamas ai civili israeliani del 7 ottobre 2023 e la successiva guerra e crisi umanitaria a Gaza. Fra le altre cose, la relazione rileva che: 23 Stati membri hanno elaborato strategie nazionali contro l'antisemitismo; 20 Stati membri hanno nominato un inviato speciale o un coordinatore nazionale per la lotta all'antisemitismo; 25 Stati membri hanno adottato la definizione operativa di antisemitismo dell'IHRA.
L'articolo 2 della proposta di legge disciplina la Strategia nazionale contro l'antisemitismo.
In particolare, il comma 1 prevede che, in coerenza col punto 5 della citata risoluzione del Parlamento europeo, la Strategia nazionale per la lotta contro l'antisemitismo sia adottata dal Consiglio dei ministri sulla base della proposta elaborata dal Coordinatore nazionale per la lotta contro l'antisemitismo previsto dal successivo articolo 4.
Il comma 2 stabilisce che la Strategia ha durata triennale e che, nel rispetto dell'invarianza finanziaria e delle linee di azione di cui al successivo articolo 3, persegue:
- la prevenzione e il contrasto di ogni forma di antisemitismo e di odio e discriminazione verso le persone, le comunità e le istituzioni ebraiche (lettera a);
- la promozione della conoscenza, del rispetto e della valorizzazione della storia, della cultura e della vita ebraiche (lettera b);
- il rafforzamento della coesione sociale e la messa in atto di adeguate misure di sicurezza per le comunità ebraiche e i loro luoghi di aggregazione (lettera c).
L'articolo 3 prevede che la Strategia nazionale sull'antisemitismo, al fine di “contrastare qualunque atto di antisemitismo” e di “consolidare una cultura libera da pregiudizi e stereotipi nei confronti degli Ebrei in quanto tali”, si articola in una serie di linee d'azione, che possono essere declinate su proposta del Coordinatore nazionale per la lotta contro l'antisemitismo. Vengono quindi elencate, nelle lettere da a) a g) del medesimo articolo 3, tali linee d'azione. In particolare:
- la lettera a) prevede che la banca dati delle Forze di polizia, prevista all'articolo 8 della legge n. 121 del 1981, sia utilizzata anche per monitorare gli episodi di antisemitismo, allo scopo di ottenere una visione completa del fenomeno in Italia e di coordinare le attività di raccolta dati tra gli organismi competenti;
- la lettera b) prevede l'adozione di apposite misure per contrastare la diffusione del linguaggio d'odio antisemita su internet, sentita l'Autorità per le garanzie nelle comunicazioni, nell'ambito delle risorse già disponibili e senza nuovi oneri per la finanza pubblica;
- la lettera c) prevede che vengano facilitate, nel rispetto dell'autonomia delle istituzioni scolastiche e nei limiti delle risorse umane, strumentali e finanziarie disponibili a legislazione vigente, azioni formative rivolte ai docenti e attività didattiche rivolte agli studenti sul fenomeno dell'antisemitismo e sulla diaspora ebraica, anche in occasione del Giorno della Memoria, nel rispetto dell'autonomia scolastica e delle risorse disponibili;
- la lettera d) dispone che le università siano invitate a realizzare attività di ricerca, seminari e collaborazioni con istituzioni universitarie nazionali e internazionali, volte a promuovere il confronto e il rispetto reciproco e a prevenire ogni forma di intolleranza o di preclusione, anche in conformità allo scopo di contrastare l'antisemitismo, nonché ad adottare misure di prevenzione, monitoraggio e contrasto degli atti antisemiti, potendo individuare al proprio interno un soggetto preposto a tali attività;
- la lettera e) prevede la promozione di iniziative di formazione e aggiornamento sul fenomeno dell'antisemitismo rivolte alle Forze armate, alle Forze dell'ordine, al personale della carriera prefettizia e della magistratura, nell'ambito delle risorse previste a legislazione vigente;
- la lettera f) stabilisce che sui canali del servizio pubblico radiotelevisivo e multimediale vengano promosse campagne informative finalizzate alla conoscenza dell'antisemitismo, attraverso la diffusione della definizione operativa adottata ai sensi dell'articolo 1, al fine di impedire e contrastare atti discriminatori ed espressioni d'odio antisemiti;
- la lettera g) prevede, infine, che nell'ambito delle attività associative e sportive siano promossi momenti di formazione e conoscenza sull'antisemitismo, con modalità attuative definite tramite decreto dell'Autorità politica delegata in materia di sport, senza nuovi oneri per la finanza pubblica.
L'articolo 4 introduce la figura del Coordinatore nazionale per la lotta contro l'antisemitismo.
Il comma 1 prevede che il Coordinatore, istituito presso la Presidenza del Consiglio dei ministri a seguito della risoluzione del Parlamento europeo 2017/2692, sia nominato con decreto del Presidente del Consiglio dei ministri e curi la predisposizione della Strategia nazionale per la lotta contro l'antisemitismo nonché i suoi successivi aggiornamenti.
Il comma 2 stabilisce che il Coordinatore presieda un Gruppo tecnico di lavoro incaricato di coadiuvarlo nella redazione, nello sviluppo e nell'aggiornamento della Strategia nazionale per la lotta contro l'antisemitismo. Il Gruppo tecnico è composto da rappresentanti designati da una pluralità di istituzioni e dalle associazioni e fondazioni attive nella lotta contro l'antisemitismo, nonché da esperti e rappresentanti del mondo scolastico e universitario e del mondo dell'editoria e del giornalismo.
Per la partecipazione alle attività del Gruppo tecnico di lavoro non spettano compensi, gettoni di presenza o altri emolumenti. È previsto solo il rimborso delle spese di missione a valere sulle risorse allo scopo previste nel bilancio autonomo della Presidenza del Consiglio dei ministri.
Il comma 3 dispone che i componenti del Gruppo tecnico di lavoro siano nominati con decreto del Segretario generale della Presidenza del Consiglio dei ministri.
Il comma 4 prevede che l'eventuale compenso del Coordinatore nazionale sia determinato entro i limiti delle risorse stanziate per il contingente del personale di prestito e il contingente dei consulenti ed esperti ex articolo 9, comma 5, del decreto legislativo n. 303 del 1999, e a valere sulle risorse previste allo scopo nel bilancio della Presidenza del Consiglio dei ministri.
Il comma 5 demanda a un decreto del Segretario generale della Presidenza del Consiglio dei ministri la definizione del contingente del personale di supporto tecnico e amministrativo al Coordinatore, cui si provvede nei limiti delle risorse disponibili a legislazione vigente.
L'articolo 5 reca la clausola di invarianza finanziaria, ai sensi della quale le amministrazioni interessate provvedono agli adempimenti previsti dalla proposta di legge con le risorse disponibili a legislazione vigente e, comunque, senza nuovi o maggiori oneri a carico della finanza pubblica.